Chi sente di appartenere alla categoria dei #drogatidipolitica, a prescindere dall'attività svolta per sostentarsi, esercita per natura la curiosità e non di rado ha un'innata propensione per la ricerca. Non si parla per forza della ricerca legata ad attività universitarie, ma certamente a essere condiviso è il suo principio di base, che può ritrovarsi facilmente nella successione di quattro verbi contenuti nell'ultimo verso di una delle poesie più note di Alfred Tennyson, Ulysses: "To strive, to seek, to find, and not to yield", dunque lottare, cercare, trovare e cedere mai. Proprio questi verbi, da soli, sono in grado di comunicare a chiunque che la ricerca, in qualunque campo sia svolta, necessita di molte energie (innanzitutto mentali, ma anche fisiche o perfino economiche), richiede spesso tantissimo tempo (rifuggendo sempre la tentazione di dire che è "troppo") e porta con sé un ineliminabile rischio di inconvenienti, esperimenti falliti, porte chiuse o sbattute in faccia, coincidenze mancate, disinteresse in forma di assenze o silenzi, appuntamenti saltati all'ultimo minuto, contatti o incontri infruttuosi, documenti spariti o irraggiungibili (magari perché non reperiti da chi non li sa cercare o non li vuole trovare) e altre amenità che rischiano seriamente di somigliare a fallimenti. Non di rado, però, chi continua a lottare per cercare e non si arrende per fortuna... trova, tutto insieme oppure a rate, magari seguendo piste apparentemente secondarie (trascurate in un primo momento o emerse in seguito per puro caso e battute per il proverbiale "ennesimo" o perfino "ultimo tentativo") e quasi sempre grazie all'apporto di più persone: quando questo succede, la soddisfazione è grande, anche quando la ricerca riuscita non ha un - mai disprezzabile - ritorno economico per chi l'ha svolta.
Un esempio perfetto di quanto possa essere lungo, accidentato e "a tappe" il cammino di una ricerca è dato da un libro appena uscito, il cui contenuto è di per se oggetto d'interesse per i #drogatidipolitica: ci si riferisce a Marco Pannella: storia di una tesi di laurea (inedito), opera di Lanfranco Palazzolo, giornalista, da anni cronista parlamentare per Radio Radicale. Le storie che si intrecciano in quelle pagine, pubblicate dall'editore Nuova Palomar, a ben guardare sono almeno tre: ovviamente la storia di Marco Pannella, che quando si laureò - il 17 marzo 1953 - non aveva ancora fondato il Partito radicale (nato nel febbraio del 1956), essendo ancora impegnato nel Partito liberale italiano e nella sua organizzazione giovanile, oltre che nella goliardia universitaria; la storia della sua tesi di laurea, soprattutto con riguardo alla sua genesi e alle vicende travagliate della sua discussione; infine, la storia del ritrovamento della tesi stessa e della ricostruzione delle vicende che hanno permesso la pubblicazione del libro (pubblicazione il cui iter, in effetti, sarebbe la quarta storia da raccontare).
Delle parole di Marco Pannella, quelle pronunciate in sede parlamentare ma non solo, era uscita una prima raccolta in forma di libro nel 1979 (Io, Marco Pannella al Parlamento, edita da Lucio Ceci Editore, curata da Aldo Rotondaro), seguita da un'altra raccolta nel 1982: si trattava di un volume piuttosto corposo, Marco Pannella. Scritti e discorsi (1959-1980), pubblicato dall'editore milanese Gammalibri, in grado - a differenza dell'opera precedente, come già il titolo permetteva di capire - di coprire un periodo di oltre vent'anni, tutti quanti successivi alla fondazione del Partito radicale (partito che, com'è noto, proprio Marco Pannella - dopo avere concorso alla fondazione all'inizio del 1956 - aveva decisivamente contribuito a riconfigurare in modo consistente nel III congresso straordinario del 1967).
