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venerdì 14 aprile 2023

Concorso semiserio: Un simbolo per i riformisti, nonostante tutto e tutti

Da molti anni l'area dichiaratamente riformista e liberal(democratica) in Italia
- spesso r
appresentata come "centrista", essendo parte del più ampio "centro" - appare in continuo movimento: vari progetti politici, ciascuno a proprio modo e con proprie figure di riferimento, hanno cercato e cercano di rappresentare e incontrare le sensibilità di una parte più o meno consistente di quell'elettorato.
Limitandoci alle principali evoluzioni dagli "anni Dieci" in avanti, sulla scena politica sono comparsi, tra i molti soggetti, Fare per Fermare il Declino, Scelta civica per l'Italia, +Europa, Azione - in origine Siamo europei - e Italia viva (dei primi due si sono perse le tracce nel giro di alcuni anni); a questi occorre aggiungere almeno quei settori di partiti più ampi - soprattutto Pd e Forza Italia - che cercano di coinvolgere anche elettrici ed elettori liberaldemocratici e liberali (oltre che "popolari" e centristi, per restare in quello spazio politico).
Nel corso del tempo c'è chi ha manifestato disagio nel veder operare più sigle potenzialmente affini nella stessa area, con il risultato di mantenerla frammentata e renderla meno incisiva fuori e dentro le aule della rappresentanza. Anche per questo, più persone avevano guardato con interesse al percorso iniziato da Azione e Italia viva, presentando una lista unitaria e costituendo gruppi parlamentari unitari: benché tale scelta fosse dovuta anche alle norme elettorali (quelle sull'esenzione dalla raccolta delle firme) e a quelle dei regolamenti parlamentari (che di fatto, anche sulla base del numero delle persone elette, non consentono la nascita di gruppi distinti), pareva si fossero poste le prime basi per la nascita di un nuovo soggetto politico che potesse diventare punto di riferimento in quell'area politica, anche grazie all'esplicito riferimento al gruppo Renew Europe sorto al Parlamento europeo (punto d'incontro della tradizione dell'Alde e del più recente Partito democratico europeo).
Le notizie degli ultimi giorni sulle tensioni tra Azione e Italia viva sembrano allontanare sensibilmente l'orizzonte della costruzione di quel partito unitario. Lungi dal volersi esprimere sulle scelte e sulle posizioni divulgate, a questo sito interessa piuttosto cercare di fornire un altro tipo di contributo: rappresentare, sul piano ideale e grafico, l'area riformista e liberal(democratica). In altre parole, cercare di darle un nome e un simbolo
Non ci si vuole occupare delle differenze di vedute - vere, presunte o enfatizzate dai media - sul percorso verso quel nuovo soggetto politico o sui dissidi tra Carlo Calenda, Matteo Renzi e i rispettivi colleghi di partito. Sembra molto più produttivo, proprio ora che un approdo concreto sembra allontanarsi, cercare di lavorare sull'identità, cioè su qualcosa che unisce le persone, in cui più storie possono ritrovarsi (e che possa essere riconosciuto e rispettato anche da chi aderisce ad altre idee e posizioni) e che emerga per ciò che è, senza bisogno di qualificarsi come "terzo polo" (ammesso che lo sia in concreto). Qualcosa che, a differenza di quanto accade da ormai troppo tempo in Italia, prescinde dai nomi dei singoli leader, spesso divenuti elementi "pesanti" dei contrassegni elettorali, e cerca invece di riavvicinarsi alla migliore tradizione simbolica italiana.
Per questo I simboli della discordia ha scelto di promuovere un concorso di idee, aperto a chi si riconosce nell'area riformista e liberal(democratica) e vorrebbe vederla visualizzata anche sul piano grafico e anche a chi - a prescindere dalle proprie idee e posizioni - semplicemente crede che i riformisti meritino un proprio simbolo (e, a monte, un nome per il loro soggetto politico di riferimento) per poter essere identificati in modo diretto ed efficace. Si è scelto di parlare di concorso "semiserio", come si era fatto tra il 2017 e il 2018 nel dare un simbolo a Insieme per l'Italia di Sandro Bondi (visto che la componente un nome ce l'aveva già): anche questa volta il progetto è semiserio perché non si prevedono premi o compensi in denaro e perché il concorso non ha il "marchio ufficiale" di alcuna forza politica, dunque non nasce per dare un simbolo a un partito che sta per nascere (questo, anzi, dovrebbe rassicurare eventuali professionisti della grafica e della comunicazione: nessuno sta cercando di sfruttare la loro creatività e le loro soluzioni a costo zero, si tratta solo di cercare di rendere un servizio alle idee e al confronto politico sano)Se il concorso è semiserio, il concetto di fondo resta serissimo e merita l'attenzione di ogni appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica - a prescindere dalle sue idee - che abbia a cuore il confronto tra pensieri (se non tra valori) e la cura nella loro rappresentazione. Del resto, alle elezioni europee del 2024, l'elettorato riformista e liberal(democratico) potrebbe guardare davvero con interesse a una lista che si riconosca pienamente nel progetto europeo Renew Europe (al di là di eventuali differenti posizioni su temi nazionali) e che, se pensata come davvero unitaria, possa superare senza problemi lo sbarramento del 4% e sfruttare il sistema proporzionale.
Chiunque abbia spunti da tradurre in grafica - in modo professionale o amatoriale, che usi Photoshop, Illustrator, Canva o altri programmi (o perfino le tradizionali matite colorate, in mancanza di altro) - può inviarli all'indirizzo contributi@isimbolidelladiscordia.itscegliendo tra i formati pdf, jpg, gif, png. Si tratta dunque di immaginare un nome e una sua resa grafica, secondo gli standard da scheda elettorale (tutti gli elementi racchiusi in un cerchio, con il risultato grafico non confondibile con altri segni e privo di immagini o soggetti religiosi): le proposte grafiche ricevute saranno mostrate via via in un post dedicato, che sarà aggiornato di volta in volta. Non c'è questa volta una vera scadenza, visto che il bisogno di un soggetto in cui gran parte dei riformisti possidentificarsi non sembra destinato a scemare. Pure questa volta, invece, benché si tratti di un "concorso semiserio", chiediamo a chi partecipa di prenderlo (almeno) abbastanza sul serio: non saranno accolte proposte denigratorie oppure offensive. Un filo di ironia, invece, è apprezzabile e potrebbe addirittura fare la differenza: del resto, tra lA-di-Azione/Avengers e l'ape (Di) Maio, sulla schednon ci siamo fatti mancare quasi niente e si può fare certamente di meglio. 

giovedì 11 agosto 2022

Italia viva e Azione, sotto il segno di Calenda e di Renew Europe

Chi sosteneva che molto probabilmente le forze che da tempo (prima Italia viva, poi la Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è) o da pochi giorni (Azione, come pure altri gruppi minori) lavoravano a un "polo alternativo" avrebbero costituito un'unica lista ha avuto ragione. Poche ore fa, infatti, è stato divulgato il contrassegno elettorale unitario che mostra e accosta i due progetti più strutturati (Azione e Italia viva), inserendoli in un cartello elettorale che sembra nascere per avere anche un respiro politico più ampio, come suggerisce il comune riferimento europeo al gruppo renew europe. Altrettanto comune risulta essere il riferimento alla figura di guida della lista, individuata in Carlo Calenda, che ha parlato della lista come "alternativa seria e pragmatica al bipopulismo di destra e di sinistra che ha devastato questo paese e sfiduciato Draghi".
Il ruolo di guida del soggetto elettorale di Calenda emerge certamente dal risalto dato al cognome del fondatore di Azione, l'unico presente nel contrassegno: non è stato indicato invece quello di Matteo Renzi, che pure aveva percorso per primo l'idea di uno schieramento autonomo rispetto al centrosinistra a guida Pd (oltre che distinto rispetto al centrodestra e al MoVimento 5 Stelle). La prevalenza calendiana, tuttavia, emerge da tutto il contrassegno: la struttura interna del cerchio, divisa tra blu e bianco, ricorda molto l'emblema elettorale di Azione configurato per contenere il riferimento a un candidato, ma a campiture invertite (di solito il bianco stava in alto e il blu in basso, con il testo in bianco); il carattere usato per indicare il nome del leader è lo stesso (giusto appena più fine, visto che è più facile per il blu emergere su fondo bianco che a tinte invertite). Azione, poi, è la prima delle due forze politiche maggiori a essere richiamata nella parte blu, che occupa un po' più della metà del cerchio grande per consentire di non ridurre troppo le miniature dei due emblemi di partito. Il primo cerchietto bianco ospita dunque il logo di Azione - con la A frecciata - nella sua ultima versione (quella che sfuma dal blu al verde, forse il colore più sacrificato in tutto il fregio), senza altri elementi che sarebbero risultati illeggibili. Il secondo cerchietto, invece, contiene il simbolo ufficiale di Italia viva, che dunque riprende il suo posto, facendo accantonare il logo con la R rovesciata - e con il cognome di Renzi - che pure era stato "lanciato" meno di tre settimane fa; bisogna anche dire che quell'emblema somigliava molto nella struttura e nei colori al contrassegno attuale della lista (fondo blu in alto, bianco con nome blu in basso, anche se la divisione tra le due parti diseguali era curvilinea), per cui se fosse stato collocato sull'attuale segmento blu sarebbe quasi "annegato", potendo emergere a fatica (a differenza del simbolo inaugurato nel 2019). 
A prescindere dal fregio usato, comunque, la presenza di Italia viva nel contrassegno è fondamentale: avendo il partito di Matteo Renzi almeno un gruppo parlamentare, l'esenzione dalla raccolta delle firme per la lista è assicurata e i dubbi che per giorni hanno tenuto banco sul preteso diritto all'esonero di Azione perdono di senso e di attualità. Come si è ricordato nei giorni scorsi, l'esenzione spettava - sempre per scelta di Italia viva, che aveva rinominato il suo gruppo alla Camera - anche alla Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è, ma il gruppo coordinato da Piercamillo Falasca e Federico Pizzarotti ha scelto di aderire a questo progetto politico-elettorale comune, insieme al Partito repubblicano italiano (che giorni fa aveva stipulato un accordo con Iv), nonché probabilmente altre forze di cui si è parlato in questi giorni (quali Mezzogiorno federato, legato a Claudio Signorile, che si è posto come "facilitatore" nei confronti di Federico Pizzarotti, e Insieme, già vicino a Italia viva; c'è chi ha parlato dei Moderati guidati da Giacomo Portas, ma non è affatto sicuro e lui, a precisa richiesta, non commenta). In ogni caso, le tre forze principali fanno tutte riferimento a "renew europe.", il gruppo parlamentare europeo - nato dalla convergenza di Alde e Pde, partito di cui è segretario Sandro Gozi - di cui fanno parte Nicola Danti (Iv) e lo stesso Calenda e in cui si riconosce lo stesso gruppo di LCN - L'Italia C'è. Si tratta del solo riferimento a un gruppo parlamentare europeo (cui si aggiungono, per ora, quelli al Ppe in Forza Italia e al Partito verde europeo nel simbolo composito della Alleanza Verdi e Sinistra, comunque più di quanti se ne siano mai visti alle elezioni politiche) e uno dei pochi in lingua inglese incontrati fin qui (tra questi, appunto, quello all'European Green Party).
Renzi in persona ha confermato la scelta di non emergere, tanto nel contrassegno comune quanto nel percorso verso il voto, commentando così: "Lascio volentieri che sia Carlo Calenda a guidare la campagna elettorale. Talvolta abbiamo discusso, lo sapete, ma i punti che ci uniscono sono molti di più di quelli che ci dividono. Chi ci crede deve fare di tutto per unire, non per dividere. E io ci credo. Per questo faccio il primo passo con il sorriso: perché so che sarete in tanti a camminare con noi. Io faccio politica da tanti anni e ho avuto l'onore di servire ai livelli apicali la mia città, il mio Paese, la mia comunità. Ho imparato che bisogna sempre essere ambiziosi, puntare in alto, non sognare in piccolo. Ma ci sono dei momenti in cui le ambizioni personali lasciano il passo ai sogni collettivi. Servono gli assist per fare i gol"; Calenda, per parte sua, ha ringraziato Renzi "per la generosità". 
In generale, l'aver scelto la via di una sola lista aiuta a raggiungere l'obiettivo di non restare sotto la soglia del 3% per ottenere rappresentanza grazie ai seggi da ottenere - essenzialmente nelle circoscrizioni con più seggi - nella quota proporzionale. Il tentativo ha il volto di un simbolo unitario che come nome ha la somma del nome della figura scelta come volto principale e delle etichette delle due principali forze politiche (altri inserimenti sono stati evitati, probabilmente per scelta dello stesso leader, per evitare di rendere il simbolo illeggibile); sui social è stato diffuso l'hashtag #Italiasulserio, ma nel contrassegno non ce n'è traccia. Graficamente l'esito non è memorabile, anche se sulla scheda il cognome di Calenda emerge, mentre si distingue assai meno l'elemento politicamente più interessante dell'emblema, ossia il riferimento al gruppo europeo: fa emergere, infatti, il tentativo di dare corpo in Italia a un progetto che non sia solo elettorale, accostando forze che in altri Paesi avrebbero costituito un unico soggetto politico. Ce ne sono altre in Italia nella stessa area, ma hanno preso altre strade: presto conosceremo il loro destino simbolico.

