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sabato 30 novembre 2019

M'imbuco a Sambuco! 25 anni di elezioni nel Piemonte "sotto i mille"

Chi da tempo segue I simboli della discordia sa che un appuntamento fisso della tarda primavera - o dell'inizio dell'estate, in base a quando è fissata la data del voto - è costituito da Simboli sotto i mille: si tratta del viaggio nelle elezioni amministrative dei comuni che hanno meno di mille abitanti e nei quali, con la riforma elettorale del 1993, la presentazione delle liste non richiede alcuna raccolta delle firme. A tenere la rubrica su questo sito, dal 2016, è Massimo Bosso, appassionato di politica, militante e candidato di lungo corso: da quella rubrica è appena nato un libro, M'imbuco a Sambuco!, firmato da lui e dal sottoscritto (edito da Youcanprint, disponibile in edizione cartacea e ora anche in versione e-book Pdf). In 190 pagine si snoda un percorso lungo 25 anni - gli ultimi - tra vicende e grafiche elettorali ai limiti dell'incredibile, pur se limitate a una sola regione, il Piemonte.   
Quando il Parlamento, nello scrivere la legge n. 81/1993 (quella che ha introdotto l'elezione diretta del sindaco e il ballottaggio per i comuni superiori), decise di eliminare il requisito della sottoscrizione delle liste nei comuni minuscoli, lo fece per ragioni ben precise: in centri così piccoli era difficile raccogliere anche solo poche firme, anche solo perché i residenti potevano provare diffidenza verso proposte elettorali nuove o temere di rovinare rapporti all'interno del paesino, se avessero aiutato a presentarsi una lista che sarebbe risultata perdente. Di questa situazione, però, hanno approfittato in molti, soprattutto alcuni partiti - generalmente di destra - che cercavano di radicarsi a livello locale: nei comuni in cui era probabile che venisse presentata una sola lista locale, bastava anche solo un voto per prendere tutti i seggi riservati all'opposizione. Varie formazioni hanno dunque presentato candidature qua e là, a volte con poca logica, altre volte con una strategia più ragionata (ma non sempre vincente).
I comunelli sono sparsi in tutta l'Italia, ma risultano concentrati soprattutto in alcune zone: a conti fatti, il Piemonte è la regione più ricca di comuni con meno di mille abitanti e già questo era un ottimo motivo per scegliere quell'area come caso di studio. Il pubblico di questo sito, poi, sa bene che in terra piemontese vari personaggi dalla mente elettorale fervida o in perenne ricerca di visibilità si sono specializzati nel partecipare con costanza alle elezioni nei comuni minori (e non solo in quelli). Massimo Bosso, poi, è piemontese Doc e ha messo a frutto la sua lunga esperienza di responsabile elettorale nazionale di uno dei partiti che più hanno praticato la via "sotto i mille": naturale che conosca benissimo le vicende elettorali del territorio, compresi gli eccessi e le storture.
In effetti - anche ai #drogatidipolitica tocca ammetterlo - a volte si è esagerato: nel 2000 a Vistrorio si contarono sette aspiranti sindaci (per 436 aventi diritto al voto) e altrettanti furono nel 2005 a Isolabella e nel 2011 a Castelletto Cervo (rispettivamente 339 e 727 elettori). Per non parlare di ciò che è accaduto in un piccolissimo centro del cuneese, Sambuco (non a caso scelto per il titolo): nel 2007 le uniche due liste sulla scheda erano del tutto estranee al comune, mentre dieci anni prima si recarono ai seggi solo 22 elettori (su 102 aventi diritto) e nessuno di loro votò l'unica lista in corsa, tutta fatta di "forestieri". E pensare che loro avevano scelto di mettersi in gioco per dare almeno una possibilità di scelta ai sambucani; altri, di solito autoctoni, si erano presi la briga di presentare una seconda lista "di comodo", spesso di scarso appeal anche grafico, giusto per scongiurare il rischio che le elezioni potessero risultare nulle perché non aveva votato almeno il 50% degli elettori (lo richiede la legge quando c'è una sola lista in corsa).
Il libro - che è già disponibile, in cartaceo, anche su Ibs ed è in arrivo anche su Amazon - accompagna il lettore in un viaggio alla scoperta di uno degli angoli più interessanti della microItalia che vota, ricco di contraddizioni, controversie, soluzioni discutibili e colpi di genio. Una miniera di storie da raccontare e di simboli da sfogliare, uno dopo l'altro (dai Verdi Verdi ad Amare Sambuco), anche grazie alla pazienza di decine di persone interpellate e disturbate per raccogliere tutto il materiale. A chiunque voglia incamminarsi con noi, buona lettura!

venerdì 29 novembre 2019

Racconti d'autore: In alto a sinistra (di Bruno Magno)

Il post di oggi non dà notizie, non analizza una novità, non contiene un'intervista. Racconta invece una storia, anzi, le storie di tre persone che agiscono e di tante altre che possono o potevano riconoscersi nella scena tracciata con le parole. A narrare questa storia, queste storie è Bruno Magno, che solo poche settimane fa ha fatto vivere a me e a chiunque segua questo spazio ogni momento della nascita del simbolo del Partito democratico della sinistra, con falce e martello rimpiccioliti ai piedi dell'albero che per tutti sarebbe stato una quercia. Ora Bruno ci fa un altro dono, permettendomi di pubblicare un suo racconto, decisamente autobiografico, relativo a un episodio della campagna elettorale verso le elezioni politiche del 19 e 20 maggio 1968, avvenuto a Manfredonia. Più che in molti commenti e analisi, qui si tocca davvero il valore e la forza che un simbolo - soprattutto questo - aveva e portava con sé. E dover parlare al passato, inevitabilmente, ha un retrogusto amaro. Buona lettura.  

«Questa volta gli facciamo un culo così!», disse Ciccillo, quando uscirono da una casa dove erano stati accolti con particolare simpatia. Accennò anche al gesto che solitamente completa la frase. Con difficoltà, perché aveva le mani impegnate: era carico – come il giovane compagno che era con lui, uno studente timido e di poche parole – di stampati di propaganda elettorale che, in quella calda domenica di maggio, andavano distribuendo casa per casa.
Appariva euforico, Ciccillo. Forse anche per i bicchierini di rosolio che in diverse case gli avevano offerto. Egli era convinto di avere riscontrato nelle case visitate un clima favorevole, un’accoglienza più affettuosa che in occasione di altre campagne elettorali. E questo era un ottimo segno, riguardo ai risultati delle prossime votazioni.
Il suo compagno era invece poco incline agli entusiasmi, e non solo perché beveva meno. Ricordava bene, lui, la grande delusione delle votazioni precedenti, quando in ultimo arrivarono i dati degli scrutini dai seggi del centro storico e da quelli dei quartieri abitati prevalentemente da pescatori, a vanificare i risultati davvero esaltanti delle zone periferiche del paese.
Era, quello a loro assegnato, un quartiere di braccianti, e da qualche anno anche di emigranti. Lì il Partito raccoglieva percentuali di voti straordinarie. In quelle strade le decine di attivissime bizzoche impegnate – anche loro, naturalmente per il partito avverso – a fare propaganda casa per casa, nemmeno avevano il coraggio di farsi vedere. Qualcuna che ci aveva provato era stata scacciata in malo modo e – così si raccontava – persino minacciata con la scopa e rincorsa per le strade, inseguita da turbe di ragazzini sghignazzanti.
Ciccillo e lo studente stavano percorrendo quelle strade da alcune ore, e il caldo e la fatica cominciavano a farsi sentire, quando arrivarono davanti a quella casa, un sottano dal muro imbiancato di fresco. Fuori dell’uscio una giovane donna era intenta a stendere il bucato su una cordicella fissata al muro con due chiodi. Era visibilmente incinta e questa condizione la costringeva a muoversi con faticosa lentezza. Per evitare di doversi chinare ogni volta, teneva la tinozza con il bucato sopra uno sgabello accanto a sé.
I due si avvicinarono e lei girò gli occhi verso di loro, continuando ad appendere i panni con le mollette. Ciccillo la guardò, e poi sporse lateralmente la testa per poterla vedere bene in viso. «Ma tu non sei la figlia di Concetta?» «Sì. Io pure vi conosco», disse lei, asciugandosi con un lembo del sinale le mani, che apparivano arrossate sulle nocche. «Aspetta, che mi ricordo: sì, tu ti chiami Giovanna. Come tua nonna. Sicché, è qui che sei venuta ad abitare... Eh, io e tuo padre buonanima per quanti anni abbiamo lavorato insieme nelle masserie, sott’acqua e sotto vento! Andavamo sempre insieme. Se un caporale ingaggiava uno, doveva prendere pure l’altro. E come sta tua madre? Da quanto tempo non la vedo...!» «Sta bene. Adesso sta bene. Vive con Francesca, la mia sorella grande», rispose lei con un sorriso timido, le mani appoggiate sul grembo. «Volete entrare?», aggiunse iniziando a slacciarsi il sinale. Poi scostò la rete dell’uscio e i due entrarono.
La casa, arredata con mobili evidentemente economici ma nuovissimi, era linda e ordinata, e odorava di varechina.
«Accomodatevi», disse scostando un poco due sedie dal tavolo al centro dell’unica stanza. «Vi posso offrire qualcosa?»
«Non ti disturbare», rispose Ciccillo. «Se continuiamo a bere, la strada di casa non la troviamo più...». Poi ripiegò un lembo del centrino di pizzo e depositò i suoi pacchi sul tavolo. Il suo compagno non se la sentì di prendersi una tale confidenza e preferì invece posare il suo carico sulla sedia che gli era accanto.
I due si accomodarono e poi anche la donna si sedette a un angolo.
«Mi ricordo che eri piccola così, e dalla campagna tuo padre ti portava i bastoncini di liquirizia e le carrube... E quando ti sei sposata?», chiese Ciccillo. «Fanno otto mesi fra una settimana», rispose lei. «E sapete chi è il marito mio? Antonio Rigninesi, penso che lo conoscete: il padre è un compagno vostro, Michele Rigninesi, faceva il cavamonti. Li chiamano “i Furnacelli”. Abitano dietro la chiesa della Croce...»
«Ah, sì... è gente onesta, faticatori», disse lui, annuendo.
«Quanto manca?», domandò ancora Ciccillo, indicando la pancia della donna con un breve movimento della testa. «Deve uscire alla fine del mese entrante», rispose lei abbassando gli occhi.
Lo studente approfittò del loro dialogare per lanciare uno sguardo intorno. Tutte quelle case erano uguali. Gli stessi mobili laccati, i centrini di pizzo sul piano del tavolo e sui comodini, il grande letto addossato alla parete di fondo. E, in capo al letto, la Madonna col bambino, in bassorilievo di gesso smaltato. E al centro tra i cuscini, seduta sulla coperta di raso, una bambola vestita di organza, con le braccine protese in avanti. Come quella che anche sua madre teneva sul letto.
«Antonio fa il manovale in Olanda. È partito a novembre. Sono quasi sei mesi... Però a Pasqua è stato qua tre giorni», sentì che diceva la donna, e il ragazzo tornò con lo sguardo al modellino in legno di un mulino a vento che aveva visto sopra una piccola mensola. Lei si sollevò dalla sedia e si avvicinò alla parete dove era un mobiletto con una piccola radio e, affissa al muro, una grande stampa oleografica raffigurante Dante che da dietro una colonna spia Beatrice. Sfilò una delle cartoline che erano inserite tra il vetro e la cornice di legno intagliato e dal mobiletto sottostante prese un piccolo vassoio con una bottiglia di rosolio e due bicchierini.
La donna versò il liquore e sedendosi porse la cartolina a Ciccillo. Era la fotografia di un caratteristico paesino olandese, con i tetti a cuspide e i muri in mattoni.
«Beh, sono proprio contento che ti sei sistemata. Alla salute!», disse Ciccillo buttando giù il liquore con un sol sorso.
«Non ti voglio far perdere tempo. Come sai, fra due settimane ci sono le elezioni. Ti abbiamo portato un po’ di materiale. In questo si parla dei vent’anni di governo democristiano», disse sfogliando le prime pagine di un fascicolo illustrato. «Eccoli qua, questi sono i signori che hanno rovinato l’Italia.» Chiuse il fascicolo e lo spostò vicino alla donna. «Qui, invece, c’è la storia di un lavoratore che poi è costretto a emigrare. È fatto come un fotoromanzo. Questo è veramente bello, è meglio di Grandotel. Mia moglie mentre lo leggeva si è fatta tutta una tirata di pianto. Leggilo, perché è fatto veramente bene... Tieni, ti do pure un volantino sulle pensioni, così lo leggi a tua madre.»
Poi prese e spiegò due schede elettorali in facsimile e le pose davanti a sé, orientate però verso la donna. «Quando sarai nel seggio elettorale ti daranno due schede. Sulla scheda gialla devi solo mettere una croce qua, sul simbolo nostro... Anzi no, che sto dicendo! Tu sei troppo giovane. Tu voti solo per la Camera. A te daranno solo la scheda grigia, una scheda grigetta come questa. Qui si possono mettere anche le preferenze. Le preferenze sono quattro e le devi scrivere su queste righe, come le vedi qua. Questi che vedi già scritti sono i numeri dei candidati indicati dal Partito. Comunque, se non sai scrivere o hai paura di sbagliare, fai solo la croce sul simbolo, che è la cosa importante.» Lei annuiva con un sorriso lieve, senza soffermarsi troppo a guardare, per significare che sapeva già tutto.
«Allora, hai capito? – riprese Ciccillo cominciando ad alzarsi dalla sedia – Devi mettere una bella croce qui, sulla lista numero uno. Ricorda, il primo simbolo!» E, battendo l’indice sull’angolo alto della scheda, ribadì con forza: «Non ti sbagliare: è il primo simbolo in alto a sinistra!». La donna, piegandosi un poco in avanti sul tavolo, seguì con gli occhi il gesto e poi fermò lo sguardo sul cerchietto con le due bandierine e la falce e martello. Rimase immobile per un lungo momento, poi quella piccola immagine si confuse e si sciolse nei suoi occhi. Allora chinò un poco la testa e cominciò a piangere in silenzio.
I due, in piedi, rimasero a guardarla imbarazzati, muti e immobili. Lei estrasse da sotto il polsino del vestito un fazzoletto e se lo premette sugli occhi. «Proprio così mi ha detto lui quando è partito…», mormorò con voce rotta, stropicciando il fazzoletto tra le mani.


