lunedì 19 giugno 2017

Simboli sotto i mille (2017): il Sud (di Massimo Bosso)

Si è detto, nella seconda tappa di questo viaggio "sotto i mille", che le soddisfazioni maggiori sono sempre arrivate dal Molise e, di solito, anche i record di liste presentate in quei luoghi. Eppure questa volta, sul piano dei numeri, the winner is... Gallo Matese in provincia di Caserta: 648 abitanti, 1548 elettori e - udite udite - addirittura 10 liste presentate!! Il fatto che la legge in questi comuni non richieda di raccogliere firme per depositare le liste ha scatenato la fantasia di vari presentatori, che non si sono certo tirati indietro di fronte alla possibilità di partecipare alle elezioni di questo paesino con candidati provenienti da ogni dove, chissà poi perché (e chissà a quanti altri era venuto in mente di fare una propria lista...)
Ancora più interessante è vedere il comportamento degli elettori davanti a una messe così ampia di liste. Viviamo Gallo ha sbancato con il 78,30%; i 3 seggi dell'opposizione li ha presi Per un futuro migliore (19,11%). Esito almeno decente per Cambiare Insieme (che con 3 dei 272 voti validi ha ottenuto l'1,10%); un voto a testa (0,36%) per Progetto Comune, Uniti per Gallo, Viva Gallo Matese. Sono rimasti del tutto a bocca asciutta Stanchi dei soliti, Uniti per il cambiamento, Basta Privilegi (in trasferta dal Molise) e Fuori Tutti (simbolo visto anche sulle bacheche del Viminale nel 2013). E pensare che, dei 312 votanti (il 19,73% degli aventi diritto), 40 hanno lasciato bianca la scheda o l'hanno annullata: curioso, vista l'ampia scelta disponibile....
Sempre in Campania, a Chianche in provincia di Avellino (673 elettori, 395 voti validi), se ha vinto il sindaco uscente Carlo Grillo (peraltro con una lista - Unione per Chianche - che ha copiato la sua grafica dall'Unione di centrosinistra del 2005-2006), Democrazia e Partecipazione ha preso un solo voto. Sulla scheda c'era anche spazio per la recente battaglia che vede impegnati i comuni della Valle del Sabato contro la costruzione di un impianto per smaltire i rifiuti organici: è apparso così il simbolo di No al Biodigestore, ma a giudicare dai risultati sembra quasi che l'opera sia gradita ai cittadini, visto che nessuno di loro ha votato per questa lista... A Sassinoro, nel beneventano, la lista Insieme ha raccolto solo 3 voti, dunque è inesorabilmente rimasta fuori.
Molto scarso il raccolto interessante in Puglia e in Basilicata: i comuni interessanti per quest'analisi, infatti, sono soltanto due. In Puglia giusto a Motta Montecorvino, in provincia di Foggia, si trovano Vivere Insieme (un voto) e Uniti per Motta (zero voti). In terra lucana, invece, va considerato solo il piccolo comune di Teana, nel potentino, in cui alle due liste entrate in consiglio se n'è affiancata una terza, Obiettivo Comune: al di là della grafica basic e molto approssimativa (come mostra il testo decisamente poco "centrato"), la formazione si mostra palesemente estranea al paese, non essendo riuscita a raccogliere neppure un voto tra gli elettori di Teana.
Rielaborazione
In Calabria Insieme per Cenadi non trova alcun sostenitore, mentre a Centrache Alba Nuova ne trova solo 3 e nulla può contro le liste locali. Va meglio a Per Castroregio e Farneta che, nel comune di Castroregio in provincia di Cosenza, con soli 6 voti (3,94%) entra in consiglio con 3 seggi: il caso, guardato così, suggerirebbe di introdurre qualche forma di sbarramento anche nei comuni inferiori, ma guardando meglio si scopre non solo che alla fine ha votato il 50% esatto degli elettori, dunque la seconda lista ha evitato il commissariamento del comune, ma anche che la stessa cosa era accaduta nel 2012 e la lista "di comodo" era proprio la stessa, almeno dal punto di vista della grafica.
Anche a Staiti (Rc) ha votato solo il 37,55% (altro comune con elettori superiori agli abitanti: 450 contro 279), ma le liste erano tre e anche senza la formazione Unità per Staiti (zero voti) le elezioni sarebbero state valide. Merita poi di essere citato il caso di Ferruzzano, altro comune del reggino, in cui le liste in corsa erano due e quella arrivata seconda era nientemeno che del Partito comunista italiano: salvo errore, è la sola lista presentata dal Pci in un comune piccolo, con tanto di simbolo ufficiale ma, a differenza di tante altre formazioni "di comodo" o estranee al paese, si è battuta in modo del tutto dignitoso, raccogliendo il 40% (segno che la lista candidava essenzialmente persone del luogo). 
Il viaggio termina in Sardegna, solo per notare che nel comune di Magomadas (Or) sarebbe servita una seconda lista, visto che meno della metà degli elettori è andata al voto e l'amministrazione è stata commissariata; lo stesso, peraltro, è accaduto con comuni che tecnicamente non sono "sotto i mille" e dunque richiedono la raccolta di (poche) firme, come Chiaramonti e Palau (entrambi nel sassarese), che condividono la sorte a livello nazionale con Landiona (No), Serravalle Sesia (Vc), Oltre il Colle (Bg), Ripatransone (Ap), Montauro (Cz) e Satriano (Cz).
Altrove, se possibile, è andata anche peggio: ad Austis (nel Nuorese) e Soddì (Or) non si è proprio votato, per assoluta mancanza di liste presentate; lo stesso è accaduto a Elva (Cn), Cencenighe (Bl), Penna San Giovanni (Mc), Faeto (Fg) e San Luca (Rc). Con la speranza che, l'anno prossimo, qualcuno che voglia e riesca a candidarsi ci sia.

sabato 17 giugno 2017

Simboli sotto i mille (2017): il Centro (di Massimo Bosso)