lunedì 8 agosto 2022

Azione, corsa solitaria forzata se non fa liste con un simbolo senza firme

La scelta di Carlo Calenda di rompere il patto che aveva legato Azione al Partito democratico in vista delle elezioni politiche del 25 settembre ha attirato l'attenzione di molte persone, innanzitutto per cercare di capire quali scenari politici ed elettorali potranno aprirsi nei prossimi giorni, anche se sarebbe meglio parlare di prossime ore: entro le 16 di domenica 14 agosto, infatti, le eventuali coalizioni dovranno essere definite, senza più poter essere modificate.
Oltre a questo, però, nella comunità dei #drogatidipolitica, come in quella di chi studia il diritto costituzionale e tra i media si è diffusa una domanda, che già aveva tenuto banco nei giorni precedenti (quando l'alleanza, pur travagliata, sembrava reggere): ma quindi ora Azione, se non fa più la lista con +Europa, dovrà raccogliere le firme? In questi giorni il tema delle ipotesi di esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni è stato trattato più volte in questo sito, con riferimento a coloro cui certamente o probabilmente spetta il beneficio, alle riflessioni giuridiche sull'istituto dell'esenzione e sull'interpretazione e applicazione delle disposizioni che lo prevedono e, da ultimo, proprio con riguardo al caso specifico di Azione

Il problema della raccolta firme...

Giusto ieri si è spiegato come il testo dell'art. 6-bis del decreto-legge n. 41/2022 ("decreto elezioni 2022"), nell'esentare dalla raccolta delle sottoscrizioni i "partiti o gruppi politici [...] che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno [...] alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale" preveda condizioni per l'esonero che Azione non sembra integrare per intero. Nessun dubbio sul fatto che Siamo Europei, soggetto politico-giuridico che all'inizio del 2020 ha cambiato ufficialmente il nome in Azione (o, per lo meno, in quel periodo ha sottoposto il mutamento di denominazione alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici) abbia partecipato alle elezioni europee del 2019 con proprie candidature e che abbia ottenuto almeno un eletto - cioè lo stesso Calenda - "in ragione proporzionale" (vale a dire l'unico sistema previsto per le elezioni europee); il problema è che ufficialmente non sembra avere presentato quelle candidature "con proprio contrassegno". Sulle schede elettorali il simbolo (cioè il fregio grafico) di Siamo Europei c'era, ma era contenuto nel contrassegno (il cerchio complessivo che caratterizza le liste) presentato ufficialmente dal solo Partito democratico, senza che nei documenti di presentazione figuri la dichiarazione di trasparenza di Siamo Europei, oltre allo statuto registrato del Pd (in altri casi, quando una lista era formata da un partito iscritto al Registro e da un'altra forza politica non iscritta, la pagina "Trasparenza" del Ministero dell'interno riporta tanto lo statuto del partito registrato quanto la dichiarazione di trasparenza della forza politica non registrata: si veda il caso della lista Il Popolo della famiglia - Alternativa popolare o di +Europa - Italia in Comune - Pde Italia): questo impedirebbe di considerare le candidature presentate da Siamo Europei - Azione nelle liste in comune con il Pd come presentate "con proprio contrassegno".
Sempre ieri si è ricordato che Azione potrebbe comunque provare a presentare liste senza raccogliere le firme, insistendo sul fatto che comunque il suo simbolo alle elezioni europee era presente e che quel simbolo può essere fatto valere come contrassegno: si tratterebbe pur sempre di un azzardo, di una scommessa, ma i presentatori delle liste potrebbero trovarsi di fronte a uffici elettorali circoscrizionali sensibili all'argomento del favor partecipationis, dunque disponibili a interpretare la disposizione sulle esenzioni in modo meno esclusivo e rigoroso. In effetti è questo il punto delicato della questione, per cui si può anche essere d'accordo con Calenda che, ospite a In mezz'ora in più ha dichiarato a Lucia Annunziata che "c'è una confusione soprattutto tra le istituzioni", ma c'entra poco il fatto che "Il Ministero dell'interno italiano non chiede al Parlamento [europeo] e il Parlamento [europeo] non chiede al Ministero dell'interno italiano perché è la prima volta che succede": il Parlamento europeo può certamente certificare l'elezione di Calenda in una lista che nel contrassegno conteneva l'espressione "Siamo Europei", ma altrettanto certamente non spetta al Parlamento europeo interpretare il diritto interno e decidere se una forza politica ha partecipato al voto con proprio contrassegno. La decisione è rimessa non al Viminale, ma agli Uffici elettorali circoscrizionali, che in alcuni casi - soprattutto alle europee del 2019 - hanno interpretato con larghezza i criteri di esenzione, in altri (come alle politiche del 2018) molto meno.

