Visualizzazione post con etichetta giuseppe conte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giuseppe conte. Mostra tutti i post

venerdì 25 settembre 2026

Per ridurre le firme, basta un senatore nel misto e un eletto in Regione? (di Gabriele Maestri e Marco Chiumarulo)

Chi avesse avuto tempo di leggere i giornali di oggi avrebbe notato, sul Fatto Quotidiano, dopo il servizio di Giacomo Salvini sulle vicende della legge elettorale (in cui si parla con nettezza dell'orizzonte delle urne in caso di incidenti con il voto segreto a Montecitorio) un articolo di Luca De Carolis dedicato al MoVimento 5 Stelle e a Giuseppe Conte, dopo la manifestazione Nova durante la quale, nei giorni scorsi, sono stati votati i punti del programma. Oltre alle questioni legate alle proposte e alle primarie, il pezzo parla del perdurante "lavorìo del M5S per sal­vare Ales­san­dro Ono­rato", o meglio, il Progetto civico italia guidato dall'assessore di Roma Capitale ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda (già coordinatore della lista personale di Roberto Gualtieri nel 2021 dopo essere stato candidato nella lista Alfredo Marchini sindaco nel 2016 e nel 2013 e prima ancora aver aderito all'Udc dopo essere uscito dal Pd). Il Pc-i (il trattino è d'obbligo, visto che alcuni media si sono concentrati soprattutto sulla sigla del nuovo progetto) si qualifica sul suo sito come formazione politica promossa da "amministratori locali, associazioni, professionisti, imprenditori, studenti, volontari. Cittadini giovani e meno giovani che non si rassegnano e vogliono cambiare davvero la nostra Italia": i primi passi li ha mossi oltre un anno fa (e anche di più, considerando pure l'esperienza locale ma rilevante di Viva Roma Sempre), l'associazione ormai si muove da tempo e il suo volto principale si affaccia non di rado anche sulle pagine dei giornali e sugli schermi. 
Quando al primo passaggio della legge elettorale alla Camera era stata modificata la norma sulle esenzioni dalla ricerca dei sottoscrittori, richiedendo la costituzione di un gruppo parlamentare (in teoria all'inizio della legislatura ma in concreto - secondo la lettura avallata anche dai servizi studi delle Camere - esistente al 31 dicembre 2025) e obbligando tutte le altre forze politiche a raccogliere almeno 1500 firme per ogni collegio plurinominale, Onorato aveva subito fatto sapere che quella norma era fatta per salvare alcuni e penalizzare altri, precisando però che l'impegno della raccolta non avrebbe spaventato amministratori abituati a stare tra la gente. La reazione è stata assai più concitata dopo l'approvazione dell'emendamento Zedda riformulato al Senato, con l'aumento ad almeno 6000 firme da raccogliere in ogni circoscrizione, mentre l'asticella resta fissata alla quota di 1500 per le liste costituite in gruppo (nato in corso di legislatura) o in componente del gruppo misto (dovendo, per questa legislatura, l'articolazione parlamentare esistere al tempo dell'entrata in vigore della riforma). La quota di almeno 294000 firme per la Camera (più quelle per il Senato) deve apparire davvero altissima anche per chi conosce i territori: sarebbe davvero l'ideale avere la possibilità di raccoglierne ancora almeno 73500 alla Camera, non una passeggiata, ma un impegno pur sempre quattro volte meno gravoso. 
L'articolo di De Carolis spiega che sarebbe interesse di Conte aiutare in qualche modo Onorato, volendo far schierare Progetto civico Italia nel "campo largo" "per con­te­nere Mat­teo Renzi" (così si legge nell'articolo). Finora si era pensato di agevolare la nascita - entro l'entrata in vigore della riforma elettorale - di una com­po­nente poli­tica del gruppo misto alla Camera con tre depu­tati, sfruttando l'interpretazione del regolamento inaugurata nel 2004, per cui è sufficiente che quella componente stessa "rappresenti" un partito che aveva presentato candidature alle ultime elezioni politiche: occorre però che alcuni deputati lascino i loro rispettivi gruppi e, soprattutto, occorre l'avallo di un partito che abbia portato sulle schede nel 2022, nessuna delle due cose essendo scontata. L'articolo, tuttavia, precisa che "nelle ultime ore, stu­diando i rego­la­menti par­la­men­tari, il Movi­mento avrebbe sco­perto che può bastare un sena­tore, che rap­pre­senti il sim­bolo di una forza poli­tica in corsa anche alle scorse Regio­nali" e che si fa strada l'idea di presentare la lista del Pc-I grazie al collegamento tecnico "con il sim­bolo del Psi di Enzo Maraio, for­ma­zione asso­lu­ta­mente affine a Conte", unendo le forze dei civici e dei socialisti per la raccolta delle firme.
Sull'Avanti! della domenica (l'organo del Partito socialista italiano) del 19 settembre, è comparso un articolo a firma di Stefano Amoroso, in cui - oltre a tirare le somme della festa nazionale del partito a Campobasso - si commentavano le novità della riforma elettorale in esame, ritenuta "liberticida e fortemente anticostituzionale". Nel denunciare la gravità dell'aumento del numero di firme richieste, l'autore dell'articolo negava però che il Psi fosse "costretto ad ammainare la bandiera e a non presentare una lista autonoma alle prossime Politiche", grazie a un radicamento riconquistato "su tutto il territorio nazionale", a "una classe dirigente giovane, colta, preparata e determinata" e alla sua presenza in uno "spazio politico di cui la coalizione di centrosinistra ha assoluto bisogno per vincere", ma anche alla ritenuta "maggior compattezza ideologica del Pd e dei Cinquestelle", che comunque avrebbero un bisogno indefettibile dei socialisti, non potendo "dialogare facilmente con formazioni nuove ma in forte crescita, come Progetto Civico di Alessandro Onorato, e neanche con gli eredi del riformismo radicale liberale, raccolti intorno a +Europa". La stessa fatica di Pd e M5S di dialogare con Pc-I, a quanto pare, non dovrebbero averla i socialisti.
Ma, dunque, quale sarebbe la via di cui si parla nell'articolo del Fatto? In effetti, quando si parla di componenti del gruppo misto, viene naturale pensare a quelle della Camera, se non altro perché lì sono state create nel 1997 (e, come si è detto, lì è partita la lettura molto generosa del regolamento che permette a un partito nato in corso di legislatura di costituirsi in componente con l'appoggio tecnico di una formazione che aveva partecipato alle elezioni). Al Senato formalmente per anni non sono esistite - soprattutto come presupposto per ottenere tempi di intervento, spazi e risorse - pur essendo praticate nei fatti, visto che accanto al nome di questo o quel senatore del misto poteva apparire un'etichetta. Nel 2021 sono state introdotte "in via convenzionale", grazie a un parere della Giunta per il regolamento di Palazzo Madama (e questo comprensibilmente era stato stigmatizzato da Salvatore Curreri, che aveva ricordato come per una sostanziale modifica del regolamento occorresse rispettare l'art. 64 Cost., con un voto a maggioranza assoluta dei componenti dell'aula). La riforma del 2022, avvenuta alla fine della XVIII legislatura anche per adeguare le procedure senatoriali al numero di parlamentari ridotto a seguito del referendum costituzionale, ha tra l'altro codificato al comma 6 dell'art. 14 la norma sulle componenti, che si riporta per intero di seguito:
6. I Senatori appartenenti al Gruppo misto possono chiedere al Presidente del Senato di costituire componenti politiche in seno ad esso, purché coloro che intendono aderirvi rappresentino un partito o un movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle ultime elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l'elezione di almeno un Senatore. È altresì consentita la costituzione di componenti politiche in seno al Gruppo misto, che rappresentino un partito o un movimento politico che nella legislatura abbia presentato alle elezioni politiche, regionali o del Parlamento europeo propri candidati conseguendo l’elezione di propri rappresentanti.
Il testo non prevede un numero minimo, dovendosi immaginare che anche solo un senatore possa costituire una componente. Il primo periodo del comma prevede comunque che la forza politica cui uno o più senatori fanno riferimento abbia non solo partecipato alle ultime elezioni del Senato, ma anche ottenuto almeno un eletto, dunque appare poco utile al caso in esame. Ben altro è il discorso che si può fare per il secondo periodo: una componente - anche di un solo senatore - può sorgere "rappresentando" un partito o movimento che durante la legislatura abba partecipato, eleggendo almeno una persona, alle elezioni politiche (si suppone che il riferimento sia alle elezioni suppletive, almeno finché esisteranno, o all'elezione alla Camera, qualora il partito si sia presentato solo lì), alle elezioni europee (ma l'ultima volta in cui una lista che ha eletto senza essere prima rappresentata in Parlamento, peraltro avendo raccolto le firme, è stata nel 2014, con L'Altra Europa con Tsipras) e soprattutto alle elezioni regionali. Qualunque lista abbia ottenuto anche solo un eletto in una Regione, dunque, potrebbe far nascere una componente a Palazzo Madama, grazie a un senatore che vi aderisse o fosse in cerca di un appoggio tecnico per rendere "visibile" il proprio nuovo movimento. Del resto, è lo stesso art. 14, comma 7 a precisare che, in questo caso, "i Senatori che intendono costituire [...] una componente politica in seno al Gruppo misto devono trasmettere al Presidente del Senato una dichiarazione di riconoscimento da parte del partito o movimento politico che intendono rappresentare": se è comprensibile chiedere che il partito che rende possibile formare la componente riconosca ufficialmente quella costituzione, la disposizione non vieta che la denominazione della componente stessa affianchi al nome del partito "riconoscente" anche quello di un altro soggetto politico, dunque anche al Senato può trovare applicazione la lettura "generosa" avviata oltre vent'anni fa alla Camera.
La lista Avanti Psi in Campania alle ultime elezioni regionali ha ottenuto tre consiglieri, quindi potrebbe effettivamente permettere a Progetto civico Italia di formare una componente condivisa: occorrerebbe solo che un senatore - del M5S, secondo la ricostruzione, ma non per forza - accettasse di costituire la componente di Pc-I con l'avallo del Psi, sperando che poi riesca la raccolta firme "ridotta". Una soluzione sicuramente più semplice rispetto a quella che da alcune parti si era immaginata alcuni giorni prima e che avrebbe dovuto coinvolgere (insieme ad altri due deputati necessari per completare l'operazione) Bruno Tabacci come "titolare" del simbolo di Centro democratico e unico eletto riferito alla lista Impegno civico - Cd. Certo, invece dell'esenzione totale del 2018 e del 2022 il nocchiero Brown Tabax avrebbe potuto offrire un "più lieve legno", cioè la riduzione a un quarto delle firme necessarie, ma meglio che niente in tempi come quelli che paiono prospettarsi. Il Foglio, con un articolo di Nicolò Zambelli, mercoledì aveva però fatto sapere che Tabacci non avrebbe messo a disposizione così facilmente l'emblema ("Cedere il simbolo? Cedere cosa? Cosa vogliono fare? Vogliono andare con Conte? Esplicitino i loro programmi, i loro progetti e vediamo. Comnque ognuno raccoglierà le firme che deve raccogliere"); il giorno successivo - ieri - lo stesso autore sulla medesima testata ha dato conto della risposta di Onorato, che non avrebbe mai chiesto a Tabacci la disponibilità del simbolo e che avrebbe lasciato le "operazioni di palazzo" a "professionisti che con un simbolo, senza, voti, riescono a farsi cinque giri in Parlamento".
A questo punto, però, l'appetito vien mangiando. E, visto che ci si è, tanto vale divertirsi un po' e vedere quali e quante forze politiche potrebbero farsi cogliere dall'irrefrenabile desiderio di fare capolino a Palazzo Madama e, magari, permettere a qualcuno di riportare a 1500 il numero minimo di firme da raccogliere in ogni collegio. Ce n'è per tutti i gusti, in tutte le Regioni e per tutti i candidati. Già, perché oltre ai partiti potrebbero essere in gioco anche le civiche legate ai candidati alla presidenza della giunta. Ovviamente sarebbe più difficile impiegare formazioni con il nome del candidato all'interno, come le liste civiche di Cirio in Piemonte, di Fontana (Lombardia ideale), Majorino (Patto civico) e Moratti in Lombardia, di Bucci (Vince Liguria e Orgoglio Liguria) e Orlando in Liguria, Manildo (Uniti per Manildo presidente e Civiche venete) e Szumski (Resistere Veneto) in Veneto, De Pascale e Ugolini in Emilia-Romagna, Acquaroli e Ricci nelle Marche, Proietti e Tesei in Umbria, Rocca e D'Amato in Lazio, Marsilio e D'Amico (Abruzzo insieme), Roberti in Molise (il Molise in buone mani e Il Molise che vogliamo), Fico e Cirielli in Campania, Decaro in Puglia, Bardi (Orgoglio lucano) e Marrese (Basilicsta casa comune, ma col nome di Chiorazzo) in Basilicata, Occhiuto e Tridico in Calabria. Sarebbe invece molto invitante l'occasione per A testa alta, la lista promossa in Campania da Vincenzo De Luca: niente nomi nel simbolo e un nome che è tutto un programma, anche in politica. Quanto alle forze politiche, sempre in Campania ha eletto rappresentanti Noi Di Centro di Clemente Mastella (che ha fatto la lista comune con Noi Sud), mentre è rappresentata in Molise Costruire democrazia, come lo è la Liga Veneta Repubblica; volendo poi considerare i contrassegni compositi, potrebbero perfino tornare utili - pur non avendo magari eletti diretti - il Pli e i LiberalDemocratici europei (presenti in emblemi compositi con eletti in Piemonte), Rinascimento (nella lista con Noi moderati in Lombardia), il Popolo della famiglia (con la Lega in Toscana), Possibile e DemoS (presenti nel simbolo composito di Avs rispettivamente in Lazio e in Abruzzo) e perfino il Nuovo Psi (con la Lega in Puglia). Tutto questo limitando l'attenzione alle Regioni a statuto ordinario.
Coloro che temono un eccessivo affollamento sulle schede, tuttavia, non si preoccupino: non c'è il rischio che tutti questi simboli generino contrassegni compositi pronti a finire sulle schede delle elezioni politiche, potendo al massimo arrivare - si spera - nelle bacheche del Viminale. Come si diceva prima, la disponibilità di una lista che abbia avuto un eletto alle regionali tenutesi durante la legislatura è solo una delle condizioni per concorrere più facilmente alle elezioni, perché occorre anche che un senatore dichiari di essere rappresentato da questa (e, se non è già nel gruppo misto, deve lasciare il proprio, con riflessi economici non irrilevanti per sé e per per il gruppo che lascia) e, soprattutto, che la raccolta firme "alleggerita" vada a buon fine. In compenso, in questo modo si può ufficialmente dichiarare aperta una nuova frontiera della caccia "simbolica": prima si puntava solo all'esenzione, ora - se proprio non si può evitare la raccolta firme - ci si accontenta di faticare meno grazie a un nocchiero che accompagni alle elezioni con "più lieve legno", sperando che questo possa bastare.