Dopo aver attraversato il Nord Italia in cerca di liste memorabili nei comuni sotto i mille abitanti appena chiamati al voto, ora è il turno del Centro, dopo che in Liguria e in Emilia Romagna la ricerca è andata a vuoto. In realtà anche l'inizio di questo secondo tratto di viaggio è piuttosto povero di emozioni: in Toscana, infatti, è interessante solo il comune di Sassetta, in provincia di Livorno. Lì si sono presentate quattro liste: di queste, Il Popolo della Vita con 5 voti (su 242 validi) ha ottenuto il 2,06%, mentre la lista Colella Sindaco - che candidava il 33enne Elio e presentava aspiranti consiglieri tutti nati tra Campania e Puglia - è riuscita a non prendere nemmeno un voto.
Poche emozioni, anzi nessuna, in Umbria e Marche, senza comuni sotto i mille al voto; ci sarebbe stata da rinnovare, in provincia di Macerata, l'amministrazione di Penna San Giovanni, ma nessuno ha presentato liste, quindi niente elezioni. Va meglio in Lazio, regione in cui si distingue per presenza il movimento Progetto popolare, già visto alle consultazioni degli scorsi anni: il suo simbolo appare in ben otto comuni (Castelnuovo Parano, San Biagio, Casaprota, Montenero Sabino, Nespolo, Salisano, Camerata Nuova e Latera). Il bilancio è piuttosto magro ma, se non altro, a Casalprota (723 abitanti) la concorrenza di una sola lista permette a Progetto popolare di ottenere 3 seggi.
In uno dei comuni appena citati, Castelnuovo Parano (provincia di Frosinone, meno di 900 abitanti) si sono presentate anche Forza Nuova, Rinascita Insieme e Basta privilegi ai politici. Quest'ultima lista spunta anche a San Biagio, assieme a Energia Nuova, mentre a Ventotene, in provincia di Latina, la lista Cambiare insieme - simbolo piuttosto anonimo, a sostegno dell'aspirante sindaca Adele Saccucci - non potrà dar luogo ad alcun cambiamento, visto l'unico voto incassato. Va meglio a Ventotene Vive - il Manifesto per l'Europa, che di voti ne porta a casa 271 su 578: non ha vinto, ma la lista del Manifesto gode sicuramente di salute migliore del Manifesto stesso in Europa...
La vera scorpacciata arriva però con l'Abruzzo e - soprattutto - con il Molise. Pronti? Via... se "piccolo è bello", bisogna partire da tre piccoli comuni in provincia di Chieti, Montelapiano (80 abitanti), Roio del Sangro (103) e Rosello (253): lì gli iscritti alle liste elettorali sono tre volte i residenti, per cui è inevitabile - e ormai storicamente consolidato - che la percentuale di votanti sia molto bassa (in questo turno rispettivamente il 36,70%, 19,49% e 24,32%). Va da sé che con affluenze simili, in presenza di un sola lista, il voto sarebbe stato nullo; qualcuno, però, ha avuto l'accortezza di presentare in ciascuno di questi comuni la lista Democrazia e Libertà che raccoglie un pugno di voti, conquista 3 seggi in ogni paesello e salva dal commissariamento.
A Roccascalegna la lista Vivi il Paese (scritta nera lineare a metà del cerchio bianco, più semplice di così...) incassa 31 voti, pari al 4,53%: pochi su 684, sì, ma sufficienti per eleggere tre consiglieri e, soprattutto, appena sufficienti per portare l'affluenza oltre il quorum oltre del 50% (per la precisione 52,11%). Non potevano mancare le liste di Progetto Popolare, presenti a Barrea, Cappadocia e Civitella Alfedena; a Barrea (nell'aquilano) la formazione è la seconda più votata... su due e con 15 voti (3,22%) elegge tre consiglieri. Tornando nel chietino, a Castelguidone, la lista Nuova era - stessa grafica di Vivi il Paese - raccoglie giusto un voto (lo 0,50%) e, visto che le liste sono tre, non arriva neanche un consigliere.
Restando nella stessa provincia, ci sono altri casi interessanti che meritano attenzione. A Fraine, per esempio, oltre a quella vincente c'erano ben quattro liste: L'Alternativa raccoglie 15 voti (7,14%) ed entra come minoranza, niente da fare invece per Unione Libero, Alba Chiara e Lista Gamma (già vista negli ultimi due anni, specie in queste zone): un voto solo per le prime due, nemmeno uno per Gamma. A Gamberale vota solo il 33,38% ma la presenta di ben quattro liste evita il problema del quorum: oltre alla vincente si presentano Nuovi Orizzonti (30 voti, 14,56% e 3 seggi), Nuovo Progetto (9 voti) e Voliamo tutti insieme, che però che non decolla affatto, prendendo un solo voto.
A Prata d'Ansidonia, comune aquilano con 583 votanti, il quorum è superato per 2 punti: alla lista ampiamente vincente seguono Primavera di Prata al 15,25% e Nuova Realtà (3,05%), mentre Uniti con voi non unisce niente e prende zero voti, con poco investimento grafico (solo il nome in carattere nero bastoni su fondo bianco). Esempi simili per grafica 0.0 ne emergono vari: in provincia dell'Aquila, a Campo di Giove La Nuova Svolta non riceve voti, come pure La Nuova Scelta (stessa grafica, stesso risultato) a Caporciano; nel comune di Cappadocia restano a secco sia Progetto popolare sia Bene Prossimo (unica variante visiva, lo sfondo verde speranza, andata delusa). Nel pescarese, a Brittoli non hanno futuro Brittoli Futura (solita grafica) e Brittoli per tutti (un sole stilizzato), visto che non li vota nessuno; va un po' meglio (si fa per dire) a Bene comune a Villa Celiera, che almeno un voto lo acchiappa.
Come sempre, però, le maggiori soddisfazioni arrivano dal Molise, anche se in questa tornata non si raggiunge, come vedremo più avanti, il record di liste presentate in un solo comune. E' massiccia come sempre la presenza di Lega Molise (con tanto di 5 stelle nel simbolo) e Basta privilegi politici, liste che quasi sempre sono presentate in combinata (qui sempre), tanto da far pensare ad una regia unica... Le troviamo a Castellino del Biferno, Duronia, Limosano, Castelpizzuto, Torella del Sannio e Sant'Elena Sannita. 12 liste per prendere in tutto 3-diconsi-3 voti a Sant'Elena la Lega Molise. Oggettivamente, un dispendio di energie senza scopo...
Quegli stessi paesi, tra l'altro, riservano altre sorprese. A Limosano (826 abitanti, 1198 elettori) ben 7 liste, oltre alle due di paese ed quelle già citate troviamo Unione Forza Libera, Nuova Limosano e Liberi di volare: solo 1 voto a testa per le prime due. A Castelpizzuto (159 abitanti e 234 elettori) le liste sono 6: oltre alla vincente e a quelle citate troviamo Gli amici di Castelpizzuto (che non sono moltissimi, solo 10, ma eleggono due seggi), Alternativa che con 8 voti (e una grafica scarna al massimo: nome maiuscolo nero, fondo bianco, circonferenza rossa) prende un seggio, mentre Progetto Popolare in trasferta dal Lazio non prende nemmeno un voto.
Sei liste anche a Torella del Sannio, facile l'ironia su Voliamo insieme che non decolla e Insieme per... il Futuro che futuro non ne ha: entrambe non riescono a convincere nemmeno un elettore. Le liste sono "solo" cinque a Sant'Elena: a Lega Molise e Basta Privilegi si aggiunge Rinascita e le ultime due non hanno preso neanche un voto. E poi ancora: a Campolieto Voto alternativo raccoglie un dignitoso 2,46% pari a 14 voti (e resta fuori dal consiglio), mentre la lista vincente batte la seconda per soli 7 voti.
A Montemitro (490 aventi diritto al voto e quorum del 50% superato per un soffio) Aria Nuova Molise piace solo a 3 elettori; a San Felice la lista Insieme si può non ha alcuna possibilità contro le due principali con i soli 7 voti presi, ma questi sono stati determinanti visto che la lista vincente batte la seconda - quella del sindaco uscente - per soli 5 voti. A Civitanova del Sannio (930 abitanti, ma 1465 elettori), infine, si è presentata la Lista Beta, prendendo solo un voto (sui 686 validi espressi) e lasciando a tutti gli appassionati un forte interrogativo: che fine avrà mai fatto la Lista Alfa (o Alpha, per i puristi)?

