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lunedì 16 dicembre 2019

"Piove governo ladro": guida lessicale (e simbolica) alla politica, firmata Colombo

"Le parole sono parole / e tu puoi anche non credermi". Non appaiano fuori luogo questi due versi di Alberto Testa, scritti sulla musica di Memo Remigi - ormai star indiscussa per tutti i #drogatidipolitica che seguono settimanalmente Propaganda Live su La7 - e cantati a Sanremo nel 1966 da Ornella Vanoni e Orietta Berti: il fatto è che la politica, come è facile capire, è fatta innanzitutto e soprattutto di parole. Le "parole parlate" dei discorsi parlamentari, delle conferenze stampa e delle dichiarazioni (più tutte quelle che l'avvento dei social network ci rovescia addosso da anni), ma anche quelle stampate su carta o scritte sulle pagine di un sito internet (testata giornalistica, blog o social, anche qui, non importa). Un profluvio di parole che ci sommerge e, per giunta, talvolta è oscuro: si usano parole ed espressioni dal significato non univoco, oppure si rinnovano citazioni sbagliando l'attribuzione o modi di dire di cui si è confusa l'origine. 
Un po' di ordine, in tutto ciò, non può che giovare: ha da pochissimo provato a riportarlo Ettore Maria Colombo, cronista parlamentare per il Quotidiano Nazionale e per TiscaliNews, con il suo imponente volume Piove governo ladro (All Around, 352 pagine, 18 euro). Nelle intenzioni è "un Dizionario della Politica della Terza Repubblica, senza dimenticare le altre..." (le maiuscole sono meritate, per il tanto lavoro svolto e non solo); nei fatti è una guida non illustrata - ma per nulla noiosa - alla politica italiana attraverso il "politichese" e, insieme, l'ennesima dimostrazione che il vocabolario politico italiano (inteso come lessico impiegato) è drammaticamente scaduto con l'andare del tempo. E, quel che è peggio, questa decadenza interessa a pochi.

