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martedì 25 agosto 2026

R come Riformatori, aggregare per creare l'alternativa al bipolarismo

Manca un anno e un mese al compiersi del quinquennio dalle elezioni politiche e inevitabilmente, anche sulla base della riforma elettorale in discussione, si preparano aggregazioni soprattutto nell'area moderata e riformista, create pure allo scopo di favorirne altre, più grandi e strutturate. Sembra il caso della Federazione dei Riformatori, il cui manifesto è stato pubblicato giusto un mese fa - il 24 luglio - a pagina 5 del Riformista. Non sempre documenti di questo tipo trovano spazio su quotidiani, anche di area, dunque ci si permette di riportare il testo per intero di seguito.

PREAMBOLO

L’Italia attraversa una stagione di profonde trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche. La crisi delle culture politiche tradizionali, la crescente sfiducia nelle istituzioni e il progressivo impoverimento del confronto democratico impongono la costruzione di una nuova proposta riformatrice.
La Federazione dei Riformatori nasce per riunire le grandi culture politiche che hanno edificato la Repubblica e accompagnato lo sviluppo democratico del Paese. Non nasce per alimentare nostalgie né per aggiungere un nuovo simbolo al panorama politico italiano. Nasce per ricostruire una cultura di governo capace di coniugare libertà, giustizia sociale, responsabilità, competenza ed europeismo.
L’obiettivo è superare il bipolarismo degenerato in bipopulismo e restituire centralità alla politica, alle istituzioni e all’interesse nazionale.

 

I. LE NOSTRE RADICI

«Il fiume ritorna alla sorgente» scriveva Pietro Nenni. Quel ritorno rappresenta oggi il senso della nostra iniziativa politica. 
La Federazione dei Riformatori si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo sociale, del popolarismo democratico e della cultura laica dello Stato. Le nostre radici affondano nell’opera di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Claudio Signorile e Rino Formica. Una tradizione che ha difeso la democrazia liberale, il garantismo, l’europeismo, la libertà individuale e la giustizia sociale contro ogni forma di totalitarismo. Nel segno di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini intendiamo ricostruire l’incontro tra le grandi culture riformatrici italiane.

II. PERCHÉ NASCE LA FEDERAZIONE

La lunga diaspora socialista e la crisi del riformismo hanno lasciato un vuoto politico che nessuno è riuscito a colmare. La Federazione nasce per dare rappresentanza a quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nella destra sovranista né nella sinistra massimalista. Non nasce contro qualcuno, ma per restituire centralità alla cultura di governo. 
Il nostro avversario politico è il bipopulismo, che ha sostituito il confronto con la propaganda, la responsabilità con la demagogia, il governo con la comunicazione permanente.

III. UN NUOVO RIFORMISMO PER L’ITALIA

L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di riforme. Occorre ricostruire il ceto medio, rilanciare il lavoro, rafforzare lo Stato sociale, ridurre le disuguaglianze, sostenere imprese, innovazione e ricerca.
Il riformismo significa crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale. Non esiste libertà senza sviluppo, né sviluppo senza equità.

IV. SICUREZZA, IMMIGRAZIONE E LEGALITÀ

La sicurezza è un diritto fondamentale.
L’immigrazione deve essere governata attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, controllo dei flussi, rimpatri per chi non ha diritto a restare e reali percorsi di integrazione per chi entra legalmente.
Accoglienza e legalità non sono alternative. Sono due principi che devono procedere insieme.

V. ENERGIA, INDUSTRIA E TRANSIZIONE ECOLOGICA

La transizione ecologica non può trasformarsi in deindustrializzazione. L’Italia deve perseguire un mix energetico fondato sulle fonti rinnovabili, sul nucleare di nuova generazione e sul rafforzamento delle infrastrutture strategiche. L’ambiente va tutelato senza compromettere competitività, occupazione e sviluppo.
 

VI. L’EUROPA CHE VOGLIAMO

L’Europa deve diventare una vera Unione politica. Occorre rafforzare il Parlamento europeo, costruire una politica estera e di difesa comune e superare progressivamente il diritto di veto nelle materie strategiche.
L’europeismo non può convivere con il sovranismo. L’Italia deve tornare a essere protagonista del processo di integrazione europea.

VII. LE RIFORME DELLA REPUBBLICA

La Federazione dei Riformatori considera indispensabile una nuova stagione di riforme istituzionali e costituzionali. Da oltre trent’anni il Paese discute della necessità di modernizzare l’assetto della Repubblica. Dai progetti promossi dai governi di Silvio Berlusconi alla revisione costituzionale proposta da Matteo Renzi, fino al premierato sostenuto dal governo di Giorgia Meloni, tutti i tentativi sono falliti perché trasformati in uno scontro politico e in un referendum sul governo del momento. Le riforme costituzionali non possono appartenere alla maggioranza di turno. Devono nascere dal più ampio consenso parlamentare e culturale possibile.
La Federazione propone istituzioni più efficienti, un Parlamento restituito alla sua centralità, una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza e governabilità, il rafforzamento dei contrappesi democratici, una giustizia autonoma e imparziale e un equilibrio tra i poteri dello Stato coerente con i principi della Costituzione repubblicana. Le regole della democrazia appartengono all’intera comunità nazionale e non possono diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.

VIII. UNA NUOVA CULTURA DI GOVERNO

La Federazione dei Riformatori vuole contribuire al rinnovamento della politica italiana. Non intende essere una forza di testimonianza né una semplice aggregazione elettorale. Vuole costruire una nuova cultura di governo fondata sulla libertà, sulla responsabilità, sulla competenza, sul garantismo, sulla laicità dello Stato, sull’europeismo e sulla giustizia sociale.
Il socialismo riformista non guarda al passato con nostalgia. Guarda alla storia come patrimonio da cui ripartire. La sua ambizione è costruire il riformismo del XXI secolo. Superare il bipopulismo. Restituire dignità alle istituzioni. Rimettere al centro la persona, il lavoro, la libertà e la Repubblica. Questa è la ragione della nascita della Federazione dei Riformatori.
 