... e la trappola dei collegi uninominali

Anche all'interno di Azione, in ogni caso, dopo i primi giorni in cui il partito era convinto di essere esonerato dalla raccolta firme, dev'essere prevalsa l'opinione che confidare nell'esenzione potrebbe essere una via troppo rischiosa e soggetta a un'alea e a un margine di discrezionalità che è meglio non sfidare. Anche per questo, sempre ieri Calenda ha risposto ad Annunziata: "Se dovremo raccogliere le firme le raccoglieremo. [...] Io penso che se non ce la facciamo l'offerta era veramente molto debole". 
Si può condividere l'osservazione, ma occorre un approfondimento di natura tecnica e pratica, perché la sfida della raccolta firme di Azione, già dura per il poco tempo a disposizione, rischia seriamente di diventare impossibile per gli adempimenti richiesti dalla legge in materia di indicazione delle candidature e raccolta delle sottoscrizioni. Si tratta, per di più, della stessa trappola tecnico-pratica in cui si era trovata alla fine del 2017 +Europa, almeno fino all'intervento salvifico del "nocchiero elettorale" Bruno Tabacci, che aveva apportato l'esenzione di Centro democratico: vale la pena ricordarla e analizzarla in dettaglio.
Com'è noto, anche da pratica legata alle elezioni amministrative e regionali, le firme devono essere raccolte su moduli sui quali devono già essere scritti i nomi delle persone candidate nella lista per la quale si chiede il sostegno, né quei nomi possono essere cambiati in corso d'opera. Le disposizioni che prevedono questo, infatti, servono ad "assicurare la piena consapevolezza dei sottoscrittori in ordine ai candidati cui si riferisce l’atto di presentazione sottoscritto": ciò vuole dire - così si legge nella sentenza della sez. V del Consiglio di Stato n. 1087/2002, da cui viene anche la citazione precedente - assicurare che chi firma abbia "piena e indubitabile consapevolezza circa l’esatta identità dei candidati inclusi". In base all'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera, però, gli stessi moduli che elettrici ed elettori sottoscrivono devono già contenere, oltre ai candidati di lista del collegio plurinominale (rappresentati da quel contrassegno), anche "l'indicazione dei candidati della lista nei collegi uninominali compresi nel collegio plurinominale". La ragione di fondo è la stessa vista prima (chi firma per la presentazione di una lista potrebbe non volerlo fare di fronte a candidature nei collegi uninominali che non condivide) e in effetti non è sbagliata, ma crea problemi enormi, se non addirittura insuperabili a una lista che voglia coalizzarsi, ma debba raccogliere le firme. 
Il problema, in effetti, esiste (solo) perché esiste l'istituto dell'esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni: se tutte le forze politiche dovessero dimostrare di avere un certo numero di presentatori, avrebbero tutto l'interesse a definire nel più breve tempo possibile le candidature di lista e ad accordarsi tra loro sulle coalizioni e sui nomi dei candidati per i vari collegi uninominali da presentare a nome di tutta la coalizione, in modo da avere davanti un tempo sufficiente per raccogliere le firme e ottenere i certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori, come richiesto dalla legge. Visto che però le norme in vigore esonerano alcune forze politiche dalla raccolta firme, partiti e liste che beneficiano dell'esenzione non hanno alcun problema di tempo e possono tranquillamente confrontarsi (e scontrarsi o cambiare idea) sulle persone da candidare fino a poco prima della scadenza del termine per la presentazione delle candidature, senza avere alcuna premura. L'agio di cui godono le liste esonerate, però, si trasforma in un ostacolo invalicabile per chi invece, dovendo raccogliere le firme, ha necessità di sapere tutti i nomi da scrivere sui moduli per poter iniziare la raccolta: vale per le persone della propria lista, ma soprattutto per le candidature nei collegi uninominali, da concordare con le altre forze della coalizione.
Un esempio concreto, con nomi per niente casuali, aiuterà a capire il problema. Mettiamo il caso che Azione (che ha bisogno di raccogliere le firme) voglia presentarsi in coalizione con Italia viva (che invece, avendo almeno un gruppo parlamentare, è esonerata, come è stata esonerata la Lista civica nazionale - L'Italia C'è, grazie all'integrazione del nome del gruppo di Iv alla Camera): dovrebbe decidere subito le persone da candidare nelle proprie liste (e fin qui la cosa è ovvia), ma per poter iniziare la raccolta firme dovrebbe essere messa in condizione di sapere in fretta i nomi dei candidati nei collegi uninominali da scrivere sui moduli da far firmare. Dovrebbe dunque convincere Italia viva e la Lista civica nazionale - L'Italia C'è (che presenti o meno una sua lista) a concordare subito le candidature per i collegi uninominali, anche se queste - grazie all'esenzione dalla raccolta firme - in condizioni normali potrebbero attendere anche fino alla sera del 21 agosto, per poi presentare le liste l'indomani: ogni giorno in più dedicato alla scelta delle candidature, infatti, per Azione si tradurrebbe in un giorno in meno per la raccolta delle firme, in un tempo già molto delicato (varie elettrici e vari elettori che potrebbero firmare sono in vacanza in luoghi lontani dai comuni di residenza e dai collegi in cui potrebbero sostenere le candidature; sono assenti anche varie persone in grado di autenticare le sottoscrizioni). L'idea di raccogliere le firme senza indicare sui moduli i nomi dei candidati dei collegi uninominali (per aggiungerli in seguito) o preparando moduli separati per liste (da far firmare) e candidature dei collegi uninominali (da allegare) va esclusa: un emendamento (alla legge di bilancio 2018) che proponeva tale modus operandi fu affossato da Forza Italia; un anno e mezzo dopo, rispondendo in un question time a un'interrogazione di Riccardo Magi, per l'allora ministro dell'interno Salvini era impossibile interpretare il testo in modo da separare i moduli per le liste (da firmare) da quelli per i collegi uninominali (da presentare soltanto).

Le possibili vie d'uscita

Ora, mentre si scrive non risulta che Azione, Italia viva e Lista civica nazionale - L'Italia C'è abbiano stretto ufficialmente un accordo (che peraltro sarebbe definitivo e non revocabile solo dopo le ore 16 del 14 agosto...) né che abbiano deciso le loro candidature comuni nei collegi uninominali. In una situazione simile, Azione avrebbe meno di due settimane per raccogliere almeno 36750 firme per la Camera e almeno 19500 firme per il Senato (anche se queste ultime possono coincidere con parte delle prime); in ogni caso, non potrebbe raccoglierle senza avere raggiunto prima l'accordo all'interno della coalizione sulle persone da candidare nei collegi uninominali, col rischio che servano altri giorni per decidere, perdendo tempo prezioso per la ricerca delle sottoscrizioni. L'unico modo per avere più tempo a disposizione per raccogliere le firme necessarie per Azione sarebbe non stringere alcun accordo di coalizione, decidendo in autonomia e molto in fretta le candidature di lista (cosa che avverrebbe comunque) e anche nei collegi uninominali, investendo tutto il tempo dei prossimi giorni per ottenere le sottoscrizioni necessarie.
Il cocktail tossico di tempi stretti, procedimento elettorale preparatorio in piena estate, raccolta cartacea delle sottoscrizioni, obbligo di indicare in anticipo i candidati nei collegi uninominali anche in caso di coalizione e funzionamento delle esenzioni, insomma, finisce per costringere chi debba raccogliere le firme a non coalizzarsi, in una corsa solitaria forzata. L'unico modo per evitare questo esito e consentire ad Azione di cooperare con Italia viva sarebbe costruire una lista unitaria-federativa con la Lista civica nazionale - L'Italia C'è oppure con Italia viva, entrambe esenti dalla raccolta firme e quindi in grado di dedicare tutto il tempo necessario e opportuno alla scelta delle candidature; ancora di più, una lista unica che per assicurarsi l'esenzione mostrasse il simbolo o almeno il nome di Italia viva (anche declinato nel nuovo simbolo con la R rovesciata apparso pochi giorni fa) e fosse espressione anche delle altre due componenti politiche (evidenziandole in qualche modo nel contrassegno comune, anche se non sarebbe facile da gestire sul piano grafico) permetterebbe di risolvere il problema, aggirando le storture della legge che puntualmente, alla nuova occasione elettorale, si sono ripresentate. La scelta su come agire, ovviamente, è tutta nelle mani di Matteo Renzi, Carlo Calenda, Piercamillo Falasca, Federico Pizzarotti e delle altre persone impegnate nei rispettivi progetti politici. E anche nelle mani e nella pazienza di chi dovrà lavorare alle grafiche, a seconda delle strade che saranno percorse.

sabato 23 luglio 2022

R come Renzi, Riformisti, Radio Leopolda: nuova veste per Italia viva? (di Mauro Bondì e Gabriele Maestri)

Più o meno improvvisamente è tempo di elezioni e Matteo Renzi si prepara ad affrontare la sua prima campagna elettorale nazionale fuori dal Pd. L'ex Presidente del Consiglio, dopo aver lasciato i dem nel 2019 (poco dopo la nascita del secondo governo Conte), aveva fondato Italia viva, partito liberale e riformista (ispirato notoriamente all'esperienza francese di Macron).
Con il tempo in Francia il partito di Macron -
La République En Marche! - ha finito per "svuotare" il Parti Socialiste; se più di una voce aveva attribuito anche a chi aveva seguito Renzi l'idea di "svuotare il Pd", il progetto sembra in realtà essere stato via via accantonato, dopo i modesti risultati raggiunti da Iv sia nei sondaggi, sia nelle reali competizioni elettorali. Di certo in questo momento per Italia viva la strada di un rientro in Parlamento sembra decisamente in salita: senza un'organica alleanza con Azione, +Europa e le altre compagini liberali e libdem, la soglia di sbarramento rischia di essere un problema, come pure la possibilità di avere una buona rappresentanza in Parlamento. L’ex capo del governo, dunque, avrebbe deciso di effettuare un restyling - o, se si preferisce, un rebranding - della sua creatura politica, iniziando a proporre agli elettori un nome e un simbolo completamente nuovi. Se n'è avuta la prova ieri sera, quando lo stesso Renzi è intervenuto al Tg1 avendo alle sue spalle un pannello con un simbolo diverso da quello che era stato scelto alla Leopolda del 2019 (opera di Proforma di Giovanni Sasso).
La svolta in realtà era nell’aria e se ne parlava da tempo, almeno da quando - sempre alla Leopolda, ma all'ultima edizione, tenutasi il 19 novembre 2021 - Renzi e i suoi avevano iniziato a collaudare un nuovo vessillo assai diverso da quello originario di Iv. Si trattava già allora della "R rovesciata" (o specchiata), creata dalla combinazione di tre forme (bianco, azzurro e verde) curvilinee spezzate su un fondo blu scuro. All’epoca la "R" stava per "Radio Leopolda" - cioè il modo in cui era stata ribattezzata la manifestazione in quell'anno - ma molti iniziavano a intravedere in quel logo qualcosa di più vicino a un simbolo partitico che a un semplice brand
La "R rovesciata" è poi diventata l’emblema dei podcast realizzati nei mesi scorsi da Matteo Renzi e i parlamentari di Italia viva, nonché il logo di tutte le attività e trasmissioni di Radio Leopolda (emittente in onda online dalla metà di gennaio). Nella ENews 787 del 12 maggio scorso, un primo segno rilevante: "La R rovesciata e controcorrente di Radio Leopolda (ma anche di riformisti e rottamatori) sarà sempre più presente alle nostre iniziative. Chi vuole la metta anche sul telefonino", indicando anche un link per poterla scaricare. La stessa ENews si premurava anche di annunciare che "La R rovesciata è anche nella copertina de Il Mostro", il libro dello stesso Renzi allora in uscita per i tipi di Piemme a partire dalla propria "mala esperienza" con "inchieste, scandali e dossier": si trattava ovviamente di una "R" diversa, nello stile e nei colori, ma intanto c'era già il tentativo di richiamare un'immagine già nota a chi aveva sostenuto e continuava a sostenere l'ex Presidente del Consiglio. Sempre lui, non a caso, il 27 maggio a Omnibus ha dichiarato che ""La 'R' sta diventando il simbolo di chi non si accontenta di come vanno le cose, e vuole rovesciare, e penso che la rivedremo in futuro..."
Il futuro a quanto pare è arrivato, dopo la 
crisi di governo di questi giorni. Ieri mattina Pasquale Napolitano sul Giornale parlava di una "lista R" per una corsa solitaria come opzione alternativa a un rassemblement elettorale dell'area riformista che continua a riconoscersi in Draghi. Il simbolo era appunto la "R rovesciata" di Radio Leopolda (solo quella, senza altre scritte), che peraltro proprio da ieri compare sul sito www.matteorenzi.it in alto a sinistra, al posto delle iniziali "mr". Poi è arrivata l'intervista al Tg1, con alle spalle ancora la "R rovesciata", ma stavolta incastonata in un vero e proprio logo simil-elettorale circolare. Nella parte inferiore del cerchio, un segmento curvilineo bianco contiene in evidenza e in maiuscolo il cognome di Matteo Renzi (come ormai da anni si è abituati a vedere sulle schede, anche se finora Renzi non aveva mai inserito il suo nome nei simboli o nei contrassegni elettorali, né nel Pd né in Iv); sotto, il riferimento a "Italiaviva" (azzurro come la gambetta inferiore della R e senza spazio) è quasi impercettibile. In alcune delle immagini diffuse si è letto il riferimento alla "Sfida RIFORMISTA": è realistico pensare che R stia proprio per "Riformisti" e che possa essere il nome con cui i renziani si presenteranno alle politiche del 25 settembre. R, in fondo, sta anche per "Renew Europe", gruppo al Parlamento europeo di cui fanno parte gli eurodeputati passati a Italia viva (attraverso il Pde, di cui è segretario Sandro Gozi), come pure i macroniani. Non è mancato chi, con un po' di malizia, ha interpretato la scelta come un ulteriore tocco personalistico dell'ex Presidente del Consiglio: è facile dire, infatti, "R come Renzi". Un'operazione simile, in fondo, è già stata fatta fin dal 2017 proprio dal presidente della Repubblica francese Macron, quando ha chiamato il suo partito appunto "La Republique En Marche!", ove la sigla "EM" delle due parole in maggiore evidenza riprende proprio le iniziali del fondatore, Emmanuel Macron. 
C'è chi apprezza il nuovo emblema, ritenendolo rappresentativo e "di rottura", c'è già qualche critica ("sembra fatto con Paint"); si scoprirà nelle prossime settimane se finirà sulle schede e, prima ancora, nelle bacheche del Viminale. Cambiare simbolo poco prima delle elezioni è tendenzialmente rischioso, ma se Italia Viva dovesse alla fine presentarsi al di fuori delle coalizioni, questo contrassegno potrebbe essere molto utile a Matteo Renzi: essendo costretto a superare il 3% per ottenere parlamentari (senza possibilità di ottenerne nei collegi uninominali), puntare su un simbolo che lo identifica in pieno - grazie al cognome e magari a quella R rovesciata - potrebbe fare parte di una strategia incisiva per raccogliere il maggior numero di voti, in ogni modo possibile. Qualcuno accuserà Renzi di ulteriore personalizzazione, ma in quelle condizioni è quasi inevitabile che la lista che ha bisogno di emergere metta in gioco il suo leader, il suo nome, la sua immagine. 

