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mercoledì 27 maggio 2020

Democrazia libera in movimento, progetto per la provincia jonica

I movimenti politici possono interessare l'intero territorio nazionale, oppure possono insistere su un'area più ristretta e ben determinata. Sembra essere il caso di Democrazia libera in movimento, soggetto politico che ha mosso i primi passi a marzo nella "provincia Jonica", dunque in quella di Taranto. A dare forma al movimento - che intenderebbe darsi una natura del tutto civica e legata a quel territorio - sono stati tre imprenditori dell'area relativamente giovani, Michele Liuzzi (di San Marzano di San Giuseppe), Gabriele Buonocunto (residente a Taranto) e Massimiliano Favale (di Palagiano): tutti e tre si sono detti uniti fin dall'inizio dal desiderio di vedere l'intera provincia tornare protagonista "e perché ciò avvenga serve una politica che riparta dal basso, dai cittadini e dal sano tessuto sociale".
I fondatori hanno rivendicato come cifra della nuova formazione "i sacrifici messi in campo nel fare impresa con onestà, impegno e sani valori", valori che a loro dire si sarebbero persi, soprattutto in politica, contribuendo a una bassa considerazione di chi opera in quell'ambito. Più che demonizzare la politica, tuttavia, i tre imprenditori vorrebbero "spronarla e aiutarla a fare meglio": sono convinti che, per cambiare la situazione, si debba ripartire dai "quarantenni stanchi di come procedono le cose nell'assordante silenzio di tutti" e comunque dai giovani, dagli imprenditori e dai professionisti, oltre che da persone che finora non si sono impegnate, perché proprio loro potrebbero dare un contributo positivo al rilancio dell'intera provincia di Taranto.
I promotori di Democrazia libera in movimento dichiarano espressamente che nessuno di loro parteciperà alle elezioni regionali (che probabilmente si terranno il 20 settembre), ma naturalmente i primi passi per consolidare la propria presenza sono già stati compiuti, a partire dalla scelta di un portavoce: fin dall'inizio i fondatori avevano deciso che questo sarebbe stato individuato "tra i quarantenni che hanno avuto un'esperienza pregressa positiva" in provincia di Taranto. La scelta alla fine è caduta su Giuseppe Delfino, che in effetti ha all'attivo un'esperienza da consigliere di opposizione e una di assessore nel comune di Crispiano. 
Definito come "giovane politico capace, politicamente e moralmente libero, sempre presente positivamente sulla cronaca tarantina, con rinomata gavetta giovanile", Delfino ha militato in Azione giovani e nella Giovane Italia, ha svolto il primo mandato da consigliere come eletto del Pdl. Nel 2013 figurava poi tra i candidati della lista Per cambiare Crispiano (che raccoglieva in sostanza il centrodestra), risultata la più votata con il suo candidato sindaco Egidio Ippolito. Delfino, in quell'occasione, figurava tra i candidati del movimento politico Idee e democrazia che lui stesso aveva promosso già nel 2011. In seguito a quel risultato, Delfino divenne assessore alla cultura di Crispiano nel 2013, incarico che però lasciò nell'agosto del 2017, per divergenze politiche con la guida dell'amministrazione (finì per collocarsi addirittura all'opposizione).
Oltre che dotarsi di una guida, il movimento si è dato anche un simbolo, che in una cintura blu in rilievo, con le stelle d'Europa, racchiude il nome, non del tutto centrato e scritto in un curioso carattere Algerian (con la parola "Libera" staccata e in font leggera corsiva: scelta piuttosto anomala per un emblema politico, poiché graficamente rende quel vocabolo poco visibile), una fascia tricolore leggermente mossa e, nella parte inferiore, un pino d'Aleppo blu su fondo verde sfumato (con la dicitura "Radici del Sud"), riprendendo un elemento tipico della vegetazione jonica. Almeno in parte, tra l'altro, il simbolo è imparentato con quello di Idee e democrazia, per la cintura di stelle (che era più sottile) e per la fascia tricolore (più ampia e regolare). Non finirà, come detto, sulle schede elettorali a settembre, ma l'emblema avrà tempo per radicarsi.

martedì 26 maggio 2020

1992: alla Lega Casalinghe-Pensionati non bastano i voti di De Jorio

Si è visto come nel 1990 Filippo De Jorio, dopo un mandato da consigliere regionale in Lazio per l'Alleanza pensionati (non intero, essendo lui stato eletto nel 1985 e avendo lasciato il seggio nel 1987 a Giulio Cesare Graziani) e altre altre due presenze precedenti in quella stessa aula sotto il simbolo della Democrazia cristiana, non fosse riuscito a ripetere l'exploit. Non era questa, tuttavia, una buona ragione per allontanarsi dalla politica: anche dopo il suo addio alla Dc, nel 1984, sentì chiaramente che "la politica era ormai parte di me", non accontentandosi di dedicarsi solo alla professione da avvocato.
Non ci si stupisce, dunque, nel rendersi conto che nel 1992 anche il nome di De Jorio figurava tra le candidature di una nuova formazione politica, la Lega Casalinghe-Pensionati. Una formazione nata in uno studio notarile di Milano il 5 dicembre 1991, dunque pochi mesi prima delle elezioni, grazie all'impegno di Piergiorgio Sirtori (indicato alla fondazione come coordinatore politico nazionale e rappresentante legale del partito) ed Enrico Galbusera e che avrebbe dovuto tenere il proprio primo congresso entro il 1993. Il partito era stato fondato con l'intento - così si legge nello statuto - di "attuare un programma sociale economico e politico di libertà e di giustizia, con particolare riferimento ai problemi della cultura, della centralità della vita e dell'ambiente, e della tutela dei più deboli".
Sirtori, peraltro, non era esattamente un soggetto sconosciuto in politica: nel 1987, infatti, era stato eletto senatore sotto il simbolo della Federazione delle Liste Verdi, dunque del sole che ride. Alla fine del 1990, tuttavia, aveva lasciato il gruppo verde di Palazzo Madama, approdando nel misto e qualificandosi come componente dei Verdi autonomisti (la stessa lista che aveva guidato alle amministrative di maggio a Milano) pochi giorni dopo l'assemblea di Castrocaro che il 9 dicembre 1990 aveva sancito la nascita della Federazione dei Verdi (con la confluenza delle Liste Verdi e dei Verdi arcobaleno). Un anno dopo, il 10 dicembre 1991, Sirtori mutò il nome della sua componente (che poi altro non era che una semplice etichetta: in Senato è tuttora così) in "Casalinghe-Pensionati".
La lista di Sirtori venne presentata in tutta l'Italia, non senza sforzi per riuscire a raccogliere le firme necessarie (la formazione era nuova e non aveva un gruppo parlamentare, quindi non godeva di alcuna esenzione): furono coinvolte molte persone ed è interessante guardare oggi le liste presentate alle elezioni del 1992. Tra le candidature per la Camera, per esempio, a Genova si trova anche Aldo Coppola, già fondatore della Lega Ligure (già vista parlando delle avventure elettorali di Roberto Gremmo), così come a Milano-Pavia il record di preferenze spettò a Roberto Bernardelli (che anni prima era stato tra i fondatori del Partito Pensionati di Carlo Fatuzzo, ugualmente presente sulle schede). A Roma De Jorio staccò decisamente tutti gli altri aspiranti deputati della lista con 1263 preferenze, ma lo 0,34% ottenuto a livello nazionale non bastò a far scattare alcun seggio; al Senato il simbolo arrivò intorno allo 0,4% ma l'esito fu identico. 
Va detto che in alcune regioni del Nord il risultato fu di tutto rispetto: al Senato in Piemonte la Lega Casalinghe-Pensionati ottenne l'1,28% e De Jorio, che era candidato pure lì, nel collegio di Novara prese 2234 voti (15 in più di Ernesto Galli Della Loggia candidato nella lista Referendum di Massimo Severo Giannini). Probabilmente quel risultato era dovuto anche alla parola "Lega" in enorme e centrale evidenza all'interno del contrassegno: nel primo anno di vera grazia per il Carroccio, tuttavia, furono molte altre le formazioni che inserirono nel loro simbolo un riferimento testuale alla "Lega" (senza che Bossi e Giuseppe Leoni riuscissero a impedirlo, coi loro ricorsi) e qualcuno riuscì a farsi eleggere proprio in Lombardia.
De Jorio, come detto, non riuscì invece a far ottenere un numero di voti sufficienti alla Lega Casalinghe-Pensionati (mai più vista in seguito); anche in quel caso, però, non abbandonò la politica. Da cattolico di sensibilità decisamente conservatrice e favorevole a un dialogo con il Movimento sociale italiano, infatti, Filippo De Jorio guardò con interesse a quanto stava accadendo all'interno del Msi e, nel 1994, fu tra i fondatori di Alleanza nazionale: nel 1994 fu tra i candidati di An alle europee (13445 preferenze nella circoscrizione Italia centrale, non sufficienti a essere eletti ma erano pur sempre un terzo di quelle della più famosa - almeno in quell'elettorato - Roberta Angelilli). Anche in forza di quel risultato, dopo l'insediamento - nel 1995 - della Commissione europea guidata da Jacques Santer, De Jorio fu nominato consigliere presso il Comitato economico e sociale dell'Unione Europea in rappresentanza dell'Italia: lì si occupò soprattutto, di nuovo, dei pensionati, anche da presidente della Consulta dei pensionati fondata sempre con Giulio Cesare Graziani nel 1996. In quello stesso anno, peraltro, De Jorio fu il candidato del Polo per le libertà al Senato nel collegio 5 (Roma-Prenestino): ottenne il 38,9%, ma Antonello Falomi conquistò senza problemi il seggio per il centrosinistra con il 52,77%.  
Nel 1999, tuttavia, l'incarico europeo di De Jorio non fu rinnovato, nel senso che Alleanza nazionale non sostenne nuovamente il suo nome (nel libro ...e le mele continuano a marcire l'autore non manca di lamentare lo "sgarbo" ricevuto da Gianfranco Fini, che avrebbe mutato la ragione sociale di An da "coacervo di premesse politiche destinate a trasformarsi in gollismo cattolico-nazionale" a "giardino privato del suo presidente, un partito senza progetti politici, senza rispetto per il passato e senza idee per il futuro"). Nel 2000 De Jorio avrebbe lasciato Alleanza nazionale, ma intanto aveva già fondato un nuovo soggetto politico, che guardava sempre ai pensionati: una storia non breve, che merita di essere raccontata a parte.

