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giovedì 9 febbraio 2017

La fiamma del Msi, lungo 70 anni di "nostalgia dell'avvenire"

La copertina del catalogo della mostra
"Cosa spingeva un giovane o un anziano - nel dopoguerra e fino a vent'anni fa - a rifiutare il voto clientelare e ribellarsi al potere, alla retorica e all'ideologia dominante e avvicinarsi alla fiamma tricolore pur sapendo di scottarsi?" Se lo chiede Marcello Veneziani, nel tentativo di andare alla radice della militanza all'interno del principale partito della destra italiana, durante tutta la storia della Prima Repubblica: un partito - il Movimento sociale italiano - che, al netto di ogni giudizio ideologico, si presentava "più difficile" di altri per chi decideva di iscriversi e partecipare alla vita politica - soprattutto locale - con quelle insegne scomode che non portavano "vantaggi personali o politici né riconoscimenti", ma in compenso procuravano a chi le vestiva la sensazione di essere "un esule in patria, un alieno o perlomeno - dice sempre Veneziani - uno che aveva sbagliato epoca".
Non è un caso che queste parole si trovino in apertura del catalogo di Nostalgia dell'avvenire. Il Movimento Sociale Italiano a 70 anni dalla nascita: la mostra, voluta dalla Fondazione Alleanza nazionale (cioè il soggetto presieduto da Franco Mugnai che ha, per statuto, il fine di "conservazione, tutela e promozione del patrimonio politico e di cultura storica e sociale che è stato proprio, fino alla sua odierna evoluzione, della storia della 'destra' italiana" e di cui Veneziani è il presidente del Comitato scientifico), fino a domani racconterà ai visitatori una storia non solo - per usare sempre le parole di Veneziani - di "un partito differente" (il che è stato oggettivamente vero, comunque la si pensasse sui suoi aderenti e simpatizzanti), ma anche, e forse soprattutto, di una "minoranza in disparte, coi suoi ideali, i suoi sentimenti, la sua rabbia". E non è un caso che quello stesso estratto sia stato scelto per aprire l'articolo, per introdurre un viaggio in quasi mezzo secolo di storia, accompagnato e marcato anche dall'evoluzione di un simbolo - la fiammella tricolore, appunto - che in quegli anni ha saputo indubbiamente suscitare emozioni (per qualcuno di ammirazione, per altri di profondo disgusto).