mercoledì 20 gennaio 2021

Il futuro del gruppo Italia viva - Psi, dopo la fiducia di Nencini a Conte

Archiviato il rito della fiducia al governo Conte-bis nei due rami del Parlamento con un doppio esito positivo - ma con una maggioranza piuttosto risicata al Senato e in ogni caso lontana dalla maggioranza assoluta di 161, non essenziale per la sopravvivenza / legittimazione dell'esecutivo, ma oggettivamente importante per poter sperare di operare in modo efficace - restano aperte varie questioni da approfondire. Una di queste, inevitabilmente, riguarda la situazione all'interno del gruppo Italia viva - Psi al Senato, dopo che ieri sera senatrici e senatori di Iv hanno scelto di astenersi, mentre il socialista Riccardo Nencini - una volta riammesso al voto dopo la mancata risposta alla prima e alla seconda "chiama" - ha votato "Sì" alla questione di fiducia posta dal governo.
Naturalmente un dissenso o un voto disomogeneo all'interno di un gruppo parlamentare non è necessariamente qualcosa di drammatico (anche su questioni non di coscienza): è accaduto spesso, senza produrre per forza conseguenze per chi ha votato difformemente dalla maggioranza del gruppo. Qui tuttavia l'attenzione suscitata sulla questione si giustifica sotto vari profili. Da una parte, infatti, la scelta di Nencini di votare a favore del governo spicca se messa a confronto con l'astensione di tutti gli altri membri del gruppo presenti in aula, riferibili a Italia viva; dall'altra, non si dimentica che proprio Nencini, come unico candidato del Psi eletto in Senato (sia pure in un collegio uninominale) e facente riferimento a un partito che col suo simbolo aveva concorso alle elezioni (sia pure all'interno di un cartello elettorale, Insieme) era nelle condizioni - in base alle ultime riforme del regolamento senatoriale - di costituire un gruppo autonomo a Palazzo Madama cui partecipare insieme a senatrici e senatori di Iv: costoro, senza un aiuto esterno, non avrebbero avuto la possibilità di emergere come soggetto collettivo al Senato, dovendo limitarsi a egemonizzare il gruppo misto. A molti è venuto dunque spontaneo, già nei giorni precedenti, domandarsi cosa sarebbe stato del gruppo parlamentare Iv-Psi, se Nencini avesse deciso - come era parso di capire appunto dopo le dimissioni della delegazione vicina a Matteo Renzi - di continuare sostenere il governo Conte-bis come "costruttore" a differenza di coloro che appartenevano allo stesso gruppo costituito su sua richiesta e con il beneficio legato al suo partito.

Le parole scritte e dette

La questione si è puntualmente concretizzata proprio ieri sera - alle porte della notte - dopo il "Sì" rocambolesco in "zona ultraCesarini" previa riammissione al voto dopo il controllo delle immagini della chiusura della votazione. Sulla sua pagina Facebook, Nencini ha giustificato il ritardo nell'ingresso in aula ("La segreteria del partito è durata diverse ore con strascichi altrettanto lunghi") e ha parlato della sua scelta: "La mia posizione era nota: astensione benevola in attesa di capire se le aperture del presidente Conte all'area socialista fossero davvero fondate. Avrei comunque votato a favore dello scostamento di bilancio e del decreto Ristori e di qualsiasi altra misura per fronteggiare la pandemia. Una posizione che è emersa chiaramente dal mio intervento in aula. E che è stata apprezzata dalla maggioranza. Insomma, una posizione responsabile che teneva conto dello stato difficile del Paese e metteva in risalto la diversità rispetto al voto di Italia Viva". Anche la scelta di non rispondere alle "chiame" e di non partecipare al voto, in effetti, sarebbe stata diversa rispetto alla posizione di Iv, ma alla fine è arrivato il voto favorevole. Intervistato dal Fattoquotidiano.it appena uscito dall'aula, l'ex segretario Psi aveva detto qualcosa di più sulla sua decisione: "Ho ascoltato la relazione del presidente del Consiglio, che avevo già ascoltato ieri a Montecitorio; sulla base di quella c'è stata una risposta anche nella replica che abbiamo valutato". Il tono, soprattutto nella parte finale, non sembrava esageratamente convinto; in ogni caso si è capito che si è trattato di una scelta scaturita da una valutazione collegiale, evidentemente maturata nella segreteria terminata poco prima dell'ingresso in aula.
Nencini e il Psi, dunque, hanno scelto di restare in maggioranza (e anche per questo il senatore rifiuta ogni tentativo di associarlo "a parlamentari che hanno votato la fiducia provenendo dall'opposizione", ritenendo che si tratti di "due storie completamente diverse"); Italia viva, al contrario, ha scelto di non fare più parte di quella maggioranza, così come le forze di maggioranza hanno manifestato l'idea di non ritenere più affidabile quel partito come interlocutore. Si può dunque pensare che nello stesso gruppo convivano e continuino a convivere una forza di maggioranza e una di opposizione? E, se la convivenza dovesse terminare, il Psi toglierebbe al gruppo dei renziani i benefici legati al proprio simbolo?
La questione non è semplice e merita di essere trattata con attenzione. Innanzitutto bisogna notare che sul tema non ci sono interventi ufficiali del Partito socialista italiano o del suo segretario, Enzo Maraio. Per l'esattezza, l'unica posizione ufficiale era quella approvata dalla segreteria il 17 gennaio e divulgata. Lì si è ribadita l'esigenza di "formare una maggioranza organica dentro un quadro politico certo, senza immaginare soluzioni di fortuna", cercando invece di "ricostruire l’unità delle forze di maggioranza": per questo c'era bisogno di affrontare questa fase "con coraggio e visione lunga", ad opera di "un governo autorevole" e "ripartendo da questa coalizione, che va rafforzata e allargata alle forze di ispirazione europeista presenti in parlamento". Nello stesso documento si dava mandato a Maraio e Nencini "di gestire la fase di crisi dell’esecutivo nel rapporto con le forze politiche di maggioranza".

