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Ci metti la firma? Idee e proposte per un accesso più equo alle elezioni

sabato 31 agosto 2019

E se, invece che un'Azione civile, si facesse una Rinascita civica?

Mentre la crisi/transizione di governo prosegue, non si spengono le voci della possibile nascita - a ottobre secondo Carlo Calenda - di gruppi parlamentari legati a Matteo Renzi, magari anche al Senato con l'espediente visto qualche settimana fa. Se fosse vero (e non è scontato), sarebbe ovviamente necessario scegliere un nome; altrettanto ovviamente non potrà essere Azione civile, visto l'ostacolo dell'uso precedente fatto da Antonio Ingroia.
A quale altro nome si potrebbe pensare? Se è vero che le articolazioni locali della struttura renziana sono state denominate Comitati di azione civile, qualcuno potrebbe avere pensato all'idea del civismo elevata a livello glocale (del resto i giornali parlano, per farla breve, di "comitati civici", etichetta di geddiana memoria, quindi verrebbe facile). Sì, d'accordo, c'è il precedente poco felice della montiana Scelta civica, dissolta nel giro di qualche anno, ma quel nome resterebbe dov'è. Perché allora non parlare di Rinascita civica? In fondo sarebbe un modo di marcare la necessità per il paese di voltare pagina rispetto alle scelte fatte sin qui e trarrebbe utili spunti da ciò che sul territorio si è già visto.
Già perché il nome "Rinascita civica" non è affatto nuovo, essendo stato utilizzato a livello locale in più occasioni, sulle schede elettorali e fuori: proprio per quest'uso diffuso e frastagliato, peraltro, nessuno potrebbe rivendicare la primogenitura e impedire ai renziani (o a chiunque altro fosse interessato) di impiegare il nome, con tanto di elaborazione grafica ad hoc. Se è così, vale la pena di vedere almeno due usi di "Rinascita civica", graficamente e territorialmente differenti, anche solo per prendere spunto o per fare altro.
Il primo riguarda il movimento Rinascita civica sorto a Rimini alla fine del 2018, guidato dal consigliere Mario Erbetta: l'emblema, dai colori decisamente nazionali (un albero stilizzato tricolore su fondo blu), ha fatto la sua comparsa lo scorso 26 maggio sulle schede elettorali di Santarcangelo di Romagna. Nel sito www.rinascitacivica.it si legge che il movimento "rappresenta nel nome e nel simbolo utilizzato una Rinascita che nasce dai Civis cioè dai cittadini. Una rinascita che arriva dal basso, come l’albero stilizzato che si erge dal terreno e non imposta dall'alto come avvenuto fino ad oggi con i partiti tradizionali. Una rinascita pragmatica e scevra da ideologie ormai passate e divisive, che guarda solo al bene e al benessere dei cittadini. Una rinascita che dovrà essere una grande rivoluzione conservatrice, non solo un cambiamento né un ritorno alla sua tradizione, ma una vera e propria rivoluzione conservatrice". I promotori sono convinti che a tutta l'Emilia Romagna serva "una svolta radicale, un rinnovamento che è una rinascita vera nei metodi, nello stile, nei contenuti, negli assetti e nelle strutture pubbliche. [...] una rinascita che sia una vera rivoluzione, che parta dalle classi dirigenti, dai migliori e da chi fa, non dai servi e da chi non fa. Un paese vivo deve saper ripartire dalle sue migliori energie, deve saper partire dai meriti e dalle capacità deve porre il concetto di Meritocrazia sul gradino più alto. Ma una città, come una Nazione, non si salva se rinnega sé stessa, la sua identità, la sua storia, la sua cultura, la sua tradizione, le bellezze che ha ricevuto in dono dal passato, l’esperienza delle generazioni precedenti. Per questo è necessario che tale Rivoluzione sia anche Conservatrice".
Un'altra esperienza non è finita sulle schede, ma si ritrova tra gli emblemi depositati come marchio (il 21 novembre 2018, la domanda è ancora in esame). Si tratta del Movimento democratico Rinascita civica, costituito nell'autunno 2014 a Rutigliano, in provincia di Bari, presieduto da Giovanni Lorusso (colui che ha chiesto la registrazione). Si tratta, come si leggeva sul comunicato diffuso al momento della fondazione, di un "movimento politico-culturale di cittadinanza attiva promosso da un gruppo di cittadini ed aperto a tutti", nato per "dare vita ad uno spazio politico locale che resti in contatto con i cittadini, aperto alle loro idee e che consenta un giudizio critico-costruttivo sulla gestione del nostro territorio" e per "rimettere al centro il cittadino attraverso l'attivazione di concreti strumenti di partecipazione che diano una nuova identità al 'fare politica', intesa come servizio che la popolazione rende a se stessa. Il movimento considera la politica come “servizio” che ponga al primo posto l'interesse della collettività; questo significa vedere nella partecipazione del cittadino il punto di forza dell'azione amministrativa".
Il simbolo - "Cerchio formato da due forme circolari, nello spazio tra le due, con sfondo bianco, è presente nella parte superiore la scritta Rinascita Civica e nella parte inferiore la scritta Movimento Democratico. Le due scritte sono separate a sinistra da un riquadro raffigurante la bandiera della comunità europea e a destra da altro riquadro raffigurante la bandiera italiana. Nel cerchio centrale a sfondo celeste sono raffigurate due spighe di grano di colore giallo e sulla sommità della spiga più alta è presente la figura stilizzata di tre omini di colore, rispettivamente, verde, bianco e rosso" - rimanda un po' alla storia, per il carattere scelto e per quelle spighe, tipiche degli anni '40 e '50: facile pensare al Partito democratico del lavoro. L'immagine scelta intende rappresentare i valori di "impegno politico, amministrativo, di solidarietà ed uguaglianza dei diritti di tutti" e di attenzione alla qualità della vita "in relazione armonica con il territorio e con gli altri".
Se qualcuno fosse interessato al nome, potrebbe prendere spunto da queste esperienze, anche solo per fare l'opposto: innovare senza conservare, evitare alberi, spighe e tricolori. Un'etichetta, tanto, la si dovrebbe trovare in ogni caso.