Parol(acc)e nuove o rinnovate

D'accordo, nel libro di parolacce come normalmente le si intendono ce ne sono poche e alcune delle più famose si collocano pienamente nella Prima Repubblica: la politica come "sangue e merda" di Rino Formica o, ancor prima, l'ardente desiderio "che nessuno ci rompa i coglioni" del protoqualunquista Guglielmo Giannini. Eppure il primo capitolo del libro - riferito alla Terza Repubblica (che qui si fa correttamente iniziare nel 2013) ma con varie reminescenze della Seconda e, volendo, della Prima - dimostra che non occorre usare quelle male parole per parlare di politica che si abbassa alla volgarità e al linguaggio triviale (in senso etimologico, cioè il linguaggio usato dal popolo all'incrocio delle strade). 
Perché sì, saranno volgari i riferimenti alle "palle" (piene o rotte) attribuiti a Matteo Salvini - ma si raccomanda assolutamente la lettura del dibattito a Palazzo Madama datato 14 settembre 1994, quando si dovette discutere sull'insindacabilità del senatore Vittorio Sgarbi, tacciato di vilipendio di Oscar Luigi Scalfaro per aver detto in pubblico "L'Italia ha un Presidente della Repubblica senza palle" - ma è difficile ritenere meno volgare la frase "è tutto un magna magna": l'ha consacrata al di fuori della politica parlamentare Roberto Benigni in Johnny Stecchino, eppure somiglia proprio tanto a "questi so' tutti malviventi" di Antonio Razzi (al punto che il "magna magna" a volte viene attribuito erroneamente a lui).
Il dizionario/frasario della Terza Repubblica compilato da Colombo si apre con "Abbassare i toni" (invito presidenziale o di maggioranza, argine alla volgarità e alla bassezza generalmente non accolto) e si chiude con "Whatsapp (politica fatta con)", sottolineando che "la politica ormai si fa più su WhatsApp che dal vivo", per il contatto diretto con chi la fa (anche perché, come scrive l'autore nel finale, se devi cercare un politico "meglio mandare un WhatsApp e vedersi arrivare una faccina, al telefono mica risponde"), ma anche per gli innumerevoli gruppi creati: "Ci sono quelli dei deputati e dei senatori di un gruppo parlamentare, che lì si scambiano convocazioni e comunicazioni ufficiali come se fosse un ufficio postale, oltre che opinioni e commenti politici. Ci sono i gruppi di partito, rigorosamente suddivisi per corrente, il che vuol dire che se finisci nel gruppo di un’altra corrente o partito da un giorno per l’altro sei un voltagabbana, anche se digitale, perché stai cambiando campo e schieramento. E ci sono quelli che i portavoce e gli uffici stampa dei leader mettono in piedi per i giornalisti, inviando loro foto, testi, notizie (rare, a dirla tutta) e spunti utili per poter raccontare al meglio i loro beniamini".
Nel mezzo, tra la prima e l'ultima voce, c'è di tutto. Ci sono espressioni consolidate, di cui è stato impossibile liberarsi, coniate da chissà chi (come "agibilità politica", anche se il fine era chiaro) o da soggetti ben noti ("Pdmenoelle", "asfaltare", "ditta") o riferite a stagioni politiche precise ("Bunga-Bunga", "cene eleganti", "non vittoria", "meno tasse per tutti", "senza se e senza ma"). Ci sono concessioni al linguaggio popolare e popolaresco, come "ammanigliato" (al nord "ammanicato"), "ammucchiata", "inciucio" (di cui si cerca meritoriamente di ricostruire l'etimo), "pacchia" (lucignolesca prima che salviniana) e "quadra" (l'origine è chiaramente tutta bossiana: "'quadra' aveva una coloritura in più se pronunciata dalla voce roca di Bossi: quelle due “a” aperte e ravvicinate sapevano di 'roba' grande, squadrata, e di uomini tosti. Oggi, detta da altri, ha un sapore più light"). Si trovano poi inevitabili precipitati calcistici, dalla "campagna acquisti" (meno forte del bucolico e triviale "mercato delle vacche", ma rovina l'idea romantica della sola vera campagna, quella elettorale) al "fare squadra" (ne ha parlato giusto oggi il presidente Conte), fino al classicone della "discesa in campo" (berlusconiana ma sempre ripresa; l'altisonante "salita in politica" montiana andò maluccio). Ci sono le debolezze esterofile di chi si ostina a chiamare i politici del Pd democrats o dem (meno peggio e più indolore il secondo del primo, a giudizio di chi scrive) o a parlare di endorsement ciò che potrebbe essere ancora definito "appoggio" o "sostegno" (mentre si è partorito anche l'orribile verbo "endorsare"), come ci sono le fake news ("tutti, ovviamente, se ne lamentano. Sui social e nelle aule parlamentari. Tutti, però, se possono, le usano per scagliarle negli occhi degli avversari e far loro male") e i radical chic (espressione degli anni '70 usata spesso a sproposito, tranne forse che per Fausto Bertinotti). 
Naturalmente ci sono gli "-ismi" della Terza Repubblica, ben poco o per nulla permeati dall'ideologia: vengono dal passato "celodurismo" (riveduto e corretto), "buonismo" (e anche il suo opposto "cattivismo", anche se entrambi i significati per Colombo andrebbero aggiornati), "cerchiobottismo", "doppiopesismo" e "antiberlusconismo", mentre sono nuovi "renzismo" e "antirenzismo", "grillismo", "salvinismo", "benaltrismo" (brutto vizio, certo non solo politico), "maanchismo" (grazie all'imitazione di Walter Veltroni fatta da Maurizio Crozza). E ci sono le ibridazioni contemporanee, come "Renzusconi" e "MaZinga" (passando, anche se non è censito, per il "SalviMaio" di scanziana creazione) e i derivati moderni, per cui se non bastano i renziani e i salviniani arrivano le "renzate" / "salvinate" e (parbleu!) il "renzeggiare" o il "salvinizzare". Così come ci sono elementi in apparenza imprescindibili per l'osservazione della politica odierna ("fidanzate", "hashtag") e le nuove versioni del passato, per cui dal "contratto con gli italiani" si passa a quello "di governo", il "torsonudismo" ha cambiato proprietari, la "vacanza" dei politici di oggi non somiglia affatto a quelle del passato, mentre i "pieni poteri" continuano a far paura. L'elenco comprende pure i riflessi della damnatio memoriae, come nelle voci "derenzizzazione" e "desalvinizzare" (anche se qui non si può parlare di memoria, essendo ancora l'era salviniana pienamente in atto anche se il soggetto in questione non è più al governo) e il gusto per l'iperbole, per cui le riforme sono sempre "epocali" per chi le persegue e - a fronte di una "manina" non gelida ma insidiosa - si abbonda in accrescitivi ("criticoni", "giornaloni", "professoroni", "rosiconi") per attaccare e delegittimare gli avversari.
Già, perché "delegittimare" sembra uno dei concetti chiave, cerniera tra Prima, Seconda e Terza Repubblica (nessuna di queste ha davvero meritato la maiuscola, ma le ultime due fanno rivalutare la prima). "La delegittimazione dell'avversario politico - scrive Colombo - non ha mai conosciuto tregua nel nostro Paese, dai tempi della guerra fredda quando comunisti e democristiani si affrontavano a colpi di insulti ('Forchettoni!', 'Servi di Stalin!', 'Mangiapreti!', etc.) fino alla rivalità tra centrodestra e centro-sinistra nei vent'anni del decennio berlusconiano". L'autore, al proposito, cita un passo di Massimiliano Panarari, che identifica la delegittimazione come un quid pluris rispetto al conflitto e allo scontro, per cui "uno o più soggetti negano ad altri il diritto di governare una nazione, e in termini più radicali addirittura di esistere, sostenendo che essi sono incompatibili con uno o più valori sui quali è fondata la sfera pubblica": proprio l'idea alla base della conventio ad excludendum, tutta della Prima Repubblica (se ne dirà tra poco). Altro concetto irrinunciabile è "narrazione", per gli anglofili storytelling: "da esposizione obiettiva del fatto che si intende narrare - si legge nel libro - la 'narrazione' è diventata una forma di comunicazione volta esclusivamente a conquistare consensi, attraverso un'esposizione che valorizza ed enfatizza solo la qualità e quantità dei valori di cui si è portatori, delle azioni che si sono compiute e che si ha in mente di compiere, degli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere. E per generare un buon racconto politico non servono solo contenuti, c'è bisogno di uno storyteller che sia anche un leader, che faccia leva sulle emozioni, colpendo intuito, cuore, testa e pancia degli ascoltatori, intesi, in questo caso, come elettori" (e per trasformare lo storyteller in un brand, in una marca, di solito servono anche fior di professionisti).