giovedì 15 giugno 2017

Simboli sotto i mille (2017): il Nord (di Massimo Bosso)

Anche quest'anno, come nel 2016, cedo volentieri il posto all'amico Massimo Bosso. Inizia qui una carrellata - con l'occhio di chi è stato responsabile elettorale di un piccolo partito nazionale, attento a ogni risvolto pratico della legislazione dettata per il voto - dei casi più eclatanti visti alle elezioni amministrative in comuni con meno di mille abitanti: in quei casi, infatti, la legge non richiede alcuna raccolta di sottoscrizioni, per cui potenzialmente sulla scheda può finire un numero imprecisato di simboli, magari incarnati da chi è nato e lavora a centinaia di chilometri dal paese in cui si candida. Si comincia dal Nord, abbinando al racconto gli emblemi più significativi (almeno quelli che sono riuscito a reperire). 

Anche per la tornata amministrativa del 2017 non potevano mancare le liste presentate nei comuni sotto i mille abitanti, senza necessità di sottoscrittori, presentate da persone estranee al paese. Il fenomeno sembra in crescita, anche se non è omogeneo su tutto il territorio nazionale: sembra infatti concentrarsi in alcune regioni (in particolare Lazio, Molise e Abruzzo). mentre in altre è quasi inesistente.
Prendiamo l'esempio del Piemonte, una regione che ha moltissimi comuni con meno di mille abitanti: quest'anno le liste presentate sono in diminuzione, forse anche a causa dell'assenza di alcuni tra i protagonisti ormai storici nell'ideazione di liste perlomeno bizzarre.
Ad Argentera, in provincia di Cuneo, si è presentata Forza Argentera: con 3 voti, pari al 6,52%, ha incassato 3 seggi, essendo l'unica altra lista oltre alla vincitrice. Ed è lo stesso candidato sindaco, Denis Scotti - attuale esponente di Fratelli d'Italia con un passato di responsabile nazionale della Gioventù della Fiamma tricolore, infanzia trascorsa in paese - a dire che la sua lista è stata concordata con il candidato sindaco della lista vincente per evitare problemi di quorum, comunque abbondantemente superato con il 76% dei votanti.
La necessità che vada a votare almeno un elettore su due quando si presenta una sola lista, pena la nullità della consultazione, è una questione tutt'altro che teorica. Quest'anno si è litigato con il quorum in diversi comuni, ad esempio a Landiona, nel Novarese, comune di 590 abitanti: era presente una sola lista e non è stato raggiunto il 50% degli aventi diritto, così non si è potuto evitare il commissariamento. Destino che riguarderà anche Serravalle Sesia, comune di 5141 abitanti in provincia di Vercelli: solo il 48,14% degli aventi diritto si è recato alle urne per supportare l'unica lista presente, Serravalle... Viva, che candidava Massimo Basso e riprendeva in piccola parte - barra gialla su fondo bianco con scritte blu - la grafica che negli anni aveva caratterizzato gli emblemi con cui si era candidato a sindaco nei comuni della Val Sesia Gianluca Buonanno.
In provincia di Torino troviamo il Nuovo Cdu, partito riattivato da Mario Tassone, che ha presentato liste in 5 comuni (Bairo, Claviere, Fenestrelle, Monteau da Po e Valgioie): in tutto ha raccolto 30 voti, facendo registrare il miglior risultato a Claviere - 5,19% per aver ottenuto 4 soli voti - ma senza conseguire alcun seggio per la presenza di almeno altre due liste in ogni comune. Sempre nel Torinese (Bairo e Orio Canavese) si presenta Forza Nuova, partito di dimensione nazionale che in questa tornata ha presentato liste anche in comuni superiori o comunque per i quali era richiesta la raccolta di sottoscrizioni: la lista è riuscita anche a ottenere un seggio nel bergamasco, a Fornovo (3319 abitanti), ma nei due comuni piemontesi non ha ottenuto risultati di rilievo; ad Orio, in particolare, i tre seggi riservati alle minoranze sono stati attribuiti alla Lega Nord, forte del suo 15,56%. Vuoto totale invece ad Elva, nel cuneese: nessuna lista depositata, dunque niente elezioni.
Passando ai comuni sotto i mille della Lombardia, si comincia subito con un'intitolazione di lista suo malgrado ironica: a Blello, comune minuscolo del bergamasco (76 abitanti) si trova la lista Il Paese che vogliamo - Insieme si può. Evidentemente, però, nessuno dei pochi blellesi vuole quel paese, visto che quel simbolo (a suo modo tricolore, con decente affollamento di persone, pari quasi alla metà degli abitanti del comune) non incassa nemmeno un voto.
Sembra avere più fortuna la lista del Psn, ossia Partito socialista nazionale: l'evoluzione nominale del Movimento fascismo e libertà (partito di cui conserva il fascio romano all'interno del contrassegno) ha presentato una lista a Mura (790 abitanti), in provincia di Brescia e, con 41 voti, prende il 11,91% e tutti e tre i seggi riservati alla minoranza, trattandosi dell'unica altra lista oltre a quella che ha espresso il sindaco. 
Decisamente meno fortunata è la lista Italia agli italiani, presentata a Brienno, in provincia di Como, insieme ad altri due raggruppamenti: l'istanza autarchico-sovranista sembra non fare proprio breccia nelle urne di quel paese (almeno in questo tipo di consultazione locale), visto che solo 1 dei 303 elettori le dà fiducia.
Se si va in provincia di Pavia, è interessante vedere la presentazione di alcune liste di Progetto nazionale, il progetto politico guidato da Piero Puschiavo e caratterizzato graficamente da una doppia fiamma (stile Front National) verde e rossa: l'emblema è stato visto a Gambarana (2 voti, 1,45%) e a Gambolò, dov'era necessario raccogliere le firme.
Si ride, inevitabilmente, guardando il manifesto dei candidati presentatisi a Mezzana Rabattone, nel pavese: accanto alla lista Mezzana civica (che conferma il sindaco uscente Giorgio Facchina) è rispuntato il Movimento S.F.I.A.M., una sigla già nota, avendo partecipato negli ultimi due anni a consultazioni elettorali in piccoli comuni della provincia di Pavia. Stavolta, in qualche modo, è andata meglio: 14 voti (pari al 5,80%) sono stati sufficienti a eleggere tre persone, compreso il candidato sindaco Pablo Algieri, già visto due anni fa come aspirante primo cittadino a Silvano Pietra nel 2014 a Nicorvo, in entrambi i casi con un altro movimento da antologia, il P.I.L.U. (ci meritiamo almeno di conoscere il contenuto dell'acronimo...).
Sembrano peraltro parte dello stesso disegno due liste "estranee" presentate in un altro comune della provincia, Monticelli pavese: Movimento Italia più bella e Movimento Giovani Alleati, grafica che definire essenziale e minimal è quasi un complimento. In un panorama caratterizzato da quattro liste, però, le due formazioni si aggiudicano un voto a testa (lo 0,32%) e, ovviamente, non arriva alcun eletto. A Oltre il Colle, nel bergamasco, invece l'unica lista non entra in consiglio per il mancato superamento del quorum di partecipazione; lo stesso è accaduto anche a Pieve di Cadore, nel bellunese. Da segnalare anche, nel Triveneto, la presenza di Fratelli d'Italia a Taipana, in provincia di Udine, che però raccoglie solo 4 voti, pari all'1,14%.