lunedì 25 maggio 2020

Autonomi e Partite Iva: "Basta con la delega, se si vuole cambiare"

Le partite Iva, magari pronunciate tutte insieme senza prendere fiato (partiteiva): queste almeno dalla metà degli anni '90, vale a dire dopo la prima vittoria berlusconiana, si sono personificate, diventando una delle categorie da considerare, ma più spesso - per quel che si legge e si sente - da spremere, vessare, ignorare. Non stupisce, dunque, che nel corso del tempo determinati partiti abbiano cercato di rivolgersi con le loro proposte al "popolo delle partite Iva", fino alla nascita di un movimento che portava proprio questo nome (con relativo contenzioso su chi avesse poi titolo di utilizzare la dicitura "Popolo partite Iva"). Nessuno, tuttavia, ha e può avere il monopolio di rappresentazione di una categoria, così il 17 aprile 2018 a Milano è nata l'associazione Autonomi e partite Iva, che in base al suo atto costitutivo "ha finalità di carattere culturale, sociale e politico per la diffusione della cultura, dello sviluppo e del rispetto delle attività autonome, artistiche, professionali, imprenditoriali, esercitate individualmente o in forma societaria".
L'associazione, presieduta da Eugenio Filograna, si qualifica come "movimento politico-culturale nato per autorappresentarci nelle istituzioni dello Stato": nel parlare al plurale - "Insieme siamo più di 8 milioni in Italia" - si riferisce alla pletora di "Autonomi e Partite IVA (artigiani, commercianti, professionisti e società, micro, piccole,medie e grandi)". Il movimento punta a "produrre norme orientate alla centralità della libera imprenditoria", agevolando la nascita di nuove iniziative private attraverso norme adeguate, riducendo il cuneo fiscale e creando "elementi normativi che permettano la migliore competitività commerciale nazionale ed internazionale di tutti gli Autonomi e Partite IVA": la filosofia economica alla base di queste proposte sarebbe "un vero e sano liberismo economico", visto come soluzione ai problemi dell'Italia.
Il movimento ha stilato un programma articolato, che vorrebbe l'abolizione completa del minimale Inps e di ogni forma di tassazione per le piccole partite Iva (fino a 100mila euro) e un regime decisamente agevolato per quelle fino a 350mila) e, per entrambe le categorie, la sanatoria dei debiti iscritti a ruolo fino a 200mila euro (e un regime comunque meno severo per i debiti oltre quella quota e per le altre categorie di partita Iva); sarebbe prevista pure la possibilità per i dipendenti dei titolari di partita Iva di ridurre la propria retribuzione rispetto alle previsioni del contratto collettivo per aumentare la competitività dell'impresa e una flat tax al 20% per le imprese con fatturato oltre 350mila euro annui. Altre norme dovrebbero comunque essere emanate nell'ottica della semplificazione delle procedure e del rafforzamento della posizione nei confronti del fisco: tra queste, l'impossibilità per l'ente pubblico di impugnare una decisione di primo grado - si immagina in materia tributaria - in cui risulti soccombente, la condanna alle spese dell'erario in caso di annullamento di una cartella e la costituzionalizzazione dei diritti del contribuente. Si suggerisce pure una reintroduzione dei voucher per le partita Iva fino a 350mila euro annui, con meno vincoli e procedure meno complesse.
Stanchi di atteggiamenti che non esitano a definire come "pregiudizio fiscale" e "invidia sociale" nei loro confronti, gli Autonomi e partite Iva hanno scelto di organizzarsi anche per rispondere ai problemi legati a questo periodo e alla pandemia da Coronavirus: ritenendo di avere di fronte "un Governo incapace ed inadatto a gestire le cose più semplici", pensano che la risposta migliore sia fare fronte comune e coeso. "I partiti di ieri ed oggi - ha scritto sul sito il presidente Filograna il 3 maggio - si sono dimostrati incapaci di capire le priorità delle scelte, a tal punto da averci indotto ad una situazione così grave da aver costretto a chiudere l’attività circa tre milioni di nostri colleghi sino ad oggi, e forse un altro milione nei prossimi mesi". Se così è, per il fondatore del movimento (assieme ad altre tre persone) diventa essenziale "delegare la rappresentanza politica solo al nostro partito, il cui nome è Autonomi e partite Iva".
Se già lo scorso anno si pensava alla partecipazione ad alcune tornate elettorali (in particolare a quella regionale calabrese, poi tenutasi alla fine di gennaio), cosa che finora non si è concretizzata. Il simbolo, in ogni caso, è già pronto e definito fin dal 2018: nello statuto è definito come "cerchio con bordi verde e bianco, con all'interno un domino stilizzato, composto da quattro tasselli che, da sinistra a destra, sono di colore verde, bianco, rosso e bianco; quest’ultimo rappresenta la lettera 'I' di Iva, dall'alto verso il basso, su righe alternate la scritta AUTONOMI E (su sfondo verde), PARTITE IVA (su sfondo rosso) di colore bianco e con font LATO su alcune parole un po' stirato. Una grafica bianca separa lo sfondo verde da quello rosso". 
Così, l'idea del domino - per dire che se cade un lavoratore autonomo possono cadere tutti, perché tutto si tiene - potrebbe approdare sulle schede. Nelle settimane scorse era pure prevista una manifestazione il 26 aprile in piazza della Scala a Milano, a sostegno dell'iniziativa privata: quell'evento era stato pensato assieme al movimento politico 10 volte meglio e, nelle settimane scorse, era persino stato preparato un simbolo composito, che inseriva quello degli Autonomi e partite Iva all'interno di quello di 10VM, con la comparsa di un'ape sul fondo arancione (forse per indicare l'operosità dei protagonisti di quell'operazione). A fine febbraio erano state unite anche le pagine Facebook degli Autonomi e di 10 Volte Meglio; proprio oggi, tuttavia, la pagina degli Autonomi e partite Iva ha ripreso il suo nome originario (con l'aggiunta del nome del leader Filograna) e già da marzo 10VM aveva ricreato la sua pagina Fb. L'idea di partecipare alle elezioni, in ogni caso, per gli Autonomi e partite Iva non è stata messa da parte: lo spostamento del voto a settembre consente al movimento di iniziare a prepararsi, se vorrà sfruttare l'occasione.