Riaggiustare e ricordare

Occorre essere grati all'autore per l'enorme impegno profuso in quest'opera, che fa passare in ultimo piano qualche errore di troppo su nomi e date e un paio di sviste storiche (su Marat e sugli Hyksos, alle voci Avvocato (del popolo) e Derenzizzazione) o musicali (i versi di Francesco De Gregori dedicati a Craxi - "si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone" - vengono da La ballata dell'Uomo Ragno, mentre qui sono attribuiti a Signor Dobermann. Che poi era Dr. Dobermann, per cui si potrebbe cogliere l'involontaria influenza del brano del Principe dedicato a Marco Pannella, appunto Il signor Hood).  
L'opera di sistemazione del lessico politico-parlamentare compiuta dall'autore inizia fin dal titolo del libro (ben interpretato anche dalla copertina). Di "Piove, governo ladro", tra le frasi più ripetute dentro e fuori dai bar, Colombo ricostruisce precisamente l'origine satirica: "è un'imprecazione usata per la prima volta nel 1861 dal vignettista, illustratore, caricaturista, ma anche giornalista, scrittore, viaggiatore Casimiro Teja" su una vignetta da lui pubblicata sul suo giornale Il Pasquino, con i mazziniani che reagiscono così di fronte a un comizio funestato dalla pioggia, attribuendo la colpa del tempo avverso al governo di obbedienza sabauda. Lo stesso spirito filologico emerge nella ricostruzione di un'espressione consolidata ma mai uscita di moda, anche se oggi di "lacrime e sangue" parla chi critica i provvedimenti e non chi li propone: l'autore è attento a recuperare l'originale discorso di Winston Churchill datato 13 maggio 1940 (have nothing to offer but blood, toil, tears, and sweat) per rendere giustizia alla frase integrale sempre menomata, che fa venire in mente le lacrime (vere, non parlate o paventate) di Elsa Fornero nel pronunciare la parola "sacrificio" 71 anni dopo. L'impegno si conferma pure nell'attribuire correttamente l'espressione "convergenze parallele" non ad Aldo Moro, che aveva parlato di "convergenze democratiche", ma a Eugenio Scalfari, che aveva coniato il concetto antieuclideo sull'Espresso.
"Convergenze parallele", peraltro, rientra nel secondo capitolo, intitolato "dizionario del politichese", in assonanza almeno parziale al volume che Gino Pallotta, già celebre notista politico del Tg2, pubblicò alcuni decenni fa. Si tratta di un tentativo - che a chi scrive appare riuscito - di guidare il lettore tanto al lessico specialistico della politica e delle dinamiche pubbliche e parlamentari (il cui uso si è consolidato dalla Prima Repubblica), quanto alle parole "semplificate e banalizzate" della Seconda Repubblica (ma c'è anche un po' della -Terza), da chiarire, svelare e - quando è possibile - ben collocare.
Così sembra particolarmente utile la disamina sui vari tipi di formule politiche (di governi o dei partiti) e di governo normalmente evocati: si passano in rassegna governi amici, balneari, di coalizione, di minoranza, kamikaze (uno solo per ora, l'ultimo a guida Fanfani), della non sfiducia, di solidarietà nazionale, del presidente, di larghe intese, di scopo, di unità nazionale, istituzionali, politici, tecnici, governicchi e governissimi, fino a negare ogni legittimazione (vivaddio!) all'espressione "governo non eletto da nessuno". Si dà la giusta collocazione a concetti di cui per troppe persone si era persa l'origine o la si ricordava in modo sommario, quali "alternativa democratica" (Berlinguer), "apertura a sinistra", "arco costituzionale", "cabina di regia", "caminetti", "cavalli di razza", "desistenza", "doppio incarico", "due forni" e così via. Colombo poi prende in esame e dà la corretta lettura di espressioni tipiche del linguaggio parlamentare, spesso bistrattate da chi è poco avvezzo alle procedure di aula: è il caso di "canguro", "filibustering" (o ostruzionismo), "franco tiratore", "ghigliottina", "potere a fisarmonica" del Quirinale (Amato), "rimpasto", "vincolo di mandato", ma anche "passi perduti", vale a dire il "Transatlantico" di Montecitorio in cui - politici a parte - solo il personale della Camera, dei gruppi e i giornalisti sono ammessi; non manca poi attenzione a fasi quali il "compromesso storico" o a fenomeni come il "consociativismo" e la "lottizzazione".
L'occasione, peraltro, è ghiotta anche per virare sul colore politico, da intendersi qui non in senso letterale (a quello si arriva tra poco), ma parlando del racconto collaterale di fatti e fatticelli che rendono più sapido il resoconto politico. Sono imperdibili i vari patti, alcuni consacrati (dalla staffetta Craxi-De Mita alla crostata chez Letta, anche se pare fosse una crème caramel, dal CAF Craxi-Andreotti-Forlani fino al più recente ABC tra Alfano, Bersani e Casini e a quello "del Nazareno"), altri quasi dimenticati, ma non dai #drogatidipolitica (da quello "del garage" tra Occhetto e D'Alema a quello "delle vongole" tra Buttiglione e D'Alema - ma a questo punto ci stava anche quello "delle sardine" o "dei tramezzini" tra D'Alema, Buttiglione e Bossi, nella casa romana di quest'ultimo, preparatorio al "ribaltone" - fino quello "della caffetteria" tra La Russa, Matteoli e Gasparri). Così come non si può non sorridere di fronte alle voci lessicografiche sul "bersanese" e al "dipietrese" o nel ricordare i "mezzi di trasporto della politica", dal pullman di Prodi allo scooter di Di Battista, passando per treni e navi da crociera.

