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martedì 18 marzo 2025

Un #romanzoViminale ante litteram: sfogliando il Corriere del 1948

Chi frequenta abitualmente questo sito non ha bisogno che lo si ricordi: il deposito dei contrassegni destinati alle schede elettorali è da sempre il momento pubblico che caratterizza per primo e in modo più evidente l'avvicinamento al giorno - o ai giorni - del voto per il rinnovo delle Camere o del Parlamento europeo. Sembra di poter dire così soprattutto a partire dal 1958, anno in cui trovarono prima applicazione le norme introdotte dalla legge n. 493/1956 - e trasfuse nel testo unico per l'elezione della Camera, cioè il d.P.R. n. 361/1957 - che avevano previsto un'unica procedura di deposito dei simboli presso il Ministero dell'interno per i partiti, per gli altri gruppi politici e per eventuali soggetti singoli: da quel momento, nel giro di pochi giorni (in origine tra il 68° e il 62° giorno prima dell'apertura delle urne, ora tra il 44° e il 42° giorno prima, considerando solo le elezioni politiche), tutti i soggetti interessati a presentare il proprio emblema - e, almeno in linea teorica, a impiegarlo per distinguere candidature - si ritrovano al Viminale e suscitano puntualmente l'interesse della stampa.
Era così, almeno in parte, anche per le due elezioni politiche precedenti (1948 e 1953), ma con una significativa differenza: era previsto un doppio binario, con i partiti e gli altri soggetti politici organizzati "privilegiati" rispetto ad altri soggetti. In particolare, partiti e gruppi politici organizzati avevano la possibilità di depositare presso il Viminale il contrassegno per le loro liste (circoscrizionali o per il collegio unico nazionale) "non oltre il sessantaduesimo giorno anteriore a quello della votazione", con l'esame di ammissibilità dei simboli da parte del ministero entro tre giorni dalla presentazione; nella fase successiva del deposito delle liste/candidature (presso la cancelleria della Corte d'appello o del Tribunale competente), da effettuare "non più tardi delle ore 16 del quarantacinquesimo giorno anteriore a quello della votazione", i presentatori di ciascuna lista avevano l'onere di dichiarare "con quale contrassegno depositato presso il Ministero dell'Interno" volessero distinguere le candidature o - pensando di impiegarne uno diverso - di depositare il proprio fregio elettorale unitamente alle liste e ai relativi documenti (a partire dalle firme a sostegno), fregio la cui ammissibilità sarebbe stata valutata dai vari uffici elettorali - nei dieci giorni successivi - sulla base della confondibilità con i simboli depositati al ministero (dunque più tutelati) e con quelli depositati in precedenza presso il singolo ufficio.
Questo doppio binario comportava che le liste esclusivamente locali o i candidati ai collegi uninominali del Senato interessati a impiegare un proprio contrassegno - sapendo che sarebbe stato comunque possibile collegarsi in gruppo a persone legate a simboli diversi, in base alla legge elettorale del Senato - non avessero normalmente interesse a presentarsi al Viminale (affrontando magari le spese e le difficoltà del viaggio): per questo motivo, oltre che per l'assenza di un formale termine iniziale per il deposito - anche se si può presumere che in qualche modo il Ministero dell'interno indicasse un giorno e un momento prima dei quali i contrassegni non sarebbero stati accettati - si può supporre che dentro e fuori il Palazzo del Viminale ci fosse meno ressa di quanto accade ora prima delle elezioni politiche ed europee, al punto tale che i contrassegni erano ricevuti direttamente al quarto piano, sede - allora come oggi - dei servizi elettorali.
Questo, ovviamente, non significa che il tempo del deposito fosse meno sentito rispetto a ora. Un documento particolarmente interessante, in questo senso, è rappresentato da un articolo pubblicato in prima pagina dal Corriere d'Informazione - vale a dire l'edizione pomeridiana del Corriere della Sera - nel numero distribuito il 17 febbraio 1948: il pezzo, firmato da Alberto Ceretto (già capo del "servizio italiano", dunque degli interni per Ansa e in seguito resocontista dei lavori della Camera per il Corriere), offre appunto una cronaca della presentazione dei simboli che precedette le elezioni del 18 e 19 aprile - il primo voto politico dell'Italia repubblicana - con un uso abbondante dell'ironia nel raccontare quelle fasi. Il pezzo conferma che il deposito, in quell'occasione, si concluse alle 20 di lunedì 16 febbraio 1948 (esattamente 62 giorni prima che si aprissero le urne), ma si apprende che i primi contrassegni erano stati ricevuti dal Viminale la mattina di martedì 10 febbraio, addirittura una settimana prima. 
Le quattro colonnine di taglio alto offrono uno spaccato tanto della creatività mostrata allora - quando i simboli erano rigorosamente in bianco e nero e, tra l'altro, non erano ancora vietati i soggetti religiosi e il metro della confondibilità era meno severo - quanto delle reazioni della burocrazia ministeriale, specie davanti a un contrassegno presentato "espresso" (cioè appena realizzato) in modo tanto artigianale quanto difforme rispetto alle prescrizioni dettate dagli uffici. Vale la pena leggere quelle righe, cercando di immergersi in quel tempo, fatto di scrivanie che si affollavano di cartelline verdi, simboli in triplice copia consegnati da soggetti passeggianti da quelle parti e non ancora destinati all'esposizione in bacheca (proprio perché il deposito aveva una connotazione più intima e riservata, ma pur sempre solenne).

La pioggia cominciò martedì scorso, alle nove del mattino, e ininterrottamente è durata fino alle ore venti di ieri sera. Non era la consueta pioggia primaverile, l'acquerella che vien giù, sottile e tepida, dal cielo, ma una pioggia di carta che si rovesciava in una stanza del Viminale punto per fedeltà di cronaca, la stanza n. 20 del quarto piano, dove i funzionari del servizio elettorale hanno visto, durante questi giorni, i loro tavoli allagati di contrassegni di lista. Le cartelle verdi, con i simboli e i verbali di deposito, sono diventate una collinetta e quando, iersera, è scoccata l'ora fatale di chiusura, 102 contrassegni risultavano presentati al Ministero degli Interni. Centodue in confronto dei 61 depositati per le elezioni del '46: inflazione anche nei simboli. 
I primi furono presentati martedì scorso da quattro signori, che, quando l'ufficio si aprì, passeggiavano in già nervosamente dinanzi alla famosa porta n. 20. Da quanto tempo misuravano a gran passi il corridoio? Nessuno lo sa: forse erano arrivati quando il cielo appena sbiancava alle prime luci dell'alba, dopo aver pernottato all'addiaccio, ed ora si guardavano con occhio nemico, invidiosi del primo posto che sarebbe toccato a uno di loro, in ordine di presentazione. Perché, vi chiederete, tanta premura? Perché nel campo elettorale, come in ogni competizione agonistica, l'uomo ha le sue teorie e crede nella scaramanzia. L'urgenza di conquistare il primo posto è connessa con la teoria secondo la quale l'elettore vota per istinto, senza studiare la scheda, è portato a segnare una crocetta accanto al primo simbolo su cui posa l'occhio.
Nei tanti simboli piovuti al Viminale, la fantasia s'è sbizzarrita come più non avrebbe potuto. Ci sono, è vero, dei simboli ricorrenti, che molti partiti hanno scelto e che, pertanto, si ripetono, con lievi sfumature di diversità, all'infinito. La stella a cinque punte, per esempio, che i monarchici hanno naturalmente abbinato alla corona, ed i 
«frontisti» hanno invece tratteggiato come sfondo alla testa di Garibaldi. 
Ma, al di fuori di questi motivi, che sono i più comuni, quante estrose invenzioni! Prendete il sole, ad esempio: voi credete che il sole sia unico, uguale per tutti, inconfondibile. Illusione. Basta sfogliare le cartelline verdi per constatare in quanti modi diversi gli uomini vedono il sole: c'è il sole fermo e senza raggi, quello, invece, che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come str
ali, quasi volesse forarlo con la sua vampa; e c'è il sole leonardesco, dei raggi zigzaganti.

