giovedì 11 agosto 2022

Italia viva e Azione, sotto il segno di Calenda e di Renew Europe

Chi sosteneva che molto probabilmente le forze che da tempo (prima Italia viva, poi la Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è) o da pochi giorni (Azione, come pure altri gruppi minori) lavoravano a un "polo alternativo" avrebbero costituito un'unica lista ha avuto ragione. Poche ore fa, infatti, è stato divulgato il contrassegno elettorale unitario che mostra e accosta i due progetti più strutturati (Azione e Italia viva), inserendoli in un cartello elettorale che sembra nascere per avere anche un respiro politico più ampio, come suggerisce il comune riferimento europeo al gruppo renew europe. Altrettanto comune risulta essere il riferimento alla figura di guida della lista, individuata in Carlo Calenda, che ha parlato della lista come "alternativa seria e pragmatica al bipopulismo di destra e di sinistra che ha devastato questo paese e sfiduciato Draghi".
Il ruolo di guida del soggetto elettorale di Calenda emerge certamente dal risalto dato al cognome del fondatore di Azione, l'unico presente nel contrassegno: non è stato indicato invece quello di Matteo Renzi, che pure aveva percorso per primo l'idea di uno schieramento autonomo rispetto al centrosinistra a guida Pd (oltre che distinto rispetto al centrodestra e al MoVimento 5 Stelle). La prevalenza calendiana, tuttavia, emerge da tutto il contrassegno: la struttura interna del cerchio, divisa tra blu e bianco, ricorda molto l'emblema elettorale di Azione configurato per contenere il riferimento a un candidato, ma a campiture invertite (di solito il bianco stava in alto e il blu in basso, con il testo in bianco); il carattere usato per indicare il nome del leader è lo stesso (giusto appena più fine, visto che è più facile per il blu emergere su fondo bianco che a tinte invertite). Azione, poi, è la prima delle due forze politiche maggiori a essere richiamata nella parte blu, che occupa un po' più della metà del cerchio grande per consentire di non ridurre troppo le miniature dei due emblemi di partito. Il primo cerchietto bianco ospita dunque il logo di Azione - con la A frecciata - nella sua ultima versione (quella che sfuma dal blu al verde, forse il colore più sacrificato in tutto il fregio), senza altri elementi che sarebbero risultati illeggibili. Il secondo cerchietto, invece, contiene il simbolo ufficiale di Italia viva, che dunque riprende il suo posto, facendo accantonare il logo con la R rovesciata - e con il cognome di Renzi - che pure era stato "lanciato" meno di tre settimane fa; bisogna anche dire che quell'emblema somigliava molto nella struttura e nei colori al contrassegno attuale della lista (fondo blu in alto, bianco con nome blu in basso, anche se la divisione tra le due parti diseguali era curvilinea), per cui se fosse stato collocato sull'attuale segmento blu sarebbe quasi "annegato", potendo emergere a fatica (a differenza del simbolo inaugurato nel 2019). 
A prescindere dal fregio usato, comunque, la presenza di Italia viva nel contrassegno è fondamentale: avendo il partito di Matteo Renzi almeno un gruppo parlamentare, l'esenzione dalla raccolta delle firme per la lista è assicurata e i dubbi che per giorni hanno tenuto banco sul preteso diritto all'esonero di Azione perdono di senso e di attualità. Come si è ricordato nei giorni scorsi, l'esenzione spettava - sempre per scelta di Italia viva, che aveva rinominato il suo gruppo alla Camera - anche alla Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è, ma il gruppo coordinato da Piercamillo Falasca e Federico Pizzarotti ha scelto di aderire a questo progetto politico-elettorale comune, insieme al Partito repubblicano italiano (che giorni fa aveva stipulato un accordo con Iv), nonché probabilmente altre forze di cui si è parlato in questi giorni (quali Mezzogiorno federato, legato a Claudio Signorile; c'è chi ha parlato dei Moderati guidati da Giacomo Portas, ma non è affatto sicuro e lui, a precisa richiesta, non commenta). In ogni caso, le tre forze principali fanno tutte riferimento a "renew europe.", il gruppo parlamentare europeo - nato dalla convergenza di Alde e Pde, partito di cui è segretario Sandro Gozi - di cui fanno parte Nicola Danti (Iv) e lo stesso Calenda e in cui si riconosce lo stesso gruppo di LCN - L'Italia C'è. Si tratta del solo riferimento a un gruppo parlamentare europeo (cui si aggiungono, per ora, quelli al Ppe in Forza Italia e al Partito verde europeo nel simbolo composito della Alleanza Verdi e Sinistra, comunque più di quanti se ne siano mai visti alle elezioni politiche) e uno dei pochi in lingua inglese incontrati fin qui (tra questi, appunto, quello all'European Green Party).
Renzi in persona ha confermato la scelta di non emergere, tanto nel contrassegno comune quanto nel percorso verso il voto, commentando così: "Lascio volentieri che sia Carlo Calenda a guidare la campagna elettorale. Talvolta abbiamo discusso, lo sapete, ma i punti che ci uniscono sono molti di più di quelli che ci dividono. Chi ci crede deve fare di tutto per unire, non per dividere. E io ci credo. Per questo faccio il primo passo con il sorriso: perché so che sarete in tanti a camminare con noi. Io faccio politica da tanti anni e ho avuto l'onore di servire ai livelli apicali la mia città, il mio Paese, la mia comunità. Ho imparato che bisogna sempre essere ambiziosi, puntare in alto, non sognare in piccolo. Ma ci sono dei momenti in cui le ambizioni personali lasciano il passo ai sogni collettivi. Servono gli assist per fare i gol"; Calenda, per parte sua, ha ringraziato Renzi "per la generosità". 
In generale, l'aver scelto la via di una sola lista aiuta a raggiungere l'obiettivo di non restare sotto la soglia del 3% per ottenere rappresentanza grazie ai seggi da ottenere - essenzialmente nelle circoscrizioni con più seggi - nella quota proporzionale. Il tentativo ha il volto di un simbolo unitario che come nome ha la somma del nome della figura scelta come volto principale e delle etichette delle due principali forze politiche (altri inserimenti sono stati evitati, probabilmente per scelta dello stesso leader, per evitare di rendere il simbolo illeggibile); sui social è stato diffuso l'hashtag #Italiasulserio, ma nel contrassegno non ce n'è traccia. Graficamente l'esito non è memorabile, anche se sulla scheda il cognome di Calenda emerge, mentre si distingue assai meno l'elemento politicamente più interessante dell'emblema, ossia il riferimento al gruppo europeo: fa emergere, infatti, il tentativo di dare corpo in Italia a un progetto che non sia solo elettorale, accostando forze che in altri Paesi avrebbero costituito un unico soggetto politico. Ce ne sono altre in Italia nella stessa area, ma hanno preso altre strade: presto conosceremo il loro destino simbolico.

