sabato 23 marzo 2019

Fasci italiani del lavoro non illegittimi, ma il simbolo non torna sulle schede

Il simbolo del partito
Ha avuto una certa risonanza - e la cosa era inevitabile, visto il rilievo che dal 2017 era stato dato al risvolto elettorale della vicenda - la sentenza di assoluzione pronunciata ieri dal Tribunale di Mantova nei confronti di Claudio Negrini, della figlia Fiamma e di altri fondatori dei Fasci italiani del lavoro, nonché di persone che avevano collaborato alla propaganda in rete del partito. Al momento non è possibile ragionare su un testo, perché della decisione del giudice per l'udienza preliminare Gilberto Casari si conosce soltanto il dispositivo (vale a dire l'assoluzione per i sette imputati che avevano scelto il giudizio abbreviato, mentre per i due che avevano optato per il rito ordinario si è disposto il non luogo a procedere) e le motivazioni verranno depositate entro trenta giorni: certamente quando il testo della decisione sarà reso noto si dedicherà un articolo specifico all'argomento, ma alcune riflessioni è il caso di anticiparle già ora.


La vicenda

Il simbolo finito sulle schede
Innanzitutto, un minimo di ricostruzione della vicenda giuridica. Ben noto è come tutto sia iniziato non (tanto) con l'ammissione della lista dei Fasci italiani del lavoro alle elezioni comunali di Sermide e Felonica nel 2017 - in fondo lo stesso emblema aveva già partecipato alle elezioni del solo comune di Sermide, non ancora fuso, nel 2002, nel 2007 e nel 2012 - quanto piuttosto con l'elezione in consiglio comunale della candidata sindaca Fiamma Negrini: non era certo la prima volta che un simbolo con un fascio riusciva a ottenere eletti, ma era la prima volta in cui ciò succedeva in un comune medio-piccolo, in cui l'elezione non spettava di diritto ai rappresentanti della lista col fascio (di solito il Movimento Fascismo e libertà) perché era l'unica altra presentata oltre alla formazione risultata vincitrice, ma era stata ottenuta grazie al raggiungimento della quota di consenso necessaria a ottenere un consigliere di minoranza. Solo così può spiegarsi il clamore ottenuto dalla notizia a livello nazionale, al punto tale da scatenare la reazione dei media e quelle conseguenti dell'allora presidente della Camera Laura Boldrini e del ministro dell'interno in quel momento in carica, Marco Minniti (cosa che provocò la sostituzione dei componenti della Sottocommissione elettorale circondariale competente, sebbene costoro avessero valutato la situazione con lo stesso metro delle tre tornate amministrative precedenti, nelle quali non c'erano state rimostranze). 
Le proteste e polemiche registrate nel 2017 avevano generato, tra l'altro, l'impugnazione davanti al giudice amministrativo dell'esito delle elezioni di quell'anno (promossa dal deputato M5S Alberto Zolezzi, rieletto in questa legislatura), procedimento che ha visto a gennaio del 2018 la semplice esclusione dell'eletta dei Fasci dal consiglio comunale (in quanto la lista non avrebbe dovuto essere ammessa) da parte del Tar di Brescia, poi (a maggio) la decisione più pesante del Consiglio di Stato che riteneva si dovesse ripetere l'intera consultazione elettorale, viziata da quell'indebita ammissione di una lista il cui simbolo avrebbe violato tanto la XII disposizione finale della Costituzione, quanto la "legge Scelba" del 1952.  
Nel frattempo, però, si era sviluppato anche il filone penale della vicenda: la Procura della Repubblica di Mantova, infatti, a luglio del 2017 aveva iniziato a indagare Claudio e Fiamma Negrini, assieme ad altre sette persone, per il reato di ricostituzione del partito fascista (art. 1, legge n. 645/1952), ritenendo che nello statuto della forza politica fondata nel 2000, così come in altri atti compiuti nel corso del tempo, ci fossero elementi per ritenere integrato il reato. A febbraio dello scorso anno la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dei nove indagati e, dopo che sette di loro avevano ottenuto il rito abbreviato (dunque affidando al giudice per l'udienza preliminare la decisione sulla loro innocenza o colpevolezza), per costoro a dicembre l'accusa aveva richiesto pene per un totale di vent'anni. 


La decisione e le conseguenze

Giusto ieri è arrivata la sentenza di assoluzione "perché il fatto non sussiste", dunque con formula piena (il giudice non ha ritenuto che il fatto non costituisse reato: per lui non c'era proprio). Nessuna ricostituzione del disciolto partito fascista, dunque: si dovrà attendere di leggere le motivazioni redatte dal gup per capire come ha ragionato (e, sulla base di questo, la Procura della Repubblica deciderà se impugnare o no la sentenza). 
Nel frattempo, Claudio Negrini alla Voce di Mantova ha espresso soddisfazione per una sentenza "che fa crollare un castello accusatorio assurdo e una campagna di odio inaudita nei nostri confronti": dice di volersi rivalere su chi "ha alimentato un campagna di odio nei nostri confronti", valutando eventuali azioni legali contro Boldrini e il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi (il primo a sollevare il "caso Fasci" a livello nazionale), anche se resta il rammarico per il seggio conquistato due anni fa "legittimamente [...] e che invece è stato tolto con un’azione che ha condannato Sermide e Felonica a un commissariamento dannoso su tutti i fronti".
Anche per questo, essendo chiamato il comune di Sermide e Felonica a rivotare il 26 maggio, Claudio Negrini ha annunciato che il suo gruppo si ripresenterà alle urne "nella speranza di recuperare, magari con gli interessi, ciò che ci è stato sottratto". Non lo farà però con il simbolo dei Fasci italiani del lavoro, per non rischiare di incorrere di nuovo in grane pre o post-elettorali: questa volta utilizzerà l'emblema di Italia agli italiani, il cartello elettorale inaugurato da Forza Nuova e Fiamma tricolore alle ultime elezioni politiche, al quale hanno aderito anche altri movimenti di area destra (tra cui Movimento Italia sociale, Fiamme nere - Italia libera, Movimento nazionale italiano, Azione sociale e Il Fronte dei Popoli, ma non CasaPound). 
Cambierà anche la candidata sindaca, già identificata in Paola Quaglia, che già nel 2012 si era candidata alla guida del comune di Sermide, alla pari di Negrini: lei aveva ottenuto il 12,32% con la lista Cittadini per Sermide (lui aveva sfiorato il 3% con i Fasci), ma visto il minor numero di consiglieri di opposizione che aveva allora Sermide non era riuscita ad accedere al consiglio (mentre a Fiamma Negrini era bastato il 10,4%, ma allora le liste di opposizione erano solo due, mentre nel 2012 le formazioni di minoranza erano quattro e la lista più votata tra queste si era accaparrata tutti i seggi perché aveva preso quasi i due terzi dei voti non andati alla maggioranza). Anche se le liste non sono ancora state rese note, peraltro, pare che quasi tutti coloro che saranno candidati con Italia agli italiani risulteranno legati al gruppo dei Fasci italiani del lavoro.

