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domenica 28 aprile 2013

La citazione del sole (nascente)


Sarà il caso di ammetterlo: scoprire che c’è chi ti legge – e, in quel modo, certifica la tua esistenza – fa indubbiamente piacere; in fondo, sorprende sempre un po’ l’idea che qualcuno ti trovi per caso o magari ti cerchi apposta, su un quotidiano, in un sito o magari nell’unico libro che hai scritto (anche se la ricerca è enormemente facilitata da Google Books). Così, può capitare di sgranare un sorriso scoprendo che I simboli della discordia – inteso come libro – è stato citato come fonte nella voce di Wikipedia dedicata al Partito socialista democratico italiano (grazie allora a Sax123, utente che non ho il piacere di conoscere); con altrettanta compiaciuta sorpresa vengo a sapere, del tutto incidentalmente, che lo stesso volume è stato citato dal sito del Psdi, in un articolo che critica  alcune iniziative messe in atto da persone che fino a due anni fa facevano parte del (rigenerato) partito del sole nascente e che ora si riconoscono in gran parte nel partito iSD – i Socialdemocratici che Domenico “Mimmo” Magistro ha fondato nel 2011.
Deve avere infastidito non poco il segretario in carica, Renato D’Andria, vedere che alcune di queste persone continuavano a qualificarsi in Rete come membri del Psdi, con tanto di cariche che sarebbero derivate da un congresso – il XXVIII, tenutosi a Barletta nel 2010 – dagli effetti per lo meno dubbi: quell’assise, infatti, è stata celebrata quando si riteneva che segretario fosse ancora Magistro (eletto sì regolarmente tre anni addietro), ma prima che una sentenza del Tribunale di Roma del giugno 2011, poi divenuta definitiva, facesse di fatto concludere che in realtà la segreteria in quel momento sarebbe spettata a D’Andria, in forza della sua elezione in seno alla direzione nazionale della fine del 2006. I simboli della discordia viene appunto citato come studio più recente a essersi occupato (anche) di quella pronuncia. 
In effetti, non è chiaro in base a cosa quelle persone possano ritenersi parte del Psdi (anche con cariche di rilievo): nessuno ha contestato espressamente l’ultimo congresso, ma nello stesso comunicato stampa che annuncia la nascita di iSD come nuovo partito si legge espressamente che Magistro e altri «lasciano il Psdi», una frase difficile da interpretare in modo diverso. Lo stesso, del resto, si può dire circa l’ultima frase, in cui si legge che Magistro, dimettendosi, «ha deciso di non ostacolare quanti volessero continuare l'attività politica nella forma partitica tradizionale rinunciando a ricorsi che avrebbero solo l’effetto di bloccare l’operatività poiché per anni rimarrebbe sub judice la titolarità della sigla e del simbolo». Allo stesso tempo, peraltro, dovrebbe risultare pacifico che è pienamente legittimo per il nuovo partito prendere la denominazione di «i Socialdemocratici», senza che qualcuno possa lamentare un’usurpazione di nome: essendo la socialdemocrazia un ideale, chiunque vi si riconosca deve poter usare quel nome, a patto che il simbolo sia sensibilmente diverso (e infatti nel simbolo di Magistro non c’è alcun riferimento a soli nascenti, men che meno dal mare).

martedì 23 aprile 2013

La rosa e il pugno

Paese che vai, usanze che trovi. E anche simboli, a quanto pare. Già, perché a viaggiare tra Italia e Francia all’inizio degli anni ’80, per dire, si rischiava di restare confusi. Il Front National di Le Pen aveva mutuato la fiamma del Movimento sociale italiano e, in fondo, non ci si sbagliava, l’area era la stessa. Ma chi pensava di trovare il bellissimo disegno della rosa nel pugno in carico ai socialisti in Italia come in Francia, sarebbe rimasto disorientato: l’emblema, infatti, l’aveva ottenuto Marco Pannella per il Partito radicale proprio al congresso in cui il Psf di Mitterand l’aveva adottato, nel 1971 a Epinay, infilandosi abilmente dopo le perplessità di Giacomo Mancini che alla falce e al martello non si sentiva di rinunciare. La rosa, così, in Italia era stata adottata dai Radicali nel 1976, al punto che quando due anni dopo Craxi volle cambiare il simbolo del Psi e pensò di adottare la rosa, dovette desistere e ripiegare sul garofano.


