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Ci metti la firma? Idee e proposte per un acceso più equo alle elezioni

lunedì 19 agosto 2019

Ci metti la firma? Raccogliere le sottoscrizioni, tra esenzioni e storture


Per poter capire la reale portata del problema legato alla raccolta delle firme per le elezioni (politiche, ma non solo) e agli effetti irragionevoli prodotti dalle norme in materia di sottoscrizioni e di esenzioni dalla raccolta, occorre vedere l'evoluzione di quello strumento e le ragioni che hanno portato alla situazione indesiderabile di oggi.


La raccolta firme nei primi trent'anni della nuova Italia

Quando si scrissero le norme per eleggere i membri dell'Assemblea costituente, si scelse di facilitare la partecipazione ma di non aprirla indiscriminatamente, cercando di garantire un minimo di serietà delle candidature. Per questo, nelle prime elezioni nazionali dell'Italia post-bellica, nessuno si sognò di mettere in discussione l'istituto della raccolta delle sottoscrizioni: in base al decreto legislativo luogotenenziale n. 74/1946 - la legge elettorale per la Costituente - occorrevano almeno 500 e non più di 1000 firme di elettori per ciascuno dei 32 collegi previsti in quell'occasione (compresa la Valle d'Aosta). Il che voleva dire che, se nel collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone 500 firme pesavano per lo 0,028%, mentre nel collegio meno popoloso (quello di Potenza e Matera) pesavano ben di più, per lo 0,155%. 
Nel 1948 - anno in cui gli elettori risultavano essere 29.117.554 - alle prime elezioni successive alla fase costituente, alla Camera servivano ancora tra le 500 e le 1000 firme in ognuna delle 30 collegi plurinominali previsti: prendendo il valore minimo della forchetta, si trattava di una percentuale che andava dallo 0,208% (collegio di Campobasso) allo 0,027% (collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone) della rispettiva platea di elettori (il numero considerato è quello riportato dall'Archivio storico delle elezioni del Ministero dell'interno). Alle elezioni del 1963 le sottoscrizioni richieste erano rimaste le stesse, anche se nel frattempo la popolazione era aumentata: volendo fare le proporzioni con gli stessi collegi, le percentuali erano scese allo 0,197% (Campobasso) e allo 0,020% (Roma, Viterbo, Latina e Frosinone). Forse era diventato troppo poco, così poco da far dire nel 1965 al costituzionalista Giuseppe Ferrari, che in quell'anno aveva scritto la voce Elezioni (teoria generale) per l'Enciclopedia del diritto Giuffrè, che il numero delle firme richieste per le elezioni politiche era troppo basso, mentre era forse troppo alto per quelle amministrative, al punto da conseguire "solo approssimativamente ed apparentemente lo scopo di assicurare la serietà delle candidature".

domenica 18 agosto 2019

Ci metti la firma? Idee e proposte per un acceso più equo alle elezioni


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Scopri la storia della raccolta firme (tra esenzioni e storture)

Non sappiamo esattamente quando gli Italiani saranno chiamati a votare per rinnovare il Parlamento: se tra pochi mesi, tra un annetto o qualcosa di più o, al limite, alla scadenza naturale della legislatura, nel 2023. Prima di pensare all'esito del voto, che potrebbe soddisfare alcuni e preoccupare altri, c'è però un problema piuttosto grave da affrontare e magari risolvere: un problema che prescinde dalla data di ritorno alle urne, anche se naturalmente un appuntamento elettorale ravvicinato complicherebbe molto la situazione. 
In gioco c'è l'accesso alla stessa competizione elettorale, legato all'istituto della raccolta delle firme. Quello che fa sì, assieme ad altre cause, che gran parte dei simboli depositati al Ministero dell'interno non finisca poi sulle schede. E che, a meno di qualche serio ritocco normativo, rischia di ridurre il numero dei contendenti alle prossime elezioni a poco più di cinque, escludendo i simboli rimasti fuori dal Parlamento e anche qualcuno di quelli entrati nel 2018. Per questo, è il caso di riflettere seriamente e di valutare qualche proposta, come quelle che sono indicate alla fine dell'articolo.

sabato 17 agosto 2019

Il Partito della terra: La Valle registra il nome ma un simbolo esisteva già

"Tornare alla terra". No, non è un invito nemmeno troppo velato ai personaggi di prima, seconda o ultima fila in questa crisi di governo a darsi più utilmente all'agricoltura; e non si tratta neanche del claim di una nuova campagna per lanciare una linea di prodotti "bio" o del motto di persone più o meno giovani che si sono stancate del precariato o del lavoro d'ufficio e preferiscono (re)inventarsi in uno dei mestieri tradizionali. Si tratta invece di un monito per tornare a occuparsi della terra, anzi, della Terra, cioè dell'intero pianeta: a lanciarlo è Raniero La Valle, una delle voci più acute della sinistra cristiana.
Il 5 luglio è stata depositata a suo nome la domanda di marchio verbale Partito della terra: nessuna grafica, solo le parole, da impiegare per le classi 35 (Pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio), 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e ovviamente 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali, compresi i servizi in campo politico). L'esame della domanda non è ancora iniziato, ma è interessante capirne di più.
Quattro giorni fa, sul sito di La Valle è comparso un articolo - dal titolo Rimettersi in piedi perché la storia continui - in cui si legge che nei giorni della crisi di governo "la temperatura a terra giungeva in Puglia e in Sardegna a punte di 51 gradi; a Genova veniva portata a termine la demolizione del ponte Morandi e della case ad esso sottostanti; nel Mediterraneo tra Malta e Lampedusa due o tre navi si trovavano i porti chiusi in faccia avendo a bordo centinaia di indesiderati e di scartati privati del diritto di vivere". Tre cose che, secondo il giornalista, "dicono tutto": il clima è fuori controllo e gli uomini non lo governano; la tecnologia "crea opere sorprendenti e impensate ma non le cura, non le vigila e ne fa ragione di morte"; il potere arriva a compiacersi di se stesso e a prostituirsi "al consenso che chiede, offrendo il prezzo di un obbligo al naufragio, di un sacrificio degli innocenti, di un viatico alle stragi degli innocenti".
In tutto questo, le risposte politiche in campo (l'ossessione per il taglio dei parlamentari; quella per la sfiducia, il ritorno al voto e l'incasso di molti seggi; quella di chi è rimasto fuori e ora vuole trarre vantaggio per sé) appaiono inadeguate, mentre il popolo "scende in piazza con grida e striscioni chiamando 'buffone' e 'sciacallo' proprio colui che si era presentato come suo salvatore". Per La Valle, c'è soprattutto un problema: "lo strumentario politico e le risorse di cui si è fatto uso fin qui tra tutte quelle offerte dal sistema democratico (soprattutto a partire dall’ubriacatura del maggioritario), non sono più in grado di reggere la sfida e di far fronte ai problemi veramente nuovi che la storia oggi ci propone. Noi, cui la Costituzione attribuisce il compito di determinare le politiche nazionali, siamo, con i pochi mezzi che ci hanno lasciato tra le mani, incapaci di prendere il controllo politico e pubblico, e perciò il governo di fenomeni come il dissesto della Terra e del clima, l’onnipotenza autoreferenziale della tecnologia e dei suoi apprendisti stregoni con la loro Intelligenza Artificiale, il movimento di popoli in esodo o in fuga da una parte all'altra di un mondo irto di armi e di violenza, il tracotante “benservito” al diritto e alla giustizia sulla terra". 
Ecco perché, per evitare la fine del mondo, "occorre riprendere in mano il controllo politico dei processi", ma non deve farlo un leader o una parte: tocca alla "intera comunità umana, come nuovo soggetto costituzionale e politico". Lo si potrà e dovrà fare, "passata l'attuale bufera", creando nuove offerte politiche, nuovi strumenti di azione e decisione politica, "non per contendere il potere ma perché sia salva la terra e la storia continui". "Ci vorranno - conclude La Valle - un'aggregazione, un'alleanza, un partito, che guardino anche oltre i confini dell'Europa, non come eterna ripetizione dell’identico, ma come risposta nuova a problemi nuovi; non di una parte contro l’altra, ma dalla parte della Terra, un partito della terra".
In attesa che la bufera passi e lasci intendere cosa si vede oltre queste nebbie estive, Raniero La Valle si è messo avanti e quel nome ha chiesto di registrarlo, per il momento senza mostrare alcuna elaborazione grafica. Eppure, se si prova a cercare su Facebook, di simboli se ne trovano addirittura due, che ovviamente non c'entrano nulla con l'idea di La Valle: si tratta però, a quanto pare, di due varianti grafiche successive, relative allo stesso progetto politico, denominato appunto Partito della Terra. Il progetto sarebbe stato promosso a metà del 2017 da tale Valerio Eternati  punterebbe alla salvezza della Vita mediante la salvezza e la rigenerazione dell'agricoltura (che in fondo si equivalgono): "rispettiamo la Natura, manteniamo le nostre belle tradizioni e il buon cibo prodotto dai nostri Agricoltori Italiani. Combattiamo plastica, pesticidi e tutte quelle forme distruttive per la nostra Salute".
La prima grafica, in uso da febnno scorso, era semplicissima, un sole che sorgeva su un campo verde in un cielo azzurro sfumato. Già nei primi mesi del 2018, per la lunga permanenza all'estero del fondatore, l'attività e stata proseguita da Guglielmo Buonamici, che vuole dare un'occasione a chi ama il mondo dell'agricoltura, dell'ambiente e del cibo. "Basta alle lobby europee e alla concorrenza sleale - si legge nella pagina - mettiamo uno stop agli avventurieri che rovinano gli onesti imprenditori; introduciamo facilitazioni di accesso al credito e costruiamo finalmente un fondo di solidarietà per gli imprenditori, rivalutare il ruolo dell'agricoltore e rilanciare il settore agro-alimentare". Il simbolo di questo nuovo corso è più elaborato, con una mano-foglia verde (su fondo giallo) che porta con sé un vegetale, una spiga e lo stesso sole, come se fosse da proteggere assieme a tutta la natura.
Non si tratta, come si vede, della stessa idea di La Valle, ma di un partito innanzitutto di categoria (che non a caso alle elezioni del 2018 si schierò con i Forconi). Se il giornalista e intellettuale della sinistra cristiana vorrà proseguire il suo progetto, sicuramente dovrà adottare una grafica diversa e non è detto che chi ha operato fino a qui con il nome "Partito della Terra" non si impunti anche per il cambio di etichetta. A meno che, s'intende, non ci si accordi, in nome della difesa della Terra, lasciando ad altri liti furibonde sui segni distintivi.