Due piani distinti

Sarà legittimo che gli stessi candidati dei Fasci si ripresentino alle elezioni? Ovviamente sì. La decisione presa ieri dal tribunale mantovano, in attesa delle motivazioni da leggere, ricorda che è assolutamente necessario distinguere il piano penalistico da quello elettorale. Il primo esige una lettura tassativa e garantista delle disposizioni penali, per cui perché si sia di fronte al reato di ricostituzione del partito fascista è necessario che un gruppo di almeno cinque persone persegua "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" e non deve farlo in modo teorico o astratto, ma concretamente. Evidentemente il giudice non ha rinvenuto, nei comportamenti degli indagati-imputati, i caratteri dell'idoneità concreta a perseguire quelle finalità antidemocratiche proprie del "disciolto partito fascista". E non deve aver trovato offensivo - in senso penalistico - nemmeno il contenuto dello statuto dei Fasci: pur dando una lettura differente - e, naturalmente, non per forza condivisibile - degli eventi qualificati come fascismo e immaginando che quel regime sarebbe potuto arrivare all'acquisizione "piena e totale della forma democratica, elettiva e pluralista", al suo interno è propugnato comunque un modello di società democratico e partecipativo, pur se differente da quello attuale. Basta questo, evidentemente, a non poter parlare di finalità antidemocratiche e, comunque, non riconducibili al "disciolto partito fascista": il fatto che più persone possano avere un'opinione tutt'altro che negativa sul fascismo, per non condivisibile che sia, non costituisce reato.
Il metro utilizzato in sede penale, tuttavia, non può essere riportato tal quale in ambito elettorale. Il Consiglio di Stato, nel parere reso nel 1994 sulla vicenda di Fascismo e libertà, era stato chiaro nel ritenere inconcepibile "che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione, con norma tanto più grave e severa, in quanto eccezionalmente derogatoria al principio supremo della pluralità, libertà e parità delle tendenze politiche", senza che però questo potesse in qualunque modo avere rilievo sul piano penale, in un giudizio sulla ricostituzione del partito fascista. 
Ora, è vero che in teoria anche la normativa elettorale dovrebbe essere letta alla luce del favor partecipationis, rendendo tassative e di stretta interpretazione le ipotesi di esclusione delle candidature; evidentemente, però, si è ritenuto che l'ambito elettorale possa essere meno garantista nei confronti di chi intende sottoporsi al voto dei cittadini, giudicando più importante tutelare il meccanismo elettorale stesso da elementi che, anche solo sulla carta, potrebbero turbarlo. Niente fascio sui contrassegni destinati alle schede, dunque, specie se abbinato alla parola "Fascismo" o al concetto dei "fasci", come nel caso di Sermide; quanto alla presenza del solo fascio, le decisioni sono state piuttosto ballerine, con una recente, decisa prevalenza che vuole tenere quel simbolo lontano dalle schede elettorali.
Chi scrive comprende le ragioni di questa posizione, ma non le condivide fino in fondo, se non altro perché passano pur sempre attraverso la deduzione di norme che si allontanano dal tenore delle disposizioni scritte, perdendo in tassatività e anticipando fin troppo la tutela dell'ordinamento rispetto a minacce che di concreto hanno poco. A chi replicasse "allora dobbiamo aspettare che quelle minacce concrete arrivino, per poi scoprire che è troppo tardi per fare qualcosa?", rispondo preventivamente che comprendo quella posizione, ma da giurista non posso dimenticare che sanzionare il sospetto, il pensiero o l'intenzione non è in sintonia con la nostra concezione del diritto: è più che legittimo voler arginare o contrastare certe idee, ma lo si deve fare prima di tutto sul piano dell'educazione. Aver bisogno di vietare d'imperio un'idea più che un'azione, come una sorta di riedizione del chiasmo manzoniano del Conte zio ("sopire, troncare [...] troncare, sopire"), suona come una sconfitta, pure piuttosto dolorosa, della società e dell'intero ordinamento.

venerdì 22 marzo 2019

Verso le europee: ecco cosa dicono sui simboli le Istruzioni del Viminale

Le Istruzioni, un po' personalizzate
La marcia verso le elezioni europee procede: mancano poco più di due mesi al 26 maggio - data fissata, oltre che per le elezioni europee, per il turno più nutrito di elezioni comunali e anche per le elezioni suppletive nei collegi uninominali della Camera di Trento e Pergine Valsugana, a seguito delle dimissioni di Maurizio Fugatti e Giulia Zanotelli - e il Ministero dell'interno ha pubblicato sui propri siti le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature, tanto con riguardo al rinnovo del Parlamento europeo, quanto per il voto amministrativo.
La questione ovviamente interessa innanzitutto coloro che intendono presentare liste al prossimo turno elettorale, per adempiere correttamente a ciò che viene richiesto dalla legge o da coloro che dovranno applicarla; è opportuno, tuttavia, che anche gli studiosi guardino con attenzione alle novità relative alla presentazione di contrassegni e candidature contenute nelle Istruzioni ministeriali, per avere piena conoscenza del funzionamento del sistema.
Vediamo dunque cosa prevede di nuovo, rispetto soprattutto all'edizione del 2014, la guida predisposta dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Viminale.