Il termine "Riformatori" non è di frequente uso nella politica italiana recente - a dispetto del termine "riformisti" - come denominazione di un soggetto collettivo: fatta eccezione per i Riformatori sardi (tuttora esistenti), si possono ricordare il Movimento dei Club Pannella - Riformatori (e il simbolo della lista Riformatori) del 1994, i Riformatori liberali di Marco Taradash, Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi nati oltre dieci anni dopo e i Popolari europeisti riformatori di Ettore Rosato ed Elena Bonetti (usciti da Italia viva e approdati in Azione).  
Chi è parte di questo progetto? Innanzitutto la Federazione socialista riformista, raggruppamento erede del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì (sorto tra figure di sensibilità socialista e garantista in occasione del referendum costituzionale in materia di giustizia celebrato a marzo). In un articolo del 26 giugno scorso, scritto da Aldo Torchiaro e pubblicato sul Riformista, Stefano Venturini - uno dei rappresentanti di quell'area - aveva dichiarato che occorreva "la costituente di una federazione tra tutti coloro che si richiamano all'area riformista", indicando quali interlocutori privilegiati Carlo Calenda (con il suo progetto di Azione), Pina Picierno (con Spazio Pubblic) e Luigi Marattin (con il Partito liberaldemocratico). Questa formazione, nata "dall'incontro tra socialismo liberale, liberalismo democratico, solidarismo cattolico ed europeismo riformatore, per sottrarsi alla logica dei due poli", ha scelto come emblema un'imbarcazione navigante, con vele blu sfumate connotate da un elemento rosso, in un cerchio bianco racchiuso da una circonferenza nera e rossa.
Un altro contributore rilevante alla federazione appena nata è il Movimento socialista liberale, evoluzione dell'Associazione socialista liberale, fondata a dicembre del 2022 e guidata da Oreste Pastorelli, a lungo tesoriere del Partito socialista italiano (2008-2022), fino a quando scelse di dimettersi a novembre del 2022 (ritenendo che fosse più coerente costruire un "terzo polo", piuttosto che rimanere legati al Pd); insieme a Pastorelli ci sono figure di rilievo, come gli ex parlamentari Mauro Del Bue e Giovanni Crema. Pastorelli, che ora è sindaco di Forano (Ri), ha scritto in un testo le ragioni alla base della Federazione: "Il bipolarismo italiano è morto. O meglio: è vivo, ma ci sta uccidendo. Da 30 anni la politica italiana è un pendolo. Ogni 2-3 anni si va da una parte, poi si torna indietro. Ogni governo cancella il precedente. Ogni maggioranza governa col fiato sul collo dell’opposizione. Risultato: zero riforme strutturali, debito al 140%, crescita zero, istituzioni delegittimate. È il momento di archiviare questa stagione e costruire un grande centralità politica. Una federazione dei riformatori. Non per fare il terzo polo. Ma per fare il primo partito del Paese reale. [...] Questa grande federazione non può essere un contenitore vuoto. Deve avere una spina dorsale ideale fatta di valori. [...] E deve avere un metodo: niente veti, niente tabù. Governare con chi vuole bene all’Italia, dall’opposizione al governo. Ma la vera difficoltà è culturale: convincere gli italiani che esiste una terza via tra la paura del cambiamento e la paura del passato. L’alternativa al bipolarismo non è l’ingovernabilità. È la responsabilità. Se la politica non costruisce questa casa, la costruiranno i cittadini da soli, votando sempre meno e delegando sempre di più a poteri non eletti. Tocca a noi riformatori. Prima che sia troppo tardi".
Altro promotore legato alla stessa area politica, o per lo meno affine, è Socialdemocrazia, formazione politica sorta nel 2022 (quando depositò il contrassegno al Viminale per le elezioni politiche) "sulle orme di Turati, Matteotti, Saragat e tanti altri che hanno creduto nell'idea di una società migliore, bandendo estremismi di ogni tipo e recuperando le battaglie sociali senza sostituirle a quelle civili". Il partito, guidato da Umberto Costi come segretario e Antonio Esposito come presidente, ha da poco celebrato il suo terzo congresso (considerando pure quello costitutivo) che ha innovato lo statuto; non è stato però innovato il simbolo, che oggi come alle origini è una versione aggiornata del sole nascente dal mare, su fondo rosso, con la sigla "SD" in enorme evidenza. 
Sulla base delle notizie circolate in rete partecipano al progetto federativo anche realtà locali riferite alla medesima area politica, quali ad esempio il movimento Risorsa Umbria, qualificato come "Associazione di libera informazione e libero pensiero" e guidato da Federico Novelli, già segretario regionale del Partito socialista italiano per l'Umbria, uscito dal Psi poco più di un anno fa in disaccordo con la linea del partito. Il simbolo, molto bianco al suo interno, è dominato dalle iniziali del nome (la "R" nera, con gamba allungata, e la "U" rossa), collocate sopra il nome verde dell'associazione.
Non va trascurata nemmeno la presenza di un altro soggetto politico di recente costituzione, denominato Popolari Socialisti Liberali, che nel simbolo a fondo azzurro ha collocato una rosa rossa su una bandiera italiana pennellata. Il varo si è verificato a metà aprile a Napoli, non come "sommatoria di storie differenti, ma [con] la volontà di ricondurre a unità le grandi tradizioni politiche, quella popolare, quella socialista e quella liberale. Per costruire una proposta politica alta, seria, organizzata sul presente. La tradizione popolare, primato della comunità, delle autonomie, dei corpi intermedi e del radicamento territoriale. La tradizione socialista rimette al centro il lavoro, la dignità della persona, la giustizia sociale e la tutela dei diritti. La tradizione liberale richiama il principio della libertà, il senso dello Stato, il merito, la necessità di una classe dirigente competente. Tre culture, rilette con spirito riformatore per una proposta di governo per Napoli e per l’intera regione Campania. Non un’operazione di testimonianza, né sentimentale, sfuggendo alla nostalgia. Al contrario, costruire una presenza moderna, concreta, unendo radicamento e progetto, partecipazione e competenza, libertà e giustizia sociale, organizzazione e slancio ideale". Tra i promotori ci sono Salvatore Sannino e l'ex parlamentare e sottosegretario Felice Iossa