venerdì 16 agosto 2019

Cambiamo, per Toti simbolo definitivo?

Una settimana abbondante e Giovanni Toti rende nota la terza release del simbolo del suo movimento Cambiamo!, che - come si è appena visto - ha recuperato il punto esclamativo, come più di un utente Facebook aveva suggerito (e come altrettanti non avrebbero voluto). Da un certo punto di vista, quello di Toti può essere considerato un record: finora solo Domenico Scilipoti era riuscito a darsi tre simboli nei primi tre mesi e mezzo di vita del suo Movimento di responsabilità nazionale (anche se il primo era durato il tempo di una conferenza stampa e qui per o meno la prima versione si era mantenuta qualche ora in più); certo, a "discolpa" di Toti e compagni (anche se qui, sia chiaro, colpa non c'è) si può dire che di fatto si è di fronte a due varianti dell'idea originaria e quindi eventuali accuse di trasformismo "simbolico" sarebbero del tutto infondate e ingenerose.
Al di là di questa considerazione, è facile vedere che, se si è ritornati alle origini con il nome (che ha ripreso anche il corsivo e, con esso, l'involontario stile Mediaset), sul piano cromatico si è compiuto un ribaltamento rispetto alla seconda versione: il colore dominante, infatti, è diventato il blu, come la maggior parte dei suggerimenti ha indicato; l'arancione originario, dunque, è stato confinato in un segmento che occupa meno della metà del cerchio. Il cognome di Toti - che quel colore aveva voluto - sta proprio lì, in quella parte inferiore e, se possibile, è cresciuto ancora di più di dimensioni. Anche il "con", a onor del vero, è diventato più grande, ma questo non basta a dissipare l'impressione che qualche burlone antitotiano (come qualcuno aveva immaginato) possa facilmente taroccare il simbolo e cancellare la preposizione, proponendo ridacchiando il messaggio "Cambiamo Toti" (in questo senso, il ritorno del punto esclamativo è provvidenziale, perché rende più difficile questo giochetto.
Restando sul piano grafico-cromatico, è cresciuto di importanza - sempre in base alle indicazioni ricevute in questi giorni - anche il tricolore: dalla striscetta delle origini, giusto un po' ingrossata nella seconda versione, si è passati a una sorta di scarabocchio tricolore. Certo, vista la regolarità della divisione delle tinte, sembra più corretto pensare che la bandiera stia dietro al simbolo e l'immagine che si vede sia il risultato di una "raschiata a scarabocchio" del fondo (che tra l'altro per l'occasione è stato pure ombreggiato, anche per marcare di più il contorno del simbolo, di una tonalità più chiara di blu).
Questa, che certo non brilla per fantasia e originalità, come si diceva dovrebbe essere l'ultima versione dell'emblema (il processo sarebbe stato meno concitato, ma non si sa quello che accadrà nei prossimi giorni...). Questo almeno si intuisce dal testo pubblicato sulla pagina Fb a corredo del nuovo brand, in cui il tricolore e il blu - tinte nazionali, da partito catch-all, che fanno molto centrodestra - prevalgono su tutto.
Ecco il simbolo di CAMBIAMO, realizzato grazie ai vostri suggerimenti, che potrete scegliere alle prossime elezioni per cambiare insieme a noi. Prima si vota meglio è! L’Italia ha bisogno di cambiare: più cantieri, più soldi nelle buste paga, più consumi, più esportazioni, più occupazione, più formazione professionale per i giovani, più ricerca e più merito. Meno burocrazia, meno leggi e regolamenti, meno codici e codicilli che bloccano appalti grandi e piccoli, meno nepotismo, meno tasse. CAMBIAMO ci sarà, contro gli accordi al ribasso per salvare qualche poltrona, al fianco di chi vuole costruire un paese fatto di merito e di Sì! Cambiamo insieme?
Di tutto questo, merita un'osservazione solo una delle prime frasi: "prima si vota meglio è!". Non sta naturalmente a questo sito esprimere giudizi sul punto e politicamente di certo a Toti converrebbe votare in fretta. Per poter passare all'incasso, però, Cambiamo dovrebbe finire sulle schede elettorali: per finirci, dovrebbe raccogliere 1500 firme per ogni collegio plurinominale. Dovrebbe farlo in pochissimo tempo e senza ancora un'organizzazione sul territorio, a meno che qualcuno - la Lega - non metta a disposizione eletti e militanti per la raccolta delle sottoscrizioni. Anche così, comunque, sarebbe una faticaccia senza garanzia di risultato: che un ritocchino o un cambio sensibile delle norme sulle candidature risulti utile anche e innanzitutto a Toti?

giovedì 15 agosto 2019

Sava (Ta), il civismo del Trullo che salta agli occhi

Per chi passa più o meno spesso da queste parti, una cosa probabilmente è chiara anche senza bisogno di spiegarla o ricordarla: la categoria dei #drogatidipolitica rimane sempre tale, anche quando i suoi esemplari vanno in vacanza. Lui o lei possono staccare per qualche giorno, ma la passione non prende mai le ferie: basta che lo sguardo si posi su un cartello, un'insegna, persino un rimasuglio di manifesto o di volantino rimasto appiccicato da qualche parte e subito la curiosità e la memoria entrano in azione.
Può così capitare che, dall'interno di una porta-finestra di un locale chiuso di una località in provincia di Taranto, faccia capolino un manifesto bianco, semplice, con la gigantografia di quello che ha tutta l'aria di sembrare un simbolo politico, con sotto nient'altro che l'indirizzo della sede. L'esemplare dei #drogatidipolitica che si trova lì per qualche giorno di relax, pure se con le antenne alzate per la piena crisi di governo che si sta vivendo, non può sfuggire all'attrazione di quel cerchio a fondo bianco. Anche perché non si tratta di un partito nazionale, tra i pochi rappresentati in Parlamento o della pletora di sigle sbattute o rimaste fuori dopo il voto politico del 2018. Il nome, Movimento politico Il Trullo, fa capire inequivocabilmente che si sta parlando a tutti gli effetti di qualcosa che può nascere e crescere solo da quelle parti.
Come detto, però, il manifesto è vuoto, al di là dell'indicazione che informa che la sede è a Sava, comune appunto del tarantino. Così diventa inevitabile mettersi a cercare in rete e la prima cosa che si trova è uno scarnissimo comunicato, pubblicato il 7 aprile di quest'anno, che oltre al simbolo riporta questo semplice testo:
Sava si è arricchita di un nuovo movimento politico che si chiama ‘Il Trullo’. Questo movimento politico opera nell'area progressista ed ecologista, tutti i cittadini possono presentare domanda di adesione gratuitamente. Il nostro obiettivo è quello di migliorare la situazione politico-sociale del nostro paese, offrendo la nostra più completa collaborazione all'amministrazione comunale e ai suoi rappresentanti sia di maggioranza che di opposizione.
Un po' poco come indicazione programmatica, ma a ben guardare c'è quasi tutto quello che serve per l'identificazione minima di una forza a livello locale. Spulciando qua e là, poi, si scopre che il movimento ha anche una sua pagina Facebook: lì c'è giusto qualcosa in più (oltre a essere presente il testo sopra riportato, datato due giorni prima). Si legge, in particolare, in un volantino del 24 aprile:
Abbiamo avvertito la necessità di attivarci con un movimento politico vista la stagnazione politica esistente a Sava. Il nostro civismo è finalizzato a fare politica con proposte e se necessario proteste. La prima proposta: vorremmo che i portici del vecchio mercato divenissero il salotto di Sava dove incontrarsi e scambiarsi idee nel rispetto di tutti e di tutto. Come disse un tale: pur non condividendo le tue idee mi batterò affinché tu le possa esprimere. E come disse quel talaltro, la mia libertà finisce dove incomincia la tua e viceversa.
Sotto al testo non c'è questa volta il trullo, ma proprio i portici del mercato di cui si vorrebbe una riqualificazione ad uso dei cittadini. Non si tratta di una mossa elettorale, visto che - a regola - a Sava si voterà di nuovo solo nel 2022: in un comune retto da una maggioranza di sei liste (Impegno civico, Direzione Italia, Progetto Comune, Libertà e partecipazione, Fratelli d'Italia e - si chiama proprio così - Gruppo politico autonomo) uscita dalle elezioni del 2017, che hanno riconfermato al primo turno come sindaco Dario Iaia e mandato all'opposizione due compagini, la più votata delle quali ha visto al fianco i simboli del Pd e di Forza Sava, non può che fare bene alla discussione la presenza di un ulteriore soggetto politico coi piedi ben piantati nel territorio. Questa caratteristica è dimostrata anche dalla scelta come simbolo di un trullo, costruzione tipica anche di quella zona, tanto che una frazione è denominata Trullo Lungo (giusto per smontare i luoghi comuni che collocano i trulli puntualmente ed esclusivamente nella barese Alberobello): "Il trullo - spiegano dal movimento - è stato scelto appositamente per sottolineare le nostre origini del Sud, essendo appunto simbolo di questa parte di nazione. Si rifà inoltre al duro lavoro nei campi e ai frutti che ne scaturiscono, immagine di ciò che vogliamo fare con la nostra politica". 
Tra i pochi post presenti sulla pagina Facebook, quelli a sostegno della candidatura di Alfonso Pisicchio alle ultime elezioni europee (con la lista +Europa - Italia in comune - Pde); c'è però anche un riferimento a don Luigi Sturzo, nel sessantesimo anniversario della sua scomparsa, nonché una manciata di suggerimenti per i giovani diplomati del luogo: scegliere università pugliesi o, per chi non vuole proseguire gli studi, rivolgersi alle istituzioni e a tutte le associazioni di categoria, magari in cerca di un contratto da apprendista; per chi non studia e non lavora, infine, si invoca l'intervento dei servizi sociali "affinché i giovani non finiscano nell'illegalità". Il tutto con tanto di firma e di timbro ufficiale col trullo. Giusto per precisare che, in questo punto dell'entroterra salentino, si fa sul serio. E i #drogatidipolitica non possono stare a guardare.