domenica 4 gennaio 2026

Riflessioni d'inizio anno sul (valore del) simbolo del MoVimento 5 Stelle

Inizia un nuovo anno e, lo si voglia o no, questioni simboliche emergono o si fanno presenti, pur restando sotto traccia. Non solo perché si voterà in vari comuni, alcuni dei quali importanti (come Venezia e i capoluoghi di provincia Macerata, Arezzo o Reggio Calabria) e per le suppletive nel collegio della Camera Veneto 2 - P01 -  U01 (quello di Rovigo) lasciato libero da Alberto Stefani dopo l'elezione a presidente della giunta regionale veneta (oltre che per il referendum costituzionale in materia di giustizia, senza voler in questo momento immaginare rischi di ritorni anticipati alle urne anche per il Parlamento, sebbene sui quotidiani in edicola oggi siano stati paventati). Ma anche perché all'interno di alcune forze politiche e del loro mondo ed elettorato di riferimento sembra non spegnersi mai una certa inquietudine di fondo, che porta a tenere accesa l'attenzione su alcuni temi, che a volte riguardano pure i segni distintivi in cui le rispettive comunità politico-elettorali si riconoscono.
Cosi non è passato inosservato il post con cui Beppe Grillo ha marcato il passaggio al 2026, lamentando davanti a sé "un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi", all'interno di "un Paese che si è abituato a tutto, all'ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio". Una situazione che ha portato Grillo, dopo molte parole pronunciate, urlate e miste a risa, a scegliere di rimanere "in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore", sentendosi "in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite". Alla fine di "un anno di sottrazione…che ha tolto più di quanto abbia dato" e "ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare", Grillo nota - parlando di giustizia, con tutta probabilità con riferimento alla propria esperienza - "esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto". Il tutto mentre - e qui l'attenzione si concentra ancora di più - "la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi".
Mentre Grillo inizia il nuovo anno rimanendo "a guardare e a pensare… In silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza" e a ricordare, "perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori", è quasi inevitabile chiedersi se, mentre altri simboli cambiano (quelli di altri partiti), nel 2026 ci si debba attendere qualcosa su quello del MoVimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni e, più in generale, delle evoluzioni del quadro politico italiano. La premessa è che - salvo che non sia sfuggito qualcosa - nulla si sa delle evoluzioni dell'eventuale azione legale di cui si era parlato a giugno, quando i media (in particolare il Corriere della Sera con un articolo di Emanuele Buzzi) avevano fatto sapere che Grillo si sarebbe rivolto al costituzionalista Giulio Enea Vigevani, professore presso l'Università di Milano Bicocca e al processualcivilista (e docente a contratto presso lo stesso ateneo) Matteo Gozzi. Sulla questione non si è espresso Grillo (che nel suo messaggio ha sentenziato "Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo"), ma ieri ben due quotidiani hanno ospitato un'intervista a Danilo Toninelli, deputato dal 2013 al 2022, tra le figure più note della prima stagione del MoVimento 5 Stelle, anche per le sue proposte in materia elettorale (si pensi alla possibilità di introdurre le "preferenze negative"). Fa tuttora parte del collegio dei probiviri del M5S guidato da Giuseppe Conte, ma "non sono più probiviro nei fatti dall’assemblea costituente di Conte", ha precisato al Foglio, intervistato da Gianluca De Rosa. Oggi si occupa di tutt'altro, in particolare di salute mentale: "Da una mia idea, insieme alla competenza clinica di Anna Sari e al lavoro di Emanuele Falzarano - ha spiegato a Buzzi per il Corriere - è nato Bastapensieri: una piattaforma che mette al centro il silenzio, l’ascolto di sé e la mindfulness psicosomatica. È proprio fermandosi e guardando dentro che si possono sciogliere blocchi interiori e ritrovare equilibrio".
In qualche modo le scelte di Toninelli e Grillo sono state accomunate: la scelta di stare in disparte in silenzio per l'ex parlamentare M5S è "oggi il primo passo per cambiare questa società, la più inconsapevole della storia dell'homo sapiens sapiens. Oggi senza una comunità politica straordinaria come quella del vecchio M5S francescano, l'unica via per cambiare le cose è una rivoluzione interiore. In futuro chissà, magari qualche persona elevata spiritualmente, come furono Beppe e Gianroberto Casaleggio, aggregherà di nuovo delle persone. Purtroppo, per ora, all'orizzonte non si vede nulla" (dal Foglio). Per Toninelli, a poco meno di vent'anni dalle prime vicende che avrebbero portato all'impegno politico di Grillo, "il Movimento esiste solo sulla carta. Era una comunità di persone unite da alcuni valori: l'essere post-ideologici e il limite dei due mandati. Oggi non c'è più nulla di questo" (dal Corriere), anzi, il M5S sarebbe "un partito come un altro che utilizza quel vecchio e glorioso simbolo come una foglia di Fico" (dal Foglio): il riferimento all'esito delle elezioni campane e alla giunta regionale appena formata da Roberto Fico (non meno noto di Toninelli già nella XVII legislatura), insieme al giudizio negativo su questa, è molto chiaro.
Si diceva però del simbolo: tanto Buzzi quanto De Rosa hanno chiesto a Toninelli se Grillo avrebbe fatto bene ad avviare una causa per accertare e rivendicare la titolarità del simbolo del MoVimento 5 Stelle. Al Corriere ha detto che rivolgersi ai tribunali per questo "ora non ha più senso. L'avrei fatt[o] dopo l'assemblea costituente. Oggi si sta ricreando un vuoto in politica e sono contento, perché quel vuoto prima o poi verrà colmato. Il Movimento è un finto pieno e i finti pieni si esauriscono e basta". Al Foglio Toninelli ha confermato che rivendicare il fregio in tribunale "non serve più", ma in effetti "fa rabbia vederlo usare a questi indegni epigoni. Conte avrebbe dovuto fare il suo partito e lasciarci seppellire il simbolo del MoVimento in pace, ma va bene lo stesso. Il MoVimento esiste ormai solo come un disegnino scritto su un foglio, chi amava i valori che incarnava si è già allontanato a prescindere e non si reca più alle urne come me".
Alla fine di novembre del 2024 l'ex parlamentare, in effetti, aveva invitato Grillo a fare causa, ritenendo che il simbolo fosse suo. Dalle interviste di ieri non trapelano novità sulla causa, al punto che non è dato sapere se sia effettivamente stata avviata. Le parole di Danilo Toninelli, però, sono ugualmente rilevanti: in un Paese litigioso come l'Italia, in cui - al di là delle azioni legali che in passato hanno riguardato proprio il M5S - ci si è fatti spesso causa per la rappresentanza di vari partiti o per la titolarità di vari fregi politici (e questo sito spesso ha documentato tali vicende), segnalano e ricordano che il valore di un simbolo non è uguale per tutti e soprattutto non è intangibile, anche dopo che ha raccolto milioni di voti. E, per quanto ci si sia identificati con quell'emblema per anni, può arrivare il tempo di lasciarlo andare senza lottare più - con o senza carte bollate - per rivendicarlo o anche solo per toglierne la disponibilità a chi si ritiene che lo usi in modo inopportuno. Torna in mente, come in passato, la "biodegradabilità dei simboli" (e dei soggetti politici) teorizzata e praticata - a costo di non farsi riconoscere dagli elettori - in ambito radicale: qui però non c'è l'idea che, dopo il voto, la lista elettorale che ha portato avanti determinate battaglie debba dissolversi mentre la lotta su quei temi continua (in vista di nuove urgenze politiche da affrontare), ma piuttosto il pensiero che, in determinate condizioni, sia più opportuno cercare altri modi per agire e, magari, altre dimensioni, in cui - per dirla con Pasquale Panella - "oltre il disfare e il fare / si delineano cose / appena, appena verosimili". In attesa che qualche visionario le traduca in un simbolo e le muti in vere.

martedì 3 dicembre 2024

Ancora sul M5S, tra scritture private sul simbolo e "Figli delle Stelle"