La presentazione dei simboli

Si parte ovviamente dal primo atto visibile, ossia la presentazione dei contrassegni elettorali per le elezioni europee, prevista al Ministero dell'interno - come si era anticipato da tempo - dalle ore 8 alle ore 20 del 49º giorno (domenica 7 aprile) e dalle ore 8 alle ore 16 del 48º giorno (lunedì 8 aprile) precedente quello della votazione.
Con riguardo a questo adempimento, in realtà, non cambia molto rispetto al passato, anche se vengono ufficialmente estesi alle elezioni europee i nuovi adempimenti in materia di trasparenza introdotti prima con l'ultima legge elettorale politica e con l'ultimo intervento normativo sulle elezioni trasparenti (di questo però si darà conto nel paragrafo successivo).
Parlando soltanto del deposito dei contrassegni, si ribadiscono le regole valide per le elezioni politiche - l'art. 51 della legge elettorale per il Parlamento europeo, la l. n. 18/1979, dispone espressamente che "salvo quanto disposto dalla presente legge, per l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia, si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni del testo unico delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati" - che dunque valgono anche per le norme relative al contenuto degli emblemi. Si ribadiscono dunque l'obbligo all'uso del simbolo notoriamente usato da una forza politica (anche se ovviamente questa prescrizione è più blanda qualora si modifichi un fregio appositamente in vista delle elezioni, purché non sia troppo simile ad altri in gioco; dall'obbligo sono poi esentati i gruppi politici, vale a dire "formazioni occasionali nelle quali confluiscono correnti politiche diverse e non hanno un contrassegno tradizionale", con riferimento dunque ai cartelli elettorali) e la possibilità per più partiti o gruppi di presentare un contrassegno composito "che riproduca tutto o in parte il loro contrassegno insieme a quello di un altro o di altri partiti o gruppi". 
Si conferma ovviamente - per chi non ha simboli tradizionali - il divieto di presentare contrassegni identici o confondibili "con quelli che riproducono simboli utilizzati tradizionalmente da altri partiti, ovvero che riproducono simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, o elementi caratterizzanti simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l’elettore" (il tutto a tutela, più che dei partiti consolidati, dei loro elettori); eventuali somiglianze tra emblemi nuovi si risolvono a favore di chi ha depositato il contrassegno per primo (prior in tempore potior in iure). La confondibilità sarà valutata, come sempre, con riguardo a parametri predefiniti, "congiuntamente o isolatamente considerati": la rappresentazione grafica e cromatica generale, i simboli riprodotti, i singoli dati grafici, le espressioni letterali, le parole o le effigi "costituenti elementi di qualificazione degli orientamenti o delle finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica" (norma che fu introdotta a tutela della Lega e anche un po' dei Verdi, ma che non ha funzionato sempre). Un'ipotesi affine alla confondibilità riguarda l'applicazione (anche) alle elezioni europee del divieto di presentazione di contrassegni "effettuata con il solo scopo di precludere surrettiziamente l’uso del contrassegno ad altri soggetti politici interessati a utilizzarlo": vietato quindi "clonare" emblemi nuovi, già noti pur non essendo rappresentati in Parlamento, giusto per mettere i bastoni tra le ruote a chi li ha creati.
Al divieto, previsto per legge, di riprodurre nel contrassegno immagini o soggetti religiosi le Istruzioni consolidano l'aggiunta del disco rosso - già in atto almeno dal 2015, con riguardo alle elezioni amministrative - per ipotesi non previste espressamente: si tratta dell'impiego di "contrassegni che utilizzano denominazioni e/o simboli o marchi di società (anche calcistiche) senza apposita autorizzazione all'uso da parte di dette società, con firma del rappresentante legale autenticata" (il famoso "comma Di Nunzio", aggiunto dopo il caso di Forza Juve - Bunga Bunga delle europee 2014) e dell'uso di "parole, espressioni, immagini, disegni o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie" (tra cui le parole "fascismo", "nazismo", "nazionalsocialismo" e simili, "nonché qualunque simbologia che richiami anche indirettamente tali ideologie"), in ritenuta applicazione della XII disposizione finale della Costituzione e dalla legge n. 645/1952, secondo quanto già deciso dal Consiglio di Stato nel 2013 con riferimento al caso di Fascismo e libertà escluso dalle elezioni di Montelapiano del 2012. Punto sul quale occorrerà ritornare, anche a partire da quanto è accaduto oggi con riguardo al caso dei Fasci italiani del lavoro.
Con il deposito del contrassegno dovrà ovviamente indicarsi il nome del partito o del gruppo politico; il depositante dovrà avere regolare mandato del presidente/segretario della forza politica (o di tutti i soggetti politici rappresentati nel contrassegno), autenticato da notaio, oppure dovrà provvedere il capo della forza politica di persona; nessuno può depositare più di un simbolo, né delegare più persone a depositare. Se il contrassegno contiene uno o più nomi di persone diverse dal mandante o dal depositante, assieme al contrassegno si dovrà presentare un espresso consenso all'uso di quei nomi da parte degli interessati (in questo caso basta l'autenticazione di una delle figure previste dalla l. n. 53/1990): si vuole rispettare la privacy e, contemporaneamente, evitare che qualcuno sfrutti nomi altrui per trarne vantaggio. Sul piano pratico, al solito occorre depositare tre esemplari del contrassegno (possibilmente nella doppia misura - ovviamente di identico contenuto - di 10 e di 3 centimetri di diametro, rispettivamente per i manifesti e le schede), racchiudendo nel cerchio del contrassegno "tutte le raffigurazioni e le espressioni che fanno parte del contrassegno stesso" (niente forme strane che fuoriescono dall'armatura circolare) e magari fornendo anche il materiale in formato jpg o pdf.
Entro le 24 del 10 aprile ai depositanti saranno comunicate le decisioni di ammissione o gli inviti a sostituire gli emblemi, con la possibilità di provvedere entro 48 ore dalla notifica dell'avviso, oppure di opporsi (nello stesso termine) alla sostituzione, lasciando l'ultima parola sull'ammissibilità all'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Corte di cassazione (possono rivolgersi al collegio anche altri depositanti che ritengano un emblema ammesso troppo simile al loro), con la decisione che arriverà nelle 48 ore successive. La mancata designazione dei rappresentanti delegati al deposito delle liste negli uffici elettorali circoscrizionali, come pure la mancata presentazione dello statuto o della dichiarazione di trasparenza (punto su cui si dovrà subito tornare) non consentirà la presentazione di liste: il contrassegno, come si è detto in passato, risulterà dunque senza effetti.


Nuovi adempimenti in materia di trasparenza (liste e candidati)

A queste elezioni europee si applicano per la prima volta varie disposizioni recenti o recentissime in materia di "elezioni trasparenti": alcune sono state dettate poco prima delle ultime politiche, altre sono entrate in vigore poche settimane fa. 
Innanzitutto, si estende alle elezioni europee l'onere, per chi presenta il contrassegno di una lista legata a uno o più partiti iscritti al registro previsto dal decreto-legge n. 149/2013, di depositare anche lo statuto (che a monte è stato riconosciuto regolare dall'apposita Commissione e pubblicato in Gazzetta Ufficiale); per i soggetti politici non iscritti, c'è invece l'obbligo di depositare una dichiarazione, con la sottoscrizione del legale rappresentante autenticata da notaio (non può essere un altro soggetto a provvedere, anche quando la dichiarazione è presentata dal leader della forza politica) in cui siano indicati gli elementi minimi di trasparenza previsti dalla legge. In particolare, nel documento - che va depositato anche in formato Pdf/A per la pubblicazione, comprensivo della firma autenticata - si chiede di indicare il legale rappresentante del partito o gruppo politico, il soggetto che ha la titolarità del contrassegno, la sede legale nel territorio dello Stato, gli organi del partito o del gruppo politico, la loro composizione e le rispettive attribuzioni (da esplicitare con chiarezza per ciascun organo). Se il contrassegno è composito, dunque ospita più simboli di partiti, occorre che la dichiarazione di trasparenza sia firmata da tutti i legali rappresentanti dei rispettivi partiti, oppure che ciascuna forza politica presenti una propria distinta dichiarazione.
La fila "scarsa" delle Europee 2014
Proprio la presenza di questo nuovo adempimento aveva reso più "fiacca" la presentazione dei contrassegni alle ultime elezioni politiche, diminuendo di molto il numero dei depositanti e tenendo lontani alcuni presentatori seriali di emblemi (forse era proprio ciò che si voleva...); questo potrebbe avere effetto anche sulla "fila" per il deposito degli emblemi delle europee, che già di norma è meno folta. Lo statuto o la dichiarazione vanno depositati nello stesso arco di tempo dedicato alla presentazione dei simboli (dalle 8 del 7 aprile alle 16 dell'8 aprile) dal leader della forza politica o dalla persona che questi ha delegato al deposito del contrassegno (con mandato autenticato da notaio); chi non ottempera, come si diceva, riceverà una comunicazione del Viminale che preannuncerà la ricusazione delle liste che la forza politica dovesse presentare. In caso di dichiarazioni incomplete, ci sarà tempo 48 ore per integrare i contenuti; nello stesso termine, anche sull'invito all'integrazione si può presentare opposizione all'Ufficio elettorale nazionale.
Queste elezioni europee sono anche il banco di prova per le nuove disposizioni di trasparenza dettate dalla l. n. 3/2019 e rese operative dal decreto del Ministro dell’interno 20 marzo 2019. In particolare, chi deposita il contrassegno deve pure rilasciare una dichiarazione, su apposito modulo predisposto dalla Direzione centrale dei servizi elettorali, indicando chi - tra il presidente o il segretario o il rappresentante della lista - sarà incaricato di effettuare, per ciascun candidato, la comunicazione del curriculum vitae e del certificato penale rilasciato dal casellario giudiziale (la persona designata dovrà fornire la propria casella di posta elettronica certificata o ordinaria): tutto quel materiale sarà pubblicato sul sito Eligendo del Viminale, nella sezione denominata "Elezioni trasparenti", oltre che sul sito del singolo partito. La pubblicazione sarà possibile grazie al caricamento dei documenti sulla  piattaforma informatica "Trasparenza", per la quale ogni forza politica riceverà le credenziali d'accesso (il materiale dovrà essere fornito entro il decimo giorno prima del voto, in formato Pdf/A, leggibile con Ocr, senza link esterni e password).

