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giovedì 30 giugno 2016

Andrea Rauch: vi racconto com'è nato l'Ulivo (che dovrebbe sparire dal Pd)

20 aprile 1996: sono passati 20 anni e oltre due mesi dal giorno in cui il centrosinistra guidato da Romano Prodi vinse le elezioni politiche. Quella vittoria arrivò nel segno dell'Ulivo, un emblema che era stato lanciato, come idea, oltre un anno prima, il 6 marzo del 1995. Fino alla fine dell'anno, tuttavia, il progetto non aveva ancora un volto grafico, nessuno aveva ancora provveduto a dargli forma e colore. Lo fece Andrea Rauch, illustratore e designer di pregio: non lo creò su richiesta, ma l'idea nata per un seminario - e grazie a un ramo di ulivo di casa sua - era già pronta per finire sulle schede.
Fu di nuovo Rauch a disegnare il fregio della Margherita, ma la sua "creatura" grafica politica più longeva è stata proprio l'Ulivo. Non è un caso, dunque, se ci facciamo raccontare da lui come è nato e quanto sia diverso dai segni politici di oggi. Rauch ne è tanto convinto, al punto da avere chiesto a Matteo Renzi, poco dopo il suo arrivo alla segreteria del Pd, alla fine del 2013, di cancellare ogni traccia del "suo" rametto d'ulivo dal logo del partito. Rametto che invece, è ancora lì.

Rauch, a distanza di vent'anni, ci ricorda come nacque l'Ulivo?
Molto semplicemente, verso la fine del 1995 io partecipai come relatore, assieme a Omar Calabrese e Marino Livolsi, entrambi di area semiotica, a un seminario organizzato a Bologna: lo scopo era insegnare come gestire la comunicazione ai componenti dei "Comitati Prodi per l'Italia che vogliamo" che in quel periodo stavano operando. Ognuno si occupava di argomenti diversi, trattandoli a fondo: Calabrese, per dire, dedicò una lezione a come si risponde al telefono, cosa su cui raramente si riflette. Nel mio intervento, invece, avrei dovuto spiegare come si cura la grafica di un movimento politico: feci dunque una serie di esempi, calibrati proprio sui "comitati Prodi" e sullo slogan "L'Italia che vogliamo", soffermandomi sull'elaborazione di un marchio, sulla scelta dei colori, dei caratteri... 
Fu lì che le venne chiesto di realizzare il simbolo? 
Non andò proprio così. Tenga conto che, in occasione di quel seminario-lezione a Bologna, si sapeva già che Romano Prodi avrebbe voluto chiamare "L'Ulivo" il suo progetto. Io tra l'altro fin dall'inizio ero perplesso su questo punto, anche se ovviamente non avevo voce in capitolo.
Cosa non la convinceva?
Vede, l'ulivo per me era ambiguo, perché era in bilico tra due tradizioni: da una parte la colomba della pace di Picasso, che aveva il ramoscello d'ulivo in bocca, dall'altra parte la Domenica delle palme. Ritenevo dunque che, come segno, l'ulivo avesse una connotazione troppo nazionalpopolare e la cosa non mi piaceva molto; è però un ricordo molto lontano, io avrei fatto altro ma ho fatto pace con l'impressione di allora e i risultati ottenuti dall'Ulivo mostrano che era Prodi ad avere ragione...
Tornando a quella lezione bolognese, come si svolsero le cose?
In coda a quel mio intervento, mostrai anche un esempio di come si sarebbe potuto costruire il simbolo a partire da quel nome. Trattandosi di una cosa puramente dimostrativa, non dovevo né volevo perderci molto tempo sopra: all'epoca abitavo in campagna, così staccai un ramoscello da un ulivo che avevo, lo scannerizzai per riprenderne l'andamento e poi ci lavorai sopra con Macromedia Freehand, il programma di grafica vettoriale che si usava allora, prima dell'avvento di Adobe Illustrator. Per puro caso, essendo da poco rientrato a Bologna, a quell'ultima parte di conferenza era presente lo stesso Prodi e alla fine lui mi disse: "Ma questo simbolo a me andrebbe già bene!". 
Fantastico, buona la prima...
Lo stesso Prodi mi indirizzò a Walter Veltroni a Roma. Lui fece giusto un paio di obiezioni, che peraltro io avevo già considerato fin dall'inizio: si trattava quasi di ovvietà, come ad esempio abbandonare l'idea di sostituire la I di "Ulivo" con il pezzetto del ramoscello e un'altra cosa che non funzionava granché. Al di là di questo, il simbolo definitivo era praticamente identico a quello che avevo progettato per Bologna: per assurdo, ci è voluto più tempo per andare da Veltroni che per far approvare il disegno, una volta fatti quei piccoli aggiustamenti. Prodi, tra l'altro, a quel ramoscello era affezionato e voleva che nel simbolo fosse conservato, ma come elemento grafico era piuttosto esile; il nome dell'Ulivo era imponente, ma da solo rischiava di galleggiare e, per sostenerlo, si inserì la sfumatura azzurra in basso. Il disegno originale, comunque, non si discostò molto da quello di Bologna; paradossalmente, qualche schizzo "preparatorio" l'ho fatto a posteriori, sempre in preparazione a un'altra lezione che aveva tra i relatori di nuovo Omar Calabrese.
Lei dunque non ha ricevuto alcuna commessa per la realizzazione del simbolo?
Assolutamente no: era semplicemente la logica conseguenza della lezione che avevo fatto, è stato un modo per concluderla, dopo di che le cose sono andate avanti per conto loro e il simbolo è andato bene; ne facemmo anche qualche variazione per occasioni particolari, come il rametto con le palline rosse per il Natale del 1997, quello con le olive di vari colori per l'organizzazione dei giovani, così come preparammo le bandiere e altro materiale. E, manco a dirlo, non fui pagato, più o meno come avveniva in passato nel Pci o in altri ambienti...
Veramente? Nemmeno un rimborso spese? 
Guardi, non solo non venni pagato, ma addirittura si dovettero comprare noi i floppy disk utilizzati per distribuire il nuovo simbolo ai giornalisti, quando venne presentato alla stampa. Devo averci rimesso qualcosa come settanta, ottantamila lire in dischetti. E pensare che sulla realizzazione di quell'emblema si è detto di tutto in seguito: non ci fu nessun concorso per la scelta del simbolo, come qualcuno ha immaginato. 
E men che meno guadagni faraonici, direi... 
Senta, io ho sempre pensato "Finché Prodi e Veltroni mi devono qualcosa, va bene, il problema sarà quando io dovrò qualcosa a loro", stando così le cose, bene o male Prodi e Veltroni mi sono debitori di qualcosa e io sono tranquillo, con me stesso e con la mia coscienza. Con quel simbolo, tra l'altro, vincemmo le elezioni del 1996 e anche quelle di dieci anni più tardi, le ultime "presentabili", dunque sono anche abbastanza contento, quello sull'Ulivo è stato anche una specie di "lavoro a futura memoria". 
La storia finì lì?
Beh, no. Per un po' di tempo mi chiesero la mia opinione su altri simboli adottati in seguito, a partire dall'asinello dei Democratici per Prodi. Fui io poi a disegnare il simbolo della Margherita, qualche anno dopo, ma quella fu un'altra storia.
Da A. Rauch, L'immagine complessa, 2001
Con la Margherita andò allo stesso modo dell'Ulivo o ci fu del lavoro in più?
Beh, c'è stato molto lavoro in più, ma per altri motivi. A tenere i contatti con me fu Lapo Pistelli, il collegamento tra i romani e i fiorentini, praticamente faceva la spola ogni settimana. Loro nel simbolo volevano la margherita e io la disegnai, con il solito programma; poi però iniziò una sorta di balletto che interessò vari elementi. Mettiamo i simboli dei partiti che compongono l'alleanza, anzi, non li mettiamo, o mettiamo solo i nomi; mettiamo il nome di Francesco Rutelli, leader e potenziale presidente del Consiglio, anzi, non mettiamolo; lasciamo il fiore al centro, anzi spostiamolo per far posto ai simboli, anzi, meglio rimpicciolirlo, e avanti così, persino il nome del cartello elettorale mutò nel tempo. Fu un lavorio continuo e anche un po' pasticciato, praticamente il simbolo cambiava ogni settimana e tutte le volte che Lapo Pistelli tornava da Roma dopo aver parlato con quello che lui chiamava "il sinedrio", nel senso dei maggiorenti dei quattro partiti fondatori (Ppi, Democratici, Rinnovamento italiano e, per un po', Udeur, ndb) c'era una piccola novità. In sé erano cambiamenti di poco conto, ma si fece almeno una ventina di versioni diverse...
Incredibile...
La cosa più buffa avvenne quando si decise di presentare pubblicamente il simbolo. Ricordo che io e i miei assistenti stavamo andando a un convegno a Fabrica, a Treviso, per cui noi non potevamo essere presenti a quell'appuntamento: il materiale per la presentazione fu passato se non sbaglio ad Area, il gruppo romano, e a essere presentata fu la versione di quel giorno... E, manco a dirlo, anche allora prestai la mia opera gratuitamente!
Se non sbaglio, però, l'Ulivo non fu la sua prima proposta simbolica, giusto?
In effetti, quando venne presentato il simbolo del Partito democratico della sinistra, alla fine del 1990, io e Alessandro Savorelli - che avrebbe in seguito illustrato a parole anche "il mito dell'Ulivo - iniziammo a lavorare su una proposta grafica diversa, che presentammo poi nel 1991. Si trattava di un simbolo che univa la bandiera rossa a una rivisitazione della citata colomba della pace di Picasso; come nome avevamo scelto "La sinistra". Nel folder di presentazione, oltre a ipotizzare tutti i possibili usi del segno (a colori, in bianco e nero, sui biglietti da visita, sulla carta da lettere...), ci divertimmo a immaginare la presentazione del simbolo - intitolata Una modesta proposta - come il discorso di un vecchio compagno in una generica sezione toscana del Pci. 
Un modo per toccare le corde giuste... e come andò a finire?
Stampammo un po' di copie di quel folder e lo facemmo arrivare anche a ciò che restava del Partito comunista italiano. Ricordo bene che ci rispose Piero Fassino: disse che la cosa gli interessava, che il simbolo era appena stato cambiato ma per il futuro si sarebbe potuto valutare. La sua fu in effetti una risposta di cortesia, senza promesse, ma noi in realtà lo avevamo fatto per divertimento: non ci garbava la quercia, così provammo a immaginare qualcos'altro. 
Un'accoglienza diversa, rispetto all'Ulivo di qualche anno dopo...
Guardi, parlando proprio con Alessandro Savorelli poco tempo fa, è uscita questa considerazione: meno male che abbiamo fatto l'Ulivo allora. In pratica l'Ulivo, assieme a Forza Italia, sono stati una sorta di spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo: nel primo c'era una decina di simboli, nel secondo centomila... un diluvio continuo, uno tsunami. Anche per questo, l'Ulivo di allora non c'entra nulla coi partiti di oggi.
Dunque è vero che lei ha chiesto a Matteo Renzi di togliere il riferimento all'Ulivo dal simbolo del Partito democratico?
Confermo, era il 31 dicembre del 2013 e io scrissi a Renzi, ancora sindaco di Firenze ma già segretario del Pd. Il succo della lettera era: "Visto che quel rametto di ulivo ormai non vi serve più, per piacere levatelo". Per come era stato inserito nell'emblema del partito, sembrava quasi una cacatina di mosca, un dettaglio di pochi millimetri in un simbolo di tre centimetri di diametro: toglierlo aveva un senso, visto che appunto non serviva più, il Pd non somigliava affatto all'Ulivo del 1996. Da Renzi, ovviamente, non ottenni alcuna risposta; condivisi comunque il contenuto della lettera attraverso il mio profilo di Facebook. Da allora, sinceramente, non ho cambiato idea.