Tra il firmatari nel manifesto fondativo della federazione, peraltro, non sfugge la presenza di Corrado De Rinaldis Saponaro e di Luciana Sbarbati, segretari rispettivamente del Partito repubblicano italiano e del Movimento Repubblicani europei. Se la seconda formazione era nata nel 2001 proprio con l'idea di distinguersi dal Pri, alla fine di giugno i due leader hanno firmato un documento comune, volto a superare definitivamente la diaspora prodottasi un quarto di secolo prima, "ricongiunti sotto l’unico simbolo della gloriosa Edera del Partito Repubblicano Italiano".
L'ex parlamentare socialista Biagio Marzo, già tra i promotori del comitato Vassalli, ha sottolineato come quella varata da un mese sia una "federazione politica, aperta e pluralista, nella quale possono convivere partiti, associazioni culturali e politiche, movimenti civici, club e singoli cittadini", un progetto che "non nasce dalla somma di nostalgie, ma dall’incontro delle grandi culture politiche che hanno costruito la Repubblica: il socialismo democratico, il repubblicanesimo laico, il liberalismo sociale, il cattolicesimo popolare e il riformismo europeo. Tradizioni diverse, unite da un principio comune: la libertà senza giustizia sociale è privilegio, mentre la giustizia sociale senza libertà rischia di trasformarsi in autoritarismo". E se "negli ultimi anni il Partito Democratico ha progressivamente abbandonato la cultura riformista" (tanto da provocare "l'allontanamento di numerosi esponenti riformisti, che hanno preferito lasciare il partito piuttosto che rinunciare alla propria cultura politica") e "nemmeno il centrodestra può rivendicare una superiorità sul terreno della moderazione" (per la presenza di "pulsioni sovraniste e populiste che spesso privilegiano la propaganda alla capacità di governo"). Entrambi gli schieramenti finiscono "per alimentare quello che può essere definito il bipopulismo, il vero tratto dominante della politica italiana. È un sistema che ha paralizzato il Paese e reso sempre più difficile affrontare le grandi riforme". La missione della Federazione dei Riformatori, invece, sarebbe "non limitarsi a occupare uno spazio politico, ma proporre un diverso paradigma culturale. Costruire un'opposizione che non viva soltanto di tattica quotidiana, ma sappia elaborare una strategia, una visione del Paese e una nuova cultura di governo": non sarebbe nata "per aggiungere una sigla alle tante già presenti sulla scena politica", ma "per ricostruire una classe dirigente, una cultura di governo e una visione dell’Italia nel XXI secolo".
Che la citata Federazione dei Riformatori non intenda essere un nuovo partito lo conferma Mauro Del Bue, tra i promotori del Movimento socialista liberale e direttore del periodico online La Giustizia: "Non nasce un nuovo partito - ha scritto - e men che meno dunque nasce un nuovo partito socialista. [...] Il Psi può rinascere, e mai sarà quello del passato, solo se verrà restaurato il vecchio sistema identitario, che peraltro non è affatto stato distrutto nelle altre nazioni europee. E l’unità dei socialisti é un sogno che rimanda ai rimpianti della nostra giovinezza. [...] Se si pensa invece ad una collocazione di un'area più vasta, dove anche la componente socialista é presente, che é rappresentata da un pensiero che unisce socialismo liberale, democratico e riformista, radici risorgimentali, riformismo laico e cattolico, allora questo è il momento di una scelta. Perché è scelta di autonomia, perché è coraggiosa e coerente lotta per l’Europa politica, perché si contrappone al bipolarismo malato e oggi anche pericoloso. Malato perché a un bipolarismo di stampo anglosassone, tra liberali e riformisti, si oppone un bipolarismo in cui in un polo i liberali sono esigua minoranza e se il generale suona la carica sono destinati alla fuga e dall’altro i riformisti non solo non vengono invitati a cena, a pranzo e a colazione ma sono oggetto di discriminazione politica e destinati o ad essere marginali o a uscire dal campo ristretto a tre. Pericoloso perché la politica estera che è la madre di tutte le politiche trova i due poli lacerati. [...] Noi non siamo un partito e neanche una lista elettorale. Noi siamo il contributo disinteressato e sincero alla nascita di una alternativa a questo bipolarismo bastardo. E se il premio di maggioranza della nuova legge elettorale dovesse essere non troppo basso, diciamo non sotto il 45%, rappresenteremmo, con tutti coloro che si schierano su questa posizione e formando un’unica lista, anche il perno per disgregare il bipolarismo e costruire un governo riformista e liberale". Anche se non c'è l'idea di costituire un partito, tuttavia, non si può non notare che il segno distintivo scelto per identificare questo progetto federativo è rotondo e somiglia davvero molto a quelli utilizzati da partiti e liste: in basso c'è un segmento tricolore pur di linea, in alto una piccola fila di stelle disposte ad arco, ma l'elemento grafico principale è costituito dalla "R" (carattere graziato elegante, blu e azzurra) che evoca la parola "Riformatori" e il concetto che essa esprime.

