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lunedì 16 febbraio 2026

Decennale del Popolo della Famiglia, suppletive guardando alla Camera (per formare una componente con Futuro nazionale di Vannacci)

Il 22-23 marzo prossimi, oltre che per il referendum con cui il corpo elettorale potrà scegliere se confermare oppure no la legge di revisione costituzionale che interviene su vari articoli della Carta in materia di giustizia e ordinamento giurisdizionale (art. 87, comma 10; art. 102, comma 1; artt. 104 e 105; art. 106, comma 3, art. 107, comma 1; art. 110), si voterà per le elezioni suppletive relative a due collegi uninominali della Camera, entrambi situati in Veneto, precisamente nella circoscrizione Veneto 2: si tratta dei collegi U01 (Rovigo, includente anche 36 comuni padovani) e U02 (Selvazzano Dentro, esteso ad altri 40 comuni della provincia di Padova), rimasti vacanti dopo che gli ormai ex deputati della Lega per Salvini premier Alberto Stefani e Massimo Bitonci a dicembre hanno optato per le cariche rispettivamente di presidente della giunta regionale del Veneto e di assessore della stessa giunta. 
La finestra temporale per il deposito delle candidature in entrambi i collegi presso l'Ufficio elettorale centrale circoscrizionale costituito presso la Corte d'appello di Venezia si è aperto ieri alle 8 e si chiuderà questa sera alle 20. Mentre si scrive, dunque, il quadro elettorale è potenzialmente ancora da completare; di certo si può dire che la prima candidatura presentata, con riferimento al collegio Veneto 2 - U02, è stata quella di Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia. Alle ore 11.04, infatti, lui stesso e il presentatore ufficiale, Gianpaolo Furlan, sono comparsi davanti all'ufficio elettorale, depositando i documenti relativi alla candidatura, incluse 311 firme a sostegno (con relativi certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori) e il contrassegno, la cui descrizione - riportata sul verbale di deposito - è la seguente: "Campo circolare blu con al centro la scritta "IL POPOLO DELLA FAMIGLIA" in bianco, sovrastata nell'arco alto della circonferenza dalla scritta più piccola in rosa "NO GENDER NELLE SCUOLE" mentre nell'arco basso sono disegnate quattro figure rappresentanti un papà e una mamma che tengono per un mano un figlio maschio e una figlia femmina".
I giorni del voto in Veneto cadono in un momento particolare per il Popolo della Famiglia: da un lato, infatti, la forza politica di cui Adinolfi è da poco ritornato presidente compie dieci anni (la data di nascita ufficiale risulta essere l'11 marzo 2016; il simbolo comparve per la prima volta alle elezioni comunali di quell'anno); dall'altro, si parla con sempre maggiore insistenza del Pdf come possibile "strumento" che consentirebbe a Futuro nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci, di costituirsi alla Camera come componente del gruppo misto, ottenendone contestualmente i relativi vantaggi (tempi di intervento, spazi, risorse). Di tutto questo parliamo direttamente con Mario Adinolfi, alla vigilia della campagna elettorale:
 
Mario Adinolfi, hai appena presentato la tua candidatura alle elezioni suppletive previste per il 22 e 23 marzo, proprio nei giorni in cui il Popolo della Famiglia compie dieci anni...
Per l'esattezza, dieci anni a partire dall'11 marzo 2016, giorno dell'assemblea costituente al palazzetto delle Carte Geografiche a Roma: in quell'occasione fu svelato il simbolo e 300 delegati da tutta l'Italia nominarono per acclamazione i candidati sindaci dei principali comuni chiamati al voto, cioè io a Roma, Mirko De Carli a Bologna, Luigi Mercogliano a Napoli, Vitangelo Colucci a Torino e Alberto Orrù a Cagliari.
Hai parlato del simbolo, che di fatto da allora - al di là dei casi in cui è stato inserito in contrassegni compositi - non è mai stato ritoccato, cosa piuttosto rara. Come nacque l'idea di comporlo proprio così?
La scritta "il Popolo della Famiglia" nacque da un mio bozzetto, che metteva insieme vari elementi della mia storia: da una parte la mia radice popolare, visto che vengo dal Partito popolare italiano e il primo quotidiano su cui ho iniziato a scrivere nel 1989, quando ero ancora minorenne, è stato Il Popolo, con la testata scritta in maiuscolo, come nel simbolo, la mia "nave scuola" giornalistica cui sono molto legato; dall'altra parte il Family Day [quello del 2015, ndb]. Proprio in quell'occasione, tra l'altro, erano stati realizzati manifesti, striscioni e cartelli con i disegni di una mamma e di un papà che si davano la mano e tenevano per mano i figli e chiesi a un ragazzo di farmi un disegno in quello stile e il nostro mi pare ancora più bello.