Di seguito, ecco il testo integrale della lettera a Matteo Renzi:


31 dicembre 2013
Att.ne Matteo Renzi / Sindaco di Firenze / Segretario del Partito Democratico
Caro Renzi,
Mi scuserà anzitutto se le scrivo al suo ufficio di Sindaco di Firenze per una questione che riguarda il Partito Democratico ma, avendo vissuto e lavorato nella città per più di trent'anni, mi sembrava atto doveroso e naturale.
Come forse ricorderà nel lontano 1996 ebbi l’occasione di disegnare, su incarico di Romano Prodi, il simbolo elettorale de l’Ulivo. Come e perché fui scelto per quella progettazione è storia che ho già raccontato molte volte in conferenze e in articoli e non starò qui a ripeterla. Il simbolo ebbe comunque vita breve, ma ‘gloriosa’ e intensa: vincemmo quelle prime elezioni e, tra alti e bassi, inciampi e trabocchetti politici, sgambetti, cadute e resurrezioni, quel simbolo rappresentò il raggruppamento finché non fu ‘superato’ dalla nascita del Partito Democratico, che cambiò la sua griffe elettorale con quella attuale.
Nell'occasione del cambiamento di simbolo la direzione del nuovo partito ritenne opportuno di mantenere, al piede del ‘bollino’ elettorale, il ramoscello de l’Ulivo, certo per sottolineare le radici politiche del nuovo raggruppamento. Era quanto era già successo con la falce e martello del Partito Comunista, messe in calce alla quercia del Partito democratico della sinistra, e ai quattro simboli dei partiti che avevano dato vita alla Margherita, posizionati come corona ai petali del nuovo simbolo.
La scelta di mantenere un legame con la tradizione, forse naturale nel momento del passaggio di testimone, è ormai, a mio giudizio, inattuale. Il Partito Democratico di oggi è molto diverso da l’Ulivo del 1996 per intenti, strategia, programmi.
Le chiedo quindi se non è il momento di rivedere la grafica istituzionale del partito e accantonare il vecchio simbolo de l’Ulivo che, e questo è argomento che mi sta più a cuore stante la mia professione di grafico, nelle dimensioni e nella posizione attuale all'interno della grafica istituzionale (si ricordi che il bollino elettorale ha un diametro di soli tre centimetri), appare come un disturbo di pochi millimetri e di scarsissima visibilità.
Cose di maggiore, ben maggiore, importanza, saranno nell'agenda del Partito nei prossimi mesi ma, dato che il contributo di ognuno deve essere commisurato alle proprie capacità e competenze, mi permetto di  suggerire alla sua segreteria l’adeguamento del simbolo che, abbandonando decisamente la via del passato (anche se di un passato di cui non v’è certo da vergognarsi) e togliendo i vecchi riferimenti, dia la percezione del cambiamento deciso di pagina e dell’avvio verso una nuova stagione politica. 
Sperando che possa leggere queste note non mi resta che augurare a lei e alla sua famiglia i migliori auguri di un felice anno nuovo. A lei, naturalmente, oltre agli auguri di buon lavoro.  
Andrea Rauch

mercoledì 29 giugno 2016

Sora, gratta la civica e trovi il partito?