venerdì 5 agosto 2022

Noi Di Centro con gli Europeisti (senza campanile) per evitare le firme

Chi attendeva il 25 settembre per vedere riapparire sulle schede elettorali il campanile legato a Clemente Mastella dovrà attendere. Questa mattina, infatti, è stata diffusa una nota da noi Di Centro, il partito del sindaco di Benevento, cui era allegata la nuova versione del contrassegno da schierare alle prossime elezioni politiche. Il campanile, come si diceva, non c'è più, ma non è la sola modifica visibile rispetto al simbolo presentato pochi giorni fa e nemmeno quella più rilevante. Il cognome di Mastella è ancora ben visibile, ma è leggermente ridotto; il nome del partito è scritto nello stesso carattere Helvetica un po' compresso (niente più corsivo manoscritto), ma le iniziali D e C in giallo si leggono ancora benino, sul fondo che si è fatto più scuro. 
La scelta del colore non è casuale: il nuovo fondo blu è lo stesso che caratterizza il simbolo degli Europeisti, formazione che nel 2021 si era costituita in gruppo al Senato e alla Camera (al tempo del sostegno al mai nato governo Conte-ter) ed è tuttora presente al Senato all'interno della componente Italia al Centro (IDeA-Cambiamo!, Europeisti, noi Di Centro (Noi Campani)), la stessa cui appartiene anche - proprio in rappresentanza di noi Di Centro (Noi Campani) Sandra Lonardo, moglie di Mastella. Proprio il simbolo degli Europeisti (bordato di giallo, con le sue stelle dell'Unione europea e il tricolore a puntini) ora occupa una parte significativa del contrassegno di lista di noi Di Centro - per cui, onde evitare situazioni graficamente problematiche, è stato necessario rinunciare al campanile - grazie all'accordo politico "concluso con gli amici del partito degli Europeisti guidato dal senatore Raffaele Fantetti", come recita la nota. 
Anche prima di leggere il comunicato diffuso dal partito, chi in questi giorni ha praticato almeno un po' le vicende propedeutiche a queste elezioni di settembre con i preparativi in agosto ha subito capito il motivo dell'accordo e della modifica al contrassegno: cercare di evitare a noi Di Centro la raccolta delle firme per le liste. La stessa nota, firmata dallo stesso Mastella, conferma il primo pensiero: l'accordo e la conseguente modifica del simbolo "ci consente di essere presenti in tutta Italia senza applicarsi in questo periodo di caldo infernale alla raccolta delle firme. Riteniamo ingiusto e spregevole per gli aspetti democratici che non si tenga conto del lavoro che si fa per la prima volta ad agosto e del Covid che comunque permane e che ha visto slittare nei mesi scorsi altre elezioni. Sarebbe corretto per tutte le liste che comunque sono espressione di libertà e democrazia poter partecipare alla competizione evitando assurdi blocchi burocratici. Tocca al Governo intervenire al riguardo. Per quanto ci riguarda saremo presenti in tutta Italia e all’estero, nei maggioritari e nei plurinominali, portando avanti le ragioni della territorialità, soprattutto del Mezzogiorno, e della visione europea. Io credo otterremo alcuni risultati conseguendo dei seggi elettorali nelle aree dove siamo stati e siamo protagonisti. Siamo per storia e per recenti esperienze elettorali una autentica formazione di Centro, orgogliosa dei valori democristiani".
Che Mastella faccia sul serio non è mai stato in dubbio: pochi giorni fa ricordava che "in Campania basta il 7% per eleggere un senatore", una quota che per altre forze politiche è un miraggio, ma evidentemente non per lui e non in Campania. Stavolta però il punto centrale è un altro e, per le sue implicazioni, parecchio interessante. Come si è detto Europeisti è una componente del Senato, il che non fonda un diritto all'esenzione; il gruppo di cui si diceva si era sciolto prima del 31 dicembre 2021, data indicata dal più volte citato emendamento Magi-Costa (già prima della riformulazione) al "decreto elezioni 2022"; in più, gli Europeisti non hanno partecipato alle ultime elezioni politiche, dunque non rientrano nelle ipotesi esplicite di esonero. La sola spiegazione possibile è che Clemente Mastella creda di avere l'esenzione perché il partito degli Europeisti è iscritto dall'8 febbraio 2022 al Registro dei partiti politici, grazie alla sua esistenza come componente e dopo la verifica della "democraticità" dello statuto da parte della commissione di garanzia incaricata di ciò. Com'è noto, questa lettura - pur non nella mente del legislatore che aveva scritto il testo attuale dell'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera - si fonderebbe sul fatto che la disposizione esonera dalla raccolta delle firme "i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi", per cui si può leggere il testo nel senso di esonerare sia i "partiti", da intendere come formazioni iscritte al Registro dei partiti politici (senza bisogno di gruppi parlamentari), sia i "gruppi politici" che, pur non iscritti al Registro, dispongono del doppio gruppo parlamentare. La lettura non è pacifica, ma non è infondata e consentirebbe a testo invariato un'interpretazione nel senso del favor partecipationis, sulla base di sufficienti indici di consistenza e serietà della forza politica (per i controlli cui i partiti sono sottoposti prima e dopo l'iscrizione). 
Seguire questa lettura è almeno in parte un azzardo (anche se c'è il precedente del Movimento Politico Pensiero e Azione - Ppa alle elezioni europee del 2019, nella circoscrizione Nord-Est), ma chi conosce Clemente Mastella sa che difficilmente si imbarca in qualcosa che rischia di saltare in aria. Se dunque si tratti di una scommessa o di qualcosa di più solido, lo chiediamo direttamente a lui: è ragionevolmente sicuro di poter presentare le liste senza firme: "Siamo ragionevolmente sicuri - risponde in una rapida telefonata - gli Europeisti sono nell'elenco dei partiti e dunque l'esenzione a loro spetta in quanto 'partiti'; ho interloquito anche con qualche corte d'appello e mi sono sentito dire che l'interpretazione che seguo ha fondamento. Sarebbe una cattiveria non farci partecipare alle elezioni". Anche Mastella, dunque, sta provando a seguire la lettura che questo sito ha proposto e che una figura del suo peso politico stia seguendo questa via rende sicuramente più difficile per gli uffici elettorali non ammetterla, oltre che per il fatto che la partecipazione elettorale passiva si ridurrebbe più dell'opportuno (specialmente se anche altre forze politiche iscritte al Registro dei partiti facessero la stessa scelta). E se per caso le liste dovessero essere escluse, Mastella assicura di essere pronto a esperire tutti i ricorsi possibili, a partire ovviamente dall'Ufficio elettorale centrale nazionale, "ma se servirà andrò anche alla Corte costituzionale". Ora che il simbolo c'è, in ogni caso, c'è più tempo per fare le liste, preparandosi a difenderle "sanniticamente".

giovedì 30 dicembre 2021

Al Senato approda noi Di Centro (e appare un simbolo un po' ritoccato)