Circa vent'anni dopo la prima elezione di Pannella e di altri tre deputati (1976), Lanfranco Palazzolo curò due raccolte di discorsi parlamentari pannelliani, in un periodo in cui la ricerca sugli atti di Camera e Senato era sicuramente più complessa di quella che si può fare oggi grazie alle banche dati messe a disposizione dalle stesse assemblee. Così, nel 2007, Kaos Edizioni (che, di fatto, era in continuità editoriale con Gammalibri) pubblicò A sinistra del Pci. Interventi parlamentari 1976-1979 e Contro i crimini di regime. Interventi parlamentari 1980-1986 (con prefazione di Giorgio Galli). Già in quella fase l'impressione era che quel lavoro editoriale fosse solo la prima parte di un progetto più ampio, destinato a rendere più facilmente fruibili i discorsi dello stesso Pannella. Lo stesso Palazzolo spiega, nella sua introduzione al libro appena uscito, che Domenico Nodari di Kaos dopo quei primi due libri gli aveva proposto di aggiornare e rivedere il volumone uscito nel 1982; in quel periodo, però, non se ne fece nulla ("anche perché - racconta sempre Palazzolo - alla presentazione del primo volume dei discorsi parlamentari di Pannella [...], che si svolge il 12 giugno 2007 presso l'Associazione Stampa Romana, non si presenta praticamente nessuno del Partito Radicale e della Radio").
L'idea di quel libro si riaffacciò dieci anni fa, peraltro in una fase molto triste per l'area radicale: quella degli ultimi mesi di vita di Marco Pannella. Verso in febbraio Nodari ripropose a Palazzolo il suo progetto e lui accettò di raccogliere in fretta articoli, interviste e altri testi in grado di coprire la parte più ampia possibile dell'impegno politico, "a patto di ottenere il consenso di Pannella dopo aver parlato direttamente con lui". Quell'incontro, in quei giorni di visite continue in via della Panetteria, faticò molto ad arrivare, ma a fine marzo - grazie a un intervento risolutivo e inatteso di una deputata che sarebbe andata a trovare Pannella e aveva avvertito il giornalista - Palazzolo riuscì a vedere l'ex segretario e presidente del Partito radicale: "Informo Pannella che ho intenzione di fare questo libro. E lui annuisce. È stata l’ultima volta che ho visto Marco". Nel libro, che si sarebbe intitolato La rosa nel pugno, il curatore volle inserire una cronologia dell'impegno politico di Pannella, evidentemente inserendo anche gli anni precedenti al Partito radicale: proprio in quella fase emerse il problema della discussione della tesi di laurea in giurisprudenza, presso l'Università di Urbino (dopo i primi quattro anni alla Sapienza), un passaggio che nessuna biografia pannelliana aveva sino a quel momento approfondito - al di là del riportare il voto minimo, 66 su 110, e la versione dello stesso Pannella su una discussione animata di quasi tre ore con la commissione - e nemmeno esattamente collocato temporalmente. L'informazione però arrivò attraverso Carlo Magnani, oggi come allora ricercatore e docente di diritto dell'informazione e della comunicazione a Urbino: contattato da Palazzolo, Magnani con una ricerca presso l'ateneo scoprì che la tesi di laurea era stata discussa da "Giacinto Marco Pannella" il 17 marzo 1953, con riferimento all'anno accademico 1951-52, ma riuscì anche a fotocopiare la tesi e a spedirla allo stesso Palazzolo. Purtroppo Marco Pannella non poté rivedere la copia della sua tesi e nemmeno il libro curato da Palazzolo (il lavoro sul testo era terminato all'inizio di maggio): si spense il 19 maggio, due giorni dopo l'arrivo delle prime copie a Roma.
La morte di Pannella, tuttavia, non aveva fatto perdere affatto l'interesse per la sua tesi. Innanzitutto perché, se Pannella aveva sempre detto - e si era sempre acriticamente tramandato - che l'argomento della tesi era l'art. 7 della Costituzione (quello sui rapporti tra Stato e Chiesa e sui Patti lateranensi), in realtà il titolo era L'eguaglianza giuridica dei cittadini nella Costituzione italiana, per cui l'elaborato si era concentrato sull'art. 3. C'era poi la particolarità del relatore indicato sulla tesi: Marino Bon Valsassina (1921-1991), costituzionalista di stampo nettamente conservatore, monarchico, in seguito consigliere comunale a Roma (negli anni '70), eletto per la prima volta con il Msi dopo essere stato vicino al Pli. Come poteva essere stato il rapporto tra lui come relatore e il laureando Giacinto Marco Pannella? Quanto, all'interno della tesi, Pannella era riuscito a conservare la propria impostazione e le proprie idee e quanto aveva dovuto "concedere" a quelle del relatore? E come mai il voto si era mantenuto fermo al minimo? Che fondamento avevano voci insistenti sul fatto che la tesi non fosse stata opera di Pannella?