Collegamenti tra partiti/gruppi politici europei e nazionali: simboli e liste

La novità più significativa delle Istruzioni preparate per queste elezioni europee, probabilmente, riguarda i rapporti tra partiti politici europei e nazionali e le ricadute in termini di contrassegni e (soprattutto) esenzione dalla raccolta di firme: è dunque di grande interesse vedere la posizione "ufficiale" del Viminale, dopo che nel 2014 l'Ufficio elettorale nazionale aveva consentito di correre senza firme a partiti nazionali dichiaratamente affiliati a partiti europei rappresentati a Bruxelles
La guida ministeriale si diffonde inizialmente sulle disposizioni europee che avevano invitato a rendere palese per i cittadini l'affiliazione delle forze politiche nazionali ai partiti europei (e a informare sul candidato alla presidenza della Commissione europea sostenuto da ogni partito): si è dunque ritenuto opportuno precisare che tali indicazioni, che hanno piena cittadinanza in tutto il materiale prodotto per la campagna elettorale, possono riguardare anche la scheda elettorale (accogliendo gli inviti delle istituzioni europee), per cui è "pienamente legittimo l’inserimento del nome completo o dell’acronimo o anche del simbolo del partito politico europeo all'interno del contrassegno depositato da ogni partito o movimento politico nazionale, anche nell'ipotesi di contrassegni compositi". 
Quelle indicazioni grafiche, in effetti, non sono certo una novità per il nostro paese: sulle schede, infatti, sono apparse per la prima volta nel 1994 (il nome dell'Eldr sul simbolo del Pri) e in modo più diffuso nel 1999 (il nome o il simbolo del Ppe per Ccd, Cdu, Fi, Rinnovamento italiano e Udeur, il nome e la sigla del Pse per i Ds, il simbolo dell'Eldr per il cartello Pri-Fld), ma finora non si era sentito il bisogno di indicare nulla di particolare all'interno delle Istruzioni: la scelta sull'informazione circa la propria collocazione politica europea, insomma, era lasciata alla sensibilità di ciascun partito o cartello elettorale, che non di rado ha scelto di non inserire alcun elemento. 
La recente Raccomandazione della Commissione europea del 14 febbraio 2018 (2018/234/UE) ha però invitato gli Stati membri a "promuovere e semplificare la diffusione all'elettorato delle informazioni sulle affiliazioni tra partiti nazionali e partiti politici europei, nonché sui candidati capilista, prima e durante le elezioni del Parlamento europeo, anche permettendo e incoraggiando l’indicazione dell’affiliazione sul materiale usato nella campagna elettorale, nei siti web dei partiti membri nazionali e regionali e, ove possibile, sulle schede elettorali" (e l'atto sull'elezione dei parlamentari europei, dopo la decisione 2018/994 del Consiglio del 13 luglio 2018, è ora previsto che gli Stati membri possano "consentire l’apposizione, sulle schede elettorali, del nome o del logo del partito politico europeo al quale è affiliato il partito politico nazionale o il singolo candidato".
Di certo, i partiti o gruppi politici che inseriranno nel contrassegno "simboli e/o denominazioni di partiti europei" saranno chiamati a dare prova della legittimazione a usare quei riferimenti, producendo "l'attestazione / dichiarazione del presidente, segretario o altro rappresentante legale del partito europeo di riferimento" (dichiarazione con firma autenticata da una delle figure previste dalla l. n. 53/1990) che affermi l'esistenza di un "collegamento" (o affiliazione / associazione) con il partito nazionale tale da consentire a questo l'uso legittimo del simbolo o del nome "del partito o gruppo politico europeo all'interno del contrassegno che il medesimo partito nazionale deposita al Ministero dell’interno". Si potrà anche inserire nel contrassegno "il nome del proprio candidato alla carica di presidente della Commissione europea", naturalmente allegando il consenso della persona interessata (sempre con firma autenticata da uno dei soggetti indicati dalla legge n. 53 /1990 o da un'autorità diplomatica o consolare italiana); i riferimenti al candidato alla presidenza della Commissione o all'eventuale partito europeo di affiliazione non sono ovviamente obbligatori.
Quanto alla questione dell'esenzione dalle firme, ricordate le previsioni di legge in materia, le Istruzioni citano le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale del 2014 che hanno consentito alla lista Verdi europei di correre senza firme, ammettendo l'esonero per "i partiti o gruppi politici nazionali per i quali risulti dimostrato, attraverso una serie di elementi, il collegamento concordato (o affiliazione) con un partito politico europeo rappresentato nel Parlamento europeo con un proprio gruppo parlamentare", per poi indicare le condizioni che devono sussistere tutte insieme per il beneficio dell'esenzione. Già dalla formulazione di questa prima parte appare chiaro l'orientamento restrittivo del Viminale, nel tentativo di ridurre il più possibile la "breccia" aperta nel 2014.
In particolare, occorre che il contrassegno depositato dal partito o gruppo politico nazionale contenga al suo interno, per evidenziare il collegamento o l’affiliazione concordati, tanto "la denominazione del partito o gruppo politico europeo che sia rappresentato al Parlamento europeo", quanto "il simbolo utilizzato dal partito europeo"; si dovrà poi produrre ai singoli Uffici elettorali circoscrizionali, in sede di deposito delle liste, "una dichiarazione a firma del segretario o del legale rappresentante del partito o gruppo politico europeo che attesti l’esistenza di un collegamento o di un’affiliazione con il partito o gruppo politico nazionale, debitamente autenticata", nonché "la documentazione attestante il pagamento, da parte della forza politica nazionale, delle quote associative al partito o gruppo politico europeo". La richiesta di presentazione delle liste dovrà essere firmata dal segretario/presidente della forza politica o dai soggetti espressamente delegati dai leader dei partiti nazionali (con mandato autenticato da notaio; il mandato può essere rilasciato anche al rappresentante delegato a depositare le liste, purché ciò sia espressamente precisato) e la firma dovrà essere autenticata da una figura indicata dalla l. n. 53/1990.
La guida del Viminale scioglie alcuni dubbi sollevati nei giorni scorsi, mentre ne lascia aperti altri. Innanzitutto il testo parla di partiti o gruppi politici europei, dunque teoricamente ci sarebbe lo spazio per partiti politici europei che non risultino ufficialmente riconosciuti in base al regolamento del 2014 (anche se ciò che si dice dopo rende particolarmente problematico riferirsi a soggetti diversi); secondariamente si parla di rappresentazione al Parlamento europeo, ma in un passaggio la guida cita espressamente l'esistenza di "un proprio gruppo parlamentare", quindi occorrerebbe chiedersi cosa accadrebbe in caso di gruppo parlamentare formato da due partiti europei distinti (l'esenzione, cioè, è una sola o varrebbe per entrambe le forze europee?). In mancanza di altre indicazioni, peraltro, sembra legittimo configurare un'eventuale esenzione multipla da parte di un partito europeo, perché non è scritto da nessuna parte che quest'ultimo possa dichiarare l'affiliazione - e concedere il beneficio dell'esenzione - a uno solo tra i più partiti nazionali eventualmente affiliati; l'osservazione è piuttosto rilevante, anche se si è visto che di solito, se i partiti affiliati sono vari, almeno uno di questi può contare sull'esonero legato alla propria presenza nelle Camere o all'elezione alle precedenti europee. 
Si è chiarito, in compenso, che per avere l'esenzione occorre - a monte - la contemporanea presenza del simbolo del partito europeo esonerante e del suo nome (com'era avvenuto con la lista Verdi europei, provvista di nome ed emblema del Partito verde europeo), mentre non si parla di simbolo del gruppo parlamentare europeo, ove questo sia diverso da quello del partito europeo (è il caso della Gue); quanto al simbolo del partito italiano affiliato, si dice che il soggetto politico conserva il diritto all'esenzione "anche se apporta modifiche al proprio contrassegno tradizionalmente utilizzato", cosa che peraltro sembra comunque richiedere che il simbolo originario sia ugualmente riconoscibile, se non altro per rendere comprensibile quale sia il partito italiano che ha portato in dote l'esenzione, specie in caso di contrassegno composito (il simbolo dei Verdi europei, pur non comprendendo la "pulce" integrale della Federazione dei Verdi, riportava ben riconoscibile il sole che ride). Tutto questo fa sospettare che, se i partiti maggiori - non interessati all'esonero per la loro autonoma rappresentanza parlamentare - potranno semplicemente indicare l'acronimo del partito europeo di riferimento, le forze politiche che vorranno avvalersi dell'esenzione "europea" vedranno affollarsi e "complicarsi" di molto il loro contrassegno, visto il numero di elementi necessari per ritenere legittimo il loro beneficio.
Le prossime settimane renderanno più chiaro il modo in cui le singole forze politiche vorranno affrontare questo passaggio, nel tentativo di partecipare alle elezioni: le decisioni del Viminale (per i contrassegni) e degli uffici elettorali (per le firme) renderanno più chiare le regole per il futuro. Sempre che qualcuno, ovviamente, non le cambi.