Le prime fiamme

La mostra - ideata da Veneziani e curata da Giuseppe Parlato, mentre del catalogo si è occupata Simonetta Bartolini - inizia il racconto già "prima della Fiamma", quando si tentava di riunire e riorganizzare "i fascisti dispersi e sconfitti", finita la seconda guerra mondiale (1945-1946), mediante iniziative di coordinamento (specie di Pino Romualdi) e il varo di testate neofasciste; il vero punto d'inizio, tuttavia, si ha il 3 dicembre 1946, con la stipula dell'atto costitutivo del Msi - anzi, MO.S.IT, come si legge sul documento e come per pochi giorni il nuovo soggetto politico si chiamerà - che porta, tra le altre, le firme di Romualdi, Arturo Michelini ed Ernesto De Marzio.
In quell'atto non si parla di simboli; in compenso, meno di un mese dopo, il 26 dicembre 1946, mentre il comitato centrale elabora l'Appello agli Italiani (primo documento politico del partito), la giunta esecutiva del Msi - la sigla da qui in avanti, non cambierà più, anche in omaggio all'esperienza della Repubblica sociale italiana - fa diffondere un'altra affissione rivolta a tutti gl'Italiani per "dar voce all'Italia": stampata lì c'è esattamente la stessa fiamma che gli elettori troveranno sulle schede il 18 aprile del 1948, in occasione delle prime elezioni politiche della Repubblica. 
L'unica differenza, e non di poco conto, si verifica sul piano cromatico: sulla scheda elettorale l'emblema sarà stampato in bianco e nero - e resterà così, per qualunque soggetto fino al 1992, anno a partire dal quale, per tutte le elezioni, i contrassegni saranno rappresentabili a  colori - mentre sul manifesto in questione la fiamma appare con tutti i suoi colori al posto giusto, compreso il rosso della base trapezoidale con le lettere bianche (e la "I" finale senza il punto, come sarebbe stato anche in seguito). Quella base che, per la tradizione, rappresenta la bara di Mussolini, anche in nome di quella "comunione ideale tra i Morti e i vivi" (con quella maiuscola che forse non è dettata dal semplice rispetto per i defunti) invocata nel citato Appello agli Italiani.
In quei primi anni con pochi mezzi (soprattutto tecnici), tuttavia, non è scontato che l'emblema - senza cerchio, perché per gli usi diversi dalla scheda elettorale in questa fase non serve - sia riprodotto sempre allo stesso modo: girano probabilmente disegni diversi, alcuni a colori e altri in bianco e nero, e capita che si usi alternativamente questa o quella grafica. Basta prendere tre documenti relativi al 1948 (manifestini elettorali da distribuire, il dettaglio di un elenco di candidati alle stesse elezioni della Camera e una lettera di Arturo Michelini) per notare che le forme della fiamma e della base sono tutte diverse tra loro e, a loro volta, differiscono anche - poco o molto - dal segno utilizzato alle elezioni politiche di quello stesso anno. Quasi a dire che cambia il significante, ma il significato è sempre il medesimo, come "fedeltà a un'idea storica - il fascismo - e a un Capo - Mussolini - che", come sottolinea Parlato nella sua introduzione alla mostra, "potevano anche essere discussi culturalmente ma che, in termini di vissuto umano, erano un punto di riferimento ineludibile".
La stessa varietà si riscontra puntualmente nelle tessere di iscrizione al partito (sebbene i fondatori rivendichino la scelta di fondare non un partito ma un movimento, per "poter parlare - scrive ancora Parlato - a nome di tutti gli Italiani e non soltanto a una sola parte"): in quegli anni, per tutte le forze politiche, i frontespizi delle tessere ricordano più delle opere d'arte da condividere che semplici segni di affiliazione; è normale, dunque, attendersi variazioni sul tema, interpretazioni della fiamma e di ciò che questa rappresenta, per gli illustratori e per tutti gli iscritti. 
Già nei primi anni, peraltro, capita di imbattersi in soluzioni grafiche che in qualche modo anticipano ciò che sarebbe stato (e sembra quasi di poter comprendere come mai sia stato scelto come titolo e filo conduttore della mostra l'espressione "Nostalgia dell'avvenire", slogan coniato direttamente da Giorgio Almirante, che più di chiunque altro ha rappresentato la storia di quel partito): se si prende la tessera del 1949, per esempio, si vede una fiamma non frastagliata (e, stranamente, a colori invertiti), che sembra aver ispirato il creatore del logo più recente del Front National di Marine Le Pen (dopo che il padre Jean-Marie, assieme soprattutto ai dirigenti di Ordre nouveau François Duprat e Alain Robert, nel 1972 aveva scelto proprio la fiamma del Msi come base per il suo Front, cambiando ovviamente il verde nel bleau francese).



L'evoluzione della fiamma

Con il tempo, in ogni caso, il disegno "ufficiale" della fiammella, destinato anche all'uso elettorale, sembra stabilizzarsi: rispetto al disegno originario - che si vuole opera proprio di Giorgio Almirante - le lettere della sigla si fanno via via più spesse (tanto da ricordare, almeno in parte, le scritte sui monumenti di epoca fascista) e la foggia della fiamma, senza perdere punte, cuspidi e "lingue", si fa in qualche modo più regolare e armonica. Il contrassegno elettorale del 1958, in fondo, non appare troppo diverso da quello di dieci anni prima, ma da quel momento in poi non cambierà più, al di là dell'aggiunta dell'espressione "Destra nazionale" (dopo la confluenza dei monarchici del Pdium nel 1972) e degli aggiustamenti dovuti all'adozione del colore sulle schede.
In alto al centro, il simbolo adottato nel 1972
Questo, peraltro, non significa che non siano più circolate altre varianti. Al di là delle elaborazioni grafico-artistiche proposte dalle tessere, capita che - scorrendo l'albo delle immagini relative agli anni '70 - la sigla del partito perda i punti, che la parola "Destra" sia evidenziata con un altro carattere per farla emergere, così da marcare nettamente la posizione politica; altre volte l'etichetta "Destra nazionale" può ridursi quasi al punto da sparire, in un emblema dominato da una fiamma più corposa del solito. 
In ogni caso, quelle lingue di fuoco tricolori continuano a emergere graficamente ed emozionalmente come simbolo forte, al pari di quanto possono evocare, nei rispettivi bacini elettorali, la falce e il martello o lo scudo crociato: il disegno della fiamma che brucia senza consumarsi quasi ricalca le parole (ricordate da Parlato) con cui Almirante difende la nostalgia: "Si tratta del principio della vita che rifiuta di estinguersi al contatto di un ambiente che lo vorrebbe estinguere e che si conserva come la fiamma del Msi".