 

E poi, perché non considerare il sole nei momenti del suo quotidiano e luminoso viaggio che, proiettato nell'eternità, può somigliare al gran viaggio dell'umanità nel tempo? Ecco, quindi, il sole alto sull'orizzonte, lontano, splendido ed irraggiungibile; ed ecco, invece, il sole nascente, ancora a metà della sua prodigiosa apparizione all'orizzonte. Quest'ultimo, lo conoscete, è il sole che, primamente, scelsero come emblema internazionale i socialisti, ed è riapparso all'orizzonte della camera n° 20 del Viminale, recatovi da Ivan Matteo Lombardo e Simonini, come contrassegno dell'Unione socialista. 
 
E che altro, infine, se non il sole volete che scegliesse come simbolo l'associazione politica naturisti italiani? Il suo astro fulgente, però, a una sorta di carattere pubblicitario, perché la parola naturismo spicca proprio al centro della pancetta del sole, come la «réclame» di una pasticca per la gola. 
Ricostruzione
Se parecchi degli emblemi sono mostruosamente complicati, il più semplice fu quello ideato da un mutilato. Egli arrivò all'ufficio elettorale a mani vuote, prese da un tavolo un pezzo di carta e una matita azzurra, tracciò una macchia blu, vi scrisse sotto 
«mare calmo» e porse il foglio all'impiegato. Questi trasecolò e fece rilevare al presentatore, in primo luogo, che il contrassegno doveva essere disegnato in inchiostro e consegnato in tre esemplari; poiché quella macchia non rappresentava nulla.
«
Voi lo dite, - si scandalizzò l'altro. - Dint'o mare 'nce sta' tutte cose», e la sua voce di napoletano vibrava di commozione in quel semplice inno al mare. Poi si convinse, e tornò, ieri, recando il nuovo emblema del «gruppo politico degli italiani»: l'Italia effigiata in una donna armata di spada e con lo scudo crociato sul seno rigoglioso. Ma una curiosità c'era, anche questa volta, nel disegno, ed era il copricapo, di foggia veramente inusata per una donna. «E' il colbac del Piemonte reale», spiegò il presentatore dinanzi allo sguardo interrogativo del funzionario.
 
La cronaca appena riportata può essere completata con il resoconto puntuale che sempre il Corriere d'Informazione (edizione della notte), uscito proprio il 10 febbraio, offriva della prima mattina di deposito degli emblemi. I primi quattro signori che si contendevano il primo posto nelle procedure di deposito, a quanto pare, dovevano essere lì per depositare i fregi del Movimento nazionale unitario (distinto dal "profilo dell'Italia geografica", con tanto di Venezia Giulia "larga", Istria e Dalmazia, Savoia e Nizzardo e persino un po' di costa africana; presentatore risultava Luigi Gasparotto), del Partito nazionale monarchico (con Alfredo Covelli presentatore ufficiale), del Partito socialista italiano (contrassegno simile a quello del Psiup del 1946 e apportato da Lucio Luzzatto) e del Fronte democratico popolare (con Garibaldi sopra la stella presentato da Virgilio Nasi). L'elenco continuava con il Partito comunista italiano (stesso emblema della Costituente, depositato da Pietro Secchia e presentato - al pari del fregio del Psi - per evitare che altri potessero accampare diritti su quel segno o su segni simili), il Partito democratico del lavoro ("una ruota dentata che racchiude una spiga di grano e una fiamma emergente", presentato - a quanto pare di capire - da Edgardo Longoni), la Gioventù comunista (da cui sarebbe nata la Fgci: depositante fu Giancarlo Pajetta) e il Movimento sociale italiano (con la fiamma tricolore presentata da Giorgio Almirante). La "prima dozzina" si completava con il Blocco popolare unionista (presentato da Santi Paladino), la Concentrazione degli indipendenti per l'indipendenza d'Italia (presentato da Luciano Maria Moretti: "un reticolato con delle fiamme da esplosione, in alto una croce con la scritta 'Per l'indipendenza d'Italia'"), il Fronte liberale democratico dell'Uomo Qualunque (col simbolo della testata di Guglielmo Giannini presentato da Mario Rodinò) e l'Alleanza cattolico-monarchica (emblema presentato da Giorgio Asinari di San Marzano). Secondo un articolo uscito il giorno dopo sull'edizione "principe" del Corriere, al posto numero 13 si era collocato il simbolo della Dc.
Dell'Alleanza cattolico-monarchica, tuttavia, sarebbe stata chiesta la sostituzione del fregio, perché la corona al centro si sarebbe potuta confondere con il simbolo di "Stella e Corona" del Pnm: rimase dunque una corona di alloro, abbinata al nodo Savoia e a una croce. Il 18 febbraio il Corriere d'Informazione diede notizia anche della bocciatura del simbolo del Fronte della Gioventù per la somiglianza col simbolo del "Blocco democratico popolare", anche se una forza con quel nome non c'era: in effetti si trattava del Fronte democratico popolare già ricordato. In effetti, tra i simboli ammessi non figura quello del Fronte della Gioventù (che ovviamente non era il Fdg che si sarebbe affermato come "giovanile" del Msi-Dn, ma la continuazione - o, se si preferisce, quel che rimaneva - dell'organizzazione giovanile partigiana ormai molto vicina al Pci: a depositare il simbolo con il volto di Garibaldi, in effetti, fu Enrico Berlinguer). 
Rileggendo l'articolo scritto da Alberto Ceretto per il Corriere d'Informazione, tra l'altro, si trova citata l'Associazione politica naturisti italiani menzionata nel testo: nel cercare tra i simboli ammessi nel 1948 le grafiche per illustrare l'attento e ironico resoconto, tuttavia, non emerge alcuna traccia Associazione politica naturisti italiani - nome che non figura in alcuna dei simboli presentati pure in seguito - né di un sole contenente la parola "naturismo" (mentre emergono, per esempio il sole "leonardesco, dai raggi zigzaganti" del Movimento sociale rivoluzionario europeo mostrato sopra e quello "alto sull'orizzonte" e "che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come strali" del Movimento nazionale fra sinistrati e danneggiati di guerra). Guardando al numero di contrassegni contenuti nella pubblicazione ufficiale del Viminale, peraltro, si nota la presenza di 98 emblemi, a fronte dei 102 di cui parla l'articolo: se uno di quelli mancanti potrebbe essere quello del Fronte della Gioventù depositato da Berlinguer, che qualcosa sia andato storto in fase di esame del contrassegno naturista - da parte dei servizi elettorali guidati dal capo divisione (Angelo?) Vincenti - portando alla sua esclusione? Il mistero, almeno per ora, resta, insieme al fascino di un racconto ex post della #maratonaViminale.
 