mercoledì 14 agosto 2019

Senato, nuovi gruppi grazie ai simboli (e a dispetto del regolamento)?

Mentre ci si prepara alle comunicazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 20 agosto al Senato e il 21 agosto alla Camera, è il caso di tornare su un punto che ieri era stato solo marginalmente toccato, ma è tutto meno che irrilevante, per lo meno su queste pagine. In effetti da ieri, secondo alcuni, l'eventualità che Matteo Renzi abbandoni il Pd assieme agli eletti a lui più vicini è meno attuale, o comunque si allontana nel tempo; nonostante questo, merita un po' di attenzione l'espediente - ad alto tasso simbolico - di cui si era vociferato nei giorni scorsi per consentire la scissione sul piano parlamentare, con la nascita di gruppi autonomi in entrambe le Camere.

La stretta regolamentare...

A Montecitorio, come si sa, è solo questione di numeri, visto che il regolamento consente a qualunque compagine di almeno 20 deputati di costituirsi in gruppo autonomo; fino a tutta la legislatura precedente, anche a Palazzo Madama era così, con la differenza che - visti i numeri dimezzati - di eletti ne bastavano 10. Alla fine della XVII legislatura, tuttavia, i senatori hanno approvato rilevanti modifiche al regolamento dello stesso Senato, che sono intervenute, tra l'altro, rendendo severe le regole per la formazione dei gruppi, per porre un limite e magari scoraggiare la nascita di nuove formazioni politiche, pronte a causare nuovi cambi di casacca (tecnicamente si parla di "transfughismo parlamentare").
In particolare, il nuovo testo dell'art. 14, comma 4 continua a prevedere la consistenza minima di 10 senatori, ma precisa che ogni gruppo "deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall'aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori", specificando che un gruppo può rappresentare - e, di conseguenza, riportare nel nome - tutti i partiti che abbiano presentato "congiuntamente liste di candidati con il medesimo contrassegno", quindi tutte le forze federate o riunite in cartello (forse, per quello che si può immaginare, anche se quei partiti o movimenti non erano visivamente presenti nel contrassegno). Unica deroga numerica è concessa al gruppo che rappresenta le minoranze linguistiche, che può essere composto anche solo da cinque senatori: il gruppo Per le autonomie sta in piedi con nove membri, anche grazie all'adesione di due senatori a vita (Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano), Pierferdinando Casini (su di lui si dovrà tornare) e Gianclaudio Bressa (Pd, ma eletto a Bolzano grazie all'accordo con la Svp). 

... e la via per allentarla

Stando così le cose non ci sarebbe alcuno spazio per la nascita di gruppi che rappresentino partiti nati durante la legislatura: l'art. 15, comma 3 precisa anzi che "nuovi Gruppi parlamentari possono costituirsi nel corso della legislatura solo se risultanti dall'unione di Gruppi già costituiti". Appare chiaro dunque il senso della riforma: unici movimenti concessi tra i gruppi in Senato, in teoria, sono quelli per aggregare, non per disgregare
Il regolamento, in realtà, lascia uno spiraglio per la nascita di gruppi autonomi, citato dallo stesso art. 15, comma 3: al di là del gruppo delle minoranze linguistiche (che può anche nascere a legislatura iniziata), si rimanda al penultimo periodo dell'art. 14, comma 4, in base al quale possono costituirsi gruppi autonomi sempre di almeno 10 senatori, "purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati". L'uso di questi due distinti aggettivi non è casuale e non sono affatto sinonimi (nel diritto, del resto, se si usano parole diverse una qualche differenza di significato deve pur esserci). Parlare di partiti o movimenti uniti alle elezioni rimanda a quelle forze politiche che hanno concorso alla costruzione di una lista, apparendo uniti anche visivamente nel contrassegno comune: facendo l'esempio con la lista Insieme - del tutto casualmente! - ciò consentirebbe la nascita di gruppi del Psi, dei Verdi e dell'Area civica di Zedda, mentre sarebbe più difficile far sorgere un gruppo autonomo ulivista, se non altro perché l'emblema è solo evocato e l'Ulivo come soggetto giuridico non ha partecipato alla lista.
La disposizione, tuttavia, parla anche di partiti o movimenti "collegati", un termine che alla luce della legge elettorale può significare una sola cosa: il riferimento, cioè, sarebbe alle liste collegate in coalizione, che dunque sostengono il medesimo candidato nei vari collegi uninominali. Così, per proseguire l'esempio di prima, la lista Insieme - sempre casualmente! - potrebbe formare, ove se ne creassero le condizioni, un gruppo autonomo di dieci senatori già solo per il fatto di avere partecipato alle elezioni del 2018 come lista della coalizione di centrosinistra, che ha eletto molti senatori nei collegi uninominali: questo anche se, in ipotesi, nessuno degli eletti fosse stato indicato da quella lista, dal momento che è sufficiente che vi sia stato un collegamento e grazie a questo vi siano stati eletti.

