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I creativi raccontano

martedì 6 gennaio 2026

Fiamma tricolore, tra origini ufficiali e (possibili) ascendenti

Nemmeno a farlo apposta, come ideale seguito del post di tre giorni fa, in cui si diceva che all'inizio del nuovo anno non mancano questioni simboliche da affrontare, si è riaccesa - è il caso di dirlo - la discordia sulla fiamma tricolore. La scintilla, se si vuole, è stata la scoperta tardiva di un post di Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport. in cui una raffigurazione di quella fiamma era accompagnata alla didascalia "26 dicembre 1946. Le radici profonde non gelano". Il post - che ora è visibile solo grazie agli screenshot fatti in precedenza, visto che il profilo di Instagram del giornalista è stato reso privato - ha fatto divampare varie polemiche politiche. Di queste è giusto che si occupino i media; in questo spazio, semmai, è interessante cercare di analizzare l'immagine diffusa e contestualizzarla, per quanto possibile.
Innanzitutto, di che fiamma si parla? Quella del Movimento sociale italiano, ovviamente, ma quale esattamente? Chi avesse potuto visitare nel 2017 la mostra Nostalgia dell'avvenire (promossa dalla Fondazione Alleanza nazionale) o si fosse limitato anche solo a scorrere alcuni dei manifesti o dei materiali di propaganda prodotti dal Msi nel corso degli anni, infatti, avrebbe notato con facilità che il simbolo in questione ha avuto varie raffigurazioni, anche piuttosto diverse tra loro, dunque non è inutile cercare di capire a quando risalga la grafica diffusa. A guardare bene l'immagine, in particolare la traccia di un timbro rosso alla destra della fiamma, la si indentifica esattamente nel manifesto conservato dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e visibile in rete. La base trapezoidale da cui parte la fiamma, di colore rosso, contiene la traccia (bianca) di un altro trapezio e la sigla "MSI" senza punti.
Non è difficile notare qualche differenza rispetto al contrassegno elettorale impiegato alle elezioni politiche del 1948: al di là della riproduzione in bianco e nero, com'era rigorosamente prevista allora, la forma della fiamma era più "stretta" e dritta, anche se i "denti" delle parti verde, bianca e rossa erano praticamente uguali; la differenza più marcata riguardava la sigla, proposta con un tratto bianco molto sottile e con il punto dopo le prime due lettere. Quello stesso emblema era finito sulle schede elettorali delle amministrative celebratesi nel 1947 a Caserta (21 settembre), Roma (12 ottobre) e Campobasso (30 novembre).
Il fregio, tuttavia, al tempo della nascita del Movimento sociale italiano - il 3 o il 26 dicembre, a seconda che si scelga il primo momento informale o quello della formalizzazione - non esisteva. Lo raccontava, tra l'altro. lo stesso Giorgio Almirante, nella sua Autobiografia di un "fucilatore" (Edizioni del Borghese, 1973):
Faccio un balzo indietro di molti anni e rivedo la mia gente come la riconobbi all'indomani della guerra civile e della latitanza: la gente che salì le scale di corso Vittorio numero 24, a Roma, per la prima riunione indetta dal Movimento Sociale Italiano. Era il gennaio 1947, il MSI era appena stato fondato, nessuno lo conosceva. Si può dire senza ironia che neppure noi lo conoscevamo, noi i fondatori e primi dirigenti. [...] Io non so chi fossero i sessanta o settanta partecipanti alla prima riunione indetta dal neonato MSI e dal sottoscritto quale segretario del neonato MSI, in corso Vittorio numero 24. So che avevamo affisso un piccolo avviso dinanzi al portone; so che erano stati pubblicati, qualche giorno prima, gli orientamenti programmatici che fino al 1948, campagna elettorale politica e poi primo congresso del partito, a Napoli, costituirono tutto il nostro programma; so che l’ingresso era libero; so che fino all’ultimo paventammo che non venisse nessuno; so che ci parve un miracolo quella modesta affluenza di pubblico [...]. Non c'erano persone importanti. Il partito aveva soltanto un nome, non aveva ancora un simbolo, tanto meno aveva una tessera. Ricordo che, nella mia piramidale ingenuità e nella mia totale incompetenza in fatto di partiti, ero a quell’epoca contrario all'adozione di una tessera. Era ancor fresco, o piuttosto era bruciante il ricordo delle tessere strappate e dei distintivi celati dopo il 25 luglio e l'8 settembre. Ignoro, pertanto, se da quel primo gruppetto di ascoltatori siano più in là emersi altrettanti iscritti al nostro partito. Probabilmente no. Ma si trattava, senza alcun dubbio, della mia gente; non perché condividesse un pensiero politico che largamente era ancora inespresso, ma perché sentiva la necessità spirituale di un incontro: di un incontro diverso da quello che già in quei primissimi anni la rinata democrazia aveva saputo offrire.