Verso la #MaratonaViminale: tutto pronto, anche per difendersi dal sole

Foto originale tratta dal sito www.interno.gov.it
Tempo poche manciate di ore e, alle 8 di venerdì 12 agosto, i cancelli che marcano l'ingresso del Palazzo del Viminale si apriranno, consentendo alle prime persone in fila sulla piazza di accedere al Ministero dell'interno per il deposito dei contrassegni per le elezioni politiche del 25 settembre. Non è certo l'atto o il momento che dà avvio alla "macchina elettorale" che porterà al primo rinnovo autunnale delle Camere nella storia repubblicana italiana (e, probabilmente, ai comizi elettorali convocati più in fretta nello stesso periodo). Si tratta però sicuramente del primo rito - individuale e collettivo insieme, ma soprattutto visibile e d'impatto - di un cammino che, da qui fino al momento del voto nelle sezioni elettorali presenti in tutti i comuni d'Italia (e, in realtà, fino alla conclusione dello spoglio e alla comunicazione dei risultati), dovrebbe coinvolgere l'intero Paese; purtroppo è probabile che molte persone riterranno di non sentirsi coinvolte e decideranno di non partecipare - e sarà una sconfitta per chiunque - ma il rito si compirà anche per loro (anche se, senza di loro, sarà inevitabilmente più povero).
La presentazione dei simboli - come nel linguaggio colloquiale vengono indicati tanto i singoli contrassegni quanto gli elementi principali contenuti al loro interno, dunque i simboli "propriamente detti" - si configura forse come il primo "picco" di interesse, successivo all'indizione delle elezioni, per chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica. Dopo un numero imprecisato di anticipazioni, voci, presentazioni, ritocchi, operazioni di repackaging e fusione dei progetti politici e delle loro immagini ufficiali nelle settimane precedenti, infatti, in 32 ore non consecutive (20 per le elezioni europee, ma è ancora presto...) si concentrano e si succedono negli occhi e nella mente tutti i colori, i testi, le forme e i messaggi che nelle settimane seguenti accompagneranno praticamente ogni momento e materiale della campagna elettorale, fino al tempo passato in cabina elettorale e poi a esaminare e contare le schede. Uno dopo l'altro scorrono emblemi consueti e fregi nuovi o seminuovi, persone ben note e altre perfettamente sconosciute, dettagli che spuntano inattesi o curiosità da indagare meglio, magari condividendo i propri pensieri con altri membri della comunità (fisicamente vicini o connessi grazie alla tecnologia).
I due giorni e mezzo abbondanti dedicati al deposito dei contrassegni, però, è fondamentale anche sotto vari altri aspetti. Quello più ovvio - e forse il solo che possa riguardare chiunque, a partire da chi studia e analizza le elezioni - è che quella fase mette più di un punto fermo: dopo le ore 16 di domenica non sarà più possibile cambiare i contrassegni (tranne che nei casi in cui è stato il Ministero a invitare alla sostituzione) e saranno definitivi anche gli eventuali collegamenti di coalizione tra le rispettive forze politiche, come pure il giudizio sui soggetti che - per mancanza di alcuni documenti o per altri punti critici - non potranno finire sulla scheda; per avere un quadro ancora più definito, naturalmente, si dovrà attendere la presentazione e l'ammissione delle candidature, una settimana più in là. Intanto, però, chi avrà assistito direttamente al rito del deposito o avrà visto quelle immagini attraverso i media avrà già potuto - una volta di più - prendere coscienza della varietà del mondo che si mette in fila per depositare, aspettando di presentare le liste o non pensandoci affatto, ma comunque con la precisa idea di partecipare a quel momento per renderlo più pieno e farlo proprio, fosse anche solo per lasciare una traccia del proprio pensiero negli archivi o negli scatoloni del Viminale (nella speranza che qualche losco e imprecisato figuro prima o poi si metta in testa di consultarli e trovi chi possa mostrarglieli) o per approfittare della concentrazione di taccuini, registratori, telecamere e smartphone, dando ragione della propria esistenza e rassicurando chi per mesi o anni aveva perso le tracce di un volto o di un simbolo (per quanto ad alcune persone la politica allunghi la vita, il tempo passa, segna e scava, a volte in modo impietoso e inatteso).
Ed è bene ammettere - o, se non era mai capitato prima, rendersi conto - che ogni persona in fila, con il proprio contrassegno e le idee che stanno dietro, rappresenta la tessera di un mosaico complesso, il cui risultato siamo tutte e tutti noi. Ognuna di quelle tessere ci somiglia almeno un pochino, anche quando non lo sappiamo o non saremmo disposti a crederlo. Vale per la Signora che con imperiale imperturbabilità dà ordine al rito (essendone diventata un elemento fondamentale), per un soggetto che avanza deciso con passo spedito e stivaloni da eroe dei Due Mondi, per un altro che cammina distinto offrendo cadeaux (protettivi, di "buone maniere" o creativamente folli) a chiunque non si sottragga, per un signore che con calma apre la sua cartella di pelle ed estrae un salvadanaio su carta, per un politico-odontoiatra di lungo corso che ha odiato tanto la materia elettorale da diventarne esperto e da presentarsi all'alba per curare il deposito (e a tornare più volte a controllare le bacheche, perché non si sa mai), per l'albergatore calato a Roma per difendere il Grande Nord, per tre persone che arrivano insieme dopo aver macinato parecchi chilometri e riescono a far ammettere un simbolo in cui convivono storia e un motto popolar-triviale salvato dal vernacolo, per un ex professore o un imprenditore tenaci e disposti a ogni cosa per ridare corpo allo scudo crociato o per chiunque altro si trovi a solcare gli alti e austeri corridoi del piano terra del Viminale.
L'unica cosa certa è che in questo rito - personale perché ognuno ha un preciso ruolo, con o senza copione; collettivo perché quel mosaico ha bisogno di tutti per riuscire com'è - ne è coinvolta parecchia: chi viene per depositare o assistere chi deposita, certo, ma anche ogni singolo ingranaggio umano della #macchinaViminale che accoglie, dispone, riceve e registra i documenti, valuta e comunica, per non parlare di chi - come anche, nel suo piccolo, chi scrive - arriva lì per vedere e raccontare a chi non è entrato in quel palazzo. Lo si farà anche questa volta, pur senza aver archiviato del tutto la funesta "era Covid". un paio di anni fa sarebbe stato impossibile pensare di vivere due giorni e mezzo abbondanti così, con periodiche resse di fotografi al passaggio di alcune persone, con assembramenti e capannelli in certe stanze o lungo i corridoi. Ora ci si prova, sapendo che non è finita, che qualche precauzione resterà, ma i riti sono fatti anche per essere ripresi, non appena è possibile e comunque quando è necessario.
Di certo la macchina organizzativa del Ministero dell'interno si è mossa per affrontare almeno il "generale Estate", dentro e anche fuori dal palazzo. Chi scrive crede che il caldo notevole che da settimane - piogge recentissime a parte - impregna Roma consiglierà a più di una persona di non recarsi sulla piazza del Viminale con largo anticipo, come in passato, per evitare che il mettersi in fila presto per presidiare tenacemente le prime posizioni degeneri in defaillances inutilmente pericolose. In ogni caso, la parte della piazza più vicina alla scalinata che porta al palazzo, oltre che transennata come al solito per consentire una fila più ordinata, è stata attrezzata con alcuni gazebo della Protezione Civile, per riparare dal sole le persone che saranno in fila nello spazio qui ribattezzato scherzosamente #ViminaleBeach; la stessa Protezione civile dovrebbe poi presidiare l'area, distribuendo acqua alle persone presenti per rendere più tollerabile il tempo passato nell'attesa dell'apertura dei cancelli. E se nei corridoi le bacheche sono già state montate, pronte a ospitare i simboli, si ha la certezza che almeno uno dei bar presenti al piano terra (giusto accanto alle bacheche) funzionerà durante tutto il deposito, in modo che chiunque voglia ristorarsi in fretta in quei giorni possa farlo. In effetti era prevista la chiusura fino a Ferragosto, ma pochi tocchi di pennarello informano che le porte il 12 agosto riapriranno: caffè per stare svegli, acqua per combattere il caldo e generi di conforto per festeggiare l'avvenuta consegna o fare una pausa tra un simbolo e l'altro non mancheranno. Può sembrare poco, eppure è fondamentale: partecipare ai riti, inclusi quelli della democrazia, funziona meglio se si è in forze e se ci si prende il tempo per un sorriso e qualche parola più leggera, prima di tornare in postazione. Di questo e di ogni altra cura per chi deposita, lavora e racconta, la comunità dei #drogatidipolitica è sinceramente grata al Ministero dell'interno.

mercoledì 10 agosto 2022

Voci dal 1979, in tema di esenzioni (per le europee) e simboli "unificati"