Per un flash dal passato basta un attimo, un lampo che si accende e (ri)mette in modo la macchina del tempo, giusto il tempo di ricordare senza bisogno di raccontare tutte le vicende daccapo. Chi scrive ora, per esempio, ha perso di vista per qualche giorno - ebbene sì, duole ammetterlo, ma era pur sempre Natale... - i movimenti tra le varie compagini parlamentari, che invece meritano sempre la massima attenzione. Per averne l'ennesima conferma è bastata, una manciata di ore fa, 
l'apparizione di uno status di Facebook che l'altro ieri ha pubblicato sulla sua bacheca l'ottimo Salvatore Curreri, costituzionalista e puntuale osservatore dei fenomeni di "mobilità parlamentare" (per laCostituzione.info cura e aggiorna la pagina "Gruppi in movimento"). In quel post si dava conto dell'esistenza di una componente politica del gruppo misto al Senato denominata - e le virgolette che seguiranno sono d'obbligo, perché conterà tutto, anche le maiuscole e la punteggiatura - "IDEA-CAMBIAMO!-EUROPEISTI-NOI DI CENTRO (Noi Campani)".
Va subito precisato che non si tratta di una nuova componente, ma - come ha subito rilevato lo stesso Curreri - dell'evoluzione della compagine che fino all'annuncio del nuovo nome il 23 dicembre era denominata "IDEA-CAMBIAMO!-EUROPEISTI": questa, a sua volta, due mesi fa ai riferimenti dei primi due partiti (presenti fin dalla creazione della componente, il 5 agosto 2020) aveva visto aggiungere la denominazione "Europeisti", apparsa all'inizio di questo 2021 ormai consunto al tempo in cui sembrava imminente la nascita di un governo Conte-ter, poi effettivamente mai nato (e sparita alla fine di marzo, poco dopo essersi legata a un simbolo). Già quest'unione a colpi di trattino di quattro forze politiche diverse, con tanto di nome indicato tra parentesi, è in grado di restituire immediatamente un flash, anzi, più di uno. 
Avendo buona memoria possono venire in mente quei lunghissimi nomi di gruppo o di componente, in cui tanti trattini tenevano insieme forze politiche che non sempre apparivano particolarmente affini tra loro: era il caso, pescando dalla XVI legislatura alla Camera, della componente "Italia libera - Popolari italiani - Popolari per l'Europa - Liberali per l'Italia - Partito liberale italiano", oppure dell'affollatissimo gruppo "Popolo e territorio (Noi Sud - Libertà ed autonomia, Popolari d'Italia domani - Pid, Movimento di responsabilità nazionale - Mrn, Azione popolare, Alleanza di centro - Adc, Intesa popolare)" (la cui denominazione, registrando tra parentesi tutte le forze politiche presenti nel gruppo, è cambiata varie volte nel corso dei mesi). Qualcosa di simile potrebbe dirsi per il gruppo "Grandi autonomie e libertà", sorto al Senato nella scorsa legislatura: se negli ultimi giorni di quel mandato parlamentare a quel nome era affiancato solo quello dell'Udc, anche in quel caso in precedenza non ci si era certo risparmiati in lunghezza, mettendo sempre tra parentesi i vari soggetti politici interessati; la penultima denominazione, ad esempio, era stata "Grandi Autonomie e Libertà (Direzione Italia, Grande Sud, Popolari per l'Italia, Riscossa Italia, Salute e Ambiente)", ma in precedenza l'etichetta era stata anche molto più lunga (con la comparsa, tra l'altro, del Movimento politico Libertas e di EuroExit).
Ora, è evidente che la formazione di un gruppo (con i vantaggi che comporta) differisce dalla formazione di una componente del gruppo misto, per giunta al Senato. Lì, come si è già ricordato, dallo scorso maggio si è dettata qualche regola in materia di componenti (peraltro solo con un parere della Giunta per il regolamento senza modificare formalmente il regolamento stesso, dunque senza le procedure e le maggioranze previste per questa ipotesi): oggi si può formare una componente a patto che rappresenti "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" (e con l'autorizzazione del legale rappresentante del relativo partito, cosa che di fatto non ha escluso che la componente "rappresenti" un partito mai entrato in quell'aula, senza che i membri della stessa aderiscano al partito rappresentato). Se però il regolamento della Camera prevede che "le dotazioni ed i contributi assegnati al gruppo misto sono determinati avendo riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche in esso costituite, in modo tale da poter essere ripartite fra le stesse in ragione delle esigenze di base comuni e della consistenza numerica di ciascuna componente", nel regolamento del Senato - che quasi non contempla le componenti - non si legge nulla del genere. Per questo - a meno di previsioni o decisioni in altro senso di cui non si è a conoscenza - ci si sente di escludere che la formazione di componenti del gruppo misto in Senato abbia qualche fine diverso dall'ottenere visibilità e, magari, tempo per gli interventi in dissenso (benché anche qui non ci siano regole precise); quella visibilità può dare vantaggi "mediati" (come la possibilità di chiedere l'iscrizione al Registro dei partiti e, in seguito, accedere a qualche beneficio; in prospettiva servirà anche a presentare una lista alle elezioni europee senza firme), ma non dovrebbe portare in automatico spazi e fondi per l'attività parlamentare.
Prendendo per buono quanto si è detto, se la visibilità è il principale scopo alla base della nascita di una componente al Senato, si può dire che l'esistenza di una componente ora serve anche a permettere la visibilità a forze politiche che diversamente non potrebbero ottenerla, essendo state costituite dopo le ultime elezioni politiche. Quando era sorta la componente "IDEA e Cambiamo" (senza punto esclamativo allora), ciò era stato possibile grazie alla partecipazione di IDeA alla coalizione di centrodestra in base a quanto risultava "da un atto notarile" (così si è detto in Giunta per il regolamento: probabilmente si fa riferimento all'atto costitutivo di Noi con l'Italia, cui IDeA aveva concorso), anche se il partito di Gaetano Quagliariello ufficialmente non aveva partecipato alle elezioni, né aveva depositato il suo simbolo: ciò aveva consentito, tra l'altro, al partito di Giovanni Toti di emergere almeno con il proprio nome nei lavori parlamentari. L'aggiunta al primo nome del riferimento agli Europeisti è avvenuta il 28 ottobre, non in corrispondenza di determinati ingressi ma a vari mesi dall'adesione di Sandro Biasotti (7 giugno), Raffaele Fantetti (6 maggio), Mariarosaria Rossi (30 marzo) e Marinella Pacifico (29 marzo): inevitabilmente l'attenzione si appunta soprattutto sui nomi di Rossi e Fantetti, tra i registi dell'operazione Europeisti al Senato all'inizio dell'anno.