La stessa rosa sarebbe rimasta a lungo legata alle iniziative politiche radicali (compresa la recentissima Lista Amnistia giustizia libertà), ma qualcosa dovette andare storto: non si capirebbe perché, altrimenti, il tribunale di Roma nel 1981 avrebbe inibito al Partito radicale l’ulteriore uso del disegno, con tanto di risarcimento da stabilire in un secondo momento. A iniziare la causa, nientemeno che Marc Bonnet, il grafico che nel 1969 aveva creato la rose au poing poi adottata dal Psf: viene allora da sospettare che Pannella avesse ottenuto l’autorizzazione dei socialisti francesi, ma non dell’autore del disegno, che – forse per motivi economici – non dovette prenderla bene.
Devono comunque essersi incontrati a metà strada, Bonnet e i radicali, poiché la Marianna dal berretto frigio fu definitivamente abbandonata e il disegno della rosa, con o senza pugno chiuso, in bianco e nero o a colori, sarebbe rimasto quasi una costante dei simboli di Pannella, almeno fino al 1999, quando fu messo da parte per un po’ di tempo. Fu riesumato nel 2006, provvisto di nuovo di pugno e finalmente colorato anche sulle schede, per il cartello elettorale con lo Sdi di Boselli (che una rosa – quella del socialismo europeo – l’aveva già): l’esperienza non fu esaltante, non andando oltre il 2,6%, ma per lo meno riannodò il legame della rose au poing con i loro primi utilizzatori, “riparando” l’occasione persa giusto trentacinque anni prima.

giovedì 18 aprile 2013

L'unica vera Lista civetta

A voler essere precisi, avendo studiato zoologia o qualcosa di simile, si dovrebbe parlare di Athene noctua. Che, nella classificazione secondo Linneo, altro non è che la civetta. Un rapace notturno che però, in politica, ha potuto agire alla luce del sole, quasi senza che molti se ne accorgessero, nonostante gli strepiti di chi sapeva che sarebbe stato artigliato e beccato. Si torni con la mente all’anno di scarsissima grazia 2001 e, per l’esattezza, alla fine del 2000: i sedicenti esperti elettorali in entrambi gli schieramenti (ma soprattutto nel centrodestra) avevano trovato il sistema di gabbare la complicata macchina della legge elettorale, per lo meno alla Camera.

Per chi era assente, varrà la pena ricordare che per eleggere i deputati c’erano due schede: su quella rosa si votava il candidato delle coalizioni o dei singoli partiti nei collegi uninominali della quota maggioritaria, su quella grigia si dava la preferenza a una mini-lista bloccata per la quota proporzionale; ogni candidato dei vari collegi doveva essere collegato a una delle liste del proporzionale, in teoria quella di appartenenza. Avranno ragionato cosi, probabilmente, da una parte e dall’altra: nel 1993 Mattarella o chi per lui ha inventato quel meccanismo diabolico dello scorporo, per cui i voti di chi arriva primo nella quota maggioritaria vengono sottratti dal totale dei voti della lista collegata nel proporzionale, così che chi vince nei collegi non può stravincere? E noi lo gabbiamo. Come, di grazia? Ad esempio collegando i candidati del maggioritario a liste del tutto inconsistenti, create apposta, che la gente manco riconosce. Per colpa dello scorporo, queste andranno sottozero come voti, ma i partiti maggiori manterranno intatto il loro malloppo di voti. Come dire: i partiti che sono fuori dai poli (e che avrebbero dovuto essere tutelate dalla nuova legge) ci rimetteranno, ma tanto peggio per loro, noi dobbiamo vincere le elezioni.