Un grazie, non misurabile, a Bruno Magno per aver condiviso questa memoria e grazie ad Antonio Folchetti per avere condiviso anche questo passaggio. Le immagini sono tratte da vari numeri dell'Unità del 1968; il fac simile della scheda è stato ricostruito a partire dall'ordine delle liste riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno

giovedì 28 novembre 2019

Simbolo M5S, esclusiva negata al primo MoVimento. E ora?

Ci è voluto oltre un anno e mezzo per arrivare a una prima sentenza nel procedimento iniziato a febbraio del 2018 davanti al tribunale di Genova dal curatore speciale del MoVimento 5 Stelle nato nel 2009 contro le associazioni omonime (costituite nel 2012 e nel 2017): la richiesta di ottenere la disponibilità del sito www.movimento5stelle.it e di vedersi riconoscere l'esclusiva titolarità del nome e del simbolo del M5S, con tanto di risarcimento dei danni, è stata respinta. La notizia è di una settimana fa  - la sentenza, datata 4 novembre, è stata resa pubblica il 21 - ma non ha avuto troppo spazio sui media (pur essendo stata diffusa da Adnkronos), probabilmente perché di fatto nulla cambia sul piano politico e giuridico; non per questo, tuttavia, la pronuncia non merita di essere analizzata con attenzione. 

* * *

Non è inutile ricordare che il 12 gennaio il tribunale di Genova aveva nominato un curatore speciale per il MoVimento 5 Stelle fondato nel 2009 (d'ora in avanti M5S-1), accogliendo il ricorso con cui un gruppo di iscritti della prim'ora aveva rilevato l'esistenza di un conflitto di interessi di Beppe Grillo per il ruolo apicale rivestito nei tre MoVimenti, soggetti non coincidenti tra loro (nelle regole interne e nei programmi), dunque confondibili. Il curatore, l'avvocato Luigi Cocchi, alla fine di febbraio si era rivolto sempre al tribunale di Genova, chiedendo che fosse inibito l'uso del nome e del simbolo a Grillo nonché alle associazioni denominate MoVimento 5 Stelle, fondate nel 2012 (M5S-2) e nel 2017 (M5S-3, fondato tra l'altro il 20 dicembre 2017 solo da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, come si è appreso durante questo processo, dopo il deposito dell'atto costitutivo): secondo il curatore i segni spettavano solo alla "non associazione" del 2009 (il M5S-1), perché altrimenti questa non avrebbe visto tutelata la propria identità personale e la sua possibilità di agire (a che serve chiamarsi in un modo se i propri segni identificativi vengono usati da altri?). Cocchi aveva anche chiesto che Grillo consegnasse al M5S-1 le banche dati degli iscritti alla "non associazione", così da permettere ai nuovi rappresentanti del soggetto nato nel 2009 di ricostituire i rapporti di comunicazione e informazione con i loro iscritti.
La questione era già stata affrontata dai giudici in sede cautelare: il curatore temeva che i diritti del M5S-1 potessero essere pregiudicati irreparabilmente dalla confondibilità delle tre associazioni tutte chiamate M5S. In prima battuta, il 27 marzo, le richieste di Cocchi erano state respinte, ritenendo che ci fosse una differenza tra la "non associazione" del 2009 ("destrutturata") e quelle nate in seguito, qualificabili come partiti dunque "con una indubbia evidenza di rilievo pubblico"; in più, lì si sostenne che il M5S-1 non aveva provato di essere titolare del nome e del simbolo o anche solo del diritto a usarli e si ritenne che la pretesa di ottenere i dati degli iscritti fosse "sproporzionata e sbilanciata, in rapporto alle esigenze di tutela della privacy [...] per essere supportata da una quarantina di iscritti all'associazione, a fronte di circa 150mila". 
Cocchi, tuttavia, presentò reclamo: il 24 maggio dello scorso anno un collegio di giudici emise un'ordinanza con conclusioni in parte diverse. In effetti il verdetto rimase identico sulla parte dei segni distintivi: per i magistrati non c'erano indizi a suffragio della titolarità esclusiva del nome e del simbolo in capo alla "non associazione" del 2009 (anche il M5S-2 risultava titolare del diritto al nome e la contrarietà all'uso del nome da parte di 45 persone su 150mila iscritti non sarebbe stata indicativa di una contrarietà generale). In compenso, il collegio di reclamo ritenne di non doversi occupare in sede cautelare delle richieste sull'accesso esclusivo al sito (riconoscendo la complessità della questione), ma decise che per poter aprire un nuovo sito che assicuri l'operatività dell'associazione (come "sede" della stessa) la "non associazione" doveva disporre dei dati degli iscritti, quindi Grillo doveva consegnarli (e ciò era conforme alle norme sulla privacy). 