Un ringraziamento meritatissimo va a Lorenzo Pregliasco, che ha segnalato l'articolo e ha spinto all'approfondimento sulla vicenda.

martedì 30 agosto 2022

#RomanzoViminale: i simboli che non abbiamo visto al Ministero (2022)

Mentre si attende di conoscere il contenuto esatto delle decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale sui ricorsi in materia di liste e candidature, chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica deve in sostanza ritenere "scaduto" il "tempo dei simboli" per le elezioni politiche di quest'anno. Concluse le fasi di deposito, ammissione e riesame da parte dei magistrati di Cassazione, restava da capire quanto certi emblemi rappresentati in Parlamento oppure legati a partiti iscritti all'apposito Registro fossero davvero in grado di esonerare le rispettive liste dalla raccolta firme. A quanto pare, le risposte giunte finora dalla Cassazione - ma note soltanto attraverso i media: appena possibile se ne darà conto nel dettaglio - hanno spento praticamente tutte queste speranze, così sui simboli di questa tornata elettorale è rimasto poco da dire (tranne vedere quelli presentati per il Senato in Trentino - Alto Adige: ci si arriverà).
Per chi frequenta abitualmente questo sito, però, resta ancora un rito ormai consolidato - essendo nato nel 2018 - da compiere: quello della "fantabacheca" che raccoglie alcuni dei contrassegni che non sono stati depositati in vista delle prossime elezioni politiche. I 101 emblemi presentati questa volta, infatti, sono sì più del doppio dei 49 visti al Viminale prima delle elezioni europee del 2019 e poco meno dei 103 esposti prima del voto politico nel 2018, ma sono comunque molti meno di quelli visti in passato e non comprendono alcuni simboli che chi si fregia dell'appartenenza al cerchio dei #drogatidipolitica avrebbe invece visto o rivisto con piacere. In alcuni casi si tratta di emblemi storici, purtroppo non portati da nessuno questa volta; altri fregi sono assai più recenti e magari in bacheca ci erano finiti solo una o due volte sin qui, ma sono riusciti a farsi ricordare e non ritrovarli è un peccato; altri ancora, infine, non sono mai stati esposti nei corridoi del Ministero dell'interno, ma avrebbero assolutamente meritato di finirci questa volta, per varie buone ragioni.
Con questo spirito, dunque, ecco la nuova "bacheca dei non presentati", con 15 contrassegni (più uno) indicati ad assoluta discrezione di chi scrive e di alcuni soggetti "fiancheggiatori": alcuni erano stati scelti anche nel 2018 o nel 2019, altri sono alla prima apparizione. Nella speranza che qualcuno di questi, per buona volontà di qualche figura volenterosa, torni in una delle bacheche vere alla prima occasione utile.
 
* * *
 

1) Lista civica nazionale "Io non voto"

Mai come quest'anno, probabilmente, ci si attende un'affluenza bassa alle elezioni politiche. Quindi sarebbe stato più che normale trovare di nuovo in fila davanti al Viminale Carlo Gustavo Giuliana, classe 1953, palermitano come i colori del suo simbolo ormai storico: quello della Lista civica nazionale "Io non voto", col testo nero su fondo pervinca. L'emblema per l'ultima volta era finito nelle bacheche del Ministero dell'interno nel 2014 e ormai la sua assenza si fa sentire, soprattutto nell'epoca in cui il non-voto - purtroppo - acquista sempre più consenso nel corpo elettorale. Anche questa volta, dunque, votare "Io non voto" non si può: tocca farlo stando a casa.
  

2) Partito Pensionati e invalidi

In occasione del voto politico del 2018 era stata tra le prime a mettersi in fila nel terzo giorno di deposito dei contrassegni; stavolta invece nei corridoi del Viminale non si è avvistata Luigina Staunovo Polacco, fondatrice del Partito Pensionati e invalidiQuella riportata qui a fianco è l'ultima versione ammessa (nel 2018 appunto) del simbolo depositato da Staunovo Polacco: essendo stato ammesso più volte, a dispetto della parziale somiglianza con il fregio del Partito pensionati (più accentuata nella versione non ammessa quattro anni e mezzo fa), anche stavolta non avrebbe avuto problemi, se solo fosse arrivato in bacheca...  
Rispetto al passato, in effetti, è drasticamente calato il numero di emblemi presentati che si rivolgevano a quel gruppo di persone (e l'unico presentato, com'è noto, non è stato ammesso). 
Non si è visto nemmeno, giusto per fare uno dei nomi rilevanti, lo storico Pensioni & Lavoro del Gran Cancelliere Ugo Sarao, depositato da lui in persona, dal segretario Cesare Valentinuzzi o da un soggetto di loro fiducia: nel 2014 e nel 2019 alle europee aveva dato il meglio di sé, concependo una vera e propria "bicicletta" nel tentativo di presentare liste senza raccogliere le firme; nel 2018 era stato depositato "solo" Pensioni e lavoro (mentre nel 2013 si era rivisto Unione di centro, altra creatura di Sarao). Nella bacheca non è stato inserito, ma per gratitudine doveva assolutamente essere riportato almeno qui. 
  

3) Partito internettiano

Tra le assenze di cui occorre dare conto questa volta si deve annoverare anche il Partito internettiano, creatura politica di Francesco Miglino, che personalmente per molti anni ha partecipato come fondatore e segretario dei proprio movimento politico al rito del deposito dei contrassegni al Ministero dell'interno. Nel 2019, in occasione delle europee, era stato addirittura il numero 1 della fila (posto generosamente ceduto da Mirella Cece); era ragionevole attenderlo anche questa volta, per presentare il suo emblema rosso, viola e giallo (il primo a schierare la "at" al suo interno) e dare voce alle sue teorie di partecipazione piena attraverso la Rete (propagate fin dal 2001), ma bisognerà attendere il prossimo voto.
 

4) Partito socialista democratico italiano

In bacheca quest'anno è arrivato il contrassegno della Socialdemocrazia di Dino Madaudo e Umberto Costi e addirittura si è visto - dopo una sua breve avventura negli anni '90 - l'emblema della Socialdemocrazia liberale europea, ma si è atteso invano di veder depositare il simbolo storico del Partito socialista democratico italiano, di cui si era deciso il rilancio pochi mesi fa, eleggendo alla segreteria l'ex ministro Carlo Vizzini. Proprio lui si era premurato di dire che non era il suo partito ad aver concluso un accordo con Impegno civico di Luigi Di Maio (si trattava in effetti dell'associazione Proposta Socialista Democratica Innovativa, guidata da Mario Calì), ma la presentazione del simbolo poteva essere una buona occasione per riaffermare la rivendicata titolarità di nome e fregio.
  

5) Partito socialista italiano

In occasione di queste elezioni politiche il Partito socialista italiano concorre con proprie candidature - ed è cosa nota - alle liste del Partito democratico - Italia democratica e progressista. Se però altre forze politiche, pur partecipando a liste diverse senza inserire la propria "pulce" nel contrassegno composito, hanno scelto di presentare comunque il proprio fregio per tutelarlo, né il Psi né le altre forze convolte nelle liste ampliate del Pd (Movimento Repubblicani europei, DemoS, Volt e Articolo 1) hanno scelto di presentare il loro emblema. Dispiace per le forze politiche che sarebbero apparse per la prima volta, dispiace soprattutto per Mre e Psi, che tornando in bacheca avrebbero portato un'edera e un garofano in più nel panorama simbolico del 2022.
 

6) Parlamentare indipendente

Tra gli emblemi ammessi quest'anno figura anche quello di Tomaso Picchioni, teorico-pratico delle candidature individuali, per evitare che il voto a una persona possa incentivare l'elezione di altri soggetti: uno scenario da studiare, ma che l'attuale sistema (che di fatto lega le candidature nei collegi uninominali alla presentazione di liste) non è possibile. Ma allora sarebbe stato perfetto anche ritrovare in bacheca il simbolo Parlamentare indipendente già presentato più volte da Lamberto Roberti, per sostenere il suo disegno di "democrazia solipsista" che non prevede partiti o liste, ma solo candidature individuali. E invece il simbolo con tutti i colori dell'arcobaleno e le stelle d'Europa al centro non si è visto: tornerà, magari, alle prossime europee.
 

7) Sempre in piazza - Il presenzialista dei Tg

In bacheca, in effetti, non ci è mai finito. Eppure il simbolo Sempre in piazza - Il presenzialista dei Tg è nella disponibilità di Mauro Fortini, l'uomo dalla penna arancione da Guinness dei primati (lui e la penna), immortalato un numero imprecisato di volte dalle telecamere nella "zona parlamentare" di Roma. Quest'anno, se non altro, Fortini ha potuto mostrare il logo personale - realizzato da chissà chi... - in una sua provvidenziale e gentile incursione in un'intervista realizzata a chi scrive da Lanfranco Palazzolo sul deposito dei simboli. E questo perché, ancora una volta, Mauro Fortini era davvero "sempre in piazza" (quella del Viminale, in questo caso): si spera che, la prossima volta, lui abbia la possibilità di depositarlo sul serio.
 