giovedì 29 agosto 2019

Rete per la Democrazia liberale, un progetto in evoluzione

In giorni in cui, in attesa di capire che forma avrà il nuovo governo Conte e se otterrà la fiducia delle Camere, ci si interroga a lungo sul futuro del centrodestra (e non solo sulla partecipazione dei forzisti a un'eventuale alleanza tra Lega e Fratelli d'Italia), più di qualcuno avverte il bisogno di un soggetto liberale consistente, che evidentemente non può coincidere con Forza Italia o altre formazioni nazionali esistenti. 
Tra coloro che condividono quest'esigenza, che si tradurrebbe in un "partito della borghesia", c'è anche Enzo Palumbo, già senatore del Partito liberale italiano nella IX legislatura (1983-1987) e componente laico del Csm dal 1988 al 1990. Avvocato civilista membro del comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, è noto negli ultimi anni soprattutto per aver partecipato prima al comitato per ottenere il referendum abrogativo per tornare al Mattarellum come legge elettorale, poi alle battaglie per vedere dichiarata l'incostituzionalità dell'Italicum e far prevalere il no alla riforma costituzionale del 2016.
Sul piano politico, dopo lo scioglimento del Pli nel 1994, Palumbo nel 2009 ha concorso al consolidamento del ricostituito Partito liberale italiano, diventandone presidente del consiglio nazionale (carica confermata al successivo congresso a marzo del 2012); nel mese di ottobre 2013 lasciò il partito, aderendo invece a livello europeo all'Alde come membro individuale, senza tuttavia abbandonare l'impegno politico a livello nazionale. 
Se un paio di anni fa era stato tra i fondatori di LiberaItalia, altra formazione di area liberale con un respiro europeista, ora Enzo Palumbo è presidente dell'associazione Rete Liberale per la Democrazia liberale (https://democrazialiberale.org/), fondata ufficialmente il 5 gennaio 2018, ma costituita in continuità con la Rete liberale sorta nel 2006 in Sicilia proprio per l'impegno di Palumbo e di altri liberali e nuovamente autonoma a partire dall'ottobre 2013 come "movimento pre-partitico". La continuità è evidente anche sul piano simbolico: la struttura dell'emblema (con tricolore sfumato e una rete stilizzata racchiusi da una corona blu contenente le dodici stelle d'Europa) è rimasta uguale, come pure la dicitura "Liberali democratici riformatori italiani". Solo il nome si è modificato, anche se lo statuto consente l'uso intercambiabile dei nomi "Rete liberale" e "Democrazia liberale". "Del resto - spiega Palumbo - Rete liberale si riferisce alla presenza organizzata territoriale, Democrazia liberale è il nostro traguardo, l'orizzonte cui tendiamo". 
Democrazia liberale, in realtà, si qualifica ancora come associazione - magari da tenere pronta per tempi migliori - anche se come i partiti ha una sua struttura (oltre a Palumbo come presidente, ci sono Girolamo Cotroneo come presidente d'onore (massimo teorico della filosofia crociana, recentemente scomparso, già presidente della Società Filosofica Italiana e della Società Italiana di Storia della Filosofia), Pippo Rao come segretario politico e chiari intenti e riferimenti politici: si punta a "ripristinare in Italia un lessico politico che segni chiaramente la differenza tra le diverse idee di società sulla base delle culture politiche e dei principi ideali a cui ciascun partito si ispira" (in chiara opposizione ai nomi in prestito da botanica, zoologia, astrologia e tifo calcistico, nonché alla personalizzazione dei simboli coi nomi dei leadere a "realizzare in Italia una vera democrazia liberale", puntando a un equilibrato rapporto tra "il massimo possibile di libertà civili ed economiche, di opportunità personali, di promozione sociale e di contendibilità del potere, in termini che siano compatibili col minimo indispensabile di autorità statale e coi doveri inderogabili di solidarietà sociale", senza dimenticare la meritocrazia. I riferimenti ideali sono il Manifesto dell’Internazionale Liberale di Oxford 1947, le dieci sfide dell’Agenda Liberale per il XXI secolo di Oxford 1997, aggiornate dal Manifesto Liberale di Andorra 2017.
Forse è presto per sapere se Democrazia liberale riuscirà a strutturarsi come partito a livello nazionale (da una decina di anni il gruppo di persone che si riferisce alla Rete organizza la Scuola di liberalismo a Messina): di certo, però, l'area liberale appare tutt'altro che statica (visto il numero di sigle che si sono affacciate in entrambi gli schieramenti politici) e più che mai bisognosa di un soggetto che possa davvero rappresentarne ideali e obiettivi, magari facilitato da un ritorno al proporzionale e da una raccolta firme più equa (come quella proposta da I simboli della discordia, oltre che dalla Fondazione Einaudi nel suo recente volume Il gioco della democrazia. La democrazia in gioco). Ci riuscirà la Rete che Palumbo ha teso e tessuto dal 2006?

giovedì 22 agosto 2019

Ci metti la firma? Parliamone con David Tozzo (Articolo Uno)


Firma la petizione "Ci metti la firma?" su Change.org

Al secondo giorno di consultazioni dopo le dimissioni di Giuseppe Conte, anche se pare allontanarsi lo scenario di un voto a breve (ma nemmeno troppo, i giochi non sono ancora fatti), non perde di attualità la campagna #Cimettilafirma: il problema di un accesso (più) equo alle elezioni - politiche in questo caso - rimane un tema centrale per la qualità della democrazia, lo sarà ancora di più se si vorrà cambiare la legge elettorale o alcune forze politiche invocheranno a cadenza quotidiana o quasi il ritorno alle urne.
Risulta inevitabilmente interessato al tema della raccolta delle firme anche Articolo Uno, che ad aprile ha celebrato la sua assemblea congressuale, eleggendo Roberto Speranza come segretario e completando la sua trasformazione in partito. Ne parliamo con David Tozzo, fresco responsabile nazionale Innovazione e democrazia digitale: anche lui esprime interesse per la proposta formulata da questo sito per raccogliere le sottoscrizioni non sulle liste di candidati ma sul simbolo, anche per dare più peso e valore all'elemento di identificazione di ciascun partito.  