L'ultimo ritocco alla denominazione è arrivato, invece, proprio con l'ingresso di due nuovi membri nella componente: Andrea Causin e Alessandrina Lonardo, universalmente nota come Sandra Lonardo in Mastella. La sua presenza chiaramente spiega piuttosto bene l'inserimento di noi Di Centro nella denominazione del gruppo e, volendo, anche quello di Noi Campani, visto che entrambe le formazioni sono legate al marito Clemente Mastella. L'alleanza con Quagliariello era già nell'aria all'atto della presentazione del partito ed è stata confermata pochi giorni fa da Mastella. Non è dato sapere per quale ragione Noi Campani nella dicitura ufficiale del gruppo sia finito tra parentesi e in minuscolo, ma mentre si è impegnati in questo dubbio scatta violento il flash, che rimanda a un tempo assai più vicino di quelli evocati prima. Tocca tornare di nuovo alla fondazione del gruppo Europeisti -  Maie - Centro democratico, nato giusto giusto con dieci membri e solo grazie alla deroga consentita ai partiti che hanno concorso alle elezioni di formare gruppi in corso di legislatura (ciò spiegava la partecipazione del Maie, con Ricardo Merlo e Fantetti, e di Centro democratico rappresentato in quel caso da Gregorio De Falco). 
Ora, dei fondatori di quel gruppo oggi sono parte della componente Fantetti, Rossi e Causin (tre membri sugli attuali nove), dal 2 dicembre Ricardo Merlo ha ricostituito la componente Maie, mentre gli altri membri sono in altre componenti (Liberi e Uguali - Ecosolidali, Italexit per l'Italia-Partito Valore Umano), semplicemente nel gruppo misto o in altri gruppi. Il riferimento in quest'ultimo caso è a due membri del gruppo Pd, cioè Gianni Marilotti e soprattutto Tatjana Rojc. I #drogatidipolitica ricorderanno che fu proprio lei a consentire materialmente il sorgere del gruppo europeista, di fatto "prestata" dal Pd e con il nome aggiunto a penna all'ultimo minuto sulla dichiarazione di costituzione del gruppo. La posizione su quel foglio in cui è stata inserita "in zona Cesarini", in chiara rottura dell'ordine alfabetico, tra Fantetti e Marilotti, si spiega pensando che in quel punto fosse atteso l'inserimento di un cognome tra "F" e "M", per esempio "Lonardo". In un primo tempo i retroscenisti avevano parlato di un diverbio sorto tra Sandra Lonardo e Mariarosaria Rossi: in base a quei rumors, la prima aveva chiesto l'inserimento nel nome anche di Noi Campani, la seconda si era opposta. Entrambe le senatrici avevano subito smentito quel litigio, ma il problema di fondo era rimasto. Basta riprendere quanto aveva dichiarato Lonardo a Emanuele Lauria della Repubblica sulla sua mancata adesione al gruppo
Quando sono andata ieri alla riunione per la costituzione di questo gruppo, mi aspettavo sì una composizione variegata ma almeno sotto un simbolo neutro, quello del Maie, e mi piaceva pure il termine "europeisti". Poi ho visto che hanno voluto a tutti i costi aggiungere "Centro democratico", che è una sigla politica. E allora, con tutto il rispetto, cambia proprio la logica [...]. Quando mai si era discussa una cosa del genere? A quel punto ho chiesto che venisse aggiunta pure la mia sigla, Noi campani. [...] Intanto nella mia regione il Centro democratico ha la metà dei nostri consensi [...]. E poi, ripeto, è una questione di metodo. Io potevo scegliere di far parte di un progetto europeista, senza bandiere politiche. Invece non hanno voluto sentire ragioni. [...] Dopo che sono andata via, ieri, mi hanno richiamato alle dieci e mezza della sera dicendomi che il problema era stato risolto. Invece il simbolo di Centro democratico era sempre lì. Mi sono sentita presa per i fondelli. Vadano pure, io resto nel Misto
Non è corretto considerare l'attuale componente come "naturale successione" del gruppo sciolto a marzo. Certo è che, con l'adesione a una componente già esistente (e ritenuta legittimata a esistere grazie a un partito che pure non aveva presentato il suo simbolo alle ultime elezioni), Sandra Lonardo ha potuto dare visibilità al nuovo progetto politico guidato dal marito e di cui lei stessa è parte (noi Di Centro), ma già che c'era si è voluta togliere la soddisfazione che attendeva riscontro da gennaio, infilando tra parentesi e in minuscolo anche il nome di Noi Campani (che in consiglio regionale fa gruppo con Campania libera e Psi).
Nel frattempo, pur non avendo ancora un proprio sito e propri profili social (che comunque stanno per arrivare), noi Di Centro ha aperto almeno una pagina Facebook per l'organizzazione giovanile. Fin qui nulla di strano (in fondo la conoscenza digitale è più dei giovani che di molti politici di lungo o medio corso). Il fatto è che il simbolo mostrato in quella pagina è un po' diverso da quello visto alla presentazione della "Margherita 2.0": la differenza riguarda soprattutto l'elemento tricolore centrale, molto più sottile (soprattutto nella parte verde) e diverso nei bordi laterali (quello sinistro è totalmente tagliato, quello destro solo in parte). Al momento non è dato sapere se sia questo il nuovo emblema del partito (oggettivamente un po' meno curato rispetto al primo) o se sia una sua variante per i giovani di nDC. Certo è davvero curioso che finora un'immagine del primo simbolo mostrato su schermi e bandiere non sia circolata in rete, né su pagine ufficiali né attraverso i media: ne è prova il fatto che una ricerca su Google o sui profili Fb fa uscire soltanto immagini identiche al simbolo che chi scrive ha ricostruito per questo sito, a partire dalle immagini della manifestazione. L'unico altro esemplare, appunto, è quello ora sfoderato dai giovani, ma per ora non si sa di più; in più, visto il tanto spazio bianco al centro, qualche altro elemento potrebbe trovare posto lì in mezzo. Magari anche un campanile che spunta dal tricolore, chissà. 