Detto, fatto. Il centrodestra partorì la lista Per l’abolizione dello scorporo e contro i ribaltoni, il centrosinistra seguì a ruota (per tentare di non perdere in partenza le elezioni) e schierò Paese nuovo: due simboli del tutto anonimi, fatti per passare inosservati e possibilmente essere votati poco o nulla, per non sottrarre consenso ai partiti veri. Dio sa come, in 27mila votarono la lista antiscorporo e addirittura in 34mila Paese nuovo, ma le liste ottennero comunque il loro scopo: lo ottennero così bene che Forza Italia ottenne più seggi di quanti candidati effettivamente avesse, senza riuscirli a coprire tutti. Da lì si innescò una bagarre tutta nostrana su come risolvere la situazione, decidendo alla fine che poteva restare tutto così, come se nulla fosse accaduto.

Nel frattempo, però, in pochi avevano notato tra i simboli depositati al Viminale un piccolo colpo di genio. Se infatti la lista antiscorporo e Paese nuovo erano liste civetta senza dirlo, l’unica vera «Lista civetta» dichiarata, con tanto di disegno del rapace su un ramo, era passata quasi inosservata, fatta eccezione per i cronisti politici in legittima cerca di stuzzicherie: Autori dell’operazione, un certo Gianluca Campanella e talaltro Nicola Benedettini, ingegnere il primo, esperto di comunicazione il secondo. Insieme costituirono un’associazione, la Campabene Organization, con tanto di marchio direttamente ricalcato sullo stile del Compact Disc. Far parte del gruppo era facile, purché si avessero tre requisiti (si leggono ancora nelle pagine web di Campanella): voler fare qualcosa per l'Italia; avere la "fedina penale" da sempre candida; non cercare un tornaconto economico. 
Da associazione a gruppo politico organizzato il passo fu breve e il contrassegno lo presentarono sul serio; già che c’erano, presentarono pure il «Giovane astensionismo», con la sagoma di una fanciulla a braccia incrociate, ma glielo bocciarono perché di emblemi ne avevano già depositato uno. Volevano presentarsi nel collegio di Pisa e nella circoscrizione Toscana, ma le liste non riuscirono a farle, anche perché qualche mano birichina fece sparire le firme a tempo indebito: i veri cultori della simbologia politica, tuttavia, non possono che levarsi il cappello, con molto rispetto, di fronte al tentativo avventuroso di due giovani che un messaggio hanno cercato di darlo. Che il sistema così com’era fosse storto e da buttare, loro, l’avevano capito bene.

sabato 13 aprile 2013

Via Monti dal simbolo?



Sembra lontano secoli il giorno in cui Mario Monti aveva chiesto ai ragazzi di Proforma – cercati e incaricati da Lelio Alfonso di Italia Futura – di dare maggiore visibilità al suo nome nel simbolo della lista che stava per nascere. A prendere per buono quanto scritto oggi sul Corriere della Sera da Francesco Verderami, infatti, il nome di Monti dovrebbe proprio sparire dall’emblema di quello che è comunque in procinto di trasformarsi in partito (questa, per lo meno, sembra l’intenzione di una parte consistente del gruppo dei “montiani” entrati in Parlamento e di qualcuno di quelli rimasti fuori).
La cancellazione del nome, più che di una damnatio memoriae, sarebbe il frutto di una scelta del senatore a vita, non particolarmente a suo agio nel ruolo di «capro espiatorio» (sono sempre parole tratte dal pezzo di Verderami) dopo un risultato elettorale che in condizioni normali sarebbe stato apprezzabile, ma è stato molto lontano dalle aspettative iniziali. Probabilmente con l’annessa tentazione di dire con i fatti un chiaro «E ora sbrigatevela da soli. Se siete capaci» agli altri del gruppo e alle forze di contorno, quali l’Udc, ridotta a percentuali che, rispetto a un passato nemmeno troppo lontano, richiedono la lente d’ingrandimento per essere viste.
Cosa resterà, dunque, di quel simbolo le cui linee fondamentali erano state suggerite proprio dallo staff montiano? aveva raccontato Giuseppe Salvaggiulo sulla Stampa che il logo avrebbe dovuto avere un’impronta istituzionale, arricchita «da uno slancio» e con «un incitamento alla partecipazione» della società civile, usando il tricolore «in chiave identitaria ma in modo dinamico e non ingessato» come in altri simboli, il tutto condito da un’abbondante dose di sobrietà. Sarà ancora necessaria, ora che Mario Monti sembra annunciare un passo a lato e uno indietro? Toccherà ancora a Giovanni Sasso e allo staff di Proforma interpretare il nuovo corso di Scelta civica? Auguri e buona scelta. Più che civica, critica.

martedì 9 aprile 2013

Il primo sole ridente? A Forlì...