domenica 24 maggio 2020

Italia ecologista, verso un nuovo progetto politico, Davvero

Le elezioni, che si sarebbero dovute tenere in questi giorni, sono state rinviate di alcuni mesi; manca ancora una data, sebbene nei giorni scorsi si sia parlato del 12 e 13 settembre per regionali, primo turno delle comunali - con ballottaggio due settimane dopo - e referendum sul numero dei parlamentari (a parere di chi scrive, soprattutto guardando alle procedure di presentazione delle candidature, la data scelta sembra francamente un po' troppo vicina). Nonostante questo, non è il momento sbagliato per vedere spuntare nuovi simboli, anche se finora la fioritura è stata limitata. Eppure ora "fioritura" è tutto meno che un termine fuori luogo, almeno a giudicare dall'ultimo emblema spuntato una manciata di ore fa.
Si tratta di Italia ecologista, postato proprio ieri pomeriggio nel gruppo Facebook "Ecologia e Diritti" da Michele Ragosta, consigliere regionale dei Verdi in Campania (2005-2010), eletto deputato nel 2013 nelle liste di Sinistra ecologia libertà, per poi passare nel 2014 nel gruppo del Pd (prima ancora dell'arrivo di Gennaro Migliore) e - nel 2017 - nel gruppo di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, risultando infine promotore della lista Insieme - Italia Europa (con Psi, Verdi, Area civica-ulivisti) in Campania. 
In effetti, almeno un dettaglio può apparire come "marchio" politico di Ragosta: l'elemento verde scuro, con fascia più chiara, che occupa buona parte del semicerchio inferiore non può non ricordare il simbolo di Davvero - Ecologia & diritti, formazione appunto legata a Michele Ragosta che nel 2015 partecipò alle regionali campane in appoggio a Vincenzo De Luca in liste in condominio con i Verdi, riuscendo nell'elezione di un consigliere. Rimanda almeno in parte (sul piano cromatico, per la "macchia" gialla su fondo verde) all'immagine del sole che ride la corolla piuttosto evidente di un fiore giallo, al fine di richiamare l'impegno ecologista e la vicinanza alla natura. Il colore farebbe pensare a un fiore non ancora utilizzato, come la gerbera; Ragosta stesso, appositamente interpellato, chiarisce invece che si tratta di una margherita, probabilmente delle varietà heliopsis o doronicum, che hanno appunto i petali gialli (anche se il centro di solito è arancione e non verde, come il fondo di quella parte del simbolo). Non sfuggono nemmeno le stelle europee, come sempre gialle ma curiosamente poste su fondo bianco.
Non si tratta, in effetti, dell'unica novità simbolica lanciata da Ragosta in questi mesi. GIà a gennaio, infatti, aveva lanciato un altro simbolo - peraltro ben congegnato - del progetto politico Ecologia e diritti, che sembrava riannodare i fili con l'esperienza nata cinque anni prima proprio in Campania (il nome del resto era lo stesso che seguiva la parola "Davvero"). Anche in quel caso c'era un fiore, che in quel caso era un girasole stilizzato, con il gambo stretto in un pugno grigio (condividendo il destino che, in passato, era stato della rosa e del garofano), il tutto su fondo verde e con una circonferenza intorno di una tinta leggermente più chiara.
L'intenzione, allora, era di costituire una nuova forza politica che sarebbe nata ufficialmente ad aprile (e l'avvento del Coronavirus deve aver cambiato qualche programma), con l'idea di mettere in piedi un "movimento ecologista e non solo", come sottolineato da Ragosta. Così si leggeva nei post di presentazione: 
Siamo donne e uomini che credono nella Costituzione Repubblicana. Siamo antifascisti che lottano per la salvaguardia e la piena attuazione dei principi di convivenza democratica tra cittadini; e che credono nella centralità e nella rappresentatività delle istituzioni parlamentari quali luoghi di rappresentanza della complessità politica, sociale, culturale ed economica della nostra comunità. Siamo convinti della necessità di superare l'attuale modello di sviluppo economico e sociale perché consapevoli che il capitalismo, sin dalle sue origini, si è basato sull'appropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e delle persone. Crediamo che questo sistema sia ormai insostenibile e che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Riconosciamo la natura globale della crisi ecologica e la sua stretta connessione con le questioni sociali e migratorie e, pertanto, vogliamo promuovere nuove forme di coesistenza, di sviluppo eco-compatibile e di lavoro che favoriscano il 'buon vivere', per liberare la Madre Terra e tutta l’Umanità dalla schiavitù del profitto ad ogni costo, assicurando un futuro degno alle nuove generazioni. Per questo, crediamo che sia arrivato il momento di fare scelte coraggiose e di prendere decisioni nette. Per questo, vogliamo saperi, uguaglianza, libertà, casa, salario e lavoro per l’umanità a garanzia di Madre Terra e di ogni specie vivente. Rifiutiamo la nozione totalizzante di 'capitale umano', l’imposizione delle gerarchie e della precarietà della vita in nome di una consapevolezza più grande: la cultura ecocentrica e la sua diffusione permetterà alle nuove generazioni di lottare insieme per i diritti umani e del Pianeta, l’equità sociale e ambientale.
Il gruppo Ecologia e Diritti esiste ancora, anzi, è proprio lì che Michele Ragosta ha diffuso il nuovo simbolo, precisando che per prima cosa viene l'organizzazione della forza politica e poi si deciderà con chi dialogare. Il tutto evidentemente a partire dalla Campania, chiamata al voto tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno: "Con il simbolo Davvero saremo presenti alle elezioni regionali in Campania - ha scritto Ragosta sul proprio profilo personale -. 5 anni fa eleggemmo un consigliere regionale, oggi puntiamo al raddoppio. Saremo impegnati a costruire un'ampia maggioranza, dando priorità ai temi ambientali e sociali .Ci aspettiamo che tutti lavorino per cambiare e rinnovare la politica". Evidentemente anche il progetto di Italia ecologista rientra in questo disegno di rinnovamento a partire dalla politica regionale: chissà che proprio Davvero non finisca nella grafica del nuovo simbolo appena creato. Davvero, tra l'altro, in consiglio regionale fa gruppo con Campania Libera e con il Psi )il cui rappresentante in consiglio - Enzo Maraio - è stato nel frattempo eletto segretario nazionale dei socialisti): una delle tre forze politiche potrà dunque fruire dell'esenzione dalla raccolta firme alle prossime regionali (difficile che possano goderne tutte e tre), ma ci sarà tempo per capire meglio gli schieramenti per l'appuntamento elettorale che verrà.