Le elezioni amministrative, come è noto, sono il regno assoluto delle liste civiche: la cosa è abbastanza normale, trattandosi di gruppi legati al territorio e alla comunità. A volte, tuttavia, le insegne di liste civiche celano più o meno chiaramente quelle di un partito, che non si presenta direttamente come tale ma cerca ugualmente di farsi riconoscere. L'impressione la si ha guardando ai concorrenti di vari comuni, compreso Sora, comune superiore del frusinate. Se si guarda, ad esempio, alla lista più votata del candidato uscito vincitore al ballottaggio, Roberto De Donatis, è difficile pensare che Forza civica - con il suo tricolore in diagonale - non abbia nulla a che fare con Forza Italia (o, per lo meno, che non sia interessata al suo elettorato), ma il nome scelto è volutamente diverso quel tanto che basta (nel 2011, invece, era stato il sindaco uscente Ernesto Tersigni a fregiarsi dell'appoggio di Forza Sora, bandierina meno evidente ma visibile).
La sensazione evocata dal simbolo appena visto (che, pur essendo stato il più votato della coalizione, non ha brillato con il suo 7,34%) sembra confermata dalla presenza di un altro emblema facile da riconoscere. Il contrassegno di Alleanza per Sora, in effetti, è parente strettissimo di quello di Fratelli d'Italia, dal quale si distingue per il nome diverso e per la resa in bianco e nero del nodo tricolore; la scelta non sembra pagare molto dal punto di vista grafico (e lo stesso può dirsi quanto all'uso del corsivo per la parola "per" nel nome, producendo un effetto "corpo estraneo"), ma alla fine con poco più del 3% un seggio in consiglio comunale è arrivato comunque.
Ricondurre tutto a logiche solo politiche, ovviamente, sarebbe ingiusto: quella messa in piedi da De Donatis si è qualificata come piattaforma civica (dal nome evocativo di "Siamo pronti?"), in cui confluiscono varie esperienze e alcuni degli altri simboli sono tipici di progetti come questo. Il più rappresentativo, da questo punto di vista, è forse quello di Impronta cittadina, e non certo per l'accenno di tricolore che contiene, bensì per il segno della mano - l'impronta, appunto - che è stato inserito al centro del cerchio interno bianco. Se spesso le mani negli emblemi civici si stringono o sono semplicemente alzate, come segno di una comunità che c'è, qui c'è la voglia di lasciare un segno inconfondibile nell'amministrazione della città.
Un tipico segno territoriale poi era rappresentato dal "Ponte di Napoli", opera architettonica che si riconosce senza troppa difficoltà nel contrassegno del Patto democratico per Sora. Il nome, tra l'altro, a qualcuno potrebbe suonare strano - la sigla, del resto, contribuisce a evocare il Pd, anche se la grafica all'evidenza non è affatto somigliante, in nessun dettaglio ben riconoscibile - visto che lo schieramento politico, in base ai primi simboli analizzati, sembra collocarsi chiaramente nel centrodestra: la sua presenza si spiega, come si diceva prima, proprio con la natura civica che si è voluta dare alla coalizione e al suo agire; di più, la stessa lista aveva sostenuto De Donatis nella sua corsa a sindaco di cinque anni fa. Anche il Patto democratico ha ottenuto un seggio, con il 4,62% dei voti.
Leggermente più fortunata, arrivando a sfiorare il 7% e portando a casa due consiglieri, è stata la lista Sora che verrà, altra interpretazione del classico segno locale. Anche qui, infatti, c'è una stilizzazione del ponte di Napoli, che arriva giusto in corrispondenza di una delle emergenze architettoniche del centro, mentre alle spalle della parte grafica centrale un sole brilla e - verosimilmente - sorge. Da segnalare, anche se piuttosto difficile da leggere sul fondo blu, un motto scritto a caratteri piccoli e bianchi: "Soraeque juventus addita fulgebat telis". Si tratta della frase contenuta anche nel cartiglio dello stemma comunale: "la gioventù di Sora, aggiunta (agli altri guerrieri), brillava con le (sue) armi".
Non sono arrivate invece all'1% le lista Giovani per Sora e Liberiamo Sora (che, si noti, nel 2011 aveva appoggiato il candidato Tersigni col nome di Libertà per Sora), rimaste fuori dal consiglio. A parte l'ennesima riproposizione del tricolore (nella corona di contorno del primo simbolo e nell'elemento centrale del secondo, oltre a un aeroplanino-puntino della "I" per il secondo), al centro di Giovani per Sora c'è il disegno in prospettiva di un angolo di piazza Restituta (ben riconoscibile dalle palme che lo caratterizzano). Il luogo era certamente noto ai votanti, ma non sembrava direttamente legato al nome della lista: forse anche per questo l'emblema non ha avuto molto appeal ed è risultato il meno votato di tutta la coalizione.
Meno fortunato del suo sfidante De Donatis è stato il sindaco uscente, Ernesto Tersigni, sconfitto al ballottaggio dopo essere uscito in testa dal primo turno. Tra tutte le 19 liste presentatesi alle elezioni, la più votata faceva parte della sua coalizione: Sora 2050 infatti aveva ottenuto l'11,87% al turno di maggio. Anche qui, peraltro, l'immagine di fondo è quella di piazza Restituta (facile riconoscere la palma e la chiesa di Santa Restituta, collocata più o meno al centro del cerchio), qui resa attraverso una fotografia elaborata; da segnalare la particolare conformazione grafica di 2050, con il 5 che sembra fatto con un 2 spezzato, quasi a voler dire che - essendo il 2020 vicino - era tempo di guardare più in là.
Benché sia stata la lista più votata, la sconfitta di Tersigni al secondo turno ha assegnato a Sora 2050 solo un consigliere, stesso risultato conseguito dalla lista Il Centro - insieme per Sora, che pure con il suo 8,68% ha ottenuto più voti rispetto alla formazione meglio piazzata del vincitore De Donatis. L'emblema, più letterale di così non si poteva - anche per la scelta di caratterizzare ogni lettera della parola "Centro" con vari stili della stessa famiglia di font Brandon Grotesque - non era comunque alla prima apparizione sulla scheda: già nel 2011 aveva corso a sostegno di Enzo De Stefano (era storicamente legata a lui), ottenendo anche in quel caso un seggio. La mobilità delle liste, insomma, sembra un fatto facile da riscontrare.
Era invece nuova la lista - molto curata graficamente -  Città progresso - Uniti per Sora che tanto per cambiare rimette al centro la palma e la chiesa di piazza Restituta, stavolta solo con la silhouette che emerge nel semicerchio superiore; il tutto, sul fondo color carta da zucchero, è racchiuso da tre archi "a quarto", sfumati verso il bianco (uno azzurro, uno verde e uno rosso, giusto per non farsi mancare nessuno dei colori nazionali), con la circonferenza chiusa dalla dicitura "Ernesto Tersigni sindaco", un po' difficile da leggere, piccola com'è. Con una percentuale di voti vicinissima a quella della lista Il Centro, anche Città progresso ha ottenuto un posto in consiglio comunale.
Sono rimaste fuori, invece, le altre tre liste della coalizione di Tersigni, Noi per Sora (forse uno dei simboli più neri visti di recente), Patto sociale - Nuova democrazia (ricco di stelle europee e con un accenno letterale di tricolore) e Popolari e Democratici. In quest'ultimo graficamente è evidente il castello dei Santi Casto e Cassio, ma casualmente emergono di più le iniziali delle due parole più importanti del nome: ogni riferimento al Pd sembra voluto, anche se il 2,69% finale è poco esaltante.
Dopo Fabrizio Pintori, che con il MoVimento 5 Stelle si è classificato al terzo posto tra i candidati sindaci, vanno segnalate le tre liste a sostegno di Augusto Vinciguerra, che poi al ballottaggio ha sostenuto De Donatis. Due di queste si potrebbero classificare - secondo la nomenclatura Sinni-Branzaglia - "Viva la gente": Insieme si può raccoglieva cinque sagome umane stilizzate, colorate e a braccia alzate; Cambiamo insieme (accanto a un tricolore avveniristico) conteneva sempre cinque sagome, ma più realistiche e tinte di arancione.
Più interessante, dal punto di vista grafico, risulta essere il terzo simbolo della coalizione, che pure è stato il meno votato. Chi ama Sora vince, infatti, sembra chiaramente ispirato al simbolo della lista di Alfio Marchini a Roma, con il suo cuore rosso al centro (anche se sono chiaramente diversi i colori del fondo e della "lunetta" in basso). A prima vista e guardando la miniatura, infatti, il cuore a campitura irregolare può ricordare quello di Marchini, ricavato dalla mappa della città; guardando in dettaglio, tuttavia, si coglie che il disegno è formato da molte ruote dentate e ingranaggi, sincronizzati in un unico meccanismo. Come a dire che, se si ama una città, occorre una sintonia ben oliata. Nessun consigliere, come per le altre liste (solo Vinciguerra è stato eletto), ma l'idea grafica merita un plauso.
A chiudere la fila dei candidati è Antonio Vitale, sostenuto da Noi con Salvini (fermo intorno all'1%), mentre penultimo è arrivato Bruno La Pietra, appoggiato dalla lista Sinistra unita Sora. Una lista decisamente arcobaleno, a vedere l'emblema - mancano alcuni colori, ma l'idea grafica comunicata è quella - con le "n" nel nome marcate in corsivo. In qualche modo, al di là dei simboli del M5S e di Noi con Salvini, questa sembra essere la lista meno civica di tutte, se non altro perché dichiara senza possibilità di errore a quale area appartiene, senza nascondersi dietro simboli che ne richiamano altri senza nominarli. Il risultato, attorno al 3,5%, non ha però consentito alla sinistra di avere rappresentanti.  