8) Movimento sociale Fiamma tricolore

Tra le assenze "simboliche" che hanno colpito di più le persone attente alla politica, soprattutto legate a una certa area, va sicuramente annoverata quella del Movimento sociale Fiamma tricolore. Dal 1996 in avanti, infatti, a ogni elezione politica il fregio era stato avvistato nelle bacheche viminalizie, da solo (1996, 2001, 2006, 2013) o all'interno di contrassegni compositi (con la Destra nel 2008, in Italia agli italiani nel 2018). Quest'anno, per la prima volta, il simbolo (che dal 2004 è ufficialmente un "acronimo di goccia tricolore") di coloro che nel 1995 non avevano voluto disperdere il messaggi originario del Msi e per farlo avevano dovuto fondare un partito ad hoc non è nemmeno arrivato in bacheca (dunque nemmeno sulle schede). Un'assenza rilevante, che comunque lascia scoperta un'area non trascurabile.

9) Ora rispetto per tutti gli animali

Dopo la doppia presentazione in grande stile del contrassegno alle elezioni politiche del 2018 e alle europee dell'anno dopo, ci si aspettava un ritorno del simbolo di Ora rispetto per tutti gli animali, nell'anno in cui il Partito animalista tentava di essere presente in tutta l'Italia (grazie a 10 volte meglio) e spuntava il simbolo di Difesa animalista indipendente nazionale organizzata  - Daino. Questa volta, invece, il simbolo del partito guidato da Giancarlo De Salvo (con un orso marsicano e una X color senape) non è tornato al Viminale, così come non si è rivisto Flipper, il cane dei presentatori, mascotte del deposito 2019 (quest'anno c'era in compenso Stella, cagnolina di Max Panero di Destre unite).
 

10) Lista consumatori

Se quest'anno al Ministero dell'interno c'è stata penuria di pensionati, non si può non rilevare l'assenza totale di simboli dedicati ai consumatori, mentre in passato se n'erano visti in gran copia. Dovendo scegliere tra gli emblemi del passato, ci si permette di lasciare da parte i Consumatori uniti di Bruno De Vita (presenti nel simbolo composito di Verdi e Pdci del 2006 e poi confluiti nell'Unione democratica per i consumatori) e si ripesca la Lista consumatori, nata in collaborazione con il Codacons nel 2004 (schierata a partire dalle europee di quell'anno) e caratterizzata da un rospo al centro del simbolo, secondo il famoso motto dell'associazione "Non ingoiare il rospo!". 
 

11) Democrazia cristiana

"Un'altra Democrazia cristiana? Al Viminale ce n'erano quattro, due proprio con quel simbolo!" Si comprende la reazione, ma perché negarsi l'emozione di avere in bacheca una quinta Dc, nell'anno più democristiano di sempre? Quanto al simbolo, si poteva scegliere quello della Dc guidata da Angelo Sandri (che concorre alle liste di noi Di Centro - Mastella - Europeisti), ma si è riutilizzato lo stesso emblema presentato al Viminale dalla Dc-Mortellaro e dalla Dc-Luciani perché è quello impiegato da anni da Denis Martucci per la Dc guidata da lui (e che nel 2018 era presente come DemoCristiana accanto a Italia Reale). Il simbolo non è arrivato al Viminale per protesta, come spiegato in una nota da Martucci: "queste elezioni sono incostituzionali se non nella forma, nella sostanza [...]. Comprendiamo che per le grandi forze [...] la presenza di cittadini indipendenti che senza rimborsi e fondi vari si attrezzano di buona volontà e riescono a presentarsi anche solo in una circoscrizione elettorale, sia un fatto trascurabile. Tuttavia la democrazia non può ridursi ad una mera previsione teorica. Concedere ai cittadini una ventina di giorni (laddove la norma prevede la validità di firme raccolte sino a sei mesi prima!) in agosto per fare sottoscrivere e autenticare centinaia di candidature e circa 60mila sottoscrizioni con l'unica possibilità di trascinare amici e sostenitori (tutti ormai con vacanze prenotate) innanzi alle anagrafi (essendo chiusi gli studi di avvocati e notai), è un ipocrisia che fa invidia ai più rinomati regimi dittatoriali". Per Martucci "allo stato il diritto di cui all'articolo 49 della Costituzione è leso non solo dall'aver reso impossibile ai cittadini la partecipazione a queste consultazioni, ma anche dalle norme sulle esenzioni dalle sottoscrizioni che creano di fatto situazioni di grave, discrezionale e immotivata disuguaglianza tra le associazioni politiche".

12) Verde è Popolare

Più che in un'altra Dc, si sperava nell'arrivo di Verde è Popolare, ultima (per ora) creatura di Gianfranco Rotondi, che cela dietro a due foglie uno scudo crociato, su fondo verde. Finora solo la Democrazia cristiana per le autonomie (in fregio composito col Nuovo Psi), tra i partiti rotondiani, era approdata nelle bacheche durante il deposito generale dei contrassegni: Verde e Popolare invece non s'è visto, forse anche per evitare rilievi sulla presenza dello scudo. Rotondi sarà comunque candidato, non più da Forza Italia ma da Fratelli d'Italia (alla Camera in Sicilia 2-P03 e, per la coalizione, nel collegio uninominale di Avellino): lui ha spiegato che è il tentativo di "riprendere il progetto di un partito di centrodestra senza trattino, una grande forza di massa speculare al Pd, ma infinitamente più forte" (dopo il tentativo mal riuscito del Pdl) e del recupero della lezione di Carlo Bernini: "un democristiano prima guarda dove sta la sinistra, poi si gira a vedere se qualcuno la combatte e può batterla, e vota là". Non stupisce che colui che è affezionato alla definizione di "ultimo democristiano in Parlamento" si candidi là dove voterebbe un democristiano (per avere più chance di essere eletto e di rendere più moderato e inclusivo il progetto di Fratelli d'Italia); peccato però non aver incrociato Rotondi al Viminale col simbolo...
  

13) W la Fisica

Non c'è alcun dubbio: è un simbolo che ha "ballato una sola elezione" (quella del 2018), ma W la Fisica, il soggetto politico fondato da Mattia Butta (ingegnere che lavora all'Università Tecnica Ceca di Praga) per reagire da par suo alle "stupidaggini anti-scientifiche" provenienti da certa politica, si è fatto ricordare da molte persone, non solo quelle appartenenti alla schiera dei #drogatidipolitica. Anche stavolta, come nel 2019, il simbolo molto bianco con tocchi di nero e grigio sfumato non è tornato in bacheca; eppure di un rimedio serio alle panzane anti-scientifiche di varia provenienza ci sarebbe tuttora un dannato bisogno... 

14) Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda

Altra carenza rilevante, nell'ultimo deposito di contrassegni, ha riguardato i simboli delle formazioni autonomiste: si sono visti solo il Partito sardo d'azione, il cartello Svp-Patt, il Movimento Friuli e la Liga Veneta Repubblica, senza altre formazioni sardiste (nel 2018 c'era almeno Autodeterminatzione), friulaniste (come scordare Front Furlan - Vonde Monadis?), piemontesiste (si pensi al lungo impegno di Roberto Gremmo), lombardiste o in generale decentraliste di cui c'era stata abbondanza in passato. Non sfugge, allora, l'occasione di vedere in bacheca almeno il fregio della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda, in passato al centro di una lunga contesa sulla titolarità del simbolo e fondamentale per l'esito delle elezioni politiche del 2006 (v. alla voce "Elidio De Paoli"). Dopo il 2009 il simbolo non si è più visto, ma c'è chi non lo ha dimenticato.  
 