Quando i simboli fanno capolino

Se il libro si chiude con una sezione di "Chi lo ha detto", riportando un'antologia spesso assai poco floreale di ipse dixit di politici noti di dell'altro ieri, di ieri e di oggi (giusto per avvertire meglio il progressivo scadimento del livello), e con una bibliografia sui generis di libri, firme e siti cui riferirsi per i #drogatidipolitica di qualunque età, in questo spazio web non si può evitare di notare che, qua e là, i simboli spuntano nella narrazione enciclopedica e pretendono anch'essi un po' dell'attenzione del lettore.
Le prime avvisaglie, in effetti, si hanno già nel primo capitolo, innanzitutto con la voce "Caravanserraglio", applicata a ogni coalizione numerosa ed eterogenea, ma soprattutto a quella "dell’Unione che, nel 2006-2008, vedeva una pletora di partiti e partitini dividersi le spoglie di un governo debole, il Prodi II, che infatti presto cadde, tra confusione e appetiti famelici che spingevano gli alleati gli uni contro gli altri": pare quasi di vederla, quell'accozzaglia di sigle, con tutti i loro emblemi (Ds, Margherita, Rosa nel Pugno prima della rispaccatura tra Radicali italiani e Sdi, Verdi, Pdci, Prc, Consumatori uniti, Italia dei valori, Pensionati e Lega per l'autonomia - alleanza lombarda, oltre alle varie minoranze linguistiche) assai più dei colori dell'arcobaleno-emiciclo inserito nel simbolo dell'Unione, che con l'Ulivo aveva solo una lieve assonanza grafica.
Sempre nel primo capitolo, qualche dettaglio simbolico si respira quando arriva la voce "Gialloverde e giallorosse (le coalizioni di governo)", in cui si ricorda come "in Italia, per antica prassi giornalistica e politologica, i governi venivano spesso 'colorati' in base ai simboli dei partiti che li compongono" e, se la pratica nella Seconda Repubblica era caduta in disuso (vuoi per la costante tendenza arcobaleno, vuoi perché per certi partiti era difficile battezzare un colore definito), "con la Terza Repubblica si è tornati alle gradazioni cromatiche, forse per mal vezzo dei giornalisti". Nessun dubbio, dunque, sul fatto che il logo del MoVimento 5 Stelle abbia il giallo delle stelle come tinta dominante (anche se la V caratterizzante è rossa).
Il fatto è che ormai, come scrive Colombo nell'introduzione, "anche coi colori non ci si capisce più nulla". Così si parla di coalizione gialloverde (anche se da queste parti si è sempre preferito la definizione "paglia e fieno") nonostante il colore dominante del simbolo leghista sia da sempre il blu (quello dei conservatori, ma non negli States) e dalla fine del 2017 dall'emblema dominato da Alberto da Giussano sia sparito - assieme al Nord - anche il "sole delle Alpi" (che pure ha accompagnato per un paio di anni anche il nome di Salvini) e, con esso, ogni traccia di verde, colore che in realtà tingeva soprattutto le camicie, i foulard e le pochette di eletti e militanti del Carroccio. 
Quando poi è nato il governo Conte-bis (o, inevitabilmente, "bisConte"), si è parlato di coalizione "giallorossa": il Pd da solo, anche nella versione di Zingaretti, avrebbe garantito poco il secondo colore, in teoria più supportato dalla presenza di Liberi e Uguali (l'emblema più rosso in circolazione fin qui, anche se ormai esiste solo come gruppo parlamentare e non più come forza politica attiva). Certo, ora l'amalgama cromatico sembra doversi schiarire, dopo la certificazione di Italia viva come quarta forza politica, assai più tendente al bianco; è però un po' più difficile dirlo se si guarda ai colori del suo simbolo stile Instagram (in cui il rosso sfumato per lo meno c'è).
Nel secondo capitolo, tuttavia, i simboli esplodono: anche se non c'è una voce espressamente dedicata a loro, irrompono sulla scena e pretendono almeno un paio di passaggi importanti e qualche passerella. All'inizio, va detto, sembrano accontentarsi di fare solo per un attimo capolino con la voce "Alleanza", quando Colombo sottolinea che "la 'politica delle alleanze' può fare la differenza, alle elezioni o per la formazione dei governi e la loro durata". La citazione del 1994, con lo schieramento "a geometria variabile" a guida berlusconiana è quasi d'obbligo: così davanti agli occhi del lettore si materializzano quei contrassegni elettorali compositi del Polo delle libertà al Nord, con bandierina di Forza Italia abbinata al guerriero leghista di Legnano, e del Polo del buon governo al Sud, in cui il tricolore sviluppato in orizzontale si accompagnava alla miniatura di Alleanza nazionale (che peraltro piazzava il nome intorno alla fiamma e non nel blu, confinato nel segmento circolare inferiore) e alle sigle dell'Udc (non quella democristiana, ma quella liberale di Raffaele Costa), del Ccd di Casini e del Polo liberal democratico di Adriano Teso e Carlo Usiglio. Riesce quasi incredibile notare, per giunta, come quei nomi siano sopravvissuti nella memoria dei più senza essere mai apparsi all'interno dei simboli citati (peraltro destinati alla sola scheda del Senato), ma tant'è.
Il primo acuto di primo piano, tuttavia, i simboli lo rivendicano con la voce "Animali della politica", perché quasi sempre - al di là delle tante bestie vere che Filippo Ceccarelli ha raccontato nel suo Teatrone della politica - gli animali in politica sono finiti soprattutto negli emblemi dei partiti. Lasciando stare la balena bianca democristiana e l'elefante rosso dei comunisti, entrambi nati della fantasia immaginifica di Giampaolo Pansa, è inevitabile pensare alle elezioni europee del 1999, quelle in bilico tra gli Stati Uniti e il mondo dei cartoon: prima nacque l'asinello dei Democratici, frutto dello spunto offerto da Arturo Parisi (e accettato, non senza fatica, da Romano Prodi, come difficile fu mantenere insieme prodiani, i sindaci di "Centocittà", gli orlandiani, l'Unione democratica di Maccanico e Di Pietro), poi comparve l'elefantino schierato dall'estemporanea coppia di Alleanza nazionale e Patto Segni (ma l'ultimo ad apparire fu anche il primo a dissolversi, visti i risultati del tutto insoddisfacenti). Tra i vari animali, Colombo non manca di ricordare il gabbiano arcobaleno dell'Italia dei Valori, quasi sempre accompagnato al nome del fondatore-ispiratore, Antonio Di Pietro, fatta salva l'ultima parte della storia del partito (dal 2013 in avanti), in cui era sparita ogni traccia del primo leader, ma nel frattempo si erano dileguati anche i voti a livello nazionale e locale, quindi l'emblema dopo il 2018 (partecipazione a Civica popolare) è sostanzialmente sparito.
Poi si parla di "colori della politica" e qui, di nuovo, non si può non parlare di simboli. Anche se, come già anticipato, "oggi è come stare davanti a un semaforo impazzito", con "confusione cromatica" un po' da tutte le parti. Anche se pure in passato, volendo, non si scherzava: nessuno osa contestare l'associazione tra rosso e il Partito comunista italiano (e lo stesso Partito socialista italiano, soprattutto quello delle origini), eppure "lo scudo a croce con la scritta Libertas [...] era bello rosso", anche se sulle schede appariva nero per cause di forza maggiore; quanto al fondo del simbolo della Democrazia cristiana, lo si vedeva bianco e tale poteva essere, mentre l'azzurro sarebbe arrivato solo più avanti, prima timidamente nei manifesti e poi nel simbolo elettorale del 1992.
Quanto al tricolore, oltre che stare costantemente nella bandiera sotto a quella rossa con falce e martello del Pci ("a dire: Comunisti, ma italiani"), ha sempre tinto anche la bandiera del Partito liberale italiano - tanto nelle forme tradizionali, quanto in quelle più moderne dalla fine degli anni '70 - e la fiamma del Movimento sociale italiano, "forse per non riportare troppo alla memoria le camicie nere"; eppure all'inizio era nero il trapezio sotto la fiamma (quasi a ricordare la bara mussoliniana), fino a quando la conversione cromatica dell'inizio degli anni '90 - il colore sulle schede elettorali arriva solo nel 1992 - l'ha tinto di rosso e perfino di giallo oro). 
Passando invece al verde, è stato innanzitutto del Partito repubblicano e della sua foglia d'edera, oltre che dei Verdi (assieme al giallo del sole che ride) ben prima che arrivasse la Lega Nord di Bossi, con il "Sole delle Alpi" e le sue camicie in tinta. Già, perché per Ettore Maria Colombo "con l'avvento della Seconda Repubblica tutto si complica", dunque il verde cambia padrone (anche per sopraggiunta irrilevanza del Pri), il tricolore diventa soprattutto quello forzista e - per poco tempo, non particolarmente fortunato, al di là della vittoria del 2008 - quello del Popolo della libertà a trazione berlusconiana; a sinistra si comincia a scegliere anche l'arancione (da Pisapia e De Magistris), ma ormai da tempo non si disdegna neppure il verde.


