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martedì 15 settembre 2026

Raccolta firme: memoria corta sulle liste "non serie", mitosi dell'esenzione

Oggi, esattamente alle ore 11 e 45, il Senato ha approvato la riforma elettorale, modificata rispetto al testo ricevuto dalla Camera; il progetto di legge, dunque, dovrà tornare a Montecitorio, per l'esame delle parti che sono state emendate a Palazzo Madama. L'aula di Montecitorio, quindi, dovrà esprimersi di nuovo sull'introduzione delle preferenze, sulla quale la maggioranza era stata battuta con il voto segreto, così come dovrà valutare le altre modifiche apportate al testo, da quelle sulla riduzione delle circoscrizioni per i seggi destinati alla circoscrizione Estero (Europa ed ExtraEuropa per la Camera e una sola per il Senato) e sulle modifiche ai collegi uninominali rimasti in provincia di Bolzano, fino alla norma che ha fatto più discutere nelle ultime ore, quella sulla quadruplicazione delle firme necessarie per le liste presentate da soggetti politici che non hanno rappresentanza nelle Camere.
Si è già avuto modo di esprimere tutte le perplessità del caso legate sia all'aumento di quattro volte delle firme richieste, raggiungendo quote mai sperimentate nell'esperienza repubblicana italiana (non si è mai andati oltre lo 0,61% - raggiunto nel 2022 - mentre il nuovo sistema richiederebbe in ogni collegio plurinominale sottoscrizioni per una quota tra lo 0,401% e il 2,46% del corpo elettorale di quel territorio), sia al modo in cui la modifica è stata fatta, vale a dire con una riformulazione da parte del governo di un emendamento che si occupava di un altro istituto (la "soglia di utilità", da cancellare) collocato in una fase molto diversa (il conteggio dei voti ai fini della distribuzione dei seggi). Tutto ciò, per giunta, senza che un solo rappresentante del governo abbia dato conto in aula del motivo alla base di' una revisione così pesante del numero di firma da raccogliere, cioè della condizione per partecipare alle elezioni: qualche spiegazione, come si è detto, era arrivata da esponenti di rilievo di Forza Italia (Stefania Craxi) e Fratelli d'Italia (Lucio Malan), ma non dal governo, dal quale sarebbe stato naturale attendersi qualche chiarimento dal momento che aveva subordinato a una riformulazione il proprio parere favorevole all'emendamento Zedda, considerando anche che nel giro di una manciata di ore si sono succedute due versioni dello stesso testo riformulato.
Però ieri e oggi, bisogna dirlo, sulla questione delle firme è intervenuta la ministra per le riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti in Casellati. Qualche dichiarazione si è letta sui quotidiani usciti oggi, in più la ministra ha risposto a un'intervista stamattina, nella trasmissione Start di Sky TG24. Ha un'apposita domanda della giornalista Giovanna Pancheri, Alberti ha giustificato così il testo finale della disposizione sulla raccolta delle firme, peraltro senza fare alcun riferimento all'eliminazione della "soglia di utilità":
"C'è un tema che guida la nostra la legge: la ratio è l'antiframmentazione. Cosa succedeva negli anni precedenti? Che si presentava una serie di liste, come Forza Lazio, Forza Roma, Forza Pippo... queste costituivano un inganno per l'elettore, nel senso che francamente presentare una lista che non avesse corrispondenza con una volontà del cittadino era una presa in giro [...]. Se davvero si vuole un partito nuovo, un partito che rappresenti qualcosa, non è così difficile raggiungere questo numero di firme; poi bisogna vedere quante di queste firme si tradurranno in un voto reale, perché di questo si tratta. Del resto, nella precedente elezione, la dispersione di voti è stata di circa il 7,2%, pari a due milioni di voti: non pochi".
Sembra innanzitutto opportuno notare che la ministra, a un'espressa domanda sulla possibilità di formare in questi giorni gruppi e componenti del gruppo misto per ottenere almeno l'abbassamento del numero minimo di firme da raccogliere in ogni collegio plurinominale a 1500 (quello attualmente previsto), ha negato la praticabilità della soluzione, dal momento che le norme indicherebbero come ultimo momento utile la fine del 2025. La data citata da Alberti, infatti, è relativa esclusivamente all'esenzione totale dalla raccolta firme; è invece proprio la riformulazione richiesta dal suo governo - che, con la sua risposta, sembra curiosamente non conoscere - a indicare che il gruppo sorto in corso di legislatura o la componente del gruppo misto, per consentire la raccolta firme più lieve, in sede di prima applicazione deve esistere alla data di entrata in vigore della legge.