Il casus reflectionis e gli altri casi possibili 

Un'operazione del genere potrebbe essere "normale" (o almeno non desterebbe perplessità) per una forza che avesse superato di poco il 3% a livello nazionale e, per la distribuzione dei seggi a livello regionale, non fosse riuscita a raggiungere da sola i 10 senatori con gli eletti nella quota proporzionale, avendo bisogno dei vincitori dei collegi uninominali per arrivare al numero minimo richiesto. Non è detto invece - ma sulle intenzioni non è il caso di fare troppe congetture - che i riformatori avessero in mente di consentire di avere un gruppo, evidentemente con l'apporto di fuoriusciti da altri gruppi, anche a forze politiche coalizzate che avevano ottenuto assai meno di 10 eletti (tutti nei collegi uninominali). Si tratta della situazione, per esempio, della lista Insieme, che al Senato ha ottenuto un solo eletto, Riccardo Nencini, candidato nel collegio uninominale di Arezzo. L'ex segretario del Psi attualmente è vicepresidente del gruppo misto, ma lui stesso avrebbe dichiarato a ilfattoquotidiano.it: "C’è una discussione in corso, ma vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni". Discussione su cosa? Sul fatto che possa nascere un nuovo gruppo parlamentare di cui faccia parte lo stesso Nencini (magari guidato da lui stesso, ma forse non è fondamentale), fondato su quello spiraglio regolamentare che consentirebbe alla lista Insieme cui si riferirebbe Nencini di costituirsi in gruppo, accogliendo nel contempo Renzi e i senatori a lui vicini e accostando al nome di Insieme l'etichetta che i renziani dovessero scegliere di darsi (ore fa si parlava di "Azione civile", ipotesi che ora non ha più alcun valore). Ottenendo, tra l'altro, come notava sempre ilfattoquotidiano.it, il risultato politico di non uscire dal centrosinistra, "visto che Insieme era associata proprio al Pd". 
Ora, non si sa se la scissione in casa dem ci sarà e se questo ragionamento resterà solo un esercizio di stile. Risulta chiaro, tuttavia, che se questa strada venisse aperta, potrebbe essere seguita anche da ogni altra lista che ha partecipato in coalizione alle elezioni del 2018, anche se non ha ottenuto suoi eletti nel proporzionale. Si trova in questa condizione, per esempio, +Europa, che al Senato ha eletto solo Emma Bonino nel collegio di Roma - Gianicolense ed è attualmente tesoriera del gruppo misto: questo ovviamente non significa che debba per forza nascere un gruppo di +E (con transfughi venuti da non si sa dove), né che Bonino accetterebbe di unire un nuovo nome al suo, ma formalmente la cosa sarebbe possibile.
Lo stesso scenario riguarderebbe la lista nazionale meno votata della coalizione di centrosinistra, vale a dire Civica popolare, che aveva in bella vista la peonia "petalosa" e il cognome di Beatrice Lorenzin, mentre assai meno leggibili erano le "pulci" di Italia dei valori, Centristi per l'Europa, Unione (per il Trentino, con la margherita di Dellai), L'Italia è popolare e Alternativa popolare. Unico eletto riconducibile alla lista al Senato, com'è noto, è Pierferdinando Casini, come detto aderente al gruppo Per le autonomie; sulla carta, tuttavia, con altri 9 aderenti potrebbe costruire un suo gruppo, denominandolo Civica popolare (ma anche Centristi per l'Europa, volendo: il nome è abbastanza generico) e magari accostare a tale nome quello della compagine che dovesse ospitare.
Anche nel centrodestra, peraltro, c'è un soggetto disponibile: si tratta del cartello Noi con l'Italia - Udc, che a dispetto del suo 1,2% ha eletto quattro senatori nei collegi uninominali, cioè Paola Binetti, Antonio De Poli e Antonio Saccone dell'Udc e Gaetano Quagliariello di Idea. Al momento tutti e quattro sono parte del gruppo di Forza Italia, ma in teoria - anche se è improbabile che loro considerino questa eventualità - potrebbero portare in dote la loro condizione per costituire un gruppo autonomo che porti anche il loro nome, ovviamente solo in seguito all'apporto di almeno sei senatori (il che è tutto meno che scontato, anche perché è tutto da vedere che ci siano le condizioni perché nascano vari partiti per scissione).
Sempre sulla carta, infine, avrebbe le carte per consentire la nascita di un nuovo gruppo anche Liberi e Uguali, che fuori da ogni coalizione ha eletto quattro senatori, tutti nel gruppo misto (compresa Loredana De Petris, che presiede il gruppo come parte della compagine più numerosa). Anche qui la possibilità che nasca un gruppo è puramente teorica, che si immagini l'ingresso di semplici fuoriusciti o (ancora di più) di un raggruppamento organizzato che voglia appoggiarsi a Leu per ottenere la nascita di un gruppo parlamentare altrimenti impossibile. Di ogni opzione, per irreale che sia, è giusto dare conto, a patto di non farla credere come probabile o addirittura imminente.
In questo elenco dei "gruppabili" (orribile, non lo si userà mai più!), si dovrebbero comprendere anche i simboli che al Senato hanno ottenuto un eletto (solo) all'estero: è il caso, in particolare, del Maie - Movimento associativo italiani all'estero, e dell'Usei - Unione sudamericana emigrati italiani. I due senatori del Maie (Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario, eletto però con l'Usei) fanno parte del gruppo misto, quindi in teoria potrebbero ugualmente fungere da leva per ottenere la nascita di un nuovo gruppo; di certo, è meno facile per una forza politica nuova appoggiarsi a un gruppo che ha chiaramente una matrice legata agli italiani all'estero. 

A che pro?

Resterebbero sprovviste di questa possibilità, insomma, solo le liste che hanno partecipato alle ultime elezioni ma che non hanno avuto alcun eletto, nemmeno nei collegi uninominali: niente gruppo (autonomo, ma con altri aventi diritto chissà...), dunque, per Potere al popolo!, CasaPound Italia, Il popolo della famiglia, Italia agli italiani (Forza Nuova e Fiamma tricolore), Partito comunista, Partito valore umano, Per una sinistra rivoluzionaria, Pri-Ala, Autodeterminatzione, Grande Nord, Lista del popolo per la Costituzione, Democrazia cristiana (di Fontana e Grassi), Destre unite - Forconi, Patto per l'autonomia, SìAmo, Stato moderno solidale e Rinascimento - Mir o per il Movimento della libertà (Estero).
Come si diceva, non è affatto detto che tutte le possibilità in campo (sette in totale) si trasformino in gruppi, anzi potrebbe non verificarsene nessuna (in fondo ci vuole pur sempre una compagine nutrita disposta a uscire da un gruppo esistente), ma sulla carta tutto è possibile. E i vantaggi sarebbero indubbi, per chi cambia gruppo e chi dà la possibilità di attivarne un nuovo, quasi come se fosse un taxi: maggiore visibilità - con tempi dedicati nelle discussioni e voce in capitolo nell'organizzazione dei lavori di aula - e soprattutto maggiori risorse e spazi per agire a livello parlamentare.
Rispetto al passato, a legge vigente, almeno un vantaggio verrebbe meno: quello legato alla raccolta firme. In vista dei precedenti appuntamenti elettorali, infatti, avere un gruppo parlamentare in almeno una delle Camere era un risultato molto ambito, perché consentiva spesso di essere esentati dall'onere delle sottoscrizioni; in qualche caso poteva persino bastare l'aver costituito una componente alla Camera (si veda quello che è accaduto alle elezioni del 2008). Questa volta, invece, l'applicazione "a regime" della legge elettorale è chiara nel richiedere, per far scattare l'esenzione, l'esistenza dei gruppi in entrambe le Camere, ma dall'inizio della legislatura: lo sa bene Liberi e Uguali, che alla Camera ha potuto costituire un gruppo in deroga (14 invece di 20 membri, ma aveva partecipato in modo consistente alle elezioni), ma con i suoi quattro eletti non ha potuto fare lo stesso al Senato, dunque dovrebbe raccogliere le firme anche se dovessero arrivare rinforzi per costituire un gruppo autonomo. E questo, si badi bene, nonostante sia stata proprio l'esenzione dalla raccolta firme applicata una tantum alle elezioni del 2018 a permettere la presentazione di tutte le liste che, sulla carta, potrebbero fungere da taxi per forze nate in corso di legislatura che volessero costituire un gruppo autonomo.
Al momento, dunque, rimarrebbero ferme solo le esenzioni dei doppi gruppi esistenti (MoVimento 5 Stelle, Pd, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d'Italia) e della Svp. Tutto questo, ovviamente, a meno che non si decida di mettere mano alla legge, eliminando le esenzioni o estendendole e, già che ci si è, modificando le norme per la raccolta firme. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia che merita un'analisi molto più approfondita e lo studio di soluzioni concrete.

martedì 13 agosto 2019

Ingroia: "Azione civile è mia e coi 5 Stelle ci parlo io"