giovedì 21 maggio 2020

Federazione popolare dei democratici cristiani, verso candidature comuni

Scherzando, ma neanche troppo...
Ma insomma, la Democrazia cristiana torna o non torna? La domanda, sul piano politico, se la sono posti in molti in questi anni, chi auspicandone il ritorno, chi temendolo; questo stesso sito se n'è occupato spesso, più sotto il profilo giuridico che politico. Per la legge quasi sicuramente non tornerà la Dc, ma un incontro della Federazione popolare dei Democratici cristiani svoltosi ieri in forma telematica, convocato e guidato da Giuseppe Gargani (che finora si è occupato di questo procedimento), sembra aver fatto un passo concreto verso il ritorno di una formazione politica unitaria di democratici cristiani. Nulla si sa ancora del nome e del simbolo, anche perché se ne dovrebbe parlare nel prossimo appuntamento, fissato a Roma per il 23 giugno, ma intanto un primo passo è stato compiuto.
In particolare, alla riunione di ieri della Federazione popolare - cui, secondo il comunicato diffuso poche ore fa, aderiscono "64 tra partiti e associazioni" - hanno partecipato, oltre a Gargani, varie persone legate a vari tra partiti e soggetti giuridici che si rifanno al patrimonio ideale della Dc (Lorenzo Cesa per l'Udc; Alberto Alessi, Renzo Gubert, Mauro Carmagnola, Ettore Bonalberti e Amedeo Portacci per la Dc guidata da Renato Grassi; Gianfranco Rotondi e Antonino Giannone della Fondazione Democrazia cristiana; Filiberto Palumbo per la Nuova Democrazia cristiana europea; Mario Tassone e Maurizio Eufemi per il Nuovo Cdu), altri soggetti impegnati da mesi nel percorso federativo (Vitaliano Gemelli, Nicola Ammaccapane, Moreno Bellesi, Claudio Bianchi, Paolo Bonanni, Elisabetta Campus, Attilio Dedoni, Luigi Forte, Michele Laganà, Luigi Mazzarino, Virginia Pijia, Giuseppe Rotunno, Mauro Scanu, Giovanna Carfora Sorbelli, Giannantonio Spotorno, monsignor Tommaso Stenico, Pasquale Tucciariello), più Hermann Teusch della Csu bavarese. I partecipanti, rilevata la situazione drammatica di fondo che "impone grandi responsabilità e guide illuminate" per individuare un nuovo assetto istituzionale ed economico per il paese, hanno ritenuto che la soluzione potesse passare attraverso la riscoperta della "politica" (per dare all'Italia una classe dirigente adeguata) e, in particolare, il tentativo di superare la diaspora democristiana "che tanti danni ha arrecato al Paese".
La situazione attuale - di gravi mancanze in tema di giustizia, di un taglio dei parlamentari (e della rappresentanza) alle porte, di una "subordinazione della politica alla finanza" per la sostanziale assenza di etica - e una gestione dell'emergenza pandemica che - per chi si è incontrato ieri - sembra trascurare "la funzione della famiglia, il ruolo della donna più che mai utile e protagonista nella società, la funzione della scuola che in Italia con l’iniziativa privata ha arricchito il pluralismo culturale e i valori dell’umanesimo cristiano" sarebbero frutto "di una propaganda menzognera" messa in atto da "una destra qualunquista e populista" e "una sinistra anch'essa populista e inadeguata ai nuovi compiti", che avrebbe lacerato il paese, fatto perdere il senso di comunità e solidarietà, producendo il risultato ancipite delle elezioni politiche del 2018 e accentuando il rischio di un isolamento dell'Italia in Europa proprio a causa delle spinte sovraniste e populiste. Servirebbero invece una nuova centralità del Parlamento e "la presenza di un centro politico alternativo alla destra e alla sinistra", per individuare "un progetto politico nuovo per la società e per il Paese".
Su questa base, i soci della Federazione popolare dei democratici cristiani, "ferma restando l’autonomia dei singoli partiti e delle singole associazioni sul piano organizzativo, dichiarano di partecipare alle prossime elezioni autunnali con un simbolo unico che unisce i democratici cristiani e i popolari della lunga tradizione sturziana, rappresentativo dei valori comuni e della comune strategia politica"; allo stesso tempo, si registra l'impegno a "preparare da subito un coordinamento regionale firmato dai rappresentanti della Federazione a livello regionale" e un appello rivolto "a tutte le forze cattoliche e laiche che hanno interesse ad una comune politica ad aderire alla Federazione per arricchire il paese di iniziative di formazione e di partecipazione".
Contestualmente è stato approvato anche un Regolamento della Federazione popolare dei democratici cristiani, in cui si dice tra l'altro che scopo della federazione stessa è "facilitare un'aggregazione politica omogenea, per realizzare gli obiettivi comuni, individuati e precisati nello Statuto e stabilire un comune programma politico" al fine di partecipare alle elezioni che si terranno entro l'anno (e che si svolgeranno in autunno, dopo il rinvio del voto di primavera dovuto al Coronavirus) con candidature unitarie e sotto "un unico simbolo". Ciò, peraltro, dovrebbe essere frutto di un "continuo confronto tra movimenti e associazioni, che si ispirano agli stessi valori culturali e politici": quei soggetti (per ora) "conservano le proprie strutture originarie, ma lo scopo finale della Federazione sarà quello di dar vita a un 'nuovo soggetto politico' unitario". A livello organizzativo, si prevede un Coordinamento per ciascuna Regione (nominato dal Coordinamento nazionale) e, a cascata, omologhi organi provinciali, comunali e sezionali; è poi individuato come riferimento culturale la Scuola della politica costituita presso la Fondazione Democrazia cristiana e nata proprio per dare solidi fondamenti culturali al progetto politico. Si prevede invece per il prossimo anno l'elezione dei vari organi regionali, in modo da strutturare il nuovo soggetto politico.
Inutile dire che, al di là di quanto è stato stabilito e messo per iscritto tra ieri e oggi, molto dirà il nome che verrà scelto per il nuovo progetto politico-elettorale e, ancor più, il simbolo che questo si darà. Da questo punto di vista, se l'emblema dovrà essere in grado di unire "i democratici cristiani e i popolari della lunga tradizione sturziana" ed essere "rappresentativo dei valori comuni e della comune strategia politica", è difficile immaginare un simbolo diverso dallo scudo crociato, anche e soprattutto considerando che pure l'Udc è della partita. Lo scudo sturziano e degasperiano, dunque, potrebbe essere al centro del contrassegno elettorale, magari su fondo blu per richiamare anche l'Italia (senza inserire il tricolore) e - sempre continuando a visualizzare idee circolate - con un accenno alle stelle d'Europa  per rimandare anche al Ppe senza spenderne il simbolo; come nome, per non utilizzare la gloriosa etichetta "Democrazia cristiana" (così da evitare paragoni delicati e questioni legali spinose), si potrebbe utilizzare "Unione dei democratici cristiani", già parte della denominazione completa dell'Udc.
Certamente, al di là dell'esperienza elettorale in arrivo, sarà pure interessante vedere come evolverà sul piano pratico la proposta politica: da una parte c'è la tesi di vari rappresentanti di partiti (soprattutto della Dc-Grassi) preferirebbero l'idea di un partito nuovo in cui fare confluire tutte le formazioni esistenti - Udc inclusa - con un nome e un emblema di chiara matrice democratica cristiana; dall'altra, a quanto si sapeva già prima dell'incontro, c'è la posizione di Lorenzo Cesa e dell'Udc che potrebbe trovare più conveniente ampliare e ripensare il suo stesso partito, magari anche ritoccandone il nome e il simbolo. A favore di questa tesi potrebbe esserci la ricorrenza "settembrina" della festa dell'Udc (l'anno scorso si parlò con una certa concretezza di un cantiere democratico cristiano) e magari l'avvicinarsi di un nuovo congresso, visto che l'ultima assise congressuale del partito risale - salvo errore - al 2014, mentre quella precedente si era svolta nel 2007; una soluzione simile potrebbe non andare a genio a chi ha cercato finora di riattivare la Dc ritenuta "mai morta e mai sciolta", ma potrebbe forse trovare il favore di chi è più interessato a rimettere in campo un partito di democratici cristiani in grado di recuperare una certa consistenza. Di queste opzioni, in ogni caso, sarà inevitabile parlare nelle prossime settimane. Tutto ciò sapendo che, nei prossimi giorni, probabilmente altre iniziative verranno messe in campo da altri soggetti che ritengono di rappresentare correttamente la Democrazia cristiana: come sempre, appena se ne saprà di più, se ne darà debitamente conto.