La "partita" delle esenzioni dalla raccolta firme, tra disposizioni già in vigore o introdotte una tantum e interpretazioni discordanti dei testi, sta ampiamente tenendo banco in questi giorni, soprattutto con il caso che interessa Azione (dopo la scelta di Carlo Calenda di rompere l'alleanza con il Pd e non partecipare più alla lista comune con +Europa). Sarebbe un errore, però, pensare che questa sia solo storia di oggi: sul significato da dare ai testi normativi, infatti, si è giocato spesso: ciascuna parte, ovviamente, lo ha fatto nel tentativo di difendere le proprie posizioni e i propri interessi, ora a limitare, ora ad ampliare il numero dei soggetti esonerati.
Si è richiamato spesso, come esempio recente di interpretazione estensiva assai ampia delle disposizioni in materia di esenzione, quanto è accaduto prima delle elezioni europee del 2019, con l'uso intensivo dell'esonero per collegamento a un partito politico europeo (applicato anche in presenza di liste il cui contrassegno includeva simboli di partiti di altri paesi europei che erano riusciti a ottenere eletti al Parlamento europeo, non proprio la stessa cosa) e persino con il primo - e per ora unico - caso di una lista ammessa senza firme in quanto presentata da un partito politico iscritto al Registro. Uno "sdoppiamento" incredibile di esenzioni si ebbe in occasione delle elezioni politiche del 1992, quando nell'area radicale si riuscì a esonerare contemporaneamente la Lista Marco Pannella con il simbolo della lista Antiproibizionisti sulla droga (che nel 1989 alle europee aveva eletto Marco Taradash avendo corso senza firme grazie alla rosa radicale, senza pugno ma con foglie) e la lista Sì Referendum di Massimo Severo Giannini con la corolla della stessa rosa del Partito radicale (che aveva scelto di non presentarsi più dopo le elezioni del 1987, ma aveva comunque formato un gruppo alla Camera): praticamente due esenzioni quasi con lo stesso simbolo (pur se riprodotto in modo diverso), essendo stato usato in due distinte occasioni elettorali - 1987 e 1989 - da due soggetti politicamente legati ma distinti, entrambi nelle condizioni di esentare una lista.
Un episodio particolarmente interessante in materia di esenzioni e dell'interpretazione dei testi normativi in materia, però, lo si può trovare anche nel 1979, nei mesi precedenti le prime elezioni europee: merita di essere ripescato per comprendere meglio quanto quella materia sia delicata e "politica" e anche per apprezzare il modo in cui al problema sorto e alle esigenze emerse si era cercato di dare risposta in modo trasparente, nell'aula parlamentare.
Occorre concentrare l'attenzione sul percorso che portò all'approvazione della legge n. 18/1979, appunto quella con cui da allora è regolata l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia (anche se la disciplina è stata più volte modificata nel corso del tempo). L'articolo 12 prevedeva e prevede tuttora come regola la sottoscrizione delle liste da parte di almeno 30mila elettori in ciascuna delle cinque circoscrizioni previste, con in più l'obbligo - difficilissimo da adempiere, allora come oggi - che in ogni Regione ricompresa nella singola circoscrizione la lista raccolga almeno 3mila firme. Il comma 4 dell'articolo, però, contempla varie ipotesi di esenzione, che nel corso del tempo sono state notevolmente ampliate. In origine, in particolare, erano indicate soltanto due fattispecie, le stesse che tuttora si possono leggere nel primo periodo del quarto comma: "Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare nella legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi anche in una sola delle Camere o che nell'ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno e abbiano ottenuto almeno un seggio in una delle due Camere". Si trattava, a ben guardare, delle stesse due ipotesi di esonero introdotte nel 1976 per la legge elettorale politica, mentre prima tutte le liste avevano dovuto cercare sottoscrittori: in seguito si era ritenuta indice sufficiente di serietà della candidatura tanto la presenza di un partito alle Camere con almeno un gruppo parlamentare (anche se partito e gruppo erano nati durante la legislatura), quanto l'elezione anche solo di un/una parlamentare, purché quel risultato minore fosse stato ottenuto dal partito partecipando alle elezioni "con proprio contrassegno" (sì, la stessa espressione che è al centro della discordia in questi giorni...).
La disposizione sull'esonero della raccolta firme era già presente esattamente con quel testo nel disegno di legge presentato in prima battuta in Senato dal governo Andreotti IV ed era stata approvata tal quale, senza alcuna modifica. Mentre però il progetto di legge originario - il cui titolo, Elezione dei rappresentanti dell'Italia alla assemblea dei popoli degli Stati riuniti nella Comunità europea, merita di essere ricordato - prevedeva nove circoscrizioni e un numero di firme variabile a seconda della popolazione dei territori, nel corso della discussione a Palazzo Madama le circoscrizioni erano state ridotte a cinque e per tutte il numero minimo di sottoscrizioni da ottenere era stato fissato in 30mila. Considerando che gli elettori nel 1979 alle europee sarebbero stati 41.811.919, raccogliere 150mila firme in tutta l'Italia voleva dire avere il sostegno dello 0,36% del corpo elettorale: in teoria non era una quota impossibile, ma il vero ostacolo era ottenere almeno 3mila firme in regioni come la Valle d'Aosta, il Molise o la Basilicata, come la legge chiedeva.
Le forze politiche minori non rappresentate in Parlamento si resero subito conto della difficoltà. Capirono bene che avrebbero faticato a centrare l'obiettivo, però, anche al Partito di unità proletaria per il comunismo, visto che rischiava seriamente di raccogliere le firme: nel 1976, infatti, era riuscito a eleggere tre deputati, ma li aveva ottenuti partecipando alla lista di Democrazia proletaria, nata come cartello elettorale prima delle elezioni regionali del 1975 grazie al concorso del Pdup, del Movimento studentesco, di Avanguardia operaia e di altre forze minori, poi l'anno dopo si era aggiunta Lotta continua. Nel 1978, tuttavia, Dp si era trasformata in un partito autonomo e una parte del Pdup aveva scelto di continuare la sua esperienza politica per conto proprio. I deputati eletti da Democrazia proletaria erano ben al di sotto della soglia di venti persone necessaria per costituire 
in quella VII legislatura un gruppo a Montecitorio, ma l'Ufficio di presidenza della Camera concesse comunque la formazione di un gruppo di sei persone (c'erano anche un eletto di Lotta continua e due di Avanguardia operaia) perché la lista aveva ottenuto oltre 550mila voti (da regolamento ne sarebbero bastati 300mila). Quando Dp era diventata un partito e il Pdup se ne era distaccato, il gruppo non si era sciolto - così almeno pare di capire, visto che all'epoca i resoconti parlamentari erano piuttosto avari di indicazioni sulle vicende dei gruppi - ma era stato rinominato "Partito di unità proletaria per il comunismo - Democrazia proletaria": delle cinque persone rimaste all'interno, Massimo Gorla aveva aderito a Dp, Mimmo Pinto era rimasto legato a Lotta continua (si sarebbe poi presentato nel Partito radicale), mentre Luciana Castellina, Eliseo Milani e Lucio Magri erano riconducibili al Pdup.
Alle elezioni politiche il Pdup si sarebbe presentato regolarmente, mentre Democrazia proletaria e altre sigle avrebbero scelto di schierare le liste della Nuova sinistra unita alla Camera (mantenendo il pugno di Dp ma senza falce, martello e globo: una scelta che non avrebbe affatto pagato) e spesso liste comuni di radicali e Nsu/Dp al Senato, ma alle elezioni europee Democrazia proletaria avrebbe voluto partecipare tanto quanto il Pdup. Il gruppo parlamentare alla Camera era formalmente condiviso tra Pdup e Democrazia proletaria (con prevalenza del primo soggetto), ma era stata Dp ad avere partecipato alle elezioni "con proprio contrassegno". In quel contesto va letto l'emendamento presentato da Luciana Castellina, capogruppo di Pdup-Dp, con cui si chiedeva di non esentare dalla raccolta firme solo i partiti "costituiti in gruppo parlamentare", ma in generale quelli "che abbiano rappresentanti in Parlamento". Fu lei stessa a illustrare le ragioni della sua proposta, in un intervento in aula nella seduta del 18 gennaio 1979:
se è vero che si è deciso che il Parlamento europeo deve essere eletto a suffragio universale diretto e non mediante elezione di secondo grado, ciò è vero perché si è ritenuto che a quel livello potessero prevedersi altre aggregazioni politiche, sicché il Parlamento europeo non dovesse necessariamente riflettere la geografia politica di quelli nazionali; altrimenti bastava che i deputati del Parlamento europeo li eleggessimo in questa aula. Non intendo sollevare il problema più generale che questa osservazione solleciterebbe in merito al disegno di legge che ci accostiamo a votare e che presupporrebbe la completa libertà di presentazione di liste; in questo spirito, mi tengo però ad una osservazione più limitata: cioè, la formulazione dell’articolo 12 è tale da parere preclusiva del diritto di presentazione di liste persino da parte di quei gruppi politici organizzati e partiti (qual è il caso della sinistra indipendente, per esempio, o il nostro) che, pure essendo in Parlamento, non coincidano con uno specifico gruppo parlamentare. E dunque per sciogliere questa ambiguità che ho presentato questo emendamento. 
In effetti stupisce un po' l'intervento di Castellina, visto che lei parlava di partiti "che, pure essendo in Parlamento, non coincid[o]no con uno specifico gruppo parlamentare" anche con riferimento al Pdup, che pure era presente nella denominazione del gruppo (le parole si addicevano di più alla sinistra indipendente, che costituiva sì un gruppo unico parlamentare di persone elette nel Pci ma non faceva emergere i nomi di eventuali partiti che avevano eletto più candidati in quel modo). Si può solo immaginare, dunque, che - magari ritenendo disgiuntiva e strettamente alternativa la "o" tra il riferimento al gruppo e quello all'elezione con proprio contrassegno - non si ritenessero possibili o comunque accettabili "sdoppiamenti" dell'esenzione quando c'era già un gruppo comune derivante da una sola lista: si pensava, in pratica, che un gruppo con due soggetti politici nel nome non potesse esentare la forza che non era ufficialmente finita sulle schede, esonerando contemporaneamente l'altro soggetto politico che aveva concorso ed eletto "con proprio contrassegno". Il tono dell'intervento di Castellina è comunque significativo: nelle sue parole non si riferì mai all'esenzione dalla raccolta firme, ma parlò direttamente di "preclusione al diritto di presentare liste" per i soggetti presenti in Parlamento ma senza gruppo proprio autonomo, facendo subito capire che la raccolta firme così come prescritta si configurava come fuori dalla portata di molti partiti, persino se rappresentati in Parlamento.
Il sottosegretario all'interno Clelio Darida (Dc) espresse in generale un parere contrario sui vari emendamenti al testo in discussione, perché riteneva che dovesse essere approvato "così come pervenuto dal Senato": forse lo fece anche per non allungare i tempi di approvazione della legge e farla entrare in vigore in tempo utile (il d.d.l. era stato presentato dal governo il 28 luglio 1978 e le elezioni europee si sarebbero tenute il 10 giugno 1979, una settimana dopo le politiche). Darida indirizzò però una risposta diretta a Luciana Castellina, rendendosi forse conto che la barriera all'ingresso elevata in occasione delle elezioni europee era in effetti troppo alta e non era bene penalizzare troppo i partiti presenti in Parlamento in modo conclamato: precisò dunque che il governo era "favorevole ad una interpretazione non strettamente letterale del testo, nel senso che le forze politiche ed i partiti organizzati presenti in Parlamento non debbano raccogliere ex novo le firme, anche se si sono presentati nella circostanza elettorale con un simbolo, ad esempio, unificato". Sempre Darida invitò peraltro Castellina a ritirare l'emendamento, qualora la lettura accolta dal governo fosse stata sufficiente per risolvere il problema da lei fatto emergere: secondo il sottosegretario, infatti, un eventuale voto contrario sull'emendamento (che sarebbe arrivato, visto il parere negativo del governo, della commissione e probabilmente l'idea contraria della maggioranza) si sarebbe potuto tradurre in una "interpretazione letteralmente restrittiva in senso opposto" (quindi molto più rigida rispetto alla lettura proposta dal governo). In effetti Castellina ritirò l'emendamento, segno che, pur non avendo parlato di firme; il problema era proprio quello e riguardava in primis la situazione del suo gruppo. Alla fine alle europee si presentarono tanto il Pdup quanto Dp: il primo raccolse 406.656 voti (1,16%), la seconda si fermò a 252.342 (0,72%), ma entrambe le liste ottennero un eletto.
In effetti, col senno di ora, può sembrare un po' strano considerare "un simbolo unificato" il contrassegno di Democrazia proletaria: tutt'al più la cosa poteva riguardare solo il Pdup, il cui elemento grafico era sostanzialmente stato conservato (anche se in effetti il globo visibile sotto la falce e il martello era schiacciato per il Pdup e tondo per i demoproletari). A quel primo ampliamento "immediato" ne sarebbero seguiti altri, introdotti però con modifiche legislative: se nel 1984 sarebbero stati esentati i partiti che all'ultima elezione avevano ottenuto un seggio al Parlamento europeo (proprio quella disposizione che, non indicando espressamente che quegli eletti dovevano essere stati conseguiti in Italia, ha aperto la strada all'esenzione mediante i partiti europei), nel 1990 si sarebbe ufficialmente riconosciuta l'esenzione alle liste marcate da "un contrassegno composito, nel quale sia contenuto quello di un partito o gruppo politico esente", codificando in sostanza la pratica della "pulce", già nota da anni. Si trattava di una fattispecie diversa da quella emersa nel 1979, pur riguardando sempre emblemi composti: l'ipotesi prevista dal 1990 riguarda un contrassegno composito "a valle", cioè concepito come "complesso" proprio per esentare la lista con uno dei suoi elementi; il problema posto da Castellina e affrontato da Darida, invece, concerneva un contrassegno composito "a monte", che mostrava visivamente la coesistenza di più forze politiche nelle stesse liste. 
La soluzione proposta allora dal governo sembra andare nella direzione auspicata da alcuni in questi giorni, a sostegno dell'esonero dalle firme a ogni parte autonoma di un contrassegno composito che abbia ottenuto eletti. Non è fuori luogo pensarlo, ma occorre tenere conto di alcuni dettagli fondamentali: innanzitutto il governo e il ministero in quell'occasione si erano espressi, per giunta in una sede più che ufficiale; secondariamente, l'interpretazione riguardava le elezioni europee e non le politiche, non potendosi automaticamente estendere soluzioni e orientamenti maturati in un'ipotesi a un'altra ipotesi diversa (pur affine). Si può apprezzare in ogni caso tanto il tono di Castellina (che auspicava ancora più apertura rispetto alle elezioni politiche) quanto quello di Darida, collaborativo, concreto e soprattutto trasparente, nell'avere chiarito in sede pubblica (con tanto di resoconti a documentarlo) quale lettura il governo - e, dunque, le strutture serventi in caso di consigli richiesti - sarebbe stato disposto a perseguire. Senza bisogno di chiamare in causa istituzioni esterne (come il Parlamento europeo), che nessun potere hanno sull'interpretazione del diritto interno, o di richiedere e annunciare pareri blasonati, ma difficilmente in grado di superare il dato letterale di una disposizione scritta poche settimane fa con parere favorevole del governo esattamente sul quel testo.