Si può ora analizzare il contenuto della sentenza di primo grado, dopo aver ricordato che, a sostegno delle posizioni del curatore speciale del M5S-1, sono intervenuti 23 iscritti alla "non associazione" del 2009 (legati al "Comitato per la Difesa dei Diritti dell'Associazione M5S", che nel 2018 era riuscito a ottenere dal presidente del tribunale di Genova la nomina del curatore speciale, e difesi tra l'altro dall'avvocato Lorenzo Borrè). In prima battuta, la giudice Paola Luisa Bozzo Costa - la stessa che aveva emesso la prima ordinanza di rigetto totale ha dovuto sciogliere varie questioni preliminari, tra le quali le contestazioni di Grillo e dei M5S-2 e 3 relative alla nomina del curatore speciale. Da una parte le parti interessate non avrebbero impugnato nei termini il decreto di nomina del curatore ritenuto viziato; dall'altra è risultato indubbio il ruolo di Grillo come capo politico dell'associazione del 2009, così come era evidente l'esistenza di un conflitto di interessi, visto che Grillo, quale legale rappresentante del M5S-2, avrebbe compiuto "comportamenti contrari agli interessi dell'associazione 2009". 
Nel merito, il tribunale ha confermato la condanna di Beppe Grillo a consegnare al M5S-1 le banche dati degli iscritti a quell'associazione, come aveva deciso il collegio di reclamo (e a differenza di quanto sostenuto nella sua ordinanza dalla stessa giudice Bozzo Costa). Per il tribunale non c'è la prova che l'associazione del 2009 sia titolare del sito e del dominio www.movimento5stelle.it (il M5S-2 è registrant del dominio dal 16 novembre 2015: questo l'avrebbe ricevuto dalla Casaleggio associati che, a sua volta, il 9 novembre 2010 l'aveva acquistato dal privato che lo aveva creato il 9 ottobre 2009); emergerebbe però che il soggetto che ha esercitato il servizio di hosting per il sito "ha offerto tale servizio, asseritamente, a titolo di cortesia e, ad un certo punto, ha deciso di fornirlo solo all’Associazione 2017, 'sfrattando' di fatto l'Associazione 2009". Al M5S-1, dunque, "in assenza del sito è obiettivamente impedita qualsiasi attività": da "non statuto" la sua sede coincide con l'indirizzo www.movimento5stelle.it. E se pure non si è dimostrata l'esistenza di un accordo perché quello spazio web fosse assicurato alla sola associazione del 2009 (non potendosi obbligare il gestore o il M5S-3 a dare al M5S-1 l'accesso esclusivo al sito), la "non associazione" poteva continuare la sua attività - registrando un altro dominio e ricreando un sito simile a quello da cui è stata "sfrattata" - solo disponendo dei dati essenziali degli iscritti per poterli contattare: questi sono stati consegnati dopo l'udienza di prima comparizione al curatore speciale, anche se pare che questi non li abbia ancora usati perché - sbagliando, secondo la giudice - riteneva che non gli fosse ancora consentito
Il tribunale ha però confermato l'ordinanza emessa a seguito del reclamo anche quanto alla titolarità del nome e del simbolo del MoVimento 5 Stelle, negando dunque che i segni identificativi del M5S spettassero in esclusiva alla "non associazione" operante dal 2009. Posto che la causa verteva in materia di diritti della personalità (e non di diritti di utilizzo economico di segni distintivi: il simbolo del M5S è stato registrato come marchio, ma qui si discute dell'uso del segno come elemento di identificazione di uno o più soggetti), si è chiarito dall'inizio che "nessuna delle parti convenute ha mai contestato a parte attrice il diritto di fare uso del nome (e neppure del contrassegno) descritto in giudizio": qui però si discuteva della richiesta del M5S-1 di essere dichiarato unico titolare dei segni di identificazione, censurando l'uso da parte delle altre associazioni come usurpazione. 
Per la giudice qui non ci sono state scissioni in seguito a trasformazioni radicali di partiti (inevitabili pensare alle vicende di "falce e fiammella" relative al Pci-Pds e al Msi-An; le parti hanno citato anche il caso - o, volendo, la saga - della Dc) per cui si è discusso del diritto all'uso di nomi e simboli. Qui c'è invece - torna un'osservazione fatta dalla giudice nella sua prima ordinanza di rigetto - un contenzioso tra "una associazione non riconosciuta che, pur svolgendo principalmente attività politica finalizzata alle competizioni elettorali, esclude espressamente di essere un partito politico (così come di poterlo diventare in futuro) e rifiuta di farsi imbrigliare dalle regole ordinamentali limitando al minimo anche le proprie", ossia la "non associazione" del 2009 (M5S-1) e "due associazioni che, invece, hanno svolto e stanno svolgendo attività politica in quanto partito, avendo struttura e regolamentazioni in conformità alle prescrizioni ordinamentali", cioè le associazioni costituite nel 2012 (M5S-2) e nel 2017 (M5S-3). La prima sarebbe un'associazione "destrutturata, nella quale la comunità degli aderenti si è riconosciuta per l'assenza di intermediazioni, di apparati, di organi di rappresentanza, di gerarchie"; le altre sono "strutturate, regolamentate e svolgono [...] attività politica in qualità di partiti, con una indubbia evidenza e rilevanza pubblica". ll sorgere delle associazioni del 2012 o del 2017 per il tribunale non ha comportato scissioni: ciò non emerge dagli atti costitutivi del M5S-2 e del M5S-3 (risulterebbe anzi l'intento "di proseguire l'impegno ed indirizzo politico intrapreso dall'associazione 2009") e le parti non hanno mai detto nulla di simile in giudizio.
La giudice riconosce, come aveva fatto nella sua prima ordinanza, che l'uso del nome e del simbolo da parte del M5S-2 e (soprattutto) del M5S-3 appare "astrattamente idoneo a svilire la funzione identificativa del nome e del simbolo dell’Associazione 2009": i soggetti operano nello stesso contesto socio-politico e il M5S costituito nel 2017 partecipa direttamente alle elezioni, cosa che il M5S del 2009 non poteva fare. Mancherebbe però la prova che la "non associazione" sia "titolare in via esclusiva di nome e simbolo e che le controparti ne abbiano fatto uso indebito": le scarne regole del "non statuto", in particolare, parlano all'art. 3 del nome "abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti di uso dello stesso". Altri documenti avrebbero provato la titolarità del simbolo (registrato da Grillo anche come marchio, ma qui inteso come segno identificativo) in capo a Grillo, come l'annuncio - il 17 novembre 2015 - di voler togliere sul suo nome dall'emblema e l'apertura del voto per decidere come sostituirlo e le indicazioni del "non statuto" sulla necessità di specifica autorizzazione del titolare per usare il marchio. 
Non è poi stato provato che ad autorizzare detto uso alle elezioni sia stato, in qualunque fase, il M5S-1, in quanto titolare esclusivo di quel diritto: deporrebbe in tal senso la nuova versione del "non statuto" del 2015 (che attribuisce la titolarità dell'emblema all'associazione M5S, quella costituita nel 2012 in vista della partecipazione alle elezioni e che nel frattempo aveva ricevuto da Grillo i diritti sull'emblema, come risulta dall'atto costitutivo). Anche nel regolamento del MoVimento, adottato nel 2016 - oggetto di un altro contenzioso civile, ancora in corso presso il tribunale di Roma - si ribadisce il potere del capo politico - Grillo - di autorizzare e di fatto di inibire l'uso del simbolo; proprio Grillo, del resto, come legale rappresentante del M5S-2 ha depositato il contrassegno al Viminale.
Lo stesso uso, nel simbolo del M5S, della V maiuscola "con grafia di fantasia" e delle 5 stelle nel cerchio era stato mutuato dall'emblema creato per la "Lista CiVica a 5 Stelle", progetto direttamente legato a Beppe Grillo fin dal lancio dell'iniziativa "comuni a 5 Stelle" nel 2007, proseguito con le prime liste civiche (senza nome e immagine coordinata) nel 2008, fino alla presentazione delle Liste CiViche I'8 marzo 2009, tutto mediante il blog www.beppegrillo.it. Per inciso, nella parte che richiama le tappe che hanno preceduto la nascita del MoVimento la sentenza riproduce quasi per intero un mio articolo giuridico, che la rivista Federalismi.it pubblicò nel 2013; si riconosce bene la stessa ispirazione, al di là di inevitabili - e non sempre appropriate - variazioni testuali, nella parte relativa alla natura giuridica del M5S-1, che a dispetto dei nomi usati ("non associazione" e "non statuto") si configura come una vera e propria associazione dotata di un vero statuto (non di un atto costitutivo, a quanto si sa), ma ha richiesto la costituzione di associazioni distinte per concorrere alle elezioni locali nei primi anni. Tutto ciò fa dire al tribunale che nome e simbolo non rientrano "nel patrimonio comune ed esclusivo dell'associazione 2009", essendo stati condivisi "con altre associazioni locali che si sono fatte carico di partecipare formalmente alle consultazioni elettorali quanto meno fino al 2012" ed essendo il simbolo registrato a nome di Grillo, il quale avrebbe avuto il potere di "decidere sull'uso dell'emblema [...] (e, di riflesso, anche sul nome)" con riguardo a militanti ed eletti M5S.
Circa la progressiva coesistenza di tre soggetti denominati MoVimento 5 Stelle, per la giudice sarebbe indice non di un conflitto politico, ma di "una progressiva trasformazione dell'associazione 2009 nei suoi aspetti organizzativi interni e soprattutto strutturali ed istituzionali", mentre sarebbe stata evidenziata una "continuità nel solco con la tradizione politica dell'associazione 2009": mancherebbe il "rischio di sviamento per gli elettori" e, secondo il tribunale, pure "la lamentata perdita di democraticità diretta che sarebbe stata la cifra esclusiva dell'associazione 2009" (mentre, in base agli atti prodotti nella causa, essa sarebbe stata messa in ombra dall'inizio dalla "forte centralizzazione del potere decisionale nelle mani del leader"; la stessa titolarità esclusiva del simbolo in capo a Grillo sarebbe stata "in sostanziale contrasto con la filosofia dell'orizzontalità (uno vale uno) e dell’assenza di un leader"). Al contrario, atto costitutivo e statuto dell'associazione del 2017 (M5S-3) "prevedono le procedure relative alla selezione delle candidature ed alla definizione dei programmi e delle politiche da sostenere in parlamento, la possibilità per iscritti di esprimersi rispetto alle decisioni interne", indicano altre procedure per eleggere gli organi interni e sfiduciare il capo politico; sono invece venute meno le prerogative della leadership e "l'infrastruttura informatica deputata alla gestione dei processi decisionali [...] risulta [...] chiaramente identificata e soggetta a controlli da un organismo indipendente ad evidente vantaggio della democrazia diretta".
Mancherebbe infine il presupposto per parlare di usurpazione di nome e simbolo da parte delle associazioni costituite nel 2012 e nel 2017, perché non ci sarebbe un uso contro la volontà della "non associazione" del 2009: per il tribunale il numero di iscritti al M5S-1 che hanno formalmente lamentato l'uso confusorio dei segni identificativi del Movimento (anche aderendo all'iniziativa giudiziaria in esame) è troppo contenuto per potersi parlare di contrarietà della maggioranza (o almeno di una consistente minoranza) di soci della "non associazione" all'uso del nome e del simbolo fatto dai MoVimenti costituiti in seguito.


