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mercoledì 23 ottobre 2019

Pinerolo, A.D. 1990: i due scudi crociati che fecero annullare le elezioni (di Gabriele Maestri e Massimo Bosso)

Una data da scolpire in una storia delle disavventure elettorali? Forse il 6 maggio 1990. Si è già raccontato nei mesi scorsi che in quel giorno e in quello successivo si era consumato il caso del "delfino scomparso" per errore dalle schede elettorali della circoscrizione del litorale di Pisa, così come - sempre con riferimento alle liste legate al Partito comunista italiano - a Guastalla, nel reggiano, più di un elettore si era trovato perplesso davanti al simbolo civico della Lista progressista, non riuscendo a trovare più falce e martello su cui mettere la croce. Ma se sulla scheda guastallese del 1990 gli elettori non avevano trovato nemmeno un simbolo comunista, a Pinerolo in quegli stessi giorni il Pci si era presentato sempre in forma civica, ma tra i concorrenti c'erano ben due scudi crociati. E non si era trattato di un errore, ma di una precisa scelta di chi quelle liste le aveva presentate; come per il caso pisano, per annullare le elezioni si dovette finire davanti al Tar e si rivotò in autunno nel 1991, ma nel comune in provincia di Torino ci sarebbe stato spazio per altri colpi di scena. Vale la pena narrare con ordine la vicenda, avvalendosi dei documenti che ancora circolano e permettono di ricostruire i fatti - e qualche retroscena - con buona precisione: lo facciamo oggi, giorno in cui I simboli della discordia ha superato il milione di visite, come se idealmente potessimo fare un regalo a tutti i #drogatidipolitica e a noi stessi per primi.


Un periodo movimentato

Che in casa comunista le acque non fossero tranquille in quei primi mesi del 1990 era chiaro a molti. Non c'era stato quasi nemmeno il tempo di riprendersi, a novembre del 1989, dalla fine del muro di Berlino e dalla prima svolta, inizialmente quasi solitaria, decisa da Achille Occhetto alla Bolognina: dal 7 all'11 marzo 1990 - quando mancava un mese alla presentazione delle candidature, ma bisognava per forza discuterne seriamente - al XIX congresso straordinario del Pci aveva stravinto la mozione Occhetto Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica. Non era ancora il cambio del nome e del simbolo (che sarebbero arrivati a ottobre, prima del congresso che a gennaio del 1991 li avrebbe ufficializzati), ma era il segno che una pagina stava per essere girata una volta per tutte, quindi era il caso di prepararsi. 
In provincia di Torino erano sostanzialmente due i comuni in cui il Pci aveva scelto di cambiare abito e proprio nei giorni del congresso (ma la federazione comunista aveva approvato l'idea di liste civiche locali già a luglio del 1989, prima del muro). I primi "compagni civici" a uscire allo scoperto furono quelli di Chieri, che avevano progettato una formazione condivisa con socialisti ed ex democristiani, denominata Insieme per Chieri. A Pinerolo i socialisti preferirono correre da soli, ma aderirono al progetto anche vari ambientalisti e persone legate all'associazionismo cattolico: il nome scelto per la lista - Per l’alternativa: solidarietà, ambiente, lavoro - cercava di tenere insieme tutte quelle sensibilità e nel simbolo, ovviamente, non c'era alcuna traccia di falce e martello, sostituiti da un pino (emblema della città e segno ambientalista) ricavato all'interno di una grande P, che a sua volta richiamava la prima lettera di Pinerolo.
Chi pensava che le acque fossero più tranquille in casa democristiana, tuttavia, si sbagliava. In via Cravero 36, sede dello scudo crociato, si stava via via allargando una frattura - politica, ma per alcuni anche personale - tra due componenti che facevano capo a personaggi di rilievo del territorio. Uno, Francesco Camusso, ritenuto di area andreottiana, era stato sindaco dal 1980 al 1985 e - non senza polemiche interne alla Dc - alla fine del 1986 era diventato presidente dell'Unità socio-sanitaria locale n. 44, appunto a Pinerolo; l'altro, Mauro Chiabrando, vicino alla Coldiretti, dopo aver ricoperto le cariche di consigliere, assessore e vicesindaco di Pinerolo, era stato consigliere regionale fino al 1984, anno in cui era stato eletto europarlamentare, confermato nel 1989.


Litigando sulle liste

Per le elezioni del 6 e 7 maggio 1990, in base al d.P.R n. 570/1960, le liste dovevano essere presentate entro il 6 aprile ("entro le ore 12 del trentesimo giorno precedente l'elezione"); in realtà, però, quello divenne il momento a partire dal quale si poté iniziare a depositare le candidature, perché nel frattempo una legge - la n. 962/1960 - aveva spostato in avanti il termine ultimo di cinque giorni, per cui le liste, i loro contrassegni e gli altri documenti - anche per le contemporanee elezioni provinciali e regionali - sarebbero dovuti arrivare negli uffici preposti entro le ore 12 dell'11 aprile
Slittando il termine, anche l'emersione delle grane più spinose era slittata in avanti: la più delicata di queste, per più di un partito, riguardava la questione delle ricandidatureLa Democrazia cristiana, in particolare, a livello nazionale si era data come regola un generale sfavore per i mandati consiliari successivi al terzo: sarebbe però toccato agli organi periferici (locali e provinciali) decidere sulla sua applicazione e, quindi, sulla rigidità o derogabilità del limite al quarto mandato. La situazione riguardava vari casi emblematici (a partire dall'ex prosindaco diccì di Torino Giovanni Porcellana), ma a Pinerolo avrebbe acceso la miccia dello scontro. Il contesto politico democristiano generale è ben descritto nel volume DC, declino o ripresa? Il caso Pinerolo, edito dal Centro Studi G. Donati di Pinerolo e scritto nel 1992 da Aurelio Bernardi, Carlo Borra e Giorgio Merlo: il più noto è certamente quest'ultimo, giornalista Rai, in quel 1990 consigliere uscente ed entrante Dc, deputato dal 1996 al 2013 (prima Ppi, poi della Margherita-Ulivo, poi del Pd) e attualmente fresco sindaco del comune torinese di Pragelato; anche gli altri, in ogni caso, furono testimoni della vicenda e Aurelio Bernardi, già sindaco di Pinerolo dal 1965 al 1975, fu membro della commissione chiamata a valutare le candidature. Proprio Bernardi, per contestualizzare il limite democristiano ai mandati consiliari, scrisse così:
Lo Statuto della DC prevede che per la formazione delle liste locali venga designata una commissione la quale deve verificare le proposte di ricandidatura che i consiglieri uscenti formulano, ricercare nuovi candidati e sottoporre le conclusioni agli organi elettivi del partito. Quaranta candidature per Pinerolo sono forse persin troppe perché disperdono voti e molte persone capaci e oneste, dovendosi presentare al giudizio degli elettori ed alle probabili critiche più che al sostegno della stampa locale, non è facile reperirle soprattutto quando la maggior parte dei consiglieri uscenti si ricandida avendo a suo favore l'apparato del partito, le personali clientele di sostegno e la notorietà. E' pur vero che il regolamento nazionale del partito sancisce che dopo 15 anni di permanenza in un Consiglio comunale occorre dare motivazioni valide per riottenere l'inserimento in lista, derogando così dalla norma stessa, ma i motivi si trovano sempre specie quando i gruppi interni al partito hanno tutti qualcuno che desidera essere riconfermato per un motivo o per l'altro. Pochi si autoescludono per favorire un rinnovamento ed avvicendamento che certamente sono sempre un rischio ma anche un segnale di vitalità di una formazione politica.
In quelle condizioni, alla metà di marzo Maurizio Agliodo, un componente della citata commissione, propose di escludere dalle liste proprio Francesco Camusso, in ragione della sua lunga permanenza in consiglio comunale. Di certo lui non gradì, mentre la proposta - secondo il racconto fatto da Aurelio Bernardi - risultò subito apprezzata da due componenti dell'organo, vale a dire Mauro Chiabrando e Giuseppe Chiomìo, che era diventato presidente della commissione in corso d'opera. "Si preferiva l'autoesclusione da parte dell'interessato - scrisse ancora Bernardi - perché una decisione di questo tipo avrebbe creato gravi lacerazioni interne al partito e forse non sarebbe approdata a buon esito. L'autoesclusione non avvenne". 
Camusso, insomma, confermò la sua intenzione di ricandidarsi; già il 1° aprile La Stampa scriveva di una "fumata nera per la lista comunale di Pinerolo, dove, nel tentativo di una parte della Coldiretti vicina all'eurodeputato Mauro Chiabrando di escludere l'ex sindaco di quella città, Francesco Camusso, dallo schieramento scudocrociato era stato sottoposto a votazione anche il nome di Calleri", vale a dire il conte Edoardo Calleri che era stato l'uomo simbolo (doroteo) della Dc tra gli anni '60 e '70. Il 2 aprile il comitato comunale della Democrazia cristiana approvò la lista che avrebbe dovuto essere depositata meno di dieci giorni dopo, ma lo fece a maggioranza (11 contro 9, avrebbe scritto La Stampa più in là) e, come appuntò Bernardi, "dopo lunghe discussioni, ripetute votazioni, impugnazione dei risultati": in quell'elenco di candidati non c'era Camusso e non c'era nemmeno il geometra Giorgio Rivolo, la cui presenza era altrettanto osteggiata.
Era inevitabile che gli esclusi si mettessero di traverso, facendo ricorso - come scrisse il 4 aprile Giuseppe Sangiorgio sulla Stampa - agli organi superiori, di livello provinciale. Nei giorni successivi arrivò un responso favorevole a Camusso e Rivolo: la commissione provinciale lasciò la scelta finale al comitato comunale di Pinerolo, ma invitò a reinserire le due persone escluse. Il che non fu accolto in maniera pacifica, come scrisse Bernardi:
La cosa suscitò un terremoto perché a quel punto diversi candidati si dichiararono indisponibili se la lista originaria fosse stata modificata. Si rivendicava da una parte il rispetto alle democratiche decisioni locali e dall'altra, essendo il partito organizzato per Statuto a livello provinciale, il rispetto alle decisioni degli organi superiori democraticamente eletti. La qual cosa non può essere messa in discussione in un partito organizzato a livello nazionale altrimenti subentra una visione distorta, localistica e indipendente più che autonoma. Ma qui si trattava di convalidare una proposta motivata partita da un organo periferico del partito, anch'esso previsto dallo Statuto, qual è il Comitato comunale, e quindi di capire il perché delle scelte fatte!
Il principio del caos, insomma. E poco importa che l'episodio arrivasse dopo una lunga tradizione di contrasti tra il livello locale e quello provinciale (e anche quello nazionale), col tempo sempre meno tollerata in un partito come la Dc che non si riteneva centralista e voleva vivere attraverso la vitalità delle sue articolazioni locali. Nessuno si stupì dunque quando il 9 aprile il comitato comunale riconfermò la lista e le esclusioni eccellenti, naturalmente di nuovo a maggioranza: quella lista sarebbe dovuta arrivare nell'ufficio del segretario comunale al più due giorni dopo, entro mezzogiorno.
Le fazioni ormai erano abbastanza definite e sembrava chiaro a molti come alla loro base ci fossero questioni politiche e forse non solo. Bernardi ricordò alcuni degli antefatti:
Camusso, non più scelto quale Sindaco nel 1985 e sostituito da Trombotto, viene designato dal partito a presidente della ACEA, Consorzio energia e ambiente, ente di grande rilievo locale e continua ad essere consigliere provinciale eletto nel collegio di Cavour. Ha incarichi nel partito a livello provinciale e siede in un Consiglio di Amministrazione di un ente pubblico, designato dal partito attraverso la sua corrente. Sentendosi però defraudato dalla riconferma a Sindaco proprio da parte di quel gruppo che nell'80 lo aveva proposto, dà vita a Pinerolo in una sede autonoma di corrente ad una serie di incontri dei suoi amici, iscrive al partito molte persone, e nel momento in cui i socialdemocratici locali hanno gravi difficoltà, ottiene l'adesione al suo gruppo di diversi di questi, così come ha l'appoggio di alcuni già liberali. Quando si deve rinnovare la Presidenza della Ussl 44 riesce - contro la decisione del partito e del gruppo dei consiglieri che fanno parte dell'assemblea e che propongono la riconferma di Chiomìo - a farsi eleggere presidente.
Considerata la vicinanza tra Chiomìo e Chiabrando, è forse più facile capire l'origine dei dissapori tra i due gruppi.