Fiamma che tramonti... e gli approfondimenti

L'ultima immagine, in ordine cronologico, proposta dalla mostra è la prima pagina del Secolo d'Italia del 28 gennaio 1995: letteralmente the day after, dunque il giorno dopo la fine del congresso che ha sancito ufficialmente il cambio di nome del Msi in Alleanza nazionale, con la denominazione già prefigurata alla fine del 1992 da Domenico Fisichella e il simbolo - creato da Massimo Arlechino - già sperimentato con successo alle elezioni politiche del 1994, a seguito delle quali per la prima volta alcuni (quasi) ex missini sarebbero diventati ministri.
Su quella pagina del Secolo (che risulta già "Quotidiano di Alleanza nazionale"), però, il nuovo fregio non c'è. Stava alle spalle di Gianfranco Fini (per quasi sei anni al timone del partito fondato alla fine del 1946 e a un passo dal diventare sindaco di Roma nel 1993) il 29 marzo 1994, nell'edizione seguita alla vittoria elettorale del centrodestra, ma il 28 gennaio 1995 dietro a Fini, in piedi alla tribuna del tendone di Fiuggi, c'è una gigantografia dell'ultimo emblema missino: quasi un ultimo saluto e omaggio a un emblema che non sparisce del tutto (era stato proprio Fini, in fondo, a volerlo mantenere nel contrassegno di An), ma che certamente non sarà più lo stesso di prima e, più che l'avvenire, in chi lo ha votato e sostenuto susciterà nostalgia (al punto tale che Pino Rauti farà di tutto per rivendicare le antiche insegne per chi, come lui, non ha accettato la svolta congressuale di Fiuggi).
Oltre all'impianto cronologico della mostra (basato sulle segreterie che si sono succedute), meritano attenzione anche alcuni approfondimenti tematici. Il più corposo è sulle riviste di destra e alla cultura vista attraverso di esse (se ne occupa un saggio articolato di Simonetta Bartolini); vanno segnalate le sezioni dedicate ai luoghi simbolo del ribellismo nazionale (Trieste, Alto Adige, Reggio Calabria), alla riforma istituzionale e morale (con al centro la proposta presidenzialista e corporativa), nonché al lavoro e al sindacato. La parte più interessante, però, è quella dedicata alle organizzazioni giovanili dell'area del Msi. Questo non solo per le molte forme che questo ha avuto (dal Fuan - Fronte universitario d'azione nazionale alla Giovane Italia, dal Fronte della Gioventù alle esperienze decisamente alternative dei "Campi Hobbit"), ma anche per il patrimonio grafico-simbolico creato ad hoc per quelle realtà: su tutti gli emblemi, non può non spiccare la fiaccola tricolore del Fronte della Gioventù (nato nel 1971 dall'unione della Giovane Italia e del Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori Msi), che in qualche modo reinterpreta la fiamma del partito, conferendole un tocco dinamico e vivace.
Anche per chi non si è riconosciuto né vorrebbe mai riconoscersi nella storia del Msi, è difficile non riconoscere il potere politico ed evocativo del segno della fiamma (e della fiaccola appena citata). Un potere che ha mosso grandi passioni e grandi odi, che ha spinto militanti e dirigenti a non mollare nei momenti di massima contestazione e a commuoversi quando, alla fine di gennaio del 1995, una pagina veniva voltata per sempre. Non si pretende certo, in questo viaggio, di avere dato conto di tutto ciò che la mostra che domani chiude vuole raccontare; proprio dal punto di vista scelto, tuttavia, si può forse scorgere il lato più autentico di quell'esperienza nata oltre 70 anni fa.

Le immagini proposte - al di là dei contrassegni elettorali, tratti dalle pubblicazioni del Ministero dell'Interno - sono tratte dal catalogo della mostra Nostalgia dell'avvenire, curato da Simonetta Bartolini e pubblicato dalla Fondazione Alleanza nazionale. Si rimanda alla pubblicazione per le referenze di ogni singola immagine, che resta in ogni caso di proprietà degli aventi diritto. Un ringraziamento è dovuto a Carlo Prosperi, per la collaborazione prestata.

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