* * *

Tozzo, se non si vota subito per Articolo Uno non è una cattiva notizia, se non altro perché non dovrà fare le corse per raccogliere in poco tempo quasi 48mila firme per partecipare le elezioni, visto che non è tra i "magnifici 5" che dispongono di un gruppo parlamentare in entrambe le Camere. Cosa che, tra l'altro, costringerebbe anche Liberi e Uguali alla raccolta firme, se esistesse come soggetto unitario...
lo inizierei con una battuta: "un fantasma si aggira per il Quirinale: il fantasma di Liberi e Uguali!" Lo dico perché in queste ore, dopo essere stati ricevuti ieri dal Presidente della Repubblica per le consultazioni, abbiamo avuto di nuovo visibilità come gruppo parlamentare, cosa che non succedeva da tempo... Detto questo, è vero, Leu ha solo il gruppo alla Camera e quindi non potrebbe fruire dell'esenzione. Ora, in vista delle consultazioni elettorali sono stati frequenti gli appelli - in passato spesso dei radicali, l'anno scorso soprattutto di +Europa - a introdurre deroghe una tantum o a evitare norme che non escludessero qualcuno, ma non la metto in questo senso perché io non faccio il gioco della deroga, dell'eccezione o del cavillo. Trovo che questa situazione di sbarramento all'ingresso, per cui al momento sono certi di partecipare alle elezioni solo M5S, Pd, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, denoti una compressione del diritto di rappresentanza addirittura pericolosa. 
Quindi, un problema oggettivamente c'è, ma non va affrontato con una deroga. Sarebbe meglio risolverlo diminuendo il numero di firme necessarie, ma chiedendo a tutti i partiti di raccoglierle, o prevedendo un'esenzione sufficientemente ampia per i soggetti rappresentati in Parlamento e continuando a chiedere alle forze esterne uno sforzo maggiore per dimostrare la loro consistenza?
Beh, ovviamente la prima è la strada maestra, in queste condizioni non si può che chiedere a tutti di fare almeno un piccolo sforzo.
Certo è che, nell'area vasta e disomogenea della sinistra, in cui ci sono varie formazioni relativamente "giovani" e senza un radicamento capillare o strutturato come un tempo, anche una raccolta firme ridimensionata potrebbe non essere semplicissima. Sbaglio?
Noi di Articolo Uno abbiamo aumentato nell'ultimo anno le iscrizioni di un migliaio, siamo arrivati a 22mila tesserati: non è un numero irrilevante, anche se certamente abbiamo difficoltà in alcuni territori, mentre siamo molto più forti in altri a partire dall'Emilia Romagna, anche per la presenza di figure come Pierluigi Bersani e Vasco Errani; alcuni, è vero, hanno abbandonato il progetto, mentre all'assemblea congressuale di aprile abbiamo registrato l'ingresso di gran parte dell'ex minoranza di Possibile, che ho guidato all'ultimo congresso nazionale come candidato segretario. Detto questo, credo in generale che comprimere o anche solo non agevolare la partecipazione sia una strada corretta in ottica democratica: è giusto che si lanci una sfida a tutti i partiti, piccoli e grandi, perché facciano lo sforzo di dimostrare che sul territorio esistono.
Eppure, anche in passato, le esenzioni o tagli di firme particolarmente corposi sono stati cercati con insistenza anche da partiti di una certa entità, come se non avessero voglia di misurarsi con la raccolta delle firme...
Non voglio pensare che sia così, anche perché Pd e Lega, e in un certo senso anche le altre forze politiche che risultano esenti dalla raccolta firme, non avrebbero difficoltà a trovare sottoscrittori in giro. Chi non vuole saltare un fosso magari non lo fa perché gli sembra troppo largo; se però ai suoi occhi somiglia piuttosto a una pozzanghera, non si fa molti problemi e lo salta.
Probabilmente sarà così, ma allora non mi spiego come mai in passato si sia fatta la corsa per avere le esenzioni o ci siano stati così tanti episodi di falsificazione di firme, degli elettori o addirittura degli autenticatori.
Quei casi ci sono stati, è vero, ma rileverei come questo non dipenda dalla difficoltà di partiti di peso nella raccolta delle firme "con tutti i crismi", ma dalle scelte e dall'operato di singoli dirigenti locali.
Parliamo di pigrizia, di "dovrei raccogliere le firme, riuscirei anche a farlo ma, con tutto ciò che ho da fare, non mi va?"
Io starei attento a parlare di pigrizia, se non altro perché questa parola rischia di dare un'assoluzione o un alibi: in realtà penso che si tratti davvero di episodi legati a singoli decisori locali che, per loro imperizia, incapacità, in qualche caso ignoranza delle regole, hanno scelto di prendere una scorciatoia che è comunque ingiustificabile. Questo però non può e non dev'essere preso come indizio di un'incapacità di un partito nazionale a raccogliere firme. Magari sarebbe vissuto come una seccatura, questo è possibile, ma lo si farebbe.
Eppure un partito come Forza Italia, che ha perso varie forze nel corso del tempo, in certi territori faticherebbe a raccogliere le firme richieste oggi, quindi sfrutterebbe volentieri l'esenzione riconosciuta dalla legge. Meglio allora eliminare le esenzioni o mantenerle in forme meno smaccate del passato?
Anche in base a quello che ho detto prima, non solletica il termine "esenzione", non mi convince, come dicevo per il concetto di "deroga". Proverei a proporre di gettare il cuore oltre l'ostacolo, rilanciando con l'idea di rinunciare per sempre alle esenzioni, per entrare in un'ottica virtuosa di avere un contatto con le persone, necessario per presentarsi non solo alle elezioni, ma prima di tutto alle persone stesse. Sicuramente se io sostenessi la legittimità e la correttezza delle esenzioni porterei acqua buona al nostro mulino, ma vorrei provare democraticamente a farne a meno. 
Beh, diciamolo, anche Liberi e Uguali ha partecipato alle elezioni del 2018 senza firme, grazie all'esenzione concessa ad Articolo Uno e a Sel, che aggiunsero apposta il riferimento a Leu nel nome dei loro gruppi parlamentari...
Chiarisco: non mi ritengo politicamente un ipocrita e non voglio demonizzare la scelta di chi - come anche Leu alle ultime elezioni - ha fruito dell'esenzione, una scelta e uno strumento che comunque consegna al popolo un ventaglio di opzioni più ampio, dunque virtuoso, ma sono convinto che sia ancora più virtuoso raccogliere le firme. Se dunque la legge continuasse a prevedere l'esonero dalla raccolta firme per i partiti che abbiano dimostrato una certa consistenza, anche solo per garantire il diritto alla partecipazione elettorale, inviterei - innanzitutto, ma non solo, al mio partito - a non sfruttarla, a non prendere la scorciatoia, a cercare innanzitutto il contatto con le persone.
Questo sito, lanciando la campagna Ci metti la firma?, ha proposto anche di raccogliere le firme non più sulle liste di candidati, ma sul simbolo che si intende utilizzare alle elezioni, per dare più valore a quel segno di riconoscimento ed evitare varie criticità in sede di presentazione delle candidature, anche solo per sfruttare meglio e in condizioni di uguaglianza il tempo a disposizione. Lei che ne pensa?
Chiariamo meglio: la raccolta sul simbolo, sul simbolo e sul nome o anche solo sul nome?
Visto che ha posto il problema, secondo lei che differenze ci sono?
Posto che, quando proponiamo delle soluzioni grafiche o grammatical-sintattiche, è sempre alle persone che dobbiamo riferirci, io credo che le riconoscibilità vadano costruite, anche se in questo momento parla un dirigente di un partito di sinistra, un'area fin troppo abituata a cambiare uno o più simboli a ogni turno elettorale... Oggettivamente dovrebbe essere un approdo avere un'uniformità e costanza nel tempo tanto del nome quanto del simbolo; ho posto la domanda perché è fisiologico che con il tempo il simbolo graficamente cambi un po', mentre il nome dovrebbe rimanere fermo: credo che solo la stabilità del nome responsabilizzi un contingente politico. Anche noi di Articolo Uno abbiamo voluto semplificare il nostro simbolo togliendo la dicitura "Movimento democratico e progressista", perché ora siamo a tutti gli effetti un partito e non più un movimento, ma abbiamo conservato il nome di Articolo Uno che ora dovremmo cercare di conservare il più possibile. Certo è che i simboli, come anche i nomi, restano vivi solo se restano vivi i soggetti politici identificati da questi: sarebbe importante non costringere a restare in vita sulle schede simboli i cui progetti politici alla base sono esauriti.
Condivido la sua riflessione; diciamo che la proposta formulata da questo sito si occupa solo del momento elettorale, cioè chiede alle forze politiche - tutte, senza eccezioni - con quale faccia e identità vogliono presentarsi agli elettori e, quindi, per quale identità si preparano a raccogliere le firme. Se un partito intende presentare una propria lista alle elezioni, da solo o in coalizione, ha tutto l'interesse a rendersi riconoscibile: può farlo solo adottando come contrassegno elettorale il proprio simbolo già noto. Se invece fin dall'inizio si decide di fare una lista cui partecipano più forze politiche, perché ad esempio si vuole superare lo sbarramento, credo sia giusto chiedere dall'inizio a quelle forze con quale immagine vogliono identificarsi: se con un contrassegno composito, nel quale magari un simbolo prevale su un altro, o se con un emblema del tutto nuovo.
Questo mi sembra del tutto condivisibile, anche se è qualcosa cui non siamo più abituati, sia perché ormai in troppi mettono le persone davanti alle idee, sia perché di fatto questa riforma costringerebbe tutti a cambiare atteggiamento e a sforzarsi almeno un po'. Nel paese delle deroghe e delle emergenze, proporre coraggiosamente un'innovazione strutturale della normativa elettorale; nel paese della tentazione della compressione dei numeri, come ha dimostrato il tentativo della "riforma Fraccaro" sul taglio dei parlamentari (che non è più calendarizzata in questo momento), una proposta come quella lanciata da I simboli della discordia è più che lodevole. 
Anche perché anche l'elettore, con il simbolo messo al centro, sarebbe più attento a quello che firma e non si rischierebbe più di sapere che qualcuno ha firmato per una lista quando credeva di avere firmato contro le "strisce blu" dei parcheggi...
Cose indecorose, come quelle di chi autentica firme che non sono state raccolte in sua presenza: per pensarla così non c'è bisogno di essere giustizialisti, anche se ormai ci ha completamente egemonizzato una sorta di garantismo berlusconista per cui si è sempre innocenti fino al 45° grado di giudizio... una cosa che francamente non sopporto più.
Per chiudere, mettiamo che non sia ancora sfumata la possibilità di votare in autunno, se alla fine un accordo per un nuovo governo non ci sarà. Che si fa?
Io credo che ci siano tutte le condizioni per intervenire per decreto, anzi, credo che sarebbe doveroso perché si è interrotta una legislatura che non ha potenzialmente nemmeno avuto il tempo di intervenire su questo, quindi si sarebbe di fronte a un caso straordinario di necessità e urgenza.
Straordinario che si è verificato un po' troppo spesso... e se invece non si vota e un governo arriva?
Si parla sempre di legislature costituenti, anche se io, da anziano di trentasette anni non ci credo più da un pezzo. Però, in un schema più ampio, che rimetta a centro in pieno il Parlamento, anche attraverso un'auspicabile nuova legge elettorale chiaramente proporzionale, la rappresentanza popolare dovrebbe essere favorita anche prendendo a cuore il problema di cui stiamo parlando, sarebbe gravissimo pensare alle prossime generazioni senza pensare anche alle prossime elezioni. Anche perché, se il proporzionale amplia la rappresentanza dei gruppi politici, che non rappresentano altro che i cittadini, se quei partiti non riescono nemmeno ad accedere alle elezioni per lo sbarramento all'ingresso che c'è ora, quell'ampliamento resta solo eventuale. Il M5S ha tra i suoi punti qualificanti la partecipazione dei cittadini alla vita democratica, lo stesso è per le forze che potrebbero concorrere a un nuovo governo, quindi potranno dimostrare tutti che non si vuole comprimere la rappresentanza, come il taglio dei parlamentari rischiava di fare. Tra l'altro, se governo sarà, che tipo di governo avremo?
A cosa pensa?
Beh, se avremo un governo istituzionale, è difficile che possa non occuparsi del tema dell'accesso alle elezioni. Se sarà un governo elettorale, direi che dovrà occuparsene per forza, per statuto: se deve organizzare la consultazione elettorale, dovrà renderla accessibile visto che finora non è stato fatto. Se sarà un governo politico, è giusto che si impegni per favorire la più ampia possibilità di scelta, che è diametralmente opposto al dare pieni poteri a uno solo.