Com'era almeno in parte prevedibile, Antonio Ingroia non ha preso molto bene le indiscrezioni di stampa che attribuivano a Matteo Renzi o ai gruppi a lui vicini l'idea di chiamare Azione civile eventuali gruppi parlamentari a suo sostegno (a proposito, ieri Ilfattoquotidiano.it avrebbe svelato una possibile strada per costituire comunque un gruppo al Senato, approfittando del fatto che a Palazzo Madama è stato eletto l'ex segretario del Psi Riccardo Nencini: pur avendo lui vinto la sfida nel collegio uninominale di Arezzo, dunque essendo formalmente candidato da tutta la coalizione di centrosinistra, potrebbe passare come - unico - eletto della lista Insieme in rappresentanza del Psi, per cui potrebbe anche costituire con almeno altre nove persone un gruppo che al nome "Insieme" accompagna il nome scelto dai renziani... sul punto più tardi sarà il caso di tornare).  
Dopo le anticipazioni giornalistiche di ieri, in ogni caso, il telefono dell'avvocato ed ex magistrato è diventato rovente, chiamato da più testate giornalistiche per un commento sul possibile uso del nome da parte dei renziani (che già hanno creato i Comitati di azione civile). Tra queste, anche Il Tempo: Carlantonio Solimene ha scovato Ingroia in Argentina, tutto meno che acquietato dalle ferie. Nelle sue risposte ha ricordato di aver "registrato il simbolo per le competizioni elettorali" (anche se non si capisce bene in che senso: un contrassegno di Azione civile non risulta mai depositato per le elezioni nazionali o europee, a differenza di Rivoluzione civile che corse nel 2013; nell'intervista di Liana Milella per la Repubblica precisa peraltro di avere depositato il suo statuto a norma del d.l. n. 149/2013 e in questo momento il testo, già modificato, è esaminato dalla competente commissione), ha chiarito che in realtà Azione civile è stato il primo soggetto giuridico a essere fondato, che nel 2013 ha contribuito alla fondazione del cartello Rivoluzione civile e l'anno successivo - rotte le righe rivoluzionarie civili - ha cooperato alla lista L'Altra Europa con Tsipras. 
Ingroia poi ha aggiunto di non essere minimamente disposto a cedere a Renzi il nome se glielo chiedesse ("Non ci penso proprio. Anzi, non capisco come gli sia venuto in mente"), neanche su proposta di un accordo economico ("Anche perché non sono assolutamente d'accordo con l'operazione politica che sta conducendo Renzi"). Soprattutto, l'ex magistrato annuncia il lancio di una proposta al MoVimento 5 Stelle, per varare un unico contenitore civico per tutte le forze interessate, compresi gli ambientalisti, guidato da Giuseppe Conte.
Per cercare di capire qualcosa di più di questo progetto, occorre andare nel sito di Azione civile, che peraltro risulta ampiamente in stato work in progress (tra l'altro, il dominio www.azionecivile.org risulta registrato a nome dello stesso Ingroia il 2 luglio 2019: che avesse subodorato qualcosa a inizio estate?). Lì, innanzitutto, si trova il comunicato sul simbolo, che vale la pena riportare per intero:
La crisi di governo e la possibilità che, già in autunno, si torni alle urne hanno accelerato i giochi di palazzo all'interno del Partito Democratico. E' notizia di queste ore che Renzi, tornato improvvisamente sulla cresta dell’onda dopo il disastro sociale e politico da segretario e premier, si sta preparando a fondare un gruppo parlamentare autonomo. Che, probabilmente, alle prossime elezioni diventerà una lista autonoma dal PD. Gruppo che, sull'onda della proposta finta civica lanciata all'ultima Leopolda, chiamerà Azione Civile. E' una notizia che ci indigna e scandalizza. Azione Civile è un nome depositato davanti ad un notaio, e già presente in varie elezioni, il nostro. Renzi e i suoi "comitati" tengano giù le mani dal nome del nostro movimento. E dall'idea di appropriarsi di un’idea nobile come quella di una politica dal basso, civica e civile, che dia voce al protagonismo di comitati, associazioni e cittadini impegnati nei più alti ideali dell’agire politico. La difesa della Costituzione, dei diritti dei più deboli, della difesa del territorio, della Pace, dei beni comuni, della lotta a mafie, lobby, corruzione e malapolitica. Esattamente l’opposto di quello che il PD ha rappresentato in questi anni. Nei governi che ha animato, e in tanti territori dove sono fiorite clientele, capobastone e il dominio di interessi lobbystici e privati sul bene comune e pubblico. 
Incredibilmente, anche i colori dei renziani sono gli stessi del nostro movimento. E, nel "loro" logo, sembra apparire anche un Quarto Stato stilizzato. Qualcuno disse che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. E in questo caso non riusciamo a credere alle casualità. Dopo averci, dalla campagna elettorale per le politiche 2013, attaccato, combattuto, aver espresso sul nostro movimento e Antonio Ingroia tutto il peggio possibile alla fine – giunti alla canna del gas di una parabola del potere ormai totalmente discendente – stanno tentando di copiarci? E' un giochetto vergognoso che non possiamo accettare.
Ribadiamo la nostra totale e siderale distanza e opposizione al PD, a Renzi e alle loro "politiche" di riferimento. Politiche che hanno massacrato i diritti dei lavoratori e dei più deboli, compartecipato ad un'Europa delle banche e dei potentati che è avversario (come abbiamo già ribadito in occasione delle elezioni europee di quest’anno) dei popoli, tentato di picconare la Costituzione (seguendo alla lettera gli ordini di Jp Morgan di considerarla un ostacolo da rimuovere) e le istituzioni democratiche italiane, favorito lobby e potentati economici. Anche rimestanti nel torbido e nelle zone grigie di questo Paese. Lo stesso partito che ha ostacolato in tutti i modi, attaccato e cercato di isolare, i magistrati che denunciano e combattono le mafie. A partire da coloro impegnati nelle inchieste prima, poi nel processo, sulla Trattativa Stato Mafia. Quanto sta accadendo oggi nel CSM è figlio, come già abbiamo denunciato, di un comportamento contro la magistratura indipendente, contro coloro che cercano di ripulire questo Paese da mafie e consorterie, che ha visto il PD feroce e in prima fila. Nessuna credibile opposizione, a Salvini oggi come ieri a Berlusconi e domani chissà, può venire da costoro. E mai potremo accettare un loro qualsivoglia atto politico. Per questo denunciamo pubblicamente il loro tentativo di "scipparci" nome e componenti del logo e ribadiamo che siamo lontani, distinti, distanti e oppositori. Azione Civile è il movimento fondato da Antonio Ingroia nel 2013 e che in questi anni, con la schiena dritta e totale indipendenza, ha portato avanti le sue battaglie politiche e i suoi ideali. Nessuna confusione con presunti comitati civici renziani o di altri capibastone del PD è possibile. Respingiamo sdegnati al mittente questo tentativo.
Non è dato sapere dove Ingroia veda un "Quarto Stato stilizzato", in quale logo (compreso quello dei Comitati di azione civile), ma certamente quest'anticipazione delle mosse di area renziana ha conferito nuova visibilità a Ingroia e ai suoi progetti. Compreso quello proposto ai 5 Stelle, di cui l'ex magistrato parla nella lettera pubblicata sul sito e datata 7 agosto: 

Cari amici del M5S, dico amici perché tali ritengo coloro i quali hanno aderito al M5S con gli stessi ideali di Giustizia miei e di tanti altri italiani (milioni e milioni!), una Giustizia non solo declamata nelle Aule di Giustizia, ma praticata trasversalmente su ogni terreno: e quindi non solo per una migliore Giustizia Penale e Civile, che sia Eguale e Giusta, anche Giustizia Sociale, Giustizia Ambientale, Giustizia Fiscale, Giustizia della Pace nel Mondo, Giustizia nel Lavoro, Giustizia nelle Scuole e nelle Università, Giustizia nelle Regole e nel Diritto, insomma GIUSTIZIA COSTITUZIONALE, per difendere e ATTUARE la COSTITUZIONE, davvero!
Insomma, cari amici del M5S, credo dobbiate comprendere TUTTI, dal semplice aderente ai Parlamentari fino a chi ha incarichi di Governo, che è giunto il momento di GUARDARE. Guardare ovunque, indietro e avanti, senza dimenticare di guardarsi intorno… 
Non credo debba essere il momento delle recriminazioni, delle critiche, degli sfoghi o della polemica fine a se stessa. Ma guardando avanti bisogna essere consapevoli dove si vuole arrivare e per fare cosa, e non credo nessuno di voi possa e debba accettare la logica del “meno peggio”: e cioè la logica di chi dice “meglio fare da argine a Salvini” come il M5S dentro lo stesso Governo perché le alternative sarebbero governi “peggiori” in quanto, andando al voto, Salvini dilagherebbe con un Governo da solo o con la Meloni, oppure abbracciando in modo definitivo il Partito della Nazione di renziana memoria, ricostituendo un blocco di potere che raderebbe al suolo tutto.  
No, amici, non può bastare. Non può bastare per un Movimento che come il M5S ha nel suo DNA l’INTRANSIGENZA ETICA, non la mediazione. La politica – si dice – è l’arte della mediazione. E siamo d’accordo. Ma il tema è fino a che punto si è disposti ad “ingoiare il rospo” ed in cambio di cosa. Io ho lasciato la magistratura quando ho capito che la Magistratura nel suo complesso aveva scelto di “mediare” sul proprio ruolo di mediazione ed indipendenza, e perciò è cresciuta di peso, ruolo, potere e carriera la magistratura degli “omologati” mentre è stata isolata e penalizzata la magistratura dei “ribelli”: i risultati sono sotto gli occhi di tutti, pensiamo allo scandalo “sequestropoli” a Palermo (lo scandalo del Tribunale Misure di Prevenzione dell’ex-presidente Silvana Saguto) o allo scandalo CSM-Palamara.  
Puoi fare un “contratto di governo” anche con chi ti è profondamente diverso, ma per mantenere identità e credibilità non puoi accettare di rinnegare la tua identità, il tuo DNA. Certo, alcune buone “vostre” leggi sono passate, anche se su Mafia, Giustizia e Corruzione si poteva fare molto di più se aveste avuto un alleato di Governo a voi più simile (non c’è oggi nel panorama? Va costruito INSIEME. Si poteva fare prima, si può fare ora). 
In ogni caso NULLA può giustificare la rinuncia alla propria identità. Il prezzo è troppo alto.  
Ebbene, la battaglia NO TAV (più ancora di altre non meno importanti come la battaglia NO TAP) è nel DNA del M5S, ne costituisce un pilastro fondativo. Se il tuo alleato di governo (questo è la Lega per chiamare le cose con il loro nome, seppur sia un’alleanza fra “diversi”, perciò regolamentato da un “contratto”) ti vota il SI TAV e lo fa con il tuo nemico politico di sempre, e cioè il PD, un Governo cade, costi quel che costi. E se la Lega ha posto la fiducia sul “Decreto Sicurezza-bis”, giustamente perché è nel suo DNA, e voi quindi lo avete votato, altrettanto doveva fare il M5S: mettere la fiducia sulla mozione NO TAV, in modo che fosse chiaro che se fosse stata bocciata la mozione NO TAV, essendoci stata anche una palese violazione del “contratto di Governo” DOVEVA esserci crisi di Governo. La “realpolitik” non è fatta per un Movimento come il M5S, che altrimenti diventa un “partito” come gli altri. Non si può rinnegare il proprio DNA in nome del “peggio” che potrebbe venire. La libertà, l’indipendenza, la fede nei propri valori non hanno prezzo. Vinceranno le elezioni gli altri e andranno al potere? Pazienza. Si potrà però ricostruire un Fronte Popolare di Giustizia Costituzionale che abbia il M5S come perno ma che non smarrisca, come sta perdendo, i contatti con i migliori Movimenti civici, sociali e di base che ne hanno costituito l’anima ed il cemento, e che ora non vi seguono più.  
Per questo dico: è il momento di GUARDARE. Guardatevi intorno e indietro, sono sempre meno i cittadini che vi seguono e i cittadini che vi stanno accanto, non perdete il contatto con loro. E quando vi guarderete indietro, con il necessario spirito di autocritica che rende grandi gli uomini e le donne migliori, capirete che non bisogna commettere più l’errore di pensare di andare avanti “da soli”. Al contrario, bisogna costruire nuove alleanze, per costruire un nuovo Polo politico, senza Salvini e i suoi, e senza il peggio della politica (PD, FI, e compagnia cantante, per me pari sono), e con il meglio di questo Paese, espresso da quei Movimenti di cittadini, NO TAV e oltre, che state perdendo per strada. In molti come me sarebbero pronti per una nuova avventura, ma solo quando smetterete di accettare, di mediare, di “ingoiare rospi”. Non vale mai la pena perdere l’anima.  
Come dicevo prima, NULLA può giustificare la rinuncia alla propria identità. Il prezzo è troppo alto. Anche perché togli fiducia e speranza in un’Italia diversa a milioni di cittadini. Anche questo è un prezzo troppo alto. 
Siete/siamo ancora in tempo per invertire la rotta?  
Non è ancora troppo tardi, ma è molto tardi.  
Perché Salvini intanto cresce nei consensi e voi calate. E diventa solo una questione di tempo in un gioco al massacro del Paese e di tutti i Movimenti come il vostro. Bisogna agire. E in fretta. Altrimenti, davvero avrete consegnato il Paese a Salvini e agli altri per sempre (anno più, anno meno, poco cambia), pur volendo combatterli, e sarebbe il vostro errore e la vostra colpa più grave. E imperdonabile.