Si ringrazia di cuore Giuseppe Calderisi per avere fatto riemergere, mesi fa, questo episodio in una conversazione nata per un altro scopo (preparare il libretto sui simboli della Lista Pannella del 1992).

lunedì 8 agosto 2022

Azione, corsa solitaria forzata se non fa liste con un simbolo senza firme

La scelta di Carlo Calenda di rompere il patto che aveva legato Azione al Partito democratico in vista delle elezioni politiche del 25 settembre ha attirato l'attenzione di molte persone, innanzitutto per cercare di capire quali scenari politici ed elettorali potranno aprirsi nei prossimi giorni, anche se sarebbe meglio parlare di prossime ore: entro le 16 di domenica 14 agosto, infatti, le eventuali coalizioni dovranno essere definite, senza più poter essere modificate.
Oltre a questo, però, nella comunità dei #drogatidipolitica, come in quella di chi studia il diritto costituzionale e tra i media si è diffusa una domanda, che già aveva tenuto banco nei giorni precedenti (quando l'alleanza, pur travagliata, sembrava reggere): ma quindi ora Azione, se non fa più la lista con +Europa, dovrà raccogliere le firme? In questi giorni il tema delle ipotesi di esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni è stato trattato più volte in questo sito, con riferimento a coloro cui certamente o probabilmente spetta il beneficio, alle riflessioni giuridiche sull'istituto dell'esenzione e sull'interpretazione e applicazione delle disposizioni che lo prevedono e, da ultimo, proprio con riguardo al caso specifico di Azione

Il problema della raccolta firme...

Giusto ieri si è spiegato come il testo dell'art. 6-bis del decreto-legge n. 41/2022 ("decreto elezioni 2022"), nell'esentare dalla raccolta delle sottoscrizioni i "partiti o gruppi politici [...] che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno [...] alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale" preveda condizioni per l'esonero che Azione non sembra integrare per intero. Nessun dubbio sul fatto che Siamo Europei, soggetto politico-giuridico che all'inizio del 2020 ha cambiato ufficialmente il nome in Azione (o, per lo meno, in quel periodo ha sottoposto il mutamento di denominazione alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici) abbia partecipato alle elezioni europee del 2019 con proprie candidature e che abbia ottenuto almeno un eletto - cioè lo stesso Calenda - "in ragione proporzionale" (vale a dire l'unico sistema previsto per le elezioni europee); il problema è che ufficialmente non sembra avere presentato quelle candidature "con proprio contrassegno". Sulle schede elettorali il simbolo (cioè il fregio grafico) di Siamo Europei c'era, ma era contenuto nel contrassegno (il cerchio complessivo che caratterizza le liste) presentato ufficialmente dal solo Partito democratico, senza che nei documenti di presentazione figuri la dichiarazione di trasparenza di Siamo Europei, oltre allo statuto registrato del Pd (in altri casi, quando una lista era formata da un partito iscritto al Registro e da un'altra forza politica non iscritta, la pagina "Trasparenza" del Ministero dell'interno riporta tanto lo statuto del partito registrato quanto la dichiarazione di trasparenza della forza politica non registrata: si veda il caso della lista Il Popolo della famiglia - Alternativa popolare o di +Europa - Italia in Comune - Pde Italia): questo impedirebbe di considerare le candidature presentate da Siamo Europei - Azione nelle liste in comune con il Pd come presentate "con proprio contrassegno".
Sempre ieri si è ricordato che Azione potrebbe comunque provare a presentare liste senza raccogliere le firme, insistendo sul fatto che comunque il suo simbolo alle elezioni europee era presente e che quel simbolo può essere fatto valere come contrassegno: si tratterebbe pur sempre di un azzardo, di una scommessa, ma i presentatori delle liste potrebbero trovarsi di fronte a uffici elettorali circoscrizionali sensibili all'argomento del favor partecipationis, dunque disponibili a interpretare la disposizione sulle esenzioni in modo meno esclusivo e rigoroso. In effetti è questo il punto delicato della questione, per cui si può anche essere d'accordo con Calenda che, ospite a In mezz'ora in più ha dichiarato a Lucia Annunziata che "c'è una confusione soprattutto tra le istituzioni", ma c'entra poco il fatto che "Il Ministero dell'interno italiano non chiede al Parlamento [europeo] e il Parlamento [europeo] non chiede al Ministero dell'interno italiano perché è la prima volta che succede": il Parlamento europeo può certamente certificare l'elezione di Calenda in una lista che nel contrassegno conteneva l'espressione "Siamo Europei", ma altrettanto certamente non spetta al Parlamento europeo interpretare il diritto interno e decidere se una forza politica ha partecipato al voto con proprio contrassegno. La decisione è rimessa non al Viminale, ma agli Uffici elettorali circoscrizionali, che in alcuni casi - soprattutto alle europee del 2019 - hanno interpretato con larghezza i criteri di esenzione, in altri (come alle politiche del 2018) molto meno.

