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domenica 12 marzo 2017

Il Partito della gente: quelle mani colorate orfane

E poi ci sono quei partiti che nascono senza nascere. Che vengono annunciati, magari si conquistano anche uno o più passaggi su quotidiani e telegiornali, ma sulle schede o nelle bacheche del Viminale i loro simboli - più o meno sconosciuti - non ci finiscono mai, nemmeno per sbaglio, e anche a livello di organizzazione sul territorio sembrano ben poco "esistenti". L'elenco delle formazioni che, anche a breve distanza dall'evento che le ha lanciate, lasciano scarse tracce di sé non pare nemmeno troppo vuoto; soprattutto negli ultimi anni, hanno finito per popolarlo i soggetti più diversi. Tra gli esempi più recenti, per dire, si può prendere il Partito della gente.
Chissà in quanti ricordano l'atto fondativo, datato 10 ottobre 2014 (teatro dell'operazione: la Domus Pacis di Roma), di quello che nelle intenzioni voleva essere un partito realmente nuovo, lontano da ogni posizione o schieramento tradizionale (centro, destra, sinistra) perché "vicino alla gente", o "dalla parte della gente". Non che questa collocazione fosse del tutto inedita (a pensarci bene, la vicinanza al popolo, ai cittadini la rivendicano un po' tutti), così come non era proprio nuovissima la rivendicazione di una distanza siderale dagli altri attori politici, inguaribilmente affetti da inconcludenza. Più interessante era notare che la posizione del nascente movimento era caratterizzata 
in chiave essenzialmente economica, lavorativa e produttiva: ciò, peraltro, non appare troppo strano, se si considera che a coordinare il partito spuntato nel 2014 era stato addirittura Sergio Marini, fino a poche settimane prima a capo di Coldiretti.
Ed era proprio l'esperienza accumulata in Coldiretti che Marini voleva mettere in pratica nella sua nuova creatura politica, rivolgendosi ai partecipanti provenienti dal mondo "del lavoro, dell’impresa, dell’associazionismo cattolico e non, del volontariato". La risposta alla crisi - economica, ma non solo - doveva passare attraverso i concetti/valori di responsabilità (intesa come "non rimanere più ad osservare il declino del Paese da meri spettatori") e di solidarietà tra i cittadini (praticando una "reale condivisione e viva cooperazione fatte di comportamenti ed agire quotidiani"). 
Occorreva soprattutto "una visione nuova del Paese", fondata sulle "risorse culturali, ambientali e imprenditoriali" di cui l'Italia è ampiamente dotata ("a partire dal turismo, dall'agroalimentare, dall'artigianato" e, più in generale, tutto ciò che è made in Italy o comunica Italian Style). Anche qui, più che una risorsa, l'Europa si mostrava come un problema, un fallimento per una sempre maggiore distanza dal pensiero dei "padri fondatori" da parte delle istituzioni europee; era invece necessario credere di nuovo nelle "competenze e potenzialità" di ciascuno, "recuperando orgoglio, dignità, passione" e valorizzando talento e creatività dei giovani e di chiunque avesse dimostrato di averne. 
La soluzione, secondo Marini e gli altri presenti, era lavorare per creare un "soggetto politico forte nell'identità, efficace nelle forme organizzative, severo nella selezione della classe dirigente, aperto alla partecipazione, alle esperienze". Ci voleva, appunto, il Partito della gente, che in quell'evento di lancio peraltro un suo simbolo vero e proprio non ce l'aveva: tutto si riduceva a una scritta bianca su fondo rosso, solo colori e parole per definire un movimento o partito che aveva bisogno di acquistare visibilità, ma di segni - ben identificabili - non ne sfoderava nemmeno uno.
Tempo qualche mese e si tentò di correre ai ripari: su Facebook ad aprile del 2015 apparve un logo con sei sagome stilizzate di mani, ciascuna di colore diverso, disposte a esagono, mentre una settima era leggermente adagiata sulle altre. L'accostamento delle tinte dell'arcobaleno voleva dare proprio l'idea di quanto fosse varia la "gente" che il partito voleva rappresentare; un concetto simile, del resto, sembrava essere alla base del logo del Servizio civile nazionale (anche se naturalmente le due raffigurazioni non sono affatto connesse). A completare il segno distintivo - che non aveva forma tonda, ma tutto sommato era abbastanza facile da creare - c'era il nome del partito, che si distingue solo per lo sbaffetto tricolore che ha sulla prima "A" (un po' come la vecchia Italia federale di Irene Pivetti).
Dopo quegli inizi, invece, sul Partito della gente calò il silenzio, o quasi. Sulla pagina Facebook le notizie sono poche, pochissime e soprattutto rarissime; sul territorio ogni tanto qualche iniziativa sembra spuntare (specie nell'ambiente di cacciatori, allevatori e agricoltori), ma di Marini come leader incontrastato di quel movimento o partito non si è più avuta notizia, per lo meno quanto a iniziative di livello nazionale. A testimonianza di quel momento, in fondo, restano le mani colorate o poco più.

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