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domenica 3 maggio 2020

Propaganda, manifesti e simboli: riprendere un libro per conoscerli meglio

I simboli dei partiti di cui ci si occupa qui sono, com'è noto, allo stesso tempo un segno distintivo (che permetta di distinguere una formazione, una lista dalle altre) e un mezzo di identificazione, nel quale si compendia il patrimonio ideale e valoriale di un gruppo e che è in grado di trasmetterlo a chi lo vede. Soprattutto questa seconda accezione è stata la più importante per decenni in Italia ed è stata legata a doppio filo alla propaganda politica, dunque al complesso di attività volte a diffondere tra gli elettori le idee delle varie "parti" (fazioni, consorterie, partiti, ma vale più in generale per ogni gruppo portatore di un'idea o di un messaggio) e a tentare di orientare il sentire e le scelte del corpo elettorale e, più in generale, dell'opinione pubblica. Il simbolo, infatti, oltre a indicare chiaramente da chi proveniva questo o quel messaggio, non di rado era parte integrante di quello stesso messaggio, con il suo carico valoriale e anche emozionale capace di integrarsi con il mezzo utilizzato per raggiungere i suoi destinatari. 
Per decenni, senza nulla togliere agli altri mezzi, lo strumento privilegiato della propaganda politica italiana è stato il manifesto, affisso sui muri e sulle plance di tutto il Paese. Non stupisce, dunque, che proprio i manifesti siano a loro modo i protagonisti di Nel segreto dell'urna Dio vi vede, Stalin no!, volume pubblicato dieci anni fa da Irideventi e curato da Americo Bazzoffia (formatore e consulente in marketing e comunicazione digitale, giornalista e saggista, professore a contratto in vari corsi universitari e post-universitari) e Alessandro Castiello (a lungo giornalista di Radio Popolare Roma e impegnato in altre attività di comunicazione, già collaboratore di Bazzoffia quando teneva il corso di Tecniche della comunicazione pubblicitaria all'università di Roma "La Sapienza"). Nato in ambito accademico, il volume si è proposto come guida per una "storia della propaganda politica italiana" e, attraverso questa, della stessa società italiana cui la propaganda era diretta.