Per cinque anni Lanfranco Palazzolo - lo spiega lui nell'introduzione - non rese pubblica la notizia del ritrovamento della tesi: si limitò ad accennare alla cosa e alle questioni da approfondire a vari docenti universitari, senza riscontrare un reale interesse. Ciò fino all'incontro, a novembre del 2021, con Romano Ferrari Zumbini, storico del diritto presso la Luiss e direttore delle Commissioni permanenti al Senato: la questione della tesi emerse alla fine di un'intervista, nei giorni successivi il professore manifestò interesse e chiese di poter leggere l'elaborato. La mattina del 24 dicembre 2021 - "nella sala Maccari di un Senato spettrale, totalmente vuoto" - Palazzolo realizzò l'intervista a Ferrari Zumbini per Radio Radicale sulla tesi di Pannella analizzata dal docente: questi, ricordando che "una tesi di laurea [...] è un lavoro congiunto nel quale confluiscono due intelligenze" (in questo caso "Marco Pannella il libertario e Marino Bon Valsassina il gentiluomo liberale"), sostenne che la tesi fosse "molto migliore rispetto al pessimo voto che gli è stato attribuito". A suo giudizio, la trattazione del principio di eguaglianza formulato nell'art. 3 Cost., entrato in vigore cinque anni prima della discussione, era stata fatta "in maniera ineccepibile perché viene presentata in chiave storica e sul piano di diritto positivo ripartito in varie materie", inclusi i rapporti Stato-Chiesa. In più, l'elaborato sembra offrire un punto di vista originale, che vide la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 come "punto intermedio" del discorso sull'uguaglianza, le cui radici vennero individuate nel costituzionalismo americano (se non in quello medioevale inglese): Ferrari Zumbini ha sottolineato come tanto Bon Valsassina quanto Pannella rifiutassero lo statalismo francese e questo dovrebbe avere influenzato l'impostazione della tesi, volta a valorizzare una concezione costituzionale e normativa che non apparisse "imposta dall'alto", come in vari aspetti si mostrava la soluzione francese (anche e soprattutto per i suoi prodotti successivi, a partire dal Code civil napoleonico).
In un periodo in cui la Corte costituzionale non aveva ancora iniziato a operare (la prima sentenza arrivò nel 1956), il laureando Giacinto Marco Pannella cercò di dare una definizione di eguaglianza: "L'eguaglianza consiste nel patrimonio di dignità che ogni ordinamento conferisce ai singoli membri". Se per Ferrari Zumbini la definizione è meritoria perché "non lega l'eguaglianza a una condizione economica" e mette in chiaro che "l'eguaglianza deve riferirsi a una condizione di partenza e non di arrivo"; qui ci si permette di aggiungere che quella definizione poneva l'accento proprio sulla dignità, che compare nella prima parte dell'art. 3 ma spesso rischia di passare in secondo piano. Quanto all'analisi del primo comma dell'articolo, Pannella trattò il concetto dell'eguaglianza (formale) in rapporto alle varie ipotesi di discriminazione che la disposizione costituzionale aveva stigmatizzato: guardò ai lavori preparatori, alle situazioni normate dalle norme previgenti e ad alcuni casi concreti, che fecero emergere conflitti tra le disposizioni costituzionali e norme di legge previgenti. Di più, la tesi ribadì che "perché l'eguaglianza arrivi a sussistere è condizione necessaria la libertà: infatti la libertà nell'ambito delle relazioni sociali dà come conseguenza l'eguaglianza": questo appare un punto fondamentale nella lettura dell'elaborato pannelliano per capire come mai l'eguaglianza e varie dimensioni della libertà finissero per fondersi nelle riflessioni del laureando Pannella. Lo si vede, ad esempio, con riferimento al conflitto tra norme in tema di licenziamento e disposizioni costituzionali a tutela della libertà d'opinione (gli artt. 3 e 21), a partire dal caso del licenziamento a causa delle sue posizioni politiche dell'operaio Battista Santhià da parte della Fiat, nel 1952, oggetto di ampio dibattito in dottrina; allo stesso modo, fu approfondito lo status del figlio nato fuori dal matrimonio e degli appartenenti alle minoranze linguistiche, come si parlò di una non totale re-integrazione dei cittadini ebrei sul piano dei "diritti della persona umana", attribuita da Pannella a una lettura "isolata" dell'art. 3 Cost, non coordinata con le altre norme costituzionali. Colpisce favorevolmente un approccio non disposto a considerare l'art. 3 come disposizione solo programmatica e non precettiva, interessato invece a rendere effettivo quanto proclamanto dall'articolo oggetto della tesi di laurea.