domenica 26 giugno 2016

A Bologna rinasce un Pci (che punta alle elezioni)

D'accordo, non è lo stesso soggetto giuridico che nel 1991 decise di cambiare il proprio nome e di rimpicciolire i segni di un tempo, ma da oggi esiste ufficialmente di nuovo un Partito comunista italiano e ha un segretario, che resterà in carica fino al primo congresso tra alcuni mesi. Il rito della Costituente comunista era iniziato venerdì al circolo Arci di San Lazzaro di Savena ed è terminato da un'oretta, con la sala grande della struttura ben affollata - 571 delegati da tutta l'Italia e un bel numero di invitati - e addobbata con tante bandiere che, per le persone che entravano, hanno certamente riportato l'orologio della mente - almeno per qualche lungo secondo o minuto - indietro di un quarto di secolo o anche di più.
Il simbolo, indubbiamente, è quasi identico a quello che fu del partito di Togliatti, Berlinguer e - per ultimo - Occhetto. Fin dall'inizio è stato chiaro che le bandiere erano uguali, al di là delle aste che da bianche erano diventate nere e del contorno bianco della bandiera rossa che si è ingrossato, mangiandosi un po' di tricolore; quanto alla la sigla del partito, sempre nella parte bassa del simbolo, aveva perso i punti ed era stata "rinfrescata" nel carattere, sempre bastoni ma più leggero rispetto al passato (dall'Helvetica al Brandon Grotesque). Nessun "tradimento della tradizione" (men che meno di Renato Guttuso, che quasi certamente non aveva disegnato l'emblema storico del Pci, come molti continuano a credere ancora oggi: una leggenda metropolitano-comunista dura a morire...), ma desiderio di riprendere un discorso abbandonato venticinque anni fa, senza che questo sia stantio o ricoperto di polvere sin dall'inizio. 
Così, nel comitato centrale uscito eletto dall'assise di questi giorni, ci sono 157 persone, con una buona rappresentanza di giovani al suo interno: parole d'ordine, comunismo radicato nel presente, impegno senza nostalgia. E se a farsi promotore della nascita del nuovo soggetto politico è stato soprattutto il Partito comunista d'Italia (tra le persone sul palco si riconosce bene Manuela Palermi, già capogruppo Pdci al Senato nella XV legislatura), a partecipare alla costituente non sono stati solo ex esponenti del PcdI, ma anche persone con un passato in altre formazioni comuniste (a partire dal Prc) e, più in generale, dal mondo del lavoro, del sindacato e delle associazioni. 
La votazione di oggi pomeriggio ha indicato come segretario Mauro Alboresi, un lungo passato nella Cgil, già segretario dei Comunisti italiani in Emilia Romagna: lui manterrà la carica fino al primo vero congresso del Pci, previsto nei prossimi mesi (probabilmente il prossimo anno), poi il partito continuerà la propria attività. Il progetto, l'idea non è tanto il voler unire tutti coloro che si dichiarano comunisti e militano in altre formazioni, col rischio di costruire un semplice cartello disomogeneo, fatto di compagni che si guardano in cagnesco; chi si è ritrovato in questi giorni a San Lazzaro, a 12 chilometri dalla Bolognina che fu teatro dell'inizio della fine del Pci, punta soprattutto a costruire una realtà politica solida e credibile per i cittadini che si identificano nella sinistra. 
Punto indefettibile dell'agenda sarà partecipare alle elezioni e farlo proprio con quei segni distintivi: il nome è quello storico e non darà alcun problema (nessun partito agisce da tempo con il nome di Pci, nemmeno il Partito comunista di Marco Rizzo, che ovviamente non è parte di questo progetto). Quanto al simbolo, qualcuno aveva temuto che la (voluta) quasi identità con l'emblema che fu del partito di Berlinguer potesse provocare una reazione da parte dell'Associazione Berlinguer, che riunisce tutte le fondazioni nate per conservare il patrimonio degli ex Ds - simbolo compreso - e il cui legale rappresentante è tuttora il tesoriere del partito, Ugo Sposetti; interpellato un mese fa da David Marceddu del Fatto Quotidiano, tuttavia, Sposetti aveva dichiarato: "Se quando il loro simbolo verrà registrato sarà identico al nostro, faremo quello che dovremo fare. Purtroppo, se c’è qualche variazione sul simbolo non gli puoi dire nulla". Questo dovrebbe - o almeno potrebbe - bastare a non far prefigurare cause o altri provvedimenti da parte dei titolari dell'eredità simbolica del "vecchio" Pci: una sorta di "tolleranza" che dovrebbe permettere ad Alboresi e agli altri di prepararsi alla sfida del voto senza grattacapi, ma "solo" con la responsabilità di impegnarsi per dare al simbolo un valore degno del suo passato.