giovedì 18 novembre 2021

Europeisti, Partito comunista e Alternativa: il gruppo misto in evoluzione

Nell'ultimo mese le dinamiche interne al gruppo misto di Camera e Senato hanno richiesto tutta l'attenzione possibile da parte delle persone aderenti alla categoria dei #drogatidipolitica. Ieri, per esempio, si è diffusa in fretta una notizia comunicata attraverso i suoi canali social da Emanuele Dessì, senatore eletto con il MoVimento 5 Stelle e uscito dal gruppo dopo il sostegno del M5S al governo Draghi: da una manciata di giorni, infatti, Dessì nel gruppo misto del Senato rappresenta con una propria componente il Partito comunista guidato da Marco Rizzo, facendo dunque approdare questa formazione politica per la prima volta nelle aule parlamentari. 
Già questa, ovviamente, è una notizia assolutamente rilevante; lo è ancora di più considerando che Emanuele Dessì - guardando alla sua biografia presente su Wikipedia - prima di aderire al MoVimento 5 Stelle nel 2009, negli anni '70 aveva militato nella sinistra extraparlamentare (Autonomia operaia), per poi approdare al Partito comunista italiano e (dopo l'ultimo congresso nel 1991) a Rifondazione comunista, rimanendovi fino al 1999. Si spiega anche così il commento dello stesso Dessì contenuto nel post: "Dopo un lungo peregrinare, spesso piacevole, a volte tormentato, si torna a casa..." (anche se ovviamente la "casa" di oggi, a dispetto del nome molto simile, non è quella di allora, essendo il Pc di Rizzo diverso dal Pci che ha finito la sua esperienza nel 1991 cambiando nome in Pds, come è diverso dal Pci che ha ripreso nome e gran parte del vecchio simbolo ed è guidato da Mauro Alboresi). 
Il post è apprezzabile anche perché alla notizia accompagna una lettera dell'ufficio politico del Partito comunista, firmata dal segretario Marco Rizzo e dal presidente (e legale rappresentante) Giuseppe Canzio Visentin, datata 10 novembre, con la quale si comunica alla Presidente del Senato che Dessì avrebbe rappresentato il Pc all'interno del Senato "ottenuta una vostra autorizzazione", precisando che il partito aveva concorso alle ultime elezioni politiche ed europee con il proprio simbolo. La lettera è utile perché ricorda in poche righe come possa nascere ora una componente del gruppo misto al Senato, anche se questa componente ha tutto sommato prerogative ed effetti limitati a Palazzo Madama (a differenza che alla Camera): benché il regolamento del Senato nulla dica in proposito, ora si ritiene che la Presidenza dell'assemblea debba autorizzare la formazione della componente (dunque di un'articolazione parlamentare diversa dal gruppo), autorizzazione arrivata l'11 novembre, giorno in cui in effetti la componente è stata annunciata in aula; in più, in armonia con quanto deliberato dalla Giunta per il regolamento a maggio (che di fatto ha integrato il regolamento, innovandolo su un punto rilevante, senza voti dell'aula con le maggioranze richieste dal regolamento stesso, come rilevato da Salvatore Curreri), perché una componente del gruppo misto possa sorgere si chiede che rappresenti un partito che ha partecipato alle ultime elezioni politiche con cui si è aperta la legislatura in corso. Dalla lettera dei vertici del Pc non si evince se ora Dessì sia iscritto al partito o se intenda farlo, in ogni caso quella missiva soddisfa la condizione richiesta (anche se è evidente che il partito in questione non ha avuto eletti).
L'ingresso del Pc non è stata l'unica novità rilevante dell'ultimo periodo all'interno del gruppo misto del Senato. Il 28 ottobre, infatti, la componente IDeA e Cambiamo è stata ribattezzata IDeA-Cambiamo-Europeisti. Ricompare dunque il nome del gruppo nato all'inizio dell'anno per sostenere l'eventuale governo Conte-ter e ricompare, guarda caso, nella stessa articolazione parlamentare di cui fanno parte da mesi sia Mariarosaria Rossi (tra le persone protagoniste della formazione di quel gruppo) e soprattutto Raffaele Fantetti, eletto all'estero nella lista comune, poi aderente al Maie, creatore con Ricardo Merlo di Italia23 e infine presidente del gruppo Europeisti-Maie-Centro democratico. Il simbolo presente sul sito degli Europeisti è sostanzialmente lo stesso precedente: semplicemente sono stati cancellati i riferimenti a Maie e Cd presenti sotto al nome, mentre è rimasto il "tricolore a pallini" dell'associazione Italia23 legata a Fantetti.
Sempre al Senato, poi, il 12 novembre ha leggermente modificato il suo nome la componente ItalExit per l'Italia - Partito valore umano (prima era solo ItalExit-Partito valore umano), nata per dare maggiore visibilità al progetto politico di Gianluigi Paragone ma sorta il 14 settembre solo grazie al sostegno necessario del Pvu, che aveva concorso alle ultime elezioni politiche. Il 9 novembre, in compenso, era cessata la componente L'Alternativa c'è, sorta grazie al sostegno tecnico (e dichiarato nel nome) della Lista del Popolo per la Costituzione. Questo fatto, tuttavia, va letto insieme alla scomparsa del nome "L'Alternativa c'è" alla Camera il 15 novembre; non è però venuta meno la componente, che ha semplicemente cambiato nome.
La componente, infatti, ora si chiama semplicemente Alternativa e dovrebbe essere questo il nome del futuro partito di coloro che hanno lasciato il MoVimento 5 Stelle soprattutto all'indomani della nascita del governo Draghi. Per capirne qualcosa di più occorre leggere quanto riportato da La Notizia giornale: si legge che si sta preparando un partito "per rilanciare le battaglie 'di opposizione contro il governo Draghi'. Aprendosi a tutto il mondo dell'associazionismo e delle forze civiche che vorranno farne parte. Per essere pronti già alle elezioni Amministrative del 2022, guardando alle Politiche del 2023" e che quel partito (in cui i riferimenti sarebbero al momento soprattutto i deputati Andrea Colletti e Pino Cabras e il senatore Mattia Crucioli) dovrebbe essere presentato domani in una conferenza stampa. "
Nei giorni scorsi - si legge sempre nell'articolo - è stato depositato lo statuto ed è stata effettuata la registrazione all’Agenzia delle Entrate". Per vedere il simbolo, o almeno una sua base, occorre andare nel sito in costruzione: si trova una A arancione stilizzata, dentro la quale sembra di poter vedere (in negativo) parte del segno che ora occupa il centro del simbolo di L'Alternativa c'è, cioè Alpha. Al momento l'articolazione parlamentare comprende 14 persone, quindi non bastano per formare un gruppo autonomo alla Camera, ma solo la componente attuale (che peraltro, superando i dieci membri, non ha bisogno del sostegno di un partito che ha concorso alle elezioni per esistere); non è nemmeno dato sapere se quello che ora si vede come emblema sarà mantenuto come simbolo (sicuramente dovrà essere preparata la forma rotonda, per poter concorrere alle elezioni). Domani, probabilmente, se ne saprà di più.