36 ore di fuoco

A quel punto, però, quando mancava un giorno e mezzo alla scadenza del termine per consegnare le liste, il livello provinciale della Democrazia cristiana fu nuovamente investito della questione e cercò di correre ai ripari, nel tentativo di non scontentare troppo nessuno, ma anche di far valere la propria posizione. Il segretario provinciale Sergio Deorsola, in particolare, il 10 aprile decise di affidare la questione a un altro dirigente democristiano, il vicesegretario cittadino Mario Fimiani (della corrente Forze nuove di Carlo Donat-Cattin, nonché ex presidente dell'Istituto autonomo case popolari), perché auscultasse direttamente in loco l'atmosfera a Pinerolo e valutasse la disponibilità del comitato locale ad accogliere i richiami del livello superiore. Dopo poche ore, fu chiaro che la disponibilità a reinserire in lista i due esclusi non c'era: si sarebbe dovuto quindi agire in modo più deciso. Il vertice provinciale tuttavia non lo fece: Bernardi nel suo libro parlò di una segreteria che, "legata alle correnti che la sostengono e tra queste gli andreottiani invita, sollecita, fa alcune proposte ma non esprime un netto pronunciamento né a favore né contro". Il tutto, evidentemente, con perplessità e sconcerto della squadra di quaranta possibili candidati che, alla vigilia della presentazione della lista, si era riunita per conoscersi meglio - c'erano anche vari indipendenti - e approvare il programma.
La segreteria provinciale cercò di ricomporre la questione convocando direttamente i vertici delle due fazioni a Torino. Per una ricostruzione vivida e sapida occorre affidarsi a un altro libro, scritto questa volta da Giuseppe Manduca, noto a Pinerolo come Nello: già segretario cittadino della Dc, era stato assessore quando era sindaco Bernardi e consigliere uscente nel 1990. Nel 1994 per il piccolo editore locale Alzani pubblicò il volume Gente così, titolo guareschiano ma narrazione in prima persona di vicende politiche locali e verissime. "I politici di solito - si legge nella quarta di copertina - hanno una doppia vita: quella privata, densa di virtù, di spiccato senso civico e di un morboso attaccamento alla famiglia; quella pubblica, nella quale amano trasformarsi in una categoria di bugiardi da non considerare volgari serpi, ma vipere; cercano cioè di dare all'avversario un morso solo, ma letale. Quella volta, che letale non risulta, essi debbono considerarsi vittime politiche predestinate. Il veleno, infatti, iniettato nelle loro vene li lascerà 'stecchiti' perché con cura è stato reso due volte pernicioso". 
Avendo dato un'idea, con questa citazione, del livello di partecipazione alle vicende raccontate, ci si può affidare per la prima volta alla penna di Manduca, che in quella campagna elettorale era schierato con Camusso:
Era la notte tra il 10 e l'11 aprile 1990 ed i lavori si protrassero fino alle prime luci dell'alba, densa di quella nebbiolina che di solito precede l'incipiente primavera. Verso le 22, il Segretario provinciale propose di sentire Chiabrando che raggiunse Torino verso mezzanotte. Prima dell'inizio dell'udienza, gli onorevoli Balzardi e Cavigliasso raccomandarono a Chiabrando di non insistere sulla esclusione di Camusso in quanto i fatti personali non dovevano prevaricare sulla visione politica globale. Sembra che Chiabrando in piemontese avesse risposto: "I capisce pròpi gnente!". 
Entrato nella sala delle riunioni, disse pressappoco: "Tutta Pinerolo attende la vostra decisione. Ho l'incarico di dirvi che saranno molti quegli elettori che non voteranno DC se Camusso farà parte della lista, e molti candidati non accetteranno di entrare nella compagine democristiana se Camusso sarà incluso. Tutto ciò non avviene per motivi personali ma politici. Se mai motivi personali dovessero esserci, me la sbrigherei in altra sede! Il settimanale locale è dello stesso parere e sicuramente non spenderà una virgola per il successo del partito, anzi...". Poi aggiunse: "Torno a Pinerolo, dove un congruo numero di democristiani attende le vostre decisioni". L'impressione datami nel breve discorso pronunciato quella notte, fu di avere per dirimpettaio un condottiero sincero, fiero e perseverante, sicuro della gente che gli andava dietro. Lo ammirai. 
Tornò a Pinerolo dove effettivamente un gruppo di irriducibili anticamussiani attendeva il responso ed ingannava il tempo consumando bibite analcoliche.
Inevitabilmente rapiti da questo dettaglio dal sapore antico - magari della classica spuma da oratorio, della gazzosa o di qualunque altra bibita diversa dalla semplice acqua minerale - non ci si stupisce che la discussione sia arrivata fino a notte fonda, tracimando nell'alba successiva - quella dell'11 aprile - quando ormai il tempo per depositare le liste si era ridotto a una manciata di ore. Nel frattempo, infatti, anche il gruppo di Camusso era stato convocato a Torino per un incontro - Manduca scrisse che erano le 3 di notte - e, alla fine, con scorno di Chiabrando, i membri della segreteria provinciale "non se la sentirono di espellere un ex-sindaco e consigliere provinciale in carica".
Il problema, però, era ancora lì, enorme, rognoso e irrisolto. Avrebbe dovuto provvedere il delegato del provinciale, Mario Fimiani, che poco prima delle 10 tornò nella sede Dc di Pinerolo, in via Cravero. In molti erano convinti che fosse venuto a proporre una soluzione salomonica - magari escludendo entrambi i "litiganti" - per tentare di salvare il salvabile nelle ultime ore disponibili, quindi si predisposero ad ascoltare. Per sapere come andò l'incontro, è il caso di restituire la parola alla memoria immaginifica di Nello Manduca:
Fimiani, con la pipa, profumata di tabacco "Clan", grossa quasi come la sua testa, di solito rapata a mo' di confetto, giunse nella sede solo un paio d'ore prima che scadesse il termine utile per la presentazione delle liste, prevista appunto per le ore 12 dell'11 aprile 1990. I presenti, interessati alla vicenda, in maggioranza candidati, erano tanti e quasi tutti, come me, assonnati e con la barba incolta. 
Disse Fimiani: "Consentitemi di dirvi che sono semplice latore della decisione dell partito. Consentitemi, inoltre, di aggiungere che la mia opinione è totalmente diversa da quella che sto per notificarvi. Allora: 1) Intanto nessuno di voi è autorizzato a presentare la lista dello scudo crociato: sarà un funzionario del Partito appositamente delegato a recarsi in Municipio e consegnarla nelle mani del Segretario comunale. 2) La Segreteria provinciale ha deciso che Camusso resta in lista. Per cui faccio l'appello di tutti i candidati e sarà incluso nella lista chi risponde 'Sì'". 
Dinanzi a tali dichiarazioni calò in sala uno strano silenzio, che non presagiva alcun tipo di armistizio.
L'impressione di Manduca era corretta. A quell'appello - che Aurelio Bernardi nell'altro libro colloca invece un'ora più tardi, davanti al funzionario Dc incaricato del deposito della lista, ma poco cambia - su 40 candidati, 28 risposero "no": per loro Camusso e Rivolo non dovevano essere candidati, dunque nemmeno loro sarebbero stati inclusi in quella lista. Era la dimostrazione plastica che non si era riusciti a trovare un accordo né a "ricondurre all'obbedienza" la sezione locale Dc; era però anche un problema tecnico-elettorale, perché i 12 candidati rimasti erano meno di un terzo dei seggi da assegnare (40 in tutto), quindi la lista non sarebbe stata accettata in base all'art. 32, comma 6 della legge n. 570/1960. Per Bernardi, a Fimiani non restò che ritirarsi, dicendo "Fate come meglio credete!".
Verso le 11 arrivò comunque il funzionario inviato dalla segreteria provinciale, tale Giuseppe Peyrani. Mancava solo un'ora e non era chiaro come sarebbero andate le cose. Anche il nuovo funzionario, ribadendo la decisione dei dirigenti provinciali di includere Camusso e Rivolo, dovette prendere atto dell'indisponibilità di 28 candidati su 40, dunque i requisiti per presentare la lista non c'erano; a quel punto, però, in base al racconto di Bernardi spuntò una decina di "candidature di riserva", per le quali Camusso disse di avere "la documentazione necessaria", chiedendone l'inserimento in lista, perché questa risultasse valida. Sempre Bernardi scrisse che i nomi di quei candidati "non erano stati passati al vaglio della commissione elettorale né locale né provinciale", dunque si trattava di un'anomalia (anche perché avevano pur sempre firmato un'accettazione di candidatura che, fino a un momento prima, non si sarebbe concretizzata); a dispetto di ciò, il funzionario Peyrani accettò di inserire i loro nomi in lista, per cui i candidati lievitarono a 24 (o 23 per altre fonti), con Francesco Camusso capolista.
Il tempo, peraltro, era quasi scaduto e, come scrisse Nello Manduca, "facemmo appena in tempo a portare il funzionario della Dc nell'ufficio del Segretario comunale a consegnare la lista dello Scudo crociato": del resto, bisognava pur sempre scrivere i nomi "definitivi" sul modulo di presentazione della lista compilato e firmato dal segretario provinciale, Sergio Deorsola, e portato proprio dal funzionario provinciale (all'epoca era in vigore il d.l. n. 161/1976, convertito con legge n. 240/1976, in base al quale i partiti presenti in Parlamento non dovevano raccogliere le firme per le elezioni amministrative, ma il modulo di presentazione delle liste, con tanto di contrassegno elettorale del partito nazionale, doveva essere firmato dal segretario del livello almeno provinciale). 
A quel punto, in zona Cesarini (erano le 11 e 55), l'impresa sembrava compiuta: "Chiamai Camusso per un rapido scambio di opinioni - continuò Manduca - e se da una parte ci congratulammo vicendevolmente per la battaglia vinta, dall'altra considerammo il peso morale che ci era piovuto addosso, presentandoci alla valutazione degli elettori con una lista tanto limitata". Quando mancavano pochissimi minuti al mezzogiorno di quell'11 aprile, però, arrivò il colpo di scena: "saliva la scalinata centrale del palazzo il viceré Chiomìo e, con un faldone ben legato che teneva stretto al petto, si dirigeva nell'ufficio del Segretario comunale". 
Ci volle poco a Manduca a capire che in quel faldone c'erano i documenti per presentare un'altra lista della Democrazia cristiana, con Mauro Chiabrando capolista e altri 29 candidati (in pratica, si trattava dei 40 nomi originali, tolti i 10 aspiranti candidati che erano finiti nell'altra lista "ufficiale"). Particolare fondamentale: anche questo modulo di presentazione della lista, consegnato in segreteria alle 11 e 57, era firmato dal segretario Deorsola, quindi la "delega", evidentemente, doveva essere stata trasmessa in precedenza al comitato comunale (anche perché era scritta interamente a macchina e si delegava direttamente Chiomìo al deposito, ma il suo nome era scritto con caratteri diversi).
Ci vuole poco a immaginare, oggi, l'espressione soddisfatta e forse leggermente sogghignante di Chiomìo e del gruppo vicino a Chiabrando (compreso il sindaco uscente Livio Trombotto), così come lo sbigottimento misto a rabbia di Manduca e degli altri.