Dopodomani si riaprirà il voto sui quesiti posti alle iscritte e agli iscritti al MoVimento 5 Stelle, dopo che Beppe Grillo, esercitando il suo potere da garante, ha chiesto di ripetere l'assemblea e la consultazione. Si guarderà con attenzione all'esito del voto sui quesiti che propongono di modificare lo statuto (specie quelli relativi all'eventualità di sopprimere il ruolo del garante o di ridimensionarne molto i poteri), ma prima ancora si guarderà alla percentuale dei votanti, visto che - sempre in base allo statuto - quando il garante chiede di ripetere il voto occorre che partecipi alla consultazione almeno la maggioranza assoluta degli aventi diritto (senza poter escludere nuove polemiche sull'ampiezza di quella platea elettorale). 
La sera dell'8 dicembre si apprenderà se saranno prevalse le posizioni del presidente Giuseppe Conte o quelle di Grillo. Proprio lui oggi ha conquistato l'attenzione dei media per il suo discorso a bordo di un carro funebre, annunciato per le 11 e 03 (orario che rievocava l'11 marzo 2022, data di entrata in vigore dello statuto vigente) : ha sostenuto che i "grandi valori del MoVimento 5 Stelle [...] sono scomparsi in questi tre anni", anzi, sarebbero stati "traditi" ("siete diventati un partito che segue un "[mago di] Oz" - cioè Conte - un partito di gente che non riconosco più"), precisando che le sue proposte di progetto non avrebbero mai ricevuto risposte da Conte, che non si sarebbe fatto "mai trovare"; ha voluto correlare la proposta di eliminare il garante con la modifica al limite dei due mandati ("Io scompaio proprio in funzione dei due mandati; [...] 20 domande per coprirne tre", cioè quella sul garante, quella sui due mandati e la situazione del presidente); ha manifestato il suo disagio nel "vedere questo MoVimento, questo simbolo che ha rappresentato sudore, cuore, coraggio per milioni di persone, rappresentato da queste persone". Ha invitato di nuovo i vertici del M5S ad abbandonare le insegne di una storia in cui non potrebbero più identificarsi ("Coraggio: fatevi un altro simbolo, andate avanti e fate le vostre cose. Il MoVimento è morto, stramorto, però è compostabile: l'humus che c'è dentro non è morto"), per poi concludere: "Questo MoVimento avrà un altro decorso meraviglioso, che ci siate voi o no".  
Quale sia il decorso di cui parla Grillo non è dato sapere. E se il riferimento al simbolo da cambiare potrebbe far pensare di nuovo alla possibilità che il fondatore (con Gianroberto Casaleggio) della "non associazione" M5S nel 2009 e (con il nipote Enrico e il commercialista Enrico Maria Nadasi) dell'associazione M5S nel 2012 revochi l'uso del simbolo a suo tempo da lui registrato come marchio, da alcuni giorni quello scenario sembra diventato meno attuale dopo che Adnkronos - con un articolo di nuovo a firma di Antonio Atte - il 29 novembre ha svelato parte del contenuto di una scrittura privata intercorsa proprio tra "Giuseppe Piero Grillo" e l'associazione MoVimento 5 Stelle fondata nel 2017 e attualmente guidata da Giuseppe Conte. Che quel documento esistesse era già stato anticipato, oltre che da Conte, da Alfonso Colucci, notaio e deputato del MoVimento - lo si è già ricordato nell'articolo di pochi giorni fa - ma solo ora si può ragionare su parte del contenuto; occorre premettere che il documento integrale non è stato reso disponibile, quindi si riflette unicamente su quanto è stato diffuso dall'agenzia.
In mancanza di una data visibile (il testo dell'agenzia precisa che era coperta da omissis), si può comunque intuire che la scrittura privata risale al 2021, visto che vi si parla della sede nazionale in via Campo Marzio, che risulta tale a partire dallo statuto approvato appunto nel 2021. Oggetto dell'accordo sarebbe, a quanto si apprende, la cosiddetta "manleva", cioè l'impegno del M5S a esonerare Beppe Grillo da ogni responsabilità patrimoniale in caso di azioni giudiziarie relative all'attività del MoVimento stesso; a quell'impegno, tuttavia, sarebbero corrisposte varie contropartite. Tra queste, il lancio di agenzia citava l'impegno dello stesso Grillo "a non formulare in proprio e quale legale rappresentante" tanto del M5S-1 (la "non associazione" del 2009) quanto del M5S-2 (l'associazione del 2012) "alcuna contestazione" verso il M5S-3 (fondato nel 2017 da Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, poi sostituito come capo politico da Vito Crimi e - col diverso ruolo di presidente - da Giuseppe Conte) "con riguardo all'utilizzo del nome Movimento 5 Stelle e/o del simbolo": in particolare, non si sarebbe dovuto contestare né il simbolo registrato dal M5S-3 come marchio (quello con il sito Ilblogdellestelle.it), né il simbolo "come finora modificato e in futuro modificabile, in tutto o in parte", inclusa dunque la versione attuale col riferimento al 2050, inclusa anch'essa nello statuto. 
Tra gli impegni presi da Grillo rientrerebbe anche una sorta di "divieto di concorrenza": il fondatore del M5S, in particolare, non dovrebbe "prestare collaborazione funzionale e/o strutturale ad altre associazioni che hanno quale finalità quella di svolgere attività in contrapposizione e/o concorrenziale" col M5S. Nel commentare questa disposizione, Antonio Atte nota che "qualora dovesse verificarsi una scissione o dovesse nascere una nuova forza politica filo-grillina antitetica al Movimento di Conte, Beppe Grillo non potrebbe lavorare con o per questa nuova formazione"; in effetti, è probabile che l'impegno sia anche più gravoso, nel senso che Grillo in teoria non potrebbe prestare - ammesso che voglia davvero farlo - la sua collaborazione con alcun partito, visto che ogni altra forza politica di fatto si porrebbe in concorrenza, se non addirittura in contrapposizione col M5S-3. 
Sempre nella scrittura privata si leggerebbe che l'accordo lì contenuto "è senza termine di durata", essendone prevista la risoluzione (dunque il venir meno) "solo con lo scioglimento dell'Associazione Movimento 5 Stelle" e in quel caso Grillo potrebbe beneficiare dell'esonero dalla responsabilità solo per "i contenziosi radicati entro 5 anni decorrenti dalla data di scioglimento" del M5S-3 (ma lo stesso documento fa salvi gli effetti "della manleva 2018", con riferimento al precedente accordo con cui, alla vigilia delle elezioni politiche del 2018, era stata concessa un'analoga copertura legale).
Secondo chi ha commentato per primo il contenuto della scrittura privata divulgato da Adnkronos, quell'accordo renderebbe impossibile qualunque azione di Beppe Grillo legata al simbolo, di cui pure l'associazione da lui presieduta (quella del 2012) è titolare. Sicuramente contestazioni "simboliche" sono scoraggiate, ma non è affatto detto che siano escluse. Non è dato sapere se l'accordo contenuto nella scrittura privata preveda anche delle penali nell'eventualità in cui una delle parti venga meno al patto; qualora non ci fossero penali, tuttavia, resterebbe aperta per Grillo la possibilità di rinunciare al proprio vantaggio (la manleva) per poter riacquisire la facoltà di revocare al M5S-3 l'uso del simbolo concesso all'atto della sua fondazione e, dunque, di contestare l'uso dei simboli attuali. 
Questa scelta, ovviamente, potrebbe generare contenziosi e, in ogni caso, potrebbe non essere risolutiva in sede elettorale, visto che - come si è ricordato pochi giorni fa - le norme in vigore da decenni tutelano con priorità le forze politiche presenti in Parlamento, incluso il M5S. In sede civile, tuttavia, un'eventuale decisione di un giudice che - anche solo in via cautelare - inibisse l'uso del nome e del simbolo al M5S-3 potrebbe avere effetti assai rilevanti, potenzialmente simili a quelli dell'ordinanza del tribunale di Napoli che, all'inizio del 2022, sospese cautelarmente le modifiche statutarie e dell'elezione di Giuseppe Conte alla presidenza, di fatto paralizzando temporaneamente il MoVimento; ciò, naturalmente, ammesso che un giudice sia disposto a ritenere corrette le ragioni alla base delle eventuali pretese di Grillo.
Certo, alla base resta sempre il problema non secondario della registrazione di un simbolo come marchio, di per sé poco compatibile con il mondo dei partiti e con quello delle elezioni: "La tendenza a registrare i simboli dei partiti come marchi è contrastata a livello giurisprudenziale, dove si ritiene che il diritto di proprietà individuale sul marchio non può sacrificare integralmente il diritto al suo da parte di un soggetto collettivo come un partito politico", ha dichiarato il costituzionalista Salvatore Curreri a Emilia Patta del Sole 24 Ore, in un articolo pubblicato oggi. Lui cita pure una vecchia ordinanza del tribunale di Palermo - sezione impresa e proprietà industriale (del 4 marzo 2015), emessa con riguardo all'associazione Dim, cioè Democrazia in Movimento e già analizzata a suo tempo su queste pagine: al suo interno si legge che "La specifica funzionalità del marchio, destinato ad individuare un prodotto o una attività commerciale, delimita l’ambito di tutela accordata, che mira proprio ad evitare il rischio di confusione tra i consumatori, sia per assicurare il diritto di esclusiva al suo titolare, sia per salvaguardare la buona fede dei soggetti contraenti. Il segno distintivo, così come il nome del partito politico, pare invece inquadrabile nella disciplina del nome di cui all’art. 7 c.c., quale strumento di individuazione del soggetto, e tutelato quale espressione dell’identità personale del gruppo di individui associati che si riunisce sotto l’ombrello di una determinata idea politica". 
Per Curreri, ciò significa che "il simbolo di un partito appartiene non ad un soggetto ma alla comunità politica che in esso si riconosce e che in tal senso può agire in sua tutela secondo l’art. 7 del codice civile". In teoria questa dovrebbe essere la norma e se ne può condividere lo spirito; non si può però ignorare come tanto il M5S-2 (nel 2013), quanto il M5S-3 (nel 2018) abbiano di fatto partecipato alle elezioni con uno statuto in cui si diceva espressamente che il contrassegno impiegato era stato concesso in uso da un diverso soggetto, che di quell'emblema era "unico titolare". Non si è trattato in effetti dell'unico, né del primo caso di "simbolo in concessione": nel 2006, per dire, lo statuto dell'associazione La Rosa nel Pugno - Laici liberali socialisti radicali conteneva la specificazione in base alla quale il simbolo della rosa nel pugno veniva concesso in uso esclusivo al nuovo soggetto giuridico fino al 2011 dal Partito radicale; dal 2014 fino al 2018, poi, lo statuto di Fratelli d'Italia conteneva il riferimento alla delibera del cda della Fondazione An che aveva concesso l'uso del simbolo di Alleanza nazionale. Certo, un conto è la concessione da parte di un soggetto collettivo, un altro conto è la concessione da parte di una singola persona (Beppe Grillo). Occorre dire che lo statuto originario del M5S-3 non è mai stato sottoposto - che si sappia - alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e controllo dei rendiconti dei partiti politici: non è quindi dato sapere se il passaggio in cui si parlava espressamente della concessione in uso del simbolo da parte del M5S-2 sarebbe stato oggetto di rilievi (formali o informali) di qualche natura. Il decreto-legge n. 149/2013 (che detta un minimo di regole sulla "democrazia interna" dei partiti) si limita a rilevare - all'art. 3, comma 1 - che il simbolo "costituisce elemento essenziale di riconoscimento del partito politico", che nello statuto dev'essere descritto (potendo "anche essere allegato in forma grafica) e che nome, sigla e simbolo "devono essere chiaramente distinguibili da quelli di qualsiasi altro partito politico esistente", senza che sia esclusa la possibilità di un simbolo "in concessione".
Nel frattempo, attraverso la rete si è diffusa la notizia della nascita (già il 27 novembre scorso) di un'associazione del terzo settore denominata Figli delle Stelle Odv: questa, nata sulla scorta di un documento presentato in vista dell'assemblea M5S, si propone di "rendere onore ai temi e ai principi che ci hanno accomunato e guidato nel corso di questi mesi", al fine di "garantire impegno sociale al servizio dei territori, per sostenere cultura socio-politica e volontariato civico nel solco del pensiero di Gianroberto Casaleggio", promuovendo "la partecipazione alla vita democratica e culturale del Paese in particolare tra i giovani" e garantendo "la sopravvivenza e la diffusione dei valori del vero MoVimento". A costituire l'associazione, guidata da Alessia De Caroli, sono stati soprattutto attiVisti che hanno contestato l'assemblea costituente di novembre (ritenendola poco trasparente) e intendono essere punto di riferimento per chi sente traditi i principi originari del M5S. Per l'occasione il gruppo - che ha precisato di non essere in contatto con Grillo - si è dato un fregio, nel quale emergono evidenti su fondo bianco cinque stelle (di forma e colore diversi rispetto a quelle del simbolo) e una persona con megafono (che ricorda un po' il megafono da cui escono le stelle del sito Ilblogdellestelle.it, un po' l'omino del Fatto Quotidiano). Difficile, molto difficile che - nonostante la forma circolare - quel simbolo sia stato pensato con un occhio alle schede elettorali; più probabile è che serva da aggregatore in vista di futuri sviluppi, all'interno del MoVimento ma magari non solo.

mercoledì 27 novembre 2024

MoVimento 5 Stelle: riflessioni tra statuto in evoluzione, voti da ripetere e dubbi sul simbolo

"L'amore della degenerazione [...] prelud[e] a un capovolgimento. [...] Il capovolgimento, che è fatale, e spesso avviene per una progressione quasi insensibile, produce l’avanguardia, conclusione di un romanticismo che abbia esaurito le sue carte." Non è dato sapere se Beppe Grillo o Giuseppe Conte - e, per estensione, le persone che li seguono - conoscano questa frase del filosofo Elémire Zolla (tanto caro a Filippo Ceccarelli, che lo ha citato spesso); certo è che i concetti di "degenerazione", da una parte, e di "progressione" e "avanguardia", dall'altra sembrano riassumere proprio la visione che il fondatore e (abrogando) garante del MoVimento 5 Stelle e il suo attuale presidente hanno di questo soggetto politico nella condizione attuale.
Se considerazioni teoriche e filosofiche, non interessano a un pubblico particolarmente ampio, magari per l'idea che in fondo abbiano poche ricadute pratiche, potrebbe dirsi lo stesso con riguardo alle dispute giuridiche: discutere di codici, statuti, articoli, commi e via controvertendo, dopo tutto, può sembrare ancora più arido rispetto ai discorsi sulla teoria. In questo caso, però, gli effetti pratici ci sono eccome: il messaggio di posta elettronica certificata con cui Grillo, quale garante ex art. 12 dello statuto del M5S (fondato nel 2017), ha chiesto di ripetere le votazioni sulle modificazioni statutarie effettuate tra il 21 e il 24 novembre scorsi (in base a quanto previsto dall'art. 10, lett. i dello stesso statuto) costituiscono un modo plastico di rappresentare il dissenso sul destino politico e organizzativo di quel soggetto/progetto politico.
Prima ancora che il nuovo voto - previsto tra il 5 e l'8 dicembre prossimi - abbia luogo, peraltro, si sono già fatte strada alcune ipotesi di scenario in caso di nuovo esito favorevole alle modifiche proposte dal gruppo dirigente del M5S e sfavorevoli alla posizione di Beppe Grillo. Inclusa la possibilità che Grillo rivendichi in qualche modo la titolarità del simbolo originario del MoVimento, così da rendere potenzialmente più difficile - ma non necessariamente impossibile - l'uso del fregio politico da parte dell'associazione-partito che ha Giuseppe Conte come presidente e legale rappresentante.
Si tratta di questioni tanto delicate quanto complesse, che meritano di essere analizzate con attenzione, per lo meno nei loro aspetti principali. E la questione del simbolo, certo da non trascurare, dev'essere considerata solo in seconda battuta.
 