Proprio la sede di Corso Vittorio a Roma, peraltro, sarebbe stata teatro - in qualche modo - della nascita del simbolo del partito, proprio in vista delle elezioni amministrative del 1947 ricordate sopra. Così Adalberto Baldoni racconta, nel suo libro Destra senza veli (Fergen, 2018), la nascita del simbolo del Movimento sociale italiano (il testo è riportato col consenso dell'editore, Federico Gennaccari): 
Il simbolo del nuovo partito viene ideato nel settembre 1947, prima delle elezioni comunali di Caserta e di Roma, in modo casuale e singolare. Un giorno, scendendo le scale della sede centrale di Corso Vittorio, Giorgio Almirante incontra un mutilato di guerra che gli dice: "Segretario, ce l'hai il simbolo? Scegli la fiamma tricolore che è il simbolo dei combattenti". Almirante rimane perplesso. Risale le scale, entra nel suo studio e traccia su un foglio la bozza di una fiamma. Pochi giorni dopo la fiamma tricolore appare per la prima volta sui muri della capitale. 

Antonio Mazzone ricorda che, per il simbolo, [Giovanni] Roberti coinvolse un suo amico, il pittore Emilio Maria Avitabile (poi autore anche del simbolo della Cisnal), chiedendogli di immaginarne uno. L'artista preparò un bozzetto, raffigurante una fiamma e una persona, che venne inviato al direttorio chiamato a scegliere il simbolo. "Il direttorio scelse la fiamma. Allora [Giovanni] Tonelli inviò una lettera a Roberti per comunicargli che avevano scelto la fiamma come simbolo del partito. Roberti diede la lettera al pittore. Quando poi uscì fuori la versione di Almirante, scrissi al segretario del partito e mia moglie, figlia di Avitabile, diede la lettera di Roberti ad Almirante che avrebbe dovuto correggere la sua iniziale versione. Purtroppo non ne fece una copia ed Almirante non solo non corresse la versione ma non restituì nemmeno la lettera".
In Rete si trovano varie immagini di una cartolina che si fa risalire ai primi anni '50 e che riproduce un manifesto realizzato da Emilio Maria Avitabile: non è dato sapere se questa sia esattamente l'immagine di cui parla Baldoni, chiesta da Roberti (tra i promotori del partito) al pittore nato a Catania nel 1910 e morto a Napoli nel 1989 ma di certo questa occupa un posto rilevante nell'iconografia del Msi; di più, l'episodio richiamato da Baldoni nel suo libro conferma che, con riguardo alle origini dei simboli storici delle forze politiche italiane, non c'è mai piena concordanza o certezza sulla loro esatta genesi.
La fiamma tricolore, com'è noto, si è conservata anche dopo la svolta del 1994, prima ridotta all'interno del simbolo di Alleanza nazionale (ma sempre con la base trapezoidale con la sigla Msi, anche perché senza "quella sembrerà la fiamma del Pibigas. Si ricorda, le bombole Pibigas? Ma per carità!", come disse Raffaela Stramandinoli, nota come "donna Assunta Almirante" a Sebastiano Messina della Repubblica - nell'edizione del 27 settembre 1994 -  preoccupata che il residuo del fregio diventasse "uno specchietto per le allodole"), poi reinserita nel simbolo di Fratelli d'Italia (prima microscopica all'interno della "pulce" di An, poi privata della base nell'attuale versione del fregio).