martedì 13 giugno 2017

Quando il problema non è il (solo) fascio

Era prevedibile che, una volta portato agli occhi dei media (in particolare, da un articolo di Paolo Berizzi per la Repubblica), il caso della lista Fasci italiani del lavoro nel piccolo comune mantovano di Sermide e Felonica facesse notizia e, potenzialmente, scatenasse un'orda di polemiche. Il vespaio è stato alimentato dall'elezione in consiglio della stessa candidata sindaca, Fiamma Negrini e da una lettera che la presidente della Camera Laura Boldrini ha inviato al titolare del Viminale Marco Minniti.
Sono iscritto da anni con orgoglio all'Anpi, della lotta partigiana condivido il fine (anche se, nel passato, ha conosciuto forme dolorose e, a volte, inutilmente insanguinate, specie nella mia terra) e sono certo che non sia venuto meno il bisogno di lottare contro nuove forme, più o meno subdole, di attacco alla democrazia (si tratti delle mafie, della corruzione o di altri mali) e sia importante sostenere le nuove resistenze: per questo, l'idea di vedere sulle schede elettorali un fascio, che alla mia mente richiama idee e periodi che vorrei fossero completamente alle spalle mi rattrista e mi preoccupa.
La natura del cittadino resistente, però, convive in me con quella dello studioso, che deve necessariamente guardare al fatto con occhi diversi, da tecnico, che mal si accordano con quelli del cuore e dell'istinto. Così, lo studioso non si stupisce più di tanto, visto che da anni si pone lo stesso problema con un altro soggetto giuridico-politico, vale a dire il Movimento Fascismo e libertà (Mfl), fondato all'inizio degli anni '90 da Giorgio Pisanò. E' vero, come ricordato a più riprese da Berizzi, Boldrini e altri, che esiste la XII disposizione finale della Costituzione ("È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"), così come esiste la cosiddetta "legge Scelba" (legge 20 giugno 1952, n. 645) che punisce tanto la ricostituzione del "disciolto" (attenzione alla parola) partito fascista, quanto l'apologia di fascismo e le manifestazioni fasciste. Prima di invocare l'applicazione delle norme, però, bisognerebbe avere l'abitudine - poco praticata in Italia - di leggere i testi, conoscerne la genesi e l'interpretazione data fino a quel momento. Si dovrebbe dunque sapere che, dall'inizio, della XII disposizione finale si è data una lettura restrittiva, che vietava non la ricostituzione di un qualunque partito fascista, ma del "disciolto" partito fascista, cioè che si richiamasse interamente a quella precisa esperienza, nelle stesse forme e con gli stessi metodi di allora. L'inserimento di quella parola, in un primo tempo non prevista, obbligò a dare questa lettura restrittiva (dovuta, specie per le disposizioni costituzionali che limitano le libertà, in questo caso di associarsi in partiti politici, il cui unico limite è - non a caso - quello del concorso alla politica nazionale "con metodo democratico", come stabilito dall'articolo 49). 
A dare una lettura "materiale" della riorganizzazione del partito fascista provvede l'articolo 1 della legge Scelba: la condotta criminosa si ha "quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista". L'ultima frase sembra meno concreta di quelle precedenti, ma anche questa dev'essere letta tanto alla luce delle parole che precedono e quanto del fatto che, con il tempo, si è cercato di ridurre sempre di più lo spazio dei reati di mera opinione: non si ritiene più giusto punire per un'idea, dunque, ma solo se quell'idea è realmente minacciosa nei confronti degli altri e dei loro diritti. Per questo, da un quarto di secolo, nessuno dei procedimenti penali iniziati nei confronti di Fascismo e libertà si è concluso con una condanna: nel suo statuto scrive, tra l'altro, che "Il Movimento fa propria tutta l'ideologia Fascista Mussoliniana escludendo dal contesto politico, sociale e civile ogni qualsiasi forma di violenza fisica, morale e/o psicologica rivolta nei confronti dei cittadini appartenenti a qualsiasi nazione, razza, ceto e religione che non si riconoscono ideologicamente nel pensiero politico" del partito stesso.
Al Ministero dell'interno questo è ben noto, così come è noto che il piano elettorale si distingue dal piano penale: non tutto ciò che è penalmente non rilevante è ammissibile quando si vota. Il problema si è posto perché, dal 1992, il Mfl ha cercato in più occasioni di far ammettere il proprio contrassegno alle elezioni politiche ed europee, così come ha cercato - alla pari di varie formazioni di destra in cerca di "radicamento" locale - di presentare candidature nei comuni più piccoli, nella speranza che arrivasse qualche eletto. A chiarire almeno in parte la situazione ha provveduto il Consiglio di Stato, in un parere chiesto dallo stesso Viminale nel 1994, proprio sul caso di Fascismo e libertà, cui nel 1992 era stato bocciato il simbolo e che appunto nel 1994 aveva provato a ripresentarlo, dopo che l'anno prima alle comunali di Roma era stato ammesso il suo contrassegno con il fascio, ma con la denominazione "Democrazia corporativa e libertà". 
Il Consiglio di Stato, in quell'occasione, ha chiarito che (pur in mancanza di divieti espliciti relativi ai contrassegni elettorali), "non è concepibile che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione" (anche se un raggruppamento politico non integra gli estremi della ricostituzione del partito fascista). In concreto, però, se è vietato esporre "congiuntamente l’emblema del fascio e una scritta comprendente la parola 'fascismo'", altrettanto non può dirsi se appare il fascio "da solo, o accompagnato da una scritta nella quale la parola 'fascismo' non compare": il fascio, infatti, era un segno romano e prima ancora etrusco, poi ha assunto "il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato" (soprattutto nella Repubblica romana di Giuseppe Mazzini, citata anche nello statuto dei Fasci oggi discussi). L'appropriazione del simbolo fatta dal "partito mussoliniano", pur essendo innegabile, non può permettere di dire "che quel simbolo, in sé e per se, abbia un significato unico ed univoco": in conclusione, per palazzo Spada, "l'emblema del fascio romano, disgiunto dalla parola 'fascismo', si può considerare ammissibile" in ambito elettorale.