15) Lista dei Grilli parlanti

L'ultima volta che si è visto Renzo Rabellino al Viminale è stata nel 2014: era venuto a depositare insieme a varie persone il simbolo della Lega Padana e altri emblemi a lui legati. C'era anche, ovviamente, la gloriosa Lista dei Grilli parlanti (che poi era in origine del Grillo parlante, ma anche con il nome scritto con un corpo minore rispetto al passato il contrassegno non era stato ammesso, quindi si era tornati al plurale). Inutile girarci troppo intorno: i frutti politico-grafici del genio assonante di Rabellino - e di chiunque abbia provato, in passato e per un certo tempo, a seguirne le orme - mancano a ogni vero #drogatodipolitica che si rispetti. E anche se è finita la "fase dei grandi scherzi" (ci si perdoni il riciclaggio della massima di Bertinotti-Guzzanti), dimenticarla sarebbe un delitto.
 

16) Comitato nazionale per l'Agenda dei draghi

Che Rabellino non sarebbe spuntato al Viminale era probabile; che il secondo e il terzo giorno di deposito dei contrassegni conoscessero lunghe fasi di mortorio era meno prevedibile e - soprattutto - poco gradevole. Nel mezzo delle chiacchiere tra le persone intente a raccontare la #MaratonaViminale, ecco l'idea collettiva tanto malsana quanto appropriata: tentare un'indegna sostituzione di Renzo Rabellino, producendo un simbolo degno di lui. Perché lui di certo un simbolo riferito a Draghi l'avrebbe preparato e presentato. Dopo Grillo e Monti (e, prima, Rosso e Buttiglione), quindi, era tempo di candidare Draghi, anzi, "l'Agenda Draghi" citata da più parti come modello da seguire o da evitare. Si doveva così cercare un'agenda vera e piazzarci sopra due draghi per giustificare il nome scelto; anzi, nel miglior stile rabelliniano, si poteva coniare come denominazione Comitato nazionale per l'Agenda dei draghi, ovviamente riportando solo le ultime tre parole e riducendo in modo sensibile le dimensioni della preposizione. Poco importa che alla fine della terza giornata sia stato depositato il simbolo di Italiani con Draghi: l'Agenda dei Draghi, pur destinata a bocciatura quasi certa, era ben più raffinata (e Moleskine potrebbe farci un pensierino...)  

venerdì 19 agosto 2022

5 simboli riammessi: nuova puntata di #RomanzoViminale

Fonte: www.interno.gov.it
Alle ore 16 di ieri è scaduto il termine per accogliere l'invito del Ministero dell'interno a modificare i contrassegni ritenuti confondibili o usati senza titolo, a integrare i documenti presentati o, al contrario, a presentare opposizione alla richiesta, chiedendo l'intervento dell'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Di quest'ultimo passaggio si potrà dare conto solo nelle prossime ore, quando saranno rese note le decisioni del collegio di magistrati; nel frattempo, in compenso, si può dire che cinque forze politiche hanno seguito le indicazioni del Viminale e hanno visto riammettere il loro fregio elettorale, che dunque figura nell'ultima bacheca dei contrassegni ammessi, in coda a quelli regolarmente "approvati" martedì 16 agosto (dunque dopo Italia dei Diritti).
Dopo le ore 21 di ieri, infatti, sul sito del Ministero dell'interno è apparsa la notizia in base alla quale il numero complessivo degli emblemi ammessi era salito a 75, appunto dopo le ultime riammissioni. Non vengono indicate le ragioni relative ai singoli casi di forze politiche riammesse (né, del resto, era stata data specifica notizia sulle valutazioni che avevano portato a ricusare 14 emblemi e a ritenerne altri 17 non in grado di consentire la presentazione di liste), così ci si deve limitare a ciò che si può intuire attraverso la foto complessiva pubblicata.
Due dei cinque contrassegni riammessi risultano modificati rispetto alla versione depositata al Viminale lo scorso fine settimana: in quei casi, dunque, i problemi rilevati dal ministero riguardavano effettivamente l'emblema elettorale o, almeno, una sua parte. Questo vale, ad esempio, per la prima forza politica ad avere sostituito il proprio simbolo, cioè Dcl - Democrazia cattolica liberale: si era detto, infatti, che l'unico elemento davvero problematico era costituito dal triplo scudo crociato collocato in primo piano nel contrassegno, vista la norma che tutela i simboli tradizionalmente usati da partiti presenti in Parlamento, quale è l'Udc (piaccia o no ai vari gruppi che vorrebbero rimettere in opera la Dc e sostengono che il Viminale tuteli in modo inopportuno e scorretto la posizione del partito guidato da Lorenzo Cesa). Marco Peretti, capo della forza politica, ha evidentemente scelto di rinunciare agli scudi crociati, semplicemente togliendoli: è rimasta l'espressione "Dcl Liberazione", prima leggibile sui bracci orizzontali delle tre croci una dopo l'altra, mentre la sigla Dcl è stata spostata al centro del cerchio, ora non più occupato dagli scudi (e che mostra la sfumatura da blu ad azzurro che, in fondo, ora può ricordare il profilo di uno scudo).
L'unico altro emblema modificato rispetto alla (prima) fase di deposito è quello di Pensiero e azione Ppa. Il contrassegno ora ammesso - il quarto, in ordine di riammissione - non contiene più la miniatura del simbolo della formazione La Politica dei Giovani: si deve quindi supporre - come del resto si era già immaginato quando è stata esposta la bacheca dei simboli non ammessi - che il Ministero avesse rilevato la mancata delega all'inserimento di quel simbolo all'interno del contrassegno di Ppa, mentre è bastato togliere quel riferimento grafico (e far emergere per intero il nastrino tricolore sottostante) per risolvere il problema che in un primo tempo era stato sollevato e far ritenere ammissibile la nuova versione del contrassegno.
Non ha subito modifiche invece il terzo simbolo riammesso, quello di Palamara Oltre il Sistema. Luca Palamara ad Adnkronos ha dichiarato già mercoledì che 
"La dea che sorregge la bilancia simbolo di equità e come un nume tutelare sovrasta l’Italia simbolo della urgenza di fare la riforma della giustizia avrà modo di correre e di comparire per le prossime competizione elettorale di settembre. La giustizia è di nuovo in corsa. Più forti di prima, si va oltre il sistema". Che la lista corra o meno, ciò sarà possibile per il deposito della dichiarazione di trasparenza, dell'atto di mandato al deposito autenticato al 14 agosto e "rettificato il 17/08/22" e della dichiarazione di consenso all'uso del cognome nel contrassegno": quelle integrazioni documentali, dunque, sono state sufficienti a riammettere l'emblema presentato domenica.
Non risultano modifiche nemmeno per il secondo e il quinto simbolo oggetto di riammissione. Il secondo, relativo al Partito federalista italiano, che non appare ritoccato in alcuna sua parte, è stato probabilmente riammesso in seguito alla sanatoria dei documenti presentati. Pur mancando maggiori informazioni in materia, si può pensare che le cose siano andate così: chi scrive, infatti, ha visto con i propri occhi che il depositante e capo della forza politica, Pierantonio Sabini, è rimasto a lungo impegnato insieme al suo collaboratore con la sottocommissione che si è occupata della pratica di ammissione, per cui è probabile che fossero rimaste in sospeso alcune questioni di documentazione incompleta, risolte dopo il primo verdetto di non ammissione.
Quanto al quinto e ultimo emblema riammesso, quello di L'Italia sé desta, anche qui l'immagine pubblicata non sembra modificata, nemmeno nel presunto errore ortografico relativo al nome (che pure potrebbe essere interpretato come "L'Italia desta se stessa", come l'azione dei soldati che infiggono la bandiera, stile 
Iwo Jima riflessa). La riammissione, che a questo punto sembra dovuta all'integrazione della documentazione (in particolare della dichiarazione di trasparenza), permette tra l'altro di smentire materialmente l'idea - che pure era circolata o qualcuno aveva auspicato - che l'emblema fosse stato in un primo tempo "bocciato" proprio a causa dell'errore (nel 2013 fu ammessa senza problemi l'espressione "Aqua bene comune" nel simbolo Recupero maltolto di Enrico Andreoni, anche se in realtà il suo era un latinismo, infatti in seguito avrebbe scritto "Bonum commune aqua").
Altri soggetti esclusi hanno probabilmente fatto opposizione agli inviti del Viminale: si dovrà attendere il verdetto dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, atteso per la giornata di domani, per avere il quadro definitivo dei contrassegni ammessi, anche se è probabile che anche eventuali decisioni favorevoli ai presentatori non aumentino il numero di liste sulle schede (le firme, insieme al resto dei documenti, dovrebbero comunque essere consegnate presso le sedi delle corti d'appello entro lunedì sera).