lunedì 12 agosto 2019

Renzi prepara "Azione civile"? Ma c'era già Ingroia...

Nel giorno della conferenza dei capigruppo al Senato per decidere la calendarizzazione della mozione di sfiducia al governo guidato da Giuseppe Conte (e di quella individuale al vicepresidente Matteo Salvini) circolano indiscrezioni sui possibili gruppi parlamentari che Matteo Renzi sarebbe pronto a costituire per raccogliere i suoi sostenitori in compagini che abbiano insegne diverse da quelle di un Partito democratico ormai avvertito come inospitale; il tutto per poter valutare più serenamente un eventuale appoggio a un governo col MoVimento 5 Stelle e, magari, preparare la nascita di un partito autonomo, di centro.
Scrivono oggi sulla Repubblica Annalisa Cuzzocrea e Lavinia Rivara:
Matteo Renzi ha deciso di sciogliere gli ormeggi e ha detto ai suoi di tenersi pronti perché la scissione sembra ormai una questione di giorni. L'ex premier si prepara a far nascere nuovi gruppi parlamentari, che si chiameranno "Azione civile", portando via da quelli del Pd i suoi fedelissimi. Poi, se si andrà ad elezioni, nascerà un vero e proprio partito, con una sua lista pronta a lanciarsi nell'agone elettorale. I tempi? Potrebbe accadere tutto nei giorni del dibattito al Senato sul governo Conte. Ieri sera l’ex premier è apparso a quelli che gli hanno parlato più che mai deciso a tagliarsi i ponti dietro le spalle: «La misura è colma, non possiamo più restare in un partito dove tutti i giorni ci attaccano». Ma dice di volere una separazione consensuale, ipotizzando di portarsi via dai gruppi del Pd più o meno la metà dei parlamentari. Che vorrebbe dire circa 25 al Senato e più di 50 alla Camera. Anche se Nicola Zingaretti è convinto che a palazzo Madama alla fine lo seguiranno non più di una ventina. 
Ora, le stesse autrici dell'articolo sono a conoscenza di un grave ostacolo sulla via di questo progetto: un eventuale gruppo potrebbe nascere soltanto alla Camera, perché "bisogna fare i conti con il nuovo regolamento del Senato che impedisce la nascita di altri gruppi se non corrispondono a partiti che si siano presentati alle elezioni". Uno degli scopi della riforma regolamentare della passata legislatura, in effetti, era proprio contenere il fenomeno del transfughismo e della frammentazione (incentivando invece l'unione tra gruppi esistenti, possibile ex art. 15, comma 3 del regolamento del Senato), rendendo impossibile la nascita di gruppi corrispondenti a nuovi partiti, anche consistenti (quindi, in un certo senso, rendendo meno conveniente la nascita di quegli stessi partiti, visto che non sarebbero stati più disponibili tutti i vantaggi dati dalla possibilità di costituire nuovi gruppi autonomi, in termini di risorse e personale). 
Per evitare il problema ci vorrebbe una mossa che sparigli le carte, come un'interpretazione della Giunta per il regolamento che sostenga che il limite contenuto nella frase "E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati" (art. 14, comma 4) riguarda soltanto la fase iniziale della legislatura, come qualche riferimento qua e là potrebbe suggerire a qualcuno, ma è evidente che sarebbe una lettura molto più che forzata, che a quel punto priverebbe del tutto di senso l'inserimento di quella disposizione. Difficile, dunque, che un gruppo renziano possa nascere al Senato (ed è altrettanto improbabile un trasloco di massa nel gruppo misto, magari costituendo una propria componente, perché la convenienza pratica a costituirla sarebbe quasi nulla).
Oltre a questo, però, c'è un altro aspetto problematico che finora non sembra emerso e riguarda il nome del gruppo. Perché sì, Azione civile ha come acronimo Ac come Azione cattolica (quella da cui salvarsi con "una sana e consapevole libidine" anche se non si è più giovani), ma Azione civile era soprattutto il movimento fondato nel 2013 da Antonio Ingroia, per dare un minimo di continuità all'esperienza di Rivoluzione civile, che alle elezioni politiche di quell'anno aveva raccolto - tra gli altri - Verdi, Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Italia dei valori, gli arancioni di De Magistris e altre forze minori (La Rete 2018 di Leoluca Orlando e il Nuovo partito d'azione) ma aveva raccolto poco più del 2%. L'esperienza di Rivoluzione civile si chiuse del tutto a maggio 2013, ma Ingroia aveva già scelto di continuare con un proprio simbolo, chiaramente derivato da quello precedente, con il suo nome al centro in bella vista, la silhouette del Quarto stato di Pellizza da Volpedo in basso e, in altro, il nuovo nome del nuovo partito (attivo anche se non rivoluzionario).
Si trattava però di un aggiustamento provvisorio: tempo qualche settimana e, a giugno, in vista della prima assemblea nazionale del 22 giugno (e con il contestuale abbandono della magistratura), l'ordine degli elementi testuali fu variato: al centro andò il nuovo nome, in blu e a caratteri cubitali, appena un po' nascosto dalle sagome pellizziane, mentre il cognome di Ingroia finì in basso e in dimensioni assai più ridotte. 
In realtà, nel giro di qualche mese si persero le tracce del soggetto politico guidato dall'ex magistrato, nel frattempo impegnato come commissario di una società regionale siciliana su incarico dell'allora presidente regionale Rosario Crocetta. Alla fine del 2017, poi, Ingroia è ricomparso con Giulietto Chiesa per presentare La mossa del cavallo, cioè la Lista del popolo per la Costituzione: andò personalmente lui a presentare il simbolo al Viminale, ma la lista (anche per una presenza non omogenea, a causa delle difficoltà nella raccolta delle firme) ottenne un risultato deludente. Nel frattempo, non è dato sapere se Azione civile come soggetto giuridico sia stato sciolto o se, semplicemente, sopravviva "in sonno" in qualche modo, senza avere mai partecipato ale elezioni.
Ora, non è detto ovviamente che il nome dell'eventuale gruppo parlamentare renziano nascituro sia proprio "Azione civile" (in questi giorni varie anticipazioni sono state smentite dalla realtà in tutto o in parte, ad esempio per i nomi del movimento di Giovanni Toti), così come è probabile che non sorga qualche problema giuridico, proprio perché in Parlamento Ingroia non è mai arrivato e pochi ricordano quel precedente (anche se non potrebbe escludersi del tutto una reazione di chi aveva usato il nome per primo). La questione, casomai, è politica: sicuri che non sia una falsa partenza utilizzare per una forza di centro un nome che si era collocato decisamente a sinistra e che, per giunta, è finito piuttosto male e piuttosto in fretta? Se davvero tra chi sta pensando a un'operazione simile nessuno è così #drogatodipolitica da ricordare quell'episodio o, comunque, non ha riflettuto su questo, forse è il caso di iniziare a farlo...

domenica 11 agosto 2019

Che si voti ora o più in là, si prepara una strage di simboli

Ora che la crisi di governo è aperta e sta per essere parlamentarizzata (nel senso che da lunedì se ne parlerà in Parlamento, a partire dalla conferenza dei capigruppo al Senato di domani), vale la pena di mettere in luce alcune questioni collaterali, che meritano un po' di attenzione. In queste pagine ovviamente non si prenderà posizione a favore di questa o di quella forza politica - non sarebbe giusto né rispettoso verso i lettori di ogni colore politico che qui si sono sentiti a loro agio - ma è il caso di concentrare l'attenzione su alcuni punti che hanno anche qualche riflesso "simbolico" e che sono tutt'altro che secondari, a ben guardare. Perché ci sono tutte le condizioni per una strage di simboli di proporzioni galattiche.