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Le parti e ogni interprete non possono far altro che prendere atto del contenuto della sentenza; non è improbabile che il curatore del M5S-1, essendosi visto rigettare tutte le sue richieste in materia di nome e simbolo, decida di impugnare la decisione e rivolgersi alla corte d'appello (non possono invece farlo gli iscritti intervenuti, potendo limitarsi a intervenire nell'eventuale giudizio di secondo grado instaurato da Cocchi). Per quanto rileva qui, alcuni punti devono essere rapidamente analizzati. 
Innanzitutto, stupisce che ancora si sottolinei la differenza tra il M5S-1, "non partito destrutturato" e le due associazioni omonime, che si sono comportate come partiti, facendo discendere riflessioni e decisioni da tale differenza. Sul piano giuridico - più rilevante di quello organizzativo - i tre soggetti sono identici, essendo tutte associazioni non riconosciute (anche il M5S-1, che si qualifica come "non associazione"); di più, tanto il M5S-2 (2012), quanto il M5S-3 (2017) non hanno mai assunto la qualifica giuridica di "partiti politici" per scelta, non avendo mai sottoposto - a quanto si sa e almeno fino ad ora - il loro statuto all'esame della Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici, istituita dal decreto-legge n. 149/2013 e incaricata di valutare la rispondenza degli statuti ai requisiti di legge. Anche dopo le modifiche fatte per adeguare gli statuti a molte delle previsioni normative, il MoVimento non ha mai avviato quel procedimento, probabilmente per non essere in condizione di fruire del denaro pubblico e delle agevolazioni che la legge riserva ai partiti i cui requisiti di democraticità sono stati verificati; tuttavia, se di partiti si parla, lo si deve fare in termini tecnici (certo, il M5S-2 e il M5S-3 hanno presentato e presentano i rendiconti e gli altri documenti economici legati alla partecipazione alle elezioni sovralocali, ma ciò non rende il M5S un partito). Di più, tuttora vari eletti del M5S rivendicano come il MoVimento non sia un partito e mai lo diventerà: un conto sono le parole e un conto sono le forme giuridiche, ma occorrerebbe intendersi e chiarirsi una volta per tutte.     
Nella sentenza poi, pur riconoscendo il conflitto di interessi in capo a Grillo per i ruoli rivestiti nelle tre associazioni denominate MoVimento 5 Stelle, si risolve la questione dei rapporti tra i M5S inquadrandola come "progressiva trasformazione dell'associazione 2009 nei suoi aspetti organizzativi interni e soprattutto strutturali ed istituzionali", connotata da "continuità nel solco con la tradizione politica dell'associazione 2009". Di continuità giuridica ovviamente non si può parlare: c'è un atto costitutivo di un nuovo soggetto e non risulta nemmeno siano stati attivati i meccanismi di trasformazione previsti dall'art. 42-bis del codice civile. Si è visto in passato come la continuità politica tra il M5S-1 e il M5S-3 non sia piena, anche solo per la questione delle alleanze, prima non contemplate mentre ora queste sono possibili (e si sono verificate, come nel caso dell'Umbria); è però noto che al giudice sono preclusi giudizi di natura politica, dunque non si può chiedere al tribunale di valutare quanta continuità politica (o di "ortodossia") vanti l'uno o l'altro soggetto. Alcune cose però si possono dire. Innanzitutto, utilizzare il metro della continuità politica per avallare l'uso di un segno identificativo è in parte pericoloso: si rischia di consentire a chiunque voglia porsi in continuità con un soggetto associativo/politico esistente l'uso del nome e della grafica di quel soggetto, senza che questo possa opporsi. Chiaramente qui tutto si complica perché il nome del M5S-1 era anche contenuto in un marchio poi registrato, quindi i due piani di fatto si sono confusi... e forse per questo si dovrebbe evitare di registrare un emblema politico presente o futuro come marchio, proprio come auspica il Ministero dell'interno) e perché i soggetti in posizione di comando in quelle associazioni erano pochissimi e in accordo tra loro; il problema, tuttavia, va posto. 
Occorre poi aggiungere un'altra questione. Dopo la nascita del M5S-3 alla fine del 2017 (tra l'altro a opera di due soggetti - Di Maio e Davide Casaleggio - che non avevano cariche né nel M5S-1 né nel M5S-2, salvo poi trovarsi nella disponibilità esclusiva del sito-sede della "non associazione": nella sentenza non si trova nulla sul punto), l'operatività di questa è parsa configurarsi a tutti gli effetti come una "migrazione" di iscritti dal M5S-1 al M5S-3. In altre parole, si era immaginato un vero e proprio travaso, che avrebbe dovuto portare alla fine allo "svuotamento" del M5S-1, ritenuto evidentemente non più idoneo dal punto di vista giuridico e organizzativo per operare. Ora, si può discutere sul fatto che il M5S-3 abbia oggetto e finalità contrastanti con il M5S-1 (paradossalmente è la stessa giudice a rilevare importanti differenze sul piano della leadership e della democrazia diretta tra le due associazioni); se però quei contrasti ci sono, è chiaro che - come recita il "non statuto" - l'iscrizione al M5S-3 non è compatibile con quella al M5S-1, comportando perdita dei requisiti di ammissione e, dunque, il venir meno della qualità di socio. Ciò ha gli stessi effetti di un recesso, con ciò che ne consegue quanto alla possibilità che altri utilizzino il nome e il simbolo dell'associazione. 
Già, perché a quel punto si porrebbe un problema serio. Dice la giudice che nessuno ha mai contestato al M5S-1 il diritto a usare il nome o il simbolo (senza il dominio di Grillo, ma forse anche senza quello del M5S, di cui non dispone più... e che dire del simbolo senza sito, registrato come marchio da Grillo?). Se è così, occorre porsi alcune domande: che accadrebbe se il curatore speciale organizzasse una manifestazione di rilievo nazionale con nome e simbolo del M5S, essendo incontestato il suo diritto a usarlo? Il M5S-3 (come utente) e il M52-2 (come titolare) non reagirebbero, oppure lamenterebbero un rischio di confusione, non trattandosi più di un uso limitato e poco visibile? 
Altra questione finora non presentatasi e, volendo, ancor più grave: che succederebbe se, a fronte di una congrua raccolta firme, il curatore speciale presentasse o facesse presentare liste nazionali con quel contrassegno? Qualcuno invocherebbe e applicherebbe le norme elettorali che, per tutelare gli elettori, vietano l'uso di simboli usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento (nel 2013 il M5S-2, dal 2018 il M5S-3), ma allora che ne sarebbe del diritto del M5S-1 a utilizzare nome e simbolo (pur se non in via esclusiva), fin qui non contestato? Si chiederebbe una semplice modifica per differenziarlo formalmente dall'altro emblema o, più probabilmente, verrebbe imposto un cambio totale di grafica, magari non accettando neanche minimi rimandi grafici all'esperienza del M5S (una stella, un carattere rosso di una parola nera), adducendo che - come si è ampiamente visto - il diritto elettorale è lex specialis rispetto a quello dei segni identificativi ed le sentenze sul piano civile non rilevano in sede di elezioni? Non toccava ovviamente occuparsi di questo alla giudice qui impegnata, ma evidentemente si tratta di conseguenze della sentenza su cui gli studiosi sono chiamati a interrogarsi: che senso ha riconoscere a un soggetto di natura politica il diritto al nome, se poi in sede elettorale non può farne uso?
Quanto all'argomento numerico per confutare l'esistenza di una volontà dell'associazione M5S-1 contraria all'uso di nome e simbolo da parte degli altri due soggetti omonimi, pare che il tribunale non abbia minimamente tenuto in conto - perché non se ne trova traccia nella motivazione - il fatto che la situazione giuridica soggettiva dell'associazione è autonoma da quella degli associati: l'esistenza dei diritti dell'associazione, difatti, prescinde da un semplice computo numerico degli associati favorevoli o contrari a una determinata decisione (anche se, naturalmente, l'argomento non sarebbe stato inserito dalla giudice nella sentenza se il numero delle lamentele fosse stato ben più consistente).       
Sulla questione del sito, infine, senza entrare nei dettagli sulla titolarità dello stesso - i primi passaggi nella sentenza non sono chiarissimi e da quel testo non ci sono tutti gli elementi per analizzare a fondo il trasferimento del dominio dal creatore alla Casaleggio associati - è opportuno almeno notare che, come ha rilevato la stessa giudice nella sentenza, la sede del MoVimento 5 Stelle nato nel 2009 è fissata nel sito www.movimento5stelle.it, ma lì si dice anche che "i contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente" grazie a una pagina-form interna a quello stesso sito. Ciò significa che, pur disponendo di nuovo dei dati degli iscritti, il M5S-1 non sarebbe in grado di rispettare uno dei pochi contenuti del suo stesso "non statuto"; per poterlo cambiare, dovrebbe comunque modificare lo statuto stesso, secondo procedure indicate per relationem dal regolamento del M5S e che comunque richiedono la disponibilità del sito da cui il M5S-1 è stato "sfrattato". Si tratta di problemi di non poco conto, che in un modo o nell'altro sono stati sollevati dagli iscritti intervenuti; nella sentenza, però, non c'è traccia di riflessioni sul punto. 
Non è giusto concludere la riflessione senza ammettere che qualunque decisione in materia doveva, deve e dovrà fare i conti con un problema concreto: un conto è mettere in dubbio decisioni dei vertici del M5S con effetto limitato a poche persone o a livello locale (ciò ha riguardato, ad esempio, le vicende processuali di Roma, Napoli e Genova, i cui ricorsi sono stati vittoriosi in sede cautelare, anche solo di reclamo); ben altro conto è attaccare decisioni di rilievo nazionale, che possono avere effetti sull'attività generale del soggetto politico. In altre parole, nel giudizio richiesto ai magistrati sulla validità di atti del M5S non può non avere un peso il fatto che eventuali vizi o comportamenti attaccabili sul piano giuridico potrebbero minare la legittimità della forza politica che nel 2018 era risultata più votata e attualmente comunque gode di una percentuale a due cifre: a prescindere da come stiano realmente le cose, i giudici chiamati a esprimersi vengono caricati di una responsabilità pesante, con cui è inevitabile fare i conti in qualunque senso. Per questo, nell'analizzare le decisioni - mettendone in luce punti di forza e di debolezza - occorre non perdere mai di vista il rispetto per le persone e la comprensione per la delicatezza della situazione che si trovano tra le mani.

martedì 26 novembre 2019

Simboli fantastici (24): Anche MasterChef va in campagna elettorale (di Andrea Boni)

A volte ritornano, quando è il caso: dopo una lunga pausa, ecco una nuova puntata della rubrica "Simboli fantastici", dedicata ai simboli veri di partiti falsi. A renderla opportuna, la campagna promozionale per la nuova edizione di MasterChef, in arrivo prima di Natale: i creativi hanno scelto per il lancio un'ambientazione elettorale e non possono mancare i simboli creati ad hoc. Lascio la parola questa volta ad Andrea Boni, che segue il sito da molti anni e in altre occasioni aveva fornito spunti di riflessione per alcuni articoli: ora la "campagna elettorale" di MasterChef la racconta direttamente lui. Buona lettura!