Premesso questo, e non sembra proprio una premessa di poco conto, non è molto chiaro come la ministra (o chi per lei) abbia fatto i conti sulla dispersione dei voti: se intende riferirsi alle liste che non hanno superato il 3%, su un totale di 28.098.196 voti validi espressi per la Camera dei deputati, i voti delle liste sotto il 3% (eccezion fatta per quelli della Svp) erano 3.036.794, pari a una quota sicuramente maggiore, cioè il 10,81%. Qualora invece facesse riferimento alle liste che non hanno ottenuto eletti (escludendo quindi dal conteggio anche Noi moderati, +Europa, Impegno civico-Centro democratico e Sud chiama Nord, che hanno eletto propri rappresentanti nei collegi uninominali), il numero di voti da considerare si abbassa a 1.601.101, pari al 5,7%; se poi si volessero considerare le liste al di fuori dei due poli (senza considerare ovviamente Azione-Iv e MoVimento 5 Stelle), si arriverebbe a 1.814.055 voti, equivalente al 6,46% dei voti validi espressi.
Al di là dei numeri citati (chi scrive è pronto a ricevere indicazioni su come quei conti sono stati fatti e a indicarli), è ovviamente legittima e persino condivisibile una ratio tanti frammentazione; molto meno accettabile sembra invece non voler lasciare il giudizio agli elettori nell'urna, ma anticiparlo di fatto a più di un mese prima delle elezioni. Giusto oggi, in un'intervista a L'Altravoce, il costituzionalista Salvatore Curreri ha ricordato - intervistato da Enrico Filotico - che "La raccolta delle firme è sempre stata prevista dal legislatore con uno scopo preciso: verificare un minimo di consistenza delle forze politiche che intendono presentarsi alle elezioni. Non a caso il requisito è legato al collegio elettorale nel quale viene presentata la lista. [...] La raccolta delle firme dovrebbe essere un requisito, per così dire, 'in negativo': serve a evitare che possano presentarsi liste prive di un minimo di consenso. Se invece si innalza il numero delle firme fino a trasformarlo in un ostacolo significativo alla presentazione, se ne modifica la funzione perché da requisito per accedere alla competizione elettorale diventa di fatto requisito per accedere alla distribuzione dei seggi". Proprio il fatto che l'aumento di quattro volte delle firme necessarie (l'origine di sei volte) sia stato introdotto in coincidenza con l'eliminazione della "soglia di utilità" dei voti (per le norme in vigore fissata al 1%, elevata al 3% alla Camera) concorrerebbero a dimostrare che "l'obiettivo di selezione resta, ma cambia il momento in cui viene esercitato: non più sulla base dei voti raccolti alle elezioni, bensì prima ancora del voto, attraverso le sottoscrizioni necessarie per poter presentare la lista. È evidente che si tratta di un onere maggiore: un conto è presentarsi e poi cercare il consenso degli elettori attraverso la campagna elettorale, un altro è dover dimostrare preventivamente un consenso così ampio". Un onere così elevato, secondo Curreri , da mettere quello a disposizione a serio rischio di essere dichiarata incostituzionale qualora la Corte costituzionale fosse investita di una questione di legittimità sollevata anche da uno solo dei giudici incaricati di esaminare i ricorsi che varie forze politiche e civiche stanno già preparando, in attesa che la legge sia approvata definitivamente ed entri in vigore.
Occorre poi approfondire quanto si era già scritto ieri a proposito del riferimento alle liste Forza Roma e Forza Lazio (che in realtà, a parte il 2006, si è sempre chiamata Avanti Lazio). Ovviamente si può pensare ciò che si vuole sull'opportunità o meno di queste liste; quando però esse si sono presentate (alle elezioni politiche, comunali, provinciali, regionali) l'hanno fatto sulla base di firme che sono state raccolte e non ci si permette, in questa sede, di contestare la genuinità delle sottoscrizioni. Il fatto che la legge distingua la figura del sottoscrittore da quella del votante comporta che una persona possa tranquillamente firmare per una vista, volendo dare a questa la possibilità che si presenti, senza che questo implichi che debba anche votarla nell'urna (magari perché la vera lista che il singolo elettore o la singola elettrice vorrebbe sostenere non può avere la sua firma, essendo esonerata per legge da quell'obbligo). 
In ogni caso, sostenere che quelle liste siano "un inganno per l'elettore" o una "presa in giro" e allo stesso tempo aggiungere che liste come quelle non hanno "corrispondenza con una volontà del cittadino" pare francamente una contraddizione: se i cittadini non le hanno votate, sono stati del tutto in grado di valutare cosa fosse corrispondente alla loro volontà e cosa no; pensare di intervenire alla radice, rendendo decisamente oneroso presentare quelle liste ed evitando così che siano sottoposte all'attenzione di chi vota significa avere un'opinione decisamente bassa dei cittadini e della loro capacità di discernimento. Basta, infine, entrare nel sito elettorale del comune di Roma per rendersi conto che proprio le liste Forza Roma e Avanti Lazio, spesso presentatesi da sole (nel 2001 e al primo turno del 2008 alle comunali) o in coalizione con il centrosinistra (per esempio alle regionali del 2005 o al ballottaggio comunale del 2008), nel 2003 figuravano a sostegno di Silvano Moffa, candidato del centrodestra alla presidenza della provincia di Roma, peraltro eletto anche con il sostegno di quelle formazioni.