Che poi, magari, uno pensa veramente che il sole che ride in Italia l’ha portato Marco Pannella e ai Verdi l’ha “donato” lui. Cioè, sì, quasi certamente le cose sono andate davvero così e il leader radicale diede davvero gratuitamente in uso il segno distintivo degli antinuclearisti danesi alle liste ambientaliste che nel 1985 nascevano un po’ in tutta l’Italia; qualcuno però all’idea di uno sole animato e un po’ pazzerello aveva già pensato, per lo meno in quella che sarebbe poi diventata la galassia verde, comunque collocata a sinistra.

Anno di grazia 1980, anno di elezioni. Regionali, sì, ma anche amministrative. Tra le tante città in cui si vota per rinnovare il consiglio comunale, c’è anche Forlì. Sulla scheda i soliti partiti e i soliti simboli, scudi, falci e martelli, soli, edere, fiamme, garofani quasi nuovi, bandiere… e una novità, una sorpresa assoluta, che sui manifesti attira più di qualche sguardo. In mezzo a tanti segni noti e un po’ compassati, non può non spiccare un sole a dodici punte e a contorni concavi, che nella realtà sarebbe giallo su fondo rosso, ma che sulla scheda appare inevitabilmente bianco su fondo nero. Così, nero su bianco, si vede ancora meglio il sorriso spalancato di quel sole curioso, ideale pendant di quell’occhio strizzato che agli elettori più attempati – ammesso che l’abbiano visto – dev’essere sembrata una profanazione dell’altare elettorale o anche solo una piccola bestemmia.
Quel simbolo “di rottura” appartiene alla lista Sinistra alternativa, nata con una spontaneità tutta romagnola. A disegnare personalmente il simbolo è Sauro Turroni, uno che poco più avanti avrebbe fatto parte a tutti gli effetti dei Verdi in politica. Turroni il simbolo ce l’aveva in testa, perché quello degli antinuclearisti danesi e poi tedeschi lui l’aveva visto: pensando che potesse essere una buona idea, lo adottò per la sua lista, facendo qualche modifica qua e là. Nessuna obiezione da parte dei funzionari competenti – e sarebbe stato difficile farne, visto che il contrassegno era davvero nuovo per l’epoca – e l’emblema finisce sui manifesti, pronto per essere ritrovato sulle schede.
Quella volta, tanto per cambiare, le elezioni le vince il Pci, con un 46,1% pesante che vale la metà dei consiglieri, mentre la Dc sfiora appena il 20%. I sette partiti maggiori a livello nazionale a Forlì si dividono il 98,9% dei voti validi: in quell’1,1% che resta c’è anche il risultato della Sinistra alternativa. Non sarà molto (anche se con un Pci che si porta a casa un voto su due, in quell’area resta poco da raccogliere), ma è pur sempre un esordio e ci sarà tempo per migliorare: piano piano il verbo Verde sarebbe arrivato un po’ dappertutto e avrebbe conquistato consenso per molti anni Oltre trent’anni dopo, di quei primi passi non è rimasto granché: forse solo un adesivo su un armadio in una vecchia casa o qualche altra traccia qua e là. Ma l’occhiolino di quel sole furbetto nato a Forlì rimane, segno che di avventure da raccontare, in futuro, ne avrebbe avute parecchie…

venerdì 5 aprile 2013

Giù le mani dai marchi?