mercoledì 24 marzo 2021

Europeisti, un simbolo poco noto (che rischia di sparire presto)

L'articolo 15 del regolamento del Senato prevede, al comma 3-bis, che ogni gruppo parlamentare debba dotarsi di un proprio regolamento (approvato dall'assemblea di tutti i membri del gruppo), mentre il successivo comma 3-quater aggiunge che le informazioni relative a "ciascun posto di lavoro alle dipendenze del Gruppo" devono essere pubblicate e liberamente consultabili "on line, nel sito internet del Gruppo". Ciò significa, "in soldoni", che ogni gruppo deve avere un proprio sito internet, raggiungibile (anche) attraverso il sito del Senato. Naturalmente lo stesso regolamento non prevede anche l'obbligo per ciascun gruppo di avere un proprio simbolo, anche se di norma il problema non si pone: se le norme che prevedono l'articolazione dell'assemblea in gruppi sono figlie dell'avvento (oltre cent'anni fa, per la Camera) della prima legge elettorale proporzionale a scrutinio di lista e del "riconoscimento" dei partiti, è normale che al gruppo corrisponda il simbolo del partito di riferimento; non è nemmeno raro che possano corrispondere più simboli, qualora il gruppo sia stato costituito unendo le compagini parlamentari di diversi partiti, ognuno con il proprio emblema. In passato, in realtà, è capitato che nascessero gruppi non legati a emblemi di partito (si pensi ai gruppi della Sinistra indipendente, i cui membri erano stati tutti eletti nelle liste del Partito comunista italiano), oppure che esistessero i simboli delle singole realtà presenti in un gruppo, ma mancasse un emblema relativo al nome che il gruppo stesso aveva scelto come denominazione "collettiva" (si pensi ai casi di 
Iniziativa responsabile, poi Popolo e territorio  e di Coesione nazionale nella XVI Legislatura, nonché di Gal - Grandi autonomie e libertà nella XVII Legislatura).
Non è dunque prescritto, né scontato che un gruppo parlamentare (al Senato come alla Camera) abbia un proprio simbolo, anche identico a quello dell'eventuale partito di riferimento o autonomo da questo. Con una visitina ai siti, tuttavia, si possono avere delle sorprese, in particolare sbirciando nel sito del gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico. Non appena si viene condotti nel sito https://europeistimaiecd.it, creato alla fine di gennaio, appare infatti subito un simbolo tanto prevedibile quanto sorprendente sotto diversi aspetti. L'elemento più prevedibile, in base al nome scelto, è il fondo blu con le dodici stelle gialle in cerchio della bandiera dell'Unione Europea, così come è gialla la parola "Europeisti", che campeggia in orizzontale poco sopra il diametro del cerchio. 
Non sorprende nemmeno che il simbolo contenga riferimenti - peraltro scritti in carattere piccolissimo - al Movimento associativo italiani all'estero e a Centro democratico, dal momento che proprio grazie a una di queste due formazioni (o a entrambe, ciascuna per la propria parte) il gruppo si è potuto costituire, in base al nuovo testo del regolamento del Senato. Semmai, può stupire un po' di più il fatto che entrambe le forze politiche, a dispetto del loro ruolo significativo nella genesi del gruppo, non abbiano inserito la "pulce" del loro simbolo all'interno dell'emblema di gruppo, anche solo per una questione di visibilità (è vero che il blu-Europa del fondo ricorda un po' i colori del Maie, ma è difficile che sia questo accostamento a venire in mente). La riflessione viene spontanea, se si considera - e qui c'è un altro profilo di sorpresa - che la parte inferiore del simbolo contiene un tricolore in tre puntini: non si tratta ovviamente di una mera citazione della bandiera italiana, ma di un riferimento grafico a Italia23, associazione e progetto politico - e magari pure elettorale, in futuro - rivendicato da Gianfranco Rotondi e guidato da Raffaele Fantetti, presidente del gruppo parlamentare (anche il sito internet dell'associazione Italia23, di cui si può leggere lo statuto, nella grafica somiglia molto a quello, decisamente successivo, degli Europeisti). Ci sono dunque due soggetti politici citati con il loro nome (riconoscibili ma non troppo visibili) e ce n'è uno citato solo in grafica, ma senza il nome: questo potrebbe rendere almeno riconoscibile l'associazione di Fantetti, ma ciò è opinabile visto che sono in pochi a riconoscere quella grafica, quindi sarebbe stato forse più utile citare il nome per ottenere visibilità (al momento, dunque, l'inserimento dei tre puntini sembra più un vezzo, per alludere a un progetto senza citarlo espressamente).
Questo simbolo, dunque, è assai poco noto, ma rischia di restare tale e pure di avere vita breve. Giusto ieri, infatti, attraverso l'Ansa (che a sua volta cita "fonti parlamentari"), si è appreso che la senatrice Tatiana Rojc si appresta a tornare nel gruppo del Pd, lasciato a gennaio espressamente per consentire al gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico di raggiungere la consistenza minima di dieci membri (una scelta compiuta "in zona Cesarini", come dimostra l'aggiunta a penna sul foglio con cui si era annunciata la nascita del gruppo, tra l'altro nell'unica riga lasciata vuota a metà dell'elenco, proprio nella posizione che secondo l'ordine alfabetico sarebbe toccata ad Alessandrina Lonardo in Mastella). "La mia casa è il Pd e infatti sono qua per sostenere non solo il segretario ma anche tutto il gruppo dei senatori. Mi riconosco in questo contesto", ha detto Rojc ad Ansa, ma la legge dei numeri è dura: dieci erano i membri del gruppo all'epoca della costituzione e dieci sono tuttora, senza alcun'aggiunta. Ciò significa che, qualora Rojc tornasse nel gruppo del Pd, il gruppo degli Europeisti scenderebbe sotto la soglia minima e, a norma dell'art. 14, comma 6 del regolamento del Senato, il gruppo dovrebbe automaticamente essere dichiarato sciolto e i suoi membri avrebbero tre giorni di tempo per dichiarare il loro gruppo di approdo, venendo in alternativa iscritti d'ufficio al gruppo misto. Se fosse così e, nel frattempo, non si aggiungesse nessuno a quel gruppo, si sarebbe di fronte a una delle vite più brevi per un'articolazione parlamentare e per il suo simbolo, già peraltro poco noto di per sé.