In effetti probabilmente è l'ultimo disegno rimasto nei simboli noti a livello nazionale, l'ultimo sopravvissuto. Un simbolo "ingenuo", si potrebbe dire.
Beh, in un certo senso eravamo bambini, eravamo neonati e volevamo che emergesse la nostra "ingenuità".
Era anche il modo di visualizzare la tua idea di famiglia?
Sì, era anche la mia famiglia, pensando ai miei genitori e a mia sorella. Al disegno di cui ti ho detto aggiunsi l'espressione che si legge in alto nel simbolo "No gender nelle scuole", un'intuizione che allora era un po' "hard", se vogliamo: la battaglia sulle "carriere alias" nelle scuole era di là da venire, allora, ma intuimmo che ci sarebbe stato da combattere, in linea con i tre principi non negoziabili indicati da Benedetto XVI, cioè la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, la difesa della famiglia naturale e la difesa della libertà educativa. 
Perdonami, non se ne erano persi per strada tre, rispetto a quelli indicati nel 2002 nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, in particolare libertà religiosa, giustizia sociale e pace?  
Mi riferisco ai principi enunciati da Benedetto XVI nel suo famoso discorso del 30 marzo 2006 davanti ai partecipanti a un convegno del Partito popolare europeo.
Hai ricordato prima che tra i primi candidati sindaci del Popolo della Famiglia c'era Mirko De Carli, lanciato dal PdF come candidato nella suppletiva di Rovigo: di fatto è una sorta di ritorno alle origini.
Mirko allora tra l'altro fece un buon risultato a Bologna, arrivando all'1,19% mentre la lista prese l'1,23%. Il PdF dunque intende partecipare a queste suppletive con le sue due cariche principali, il presidente Adinolfi e il segretario nazionale De Carli.
Esatto, sono le prime suppletive per Mirko, mentre io avevo già partecipato: nel 2020 ho avuto l'onore di candidarmi nel mio quartiere, nel collegio Lazio 1 - U01 del centro storico di Roma, ottenendo l'1,32%, il nostro record alle elezioni per un seggio parlamentare.
Restando sul tema delle elezioni suppletive, tu ti sei candidato nel collegio di Selvazzano dentro e per i #drogatidipolitica scatta subito il ricordo di una delle prime suppletive celebrate nella "seconda Repubblica": quelle del 9 aprile 1995, rese necessarie dalle dimissioni di Emma Bonino, chiamata a ricoprire l'incarico di commissaria europea. Il collegio, pur divesamente disegnato, è lo stesso in cui Giovanni Saonara vinse la sfida contro Giovanni Negri: ci avevi pensato?
Se ci pensi bene, quello fu il laboratorio politico dal quale nacque l'Ulivo, con la sperimentazione dell'aggregazione tra Pds e Popolari, prima ancora delle regionali di quell'anno. Quello è un territorio molto particolare, ovviamente anche per i cattolici, essendo impregnato della figura di Sant'Antonio di Padova, che ne fa una meta di pellegrinaggio a livello mondiale: posso dire di non avere scelto a caso di candidarmi in quel collegio. Quanto a Emma Bonino, ti ricordo che mi scontrai proprio con lei, candidata del centrosinistra, nel collegio senatoriale Lazio 1 - U01 alle elezioni politiche del 2018.
Delle partecipazioni elettorali del Popolo della Famiglia in questi dieci anni di vita, ce n'è qualcuna di cui sei meno soddisfatto?
Penso alle elezioni politiche del 2022. Quando il Popolo della Famiglia non si veste del suo simbolo "in purezza", quello con il quale siamo di norma andati meglio, è forse meno riconoscibile. In quell'anno, come ricorderai, presentammo la lista Alternativa per l'Italia con Exit: in quell'occasione alcuni dei nostri sostenitori si persero, senza contare che la necessità di raccogliere le firme in pieno agosto generò una situazione oggettivamente difficilissima. Per questo non ricordo con particolare felicità quell'occasione, anche se riuscimmo a partecipare.
Hai un ricordo peggiore di quell'esperienza rispetto alla candidatura a sindaco a Ventotene nel 2022?