Due scudi, due ricorsi

Soprattutto, tra risatine, lamentele e accuse reciproche, il livello di confusione era incredibile. Nel giro di qualche ora, peraltro, sarebbe aumentato anche di più: la commissione elettorale mandamentale, incaricata di vagliare e ammettere le liste, ritenne che entrambe le liste contrassegnate dallo scudo crociato avessero i requisiti per partecipare alle elezioni, nel senso che la documentazione era completa e corretta per tutte e due. Non era però accettabile che le due formazioni avessero lo stesso emblema, dunque sarebbero state ammesse solo se i contrassegni fossero stati differenziati a sufficienza, così da evitare rischi di confondibilità. 
Alle 18 e 30 di quello stesso 11 aprile, il pretore Piercarlo Pazè, presidente della commissione (in seguito procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Torino e apprezzato direttore della rivista Minori/giustizia), convocò i depositanti delle due fazioni, Peyrani e Chiomìo, per illustrare il problema e le possibili soluzioni, che dovevano essere trovate entro le 9 del giorno successivo. Per Camusso e i suoi non c'erano dubbi: la loro lista era stata consegnata per prima, rispettava le indicazioni della segreteria provinciale e aveva la delega fatta arrivare espressamente da Torino dal segretario Deorsola, quindi gli altri avrebbero dovuto ritoccare il simbolo; la fazione di Chiabrando, Chiomìo e Trombotto, d'altra parte, rivendicava la validità della propria delega e non voleva essere la sola a cambiare qualcosa. Vista la situazione, il pretore Pazè ottenne l'impegno di entrambi a modificare i rispettivi contrassegni, mantenendo "il simbolo dello scudo crociato come da delega nazionale, ma aggiungendovi altri elementi grafici e scritte di differenziazione" e rimpicciolendo gli scudi perché non fossero confondibili; probabilmente, a livello informale, suggerì anche che sarebbe stato opportuno differenziare pure i disegni dei due scudi; il tutto mentre due componenti della commissione avevano espresso riserve sull'ammissibilità di entrambe le liste, vista la delega dello stesso soggetto a due persone diverse.
Pur se insoddisfatti, entrambi i gruppi si precipitarono in tipografia per quelle modifiche di emergenza, pur avendo qualche ora a disposizione. Nello Manduca scrisse di aver cercato di convincere Francesco Camusso a non cambiare il simbolo per le ragioni sopra ricordate: sentiva che il suo gruppo era nel giusto, quindi bisognava difendere la propria posizione; Camusso, invece, si consultò col segretario provinciale Deorsola, che - forse per non prendere nemmeno questa volta una posizione chiara - "lo pregò di affidarsi ad eventuali consigli del presidente della commissione mandamentale", che aveva aveva suggerito di ritoccare tutti e due gli emblemi. Alla fine Camussso e gli altri decisero di mantenere lo scudo utilizzato da decenni sulle schede, rimpicciolendolo e aggiungendo a fianco un angolo con l'indicazione "'90", come riferimento a quell'anno.
Quanto al gruppo di Chiabrando e Chiomìo, aggiunse tre stelle e il riferimento alla città di Pinerolo, con le lettere disposte in modo da formare un arco (e la loro posizione non troppo precisa, in verità, sembra tradire la fretta con cui è stata compiuta l'aggiunta); nel tentativo di ridurre al minimo i rischi di confondibilità, per lo meno agli occhi della commissione che avrebbe dovuto valutare il nuovo contrassegno, si decise di sostituire la grafica dello scudo crociato, adottando quella - più moderna, con la parte superiore rettilinea - che la Dc impiegava dal 1979 sulle tessere e sulle altre grafiche non elettorali, forse nella speranza che gli elettori preferissero il nuovo al vecchio.
La mattina del 12 aprile, la commissione elettorale mandamentale valutò i nuovi contrassegni e, preso atto delle modifiche grafiche, ammise entrambe le liste alla competizione elettorale: due membri su quattro della commissione (compreso uno di nomina prefettizia) non erano d'accordo sull'ammissione delle due liste, ma dovettero soccombere perché tra gli altri due componenti c'era anche il presidente Pazè. La mossa delle "due Dc", tuttavia, produsse immediatamente una serie di conseguenze. Per cominciare, il pretore Pazè inviò tutta la documentazione a Torino, alla Procura della Repubblica, perché valutasse la commissione di eventuali reati (elettorali o di falso): tutte le persone coinvolte, infatti, furono interrogate. Soprattutto, però, le altre forze politiche si dimostrarono subito sul piede di guerra, rivolgendosi alla Prefettura per segnalare l'anomalia: per loro, oltre al rischio che due simboli molto simili confondessero gli elettori e falsassero il risultato delle elezioni ormai imminenti, c'era la situazione assurda di un partito che, di fatto, con due liste presentava 53 candidati invece che 40, cosa che non doveva essere consentita a nessuno per non produrre una "concorrenza sleale".
Guidava l'operazione-chiarezza Alberto Barbero, capogruppo uscente del Pci e candidato della lista Per l'alternativa. Se la vicenda finì anche in Parlamento, con un'interrogazione al ministro dell'interno - allora Antonio Gava - datata 19 aprile 1990 e a prima firma di Luciano Violante (Pci), gli stessi partiti che si erano rivolti alla prefettura avevano nel frattempo presentato un ricorso al Tar di Torino. Si trattava, infatti, di un pool politico singolare: assieme al Pci - Per l'alternativa c'era il Pri e persino il Msi, guidato dal combattivo Carmine Manganiello; a sostegno delle loro posizioni c'era anche il Psi. Tutti loro erano difesi da Carlo Cotto e Dario Storero, avvocato apprezzato e rispettato, nonché futuro sindaco di Villar Perosa (eletto proprio dopo le elezioni del 1990).
La discussione del ricorso, peraltro, andò per le lunghe e prima del voto non arrivò nessuna decisione. Nel frattempo, per cercare di evitare almeno una campagna elettorale avvelenata, la Dc torinese aveva nominato garante il senatore Marcello Gallo: tutto sommato il suo compito non fu difficile e, sia pure tra un interrogatorio e un'udienza, si arrivò al giorno del voto.
A spoglio terminato, la Dc - tre stelle (Chiabrando-Trombotto) ottenne 4528 voti, pari al 17,19%; la Dc-'90 (Camusso-Manduca) si fermò a 2956 voti, pari all'11,29%. Tradotti in seggi, ne uscirono 8 per la lista di Chiabrando, 5 per quella di Camusso: nel 1985 ne erano arrivati 14 con una lista sola, quindi era stato perso per strada un unico seggio, un risultato nemmeno da buttare. La lista più votata, tuttavia, era quella dei socialisti (4833 voti, 18,35%) ed era un peso non di poco conto: non a caso, nelle settimane successive fu eletto sindaco proprio il capolista Psi Pietro Rivò, in giunta entrarono anche vari esponenti della Dc-Chiabrando, mentre l'altra lista rimase esclusa. Un ulteriore motivo di frizione in casa democristiana, al punto che il leader regionale degli andreottiani, Vito Bonsignore, chiese e ottenne il commissariamento della Dc locale (considerata come se fosse stata parte di una "giunta anomala" con il Psi, com'era avvenuto nella vicina Rivoli). Commissario fu nominato il conte Edoardo Calleri, leader democristiano fortissimo tra gli anni '60 e '70 e primo presidente (dal 1970 al 1973) della Regione Piemonte.
Nel frattempo, però, a risultati proclamati, i contestatori dell'esito elettorale avevano presentato un nuovo ricorso al Tar, stavolta contro la proclamazione degli eletti: riecco dunque i ricorrenti di Pci - Per l'alternativa e Msi, stavolta con il sostegno pure dell'Union Piemonteisa di Roberto Gremmo; a loro si era unito anche il liberale Massimo Fiammotto, consigliere uscente non riconfermato. Chiabrando, convinto di essere nel giusto, si fece difendere da un principe del foro torinese e noto professore di diritto amministrativo, Claudio Dal Piaz, mentre a sostenere le tesi di Camusso fu l'avvocato Pier Paolo Monti. Una vera disputa professionale, celebrata in piena estate.