Se le origini della fiamma del Msi si famno risalire al riferimento ai combattenti (e non di rado ci si riferisce agli Arditi, anche se le loro "fiamme" - sia intese come mostrine, sia pensando al fregio del X Reggimento arditi - avevano tutt'altra forma, non è inutile ricordare che il concetto di fiamma tricolore era già presente in precedenza, peraltro non solo in Italia. Si prenda, per esempio, l'immagine del Rassemblement National Populaire, partito francese del 1941 dell'area "collaborazionista" (che avrebbe concorso al governo di Vichy: al centro della sua iconografia c'era una tripla fiaccola, con le fiamme rispettivamente tinte di blu, di bianco e di rosso. Si tratta ovviamente di un'immagine diversa rispetto alla fiamma tricolore che il Front National di Jean-Marie Le Pen avrebbe fondato nel 1972, impiegando una fiamma pressoché identica a quella del Msi (il cui uso - con il blu al posto del verde - "era stato evidentemente concordato con Almirante", come ha ricordato lo scorso anno Marco Tarchi, nel suo libro scritto con Antonio Carioti Le tre età della Fiamma, pubblicato nel 2024 da Solferino). Il significante-significato della fiamma e il tricolore nazionale erano comunque stati accostati.
Tornando all'Italia, merita di essere considerata l'immagine del manifesto pubblicitario - conservato sempre dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e indicatomi, come il precedente, da Roberto D'Angeli, autore di un importante studio sul Partito fascista repubblicano e osservatore attento di questo sito - che caratterizzò, nel 1939, la prima mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni, realizzata a Milano al Palazzo dell’Arte (quello della Triennale): l'illustrazione, realizzata (almeno) l'anno precedente da Giorgio Muggiani, morto nel 1938, era dominata dalla figura di un uomo che stringeva in mano una fiaccola protesa in avanti, mentre la fiamma - piegata all'indietro - si tingeva dei colori della bandiera (il verde più vicino alla fiaccola, il bianco al centro e il rosso nella parte frastagliata). L'idea della fiaccola con il tricolore nel fuoco, com'è noto, sarebbe stata ripresa dal fregio che ha caratterizzato per anni il Fronte della Gioventù (il soggetto, come ricorda sempre D'Angeli, era già stato usato nel 1947 dal Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori, organo del Msi, poi confluito con la Giovane Italia nel FdG), per poi essere reinterpretata dalla Destra - il partito di Francesco Storace - sia pure in una diversa lettura grafica.
Si può, volendo, risalire ancora più indietro. Chi scrive, infatti, ha ricevuto in questi giorni da Maurizio Mengana un disegno - da lui acquistato di recente - datato 1936 e attribuito all'artista Bruno Tano (Padova 1913 - Macerata 1942): vari elementi sono da Mengana ricondotti alla Mostra della Rivoluzione fascista tenutasi al Palazzo delle Esposizioni dal 1932 al 1934 e ripetuta nel 1937 e al centro spicca un braciere - quasi olimpico, visto che il 1936 era l'anno dei giochi a Berlino - con una fiamma, rappresentata proprio come tricolore.
Naturalmente con ciò non si sostiene affatto che la fiamma, e in particolare la fiamma tricolore sia un segno chiaramente e inequivocabilmente fascista. Si pensi alla fiamma a varie cuspidi contenuta nel simbolo di Giustizia e libertà, come alla fiaccola accesa - con fiamma che si sviluppa in orizzontale - del Partito repubblicano italiano, visibile su alcune tessere antecedenti e successive alla seconda guerra mondiale (1923 e 1946, per fare qualche esempio). Le immagini viste, al pari di altre che si possono individuare, mostrano però che quel tema grafico era utilizzato anche in quell'ambito (assieme ad altri), come pure in altri contesti nazionali, e ha probabilmente lasciato un segno tale da farsi presente a chi è stato chiamato a creare il simbolo del Msi, in vista delle prime elezioni.