Che succederebbe se, alle prossime elezioni, la Ferrari scendesse in campo? Nessuno riferimento – per carità – a un eventuale impegno diretto in politica di Luca Cordero di Montezemolo, anche se nel 2006 (lo avevamo già scritto) il Partito di Centro di Ugo Sarao l’aveva indicato come capo della forza politica a sua insaputa, ed erano intervenuti prima il Viminale, poi l’Ufficio elettorale presso la cassazione a bocciare il simbolo proprio per risolvere questo “piccolo” problema. La domanda di prima, invece, sarebbe del tutto appropriata se, sulle bacheche del Ministero dell’interno (ma anche, per dire, negli incartamenti da presentare l’anno prossimo per le elezioni comunali a Maranello), dovesse apparire il marchio della casa automobilistica o, magari, anche solo l’elemento figurativo principale, ossia il cavallino rampante, ugualmente registrato come segno distintivo.

L’eventualità è molto meno remota di quanto si può pensare. Anzi, a dire il vero si è già verificata: nel 1992, infatti, al Senato fu presentato un simbolo di un soggetto politico denominato «Partito degli automobilisti - Partito automobilisti» che, oltre alla parola «Automobilisti», riportava con chiarezza solo il cavallino Ferrari. Il mistero è acuito dal fatto che, alle europee di tre anni prima, lo stesso contrassegno – peraltro in versione 0.0, visto che sembrava fosse stato ritagliato da un giornale o, peggio, fotocopiato da una sorta di placchetta – era stato ricusato. Dunque il problema resta: se un marchio commerciale fosse inserito in un emblema elettorale, lo si ammette o no?
Norme specifiche in materia non ce ne sono (forse perché per lungo tempo nessuno aveva mai pensato di fare nulla di simile), ma qualcosa si può comunque dire. Innanzitutto, a livello generale, è difficile che ogni commissione elettorale possa verificare, in caso di sospetto, se un particolare emblema corrisponda o somigli a un marchio registrato: spesso mancano i tempi tecnici per questi controlli (non ci sarebbe certamente spazio alle amministrative, visto che lo stesso organo in una manciata di ore deve occuparsi di una marea di operazioni), il segno distintivo dovrebbe essere per lo meno noto ai funzionari e, in ogni caso, non è detto che ci sia modo di verificare alla Camera di commercio l’esistenza di un marchio uguale o simile.
Nel caso della Ferrari, indubbiamente, la cosa dovrebbe essere più semplice, perché della natura di marchio del cavallino rampante nessuno dubita. In casi come questo, la commissione dovrebbe intervenire prontamente per bocciare il simbolo, per tutelare i diritti di chi è titolare del marchio (e che potrebbe lamentarsi se qualcuno usasse il suo segno senza autorizzazione) ma anche l’affidamento degli elettori, che diversamente potrebbero pensare che il simbolo sia direttamente collegato al titolare del marchio. Questo fa dire che, in linea teorica, a chi detiene i diritti su un segno e dimostri di esserne titolare non si potrebbe impedire di usarlo nel proprio contrassegno elettorale: ciò non è mai accaduto e si potrebbe discutere sull’opportunità di un’operazione simile, ma nel caso toccherebbe solo all’imprenditore fare le valutazioni del caso.

Certo, la creazione del data base dell’Ufficio italiano brevetti e marchi su internet (www.uibm.gov.it/uibm/dati/default.aspx) semplifica il compito delle commissioni, ma questo non ha impedito – come ricordato qualche mese fa – che nel 2006 alle elezioni comunali di Torino fosse ammessa la lista «Sì ad un futuro senza caccia», il cui elemento grafico era decisamente simile a Daffy Duck, regolarmente registrato dalla Warner Bros.
Non l’aveva scampata invece dieci anni prima alle elezioni politiche il Partito consumatori italiani che, nel suo emblema, aveva inserito tre bandiere con i marchi ben riconoscibili di Italgas, Telecom Italia ed Enel: il Ministero non ammise quel contrassegno perché l’uso dei segni non era stato autorizzato, mentre accettò tranquillamente le fiammelle del gas accoppiate a un rubinetto, la cornetta telefonica e la spina accanto a una presa per indicare i servizi di consumo. 
Più enigmatico un caso avvenuto nel 2001, anno in cui viene presentata la lista «Vola Molise», guidata da Aida Romagnuolo: la farfalla stilizzata banca su fondo blu somiglia decisamente al logo che ha contraddistinto Raiuno dal 2000 al 2010. Non risulta alcuna ricusazione al Ministero, ma la versione depositata al Viminale differisce un po’ rispetto all’emblema “ufficiale” della lista (i bordi delle ali della farfalla sono rifilati diversamente e viene aggiunto il corpo con antenne): qualcuno dal Palazzo ha dato indicazioni e suggerito di evitare guai o è stata la stessa signora Romagnuolo ad “autocensurarsi”, per far ammettere il suo contrassegno con tranquillità?