Le modifiche allo statuto proposte

Occorre partire, infatti, dalle proposte di modifica dello statuto sottoposte alle iscritte e agli iscritti del MoVimento 5 Stelle nei giorni scorsi e che saranno nuovamente offerte loro a dicembre, vista la richiesta di Beppe Grillo di ripetere le prime votazioni.
In effetti, la consultazione online ha riguardato innanzitutto alcune proposte tematiche, con più domande relative a vari soggetti (Riforma del Sistema sanitario e tutela della persona; Crescita economica inclusiva e lavoro dignitoso; Contrasto all’evasione fiscale ed etica nell’impresa; Politica di pace ed Europa; La centralità della giustizia nella politica del M5S; Transizione ecologica e patrimonio naturale per un'ecologia integrale; Informazione libera e sovvenzioni alla cultura; Riforma della scuola primaria e secondaria; Riforme per un maggior equilibrio territoriale; Università e ricerca scientifica). Si tratta senza dubbio di questioni politicamente rilevanti: la discussione su proposte per decidere la linea di un soggetto politico dovrebbe essere sempre benvenuta. Bisogna ammettere però che l'attenzione dei media (e non solo la loro) si è appuntata soprattutto sui quesiti di natura organizzativa e, in particolare, su quelli riguardanti la "democrazia interna" del MoVimento.
Pure in questa sede, infatti, ci si concentra sui quesiti in grado di modificare lo statuto del M5S, non prima di avere ricordato che, in base all'art. 10, lett. b., punto 6 dello statuto vigente la modifica dello statuto spetta all'assemblea (cui partecipano tutti coloro che sono iscritti da almeno sei mesi, al di fuori di chi è sospeso o escluso dall'associazione), con votazioni indette con un preavviso di almeno 8 giorni; a differenza degli altri quesiti, di natura organizzativa, per le proposte di modifica dello statuto è l'art. 10, lett. e a precisare che il voto è valido in prima istanza purché partecipi almeno la maggioranza assoluta degli aventi diritto (non essendoci alcun quorum costitutivo per la seconda votazione). Sembra opportuno ricordare anche che alcune questioni sottoposte al voto delle persone iscritte, pur cruciali, non sono contenute nello statuto (come quella relativa al limite al numero di mandati elettivi che possono essere svolti, regolata invece dal codice etico); allo stesso modo, altre proposte non meno rilevanti non sono state formulate, almeno per ora, in termini di modifiche statutarie dirette (come per esempio la previsione dell'assenza di iscrizioni ad altri partiti politici nei dieci anni precedenti come requisito per la candidatura a presidente - accolta nel primo voto - o l'incompatibilità tra la carica di presidente e quelle di ministro, Presidente del Consiglio, della Camera o del Senato - invece non accolta).
Ciò detto, alcune proposte riguardano la composizione e i poteri del consiglio nazionale, pensato nello statuto del 2021-2022 come organo volto a coadiuvare il presidente "nella determinazione e nell'attuazione della linea politica del MoVimento" (art. 13, lett. a). Una punta ad aumentare da 4 a 8 "il numero dei componenti del Consiglio nazionale eletti direttamente dagli iscritti in rappresentanza delle Circoscrizioni territoriali" (per cui le iscritte e gli iscritti del Nord, del Centro, del Sud e delle Isole eleggerebbero due persone per circoscrizione, con necessario rispetto della parità di genere). Un'altra proposta mira a sottoporre la designazione e la revoca dei coordinatori territoriali - di spettanza del presidente - all'approvazione del consiglio nazionale, "previa consultazione dei rappresentanti dei Gruppi territoriali": questo per creare un sistema "più rispondente al principio di sussidiarietà". Lo stesso consiglio nazionale otterrebbe un peso maggiore in caso di approvazione della modifica volta a trasferire dal presidente all'organo collegiale l'autorizzazione di "eventuali alleanze politiche locali con partiti o movimenti politici" (il testo dei quesiti precisa che quest'autorizzazione dev'essere concessa anche - e forse soprattutto - se sui territori i candidati del M5S intendono allearsi con "partiti o movimenti politici non coalizzati, non federati o non alleati con il MoVimento 5 Stelle a livello nazionale").
Il punto più delicato e che ha ricevuto più attenzione da parte dei media è senz'altro quello relativo all'eliminazione o trasformazione del ruolo del garante, cui oggi l'art. 12 dello statuto affida il compito di "custode dei Valori fondamentali dell'azione politica del MoVimento 5 Stelle" (esercitando "con imparzialità, indipendenza e autorevolezza" i poteri indicati dallo statuto) e di interprete autentico e "non sindacabile" delle disposizioni statutarie. Iscritte e iscritti possono optare per l'eliminazione di quel ruolo (opzione scelta, secondo i risultati del primo voto diffusi sul sito del M5S, da 34438 votanti) o per la sua conservazione; in caso di eliminazione, si può scegliere se affidare le sue funzioni a "un organo collegiale appositamente eletto" (così hanno preferito 21293 persone), all'esistente comitato di garanzia (eventualità scelta da 20401 votanti) o non riassegnarle più (l'opzione meno scelta, da sole 8068 persone). Pure in caso di mantenimento del ruolo del garante, tuttavia, questo potrebbe essere depotenziato, eliminando il potere d'interpretazione autentica dello statuto, introducendo una durata definita del mandato (4 anni rinnovabili una sola volta consecutivamente) o trasformando la carica in chiave meramente consultiva e onorifica (privando le esternazioni del garante di ogni effetto pratico); va detto che il primo voto, pur favorevole - come si è visto - all'abrogazione del ruolo del garante, ha mostrato una spiccata tendenza a limitarne comunque i poteri in caso di conservazione (tutti e tre i quesiti in tal senso hanno visto prevalere il sì, con un margine minore per lo "svuotamento" del ruolo). Nello stesso senso può leggersi la proposta volta a eliminare la possibilità, per il garante, di chiedere la ripetizione delle votazioni in materia di modifica dello statuto (abrogando l'art. 10, lett. i poi fatto valere da Grillo).
Con riguardo al collegio dei probiviri e al comitato di garanzia - quindi gli organi collegiali di primo e secondo grado in materia di provvedimenti disciplinari per iscritte e iscritti - vengono sottoposte al voto modifiche illustrate come volte a rafforzare per quei collegi "l'indipendenza e l'efficacia dell'azione": se una delle proposte prevede l'aumento del numero dei probiviri da 3 a 5 (con la rosa degli eleggibili che passerebbe da 6 a 10), un'altra toglierebbe al garante - qualora fosse mantenuto - il potere di proporre la lista dei nomi delle persone tra cui scegliere i membri dei due collegi disciplinari, affidando la compilazione della rosa al consiglio nazionale.
Una modifica statutaria riguarderebbe anche la procedura di modifica del simbolo: la possibilità di modificarlo - con riguardo a entrambi i contrassegni descritti dallo statuto e a questo allegati - spetterebbe ancora al consiglio nazionale, ma la proposta potrebbe arrivare indifferentemente dal presidente o dal garante (se mantenuto: non ci sarebbe più, dunque, l'obbligo di concerto tra presidente e garante); di più, l'eventuale modifica dello statuto che accogliesse la modifica dovrebbe essere sottoposta all'assemblea degli iscritti. Il presidente, dunque, vedrebbe rafforzato il suo potere di proposta, ma si preciserebbe la necessità di ottenere l'avallo della base, chiamata a esprimersi sull'eventuale cambio di simbolo tradotto in modifica statutaria.
Come si è detto prima, Beppe Grillo ha chiesto di ripetere la votazione in base all'art. 10, lett. i (entro i 5 giorni previsti dallo statuto): ciò comporta soprattutto la previsione di un quorum strutturale per tutte le votazioni - anche per quelle non relative allo statuto - essendo richiesta la partecipazione al voto di almeno la metà degli aventi diritto: ecco perché non sono mancati appelli al non voto da parte di chi era contrario alla linea proposta da Conte e risultata prevalente nella prima consultazione.

Il dilemma del simbolo

Fissate le date per la ripetizione del voto, dunque con una nuova convocazione dell'assemblea online con votazione aperta per quattro giorni, c'è chi immagina già cosa potrebbe accadere qualora il quorum strutturale sia raggiunto (dunque ove esprimano un voto oltre la metà più uno degli aventi diritto) e il nuovo esito confermi l'eliminazione della figura del garante, dunque in sostanza estrometta Beppe Grillo da ogni decisione relativa al M5S. 
In questo senso, non è passata inosservata una dichiarazione rilasciata dall'ex ministro e deputato Danilo Toninelli all'interno del programma di Radio Cusano Campus Controinformazione, nella puntata del 25 novembre. Toninelli, oltre a esprimere dubbi sulla correttezza del voto (lamentando riduzioni sensibili degli aventi diritto in grado di influire sul quorum e la formulazione di alcuni quesiti - a quanto si può intuire dalle sue parole - in modo gradito a chi li ha posti), ha anticipato la scelta di chiedere il nuovo voto, ma ha pure annunciato che il leone ferito (Grillo) ha ancora "molte, molte altre zampate da dare". E tra le zampate potrebbe essercene una tanto "simbolica" quanto concreta: "Il proprietario del simbolo - ha detto Toninelli - è Beppe Grillo. Punto. Quindi Beppe quasi certamente (non penso che sia talmente stonato, scoraggiato da non farlo) impugnerà, farà un'azione legale, verrà sospeso tutto quanto e di conseguenza Conte sarà costretto finalmente a fare anche, diciamo, come nome, il suo partito [...] e quindi potrà seppellire in maniera dignitosa una storia gloriosa che invece è stata infangata dall'infamia umana".
Sulla gloria e sull'infamia, com'è giusto e quasi scontato, non ci si esprime. Seppellire i morti è, per chi si proclama cattolico, una delle opere di misericordia corporale (parce sepulto, si potrebbe dire in aggiunta), ma - come si è accennato prima - qui a mancare è soprattutto l'accordo sull'accertamento della morte: quella valutazione, peraltro, richiede necessariamente un giudizio di natura politica che, ancora una volta, non può essere dato su queste pagine. Sul punto si tornerà comunque più tardi (per un profilo non irrilevante da queste parti), ma la questione del simbolo è, ovviamente, tutt'altro che secondaria. Così com'è tutt'altro che pacifica e - ti pareva! - non controversa. 
Lo scorso 23 agosto, per dire, il deputato M5S e notaio Alfonso Colucci, ha dichiarato ad Adnkronos: "Sia il nome, sia il simbolo risultano intestati all’Associazione attuale. E Beppe Grillo in forza di specifici obblighi contrattuali - coperti da riservatezza [...] - ha espressamente rinunciato a ogni contestazione relativa all’utilizzo sia del nome e sia del simbolo del M5S, come modificati o modificabili in futuro dall'Associazione medesima". Quelle parole erano una risposta per nulla indiretta a un'intervista rilasciata a Guido Ucciero dall'avvocato Lorenzo Borrè (avvocato di molti attiVisti che hanno contestato decisioni prese dal M5S - anzi, dai vari M5S che si sono succeduti - nel corso degli anni) e pubblicata quel giorno stesso dalla Repubblica: "Il simbolo originario è di Grillo, che è anche l'unico titolare del diritto di utilizzo del nome 'Movimento 5 Stelle': lo dice una sentenza della Corte d’appello di Genova del 2021. Il logo attuale appartiene all’associazione dell'ex premier, ma è una derivazione diretta di quello di Beppe". Colucci ha poi aggiunto che quella sentenza genovese - di cui si è già parlato e si dovrà riparlare - non era stata resa nei confronti del M5S guidato da Conte, ma di quella guidata da Grillo.