Se il Ministero dell'interno ha comunque continuato ad applicare una lettura restrittiva di quello stesso parere, censurando puntualmente il fascio, anche quando l'emblema era solo affiancato dalla sigla del movimento (e l'unica volta in cui ammise l'emblema, alle elezioni politiche del 2006, lo fece dopo che una pecetta grigia aveva coperto le verghe, ma non la scure), a livello locale le commissioni elettorali hanno oscillato tra due soluzioni diverse. In alcuni casi hanno adottato la linea più severa, bocciando ogni emblema contenente il fascio; in altri - di solito dopo la richiesta di sostituire l'emblema - hanno ammesso il simbolo contenente il solo fascio, anche non celato da altre grafiche, purché non vi fosse più alcun accenno al fascismo.
Quanto detto per Fascismo e libertà vale anche per i Fasci italiani del lavoro? Berizzi sulla Repubblica ha ricordato che la stessa lista aveva corso anche alle elezioni nel solo comune di Sermide (non ancora unito) anche nei tre appuntamenti precedenti, anche se non aveva mai ottenuto seggi, a differenza di questa volta. Ora è facile dire che, in questi quattro casi (e probabilmente anche in altri meno noti), le commissioni - non senza perplessità, è da immaginare - abbiano applicato quanto suggerito dal Consiglio di Stato nel 1994, anche in nome della lettura restrittiva data alle disposizioni costituzionali e di legge.
Se si legge lo statuto del partito - cioè il documento che conta per capire come sia un soggetto politico - si trova che il fine ultimo è la "democrazia delle categorie" con "l'individuo al di sopra dalla lotta di classe, nel quadro di istituzioni rappresentative della volontà popolare liberamente elette (Presidente della Repubblica, Paramento), dove il cittadino-produttore [...] possa diventare compartecipe della gestione dello Stato e della Produzione e beneficiario degli utili che dalla Produzione derivano"; certo, questo a prezzo di un giudizio negativo sul "filtro negativo e paralizzante dei partiti politici, diventati ormai egemoni e arbitri incontrollabili della vita del singoli e della collettività nazionale", cosa non bella da leggere, ma è cosa diversa dal chiedere l'abolizione dei partiti (e negare le storture del nostro sistema dei partiti è oggettivamente difficile). Si nega poi che il fascismo sia stato frutto della sola violenza di pochi sul popolo italiano  e che non potesse esserci uno sbocco democratico di quell'esperienza. Per i Fasci Italiani del Lavoro l'orizzonte è la democrazia corporativa, la sottrazione del lavoratore alle leggi del mercato, che deve convivere però con "la salvaguardia delle libertà di stampa, di associazione, di espressione e di religione" e il "rifiuto di ogni forma di discriminazione razziale, rivendicando il rispetto di ogni etnia ciascuna con le proprie peculiarità culturali". 
Sempre nello statuto si delinea anche una forma di governo auspicata: una repubblica presidenziale, con un Parlamento bicamerale (eletto con sistema proporzionale e soglia di sbarramento al 5%) diviso tra una Camera ("espressione dei partiti politici", al plurale...) che approvi le leggi e un Senato "rappresentanza di tutte le categorie produttive" che ne verifichi l'applicazione. Certo, si parla anche di "soppressione delle norme costituzionali transitorie e delle legislazioni speciali", di "pacificazione effettiva, con il riconoscimento del servizio militare prestato dai Combattenti della Rsi" e di "verità storiche" da ristabilire, sul fascismo, sul trattato di resa agli Alleati e sul trattato di pace, anche se qualcosa di molto simile negli anni è stato detto a più riprese anche da forze regolarmente presenti in Parlamento.
Basta tutto questo per dire che i Fasci italiani del lavoro rappresentano un tentativo di ricostituire il "disciolto partito fascista"? Probabilmente no. E' sufficiente invece a vietare l'uso del simbolo? Qui la risposta è più difficile: l'emblema dei Fasci somiglia davvero molto a quello che Fascismo e libertà presentò alle europee del 1999 e fu regolarmene bocciato dal Viminale (c'è anche il tricolore in basso, in più c'è la ruota dentata e il testo è diverso). In effetti c'è scritto "Fasci" e non "Fascismo", ma - tocca chiedersi, a costo di sembrare tautologici - i "Fasci" sono "fascisti"? La parola di per sé no, visto che è ben precedente (si pensi ai Fasci siciliani dei lavoratori di fine '800); gli intenti svelati nello statuto sono sì "fascisti", ma non per la parte violenta o nemica della libertà.
Non è dato sapere se i componenti della commissione elettorale abbiano fatto tutte queste valutazioni, se abbiano chiesto lumi a qualche autorità o se siano stati sopraffatti dagli altri adempimenti burocratici (molto più gravosi) in tema di liste. Non è impossibile che, nel dubbio, abbiano scelto di ammettere il simbolo, preferendo allargare il numero di concorrenti piuttosto che restringerlo, tenendo conto anche delle indicazioni dei giudici di Palazzo Spada. Lo stesso emblema discusso nel 1993 (Democrazia corporativa e libertà), in un primo tempo escluso per questioni formali, fu riammesso con riserva da Tar Lazio e Consiglio di Stato; lo stesso poteva accadere qui. Per questo, sapere che in consiglio comunale a Sermide e Felonica siede una rappresentante dei Fasci italiani del lavoro non mi rende felice (non potrebbe essere diversamente), ma non mi fa gridare allo scandalo: le leggi ci sono, ma applicarle qui non avrebbe portato a escludere correttamente il simbolo. Non lo avrei mai votato, beninteso, ma sulle schede ci era arrivato legalmente, non per la svista di qualcuno. 