In un periodo in cui la Corte costituzionale non aveva ancora iniziato a operare (la prima sentenza arrivò nel 1956), il laureando Giacinto Marco Pannella cercò di dare una definizione di eguaglianza: "L'eguaglianza consiste nel patrimonio di dignità che ogni ordinamento conferisce ai singoli membri". Se per Ferrari Zumbini la definizione è meritoria perché "non lega l'eguaglianza a una condizione economica" e mette in chiaro che "l'eguaglianza deve riferirsi a una condizione di partenza e non di arrivo"; qui ci si permette di aggiungere che quella definizione poneva l'accento proprio sulla dignità, che compare nella prima parte dell'art. 3 ma spesso rischia di passare in secondo piano. Quanto all'analisi del primo comma dell'articolo, Pannella trattò il concetto dell'eguaglianza (formale) in rapporto alle varie ipotesi di discriminazione che la disposizione costituzionale aveva stigmatizzato: guardò ai lavori preparatori, alle situazioni normate dalle norme previgenti e ad alcuni casi concreti, che fecero emergere conflitti tra le disposizioni costituzionali e norme di legge previgenti. Di più, la tesi ribadì che "perché l'eguaglianza arrivi a sussistere è condizione necessaria la libertà: infatti la libertà nell'ambito delle relazioni sociali dà come conseguenza l'eguaglianza": questo appare un punto fondamentale nella lettura dell'elaborato pannelliano per capire come mai l'eguaglianza e varie dimensioni della libertà finissero per fondersi nelle riflessioni del laureando Pannella. Lo si vede, ad esempio, con riferimento al conflitto tra norme in tema di licenziamento e disposizioni costituzionali a tutela della libertà d'opinione (gli artt. 3 e 21), a partire dal caso del licenziamento a causa delle sue posizioni politiche dell'operaio Battista Santhià da parte della Fiat, nel 1952, oggetto di ampio dibattito in dottrina; allo stesso modo, fu approfondito lo status del figlio nato fuori dal matrimonio e degli appartenenti alle minoranze linguistiche, come si parlò di una non totale re-integrazione dei cittadini ebrei sul piano dei "diritti della persona umana", attribuita da Pannella a una lettura "isolata" dell'art. 3 Cost, non coordinata con le altre norme costituzionali. Colpisce favorevolmente un approccio non disposto a considerare l'art. 3 come disposizione solo programmatica e non precettiva, interessato invece a rendere effettivo quanto proclamanto dall'articolo oggetto della tesi di laurea.
Il punto della tesi che più colpì Ferrari Zumbini, nell'intervista rilasciata, fu un passaggio relativo proprio all'art. 7 della Costituzione - su cui a lungo si era pensato che vertesse la tesi di Pannella - e in particolare ai rapporti tra Stato e Chiesa. Quel passaggio si apre con la considerazione "possiamo dire che la posizione di preminenza riconosciuta alla Chiesa cattolica con i Patti lateranensi non viola i principi fondamentali che tutelano la libertà di pensiero, di coscienza, di culto"; alla fine invece si legge "In definitiva, si può concludere, il privilegio e la particolare posizione riservata alla Chiesa cattolica non dovrebbe - in linea di massima - risolversi in un pregiudizio del principio generale di eguaglianza giuridica dei cittadini". Lo storico del diritto si era detto sorpreso nel notare che Marco Pannella, "pur ponendosi il problema delle altre confessioni religiose, in fin dei conti salva l'articolo 7": una tesi all'apparenza poco conciliabile con le successive posizioni laiche e anti-concordatarie di Pannella (visibili fin dalla prima mozione presentata dai radicali nel 1976 alla Camera) e che sembra invece tenere in conto il pensiero del relatore Marino Bon Valsassina (che nel libro La società dei nostri giorni vista da un uomo di destra - rintracciato da Palazzolo alla Biblioteca della Camera, ma con le pagine "ancora intonse, attaccate. Non le aveva lette nessuno" - individuò la religione come "il fondamento necessario, non rimpiazzabile dell'ordine morale, sociale, politico d'una comunità" e sostenne che il Concordato aveva portato "immensi vantaggi [...] alla causa cristiana e, di riflesso, al paese"). Per Ferrari Zumbini, in particolare, l'uso del condizionale ("non dovrebbe - in linea di massima - risolversi in un pregiudizio") poteva suggerire che "forse c'è stato un dibattito tra relatore e laureando [...] perché è una frase articolata e sofferta. Però convinta. Con convinzione, quella convinzione che non gli è mai mancata, Pannella apre all'art. 7. È interessante notare come, in un momento in cui il paese è spaccato su temi come la legge truffa, Pannella difende l'art. 7. Avrebbe potuto condannarlo perché tutta la tesi è costruita sul diritto naturale".