Non un MoVimento, ma tre 

Già, perché occorre sempre ricordare che non c'è un solo MoVimento 5 Stelle, ma ben tre. Il primo (per comodità M5S-1) fu di fatto costituito nel 2009, si qualificava come "non-associazione" retta da un "non-statuto", in cui si indicava la natura di "piattaforma" e "veicolo di confronto e di consultazione" avente origine ed epicentro nel blog www.beppegrillo.it, individuato anche come sede del MoVimento. Quel M5S prevedeva l'adesione senza richiedere "formalità maggiori rispetto alla registrazione ad un normale sito Internet", ma poco si conciliava con gli adempimenti tendenzialmente richiesti per partecipare alle elezioni (per cui esistono documenti da presentare, spese da rendicontare e, prima di tutto, occorre dimostrare di "esistere" e di rappresentare correttamente un soggetto collettivo). 
Se in vista delle elezioni locali (soprattutto regionali) erano spesso state costituite associazioni apposite, l'avvicinarsi del voto politico nazionale del 2013 doveva avere consigliato di muoversi con ulteriore prudenza. Fu così che il 14 dicembre 2012, a Genova, davanti al notaio Filippo D'Amore si trovarono Beppe Grillo, il nipote Enrico Grillo e il commercialista Enrico Maria Nadasi, costituendo l'associazione Movimento 5 Stelle (M5S-2): l'atto costitutivo e lo statuto precisavano che la nuova associazione, nel condividere di fatto gli obiettivi del M5S-1, si sarebbe occupata "dello svolgimento degli adempimenti tecnico-burocratici necessari a consentire la presentazione alle elezioni politiche delle liste di candidati scelti in Rete dagli aderenti al Movimento 5 Stelle". Il MoVimento del 2012 (di cui Grillo risulta tuttora presidente), dunque, era nato come "strumento di servizio" per garantire l'operatività elettorale - e non solo - del MoVimento del 2009. Com'è noto, tanto il M5S-1 (nel 2014 e nel 2016) quanto il M5S-2 (nel 2015, col cambio di denominazione da Movimento a MoVimento) hanno con il tempo cambiato le loro regole interne, rimanendo sempre distinti tra loro. Nel frattempo, tuttavia, sono iniziate - vari anni dopo le prime polemiche legate alle espulsioni dal M5S, concretizzatesi con il ritiro dell'uso del simbolo - anche le azioni legali avviate da vari attiVisti (per contestare la loro espulsione, l'annullamento di consultazioni locali che li avevano visti prevalere o la loro esclusione da queste, oppure ancora le modifiche delle norme interne avvenute - secondo chi ha intentato le cause - senza il rispetto delle disposizioni del codice civile applicabili alle associazioni). Non pochi procedimenti si sono conclusi con ordinanze o sentenze favorevoli agli attori/ricorrenti e, decisione dopo decisione, doveva essersi concretizzato il pensiero che la costruzione originaria (e originale) del M5S del 2009, con le sue integrazioni successive, avesse più di qualche falla giuridica e fosse più opportuno ripartire da zero, trasferendo tutti gli iscritti in un soggetto giuridico nuovo.
Così in effetti è avvenuto, alla vigilia della presentazione delle candidature per le elezioni politiche del 2018: il 20 dicembre 2017, nello studio del notaio Valerio Tacchini, Luigi Di Maio e Davide Casaleggio hanno costituito un'ulteriore associazione denominata MoVimento 5 Stelle (M5S-3), che ha agito da allora in avanti sul piano politico, elettorale e burocratico. E sempre la stessa associazione (dopo le dimissioni di Di Maio da capo politico e la guida ad interim da parte di Vito Crimi), tra luglio e agosto del 2021, ha subito una metamorfosi politica e statutaria notevole, con la presidenza di Giuseppe Conte. Pure in questo caso sono state intentate cause, che in un primo tempo avevano visto sospendere le modifiche statutarie e la stessa nomina di Conte, poi - dopo un nuovo voto - non avevano ottenuto la sospensione o l'invalidazione delle nuove norme statutarie, tuttora in vigore. Tutto ciò senza che il M5S-1 (2009) o il M5S-2 (2012) possano considerarsi non più esistenti.

Scartabellando tra le domande di marchio

Se la situazione dal punto di vista dei soggetti giuridici denominati MoVimento 5 Stelle può apparire complicata, non è da meno il panorama "simbolico". E non solo o non tanto per le modifiche che questo ha subito nel corso del tempo (operazioni che non sono certo un'eccezione), quanto piuttosto per una delicata e potenzialmente problematica confusione tra i livelli normativi dei segni d'identificazione (nomi e simboli), dei segni distintivi (marchi) e dei contrassegni elettorali. Una confusione che non permette di rispondere con facilità alla domanda "Ma, insomma, di chi è il simbolo del M5S?".
Già, perché il simbolo del MoVimento 5 Stelle nasce come marchio, per l'esattezza come marchio europeo. Scartabellando nella banca dati dell'Ufficio della proprietà intellettuale dell'Unione europea, infatti, si trova il primo simbolo del M5S (in bianco e nero, con l'indirizzo del sito Beppegrillo.it), depositato per conto dello stesso Beppe Grillo il 30 settembre 2009 e registrato il 26 luglio 2010; risale a un tempo ancora precedente - il 14 novembre 2008, con registrazione effettiva il 21 luglio 2009 - il deposito del fregio che nel 2009 venne messo a disposizione delle Liste civiche a 5 stelle (e che in quell'occasione presentarono diverse varianti grafiche). Entrambi quei marchi, in ogni caso, sono scaduti e non risultano rinnovati. 
Il simbolo del M5S è stato depositato come marchio anche in Italia, esattamente il 20 marzo 2012: il richiedente era di nuovo Beppe Grillo, la mandataria era Margherita Raimondi, dello stesso studio di consulenza tecnica e legale per marchi e brevetti di colui che aveva curato i depositi come marchio europeo, Alfredo Raimondi. Pure qui il deposito era stato effettuato senza rivendicazioni sul colore, ma in questo caso mancava il riferimento al sito/blog di Grillo, essendo presenti soltanto - oltre alla circonferenza esterna - gli elementi che di fatto costituivano e costituiscono la rappresentazione grafica del nome del M5S.
Il database dei marchi europei contiene anche altre due domande di marchio, in realtà riferite allo stesso simbolo, nella duplice versione bianco/nero e (per la prima volta) a colori. Sul piano grafico, l'unica differenza rispetto ai fregi precedenti era la sostituzione del sito Beppegrillo.it con il nuovo indirizzo Movimento5stelle.it. Entrambe risultano depositate il 18 novembre 2015 (vale a dire il giorno dopo rispetto alle votazioni sul sito del M5S con cui si sarebbe dovuto scegliere tra inserire il nuovo indirizzo o lasciare lo spazio vuoto), stavolta non su mandato di Grillo, ma dell'associazione MoVimento 5 Stelle: l'indirizzo indicato sulla banca dati - Via Roccatagliata Ceccardi, 1/14, a Genova - fa capire che si tratta dell'associazione fondata alla fine del 2012 (M5S-2). La procedura di deposito, curata sempre da Alfredo Raimondi, si è conclusa con la registrazione il 21 luglio 2016. Da ciò scaturiscono due riflessioni: innanzitutto, se la registrazione è andata a buon fine a dispetto dell'esistenza del marchio precedente, si deve presumere che in qualche modo Grillo abbia consentito alla registrazione stessa (o, per lo meno, non vi si sia opposto), non potendosi escludere che abbia ceduto il marchio all'associazione da lui stesso presieduta; secondariamente, vista la data di deposito, il marchio sarà valido fino al 18 novembre 2025, dunque la protezione è tuttora efficace.
Non risultano altri marchi rilevanti nel database europeo, mentre ce ne sono altri due in quello italiano. Il primo porta come data di presentazione il 19 gennaio 2018 (vale a dire il giorno in cui il simbolo è stato depositato come contrassegno elettorale per le elezioni politiche) e di deposito il 22 gennaio, mentre la registrazione è avvenuta il 30 novembre dello stesso anno: la tutela del segno distintivo, dunque, scadrà nel 2028. Il sito riportato nel fregio, questa volta, è Ilblogdellestelle.it, nuovo indirizzo impiegato dal MoVimento 5 Stelle fondato nel 2017 (e gestito dalla Casaleggio associati) per diffondere notizie. In effetti a richiedere la registrazione è stato proprio il M5S-3 e come rappresentante è indicato il nome di Andrea Ciannavei, che era stato avvocato del M5S in alcune cause (e presso il cui studio era stata inizialmente fissata la sede del M5S-3 del 2017), anche se era domiciliato presso l'indirizzo dell'allora capo politico Luigi Di Maio. 
L'ultima domanda da considerare risale al 19 luglio 2021 e riguarda il simbolo attualmente impiegato dal M5S-3 (e presente nello statuto al pari di quello appena citato), cioè con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica: pure in questo caso il soggetto richiedente è proprio l'associazione fondata nel 2017, pur essendosi profondamente trasformata nel frattempo (non a caso, la data di deposito segue di due giorni la diffusione del nuovo statuto). Diversamente da quella precedente, tuttavia, questa domanda è stata rifiutata. Ne aveva dato notizia ex post l'11 novembre un lancio dell'agenzia Adnkronos (firmato, come quasi sempre accade in materia di M5S, da Antonio Atte), spiegando che il 1° agosto 2023 l'Ufficio italiano brevetti e marchi avrebbe respinto la domanda di marchio, fondandosi su un parere richiesto al ministero dell'interno e risultato di segno negativo. 
Quella descritta ora è però una situazione già trattata su queste pagine per altri marchi politici: per l'art. 8, comma 3 del codice della proprietà industriale, "Se notori, possono essere registrati o usati come marchio solo dall'avente diritto, o con il consenso di questi [...] i segni usati in campo [...] politico", ma è altrettanto vero che, secondo l'art. 10, comma 2, "Trattandosi di marchio contenente parole, figure o segni con significazione politica [...], l'Ufficio italiano brevetti e marchi, prima della registrazione, invia l'esemplare del marchio [...] alle amministrazioni pubbliche interessate, o competenti, per sentirne l'avviso" e, per il comma 4, in caso di avviso contrario, la domanda va respinta. Quando il ministero dell'interno ha emesso il parere richiesto, questo è stato negativo: lo scopo è "evitare che lo strumento giuridico del marchio di impresa si trasformi in una modalità per eludere le disposizioni speciali di carattere elettorale contenute in vari atti normativi che disciplinano i vari tipi di consultazioni e [...] gli adempimenti preliminari puntuali da perfezionare per mezzo di una documentazione sottoposta a tempi e forme ben precise", vagliata da uffici fissati dalle norme elettorali e con la previsione di speciali forme di ricorso. Il Viminale teme che un marchio identico o molto simile a un contrassegno elettorale possa confondere gli elettori, poiché l'ammissibilità di un marchio si valuta sulla base di criteri diversi rispetto a quelli previsti per le elezioni (quanto alla parte nominale e a quella grafica, al soggetto titolato a usare quel segno o alle persone legittimate a impiegare il fregio per conto del relativo partito). In più per il ministero è molto delicato il tema della propaganda elettorale, per il quale sono previsti limiti precisi: si vuole evitare, per esempio, che nei trenta giorni che precedono il voto qualcuno eluda il divieto di "propaganda elettorale luminosa o figurativa, a carattere fisso in luogo pubblico", giustificandosi dicendo che non espone un contrassegno elettorale, ma un marchio registrato. Per questo, il Viminale ha giudicato non registrabili marchi politici di forma circolare ("la quale, da decenni, è una caratteristica particolare dei contrassegni delle formazioni politiche") e che riproducano "troppo fedelmente i simboli di partiti e altri soggetti politici"; gli stessi segni notori sarebbero registrabili "a condizione che essi non possano essere caratterizzati, tecnicamente, come contrassegni i quali [...] sono contraddistinti dalla caratteristica forma circolare". Riesce difficile capire come mai siano stati registrati come marchio i segni depositati nel 2012 e nel 2018 e non quello presentato nel 2021, ma si prende semplicemente atto della situazione.