C'è chi vota il 26 gennaio e chi il 19 dicembre, anche se la seconda data non vedrà i comuni d'Italia riempirsi di cabine, urne e manifesti (anzi, questi ultimi in realtà ci sono e ci saranno). Il 19 dicembre, infatti, partirà la nuova stagione del famoso talent show dedicato alla cucina, MasterChef Italia. Per promuoverla Sky questa volta ha elaborato una campagna singolare, anzi... elettorale e gli spot confezionati hanno un alto contenuto "simbolico". I tre giudici del programma, infatti, sono in campagna elettorale, ciascuno con i propri slogan, il proprio programma e, ovviamente, col proprio simbolo
Ciascuno dei contrassegni merita di essere analizzato per conto proprio, anche perché per ciascun giurato-candidato si inserisce in una più ampia strategia politica e comunicativa. Chef Antonino Cannavacciuolo, per esempio, è l'unico della terna che decide di non inserire il proprio nome nell'emblema e si caratterizza tanto per una grafica "obamiana" (nel simbolo ma anche nei manifesti, compresi quelli del camion-vela che lui stesso guida), quanto per l'utilizzo del dialetto napoletano, come se il suo fosse un movimento meridionalista. La lista di Cannavacciuolo si chiama Pummarola 'ncopp': la decisione di adottare un pomodoro come simbolo (che non si confonde con un sole giusto per la presenza del "picciolo") si inserisce nella tradizione vegetale di margherite, rose e querce, stavolta decisamente virata al mangereccio. 
Chef Bruno Barbieri decide invece di inserire il solo cognome nel proprio contrassegno, basato sui colori blu e giallo, quello della penna adottata come simbolo: il nome del movimento Ora Pasta! con tanto di punto esclamativo potrebbe essere visto, oltre che come segno di devozione ai primi, come vagamente protestatario, come sembrano suggerire anche le scene della raccolta firme e del corteo "contro il mappazzone", con Barbieri in testa che parla al megafono e regge lo striscione. 
Una scelta cromatica affine è ricondotta a chef Giorgio Locatelli, il che non stupisce. Il terzo giurato-candidato, infatti, oltre a inserire nell'emblema tanto il nome quanto il cognome (peraltro ponendo quest'ultimo per primo, secondo un'italica cattiva abitudine), adotta una denominazione decisamente europeista: A tavola per l'Europa. Nessun riferimento alimentare in questo caso, ma la stella insieme ai colori scelti è un chiaro richiamo all'Europa (anche se lo slogan "Let's make food great again" e il tono rimandano piuttosto a toni trumpiani". 
Sta di fatto che, a seggi chiusi, gli exit poll danno i tre partiti tutti al 33% (con un grafico a torta... che più torta non si può) e occorre trovare una soluzione: a quanto pare, solo la saggezza del Presidente Iginio Massari, il decano dei pasticceri italiani, potrà trovare la formula giusta per il governo della cucina italiana: un "rimpasto". Quale sarà l'idea vincente "per una cucina migliore"? In attesa del 19 dicembre, i #drogatidipolitica con un debole per la competizione ai fornelli sono già appagati, ma certo non sazi. 

Le immagini pubblicate sono fotogrammi tratti dallo spot di MasterChef Italia; tutti i diritti sono riservati agli aventi titolo.

sabato 23 novembre 2019

Ritorno al garofano: il Psi adotta ufficialmente il nuovo simbolo

Il garofano, da oggi, è di nuovo l'immagine ufficiale del Partito socialista italiano. Esattamente alle ore 11 e 42, il consiglio nazionale del Psi - organo che da statuto è chiamato a decidere sull'emblema del partito - ha deliberato l'adozione come simbolo di una nuova grafica basata soprattutto sulla sigla Psi e sul garofano, che ritorna nel logo ufficiale del partito che si colloca nel centrosinistra - al di là delle liste locali o presentate con altre forze politiche - dopo la rinuncia in favore della rosa votata all'assemblea nazionale del 16 dicembre 1993, non senza dolore e polemiche, portate avanti soprattutto da coloro che non volevano rinunciare a un tassello caratterizzante degli ultimi quindici anni di storia socialista italiana (il fiore era comparso per la prima volta nel 1978, al congresso di Torino).
Si è dunque completato oggi un percorso di consultazione e partecipazione iniziato in estate e illustrato il 15 settembre alla festa di Fano, alla presenza del segretario nazionale Enzo Maraio, da Fabrizio Masia di EMG Acqua, che aveva curato l'operazione. Non si tratta, a ben guardare, della stessa identica grafica che era stata sottoposta al giudizio nell'ambito della ricerca di mercato e al voto online di iscritti e simpatizzanti del Psi e del centrosinistra: la sigla è rimasta la stessa, per dimensioni, rilievo grafico e font, mantenendo il ruolo di elemento principale del nuovo simbolo; si sono invece distribuiti meglio gli altri due elementi, come posizione e peso visivo. Il garofano, in particolare, è stato spostato sulla sinistra, ribaltato "a specchio" e ingrandito, per dare maggior rilievo a questo ritorno simbolico: non si tratta, come si sa, di uno dei tre fiori adottati tra il 1978 e il 1993, ma la grafica è ben riconoscibile. Anche il nome intero del partito è stato debitamente accentuato, venendo invece spostato nella parte destra (circa dove stava il fiore nella prima versione) e con l'accortezza di porre il margine destro in coincidenza con il diametro verticale del cerchio; la circonferenza esterna, da ultimo, è stata rinforzata.   
Così configurato, il simbolo risulta molto più armonico ed equilibrato rispetto alla versione mostrata a settembre: sembra così prestarsi molto più di prima all'uso, sia per la riconoscibilità grafica sia per la condivisione che ha registrato tra iscritti e simpatizzanti. Il punto fondamentale, come sottolineato già a settembre (e, già prima, al nostro sitodal segretario Maraio sarà l'effettivo uso a livello elettorale del simbolo: se finora spesso l'emblema era stato messo da parte perché ritenuto poco idoneo a rappresentare le varie esperienze locali, ora i gruppi sui territori dovranno sentirsi più motivati a schierarlo. Anche perché il garofano può mettere insieme tanto chi lo vede come emblema di libertà e del lavoro, tanto coloro che si sentono socialisti pur avendo guardato a sigle politiche che hanno guardato di più al centrodestra (non a caso, il Nuovo Psi ha continuato a usare quel fiore).      
Con il cambio di simbolo (che è un simbolo e non un semplice logo basato sul lettering, come sempre di più capita) si apre dunque un nuovo capitolo di una storia lunga e partecipata, che cerca di tenere insieme lo sguardo a ieri, oggi e domani - non a caso l'hashtag scelto è #chebellastoriailfuturo - cercando di superare divisioni e discussioni. Obiettivamente non sarà facile (la scelta di consentire a Italia viva di formare un gruppo autonomo al Senato proprio con l'apporto del Psi non è stato un passaggio indolore), ma anche il nuovo corso simbolico, fatto di cose nuove e cose antiche, è un passaggio che può aiutare. 