giovedì 11 agosto 2022

Verso la #MaratonaViminale: tutto pronto, anche per difendersi dal sole

Foto originale tratta dal sito www.interno.gov.it
Tempo poche manciate di ore e, alle 8 di venerdì 12 agosto, i cancelli che marcano l'ingresso del Palazzo del Viminale si apriranno, consentendo alle prime persone in fila sulla piazza di accedere al Ministero dell'interno per il deposito dei contrassegni per le elezioni politiche del 25 settembre. Non è certo l'atto o il momento che dà avvio alla "macchina elettorale" che porterà al primo rinnovo autunnale delle Camere nella storia repubblicana italiana (e, probabilmente, ai comizi elettorali convocati più in fretta nello stesso periodo). Si tratta però sicuramente del primo rito - individuale e collettivo insieme, ma soprattutto visibile e d'impatto - di un cammino che, da qui fino al momento del voto nelle sezioni elettorali presenti in tutti i comuni d'Italia (e, in realtà, fino alla conclusione dello spoglio e alla comunicazione dei risultati), dovrebbe coinvolgere l'intero Paese; purtroppo è probabile che molte persone riterranno di non sentirsi coinvolte e decideranno di non partecipare - e sarà una sconfitta per chiunque - ma il rito si compirà anche per loro (anche se, senza di loro, sarà inevitabilmente più povero).
La presentazione dei simboli - come nel linguaggio colloquiale vengono indicati tanto i singoli contrassegni quanto gli elementi principali contenuti al loro interno, dunque i simboli "propriamente detti" - si configura forse come il primo "picco" di interesse, successivo all'indizione delle elezioni, per chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica. Dopo un numero imprecisato di anticipazioni, voci, presentazioni, ritocchi, operazioni di repackaging e fusione dei progetti politici e delle loro immagini ufficiali nelle settimane precedenti, infatti, in 32 ore non consecutive (20 per le elezioni europee, ma è ancora presto...) si concentrano e si succedono negli occhi e nella mente tutti i colori, i testi, le forme e i messaggi che nelle settimane seguenti accompagneranno praticamente ogni momento e materiale della campagna elettorale, fino al tempo passato in cabina elettorale e poi a esaminare e contare le schede. Uno dopo l'altro scorrono emblemi consueti e fregi nuovi o seminuovi, persone ben note e altre perfettamente sconosciute, dettagli che spuntano inattesi o curiosità da indagare meglio, magari condividendo i propri pensieri con altri membri della comunità (fisicamente vicini o connessi grazie alla tecnologia).
I due giorni e mezzo abbondanti dedicati al deposito dei contrassegni, però, è fondamentale anche sotto vari altri aspetti. Quello più ovvio - e forse il solo che possa riguardare chiunque, a partire da chi studia e analizza le elezioni - è che quella fase mette più di un punto fermo: dopo le ore 16 di domenica non sarà più possibile cambiare i contrassegni (tranne che nei casi in cui è stato il Ministero a invitare alla sostituzione) e saranno definitivi anche gli eventuali collegamenti di coalizione tra le rispettive forze politiche, come pure il giudizio sui soggetti che - per mancanza di alcuni documenti o per altri punti critici - non potranno finire sulla scheda; per avere un quadro ancora più definito, naturalmente, si dovrà attendere la presentazione e l'ammissione delle candidature, una settimana più in là. Intanto, però, chi avrà assistito direttamente al rito del deposito o avrà visto quelle immagini attraverso i media avrà già potuto - una volta di più - prendere coscienza della varietà del mondo che si mette in fila per depositare, aspettando di presentare le liste o non pensandoci affatto, ma comunque con la precisa idea di partecipare a quel momento per renderlo più pieno e farlo proprio, fosse anche solo per lasciare una traccia del proprio pensiero negli archivi o negli scatoloni del Viminale (nella speranza che qualche losco e imprecisato figuro prima o poi si metta in testa di consultarli e trovi chi possa mostrarglieli) o per approfittare della concentrazione di taccuini, registratori, telecamere e smartphone, dando ragione della propria esistenza e rassicurando chi per mesi o anni aveva perso le tracce di un volto o di un simbolo (per quanto ad alcune persone la politica allunghi la vita, il tempo passa, segna e scava, a volte in modo impietoso e inatteso).
Ed è bene ammettere - o, se non era mai capitato prima, rendersi conto - che ogni persona in fila, con il proprio contrassegno e le idee che stanno dietro, rappresenta la tessera di un mosaico complesso, il cui risultato siamo tutte e tutti noi. Ognuna di quelle tessere ci somiglia almeno un pochino, anche quando non lo sappiamo o non saremmo disposti a crederlo. Vale per la Signora che con imperiale imperturbabilità dà ordine al rito (essendone diventata un elemento fondamentale), per un soggetto che avanza deciso con passo spedito e stivaloni da eroe dei Due Mondi, per un altro che cammina distinto offrendo cadeaux (protettivi, di "buone maniere" o creativamente folli) a chiunque non si sottragga, per un signore che con calma apre la sua cartella di pelle ed estrae un salvadanaio su carta, per un politico-odontoiatra di lungo corso che ha odiato tanto la materia elettorale da diventarne esperto e da presentarsi all'alba per curare il deposito (e a tornare più volte a controllare le bacheche, perché non si sa mai), per l'albergatore calato a Roma per difendere il Grande Nord, per tre persone che arrivano insieme dopo aver macinato parecchi chilometri e riescono a far ammettere un simbolo in cui convivono storia e un motto popolar-triviale salvato dal vernacolo, per un ex professore o un imprenditore tenaci e disposti a ogni cosa per ridare corpo allo scudo crociato o per chiunque altro si trovi a solcare gli alti e austeri corridoi del piano terra del Viminale.
L'unica cosa certa è che in questo rito - personale perché ognuno ha un preciso ruolo, con o senza copione; collettivo perché quel mosaico ha bisogno di tutti per riuscire com'è - ne è coinvolta parecchia: chi viene per depositare o assistere chi deposita, certo, ma anche ogni singolo ingranaggio umano della #macchinaViminale che accoglie, dispone, riceve e registra i documenti, valuta e comunica, per non parlare di chi - come anche, nel suo piccolo, chi scrive - arriva lì per vedere e raccontare a chi non è entrato in quel palazzo. Lo si farà anche questa volta, pur senza aver archiviato del tutto la funesta "era Covid". un paio di anni fa sarebbe stato impossibile pensare di vivere due giorni e mezzo abbondanti così, con periodiche resse di fotografi al passaggio di alcune persone, con assembramenti e capannelli in certe stanze o lungo i corridoi. Ora ci si prova, sapendo che non è finita, che qualche precauzione resterà, ma i riti sono fatti anche per essere ripresi, non appena è possibile e comunque quando è necessario.
Di certo la macchina organizzativa del Ministero dell'interno si è mossa per affrontare almeno il "generale Estate", dentro e anche fuori dal palazzo. Chi scrive crede che il caldo notevole che da settimane - piogge recentissime a parte - impregna Roma consiglierà a più di una persona di non recarsi sulla piazza del Viminale con largo anticipo, come in passato, per evitare che il mettersi in fila presto per presidiare tenacemente le prime posizioni degeneri in defaillances inutilmente pericolose. In ogni caso, la parte della piazza più vicina alla scalinata che porta al palazzo, oltre che transennata come al solito per consentire una fila più ordinata, è stata attrezzata con alcuni gazebo della Protezione Civile, per riparare dal sole le persone che saranno in fila nello spazio qui ribattezzato scherzosamente #ViminaleBeach; la stessa Protezione civile dovrebbe poi presidiare l'area, distribuendo acqua alle persone presenti per rendere più tollerabile il tempo passato nell'attesa dell'apertura dei cancelli. E se nei corridoi le bacheche sono già state montate, pronte a ospitare i simboli, si ha la certezza che almeno uno dei bar presenti al piano terra (giusto accanto alle bacheche) funzionerà durante tutto il deposito, in modo che chiunque voglia ristorarsi in fretta in quei giorni possa farlo. In effetti era prevista la chiusura fino a Ferragosto, ma pochi tocchi di pennarello informano che le porte il 12 agosto riapriranno: caffè per stare svegli, acqua per combattere il caldo e generi di conforto per festeggiare l'avvenuta consegna o fare una pausa tra un simbolo e l'altro non mancheranno. Può sembrare poco, eppure è fondamentale: partecipare ai riti, inclusi quelli della democrazia, funziona meglio se si è in forze e se ci si prende il tempo per un sorriso e qualche parola più leggera, prima di tornare in postazione. Di questo e di ogni altra cura per chi deposita, lavora e racconta, la comunità dei #drogatidipolitica è sinceramente grata al Ministero dell'interno.