giovedì 21 marzo 2019

+Europa, ecco il (probabile) simbolo per le europee

La presentazione ufficiale non c'è ancora stata, ma è molto probabile che il contrassegno con cui +Europa si presenterà alle elezioni europee del 26 maggio - che, ora è ufficiale, è il giorno scelto anche per il turno più nutrito delle elezioni comunali - sia quello che da qualche ora è presente sulla pagina Facebook del partito politico, alla fine del video utilizzato come banner.
Resta perfettamente riconoscibile l'unico elemento grafico caratterizzante dell'emblema, cioè la scritta multicolore dell nome del partito, giusto spostata leggermente verso l'alto all'interno del cerchio bianco a bordo blu. Questo microspostamento è stato fatto per poter lasciare spazio all'elemento che questa volta riempie la parte inferiore del contrassegno: al posto del segmento giallo che alle politiche conteneva il riferimento a Emma Bonino - che ora è parte del "Team Europe" dell'Alde, partito cui +Europa aderisce, per questa scadenza elettorale - questa volta c'è una bandiera europea al vento, costruita con una certa cura grafica; una delle stelle, peraltro, invece che del consueto colore giallo, è tinta del tricolore. In alto, in ogni caso, c'è ancora spazio per l'inserimento di scritte o altre grafiche.
Si prepara così la corsa solitaria alle europee di +Europa, che essendo rappresentata in Parlamento non ha bisogno di firme a sostegno delle candidature (quindi stavolta non occorre nessuna "pulce", men che meno quella del Centro democratico di Bruno Tabacci). Sfumata la possibilità di una lista unitaria con il Pd (ma, per quanto se ne sa, anche di candidature comuni con Italia in comune e Verdi), la lista cerca di raggiungere da sola l'obiettivo del 4%, necessario per avere rappresentanza al Parlamento europeo: non sarà affatto semplice, considerando che la lista nel 2018 per poco non era riuscita ad arrivare al più basso 3%, per cui era riuscita a portare a casa solo qualche eletto nei collegi uninominali (ma il suo risultato aveva contribuito all'elezione di non pochi parlamentari del Pd nella quota proporzionale).
In un primo tempo Emma Bonino - che non ha alcuna intenzione di candidarsi alle europee, poiché non desidera dimettersi dal Senato e provocare così elezioni suppletive che non sarebbero certo favorevoli a +Europa - aveva messo in dubbio l'opportunità di partecipare al voto per rinnovare l'assemblea di Bruxelles con una lista di +E, proprio per le difficoltà legate allo sbarramento da superare (e anche ai fondi da trovare per una campagna efficace), ricordando che presentare una lista non era certo un obbligo; dopo il congresso fondativo del partito - dall'esito discusso e chiacchierato - che alla fine di gennaio ha portato alla segreteria Benedetto Della Vedova, quasi tutti hanno invece ritenuto che +Europa dovesse correre alle europee, come momento di visibilità anche legato al nome del partito. Sarà sufficiente chiedere +Europa in occasione delle europee (e sventolare la bandiera stellata) per essere scelti almeno dal 4% dei votanti?