lunedì 12 giugno 2017

Vincere sul filo di lana, nonostante il necrologio a favore

Tra le storie post-elettorali, la prima che merita di essere raccontata riguarda un paese di circa 3500 abitanti, uno di quei luoghi che vanno cercati e individuati con attenzione sulle carte geografiche, che difficilmente fanno notizia e, quando accade, si spera che non sia per colpa di qualche disgrazia. Eppure, da poco meno di una settimana il comune di San Michele di Ganzaria, piccolo centro in provincia di Catania, su Facebook e in generale sulla Rete è diventato (forse non volendolo buona parte dei suoi abitanti) piuttosto noto per via di un episodio che ha caratterizzato gli ultimi giorni della campagna elettorale e che è stato debitamente immortalato e fatto circolare.
Sui muri della cittadina, infatti, il 6 giugno è apparsa un'affissione simile a un necrologio, dal contenuto inequivocabilmente non funerario: "La Figlia Amato Concettina, nel ricordare il proprio amatissimo papà Amato Salvatore, colpito a morte il 19 febbraio 2009, augura buon voto a elettorale a tutta la cittadinanza di San Michele di Ganzaria e appoggio la lista di mio cugino Gianluca Petta uomo retto e di stato, ragazzo serio e lungimirante". Il finale, poi, era da antologia: "Chi non ricorda il passato rischia il presente". Il tutto, ovviamente, firmato "Amato Concettina", come se quel foglio fosse un documento ufficiale e solenne, in carta da bollo (mancava giusto la firma autografa, ovviamente sempre con il cognome prima del nome, come ordine alfabetico pretende e come buona prassi sconsiglia). Tutto poteva restare fermo lì, noto solo allo sguardo curioso di chi, passandovi davanti, si fosse fermato per leggere cosa c'era scritto. Qualcuno, tuttavia, già che c'era ha estratto la macchina fotografica (o, più probabilmente, lo smartphone), ha scattato una foto e l'ha postata su Facebook. 
Quell'immagine l'ha vista, tra i tanti, un altro utente del social network, Fabio D'Alessandro: ne è rimasto colpito - senza avere alcun interesse per la specifica competizione - al punto da condividerla sulla sua bacheca ("Potete spendere migliaia di euro in coloratissimi manifesti elettorali ma i vostri creativi non potranno mai competere con Cuncettina"). Le molte condivisioni dei suoi contatti hanno fatto partire una diffusione virale, così c'è chi ha iniziato a cercare notizie su Gianluca Petta. Anzi, "Giovanni Petta detto Gianluca", come recitava il manifesto elettorale delle elezioni del 2017 e del 2012. Sì, perché Petta era già sindaco uscente di San Michele di Ganzaria, eletto cinque anni fa con il 57,52% dei voti: la sua lista civica Petta sindaco - San Michele Giovane, con le sue tre figure umane stilizzate e unite in movimento (rosse su fondo giallo) aveva decisamente convinto la maggior parte degli elettori. 
A maggio, Petta si è ripresentato alle elezioni, chiedendo di nuovo la fiducia dei cittadini. La lista, nel frattempo, si era rinnovata: alcuni nomi erano rimasti, alcune persone nuove erano arrivate e, soprattutto, era mutata l'etichetta, ora divenuta Competenza & Determinazione - Petta sindaco. Con la denominazione, era stato sostituito anche il simbolo: nella nuova immagine campeggiava il disegno di un albero, dai rami ricchi di volute (un po' alla Klimt, anche per il marroncino utilizzato) e con le radici che, a guardarle bene, riprendevano le tre figure umane delle origini, come a dire che da quell'inizio il progetto è cresciuto e si è ampiamente sviluppato, andando avanti (come suggerisce anche la freccia che delimita il terreno). 
Era in qualche modo a conoscenza Petta di quella strana affissione che invitava di fatto a votare per lui? Di certo lo era venuto a sapere, ma assicura di non avere nulla a che fare con quella scelta. Così, in particolare, ha spiegato a Tribupress.it:
"L’invito a votarmi sul necrologio? Guardi, si è trattato di un’iniziativa privata che mi ha creato anche un po’ di imbarazzo. Chi mi conosce sa che non ho affatto bisogno di simile pubblicità, solo qualche avversario politico può pensare di strumentalizzare una cosa del genere. Si tratta di una mia lontana parente problematica, non nuova ad iniziative del genere; quando ho visto il necrologio non sapevo se ridere o piangere. Il riferimento al papà 'colpito a morte'? Nulla di vero, anche qui si tratta di una costruzione di questa persona, che in passato e forse anche adesso ha avuto dei problemi. Detto questo per me la faccenda si chiude qui, non le ho nemmeno telefonato per chiedere spiegazione. Tutti in paese sanno di questa persona e dei problemi che ha avuto. Anche per questo le strumentalizzazione sono davvero misere”.
Non è dato sapere se effettivamente qualcuno tra gli avversari abbia protestato o accusato il candidato sindaco di essersi fatto pubblicità in modo inconsueto. Gli elettori di San Michele di Ganzaria, in ogni caso, hanno potuto decidere in piena autonomia e, col voto di ieri, hanno confermato Petta sulla poltrona di sindaco con 955 voti, pari al 46,13%. Particolarità: dei due sfidanti, Danilo Parasole, candidato della lista Impegno comune (nome e struttura del simbolo già vista in passato, con tante mani aperte, sullo stile del Mio canto libero), si è classificato secondo con il 46,03%, cioè con 953 voti. Quasi 800 in più del candidato del MoVimento 5 Stelle Michele Lo Tauro, fermo a 162 voti (7,83%), ma soprattutto solo due lunghezze in meno del vincitore. Difficilissimo che quella curiosa affissione abbia realmente influito sul risultato della consultazione (bisogna essere obiettivi), ma di certo nessuno poteva immaginare che, in una sfida rivelatasi essere - letteralmente - all'ultimo voto, nel potenziale armamentario di propaganda spuntasse anche un necrologio a fini elettorali. Tanto più, all'insaputa dell'auspicato beneficiario...

martedì 6 giugno 2017

Catanzaro, simboli e curiosità sulla scheda

Riguardando uno dei capoluoghi di Regione chiamati al voto, il test elettorale di Catanzaro assume una certa importanza. Sergio Abramo, sindaco uscente (e già sindaco per altri due mandati in passato) prova a cercare la riconferma facendosi sostenere da 6 liste; dovrà vedersela soprattutto con Vincenzo Antonio Ciconte (da non confondersi con il magistrato anti 'ndrangheta Enzo Ciconte) che, candidato dal centrosinistra, ha radunato attorno a se addirittura 11 liste e la tentazione di dire che è un record è davvero forte. In tutto gli aspiranti sindaci sono 4, ma le formazioni in competizione sono ben 21.

Bianca Laura Granato

La candidatura estratta per occupare il primo posto su manifesti e liste è quella di Bianca Laura Granato, schierata dal MoVimento 5 Stelle. Per il progetto politico-amministrativo legato a Beppe Grillo si tratta del primo sbarco a Catanzaro, visto che alle elezioni del 2012 non era stata presentata alcuna lista; alle ultime regionali (del 2014), in ogni caso, la lista a 5 Stelle aveva ottenuto oltre il 7% dei voti e da lì si riparte. Granato, che è prevalsa in una consultazione interna tra gli iscritti del locale MeetUp, si presenta agli elettori con il contrassegno tradizionale del M5S, ovviamente con il sito di Beppe Grillo sostituito da quello del MoVimento.