Beh, per me Ventotene è sempre stata una medaglia, perché dimostra che la nostra attività politica è per prendere il governo del Paese oppure zero voti, ma con lo stesso modo "arrembante", diciamo così; in altri comuni siamo andati decisamente meglio, penso al 20,43% ottenuto da una nostra lista ad Averara, in provincia di Bergamo. Tornando a Ventotene, sapevamo di andare in un contesto molto "blindato", un'isola in cui tutti si conoscono, e penetrarvi era praticamente impossibile; eppure considero quella sortita elettorale una tappa decisiva del percorso del Popolo della Famiglia, anche consideranto che in tanti se la ricordano e quell'esito elettorale finì anche su un giornale in Brasile...
C'è chi non sarebbe contento di questa fama...
Io dico sempre che, anche se siamo stati molto denigrati, irrisi e perfino insultati, è questa la destinazione di chi crede in Cristo, come lui stesso ha detto nel Vangelo, quindi per me va benissimo.
Dopo la citazione del finale del discorso della Montagna sulle beatitudini, torno al tuo giudizio sulle elezioni politiche del 2022. Dicevi che non ricordi quell'esperienza con particolare felicità, eppure proprio quelle elezioni in questi giorni hanno fatto puntare i riflettori sul Popolo della Famiglia, per la possibilità che questo soggetto che ha partecipato alle elezioni politiche del 2022 consenta ai deputati che attualmente hanno aderito a Futuro nazionale di costituirsi in componente del gruppo misto. Vogliamo spiegare come sono andate le cose?
Non possiamo spiegare com'è andata perché dobbiamo dire "come sta andando". Come sempre quando ci sono passaggi politici molto delicati, che non si possono fare di corsa, ci sono "le diplomazie al lavoro". Ci sono ovviamente implicazioni se si sceglie un campo politico. Ai miei "ambasciatori" presso Roberto Vannacci, in particolare Mirko De Carli, ho spiegato che preferisco avere prima idea della "consistenza" del nostro simbolo, cioè quanto vale elettoralmente attraverso questa partecipazione alle suppletive in una terra particolare e delicata, dove l'unico credo che domina non è il leghismo ma lo zaismo. Detto questo, sicuramente con Vannacci c'è una sintonia valoriale, come ha detto lui stesso: non ci sono difficoltà sui valori, ma c'è una questione politica da comprendere. Io, per esempio, sono contrario all'idea di votare la fiducia a questo governo: come sai, il simbolo del Popolo della Famiglia si è presentato contro questo centrodestra nelle competizioni di rilievo. Lo spazio per un dialogo col centrodestra penso che ci sia, ma prima bisogna strutturare bene una forza esterna al centrodestra e darle un senso politico.
Possiamo però dire che siete stati voi a essere contattati per la questione della componente, giusto?
Certo: io parlo con i deputati ora vicini a Vannacci, lui parla con De Carli, il dialogo è aperto. Vannacci ha detto esplicitamente che si riconosce nei valori che esprimo, io esprimo la mia grande stima per Vannacci e per il suo percorso, che mi intersssa; da qui a dire "uniamo i simboli", beh, direi che prima di arrivare al matrimonio occorre pensarci un po', una fase di fidanzamento ci vuole.
La questione della componente, accanto a valutazioni politiche, presenta però anche aspetti tecnici, diciamo. Il primo, di cui si è parlato di più sui media, riguarda i vantaggi che Futuro nazionale ricaverebbe, in termini di spazi e risorse. Sul punto ti sei già espresso, ma per qualcuno potrebbe essere difficile pensare che il partito di Vannaggi possa ottenere questi vantaggi senza che il Popolo della Famiglia ottenga a sua volta qualcosa.
Io non sono interessato ai denari: se questo passaggio può servire al partito di Vannacci a ottenere determinati vantaggi economici, preciso che non è in corso alcuna trattativa di natura economica. L'unica trattativa è politica e a costo zero, nel senso che io non chiedo un euro. Se qualcuno vuole pensare diversamente lo pensi pure, ma la realtà è questa.
L'aspetto tecnico più rilevante, per questo sito, riguarda però i presupposti per la formazione della componente. La disposizione del regolamento che ne permette la formazione, introdotta nel 1997, in effetti serviva per consentire il sorgere di componenti a partiti che avevano effettivamente partecipato alle elezioni politiche e avevano ottenuto pochi deputati, magari nei collegi uninominali. Poi, tra la fine del 2004 e l'inizio del 2005, grazie a due signori chiamati Gianfranco Rotondi...
... Bravo, persona intelligente lui, nonché mio amico...