Uno scudo di troppo, una sentenza dopo l'altra

Dall'Archivio storico della Stampa (come gli altri articoli)
La decisione del Tar Torino arrivò alla fine di agosto: il 30 La Stampa poté titolare Pinerolo, elezioni da rifare; per conoscere i motivi dell'annullamento del voto si dovette attendere un giorno in più, col deposito della sentenza n. 268. Per i giudici della seconda sezione, in particolare, la soluzione doveva passare attraverso una regola e una sua eccezione, cioè la norma che prevede la raccolta firme e l'esenzione per i partiti presenti in Parlamento. 
In particolare, il regime normale non consente - oggi come allora - all'elettore di sottoscrivere più di una lista: ciò perché occorre "eliminare ogni possibile ambiguità a tutela dell'elettorato e della correttezza nella lotta politica, che deve o dovrebbe rispondere ad esigenze di trasparenza e di chiarezza", quindi l'elettore "deve esser posto in grado di valutare la formazione politica che si presenta agli elettori non solo attraverso i candidati, ma anche i loro sottoscrittori", senza contare che un diritto politico come la sottoscrizione di una lista "non può essere esercitato due volte", proprio come il voto. La legge aveva sì previsto l'esenzione dalla raccolta firme per i partiti con rappresentanza parlamentare, ma non aveva derogato al divieto di sostenere due liste, un principio di carattere generale: se non può farlo un elettore, ciò non può essere consentito nemmeno al segretario di un partito presente in Parlamento. La commissione elettorale mandamentale, dunque, non si sarebbe dovuta preoccupare di far differenziare i due simboli presentati identici (questione rilevante sì, ma solo in seconda battuta), ma avrebbe dovuto "contestare la legittimità della presentazione ai delegati di lista, eliminando entrambe [le liste] in mancanza di una decisione o di un chiarimento del segretario provinciale della Democrazia cristiana". 
Le parole del collegio giudicante non sembrarono contemplare la possibilità che si potesse escludere solo la lista presentata per seconda, secondo il principio prior in tempore potior in iure (in soldoni: chi prima arriva meglio alloggia): come la giurisprudenza avrebbe stabilito in seguito, se la doppia sottoscrizione dell'elettore è un reato (una contravvenzione), nessuno se ne può giovare, quindi è ragionevole annullare entrambe le firme. Lo stesso ragionamento, dunque, venne applicato al caso delle liste presentate direttamente dai partiti rappresentati alle Camere: visto che il partito di fatto aveva presentato due liste invece di una, con un numero ben più ampio di candidati, era giusto che non traesse alcun vantaggio dal proprio comportamento. In ogni caso, la commissione elettorale non avrebbe dovuto ammettere entrambe le formazioni: facendolo, aveva violato la legge. Questo bastò a far annullare le elezioni, anche se sul tavolo c'era anche la questione dei simboli, comunque troppo simili anche dopo le modifiche suggerite dal pretore.
Per chi aveva promosso i ricorsi, la decisione del Tar era una grande vittoria; lo smacco fu notevole, invece, tanto per i promotori delle due liste, quanto per i socialisti che per la prima volta erano riusciti a ottenere nove consiglieri comunali e a esprimere il sindaco. Per Chiabrando, che dalle elezioni aveva ottenuto di più rispetto all'altra lista, quello uscito dalla sentenza del Tar era "un pasticciaccio all'italiana che non mi convince, un assurdo politico-giudiziario", anche perché a Cella Monte, nel Monferrato, erano state ammesse due liste Dc con simboli quasi identici, proprio dopo che il Tar aveva sospeso l'esclusione della seconda lista: non poteva sapere, ovviamente, che due settimane dopo, a metà settembre, lo stesso Tar avrebbe annullato anche le elezioni di Cella Monte, proprio per la vicenda del simbolo pressoché uguale, dunque foriero di confusione.
Apparve meno tranchant nelle dichiarazioni di quel giorno Francesco Camusso: per lui la Dc aveva bisogno di unità e l'avrebbe potuta ottenere anche grazie all'impegno di Calleri come commissario. Passate poche settimane dall'arrivo del commissario prefettizio, però, il 4 ottobre 1990 Enrico Villarboito, eletto in consiglio con l'Union piemonteisa poi passato coi socialisti, impugnò la sentenza del Tar, sostenendo che i giudici in periodo di sospensione feriale avrebbero dovuto occuparsi solo di vicende urgenti. A quella notizia, anche Camusso decise di fare ricorso assieme ad alcuni suoi candidati, sostenendo che la loro lista, presentata per prima, fosse l'unica legittimata a finire sulle schede: per lui, tra l'altro, quell'impugnazione era "l'unica possibilità in possesso alla nostra lista per tentare di ricomporre la frattura che si era formata all'interno del partito". Un pensiero che evidentemente non era condiviso all'interno della Dc: il commissario Edoardo Calleri, che per le elezioni successive aveva proposto di evitare le candidature dei due litiganti e aveva ottenuto qualche risultato con la sua mediazione, bollò quella di Camusso come una "pierinata", che avrebbe avuto conseguenze disciplinari. 
Ci vollero altri quattro mesi perché i giudici di Palazzo Spada dicessero la propria, confermando in pieno la decisione del Tar: il dispositivo uscì a metà febbraio, ma per la sentenza integrale - la n. 661 - si dovette attendere il 27 aprile. La quinta sezione del Consiglio di Stato ritenne che l'inammissibilità di più liste sottoscritte e presentate dallo stesso segretario politico potesse avere come unica conseguenza "l'eliminazione delle liste stesse": il fatto che la lista dei ricorrenti fosse stata presentata per prima, tra l'altro solo di pochi minuti, non incideva sul fatto che le deleghe della segreteria provinciale fossero state "rilasciate contemporaneamente dallo stesso segretario politico", dunque non era possibile "identificare quale delle due liste fosse quella rappresentativa del partito". L'annullamento delle elezioni, dunque, per i giudici di secondo grado era l'unica soluzione possibile e corretta.