giovedì 21 novembre 2019

Calenda e Richetti, una freccia per entrare in Azione

Lo aveva annunciato qualche giorno fa Carlo Calenda: il 21 novembre avrebbe presentato il suo progetto politico, quindi si trattava solo di aspettare. L'attesa è terminata tredici minuti dopo la mezzanotte, quando la pagina Facebook di Siamo Europei si è trasformata - portando ovviamente con sé tutti i suoi like - in quella di Azione, appunto il nuovo soggetto guidato da Calenda e Matteo Richetti, secondo i quali "L'Italia è più forte di chi la vuole debole!". 
Si chiude proprio così il manifesto della nuova creatura politica, che partendo dalla posizione dell'Italia (ottava potenza mondiale, seconda economia manifatturiera d'Europa, paese fondatore dell'Unione Europea e culla della cultura occidentale, ma anche una nazione diventata  "profondamente ingiusta con i giovani, con le donne, con le persone bisognose di assistenza, con chi vive al Sud, con chi vuole svolgere la sua attività libero da eccessivi impedimenti burocratici", soprattutto per colpa di uno stato inconcludente e di "troppi pessimi esempi"), conclude che "Nessuna maledizione ci condanna a dover scegliere tra i disastri dei populisti e quelli dei sovranisti", cioè "il male minore", cedendo a "tifoserie e slogan privi di contenuti", che però fin qui non di rado sono stati scelti (perché "non è solo colpa della politica. I nostri rappresentanti ce li scegliamo"). Per Calenda e Richetti, l'antidoto alle "fratture tra progresso e società, tecnica e uomo, libertà e conoscenza, crescita e sostenibilità, mercato e giustizia sociale" che ammorbano l'Italia e buona parte dell'occidente è l'Azione, sotto varie forme di investimento "sulla conoscenza e sulla società"rafforzando innanzitutto l'impegno in ambiti in cui "l'Italia investe oggi molto meno degli altri Paesi europei", a partire dalla scuola ("un Paese con un tasso di analfabetismo funzionale doppio rispetto agli altri Paesi avanzati, e dove un giovane su due non legge un libro, prepara una generazione perduta", mentre per Calenda dovrebbe essere preparata "ad affrontare le sfide di una società libera e di un’economia fondata sulla concorrenza e sulla sostenibilità"); occorre poi - in continuità con il progetto di Siamo Europei - "costruire un'Unione Europea sempre più stretta", che dovrà essere necessariamente un'Europa federale, in rapporto "con le grandi democrazie occidentali". 
Grande spazio nell'Azione ha ovviamente la politica economica, con cui ci si propone di investire ("per affrontare le trasformazioni digitali e ambientali giocando in attacco"), proteggere ("quando le distorsioni del mercato e la velocità delle trasformazioni danneggiano i lavoratori e i cittadini", con un occhio attento alla sostenibiltà senza cadere nella "decrescita (in)felice") e liberare (per sollevare "ciascun individuo dal bisogno contingente, dall'ignoranza e da vincoli inutili, perché possa realizzare tutto il proprio potenziale"). Quanto alla classe dirigente del paese, dovrebbe essere composta da "persone che si sono misurate con il cambiamento dando prova di competenza, serietà e coerenza", cioè il contrario del trasformismo, perché "la politica si fonda sulla parola. E se la parola non ha valore, la politica non ha valore" e si finisce per accontentarsi di piccoli benefici presenti senza un disegno coerente per il futuro. Per il manifesto, in quell'incoerenza da consegnare al passato rientra il fatto che in Italia "gli eredi delle grandi culture politiche del '900 hanno scelto di allearsi con gli avversari della democrazia liberale, con il pretesto di volerli 'costituzionalizzare'", riferimento per nulla velato all'alleanza di governo Pd-M5S che ha portato proprio Calenda e Richetti a distaccarsi dai dem. Serve invece "un grande Fronte Repubblicano e Democratico capace di ricacciare populisti e sovranisti ai margini del sistema politico", un fronte - parola che richiama altre esperienze politiche del passato italiano - di cui Azione vuole diventare pilastro. 
Quel pilastro, è bene chiarirlo, sarebbe più un movimento che un partito. Se pure, infatti, nel manifesto vengono forniti riferimenti valoriali politici piuttosto precisi ("Le nostre radici culturali e politiche sono quelle del liberalismo sociale e del popolarismo di Sturzo", che è diventato necessario sintetizzare), si dice altrettanto chiaramente che sarà consentita la doppia tessera, per evitare di escludere o frammentare, puntando invece a "tenere le porte ben aperte" e "lavorare per l'unità e il rinnovamento delle forze liberal democratiche". Fa pensare alla natura di movimento, più che di partito, anche l'emblema scelto: nient'altro che il nome, scritto in bianco su fondo blu; a dare l'idea di azione e di movimento, oltre che il corsivo del carattere "bastoni", una freccia che punta avanti, leggibile come cavità nella "A" del nome, unico "vezzo" grafico che il logo si concede. 
Si tratta, com'è evidente, dell'ennesimo emblema basato solo sul lettering e pensato al di fuori di una struttura circolare, tipica del cimento elettorale. A dire il vero, i profili social di Azione si avvalgono dell'unico elemento graficamente caratterizzate, dunque la A penetrata dalla freccia (sfidando anche usi precedenti non fortunati della stessa freccia, come Fare per fermare il declino di Oscar Giannino e i Popolari per l'Italia di Mario Mauro): essa in teoria si presta a essere contenuta in un cerchio e, se l'emblema si affermasse, potrebbe anche finire sulle schede ed essere riconoscibile quanto basta, senza ulteriori indicazioni testuali (senza contare che l'intero logo potrebbe diventare parte di un contrassegno, com'è stato alle europee per la lista comune di Pd e Siamo Europei). 
Il fatto è che, fin dalle prime ore, l'attenzione di molti, oltre che sul nome - che si presta a infinite combinazioni comunicative, specie con le parole OperAzione e DestinAzione: "OperAzione Sanità" è solo la prima a essere utilizzata - si è appuntata proprio sulla A di fantasia utilizzata per il logo. "Fantasia" è la parola giusta, visto che più di qualcuno ha notato somiglianze di quel lettering con il logo degli Avengers: qualcuno, anzi, più o meno in battuta, ha dichiarato già il proprio sostegno incondizionato proprio per quell'elemento da supereroi da fumetti e cinematografici (tanto per richiamare anche un altro uso noto di "Azione"), come a dire che ci vorrebbero proprio dei supereroi per portare avanti quel piano in queste condizioni... anche se dal manifesto emerge l'esatto contrario. 
L'immagine della freccia compenetrata a una lettera, peraltro, ricorda anche esempi precedenti, come il logo che Hillary Rodham Clinton utilizzò per la sua campagna delle primarie nel 2015: lì una freccia rossa si innestava sull'H, evidente citazione del nome della candidata. E, a proposito di American style, qualcuno potrebbe notare che il colore utilizzato da Calenda e Richetti richiama il blu dei dem statunitensi, oltre che il fondo della bandiera europea in continuità con Siamo Europei. L'osservazione potrebbe essere interessante, anche se il blu - considerato comunque colore nazionale - ultimamente è piuttosto inflazionato, soprattutto da quando è stato utilizzato da Matteo Salvini, con chiaro riferimento all'altra sponda politica, quella repubblicana incarnata da Donald Trump. 
Sono molte, quindi, le sfumature - serie o ironiche - che si possono trovare nell'etichetta verbale e grafica del nuovo progetto di Calenda e Richetti: la loro Azione delle prossime settimane ci svelerà qualcosa di più, anche senza superpoteri.

sabato 16 novembre 2019

Socialisti e comunisti, due storie simboliche sfogliate da Paolo Garofalo

Ci sono vari modi per raccontare, ripercorrere, ricordare. Ci si può accontentare delle parole, per condividere memorie, riflessioni e testimonianze di un passato più o meno recente; alle parole si possono aggiungere le immagini, che assai più facilmente si prestano a restare impresse nella mente, a essere ricordate. Le si può riunire tutte insieme, in una sorta di variegata galleria della memoria, accompagnate solo da una didascalia per non far prevalere il testo, ma sufficientemente lontane dalle pagine della narrazione per non interferire con i ritmi del racconto e lasciare che sia il lettore a decidere se e quando completare il viaggio illustrandolo. Oppure, ancora, si può decidere di dedicare un'intera pagina a ciascuna immagine, affiancando a essa il minimo di testo necessario a commentarla e a richiamare il contesto in cui questa è nata e si è inverata: qui è la galleria a dettare il passo del racconto, le parole sono scritte in funzione delle immagini, lasciando che il lettore si lasci trasportare più dai soggetti e dai colori che dai dettagli della storia, che - se proprio vorrà - potrà trovare e approfondire altrove.
Ha scelto quest'ultima strada Paolo Garofalo, siciliano, sindaco di Enna dal 2010 al 2015, già collaboratore di varie testate locali e autore di saggi sui diritti umani e sulla comunicazione (politica e non): nel mese di ottobre sono usciti due libri a suo nome - entrambi pubblicati da Officina della Stampa edizioni - che raccontano la storia di due aree politiche attraverso i simboli che le hanno caratterizzate, soprattutto in Italia (non a caso, sono parte della collana I simboli della politica). I due volumi sono usciti contemporaneamente, ma quello che sembra concepito per primo è intitolato Cento anni di socialismo. Dal Partito rivoluzionario di Romagna a Bettino Craxi: un viaggio lungo un secolo nel socialismo italiano e nel primo partito di massa che l'Italia abbia conosciuto, il cui cammino si è di fatto concluso con la vicenda "Mani pulite" (ma soprattutto, sottolinea Garofalo, con "un populismo dilagante in tutto il Paese che passerà poi alla storia più come una caccia alle streghe che come una evoluzione democratica"). 
In dieci pagine è condensata quella storia, con le sue tappe politiche e i personaggi che le hanno caratterizzate, senza peraltro rinunciare a ripercorrere gli anni precedenti il congresso fondativo genovese del 1892. Un'epoca in cui, tra l'altro, "prima ancora che il simbolo grafico, così come oggi viene interpretato, le diverse culture politiche si aggregavano attorno alle loro riviste e ai colori delle loro bandiere", nonché ai circoli operai e alle associazioni di mutuo soccorso o culturali che in concreto aderivano all'ideale socialista: ciò spiega la notevole varietà territoriale delle insegne, perfino entro la stessa città ("Il Partito Operaio Italiano, ad esempio, aveva una bandiera a strisce bianconera, il Partito Rivoluzionario di Andrea Costa aveva una bandiera verde, le organizzazioni socialiste di origine anarchica avevano una bandiera nera o rossonera"), fino alla maggiore stabilità della bandiera rossa dopo il 1892, unitamente a vari emblemi del pensiero marxista (il garofano rosso dell'Internazionale, il nome "compagno" per riferirsi al militante, la falce e il martello provenienti dalla Rivoluzione d’Ottobre bolscevica) e ad altri segni più risorgimentali (come "il Sol dell’avvenire" e il libro aperto che unisce operai, contadini e intellettuali), non di rado interpretati graficamente in modo diverso sul territorio a seconda delle peculiarità e degli equilibri presenti luogo per luogo. 
La clandestinità imposta dall'avvento del fascismo non aiutò certo a rendere omogenea l'iconografia socialista, mentre nel secondo dopoguerra la varietà simbolica si è dispiegata essenzialmente sull'onda di scissioni e tentativi di ricomposizione. Un ruolo rilevante lo giocò anche l'evoluzione tecnologica e delle comunicazioni: "In occasione delle elezioni, i simboli venivano disegnati con struttura grafica minimale, proprio per consentire una facile riproduzione, anche in termini di propaganda", per cui 'falce e martello' dopo la guerra si affermò facilmente anche per la sua facile riproducibilità e le grafiche divennero più omogenee; con il tempo, e con il passaggio alla 'società dell'immagine', "la responsabilità dei simboli passa dai segretari e dirigenti di partito agli illustratori, ai grafici e quindi alle agenzie guidate da spin doctor". Nel frattempo, però, era stato proprio l'arrivo alla segreteria di Bettino Craxi a preparare la trasformazione simbolica più nota del Psi, introducendo il garofano come emblema (con le grafiche di Ettore Vitale e Filippo Panseca, ma il libro giustamente cita vari altri artisti e illustratori che si sono occupati in precedenza dell'immagine socialista), prima ridimensionando falce, martello, libro e sole (1978-1979), per poi toglierli del tutto nel 1987.
La storia considerata si ferma volutamente alle dimissioni di Craxi e al suo ultimo simbolo, quello con il garofano di Panseca e la dicitura "Unità socialista", inserita con una mossa craxiana fulminea per sottolineare che l'approdo a sinistra avrebbe dovuto essere quello; gli emblemi successivi, in particolare quelli della "diaspora socialista", saranno frutto di una futura, autonoma pubblicazione. Quelli adottati prima, invece, sono proposti a tutta pagina, con a fianco una paginetta di "cenni storici" e una minima descrizione dell'emblema. Oltre alla stella con Garibaldi del Fronte democratico popolare ci sono, ovviamente, anche i simboli di chi ha lasciato il partito (quelli del Psli, del Psdi, del Psiup degli anni '60-'70), dei tentativi di riunificazione coi socialdemocratici (tra il 1966 e il 1968) e anche di partiti che comunque erano sorti in quell'area (dal Partito d'azione al Movimento politico dei lavoratori, fino al Partito radicale con la rosa nel pugno, adottata dai socialisti francesi e poi europei ma con una storia diversa per la sola Italia).    
Oltre che con tre utili pagine di "cronologia visiva", contenenti schemi per meglio chiarire la successione e le interazioni tra le varie realtà politiche considerate, il libro si completa con la prefazione di Stefania Craxi. Al di là del giudizio politico e personale che si può avere su di lei, in alcune pagine lei - che presiede la Fondazione Craxi - riesce a toccare alcuni punti fondamentali sull'uso e sul valore dei simboli in politica (elemento irrinunciabile per comprendere eventi, evoluzioni e dispute), fino all'auspicio che torni "una stagione in cui i 'simboli', la comunicazione, tornino ad essere un mezzo e non un fine", per riconoscersi e identificarsi. Per questo, il testo merita di essere integralmente riportato:   