martedì 19 marzo 2019

Unità e democrazia socialista, la memoria salvata dalle elezioni comunali


A conti fatti, non durò nemmeno otto mesi: è vissuto infatti dal 15 febbraio all'11 ottobre del 1989 il Movimento di Unità e democrazia socialista, vale a dire il gruppo di dirigenti e iscritti al Partito socialista democratico italiano che, seguendo Pietro Longo e Pierluigi Romita, abbandonò il Psdi per intraprendere un percorso autonomo, terminato con la confluenza nel Partito socialista italiano, un approdo che il nome stesso scelto per il raggruppamento sembrava in qualche modo suggerire fin dall'inizio.
Scopo dichiarato del movimento, per Longo - che non voleva che si parlasse di partito - era "operare attivamente a sostegno dell'unione di tutti i socialisti", magari per far riavvicinare Psi e Psdi; l'operazione era però condotta ponendosi al di fuori del partito del sole nascente dal mare, allora guidato da Antonio Cariglia e che sarebbe andato a congresso a Rimini dal 9 al 12 marzo. Il gruppo di Longo e Romita aveva compreso dall'inizio i deputati Giuseppe Cerutti, Graziano Ciocia, Gianni Manzolini (già giornalista Rai) e Renato Massari; dopo l'assise congressuale si erano uniti, tra gli altri, l'ex ministro Emilio De Rose, l'ex senatore Gianfranco Conti Persini, il vicesegretario Psdi Gianni Moroni, l'ex tesoriere Giovanni Cuojati e l'europarlamentare (ed ex sottosegretario) guastallese Giuseppe Amadei, assieme ad altre figure meno note. 
E se per coloro che avevano lasciato il Psdi la fondazione dell'Uds era un modo per dare nuova vita alle idee di Saragat e far "rinascere" la socialdemocrazia, per chi era rimasto nel Psdi con gli scissionisti-traditori se n'era andata "l'argenteria del partito" - come scritto sulla Repubblica da Leonardo Coen in un articolo scritto venti giorni dopo la nascita del movimento di Longo e Romita - e il loro era parso essenzialmente un tentativo di non perdere potere, lasciando un partito indebolito dagli scandali (di cui quello delle "carceri d'oro", che aveva interessato l'ex segretario Franco Nicolazzi, era solo l'ultimo) e approdando alla corte di Bettino Craxi, che allora godeva di miglior salute (e Tangentopoli sembrava ancora lontana). 
Già, ma quel movimento un simbolo ce l'aveva? Il dubbio era legittimo: è vero che per Pietro Longo ufficialmente non era un partito, ma il gruppo ha comunque operato per alcuni mesi e con personaggi di spicco, celebrando addirittura un congresso alla fine di aprile del 1989 (puntualmente registrato da Radio Radicale). Possibile che, in quel tempo, Longo, Romita e gli altri non si fossero dati un segno di riconoscimento? In rete non se ne trova notizia, nemmeno spulciando tra i giornali dell'epoca. Verrebbe spontaneo sperare nello strumento elettorale: in fondo i simboli presentati per le elezioni politiche ed europee sono relativamente facili da trovare, anche quando non finiscono sulle schede; al limite, anche le elezioni regionali possono essere un'occasione in cui un partito nuovo, specie se radicato in un certo territorio, può presentarsi e i contrassegni usati, anche in passato, avevano un minimo di pubblicità. L'impresa, tuttavia, è meno facile del previsto.
Il fatto è che, quando ci si mette sulle tracce di un partito del passato e del relativo simbolo, le elezioni per il #drogatodipolitica ricercatore sono croce e delizia. Delizia, ovviamente, se l'emblema cercato è servito in bella evidenza; croce, al contrario, quando quel fregio non c'è oppure fa parte di un contrassegno composito e quindi la grafica è diversa rispetto a quella che serve (sarà una variante in più da raccogliere, ma se si cerca il simbolo "schietto", senza modifiche o inserti, è pur sempre una seccatura). La vera croce, tuttavia, si ha se sono proprio le elezioni a mancare, cioè quando il ciclo di vita di una formazione politica si consuma lontano da appuntamenti elettorali di livello nazionale: questo può accadere sia quando in quel periodo non se ne svolgono, sia quando si vota, ma il gruppo politico che interessa non presenta candidature e, per politiche ed europee, non deposita nemmeno il simbolo. 
Questo, purtroppo, è proprio il nostro caso: all'interno dei quasi otto mesi di vita dell'Uds cadrebbero le elezioni europee del 18 giugno, ma il simbolo che qui interessa non si trova né tra i contrassegni ammessi, né tra quelli ricusati. Evidentemente a livello nazionale interessava raccordarsi per marciare più o meno uniti, ma dimostrare la propria esistenza alle elezioni era meno importante. Tutto era perduto dunque? No, perché contarsi a livello nazionale forse contava poco, ma a livello locale qualcuno poteva essere più interessato. Così, nel cercare notizie del movimento-non-partito negli archivi online dei quotidiani (soprattutto La Stampa), si può scoprire che i militanti e dirigenti locali dell'Unità e democrazia socialista avevano presentato liste in vari comuni chiamati al voto nel 1989, grandi o piccoli che fossero. Così il loro emblema finì tanto sulle schede di Sanremo, quanto su quelle di Varallo, piccolo centro in provincia di Vercelli, che in seguito sarebbe diventato famoso perché dal 2002 al 2012 avrebbe avuto come sindaco Gianluca Buonanno (che aveva già ricoperto quell'incarico a Serravalle Sesia, ripetendosi nel 2014 a Borgosesia).
A volte la fortuna assiste, così può capitare che quel comune abbia un archivio ben fornito (siano benedetti i nemici degli scarti degli atti...) e personale solerte che non si fa spaventare dal fatto che siano trascorsi ben trent'anni dalla produzione del materiale che interessa. Tempo qualche ora e dalla ricerca spunta un foglio, con tanto di firme dell'allora commissione circondariale, che contiene quel simbolo, rigorosamente pensato e realizzato in bianco e nero (come allora era previsto) e in modo molto artigianale. Un emblema letterale all'ennesima potenza, imperniato sulla sigla del movimento e soprattutto sul socialismo: la "S" dell'acronimo, infatti, si snodava enorme e sinuosa al centro del cerchio, dominando decisamente sulle altre due lettere, anche a costo di far pensare che la sigla del gruppo fosse Usd, come il dollaro americano (a ricordare il vero nome dei seguaci di Longo provvedeva la scritta posta a semicerchio nella corona che delimitava il contrassegno).
A Varallo l'Uds sfiorò il 2%, risultando ultima tra le liste (anche il Msi raccolse il 2,1%) e restando fuori dal consiglio comunale; anche a Sanremo e altrove (per esempio a San Donato Milanese o a Canegrate) le cose non andarono bene, dando sempre risultati migliori al Psdi. Anche per questo, forse, l'esperimento politico durò poco e fu accelerata la confluenza nel Psi; quella partecipazione elettorale, tuttavia, rappresenta l'unica testimonianza che ha consentito di non perdere la memoria di un simbolo che altrove non ha lasciato traccia, rischiando di far dimenticare un pezzo non secondario di storia politica italiana. 

sabato 16 marzo 2019

Tribunale di Latina: "Ecco chi può usare il simbolo dei Forconi"