Di nuovo al voto, di nuovo in tribunale

La sentenza del consiglio di Stato segnò definitivamente la strada verso il ritorno alle urne: si tornò al voto il 24 e il 25 novembre del 1991. Le liste sulla scheda allora furono 14, comprese quelle del Pds (col simbolo ufficiale) e di Rifondazione comunista, ma c'era anche l'emblema dei Verdi-Verdi, al suo esordio elettorale assoluto in Italia, sia pure come miniatura all'interno del contrassegno dei Pensionati. La Democrazia cristiana, ovviamente, quella volta aveva soltanto una lista, peraltro nemmeno completa: i candidati erano 37 sui 40 possibili, tra loro non figuravano né Chiabrando né Camusso, ma c'era Trombotto come capolista (e, racconta Bernardi nel libro scritto con Borra e Merlo, proprio la sua presenza avrebbe fatto allontanare alcuni possibili candidati, che avrebbero voluto maggiore rinnovamento). 18 elettori su 100 non andarono a votare - per i giornali di allora fu un'astensione da record - e la Dc passò dal 31,4% (come somma delle due Dc) del 1990 al 25,9% del 1991; il calo però fu generale e colpì praticamente tutti, tranne la Lega Nord, cresciuta di quasi cinque punti percentuali. I democristiani, in compenso, si confermarono prima forza politica del paese e ottennero 12 consiglieri.
Chi pensava che le vicende originate nel 1990 potessero finalmente concludersi ed essere archiviate, si sbagliava o - se non altro - anticipava i tempi. A urne chiuse, infatti, impugnarono il risultato elettorale tanto due presentatori dei ricorsi nel precedente turno elettorale (il liberale Edoardo Massimo Fiammotto e il missino Carmine Manganiello), quanto Paolo Aimar, inserito nella lista della Dc ma poi escluso dalla competizione elettorale: questi sarebbe risultato ancora consigliere a Bagnolo Piemonte all'atto di presentazione della candidatura, ma lui lamentò di aver presentato prima le sue dimissioni, protocollate in ritardo (e se la prese anche con la commissione elettorale, che a suo dire non avrebbe dovuto escluderlo): proprio sui dubbi circa la legittimità della sua esclusione si erano concentrate le impugnazioni (quella di Fiammotto riguardava anche le firme raccolte dall'Union piemonteisa, lamentando casi di firme doppie).
L'esito delle nuove elezioni, dunque, fu nuovamente oggetto dell'attenzione del Tar del Piemonte: Aimar aveva già presentato un ricorso prima del voto, riuscendo a farsi nuovamente inserire in lista, ma non avendo ottenuto il rinvio del voto per avere più tempo per la campagna elettorale si era rivolto di nuovo ai giudici. Rispetto al turno elettorale precedente, quella volta si perse meno tempo: tra gennaio e febbraio i giudici amministrativi di primo grado respinsero il ricorso (con la sentenza n. 45 della lI sezione) e la decisione fu confermata dal Consiglio di Stato il 30 ottobre (sentenza n. 1130 della V sezione), quindi non ci fu alcun bisogno di votare di nuovo.


Epilogo e colpi di coda

Scongiurato il rischio di nuove elezioni Livio Trombotto, che a novembre del 1991 era stato rieletto come sindaco, poté finalmente stare più tranquillo. Francesco Camusso, invece, era finito fuori gioco per i postumi della vicenda elettorale e giudiziaria precedente: il commissario Calleri non era stato l'unico a non aver mandato giù la sua decisione di impugnare la sentenza del Tar nella speranza di ottenere un pronunciamento a suo favore. Alcuni dirigenti della Dc pinerolese deferirono per due volte Camusso ai probiviri nazionali del partito (il 28 agosto 1990 e il 24 luglio 1991, annotò puntualmente Aurelio Bernardi, dunque prima del ricorso e dopo l'esito del ricorso al Consiglio di Stato), inviando un voluminoso dossier che si riferiva anche a episodi precedenti le elezioni "incriminate". 
A luglio del 1992 Camusso fu effettivamente espulso dalla Dc, poi riammesso un mese e mezzo dopo da un altro collegio probivirale in seconda istanza. In seguito sarebbero arrivate disavventure giudiziarie più gravi, di cui i giornali scrissero; ciò non avrebbe tenuto Camusso del tutto lontano dalla politica, da momento che - dopo la trasformazione della Dc in Ppi - lui avrebbe militato in Forza Italia e nel Pdl, mentre sarebbe tornato sui banchi del consiglio comunale nel 2011 con la sua lista Pinerolo per Camusso (dimettendosi poi tre anni dopo).
I provvedimenti contro Camusso, peraltro, non furono l'ultimo colpo di coda di quelle elezioni "a due scudi": il 6 maggio 1993 La Stampa pubblicò la notizia della condanna, da parte della Corte dei conti, al pagamento di 226 milioni a carico di Piercarlo Pazè e di un altro componente della commissione elettorale (anche se non era lo stesso che aveva votato nel primo giorno sull'ammissibilità delle liste), a seguito di un procedimento iniziato a settembre del 1992, dopo la seconda vicenda elettorale travagliata: per il loro voto a favore dell'ammissione di entrambe le liste coi simboli modificati, i due membri della commissione erano stati ritenuti responsabili del danno erariale equivalente alla somma spesa per le elezioni del 1990, annullate dai giudici amministrativi, proprio perché non avrebbero dovuto ammettere le liste. Un epilogo decisamente amaro, condiviso peraltro con altre elezioni amministrative, visto che anche a Venaria si era dovuto rivotare perché sul manifesto delle candidature certi nomi, tra l'altro sempre della lista della Dc, non erano stati stampati (ma lì non ci furono ricorsi in Consiglio di Stato e si votò già a novembre del 1990); anche per Venaria i magistrati contabili fecero accertamenti, ma non è dato sapere se poi ci fu una condanna. 
Pazè fu anche oggetto di un procedimento disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura, con la sua audizione del 15 luglio 1994 che è ancora ascoltabile grazie all'archivio di Radio Radicale. Lì è possibile sentire la sua versione dei fatti dalla viva voce dell'involontario protagonista, che rilevava tra l'altro l'assenza di precedenti casi simili e rivendicava la sua scelta di segnalare il caso alla Procura della Repubblica di Torino che avrebbe poi archiviato l'indagine, condividendo la sua interpretazione che rendeva possibile la presenza di due liste dello stesso partito (seguita anche, come si è visto, dalla commissione di Casale Monferrato, competente per Cella Monte); lamentava poi la mancata previsione espressa di un divieto per un partito di presentare due liste e sosteneva che i ragionamenti fatti sulla rappresentatività delle liste e sul divieto di doppia firma non potevano applicarsi anche alle liste presentate direttamente dai partiti perché non si poneva più un problema di rappresentatività. Al di là delle pesanti censure di Pazè all'operato della Corte dei conti nella vicenda, il procedimento si concluse con l'assoluzione per l'esclusione di ogni addebito.
Per Pinerolo, quella decisione della Corte dei conti fu l'ultimo colpo di scena di una vicenda tormentata, di cui era difficile tenere le fila. Lo dimostra, a suo modo, il decreto n. 3437 che il Tar torinese il 16 novembre 2007 ha emesso per dichiarare definitivamente perento il ricorso presentato nel 1990 con cui le liste Per l'alternativa, Pri, Msi e due elettori avevano chiesto, prima del voto, di annullare le decisioni della commissione mandamentale sulle liste della Dc: evidentemente, nella ridda di ricorsi presentati, questo era finito dimenticato e, passati dieci anni dalla sua presentazione, nessuno aveva chiesto di fissare l'udienza a dispetto dell'avviso inviato ai ricorrenti. Evidentemente in molti, dopo le elezioni del 1991 confermate dai giudici amministrativi, avevano cercato di lasciarsi alle spalle quell'episodio poco onorevole, finendo per consegnare all'oblio anche quel ricorso; ci avrebbe pensato la burocrazia giudiziaria a farlo riemergere per quell'ultimo atto di una vicenda tanto grottesca (per la dinamica e per i risvolti) quanto indimenticabile, soprattutto per i #drogatidipolitica che si imbattano nella sua memoria.