Sono verdi, in effetti, tanto la chioma dell'albero - la "quercia" - del Partito democratico della sinistra (disegnato da Bruno Magno), quanto le foglie dell'Ulivo (opera di Andrea Rauch). Questo porta inevitabilmente all'ultima voce ad alto tasso simbolico, cioè "Piante della politica". L'autore sottolinea che "la tradizione delle piante, nella politica italiana, è sempre stata forte e rigogliosa, già dalla Prima Repubblica": lo dimostra l'edera repubblicana, di cui si è già detto, così come nella Seconda Repubblica proprio la quercia e l'ulivo rappresentano pagine vegetali sufficientemente stabili e radicate da meritare di passare alla storia. Non ci si può però sottrarre dal guardare in casa socialista, anche se - come accennato dall'autore nel parlare dei colori - "le trasformazioni del simbolo dei socialisti fanno venire il mal di testa e la dicono lunga sui loro impeti scissionisti" (e "scissioni" è un'altra parola chiave passata e presente, ove mai qualcuno avesse avuto dubbi). In effetti un po' è vero e, a dirla tutta, almeno per tutti i primi vent'anni di Repubblica italiana, l'unico elemento naturalistico tra tanti segni dell'attività umana (falce, martello, libro) è il sole nascente, sia pure interpretato in modo diverso dal Psi e, dopo la scissione di Palazzo Barberini, dai socialdemocratici; di piante e di fiori però, almeno nelle immagini destinata alle schede elettorali, nemmeno l'ombra.
Cambiò tutto, invece, nel 1976, almeno dal punto di vista della botanica elettorale. Prima spuntò la rosa nel pugno del Partito radicale, mutuata dai socialisti francesi (anche se l'autore del disegno non era stato interpellato e forse nemmeno i dirigenti del partito socialista francese non erano del tutto consapevoli della portata dell'accordo tra Marco Pannella e François Mitterrand) poi, due anni dopo, il Partito socialista italiano guidato da Bettino Craxi decise di mettere nel proprio simbolo il garofano, riprendendo l'iconografia delle proprie origini e rievocando la recente "rivoluzione dei garofani" in Portogallo. 
All'inizio falce, martello, sole e libro nel nuovo corso socialista erano solo stati ridotti di dimensione (ad opera di Ettore Vitale), mentre ci vollero quasi altri dieci anni per far sparire "gli arnesi" e far restare solo il fiore (questa volta nel disegno di Filippo Panseca): dominava comunque il rosso e tutto sarebbe rimasto immutato, almeno fino all'arrivo del ciclone di Tangentopoli (c'è naturalmente anche quella voce, ma non è il caso di trattare in poche righe un fenomeno così complesso). 
Tornando alle escursioni simboliche botaniche, la quercia e l'ulivo sarebbero arrivati soltanto molti anni dopo la rosa (nel pugno) e il garofano, così come la margherita, "di nuovo un fiore, ma stavolta meno resistente e più gracile": l'emblema scelto da Francesco Rutelli è infatti durato meno degli altri visti fin qui (solo tra il 2001 e il 2007, anche se formalmente il partito è sopravvissuto di più, pur se dormiente, mentre operava il Pd). 
Sopravvisse di meno, sì, ma sempre di più di quanto sono durati il Girasole (di Socialisti democratici italiani e Verdi, 2008) e persino la rosa nel pugno risuscitata (2006) per contrassegnare Radicali italiani e Sdi, mentre la rosa europea di questi ultimi si è poi comunicata al Ps(i) di Boselli e Nencini fino a poche settimane fa, quando sotto la segreteria di Enzo Maraio si è tornati al garofano (ma con un disegno diverso). Ballarono un solo turno elettorale anche la Rosa bianca di Pezzotta, Baccini e Tabacci (2008), così come dopo il 2018 si sono perse le tracce della peonia "petalosa" di Civica popolare, guidata da Beatrice Lorenzin (già provata dalle lamentele di Conad, che aveva visto un'indebita somiglianza con il proprio marchio). 
Addirittura non nacque mai, nel senso che non si arrivò a un simbolo ufficiale, il "trifoglio" di Francesco Cossiga (Upr), Giorgio La Malfa (Pri) ed Enrico Boselli (Sdi), tra il 1999 e il 2000. Gli spigolatori di consultazioni elettorali, in effetti, sanno che nel 2000 alle regionali della Puglia una lista con quel nome e un trifoglio tricolore su fondo bianco ed europeo apparve sulle schede di Brindisi e Foggia; se però si chiede a chi dovrebbe sapere tutto o quasi di quell'operazione abortita - per esempio a Paolo Naccarato, il soggetto più cossighiano che si possa immaginare - può capitare di sentir disconoscere quell'emblema, come a dire che quello non era il "trifoglio vero", rimasto evidentemente nel mondo delle idee.