mercoledì 21 agosto 2019

Italia attiva, l'impegno nell'economia per far contare di più il Paese

Ora che la crisi di governo è ufficialmente aperta, è naturale che tutte le forze politiche guardino con attenzione a come la situazione evolverà, dovendosi magari tenere pronte a un eventuale scenario elettorale più o meno ravvicinato. Tra queste c'è anche Italia attiva, una realtà esistente da oltre due anni, che si propone di dare al paese "un futuro migliore con persone migliori".
"All'origine esisteva un movimento politico chiamato Attivamente, che poi si è deciso di trasformare in un partito - spiega la fondatrice e presidente Paola Dell'Aira -. Fino a quel momento avevo militato in partiti di centrodestra ma, interessandomi soprattutto di economia, ho sempre avuto il grande desiderio di occuparmi dell'economia di questo paese: lì non ho mai avuto la possibilità di farlo e non ho mai trovato spazio in partiti-marketing o in contenitori troppo conservatori e patriottici per essere attenti alle vere necessità dell'Italia. Ho dunque deciso, in qualche modo, di mettermi in proprio, iniziando a lavorare in tutte le regioni grazie ai molti contatti che avevo acquisito in tanti anni di politica attiva". Nella vita Dell'Aira è dirigente di un'azienda, anche se, come persona specializzata in ingegneria finanziaria, è stata a lungo collaboratrice di vari uffici e organi del Senato, compresa la commissione Bilancio ("Ma ho lasciato quegli incarichi quando ho scelto di fondare un mio partito"). 
Il lavoro di radicamento è proseguito mese dopo mese: "Oggi possiamo contare su circa 60mila iscritti, per i dati di tesseramenti che sono in mio possesso, anche se non escludo che alcuni siano tesserati anche con altri partiti. Siamo presenti in tutte le regioni e soprattutto in Sicilia e in Lombardia. Quest'anno finalmente siamo riusciti a eleggere i primi nostri rappresentanti, proponendoci come lista civica: all'ultimo turno di elezioni amministrative, per esempio, si è presentata la lista Travedona Monate attiva, che ha eletto Laura Bussolotti come sindaca. Continuiamo in ogni caso a radicarci: io sono continuamente in movimento, posso dire che in pratica ogni settimana vedo almeno una regione".  
Ovviamente, come ogni partito, anche Italia attiva si è data un simbolo, dai colori decisamente nazionali, graditi al centrodestra ma non sgraditi altrove. "Il simbolo - spiega Dell'Aira - è stato disegnato da un amico grafico che sapeva perché io avessi costituito il partito: aveva proposto varie soluzioni grafiche e questa mi è sembrata quella più adatta per illustrare l'essenza di Italia attiva". Quale sarebbe? "Come dicevo, non ho mai avuto modo di poter parlare di economia in nessun partito in cui sono stata: purtroppo questo è un argomento riservato a tecnici, tutti si riempiono la bocca di legge di bilancio, tagli di tasse, abbassamento dei costi, ma poi nessuno è in grado di preparare una proposta di legge adeguata che crei le basi per lavorare seriamente su questi temi. Da quattordici mesi a questa parte, poi, si è iniziato a parlare di immigrati dalla mattina alla sera, quando, come ho cercato di spiegare a Salvini, per dieci gommoni che arrivano ci sono migliaia di imprenditori italiani che portano i loro interessi all'estero. Avevo dunque bisogno di un mio contenitore per esprimere argomenti di natura economica in modo martellante: non dovevano essere alcuni tra i tanti, ma gli argomenti principali. Si tratta di una scelta difficile, che porta via energie e risorse ed è una strada impervia per chi è considerato nessuno e non ha voluto 'vendere' la sua creatura politica ad alcuno, ma lo faccio per passione e non ho necessità di avere uno stipendio dalla politica".
Tornando al simbolo, l'aggettivo "attiva" farebbe pensare normalmente a una società impegnata, ricca di idee, pronta a mobilitarsi (non si parla di solito di "cittadinanza attiva"?); nell'emblema però non ci sono figure umana intente a "fare" o a muoversi (anche solo per fare ammuina...) o anche solo riunite per fare qualcosa insieme. Al loro posto si trova un tricolore fatto da tre colonne di istogramma (dati macroeconomici?), una delle quali si trasforma in una freccia che punta in alto e avanti, come a dire che più delle persone contano i risultati finali: "In effetti intendevo 'attiva' dal punto di vista economico e non sociale - ammette Dell'Aira - perché, diciamolo chiaramente, un paese senza soldi in tasca non può andare da nessuna parte e non può 'dettare legge', non può nemmeno pensare di confrontarsi a livello internazionale. Far riprendere l'economia dell'Italia significa sbloccare molte cose: se nessuno è in grado di farlo perché nessuno ci capisce nulla, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo". 
Certo l'economia, pur essendo il tema prevalente del programma della forza politica, non sarebbe l'unico: "Vorrei potermi occupare - spiega la presidente - del ruolo delle donne, della condizione delle persone omosessuali che sono trattate da troppo tempo come androidi e devono avere il loro giusto spazio in una società che si definisce civile; sono a favore dell'integrazione dei migranti, che non sono merce di scambio ed è giusto che trovino la loro collocazione; vorrei occuparmi anche del sistema dei penitenziari italiani, una realtà che seguo già da vicino e vorrei contribuire a migliorare, come ho già fatto lavorando molto per costruire gli spazi per l'incontro tra genitori e figli minori, così come mi sono impegnata in molti altri settori del sociale". Soprattutto, per Dell'Aira occorre lavorare molto sulla burocrazia, "uno dei maggiori punti deboli di questo paese, per i tempi biblici che anche pratiche semplici finiscono per richiedere". 
Ora naturalmente è presto per capire se si andrà al voto, così come potrebbe essere presto per Italia attiva fare il salto dalle partecipazioni elettorali locali a quelle nazionali; certo è che, se il partito volesse presentare proprie liste a eventuali elezioni ravvicinate, dovrebbe necessariamente raccogliere quasi 48mila firme per essere presente in tutto il paese. Un traguardo oggettivamente difficile da raggiungere: per questo, anche Dell'Aira si mostra favorevole alla nostra campagna #Cimettilafirma, che propone di rendere più equo l'accesso alle elezioni limitando il numero delle sottoscrizioni da raccogliere e lanciando l'idea di firmare non per le liste, ma per il simbolo, lasciando alla forza politica l'intera responsabilità di decidere le candidature. "Noi avremmo il problema della raccolta firme come ce l'hanno i partiti minori rimasti fuori dal Parlamento - spiega -. Le cose vanno fatte come si deve ma richiedono tempo; se gli ostacoli alla partecipazione elettorale diminuiscono, sarà più facile anche per noi concorrere. Raccogliendo le firme sul simbolo, potremmo illustrare il nostro progetto e prenderci il tempo che occorre per scegliere le candidature migliori, il modo migliore come me preferisce fare politica porta a porta, casa per casa, quasi in stile Prima Repubblica, anche se costa più fatica".