Dal momento che quelli fatti dalla ministra sono soltanto esempi di liste ritenute dopo serie o comunque senza collegamento con la volontà popolare, come dimostra l'inesistente - salvo errore - lista "Forza Pippo" (peccato, perché gli estimatori di Goofy sono di sicuro tanti e sarebbero perfino disposti a votare quel simbolo - ammesso che il riferimento ministeriale non fosse alla schiera dei "Pippo" della politica, da Civati all'ex deputato Pippo Gianni, all'ex senatore Pippo Pagano o al politico e giurista siciliano Pippo Rao o, volendo, a "Pippo Simone detto Pippo Franco" - e magari a uno scontro epico con Viva Paperoga), si può sicuramente ampliare la casistica. E se qualcuno dalle parti del centrodestra sicuramente vorrà pensare alle elezioni del 2006, con 13 liste per l'Unione a favore di Prodi (inclusi il Partito pensionati, la Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda e la Liga Fronte Veneto che fecero irritare molto la Lega Nord e in particolare Roberto Calderoli) e 12 liste nella coalizione che appoggiava Berlusconi, è d'obbligo pensare anche al 2013, quando a fare il pieno di liste fu il centrodestra, schierando a suo favore anche - in poche circoscrizioni - il neonato Mir di Gianpiero Samorì, Liberi per un'Italia Equa (già Liberi da Equitalia) e - solo al Senato - Basta tasse di Luciano Garatti (che pure aveva una certa storia - ben nota a chi scrive - in continuità con le esperienze di Italia Unita e Basta Ladri - Basta!). Viene da dubitare, sinceramente, che sia ragionevole e coerente tenere insieme l'accusa di "presa in giro" per la "non corrispondenza con una volontà del cittadino" e la pratica di cui si è detto prima e che curiosamente non sembra ricordata, così come sembra difficile ritenere coerente l'asserzione secondo cui "Se davvero si vuole un partito nuovo [...] che rappresenti qualcosa, non è così difficile raggiungere questo numero di firme", il non avere voluto aprire alla raccolta delle sottoscrizioni in formato digitale e il fatto che le forze di maggioranza abbiano scarsamente praticato la stessa raccolta firme a livello nazionale (o l'abbiano fatta fruendo, come Fratelli d'Italia, di riduzioni consistenti).
Incidentalmente, proprio Fdi ha citato - attraverso Giovanni Donzelli - il Codice di buona condotta in materia elettorale della "Commissione di Venezia" (lo stesso in base al quale le norme elettorali non dovrebbero essere cambiate nell'ultimo anno prima del voto): lì si legge che "L’esigenza di raccolta di un certo numero di firme, per la presentazione di una candidatura, non è contraria al principio del suffragio universale. Nella pratica, quando i regolamenti pertinenti non sono utilizzati per impedire ai candidati di presentarsi, si rivela che tutti i partiti, oltre alle formazioni fantasma, ottengono molto facilmente il numero delle firme richieste,. Per evitare questo tipo di manipolazioni, è preferibile che la legge non richieda la firma di più dell’1% degli elettori". Per Donzelli la norma introdotta dal Senato va bene così perché si tratterebbe di chiedere un numero di firme equivalente allo 0,6% del corpo elettorale; peccato che nell'articolo di ieri si sia già notato che in almeno due collegi plurinominali su 49 la percentuale sia superiore all'1%. Un dato di fatto difficilmente superabile e di cui la Corte costituzionale, se investita dalla questione, non potrà non tenere conto.
 
Insieme a queste questioni, sembra essere emerso un altro aspetto rilevante, legato tanto alla possibile esenzione dalla raccolta firme per chi ha un gruppo dall'inizio della legislatura, quanto alla "riduzione" delle sottoscrizioni per chi ha un gruppo fondato in corso di legislatura o una componente del gruppo misto: quello che potrebbe ritenersi legato a "un bazar di sim­boli, sca­tole vuote con poche decine di iscritti ma con uno o due eletti in Par­la­mento e quindi con la pos­si­bi­lità di fare da taxi a altri", come ha scritto oggi in un suo articolo sul Fatto Quotidiano Lorenzo Giarelli. In qualche modo la "danza" è stata aperta - quando ancora l'emendamento Zedda riformulato non era nemmeno stato concepito - da Roberto Vannacci, che a fine maggio è riuscito a costituire una componente del gruppo misto alla Camera grazie a Free, che nel 2022 si era presentato solo nell'unico collegio plurinominale della circoscrizione Lombardia 4 (cosa che, a causa dello stesso emendamento, sotto la vigenza del nuovo testo non sarebbe più possibile) e si è inserito in quell'interpretazione dell'art. 14 del regolamento della Camera inaugurata nel 2004 con la nascita della componente Ecologisti democratici formata dalla Democrazia cristiana guidata da Gianfranco Rotondi; l'altra componente esistente, quella di +Europa, si è formata grazie all'adesione di Luca Pastorino che non appartiene al partito, ma non c'è stato nessun "prestito" di simbolo. 