venerdì 24 giugno 2016

Massafra, monumenti (e omonimi) sulle schede

A Massafra, comune tarantino di circa 33mila abitanti, gli elettori devono avere pensato che a disegnare la scheda elettorale fosse stata l'azienda di promozione turistica: in un gran numero di simboli, infatti, sono spuntati tanti monumenti della città, cui vari candidati hanno ritenuto di riferirsi per intercettare l'attenzione dei votanti o apparire meglio legati al territorio. Si parta da Strada maggiore, la lista risultata più votata (12,75%) tra quelle che hanno sostenuto il candidato sindaco poi vincitore, Fabrizio Quarto: il nome, come si legge sul sito della formazione, era quello "dell'antica strada del centro storico di Massafra", scelto come segno di attenzione per il passato da spendere per il futuro; nell'emblema sono state riportate a fronte la facciata della chiesa dei Santi Medici e la Torre dell'Orologio di piazza Garibaldi.
Ovviamente non tutta la coalizione si è fatta prendere dalla passione monumentale: la seconda lista più votata (con circa mezzo punto percentuale in meno) è stata una "bicicletta" politico-partitica di natura tradizionale. Il cartello era formato da Noi Centro per Massafra (simbolo mutuato dall'omonimo partito fondato nel 2010 e guidato in Puglia da Massimo Ferrarese, con tanto di sole che sorge dal mare e si staglia nel cielo) e dall'Unione di centro: i due emblemi erano inclinati in visione prospettica su un fondo prevalentemente giallo, ma a emergere con la maggior evidenza era, tanto per cambiare, il cognome del candidato sindaco su una fascia bianca.
A una certa distanza - intorno al 4% - ci sono le altre due liste a sostegno di Quarto. La prima, Ambiente e progresso, aveva una grafica piuttosto semplice, non particolarmente evocativa, nei colori (terra di Siena e azzurro) e nel lettering; la seconda, Quarto sindaco, era chiaramente debitrice nella struttura e nel look alla grafica di Google, con tanto di casella per la ricerca con riconoscimento vocale ben nota a chi usa smartphone e tablet.
Al ballottaggio, Quarto ha affrontato un altro candidato di centrodestra, Raffaele Gentile. Tra le liste su cui poteva contare, la più votata e quella con meno consenso erano eminentemente partitiche: la prima era quella di Forza Italia (personalizzata nel logo con l'espressione "Con Gentile" nella parte superiore), la seconda un "cartello" che metteva insieme Massafra popolare (dunque Ncd - Area popolare) e Rivoluzione cristiana. Il fondo del contrassegno era chiaramente azzurro - vista la posizione dei due partiti originari - mentre la parte testuale si è fatta notare soprattutto per la resa grafica poco felice (una font diversa probabilmente avrebbe dato benefici al logo).
Le due liste di mezzo, invece, non contenevano alcun riferimento partitico, avendo l'immagine chiara e individuabile di progetti civici. Il discorso valeva innanzitutto per Massafra futura, che si caratterizza graficamente per due piccoli tocchi di colore nella parte bassa (quasi una strada su un colle, o un "baffo" non meglio precisato), ma anche per Massafra cambia, che tenta di "sfondare" il limite della bidimensionalità grazie a ombre e figure ovoidali sovrapposte, a toni di blu, con tanto di silhouette di una famigliola tradizionale, con genitori e due figli piccoli.
Si parlava però di monumenti e, nella compagine della candidata classificatasi al terzo posto, Ida Cardillo, il tema grafico ha un rilievo notevole. Al di là della lista del Pd, decisamente la più votata del gruppo, le altre due liste hanno sfoggiato entrambe il tema monumentale. Lo ha fatto innanzitutto Ida Cardillo Sindaca - una delle pochissime formazioni che, all'interno del nome, riprodotto su fondo verde, ha utilizzato la dicitura declinata al femminile - proponendo addirittura una visione a collage di tre monumenti fondamentali della città: a destra l'antica Chiesa Madre (riconoscibile dagli archi e dal rosone centrale), la cupola del Duomo di San Lorenzo martire e, sullo sfondo, il castello di Massafra.
Lo stesso castello, tuttavia, figura come protagonista nel simbolo - assai più colorato - di Massafra Bene comune, che tinge in vari colori anche le case del paese, nonché uno dei ponti che caratterizza il paese, nonché - in lontananza - lo stesso Duomo, sempre riconoscibile per la sua cupola. Anche qui nella parte bassa c'è l'indicazione della candidata - stavolta con la carica di sindaco al maschile - su fondo blu e in caratteri minuscoli. Le due liste "monumentali", tuttavia, messe insieme hanno sfiorato solo il 4%, poco più della metà del risultato ottenuto dal Partito democratico in questa consultazione; i voti raccolti, tuttavia, sono stati sufficienti per Cardillo per arrivare in consiglio comunale.
Era formata in gran parte da partiti la coalizione che appoggiava la corsa di Antonio Viesti: nella scheda del primo turno, infatti, si vedevano i simboli dei Conservatori e riformisti di Fitto (tra i pochi comuni a vederli correre), di Italia unica (con l'emblema originale) e di Fratelli d'Italia (che al ballottaggio ha poi sostenuto Raffaele Gentile). Unico contrassegno non partitico era quello della lista civica Il Centro, con la grafica rappresentata da un tricolore a cerchi concentrici: una struttura a metà tra la coccarda nazionale - a tinte invertite, essendo il verde all'esterno e non al centro - e un bersaglio da tiro, con il centro rosso (obiettivamente da dimenticare la font Copperplate Gothic per il nome della lista).
Torna poi l'elemento monumentale negli emblemi che appoggiavano la candidatura di Giuseppe Cofano, anzi, dell'architetto Cofano. E non tanto per una particolare passione per i titoli, ma perché i Giuseppe Cofano candidati a sindaco erano ben due: per distinguersi, hanno inserito i loro titoli persino nei propri contrassegni. Il primo, architetto appunto e già sindaco del comune che qui interessa tra il 2001 e il 2006, si è innanzitutto fatto appoggiare dalla lista Massafra ti voglio bene, che sul proprio sfondo aveva una bandiera tricolore mossa dal vento, anche se i colori erano stati irrealmente riprodotti a barre verticali regolari.
Arrivando ai monumenti, essi figurano come ingredienti fondamentali della lista La città che vogliamo (con una "torre merlata di tre alla ghibellina, al naturale, aperta e finestrata", che fa parte dello stemma cittadino ... curioso che la grafica sia stata conservata senza problemi) e pure di Massafra città per tutti (con la veduta della città ammirata da una marea di persone, ma con un testo praticamente illeggibile nella parte inferiore): insieme, però, hanno preso solo intorno all'1,2%.
Quanto al dott. Giuseppe Cofano - sì, l'identificazione arriva con uno dei titoli più diffusi, che non si nega persino a chi non lo ha (ma, oggettivamente, è diverso da quello di architetto) - anch'egli ha ceduto alla passione monumentale inserendo all'interno del contrassegno della sua Costituente di centro un'immagine stilizzata con archi verdi, riempiti da spazi blu. La grafica, obiettivamente, non è di immediata lettura, ma l'elemento verde si dovrebbe riferire ai ponti storici della città - spesso usati per identificarla; potrebbe anche richiamare la struttura di un portico, ma non è dato sapere se a Massafra ce ne siano di rimarchevoli e identitari, dunque ci si può accontentare dei ponti.
Se questa lista ha ottenuto poco più del 2%, si è fermata a sfiorare lo 0,3% la lista della Democrazia cristiana Puglia: si tratterebbe, a quanto sembra di capire dalla grafica, di una delle pochissime partecipazioni elettorali del comitato nazionale Dc voluto e presieduto da Raffaele Lisi (lo suggerirebbe la dicitura "dal 1943" inserito nella parte alta del contrassegno, ma potrebbe trattarsi di un errore). Come è facile notare, nel braccio orizzontale della croce sullo scudo manca la parola "Libertas": non è dato sapere se la scritta non fosse presente già nell'emblema depositato in commissione elettorale o - considerando la presenta del simbolo dell'Udc in un altro contrassegno elettorale - i funzionari abbiano chiesto di togliere la parola per evitare confusione.
Il risultato non è stato lusinghiero, ma la Dc non è stato il fanalino di coda di queste elezioni. A serrare la fila, infatti, ha provveduto la lista Iniziativa democratica per la Puglia: si tratta di un movimento civico a carattere regionale, guidato dal consigliere regionale Alfonso Pisicchio e nato "per essere qualcosa di più e di diverso della forma-partito tradizionale, qualcosa di più vicino ad una rete civica regionale, con l’ambizione di collegare le migliori esperienze civiche diffuse sul territorio pugliese all'interno di un disegno unitario che guardi alle nuove espressioni della politica e alle nuove forme d’impegno". Il simbolo era piuttosto schematico, con le iniziali del nome in blu, al di là della parte inferiore della "I" colorata in rosso: non molti dovevano conoscerlo, dal momento che ha ottenuto solo 23 voti, pari allo 0,11%, difficile però che a determinare il risultato sia stato frutto della mancanza di monumenti.