Il tempo di ulteriori approfondimenti sulla tesi di Pannella, ma soprattutto sulla sua seduta di laurea, sarebbe arrivato poco più tardi. Dopo la trasmissione dell'intervista a Ferrari Zumbini su Radio Radicale, infatti, Luigi Ciaurro, consigliere parlamentare, docente di diritto costituzionale e parlamentare presso la Lumsa (in passato, tra l'altro, anche a Urbino) e co-autore - con Vittorio Di Ciolo, scomparso nel 2022 - di un monumentale manuale di diritto parlamentare, volle provvedere a ricerche ulteriori, di cui informò Palazzolo. Riuscì, in particolare, a recuperare - grazie al personale dell'ateneo urbinate - vari documenti interessanti e utili per fare luce sul percorso universitario di Marco Pannella tra Roma e Urbino, di cui diede conto in un'intervista realizzata il 19 gennaio 2022. Intervista che ricordò come quel percorso, testimoniato dal libretto universitario riemerso, non fu all'insegna del "18 diffuso": tra i 21 esami previsti - 16 sostenuti alla Sapienza a Roma, 5 svolti a Urbino in meno di un anno dopo il trasferimento- si ritrovano 28 in Filosofia del diritto e Psicologia (esame facoltativo), 27 in Diritto costituzionale, Antropologia criminale (esame facoltativo) e Diritto ecclesiastico; 27 in Diritto internazionale; il voto minimo arrivò in Istituzioni di diritto privato e romano, mentre Pannella ottenne 19 in Storia del diritto romano e Diritto del lavoro; nelle altre materie il voto oscillò tra 21 (anche in Diritto canonico, ultimo esame facoltativo) e 24. La media ponderata dei voti avrebbe portato circa a 83 punti su 110, salvo dover comunque considerare un punto di partenza più basso a causa di tre "bocciature a libretto" (due in Istituzioni di diritto romano, una in Diritto civile).
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| Dal sito della Fondazione Luigi Einaudi |
Innanzitutto il documento conferma una notizia già fornita dal comparatista Fulco Lanchester (che l'aveva saputa dal costituzionalista Pietro Giuseppe Grasso, scomparso a maggio di quest'anno), cioè che alla commissione di laurea di Pannella non partecipò Bon Valsassina, ma fu indicato come relatore un altro costituzionalista, Serio Galeotti (più avanti impegnato in vari progetti di riforma, dal "gruppo di Milano" guidato da Miglio al "comitato di studio" voluto da Francesco Speroni, passando per lo studio originario del referendum volto a rendere maggioritario il sistema elettorale del Senato): "All'epoca - spiegò Ciaurro nell'intervista - non era semplice arrivare a Urbino: da Roma ci volevano sei, sette ore; con la corriera da Roma era un problema perché spesso il veicolo si bloccava sulla via Flaminia al confine tra Umbria e Marche. Posso capire che il prof. Bon Valsassina, che ormai non era più docente in quell'ateneo, non sia andato a Urbino per discutere quella sessione di laurea", accampando allora "motivi di salute". Sempre Ciaurro sostenne però di avere dubbi sul fatto che la "difesa" del laureando e del suo operato fosse stata assunta in commissione proprio da Galeotti: tra gli altri membri della commissione (il presidente Giulio Vismara, storico del diritto di fede cattolica; gli ecclesiasticisti Lorenzo Spinelli e Danilo De' Cocci, allora anche deputato Dc; il giuslavorista Renato Scognamiglio, anch'egli cattolico; l'economista Ercole Calcaterra, di simpatie comuniste; il filosofo del diritto Arturo Massolo; l'amministrativista Giovanni Zaccaria; il civilista Alessandro Santini; l'assistente Renzo Domini), spiccava il nome di Marcello Gallo, docente di Diritto penale, senatore Dc dal 1983 al 1992, ma soprattutto ancora vivo e attento all'inizio del 2022 (è scomparso un anno più tardi, il 6 agosto 2023).