Il fatto è che, a norma dell'emendamento Zedda riformulato approvato dal Senato, secondo Giarelli "par­titi finora mar­gi­nali potreb­bero tor­nare cen­trali", anche perché - come si è ricordato prima - lo stesso emendamento dà tempo fino all'entrata in vigore della legge per costituire componenti. Il primo della lista, tanto per cambiare, sarebbe Cen­tro demo­cra­tico del sempreverde Bruno Tabacci, già "compagno Br1" e poi trasfigurato in Brown Tabax, unico eletto riferibile alla lista Impegno civico - Centro democratico (ovviamente in un collegio uninominale - quello di Milano-Loreto - visto lo 0,62% ottenuto dalla lista): se almeno due deputati si unissero a lui entro l'approvazione della legge elettorale, la componente potrebbe nascere e avrebbe diritto allo sconto delle firme. L'aiuto lo attendono varie forze politiche: dal Progetto civico Italia di Alessandro Onorato al Psi e a Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, fino ad altri soggetti (come il Partito liberaldemocratico di Marattin, che pure potrebbe guardare più facilmente ad Azione).
Ovviamente anche Sud chiama Nord potrebbe tranquillamente formare una componente, se si trovasse qualcun altro che si unisse all'unico parlamentare rimasto a rappresentare il partito fondato da Cateno De Luca, Francesco Gallo. Ovviamente altre componenti potrebbero nascere attraverso grazie a uno qualunque dei simboli che non hanno avuto eletti, ma sono stati comunque presentati alle elezioni nel 2022 e che potrebbero essere "rimessi in pista" (sia pure con la fatica delle firme da raccogliere) con la collaborazione di almeno tre deputati che volessero formare una componente (anche se non è scontato che ci sia chi è disposto a lasciare il proprio gruppo, togliendo risorse a questo): l'elenco è lungo, visto che si va da Italexit (con tutto il problema legato alla rappresentanza dell'associazione) e Unione popolare, fino a Vita, Alternativa per l'Italia e a Forza del Popolo, passando per il Partito della follia creativa (del dottor Giuseppe Cirillo!), il Partito animalista, il Pci e Noi Di Centro di Mastella. 
Se però c'è chi pensa a cercare di abbassare l'asticella (quasi come Fantozzi ai giochi aziendali), qualcun altro potrebbe avere la tentazione di eliminarla proprio. Già, perché lo stesso articolo di Giarelli si parla anche di un "vero suk" potenziale, individuato in Noi mode­rati, che oggi è un partito, ma allora era una fede­ra­zione che conteneva ben quattro sim­boli, quelli di Noi con l'Italia (il gruppo originario di Maurizio Lupi), di Italia al Centro di Giovanni Toti, di Coraggio Italia di Luigi Brugnaro e dell'Unione di centro. Segnala Giarelli che "secondo un'inter­pre­ta­zione ampia delle norme, cia­scuno di que­sti sim­boli godrebbe dell'esen­zione dalla rac­colta firme anche qua­lora si sfi­lasse dalla fede­ra­zione" (Giarelli ricorda anche l'Italia dei valori, apparentata con Noi con l'Italia - e oggi federata con Noi moderati - ma non presente nel fregio elettorale). 
Davvero sarebbe percorribile quella strada? L'articolo dà di nuovo voce a Sal­va­tore Cur­reri: "È pro­ba­bile che pre­valga l’ipo­tesi di più esen­zioni, del resto sarebbe inu­suale anche il con­tra­rio, e cioè che a non dover rac­co­gliere le firme fosse solo una iden­tica fede­ra­zione di nome Noi mode­rati". Questo sarebbe dovuto al fatto, tra l'altro, che l'Udc ha due eletti (Lorenzo Cesa alla Camera, Anto­nio De Poli al Senato), Coraggio Italia può contare su Michaela Biancofiore; occorre notare peraltro che Noi con l'Italia nel 2023 ha formalmente cambiato nome in Noi moderati e che forse questo non aiuterebbe a moltiplicare le esenzioni.