martedì 20 agosto 2019

"Avevano la croce nel simbolo": La Russa e la storia che torna

Alle volte basta un flash, una frase, un pezzo di discorso a mettere in moto la macchina del tempo, a domandarsi "ma questo dove l'avevo già sentito?". Allo scopo può servire, in una giornata di tensione politica come questa, anche una scheggia del discorso parlamentare di un carichissimo Ignazio La Russa, intervenuto per conto di Fratelli d'Italia nel dibattito seguito alle comunicazioni all'assemblea del Senato (nel frattempo spopolatasi) del presidente del Consiglio predimissionario Giuseppe Conte.
Nelle parole non tenere dedicate allo stesso Conte ("Caro Presidente, ti sei accorto con molti mesi di ritardo che chi ti stava seduto a fianco era incapace, irresponsabile, vacanziero, irrispettoso del Parlamento, nemico della Costituzione, irriguardoso verso i Ministri, irriguardoso verso il popolo, disertore della verità sul Russiagate, autoritario - non hai detto fascista, te lo sei risparmiato, ma quasi - usurpatore dei simboli religiosi, opportunista elettorale e animato da tornaconto personale. Raramente ho sentito, in un intervento solo, tante accuse a una sola persona, con cui fino al giorno prima hai condiviso il Governo. E allora te ne potevi accorgere, amico mio"), un passaggio del discorso di La Russa ha fatto improvvisamente emergere un riferimento di natura simbolica. E non solo perché dedicato ai simboli religiosi, ma perché questi erano riferiti anche a quelli politici ed elettorali. Lo vediamo di seguito, così come riportato dal resoconto in corso di seduta:
[...] mi ha meravigliato veramente, signor Presidente del Consiglio - chiedo la sua attenzione - la critica ai segni religiosi. Guardi che tra quelli che hanno applaudito quel passaggio, ce n'è qualcuno che è stato eletto con partiti che avevano la croce nel simbolo elettorale. [...]. La croce nel simbolo elettorale! E nessuno si è mai scandalizzato, forse giustamente. Ce n'è qualcuno lì. Allora, non si può portare al collo, ma si può mettere nella scheda elettorale! Siamo al ridicolo e siamo, in una parola sola, alle comiche finali. Mi auguro che siano veramente finali e che torni la voce agli italiani, agli elettori, che sapranno fare giustizia di questa sconcia recita.
La quasi totalità dei commentatori e degli ascoltatori in quella manciata di secondi si sarà concentrata e magari divisa sull'osservazione accusatoria mossa da Ignazio La Russa, magari dividendosi anche tra chi ricordava solo il simbolo di Noi con l'Italia - Udc (con lo scudo crociato) e chi, avendo buona vista, potrebbe aver visto una croce anche nella "pulce" di L'Italia è popolare inserita all'interno del contrassegno di Civica popolare. Chi appartiene alla categoria incurabile dei #drogatidipolitica e, per giunta, è appassionato di resoconti parlamentari, non può tuttavia non farsi richiamare alla mente, come in un flash travolgente, un episodio di 63 anni prima. Precisamente datato 2 marzo 1956. L'aula non era la stessa, perché era il vicino emiciclo di Montecitorio; alla presidenza c'era Giovanni Leone, il governo in carica era guidato da Antonio Segni (al suo primo esecutivo). In quei giorni si stava discutendo l'approvazione della nuova legge elettorale, che serviva ad abbandonare del tutto la "legge truffa". 
Nel corso di quella discussione - che sarebbe terminata con l'approvazione della legge n. 493/1956, poi trasfusa nel d.P.R. n. 361/1957, vale a dire il Testo unico per l'elezione della Camera, il testo che tuttora viene modificato a ogni riforma elettorale - spuntò un emendamento alla norma che regolava il deposito e le condizioni di ammissibilità dei contrassegni elettorali. La proposta di modifica, presentata dal Dc Angelo Raffaele Jervolino (padre di Rosa), puntava a introdurre in coda all'articolo il seguente comma "Non è neppure ammessa, da parte di altri partiti o gruppi politici, la presentazione di contrassegni riproducenti immagini o soggetti religiosi". Fu lo stesso Jervolino a spiegare la sua proposta, pur ritenendola "di una chiarezza solare": "Il mio emendamento mira ad una duplice finalità: a) evitare che si possa fare (mi spiace se dovrò usare la brutta parola) speculazione di soggetti religiosi o di immagini sacre in occasione delle elezioni; b) evitare, nello stesso tempo, che si possa carpire la buona fede dei votanti ai quali si lascia credere che un partito è sotto la guida di un determinato santo, della Vergine o addirittura del crocifisso. Il che, in definitiva, si risolve in una vera profanazione di cose sacre".
Il relatore di maggioranza, Michele Marotta (Dc), nel dichiararsi d'accordo sull'approvazione, suggerì di eliminare dal testo l'inciso "da parte di altri partiti o gruppi politici", precisando che "non esistono attualmente dei partiti che già usano dei simboli religiosi e vogliono mantenerne l’esclusiva". Ma - ecco l'episodio che giustifica il flash e il collegamento - in quel discorso si inserì con sole quattro parole Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano e in quel momento anche relatore di minoranza della riforma elettorale. Non è dato sapere se per Almirante quella croce non dovesse stare proprio nel contrassegno democristiano o se ce l'avesse con una sorta di incoerenza dei diccì (un po' come sembra aver fatto La Russa oggi in aula), che con una mano volevano vietare (altri) simboli religiosi, mentre con l'altra tenevano ben fermo il loro simbolo. Simbolo che però, come volle subito precisare Marotta, "non è la croce, ma è lo scudo crociato. Se per esempio i monarchici si presentassero con il simbolo dello scudo sabaudo, anche essi userebbero la croce, ma non come simbolo religioso".
Per cercare di dare una spiegazione più approfondita, intervenne il presentatore dell'emendamento, da una parte per chiarire che in effetti lo scudo crociato non aveva natura religiosa, ma visto che qualcuno poteva non pensarla così, si metteva comunque un freno a nuovi usi, preservando peraltro l'affidamento degli elettori che fino a quel momento avevano votato l'emblema della Dc. Dall'altra parte, chiarì il senso della sua proposta: "I partiti che esclusivamente nella loro propaganda, ai fini delle elezioni, vogliono presentare contrassegni riproducenti simboli religiosi non possono farlo. Se un qualsiasi partito, come ha fatto la democrazia cristiana, vuole scegliere come simbolo abituale di propaganda un simbolo religioso qualsiasi, lo faccia abitualmente ma non esclusivamente ai fini delle elezioni: questo non deve essere consentito". Cosa che, probabilmente, si riferiva ai non pochi simboli che, alle elezioni per la Costituente e prima delle due elezioni della Repubblica, contenevano croci (senza scudo) o altri simboli chiaramente religiosi.
Alla fine l'emendamento venne approvato e quella disposizione è ancora al suo posto dopo tutti questi anni. Questa è stata applicata, nel corso del tempo, anche con qualche esagerazione: passi per le bocciature del Sacro Cuore o per le croci latine dal chiaro significato religioso; sono molto meno comprensibili le bocciature delle croci greche usate come segni sanitari o quelle di chiese o statue che in realtà sono vissute come monumenti in una realtà territoriale. Nessuno, nel corso del tempo, ha più messo in discussione il simbolo della Democrazia cristiana e di chi ha impiegato in seguito lo scudo crociato (fatta eccezione, ovviamente per le lotte intestine tra chi se lo contendeva); in fondo non lo ha contestato nemmeno Ignazio La Russa ("nessuno si è mai scandalizzato, forse giustamente"), negando solo che la croce potesse avere cittadinanza sulle schede e non al collo o nelle mani dei membri del governo. Del resto, dieci anni fa, quando ci si domandò se tenere i crocifissi alle pareti o levarli in ossequio alla sentenza Lautsi della Corte Edu, fu netto nel dire la sua in diretta televisiva: "Non lo leveremo il crocifisso, possono morire. Il crocifisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche". Decisamente, non ha cambiato idea.

Ci metti la firma? Parliamone con Gianfranco Rotondi (Forza Italia)


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Per evitare che la questione della raccolta delle firme sembri un questione che interessa solo i partiti "piccoli", costretti dalle norme in vigore a una vita quasi impossibile, la domanda va fatta: cosa pensano le forze politiche maggiori dello "sbarramento all'ingresso" per le prossime elezioni, che si svolgano in autunno o più in là? Lo abbiamo chiesto, nell'ambito della campagna #cimettilafirma, a Gianfranco Rotondi, contattato innanzitutto come eletto di Forza Italia, partito che in base alla legge risulta esentato dalla raccolta firme: è interessante vedere la posizione di questo partito, per capire se sia interessato ad ampliare la platea dei soggetti che potrebbero partecipare alle elezioni, anche perché - si perdoni la cattiveria - al momento le sue percentuali non garantirebbero l'esenzione dalla raccolta firme anche in futuro.
Rotondi, tuttavia, è stato scelto anche per la sua storia di ostinato democristiano di ieri e di oggi, nei vari partiti in cui ha militato (Ppi, Cdu, Udc, senza dimenticare Pdl e Fi) o che ha fondato (Dc-Dca, Rivoluzione cristiana): si è dunque pensato che potesse apprezzare l'idea di una raccolta di firme non sui candidati, ma sul simbolo della lista, così da permettere agli elettori di scegliere se dare a un progetto politico la possibilità di candidarsi con il proprio emblema, lasciando che sia il partito a scegliere chi candidare (e se i nomi non piaceranno a chi vota, se la vedranno i dirigenti del partito). Una raccolta firme congegnata così potrebbe persino rendere più facile la via verso le schede di un nuovo partito a guida di Rotondi, se mai dovesse ritenere opportuno fondarne un altro. E lui, in qualche modo, ci ha già pensato (la breve chiacchierata precede volutamente le comunicazioni di Giuseppe Conte a Palazzo Madama: ogni scenario, dunque, è possibile...). 