Un simbolo non è mai una mera rappresentazione grafica. È molto di più. È un concentrato intriso di più elementi, spesso di valori e visioni che costituiscono e rappresentano un’identità. Attraverso stili, colori, forme e figure evocative si raccontano idee e suggestioni, passioni e lotte, inizi e svolte. Un simbolo racconta una direzione, un destino. Comprende e non esclude, poiché è sintesi di sfaccettature e sa racchiudere al suo interno anche evocazioni diverse che si accettano e non si respingono. È un segno di riconoscimento, contiene linguaggi, forme espressive e richiama gestualità tipiche, evoca periodici storici ed ammicca al domani.
La storia del genere umano è caratterizzata dai simboli. Dalle civiltà primordiali alle religioni, dalle grandi casate ai grandi movimenti politici e sindacali, uomini e donne si sono raccontanti e rappresentanti, uti singuli o uti socii, con effigi caratterizzanti che, come un moderno orologio, hanno scandito con puntualità il trascorrere del tempo. Non è un caso che chiunque sarebbe in grado di associare ad una comunità o ad un periodo storico un elemento grafico in grado di ricordarlo e evocarlo molto più che con le parole.
Così è stato, e così non poteva non essere, per quella "storia di civiltà" che è il socialismo italiano. Una storia che racchiude al proprio interno, come spesso accade, diverse sensibilità e tendenze e che sin dalla sua nascita nel 1892, a Genova, ha raccontato le sue battaglie e le tante lotte per la libertà, il progresso e i diritti, attraverso la sua bandiera. Ogni stagione, ogni rupture, ogni travaglio ideale e intellettuale, ha avuto nel simbolo un punto di ricaduta obbligato.
Tra scissioni, unificazioni, fuoriuscite e esperimenti che hanno accompagnato il più antico e glorioso partito italiano – e che non sono cessate neanche dopo la sua tragica fine - la simbologia del vasto mondo socialista è stata parte di un fermento, di una inquietudine e di una irrequietezza che ha al contempo rappresentato la sua forza e la sua debolezza e che comunque, al di là dei giudizi, ne costituisce una cifra caratterizzante.
I simboli sono stati quindi vessilli da contendere e da strappare all'avversario di turno, bandiere da impugnare nei momenti di lotta - nel partito e nel Paese - utili a rivendicare la continuità, la fedeltà, l’interpretazione “pura” e “autentica” di un’ideale. Il drappo rosso, il libro aperto, il sol dell’avvenir, le tre frecce, la falce e martello, sono gli elementi peculiari che combinati tra loro, fino al garofano rosso del “nuovo corso”, rappresentano e simboleggiano la cultura socialista ed i suoi tumultuosi travagli, sintomo di vitalità e di un ideale che, nelle migliori espressioni, non volle mai essere dogma.
Se scorgiamo lo sguardo in un passato poi non così tanto lontano e se pensiamo alla cultura del “marchio d’impresa” di cui la tutta la politica odierna è ormai intrisa, comprendiamo i tormenti e la profondità che sottintendeva ad ogni cambio e modifica del simbolo. Non erano semplici restyling ma cambi di prospettiva, passi in avanti (o indietro) nell'elaborazione culturale e nella proposta politica.
Ammainare i "simboli" non era pertanto cosa né facile, né da compiere a cuor leggero. I socialisti, ad esempio, ne pagarono il prezzo subito dopo il ventennio fascista. Messe da parte le effigi che per mezzo secolo avevano rappresentato la già travagliata storia della sinistra italiana, Pci, Psi e Ps’Az si ritrovarono, nell'elezioni del ’48, sotto uno sfondo bianco che evocava la pace e la stella verde del lavoro e su cui campeggiava l’effige di Garibaldi con il basco rosso. Ma le elezioni registrano un sonoro flop per il Fronte Popolare e, soprattutto, ribaltarono per tutti gli anni avvenire i rapporti di forza tra i due principali partiti della sinistra italiana.
Da lì, in un cammino tortuoso e accidentato, recuperati i vessilli della tradizione, i simboli delle diverse esperienze socialiste – ivi compresa la nascita della socialdemocrazia saragattiana - riprenderanno gli elementi peculiari dei primi decenni del secolo. È con l’avvento di Craxi, con la sua volontà di ricollegare il terreno culturale e ideale del socialismo italiano alla tradizione del riformismo liberale e libertario, che abbiamo un radicale cambio politico e, conseguenzialmente, del simbolo.
Il nuovo leader del Psi, visionario quanto desideroso di offrire al paese un socialismo moderno e adatto alle sfide del tempo, non era certo un uomo senza radici. Era un socialista libertario e garibaldino, un riformista diamantino che, infatti, intese attingere a piene mani alla miglior cultura del socialismo italiano e recuperare la stagione turatiana d’inizio Novecento, allontanandosi tanto dal radicalismo comunista di matrice sovietica quanto dagli estremismi del terrorismo rosso che, tra falci e martello e stelle a cinque punte, avevano condotto il Paese, tra complicità e debolezze di certa intellighenzia e certa sinistra, in una stagione buia.
Erano gli anni di piombo. Gli anni, come titola un fortunato lavoro di Giampiero Mughini, della "peggiore gioventù". Ed è, infatti, proprio durante i giorni del rapimento Moro che il Congresso socialista di Torino, compie, in coerenza con il percorso politico intrapreso, la svolta: anno in soffitta falce e martello sostituite da un garofano rosso che, in poco tempo, sarà per tutti il garofano socialista, e, non senza connotati dispregiativi, il garofano craxiano.
Fu definito un simbolo gentile. Esso rimandava all’idea di impegno politico che trascendeva da ogni estremismo e che intendeva saltare a piè pari con la stagione ‘rivoluzionaria’ e restituire ai socialisti l’orgoglio della propria identità e quell'autonomia, anche visiva, dal PCI e dalla dottrina della “Chiesa” comunista.
Fu, come ricorda anche l'Almanacco socialista di quella stagione, "un'azione di risemantizzazione di quei simboli già presenti nella tradizione iconografica socialista" che, in maniera suggestiva, evocavano le origini e al contempo segnavano un nuovo inizio. Ma, soprattutto, il garofano, già utilizzato nel '74 nelle grafiche di propaganda per il Primo Maggio, era un chiaro riferimento alla "rivoluzione portoghese".
Non era un caso né una mera scelta propagandistica. Infatti, il Psi, e in particolare un giovane Craxi, contribuirono concretamente, con appoggi politici e finanziari, alla lotta al regime autoritario di António Salazar e al ripristino della democrazia in Portogallo dopo due anni di transizione tormentati da aspre lotte politiche.
Il garofano voluto da Craxi diventa così un simbolo di libertà, pace e democrazia in tutto il mondo e segna anche l’inizio di una stagione di protagonismo internazionale dei socialisti e dell’Italia. Da Est a Ovest, passando dal Sudamerica al Mediterraneo, il "garofano rosso" diventa in tutto il mondo il riferimento per quanti soffrono per la privazione dei diritti e che lottano contro la violenza e l’arbitrio dei regimi autoritari; tanto contro la destra reazionaria e golpista che contro il totalitarismo comunista. Sarà il simbolo della speranza, degli oppressi e dei dimenticati, il faro cui guarderà l’opposizione al franchismo, i democratici cileni, i perseguitati dai colonnelli greci, il dissenso in URSS e nei paesi della "cortina", Lech Walesa e Solidarność in Polonia, Andrei Sakharov e la sua famiglia in Russia e molti altri ancora.
Le insegne del garofano schiuderanno le porte del Parlamento europeo a Jiri Pelikan, eroe della rivolta di Budapest e, in Italia, diventerà l’emblema delle riforme e della governabilità, dell’innovazione e di un Paese che, negli anni ’80, vuole tornare a vivere e vuole competere e affermarsi sullo scenario globale. È così che un simbolo si fa politica, si identifica con i suoi uomini migliori, con la sua capacità di essere esso stesso messaggero, verso il futuro e verso gli altri, di una storia.
Fu lo stesso Craxi del resto, in una serie di fortunati spot del 1987 con Gianni Minoli, che sembrano non risentire dei lustri trascorsi, a riempire di contenuti e di messaggi il simbolo socialista. Lo definisce "un grande e antico simbolo del mondo del lavoro, il suo messaggio è fede nel progresso e speranza nell'avvenire", oppure, "simbolo di progresso, di uguaglianza e di civiltà". Con tutta evidenza, nulla a che fare con un marchio di detersivi o con un grande slogan pubblicitario ad effetto che caratterizzerà la politica e la società negli anni avvenire e nei nostri giorni.
Il lavoro di Paolo Garofalo è quindi un lavoro prezioso. Esercita la memoria, aiuta alla riflessione sull'oggi e sul domani. Non è, pur essendolo, un mero racconto storiografico e una puntuale ricerca d'archivio. Tra simboli sconosciuti e noti, tra quelli dimenticati ed ancora rimpianti e agognati, si nasconde l’anima della comunità socialista, la comunità a cui, nonostante tutte le traversie degli ultimi due decenni, in molti sentono ancora oggi di appartenere.
In queste pagine c'è il racconto di una storia orgogliosa che ha reso, pur con tutti i suoi errori, libera, democratica, più giusta e più moderna l’Italia e dato voce a milioni di cittadini e di militanti che, con quei“simboli” in pugno, hanno lottato per vedere riconosciuti i propri diritti e per consegnare ai figli un futuro migliore dei padri.
Nella mia esperienza di questi anni, nel corso della mia ormai ventennale attività dedita a scrivere e far scrivere parole di giustizia e verità sui socialisti e su Craxi, posso testimoniare come e quanto i simboli e, per ragioni politiche e di prossimità e il simbolo del "garofano rosso", sia ancora oggi straordinariamente vivo. Non c’è persona, socialista e non, che non si rechi sulla tomba di Craxi, ad Hammamet, con un garofano in mano. Non c’è iniziativa in cui partecipi, in qualsivoglia parte d'Italia e fuori, in cui manchi un mazzo di garofani, in cui non si presenti un compagno con il fiore all'occhiello, una spilletta d'annata, un improbabile gadget, o più semplicemente una bandiera con il "vecchio" simbolo. Penso sia un segno distintivo, un modo di riconoscersi tra simili.
Una comunità, specie se distrutta e dispersa, ancor più se vittima di un'ingiustizia, ha bisogno di riconoscersi ed i suoi membri, hanno bisogno di sentirsi ancora parte di un qualcosa che li rendeva protagonisti. È a loro, oltre alla grande platea di giovani che non hanno conosciuto una politica bella e dannata, fatta di battaglie ideali e da un impegno totalizzante, che questo libro restituisce un briciolo di speranza, affinché possa fiorire una stagione in cui i "simboli", la comunicazione, tornino ad essere un mezzo e non un fine.
Paolo, la cui passione ed il cui coinvolgimento traspaiono da queste pagine, è la testimonianza viva che certi "simboli" e certe storie non sono la rappresentazione passeggera di un effimero presente e che qualcosa, seppur in profondità e in condizioni ostili, continua lentamente a germogliare. La memoria è la miglior premessa per il futuro. Ci aiuta a preservare sogni e speranze. Può ricostruire ciò che gli uomini hanno distrutto ma non possono cancellare.
In fondo, anche i garofani nascono dal letame.