In ogni caso questo riporta alla mente, oltre che un dubbio sollevato proprio da Curreri nel 2018 (quando, su lacostituzione.info, temeva che i "simboli-liste matrioska" potessero far nascere più gruppi parlamentari aggirando le nuove norme regolamentari del Senato), ciò che era accaduto alla vigilia delle elezioni del 2022, proprio pensando al simbolo della lista +Europa - Centro democratico del 2018, che quattro anni e mezzo dopo di fatto generò due esenzioni: per il costituzionalista Giovanni Guzzetta l'Italia era "la terra dei miracoli" in cui le esenzioni si moltiplicavano e che "se [le forze politiche] vogliono una corsia preferenziale così ampia rispetto al viottolo lasciato agli altri cittadini, questi ultimi hanno tutti gli strumenti per giudicarli. Certo se da un lato si rende la vita più facile a chi è già nelle istituzioni e dall'altro non si interviene per dare una chance dignitosa a chi da fuori voglia legittimamente entrarci (magari anche senza esenzione), non ci si può poi lamentare che il populismo dilaghi, l'astensionismo aumenti e la fiducia nella politica tocchi i minimi storici"; sempre Guzzetta notò che "Nel caso di Centro democratico nelle scorse elezioni la lista che ha ottenuto il requisito per l'esonero era formata dalla fusione di Centro democratico e +Europa. Quindi a mio parere in termini strettamente giuridici, il soggetto che ha diritto all'esenzione non è né il Centro democratico da solo, né la lista +Europa da sola. Perché è attraverso la loro fusione che hanno ottenuto quel consenso che ha garantito loro il requisito per l'esenzione stessa", arrivando a ritenere che interpretazioni estensive delle disposizioni sull'esonero dalla raccolta firme fossero pericolose perché gli uffici elettorali avrebbero potuto poi dare letture diverse.
Del resto, se passasse la linea di ritenere lecitamente "scorporabili" le quattro anime di Noi moderati quand'era federazione, sarebbe possibile praticare la mitosi di Alleanza Verdi e Sinistra, esentando tanto la lista guidata da Europa Verde quanto quella promossa da Sinistra italiana (cosa che potrebbe essere utilissima per il centrosinistra). Nella remota eventualità che nessun'altra forza fosse interessata a fruire di quell'esenzione moltiplicata, sarebbe bello esentare la lista Forza Pippo, evocata dalla ministra delle riforme istituzionali: forse, essendo finita nel calderone della cronaca politica di questi giorni, merita di esistere un po' di più (anche se la Disney non sarebbe d'accordo nel veder utilizzato il disegno di Goofy).

martedì 9 aprile 2024

Noi moderati entra, Berlusconi resta: Forza Italia verso le europee

Mancano meno di due settimane al deposito al Ministero dell'interno dei contrassegni per le elezioni europee che si terranno l'8 e il 9 giugno e iniziano a essere svelati i simboli con cui i partiti maggiori si apprestano a finire sulle schede per contendersi il consenso di elettrici ed elettori. Oggi, in particolare, è toccato a Forza Italia, che nel pomeriggio ha svelato - letteralmente - il contrassegno delle liste comuni in preparazione con Noi Moderati, in una conferenza stampa tenuta presso i locali della Camera da Antonio Tajani e Maurizio Lupi. 
Nei giorni precedenti si erano già registrate varie voci concordanti circa l'intenzione di costruire una lista comune tra i due partiti, in nome del condiviso riferimento al Partito popolare europeo (Fi è il membro italiano più consistente,  Noi moderati non ne è membro al momento ma indubbiamente guarda a quell'area e vi si riconosce) e allo scopo di rafforzare il risultato della "corsa comune" (visto che il partito di Lupi, da solo, ben difficilmente avrebbe potuto raggiungere il 4%). Le anticipazioni giornalistiche, peraltro, avevano messo in chiaro anche come da parte di Noi moderati fosse stata manifestata un'esigenza di visibilità all'interno del simbolo, perché non passasse il messaggio di un mero "diritto di tribuna" simile a un'assimilazione o, peggio, a un'annessione a Forza Italia (vale a dire il partito di Lupi fino al 2009). 
Alla fine, invece che per l'inserimento del simbolo in miniatura, si è optato per il leggero restringimento dell'ultima grafica elettorale di Forza Italia per ricavare, nella parte inferiore, un segmento blu scuro con la denominazione di Noi moderati in bianco e arancione, cioè con gli stessi caratteri e colori adottati nel simbolo ufficiale; sparisce invece la sfumatura dello sfondo, così come l'ondina tricolore che di norma stacca il segmento bianco inferiore nel cerchio. Per quanto parziale, la citazione identifica in pieno il nucleo del simbolo legato a Lupi (anche perché manca un vero pittogramma al suo interno) e l'inserimento non ha richiesto interventi radicali sul fregio forzista: ridotta leggermente la bandierina tricolore inventata nel 1993 da Cesare Priori, è stato conservato praticamente identico il cognome di Silvio Berlusconi (presente nei contrassegni di Fi alle europee del 2014 e del 2019 e mantenuto grazie all'autorizzazione degli eredi, in particolare della figlia Marina), mentre appare decisamente ridotto il rilievo dell'apposizione "presidente", che torna sulle schede per Strasburgo dopo avere caratterizzato il simbolo del Pdl nel 2009. Quanto al riferimento alla politica europea, se nel 2019 era comparsa la scritta "per cambiare l'Europa" (inserita forse per non perdere troppi voti a favore di una Lega salviniana allora fortissima, ma a prezzo della sparizione del riferimento alla famiglia politica europea e di uno schiacciamento della bandierina davvero poco gradevole), questa volta Forza Italia ha semplicemente mantenuto il nome del Ppe scritto per esteso ad arco nel contrassegno, aggiunto prima delle elezioni politiche del 2022 per marcare la propria collocazione distinta da quella di Fdi e Lega all'interno del centrodestra.