lunedì 1 aprile 2013

Quando nessuno voleva mollare il Pdl


Che Silvio Berlusconi non muoia dalla voglia di conservare nome e simbolo del Popolo della libertà, è cosa nota: sono circolate a più riprese voci più o meno attendibili su nuovi possibili bozzetti del logo, per non parlare delle cicliche proposte di ritorno alla bandiera di Forza Italia. Lo stesso fondatore del Pdl a Matrix alla fine del 2010 l’aveva detto chiaramente: «l’acronimo non commuove e non emoziona», praticamente una sentenza di morte per un segno distintivo e identitario, una condanna da eseguire non appena fosse saltato fuori un degno sostituto. Eppure c’era stato almeno un momento, poco prima, in cui addirittura qualcuno aveva fatto a gara per rivendicarlo, anche solo per dispetto.
Tutto, in fondo, era cominciato con quel «Altrimenti che fai? Mi cacci?», datato 21 aprile 2010, con cui fu ufficializzato davanti ai telespettatori lo strappo tra Berlusconi e Fini, che da quel momento sarebbero rimasti nel Pdl che avevano fondato da separati in casa, per lo meno fino all’inizio di agosto, con la creazione di due nuovi gruppi parlamentari, denominati Futuro e libertà per l’Italia. Tempo qualche mese e all’inizio di novembre Fli presentò il suo primo simbolo, ma il vero colpo di teatro lo mise in piedi il capogruppo alla Camera Italo Bocchino venti giorni dopo: «Dicono che Berlusconi stia preparando un nuovo partito per rinnovarsi in vista del voto. Comprendiamo la sua esigenza, anche perché il nome e il simbolo del Pdl sono in comproprietà con Fini e non potrà utilizzarli». In quella stessa puntata di Matrix, infatti, l’allora Presidente del Consiglio disse: «Fli potrebbe avanzare la volontà di appropriarsi del nome e fare ricorso: visto come si sono comportati i giudici in altre occasioni, meglio tutelarsi».

Le cose non stavano esattamente come aveva detto Bocchino, ma le sue parole non erano basate sul nulla. A spulciare il catalogo online dell’Ufficio italiano brevetti e marchi, esiste un segno distintivo del Popolo della libertà (piccolo arcobaleno tricolore, parte superiore del cerchio azzurra leggermente sfumata verso il basso e denominazione bianca in carattere Bodoni), la cui domanda di registrazione è stata depositata il 20 novembre 2007: il titolare era ed è Silvio Berlusconi. Questo lo sapeva e lo riconosceva anche Bocchino, che però citava un documento successivo di pochi mesi al deposito, ossia l’atto notarile con cui si è costituito il Popolo della libertà.