... e la trappola dei collegi uninominali

Anche all'interno di Azione, in ogni caso, dopo i primi giorni in cui il partito era convinto di essere esonerato dalla raccolta firme, dev'essere prevalsa l'opinione che confidare nell'esenzione potrebbe essere una via troppo rischiosa e soggetta a un'alea e a un margine di discrezionalità che è meglio non sfidare. Anche per questo, sempre ieri Calenda ha risposto ad Annunziata: "Se dovremo raccogliere le firme le raccoglieremo. [...] Io penso che se non ce la facciamo l'offerta era veramente molto debole". 
Si può condividere l'osservazione, ma occorre un approfondimento di natura tecnica e pratica, perché la sfida della raccolta firme di Azione, già dura per il poco tempo a disposizione, rischia seriamente di diventare impossibile per gli adempimenti richiesti dalla legge in materia di indicazione delle candidature e raccolta delle sottoscrizioni. Si tratta, per di più, della stessa trappola tecnico-pratica in cui si era trovata alla fine del 2017 +Europa, almeno fino all'intervento salvifico del "nocchiero elettorale" Bruno Tabacci, che aveva apportato l'esenzione di Centro democratico: vale la pena ricordarla e analizzarla in dettaglio.
Com'è noto, anche da pratica legata alle elezioni amministrative e regionali, le firme devono essere raccolte su moduli sui quali devono già essere scritti i nomi delle persone candidate nella lista per la quale si chiede il sostegno, né quei nomi possono essere cambiati in corso d'opera. Le disposizioni che prevedono questo, infatti, servono ad "assicurare la piena consapevolezza dei sottoscrittori in ordine ai candidati cui si riferisce l’atto di presentazione sottoscritto": ciò vuole dire - così si legge nella sentenza della sez. V del Consiglio di Stato n. 1087/2002, da cui viene anche la citazione precedente - assicurare che chi firma abbia "piena e indubitabile consapevolezza circa l’esatta identità dei candidati inclusi". In base all'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera, però, gli stessi moduli che elettrici ed elettori sottoscrivono devono già contenere, oltre ai candidati di lista del collegio plurinominale (rappresentati da quel contrassegno), anche "l'indicazione dei candidati della lista nei collegi uninominali compresi nel collegio plurinominale". La ragione di fondo è la stessa vista prima (chi firma per la presentazione di una lista potrebbe non volerlo fare di fronte a candidature nei collegi uninominali che non condivide) e in effetti non è sbagliata, ma crea problemi enormi, se non addirittura insuperabili a una lista che voglia coalizzarsi, ma debba raccogliere le firme. 
Il problema, in effetti, esiste (solo) perché esiste l'istituto dell'esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni: se tutte le forze politiche dovessero dimostrare di avere un certo numero di presentatori, avrebbero tutto l'interesse a definire nel più breve tempo possibile le candidature di lista e ad accordarsi tra loro sulle coalizioni e sui nomi dei candidati per i vari collegi uninominali da presentare a nome di tutta la coalizione, in modo da avere davanti un tempo sufficiente per raccogliere le firme e ottenere i certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori, come richiesto dalla legge. Visto che però le norme in vigore esonerano alcune forze politiche dalla raccolta firme, partiti e liste che beneficiano dell'esenzione non hanno alcun problema di tempo e possono tranquillamente confrontarsi (e scontrarsi o cambiare idea) sulle persone da candidare fino a poco prima della scadenza del termine per la presentazione delle candidature, senza avere alcuna premura. L'agio di cui godono le liste esonerate, però, si trasforma in un ostacolo invalicabile per chi invece, dovendo raccogliere le firme, ha necessità di sapere tutti i nomi da scrivere sui moduli per poter iniziare la raccolta: vale per le persone della propria lista, ma soprattutto per le candidature nei collegi uninominali, da concordare con le altre forze della coalizione.
Un esempio concreto, con nomi per niente casuali, aiuterà a capire il problema. Mettiamo il caso che Azione (che ha bisogno di raccogliere le firme) voglia presentarsi in coalizione con Italia viva (che invece, avendo almeno un gruppo parlamentare, è esonerata, come è stata esonerata la Lista civica nazionale - L'Italia C'è, grazie all'integrazione del nome del gruppo di Iv alla Camera): dovrebbe decidere subito le persone da candidare nelle proprie liste (e fin qui la cosa è ovvia), ma per poter iniziare la raccolta firme dovrebbe essere messa in condizione di sapere in fretta i nomi dei candidati nei collegi uninominali da scrivere sui moduli da far firmare. Dovrebbe dunque convincere Italia viva e la Lista civica nazionale - L'Italia C'è (che presenti o meno una sua lista) a concordare subito le candidature per i collegi uninominali, anche se queste - grazie all'esenzione dalla raccolta firme - in condizioni normali potrebbero attendere anche fino alla sera del 21 agosto, per poi presentare le liste l'indomani: ogni giorno in più dedicato alla scelta delle candidature, infatti, per Azione si tradurrebbe in un giorno in meno per la raccolta delle firme, in un tempo già molto delicato (varie elettrici e vari elettori che potrebbero firmare sono in vacanza in luoghi lontani dai comuni di residenza e dai collegi in cui potrebbero sostenere le candidature; sono assenti anche varie persone in grado di autenticare le sottoscrizioni). L'idea di raccogliere le firme senza indicare sui moduli i nomi dei candidati dei collegi uninominali (per aggiungerli in seguito) o preparando moduli separati per liste (da far firmare) e candidature dei collegi uninominali (da allegare) va esclusa: un emendamento (alla legge di bilancio 2018) che proponeva tale modus operandi fu affossato da Forza Italia; un anno e mezzo dopo, rispondendo in un question time a un'interrogazione di Riccardo Magi, per l'allora ministro dell'interno Salvini era impossibile interpretare il testo in modo da separare i moduli per le liste (da firmare) da quelli per i collegi uninominali (da presentare soltanto).

Le possibili vie d'uscita

Ora, mentre si scrive non risulta che Azione, Italia viva e Lista civica nazionale - L'Italia C'è abbiano stretto ufficialmente un accordo (che peraltro sarebbe definitivo e non revocabile solo dopo le ore 16 del 14 agosto...) né che abbiano deciso le loro candidature comuni nei collegi uninominali. In una situazione simile, Azione avrebbe meno di due settimane per raccogliere almeno 36750 firme per la Camera e almeno 19500 firme per il Senato (anche se queste ultime possono coincidere con parte delle prime); in ogni caso, non potrebbe raccoglierle senza avere raggiunto prima l'accordo all'interno della coalizione sulle persone da candidare nei collegi uninominali, col rischio che servano altri giorni per decidere, perdendo tempo prezioso per la ricerca delle sottoscrizioni. L'unico modo per avere più tempo a disposizione per raccogliere le firme necessarie per Azione sarebbe non stringere alcun accordo di coalizione, decidendo in autonomia e molto in fretta le candidature di lista (cosa che avverrebbe comunque) e anche nei collegi uninominali, investendo tutto il tempo dei prossimi giorni per ottenere le sottoscrizioni necessarie.
Il cocktail tossico di tempi stretti, procedimento elettorale preparatorio in piena estate, raccolta cartacea delle sottoscrizioni, obbligo di indicare in anticipo i candidati nei collegi uninominali anche in caso di coalizione e funzionamento delle esenzioni, insomma, finisce per costringere chi debba raccogliere le firme a non coalizzarsi, in una corsa solitaria forzata. L'unico modo per evitare questo esito e consentire ad Azione di cooperare con Italia viva sarebbe costruire una lista unitaria-federativa con la Lista civica nazionale - L'Italia C'è oppure con Italia viva, entrambe esenti dalla raccolta firme e quindi in grado di dedicare tutto il tempo necessario e opportuno alla scelta delle candidature; ancora di più, una lista unica che per assicurarsi l'esenzione mostrasse il simbolo o almeno il nome di Italia viva (anche declinato nel nuovo simbolo con la R rovesciata apparso pochi giorni fa) e fosse espressione anche delle altre due componenti politiche (evidenziandole in qualche modo nel contrassegno comune, anche se non sarebbe facile da gestire sul piano grafico) permetterebbe di risolvere il problema, aggirando le storture della legge che puntualmente, alla nuova occasione elettorale, si sono ripresentate. La scelta su come agire, ovviamente, è tutta nelle mani di Matteo Renzi, Carlo Calenda, Piercamillo Falasca, Federico Pizzarotti e delle altre persone impegnate nei rispettivi progetti politici. E anche nelle mani e nella pazienza di chi dovrà lavorare alle grafiche, a seconda delle strade che saranno percorse.

Forza Italia, dietro Berlusconi spunta il simbolo con riferimento al Ppe

AGGIORNAMENTO DEL 9 AGOSTO 2022:
Poco più di 24 ore dopo questo articolo, è arrivata sostanziale conferma del "sospetto che avevamo avuto in un primo tempo sul possibile nuovo contrassegno elettorale di Forza Italia. Alle 11 e 30, infatti, i profili social del partito hanno adottato come foto profilo il nuovo simbolo con il riferimento al Partito popolare europeo e lo stesso è stato presentato in conferenza stampa: le uniche differenze rispetto all'immagine che questo sito aveva diffuso ieri riguardano lo spessore della circonferenza e la consistenza del carattere usato per il riferimento al Ppe, in entrambi i casi maggiore, in modo da facilitare la leggibilità.
Valgono ovviamente le considerazioni fatte ieri sul valore di questo riferimento, mai adottato prima da Fi alle elezioni politiche ("E' la nostra scelta europeista, un significato importante, siamo legati alla tradizione di De Gasperi, siamo parte della famiglia di maggioranza del parlamento europeo" ha detto il coordinatore Antonio Tajani): si è dunque di fronte a un segnale lanciato alle elettrici e agli elettori moderati, perché possano ritrovarsi ancora in un partito che intende rappresentare il centro (in qualche modo erede della storia e del ruolo che era stato della Democrazia cristiana, o almeno come tale vorrebbe porsi), senza dare troppo peso alle posizioni più recenti che l'hanno fatto apparire fin troppo simile alla Lega (al punto da causare l'addio di figure di rilievo). Mentre però - è notizia di oggi - la Lega per Salvini premier avrebbe pensato di conservare lo stesso contrassegno coniato per le elezioni del 2018, senza altre modifiche, Forza Italia ha già presentato la sua nuova veste. Sempre oggi si parla di una possibile fusione delle due liste moderate (Noi con l'Italia - Italia al Centro e Coraggio Italia - Udc): altri cambiamenti, dunque, sono attesi.  
 