In questi giorni alcuni media hanno rilanciato una decisione presa alcuni mesi fa dal Tribunale civile di Latina, sulla titolarità e sulla legittimazione all'uso del simbolo del movimento 9 Dicembre - Forconi: in essa si legge in sostanza che l'emblema in questione non può (più) essere usato da Danilo Calvani, al cui nome l'avventura dei Forconi è rimasta a lungo legata, come pure a quello del suo fondatore, il siciliano Mariano Ferro (che con Calvani nel 2016 ingaggiò uno scontro di reciproca delegittimazione, puntualmente ripreso da vari siti). L'ordinanza, emessa a seguito di un ricorso ex art. 700 c.p.c. presentato dal "Partito nazionale 9 Dicembre Forconi per la sovranità" - guidato da Francesco Puttilli - per ottenere tutela contro Calvani, risulta emessa alla fine di agosto del 2018 e pubblicata il 4 settembre; solo il 10 marzo, tuttavia, la decisione del giudice risulta diffusa online (e non è dato conoscere il motivo di questo ritardo).
Il ricorso era stato depositato dai Forconi dopo che a Danilo Calvani il 1° marzo 2017 era stata revocata la qualità di socio del movimento Forconi - costituito ufficialmente il 21 gennaio 2015, con Calvani e Puttilli tra i fondatori - "in quanto non ritenuto più idoneo e non in possesso della dovuta correttezza e lealtà prevista dallo Statuto" (così si legge nel verbale di seduta che si trova sul sito dei Forconi) e che, il 6 aprile dello stesso anno, era stato costituito con atto notarile un nuovo soggetto politico appunto con il nome "Partito nazionale 9 Dicembre Forconi per la sovranità", fondato da Puttilli - indicato come presidente - nonché da Adolfo Bottiglione (già fondatore dei Forconi2015) e Antonella Neri; nell'atto costitutivo si legge, tra l'altro, che il simbolo del partito è stato registrato alla Camera di commercio di Latina dallo stesso Puttilli "il quale, pur conservandone la titolarità, ne consente l'utilizzo gratuito ed in esclusiva" ai Forconi-2017, "nel rispetto di quanto regolato nello Statuto del Partito". L'emblema in effetti risulta depositato come marchio il 9 marzo 2017, mentre la registrazione è stata concessa il 22 febbraio 2018. 
Nel frattempo, tuttavia, Danilo Calvani ha continuato a utilizzare l'emblema adottato nel 2015 per un diverso soggetto giuridico (che nella pagina del partito Forconi si dice essere frutto di un'iniziativa dello stesso Calvani in data 1° marzo 2017, immediatamente dopo la decisione di far cessare la qualità di socio dei Forconi-2015). Di più, alle elezioni comunali del 2018 a Cisterna di Latina si è presentata una lista dal contrassegno quasi identico a quello dei Forconi, con in più l'aggiunta del riferimento a Pas - il soggetto politico di Alfonso Luigi Marra - e dell'espressione "per Calvani", cosa che evidentemente a Puttilli e agli altri fondatori non dev'essere andata giù.
Il giudice Alfonso Piccialli, ricordato che, quale "principale elemento identificativo del gruppo", il simbolo di un partito dev'essere "unico e inconfondibile" e che vengono in gioco tanto il diritto al nome - art. 7 c.c., applicabile anche alle associazioni non riconosciute - quanto quello all'identità personale degli associati (qui si cita l'ordinanza del Tribunale di Roma del 1991 sulla vicenda Pci-Pds e una delle ordinanze - del 2004 - relative alla vicenda Dc), piuttosto che questioni legate alla titolarità di segni in ambito commerciale, ha notato che "l'utilizzo indebito svolto" da Calvani appare "inequivocabilmente idoneo a svilire la funzione identificativa sia del nome sia che del simbolo dell'associazione ricorrente, posto che è riconducibile, per il tramite del resistente, ad altro soggetto (Movimento PAS 9 Dicembre - Forconi per Calvani) operante sempre nel medesimo contesto politico, e che si presenta come alternativo al partito ricorrente".
Proprio quest'idoneità inequivocabile a "svilire la funzione identificativa" è ritenuta sufficiente dal giudice per considerare fondato il sospetto che il partito Forconi-2017 meriti tutela (fumus boni iuris); viene riconosciuto anche il periculum in mora, dunque il rischio legato al differire quella tutela al momento dell'accertamento pieno, a causa "dell'evidente concreto rischio di facile confusione del simbolo del partito ricorrente con quello, sostanzialmente coincidente anche per composizione cromatica, utilizzato dal Movimento riconducibile al Calvani, con conseguente disorientamento dei cittadini ed elettori relativamente agli elementi identificativi delle due diverse compagini politiche". Su questa base, a Danilo Calvani - condannato anche alle spese di questa fase cautelare - è stato inibito l'uso "del nome '9 Dicembre Forconi' nella sua diversa formulazione (e quindi con la dicitura 'per Calvani')" e del simbolo, il cui uso esclusivo compete al partito fondato nel 2017.
Le ordinanze che concludono i procedimenti ex art. 700 c.p.c., essendo riti a cognizione sommaria, sono sempre succintamente motivate: in questo caso, a dire il vero, la motivazione pare persino troppo stringata, visto che - a fronte di un inquadramento teorico non breve - la parte relativa al potenziale confusorio del simbolo consiste davvero in poche righe e nulla si dice a proposito di eventuali rimostranze di Calvani sulla legittimità della sua esclusione dai Forconi-2015 (essendo lui qualificato come "resistente", è probabile che si sia difeso sul punto, ma non è dato sapere). 
Può essere che l'ordinanza sia stata tirata fuori ora per l'avvicinarsi delle elezioni comunali, per scoraggiare l'uso dell'emblema dei Forconi da parte di Calvani o di qualunque altra persona interessata a usarlo e non titolata. Nel frattempo però è stato registrato come marchio anche il simbolo di Noi nazionalisti - Forconi, depositato il 18 luglio 2017 da Adriana Donnarumma, di Terracina (sempre in provincia di Latina...) e titolato il 18 settembre 2018: dal sito del movimento risulta essere presidente certo Antonio Morelli e l'associazione è stata costituita - anch'essa con atto notarile - il 26 aprile 2017. L'uso della parola "Forconi" potrebbe infastidire anche in questo caso l'associazione guidata da Puttilli, se Noi nazionalisti - Forconi decidesse di presentarsi a qualche consultazione elettorale?

venerdì 15 marzo 2019

Fratelli d'Italia, sovranisti e conservatori verso le europee

La marcia di avvicinamento alle elezioni europee 2019 è ufficialmente iniziata. Non solo e non tanto perché al deposito dei simboli al Viminale mancano tre settimane, ma perché si è vista la prima grafica pensata ad hoc per questa consultazione elettorale. Si tratta di quella di Fratelli d'Italia, resa nota proprio oggi a Firenze, nell'ambito dell'assemblea nazionale del partito: il crisma dell'ufficialità è stato dato dalla presentazione del contrassegno fatta direttamente dalla leader Giorgia Meloni nonché da Giovanni Donzelli, responsabile dell'organizzazione di Fdi (oltre che deputato in questa legislatura dopo un impegno da consigliere regionale in Toscana, lui che è fiorentino d'origine anche se sta a Prato).
Si tratta, com'è facile notare, di una variante del contrassegno utilizzato alle elezioni politiche del 2018, con il simbolo ufficiale del partito inserito nella parte bassa di un cerchio, dominato nella parte alta (su semicerchio blu) dal nome di Giorgia Meloni. Proprio nel precedente appuntamento delle elezioni europee - 2014 - il partito aveva iniziato a puntare molto sull'immagine della leader, inserendo (solo) il suo cognome sempre nella parte superiore dell'emblema; in quell'occasione, tuttavia, quell'inserimento era parso molto forzato, perché "Meloni" era letteralmente incastrato tra il nome del partito e il confine del simbolo. Già nel 2018 l'inserimento del nome intero era stato curato meglio, con maggior attenzione agli spazi e a far "respirare" il contrassegno; la struttura "a cannocchiale" è rimasta simile (e a qualcuno non era piaciuta né allora né ora), ma indubbiamente ora c'è maggior attenzione grafica. Certo, se nel 2014 l'inserimento del simbolo di Alleanza nazionale - concesso dalla Fondazione An - era stato deciso per marcare l'origine del partito e impedire ad altri soggetti politici di utilizzare lo stesso fregio, questa volta l'impressione (almeno in parte) è che sia il partito a cedere passo e rilevanza alla sua leader, nella speranza che questa forte identificazione porti un numero di voti sufficienti (nel 2009 fu sfiorata la soglia del 4%, ma per un soffio non si riuscì ad eleggere alcun rappresentante al Parlamento europeo).
Rispetto al simbolo del 2018, questa volta sono state aggiunte le diciture "sovranisti" e "conservatori": la prima parola punta a dare rappresentanza e ospitalità a coloro che nel corso degli anni hanno manifestato quelle posizioni, che fino a questo momento non sono state esplicitate da altri partiti (nemmeno - per ora - dalla Lega, in questo momento collocata su un fronte diverso a livello nazionale dopo un lungo percorso in sintonia con Fdi); la seconda dà conto della collocazione a livello europeo di Fratelli d'Italia - che ha aderito all'Alleanza dei conservatori e dei riformisti europei (Acre), lo stesso partito europeo cui aderisce Direzione Italia (ex Conservatori e riformisti) di Raffaele Fitto, ormai federati con Fratelli d'Italia. Sarà sufficiente quest'immagine, assieme a quella "in carne e ossa" di Giorgia Meloni, a convincere almeno il 4% di coloro che si recheranno a votare il 26 maggio? 