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Onorevole Rotondi, è ancora presto per capire quando si andrà a votare, anche se qualche elemento in più potrebbe arrivare tra qualche ora. A proposito, lei che sentore ha?
Guardi, alti e bassi, non è possibile fare una previsione. Ma, a prescindere dalla data del voto, non c'è dubbio che la legge elettorale debba essere rivista.
Già, soprattutto per quanto riguarda la presentazione delle candidature, visto che al momento le uniche forze politiche che sono certe di presentare le loro liste sarebbe le cinque che contano su un gruppo parlamentare in entrambe le Camere. 
Sì e si tratta di una situazione oggettivamente non democratica.
Lei dunque sarebbe interessato a un intervento sulla normativa elettorale per ampliare la partecipazione?
Beh, sì, anche perché sarei interessato, visto che io in ogni caso non andrei con Salvini. La raccolta di firme, in realtà, non sarebbe proibitiva, si tratta di 24mila firme [in realtà alla Camera sono poco meno di 48mila firme, cioè la metà delle almeno 94.500 richieste dalla legge per i 63 collegi plurinominali, ndr]; tuttavia dover raccogliere le firme sui nomi significa avere già stipulato le intese con eventuali altre forze politiche, ed è un problema no?
In realtà non sono poi così poche...
No, non sono poche, ma tenga presente che nel 2006 io ho raccolto le firme per partecipare alle elezioni quando feci la lista con il Nuovo Psi, quindi non si tratta di una cosa impossibile a farsi.
Vero, ma ricordi che si trattava di firme sulle circoscrizioni regionali o subregionali, quindi la difficoltà era minore rispetto ai collegi plurinominali validi ora.
Su questo non c'è dubbio.
Per aprire la competizione, secondo lei sarebbe meglio estendere le esenzioni a un maggior numero di soggetti o chiedere meno firme ma farle raccogliere a tutti, chiedendo un minimo di sforzo anche ai partiti maggiori?
Propendo per questa soluzione, creando davvero una par condicio: mi pare contrario al dettato costituzionale creare un privilegio per i partiti presenti in Parlamento.
Lei quindi sarebbe personalmente favorevole ad abolire ogni esenzione dalla raccolta firme?
Certo, sono favorevole a un'assoluta parificazione tra liste uscenti e nuove liste.
In Forza Italia la pensano come lei?
Non si pongono il problema.
Eh, ma questo è un problema...
Sì, un problema costituzionale.
Ma è anche un problema il fatto che in Forza Italia non ci si ponga questo problema, visto che le percentuali non mostrano un futuro roseo per il partito...
Non c'è dubbio, non c'è dubbio.
A questo punto, introdurre la raccolta di firme solo sul simbolo e non sulle liste, come sto proponendo in questi giorni, potrebbe essere una soluzione di apertura?
Sarebbe una soluzione più accettabile.
Magari potrebbe fare comodo anche a lei, se avesse intenzione di fondare una nuova formazione, no?
Sì, non c'è dubbio.
Ci ha già pensato?
Beh, dico solo che se Forza Italia sceglie Salvini è corretto che io dica dall'inizio che questo non mi interessa, quindi qualcosa di diverso faremo.
In un certo senso è una notizia...
Mah, voglio dire, è una cosa pubblica da un anno e mezzo...
Già, però ricordarlo al momento giusto può comunque essere una notizia...
Non c'è dubbio.
Sarà un soggetto di matrice democristiana o almeno cristiana?
No, in questo momento credo che ci sarebbe spazio per una grande Lista civica nazionale più che per una Democrazia cristiana. Bisognerebbe ideare quella.
Che caratteri avrebbe?
Beh, caratteri di emergenza: se si votasse a ottobre la si dovrebbe fare in un mese, il voto sarebbe un referendum pro o contro Salvini, quindi sarebbe una lista per tutte le culture politiche contrapposte alla deriva demagogica, populista, autoritaria, peronista di Salvini.
E se si va più avanti?
Oggi è più che mai valido una frase di Churchill: una settimana è un tempo lunghissimo in politica. 
Se non sbaglio, lui diceva anche che quando c'è una maggioranza di due voti ce n'è uno di troppo.
Già, quindi se parte il governo va avanti tre anni...

Ci metti la firma? Parliamone con Benedetto Della Vedova (+Europa)


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Dopo il lancio della campagna #Cimettilafirma?, la discussione sulle regole per un accesso più equo alle elezioni parte con Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa. Il 1° agosto lui eElena Grandi, co-portavoce della Federazione dei Verdi e tra le promotrici della lista Europa Verde, hanno presentato il testo di un possibile progetto di legge (elaborato da Carmelo Palma per +Europa e Francesco Alemanni per i Verdi) per evitare la situazione di sbarramento all'ingresso. 
Si propone un taglio sensibile delle firme necessarie (ridotte di due terzi) e l'ampliamento delle figure titolate ad autenticarle, nonché l'eliminazione delle esenzioni o - immaginando le resistenze di molti - l'allargamento a partiti con una presenza significativa alle Camere (un gruppo, anche nato in corso d'opera, o un eletto se sono state presentate candidature con proprio simbolo) e a quelli che abbiano ottenuto almeno l'1% alle ultime politiche o europee (purché contino su una componente del gruppo misto o aderiscano a un partito europeo con gruppo a Strasburgo). 
La proposta non manca di affrontare un problema che si era già presentato alle ultime elezioni politiche (e che +Europa ha sperimentato): la necessità, cioè, di mettere in chiaro che sui moduli della raccolta firme per le liste dei collegi plurinominali non si devono indicare anche i nomi dei candidati dei rispettivi collegi uninominali, altrimenti si mettono in ulteriore difficoltà i partiti che raccolgono le firme (si vedrà come). Nella conferenza stampa, tra l'altro, Della Vedova aveva guardato con interesse anche all'idea di raccogliere le firme solo sul simbolo e non sull'elenco dei candidati: un'idea che chi scrive aveva lanciato già nel 2015, in un contributo per la rivista Federalismi.it, e che quindi è giusto approfondire ora, sperando che qualcuno voglia metterci la firma.


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Segretario Della Vedova, lei ed Elena Grandi, come leader di +Europa e dei Verdi avete inviato all'inizio del mese una lettera ai presidenti delle Camere, segnalando il perdurante "carattere ostruzionistico della legislazione elettorale rispetto al diritto di partecipazione politica e elettorato passivo". Avete avuto qualche riscontro da loro o dai partiti rappresentati in Parlamento? 
Per il momento non abbiamo avuto riscontri, d'altra parte il momento è piuttosto delicato, sia per l'estate sia per la situazione politica. Il problema però rimane e resta a prescindere dalla data in cui si voterà. 
Com'è nata l'idea di questa possibile proposta di legge, condivisa con i Verdi?
Personalmente io e altri compagni di partito siamo sempre stati sensibili al cercare di raccogliere le firme per le elezioni "secondo le regole", un percorso che è sempre stato ad ostacoli per chi voleva fare le cose per bene. In più +Europa aveva sperimentato sulla sua pelle alcune gravi criticità legate alla prima applicazione del Rosatellum: il numero di firme da raccogliere era stato ridotto a un quarto rispetto alla previsione di legge e la raccolta in periodo invernale poteva essere meno problematica rispetto al farla in estate, eppure ci siamo trovati davanti ugualmente dei problemi, che non ci mettevano nelle condizioni degli altri concorrenti.
Di questo parleremo meglio dopo, analizzando il contenuto della proposta. Diceva? 
Dicevo che, di fatto, il tema dell'equo accesso alle elezioni non è mai uscito dal nostro radar; quando quest'estate si è capito che, in termini probabilistici, la legislatura avrebbe anche potuto subire uno stop improvviso, siamo subito tornati sul tema. Abbiamo iniziato a lavorare su una serie di elementi, soprattutto con Carmelo Palma; abbiamo, tra l'altro, presentato un ricorso alla magistratura ordinaria, nella convinzione che almeno sugli aspetti più clamorosi potrebbe intervenire. Nel mettere nero su bianco alcune possibili proposte per eliminare questo sbarramento all'ingresso, abbiamo coinvolto innanzitutto i Verdi, soggetto politico che sta nella nostra stessa condizione: anche alle elezioni europee, con la lista Europa Verde, ha dimostrato di saper coinvolgere centinaia di migliaia di elettori, ma proprio come noi si troverebbe una strada tutta in salita se la legislatura dovesse interrompersi in fretta. Poi magari si arriva fino alla scadenza naturale e il tema diventa meno urgente, ma il problema resta tale e quale se non lo si affronta.
Iniziamo allora ad affrontare i punti fondamentali della vostra proposta. Il primo riguarda il numero delle firme, che a quanto pare per voi è decisamente troppo alto. 
Diciamo che è troppo alto e, se si considera il modo in cui le firme devono essere raccolte, si traduce in una richiesta irragionevole, ache perché non colpisce tutti. Si tratta di un meccanismo che penalizza i newcomer, quindi i nuovi arrivati, mentre favorisce gli incumbent che sono già in campo, ma tra loro li seleziona in modo irragionevole. +Europa ha appena raccolto oltre 800mila voti e quindi non dovrebbe dare prova della sua "esistenza in vita", invece le sarebbe puntualmente richiesto, così come a Europa Verde che comunque ha ottenuto più di 600mila voti. In questo schema non saremmo più di fronte a una competizione democratica, ma oligarchica, riservata - allo stato attuale - ai cinque partiti che a legislazione vigente potrebbero presentarsi senza raccogliere le firme, decidendo tra l'altro sino all'ultimo momento utile tanto le candidature, quanto eventuali apparentamenti.
Da questa risposta si coglie subito un punto: a essere problematico non è tanto o solo il numero delle firme o una qualunque parte dell'istituto della presentazione delle candidature, ma è tutto il congegno nel suo insieme. 