Avanspettacolo: il voto sulle mozioni

A determinare quale dei possibili finali la storia prenderà sarà il voto dei senatori sulle mozioni presentate dalla Lega (per sfiduciare il governo Conte) e dal Pd (per sfiduciare il solo ministro Salvini): nella capigruppo di lunedì si dovrebbe decidere proprio quando calendarizzare il voto, decidendo anche in quale ordine le mozioni dovranno essere votate
Evidentemente su questo punto si fronteggeranno due distinte posizioni: la prima vorrebbe applicare la c.d. "regola di Bentham" (già valida per decidere l'ordine di votazione degli emendamenti: prima quelli soppressivi, poi quelli sostitutivi, modificativi e aggiuntivi) votando prima sulla sfiducia al governo e poi al singolo ministro, dal momento che se prevalesse l'idea di "staccare la spina" all'esecutivo, sarebbe inutile esprimersi prima sulla permanenza in carica di un singolo componente; la seconda posizione, al contrario, vorrebbe votare prima sulla sfiducia a Salvini, sul presupposto che l'esito di quel voto potrebbe influenzare quello sulla sfiducia al governo (lasciando quindi intendere che qualcuno, tolto di mezzo Salvini, potrebbe anche decidere di non sfiduciare il governo o di non partecipare al voto, cosa che non sarebbe disposto a fare con il ministro dell'interno al suo posto).

Scenario 1: elezioni in autunno (ma intanto...)

Stabilito l'ordine ci sarà il voto. In caso di sfiducia, il Presidente della Repubblica attiverà le consultazioni innanzitutto per verificare l'esistenza di un'eventuale maggioranza per un nuovo governo (ipotesi né semplice né impossibile, in ogni caso da verificare, anche guardando all'azione di Sergio Mattarella negli anni scorsi); se nessuna maggioranza emergerà, anche solo per un governo meramente elettorale, resterà solo l'opzione dello scioglimento delle Camere, con il voto in autunno. In questi giorni si era parlato di una domenica di ottobre, ma in ogni caso le elezioni dovrebbero tenersi entro la metà di novembre e la data limite dipenderebbe dal giorno dello scioglimento, dal quale decorrerebbe il termine - previsto dall'art. 61, comma 1 Cost. - entro il quale devono svolgersi nuove elezioni politiche. Il procedimento elettorale inizierebbe ufficialmente non oltre i primi giorni di ottobre, con il deposito dei contrassegni al Viminale; se però si votasse il 13 ottobre, i simboli dovrebbero essere depositati - e dunque anche definiti - tra il 30 agosto e il 1° settembre
Non è inutile ricordare che questa soluzione creerebbe non pochi problemi. Innanzitutto, entro il 26 agosto sarebbe attesa l'indicazione del nome del commissario europeo spettante all'Italia; il 15 ottobre, poi, il documento programmatico di bilancio dovrebbe comunque essere trasmesso alla Commissione europea e all'Eurogruppo (e prima ancora, cioè entro la fine di settembre, dovrebbe essere aggiornato il Documento di economia e finanza e il ministero del Tesoro dovrebbe produrre la Relazione sul conto consolidato di cassa relativa al primo semestre 2019), poi in ogni caso si aprirebbe la sessione per discutere e approvare la legge di bilancio e di stabilità. Certo, ci sarebbe comunque un governo in carica per l'ordinaria amministrazione, ma queste non sembrano esattamente questioni di quel tipo e, in ogni caso, hanno un pesante valore politico.

Scenario 2: si vota sul taglio dei parlamentari?

Se, al contrario, emergerà la possibilità di una nuova maggioranza, i tempi per le elezioni si allungheranno inevitabilmente: e questo a prescindere dal destino della riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari. Certo è che se questa fosse approvata in quarta lettura dalla Camera, la vita della legislatura in corso si allungherebbe, e non per questioni di opportunità ma di diritto costituzionale. Già in terza lettura al Senato, infatti, il testo non è stato approvato con una maggioranza dei due terzi (ma solo con la maggioranza assoluta= ed è assai probabile che lo stesso accada alla Camera: anche se non sarà così, l'art. 138, comma 2 Cost. prevede che la riforma possa essere sottoposta a referendum ove, "entro tre mesi dalla [...] pubblicazione" in Gazzetta Ufficiale, ne facciano richiesta un quinto dei membri di una Camera, 500mila elettori o cinque consigli regionali. 
La richiesta potrebbe non esserci (e non è affatto detto che non arrivi, soprattutto da un fronte parlamentare trasversale contrario al taglio, non troppo preoccupato di apparire "difensore della Casta"), ma i tre mesi dalla pubblicazione si dovrebbero attendere comunque: non si potrebbe quindi votare subito e questo evidentemente sposterebbe già di per sé le elezioni al prossimo anno (e questo anche nell'ipotesi in cui il quarto voto sulla riforma venisse anticipato ad agosto). Se poi la richiesta arrivasse e l'Ufficio centrale per il referendum la ritenesse legittima, a norma della legge n. 352/1970 il Consiglio dei ministri dovrebbe entro 60 giorni indire il referendum, che a sua volta dovrebbe svolgersi "in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all'emanazione del decreto di indizione", il che si tradurrebbe in minimo due mesi complessivi di attesa (a voler far davvero in fretta), che quindi si aggiungerebbero ai tre già attesi per le richieste di referendum.

Scenario 2.1: Collegi da ridisegnare

Qualora al referendum sulla revisione costituzionale (per il quale non è previsto il quorum) prevalessero i sì, si avrebbe lo stesso effetto dei tre mesi trascorsi senza richieste di referendum. Si potrebbe votare subito dopo, in quel caso? Più o meno, ma proprio subito no. In effetti in questi mesi si è compiuto un passo per ridurre i tempi, anche se è avvenuto quasi nel silenzio (o nel disinteresse generale): la recentissima legge 26 maggio 2019, n. 51 ha infatti modificato il testo delle disposizioni per eleggere i deputati e i senatori sul territorio italiano, eliminando l'indicazione dei numeri dei seggi da attribuire nei collegi uninominali e stabilendo che quei seggi sono pari a tre ottavi di tutti gli scranni attribuibili in ciascun ramo del Parlamento. L'idea di fondo - illustrata nella relazione al disegno di legge S. 881, a prima firma del senatore M5S Gianluca Perilli, cofirmato dal leghista Roberto Calderoli e dall'altro M5S Stefano Patuanelli - era di "rendere neutra, rispetto al numero dei parlamentari fissato in Costituzione, la normativa elettorale per le Camere", garantendo "che il Parlamento sia in ogni momento rinnovabile" ed evitando lacune normative in grado di paralizzare lo scioglimento delle Camere e la macchina delle elezioni.
Si è voluto dunque accelerare i tempi, ma almeno un passaggio non si può evitare: l'eventuale entrata in vigore della revisione costituzionale che taglia il numero dei parlamentari richiederebbe per forza la determinazione dei nuovi collegi uninominali e plurinominali di Camera e Senato. Facendo l'esempio con la Camera, gli uninominali passerebbero da 231 a 146 (inclusi quelli di Trentino - Alto Adige e Molise, escluso il collegio della Valle d'Aosta) quindi è ovvio che dovrebbero essere ridisegnati quasi tutti e altrettanto varrebbe per quelli plurinominali. La legge approvata a maggio contiene già la delega eventuale al governo in materia e la rideterminazione dei collegi dovrebbe avvenire con un decreto legislativo, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, mentre - secondo quanto già previsto dalla riforma elettorale approvata alla fine del 2017 - il lavoro pratico "a monte" per ridisegnare i collegi toccherebbe a una commissione di esperti presieduta dal presidente dell'Istat (commissione alla quale, come l'esperienza insegna, generalmente viene messa una fretta indiavolata perché finisca i lavori al più presto). E quel lavoro non potrebbe nemmeno essere anticipato - a rigore - nei tempi che dovessero precedere l'eventuale referendum: la delega al governo scatterebbe solo in caso di promulgazione della riforma costituzionale, non di semplice pubblicazione in attesa di referendum.