La confusione tra associazioni, simboli, marchi ed elezioni

Ricapitolando, esistono due marchi scaduti (uno europeo e uno italiano) registrati da Beppe Grillo, uno europeo efficace a nome del M5S-2 (presieduto da Grillo) e uno italiano efficace a nome del M5S-3 (presieduto da Conte). Questo quadro dev'essere necessariamente unito a quello dei tre diversi MoVimenti esistenti, da considerare insieme alle loro regole interne. 
In particolare, il "non statuto" del MoVimento sorto nel 2009 (M5S-1), all'art. 3, prevedeva che il nome del M5S fosse "abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d'uso dello stesso": il marchio registrato era depositato nel 2009 a livello europeo. L'atto costitutivo e lo statuto del M5S fondato nel 2012 ribadivano che titolare esclusivo di quel contrassegno era Grillo, che lo metteva a disposizione - insieme alla pagina web - dell'associazione (M5S-2) pur spettando a lui "titolarità, gestione e tutela del contrassegno"; nel 2015, con la modifica dello statuto di quest'associazione, quel documento contiene la descrizione del marchio europeo del 2015 e precisa che la titolarità esclusiva di quel simbolo spetta al M5S-2 (presieduto da Grillo, che appunto come presidente ha tra i suoi compiti l'adozione di iniziative a tutela dell'associazione, del suo sito e del suo simbolo). Nel 2017, con la fondazione del M5S-3, lo statuto precisa all'art. 1, lett. b che "Alla denominazione del 'MoVimento 5 Stelle' potrà essere abbinato il simbolo, di proprietà dell'omonima associazione 'MoVimento 5 Stelle' con sede in Genova, concesso in uso dalla medesima": l'associazione del 2012 ha dunque "concesso in uso" il proprio simbolo a quella omonima del 2017, che poco dopo la nascita ne ha usato una parte per il suo nuovo emblema (sostituendo l'indirizzo web riportato nella parte inferiore, senza però modificare lo statuto). Nel 2021, dopo la rivoluzione statutaria del MoVimento, nello statuto sono stati indicati come "utilizzabili autonomamente" i due simboli depositati come marchi dal M5S-3 (quello presentato nel 2018, registrato, e quello depositato nel 2021, la cui domanda è stata rigettata), senza più alcun riferimento formale al simbolo concesso dall'associazione del 2012 (M5S-2). 
Già con quello che si è detto fin qui potrebbe sorgere facilmente almeno un principio di emicrania, tra marchi scaduti e rifiutati, marchi validi decisamente simili tra loro (uno per il M5S-2 guidato da Grillo e uno per il M5S-3 guidato da Conte) e statuti in cui la "concessione in uso" del simbolo appare e scompare. Emerge un'indubbia confusione dei piani tra segni d'identificazione di un soggetto collettivo (il simbolo) e segni distintivi (il marchio), due realtà che hanno scopi alla radice molto differenti: in una delle prime ordinanze emesse nell'intricata vicenda relativa ai tentativi di far tornare in campo una Democrazia cristiana (per l'esattezza quella guidata da Flaminio Piccoli, nel 1999) si legge che "Gli scopi che il legislatore si è prefisso al momento di dettare le norme destinate a regolare i rapporti tra gli imprenditori in funzione di un più rigoglioso sviluppo dell'economia nazionale non sono coerenti con la natura giuridica dei partiti politici così come delineata dalla Carta costituzionale". Se non ci si vuole occupare della Dc, si può ripescare una sentenza della Cassazione civile del 1997, sui rapporti tra sigla e marchio, un passaggio della quale merita di essere ripreso (anche se era riferito ad altre disposizioni in vigore in materia di marchi, ma il successivo codice della proprietà industriale non ha cambiato particolarmente le norme): 
la sigla, quando è l'equivalente del nome dell'individuo o della società, gode della stessa tutela del nome, diversa da quella accordata alla ditta ed al marchio in quanto segni commerciali. La contiguità delle tutele in questione dipende dal fatto che tutte riguardano segni di identificazione comunque risalenti ad un soggetto [...]. Nondimeno la distinzione di ambito tra le medesime è evidente. Il nome della persona, fisica e giuridica, equiparandosi a quest'ultima l'associazione non riconosciuta, rientra nella previsione generale dell'art. 7 c.c. che individua nel nome il segno di identificazione del soggetto in quanto tale, indipendentemente dalla natura del soggetto e dunque dalla eventuale posizione del soggetto in un mercato, ma in virtù del solo principium individuationis. Le norme della legge speciale quindi, in coerenza con quella codicistica, ma in vista delle ulteriori e distinte esigenze dell'uso corretto del segno commerciale, vietano che questo possa avere come proprio contenuto il logo che individua un soggetto in quanto tale: il nome, appunto, oppure il suo equivalente. Tale divieto è stato completato con la previsione della irrilevanza, al fine di superarlo, della sua inclusione in un marchio. La legge dunque, dentro il corpus delle norme di diritto industriale, laddove ha delimitato il confine esterno del marchio, e dunque prima di stabilire i criteri di soluzione dei conflitti tra marchi, ha escluso che esso possa avere come proprio contenuto il nome altrui. Pertanto, non è possibile superare questa proibizione allegando proprio una inclusione della sigla nel marchio e la brevettazione del medesimo.
Già queste riflessioni sconsiglierebbero di sovrapporre i piani del simbolo e del marchio, ma ovviamente occorre prendere atto che tale sovrapposizione è avvenuta e avviene ormai da tempo, vista la tendenza - esecrabile, ma esistente - a chiedere la registrazione come marchio dei simboli politici e il fatto incontrovertibile dell'accoglimento di alcune di quelle domande di marchio. Naturalmente, nel caso che ci occupa, è più difficile parlare di un marchio che abbia "come proprio contenuto il nome altrui", visto che nella successione di atti emerge come il nome e il simbolo dell'associazione M5S-2012 siano stati messi a disposizione dell'associazione M5S-2017 che ne ha fruito e ne fruisce, in tutto (nome) o in parte (simbolo): da un certo punto di vista può dirsi che, se confusione c'è, è stata voluta - o per lo meno non evitata o non ritenuta da evitare - dalle parti in campo.
In qualche modo sembra confermare ciò anche la citata sentenza n. 1178/2021 emessa dalla corte d'appello di Genova a conclusione del processo di secondo grado sulla titolarità del nome e del simbolo del M5S, dopo che - sorto il M5S-3 alla fine del 2017 - il tribunale di Genova aveva accolto la richiesta di nominare un curatore speciale per il M5S-1 (la "non associazione" del 2009) per ovviare al conflitto dei ruoli di Beppe Grillo nei tre soggetti giuridici e questo curatore speciale aveva deciso di agire a tutela dei propri segni identificativi e dell'operatività della "non associazione" (ottenendo dai giudici, in sede di reclamo e di sentenza di primo grado, la consegna dei dati degli iscritti); per l'esattezza, occorrerebbe leggere insieme la sentenza di primo grado e quella d'appello. In entrambe le decisioni si dice che il M5S-1 (in persona del suo curatore speciale) non aveva dimostrato di avere "l'esclusività dell'utilizzo del nome e del simbolo descritto nel proprio 'non statuto', non essendo mai stato contestato dalle controparti il suo diritto all'uso". Per i giudici di seconde cure era fondamentale la lettura del "non statuto" (almeno della sua prima versione), nella parte in cui si parlava di Grillo come "unico titolare dei diritti d'uso" del contrassegno/marchio (e, di fatto, anche del nome, non potendosi secondo i giudici scindere gli usi dei due segni di identificazione), come sarebbe stato dimostrato anche - secondo la giudice di prime cure - dalle procedure di concessione o ritiro dell'uso del simbolo alle persone candidate o elette con il M5S. Si è detto sopra che il marchio - europeo e italiano - registrato da Grillo è scaduto; è invece ancora efficace il marchio europeo registrato dal MoVimento 5 Stelle del 2012 (evidentemente con il consenso di Grillo, visto che i due simboli erano pressoché identici), marchio concesso in uso prima al M5S-1, poi al M5S-3. Tanto più che nell'ultimo rendiconto - quello del 2023 - presentato a giugno dal M5S-2 alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici, nella relazione al rendiconto stesso si legge (alla voce "Evoluzione prevedibile della gestione") che "si prevede la continuità della presente Associazione detentrice dei simboli MoVimento 5 Stelle, e dei domini www.beppegrillo.it e www.movimento5stelle.it".
Vero è che, come si è visto, il M5S-3 nel 2018 ha ottenuto la registrazione di un proprio marchio (con Ilblogdellestelle.it) e dal 2021 impiega un secondo segno (con 2050, la cui registrazione come marchio è stata rifiutata). Vero è anche, tuttavia, che entrambi i fregi sono pressoché identici, nella loro parte identificativa ("Movimento", V di fantasia e le cinque stelle), tanto al simbolo registrato come marchio da Grillo, quanto all'emblema registrato come marchio europeo dal M5S-2 nel 2015: in qualche misura anche la registrazione del marchio del 2018 da parte del M5S-3  dev'essere stata possibile con il consenso dell'associazione M5S-2 e, a monte, anche col consenso di Grillo (in fondo nel 2018 i "suoi" due marchi non erano ancora scaduti). Sarebbe dunque corretto chiedersi cosa accadrebbe se, a differenza di quanto accaduto finora, il MoVimento 5 Stelle fondato nel 2012 e presieduto da Beppe Grillo decidesse di revocare l'uso del proprio simbolo registrato come marchio (non ancora scaduto) al MoVimento 5 Stelle fondato nel 2017 e attualmente presieduto da Giuseppe Conte, che usa una grafica in gran parte sovrapponibile, Il problema non sarebbe di poco conto, anche perché - come ormai accade sempre più spesso - il simbolo non è più rappresentato da un pittogramma o da un'immagine ben identificabile, ma è costituito essenzialmente dalla resa visiva del nome del soggetto politico, quindi ritirare l'uso del simbolo significherebbe teoricamente pregiudicare anche l'uso del nome, vale a dire uno scenario molto problematico (che metterebbe in seria difficoltà un giudice che dovesse decidere su una simile domanda).
Si è potuto sperimentare, del resto, che persone che nel M5S avevano un certo seguito o almeno una notorietà non trascurabile (anche solo a livello locale), dopo la loro fuoriuscita dal MoVimento - per espulsione o per abbandono - candidandosi sotto simboli diversi quasi sempre hanno ottenuto assai meno successo rispetto a chi era rimasto nel M5S: ciò spiega perché, al di là della convinzione di essere dalla parte della ragione (quale titolare di nome e simbolo), il MoVimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte potrebbe non voler rinunciare a un fregio che oggi raccoglie meno voti rispetto a qualche tempo fa, ma ha spesso dimostrato di ottenere consensi tutt'altro che irrilevanti, a volte perfino a prescindere dalle persone candidate. 
Beppe Grillo, del resto, non sembra avere interesse a revocare l'uso del simbolo per impiegarlo a sua volta per rimettere in campo il MoVimento 5 Stelle presieduto da lui. Il 26 ottobre, per dire, in un video ha dichiarato: "da creatore del MoVimento, rivendico il mio diritto all'estinzione del MoVimento. [...] Lo sappiamo tutti, il MoVimento non c'è più: è evaporato, però [...] poi magari quest'evaporazione si trasforma in un ciclone, una tromba d'aria, non so..." Finora in politica era noto il concetto di "biodegradabilità" dei soggetti politico/elettorali e dei loro simboli, perseguito dai radicali, per cui la partecipazione a una consultazione elettorale con una lista e il suo contrassegno era vista soprattutto come strumento di lotta e battaglia sui temi, per poi esaurire il suo compito una volta terminato lo spoglio, spettando agli eventuali eletti continuare quelle battaglie in aula e fuori, insieme ai militanti. Beppe Grillo preferisce il concetto di "compostabilità", spiegandolo nello stesso video: "Non è biodegradabile il MoVimento, è compostabile: contiene ancora l'humus, gli zuccheri, le proteine, ci sono ancora dentro, è molto moderno [...] ci sono ancora idee meravigliose, anche su come ripensare il mondo".
Compostabilità a parte, c'è anche un altro motivo per cui difficilmente Grillo potrebbe voler rivendicare il simbolo del M5S per usarlo legato a proprie liste: un motivo che sta nelle leggi elettorali. Già, perché se il piano dei simboli come segni di identificazione e quello dei marchi sono diversi, un livello ancora diverso è rappresentato dai contrassegni elettorali le cui norme regolatrici, come "legge speciale", finiscono per prevalere. Non si può assolutamente trascurare, infatti, che tutte le leggi elettorali non ammettono "la presentazione da parte di altri partiti o gruppi politici di contrassegni riproducenti simboli o elementi caratterizzanti simboli che per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento possono trarre in errore l'elettore". Non si può certo negare che tra il 2013 e il 2018 alla Camera e al Senato era presente il M5S-2 (fondato nel 2012), ma è comunque innegabile che dal 2018 fino a ora è il M5S-3 (fondato nel 2017) ad avere mandato in Parlamento i suoi esponenti - in parte già eletti con il M5S-2 - e dunque sarebbe l'associazione guidata da Conte a essere tutelata in sede elettorale, anche a danno del M5S-2 guidato da Grillo che decidesse di presentare liste. 
In un quadro simile, in cui ciascuna delle due parti ha qualche elemento a proprio favore (anche se gli elementi non sembrano avere lo stesso peso) senza avere la certezza assoluta di poter ottenere ragione dai giudici, probabilmente la soluzione migliore è cercare un accordo: un accomodamento, quindi, che permetta a chi sente di avere ragioni più forti di sentirsi vincitore senza stravincere e a chi fa il passo indietro più marcato di vivere la rinuncia senza sentirsi umiliato. Forse è questo il modo per scrivere una nuova pagina politica (scegliendo se chiudere la storia o farla solo evolvere) in maniera dignitosa. 