L'alleanza presentata oggi punta a superare il 10% (non si sa ancora se con la candidatura diretta di Tajani oppure no) grazie alla proposta di un progetto unitario, che non somigli a una mera somma di simboli ma nemmeno a una fusione tra i due soggetti politici: lo scopo dichiarato è di rafforzare il centro per consolidare l'azione del governo guidato da Giorgia Meloni e fare pesare di più la delegazione italiana del Partito popolare europeo (il partito europeo con più eletti in questa eurolegislatura e, probabilmente, anche nella prossima).
Se non è dubbia la collocazione popolare della lista, così come si parla del probabile collegamento con quella formazione della lista che sarà presentata dalla Südtiroler Volkspartei e dal Partito autonomista trentino tirolese (altre due forze aderenti al Ppe), occorre ricordare che non tutti i partiti italiani aderenti ai popolari europei aderiranno alla lista di Forza Italia e Noi moderati: al di là delle scelte di Alternativa popolare (che formalmente si dice ancora intenzionata a partecipare alle elezioni, anche se non si sa sulla base di quale condizione possa ragionevolmente credere di evitare la raccolta delle firme), infatti, bisogna considerare l'accordo tra Lega e Udc per inserire candidature della seconda nelle liste della prima. E se era già accaduto che nel 2019 lo scudo crociato non finisse sulle schede per l'accordo elettorale tra Fi e Udc, sarà interessante vedere se nel contrassegno della Lega, aderente a Identità e democrazia, apparirà qualche traccia del simbolo dell'Udc. Mettendo in disparte, evidentemente, tutte le parole memorabili contro i democristiani e i loro eredi pronunciate o diffuse del fondatore e demiurgo della Lega Lombarda - Lega Nord, Umberto Bossi, in tanti anni di militanza politica.

lunedì 22 maggio 2023

Noi moderati, nuovo simbolo per diventare partito

Si è celebrato lo scorso fine settimana (20 e 21 maggio dunque) a Roma il primo congresso di Noi con l'Italia, di fatto interpretato come l'assise fondativa di Noi moderati, nata come quarta lista del centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2022 e in procinto di trasformarsi in partito. 
La storia si ripete, sia pure con qualche variante. Nel 2018, come si ricorderà, Noi con l'Italia era nata a sua volta come "quarta gamba" elettorale del centrodestra, grazie all'apporto di Direzione Italia, Scelta Civica, Fare!, Cantiere Popolare, Movimento per le Autonomie e un numero rilevante di fuoriusciti da Alternativa popolare (incluso il futuro leader, Maurizio Lupi); il soggetto elettorale si era completato con l'apporto (graficamente invisibile) di Identità e Azione e quello (ben evidente sul piano visivo) dell'Unione di centro, che al simbolo simil-Pdl con tricolore pennellato su fondo blu aveva accostato lo scudo crociato. L'esito non era stato memorabile (1,3% alla Camera), vari pezzi - a partire da Udc e Idea, come pure i fittiani di Direzione Italia - si erano distaccati in fretta, ma gli altri avevano creduto opportuno continuare il cammino comune, trasformando Noi con l'Italia in un partito e portando Lupi alla presidenza. Quasi cinque anni dopo, Maurizio Lupi si ritrova a guidare la costruzione di una nuova forza politica centrista e moderata, avendo come base di nuovo l'aggregazione sperimentata alle ultime elezioni politiche (con un risultato ancor meno soddisfacente rispetto al 2018, essendo stato mancato l'obiettivo dell'1%) e dovendo contare già su defezioni rilevanti: quella più significativa riguarda ancora una volta l'Udc, che pare intenzionata a seguire un altro percorso (magari quello con Gianfranco Rotondi, per riunire il vecchio nome della Dc allo scudo crociato), ma altre forze sembrano pronte al nuovo cammino.
La mozione che proponeva la conferma di Lupi alla presidenza (l'altra indicava come nuovo leader Andrea Galli, modenese, ex Forza Italia, che nelle scorse settimane ha lanciato dure accuse contro lo stesso Lupi e la sua gestione del partito) tracciava in modo piuttosto netto il percorso di cui si diceva: "Il nome 'NOI moderati' oggi individua un gruppo parlamentare, cioè un insieme di persone, ognuna con la sua storia, la sua sensibilità culturale e politica, che si esprime unitariamente nella massima istituzione della nostra Repubblica, quel Parlamento che rappresenta la nazione [...]. Il nome 'NOI moderati' però illumina anche il nostro futuro, ci dà un compito che potrebbe avere la sua prima verifica elettorale nelle prossime elezioni europee, ma che avrà la sua prima verifica reale nel lavoro che noi, 'Noi con l'Italia' saprà fare da subito sui territori, nelle città, nei quartieri, nelle periferie, in mezzo ai bisogni di cui la politica, noi, 'Noi con l'Italia', deve farsi interprete e nei confronti dei quali le ideologie storiche e i partiti che ad esse continuano a fare riferimento si sono dimostrati inadeguati".