Scenario 2.2: Parlamentari tagliati e partiti sbarrati

Una volta determinati i collegi, la macchina elettorale potrebbe finalmente partire e le forze politiche potrebbero decidere chi candidare e dove. Dovrebbero però avere ben presente -tutte - una cosa: ne sopravviveranno pochissimi, molti meno di prima e, soprattutto, molti di meno di quello che la legge suggerirebbe. E non si tratta solo di un effetto fisiologico dato dal passare da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori (392 e 196 dei quali da eleggere in Italia).
Il fatto è che nella legge elettorale, come risultante dalle modifiche apportate via via, in particolare dalle riforme del 2015 e del 2017, è tuttora prevista, tra l'altro, una soglia di sbarramento del 3% per accedere alla ripartizione proporzionale dei 5/8 dei seggi, vale a dire 245 alla Camera e 117 al Senato. Già così sarebbe facile vedere che, se tutto fosse un semplice gioco percentuale, a un partito appena sopra soglia toccherebbero 7 seggi alla Camera e 4 al Senato, decisamente poca roba; eppure le cose sono molto più complesse. Ne parla da settimane soprattutto il deputato piemontese di Liberi e Uguali Federico Fornaro; gli ha dedicato spazio soprattutto Ettore Maria Colombo (dal cui blog provengono i dati che seguono), sottolineando gli effetti pesanti del taglio dei parlamentari sulla rappresentanza, soprattutto al Senato.
Per capire le dimensioni del problema, occorre ricordare che, per le norme elettorali in vigore, la ripartizione dei seggi è svolta su scala nazionale alla Camera e su scala regionale, dunque regione per regione, al Senato: questo per rispettare il dettato dell'art. 57, comma 1 Cost, in base al quale il Senato è eletto "a base regionale". Una volta verificato quali liste e coalizioni hanno superato le soglie di sbarramento previste, si compie una prima operazione sommando tutti i voti espressi a favore di liste o coalizioni e dividendo tale somma di voti per il numero di seggi da attribuire con la quota proporzionale nel collegio plurinominale; successivamente, si divide il numero di voti ottenuto da ogni singola lista non coalizzata o coalizione per il numero ottenuto (definito "quoziente elettorale", che dice in pratica a quanti voti equivale un seggio); il risultato ottenuto, senza decimali, equivale ai seggi che spettano alla singola coalizione o lista "sciolta" (se la somma delle parti intere è più bassa del numero di seggi da assegnare, quelli restanti si distribuiscono in base ai maggiori resti); da ultimo, si distribuiscono i seggi spettanti alle coalizioni tra le liste sopra soglia che ne fanno parte. 
Questo complesso di operazioni, come ricordato sopra, dev'essere svolto a livello nazionale per la Camera, in ogni singola regione per il Senato. La questione è tutto meno che secondaria: la difficoltà di ottenere un seggio in questa o in quella regione, infatti, si lega strettamente al numero di senatori attribuiti a ciascuna regione; più è basso il numero, più è difficile ottenere eletti anche ottenendo percentuali rilevanti. Le regioni che contano su almeno dieci senatori passerebbero da 10 a 9 (Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Puglia, Toscana); se si guarda ai seggi da distribuire con il sistema proporzionale, però, disporrebbero di almeno dieci scranni solo Lombardia (19), Lazio (11), Campania (11) e Sicilia (10). 
Questi numeri dovrebbero essere più facili da leggere: per assicurarsi un seggio a livello regionale se quelli disponibili sono dieci, occorrerebbe avere almeno il 10% dei voti espressi in quella regione. In pratica, una lista che ottenesse il 5% a livello nazionale, in quella singola regione non otterrebbe nulla, perché non ci sarebbero seggi per questa in base al riparto proporzionale; potrebbe avere qualche speranza in più una lista che arrivasse vicina al 9%, se non altro perché per legge non parteciperebbero alla somma totale dei voti le liste non coalizzate che non hanno ottenuto il 3%, dunque la percentuale del 9% calcolata sul totale dei voti potrebbe pesare di più se il calcolo si riferisse a una platea di voti più ristretta, in presenza di una sensibile dispersione di voti (es.: 90 voti su 1000 sono il 9%, ma se 55 voti sono finiti a liste non coalizzate che non hanno superato la soglia del 3%, il totale dei voti da considerare non è più 1000 ma 945 e i 90 voti di prima "pesano" come se fossero un 9,52%; se poi i voti "dispersi" fossero 110, magari spalmati su quattro liste, su un totale di 890 i 90 voti "peserebbero" per il 10,1%). 
In ogni caso, al Senato anche liste ben sopra il 3% resterebbero senza rappresentanza in regioni diverse dalla Lombardia (in cui, comunque, bisognerebbe superare benino il 5% per stare al sicuro). Una lista media o mediopiccola, se inserita in una coalizione, potrebbe salvarsi puntando sui collegi uninominali, a patto di riuscire a "imporre" alla coalizione propri candidati in collegi relativamente sicuri, in una sorta di "pretesa di tribuna": ormai, però, quelli davvero "blindati" sono pochi e non è affatto detto che i partiti maggiori della coalizione siano disposti a cederli, visto il taglio dei parlamentari. Di certo, le liste non coalizzate non particolarmente forti non potrebbero contare nemmeno su quella strada: se la Lega andasse da sola di certo non avrebbe problemi (né sull'uninominale né sul proporzionale), mentre qualche problema in più potrebbe averlo già il M5S in alcune regioni e sicuramente lo avrebbe qualunque altra forza politica (comprese Forza Italia e Fratelli d'Italia, per non parlare di +Europa o della sinistra) che dovesse immaginare una corsa solitaria, ma anche in coalizione con partiti molto più forti.
L'effetto principale della riforma costituzionale ed elettorale (che, come sottolineato da Colombo nel suo articolo, sarebbe il calco del taglio dei parlamentari proposto nella scorsa legislatura da Gaetano Quagliariello), dunque, a valle sarebbe un ulteriore sbarramento alle forze politiche, ma già a monte si ridurrebbero drasticamente i simboli presenti sulla scheda elettorale, almeno su quella del Senato: l'asticella alta o altissima in gran parte delle regioni farebbe desistere, forse, anche solo le battaglie di testimonianza, suggerendo alle forze minori di puntare piuttosto a federarsi con partiti esistenti, chiedendo loro di ospitare propri candidati nelle loro liste bloccate (difficile però che vengano messi in buona posizione, per lo stesso motivo visto prima). Alla Camera il problema sarebbe meno grave, se non altro perché - come detto prima - la distribuzione dei seggi si fa a livello nazionale, quindi è più facile ottenere percentuali utili su 245 seggi; di certo, però, diventerebbe ancora più difficile di ora riuscire a prevedere, per le forze minori, dove potrebbero uscire i pochi seggi conquistati (e quanti sarebbero).

Incidente comune: lo sbarramento delle firme (continua...)

Questi, dunque, sarebbero gli effetti della riforma, che chi scrive non vorrebbe e per evitarli è disposto ad accettare che lo Stato non riesca a risparmiare 500 milioni a legislatura (la democrazia costa: meglio risparmiare altrove che sulla rappresentanza); altri, naturalmente, sono liberi di preferire il taglio dei parlamentari per non avere più il Parlamento "più affollato d'Europa", quanto agli eletti (il che è vero, oggettivamente).
In ogni caso, che la riforma vada in porto o no e, prima ancora, che dopo agosto ci sia o meno una maggioranza, prima o poi alle urne si dovrà tornare e il numero di simboli sulle schede rischia di essere ridottissimo anche senza taglio dei parlamentari. In base alle norme vigenti, infatti, gli unici soggetti che potrebbero presentare candidature senza altre formalità sono quelli che hanno un gruppo parlamentare in entrambe le Camere dall'inizio della legislatura (M5S, Pd, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia) o che rappresentano minoranze linguistiche e abbiano ottenuto almeno un seggio (salvo errore, Svp-Patt, Uv). Tutti gli altri soggetti eventualmente interessati a partecipare, anche se presenti in Parlamento, dovrebbero raccogliere e autenticare almeno 1500 firme per ogni collegio plurinominale; eccezionalmente, trattandosi di elezioni anticipate, il numero minimo scenderebbe a 750. 
Il compito oggi si presenta piuttosto difficile, soprattutto per forze non troppo diffuse sul territorio; potrebbe esserlo meno se passasse la riforma (i collegi plurinominali alla Camera sarebbero di meno), ma a giudicare dagli sforzi fatti da molti partiti a livello nazionale e regionale per evitare di raccogliere le firme, il compito si presenta ugualmente difficile per molti (persino per partiti con una buona presenza in Parlamento). La questione è seria, ma merita di essere trattata con più attenzione, dopo Ferragosto. Intanto, prepariamoci a una moria di simboli mai vista prima.