Già sul termine in questione, "propaganda", si potrebbe dire molto: per Fabio Mussi, già responsabile Stampa e propaganda Pci (1978-80, 1983-85), che del volume aveva scritto la prefazione, il termine è stato neutro a lungo, tra Ottocento e Novecento, mentre già nel 2010 - mentre il libro veniva stampato e diffuso - aveva assunto una connotazione negativa e si preferiva parlare di "comunicazione politica". Un'espressione che, per Bazzoffia, "non evoca regimi e rivoluzioni, e certamente ha il pregio di non poter essere trascinata in fangosi fondali". A chi scrive, in effetti, appare più professionale e calcolata, meno passionale e ideale, multidisciplinare e assai più affine alla pubblicità commerciale che alla diffusione convinta delle idee. "Propaganda" e "comunicazione politica" sembrano suggerire due approcci diversi alla medesima necessità: rivolgersi alle masse e trasmettere loro dei messaggi, al fine di creare consenso; certo, la prima sembra provenire soprattutto da una comunità (di solito identificata con il partito), la seconda può riguardare anche - e in effetti spesso riguarda - la singola persona. In entrambi i casi, tuttavia, si mira al risultato rivolgendosi, più che alla ragione, "all'inconscio e all'irrazionale", come scrive Bazzoffia, chiunque sia a rivolgersi alle masse.
Il linguaggio politico e della propaganda sembra aver conosciuto più fasi in parte sovrapposte, secondo la logica proposta da Fabrice D'Almeida e rilanciata da Bazzoffia: si è passati dal modello retorico-liturgico degli inizi (ricco di gravitas da religione civile) all'epoca simbolico-magica (quella del culto dell'immagine del capo di regime, continuamente rafforzato anche con la creazione di nemici; il modello però sarebbe continuato anche dopo la seconda guerra mondiale), arrivando all'adozione di un linguaggio pubblicitario-visivo (con l'immagine che ha conquistato il centro della scena) fino all'attuale era mediatico-etologica, e chissà se questo è davvero l'ultimo stadio o non si sono fatti passi ulteriori. Già, perché "la propaganda è una realtà estremamente mutevole e difficile da studiare", visto che metodi e forme cambiano a causa della precarietà degli effetti: "quando una tecnica ha ottenuto un certo numero di risultati viene ovviamente sottoposta ad una analisi critica che la rende progressivamente inefficace o inadatta". 
Eppure studiare il passato è tutt'altro che tempo perso, se non altro per capire come davvero si sia arrivati all'oggi. Così si parte dalla potenza della Chiesa e dall'invenzione della stampa, approdando agli impulsi delle Rivoluzioni e alle sortite poetico-canore del Risorgimento (senza trascurare la prosa, lunga e articolata, pensata per le classi colte); si approda poi ai comizi, pensati anche scenograficamente per le masse che ancora non possono votare (perché si ampli il suffragio e si possano cogliere gli sforzi della propaganda), all'uso delle immagini nelle pubblicazioni a stampa e alla nascita del "propagandista professionale", specie in ambito socialista. Le influenze della guerra sul linguaggio politico e la diffusione inarrestabile dei manifesti già prima della Grande Guerra (al punto tale da rendere necessario regolarne l'affissione) portano poi a un'analisi specifica delle tecniche e del linguaggio di propaganda adottati dal fascismo. 
Caduto il regime e lasciata alle spalle la seconda guerra mondiale, alle prime elezioni parlamentari (dopo l'esperienza della Costituente) le categorie del "nemico esterno" e del "nemico interno" sono ricorrenti nello schieramento moderato come in quello delle sinistre - secondo l'intuizione di Angelo Ventrone, valida fino alla fine degli anni Cinquanta - e si riflettono inevitabilmente nei manifesti, negli slogan (compreso quello usato come titolo per il libro) e negli altri strumenti di propaganda e nelle campagne organizzate secondo il modello del "porta a porta". Bazzoffia dà poi conto delle innovazioni apportate dagli anni Sessanta, con l'apparizione dei primi grafici professionisti (a partire da Michele Spera e dalla sua grafica astratta e geometrica al servizio del Partito repubblicano italiano, seguito dall'opera di Ettore Vitale per il Psi) e delle agenzie pubblicitarie (emerge in particolare il ruolo di Emanuele Pirella); non si trascurano le campagne d'impatto e di rottura col passato del Msi dagli anni Settanta (con l'arrivo di Giorgio Almirante alla segreteria), non disdegnando di reinterpretare temi e tecniche di propaganda della sinistra, e della Dc, che affidandosi alla Rscg di Marco Mignani (quello della Milano da bere dell'amaro Ramazzotti) anticipa lo slogan "Forza Italia", poi rielaborato in "Fozza Itaia" per l'associazione pubblicità esterna e infine ripreso da Silvio Berlusconi (senza che l'uso dell'anno prima c'entrasse qualcosa con lui). A quel punto si è già nell'epoca della televisione imperante, quindi l'occasione è buona per riprendere il rapporto tra televisione, politica e propaganda, fino alla svolta del 1994 (con il berlusconiano "L'Italia è il paese che amo" e tutto ciò che dopo è venuto, anche in termini di partito-marketing), senza dimenticare la "rivoluzione linguistica" celodurista e fallocentrica della Lega avvenuta medio tempore
La seconda parte del libro, curata da Castiello, si dedica espressamente alla propaganda del Partito comunista italiano fino alla sua trasformazione in Pds e Ds: si passa dai manifesti del dopoguerra - con la durissima battaglia elettorale del 1948 sotto l'insegna della stella di Garibaldi al posto di falce e martello - alla nascita, negli anni Cinquanta, della Sezione stampa e propaganda del Pci, dalla cui prospettiva è osservato il resto della storia del partito e le sue evoluzioni, in corrispondenza delle varie vicende storiche. Tra i pregi del libro, rientra certamente la presenza di due preziose interviste a Luciano Prati (fino al 1971 unico grafico del partito, in seguito responsabile dell'ufficio grafico e scomparso poco prima della pubblicazione del libro) e a Bruno Magno, figura che i lettori di questo sito conoscono più che bene e non solo per il suo ruolo di ideatore del simbolo del Partito democratico della sinistra.