giovedì 21 luglio 2022

Sul MoVimento 5 Stelle, tra prassi parlamentare e "diritto dei partiti"

Gli occhi di chiunque faccia parte - a qualunque titolo - della categoria dei #drogatidipolitica ieri erano inevitabilmente puntati sull'aula di Palazzo Madama, sul dibattito sulle "Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri" seguite alle dimissioni di Mario Draghi non accolte dal Presidente della Repubblica, nonché sul successivo voto sulla risoluzione presentata da Pier Ferdinando Casini su cui lo stesso Draghi ha posto la questione di fiducia. 
Ieri molta attenzione è stata dedicata alle decisioni del MoVimento 5 Stelle: ciò era inevitabile, visto che - senza voler dare qui alcun giudizio politico, che non compete a questo sito - la scelta del M5S di lasciare l'aula del Senato e non partecipare al voto sulla questione di fiducia relativa alla legge di conversione del "decreto aiuti" è stata ufficialmente alla base della decisione di Draghi di rassegnare le dimissioni. Naturalmente chi ha seguito l'evoluzione - concitata e per alcuni versi drammatica - della giornata di ieri sa che sull'esito finale del voto hanno pesato anche le decisioni dei gruppi della Lega e di Forza Italia (peraltro non condivise da alcuni esponenti rilevanti di quest'ultimo partito - a partire da Andrea Cangini e dalla ministra Mariastella Gelmini - il che può far pensare a nuovi rilevanti evoluzioni in ambito politico-partitico e in vista delle elezioni). In questo articolo, tuttavia, sembra opportuno concentrare l'attenzione su due profili legati al M5S: uno relativo al voto di ieri e al modo in cui si è arrivato al suo esito e un altro sulle ordinanze del tribunale civile di Napoli che tra giugno e luglio hanno respinto le istanze cautelari di sospensione degli effetti dei voti online dello scorso marzo con cui si sono (tra l'altro) ripetute le votazioni sulle modifiche statutarie e sulla presidenza del MoVimento effettuate nel 2021 e già sospese dallo stesso tribunale. Sono ovviamente passati vari giorni da quando queste ordinanze sono state pubblicate, ma sembra ancora utile passarle in rassegna: un po' perché - tra le vicende legate alla guerra e quelle connesse alle fibrillazioni politiche verso la crisi di governo - hanno avuto meno attenzione di quel che avrebbero meritato, un po' perché vari aspetti del contenuto richiedono qualche riflessione, anche problematica.

La novità dei "presenti non votanti"

Il primo profilo da approfondire, come si diceva, riguarda il voto di ieri in Senato. Erano state presentate due mozioni: con la prima, proveniente da parte dei partiti del "centrodestra di governo" (firmatari Roberto Calderoli e Massimiliano Romeo per la Lega, Anna Maria Bernini per Forza Italia e Antonio De Poli per l'Udc), il Senato si sarebbe dichiarato "disponibile a continuare a dare il proprio contributo per risolvere i problemi dell'Italia con un Governo profondamente rinnovato rispetto agli indirizzi politici e nella propria composizione", purché nella compagine governativa fossero "compresi esclusivamente [soggetti] espressione dei partiti che hanno votato a favore della fiducia nella [...] seduta del Senato del 14 luglio" e fosse praticata "una netta discontinuità nelle politiche e nella composizione dell'Esecutivo" (con riferimento implicito alla sostituzione, oltre che dei membri del M5S, di ministri poco graditi al centrodestra e soprattutto alla Lega, quali Roberto Speranza e Luciana Lamorgese); la seconda, assai più stringata e di semplice adesione alla "linea Draghi" ("Il Senato, udite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, le approva"), era stata presentata da Pier Ferdinando Casini, senatore eletto nel collegio uninominale di Bologna per la coalizione di centrosinistra (in quota Civica popolare - Centristi per l'Europa), ma aderente fin dall'inizio al gruppo Per le Autonomie (Svp-Patt, Uv). 
Com'è noto, tuttavia, si è votato solo su quest'ultima, sulla quale proprio Mario Draghi, nella sua replica agli interventi di ieri, ha chiesto di porre - direttamente, senza avvalersi come di solito accade dell'intervento del ministro per i rapporti con il Parlamento, in questo caso Federico D'Incà - la questione di fiducia sulla "risoluzione Casini": essendo incompatibile con la risoluzione su cui la fiducia è stata concessa, sulla proposta del centrodestra l'aula non si è espressa con un voto (risultato dunque precluso). Le persone appassionate di diritto e procedura parlamentare potranno rilevare che il voto è avvenuto in conformità alla prassi cui si è abituati da tempo, per cui - come scritto nel resoconto di ieri - "[c]iascun senatore chiamato dal senatore Segretario" ha espresso "il proprio voto passando innanzi al banco della Presidenza", anche se il regolamento vigente prevede, come in passato - all'art. 116, comma 3 - che "[i]l Senatore, chiamato nell'appello, esprime ad alta voce il suo voto e contemporaneamente aziona in conformità il dispositivo elettronico". L'esito del voto di fiducia, peraltro, merita un'attenzione maggiore, a partire dai numeri riscontrati in aula. Certamente ha colpito la quota bassissima di voti a favore del governo: solo 95, comunque sufficienti per ottenere la fiducia su 133 votanti (a fronte di 38 voti contrari). I numeri da considerare, tuttavia, sono anche altri.
Si può notare facilmente, infatti, che 133 sta ben al di sotto del numero legale ordinario (161 su 321) e di quello della singola seduta di ieri (occorre sottrarre dal plenum dei 321 i 35 tra senatrici e senatori in congedo o missione: si arriva a 286, quindi la metà più uno fa 144). Se si guarda il resoconto della seduta, però, si vede che sono indicati 192 presenti, nonostante la somma tra favorevoli e contrari faccia appunto 133: tra le persone presenti si contano anche le senatrici e i senatori del MoVimento 5 Stelle che, a quanto si è visto, nel tradizionale passaggio sotto il banco della presidenza hanno pronunciato la frase "Presente non votante". Un escamotage adottato, a quanto si è detto a più riprese ieri, proprio per non far mancare il numero legale alla seduta e non invalidare la votazione (che si sarebbe dovuta ripetere, una volta riconvocata l'aula), senza però risultare partecipanti al voto a dispetto della presenza in aula. Si tratterebbe, insomma, di un effetto simile a quello dell'astensione, ipotesi da cui però il MoVimento 5 Stelle si è nettamente voluto distaccare (preferendo dichiarare la non partecipazione in alcun modo al voto). Ciò doveva essere risultato ben chiaro alla Presidente del Senato e ai funzionari di Palazzo Madama: Maria Elisabetta Alberti ha annunciato all'esito della votazione "astenuti 0", come si vede anche nel tabulato dei voti allegato al resoconto di seduta, mentre curiosamente la tabella contenuta nel resoconto stenografico non riporta l'indicazione degli astenuti.
Quello che è accaduto ieri, tuttavia, ha sostanzialmente creato una nuova ipotesi, rispetto a quelle - logiche e previste dal regolamento - del voto favorevole, del voto contrario e dell'astensione, nonché della fattispecie "fattuale", concreta, della non partecipazione al voto uscendo dall'aula: questa era praticata in passato soprattutto per ovviare al fatto che fino alla fine del 2017 ogni deliberazione era presa "a maggioranza dei Senatori che partecipano alla votazione", includendovi anche chi si asteneva e i "sì", per prevalere, dovevano superare la somma dei "no" e delle astensioni (al punto che si sosteneva, sbrigativamente, che al Senato le astensioni di chi rimaneva in aula equivalevano a voti contrari), dunque l'uscita dall'aula era un modo "plastico" e inequivocabile per non partecipare al voto e non essere considerati presenti e "automaticamente" astenuti. La riforma regolamentare del dicembre 2017, invece, è intervenuta sull'art. 107, comma 1, precisando che "Sono considerati presenti coloro che esprimono voto favorevole o contrario": stando ai tabulati, però, i presenti erano 192 e non 133 (95 favorevoli + 38 contrari).
Non si tratta, a dire il vero, della prima "stranezza" nei conteggi delle votazioni. Si prenda ad esempio la quarta votazione per l'elezione del Presidente della Repubblica nel 2022, da parte del Parlamento in seduta comune integrato coi delegati regionali: come notato acutamente dal costituzionalista Alessandro Gigliotti, nel conteggio risultavano 441 astenuti, ma si trattava in realtà di persone (essenzialmente di centrodestra) che avevano rifiutato la scheda, per poi uscire dall'aula. Concretamente non avevano partecipato al voto, ma il rifiuto della scheda li aveva fatti risultare formalmente presenti e, tra l'altro, avrebbero concorso alla formazione del numero legale (anche se questo non è stato in discussione: i votanti erano 540 su 981). Allora però i conti tornavano, mentre questa volta la somma non combacia, anche considerando gli astenuti pari a zero: combacia solo considerando i "presenti non votanti" del MoVimento 5 Stelle. Che di fatto hanno contribuito - involontariamente - a innovare le prassi in materia di computo dei voti a Palazzo Madama (per giunta in un'occasione delicata come un voto di fiducia).