Sergio Abramo

Lo si diceva, Sergio Abramo tenta la riconquista (per la quarta volta) del municipio di Catanzaro e lo fa con l'appoggio di ben sei formazioni. La prima a essere stata sorteggiata è la Federazione popolare per Catanzaro, frutto dell'unione - come è avvenuto in varie altre parti d'Italia, a partire da Roma - di forze centriste come il Nuovo Cdu del calabrese Mario Tassone, i Popolari per l'Italia di Mario Mauro e Alleanza democratica di Giancarlo Travagin. Il simbolo utilizzato è quasi identico a quello già visto alle amministrative romane dell'anno scorso, con 12 stelle gialle scure quasi in cerchio e un nastro tricolore appena ripiegato sotto al nome blu.
Il secondo degli emblemi estratti tra quelli che formano la compagine di Abramo è già noto agli elettori del comune: è quello della lista Catanzaro con Sergio Abramo, già presente alle elezioni di cinque anni fa e premiata allora con l'8% dei consensi e tre posti in consiglio comunale. Al nuovo appuntamento elettorale, il contrassegno è stato rispolverato esattamente nello stesso modo, senza alcuna modifica: fondo rosso sfumato, testo in parte giallo (per ricostruire la coppia di colori cittadini; lo faranno altri candidati) e in parte blu e, in basso, un'aquila nera, per ricordare l'animale imperiale che figura nello stemma della città (anche se in tutt'altra posizione).
L'aquila, in compenso, torna anche nel simbolo della lista che è stata sorteggiata subito dopo, ossia Catanzaro da vivere, anch'essa già vista nel 2012, fu anzi la formazione più votata di quella coalizione. Se nella lista "personal-cittadina" appena vista è presente il volatile intero, qui c'è il particolare della testa, con becco e sguardo adunchi, tracciati in bianco su fondo blu. Il colore scelto per il cerchio, tra l'altro, consente di inserire senza che appaia fuori luogo il cuore di Alternativa Popolare - che di fatto è la presentatrice e ispiratrice della lista - richiamando il partito di Angelino Alfano solo con le iniziali, racchiuse all'interno dello stesso cuore. Completa l'emblema un piccolo arco tricolore a segmenti, individuato sulla destra del simbolo, anche al di sotto dei tratti bianchi dell'aquila.
I quattro colori nazionali, tipici di una "lista pigliatutto" o, più facilmente, di una formazione di centrodestra tornano anche nella lista che occupa la quarta posizione all'interno della coalizione Abramo, Obiettivo Comune, con le iniziali delle parole entrambe maiuscole. Così, infatti, verrebbe da dire guardando la grafica del simbolo di quella che è nata all'inizio del 2016 come associazione e "laboratorio di idee", da sempre coi piedi ben piantati nel centrodestra e con l'idea di coinvolgere soprattutto i giovani distanti dalla politica. L'emblema, in ogni caso, non è mai cambiato: le parole blu scuro (con iniziali bianche) su fondo blu sfumato e, in alto a sinistra, una striscia tricolore che sembra tracciata col gesso.
La quinta lista del gruppo di sostegno ad Abramo ha una grafica sicuramente inconfondibile: il Movimento Officine del Sud, infatti, rappresenta una porzione di Calabria in verde, caratterizzata in alto da un ingranaggio di due ruote dentate, il tutto racchiuso dal blu del mare e da una circonferenza tricolore. Ciò dovrebbe servire a rappresentare una forza politica che, come si legge nel suo sito, "si prefigge lo scopo di liberare il Sud da quei luoghi comuni che lo condannano alla marginalità esaltando ed incoraggiando tutte le iniziative della nostra società civile, dalle quali emergono eccellenze culturali ed imprenditoriali di uomini e di imprese". E magari bastasse un simbolo a rimettere in modo tutti gli ingranaggi...
Ultima delle liste di Abramo a essere sorteggiata è quella di Forza Italia, partito cui il sindaco uscente e ricandidato appartiene. Non sembra un caso che nel contrassegno, sopra la bandierina forzista, sia stato aggiunto proprio il suo nome per marcare il sostegno e l'appartenenza (anche se l'inserimento è stato fatto con una font diversa rispetto all'Helvetica usato in basso e quindi stona un po'). Cinque anni fa sulle schede si presentò il Pdl e fu la seconda forza della coalizione, raccogliendo il 12,6%, circa un punto in meno di Catanzaro da vivere; nel frattempo, il partito di Berlusconi ha vissuto momenti molto difficili in tutta l'Italia, quindi toccherà alle urne dire qual è il suo stato di salute.

Nicola Fiorita

Terzo candidato alla guida di Catanzaro, in ordine di sorteggio, risulta essere Nicola Fiorita, 46enne giurista e docente universitario, lontano dal mondo dei partiti e intenzionato a creare uno spazio per i giovani per fare politica al di fuori delle forze politiche esistenti. Lui è sostenuto da tre liste. La prima, Insieme per Fiorita, è probabilmente la formazione più "personale", anche se il suo simbolo non appare di lettura immediata: si vedono due mani che sostengono su due dita e giusto nel mezzo un'asta marrone con tacche; non si capisce se le nuvole siano lì per fare presenza (e non se ne capirebbe il segno) oppure come peso sull'asta che dovrebbe essere equilibrato).
Il secondo emblema estratto a sorte è quello di Catanzaro 1594. Il riferimento all'anno ("una data importante per la città") è all'anno in cui il comune oggi al voto divenne definitivamente capoluogo della Calabria Ulteriore. Oggi intento della lista è, come dichiarato dai suoi esponenti, "offrire una spinta propulsiva, passando dalla fase della richiesta a quella dell’azione, puntando a far tornare ad essere la città com’era, leader nell'area centrale della Calabria e nell'intero panorama regionale". Sullo sfondo è chiaro il riferimento al ponte Bisantis, vero e proprio simbolo della città (utilizzato anche da altri, come si vedrà); davanti ci sono le onde del mare, tinto dei colori cittadini. 
Ultimo dei tre simboli a sostegno della candidatura di Fiorita è quello cui ha maggiormente legato il suo nome, Cambiavento: si tratta, in particolare, del movimento politico che lui stesso ha fondato. Il nome richiama tanto il concetto di "cambiamento" quanto il mutamento di vento, tra l'altro - secondo alcuni - facendo risuonare qualcosa di simile al renziano "cambia verso". Interessante vedere come l'idea del vento mutato (o da mutare) è stata resa graficamente, ossia con quattro segmenti - due dei quali colorati di marrone e arancione, che possono anche somigliare al rosso e al giallo - provenienti da sinistra e piegati a ricciolo a destra, come a dire che il vento ora deve soffiare dall'altra parte.