Questo articolo non sarebbe mai nato se a Massimo Bosso, mentre era concentrato sulle vicende "sotto i mille" dal 1994 in poi, non fosse venuto in mente che a Pinerolo qualche anno prima sulla scheda erano finiti due scudi ed erano dovuti intervenire i giudici, anche grazie a un missino di cui ricordava il cognome.
Scatenato il furore della ricerca, l'articolo non si sarebbe mai sviluppato senza la memoria di Giancarlo Chiapello, che aveva sentito parlare della vicenda e ha fornito il libro di Bernardi, Borra e Merlo, suggerendo anche chi poteva avere un altro libro prezioso per ricostruire la vicenda. Un libro raro e non pacifico, quello di Nello Manduca, riemerso grazie alla pazienza e alla disponibilità di Pietro Manduca, nipote di Nello, come lui appassionato di politica (anche se sotto insegne ben diverse). Il simbolo di Per l'alternativa, invece, è stato recuperato grazie alla pazienza di Elio Salvai, allora candidato in quella lista. 
Per reperire i dati e ricostruire meglio le vicende, sia benedetto l'archivio storico digitale del quotidiano La Stampa, senza il quale tutto sarebbe stato molto più difficile (e anche l'archivio di Radio Radicale, cui non si sarà mai abbastanza grati); per i giuristi irrecuperabili, infine, il cocktail di memoria, disponibilità dei funzionari, Google Books e archivi digitali delle riviste giuridiche (Giurisprudenza di merito e Il Foro amministrativo) ha permesso di ritrovare le sentenze utili senza dover scartabellare in archivi polverosi. Scusate se è poco.

martedì 22 ottobre 2019

Dialogo con Giovanni Sasso (Proforma): "Così Italia Viva ha spiegato le ali"

Occorre riconoscerlo: nessun varo di simbolo di un nascente partito politico ha ricevuto tanta attenzione mediatica quanta ne ha ottenuta quello di Italia Viva. La presentazione "monumentale" sabato durante la Leopolda10 da parte di Matteo Renzi, preceduta dal voto online di una settimana su tre proposte scelte da Renzi con il nucleo fondante della nuova forza politica, ha tenuto banco per giorni, tra cronache, commenti e sberleffi di varia natura. 
Ora che la selezione è completata e il simbolo è ufficiale, è il caso di capire meglio come si è arrivati a quell'emblema: al momento non è dato sapere chi ha realizzato le due grafiche che non si sono aggiudicate il contest (la prima a fondo fucsia e la terza basata solo sul lettering), ma si sa che la grafica vincitrice è stata elaborata da Proforma, l'agenzia di comunicazione barese che nel corso degli anni si è occupata di molte campagne di comunicazione politica a livello nazionale e locale (oltre che per Renzi e per il Pd, per Michele Emiliano, Nichi Vendola, Mario Monti, Antonio Decaro, Raffaella Paita, per i Ds, Rifondazione comunista, Sel e tanti altri), oltre che per altri soggetti istituzionali, produttivi e associativi. Della genesi del simbolo di Italia Viva parliamo con Giovanni Sasso, direttore creativo di Proforma; l'occasione è ghiotta anche per ricordare il precedente di Scelta civica, il simbolo concepito da Proforma per l'avventura elettorale del 2013 di Mario Monti (anche in quel caso ci fu molta attesa per la presentazione, anche se nel giro di un anno gli esiti non furono esaltanti) e di altri emblemi di cui l'agenzia si è occupata nel corso degli anni. Perché disegnare simboli, anche ora che realizzarli è molto più facile, è sempre una questione delicata, da maneggiare con cura.


* * *

Giovanni Sasso, ormai possiamo dire che Proforma ha al suo attivo non più un solo simbolo di partito nazionale, ma due.
Esatto, dopo gli esiti del contest sul simbolo di Italia Viva, possiamo dire che i brand nazionali da noi curati sono due. 
Quando siete stati contattati per realizzarlo, se è andata così?
In effetti le cose non sono andate proprio così. Il rapporto con Matteo Renzi dura dal 2013, da quando abbiamo concepito e realizzato per lui la campagna Cambia verso per le "primarie" per la segreteria del Partito democratico. Da allora il rapporto è proseguito, anche se non è stato sempre formalizzato: alcune volte abbiamo espressamente lavorato a campagne del Pd o sue personali, altre volte il tutto si è svolto in modo più informale, in ogni caso siamo sempre rimasti in contatto. In questo caso non c'è stata una vera commessa e lo stesso vale per gli altri due emblemi che erano stati inseriti nella terna di proposte da votare nel contest: abbiamo fatto una proposta in nome del rapporto cordiale e consolidato con Renzi e questa è stata selezionata per partecipare al contest
Questo è un modo per confermare che solo la proposta numero 2 era stata elaborata da Proforma, non anche le altre, giusto?
Assolutamente sì, questo è certo (sorride), ma è anche un modo per dire che non c'è stato un vero brief, non ci si è mai incontrati con un ipotetico committente per chiarire cosa volesse e su cosa si volesse puntare, anche magari in gara con altri soggetti. Diciamo che il brief lo abbiamo ricavato dalle parole d'ordine del nuovo partito, che per noi erano abbastanza chiare.
Già che ci siamo, mi confermi anche che il nome "Italia Viva" era già stato fissato prima? Ricordo di aver visto un tuo status di Facebook non proprio entusiasta... 