Si chiude così, con un simbolo apocrifo di un partito mai nato, il viaggio accompagnati da un libro scritto - così precisa l'autore alla fine del percorso - "in una condizione di sostanziale isolamento operoso [...] stretto tra la crisi di governo scoppiata come e peggio di un temporale d'agosto che dovevo per forza seguire e le incombenze pratiche della vita quotidiana che pure esiste". Le pagine frutto di quello sforzo sono ricche di molte cose: di dettagli, di fatica, di amarezza (non è mai abbastanza), di ricerca, di parole - lette e rilette, ascoltate e riascoltate, prima ancora che scritte - e di persone che si incrociano, riempiendo quell'ombrello al contrario che si vede in copertina: più che riparare, contiene e raccoglie, ma con il costante rischio che la struttura ceda e tutto di disperda. Intanto, però, quello che è stato scritto e finisce nelle mani dei lettori non svanisce. E se non lo si ricorda più, basta riprendere, sfogliare, cercare e ricordare.

domenica 11 agosto 2019

Che si voti ora o più in là, si prepara una strage di simboli

Ora che la crisi di governo è aperta e sta per essere parlamentarizzata (nel senso che da lunedì se ne parlerà in Parlamento, a partire dalla conferenza dei capigruppo al Senato di domani), vale la pena di mettere in luce alcune questioni collaterali, che meritano un po' di attenzione. In queste pagine ovviamente non si prenderà posizione a favore di questa o di quella forza politica - non sarebbe giusto né rispettoso verso i lettori di ogni colore politico che qui si sono sentiti a loro agio - ma è il caso di concentrare l'attenzione su alcuni punti che hanno anche qualche riflesso "simbolico" e che sono tutt'altro che secondari, a ben guardare. Perché ci sono tutte le condizioni per una strage di simboli di proporzioni galattiche.

Avanspettacolo: il voto sulle mozioni

A determinare quale dei possibili finali la storia prenderà sarà il voto dei senatori sulle mozioni presentate dalla Lega (per sfiduciare il governo Conte) e dal Pd (per sfiduciare il solo ministro Salvini): nella capigruppo di lunedì si dovrebbe decidere proprio quando calendarizzare il voto, decidendo anche in quale ordine le mozioni dovranno essere votate
Evidentemente su questo punto si fronteggeranno due distinte posizioni: la prima vorrebbe applicare la c.d. "regola di Bentham" (già valida per decidere l'ordine di votazione degli emendamenti: prima quelli soppressivi, poi quelli sostitutivi, modificativi e aggiuntivi) votando prima sulla sfiducia al governo e poi al singolo ministro, dal momento che se prevalesse l'idea di "staccare la spina" all'esecutivo, sarebbe inutile esprimersi prima sulla permanenza in carica di un singolo componente; la seconda posizione, al contrario, vorrebbe votare prima sulla sfiducia a Salvini, sul presupposto che l'esito di quel voto potrebbe influenzare quello sulla sfiducia al governo (lasciando quindi intendere che qualcuno, tolto di mezzo Salvini, potrebbe anche decidere di non sfiduciare il governo o di non partecipare al voto, cosa che non sarebbe disposto a fare con il ministro dell'interno al suo posto).

Scenario 1: elezioni in autunno (ma intanto...)

Stabilito l'ordine ci sarà il voto. In caso di sfiducia, il Presidente della Repubblica attiverà le consultazioni innanzitutto per verificare l'esistenza di un'eventuale maggioranza per un nuovo governo (ipotesi né semplice né impossibile, in ogni caso da verificare, anche guardando all'azione di Sergio Mattarella negli anni scorsi); se nessuna maggioranza emergerà, anche solo per un governo meramente elettorale, resterà solo l'opzione dello scioglimento delle Camere, con il voto in autunno. In questi giorni si era parlato di una domenica di ottobre, ma in ogni caso le elezioni dovrebbero tenersi entro la metà di novembre e la data limite dipenderebbe dal giorno dello scioglimento, dal quale decorrerebbe il termine - previsto dall'art. 61, comma 1 Cost. - entro il quale devono svolgersi nuove elezioni politiche. Il procedimento elettorale inizierebbe ufficialmente non oltre i primi giorni di ottobre, con il deposito dei contrassegni al Viminale; se però si votasse il 13 ottobre, i simboli dovrebbero essere depositati - e dunque anche definiti - tra il 30 agosto e il 1° settembre
Non è inutile ricordare che questa soluzione creerebbe non pochi problemi. Innanzitutto, entro il 26 agosto sarebbe attesa l'indicazione del nome del commissario europeo spettante all'Italia; il 15 ottobre, poi, il documento programmatico di bilancio dovrebbe comunque essere trasmesso alla Commissione europea e all'Eurogruppo (e prima ancora, cioè entro la fine di settembre, dovrebbe essere aggiornato il Documento di economia e finanza e il ministero del Tesoro dovrebbe produrre la Relazione sul conto consolidato di cassa relativa al primo semestre 2019), poi in ogni caso si aprirebbe la sessione per discutere e approvare la legge di bilancio e di stabilità. Certo, ci sarebbe comunque un governo in carica per l'ordinaria amministrazione, ma queste non sembrano esattamente questioni di quel tipo e, in ogni caso, hanno un pesante valore politico.

Scenario 2: si vota sul taglio dei parlamentari?

Se, al contrario, emergerà la possibilità di una nuova maggioranza, i tempi per le elezioni si allungheranno inevitabilmente: e questo a prescindere dal destino della riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari. Certo è che se questa fosse approvata in quarta lettura dalla Camera, la vita della legislatura in corso si allungherebbe, e non per questioni di opportunità ma di diritto costituzionale. Già in terza lettura al Senato, infatti, il testo non è stato approvato con una maggioranza dei due terzi (ma solo con la maggioranza assoluta= ed è assai probabile che lo stesso accada alla Camera: anche se non sarà così, l'art. 138, comma 2 Cost. prevede che la riforma possa essere sottoposta a referendum ove, "entro tre mesi dalla [...] pubblicazione" in Gazzetta Ufficiale, ne facciano richiesta un quinto dei membri di una Camera, 500mila elettori o cinque consigli regionali. 
La richiesta potrebbe non esserci (e non è affatto detto che non arrivi, soprattutto da un fronte parlamentare trasversale contrario al taglio, non troppo preoccupato di apparire "difensore della Casta"), ma i tre mesi dalla pubblicazione si dovrebbero attendere comunque: non si potrebbe quindi votare subito e questo evidentemente sposterebbe già di per sé le elezioni al prossimo anno (e questo anche nell'ipotesi in cui il quarto voto sulla riforma venisse anticipato ad agosto). Se poi la richiesta arrivasse e l'Ufficio centrale per il referendum la ritenesse legittima, a norma della legge n. 352/1970 il Consiglio dei ministri dovrebbe entro 60 giorni indire il referendum, che a sua volta dovrebbe svolgersi "in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all'emanazione del decreto di indizione", il che si tradurrebbe in minimo due mesi complessivi di attesa (a voler far davvero in fretta), che quindi si aggiungerebbero ai tre già attesi per le richieste di referendum.