Ipotesi sul futuro del simbolo e del gruppo

Se si considera tutto questo, è facile immaginare che - anche in mancanza di notizie ufficiali, che probabilmente non arriveranno in una situazione ancora decisamente fluida - non sia all'ordine del giorno del Psi la scelta di revocare all'alleanza con Italia viva i benefici legati al simbolo socialista. Certo, ieri sera è accaduto qualcosa di nuovo, con un voto diversificato tra gli esponenti di Iv e l'unico rappresentante del Psi (che ha votato in coerenza con le posizioni precedenti); non è però la prima volta che questo avviene, potendosi ricordare la sfiducia ad Alfonso Bonafede votata da Nencini a maggio dell'anno scorso (mentre Italia viva all'epoca scelse, sia pure con fatica, di opporsi), così come si ricordano altre divergenze, ad esempio in materia di giustizia e di scuola. 
Proprio sulla base di questi precedenti, non ci si potrebbe stupire se Nencini decidesse di rimanere nel gruppo attuale (e il Psi confermasse che il gruppo lo rappresenta) continuando a votare in maniera autonoma, anche difforme rispetto a senatrici e senatori di Italia viva. Nessuna norma di alcun tipo vieta o scoraggia questo scenario, che sarebbe certamente singolare e al limite anomalo, ma certo non irregolare: a dirla tutta, poi, in Senato si è visto di ben peggio (basti pensare alle disomogeneità del gruppo Grandi Autonomie e Libertà nella scorsa legislatura: è vero che quel gruppo non sarebbe mai potuto nascere vigente il regolamento attuale, ma è esistito e bisogna prenderne atto). Lasciare immutato il gruppo Italia viva - Psi, insomma, sarebbe un modo per riconoscere il percorso fatto sin qui (e tenere fede a un accordo stipulato un anno e mezzo fa), senza rinunciare all'autonomia e alla libertà nell'esercizio del mandato parlamentare di ciascun membro e ciascuna componente.
Almeno un'altra ragione, peraltro, fa apparire irrealistica ogni discussione sulla revoca del simbolo Psi e dei suoi benefici all'attuale gruppo parlamentare. In una fase in cui il governo ha bisogno di ampliare la maggioranza che lo sostiene, nessuno può essere pienamente certo che coloro che oggi si riconoscono in Italia viva (e nella scelta di astenersi) non possano in un secondo momento ritrovarsi nella proposta dell'esecutivo. Non si può dunque escludere che la maggioranza che ha operato finora in appoggio al governo Conte-bis non possa ricostituirsi e magari ampliarsi: se fosse così, sarebbe inutile pensare di disporre diversamente del simbolo e del gruppo (che, facendo ipotesi, potrebbe essere il nucleo di una compagine parlamentare europeista, in cui i socialisti non si sentirebbero certo a disagio).
Si tratta naturalmente, come si diceva, solo di ipotesi, per quanto tutt'altro che implausibili. Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato pensare che possano andare bene a chiunque: per quanto il documento della segreteria Psi sia stato approvato all'unanimità, non tutti erano favorevoli a mantenere il sostegno al governo. L'aveva chiarito già prima della segreteria del 17 gennaio, ad esempio, Mauro Del Bue: lui lì si sarebbe schierato contro l'appoggio in Senato "a quel che resta del governo Conte", ma anche contro "lo scioglimento del gruppo Psi-Italia viva", mentre avrebbe valutato positivamente il sostegno a "un governo forte e rappresentativo capace di affrontare come si deve la pandemia, e di gestire al meglio il Recovery [...]. Dunque un esecutivo guidato dalla persona più autorevole e rappresentativa disponibile. E che possa contare su una maggioranza europeista, poggiata su partiti d'impronta socialista e popolare". Quanto accaduto in Senato ieri sera non ha soddisfatto Del Bue che, nel rassegnare le proprie dimissioni da direttore dell'Avanti! on line, ha dato un giudizio molto duro sul "Sì" di Nencini: "Un voto a favore di Conte all’ultimo minuto dopo certo Ciampolillo non è una cosa dignitosa. Oltretutto indecifrabile. Incomprensibile".

Renzi: "Nencini non può togliere il simbolo". Eppure...

Tornando al simbolo, in ogni caso, bisogna registrare anche una dichiarazione di Matteo Renzi, rilasciata durante la puntata di Porta a porta: a Bruno Vespa che gli diceva come Nencini avesse dichiarato di "non togliere il simbolo del Psi a Italia viva", l'ex presidente del Consiglio ha risposto "Il senatore Nencini non può togliere il simbolo: il simbolo è servito per costituire il gruppo. Dopo la costituzione del gruppo noi ci siamo candidati e una delle condizioni è quella che si siano candidate in altre elezioni - in questo caso elezioni regionali in Campania, in Toscana... - quindi questa storia del gruppo non esiste. Il senatore Nencini deciderà che cosa fare della sua esperienza parlamentare, ma il logo non lo toglie perché non lo può togliere".
Si prende atto con rispetto dell'opinione di Renzi; è altrettanto necessario però contestare questa ricostruzione, o almeno precisarla e correggerla a dovere.
 Certamente il simbolo del Psi - o meglio, l'apporto del Psi in quanto partito che aveva partecipato alle elezioni politiche con propri candidati e un contrassegno e aveva eletto almeno un senatore - è servito a costituire il gruppo, tant'è che ad annunciare la costituzione del gruppo è stato proprio Nencini, unico esponente Psi della compagine. Allo stesso modo è vero che , una volta costituito il gruppo, Italia viva ha presentato liste in altre competizioni elettorali: lo ha fatto, in particolare, alle regionali in Campania (da sola), Liguria (con Psi e +Europa nella lista Massardo presidente), Marche (con Psi, Demos e civici), Puglia, Toscana (con +E), Valle d'Aosta (con forze locali) e Veneto (con Civica per il Veneto, Pri e Psi), nonché in varie elezioni comunali. 
Basta questo per dire che "questa storia del gruppo non esiste" perché "una delle condizioni" (si suppone perché il gruppo parlamentare continui a esistere) è l'aver partecipato ad "altre elezioni", genericamente intese? In teoria non lo si può escludere, ma si deve dire che la lettura che sembra proporre Renzi sarebbe del tutto contraria allo spirito con cui era avvenuta la riforma del regolamento del Senato nel 2017. Cerchiamo di capire, innanzitutto, su cosa dovrebbe fondarsi la tesi renziana. Stando al testo vigente dell'art. 14, comma 4 del regolamento, "Ciascun Gruppo dev'essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori". Si è già visto che la richiesta del Psi di costituire il gruppo contenente la propria denominazione è stata ritenuta rispondente ai requisiti indicati dalla disposizione, tanto a quello numerico (per il concorso degli aderenti a Italia viva) quanto a quello elettorale-politico (per la partecipazione del Psi alle liste di Insieme e l'elezione di Nencini); si è anche detto che, in realtà, questa lettura del regolamento andava esattamente contro il disegno anti-frammentazione con cui si erano introdotte le nuove regole, volte a non consentire la formazione di gruppi legati a partiti nati dopo le elezioni; il nuovo partito - Iv - era però riuscito a ottenere di fatto un suo gruppo col concorso di un solo eletto riferibile a un partito che aveva corso alle elezioni - il Psi - e che peraltro aveva ottenuto l'elezione non in una lista del partito, ma in un collegio uninominale.
Questo significa che l'accordo tra il Psi e Italia viva obbliga le forze politiche fino alla fine della legislatura, senza poter essere sciolto? Ovviamente no: non solo Nencini potrebbe certamente decidere di abbandonare il gruppo e approdare altrove, ma - se lo facesse - potrebbe chiedere al segretario Psi di revocare l'uso del nome e del simbolo al gruppo attualmente condiviso con Italia viva, per il solo, evidente fatto che quel gruppo non rappresenterebbe più (anche) quella forza politica e non si potrebbe costringere un partito a lasciare i suoi segni distintivi - noti e definiti - in uso a una forza politica con cui non ha più legami. Neanche l'avere presentato alle citate regionali liste in cui figurano uniti i simboli di Psi e Iv vincolerebbe in qualche modo i socialisti: ogni elezione, com'è facile immaginare, fa storia a sé, non influenzando in automatico accordi nazionali né venendone influenzata.
Bisogna allora forse interpretare diversamente le parole di Renzi, ad esempio sostenendo che anche qualora Nencini e il Psi decidessero di abbandonare il gruppo e di revocare a questo nome e simbolo socialisti, il gruppo di Italia viva potrebbe continuare a esistere senza quell'apporto: ciò vuoi perché le caratteristiche per costituire il gruppo devono esistere certamente all'inizio ma non è richiesto esplicitamente che debbano permanere anche in seguito, vuoi perché nel frattempo Italia viva potrebbe avere acquistato un titolo autonomo a esistere come gruppo, in particolare grazie alla partecipazione ad elezioni. Entrambe le letture sono astrattamente possibili, ma presentano altrettante criticità che vanno evidenziate.
Sotto il primo profilo, è vero che formalmente l'art. 14, comma 6 prevede come unica ipotesi esplicita di scioglimento di un gruppo il caso in cui la compagine "perda pezzi" fino a scendere sotto i dieci membri (e lo scioglimento non è automatico, ma va dichiarato), mentre non è espressamente previsto lo scioglimento qualora un partito ritenga che un gruppo non lo rappresenti più e gli revochi nome e simbolo (un'ipotesi cui forse chi aveva concepito le nuove norme non aveva pensato, magari credendo che un partito che aveva partecipato alle elezioni ed eletto senatori non avrebbe mai negato a se stesso l'uso delle proprie insegne). Trattandosi di regole nuove, non ancora sottoposte a stress, non ci sono precedenti direttamente invocabili; parrebbe però irragionevole ritenere che, a fronte della sanzione dello scioglimento in caso di venir meno del requisito numerico, non accada nulla qualora venga meno il requisito politico che aveva permesso al gruppo di nascere, solo perché nulla in proposito si dice. In più, se si guarda alla Camera (che pure ha prassi diverse dal Senato), la ratio di alcuni precedenti non depone a favore della tesi renziana. Si pensi al caso, qui già trattato, della scissione interna a Scelta civica: nel 2016 il segretario Enrico Zanetti e altri eletti abbandonarono il gruppo per costituirne un altro con meno di venti membri - il regolamento di Montecitorio lo permette ai gruppi legati a partiti che hanno partecipato alle elezioni ed eletto deputati - dicendo che era il nuovo gruppo a rappresentare il partito, non più il vecchio (il che prova che un partito può ben dire di non essere più rappresentato da un certo gruppo). Il gruppo più risalente rimase sì in vita (con un nome che non creasse confusione), ma con l'intesa che in tempi rapidi avrebbe dovuto raggiungere la consistenza minima richiesta agli altri gruppi (non riuscendovi, il gruppo venne sciolto).
Esisterebbe, dunque, una condizione diversa per permettere a un gruppo di continuare a vivere anche dopo il "disconoscimento" da parte del partito che l'aveva fatto nascere? Renzi, come si è visto, ha fatto riferimento alla partecipazione elettorale del partito: potrebbe bastare a legittimare la permanenza del gruppo di Italia viva? In via del tutto teorica qualche margine potrebbe esserci: il terzo periodo dell'art. 14, comma 4, in cui si dice che "è ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati", parla genericamente di presentazione "alle elezioni", senza ulteriormente specificare. Limitandosi a interpretare quel periodo, insomma, si potrebbe pensare che un partito che abbia presentato liste in una competizione elettorale (a maggior ragione se in più casi e a livello regionale) insieme alla forza politica con cui ha costituito il gruppo parlamentare, con contrassegni che mettano in evidenza entrambi i simboli, potrebbe a sua volta creare un gruppo autonomo in corso di legislatura sulla base di quel requisito elettorale (oltre che di quello numerico). 
Detto questo, bisogna subito mettere in luce i gravi limiti di questa lettura. Innanzitutto questa non terrebbe conto del complesso dell'articolo e del comma: all'inizio del comma 4, infatti, è preciso il riferimento alle "elezioni del Senato"; in seguito si parla solo di "elezioni", ma almeno nel periodo seguente è chiaro che quelle elezioni possono essere solo le stesse elezioni senatoriali, altrimenti la frase non avrebbe senso; sarebbe dunque ragionevole riferire anche la presentazione "alle elezioni" del periodo che interessa qui alle "elezioni del Senato" di cui al primo periodo. Soprattutto, però, è impossibile non notare che, se davvero fosse sufficiente una partecipazione congiunta di due partiti a una qualunque elezione, senza altre precisazioni, verrebbe del tutto meno qualunque limite alla frammentazione dei gruppi che pure era palese in sede di elaborazione delle nuove norme regolamentari. Proprio perché non si precisa nulla in quel periodo sul tipo, sul livello e sul numero di elezioni da considerare, qualunque partito nato in corso di legislatura potrebbe chiedere di formare un gruppo di almeno dieci senatori per il solo fatto di aver presentato anche una sola lista in un solo comune (e ogni anno si tengono elezioni comunali...) con un partito titolare di un gruppo già presente in Parlamento: se, ad esempio, dodici membri del gruppo del Pd volessero costituire il gruppo senatoriale autonomo di Europa Verde, potrebbero farlo per il solo fatto di aver presentato una lista comune alle regionali in Valle d'Aosta l'anno scorso. Un meccanismo simile potrebbe ripetersi un numero indefinito di volte (limitato solo dalle dimensioni dei gruppi parlamentari esistenti...), con effetti incalcolabili sulla composizione dell'assemblea e sulle risorse da destinare ai gruppi.
Dovrebbe bastare questo a ritenere non percorribile l'ipotesi enunciata da Renzi a Porta a porta. Si ripete però che, proprio perché non ci sono precedenti, potenzialmente il primo caso potrebbe anche essere deciso nel modo inteso dal fondatore di Italia viva (non è nemmeno da escludere che lui o altri membri del gruppo abbiano parlato di queste ipotesi con qualche funzionario parlamentare, valutandone la percorribilità). Non si dimentichi nemmeno che, in caso di interpretazione dubbia del regolamento, la Presidenza del Senato si potrebbe rivolgere alla Giunta per il regolamento, di cui fanno parte esponenti di tutti i gruppi (per Italia viva c'è Davide Faraone): pur fondata su argomenti giuridici, è innegabile che la scelta di interpretare in un modo o in un altro le disposizioni regolamentari è sempre di natura politica, perché politiche sono le posizioni di chi compone l'organo e i motivi che stanno alla base di una tesi o dell'altra (specie se ciascuna di esse ha almeno una parte di ragione). Se il problema si porrà, dunque, lo si affronterà a tempo debito; magari, come detto, non ce ne sarà nemmeno bisogno, perché il Psi e il suo simbolo resteranno dove sono ora.