domenica 4 gennaio 2026

Riflessioni d'inizio anno sul (valore del) simbolo del MoVimento 5 Stelle

Inizia un nuovo anno e, lo si voglia o no, questioni simboliche emergono o si fanno presenti, pur restando sotto traccia. Non solo perché si voterà in vari comuni, alcuni dei quali importanti (come Venezia e i capoluoghi di provincia Macerata, Arezzo o Reggio Calabria) e per le suppletive nel collegio della Camera Veneto 2 - P01 -  U01 (quello di Rovigo) lasciato libero da Alberto Stefani dopo l'elezione a presidente della giunta regionale veneta (oltre che per il referendum costituzionale in materia di giustizia, senza voler in questo momento immaginare rischi di ritorni anticipati alle urne anche per il Parlamento, sebbene sui quotidiani in edicola oggi siano stati paventati). Ma anche perché all'interno di alcune forze politiche e del loro mondo ed elettorato di riferimento sembra non spegnersi mai una certa inquietudine di fondo, che porta a tenere accesa l'attenzione su alcuni temi, che a volte riguardano pure i segni distintivi in cui le rispettive comunità politico-elettorali si riconoscono.
Cosi non è passato inosservato il post con cui Beppe Grillo ha marcato il passaggio al 2026, lamentando davanti a sé "un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi", all'interno di "un Paese che si è abituato a tutto, all'ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio". Una situazione che ha portato Grillo, dopo molte parole pronunciate, urlate e miste a risa, a scegliere di rimanere "in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore", sentendosi "in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite". Alla fine di "un anno di sottrazione…che ha tolto più di quanto abbia dato" e "ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare", Grillo nota - parlando di giustizia, con tutta probabilità con riferimento alla propria esperienza - "esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto". Il tutto mentre - e qui l'attenzione si concentra ancora di più - "la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi".
Mentre Grillo inizia il nuovo anno rimanendo "a guardare e a pensare… In silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza" e a ricordare, "perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori", è quasi inevitabile chiedersi se, mentre altri simboli cambiano (quelli di altri partiti), nel 2026 ci si debba attendere qualcosa su quello del MoVimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni e, più in generale, delle evoluzioni del quadro politico italiano. La premessa è che - salvo che non sia sfuggito qualcosa - nulla si sa delle evoluzioni dell'eventuale azione legale di cui si era parlato a giugno, quando i media (in particolare il Corriere della Sera con un articolo di Emanuele Buzzi) avevano fatto sapere che Grillo si sarebbe rivolto al costituzionalista Giulio Enea Vigevani, professore presso l'Università di Milano Bicocca e al processualcivilista (e docente a contratto presso lo stesso ateneo) Matteo Gozzi. Sulla questione non si è espresso Grillo (che nel suo messaggio ha sentenziato "Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo"), ma ieri ben due quotidiani hanno ospitato un'intervista a Danilo Toninelli, deputato dal 2013 al 2022, tra le figure più note della prima stagione del MoVimento 5 Stelle, anche per le sue proposte in materia elettorale (si pensi alla possibilità di introdurre le "preferenze negative"). Fa tuttora parte del collegio dei probiviri del M5S guidato da Giuseppe Conte, ma "non sono più probiviro nei fatti dall’assemblea costituente di Conte", ha precisato al Foglio, intervistato da Gianluca De Rosa. Oggi si occupa di tutt'altro, in particolare di salute mentale: "Da una mia idea, insieme alla competenza clinica di Anna Sari e al lavoro di Emanuele Falzarano - ha spiegato a Buzzi per il Corriere - è nato Bastapensieri: una piattaforma che mette al centro il silenzio, l’ascolto di sé e la mindfulness psicosomatica. È proprio fermandosi e guardando dentro che si possono sciogliere blocchi interiori e ritrovare equilibrio".