Proprio Gallo, interpellato da Ciaurro, aveva detto di ricordare "benissimo quella giornata" e di avere difeso Pannella e la sua tesi "con l'istinto del docente di Diritto penale che tende a tutelare le persone deboli e in difficoltà. E soprattutto attaccate dagli altri". Secondo Ciaurro, all'epoca Pannella più che a una commissione di laurea si era "trovato di fronte a un plotone di esecuzione perché all'epoca era malvisto. A mio giudizio era già famoso. Arriva davanti alla Commissione da leader laico dell'Ugi e si trova davanti un collegio particolarmente ostile".
Da dove sarebbe nata quest'ostilità? Qualche motivo starebbe nella tesi, anzi, nelle tesi presentate: all'epoca, infatti, a Urbino era richiesto di presentare altri tre elaborati. Sempre grazie alla ricostruzione operata con i documenti ritrovati, si sa che un elaborato - essenzialmente formale - era di diritto canonico, un altro di diritto civile, mentre il terzo era di diritto ecclesiastico: "Se possa qualificarsi organo indiretto dello Stato il ministro del Culto che adempie alle formalità amministrative per la trascrizione del matrimonio canonico". Proprio con riguardo a questo tema e agli effetti del Concordato potrebbe essersi sviluppato un dibattito serrato (soprattutto con il presidente Vismara e con i commissari Spinelli e Massolo) che potrebbe avere allungato la durata della discussione, influendo anche sul giudizio complessivo. Quanto alla tesi, Ciaurro stesso la definì "un po' strana, fatta di fretta", priva di conclusioni, ma con tratti meritevoli di interesse e - sempre secondo Ciaurro - scritta direttamente da Marco Pannella e non copiata ("Lo stile lessicale della tesi è omogeneo. Per quello che posso capire, ci sono degli elementi tipici di Marco Pannella", dall'eguaglianza come moderna ispirazione sociale, alla libertà come presupposto della stessa eguaglianza, fino a una certa predilezione per l'ordinamento inglese e la sua storia, mostrata ampiamente in seguito con l'attenzione al sistema elettorale maggioritario secco). Quanto alla lunghezza dell'elaborato, sicuramente appare molto breve rispetto allo standard delle tesi magistrali di oggi, ma Ciaurro sottolineò che il relatore Bon Valsassina aveva "firmato e approvato quel lavoro di Pannella", passaggio necessario per poter arrivare alla discussione, quindi probabilmente la lunghezza non era molto diversa da quella di altre tesi.
Palazzolo mise presto un ulteriore tassello fondamentale nel suo disegno intervistando direttamente Marcello Gallo, il penalista e futuro senatore democristiano che concretamente "difese" Marco Pannella e la sua tesi davanti alla commissione di laurea il 17 marzo 1953 e che, all'inizio del 2022, era il solo membro della commissione rimasto in vita. Gallo nell'intervista definì la tesi di Pannella come "in un certo senso fluviale, nella quale Pannella aveva discusso di parecchi svariati temi, qualche volta non seguendo una linea logica particolarmente diritta e coerente. Ma sempre con delle prese di posizione che mi lasciavano stupito per la loro intelligenza e per la loro acutezza". Ma se per Gallo molte osservazioni erano state intelligenti, anche se "magari andavano ordinate meglio in una linea organica e precisa", "gli altri membri della Commissione erano abbastanza sconcertati dalla novità, dell'originalità dell'impostazione". egli ritenne di dover intervenire per precisare che se si erano ammesse tesi che erano semplicemente il riassunto di opinioni altrui, le volte in cui ci si imbatteva in un pensiero originale occorreva tenerne conto. Poiché però allora Pannella, molto giovane, pareva non avere raggiunto una "autorevolezza di manifestazione del pensiero", la commissione avrebbe voluto "un'organicità maggiore della esposizione, [...] una maggiore rispondenza a certi canoni che si impongono a una dissertazione di una tesi di laurea". In tal senso Gallo ricordò di essersi dovuto "impegnare - non dico battere perché era una Commissione di studiosi seri e intelligenti che il tempo ha dimostrato di essere di prim'ordine - per dimostrare a tutti l’intelligenza originale che c’era nelle osservazioni che mi sembravano qualche volta buttate a casaccio. Però quelle parole rispondevano a un filone di pensiero unitario e compatto", per cui rivendicò come proprio successo personale il traguardo della laurea di Pannella, sia pure col minimo dei voti.