In effetti (ride)... Ti confermo che il nome non è farina del nostro sacco. Quanto al mio post, era molto sincero nel senso che, sì, il nome non mi entusiasmava, ma faccio fatica a pensare che potesse esserci un nome davvero entusiasmante. Ma lo direi di qualunque nome o marchio: è difficile che entusiasmi, è una categoria poco professionale, diciamo... "Italia Viva" è comunque facile da ricordare e mostra una certa coerenza con ciò che il fondatore dice e fa, quindi ci può stare. Se dovessi sforzarmi per trovare un nome alternativo "entusiasmante", ora non ci riuscirei; al massimo si sarebbe potuto osare un po' di più togliendo "Italia", lasciando solo "Viva"...
Però già da circa sei mesi esisteva èViva di Francesco Laforgia e Luca Pastorino, che tra l'altro si era sempre rivolta alla Rete per la scelta del simbolo, quindi la convivenza sarebbe stata molto problematica, sotto vari punti di vista... 
Lo immagino. Comunque, dicevo, si sarebbe forse potuto osare di più e qualcuno altrove l'ha fatto. Per farti un esempio, quando sulla scena politica spagnola è apparso Podemos, è probabile che ci sia stato qualche mugugno: oggettivamente è complicato vedere un partito politico il cui nome è un verbo alla prima persona plurale; poi alla fine la scelta è apparsa adeguata, il brand ha preso piede e si è rafforzato, anche se molto dipende naturalmente dai contenuti con cui lo si riempie. Di certo all'inizio scelte simili possono spaventare; diciamo che comunque, per il tipo di progetto che Matteo ha in mente, alla fine Italia Viva ci sta.  
In ogni caso, si può dire che a Renzi avete fatto una proposta grafica "secca", senza vostre alternative?
Sì, esatto, abbiamo fatto questa proposta "secca" e lui pochi giorni prima di lanciare il contest ci aveva fatto capire che l'idea era di suo gradimento e sarebbe entrata nella terna di quelle su cui si sarebbe votato.
Quando avete fatto la proposta?
Una ventina di giorni prima che si aprisse ufficialmente il contest per la scelta del simbolo.
Per arrivare alla proposta che avete presentato, da quali punti fermi, da quali concetti chiave siete partiti? 
Il primo, essenziale punto di forza, inutile negarlo, doveva essere la discontinuità: mi pare evidente che questo progetto di Matteo Renzi voglia caratterizzarsi innanzitutto come cesura rispetto al passato, che sia quello del Pd o, più in generale, della politica italiana, vista come tradizionale e ideologica. Per questo, il marchio doveva essere in qualche modo "di rottura": da qui è venuta anche la scelta dei colori da utilizzare.
Di questo parleremo tra poco: diciamo che è un "cambia verso" in altra forma...
Esatto, un "cambia verso" grafico. E quel claim di quella campagna, di cui vado molto orgoglioso, era proprio nostro.
Oltre alla discontinuità, su cosa avete lavorato?
Beh, il nome stesso "Italia Viva" suggeriva la necessità di un simbolo vivace, nel segno e nei colori. Volevamo poi tenere insieme la concretezza e gli ideali e abbiamo cercato di farlo con l'elemento grafico più riconoscibile del simbolo: quella "spunta" che emerge su fondo bianco e "vola alto" vuole simboleggiare un partito riesce a mantenere un riferimento ideale e valoriale "alto" ma, contemporaneamente, riesce a "fare", a decidere, a cambiare le sorti della vita reale delle persone. Certo dire tutto questo è facile, magari in una campagna, mentre è molto più complicato lavorare su un simbolo, proprio per l'estremo lavoro di sintesi che occorre fare: si chiede a un segno di sintetizzare molte cose, quindi il prodotto è inevitabilmente sottoposto a critiche.
Chi ha lavorato materialmente ai simboli?
Abbiamo sostanzialmente lavorato in tre: io, come direttore creativo di Proforma, e due designer della mia azienda, Daniele Guido e Miki De Benedictis.
Il tricolore non è mai entrato in ballo?
In effetti era stata una delle prime idee che avevamo valutato: quella V a metà tra la spunta e il volatile, che all'inizio non aveva l'idea di tridimensionalità che si vede nel risultato finale, in una prima versione iniziava verde e finiva rossa in campo bianco. Ho però scartato quasi subito quella soluzione, proprio per il discorso di prima sulla discontinuità: nonostante tutto il mio affetto per la bandiera, nel nome c'era già la parola "Italia" e non mi pareva il caso di sfornare l'ennesimo simbolo partitico con il tricolore all'interno.
Rimanendo all'aspetto cromatico, mi pare innegabile che il simbolo richiami direttamente Instagram, per lo meno in buona parte.
In effetti manca l'azzurro, che però è nel nome. Si tratta di una scelta voluta, anche se non è una copiatura: l'idea originaria era di usare colori vivaci in sfumatura, richiamando un linguaggio cromatico nuovo. Qualcosa di simile si trova anche, per esempio, nel nuovo marchio di Sky, anche se la palette che abbiamo impiegato è più simile a quella di Instagram, La stessa scelta cromatica, tra l'altro, come qualcuno ha notato, si vede nel logo della Leopolda10, che abbiamo fatto sempre noi.
Ecco, questa scelta sembrerebbe quasi un self-spoiler, come se si fosse voluto rivelare in anticipo l'esito della votazione sul simbolo, come Makkox e io avevamo ipotizzato a Propaganda Live...
In realtà no, perché noi non sapevamo che la nostra grafica avrebbe vinto il contest del simbolo. Sì, la nostra proposta ha avuto il 63% dei voti, ma quando abbiamo avuto da Renzi l'incarico di realizzare il logo della Leopolda, i risultati non si conoscevano ancora: ovviamente, per il logo della manifestazione, abbiamo usato la stessa palette cromatica.
Quindi parlare di self-spoiler è sbagliato, perché è semplicemente stata la stessa mano a produrre la proposta vincente e la grafica per la Leopolda.
Esatto, la stessa mano che ha pensato "se il nostro simbolo vincesse, sarebbe carino che nel brand della Leopolda ci fosse la stessa nuance di colori", però onestamente non eravamo affatto sicuri di vincere. Certamente credevamo nel nostro lavoro, in quello che avevamo fatto, ma non immaginavo che avrebbero votato circa 40mila persone e che la nostra proposta ottenesse circa 24mila voti, quindi la sorpresa è stata positiva; potevamo al massimo notare che, tra i commenti al post che annunciava il contest, quelli favorevoli alla nostra proposta erano più o meno nella stessa proporzione poi segnalata dal voto online, assieme ovviamente ai tanti che preferivano altre opzioni e a quelli che le bocciavano tutte senza appello. Ma siamo abituatissimi a questi verdetti, fanno parte del gioco. 
Torniamo un attimo alla "spunta", cioè al segno del tick che contrassegna le cose già fatte o quelle positive. Eppure lo stesso comunicato ufficiale di Italia Viva, a quanto si legge sul sito, parla di un "gabbiano in volo": avevate pensato qualcosa di simile?
Ah, parla di un gabbiano? Renzi nel suo discorso finale ha notato: "Qualcuno dice che è un gabbiano, ma io ci vedo una spunta, come quella di Whatsapp, o anche un'ala, un invito a non restare ancorati ai chiacchiericci". Cosa che corrisponde a quello che abbiamo detto a Renzi quando gli abbiamo illustrato la nostra proposta.
Allora diamo l'interpretazione autentica di Proforma di quel segno.
L'interpretazione ruota intorno a tre idee. Si parte dalla "spunta", quindi da un segno di concretezza, che indica le cose fatte, dunque l'idea di voler decidere e fare; c'è poi l'idea del volo, anche se io ho lavorato sull'idea delle ali per dare il concetto di ideale che vola alto, senza che questo avesse le forme di un uccello in particolare. Tieni conto che quel logo non era nato rinchiuso in un cerchio, era nato come brand con qualche ambizione in più delle forme imposte dalle leggi elettorali: nelle applicazioni di merchandising che avevamo proposto per presentare la nostra opzione, infatti, si sfuggiva quasi sempre dalla dimensione circolare. Quando, in ogni caso, abbiamo dovuto fare i conti con il cerchio, abbiamo deciso di aggiungere quel segmento colorato in basso, per dare ancora di più l'impressione dello spazio del volo, come se fosse un pezzo di pianeta stilizzato che facesse risaltare ancora di più il volo in alto dell'uccello. La terza idea, ovviamente, è quella della V di "Viva": c'è chi vede la tridimensionalità della lettera, c'è chi non la vede, ma si tratta comunque di evidenziare la parola fondamentale del nome.
Con cui non a caso c'è la maggiore somiglianza cromatica. Tornando al gabbiano, certamente quello del simbolo non lo è, ma a chi ricorda impieghi precedenti di volatili in politica, viene in mente essenzialmente il simbolo dell'Italia dei valori che all'interno aveva proprio un gabbiano, per giunta a colori sfumati. Tant'è che il suo segretario, Ignazio Messina, sul suo profilo aveva segnalato la somiglianza (anche per l'acronimo Iv simile a Idv), persino l'area è sempre quella dei libdem...
In effetti è vero che l'Italia dei valori aveva usato un uccello ad ali spiegate, ma quello era tinto dei colori dell'arcobaleno, dunque erano diversi; quello dell'Idv era proprio conformato proprio come un gabbiano. Ognuno ovviamente può vedere in quelle ali stilizzate quello che vuole: c'è persino chi ha voluto vedere in quel segno la V del Vagisil... (sorride)
Beh, al di là della forma, quest'accostamento può essere stato facilitato dal fatto che il nome "Italia Viva" è scritto con colori molto simili, che possono facilmente rimandare alle tavolozze cromatiche da "igiene intima"... Ennesima dimostrazione che, come abbiamo detto a Propaganda Live, il nuovo non esiste, nemmeno nella grafica.
In effetti (ride)... Ma non escludo che ci possa essere da qualche parte un emblema ancora più simile a quello che abbiamo prodotto noi. Pensa che mi è capitato in più di un caso di imbattermi addirittura in campagne identiche o quasi. Un giorno avevamo fatto una campagna multisoggetto per gli Internazionali di Tennis, con vari spot diversi; dopo un paio d'anni ho trovato uno spot precedente spagnolo che aveva quasi lo stesso concept nostro di uno dei nostri soggetti, tra l'altro anche abbastanza complesso... c'era una similitudine tra le strisce del parcheggio di un auto con le strisce di un campo da tennis, l'auto parcheggiava fuori dalle strisce e un giudice di linea rilevava che la ruota era fuori, come se fosse stata una pallina da tennis. Se io avessi detto a qualcuno che io non avevo visto quello spot precedente, non ci avrebbe creduto nessuno e avrebbero pensato che avevamo copiato: sono quindi abbastanza fatalista su questo. Del resto, se si digita su Google "logo V", "logo B" o qualunque altra lettera, esce una marea di marchi in tema: una stilizzazione della lettera simile a quella che si ha in testa la si trova sicuramente... 
Scartata l'igiene intima (e anche il tricolore), la scelta di quelle tinte per il nome del partito da dove è venuta?
Avevamo scelto quei colori perché ci siamo fatti influenzare da quest'idea diarchica più volte ripetuta da Matteo, per cui ogni ruolo sarà ricoperto da un uomo e da una donna. Azzurro e rosa dunque si abbinano per questo; in più l'azzurro è anche colore nazionale, senza bisogno di citare il tricolore.
Al di là dell'abbandono immediato del tricolore, ci sono state altre trasformazioni dell'emblema che hanno portato alla sua forma definitiva?
Non avevamo vagliato all'inizio altre proposte grafiche, molto distanti da quella finale, quindi le trasformazioni hanno riguardato gli elementi che si possono vedere anche nella versione definitiva. Penso soprattutto alla forma della V: all'inizio, come accennavo, non aveva quest'idea di tridimensionalità, quindi con lo spazio bianco "vuoto" che c'è ora e dà maggiormente quell'impressione. I due tratti della V inizialmente erano attaccati, con giusto un po' di ombra, un po' come il nuovo logo di Netflix; in seguito abbiamo cominciato a ragionare su una tridimensionalità ricavata dagli spazi negativi, dunque con il bianco, passando da un iniziale rosa - in omaggio alla professione di femminismo del nuovo partito di Renzi - a uno sfumato che comunque tenesse il rosa come dominante, mentre le ali si sono modificate via via, acquistando slancio e dinamismo. Poi, come dicevo, si è pensato di aggiungere il pianeta nel momento in cui ci si è dovuti adattare alla dimensione del cerchio: si è trattato, di fatto, dell'ultima correzione. Prima la V era tutta spostata a destra sul nome "Viva", per dare slancio al logo e per sottolineare la parola più importante, mentre nella riduzione in cerchio non era più possibile tenere lì l'elemento grafico, perché si sarebbero dovute ridurre troppo le dimensioni. 
Ammetto che non avevo percepito quel segmento colorato come un pianeta: mi era parso solo un modo per non avere troppo bianco nel simbolo, cosa che negli ultimi anni sembra diventata una vera ossessione...
Pensa che invece a me il bianco di fondo piace, ne lasciamo spesso anche nelle presentazioni dei nostri marchi. In effetti, in questo caso, senza quell'elemento forse il simbolo sarebbe risultato un po' sbilanciato, quindi il pianeta di fatto fa da contrappeso: non disturba e "funziona". In altre applicazioni, invece, non c'è e il logo è ugualmente efficace: prendi ad esempio il sito di Italia Viva: nella testata il logo è riprodotto "in negativo", in bianco su fondo sfumato, senza i limiti del cerchio e senza pianeta, ma si regge senza problemi. Può essere curioso che già il sito si apra con una versione diversa da quella ufficiale: è segno, per noi, della versatilità del logo e pensiamo possa essere abbastanza forte per essere ricordato anche se riprodotto in altre versioni.
Pur in assenza di una commessa e di un brief prima della realizzazione dell'emblema, puoi confermarmi che quello di cui Renzi aveva bisogno era un simbolo di partito e non un contrassegno elettorale?
Diciamo che dalla comunicazione fatta da Renzi su questo nuovo soggetto abbiamo dedotto che cercasse proprio un simbolo, così abbiamo lavorato su un brand trasversale, che potesse parlare un po' a tutti e fosse declinabile ovunque. Certo, è fatto anche per finire sulla scheda elettorale, si spera tra molto tempo (sorride), ma nel frattempo ci sarà stato modo di familiarizzare con l'emblema in molte altre occasioni. 
Te l'ho chiesto perché ho avuto l'impressione che invece, quando realizzaste l'emblema di Scelta civica - Con Monti per l'Italia, vi fosse stato chiesto proprio di realizzare un contrassegno elettorale, non un simbolo di partito...