In qualche modo le scelte di Toninelli e Grillo sono state accomunate: la scelta di stare in disparte in silenzio per l'ex parlamentare M5S è "oggi il primo passo per cambiare questa società, la più inconsapevole della storia dell'homo sapiens sapiens. Oggi senza una comunità politica straordinaria come quella del vecchio M5S francescano, l'unica via per cambiare le cose è una rivoluzione interiore. In futuro chissà, magari qualche persona elevata spiritualmente, come furono Beppe e Gianroberto Casaleggio, aggregherà di nuovo delle persone. Purtroppo, per ora, all'orizzonte non si vede nulla" (dal Foglio). Per Toninelli, a poco meno di vent'anni dalle prime vicende che avrebbero portato all'impegno politico di Grillo, "il Movimento esiste solo sulla carta. Era una comunità di persone unite da alcuni valori: l'essere post-ideologici e il limite dei due mandati. Oggi non c'è più nulla di questo" (dal Corriere), anzi, il M5S sarebbe "un partito come un altro che utilizza quel vecchio e glorioso simbolo come una foglia di Fico" (dal Foglio): il riferimento all'esito delle elezioni campane e alla giunta regionale appena formata da Roberto Fico (non meno noto di Toninelli già nella XVII legislatura), insieme al giudizio negativo su questa, è molto chiaro.
Si diceva però del simbolo: tanto Buzzi quanto De Rosa hanno chiesto a Toninelli se Grillo avrebbe fatto bene ad avviare una causa per accertare e rivendicare la titolarità del simbolo del MoVimento 5 Stelle. Al Corriere ha detto che rivolgersi ai tribunali per questo "ora non ha più senso. L'avrei fatt[o] dopo l'assemblea costituente. Oggi si sta ricreando un vuoto in politica e sono contento, perché quel vuoto prima o poi verrà colmato. Il Movimento è un finto pieno e i finti pieni si esauriscono e basta". Al Foglio Toninelli ha confermato che rivendicare il fregio in tribunale "non serve più", ma in effetti "fa rabbia vederlo usare a questi indegni epigoni. Conte avrebbe dovuto fare il suo partito e lasciarci seppellire il simbolo del MoVimento in pace, ma va bene lo stesso. Il MoVimento esiste ormai solo come un disegnino scritto su un foglio, chi amava i valori che incarnava si è già allontanato a prescindere e non si reca più alle urne come me".
Alla fine di novembre del 2024 l'ex parlamentare, in effetti, aveva invitato Grillo a fare causa, ritenendo che il simbolo fosse suo. Dalle interviste di ieri non trapelano novità sulla causa, al punto che non è dato sapere se sia effettivamente stata avviata. Le parole di Danilo Toninelli, però, sono ugualmente rilevanti: in un Paese litigioso come l'Italia, in cui - al di là delle azioni legali che in passato hanno riguardato proprio il M5S - ci si è fatti spesso causa per la rappresentanza di vari partiti o per la titolarità di vari fregi politici (e questo sito spesso ha documentato tali vicende), segnalano e ricordano che il valore di un simbolo non è uguale per tutti e soprattutto non è intangibile, anche dopo che ha raccolto milioni di voti. E, per quanto ci si sia identificati con quell'emblema per anni, può arrivare il tempo di lasciarlo andare senza lottare più - con o senza carte bollate - per rivendicarlo o anche solo per toglierne la disponibilità a chi si ritiene che lo usi in modo inopportuno. Torna in mente, come in passato, la "biodegradabilità dei simboli" (e dei soggetti politici) teorizzata e praticata - a costo di non farsi riconoscere dagli elettori - in ambito radicale: qui però non c'è l'idea che, dopo il voto, la lista elettorale che ha portato avanti determinate battaglie debba dissolversi mentre la lotta su quei temi continua (in vista di nuove urgenze politiche da affrontare), ma piuttosto il pensiero che, in determinate condizioni, sia più opportuno cercare altri modi per agire e, magari, altre dimensioni, in cui - per dirla con Pasquale Panella - "oltre il disfare e il fare / si delineano cose / appena, appena verosimili". In attesa che qualche visionario le traduca in un simbolo e le muti in vere.