martedì 22 ottobre 2019

Dialogo con Giovanni Sasso (Proforma): "Così Italia Viva ha spiegato le ali"

Occorre riconoscerlo: nessun varo di simbolo di un nascente partito politico ha ricevuto tanta attenzione mediatica quanta ne ha ottenuta quello di Italia Viva. La presentazione "monumentale" sabato durante la Leopolda10 da parte di Matteo Renzi, preceduta dal voto online di una settimana su tre proposte scelte da Renzi con il nucleo fondante della nuova forza politica, ha tenuto banco per giorni, tra cronache, commenti e sberleffi di varia natura. 
Ora che la selezione è completata e il simbolo è ufficiale, è il caso di capire meglio come si è arrivati a quell'emblema: al momento non è dato sapere chi ha realizzato le due grafiche che non si sono aggiudicate il contest (la prima a fondo fucsia e la terza basata solo sul lettering), ma si sa che la grafica vincitrice è stata elaborata da Proforma, l'agenzia di comunicazione barese che nel corso degli anni si è occupata di molte campagne di comunicazione politica a livello nazionale e locale (oltre che per Renzi e per il Pd, per Michele Emiliano, Nichi Vendola, Mario Monti, Antonio Decaro, Raffaella Paita, per i Ds, Rifondazione comunista, Sel e tanti altri), oltre che per altri soggetti istituzionali, produttivi e associativi. Della genesi del simbolo di Italia Viva parliamo con Giovanni Sasso, direttore creativo di Proforma; l'occasione è ghiotta anche per ricordare il precedente di Scelta civica, il simbolo concepito da Proforma per l'avventura elettorale del 2013 di Mario Monti (anche in quel caso ci fu molta attesa per la presentazione, anche se nel giro di un anno gli esiti non furono esaltanti) e di altri emblemi di cui l'agenzia si è occupata nel corso degli anni. Perché disegnare simboli, anche ora che realizzarli è molto più facile, è sempre una questione delicata, da maneggiare con cura.


* * *

Giovanni Sasso, ormai possiamo dire che Proforma ha al suo attivo non più un solo simbolo di partito nazionale, ma due.
Esatto, dopo gli esiti del contest sul simbolo di Italia Viva, possiamo dire che i brand nazionali da noi curati sono due. 
Quando siete stati contattati per realizzarlo, se è andata così?
In effetti le cose non sono andate proprio così. Il rapporto con Matteo Renzi dura dal 2013, da quando abbiamo concepito e realizzato per lui la campagna Cambia verso per le "primarie" per la segreteria del Partito democratico. Da allora il rapporto è proseguito, anche se non è stato sempre formalizzato: alcune volte abbiamo espressamente lavorato a campagne del Pd o sue personali, altre volte il tutto si è svolto in modo più informale, in ogni caso siamo sempre rimasti in contatto. In questo caso non c'è stata una vera commessa e lo stesso vale per gli altri due emblemi che erano stati inseriti nella terna di proposte da votare nel contest: abbiamo fatto una proposta in nome del rapporto cordiale e consolidato con Renzi e questa è stata selezionata per partecipare al contest
Questo è un modo per confermare che solo la proposta numero 2 era stata elaborata da Proforma, non anche le altre, giusto?
Assolutamente sì, questo è certo (sorride), ma è anche un modo per dire che non c'è stato un vero brief, non ci si è mai incontrati con un ipotetico committente per chiarire cosa volesse e su cosa si volesse puntare, anche magari in gara con altri soggetti. Diciamo che il brief lo abbiamo ricavato dalle parole d'ordine del nuovo partito, che per noi erano abbastanza chiare.
Già che ci siamo, mi confermi anche che il nome "Italia Viva" era già stato fissato prima? Ricordo di aver visto un tuo status di Facebook non proprio entusiasta... 