mercoledì 22 giugno 2016

Varese, simboli vincenti e perdenti

Tra i comuni che, dopo i ballottaggi, hanno fatto notizia, va considerato con certezza anche Varese. E' arrivata inattesa, infatti, la vittoria del centrosinistra sulla coalizione a trazione leghista, da sempre "di casa" da quelle parti. Quasi a sorpresa, invece, si è imposto Davide Galimberti, sostenuto principalmente dal Partito democratico (che, da solo, ha ottenuto il 24% dei consensi), con il simbolo nazionale personalizzato con il suo cognome. Non si tratta ovviamente di una soluzione originale: è la stessa già vista varie altre volte, a partire dal simbolo Pd che a Milano ha sostenuto Beppe Sala, senza troppo sacrificare l'emblema tradizionale disegnato da Nicola Storto.
Le altre liste della coalizione sono rimaste tutte sotto al 10%, ma insieme avevano prodotto un discreto blocco di consensi. Quella meglio piazzata è stata la lista personale dell'aspirante sindaco, chiamata semplicemente Lista Davide Galimberti, dalla grafica molto semplice. Il fondo è azzurro (nell'immagine qui sembra poco centrato, ma probabilmente è un difetto di stampa del manifesto), il testo è bianco a parte il nome, riportato in verde. Unico elemento grafico "diverso" è rappresentato dalle virgolette, disposte però in modo particolare, una col ricciolo che guarda in su e una speculare: in quella posizione, peraltro, richiamano - e non a caso - una "d" e una "g" minuscole, guarda caso le iniziali del candidato sindaco.
Piuttosto staccata, arrivando a sfiorare il 4%, si trova poi la lista Varese 2.0, evoluzione elettorale - come movimento politico - del comitato omonimo nato nel 2014 per pensare scelte alternative a quella dell'allora amministrazione di centrodestra. La grafica è decisamente semplice e - prevedibilmente - priva di qualunque immagine: c'è solo il semicerchio superiore rosso e il nome della lista in verde, particolari che possono ricordare un po' la struttura del vecchio simbolo di Sinistra e libertà (2009, subito prima di Sel, dunque): nessun paragone coi partiti però è appropriato, trattandosi di un soggetto che se ne dichiara lontano. In evidenza c'è il cognome del capolista, Daniele Zanzi, da tempo impegnato nelle battaglie politiche del comitato.
Ha ottenuto invece il 3,7% la lista Progetto concittadino - Varese cambia davvero, nata dall'impegno di Dino De Simone, che era stato sconfitto alle primarie del centrosinistra, ma aveva garantito l'appoggio al vincitore Galimberti: era lui, dunque, il capolista di una formazione di respiro civico, che nel suo contrassegno non aveva alcun riferimento territoriale o comunque riconoscibile. In effetti non è semplice interpretare la parte grafica del simbolo, soprattutto per chi non è del luogo e non conosce il pregresso: l'emblema, come aveva scritto Varesepolis, "riprende i colori e i tratti che contraddistinguono il gruppo cresciuto attorno alla candidatura alle Primarie: arancione, il colore delle migliori esperienze progressiste degli ultimi anni, con il 'baffo' verde, per richiamare l’esperienza ambientalista, viva e attiva anche a Varese".
Ultima della coalizione, non arrivata nemmeno all'1%, è la lista Cittadini per Varese, intesa come evoluzione a livello locale di Scelta civica. Il simbolo utilizzato per l'occasione è quello stabilito a livello nazionale, ovviamente con la specificazione "per Varese"; rispetto alla norma, tuttavia, questa è forse la prima volta in cui il contrassegno contiene anche il riferimento al candidato sindaco da sostenere, forse per una maggiore identificazione all'interno della coalizione. Il risultato, tuttavia, non può dirsi brillante; difficile pensare che sia colpa della scelta del simbolo, più probabile che il gruppo non fosse esageratamente radicato sul territorio e, pertanto, in pochi si siano riconosciuti nella lista.
Vero sconfitto di queste elezioni sembra essere invece Paolo Orrigoni, candidato del centrodestra. Naturale che le due liste più votate della coalizione siano state la Lega Nord (contenente nel contrassegno il simbolo della Lega Lombarda) e Forza Italia (con l'indicazione del cognome dell'aspirante in alto). Subito dopo, sfiorando l'11%, si è piazzata anche qui la lista personale, dal nome ovvio di Paolo Orrigoni sindaco: più che per l'uso dei colori e per la banda rossa centrale con testo bianco (le due tinte varesine), essa si è distinta soprattutto per la presenza del Bernascone, il campanile della città, che si erge a fianco della basilica di San Vittore ed è decisamente riconoscibile per i varesini.
In effetti Orrigoni con questa lista ha portato a casa tre seggi, quanti ne ha avuti Forza Italia e uno in meno rispetto al Carroccio. Sono rimaste invece a bocca asciutta le altre liste, a partire da quella di Fratelli d'Italia, che dal punto di vista grafico ha adottato una soluzione simile a quella vista a Milano, cioè inserire il proprio simbolo in una corona (là gialla con scritte blu, qui bianca a scritte rosse, riprendendo anche qui i colori cittadini), in cui si leggono l'indicazione del sindaco e lo slogan "Varese cresce". Il bianco, in qualche modo, ha alleggerito l'emblema centrale, che sembrava un po' fluttuare in modo irreale nella scheda, essendo dello stesso colore dello spazio circostante.
Ancora meno fortunate le due liste di Varese popolare e del Popolo della famiglia, che hanno ottenuto rispettivamente il 2,75% e l'1,93%. La seconda ha utilizzato esattamente l'emblema nazionale proposto all'inizio della campagna elettorale da Mario Adinolfi; il simbolo dell'evoluzione del Nuovo centrodestra, invece, è nella parte superiore quello già visto altrove, con il cuore giallo - senza stelle - su fondo azzurro e il nome scritto in carattere bastoni, mentre la parte inferiore contiene il riferimento "Orrigoni sindaco", con una sottolineatura rossa che nel centrodestra è piuttosto inusuale (Sgarbi a parte), ma qui si spiega - ancora una volta - con l'adozione dei colori cittadini.
All'ultimo posto, all'interno del gruppo, si è posizionata - con l'1,34% dei voti - la lista del Movimento libero, espressione di Alessio Nicoletti, già assessore in quota An. Per il proprio raggruppamento, lui ha scelto "un cavallo bianco senza briglie e senza sella - così scriveva VareseNews - e sullo sfondo i colori biancorossi di Varese". Era stato proprio l'ex amministratore a spiegare - alla stessa testata giornalistica - che "il bianco è il simbolo della purezza; il fatto che il cavallo non abbia né briglie né sella significa che è libero di correre; proprio come noi che vogliamo voltare pagina e slegarci dai partiti che legano la politica e la gestione della cosa pubblica". A conti fatti, tuttavia, nell'immagine non si sono riconosciuti in molti.