Il M5S e il "diritto dei partiti": le decisioni del Tribunale di Napoli

La decisione del MoVimento 5 Stelle di non esprimere un voto sulla questione di fiducia al Senato è arrivata dopo giorni di discussione all'interno del M5S sulla linea da tenere, con le posizioni di chi era favorevole a un sostegno esplicito al governo che hanno trovato spazio sui media, in una fase di notevole travaglio politico per quella come per altre forze politiche. In effetti il voto di ieri ha creato paradossalmente un cortocircuito, anche se ora è poco visibile. Lo statuto fa tuttora riferimento al "Codice etico" del MoVimento che, salvo errore o fatti nuovi di cui non si è a conoscenza, è ancora quello adottato nel 2017 (in fondo solo lo statuto è stato modificato): l'art. 3 di questo documento, tra gli obblighi per le persone elette sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle, citava "votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del consiglio dei ministri espressione del MoVimento 5 Stelle". Certo, Draghi non era espressione del M5S, ma il MoVimento era ancora parte del governo - i ministri non erano stati ritirati - e proprio sulla base dell'avere negato la fiducia al governo Draghi vari senatori a febbraio del 2021 furono espulsi dal gruppo M5S (anche se quei provvedimenti vari mesi dopo sono stati invalidati dall'organo d'appello di autodichia di Palazzo Madama), mentre altri procedimenti disciplinari erano stati annunciati nei confronti degli assenti ritenuti "non giustificati" (anche se non risultano irrogate sanzioni). Stavolta nulla di ciò è accaduto, visto che la linea dell'essere "presenti non votanti" è stata decisa all'interno degli organi del MoVimento e chi si è comportato così non ha fatto altro che rispettare le decisioni prese; i dissenzienti del febbraio 2021 (di uno di loro, Fabio Di Micco, è peraltro stato comunicato proprio oggi il ritorno nel gruppo del M5S) avevano invece negato la fiducia agendo in dissenso rispetto alle risoluzioni prese nel gruppo. Ma nel vedere il M5S non votare la fiducia a un governo di cui era ancora parte avranno forse ripensato al loro caso.
Al di là di questo, ci si può chiedere se la linea degli ultimi mesi del MoVimento 5 Stelle sarebbe stata la stessa qualora il Tribunale civile di Napoli avesse sospeso anche le deliberazioni avvenute online lo scorso mese di marzo, con le quali - tra l'altro - si era rimodificato lo statuto e si era rivotato sull'elezione di Giuseppe Conte alla presidenza del movimento, ripetendo le votazioni dell''agosto 2021 i cui effetti erano stati sospesi lo scorso febbraio da un'ordinanza dello stesso tribunale. Ovviamente non è questa la sede per rispondere alla domanda di prima, per il suo valore politico e per la sua inattualità: due ordinanze in sede cautelare (la prima del 14 giugno, la seconda - quella di reclamo - del 14 luglio) hanno infatti respinto le richieste di sospensione, rinviando al giudizio di merito l'esame più approfondito sulle lamentele dei ricorrenti. Vale comunque la pena cercare di capire perché le richieste di sospensione sono state rigettate per due volte e valutare la solidità di quelle argomentazioni.
I ricorrenti (difesi anche questa volta dall'avvocato Lorenzo Borrè) avevano innanzitutto ritenuto che l'assemblea per la votazione fosse stata convocata da tre persone - Giuseppe Conte, Paola Taverna e Vito Crimi - non titolate a indirla. Si è poi lamentata di nuovo la pubblicazione della convocazione sul sito www.movimento5stelle.eu, diverso da quello indicato nello statuto (www.movimento5stelle.it) e dunque ritenendo che la convocazione non fosse valida; per lo stesso motivo, l'uso di una piattaforma (SkyVote) diversa da Rousseau, indicata nello statuto, avrebbe reso la votazione non conforme alle norme statutarie. Si è ripetuta anche la contestazione dell'esclusione dal voto degli iscritti da meno di sei mesi, ritenendo che questa violasse la parità dei diritti degli associati e, in ogni caso, mancasse una delibera limitativa del diritto di voto da parte del Comitato di garanzia che fosse stata in precedenza proposta dal Comitato direttivo (visto che quest'organo, tra l'altro, come era emerso in passato, non era mai stato eletto). Altre critiche riguardavano specifiche disposizioni statutarie (ritenute difformi rispetto a principi di diritto e di "diritto dei partiti", in particolare con riguardo alla "democrazia interna"), la votazione con cui Giuseppe Conte è stato di nuovo scelto come presidente del MoVimento (sia per i difetti lamentati della deliberazione sullo statuto, sia per difetti propri), nonché di altre delibere.
La prima ordinanza emessa dal Tribunale di Napoli dopo la seconda impugnazione delle delibere (e relativa alla richiesta di sospendere l'efficacia di quelle delibere in via cautelare, per evitare che producessero pregiudizi gravi e irreparabili) è datata 14 giugno. La giudice designata - Loredana Ferrara - dopo essersi ritenuta competente a giudicare (visto che il giudizio di merito era stato iniziato a Napoli e quello cautelare doveva essere trattato dallo stesso giudice, anche se in ipotesi questo fosse risultato in seguito incompetente) e avendo ricordato che "ogni singolo associato" ha interesse "all’osservanza delle regole previste dalla legge e/o dalla disciplina interna affinché l'ente venga gestito da organi nominati nel rispetto delle stesse" (e a evitare che eventuali delibere che sembrano già dall'inizio illegittime producano danni irreparabili), ha respinto le richieste sospensive, ritenendo che a un primo sguardo le lamentele degli attori non fossero fondate.
In particolare - e limitandoci qui a occuparci delle censure relative alle votazioni sullo statuto - per la giudice la sospensione delle delibere dell'estate 2021 aveva fatto rivivere lo statuto previgente e gli organi eletti in base a quelle regole (sospendendo anche ogni deliberazione avvenuta dopo l'entrata in vigore delle modifiche sospese): in questo senso, Vito Crimi risultava presidente del Comitato di garanzia e come tale aveva titolo per convocare l'assemblea per votare online. Quanto alla convocazione su un sito diverso da quello scritto nello statuto, essa non avrebbe consentito "di ritenere la mancanza di forme di comunicazione idonee ad informare gli associati delle convocazioni assembleari" (per la giudice il sito "ufficiale" del M5S era ormai quello nuovo, pur non indicato sullo statuto); l'uso di una piattaforma diversa da Rousseau pareva non avere "alcun riflesso sulla validità della deliberazione, specie in mancanza di specifiche contestazioni", considerando che "[i]l richiamo alle peculiarità operative del MoVimento, e la libertà lasciata ai privati nella regolamentazione delle associazioni non riconosciute, sia pur nel rispetto del principio di democraticità, consente di ritenere che i lavori assembleari si sono svolti nel rispetto delle precipue e legittime regole statutarie". Circa le censure circa il "difetto di un'effettiva modalità assembleare per lo svolgimento" delle assemblee e delle votazioni, secondo l'ordinanza "il MoVimento 5 Stelle si è da sempre caratterizzato per la peculiarità del meccanismo di attuazione dei principi democratici, attraverso l’adozione di più moderne modalità telematiche, consentendo agli aderenti una partecipazione diretta attraverso Internet [...]. Chi ha liberamente scelto di associarsi, ha accettato le regole di funzionamento della democraticità del M5S anche con riferimento al metodo assembleare" e, mancando "norme imperative che impongano specifiche e rigide regole per la 'discussione' assembleare", il metodo scelto dal MoVimento è stato ritenuto non contrario alle norme vigenti.
Con riferimento invece all'esclusione degli iscritti iuniores, per la giudice essa non aveva inciso sul risultato della votazione (le deliberazioni sono state prese senza che fosse richiesto un quorum costitutivo; dati poi i numeri delle votazioni, il fatto che - a una "prova di resistenza" - gli iscritti da meno di sei mesi non fossero in numero tale da poter ribaltare l'esito delle votazioni rende inutile chiedersi se esistesse e fosse valido un eventuale regolamento per limitare l'elettorato attivo dei soci. Da ultimo, secondo la redattrice dell'ordinanza escludere i soci più giovani non lederebbe la "democrazia interna" e la parità degli iscritti, trattandosi di una limitazione dei diritti del socio solo temporanea e bilanciando anzi "la facilità di accesso all’associazione, con riferimento ai requisiti minimi e alla snellezza della procedura per l'ammissione dei nuovi associati" (e ogni associazione, partiti inclusi, sarebbe sostanzialmente libera di disciplinare l'ordinamento e l'organizzazione interna, in maniera autonoma). 
I ricorrenti, insoddisfatti della pronuncia, hanno proposto reclamo e le loro domande cautelari sono passate all'attenzione di un collegio di tre giudici (due su tre - il presidente Gian Piero Scoppa ed Eduardo Savarese - erano già stati nel collegio che aveva accolto, sempre in sede di reclamo, la richiesta di sospendere le delibere del 2021, mentre il terzo era il giudice - Francesco Paolo Feo - che non aveva accolto quelle richieste nella prima ordinanza). Il giudice collegiale, però, ha respinto il reclamo, negando di nuovo la sospensione delle delibere. Se però la prima ordinanza si era diffusa su 14 pagine, la nuova decisione ne ha impiegate soltanto 3 (limitando la motivazione effettiva alle ultime due).
In quel poco spazio, i giudici hanno essenzialmente rilevato che alle votazioni tenutesi online a marzo di quest'anno il numero degli associati esclusi in rapporto al novero di coloro che hanno approvato le delibere era assai minore rispetto ai numeri riscontrati nel 2021, "onde la votazione, almeno sul piano numerico, non avrebbe avuto altro esito anche se alla stessa avessero partecipato gli associati iuniores (per le delibere sospese invece il numero di voti a favore era risultato "inferiore al numero degli votanti rimasti esclusi"); hanno pure rilevato la mancanza di quorum costitutivi per la deliberazione e ritenuto "correttamente disposta" la convocazione, visto che Crimi quale presidente del ("ridestato") Comitato di garanzia aveva il potere di provvedervi. Per ogni altro motivo, il collegio chiamato a esprimersi sul reclamo ha richiamato l'ordinanza di rigetto di giugno, non senza aggiungere che "le restanti tematiche agitate (utilizzo delle piattaforme, modalità di espletamento del dibattito assembleare prodromico alla votazione, modalità di esercizio dei poteri del garante, ecc.) appaiono investire ex professo la natura stessa della struttura organizzativa del MoVimento, come definito fin dalla sua originaria costituzione [...] e richiedono un ulteriore adeguato approfondimento istruttorio nell’ambito della causa di merito, non compatibile con il carattere sommario della presente delibazione (rilevando pure che coloro che erano stati esclusi dal voto avevano comunque potuto partecipare al "confronto assembleare" come gli altri soci e, con riguardo al voto sulla guida del MoVimento, non era risultata alcuna candidatura ulteriore, "neppure in termini di aspirazione e/o ambizione e nemmeno sul piano del dibattito politico-giornalistico", rispetto a quella di Conte).
Come sempre, delle decisioni dei giudici si deve innanzitutto prendere atto: come avviene per ogni altra branca giuridica che abbia un contatto effettivo con la realtà e con le liti che questa può conoscere, il "diritto dei partiti" si costruisce anche a partire dalle decisioni concrete prese dai giudici, condivisibili o no che siano. Alcune affermazioni contenute nelle ordinanze, tuttavia, lasciano oggettivamente perplessi: le perplessità non si spengono nemmeno pensando che un'ordinanza che avesse sospeso gli effetti anche di queste nuove votazioni avrebbe di fatto lasciato il MoVimento 5 Stelle senza guida (più correttamente, avrebbe privato di nuovo Giuseppe Conte, almeno in via provvisoria, della legittimazione giuridica a guidare il M5S), con effetti non certo trascurabili sulla vita del soggetto politico e forse sulle dinamiche del sistema politico attuale.
Alcuni punti suscitano vari dubbi, a partire dalle considerazioni della prima ordinanza in materia sulle censure alla convocazione attraverso un sito e alle votazioni su una piattaforma diversi da quelli previsti nello statuto. La giudice sottolinea di fatto che si sia trattato di inadempimenti statutari senza particolari effetti, visto che la convocazione era stata comunque pubblicata su un sito vissuto come "ufficiale" e l'uso di una diversa piattaforma non avrebbe influito sui risultati. Le due osservazioni possono anche essere vere, ma le affermazioni contenute nell'ordinanza sembrano legittimare una considerazione minore per lo statuto del partito (o di ogni altra associazione): posto che chi scrive o fa scrivere un atto costitutivo e uno statuto è libero di determinare gran parte del contenuto, ciò che si è scritto nello statuto e non è diventato impossibile dovrebbe essere sempre seguito e praticato; sembra questo l'unico modo per "prendere sul serio" lo statuto di un partito e il suo valore di "legge associativa". Tra l'altro, nei giorni successivi all'ordinanza del tribunale napoletano che aveva sospeso le prime delibere, era stata concretamente valutata da Beppe Grillo l'opportunità di svolgere le nuove votazioni sulla piattaforma Rousseau, con il consenso del titolare (Davide Casaleggio): la scelta forse non sarebbe convenuta al MoVimento (per le questioni economiche e politiche in sospeso con Casaleggio), ma ciò mostrava che l'uso della piattaforma indicata sullo statuto non era impossibile. Del resto, se in una delle tante cause relative ai tentativi di rimettere in moto la Democrazia cristiana (Tribunale di Roma, ordinanza del 2013 del giudice Francesco Scerrato) un'ordinanza precisò che voler ridestare un partito dotato di un certo statuto comporta il dover osservare quello statuto "in ogni sua parte, fino a quando lo stesso non venga legittimamente modificato": ciò sembrerebbe molto importante, a maggior ragione con riferimento a un sito e a una piattaforma indicati con nettezza nello statuto, come fossero elementi fondamentali del "patto associativo" in un soggetto politico.
Non convince in pieno nemmeno l'idea che l'esclusione dei soci iuniores (che questo sito non contesta, essendo storicamente stata praticata in molti partiti) sia stata qui ritenuta irrilevante - a prescindere dalla correttezza della sua legittimazione - per una mera "questione di numeri": gli esclusi dall'elettorato, visto il numero contenuto rispetto al totale dei votanti e al novero dei voti positivi, in questo caso sarebbero stati ininfluenti. Eppure, pur potendosi capire il discorso della "prova di resistenza" nell'ottica di non perdere tempo in sede cautelare, bisogna dire che per varie sentenze non conta tanto quanto incide la singola persona in una deliberazione, ma che abbia la possibilità di farlo partecipando e votando. 
Da ultimo, stupisce molto che la seconda ordinanza - quella di luglio sul reclamo, davvero troppo breve - abbia sostenuto che la lamentela sull'uso delle piattaforme di voto, assieme ad altre, riguardava "ex professo la natura stessa della struttura organizzativa del MoVimento, come definito fin dalla sua originaria costituzione (prescindendo dunque dalla specifica declinazione e/o conformazione del singolo statuto) e richiedono un ulteriore adeguato approfondimento istruttorio nell’ambito della causa di merito". A chi scrive, in particolare, sembra che la questione della piattaforma o del sito, proprio perché legata alla peculiarità di natura e organizzazione del MoVimento 5 Stelle, meritasse più attenzione e considerazione, proprio in fase cautelare. 
Non si può sapere come sarebbero andate le cose senza Conte alla guida del M5S già qualche settimana fa; magari la crisi sarebbe iniziata prima o comunque con altre forme. In ogni caso, per il futuro si terrà conto anche di queste decisioni dei giudici, per vedere se saranno seguite o, al contrario, spingeranno a riflessioni per scelte di segno diverso.