Scenario 2.1: Collegi da ridisegnare

Qualora al referendum sulla revisione costituzionale (per il quale non è previsto il quorum) prevalessero i sì, si avrebbe lo stesso effetto dei tre mesi trascorsi senza richieste di referendum. Si potrebbe votare subito dopo, in quel caso? Più o meno, ma proprio subito no. In effetti in questi mesi si è compiuto un passo per ridurre i tempi, anche se è avvenuto quasi nel silenzio (o nel disinteresse generale): la recentissima legge 26 maggio 2019, n. 51 ha infatti modificato il testo delle disposizioni per eleggere i deputati e i senatori sul territorio italiano, eliminando l'indicazione dei numeri dei seggi da attribuire nei collegi uninominali e stabilendo che quei seggi sono pari a tre ottavi di tutti gli scranni attribuibili in ciascun ramo del Parlamento. L'idea di fondo - illustrata nella relazione al disegno di legge S. 881, a prima firma del senatore M5S Gianluca Perilli, cofirmato dal leghista Roberto Calderoli e dall'altro M5S Stefano Patuanelli - era di "rendere neutra, rispetto al numero dei parlamentari fissato in Costituzione, la normativa elettorale per le Camere", garantendo "che il Parlamento sia in ogni momento rinnovabile" ed evitando lacune normative in grado di paralizzare lo scioglimento delle Camere e la macchina delle elezioni.
Si è voluto dunque accelerare i tempi, ma almeno un passaggio non si può evitare: l'eventuale entrata in vigore della revisione costituzionale che taglia il numero dei parlamentari richiederebbe per forza la determinazione dei nuovi collegi uninominali e plurinominali di Camera e Senato. Facendo l'esempio con la Camera, gli uninominali passerebbero da 231 a 146 (inclusi quelli di Trentino - Alto Adige e Molise, escluso il collegio della Valle d'Aosta) quindi è ovvio che dovrebbero essere ridisegnati quasi tutti e altrettanto varrebbe per quelli plurinominali. La legge approvata a maggio contiene già la delega eventuale al governo in materia e la rideterminazione dei collegi dovrebbe avvenire con un decreto legislativo, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, mentre - secondo quanto già previsto dalla riforma elettorale approvata alla fine del 2017 - il lavoro pratico "a monte" per ridisegnare i collegi toccherebbe a una commissione di esperti presieduta dal presidente dell'Istat (commissione alla quale, come l'esperienza insegna, generalmente viene messa una fretta indiavolata perché finisca i lavori al più presto). E quel lavoro non potrebbe nemmeno essere anticipato - a rigore - nei tempi che dovessero precedere l'eventuale referendum: la delega al governo scatterebbe solo in caso di promulgazione della riforma costituzionale, non di semplice pubblicazione in attesa di referendum.