mercoledì 20 maggio 2020

1990: Piemont Union Autonomia di Gremmo entra in Regione

Aveva previsto di moltiplicare, anzi di quadruplicare i propri sforzi nel 1990 Roberto Gremmo, in vista delle elezioni regionali, provinciali e comunali che si tenevano in quell'anno: il progetto autonomista doveva andare avanti, ma bisognava recuperare altri consensi puntando anche su pensionati, ambientalisti e cacciatori, nonché sulle persone che si erano spaventate per il proliferare della droga (il cui spaccio, secondo Gremmo, era legato anche e soprattutto alla presenza di numerosi immigrati clandestini). Quel progetto elettorale, tuttavia, aveva dovuto essere modificato in corsa, per l'entrata in vigore della legge n. 53/1990, volta tra l'altro a far lievitare il numero di firme da raccogliere per le elezioni comunali, soprattutto nelle grandi città. 
A Torino, comune che in base al censimento del 1981 risultava avere oltre un milione di abitanti (nel 1991 sarebbe invece risultata sotto quella soglia), fino al 22 marzo era necessario raccogliere da 350 a 500 firme, mentre ne sarebbero servite da 3500 a 5000 - giusto dieci volte di più - dal 23 marzo, giorno dell'entrata in vigore delle nuove norme (volutamente applicabili già nel procedimento elettorale preparatorio in corso, con mille dubbi di costituzionalità e di opportunità). Una grana enorme, visto che liste e firme dovevano essere consegnate entro le ore 12 dell'11 aprile 1990: il fatto che il disegno di legge del ministro dell'interno Antonio Gava fosse stato presentato il 10 febbraio, dunque si fosse saputo con un paio di mesi di anticipo che probabilmente la raccolta delle firme sarebbe stata molto più onerosa, non sarebbe stato comunque sufficiente per mobilitare tutte le risorse (personali ed economiche) necessarie a chi avesse voluto presentare tante liste. E l'aumento di sforzi da profondere nelle elezioni comunali, allo stesso tempo, avrebbe consigliato di valutare con attenzione anche l'impegno nel voto per le province e per la regione, visto che improvvisamente la ricerca di una presenza elettorale significativa nei comuni era diventata assai più onerosa. Gremmo ritenne, dunque, che fosse più opportuno concentrarsi su una sola lista, tanto alle comunali, alle provinciali e alle regionali, lasciando da parte gli altri progetti, compreso quello della Lega contro la droga e contro l'immigrazione clandestina del Terzo Mondo (con il suo teschio con siringa che aveva tanto fatto parlare di sé nei mesi precedenti).
Il problema, casomai, era capire su quali simboli puntare per la corsa nei vari enti, oltre a cercare di organizzarsi per portare a termine la raccolta firme. Occorreva in qualche modo inventare qualcosa di nuovo: l'Union Piemonteisa, che in tutte le elezioni era sempre stata chiamata Piemont per l'unica parola presente all'interno del simbolo, aveva bisogno di fare un passo in più, in Regione e anche nei territori più ristretti. Se, in fondo, nelle tante elezioni comunali cui il gruppo di Gremmo aveva partecipato non si era assistito tanto alla partecipazione di un partito, ma di liste presentate da singoli gruppi di cittadini (motivo per cui capitava che il simbolo oscillasse nella grafica, con aggiustamenti successivi per vedere l'effetto che faceva), alle regionali occorreva un pensiero più ampio. Fu così che prese corpo Piemont Union Autonomia, assai più simile a un partito che a un semplice gruppo politico che presenta liste. Il Piemonte, vista la lunga battaglia portata avanti fino a quel momento, aveva sempre l'evidenza principale nel contrassegno (grazie alla scritta bianca su fondo nero, sperimentata con un certo successo negli ultimi anni, e alla riproduzione circolare del drapò), ma era venuto il tempo di enfatizzare anche altri concetti: "Union" e "autonomia" erano parole chiave non meno di "Piemont" e potevano servire da richiamo per gli elettori. 
"Siamo sempre stati convinti - ricorda ora Gremmo - che i voti presi nel corso del tempo da Gipo Farassino e Renzo Rabellino fossero nostri, nel senso che le battaglie su quei temi le avevamo iniziate e fatte crescere noi, loro avevano colto i frutti del nostro lavoro. Per questo più volte abbiamo cercato di utilizzare parole che suonassero agli elettori autonomisti come un messaggio, per dire loro che gli originali, i veri punti di riferimento per quelle idee, eravamo noi. Il nostro giornale si chiamava da tempo 'Union' Piemonteisa, come il nostro partito, quindi la parola 'Union' nel simbolo era pienamente giustificata; lo stesso poteva dirsi per la parola 'autonomia', anzi la scelta di inserirla nel contrassegno rimediava all'errore fatto nel 1987, quando avremmo potuto utilizzare il simbolo con la scritta 'autonomia regionale' e invece fummo convinti da Bossi a mantenere quello vecchio con il solo riferimento al Piemonte. Lo avessimo fatto allora, per noi sarebbe stata tutta un'altra storia, ma eravamo ancora in tempo per rimediare".
Quello, dunque, fu il simbolo pensato per le regionali e per le varie elezioni provinciali previste. Nella sfida per il comune di Torino invece, vista l'esigenza di raggiungere l'obiettivo delle 3500 firme, Gremmo decise di stringere un accordo con il Movimento di liberazione fiscale di Sergio Gaddi (già organizzatore di una partecipatissima marcia antifisco a Torino il 23 novembre 1986, cui lo stesso gruppo di Gremmo aveva partecipato). Per questo, nel simbolo, "Piemont" restava l'elemento più visibile sul fondo nero, ma in alto si rinunciò alla nuova dicitura "Union autonomia" per inserire il riferimento alla liberazione fiscale, mentre in basso, accanto al tondo con il lambello, ne apparve un altro con la spada che taglia i tentacoli del fisco-piovra, immagine che da tempo caratterizzava il Mlf e che lo stesso Gaddi aveva presentato come contrassegno elettorale alle elezioni politiche del 1987.
Se negli ultimi anni la sfida principale tra i piemontesisti (alle elezioni politiche e locali) aveva visto opporsi essenzialmente l'Union di Gremmo e il Piemont Autonomista di Gipo Farassino, prima da solo (1987-1988) e poi come parte dell'Alleanza Nord guidata dalla Lega Lombarda (1989), questa volta in campo ci sarebbe stato proprio il simbolo della Lega Nord, con Alberto da Giussano inserito nella sagoma del Nord Italia (come nel contrassegno delle europee dell'anno prima, ma senza più il sasso su cui poggiare il piede destro), ma con l'aggiunta di un gigantesco riferimento al Piemonte, che finiva per schiacciare e rendere quasi invisibile la "pulce" della Lega Lombarda, inserita per avere la sicurezza di non dover raccogliere le firme grazie alla rappresentanza parlamentare.
Quella volta i sondaggi attribuivano anche al gruppo di Gremmo la probabile conquista di un consigliere regionale. Era una novità non da poco, ma anche in quell'occasione la sfida a due sullo stesso terreno appariva a più di qualcuno poco opportuna, perché avrebbe disperso voti destinati a non trasformarsi in seggi. Anche per questo, può non stupire che, alcune settimane prima della scadenza del termine della presentazione delle candidature delle regionali, a Roberto Gremmo fosse arrivata - attraverso Andrea Fogliato, un nome già incontrato nella spiacevole vicenda dei certificati "spariti" prima delle europee 1989 - una richiesta urgente di incontro da parte di Umberto Bossi. "Non mi tirai certo indietro - raccontò Gremmo nel suo libro Contro Roma - chiesi solo che [l'incontro] avvenisse in Piemonte". Il ritrovo era stato fissato presso un autogrill dell'A4, nei pressi di Novara, "a sera tarda, perché Bossi doveva arrivare da Roma in aereo"; si presentò però Francesco Speroni, europarlamentare leghista, adducendo un ritardo del volo di Bossi e invitando a seguirlo in auto a Linate. Una volta arrivato, il Senatùr portò Speroni, Gremmo e Fogliato in una pizzeria (era quasi l'una di notte, secondo quanto scritto da Gremmo, diffidente per i toni bossiani ben più cordiali che in passato) e fece notare che una lista comune Lega-Piemont avrebbe raccolto cinque consiglieri regionali, uno in più della somma degli eletti che i sondaggi attribuivano alle due formazioni separate (tre a Bossi e Farassino, uno a Gremmo). Per il fondatore dell'Union Piemonteisa l'idea sarebbe stata ragionevole (oltre che un ritorno dei leghisti sui loro passi), ma disse di aver chiesto garanzie sulla composizione delle liste e del contrassegno elettorale (perché anche l'emblema di Piemont fosse visibile) e anche sulla ripartizione del finanziamento pubblico in caso di risultato elettorale utile.
Quella lista ovviamente non nacque e, anzi, il giorno dopo l'incontro - scrisse Gremmo - Bossi disse che Gipo Farassino aveva posto il veto all'accordo. Lo stesso Gremmo sostenne che quell'abboccamento fosse stato in realtà un tranello, per saggiarne le intenzioni e renderlo inoffensivo: disse di averlo capito quando, al leader leghista che chiedeva lumi sul candidato di punta dell'Union Piemonteisa nella lista unica, lasciò credere che avrebbe proposto l'avvocato Mario Tosco - già assessore Dc di Carignano - e Bossi non solo non ebbe nulla da ridire, ma dimostrò di conoscerlo già (anzi, sarebbe stato proprio lui a farne il nome per primo). "Se in quella pizzeria, abbassando la guardia, Bossi non avesse pronunciato un nome che non aveva alcun motivo di conoscere non avrei preso le mie contromisure nei confronti del Tosco e oggi Anna non sarebbe in Regione". Già, perché quando furono rese note le liste per le regionali, si seppe che la candidatura principale della lista di Piemont Union Autonomia era quella di Anna Sartoris, moglie di Gremmo - il quale, essendo ancora consigliere regionale in Valle d'Aosta, non avrebbe potuto presentarsi - e assai più nota di Tosco (che finì in fondo alla lista). 
Tra attacchi e polemiche si arrivò alle urne, che restituirono un risultato assai rilevante per il gruppo di Gremmo: sfiorando i 67mila voti (2,3%), Piemont Union Autonomia riuscì a far eleggere Anna Sartoris in consiglio e andò molto vicino a un secondo eletto (lo ebbero i Verdi arcobaleno con il 2,76%); la Lega Nord ebbe tre eletti con il 5,09% (a Torino furono Farassino e Rabellino), ma non riuscì a impedire a Gremmo di entrare a Palazzo Lascaris. Proprio Gremmo riottenne un seggio in provincia a Torino (a Cuneo fu eletto Alberto Seghesio) e fu eletto anche consigliere comunale sempre a Torino, con 11.550 voti (1,73%), mentre Alberto da Giussano in salsa piemontese ottenne anche lì tre consiglieri (con il 4,04%, masticando amaro perché qualche decimo in più avrebbe fatto scattare un altro eletto). Piemont Union Autonomia era riuscita poi a entrare in vari altri consigli comunali, anche di rilievo (come Biella). 
Il risultato, oggettivamente, fu tutt'altro che trascurabile e sembrava finalmente il segnale di un tempo più tranquillo per Gremmo e chi era vicino a lui. Non fu così, perché alcuni mesi dopo le elezioni piovve su Piemont e sulle altre tre liste obbligate a raccogliere le firme - quella dei Pensionati, che aveva eletto due rappresentanti, nonché la Lista Azzurra e Impegno per Torino - una denuncia penale della Lega Nord (alla quale, nel frattempo, avevano aderito Mario Tosco e Andrea Fogliato), con cui si lamentava la falsità di molte delle sottoscrizioni raccolte. Che la decuplicazione per legge delle firme necessarie avesse creato una marea di problemi era già noto, anche perché proprio i monarchici della Lista Azzurra - guidata da Roberto Vittucci Righini, ancora nel 2013 tra gli animatori di Italia Reale - avevano presentato solo poco più di 350 sottoscrizioni e, dopo l'esclusione da parte della commissione elettorale, erano riusciti a ottenere l'ammissione cautelare dal Tar (in seguito a un ricorso presentato da Claudio Dal Piaz, insigne amministrativista che sarebbe stato coinvolto anche nella vicenda della "doppia Dc" di Pinerolo), probabilmente facendo balenare qualche vizio di incostituzionalità della nuova legge applicata in corso di raccolta firme. Il procedimento penale ebbe tempi lunghi (la sentenza di primo grado a giugno del 1992, quella di appello a gennaio del 1993, la decisione di cassazione alcuni mesi dopo) e si sarebbe chiuso in modo non favorevole a Gremmo, mentre per altri scattò la prescrizione; fu la testimonianza palese, in ogni caso, che l'aumento spropositato del numero di firme da raccogliere quando ormai il termine per depositarle era vicino aveva reso la vita impossibile a chi aveva previsto ben altro impegno basandosi sulle norme vigenti fino a pochi giorni prima, per cui qualcosa era sfuggito di mano (tra firme falsificate o "riciclate" da raccolte precedenti).
Ciò che era accaduto con riguardo al comune di Torino, tuttavia, non infirmò in nulla il risultato ottenuto in Regione; al contrario, proprio l'elezione di Anna Sartoris fruttò a Piemont Union Autonomia una discreta somma di finanziamento pubblico (anche se l'amministrazione della Camera versò il denaro con vari mesi di ritardo, a causa di un ricorso presentato da alcuni dei candidati non eletti). I risultati, tra l'altro, non erano arrivati solo in Piemonte, ma anche nella vicina Lombardia: questa storia, però, merita una narrazione a parte.