Diciamo che quella fu una gestazione piuttosto complicata, in cui fin dall'inizio - confermo - dovemmo misurarci con la forma circolare e ci fu chiesto di lavorare anche sul nome. Facemmo le nostre proposte, inizialmente molto libere sul nome e sul marchio; in seguito però ci è stato chiesto di realizzare un simbolo che puntasse verso l'alto, che contenesse il tricolore, il nome della lista e il riferimento ben visibile a Mario Monti, con molto spazio da dedicare al lettering. A quel punto, di margini per la creatività ne rimanevano pochi e proprio l'essere obbligati dall'inizio a rispettare le forme richieste dalla leggere elettorale non ci rese la vita facile.   
Se non sbaglio, la commessa arrivò attraverso Lelio Alfonso, giornalista e con una grande esperienza nella comunicazione a vari livelli.
Sì, esatto: con lui c'è un rapporto straordinario, anche se lui ovviamente doveva poi fare da tramite per le richieste che arrivavano dal vertice di quel gruppo. 
Hai parlato di iniziale libertà anche sul nome: ricordi qualche opzione?
Ricordo che a un certo punto lavorammo su "Futura", nome che ci sembrava adatto, e il logo giocava sull'idea del fast forward, sui due triangoli per far avanzare velocemente una traccia audio o video. Era una soluzione stilizzata e poco ingombrante, all'inizio sembrava piacere ma alla fine fu accantonata e le richieste diventarono piuttosto stringenti. 
L'idea del nastrino tricolore invece era un'idea vostra?
Sì, nel senso che ci era stato chiesto un segno che interpretasse prima una fase di discesa e poi una risalita: noi, sempre con l'impegno grafico di Daniele Guido, dovendo anche citare il tricolore, pensammo di unire le due cose così, in un segno che tra l'altro non doveva essere particolarmente estroso nel tratto.
Anche in quel nastrino, tra l'altro, c'era una sorta di piega. E pensare che anche la "spunta", in fondo, è una discesa e una risalita. E l'evoluzione di Scelta civica, Cittadini per l'Italia, usò proprio una "spunta", sia pure in una casella...
Pensa un po' (sorride). Al di là di questo, posso dire che con Italia Viva non abbiamo mai pensato a un segno che rappresentasse la risalita dopo la discesa, ma a quelle tre idee che ho ricordato prima. Tornando all'emblema per Monti, anche quel segno probabilmente in una prima fase "respirava" di più, del resto in una prima fase si era valutata anche l'ipotesi di non inserire il cognome del Presidente del Consiglio uscente o che avesse dimensioni più ridotte, cosa che poi non è stata. Quell'impresa fu interessante e stimolante per noi, proprio perché si doveva cercare di riassumere nell'emblema il progetto del capo del governo in carica; ho solo il rammarico di non aver avuto più libertà creativa in quell'occasione.
In effetti il compito era reso più complesso anche dal fatto che lo stesso contrassegno alla Camera conteneva il nome di Scelta civica, che allora era solo una lista e non un partito, mentre al Senato quel nome non c'era perché l'emblema di fatto era comune per montiani, Udc e Futuro e libertà, per cui era difficile dire se ci fosse un simbolo più pieno e l'altro più vuoto o uno più completo e l'altro incompleto. Ti aspettavi che durasse così poco? In fondo la partenza non lo lasciava pensare.
Dovrei riportarmi a quell'epoca, anche se le mie capacità predittive sulla politica non sono grandiose, del resto negli ultimi anni molte previsioni sono state disattese nel giro di pochi mesi; ammetto però che allora il progetto mi era parso molto più solido di quello che poi si è rivelato. Non mi aspettavo quell'esito, con una perdita di consenso nel giro di un anno o poco più, un modello che peraltro altre figure avrebbero interpretato in seguito.
Al di là delle esperienze con le forze politiche nazionali, Proforma ha curato spesso le campagne elettorali per candidati a vari livelli, dai Comuni alle Regioni. Non è ovviamente detto che, curando la campagna, vi siate dovuti occupare anche dei simboli legati ai candidati, soprattutto se le liste erano espressione dei partiti. Vi è capitato però qualche caso interessante sul piano simbolico?
Penso soprattutto al caso di Michele Emiliano quando si candidò per la prima volta come sindaco di Bari: fu tra l'altro la nostra prima campagna elettorale, nel 2004 eravamo davvero dei neofiti e lo era anche Emiliano, al suo esordio politico. Allora fummo piuttosto coraggiosi a mettere manifesti 6x3 in vari punti della città: erano per il 90% bianchi, con sopra soltanto quello che sarebbe poi diventato il simbolo della lista civica a sostegno di Emiliano, ma senza il limite del cerchio. Si trattava di una "e" rossa, come se fosse anche qui un nastro, ma senza pieghe; c'erano le sfumature alle estremità perché, interpretando la "e" non tanto come iniziale di Emiliano ma come congiunzione, volevamo dare l'idea che unisse e ricucisse tutte le parti della città, per cui non ne mostravamo né l'inizio né la fine; sotto alla "e" c'era la scritta "Emiliano sindaco.", con il punto, e una piccola onda blu in basso. 
Voleva rappresentare il mare?
Sì, anche se noi la chiamammo "onda Emiliano", soprattutto quando lui in campagna elettorale girava molto nei mercati cittadini - una cosa che allora non era consueta e ora invece fanno quasi tutti - e noi per ogni visita realizzammo un video da diffondere sul sito. Sorrido ora al pensare che quello, per l'uso del rosso e del blu, forse per la forma dell'onda che ricordava la bandiera di Forza Italia, fu accusato di essere un logo berlusconiano o comunque di destra: chissà poi perché...
L'idea della "e" fu ripresa anche nel 2015, quando Emiliano si candidò alla presidenza della regione Puglia tanto alle primarie quanto alle elezioni vere e proprie: in quel caso la lettera - che accompagnò le due campagne di Emilano, fino alla "lista del presidente" - si ingrandì, divenne più regolare, acquisì un po' di ombra diventando tridimensionale e si sfrangiò a sinistra in un tricolore, forse per ricordare l'esperienza del sindaco (e non a caso il claim era "sindaco di Puglia"). Ammetto che però la grafica, quando la analizzai a prima vista prima del voto, a me ricordò piuttosto un marchio da supermercato, stile Auchan...
Non ci avevo pensato (sorride)... L'onda di Emiliano, tra l'altro, nel 2014 era passata al suo successore, Antonio Decaro, ma in quell'occasione facemmo anche un'altra lista che come simbolo aveva un hashtag, che allora andava molto di moda, persino con vari eccessi: durante la campagna elettorale ne usammo diversi, anche ironici, proprio per prendere in giro questa mania. Al momento di elaborare un segno visivo per la campagna e anche per la lista Decaro sindaco, trasformammo il "cancelletto" in una sorta di mappa della metropolitana, con i colori delle linee della metro di Bari e finte stazioni ricavate qua e là.  
Non esiste la ricetta per fare un buon simbolo, possibilmente duraturo; c'è però il modo di evitare che sia un flop?
La mia idea è che, più che una ricetta sul piano del design, sia necessario seguire una ricetta di coerenza, che è un po' quello che si chiede alla politica: un simbolo perde forza quando chi lo utilizza perde credibilità. Più un simbolo è coerente con la persona che deve interpretare e, viceversa, più la persona da interpretare riesce a essere credibile e coerente con gli obiettivi che si è prefissata, più quel simbolo dura. Nessuno si sarebbe sognato o si sognerebbe di dare giudizi grafici sulla falce e martello, sullo scudo crociato o anche sulla bandierina di Forza Italia: magari c'è un simbolo che al primo sguardo fa sorridere, ma se sa interpretare il sentire di una parte di elettori per un tempo lungo diventa vincente a prescindere dalla resa grafica dei suoi elementi.
In un'epoca in cui i valori nei partiti sono sempre meno e ormai i simboli politici sono sostituiti dai loghi e dai marchi (come voi stessi li chiamate, il che è significativo), il compito di chi deve disegnarli è più facile o più difficile?
Diciamo che realizzarli è più facile, farli durare e far affezionare le persone è molto più difficile, per un fatto di frammentazione politica, ma soprattutto dei messaggi. Oggi non so a quanti messaggi visivi sono sottoposto in una giornata media, probabilmente mille volte in più rispetto a quelli che riceveva mio padre quarant'anni fa: qualunque progetto di comunicazione oggi ha un grado di obsolescenza molto più elevato. 
Dunque creare per un partito è un lavoraccio? E ne vale la pena?
Vale la pena perché è necessario; il fatto che magari un simbolo muoia dopo pochi mesi lascia l'amaro in bocca ma il lavoro mi piace molto perché amo riuscire a fare sintesi, a patto che rispetti la verità e il valore delle cose, se banalizza non mi interessa. Tutto ciò che riesce a fare sintesi per chi fa comunicazione è sempre divertente ed entusiasmante.
Questione anche di fortuna?
A volte sì, come pure di abilità di chi utilizza il frutto di ciò che fai. 

Grazie a Giovanni Sasso, oltre che per la disponibilità all'intervista, per aver fornito le immagini di lavorazione di Italia Viva (le due relative all'immagine coordinata provengono dal sito di Proforma). Grazie anche a Lelio Alfonso per aver autorizzato la pubblicazione del simbolo intermedio della Futura Scelta civica.