Siamo arrivati davvero a una perversione complessiva, che però nella redazione del Rosatellum non è stata affrontata seriamente. E che ciò non sia stato fatto lo dimostra un particolare: per cercare di rendere più accessibile la raccolta delle firme, si scelse di abilitare all'autenticazione delle sottoscrizioni gli avvocati abilitati al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori iscritti all'albo di un distretto rientrante nella circoscrizione elettorale, dunque i cassazionisti, ma lo si fece in via eccezionale, solo per quella volta. Mi sembra folle dettare norme una tantum, solo per la prima applicazione della legge e questo vale anche per la riduzione delle firme, occasionale e non strutturale: per questo abbiamo deciso di chiedere sempre almeno 400 firme, invece che almeno 1500, il 27% di quelle richieste oggi dalla legge, rendendo di fatto stabile la riduzione percentuale degli ultimi due turni elettorali politici.
Alle norme una tantum ormai siamo abituati: dal 2006 ad ogni elezione politica si sono previsti regimi eccezionali di presentazione delle candidature - su esenzioni e raccolta firme - senza mai applicare le norme ordinarie. A proposito di esenzioni dall'onere di far sottoscrivere le candidature, voi proponete due alternative: o l'abolizione delle esenzioni o l'estensione a soggetti che abbiano già dimostrato in un altro modo la loro consistenza. Lei cosa preferirebbe?
La mia opzione preferita, di sistema, sarebbe arrivare a una raccolta di un numero ragionevole di firme che riguardasse tutte le forze politiche in campo. Se venisse chiesto con le sottoscrizioni uno sforzo abbordabile, allora davvero sarebbe praticabile chiedere a tutti i partiti e movimenti di raccogliere le firme a loro sostegno: con i numeri chiesti oggi dalla legge, invece, le forze costrette alla raccolta dovrebbero quasi ringraziare del fatto che altri soggetti siano esenti...
In che senso?
Nel senso che, oggettivamente, se tutti i partiti in tutti i collegi plurinominali dovessero raccogliere tra le 1500 e le 2000 firme, in qualche collegio si arriverebbe a dover raccogliere - visto il numero di liste consueto - una parte significativa di coloro che effettivamente votano, arrivando quasi alla metà, un livello oggettivamente difficile da raggiungere. L'intera raccolta firme, in realtà, rappresenta oggi un meccanismo farraginoso, ridondante e mi stupisco davvero che una legge redatta e votata due anni fa non abbia minimamente tenuto conto di questo. Evidentemente chi l'ha scritta non è abituato a raccogliere le firme...
La vostra proposta prevede un'alternativa all'abolizione delle esenzioni, credo per superare le resistenze dei partiti in Parlamento che non vogliono raccogliere le firme. Il testo propone di esentare i partiti costituiti in gruppo anche solo in una Camera (e non in entrambe e dall'inizio della legislatura come ora), quelli che hanno presentato candidature col loro simbolo e ottenuto almeno un eletto (evidentemente anche tra i parlamentari eletti all'estero), quelli che abbiano ottenuto almeno l'1% alle ultime politiche o europee purché siano costituiti in componente del gruppo misto o aderiscano a un partito europeo con gruppo al Parlamento europeo, ma anche i partiti che abbiano presentato liste in coalizione che abbiano contribuito a eleggere un candidato in collegio uninominale (il che significa esentare tutte le forze delle coalizioni minori) e quelli che alle ultime europee hanno avuto almeno un eletto, nonché le liste con contrassegni compositi che ospitino un simbolo esente. Sarebbe abbastanza facile accusarvi di voler favorire i "partiti piccoli": come risponderebbe?
Occorre mettersi in testa che, per come è regolata ora, quella elettorale politica è una competizione oligarchica, come dicevo. Il punto non è che noi non vogliamo raccogliere le firme: se la legge lo prevede e il numero torna a essere ragionevole - cosa che non sarebbe al momento, perché anche con elezioni anticipate dovremmo raccoglierne il doppio rispetto a quanto ci si chiedeva l'anno scorso - lo si può fare, la raccolta in sé non ci spaventa. Il fatto è che, anche raccogliendo le firme, ci sarebbe sempre qualcuno più uguale di noi.
Tra l'altro, stando al vostro testo, si ricreerebbero le condizioni per esentare un partito dalla raccolta firme grazie alla "pulce" di una forza esente, proprio com'è stato con voi per Centro democratico: adesso ovviamente non sarebbe possibile, visto che i partiti che non devono raccogliere le firme sono pochissimi e difficilmente vorrebbero esentare qualcuno con un contrassegno composito, ma aprendo di nuovo la strada nel modo che voi proponete le "pulci" tornerebbero eccome... 
Ripeto, un numero ragionevole di firme è un ostacolo in meno, per noi e per chiunque altro, che potrebbe far venire meno le esigenze di farsi esentare da altri partiti. Rimane però un elemento problematico, che rende comunque oligarchica la competizione a regole date e crea un altro insuperabile handicap in termini "ippici", se vogliamo, per i soggetti che devono raccogliere le firme: questo soprattutto se non venisse accolta la nostra interpretazione sull'indicazione dei candidati nei collegi uninominali in sede di raccolta firme. 
Ed eccoci alla questione, a voi ben nota, e che vi sta molto a cuore... Qual è il problema?
Alla forza politica che deve raccogliere le firme per le proprie liste dei collegi plurinominali si chiede di raccoglierle, interpretando in modo rigido l'articolo 18-bis, comma 1, primo periodo del testo unico per l'elezione della Camera, indicando anche i nomi dei candidati nei collegi uninominali. Ora, se si vuole correre da soli, non c'è problema; se però ci si vuole coalizzare con forze politiche esenti dalla raccolta firme, il problema c'è eccome. Gli apparentamenti di coalizione, infatti, si comunicano al Ministero dell'interno contestualmente al deposito dei simboli di lista, dunque tra il 44° e il 42° giorno prima del voto, mentre le liste si consegnano nelle varie corti d'appello tra il 35° e il 34° giorno prima del voto: di fatto, quindi, le coalizioni diventano ufficiali solo una settimana prima che si inizino a depositare le liste e otto giorni prima che i termini per il deposito si chiudano. In termini pratici questo vorrebbe dire avere solo sette, otto giorni al massimo per raccogliere le firme per le liste, inserendo sui moduli i nomi dei candidati comuni nei collegi uninominali (per i quali, peraltro, non serve alcuna firma).
Il problema in effetti c'è, ma non si potrebbe risolvere accordandosi per tempo con i partiti esenti dalla raccolta firme, così da individuare i nomi per i candidati dei collegi uninominali anche prima del deposito degli apparentamenti?
In teoria sì, ma in fatto è che fino a quando non scade il termine per depositare le coalizioni, quello tra i partiti resta un accordo di scarso valore. Se poi, dopo le ore 16 del 42° giorno prima del voto, salta fuori che un partito esente dalla raccolta firme non ha presentato apparentamenti, anche se informalmente aveva detto che si sarebbe coalizzato con le tue liste, che cosa si fa? Si sono raccolte le firme per niente, perché i candidati comuni per l'uninominale inizialmente stabiliti non valgono più... 
In effetti diventa una questione di fiducia e, in ogni caso, il gioco non può dirigerlo il partito che non è esente dalla raccolta firme.
Esatto, di fatto non c'è in partenza una condizione di parità tra concorrenti e persino tra potenziali alleati. Per questo motivo noi chiediamo che come minimo si superi questa lettura che di fatto discrimina i soggetti politici, privilegiando quelli che, non dovendo raccogliere le firme, possono decidere fino all'ultimo chi candidare ed eventualmente con chi coalizzarsi: a loro, tanto, basta scrivere un altro foglio o riempirlo poco prima della consegna, mentre così di fatto le liste che devono raccogliere le firme sono quasi costrette a correre da sole. Una cosa che mi pare contrario allo spirito, se non alla lettera della Costituzione.