Certamente sarà parte di quel percorso Italia al Centro di Giovanni Toti: del resto, proprio Noi con l'Italia e il partito guidato dal presidente della giunta ligure erano stati i primi soggetti a unirsi in vista delle elezioni politiche del 2022 (prima che si aggregassero anche Coraggio Italia e Udc). Toti stesso ha tenuto il penultimo intervento della giornata congressuale di ieri, subito prima delle parole di Lupi: l'alleanza-nucleo che aveva anticipato Noi moderati viene dunque confermata, nel tentativo di dare maggiore consistenza all'aggregazione centrista, magari potendo contare anche sulle forze territoriali che in varie elezioni hanno costruito liste che hanno partecipato - a volte con successo ed eleggendo consiglieri, a volte meno - alle competizioni locali e che potrebbero rappresentare il nascente partito a livello comunale o regionale.
Tra gli altri interventi congressuali si devono registrare quelli di Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida ed Eugenia Roccella per Fratelli d'Italia, Antonio Tajani per Forza Italia e Matteo Salvini per la Lega; eppure per i #drogatidipolitica è molto più meritevole di interesse quello che ha preceduto le parole di Lupi. Lo ha pronunciato Ignazio Messina, segretario dell'Italia dei Valori. Di fatto quel discorso ha sancito la partecipazione dell'Idv al percorso costituente di Noi moderati: non a caso da qualche settimana Messina risulta tra i vicecoordinatori politici di Noi con l'Italia (tra i vice dunque di Renzo Tondo). Ci si può volendo stupire di questa scelta, ma in effetti già in vista delle elezioni del 2022 l'Idv aveva appoggiato proprio Noi moderati, scegliendo per la prima volta il centrodestra a livello nazionale. 
Tre soggetti politici con "Italia" nel nome, dunque, hanno scelto di dare una struttura più stabile a Noi moderati. Nella stessa occasione è stato lanciato pure il nuovo simbolo che dovrebbe accompagnare il percorso e che sostituisce quello - assai poco felice sul piano grafico, vista la struttura di matrioska di terzo grado - che era finito sulle schede elettorali il 25 settembre 2022. Il blu iniziale del fondo si è fatto sfumato, dall'azzurro al blu scuro; il nome è rimasto uguale, ma ora è scritto in un carattere "bastoni" corsivo e marcato (simile al Nexa) oltre che ombreggiato, con la parola "Noi" sempre maiuscola e in evidenza e la parola "moderati" tinta di giallo; sotto una piccola onda tricolore c'è uno spazio vuoto, magari per contenere il nome del leader o del candidato. Viene facile pensarlo perché il nuovo simbolo, in effetti, non è del tutto nuovo: in occasione delle elezioni regionali lombarde di quest'anno, infatti, era già stato anticipato dal contrassegno della lista che univa Noi moderati e Rinascimento di Vittorio Sgarbi. Graficamente la qualità è migliorata (e non ci voleva molto...), ma bisogna ammettere anche che il nuovo simbolo appare piuttosto anonimo, tutto basato sui colori (quelli in cui forse può riconoscersi la persona moderata di centrodestra) e senza il minimo tentativo di individuare un elemento simbolico per rappresentare quell'area. Forse lo si è fatto per evitare di rischiare soluzione graficamente discutibili, ma è comunque un peccato non aver provato a tradurre in grafica un'idea.

giovedì 11 agosto 2022

Noi moderati, per il centrodestra una matrioska di terzo grado (a rischio)

Quando, dopo la presentazione venerdì scorso dei simboli delle due liste moderate e centriste di centrodestra - la prima che all'esente Noi con l'Italia associava Italia al Centro, la seconda che all'esonerata Coraggio Italia associava l'Udc - era circolata con sempre maggiore insistenza la notizia in base alla quale quelle due formazioni elettorali si sarebbero dovute unire in un unico cartello, fino alla conferma avuta due giorni fa, non pochi #drogatidipolitica avevano reagito con poca sorpresa e un po' di timore. La scarsa sorpresa era data da considerazioni pratico-matematiche, sulla base delle norme elettorali in vigore: quasi certamente quelle liste, rese possibili dalle esenzioni dalla raccolta firme introdotte poche settimane fa, non avrebbero raggiunto il 3% a livello nazionale (dunque non avrebbero ottenuto alcun seggio), ma evidentemente c'è chi deve aver tastato il rischio che almeno una delle due potesse non arrivare nemmeno all'1% (dunque i suoi voti non sarebbero stati nemmeno conteggiati a favore della coalizione), per cui dev'essere partita la riflessione - spontanea o "ordinata" - volta a unire ulteriormente le forze, dopo la prima doppia fusione della settimana scorsa.