martedì 2 agosto 2022

Il "nuovo" deposito dei simboli secondo le Istruzioni del Viminale

Ieri la Direzione centrale per i servizi elettorali del Ministero dell'interno ha pubblicato il documento fondamentale per chi intende presentare candidature alle prossime elezioni politiche: si tratta della nuova edizione delle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature, la guida al procedimento elettorale preparatorio che è opportuno consultare con attenzione. 
Le Istruzioni non hanno ovviamente valore di legge, ma partono dalle disposizioni in vigore e le corredano di indicazioni pratiche perché le varie operazioni possano andare a buon fine; non risolvono tutti i dubbi (anche perché non spetta al Viminale risolverli), ma danno comunque indicazioni preziose, di cui bisogna tenere conto anche per sapere quali conseguenze potrebbero discendere dall'agire diversamente (anche se, per esempio, alcune scelte concrete delle forze politiche in materia di esenzione dalla raccolta firme alle elezioni europee sono state "avallate" dagli uffici elettorali nel 2014 e nel 2019, pur se in contrasto con il contenuto della guida ministeriale).
 

Chi può depositare e quando (e quanti simboli)

Come sempre, la prima parte delle Istruzioni è dedicata all'adempimento che a chi frequenta con assiduità questo sito interessa di più: la presentazione dei contrassegni elettorali presso il Ministero dell'interno e il successivo esame da parte della Direzione centrale per i servizi elettorali. Si tratta di un passaggio ben noto, che però in quest'elezione presenta alcuni profili di novità, soprattutto per la possibilità di presentare il simbolo in primis o anche soltanto in formato informatico: le Istruzioni, dunque, forniscono le prime indicazioni per affrontare questo passaggio e meritano di essere esaminate.
Al Ministero i contrassegni elettorali che dovrebbero distinguere le liste (e, singolarmente o in coalizione, le candidature nei collegi uninominali) si depositano come sempre tra il 44° e il 42° giorno precedenti la data del voto: per l'esattezza, dalle ore 8 alle ore 20 del 12 e del 13 agosto e dalle ore 8 alle ore 16 del 14 agosto. A depositare ciascun contrassegno può provvedere direttamente il presidente o il segretario del partito o del gruppo politico, oppure una persona che abbia ricevuto da detto presidente o segretario un mandato (o una procura speciale) e che non può a sua volta delegare un'altra persona: quel mandato dev'essere necessariamente autenticato da un notaio, per cui non basta una delle altre figure di autenticatori (professionali o istituzionali-politici) previsti dalla legge per le procedure elettorali. Se poi il contrassegno è composito, dunque contiene più simboli o comunque riferimenti a più partiti o soggetti politici, la persona incaricata deve avere il mandato autenticato da notaio da parte di tutti i presidenti/segretari dei partiti rappresentati nel contrassegno (il che significa che l'eventuale leader di partito che depositi personalmente un emblema composito dovrà comunque essere a sua volta munito di mandato dei presidenti/segretari delle altre forze politiche comprese nel fregio elettorale). Vale subito la pena dire che le Istruzioni contengono un fac simile dei vari atti da presentare durante il procedimento elettorale preparatorio, dunque è possibile intendersi meglio sui contenuti da inserire.
Chiunque provveda al deposito del contrassegno, poi, è tenuto a eleggere domicilio entro il territorio del comune di Roma (e ad essere effettivamente raggiungibile, o direttamente o mediante una persona indicata al momento della precisazione del domicilio romano): in questo modo, il Viminale vuole avere la certezza che il depositante possa ricevere "fisicamente" le comunicazioni e le notificazioni legate all'ammissione o alla richiesta di sostituzione del contrassegno o al resto dei documenti presentati (specialmente quelle che verranno recapitate martedì 16 agosto, contenenti la copia del contrassegno ammesso o il provvedimento con cui si invita alla sostituzione illustrando i motivi in base ai quali viene chiesta). L'atto di deposito diretto del contrassegno da parte del presidente/segretario o l'atto di mandato a depositare deve contenere, tra l'altro, la denominazione scelta per il partito o gruppo politico organizzato (che, com'è noto, non necessariamente deve coincidere con le diciture visibili all'interno del contrassegno).
Un particolare forse poco noto riguarda il numero di contrassegni depositabili. Il d.P.R. n. 14/1994 precisa che nessuna persona può depositare più di un contrassegno e nessuno può delegare più persone a depositare contrassegni diversi (e nemmeno dare mandato a qualcuno per presentare un simbolo e depositarne personalmente un altro). In teoria ogni forza politica può depositare un solo contrassegno per ciascuna competizione elettorale; si deve però ricordare non solo che le elezioni di Camera e Senato, pur contestuali, rappresentano formalmente due consultazioni diverse, ma anche che vanno considerate distintamente da quelle delle relative assemblee parlamentari anche le elezioni relative ai deputati o ai senatori assegnati alla circoscrizione Estero. Ciò rende possibile che la stessa forza politica depositi - su mandato del vertice a una sola persona - il medesimo contrassegno relativo a tutte e quattro le consultazioni (Camera, Camera Estero, Senato, Senato Estero) o solo ad alcune di esse, ma anche un contrassegno diverso per ogni competizione elettorale (magari proponendo alleanze diverse per il Senato rispetto alla corsa solitaria alla Camera o introducendo elementi ad hoc per la circoscrizione Estero). Un partito potrebbe così far depositare fino a quattro contrassegni, purché alla fine ne risulti solo uno per ogni consultazione (ad esempio non potendone indicare due per la Camera e due per il Senato). L'unica eccezione formalmente non prevista, ma sempre ammessa - in nome della tutela per le minoranze linguistiche e della sostanziale identità del contrassegno negli elementi fondamentali - consente di depositare le varianti linguistiche dello stesso fregio elettorale, di solito proponendo la versione contenente pure la traduzione in tedesco (e magari ladino) o sloveno. In ogni caso, all'atto del deposito, occorre precisare per quale consultazione o quali consultazioni il contrassegno viene presentato.