L'interpretazione data dal Viminale all'inizio de 2018, quando ministro era Marco Minniti, è rimasta uguale anche dopo l'arrivo di Matteo Salvini?
Purtroppo sì: l'11 giugno Riccardo Magi alla Camera ha presentato un'interrogazione a risposta immediata al ministro dell'interno, chiedendo cosa intendesse fare il governo per eliminare "una vera e propria disparità nell'accesso alla competizione elettorale". Il giorno dopo, al question time, il ministro Salvini si è limitato a dire che "le istruzioni fornite dal Ministero dell'Interno e la relativa modulistica non possono che essere strettamente aderenti al dato testuale abbastanza complesso e sicuramente rivedibile", ma ogni modifica alle norme elettorali, comprese quelle sulla presentazione delle candidature, "dovrà necessariamente passare attraverso un intervento legislativo", quindi non c'è spazio per interpretazioni diverse.
Certo è che, a questo punto, una raccolta firme sul solo simbolo - come quella configurata dal testo che io ho redatto - che chiedesse ai partiti almeno di precisare in modo definitivo quale simbolo intendono adottare per le elezioni, ma lasciasse interamente alle forze politiche la responsabilità della scelta dei candidati e delle alleanze, risolverebbe il problema alla radice... 
Assolutamente sì, infatti Emma Bonino ha insistito molto perché noi nella nostra proposta di riforma della presentazione delle liste mettessimo anche questo elemento che sarebbe un'innovazione davvero radicale rispetto alla nostra tradizione. Eppure sarebbe un cambio di mentalità sensatissimo, anche perché toglierebbe di mezzo un elemento di discriminazione: oggi, come dicevo, chi non deve dimostrare la propria consistenza fa le liste come gli pare, mentre chi deve dimostrarla raccogliendo le firme si dà per scontato che debba farsi validare le liste dagli elettori e questo è discutibile, perché la prova di "esistenza" deve riguardare la singola forza politica e non le candidature che presenta. Raccogliere le firme sul simbolo, invece che sulla lista, sarebbe un elemento di grande semplificazione, ma anche di grande razionalità: se si deve dare prova di consistenza come partito, a prescindere dalle candidature, sparirebbe anche il problema di dover indicare prima i candidati solitari o comuni dei collegi uninominali e chi raccoglie le firme sul simbolo potrebbe redigere le liste negli stessi tempi dei soggetti esenti. D'altra parte, se davvero il senso della raccolta firme fosse ottenere una prima validazione delle liste del corpo elettorale, allora bisognerebbe eliminare tutte le esenzioni, ma così si torna al punto di prima.
Torniamo per un attimo all'autenticazione delle firme: nella vostra proposta volete che il potere di autenticare le firme elettorali sia esteso stabilmente, oltre che agli avvocati cassazionisti, anche a tutti gli altri avvocati e ai consiglieri regionali, nonché a persone indicate alle Corti d'appello dai promotori della raccolta firme e scelte tra coloro che hanno i requisiti per fare il presidente di seggio elettorale. Giusto?
Giusto, anche se per noi è già discutibile l'idea che una firma debba essere autenticata da qualcuno, quando potrebbe bastare un'autocertificazione, come avviene in altri paesi, o una dichiarazione online. Paradossalmente, si fanno più "traffici" se si prevede l'autenticazione rispetto al non prevederla: considerando che in certe condizioni far autenticare le firme diventa particolarmente complicato, chi non ci riesce probabilmente cercherà di presentare le proprie candidature in modo irregolare o con altri espedienti; se invece bastasse raccogliere le firme con l'autocertificazione, prevedendo comunque controlli sulla regolarità dei documenti presentati e punendo le irregolarità, forse sarebbe un'operazione più alla portata di tutti e anche più seria. Detto questo, se nell'immediato rimarrà l'istituto dell'autenticazione, per noi sarà essenziale allargare in modo ragionevole e stabile la platea degli autenticatori.
Comprendo, ma da tecnico le chiedo: non pensa che allargando la platea dei soggetti abilitati ad autenticare, aumentino anche le possibilità di irregolarità nella raccolta firme, con la possibilità che qualcuno falsifichi le sottoscrizioni degli stessi autenticatori o che questi autentichino con più leggerezza firme non apposte davanti a loro, proprio per la loro inesperienza?
Guardi, non glielo so dire ed è giusto che lei ponga il problema, se secondo lei c'è: mi sento soltanto di dirle che, per esperienza, più una regola è semplice e "praticabile", meno viene violata e meno incentivi ci sono a violarla. Consideri anche che le numerose vicende elettorali finite all'attenzione dei giudici degli ultimi anni dovrebbero aver fatto capire che eventuali irregolarità nella raccolta firme possono portare a problemi seri: se si semplificano le regole e quindi diventa più facile rispettarle, si dovrebbe davvero essere disincentivati a comportarsi in modo scorretto. Non invoco certo lo stato di necessità, ma mi metto nei panni di chi ha bisogno di raccogliere le firme in un territorio, ma non conosce nemmeno un consigliere comunale, non ha un notaio amico che magari si presta a stare al banchetto delle firme senza chiedere di essere pagato o non ci sono cancellieri di tribunale disponibili, diventa oggettivamente più difficile centrare l'obiettivo; se invece fosse più semplice avere persone disponibili all'autenticazione, magari anche tra coloro che possono prestarsi per spirito civico o per militanza, sarebbe più facile organizzarsi e, come dicevo, ci sarebbero meno situazioni "al limite" o oltre.  
Eppure il numero di soggetti già abilitati, in base alla legge n. 53/1990, mi pare già abbastanza ampio, senza bisogno di correre il rischio di aumentarlo ancora...
Posso capire che in certe situazioni, soprattutto nei comuni medio-grandi, si possa avere quest'impressione, magari pensando ai consiglieri comunali disponibili. Io penso però a comuni relativamente piccoli come il mio, in cui ci sono meno di venti consiglieri e magari sono piuttosto "polarizzati", dunque è più difficile trovare il consigliere che magari il sabato o la domenica viene al tuo banchetto e, come prevede la legge, resta lì tutto il tempo. Più ci si allontana dalle città, più la cosa diventa complicata, almeno per partiti diversi dal Pd, dalla Lega e probabilmente dal MoVimento 5 Stelle che hanno consiglieri un po' dappertutto, per non parlare delle forze politiche nuove che non hanno alcun contatto con il territorio. Ecco perché credo che sarebbe meglio puntare sull'autocertificazione o sulla raccolta online con qualche strumento di verifica: mi pare che la raccolta delle firme, come la si fa oggi, sia rimasta una procedura borbonica.
Per chiudere la nostra chiacchierata: alcune modifiche che proponete riguardano solo le elezioni politiche, come la questione dei collegi uninominali. Altre in prospettiva potrebbero interessare anche le altre competizioni elettorali, come la questione delle esenzioni o delle autenticazioni, o magari la raccolta di firme solo sul simbolo di cui parlavamo: vi limitereste a chiedere la modifica della legge elettorale politica o sarebbe opportuno prendersi un po' di tempo per una riforma complessiva?
Per me è scontato che sarebbe meglio prendersi il tempo necessario per una riforma complessiva; se però ci fosse l'esigenza di accelerare, allora potremmo obtorto collo inserirci nella logica italiana del precedente, per cui se un congegno viene adottato per un livello di competizione elettorale poi lo si può estendere agli altri. Ma mi auguro davvero che l'idea di raccogliere le firme sul simbolo, come la vorremmo noi e come l'ha pensata anche lei, possa trovare interesse e diventare realtà, perché è una cosa che si capisce e che rimuoverebbe vari ostacoli e varie disuguaglianze.