Lo stesso impianto adottato per ripercorrere la storia del socialismo si ritrova nell'altro volume di Garofalo da poco pubblicato, ossia Il Partito comunista italiano, da Livorno alla Bolognina: i settant'anni considerati nel libro vengono coperti in un centinaio di pagine, una dozzina delle quali servono, anche qui, per ripercorrere le tappe principali della storia del comunismo in Italia, per poi passare in rassegna i passaggi simbolici di quella stessa avventura politica. Non c'è da stupirsi nel rendersi conto che la simbologia, alle origini, "coincideva ovviamente con quella socialista e con quella sovietica", almeno per quanto riguardava le bandiere rosse, falce e martello, il sole nascente, le fiaccole e le spighe di grano; se non appartenne certamente alla storia comunista il berretto frigio, sarebbe presto stata aggiunta - come elemento stabile e duraturo - la stella a 5 punte, assai più sovietica che socialista quanto alle sue origini. Proprio la bandiera rossa - indiscutibilmente per tutti, anche sulle schede che erano in bianco e nero - con falce martello e stella si consolidò dopo la guerra. 
Certo, con la nuova Italia arrivarono presto anche le scissioni e un numero pressoché infinito di variazioni grafiche sul tema degli "arnesi", a dispetto di una sostanziale stabilità del simbolo del Pci nel corso degli anni, almeno dalle elezioni del 1953. Il tutto fino alla "svolta della Bolognina" e al travagliato percorso che avrebbe portato al cambiamento di nome in Partito democratico della sinistra e all'adozione del simbolo creato da Bruno Magno, quello con il vecchio emblema alla base dell'albero della sinistra, poi identificato in una quercia. 
Nel corso del libro compaiono simboli nazionali (alcuni dei quali poco rivisti, per esempio quello adottato dal Partito comunista internazionalista) e locali, di breve durata e più stabili (anche se si è scelto di non proporre certi emblemi dell'estrema sinistra, da Democrazia proletaria a quelli col pugno di Lotta continua o della Nuova sinistra unita. Di certo la storia di falce e martello è proseguita ben oltre la Bolognina e il passaggio al Pds, nelle storie di Rifondazione comunista e di tutti i partiti venuti in seguito; anche in questo caso, però, è probabile che quegli emblemi finiscano oggetto di nuove puntate della ricerca, sempre con le immagini a dettare i tempi della narrazione.
A firmare la prefazione, in questo caso, è Fausto Racitiultimo segretario nazionale della Sinistra Giovanile e primo dei Giovani Democratici, attualmente deputato del Partito democratico. Si tratta di un testo più breve rispetto a quello di Stefania Craxi, ma riesce comunque a dare conto delle ragioni che hanno portato alla scelta dei simboli della sinistra italiana, inquadrando tra l'altro l'uso degli emblemi di partito come "elemento di contestazione del sistema politico" liberale, con l'intento di coinvolgere la massa degli italiani esclusa in tutto in parte da quello stesso sistema; la sostanziale fine dei simboli, invece, è arrivata in corrispondenza soprattutto di "un ritorno alla cultura del maggioritario e del valore della singola personalità, che ha sostituito ai simboli le persone, impedendo di fatto qualsiasi sviluppo di identità politica che non coincidesse con le personalità medesime". Anche qui, dunque, vale la pena dare voce a Raciti, con l'auspicio che le ricerche di Garofalo possano proseguire, riguardando altri tempi e altri filoni politici, sfogliando la storia simbolo dopo simbolo. 
   
La sinistra si è caratterizzata per il tentativo di fare del popolo, via via riconosciuto nel Terzo stato prima nel Quarto dopo, il protagonista consapevole della grande storia. Dal Manifesto dei comunisti del 1848 in poi, questo proposito è stato sempre più chiaro ed esplicito, così tanto, da spingere alcune delle organizzazioni del movimento operaio a respingere ogni identificazione, compresa quella di "sinistra" nata con la Rivoluzione francese in contrapposizione alla destra reazionaria e monarchica e alla "palude" di centro in seno all'Assemblea costituente, che non fosse con gli interessi di classe.
È così che si è sviluppato il concetto di classe operaia come classe generale che, liberando se stessa, avrebbe liberato il mondo. È così che i comunisti hanno scelto e adottato il proprio simbolo e, più in generale, l’insieme dei propri riferimenti simbolici. Spartaco, Prometeo, il sol dell’avvenire, il berretto frigio, le spighe di grano saranno soppiantati da falce, martello e stella in modo stabile e con poche variazioni all'interno del movimento comunista. Sono da intendersi tra le variazioni le ruote dentate e spighe di grano usate in estremo oriente o in alcune esperienze africane con la stessa funzione simbolica.
La storia dei comunisti e della sinistra nel suo complesso testimonia di una necessità, avvertita con molta forza, di costruire una propria identità riconoscibile, attraverso simboli semplici, dal tratto grafico facilmente riproducibile e al contempo fortemente evocativi. Perché?
C'è innanzitutto un tratto messianico che ha spinto i partiti comunisti a pensarsi come araldi di un mondo prossimo a venire: il messianismo, motore delle fedi religiose monoteiste, si nutre inevitabilmente di simboli, soprattutto quando non trova conferme nella realtà. Il futuro si può solo raffigurare, non si può raccontare.
In secondo luogo c'è una consapevole esigenza di rapporto con le grandi masse che, attraverso il primato del partito politico, dovrebbero costruire il socialismo. Consentire a grandi masse di identificarsi necessita, giocoforza, della capacità evocativa di un simbolo che richiamasse l’inizio di questa storia nuova, fondata sul potere dei soviet dei contadini e degli operai anziché dei parlamenti, e niente meglio del simbolo scelto da Lenin poteva rappresentarlo.
C'è infine il richiamo ad una famiglia internazionale, che superava i confini e le alterne fortune delle rivoluzioni nazionali, utile a dare la dimensione della partecipazione ad un movimento le cui ambizioni erano talmente alte, appunto, da voler mettere fine alla storia, come storia del conflitto tra classi.Non è compito mio ma degli storici, tirare un bilancio di un'esperienza su cui si scrive da più di un secolo; ma un'opera che, come questa, si proponga di raccontare i partiti e i loro travagli attraverso i simboli, cioè il modo in cui i partiti stessi hanno voluto raccontarsi, ci pone almeno una domanda: com'è possibile che i simboli, almeno in Italia, siano sostanzialmente spariti per lasciare spazio alla "messa in grafica" degli acronimi?
A pensarci bene, l'avvento nel nostro paese dei simboli, corrisponde alla crisi dello Stato liberale e alla nascita dei soggetti politici con ambizioni di massa, compreso il fascismo, che è stato uno dei primi movimenti italiani a dotarsi di un apparato simbolico. Sarebbe semplice, ma sbagliato, far corrispondere questa tendenza ed esigenza, alle sole forze con ambizioni totalitarie: testimoniano in questo senso i repubblicani con la loro edera.
Questa tendenza sottolinea invece il tentativo, comune a tutti i soggetti che l’hanno incubata, di coinvolgere in partiti organizzati quella grande massa di italiani, del tutto o parzialmente esclusi da un Italia liberale, in cui le funzioni di rappresentanza politica erano delegate in toto a singoli notabili, eletti su base censuaria, in virtù del proprio cognome. In altre parole l’uso di un simbolismo di partito era di per sé elemento di contestazione del sistema politico. Quando i partiti di massa assumeranno, alla caduta del regime fascista, il pieno controllo della vita democratica in seguito al loro successo elettorale, questa logica sarà consacrata e consolidata, mai smentita, fino alla crisi della prima repubblica.
C'è, nella fine dei simboli, certamente un riflesso della crisi dell’ideologia comunista, col suo portato di contestazione al sistema, che costringeva anche gli avversari ad organizzarsi in maniera speculare. C'è anche l’effetto di un sistema elettorale che ha spinto alla creazione di coalizioni prima del voto: precarie per definizione, incerte e cangianti, non consentono alcuna forma di riconoscibilità né alcuna capacità evocativa. Ma c’è soprattutto in opera, un ritorno alla cultura del maggioritario e del valore della singola personalità, che ha sostituito ai simboli le persone, impedendo di fatto qualsiasi sviluppo di identità politica che non coincidesse con le personalità medesime. 
O i notabili o i partiti. È questa la lezione vera di questo volume, che ci illumina sul nostro passato prossimo e mette implicitamente a nudo la fragilità del nostro presente e della nostra democrazia.