... democristiana, dai! Lo stesso meccanismo applicato per Italia viva quando costituì il gruppo a Palazzo Madama grazie al Partito socialista italiano, per te che conosci bene quelle vicende.
Beh, quel caso fu anche peggiore, perché di fatto aggirò una disposizione del regolamento del Senato appena modificata proprio con l'intento di non permettere la nascita di gruppi legati a partiti di nuova costituzione... Comunque, tornando alla Camera, dopo il 2005 ci sono stati vari casi di componenti del gruppo misto legate a partiti nuovi e sorte grazie al supporto di partiti che avevano concorso alle elezioni senza eleggere nessuno: sarà pure una soluzione democristiana, come dici tu, ma non ti sembra comunque una furbata?
Ti rispondo che è una soluzione che ricade comunque nell'ambito dei regolamenti e della prassi. 
Particolare non irrilevante: il regolamento della Camera attribuisce espressamente la decisione sul sorgere della componente "minore", cioè costituita da almeno tre deputati (e non da dieci) al Presidente della Camera. Che in questo caso è Lorenzo Fontana, esponente della stessa Lega per Salvini premier che Roberto Vannacci ha lasciato.
Credo che intelligenza politica vorrà che si riconosca, senza dubbi, la rappresentatività del Popolo della Famiglia e di Futuro nazionale. Non farlo sarebbe una grave lesione per la democrazia e sono sicuro che Fontana non vorrebbe addossarsela, facendo pensare a ragioni di bottega.
La nascita della componente "Futuro nazionale - il Popolo della Famiglia", tra l'altro, permetterebbe a entrambi i soggetti politici di chiedere l'iscrizione al Registro dei partiti politici, ottenendo pure l'accesso alle provvidenze pubbliche, incluso il due per mille Irpef. Giustpo? 
Esattamente; l'esito che hai appena citato ci interessa.  

giovedì 4 aprile 2024

Libertà, De Luca tocca quota 17 simboli e forse non si ferma: "Cu sapi?"

Macchine fotografiche puntate, fotocamere degli smartphone schierate: la penultima versione del contrassegno elettorale della lista Libertà - Sud chiama Nord, con ben 17 simboli al suo interno (incluso quello della formazione capofila e titolare dell'esenzione dalla raccolta firme) è stato davvero il primo ingrediente dell'ultima conferenza stampa organizzata prima delle elezioni europee da Cateno De Luca e Laura Castelli, tenuta per l'occasione non nella sala stampa della Camera, ma all'interno del vicino Hotel Nazionale.
Già, penultima versione. Non appena il cartoncino con il simbolo dei record - alle europee non si era andati oltre i 6 simboli + 1 della Lega Lombarda - Alleanza Nord e gli 8 della lista Federalismo guidata da Uv e Psd'az, entrambi visti nel 1989 - nelle mani di De Luca è stato girato verso il pubblico della conferenza stampa, per poi materializzarsi anche sullo schermo dietro il tavolo dei relatori, gli occhi hanno cercato di capire in fretta chi si fosse aggiunto per riempire i 5 pallini ancora vuoti (incluso quello liberato dal Partito popolare del Nord), ma anche se la posizione di chi c'era già fosse cambiata; non solo i pallini sono stati riempiti, non solo c'è chi ha cambiato di posto e dimensioni, ma ora il contrassegno risulta molto più "pesante", perché la maggior parte delle "pulci" è stata concentrata nella parte inferiore, sotto la fascia biconcava blu con il nome "Libertà". Nemmeno il tempo di domandarsi il motivo di queste e di altre scelte grafiche e Cateno De Luca ha subito precisato, con ineffabile sorriso quasigiocondesco: "Ovviamente la composizione conclusiva la vedrete sabato", con riferimento alla manifestazione già prevista presso il teatro Quirino, sempre a Roma. 
Che cambiamenti ci si potrebbero aspettare da qui ad allora? Il leader di Sud Chiama Nord ha assicurato che sabato, vale a dire dopodomani, il contrassegno dovrà essere definitivo, "anche perché domani pomeriggio ci troveremo dal notaio per regolare le autorizzazioni all'uso del simbolo"; i fregi presenti nella grafica mostrata oggi, però, "sono stati inseriti a titolo informativo e non vi nascondo che... non è detto che sia finita qui. Non è escluso che ci sia qualche seduta spiritica notturna che possa portare a inserire ancora qualche altra realtà politica che in questo momento si sta facendo tenere al guinzaglio da altro".