In effetti (ride)... Ti confermo che il nome non è farina del nostro sacco. Quanto al mio post, era molto sincero nel senso che, sì, il nome non mi entusiasmava, ma faccio fatica a pensare che potesse esserci un nome davvero entusiasmante. Ma lo direi di qualunque nome o marchio: è difficile che entusiasmi, è una categoria poco professionale, diciamo... "Italia Viva" è comunque facile da ricordare e mostra una certa coerenza con ciò che il fondatore dice e fa, quindi ci può stare. Se dovessi sforzarmi per trovare un nome alternativo "entusiasmante", ora non ci riuscirei; al massimo si sarebbe potuto osare un po' di più togliendo "Italia", lasciando solo "Viva"...
Però già da circa sei mesi esisteva èViva di Francesco Laforgia e Luca Pastorino, che tra l'altro si era sempre rivolta alla Rete per la scelta del simbolo, quindi la convivenza sarebbe stata molto problematica, sotto vari punti di vista... 
Lo immagino. Comunque, dicevo, si sarebbe forse potuto osare di più e qualcuno altrove l'ha fatto. Per farti un esempio, quando sulla scena politica spagnola è apparso Podemos, è probabile che ci sia stato qualche mugugno: oggettivamente è complicato vedere un partito politico il cui nome è un verbo alla prima persona plurale; poi alla fine la scelta è apparsa adeguata, il brand ha preso piede e si è rafforzato, anche se molto dipende naturalmente dai contenuti con cui lo si riempie. Di certo all'inizio scelte simili possono spaventare; diciamo che comunque, per il tipo di progetto che Matteo ha in mente, alla fine Italia Viva ci sta.  
In ogni caso, si può dire che a Renzi avete fatto una proposta grafica "secca", senza vostre alternative?
Sì, esatto, abbiamo fatto questa proposta "secca" e lui pochi giorni prima di lanciare il contest ci aveva fatto capire che l'idea era di suo gradimento e sarebbe entrata nella terna di quelle su cui si sarebbe votato.
Quando avete fatto la proposta?
Una ventina di giorni prima che si aprisse ufficialmente il contest per la scelta del simbolo.
Per arrivare alla proposta che avete presentato, da quali punti fermi, da quali concetti chiave siete partiti? 
Il primo, essenziale punto di forza, inutile negarlo, doveva essere la discontinuità: mi pare evidente che questo progetto di Matteo Renzi voglia caratterizzarsi innanzitutto come cesura rispetto al passato, che sia quello del Pd o, più in generale, della politica italiana, vista come tradizionale e ideologica. Per questo, il marchio doveva essere in qualche modo "di rottura": da qui è venuta anche la scelta dei colori da utilizzare.
Di questo parleremo tra poco: diciamo che è un "cambia verso" in altra forma...
Esatto, un "cambia verso" grafico. E quel claim di quella campagna, di cui vado molto orgoglioso, era proprio nostro.
Oltre alla discontinuità, su cosa avete lavorato?
Beh, il nome stesso "Italia Viva" suggeriva la necessità di un simbolo vivace, nel segno e nei colori. Volevamo poi tenere insieme la concretezza e gli ideali e abbiamo cercato di farlo con l'elemento grafico più riconoscibile del simbolo: quella "spunta" che emerge su fondo bianco e "vola alto" vuole simboleggiare un partito riesce a mantenere un riferimento ideale e valoriale "alto" ma, contemporaneamente, riesce a "fare", a decidere, a cambiare le sorti della vita reale delle persone. Certo dire tutto questo è facile, magari in una campagna, mentre è molto più complicato lavorare su un simbolo, proprio per l'estremo lavoro di sintesi che occorre fare: si chiede a un segno di sintetizzare molte cose, quindi il prodotto è inevitabilmente sottoposto a critiche.
Chi ha lavorato materialmente ai simboli?
Abbiamo sostanzialmente lavorato in tre: io, come direttore creativo di Proforma, e due designer della mia azienda, Daniele Guido e Miki De Benedictis.
Il tricolore non è mai entrato in ballo?
In effetti era stata una delle prime idee che avevamo valutato: quella V a metà tra la spunta e il volatile, che all'inizio non aveva l'idea di tridimensionalità che si vede nel risultato finale, in una prima versione iniziava verde e finiva rossa in campo bianco. Ho però scartato quasi subito quella soluzione, proprio per il discorso di prima sulla discontinuità: nonostante tutto il mio affetto per la bandiera, nel nome c'era già la parola "Italia" e non mi pareva il caso di sfornare l'ennesimo simbolo partitico con il tricolore all'interno.
Rimanendo all'aspetto cromatico, mi pare innegabile che il simbolo richiami direttamente Instagram, per lo meno in buona parte.
In effetti manca l'azzurro, che però è nel nome. Si tratta di una scelta voluta, anche se non è una copiatura: l'idea originaria era di usare colori vivaci in sfumatura, richiamando un linguaggio cromatico nuovo. Qualcosa di simile si trova anche, per esempio, nel nuovo marchio di Sky, anche se la palette che abbiamo impiegato è più simile a quella di Instagram, La stessa scelta cromatica, tra l'altro, come qualcuno ha notato, si vede nel logo della Leopolda10, che abbiamo fatto sempre noi.
Ecco, questa scelta sembrerebbe quasi un self-spoiler, come se si fosse voluto rivelare in anticipo l'esito della votazione sul simbolo, come Makkox e io avevamo ipotizzato a Propaganda Live...
In realtà no, perché noi non sapevamo che la nostra grafica avrebbe vinto il contest del simbolo. Sì, la nostra proposta ha avuto il 63% dei voti, ma quando abbiamo avuto da Renzi l'incarico di realizzare il logo della Leopolda, i risultati non si conoscevano ancora: ovviamente, per il logo della manifestazione, abbiamo usato la stessa palette cromatica.
Quindi parlare di self-spoiler è sbagliato, perché è semplicemente stata la stessa mano a produrre la proposta vincente e la grafica per la Leopolda.
Esatto, la stessa mano che ha pensato "se il nostro simbolo vincesse, sarebbe carino che nel brand della Leopolda ci fosse la stessa nuance di colori", però onestamente non eravamo affatto sicuri di vincere. Certamente credevamo nel nostro lavoro, in quello che avevamo fatto, ma non immaginavo che avrebbero votato circa 40mila persone e che la nostra proposta ottenesse circa 24mila voti, quindi la sorpresa è stata positiva; potevamo al massimo notare che, tra i commenti al post che annunciava il contest, quelli favorevoli alla nostra proposta erano più o meno nella stessa proporzione poi segnalata dal voto online, assieme ovviamente ai tanti che preferivano altre opzioni e a quelli che le bocciavano tutte senza appello. Ma siamo abituatissimi a questi verdetti, fanno parte del gioco. 
Torniamo un attimo alla "spunta", cioè al segno del tick che contrassegna le cose già fatte o quelle positive. Eppure lo stesso comunicato ufficiale di Italia Viva, a quanto si legge sul sito, parla di un "gabbiano in volo": avevate pensato qualcosa di simile?
Ah, parla di un gabbiano? Renzi nel suo discorso finale ha notato: "Qualcuno dice che è un gabbiano, ma io ci vedo una spunta, come quella di Whatsapp, o anche un'ala, un invito a non restare ancorati ai chiacchiericci". Cosa che corrisponde a quello che abbiamo detto a Renzi quando gli abbiamo illustrato la nostra proposta.
Allora diamo l'interpretazione autentica di Proforma di quel segno.
L'interpretazione ruota intorno a tre idee. Si parte dalla "spunta", quindi da un segno di concretezza, che indica le cose fatte, dunque l'idea di voler decidere e fare; c'è poi l'idea del volo, anche se io ho lavorato sull'idea delle ali per dare il concetto di ideale che vola alto, senza che questo avesse le forme di un uccello in particolare. Tieni conto che quel logo non era nato rinchiuso in un cerchio, era nato come brand con qualche ambizione in più delle forme imposte dalle leggi elettorali: nelle applicazioni di merchandising che avevamo proposto per presentare la nostra opzione, infatti, si sfuggiva quasi sempre dalla dimensione circolare. Quando, in ogni caso, abbiamo dovuto fare i conti con il cerchio, abbiamo deciso di aggiungere quel segmento colorato in basso, per dare ancora di più l'impressione dello spazio del volo, come se fosse un pezzo di pianeta stilizzato che facesse risaltare ancora di più il volo in alto dell'uccello. La terza idea, ovviamente, è quella della V di "Viva": c'è chi vede la tridimensionalità della lettera, c'è chi non la vede, ma si tratta comunque di evidenziare la parola fondamentale del nome.
Con cui non a caso c'è la maggiore somiglianza cromatica. Tornando al gabbiano, certamente quello del simbolo non lo è, ma a chi ricorda impieghi precedenti di volatili in politica, viene in mente essenzialmente il simbolo dell'Italia dei valori che all'interno aveva proprio un gabbiano, per giunta a colori sfumati. Tant'è che il suo segretario, Ignazio Messina, sul suo profilo aveva segnalato la somiglianza (anche per l'acronimo Iv simile a Idv), persino l'area è sempre quella dei libdem...
In effetti è vero che l'Italia dei valori aveva usato un uccello ad ali spiegate, ma quello era tinto dei colori dell'arcobaleno, dunque erano diversi; quello dell'Idv era proprio conformato proprio come un gabbiano. Ognuno ovviamente può vedere in quelle ali stilizzate quello che vuole: c'è persino chi ha voluto vedere in quel segno la V del Vagisil... (sorride)
Beh, al di là della forma, quest'accostamento può essere stato facilitato dal fatto che il nome "Italia Viva" è scritto con colori molto simili, che possono facilmente rimandare alle tavolozze cromatiche da "igiene intima"... Ennesima dimostrazione che, come abbiamo detto a Propaganda Live, il nuovo non esiste, nemmeno nella grafica.
In effetti (ride)... Ma non escludo che ci possa essere da qualche parte un emblema ancora più simile a quello che abbiamo prodotto noi. Pensa che mi è capitato in più di un caso di imbattermi addirittura in campagne identiche o quasi. Un giorno avevamo fatto una campagna multisoggetto per gli Internazionali di Tennis, con vari spot diversi; dopo un paio d'anni ho trovato uno spot precedente spagnolo che aveva quasi lo stesso concept nostro di uno dei nostri soggetti, tra l'altro anche abbastanza complesso... c'era una similitudine tra le strisce del parcheggio di un auto con le strisce di un campo da tennis, l'auto parcheggiava fuori dalle strisce e un giudice di linea rilevava che la ruota era fuori, come se fosse stata una pallina da tennis. Se io avessi detto a qualcuno che io non avevo visto quello spot precedente, non ci avrebbe creduto nessuno e avrebbero pensato che avevamo copiato: sono quindi abbastanza fatalista su questo. Del resto, se si digita su Google "logo V", "logo B" o qualunque altra lettera, esce una marea di marchi in tema: una stilizzazione della lettera simile a quella che si ha in testa la si trova sicuramente... 
Scartata l'igiene intima (e anche il tricolore), la scelta di quelle tinte per il nome del partito da dove è venuta?
Avevamo scelto quei colori perché ci siamo fatti influenzare da quest'idea diarchica più volte ripetuta da Matteo, per cui ogni ruolo sarà ricoperto da un uomo e da una donna. Azzurro e rosa dunque si abbinano per questo; in più l'azzurro è anche colore nazionale, senza bisogno di citare il tricolore.
Al di là dell'abbandono immediato del tricolore, ci sono state altre trasformazioni dell'emblema che hanno portato alla sua forma definitiva?
Non avevamo vagliato all'inizio altre proposte grafiche, molto distanti da quella finale, quindi le trasformazioni hanno riguardato gli elementi che si possono vedere anche nella versione definitiva. Penso soprattutto alla forma della V: all'inizio, come accennavo, non aveva quest'idea di tridimensionalità, quindi con lo spazio bianco "vuoto" che c'è ora e dà maggiormente quell'impressione. I due tratti della V inizialmente erano attaccati, con giusto un po' di ombra, un po' come il nuovo logo di Netflix; in seguito abbiamo cominciato a ragionare su una tridimensionalità ricavata dagli spazi negativi, dunque con il bianco, passando da un iniziale rosa - in omaggio alla professione di femminismo del nuovo partito di Renzi - a uno sfumato che comunque tenesse il rosa come dominante, mentre le ali si sono modificate via via, acquistando slancio e dinamismo. Poi, come dicevo, si è pensato di aggiungere il pianeta nel momento in cui ci si è dovuti adattare alla dimensione del cerchio: si è trattato, di fatto, dell'ultima correzione. Prima la V era tutta spostata a destra sul nome "Viva", per dare slancio al logo e per sottolineare la parola più importante, mentre nella riduzione in cerchio non era più possibile tenere lì l'elemento grafico, perché si sarebbero dovute ridurre troppo le dimensioni. 
Ammetto che non avevo percepito quel segmento colorato come un pianeta: mi era parso solo un modo per non avere troppo bianco nel simbolo, cosa che negli ultimi anni sembra diventata una vera ossessione...
Pensa che invece a me il bianco di fondo piace, ne lasciamo spesso anche nelle presentazioni dei nostri marchi. In effetti, in questo caso, senza quell'elemento forse il simbolo sarebbe risultato un po' sbilanciato, quindi il pianeta di fatto fa da contrappeso: non disturba e "funziona". In altre applicazioni, invece, non c'è e il logo è ugualmente efficace: prendi ad esempio il sito di Italia Viva: nella testata il logo è riprodotto "in negativo", in bianco su fondo sfumato, senza i limiti del cerchio e senza pianeta, ma si regge senza problemi. Può essere curioso che già il sito si apra con una versione diversa da quella ufficiale: è segno, per noi, della versatilità del logo e pensiamo possa essere abbastanza forte per essere ricordato anche se riprodotto in altre versioni.
Pur in assenza di una commessa e di un brief prima della realizzazione dell'emblema, puoi confermarmi che quello di cui Renzi aveva bisogno era un simbolo di partito e non un contrassegno elettorale?
Diciamo che dalla comunicazione fatta da Renzi su questo nuovo soggetto abbiamo dedotto che cercasse proprio un simbolo, così abbiamo lavorato su un brand trasversale, che potesse parlare un po' a tutti e fosse declinabile ovunque. Certo, è fatto anche per finire sulla scheda elettorale, si spera tra molto tempo (sorride), ma nel frattempo ci sarà stato modo di familiarizzare con l'emblema in molte altre occasioni. 
Te l'ho chiesto perché ho avuto l'impressione che invece, quando realizzaste l'emblema di Scelta civica - Con Monti per l'Italia, vi fosse stato chiesto proprio di realizzare un contrassegno elettorale, non un simbolo di partito...