Biblioteca Panizzi - Reggio E.
Il primo spunto realmente simbolico riguarda le elezioni del 1913, le prime a suffragio "quasi universale", ma con un sistema a collegi uninominali, che non prevedeva l'uso di emblemi di lista, ma ne consentiva l'uso (raccomandato, vista l'estensione del suffragio a chi non sapeva leggere e scrivere) per i singoli candidati, stampati sulle loro schede personali. Si aprirono dunque "interessanti prospettive iconografiche", nel senso che ciascun candidato "tentò quindi di associare il proprio nome a immagini immediatamente riconoscibili, con una diffusione di rappresentazioni grafiche, che, almeno inizialmente, non contemplavano nessuna simbologia politica". A volte si cercava solo un'associazione con il nome del candidato (un gallo per Gallini, un tamburo per Tamburini, una paio d'occhi per Degli Occhi, una pera per Peroni), facendo scatenare l'ironia dell'Osservatore Romano ("Il principe Potenziani nella scheda vuol ricordato il suo blasone e ecco sulla sua scheda una torre e una stella. Il Paone di Gaeta avrebbe potuto scegliere un pavone; ma il simbolo si prestava alle malignazioni e ha scelto una foglia di edera, come per dire all'avversario che se si attaccherà al collegio non lo abbandonerà fino alla morte. Anche il Mazzolani ha preferito a un simbolo rosso un’edera verde, e l'avv. Ippolito ha disegnato una foglia di alloro. Ma non è detto che gli elettori mangino…la foglia"); in qualche altro caso si notano le prime coerenze ideali (bandiere rosse o garofani per i socialisti, "Dio Patria Re" per i cattolici leali allo stato, nonché vari tricolori e ritratti dei candidati).
Si riparla poi di simboli con riferimento al voto del 1946, con i manifesti che lo riportavano in evidenza soprattutto con riferimento all'elezione della Costituente (perché fosse ben chiaro dove votare senza disperdere voti), mentre il fregio identitario diventava meno importante nella campagna per la scelta tra monarchia e repubblica. Il tema simbolico emerge poi di nuovo in seguito, quando il simbolo è evidente (come nelle campagne per il diritto di famiglia) e anche quando il simbolo non è visibile: è il caso dei manifesti concepiti da Bruno Magno in occasione del referendum sul divorzio, perché, come ricordato da Prati, "l’obiettivo in questo caso non era la propaganda del partito, ma far passare il messaggio che per difendere la legge bisognava votare No"; non manca un accenno al garofano di Ettore Vitale, anticipato sul manifesto del 1973 per poi diventare anni dopo icona del Psi craxiano. 
Merita attenzione anche la sezione iconografica posta a chiusura del volume, dalla cui osservazione si possono trarre riflessioni pure sulle rese dei simboli dei partiti sui manifesti: a volte conformi alle immagini destinate alle schede elettorali (colori a parte), altre volte volutamente reintepretati e "schizzati", quasi deformati (si pensi ai simboli altrui nel manifesto dei "forchettoni" del Pci), in altri casi ancora si tentavano varianti poi non adottate a livello ufficiale (è il caso di certi scudi crociati o della fiamma "triangolare" del Msi riportata in alto).
Certamente il volume di Bazzoffia e Castiello, pur in un numero di pagine contenuto, è in grado di dare conto della trasformazione della propaganda e della grafica, cogliendo i legami di quei cambiamenti con ciò che avveniva nella società, intorno ai partiti e al loro interno. Rispetto a dieci anni fa, il ruolo delle agenzie di comunicazione si è accresciuto ancora di più, facendo apparire sempre più lontani i tempi in cui sezioni e uffici all'interno dei partiti elaboravano e producevano i materiali di propaganda. Soprattutto, come ha scritto nella postfazione Massimiliano Valeriani (già consigliere regionale Pd, ex Ds, ora assessore all'urbanistica della regione Lazio), manca "una formazione politica in comunicazione politica adeguata". E sarà pure vero, come dice Bruno Magno nella sua intervista, che "‘la grafica politica non esiste", nel senso che "non esistono regole e canoni progettuali rispettando i quali si ottiene grafica che possa definirsi senz'altro politica"; di certo, però, per fare davvero bene propaganda e comunicazione politica ancora oggi, anche volendo ormai prescindere dalla militanza, sembra difficile fare a meno della preparazione e della conoscenza, delle tecniche ma anche dei contenuti. Il volume è ricco di esempi riusciti, tuttora ricordati, a differenza di tanti manifesti e tanti simboli partitici degli ultimi anni. 

1 commento:

  1. Vi seguo da qualche anno e vi devo ringraziare cento volte per le chicche che riportate a galla e il grande sforzo nel dare un ordine alle travagliate ma avvicenti vicende della diaspora Dc!
    Purtroppo il volume non si trova da nessuna parte (almeno su Internet) e la casa editrice non ha uno spazio di e-commerce...

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