lunedì 20 giugno 2016

Sesto Fiorentino, i simboli della Sinistra che vince

Al di là di Roma, Torino, Milano, Bologna e Napoli, i casi più commentati degli ultimi due giorni, i ballottaggi alle elezioni amministrative dello scorso fine settimana hanno riservato vari altri casi interessanti, che meritano di essere analizzati. Ha ricevuto, per esempio, una certa risonanza mediatica il voto a Sesto Fiorentino - già Sestograd, per i drogati di politica - con il candidato del Pd avanti al primo turno, ma battuto al ballottaggio dall'appena più giovane Lorenzo Falchi, candidato dichiaratamente di sinistra. Non a caso, questo è uno dei pochi comuni in cui è stato presentato il simbolo di Sinistra italiana o, almeno, qualcosa che gli somigli: la sigla è quella, ma non è stata resa con le righe parallele; il fondo è rosso quasi come nell'ultima versione del segno e la parte inferiore bianca, a base curva, ricorda un po' la struttura (a colori invertiti) del penultimo simbolo di Sel.
A sostegno di Falchi, peraltro, c'era anche una seconda lista, una formazione civica denominata Per Sesto. La formazione è stata un po' più aggressiva sul piano grafico: su un fondo sfumato ma tendente allo scuro, infatti, è stata inserita una grossa e pesante X in funzione di "per", a voler rafforzare l'espressione "per Sesto". Non era facile far acquisire familiarità con una grafica simile, anche se di certo aveva poche probabilità di passare inosservata: non a caso, al primo turno, a fronte del 17,54% di Sinistra italiana, aveva comunque portato a casa un dignitosissimo 9,55%, che ora le permette di ottenere 5 consiglieri, uno in più del Pd che ha ottenuto il triplo dei voti.
Quanto alla coalizione che sosteneva Lorenzo Zambini (classe 1978, appoggiato in modo esplicito dalla segreteria nazionale), oltre all'ovvio simbolo del Partito democratico (senza aggiunte o nomi), si segnalava la lista Sesto! Siamo noi, già varata alle amministrative del 2014 (quando venne eletta sindaca Sara Biagiotti, amministrazione finita con il commissariamento dopo le dimissioni di un gruppo di consiglieri) e riproposta in questa occasione. Pur essendo una formazione della società civile (cui hanno dato appoggio pure Popolari per Sesto, socialisti, Democrazia solidale e Idv), la grafica richiamava e richiama quella utilizzata nel 2012 da Matteo Renzi, con lo slogan "Adesso!".
Terza formazione del gruppo era Sesto civica, raggruppamento che riunisce all'interno dello stesso emblema le "pulci" del Movimento Sesto2014 (soggetto che nel 2014 aveva corso da solo con Fabrizio Muscas come candidato a sindaco, ora capolista della formazione), dei Cittadini per Sesto Fiorentino (evoluzione di Scelta Civica) e di Laboratorio Italia. In effetti, rispetto alle realtà che ha cercato di riunire, i promotori della lista hanno cercato di far emergere soprattutto il carattere civico della formazione, grazie al nome e all'evidenza che ha ricevuto nell'emblema: bisogna ammettere, però, che il carattere Courier, assieme alla struttura almeno un po' sbilanciata del contrassegno, non ha aiutato a ottenere un risultato grafico soddisfacente. Entrambe le formazioni, tuttavia, sono rimaste sotto al 4% e resteranno fuori dal consiglio.
Altro candidato di area sinistra, arrivato terzo al primo turno, era Maurizio Quercioli, già candidato due anni fa per Sel e due liste civiche. Questa volta poteva contare innanzitutto su un curioso rassemblement, denominato Insieme, che unisce tre emblemi: quello di Rifondazione comunista, quello di Possibile e il meno noto logo di Alternativa libera, movimento costituito da alcuni fuoriusciti del M5S e che alla Camera ha fatto nascere una componente del gruppo misto proprio con i civatiani di Possibile. Nel suo essere semivuoto e semiaffollato, il contrassegno non è riuscito nemmeno troppo sgradevole, anche se di certo non era un capolavoro di grafica o di originalità.
L'altro emblema a sostegno della candidatura di Quercioli era quello di Per Sesto bene comune, nata essenzialmente come associazione di promozione sociale e presentatasi a queste elezioni come lista. In questo caso, obiettivamente, la grafica è stata curata con maggiore attenzione: ci si è affidati soprattutto all'uso delle font per rendere il nome della lista, inserendo solo due archetti arancioni - come il testo - per riempire un po' di più lo spazio del cerchio, senza lasciare troppo bianco all'interno della circonferenza. Questa lista, peraltro, anche per il suo probabile radicamento, ha ottenuto più del 10% e riuscirà anche ad avere un proprio rappresentante in consiglio.
Penultima al primo turno - a pochi decimi di punto di distanza da Pietro Pompeo Cavallo, candidato del M5S e comunque eletto consigliere - si è collocata Maria Tauriello, candidata sindaca per il centrodestra. Lei riuscirà a entrare in consiglio, mentre resteranno fuori tutti i rappresentanti delle sue liste. Su Forza Italia, presentatasi con il simbolo delle europee 2014 personalizzato con il cognome della candidata, si è leggermente imposta la "bicicletta" Sesto Fiorentino - Tauriello sindaco, che affiancava i simboli della Lega Nord Toscana (con il cognome di Salvini scritto decisamente troppo sottile) e di Fratelli d'Italia (sempre versione 2014), collocandoli in un cerchio equamente diviso tra bianco e giallo.

sabato 18 giugno 2016

Giovanni Negri recupera la vecchia Lista Referendum (con una rosa di troppo?)