Scenario 2.2: Parlamentari tagliati e partiti sbarrati

Una volta determinati i collegi, la macchina elettorale potrebbe finalmente partire e le forze politiche potrebbero decidere chi candidare e dove. Dovrebbero però avere ben presente -tutte - una cosa: ne sopravviveranno pochissimi, molti meno di prima e, soprattutto, molti di meno di quello che la legge suggerirebbe. E non si tratta solo di un effetto fisiologico dato dal passare da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori (392 e 196 dei quali da eleggere in Italia).
Il fatto è che nella legge elettorale, come risultante dalle modifiche apportate via via, in particolare dalle riforme del 2015 e del 2017, è tuttora prevista, tra l'altro, una soglia di sbarramento del 3% per accedere alla ripartizione proporzionale dei 5/8 dei seggi, vale a dire 245 alla Camera e 117 al Senato. Già così sarebbe facile vedere che, se tutto fosse un semplice gioco percentuale, a un partito appena sopra soglia toccherebbero 7 seggi alla Camera e 4 al Senato, decisamente poca roba; eppure le cose sono molto più complesse. Ne parla da settimane soprattutto il deputato piemontese di Liberi e Uguali Federico Fornaro; gli ha dedicato spazio soprattutto Ettore Maria Colombo (dal cui blog provengono i dati che seguono), sottolineando gli effetti pesanti del taglio dei parlamentari sulla rappresentanza, soprattutto al Senato.
Per capire le dimensioni del problema, occorre ricordare che, per le norme elettorali in vigore, la ripartizione dei seggi è svolta su scala nazionale alla Camera e su scala regionale, dunque regione per regione, al Senato: questo per rispettare il dettato dell'art. 57, comma 1 Cost, in base al quale il Senato è eletto "a base regionale". Una volta verificato quali liste e coalizioni hanno superato le soglie di sbarramento previste, si compie una prima operazione sommando tutti i voti espressi a favore di liste o coalizioni e dividendo tale somma di voti per il numero di seggi da attribuire con la quota proporzionale nel collegio plurinominale; successivamente, si divide il numero di voti ottenuto da ogni singola lista non coalizzata o coalizione per il numero ottenuto (definito "quoziente elettorale", che dice in pratica a quanti voti equivale un seggio); il risultato ottenuto, senza decimali, equivale ai seggi che spettano alla singola coalizione o lista "sciolta" (se la somma delle parti intere è più bassa del numero di seggi da assegnare, quelli restanti si distribuiscono in base ai maggiori resti); da ultimo, si distribuiscono i seggi spettanti alle coalizioni tra le liste sopra soglia che ne fanno parte. 
Questo complesso di operazioni, come ricordato sopra, dev'essere svolto a livello nazionale per la Camera, in ogni singola regione per il Senato. La questione è tutto meno che secondaria: la difficoltà di ottenere un seggio in questa o in quella regione, infatti, si lega strettamente al numero di senatori attribuiti a ciascuna regione; più è basso il numero, più è difficile ottenere eletti anche ottenendo percentuali rilevanti. Le regioni che contano su almeno dieci senatori passerebbero da 10 a 9 (Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Puglia, Toscana); se si guarda ai seggi da distribuire con il sistema proporzionale, però, disporrebbero di almeno dieci scranni solo Lombardia (19), Lazio (11), Campania (11) e Sicilia (10). 
Questi numeri dovrebbero essere più facili da leggere: per assicurarsi un seggio a livello regionale se quelli disponibili sono dieci, occorrerebbe avere almeno il 10% dei voti espressi in quella regione. In pratica, una lista che ottenesse il 5% a livello nazionale, in quella singola regione non otterrebbe nulla, perché non ci sarebbero seggi per questa in base al riparto proporzionale; potrebbe avere qualche speranza in più una lista che arrivasse vicina al 9%, se non altro perché per legge non parteciperebbero alla somma totale dei voti le liste non coalizzate che non hanno ottenuto il 3%, dunque la percentuale del 9% calcolata sul totale dei voti potrebbe pesare di più se il calcolo si riferisse a una platea di voti più ristretta, in presenza di una sensibile dispersione di voti (es.: 90 voti su 1000 sono il 9%, ma se 55 voti sono finiti a liste non coalizzate che non hanno superato la soglia del 3%, il totale dei voti da considerare non è più 1000 ma 945 e i 90 voti di prima "pesano" come se fossero un 9,52%; se poi i voti "dispersi" fossero 110, magari spalmati su quattro liste, su un totale di 890 i 90 voti "peserebbero" per il 10,1%). 
In ogni caso, al Senato anche liste ben sopra il 3% resterebbero senza rappresentanza in regioni diverse dalla Lombardia (in cui, comunque, bisognerebbe superare benino il 5% per stare al sicuro). Una lista media o medio-piccola, se inserita in una coalizione, potrebbe salvarsi puntando sui collegi uninominali, a patto di riuscire a "imporre" alla coalizione propri candidati in collegi relativamente sicuri, in una sorta di "pretesa di tribuna": ormai, però, quelli davvero "blindati" sono pochi e non è affatto detto che i partiti maggiori della coalizione siano disposti a cederli, visto il taglio dei parlamentari. Di certo, le liste non coalizzate non particolarmente forti non potrebbero contare nemmeno su quella strada: se la Lega andasse da sola di certo non avrebbe problemi (né sull'uninominale né sul proporzionale), mentre qualche problema in più potrebbe averlo già il M5S in alcune regioni e sicuramente lo avrebbe qualunque altra forza politica (comprese Forza Italia e Fratelli d'Italia, per non parlare di +Europa o della sinistra) che dovesse immaginare una corsa solitaria, ma anche in coalizione con partiti molto più forti.
L'effetto principale della riforma costituzionale ed elettorale (che, come sottolineato da Colombo nel suo articolo, sarebbe il calco del taglio dei parlamentari proposto nella scorsa legislatura da Gaetano Quagliariello), dunque, a valle sarebbe un ulteriore sbarramento alle forze politiche, ma già a monte si ridurrebbero drasticamente i simboli presenti sulla scheda elettorale, almeno su quella del Senato: l'asticella alta o altissima in gran parte delle regioni farebbe desistere, forse, anche solo le battaglie di testimonianza, suggerendo alle forze minori di puntare piuttosto a federarsi con partiti esistenti, chiedendo loro di ospitare propri candidati nelle loro liste bloccate (difficile però che vengano messi in buona posizione, per lo stesso motivo visto prima). Alla Camera il problema sarebbe meno grave, se non altro perché - come detto prima - la distribuzione dei seggi si fa a livello nazionale, quindi è più facile ottenere percentuali utili su 245 seggi; di certo, però, diventerebbe ancora più difficile di ora riuscire a prevedere, per le forze minori, dove potrebbero uscire i pochi seggi conquistati (e quanti sarebbero).

Incidente comune: lo sbarramento delle firme (continua...)

Questi, dunque, sarebbero gli effetti della riforma, che chi scrive non vorrebbe e per evitarli è disposto ad accettare che lo Stato non riesca a risparmiare 500 milioni a legislatura (la democrazia costa: meglio risparmiare altrove che sulla rappresentanza); altri, naturalmente, sono liberi di preferire il taglio dei parlamentari per non avere più il Parlamento "più affollato d'Europa", quanto agli eletti (il che è vero, oggettivamente).
In ogni caso, che la riforma vada in porto o no e, prima ancora, che dopo agosto ci sia o meno una maggioranza, prima o poi alle urne si dovrà tornare e il numero di simboli sulle schede rischia di essere ridottissimo anche senza taglio dei parlamentari. In base alle norme vigenti, infatti, gli unici soggetti che potrebbero presentare candidature senza altre formalità sono quelli che hanno un gruppo parlamentare in entrambe le Camere dall'inizio della legislatura (M5S, Pd, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia) o che rappresentano minoranze linguistiche e abbiano ottenuto almeno un seggio (salvo errore, Svp-Patt, Uv). Tutti gli altri soggetti eventualmente interessati a partecipare, anche se presenti in Parlamento, dovrebbero raccogliere e autenticare almeno 1500 firme per ogni collegio plurinominale; eccezionalmente, trattandosi di elezioni anticipate, il numero minimo scenderebbe a 750. 
Il compito oggi si presenta piuttosto difficile, soprattutto per forze non troppo diffuse sul territorio; potrebbe esserlo meno se passasse la riforma (i collegi plurinominali alla Camera sarebbero di meno), ma a giudicare dagli sforzi fatti da molti partiti a livello nazionale e regionale per evitare di raccogliere le firme, il compito si presenta ugualmente difficile per molti (persino per partiti con una buona presenza in Parlamento). La questione è seria, ma merita di essere trattata con più attenzione, dopo Ferragosto. Intanto, prepariamoci a una moria di simboli mai vista prima.