C'era però, come si diceva, anche un certo timore, legato essenzialmente a un fatto grafico-estetico. Venerdì scorso si erano già commentati certamente non con favore i due contrassegni compositi, soprattutto per alcune delle soluzioni utilizzate per accostare i fregi partitici: se in entrambi i casi il risultato ottenuto appariva poco soddisfacente, veniva naturale domandarsi cosa sarebbe potuto accadere nel tentativo di far convivere in uno stesso contrassegno addirittura quattro forze politiche legate sì alla stessa area, ma distinte tra loro, anche solo per le vicende legate al loro sorgere, oltre che per questioni politiche. Sarebbe stato possibile, come hanno fatto altre forze politiche, indicare in modo esplicito solo una delle liste esenti (o, volendo, anche entrambe), per poi trovare il modo di ricomprendere le altre sotto qualche dicitura: soluzione ragionevole, ma non facile o addirittura impossibile immaginando di avere di fronte soggetti politici che tengono alla loro autonomia o identificabilità. 
Quando oggi è stato effettivamente presentato il contrassegno di lista, i peggiori timori si sono puntualmente avverati. Alla lista è stato dato il nome di Noi moderati (e se ne parlerà dopo), nome che riprende volutamente - e anche graficamente - il "Noi" di Noi con l'Italia, con l'aggiunta subito sotto della parola "moderati", in un carattere graziato e corsivo; entrambi gli elementi risultano leggermente inclinati (un po' come le parole nel tricolore di Forza Italia, ma meno di così), disposti su uno sfondo blu scuro, con una circonferenza bianca all'interno. Quasi la stessa inclinazione hanno i due emblemi delle liste che hanno ritenuto di unire le loro forze, praticamente identici a quelli varati venerdì scorso, se non per un piccolo - ma significativo - particolare. In particolare, se la miniatura del simbolo di Coraggio Italia - Udc è identica alla grafica divulgata pochi giorni fa, nel cerchio medio dedicato a Noi con l'Italia e Italia al centro il cerchietto di quest'ultima forza politica ci si rende conto che Italia al Centro ha rinunciato all'arancione nella parte inferiore del suo simboletto. In pratica, questo ha avuto due conseguenze: in questo modo, il simbolo di Italia al Centro finisce per somigliare molto a quello di Noi con l'Italia per come viene proposto questa volta (con il riferimento a Maurizio Lupi); in più, sulla parte di fondo che ora è bianca è pressoché impossibile distinguere il profilo dell'Italia inserita nell'emblema.
Al di là di questa scelta grafica, forse spiegabile con l'intento di far somigliare i simboli di Noi con l'Italia e Italia al centro (entrambi in stile Pdl) oppure di ricalibrare i colori e far pesare un po' meno l'arancione (ma sul risultato è lecito avere dubbi), il punto davvero dolente è un altro. Nel cerchio grande del simbolo tondo - che già contiene la circonferenza bianca concentrica - sono contenuti due cerchi medi, che a loro volta contengono o altri due cerchi piccoli di diversa dimensione o un cerchio piccolo e un fregio sciolto; di più, i cerchi medi finiscono per sovrapporsi leggermente, mettendo in secondo piano la coppia Coraggio Italia - Udc, e in ogni caso coprono parte della circonferenza bianca interna. Si è così di fronte a un simbolo-matrioska di terzo grado, oggettivamente inguardabile perché troppo pieno e difficile da leggere nelle dimensioni destinate alle schede (3 centimetri di diametro), come pure da descrivere sul modulo di presentazione della lista; non a caso si sono scatenate varie ironie in rete, che hanno accostato l'emblema alle figure usate per l'esame ortottico. Non è dato sapere se qualcuno abbia proposto a una o due delle quattro forze politiche di rinunciare alla propria visibilità o se si fossero fatte prove in tal senso; di certo questo risultato non soddisfa e non può soddisfare (e non si sa se solidarizzare con chi ha curato la grafica dovendo sopportare le richieste delle forze politiche o criticare questa persona per il risultato finale).
Da ultimo, lo stesso nome scelto sembra foriero di potenziali problemi. Anche se "moderati" è scritto con l'iniziale minuscola, l'uso di quella parola non è affatto piaciuto a Giacomo Portas, leader dei Moderati. Raggiunto da Isimbolidelladiscordia.it, l'ex parlamentare Portas ricorda che i Moderati hanno partecipato a elezioni nazionali nella coalizione di centrosinistra, hanno depositato più volte il loro contrassegno e da poco si sono nuovamente iscritti al Registro dei partiti politici: ritengono dunque che quest'uso della parola "moderati" sia lesivo delle loro prerogative di partiti registrati e già presenti in Parlamento. Per questo motivo, è assai probabile che il partito invii una comunicazione al Viminale per chiedere che sia tutelato il proprio diritto al nome - già riconosciuto in tribunale in altri casi - e il diritto di elettrici ed elettori a non farsi confondere; qualora il simbolo fosse comunque ammesso, è altrettanto probabile che i Moderati si oppongano rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Uno scontro imprevisto, dunque, potrebbe palesarsi nei prossimi giorni.