lunedì 18 maggio 2020

La libertà sulla croce: il progetto popolare secondo Preziosi

In questo sito ci si è occupati molte volte del simbolo della Democrazia cristiana e delle dispute giuridiche nate intorno a esso e alla sopravvivenza del partito. Spesso, tuttavia, non ci si ferma a riflettere sull'origine di quello scudo crociato, che risale - com'è noto - a ben prima della sua adozione come emblema della Dc. La prima adozione dell'emblema nell'area che più l'avrebbe utilizzato nel corso dell'ultimo secolo, infatti, si deve a don Luigi Sturzo, con la fondazione del Partito popolare italiano. Lo scorso anno, del resto, era facile ricordarlo, essendo trascorso giusto un secolo dal noto appello "ai liberi e ai forti", datato 18 gennaio 1919. 
Proprio la ricorrenza tonda è stata l'occasione per tracciare bilanci su cent'anni di presenza dei cattolici nella politica italiana, una riflessione che evidentemente non si è arrestata con la fine del 2019. Si spiega così, evidentemente, l'uscita nei mesi scorsi di Cattolici e presenza politica, saggio (pubblicato da Scholé, marchio dell'editore Morcelliana, 228 pagine) di Ernesto Preziosi, presidente del Centro studi storici e sociali (Censes) e già docente a contratto di Storia contemporanea all'Università di Urbino, oltre che deputato Pd nella XVII legislatura. Come si intende anche dal sottotitolo (La storia, l'attualità, la spinta morale dell'Appello ai "liberi e forti"), l'anniversario - non più "tondo" ma pur sempre rilevante - dell'appello di Sturzo è soprattutto l'occasione per uno sguardo d'insieme sul rapporto tra cattolici e politica e vedere dove si è arrivati, essendo ormai passato un quarto di secolo dalla fine dell'unità partitica e politica dei cattolici stessi. 


Lo "stile di rispetto reciproco" che si è perso per strada

Anche per questo, Preziosi può dire che oggi l'appello di don Sturzo "non può essere piegato a questa o quella proposta formulata nel presente". Eppure da là bisogna partire per trovare l'origine di molti fili che poi si sono sciolti o sono rimasti legati, compreso quello simbolico; solo risalendo al punto d'inizio si può valutare il contesto di allora, apprezzando pure le differenze rispetto alla situazione di oggi, capendo così se abbia senso o no parlare di "eredità" della tradizione popolare. E chiedendosi se ora i cattolici si impegnino "per rendere visibile una loro rappresentanza" (esito non semplice né scontato, vista la diaspora partitica all'origine della lamentata irrilevanza di quell'area) o se lo facciano "per contribuire, accanto ad altri uomini e donne di buona volontà, a superare la crisi della democrazia italiana e quindi per costruire nuove opportunità di democrazia e di partecipazione". 
Tale strada per Preziosi è possibile, purché - secondo la lezione di Pietro Scoppola - non ci si limiti a ripetere ciò che Sturzo e altri maestri hanno detto (e fatto), ma si provi a "inventare e costruire il nuovo come hanno fatto essi stessi", rinunciando - qui parla l'autore - a "sterili forme di primazia e autoreferenziali e soprattutto favorendo uno stile di confronto che parta da una essenziale stima reciproca, che non si fa velo delle diversità". Ciò inevitabilmente cozza con le liti fuori e dentro i tribunali che si sono succedute in nome della Dc (da riattivare o da lasciar stare) negli ultimi vent'anni abbondanti e riporta alla mente lo "stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità" con cui le due fazioni interne al Ppi (quello voluto da Mino Martinazzoli nel 1994) prendevano atto nel "patto di Cannes" della loro insanabile frattura e si preparavano a due percorsi separati, chi con Rocco Buttiglione e chi con Gerardo Bianco, salvo poi continuare per anni a litigare o a non riuscire nemmeno a dialogare con serenità.