Cateno De Luca non ha svelato altro, per il momento: ha preferito fare il "suo" punto sulla situazione all'interno e soprattutto all'esterno, partendo da Matteo Renzi. "Non c'è alcun motivo di vergogna o di esitazione - ha detto - per tutti i partner di questo progetto. Da quando abbiamo parlato per la prima volta di questo progetto, all'inizio di marzo, è cambiato il mondo: innanzitutto è scomparso il centro", con riferimento alla campagna "Al centro con Renzi": "Lui è andato a finire sotto un simbolo che ne contiene altri sei [in effetti cinque, ndb]: pare che il metodo De Luca stia creando troppe fibrillazioni, visto che sembrano volersi aggiungere anche Cuffaro e Mastella. Insomma, prima ci prendevano in giro, ora fanno una pessima imitazione: definiscono la nostra come un'ammucchiata, mentre invece per loro Stati Uniti d'Europa è una lista di scopo". Per De Luca, però, non vive una situazione migliore Carlo Calenda, perché i movimenti politici e civici coinvolti da Azione starebbero chiedendo un trattamento simile a quello riservato da De Luca alle forze partecipanti alla lista Libertà: "Noi stiamo legittimando tutti i soggetti aderenti, perché la visibilità nel simbolo potenzialmente dà benefici importanti a ogni partecipante, è il nostro modo di contaminare l'oligarchia con la democrazia".
Tra i soggetti di nuova adesione alla lista, tra l'altro, c'è una tappa antecedente della storia dello stesso Cateno De Luca: si tratta di Sicilia Vera, che nel 2017 aveva partecipato alle elezioni regionali all'interno della lista dell'Udc (eleggendo proprio De Luca) e, in virtù di questo, nel 2022 aveva ottenuto l'iscrizione al registro dei partiti politici (lo stesso in cui ora si trova Sud chiama Nord). "Sicilia Vera - ha spiegato lo stesso De Luca - è la nostra ammiraglia e non è messa a caso in alto, alla sinistra di Sud chiama Nord: il 18 marzo 2007, giorno del mio compleanno, mi sono regalato un partito, appunto Sicilia Vera, una zattera da cui è cominciato tutto, fino al percorso che a giugno del 2022 ha fatto nascere Sud chiama Nord". E la sagoma rossa della Sicilia (con al centro il Triscele siciliano, cioè la Trinacria) su fondo blu sfumato può sembrare, con una certa fantasia, una zattera, che nel 2007 ha condotto De Luca fuori dal Movimento per le autonomie (con cui era stato eletto deputato regionale nel 2006 e nel 2008), lo ha portato a proporsi come presidente nel 2012 con la lista Rivoluzione siciliana (non troppo fortunata), fino al ritorno all'Assemblea regionale siciliana nel 2017 di cui si è detto prima. 
Quanto alle altre forze che si sono aggiunte, la prima ha una storia ancora più lunga rispetto a Sicilia Vera: si tratta del Fronte Verde, guidato da Vincenzo Galizia, uno che spesso ha frequentato i depositi dei contrassegni al Viminale con il proprio emblema, mentre questa volta si accontenterà di inserirsi in un altro fregio che però sicuramente finirà sulle schede. "Il nostro movimento ecologista - ha ricordato Galizia - è nato nel 2006, facciamo politica anche nei piccoli centri, creando una rete sul territorio di figure civiche che collaborano fattivamente con noi". 
Quello schierato in quest'occasione, tra l'altro, è un simbolo graficamente nuovo: dopo l'esperienza di Più Eco (iniziata nel 2020), al posto del globo a cuore in primo piano c'è di nuovo un arciere, come in passato, ma stavolta non c'è alcun arco teso: viene evidenziato il suo volto incappucciato di verde, l'elemento grafico più evidente insieme alla faretra. "In effetti - ha spiegato Galizia appositamente per questo sito - abbiamo voluto modernizzare il vecchio logo, mantenendo però lo stile a metà tra Robin Hood e Green Arrow: chi meglio di lui può rappresentare la libertà, che è la parola principale della coalizione? In questo modo risalta di più anche il nostro nome storico". In effetti l'immagine del volto sarebbe sicuramente più d'impatto, anche se la dimensione assai ridotta della "pulce" rende quasi impossibile identificarla; la stessa dimensione, peraltro, forse eviterà di far ritenere confondibile quella miniatura con il simbolo di Alleanza Verdi e Sinistra (è vero che qui "Verde" è molto evidente, ma sarà persino difficile leggerlo sulla scheda). Questa mattina, tra l'altro, è intervenuto anche Giacomo Rossi, consigliere regionale per le Marche, eletto nel 2020 all'interno di una lista denominata Civici (che pure nel corso del tempo ha cambiato foggia) e che da tempo collabora con Fronte Verde: "Non è un ambientalismo del no a tutti i costi o delle poltrone ideologizzate da una certa sinistra: vogliamo lavorare per un'Unione Europea non dittatoriale e non matrigna, non dei burocrati, non del centralismo".