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Simbolo ricostruito
Com'è noto, tra i simboli di lista svelati in questi giorni dalle forze politiche non ci sono stati quelli dei cinque partiti che, essendosi costituiti in gruppo parlamentare fin dall'inizio della legislatura, sarebbero stati certamente esonerati dalla raccolta firme. Con riguardo al Partito democratico, per esempio, si attende di capire se il contrassegno definitivo sarà più o meno simile a quello - con la dicitura "Per un'Italia democratica e progressista" su segmento rosso - che era stato diffuso per pochissimo tempo e poi ritirato. Del MoVimento 5 Stelle si è saputo che l'emblema non conterrà il riferimento al presidente del partito, Giuseppe Conte, potendo per il resto essere uguale o molto simile all'ultima versione del simbolo (quello con la data del 2050 su segmento rosso nella parte inferiore). 
Quanto al centrodestra, si è ricordato che il 2 agosto sui profili social di Silvio Berlusconi è apparso il contrassegno unitario della coalizione per la circoscrizione Estero, che al suo interno ospita le miniature dei simboli di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia: è facile notare che - essendo lo stesso contrassegno composito usato nel 2018 - quelle miniature sono identiche ai simboli dei rispettivi partiti schierati nel 2018, quindi in fondo si potrebbe pensare che effettivamente quelle tre formazioni politiche non ritoccheranno il loro emblema. 
Se si guarda sui profili di Forza Italia, per esempio, o direttamente sulle pagine o sui profili di Silvio Berlusconi, tutte le grafiche pubblicate contengono il contrassegno elettorale usato nel 2018, dunque quello a fondo bianco, con la bandierina che in parte esce dai confini del cerchio e con il riferimento a "Berlusconi presidente", con il cognome in netta evidenza (l'espressione fu molto criticata quattro anni fa, visto che lui non era candidabile, ma l'uso non era comunque illegittimo). Anche questi materiali di propaganda online, ovviamente, suggeriscono che il simbolo da schierare sulle schede sarà identico a quello di quattro anni e mezzo fa e il pensiero è assolutamente sensato, anche perché in fondo non ci sarebbe alcun bisogno di modificare il fregio.
Si sa, tuttavia, che Berlusconi è molto attento ai particolari e che nulla, nella sua comunicazione, è lasciato al caso. Così, nei video pubblicati sui social con le "pillole del programma" di Forza Italia e del centrodestra, registrati nello studio di Villa San Martino ad Arcore, è facile notare dietro lo stesso Berlusconi, alla sua sinistra, una cornice che contiene un simbolo di Forza Italia. Quel simbolo, tuttavia, a un occhio attento può apparire diverso da quello che nel video precedente registrato nello stesso luogo - e diffuso l'11 luglio - si poteva scorgere. Quel fregio, infatti, ha la bandiera di nuovo tutta contenuta nel cerchio e, guardando bene, si nota una piccola scritta ad arco tra il tricolore e il bordo del contrassegno stesso. Ingrandendo quel dettaglio, si può notare che ora intorno alla bandierina si legge "Partito popolare europeo" in maiuscolo. Lo stesso simbolo, tra l'altro, si vede in alcune immagini di manifesti affissi in alcune città (in particolare gira una foto scattata a Milano da Clemente Marmorino per Imagoeconomica, ma non la si riporta per non violare diritti).
Difficile pensare che il simbolo sia stato messo per caso, senza alcun intento particolare. Viene in mente, in qualche modo, la scelta di Matteo Renzi di intervenire al Tg1 utilizzando come sfondo i pannelli con quel logo tondo con la R rovesciata e il suo cognome: si era parlato di un possibile test per un eventuale nuovo simbolo di Italia viva, mostrato senza ancora presentarlo ufficialmente. Nel caso dell'emblema forzista, si tratta di una modifica assai meno radicale, ma comunque significativa: la scelta di inserire nel simbolo un riferimento al partito europeo di riferimento - il Ppe - non è certo nuova per Fi (l'aveva fatto nel 1999 e nel 2004), ma non era mai successo in prossimità delle elezioni politiche. Non è assolutamente detto che la variante del simbolo di Forza Italia comparsa dietro Berlusconi sia destinata a diventare contrassegno elettorale, ma se così fosse potrebbe leggersi come tentativo di segnalare all'elettorato moderato che il partito, a dispetto delle posizioni ritenute "schiacciate" sulla Lega (e dell'addio di varie persone di primo piano per la mancata fiducia al governo Draghi), deve essere ancora visto come "casa dei moderati" e vero centro politico, a differenza di altre proposte emerse nel frattempo. Quale sarà il contrassegno elettorale di Forza Italia, in ogni caso, si saprà tra pochi giorni, o forse - se Berlusconi deciderà di divulgarlo prima del deposito - tra poche ore.

domenica 7 agosto 2022

A.D. 2022, il primo deposito dei simboli senza l'arte di Luciano Gesuelli

Foto sullo sfondo di Benvegnù/Guaitoli (a loro disposizione)
Ancora manca qualche giorno all'apertura - il 12 agosto - del deposito dei contrassegni elettorali, nell'ultima domenica prima della campagna elettorale, giorno in cui di norma non si svelano nuovi simboli e - Calenda a parte - non accadono eventi politicamente rilevanti: è allora il caso di prendersi un po' di tempo per dare valore alla memoria e realizzare il fatto che quello di quest'anno sarà il primo deposito dei contrassegni da molti anni a questa parte al quale non potrà partecipare Luciano Gesuelli. Un nome che forse non dice troppo a coloro che frequentano la politica saltuariamente o anche con una certa intensità, ma che è molto rilevante per chi appartiene alla spesso citata schiera dei #drogatidipolitica (o #malatidipolitica, secondo un'altra e comunque pregiata lectio), per gli anni dedicati a quella passione e per l'arte impiegata nel farlo.
Se infatti Mirella Cece - prima con il suo Movimento europeo liberal-cristiano Giustizia e Libertà e poi con il suo Sacro Romano Impero (Liberale) Cattolico - è indiscutibilmente uno degli elementi essenziali del rito della fila per il deposito dei contrassegni presso il Ministero dell'interno dal 1994, senza dubbio Gesuelli ha avuto un ruolo fondamentale tanto per il deposito degli emblemi, quanto per quello delle liste, anche per le elezioni regionali o amministrative, in cui è previsto il deposito di simboli, liste e altri documenti tutti insieme. Classe 1938 - per quello che è possibile sapere - "romano di Porta Metronia" (e giallorosso) e un impegno da funzionario di partito lungo oltre sessant'anni, Gesuelli è scomparso il 18 gennaio 2020, praticamente due anni dopo aver depositato il suo ultimo simbolo (il 21 gennaio 2018). Chi lo ha conosciuto ne ha ricordi indelebili; chi - come chi scrive - lo ha incrociato giusto un paio di volte ha comunque potuto sperimentare le grandi doti affabulatorie, che lasciavano trasparire una lunga, lunghissima esperienza all'interno del partito, anzi, dei partiti che ha servito con puntiglio e dedizione.
Corriere della Sera, 14 gennaio 2013, pagina 5
La parte principale della sua vita appassionata e del suo lavoro certosino Gesuelli l'ha vissuta all'interno della Democrazia cristiana, iniziando a praticare l'arte del deposito addirittura nel 1958. Nel 2013 raccontò parte della sua esperienza a Fabrizio Caccia del Corriere della Sera, ricordando i tempi in cui, in determinate circostanze, era importante anche arrivare ultimi e organizzarsi per questo (la Dc almeno lo faceva): 
Tanti anni fa, c'era ancora la Dc, un settimanale mi dedicò un articolo. C'era una foto, chissà dov'è finita, che mi ritraeva con due cronometri, uno a ogni polso [...] perché a quei tempi bisognava spaccare il secondo, l'ufficio del Tribunale chiudeva alle 20 in punto e io arrivavo quando ormai mancava pochissimo, 30-40 secondi. Ecco perché ero l'uomo dell'ultimo minuto. Prima infatti non funzionava come adesso: adesso c'è il sorteggio che assegna ai partiti un posto a caso sulla scheda elettorale. Prima, invece, se consegnavi per ultimo le liste, ti garantivi anche l'ultimo posto sulla scheda. Così poi l'elettore, il tuo elettore, in cabina, era facilitato a trovare la casella. Ecco perché c'era la gara ad arrivare ultimi. O primi. Noi diccì facevamo squadra. Io ero il segretario del comitato romano e mi facevo accompagnare da tre o quattro collaboratori. Di solito c'era il funzionario del Psi che cercava anche lui di consegnare per ultimo. Così scattava il piano. Proprio quando mancava una manciata di secondi alla chiusura ed eravamo tutti lì sulla porta dell'ufficio elettorale, io gridavo "Spingere": la parola d'ordine. I miei uomini fidati, allora, facevano blocco e a forza di spintarelle spostavano piano piano il socialista fin dentro l'ufficio. Così lui era il penultimo e io l'ultimo a consegnare.
Altri tempi, in cui a chi lavorava nei partiti era richiesto anche questo tipo di competenza. In questo senso, quella di Gesuelli era veramente "arte", nel senso di "abito di condurre con ordine una serie d'operazioni ad un fine", primo significato fornito dal Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini. La stessa che serviva, in modo multiforme, a riempire in modo esatto tutti i moduli e a difendere l'ultimo posto "in fondo a destra" sulla scheda elettorale (visto che quello "in alto a sinistra", lotte con i radicali permettendo, era quasi sempre del Pci). In proporzione, depositare i contrassegni richiedeva meno industria per l'ordine, ma altrettanta precisione nella compilazione dei documenti richiesti. Gesuelli era una certezza in questo senso ed era ben noto a tutte le persone che si occupavano di ricevere e vagliare i simboli e le altre carte. In tutto questo - salvo errore - non risulta mai il suo nome in una candidatura alle elezioni regionali, nazionali o europee, perché quell'impegno era davvero totalizzante e andava svolto in modo serio.
Chi scrive ha ben fermo il ricordo di una conversazione dal vivo con Pierluigi Castagnetti nell'anno del Signore 2010, quando lui era presidente della Giunta per le autorizzazioni ma soprattutto segretario del Partito popolare italiano (non sciolto, allora probabilmente come oggi) e aveva fornito le prime indicazioni che poi avrebbero portato al copioso studio sulla Dc mai davvero terminato: in quell'occasione Castagnetti tenne a sottolineare che nella Dc c'era un funzionario bravissimo che si occupava del deposito dei simboli e che conosceva benissimo tutti coloro che al Viminale si occupavano di elettorale "e siamo riusciti a tenerlo con noi", alzando lo sguardo per evocare in una frazione di secondo tutti i travagli della trasformazione della Dc in Ppi (con i vari incidenti di percorso che sarebbero emersi in seguito), delle scissioni dolorose dal 1994 in avanti, della scelta di mettere da parte il nome sturziano e il gonfalone per la Margherita e, da ultimo, di dare vita al Partito democratico. In tutto quel lungo e accidentato cammino Luciano Gesuelli ha continuato a svolgere il suo ruolo, prima nel Ppi, poi in Dl e poi nel Pd, affiancato via via da altre persone che hanno appreso almeno parte del suo sapere. 
Nel 2014 chi scrive lo vide regolarmente in fila già il giorno prima che si aprissero i cancelli del Viminale: non si sottrasse certo ai giornalisti che gli facevano domande, ma a chi gli chiedeva come mai fosse in fila disse "mah, sono venuto a depositare un simboletto di un piccolo partito...", senza scoprirsi di più. Si dovette attendere la mattina del giorno dopo per scoprire che, in realtà, era venuto a depositare - evidentemente su mandato di Castagnetti - proprio l'ultima versione del simbolo del Ppi (quella con la croce sfumata nello scudo nel gonfalone, senza tricolore): poche settimane prima Mario Mauro aveva dato vita ai Popolari per l'Italia e quella potenziale sigla Ppi e l'uso del termine "popolari" non era affatto piaciuto a chi aveva continuato a rappresentare il gonfalone. Gesuelli tornò nei corridoi del piano terra del Ministero dell'interno nel 2018, quando si trattò di depositare il simbolo del Pd: arrivò l'ultimo giorno (il 21 gennaio), quando ormai mancava meno di mezz'ora alla scadenza del termine per la presentazione. Arrivò insieme al notaio di fiducia dei dem e a Giovanni Pappalardo, il funzionario a capo dell'ufficio elettorale del partito, che di Gesuelli era in sostanza l'allievo e il successore. Tutto filò via liscio, come sempre, e sbrigate le pratiche di deposito il notaio e Pappalardo si congedarono in fretta, lasciando in Gesuelli una punta di dispiacere ("Ma non posso manco offrirvi un caffè?"). Chi scrive ebbe il sospetto che Gesuelli volesse fare come ai vecchi tempi, giocando ad arrivare ultimo (in fondo i depositanti di Fratelli d'Italia erano entrati pochissimi minuti prima), ma il presentatore storico - raggiunto al telefono - negò con eleganza: "Ma no, era tutto pronto al mattino: siamo solo venuti con tutta calma, dall'ora di pranzo in poi per non trovare nessuno...". Non riuscì comunque ad arrivare ultimo, visto che quel posto lo ottenne Antonello De Pierro con la sua Italia dei diritti, ma ci si permette di pensare che Gesuelli non ci sia rimasto male.
Avrebbe voluto chiudere la sua carriera nel 2014 Gesuelli, mentre è rimasto in servizio fino al 2018. L'anno dopo, in occasione delle elezioni europee, non lo si è visto (ma c'era il suo precisissimo successore Pappalardo, insieme all'ex deputato Marco Miccoli, per depositare proprio il contrassegno composito del Pd con Siamo Europei, tanto discusso in queste ore) e la sua assenza non era passata inosservata: in qualche modo, era come se fosse venuto meno un pezzo importante del rito che apre ufficialmente le danze elettorali. La scomparsa di Gesuelli il 18 gennaio 2020, a 81 anni, ci dà purtroppo la certezza che il posto rimasto vuoto nel 2019 resterà tale. Con il rammarico di non aver avuto la possibilità di ascoltare, dialogare, discutere più a lungo, ma con la consapevolezza che i partiti e la politica, per esistere con più dignità, avrebbero bisogno di molti Luciano Gesuelli. Anche per questo, è importante continuare a parlarne.