L’articolo 6 del documento ricomprende tra il patrimonio comune dell’associazione politica il simbolo qui a fianco; ciò che più interessava Bocchino, tuttavia, era l’ultimo paragrafo dell’articolo, in base al quale, in caso di scioglimento dell’associazione per volontà unanime degli associati, «il simbolo non potrà essere oggetto di uso da parte degli odierni associati, o di alcuno di essi, se non con il comune espresso accordo scritto di tutti, e compete altresì a ciascuno degli odierni associati la capacità di agire individualmente nei confronti di eventuali terzi, con ogni forma e in ogni sede, anche in giudizio […] per la tutela del simbolo in ogni sua parte». Dal momento che tra i dieci contraenti c’erano tanto Rocco Crimi in rappresentanza di Forza Italia, quanto Gianfranco Fini in rappresentanza di Alleanza nazionale, se si fosse deciso di sciogliere di comune accordo il Pdl, per poter continuare a utilizzare il nome Berlusconi o un altro qualunque dei contraenti – Forza Italia compresa – avrebbero dovuto raccogliere il consenso per iscritto da tutti gli altri soggetti, Alleanza nazionale compresa; il discorso, ovviamente, sarebbe stato valido anche a parti invertite.
Quanto detto da Bocchino era vero, ma sulle conseguenze di quella norma è bene fare attenzione. La regola vista parlava espressamente di «scioglimento» del partito, cosa che fino a quel momento Berlusconi non aveva in animo di fare; tra l’altro, visto che erano stati i “futuristi” ad abbandonare il gruppo, come dissidenti non potevano vantare alcun diritto sul patrimonio (simbolo compreso), come gli stessi ex An sapevano molto bene per i loro rapporti burrascosi con la Fiamma Tricolore. Il responsabile elettorale del Pdl, Ignazio Abrignani, aveva poi precisato subito che in ogni caso il partito, mediante il congresso costitutivo, si è dato uno statuto e lì stanno le regole da rispettare: all’art. 16-bis, in particolare, si legge che «È conferito al Segretario Politico Nazionale il potere di utilizzare i contrassegni elettorali del Popolo della Libertà e di presentare e depositare le liste e candidature elettorali […] in sede nazionale e locale; le funzioni connesse a tali attività possono essere svolte a mezzo dei coordinatori nazionali e di procuratori speciali all’uopo nominati».
Ricapitolando, la titolarità del simbolo (come “marchio”, ma come è noto in politica valgono regole diverse) era di Berlusconi, il quale in qualche modo l’avrebbe conferito al partito come parte del patrimonio (anche se i due emblemi non sono uguali); l’uso spetterebbe invece al solo segretario nazionale, al più attraverso i coordinatori, restando valida la regola dell’assenso scritto di tutti i fondatori solo in caso di scioglimento. Ben difficilmente, dunque, Fini o i finiani avrebbero potuto contendere con qualche speranza il simbolo a chi era rimasto all’interno del Pdl.

La storia poteva finire qui, ma c’è chi non ha resistito a dare il suo contributo alla vicenda, anche a rischio di piazzare inconsapevolmente qualche buccia di banana. Quella volta ci pensò Domenico Auricchio, sindaco di Terzigno, ovviamente pidiellino: il logo, manco a dirlo, era opera sua. «Il simbolo del Pdl l’ho creato io. Mi sono presentato con questa lista alle elezioni comunali del maggio 2007 e sono diventato sindaco per la prima volta. Poi, con una scrittura privata, il 24 agosto successivo, l’ho ceduto a Silvio Berlusconi che è l’unico titolato ad utilizzarlo»: l’emblema sarebbe stato coniato per contrassegnare un’aggregazione tra Forza Italia ed An e nei mesi successivi sarebbero iniziati i contatti con Berlusconi, fino all’atto di cessione.

Tutto torna? Probabilmente sì, tranne una cosa di non poco conto: chi scrive si è fatto mandare dal comune di Terzigno il simbolo in questione e in effetti la grafica era identica, ma – sorpresa – il contrassegno era del «Partito della libertà» e non del Popolo. La dicitura (scritta ancora in carattere Bodoni e non “bastone” come sarebbe stato in seguito) era quella che a dicembre del 2007 era risultata “sconfitta” nel referendum con cui i cittadini erano stati chiamati a scegliere il nome. Quella volta, dunque, il Popolo vinse sul Partito: tanto basta per dire che il simbolo usato a Terzigno è diverso (e in una parte fondamentale come il nome) da quello poi oggetto dell’atto costitutivo. In più, mentre il sindaco Auricchio rispolverava il proprio passato di creatore di simboli, era in corso una causa tra Pdl e Federazione dei liberali per la titolarità dell’espressione «Partito della libertà»: dell’esito della causa (la sentenza sarebbe arrivata nel 2012) converrà riparlare, ma basti sapere che fino alla fine del 2010 i provvedimenti dei giudici non erano stati favorevoli agli esponenti del Pdl. In quel momento, dunque, l’intervento di Auricchio rischiava di essere dannoso per il suo stesso partito: un ottimo risultato, per una mossa difensiva…