Vincenzo Antonio Ciconte

Come si diceva prima, sono ben undici le liste che sostengono la corsa a sindaco di Vincenzo Antonio Ciconte, nella speranza di raccogliere più consenso possibile. La prima a essere sorteggiata è stata quella dell'Unione di centro, in questo caso alleata del centrosinistra (mentre a livello nazionale il partito di Cesa si sta spingendo altrove). Il simbolo utilizzato è praticamente identico a quello ufficiale (senza integrazioni di nomi come a Palermo), tranne che per il riferimento a Catanzaro nel segmento rosso superiore, al posto della scritta "Italia". Si riparte dal risultato non troppo esaltante del 2012, con il 3,32%, anche se con una corsa legata al candidato terzo classificato.
Anche la seconda lista indicata dal sorteggio era già apparsa sulle schede cinque anni fa e praticamente nello stesso modo: si tratta di Svolta democratica - Ciconte sindaco. Certamente nel 2012 non c'era l'ultima parola, visto che il candidato era Salvatore Scalzo, ma l'anima del contrassegno è rimasta la stessa. L'idea della svolta è data dalla freccia rossa (anche se così sembra quasi che punti all'indietro), mentre la caratterizzazione territoriale è assicurata dal riferimento visivo ai tre colli rappresentati anche nello stemma cittadino (il colle di San Trifone, quello del Vescovato e quello del Castello) e dal mare stilizzato sotto, con il mare increspato a tre sommità, quasi in armonia coi colli.
Nella terza posizione la sorte ha collocato l'emblema di Catanzaro #inRete, primo dei simboli contenente un hashtag (in effetti, guardando bene, "in Rete" sembrano due parole staccate, ma bisogna aguzzare la vista). La lista è ispirata all'esperienza politica regionale di Calabria in Rete (legata alla consigliera regionale Flora Sculco), anche se la grafica è tutta diversa - segno del "cancelletto" a parte - rispetto a quella originale. In questo caso, infatti, il colore di fondo è blu e, sotto al nome, si vedono due pennellate che riprendono anche in questo caso i due colori cittadini. Un emblema semplice e non sgradevole, anche se il il testo sembra piuttosto ammassato, ma non è un grosso problema. 
Il contrassegno successivo, il quarto della coalizione di Ciconte, raccoglie i simboli di due formazioni che cinque anni fa sostennero Scalzo. La prima è Primavera a Catanzaro, movimento fondato nel 2012 dal chirurgo Raffaele Miceli per "affiancare il movimento di riscossa dei giovani catanzaresi e contribuire a scuotere l’immobilismo per il rinnovamento della politica catanzarese, arroccata - parole sue - sui soliti metodi di acquisizione di un voto che non esprime il personale consenso ma una coartazione dell’intimo convincimento dell’elettore". La seconda è l'Italia dei Valori, con il simbolo aggiornato rispetto al 2012. Il simbolo è molto "vuoto" e ridurre i due emblemi non è stato salutare: chi riesce a leggere bene, sulla scheda, la scritta "Risveglio e legalità" nella circonferenza più piccola delle sette tangenti, dai colori dell'arcobaleno?
Il quinto emblema sorteggiato è quello dei Socialisti e Democratici, simbolo che per i drogati di politica rimanda immediatamente alla formazione messa in piedi nel 2015 dal napoletano Marco Di Lello quando ha lasciato la compagine del Psi per avvicinarsi al Pd in cui ha poi fatto ingresso. In questo caso l'emblema - con la sigla Sd, la & nel mezzo e la rosa del socialismo europeo che spunta dalla D - è stato modificato nei colori, sostituendo al verde il giallo, sempre per declinare meglio la grafica in chiave locale. Nella parte inferiore della circonferenza è stato inserito il nome di Maurizio Mottola di Amato, indicato come capolista della formazione.
Il secondo hashtag della coalizione di Ciconte - e dell'intera scheda - appare sul sesto simbolo della compagine, #fare per Catanzaro, schieramento nato a gennaio, guidato da Sergio Costanzo (candidato in lista) e Toti Mercurio e che ha proposto un programma "sulla base delle indicazioni provenienti dalle periferie". L'emblema in sé non sarebbe male: il nome molto evidente su fondo blu (con il doppio contorno del cerchio rosso e giallo) a suo modo è armonico e la presenza di due simboli cittadini come il ponte Bisantis e la fontana del Cavatore assicura la riconoscibilità del segno. Strano però che a nessuno sia venuto in mente che mettere quest'ultima in quella posizione faccia pensare che l'uomo sta picconando le basi del ponte, col rischio di farlo cadere... 
Il settimo simbolo sorteggiato all'interno della coalizione è quello del Partito democratico, il soggetto politico con cui Ciconte era stato eletto nel 2010 in consiglio regionale e riconfermato nella legislatura in corso. In questo caso il partito ha fatto la scelta di presentare il proprio emblema - la cui presenza peraltro era stata a lungo oggetto di discussione - senza alcuna caratterizzazione: nessun riferimento territoriale (grafico o cromatico) o al nome del candidato sindaco, sulla scheda finisce solo l'emblema nazionale così com'è. Cinque anni fa, del resto, la scelta era stata uguale e il Pd aveva superato il 10%, qualificandosi come la terza lista più votata del comune e la prima della coalizione che aveva appoggiato Scalzo.
L'ottavo emblema, bisogna ammetterlo, è uno dei meno riusciti graficamente di questa competizione elettorale. Il nome della lista, SalviAmo Catanzaro, è in linea con la tendenza degli ultimi anni a mettere in evidenza l'amore per la città in tutte le parole che contengono il suffisso "amo". Quanto al viadotto Bisantis (o ponte Morandi), lo si è già visto, è un segno inconfondibile per Catanzaro e non stupisce che anche qui sia stato scelto come simbolo, con il suo enorme arco tinto dei colori cittadini. Il fatto è che il disegno a mano su fondo bianco, unitamente al'uso di una font non molto appropriata, anche all'occhio meno esperto crea subito un'atmosfera da grafica elettorale preistorica.
Nona lista sorteggiata è quella del Partito socialista italiano, una presenza significativa, visto che negli ultimi anni capita sempre più di rado di vedere liste del Psi presentate e, quando questo accade - di solito per la costanza dei militanti che vogliono essere presenti, per mantenere viva l'idea - i risultati non sono sempre all'altezza delle aspettative. Va comunque considerata con interesse la partecipazione alle elezioni a Catanzaro - con il simbolo nazionale consueto - soprattutto considerando che sulla scheda c'è anche un'altra lista d'ispirazione socialista, eppure questo non ha fatto desistere i militanti Psi dalla presentazione. Dopo il 2,71% del 2012, condiviso coi Verdi, sarà interessante vedere il risultato stavolta.
Come decima e penultima lista della coalizione di Ciconte è stata sorteggiata quella del Partito Pensionati d'Europa, legata alla formazione politica fondata da Fortunato Sommella nel 2013 e con base soprattutto in Campania. Il segretario regionale Salvatore Romeo ha scelto di sostenere Ciconte, condividendone il piano volto a "programmare per la citta' di Catanzaro azioni e misure tali da rilanciarne il ruolo che le compete e che per troppo tempo e' stato disatteso" e, in particolare, le azioni da intraprendere per gli anziani e i giovani e la creazione dell'Università del mare. La lista si presenta agli elettori con il contrassegno già noto, con il nome rosso e bianco su fondo blu-azzurro sfumato e le consuete dodici stelle europee (stavolta messe ad arco).
Ultima a essere estratta a sorte, tra le undici liste chiamate a sostenere Vincenzo Ciconte, è Alleanza civica per Catanzaro, articolazione locale di quell'Alleanza civica nata da pochi mesi a livello regionale e guidata da Pino Galati (con sede a Lamezia Terme, dove peraltro sostiene un'amministrazione di centrodestra). Si tratta dell'ennesimo simbolo - tra l'altro in rilievo, come fosse una spilletta - basato sui colori locali, con il blu di fondo e le due iniziali tracciate in modo strano, addirittura il rebbio superiore della C, con un puntino giallo, sembra richiamare la testa dell'aquila; tra la sigla e una striscia tricolore, l'espressione "per Catanzaro", scritta in corsivo elegante, non si presta a essere letta con facilità.