Gli elementi raccolti, in ogni caso, portano Lanfranco Palazzolo a ritenere del tutto sfornita di prove la voce che voleva la tesi di Marco Pannella copiata o scritta da altri. "Non poteva averla scritta certo Sergio Stanzani che era laureato in ingegneria e che probabilmente non aveva nemmeno il tempo di occuparsi degli affari di Pannella, che aveva passato tutto il 1952 a fare congressi e a sostenere ben 4 esami"; allo stesso Palazzolo Gaetano Quagliariello ha dichiarato che, durante il suo mandato da vicesegretario del Partito radicale, Pannella gli aveva detto che la sua tesi di laurea era stata "un lavoro frettoloso, che portò avanti nel fuoco dell’impegno su più fronti" e che gli sarebbe piaciuto riprendere. Tra i fronti da considerare c'era anche quello del servizio militare, visto che l'ultimo rinvio - in base al foglio matricolare del Distretto militare di Roma, riemerso per l'occasione, ma incompleto - ottenuto da Pannella come iscritto al quarto anno di giurisprudenza (alla Sapienza di Roma) risaliva al 3 settembre 1951, ma dovette partire quasi certamente l'anno successivo (prima per Fossano e poi per Cuneo), essendo ormai fuori corso. Palazzolo cerca anche di fare luce su una delle voci propagatesi nel tempo, quella in base alla quale Pannella avrebbe ottenuto una licenza per sostenere l'esame finale di laurea - e, prima e dopo, per partecipare a vari incontri in ambito politico e goliardico - grazie ai "buoni uffici" di un senatore liberale: ammesso che fosse vero, le ricerche di Palazzolo indicano che potrebe essersi trattato di Roberto Lucifero D'Aprigliano o, più probabilmente, di Vittorio Badini Confalonieri.
Tornando alla tesi, non è improbabile che il relatore "designato", Marino Bon Valsassina, abbia richiesto a Marco Pannella di modificare almeno in parte quanto scritto nella tesi con riferimento ai Patti lateranensi, per poter ammettere l'elaborato alla discussione finale; allo stesso modo, è tutt'altro che improbabile che nella discussione davanti alla commissione la posizione di Pannella abbia finito per divergere da quanto era stato scritto nella tesi. Ciò potrebbe aver influenzato l'atteggiamento della commissione, al pari di alcuni dettagli dell'elaborato finale (citazioni non corrette di alcune opere ritenute fondamentali, note molto ridotte, mancanza di conclusioni esplicite), segno della già evocata fretta nella conclusione del lavoro, nonché della scelta di attraversare nella stessa tesi varie discipline, un po' in contrasto con la concezione delle "cittadelle disciplinari" che all'epoca si seguiva, ben prima degli inviti all'interdisciplinarietà che oggi risuonano a ogni piè sospinto (molto più all'estero che in Italia, in ogni caso). Ciò, come si è visto, non ha comunque impedito a Pannella di laurearsi, sia pure col minimo dei voti, grazie alla difesa di Marcello Gallo, che l'11 marzo 1977 sarebbe stato scelto come commissario d'accusa (con Alberto Dell'Ora e Carlo Smuraglia) davanti alla Corte costituzionale per il processo agli ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi sul caso Lockheed: "Il Partito radicale - ricorda ora Palazzolo - aveva un suo candidato tra i commissari, l'avvocato Franco De Cataldo, non eletto. Nonostante la sconfitta, Pannella ringrazia il Presidente della Camera Pietro Ingrao che ha presieduto la seduta del Parlamento comune per il lavoro svolto, che aveva permesso l’elezione del suo relatore della tesi di laurea come Commissario d'accusa con 736 voti, il più votato. Non a caso era stato lui a volere far diventare dottore in legge Marco Giacinto Pannella, quasi 24 anni prima, il 17 marzo 1953".