In pieno silenzio elettorale non voglio parlare di cose che, in un modo o nell'altro, possono avere influenza sulle sfide amministrative che si decideranno domani con il ballottaggio. L'occasione, dunque, può essere buona per guardarsi intorno e trovare altri spunti interessanti. Scartabellando qua e là, scopro che da poche settimane è resuscitato il simbolo della Lista Referendum, costituita ad hoc per le elezioni politiche del 1992. Se ne fregia Giovanni Negri, segretario del Partito radicale dal 1984 al 1988 (l'ultimo prima della trasformazione in Partito radicale transnazionale), europarlamentare tra il 1988 e il 1989 e, appunto, tra i promotori della Lista Referendum voluta da Massimo Severo Giannini.
Da anni Negri era impegnato essenzialmente a produrre vino e a scrivere libri, ma ora ha scelto di combattere di nuovo, anche per dare continuità a quella battaglia condotta all'inizio degli anni '90 (e, volendo, anche prima). Sulla pagina Facebook Radicali per il Sì - Sì per i Radicali rivendica innanzitutto di aver promosso "i referendum Segni, i referendum Giannini, i referendum Tortora" per "dare al Paese una democrazia moderna e bipartitica, mandare a casa la partitocrazia spartitoria il cui debito pubblico ci incatena ancora oggi", per avere "più Stato ma meno Partito" e arrivare allo Stato di Diritto, all'equilibrio dei poteri. 
Negri, mettendo in guarda da "tutte le ombre lunghe, i mandarini, gli immobilisti, le voglie di rese dei conti, i gattopardi, gli interessi di chi vuole inchiodare la Repubblica a questo malinconico Macondo" che si starebbero affollando intorno al referendum costituzionale, ha scelto di schierarsi dalla parte del "sì". Perché "la nuova legge elettorale non trasformerà il rospo in principe, né la riforma costituzionale muterà i topolini nei destrieri di Cenerentola. Però ci sono", non sono perfette ma danno effetti desiderabili, come liberare il sistema politico "dal proporzionale spartitorio e dalle porcellate" e indurlo al bipartitismo, ridando poi allo Stato "poteri troppo superficialmente delegati a Regioni spesso deresponsabilizzate". 
Il sostegno alla riforma è espresso "da Radicale e spero con tanti altri radicali, perché io non so definirmi in altro modo"; Negri punta a "fare uscire dalla marginalità, da un cono d’ombra, dalla malinconia [...] soprattutto una storia politica e una vicenda umana - quella radicale, appunto [ndb] - che può guardare diritto negli occhi ciascun italiano". Lo scopo non è candidarsi o essere eletto di nuovo da qualche parte, precisa, né puntare a controllare "le radio, le frequenze ed antenne, le sedi e gli immobili" (della galassia radicale) che sono – letteralmente – affari altrui. Semplicemente, rivendica la propria storia e le sue convinzioni: "siamo radicali dalla Marianna alla Rosa nel Pugno - spiega - siamo radicali perché questo è anche un modo di vivere e di essere, orgogliosi di quella che fu una forza povera e nobile ma umili quanto basta per ascoltare, capire anche chi è più diverso e lontano da noi". Non a caso, dopo avere ricordato l'epopea delle cataste di firme raccolte con poche forze, delle veglie, dei digiuni e dei sit-in, Giovanni Negri conclude convinto: "Coraggio. Vedrete come faremo in fretta a ritrovarci, a consegnare la parola Radicali non al passato ma al futuro. Un futuro del quale non abbiamo paura".
Per fare tutto questo, dev'essere risultato praticamente ovvio a Negri ritirare fuori l'emblema dell'ultima grande battaglia politico-referendaria condotta: quella, appunto, della Lista Referendum del 1992. Tutto bene e tutto tranquillo? Insomma, perché quello non era il simbolo di quel gruppo - emblema che tra l'altro nel 1992 irritò alcuni dei referendari di allora, Mario Segni compreso: sentendosi defraudati dell'iniziativa, tentarono inutilmente di mettersi di traverso - ma la sua versione elettorale. Questa, oltre al "Si" gigantesco bianco su fondo arancione, con la scritta "Referendum" sovrimpressa, conteneva anche la corolla della rosa radicale (senza pugno e senza foglie), concessa dal Partito radicale transnazionale (lontano dalle elezioni, ma ancora presente in Parlamento dopo il voto del 1987) in extremis, mentre non era ancora scaduto il termine per depositare i contrassegni al Viminale, al solo scopo di evitare la raccolta delle firme.
La prima versione del simbolo
Non stupisce che Negri abbia voluto usare proprio quel disegno con la rosa (e non la prima versione che ne era prima ed era stata già depositata al ministero), visto il suo esplicito riferimento alla propria storia radicale; tanto però è bastato perché in rete una parte dei radicali protestasse in modo vibrato, lamentando un'usurpazione del segno storico di quell'area, che il Partito radicale aveva mutuato - con varie traversie che ho raccontato altrove - dal Psf di Mitterand negli anni '70 e aveva utilizzato per anni. 
Ora, è vero che qui non c'è nessuna competizione elettorale di mezzo (se non il referendum, che però non prevede l'uso di simboli), dunque non valgono le regole dettate per i contrassegni; è altrettanto rispettabile l'intento di Negri di rifarsi alla sua storia radicale. E' altrettanto certo, tuttavia, che l'uso di quella rosa non pare del tutto opportuno: un comunicato radicale, tuttora leggibile sul vecchio sito dell'area, ricorda come, nell'impossibilità di raccogliere in pochissimi giorni le firme richieste ai nuovi soggetti politici e per la necessità di tenere aperti il più a lungo possibile gli elenchi di candidati, la Lista Referendum avesse "chiesto al Partito Radicale, che come noto non si presenta alle elezioni, di consentirci l'esenzione dalla raccolta di firme suddette - come la legge gli consente di fare con la conseguente aggiunta (che la legge prescrive) - nel contrassegno della lista referendaria di una parte del simbolo del P.R., la rosa" e che "il Partito Radicale, in armonia con tutta la sua lunga storia di servizio e di battaglie democratiche [...], ha deciso di acconsentire alla richiesta della Lista Referendum di Massimo Severo Giannini".
Appare chiaro, dunque, come la concessione di parte del simbolo del Pr sia stata fatta - oltre che per la presenza in lista di radicali come Negri - all'esclusivo scopo "tecnico" di evitare la raccolta delle sottoscrizioni (lo stesso avvenne per la Lista Pannella, che si esentò dalle firme inserendo l'intera "pulce" degli Antiproibizionisti sulla droga, rappresentati a Strasburgo): la rosa, insomma, sarebbe stata concessa una tantum, in modo precario e al più per la durata di quella legislatura, ma non era certo diventata parte stabile del simbolo della Lista Referendum (che, peraltro, nemmeno riuscì ad approdare in Parlamento). Tutto, naturalmente, sarebbe giuridicamente ineccepibile se l'uso della rosa fosse stato richiesto a monte all'attuale titolare del segno, ossia la Lista Pannella - che, nel frattempo, ha come nuovo presidente Maurizio Turco - e questa avesse dato l'assenso: ciò potrebbe anche essere accaduto, ma non c'è modo di verificarlo. Per evitare grane di qualunque tipo, tra l'altro, sarebbe bastato anche solo far ridisegnare quella corolla di fiore con una foggia diversa: il riferimento radicale sarebbe stato colto comunque, ma nessuno se ne sarebbe potuto lamentare.