Le liste e le firme: il valore delle esenzioni, il peso delle parole

Come si è già ricordato più volte in questi giorni, il deposito dei contrassegni per le elezioni politiche del 25 settembre si terrà tra il 12 e il 14 agosto presso il Ministero dell'interno. Manca dunque una settimana all'ultima giornata in cui - al di là delle curiosità e dei simboli presentati senza una reale possibilità di finire sulle schede, ma senza dubbio molto interessanti per chiunque appartenga alla classe dei #drogatidipolitica - si potrà avere un'idea più chiara degli schieramenti in campo: di solito già entro la serata del secondo giorno gran parte delle forze politiche ha provveduto a presentare il proprio emblema (nel 2018 in effetti, tra i partiti maggiori hanno depositato l'ultimo giorno - tentando di contendersi l'ultimo posto, non riuscendo peraltro nell'intento - soltanto Fratelli d'Italia e Partito democratico) e generalmente chi non ha ancora provveduto al deposito ha comunque già divulgato il proprio fregio elettorale. 
In più, i giorni del deposito sono anche quelli nei quali si definiscono esattamente le coalizioni - insieme ai contrassegni vanno depositate anche le dichiarazioni di collegamento, non più modificabili una volta scaduto il termine delle ore 16 di domenica 14 agosto - e, dando uno sguardo alle bacheche del Viminale, tendenzialmente è possibile avere un'idea abbastanza precisa delle forze politiche che potranno finire sulle schede. Gli unici dubbi, in effetti, riguardano le forze politiche che devono raccogliere le firme (se, in particolare, riusciranno oppure no a ottenere le sottoscrizioni necessarie) e quelle che, invece, ritengono di poter fruire dell'esenzione sulla base di interpretazioni estensive - e non pacifiche - delle disposizioni in vigore.
Si torna dunque, di nuovo, sulla disciplina degli esoneri, dettata dall'articolo 18-bis del d.P.R. n. 361/1957 (cioè il testo unico per l'elezione della Camera, applicabile anche al Senato e all'elezione di deputati e senatori nella circoscrizione Estero) e, con riguardo solo a queste elezioni, dall'articolo 6-bis del decreto-legge n. 41/2022 ("decreto elezioni 2022"), introdotto in sede di conversione con la legge n. 84/2022. Vale la pena riprendere un'altra volta l'argomento, anche se in questi giorni è stato già trattato più volte su questo sito, perché i simboli divulgati in questi giorni sono in grado di mostrare, talvolta in modo piuttosto plastico, il funzionamento e il "peso" dell'esenzione dalla raccolta delle firme; a volte, poi, è significativo anche il fatto che certi simboli non siano ancora stati divulgati, benché non sempre il significato che si può attribuire all'attesa nella presentazione sia identico.
Se si prendono in considerazione i simboli ufficialmente presentati questa settimana, al di là di quello dell'associazione Ambiente 2050 (dichiaratamente non destinato alle schede, come spiegato da Federico D'Incà e da Davide Crippa), se ne trovano tre che devono certamente raccogliere le firme (Unione popolare, De Luca sindaco d'Italia - Sud chiama Nord e Rivoluzione sanitaria; c'era anche il simbolo composito di ItalExit e Alternativa, la cui federazione si è nel frattempo sciolta per divergenze sulle candidature e sulla campagna elettorale), altri tre contrassegni compositi che invece certamente saranno esonerati dalla raccolta grazie all'ultima norma approvata (Impegno civico - Centro democratico, Noi con l'Italia - Italia al centro, Coraggio Italia - Unione di centro) e uno che sta cercando un'altra via per ottenere comunque l'esenzione (noi Di Centro - Europeisti).
I casi delle due liste di centrodestra presentate venerdì rappresentano un perfetto esempio degli effetti della disposizione introdotta con la conversione del "decreto elezioni 2022". Noi con l'Italia, infatti, rientrava tra le liste che avevano partecipato alle elezioni della Camera del 2018 e avevano ottenuto più dell'1% (per cui i voti della lista erano stati computati a favore della coalizione), ipotesi prevista dalla riformulazione dell'emendamento Magi-Costa: questo aveva permesso a Maurizio Lupi di presentare già il progetto di lista da solo, ma lo ha messo anche nella condizione di condividere la lista con Italia al Centro (che di per sé non sarebbe stata esente dalla raccolta firme: lo ha ricordato lo stesso Toti durante la presentazione del simbolo, giustificando anche così le maggiori dimensioni del simbolo di Noi con l'Italia, oltre che con la storia più lunga di quest'ultimo partito e con il fatto che Toti non si candida, a differenza di Lupi), recuperando dunque un soggetto importante per il centrodestra e mettendosi nella condizione di ricevere più voti, magari utili per superare la soglia di sbarramento.
Quanto alla lista di Coraggio Italia - Unione di centro, probabilmente inattesa fino a poche ore prima (in fondo una lista centrista nella coalizione c'era già), deve interamente la propria presentazione al testo originario dell'emendamento Magi-Costa, in cui si era previsto l'esonero dalla raccolta firme per le forze politiche costituite in gruppo alla data del 31 dicembre 2021: Coraggio Italia era esattamente in quelle condizioni, come pure l'Udc (anche se, essendo "in condominio" con Forza Italia, non era scontato che il partito fosse d'accordo nel concedere l'esenzione al partito di Lorenzo Cesa per una sua lista: avrebbe infatti potuto cambiare il nome al gruppo e l'esenzione sarebbe svanita).
Tra i simboli già noti c'è anche quello dell'Alleanza Verdi e Sinistra, presentato durante la settimana precedente da Europa Verde e Sinistra italiana. Anche questa lista può presentarsi senza firme grazie all'esonero previsto una tantum per i partiti che alla fine del 2021 potevano contare su almeno un gruppo parlamentare: qui si tratta del gruppo di Liberi e Uguali, di cui fa parte Nicola Fratoianni, unico rappresentante di Si a Montecitorio. Si è già notato che poco prima dello scioglimento delle Camere - per l'esattezza alle ore 12 del 21 luglio, ma la lettera di comunicazione era del giorno prima - il nome del gruppo Liberi e Uguali è stato modificato in Liberi e Uguali - Articolo Uno - Sinistra italiana: visto che Si non è certo in maggioranza nel gruppo (vi aderisce solo un membro su dieci), appare evidente che il cambio di nome che ha concesso l'esenzione a Sinistra italiana - e, di riflesso, alla lista in comune con Europa Verde - è stato possibile grazie alla collaborazione e alla cortesia del capogruppo, Federico Fornaro, di Articolo Uno, partito che il 29 luglio ha stretto alleanza con il Partito democratico e presenterà i suoi candidati nelle liste dem "ampie". Non è un particolare da poco: non è scorretto immaginare che tanto Articolo 1 quanto Fornaro abbiano concesso il cambio di nome immaginando una corsa elettorale della lista guidata da Bonelli e Fratoianni all'interno della coalizione guidata dal Pd; sembra anche lecito pensare lo ha scritto qualche giorno fa sul Riformista anche Aldo Torchiaro - che quella ridenominazione con annesso esonero sia avvenuta con il consenso del Pd, se non addirittura su suo impulso. Il che, a contrario, vorrebbe dire che un'eventuale scelta di Sinistra italiana (e della sua lista) diversa dall'apparentamento con il Pd metterebbe a serio rischio l'esenzione, costringendo Europa Verde e Sinistra italiana a non partecipare al voto (perché raccogliere le firme ora, avendo solo due settimane a disposizione, sarebbe praticamente impossibile).
Non a caso era firmato pure da Nicola Fratoianni l'ordine del giorno 9/3591-A/13, presentato dal deputato Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti il 22 giugno 2022 per impegnare il governo a "valutare attentamente, nel corso dell’esame del progetto di legge sul contenzioso elettorale [...] e/o in ogni altro caso di provvedimento in materia, l’apertura all’esenzione nei confronti di partiti o gruppi politici che abbiano presentato candidature alle ultime elezioni (2019) dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni con contrassegno congiunto che ne dimostri l’associazione ad un partito politico europeo e che abbiano conseguito almeno 400.000 voti validi a tali elezioni e abbiano partecipato all’ultima ripartizione del gettito derivante dal 2 per mille", visto che un primo ampliamento una tantum era arrivato con l'articolo inserito in sede di conversione del "decreto elezioni 2022", ma se si volevano "tenere presenti criteri ulteriori e più recenti rispetto alla trasformazione dei voti in seggi operata dal sistema elettorale per le elezioni 2018" era bene considerare "altri criteri oggettivabili per una motivata ulteriore apertura", cioè l'esito delle elezioni europee successive alle politiche e il concorso alla ripartizione del 2 per mille Irpef (che presuppone l'inserimento nel Registro dei partiti, la sottoposizione ai controlli della Commissione e la permanenza in Parlamento). II testo avrebbe così esonerato Europa Verde e l'eventuale lista cui avesse partecipato, visti il riferimento al Partito verde europeo e la percezione del 2 per mille (l'ultimo requisito mancava a La Sinistra, che pure portava nel contrassegno il riferimento alla Sinistra europea e aveva superato i 400mila voti). Il governo, col sottosegretario Sibilia, aveva accolto l'ordine del giorno, pur ritoccandolo (l'impegno, più soft, era a "valutare attentamente l'opportunità [...] di aprire all'esenzione"); com'è noto, però, il disegno di legge sul contenzioso elettorale è fermo in commissione alla Camera - e di quelle regole ci sarebbe bisogno... - e altre occasioni per ampliare le esenzioni non ci sono state.
Il testo dell'ordine del giorno non dovrebbe risultare del tutto nuovo per chi legge attentamente questo sito: si trattava infatti della rielaborazione - assai più "leggera" - dell'emendamento 6-bis.100 presentato sempre da Ceccanti in sede di conversione del "decreto elezioni 2022". Questo testo avrebbe esteso - sempre una tantum, con riguardo alle elezioni che ancora non si immaginavano così vicine - l'esenzione a varie forze politiche: visto che era sufficiente aver partecipato con un contrassegno "anche se composito" e aver ottenuto un seggio (anche nei collegi uninominali, non in una lista) o aver ottenuto almeno 150mila voti come lista e aver partecipato all'ultima ripartizione del 2 per mille, sarebbero stati certamente esentati tutti i partiti che, presenti coi loro simboli in miniatura, avevano eletto singoli parlamentari (non solo Psi e Udc, che avevano comunque il nome all'interno di un gruppo, ma anche con certezza i Centristi per l'Europa e Alternativa popolare, come pure altri partiti che hanno partecipato all'ultima ripartizione del 2 per mille essendo stati presenti in modo visibile in una delle liste che avevano ottenuto almeno 150mila voti, purché la coalizione avesse eletto almeno un parlamentare (dunque almeno Italia dei Valori ed Europa Verde). Questa soluzione, però, era inaccettabile per il centrodestra: già l'emendamento Magi-Costa riformulato esentava in modo esplicito Leu, +Europa, Italia viva (la cui collocazione "terza" allora non era scontata) e Psi, a fronte di Coraggio Italia, Noi con l'Italia e Udc per il centrodestra; la versione di Ceccanti avrebbe ampliato i soggetti esenti soprattutto nell'area del centrosinistra, con la possibilità che questi "facessero da taxi" per nuove liste esonerate che avrebbero portato voti alla coalizione, dunque il centrodestra si era messo di traverso.
L'emendamento Ceccanti avrebbe esentato autonomamente quasi con certezza anche Azione: visto che il riferimento alla partecipazione alle europee come Siamo Europei insieme al Pd con contrassegno composito (con l'elezione di Carlo Calenda) avrebbe potuto fondare quel beneficio. La stessa Azione, evoluzione di Siamo Europei (essendo lo stesso soggetto giuridico che ha cambiato nome), continua in effetti a sostenere che anche il testo attuale dell'art. 6-bis del "decreto elezioni 2022" consentirebbe l'esonero ad Azione, che avrebbe presentato come Siamo Europei "candidature con proprio contrassegno [...] alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni", ottenendo "almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale". Negli articoli precedenti qui si è sostenuto che, essendo le liste che hanno ottenuto seggi alle elezioni europee (M5S, Pd, Lega, Fi, Fdi) coincidenti con quelle che li hanno ottenuti alla Camera in ragione proporzionale (si aggiunge Leu), non si sarebbe capita l'utilità di quella previsione se non ampliando il novero dei soggetti esonerati ad Azione per le ragioni già dette (e considerando che uno dei presentatori dell'emendamento è proprio di Azione). Non si può trascurare, però, che la disposizione parla di "candidature con proprio contrassegno" (non simbolo, che si riferirebbe a parte del cerchio grande) e questo requisito Siamo Europei non sembrerebbe integrarlo: nel 2019 infatti il contrassegno è stato presentato dai dem Giovanni Pappalardo e Marco Miccoli, responsabile dell'ufficio elettorale ed ex deputato, ora componente della direzione nazionale Pd, senza partecipazione di esponenti di Siamo Europei; di più, risulterebbe depositato solo lo statuto del Pd, senza alcuna dichiarazione di trasparenza da parte di Siamo Europei. Ciò renderebbe difficile (o almeno molto rischioso) sostenere che liste di Azione autonome da +Europa sarebbero esenti dalla raccolta firme. 
A dispetto delle dichiarazioni rilasciate o fatte trapelare, dunque, forse anche Azione avverte questo rischio di vedere bocciate proprie eventuali liste autonome e fino a ora è proseguita l'alleanza con +Europa (ma visto che l'equilibrio è instabile, non stupisce che il contrassegno della federazione non sia ancora stato ufficialmente presentato). Lo stesso rischio lo correrebbe presentandosi in modo autonomo sostenendo che l'iscrizione al Registro dei partiti politici basta a fondare l'esenzione, tentando di sostenere che, se l'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera, al comma 2, esonera dalla raccolta firme "i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi", si può leggere la "o" disgiuntiva nel senso di esonerare sia i "partiti", intesi come soggetti iscritti al Registro dei partiti politici, sia i "gruppi politici" che, pur non iscritti al Registro, hanno due gruppi parlamentari. Si tratta, come si ricorderà, della stessa strada scelta da Clemente Mastella per evitare la raccolta firme, stringendo un accordo tra il suo noi Di Centro e gli Europeisti, registrati come partito e dicendo di aver avuto contatti informali con alcune corti d'appello che gli avrebbero dato ragione. Questa via esenterebbe molte liste (incluse quelle di ItalExit, Alternativa e Pli), ma si tradurrebbe in una scommessa: gli uffici elettorali circoscrizionali presso le corti d'appello potrebbero respingere tale lettura ricusando le liste. Di certo sarebbe problematico - sotto il profilo del favor partecipationis - respingerne molte; di più, basterebbe che anche solo un ufficio ammettesse una di quelle liste (decisione non più impugnabile) per far scattare l'ulteriore azzardo dei ricorsi all'Ufficio elettorale centrale nazionale, facendo magari valere il precedente della lista del Movimento Politico Pensiero e Azione (Ppa) ammesso alle europee del 2019 proprio come partito politico iscritto al Registro.
Come si vede, dunque, la questione dell'esenzione è appesa all'interpretazione di alcune parole, in particolare la congiunzione "o" (apparentemente innocua) e il nome "contrassegno". Che spesso è ritenuto sinonimo di "simbolo", ma in effetti non è la stessa cosa...