Il libro Marco Pannella: storia di una tesi di laurea (inedito), oltre a riproporre la trascrizione dell'intero elaborato discusso davanti alla commissione, riporta il testo delle tre interviste fondamentali che hanno permesso di ricostruire quanto si sa ora su quella discussione (a Romano Ferrari Zumbini, a Luigi Ciaurro e a Marcello Gallo), la cronologia di ciò che accadde il 17 marzo 1953, giorno della discussione, e una cronologia dell'attività di Pannella dal 1944 al 1959, nonché una serie di documenti rilevanti, emersi nel corso della ricerca (dal certificato dei voti di maturità di Pannella al suo foglio matricolare, a vari documenti sul suo percorso accademico - incluso il verbale della seduta di laurea - e sulla sua attività nella Gioventù liberale italiana e nell'Unione goliardica italiana). Al di là dell'inevitabile fattore di curiosità legato all'importanza di un documento di questo tipo (Come ci si laureava settant'anni fa? Come si poteva scrivere, impostare un ragionamento? Cosa e quanto si doveva leggere?), è stimolante la lettura di "un elaborato complesso, seppur contenuto nelle 70 pagine, serio, intelligente, nient’affatto compilativo, aperto a discipline che il diritto non incrociava abitualmente (come la psicologia) e rivelatore di una sensibilità costituzionalistica matura", come ha scritto nella prefazione Pino Pisicchio, già parlamentare di lungo corso e già professore ordinario di diritto pubblico comparato. Ed è interessante che il futuro leader radicale si sia occupato, nella sua tesi pur nata in modo frettoloso, proprio dell'art. 3 Cost., vale a dire (sempre con parole di Pisicchio) "il cardine del patto tra la Repubblica e il popolo sovrano, innovativo rispetto ad altre carte democratiche del Novecento", innanzitutto per il suo collegamento indissolubile con l'art. 2, in cui si parla di diritti, così come dei doveri di solidarietà, ma prima ancora del valore della persona, singolarmente intesa e all'interno delle formazioni sociali di cui fa parte. Si può condividere la ricostruzione di Pisicchio, in base alla quale, se il popolo allora "votava chi riteneva più degno e culturalmente attrezzato a governare il bene comune", Marco Pannella "si proiettava verso quelle esperienze di politica alta, probabilmente condividendo l’idea che il valore pedagogico della democrazia poteva essere esercitato solo attraverso una dignità culturale di partenza", da raggiungere anche attraverso la laurea. Chi scrive, soprattutto, pensa che una tesi di laurea sia utile e possa produrre qualche effetto se riesce a far incontrare le aspirazioni e la curiosità di chi sta completando il suo percorso in università e lo sguardo di chi studia da tempo una materia e individua problemi e questioni da approfondire. Nel 1953 (e, più indietro, al momento in cui la tesi era stata assegnata) certamente l'art. 3 costituiva un tema da approfondire e poneva diverse questioni da affrontare, soprattutto con riferimento alla sua portata non meramente programmatica e al suo rapporto con le norme pre-esistenti: questo può avere fatto incontrare Giacinto Marco Pannella e Marino Bon Valsassina, al di là di ogni altra probabile e consistente divergenza. Non lo avremmo saputo, però, senza il motore di curiosità e di ricerca che almeno dal 2016 aveva mosso Lanfranco Palazzolo, per andare all'origine di Marco Pannella, quando la rosa nel pugno non c'era ancora e, più che il berretto frigio delle origini radicali, in ballo c'era piuttosto una feluca (insieme al tricolore del Pli). Lanfranco quel motore l'ha assecondato ogni volta che ce n'è stato bisogno, senza lasciarlo spegnere di fronte a manifestazioni di disinteresse o al rischio di buchi nell'acqua, sperando sempre di gettare le reti e fare buona pesca di elementi chiave o di dettagli rilevanti. La ricerca, non a caso, si fa così: quando funziona a dovere e il motore non si spegne, si può solo (e innanzitutto) dire "grazie".








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