Verso il Partito popolare

Il volume di Ernesto Preziosi si apre opportunamente con un'analisi delle esperienze che hanno preceduto la nascita del Partito popolare italiano, a partire dall'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII (di cui proprio in questi giorni si ricorda l'anniversario, essendo datata 15 maggio 1891) che indusse a volgere lo sguardo verso la condizione lavorativa e sociale delle persone in un mondo in profonda trasformazione. In quelle condizioni, parte della Chiesa inizia a muoversi e gruppi di laici - che già, come sottolinea l'autore, avevano propiziato quel cambiamento rispetto all'astensione forzata da non expedit - intensificheranno la loro attività, avvicinandosi alla politica e preparandosi ad assumerne le forme che proprio in quel periodo si stavano sperimentando (il Partito socialista italiano nacque nel 1892 come Partito dei lavoratori italiani), anche per non lasciare quel terreno alla "conquista" delle altre idee. Oltre al pontefice che agli anatemi di Pio IX sostituì "un linguaggio nuovo" (parole di Sturzo, nel quale l'autore rileva le influenze leoniane in materia di dignità della persona, di diritti e doveri dei lavoratori, di diritto e funzione della proprietà, concezione dello Stato), figure come quelle di Giuseppe Toniolo, Giuseppe Talamo e Romolo Murri (che per primo praticò la denominazione "Democrazia cristiana") ricorrono tanto in quel periodo di transizione, quanto nella formazione dello stesso Sturzo (ma il libro non manca di cogliere altri fermenti in area cattolica presenti al Sud). 
Del sacerdote di Caltagirone si sottolinea soprattutto l'intuizione in base alla quale "l'economia non è una forma sociale a sé stante ma è derivata dalle forme superiori di socialità", quindi va compresa e le classi non vanno contrapposte, ma occorre comunque superare le disuguaglianze sociali, comprendendo tanto gli individui quanto la società: una via alternativa a quelle perseguite dai liberali e dai socialisti. Una parte, in ogni caso, della "traduzione in pratica" degli insegnamenti pontifici che portarono Sturzo - tra l'altro prosindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920 - a operare le prime scelte anticipatrici del primo spazio per la presenza politica dei cattolici, senza che lo stesso suo ideatore lo vedesse come l'unico possibile: emergeva già allora la centralità del "metodo della libertà", che il sacerdote siciliano avrebbe praticato in tutta la sua esperienza.


"Una croce, uno scudo e la scritta Libertas"

Proprio quella "libertà", peraltro, sarebbe divenuta un ingrediente fondamentale nel varo del Partito popolare italiano e del suo simbolo. Il Ppi nacque l'anno dopo la fine della prima guerra mondiale (un periodo che, secondo Preziosi, divenne "un'occasione politica per i cattolici", che si integrarono assai di più nello Stato italiano ponendo le basi per il definitivo superamento del non expedit, anche grazie alla partecipazione al governo nazionale di Filippo Meda in quello stesso tempo) e, invece delle élite cattoliche, riuscì a movimentare le masse in una prospettiva "ben diversa da quella 'conservatrice'" legata al c.d. "patto Gentiloni" e prefigurando un'Italia assai distante da quella a guida liberale, da riformare marcatamente (come rende ben chiaro la lettura dell'Appello sturziano, di cui il volume ripercorre con precisione la genesi). Nacque con un chiaro riferimento alla libertà, come già l'incipit "A tutti gli uomini liberi e forti" testimonia, ma già prima era stato scelto come simbolo lo scudo crociato con la dicitura "Libertas": una decisione che, per l'autore del libro, era già "un programma che accompagna la nascita del partito con un'apertura nuova che affronta sì i temi dell'agenda politica, ma dischiude un orizzonte più vasto che va oltre i confini nazionali".
Ernesto Preziosi ripercorre con attenzione il "lungo percorso" del concetto di libertà "prima di comparire al centro della croce che sovrasta lo scudo del Partito Popolare e in seguito quello della Democrazia cristiana": un percorso che ritrova una parte essenziale nella Bibbia (come conquista, come condizione umana, come libero arbitrio), nella Tradizione (come frutto della regalità di Cristo), nella filosofia, nella storia dei comuni medievali, ma anche nelle riflessioni successive svolte tra Settecento e Ottocento. Tutto quel carico di significato e la considerazione che Sturzo ha per l'idea di "libertà" sono all'origine del suo inserimento nel simbolo, insieme alla croce, che già aveva fatto capolino nella testata La Croce di Costantino, fondata dal sacerdote nel 1897 per dare spazio alle sue idee sulle autonomie locali.
Preziosi - che mostra di avere letto con attenzione e attinto molto al saggio di Girolamo Rossi Lo scudo crociato (2014) e citato in un'occasione: questo merita però più attenzione e ci si tornerà sopra presto - sottolinea giustamente che "a sollecitare la scelta di un simbolo è la nuova legge elettorale in senso proporzionale" (la legge n. 1401/1919): essa introdusse lo scrutinio di lista e obbligò a depositare un contrassegno con le candidature, per poi riprodurlo sulle schede, a beneficio di tutti gli elettori, analfabeti inclusi (nel 1918 si era introdotto il suffragio universale maschile). Se Romolo Murri (che in quel periodo non era ben visto dalla gerarchia, ma ciò per l'autore non ebbe particolare peso nella scelta sturziana) per la sua Democrazia cristiana aveva adottato il garofano bianco - il bianco fiore dell'inno immortale dei democratici cristiani - il fondatore del Ppi preferì un'altra strada: si rivolse all'iconografia della Gioventù cattolica e soprattutto a quella della storia, dell'araldica e dell'antropologia ("La simbologia dello scudo e della croce [...] indica sul piano culturale e su quello antropologico un senso di protezione, di difesa, si riferisce a un contesto guerriero, di combattimento, di militanza anche in senso cristiano"). La croce sullo scudo era un riferimento al guelfismo e, a dispetto delle perplessità di alcuni (come Filippo Meda, che avrebbe voluto un simbolo "aconfessionale", oltre che facile e semplice), sarebbe stata un ingrediente fondamentale della presenza politica dei cattolici per decenni, grazie alla continuità ideale ed emblematica della Democrazia cristiana. Ciò sempre insieme alla libertas, "che è tutta la nostra aspirazione di libertà contro il centralismo e la oppressione statale soffocatrice di libertà nuova, di ogni tentativo di vita vissuta nella febbre della moderna società e non ultimo elemento provocatore dell'immane fenomeno della guerra" come scrisse il sacerdote ai comitati provinciali del partito nell'autunno del 1919.