Sempre nell'area ambientalista si colloca un soggetto meno noto e di assai più recente fondazione, vale a dire Progresso sostenibile, nato come progetto politico nel 2022 - come seguito dell'omonima associazione - e promosso dall'ex europarlamentare Giulia Moi (eletta allora con il MoVimento 5 Stelle). "Ho deciso di far parte di questo progetto - ha dichiarato - per collaborare innanzitutto nell'interesse della Sardegna: sono tante le battaglie che ho già portato avanti fin da quando ero al Parlamento europeo e che occorre continuare, a partire da quelle legate agli sprechi e all'uso dei fondi europei, che in Sardegna di fatto spariscono sempre, al punto che lo scorso anno siamo diventati addirittura sottosviluppati". Il simbolo della forza politica è decisamente semplice, trattandosi di una foglia molto stilizzata su fondo verde (con una fascetta bianca per riportare il nome del gruppo).
Ha una storia più lunga (dal 2016), ma è forse soprattutto il soggetto politico più noto a livello nazionale tra quelli che prendono parte alla lista Libertà il Popolo della Famiglia, per il quale oggi è intervenuto il suo fondatore e leader Mario Adinolfi: "Io non accetto per questa lista il termine 'caravanserraglio': qui c'è un progetto politico, unito da un programma che, pur avendo la natura di comune denominatore, tiene insieme tutte queste forze e può avere una prospettiva, con l'idea di spaccare le gabbie politiche di un bipolarismo forzato. Io sono per la pace e credo che l'Europa non debba fare la guerra; credo, da municipalista, nel principio di sussidiarietà e penso che l'Europa lo tradisca, tradendo la sua essenza; da cattolico, poi, dico che negli altri partiti ai cattolici sono state imposte le forche caudine ed è stato chiesto di non mostrare il simbolo, mentre qui c'è un simbolo in cui buona parte dei 7 milioni di cattolici praticanti che usciranno da messa il 9 giugno potranno riconoscersi". Il simbolo, per l'occasione, non cambierà, mantenendo tutti i suoi elementi a dispetto della ridottissima dimensione.  
Simbolo ricostruito
Si è poi registrato l'intervento di Marco Mori, candidato nel 2022 con Italexit (e già segretario di Riscossa Italia), "Nel 2022 abbiamo fallito perché allora il fronte del dissenso corse sparso, prevalse l'egocentrismo e uno schieramento che da solo valeva almeno il 6% si schiantò, non mandando alcun rappresentante in Parlamento. L'impresa che Cateno De Luca ha tentato e in cui è riuscito almeno al 70% è di ricostruire e tenere insieme quel fronte: qualcuno si è sfilato per ragioni politiche e a volte personali, dispiace, mentre fa piacere vedere qui Vita, varie persone già candidate con Italexit e Insieme liberi che in Friuli ha ottenuto un ottimo risultato". Mori, membro della direzione nazionale del partito Indipendenza!, partecipa qui attraverso il proprio simbolo Sovranità (nome bianco su fondo blu, con sotto un fregio tricolore): "Sovranità significa democrazia, il nostro popolo deve decidere incondizionatamente sul suo territorio, altri non possono dirci cosa fare a casa nostra: è un messaggio del tutto alternativo rispetto a quello di una lista eversiva come quella di chi propone la fine della Repubblica italiana nel nome degli Stati Uniti d'Europa".
Dal profilo di Cateno De Luca, 20 marzo
Durante la presentazione, Cateno De Luca ha ricordato come il 15 febbraio scorso si fosse raggiunto un accordo con Democrazia sovrana popolare (guidata da Marco Rizzo e Francesco Toscano) e Indipendenza! (guidata da Gianni Alemanno) - concordando anche una bozza di simbolo, già mostrata il 20 marzo attraverso i canali social - e che quell'accordo sarebbe saltato per disaccordi sulla leadership ("Ma sono stati gli elettori a darci i due parlamentari e, dunque, l'esenzione che permette di presentare la lista!") e sui contenuti: "Con noi, in ogni caso, ora c'è una parte consistente dei gruppi che ufficialmente hanno scelto di non condividere questo percorso". 