Le regole (invariate) sul contenuto dei contrassegni

Dei contenuti obbligatori o preclusi per ogni contrassegno si è parlato spesso in questo sito, specie su casi concreti. Posto che i partiti che "notoriamente" usano un simbolo sono tenuti ai impiegarlo come contrassegno elettorale (per evitare cambi "in zona Cesarini" magari per somigliare troppo a fregi esistenti), le regole sono le solite: non sono ammissibili contrassegni identici o confondibili (per la rappresentazione generale o i colori usati, per i simboli impiegati, i singoli elementi grafici o letterali) con simboli usati tradizionalmente da altri partiti o contrassegni che riproducano "simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, o elementi caratterizzanti simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l’elettore"; se sono confondibili contrassegni di soggetti privi di rappresentanza parlamentare, vale il criterio "chi prima arriva meglio alloggia". Non si possono inoltre presentare contrassegni al "solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati" a usarli (magari depositando per primi un simbolo simile a uno già divulgato ai media, ma non presente in Parlamento) o emblemi contenenti "immagini o soggetti religiosi"
Pur mancando norme esplicite, non si ritengono ammissibili neanche contrassegni che includano nomi, simboli o marchi "di aziende o società (anche calcistiche)" senza la loro autorizzazione (il famoso "comma Di Nunzio" inserito dopo la diffida ricevuta dal Viminale per "Forza Juve - Bunga Bunga", nota a chi scrive) oppure "parole, espressioni, sigle, immagini, disegni o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie" (il fascismo, secondo la XII disposizione finale della Costituzione e la "legge Scelba", ma pure il nazionalsocialismo e simili). Infine le Istruzioni precisano che se il contrassegno contiene uno o più nomi di persona diverse dalla persona che deposita o dà mandato a depositare, va aggiunto un atto con cui le persone nominate danno il consenso all'uso dei loro nomi (con firma autenticata dai soggetti abilitati a ciò).

Il nuovo deposito in formato digitale, ma sempre "a mano"

La parte più interessante delle Istruzioni riguarda le forme del deposito dei contrassegni. Posto che la guida ricorda che "la legge non consente il deposito del contrassegno né tramite invio per posta elettronica certificata (Pec), né tramite posta elettronica ordinaria, né per mezzo della posta cartacea tradizionale" (specialmente dopo che, durante la conversione del "decreto Semplificazioni", si era espressamente esclusa ogni alternativa al deposito brevi manu), il manuale recepisce il nuovo testo - cambiato appunto nel 2021 - dell'art. 15 del testo unico per l'elezione della Camera, in base al quale "Il contrassegno di lista deve essere depositato a mano su supporto digitale o in triplice esemplare in forma cartacea", per cui il deposito su supporto digitale è ora considerato l'ipotesi "normale", che sostituisce per intero la presentazione cartacea. Le Istruzioni precisano che il deposito potrà avvenire "su supporto fisico, ad esempio Cd, Dvd, pen drive o simili, sia in formato vettoriale sia in formato Pdf, anche in unico esemplare" (dunque con una sola dimensione): si chiede solo che il contrassegno sia "circoscritto da un cerchio", precisando dunque i suoi esatti "confini", in modo che possa essere correttamente riprodotto in ogni formato (scheda elettorale o manifesto); nel testo si suggerisce anche di depositare quelle immagini nei formati detti "in quadricromia (CMYK), privi di colore PANTONE ® e sprovvisti del profilo del colore", precisando che questo permetterà agli uffici (in particolare a chi cura il portale Eligendo) e alle tipografie incaricate di stampare manifesti e schede di "di acquisire un’ottimale definizione e immagine delle espressioni letterali che si trovano nel contrassegno, delle raffigurazioni contenute all’interno del contrassegno medesimo, delle tonalità di colore".
Resta ovviamente possibile continuare a consegnare tanto la versione su supporto informatico, quanto quella cartacea del simbolo, ma si richiede - altrettanto ovviamente - che l'immagine del contrassegno sia "perfettamente identica nei due formati". Per chi volesse depositare il simbolo solo su carta, le Istruzioni confermano quanto già previsto in passato, suggerendo di riprodurre i contrassegni "su carta lucida a inchiostro di china o tipografico" o, se sono a colori, "su carta bianca del tipo patinata opaca e possibilmente anche in fotocolor". Si ritiene ancora opportuno - e, di fatto, è vivamente consigliato - depositare in cartaceo tre esemplari del contrassegno con 10 centimetri di diametro (per i manifesti delle candidature) e altrettanti con 3 centimetri di diametro (per le schede elettorali), ovviamente identici tra loro nel contenuto. Il tutto senza dimenticare che "tutte le raffigurazioni e le espressioni che fanno parte del contrassegno dovranno risultare racchiuse nel cerchio che delimita, all'esterno, il contrassegno medesimo".

Dopo il deposito, tra opposizioni e ricorsi mai regolati

Restano da dire poche cose sui contrassegni, ad esempio che insieme a questi è prevista la consegna del programma elettorale (con l'indicazione del capo della forza politica), dell'eventuale dichiarazione di collegamento (in coalizione) con altre forze politiche, degli atti di designazione dei rappresentanti incaricati di depositare le candidature e di chi dovrà inviare al Viminale curricula e certificati penali delle persone candidate, nonché dello statuto (per i partiti iscritti all'apposito registro) o, in alternativa, della dichiarazione di trasparenza contenente gli elementi minimi di organizzazione interna (altro atto che dev'essere necessariamente autenticato da notaio, oltre che firmato dal legale rappresentante del soggetto collettivo). 
Si conferma ogni regola già vista in passato sull'esame dei contrassegni da parte del Ministero (previsto tra il 15 e il 16 agosto, altro che #ViminaleBeach): resta il termine di 48 ore dalla comunicazione dell'invio a sostituire l'emblema per presentare un nuovo contrassegno regolare, pena la ricusazione, così come resta la possibilità - entro le stesse 48 ore - di opporsi alle decisioni del Viminale in materia di contrassegni (possono farlo tanto coloro che non accettano di sostituire il proprio simbolo, tanto i partiti o gruppi che ritengano un altro emblema ammesso confondibile con il proprio) e investire della decisione l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione (chiamato a sua volta a decidere entro 48 ore dalla ricezione dell'opposizione).
Finora le possibilità di contestare le decisioni in materia di simboli finivano qui, sulla base dell'orientamento della Corte di cassazione che escludeva che i giudici (ordinari o amministrativi) potessero occuparsi delle posizioni di chi voleva partecipare alle elezioni politiche, essendo ogni Camera chiamata a giudicare dei "titoli di ammissione" dei suoi membri (art. 66 Cost.). La sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale (originata d un ricorso di +Europa), tuttavia, ha superato una volta per tutte quell'orientamento, precisando che  "le questioni attinenti le candidature, che vengono ammesse o respinte dagli uffici competenti, nel procedimento elettorale preparatorio, riguardano un diritto soggettivo" e dunque deve occuparsene il giudice ordinario civile, "quale giudice naturale dei diritti", quale il diritto fondamentale e inviolabile di elettorato passivo: la considerazione, relativa alle candidature, si deve necessariamente applicare anche alle questioni relative ai contrassegni (perché se un contrassegno non viene ammesso non è poi possibile presentare candidature per la relativa forza politica).
Proprio sulla base della sentenza n. 48/2021, il Senato aveva discusso e approvato un disegno di legge per introdurre - come chiesto espressamente dalla Corte - un rito ad hoc per assicurare "una giustizia pre-elettorale tempestiva". Riprendendo l'antica idea di affidare tutte le questioni in materia elettorale ai giudici amministrativi (che già si occupano del contenzioso legato alle elezioni europee, regionali e amministrative), si era proposto di anticipare di qualche giorno i tempi per il deposito dei contrassegni e delle candidature (e di dimezzare i tempi per rivolgersi all'Ufficio elettorale centrale nazionale), in modo da prevedere un ricorso al Tar del Lazio ed eventualmente al Consiglio di Stato, così da consentire una tutela dei diritti pur in tempi molto ristretti. Quel disegno di legge, però, si è incagliato alla Camera in commissione e non è stato approvato, dunque non è entrato in vigore il rito ad hoc (e nemmeno l'anticipo dei termini pre-elettorali); non per questo, peraltro, la sentenza della Corte costituzionale non produce effetti, dunque non è impossibile che i presentatori di contrassegni ricusati e i candidati esclusi si rivolgano (dopo la Cassazione) anche al tribunale di Roma o a quello competente per territorio, chiedendo tutela per il diritto di elettorato passivo. Difficile, anzi, difficilissimo che quei tentativi siano compatibili con i tempi del procedimento elettorale, ma qualcuno - a partire dalla lista Referendum e Democrazia - ci proverà di certo.