Diciamo che quella fu una gestazione piuttosto complicata, in cui fin dall'inizio - confermo - dovemmo misurarci con la forma circolare e ci fu chiesto di lavorare anche sul nome. Facemmo le nostre proposte, inizialmente molto libere sul nome e sul marchio; in seguito però ci è stato chiesto di realizzare un simbolo che puntasse verso l'alto, che contenesse il tricolore, il nome della lista e il riferimento ben visibile a Mario Monti, con molto spazio da dedicare al lettering. A quel punto, di margini per la creatività ne rimanevano pochi e proprio l'essere obbligati dall'inizio a rispettare le forme richieste dalla leggere elettorale non ci rese la vita facile.   
Se non sbaglio, la commessa arrivò attraverso Lelio Alfonso, giornalista e con una grande esperienza nella comunicazione a vari livelli.
Sì, esatto: con lui c'è un rapporto straordinario, anche se lui ovviamente doveva poi fare da tramite per le richieste che arrivavano dal vertice di quel gruppo. 
Hai parlato di iniziale libertà anche sul nome: ricordi qualche opzione?
Ricordo che a un certo punto lavorammo su "Futura", nome che ci sembrava adatto, e il logo giocava sull'idea del fast forward, sui due triangoli per far avanzare velocemente una traccia audio o video. Era una soluzione stilizzata e poco ingombrante, all'inizio sembrava piacere ma alla fine fu accantonata e le richieste diventarono piuttosto stringenti. 
L'idea del nastrino tricolore invece era un'idea vostra?
Sì, nel senso che ci era stato chiesto un segno che interpretasse prima una fase di discesa e poi una risalita: noi, sempre con l'impegno grafico di Daniele Guido, dovendo anche citare il tricolore, pensammo di unire le due cose così, in un segno che tra l'altro non doveva essere particolarmente estroso nel tratto.
Anche in quel nastrino, tra l'altro, c'era una sorta di piega. E pensare che anche la "spunta", in fondo, è una discesa e una risalita. E l'evoluzione di Scelta civica, Cittadini per l'Italia, usò proprio una "spunta", sia pure in una casella...
Pensa un po' (sorride). Al di là di questo, posso dire che con Italia Viva non abbiamo mai pensato a un segno che rappresentasse la risalita dopo la discesa, ma a quelle tre idee che ho ricordato prima. Tornando all'emblema per Monti, anche quel segno probabilmente in una prima fase "respirava" di più, del resto in una prima fase si era valutata anche l'ipotesi di non inserire il cognome del Presidente del Consiglio uscente o che avesse dimensioni più ridotte, cosa che poi non è stata. Quell'impresa fu interessante e stimolante per noi, proprio perché si doveva cercare di riassumere nell'emblema il progetto del capo del governo in carica; ho solo il rammarico di non aver avuto più libertà creativa in quell'occasione.
In effetti il compito era reso più complesso anche dal fatto che lo stesso contrassegno alla Camera conteneva il nome di Scelta civica, che allora era solo una lista e non un partito, mentre al Senato quel nome non c'era perché l'emblema di fatto era comune per montiani, Udc e Futuro e libertà, per cui era difficile dire se ci fosse un simbolo più pieno e l'altro più vuoto o uno più completo e l'altro incompleto. Ti aspettavi che durasse così poco? In fondo la partenza non lo lasciava pensare.
Dovrei riportarmi a quell'epoca, anche se le mie capacità predittive sulla politica non sono grandiose, del resto negli ultimi anni molte previsioni sono state disattese nel giro di pochi mesi; ammetto però che allora il progetto mi era parso molto più solido di quello che poi si è rivelato. Non mi aspettavo quell'esito, con una perdita di consenso nel giro di un anno o poco più, un modello che peraltro altre figure avrebbero interpretato in seguito.
Al di là delle esperienze con le forze politiche nazionali, Proforma ha curato spesso le campagne elettorali per candidati a vari livelli, dai Comuni alle Regioni. Non è ovviamente detto che, curando la campagna, vi siate dovuti occupare anche dei simboli legati ai candidati, soprattutto se le liste erano espressione dei partiti. Vi è capitato però qualche caso interessante sul piano simbolico?
Penso soprattutto al caso di Michele Emiliano quando si candidò per la prima volta come sindaco di Bari: fu tra l'altro la nostra prima campagna elettorale, nel 2004 eravamo davvero dei neofiti e lo era anche Emiliano, al suo esordio politico. Allora fummo piuttosto coraggiosi a mettere manifesti 6x3 in vari punti della città: erano per il 90% bianchi, con sopra soltanto quello che sarebbe poi diventato il simbolo della lista civica a sostegno di Emiliano, ma senza il limite del cerchio. Si trattava di una "e" rossa, come se fosse anche qui un nastro, ma senza pieghe; c'erano le sfumature alle estremità perché, interpretando la "e" non tanto come iniziale di Emiliano ma come congiunzione, volevamo dare l'idea che unisse e ricucisse tutte le parti della città, per cui non ne mostravamo né l'inizio né la fine; sotto alla "e" c'era la scritta "Emiliano sindaco.", con il punto, e una piccola onda blu in basso. 
Voleva rappresentare il mare?
Sì, anche se noi la chiamammo "onda Emiliano", soprattutto quando lui in campagna elettorale girava molto nei mercati cittadini - una cosa che allora non era consueta e ora invece fanno quasi tutti - e noi per ogni visita realizzammo un video da diffondere sul sito. Sorrido ora al pensare che quello, per l'uso del rosso e del blu, forse per la forma dell'onda che ricordava la bandiera di Forza Italia, fu accusato di essere un logo berlusconiano o comunque di destra: chissà poi perché...
L'idea della "e" fu ripresa anche nel 2015, quando Emiliano si candidò alla presidenza della regione Puglia tanto alle primarie quanto alle elezioni vere e proprie: in quel caso la lettera - che accompagnò le due campagne di Emiliano, fino alla "lista del presidente" - si ingrandì, divenne più regolare, acquisì un po' di ombra diventando tridimensionale e si sfrangiò a sinistra in un tricolore, forse per ricordare l'esperienza del sindaco (e non a caso il claim era "sindaco di Puglia"). Ammetto che però la grafica, quando la analizzai a prima vista prima del voto, a me ricordò piuttosto un marchio da supermercato, stile Auchan...
Non ci avevo pensato (sorride)... L'onda di Emiliano, tra l'altro, nel 2014 era passata al suo successore, Antonio Decaro, ma in quell'occasione facemmo anche un'altra lista che come simbolo aveva un hashtag, che allora andava molto di moda, persino con vari eccessi: durante la campagna elettorale ne usammo diversi, anche ironici, proprio per prendere in giro questa mania. Al momento di elaborare un segno visivo per la campagna e anche per la lista Decaro sindaco, trasformammo il "cancelletto" in una sorta di mappa della metropolitana, con i colori delle linee della metro di Bari e finte stazioni ricavate qua e là.  
Non esiste la ricetta per fare un buon simbolo, possibilmente duraturo; c'è però il modo di evitare che sia un flop?
La mia idea è che, più che una ricetta sul piano del design, sia necessario seguire una ricetta di coerenza, che è un po' quello che si chiede alla politica: un simbolo perde forza quando chi lo utilizza perde credibilità. Più un simbolo è coerente con la persona che deve interpretare e, viceversa, più la persona da interpretare riesce a essere credibile e coerente con gli obiettivi che si è prefissata, più quel simbolo dura. Nessuno si sarebbe sognato o si sognerebbe di dare giudizi grafici sulla falce e martello, sullo scudo crociato o anche sulla bandierina di Forza Italia: magari c'è un simbolo che al primo sguardo fa sorridere, ma se sa interpretare il sentire di una parte di elettori per un tempo lungo diventa vincente a prescindere dalla resa grafica dei suoi elementi.
In un'epoca in cui i valori nei partiti sono sempre meno e ormai i simboli politici sono sostituiti dai loghi e dai marchi (come voi stessi li chiamate, il che è significativo), il compito di chi deve disegnarli è più facile o più difficile?
Diciamo che realizzarli è più facile, farli durare e far affezionare le persone è molto più difficile, per un fatto di frammentazione politica, ma soprattutto dei messaggi. Oggi non so a quanti messaggi visivi sono sottoposto in una giornata media, probabilmente mille volte in più rispetto a quelli che riceveva mio padre quarant'anni fa: qualunque progetto di comunicazione oggi ha un grado di obsolescenza molto più elevato. 
Dunque creare per un partito è un lavoraccio? E ne vale la pena?
Vale la pena perché è necessario; il fatto che magari un simbolo muoia dopo pochi mesi lascia l'amaro in bocca ma il lavoro mi piace molto perché amo riuscire a fare sintesi, a patto che rispetti la verità e il valore delle cose, se banalizza non mi interessa. Tutto ciò che riesce a fare sintesi per chi fa comunicazione è sempre divertente ed entusiasmante.
Questione anche di fortuna?
A volte sì, come pure di abilità di chi utilizza il frutto di ciò che fai. 

Grazie a Giovanni Sasso, oltre che per la disponibilità all'intervista, per aver fornito le immagini di lavorazione di Italia Viva (le due relative all'immagine coordinata provengono dal sito di Proforma). Grazie anche a Lelio Alfonso per aver autorizzato la pubblicazione del simbolo intermedio della Futura Scelta civica.