giovedì 14 marzo 2019

La disputa delle stelle a Castelnuovo del Garda

Manca poco meno di un mese e mezzo al deposito delle liste delle elezioni comunali e qualche polemica scoppia già a proposito dei simboli che circolano tra le varie formazioni. Accade, per esempio, a Castelnuovo del Garda, in provincia di Verona: è stato proprio il quotidiano veronese L'Arena a far sapere, una settimana fa, che a qualcuno non sarebbe andato giù il contrassegno divulgato dalla futura lista Si cambia, nata a partire dai gruppi di opposizione in consiglio comunale.
L'emblema, a guardarlo, risulta curato piuttosto bene, pieno ma non troppo ammassato; al suo interno spiccano tre "pulci", quella di due liste entrate in consiglio cinque anni fa, Castelnuovo in comune (con la Gran Torre Viscontea in evidenza) e il Movimento civico La Strada, nonché quella della Lega, di cui è espressione il candidato sindaco Giovanni Dal Cero (legato al gruppo di Castelnuovo in comune). L'attenzione di molti, tuttavia, si è appuntata sulle cinque stelle adagiate nella parte inferiore del simbolo tra le "pulci" e un piccolo segmento azzurro-blu. 
Se già il numero delle stelle può far pensare male qualcuno, uno sguardo appena più attento conferma che si tratta proprio dei segni presenti anche nel simbolo del MoVimento 5 Stelle (giusto piegati un po' alle leggi della prospettiva). Di più, le lamentele di parte degli iscritti e simpatizzanti del M5S sono dati dal fatto che tra coloro che hanno fatto nascere la lista c'è anche Marcello Giacomelli, candidato sindaco di Castelnuovo nel 2014 proprio per il MoVimento: il simbolo ufficiale non c'è, ma quelle stelle sarebbero un chiaro segno della partecipazione del M5S a questa lista. 
Le voci "ufficiali" (o, per lo meno, più accreditate) ovviamente dicono altro e ricordano le regole scritte e consolidate nel MoVimento, a partire da quella di Mattia Fantinati, deputato stellato veronese: "La posizione ufficiale è che nessuno del M5S può fare alleanze, se il M5S si presenta alle elezioni deve farlo da solo. Non eravamo a conoscenza del caso Castelnuovo; anche se le cinque stelle del logo sono quelle del Movimento, il nostro simbolo è uno solo e le altre cose non sono ufficiali. Quella di Castelnuovo non può considerarsi un’alleanza vera e propria". Se la dichiarazione si limitasse a questo, si potrebbe quasi pensare che i vertici a 5 Stelle sarebbero disposti a chiudere un occhio, in mancanza di un uso ufficiale e integrale del simbolo che non renda incontrovertibile un'alleanza che ufficialmente non sarebbe possibile (una sorta di "don't ask - don't tell" che avrebbe funzionato se nessuno avesse sollevato il caso); in realtà l'articolo prosegue, con lo stesso Fantinati che annuncia "che la questione sarà affrontata con il collegio dei probiviri", dunque se non altro il problema si porrà, anche se non è detto che vengano presi provvedimenti.
Al momento non sembra particolarmente preoccupato il portavoce Giacomelli, che all'Arena ha parlato di "un accordo nato anche da un candidato del M5S che entra in una lista civica senza utilizzare il simbolo ufficiale del Movimento", anche se le stelle non vengono certo da altri cieli. "Non ripudiando la mia storia, mi ritengo ancora all'interno del Movimento e mi candido portando con me i cinque princìpi rappresentati dalle cinque stelle: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. Non ho ricevuto alcun disconoscimento ufficiale, ma neanche appoggio", mentre rivendica il "sostegno morale di buona parte della base". 
In tutto questo, se anche il M5S non dovesse prendere provvedimenti, occorrerà comunque attendere le decisioni della sottocommissione elettorale circondariale competente: anche in mancanza del simbolo integrale del M5S, se i componenti fossero particolarmente fiscali, potrebbero pretendere che l'uso di quelle stelle (e non di altre) sia giustificato da un'espressa delega all'uso dell'emblema da parte dei vertici del M5S e, mancando questa, potrebbero anche scegliere di non ammettere il simbolo, magari invitando i presentatori a ridisegnare le stelle. Così come è possibile che i commissari, impegnati in attività più complesse quali il controllo delle firme, decidano di lasciar correre e di ammettere il simbolo così com'è. Se ne parlerà, in ogni caso, alla fine di aprile.

martedì 12 marzo 2019

In Europa senza firme: quali partiti (e con che simboli) ci riusciranno?

Lo si è ricordato l'altro giorno: manca meno di un mese al periodo stabilito per legge per il deposito dei contrassegni da utilizzare alle elezioni europee (dalle 8 del 7 aprile alle 16 dell'8 aprile). Da qui ad allora molte cose possono cambiare, ovviamente, ma già adesso c'è una certezza: il livello di "complicazione" dei simboli, cioè della quantità di elementi contenuti nel cerchio, sarà influenzato da due fattori. Dal 2009 coloro che puntano ad avere o a mantenere la presenza al Parlamento europeo hanno certamente il problema di superare la soglia del 4%, obiettivo che spesso ha ispirato unioni e "convivenze grafiche" di forze più o meno affini tra loro, a volte riuscite, sia pure solo in quell'appuntamento elettorale (Ncd-Udc, per limitarci al 2014) e in altri casi clamorosamente fallite (Scelta europea, sempre nel 2014, ma anche la Lista anticapitalista o il cartello L'Autonomia del 2009).
Se la questione ricordata riguarda essenzialmente chi ha velleità di eleggere almeno un rappresentante (anche se il 4%, in realtà, si traduce in tre eletti), per poter finire sulle schede - e quindi anche solo per contarsi - a monte c'è un altro problema da risolvere: quello della raccolta firme o dell'esenzione da quell'onere. Le forze politiche, in altre parole, si trovano davanti all'alternativa tra un onere molto pesante (che in teoria dovrebbe toccare a tutti) e una strada assai più comoda, ma riservata all'inizio a pochi e, con il tempo, a un novero più ampio di soggetti politici, allargatosi con il venir meno del radicamento territoriale dei partiti e a causa di alcune decisioni parlamentari e giudiziarie. Quest'anno la carica di chi tenterà di presentare liste senza raccogliere le firme si annuncia decisamente nutrita, come mai la si è vista: vale la pena fare il punto della situazione e qualche riflessione in materia.