Da ultimo, De Luca ha ricordato che l'idea è di affiancare alla lista anche due formazioni legate alle minoranze linguistiche (sebbene - questo va ricordato, anche perché è stato confermato indirettamente anche dalle recentissime Istruzioni per la presentazione e ammissione delle candidature divulgate dal Ministeo dell'interno - anche queste debbano raccogliere 15mila firme in quella specifica circoscrizione. Se è già stato mostrato il 21 mrzo il simbolo di Rassemblement valdôtain, nato da quattro consiglieri regionali ex leghisti, "stiamo anche lavorando con grande fatica per avere un'altra lista collegata legata alla minoranza di lingua tedesca sul territorio di Bolzano". Ci saranno dunque sorprese - su questi o su altri piani - sabato mattina al teatro Quirino? De Luca ha ripreso il suo sorriso quasigiocondesco e ha scandito: "Cu sapi?
Già, chi lo sa; nel frattempo ci si sente di rivolgere un pensiero di solidarietà a Max Barbera, "visual brand designer di De Luca", intervistato oggi da Antonio Atte per Adnkronos: "Cateno mi chiamava la notte - ha dichiarato - voleva aggiungere sempre un nuovo simbolo. Abbiamo cercato di trovare una soluzione per rappresentare meglio il tutto. È stato sicuramente un lavoro entusiasmante, ma impegnativo. Il simbolo è l'espressione di un'idea politica, quindi bisogna fare attenzione ad alcuni aspetti. Con Cateno ci conosciamo da 15 anni: ho sempre collaborato con lui per le sue attività di comunicazione, è uno che ci mette tutto se stesso. È sicuramente un grande comunicatore, io dal canto mio ho cercato di mettere la mia competenza di visual brand designer al servizio del progetto". Oggettivamente, però, dev'essere stato difficile fare pace con l'idea di creare un contrassegno il cui simbolo più piccolo, al momento, misura - se i conti fatti sono giusti, 2,7 millimetri di diametro. Cosa ancora più curiosa, tra i partiti e movimenti con simboli di quella dimensione ci sono il Fronte Verde, il Popolo della Famiglia e Grande Nord, più noti ma quasi invisibili (persino i "bollini" del Capitano Ultimo e di Enrico Rizzi sono più grandi); i gruppi più evidenti, oltre a Sud chiama Nord, risultano essere Popolo Veneto di Vito Comencini, i Civici in Movimento di Sergio Pirozzi, Noi agricoltori & pescatori (organizzato da Francesco Amodeo) e Movimento per l'Italexit, dalla storia decisamente recente, se non recentissima. Difficile, quasi impossibile comprendere il criterio che ha suggerito le dimensioni dei 16 simboli diversi da Sud chiama Nord (e non si cede alla tentazione inopportuna di pensare che il diverso rilievo degli emblemi sia legato a eventuali diversi contributi economici alla campagna). Tanto vale aspettare meno di 48 ore e scoprire sabato mattina il simbolo, magari scoprendo - ci si lasci immaginare, con la certezza di non indovinare - che Sicilia Vera è entrato nella "pancia" ancora vuota di Sud chiama Nord (lì un cerchietto grande come quello di Fronte Verde ci sta), lasciando il posto per un altro simbolo...

martedì 12 luglio 2022

Alternativa per l'Italia: "No Green Pass" al posto di "No Draghi"

AGGIORNAMENTO DEL 27 LUGLIO 2022:
L'ufficio stampa di Alternativa per l'Italia oggi ha diffuso una nuova evoluzione del contrassegno di Alternativa per l'Italia, divulgando dunque la versione dell'emblema legata alle liste e alle candidature per le quali si stanno raccogliendo le firme. Le modifiche, in particolare, riguardano la dicitura "No Green Pass", disposta sempre su due righe nel segmento verde, ma stavolta con il "No" in alto da solo e sotto il riferimento alla certificazione verde sulla stessa riga (le parole, poi, sono state volte al corsivo); la parola "Per" è stata poi leggermente ingrandita; quanto ai cognomi dei due fondatori della lista, sono stati leggermente ridotti nelle dimensioni e nello spessore, con un cambio di carattere che ha uniformato quell'elemento a quasi tutte le altre parti testuali (anche per questo, pure in questo caso si è passati al corsivo). Col nuovo simbolo, leggermente meno "pieno" (ma non troppo), i promotori della lista cercano di sfruttare i venti giorni scarsi a disposizione per completare la ricerca delle sottoscrizioni necessarie, così da non mancare l'appuntamento elettorale.