Dopo il Ppi, dalla Dc a oggi

Sulle schede il simbolo era in bianco e nero (perché così esigeva la legge), ma nell'immaginario era colorato, con la croce rossa in campo bianco (e non passa inosservata la scelta di mettere in copertina una cartolina di propaganda del Ppi del 1920, che faceva riferimento alla nascita del partito l'anno precedente e alla sua rapida crescita - da pulcino a "galletto gagliardo" - con lo scudo crociato in bella vista) o anche a tinte invertite, seguendo ciò che effettivamente era raffigurato nelle grafiche elettorali. Quell'emblema caratterizzò tutta la vita del partito di Sturzo, anche dopo il suo abbandono della segreteria (1923) e della stessa Italia (1924): il volume dedica l'intero sesto capitolo all'esperienza del Ppi, in modo necessariamente breve ma cercando di coglierne i caratteri fondamentali. Il seguito del libro si occupa pure della Democrazia cristiana, dalla sua fondazione alle varie stagioni attraversate, fino alla "crisi dell'unità elettorale dei cattolici" (stimolata anche dalla trasformazione-scissione del Pci). Questa sarebbe iniziata solo ufficialmente con la trasformazione (con scissioni) della Dc in Ppi nel 1994 - sul modo in cui questa è avvenuta, su queste pagine, ci si è già intrattenuti molte volte - e sarebbe esplosa in modo irreversibile con l'ulteriore "divisione del 1995 di fronte alla nuova legge elettorale maggioritaria" e gli eventi successivi, con un crescente "spaesamento complessivo dell'elettorato cattolico" e la presenza di politici cattolici tanto in soggetti identitari, quanto in partiti "misti" e assai distanti tra loro; tutto ciò mentre muta l'atteggiamento della Chiesa verso la politica, senza scelta ufficiale di una precisa parte politica ma con uno schieramento netto dei vertici della Cei sul piano culturale (il che però avrebbe finito per indebolire l'azione dei laici e per proporre modelli più simili a "modalità distorte dell'impegno politico dei credenti").
In questo mondo profondamente trasformato, tanto nella società quanto nelle istituzioni, al popolarismo si è sostituito da tempo il populismo, cioè l'enfatizzazione strumentale dei caratteri identitari di un popolo e dei particolarismi che porta a scontri invece che al dialogo: nulla a che vedere, come si vede, con il tentativo di "ricomposizione di un tessuto sociale disarticolato" che ha caratterizzato il popolarismo, tenendo insieme dimensione individuale e collettiva. Per Preziosi è ancora possibile recuperare e reinterpretare la tradizione del popolarismo, ovviando all'irrilevanza "di una presenza politica cristianamente ispirata": ci si può riuscire puntando sulla formazione di base dei cristiani (che valorizzi sempre il legame tra pratica religiosa e pratica sociale), incentivando e incrementando l'impegno dei cristiani nella società e, infine, ripensando il ruolo dei partiti come corpi intermedi-mediatori, senza la pretesa di costruire una "forza cristiana" ma con la responsabilità dei singoli preceduta da un'opera comunitaria di "discernimento". 
Sarà sufficiente questo - in un'epoca in cui, a dispetto dell'irrilevanza partitico-elettorale dei cattolici, movimenti e associazioni di proposta sembrano proliferare, pur senza un disegno unitario - a proporre una qualche forma di progetto politico che possa trovare consenso tra le diverse sensibilità dei credenti? La risposta è difficile e non spetta certo a questo spazio: Ernesto Preziosi resta convinto dell'importanza di "avviare processi più che occupare spazi" lasciati liberi. Una scelta che certo costa fatica (come testimonia anche una bella citazione di don Tonino Bello riportata alla fine del libro), ma in teoria sul medio-lungo periodo dovrebbe dare maggiori frutti. Anche il progetto "popolare" di Luigi Sturzo, del quale era parte integrante la scelta come simbolo dello scudo crociato con "Libertas", è stato tutto meno che improvvisato, anche se poteva contare su un terreno più fertile e dissodato. Probabilmente, oggi più di allora, occorre sporcarsi le mani di quotidianità e comunità.

sabato 16 maggio 2020

Salvatore (ex M5S), la faccia (disegnata) e il Buonsenso per la Liguria

Anche le elezioni regionali in Liguria sono state rinviate e si svolgeranno in autunno, così c'è ancora tempo per organizzarsi e mettere in campo nuove formazioni. Una di queste si chiamerà (o dovrebbe chiamarsi) Il Buonsenso: a guidare il nuovo movimento è Alice Salvatore, che formalmente risulta ancora capogruppo del MoVimento 5 Stelle in consiglio regionale (nel 2015 era stata candidata presidente per la stessa forza politica, ma ovviamente era stata eletta in quanto candidata pure nella lista provinciale di Genova). Con lei c'è anche un altro consigliere regionale del M5S, Marco De Ferrari, eletto sempre nella circoscrizione di Genova (il loro gruppo autonomo diventerà ufficiale anche sul sito del consiglio regionale nel giro di pochi giorni e la sua costituzione consentirà - particolare non secondario - di presentare la lista senza raccogliere le firme, per lo meno a livello provinciale); sono stati poi indicati i nomi di cinque probiviri, tutti ex aderenti al M5S.
Come riportano i media che hanno assistito alla conferenza stampa di presentazione del 13 maggio, Salvatore ha rimarcato i temi per i quali si era avvicinata al MoVimento (acqua pubblica, sanità pubblica, ambiente, tutela delle piccole e medie imprese, giustizia per i precari della scuola), quelli che erano stati individuati alle origini da Gianroberto Casaleggio (il suo per lui era il "vero MoVimento 5 Stelle"): per la consigliera regionale, "le idee di Casaleggio sono state tradite da un movimento profondamente mutato prima dall'alleanza con la Lega poi con il Pd", lasciando cadere anche l'impegno per revocare le concessioni autostradali ad Atlantia. Sarebbe Grillo (e probabilmente non solo lui), dunque, ad aver cambiato idea e non le persone che ora sono uscite: "Non eravamo noi a pensarla come lui, ma lui a pensarla come noi, quindi se ora lui ha cambiato idea non è che dobbiamo farlo tutti quanti".
Le battaglie avviate nella "prima era" del M5S (in questo caso, a livello regionale, acqua pubblica, ambiente, mobilità sostenibile, sviluppo e connettività, tutela delle piccole e medie imprese e delle partite Iva) Salvatore vorrebbe continuarle con il suo nuovo movimento, opponendosi alle "alleanze accozzaglia": quella con il partito di Nicola Zingaretti sembra essere quella che l'ha disturbata di più ("Non ho apprezzato e compreso il 'vaffa' che Beppe Grillo dal palco di 'Italia a 5 Stelle' dedicò a settembre a chi del M5S non voleva andare con il Pd: mi ha molto colpito l'abiura di Beppe Grillo, che ha sempre sostenuto che il Pd fosse il partito-derogatico o il partito unico del cemento"). Il riferimento è al governo nazionale, ma evidentemente anche a ciò che è avvenuto in Liguria e che ha riguardato direttamente la consigliera regionale: all'inizio di marzo il MoVimento aveva scelto di presentare una candidatura unitaria con il Pd, ottenendo il consenso di poco più della metà dei votanti sulla piattaforma Rousseau, ma poche settimane prima proprio Salvatore era stata indicata come candidata presidente per il M5S.
Al di là dello scambio di battute tra il capo politico pro tempore Vito Crimi (per il quale la fondazione del nuovo movimento è incompatibile con la permanenza nel M5S e ha segnalato il fatto ai probiviri) e la stessa Salvatore (che precisa di avere già cancellato la propria iscrizione, non occorrendo alcun intervento dei probiviri), l'ex capogruppo in Regione del MoVimento ha precisato che la sua non è e non sarà una semplice lista, ma "un nuovo soggetto politico, un progetto politico di più ampio respiro", che tra l'altro si è già dato un suo sito. Il M5S, invece, secondo Salvatore "è diventato solo un brand, un contenitore, che va in deroga ai suoi contenuti rimanendo vuoto".
Pur non volendo essere un brand a sua volta, l'ex candidata dei 5 Stelle alla presidenza della Regione ha scelto per il suo movimento e per la lista che presenterà un simbolo incentrato sul suo viso, anzi, su un disegno a metà tra il ritratto e la caricatura. La presenza sul simbolo del volto della persona candidata di punta non è certo una novità: i #drogatidipolitica non possono non avere in un'ideale galleria di ritratti quelli di Armando Piano Del Balzo, Moana Pozzi, Francesco (detto Franco) Greco, Mirella Cece e tanti altri a livello territoriale o locale (mentre non avevano scelto la via del viso gli ex M5S Marika Cassimatis e Paolo Putti, che nel 2017 si erano candidati autonomamente a guidare l'amministrazione di Genova). In questo caso, tuttavia, al posto della foto c'è il disegno: un modo, volendo, di metterci la faccia senza prendersi troppo sul serio. E, volendo, anche una scelta rischiosa: il M5S sarà pure diventato un brand (anche se non sembra l'etichetta corretta: brand evoca il concetto di "marca", quindi anche dei valori che il segno evoca, in contraddizione con quanto detto da Salvatore), nel corso del tempo ha mostrato di raccogliere comunque consensi a prescindere dalla persona che lo riveste, mentre le candidature di chi aveva o riteneva di avere una certa notorietà personale sono state assai meno fortunate (con la sola eccezione, probabilmente, di Federico Pizzarotti alla sua seconda corsa elettorale a Parma). E, in condizioni come queste, metterci la faccia (oltre che il nome) è un bell'azzardo.