* * *

Dopo il test dei primi giorni, si registrano alcune modifiche al simbolo di Alternativa per l'Italia, progetto politico-elettorale cui stanno lavorando Mario Adinolfi e Simone Di Stefano, rispettivamente leader del Popolo della Famiglia e di Exit. La notizia di questa nascente formazione politica non era certo passata inosservata, così come la scelta di inserire all'interno del simbolo la dicitura "No Draghi 2028": nell'articolo che questo sito aveva dedicato all'argomento si era spiegato nel dettaglio perché il riferimento all'attuale Presidente del Consiglio non sarebbe stato ritenuto legittimo dal Ministero dell'interno, sulla base della prassi che nel corso degli anni si è consolidata in materia di esame e ammissione dei contrassegni elettorali. Assai probabilmente Adinolfi e Di Stefano hanno avuto conferma diretta dal personale del servizio elettorale del Viminale di quanto già sostenuto qui (come ha scritto Francesco Bei sulla Repubblica), così hanno ritenuto opportuno intervenire in anticipo per evitare problemi a ridosso della presentazione delle liste.
Il simbolo ritoccato è stato anticipato oggi sulla Verità e si possono notare alcune modifiche, anche se la struttura dell'emblema non è cambiata di molto. Nel segmento verde in alto si nota subito la sparizione di "No Draghi 2028", sostituito da "No Green Pass", dicitura certamente priva di problemi (in un paio di comuni in Piemonte un simbolo con la stessa espressione e non erano state sollevate criticità); la parte inferiore bordeaux-marrone è più regolare, presentandosi come un segmento a base curvilinea e le miniature dei due simboli collocate all'interno sono state ridotte e distanziate, in modo da non sovrapporsi più. Quanto alla parte bianca centrale, continua a contenere il nome della lista, ora più elegante (con "Alternativa" scritto in un tono più chiaro di blu e "per" non più indicato con una X, ma con una font manoscritta), ma si è trovato lo spazio anche per inserire i cognomi dei due fondatori del progetto politico-elettorale, prima assenti. 
Risolto il problema del riferimento a Draghi, resterebbe la questione del nome che - come si è già scritto nell'articolo precedente - somiglia a quello di Alternativa (ora presente in Parlamento) ed è identico a quello di una formazione che è stata rappresentata alle Camere nella scorsa legislatura (su Facebook le pagine di quel partito, fonato da Antonio Maria Rinaldi, sono ancora tante): questa naturalmente potrebbe non eccepire nulla e non sorgerebbero problemi (anzi, potrebbe decidere di partecipare al nascente progetto politico-elettorale), ma in Italia non si può mai essere certi che non si arriverà a un contenzioso. Interpellato espressamente da questo sito, Mario Adinolfi ha parlato così della questione del nome e delle modifiche apportate al simbolo: "Alternativa per l'Italia è l'unico marchio con questa dizione in via di registrazione presso l'ufficio marchi e quindi legalmente protetto dal momento in cui è stato depositato. Sono personalmente il proprietario anche di tutti i domini internet. Non abbiamo utilizzato il claim 'No Draghi 2028' che avrebbe potuto subire contestazioni presso l'ufficio elettorale, preferendo lo slogan 'No Green Pass' e aggiungendo nel simbolo i cognomi Adinolfi e Di Stefano, perché secondo tutti i focus group l'identificazione della leadership favorisce la raccolta del consenso. Lo sfondo complessivamente tricolore richiama la radice nazionalista della federazione tra PdF ed Exit". Ora il simbolo - che grazie al bordo bianco introdotto è più curato - appare più regolare e meno "eccessivo" all'occhio (anche se continua a risultare fin troppo pieno, come tanti altri emblemi politico-elettorali in circolazione); si vedrà nelle prossime settimane come sarà accolto dalle persone potenzialmente interessate.

martedì 5 luglio 2022

Popolo della Famiglia ed Exit: compare il simbolo comune di Alternativa x l'Italia (ma il nome non è nuovo e "No Draghi" dovrà sparire)

Due giorni fa, Affaritaliani ha proposto un sondaggio dal titolo "Chi vorresti come premier dopo le elezioni politiche?", indicando - oltre al presidente del Consiglio in carica, Mario Draghi, undici leader di partiti, inclusi Gianluigi Paragone (Italexit), Marco Rizzo (Partito comunista) e Luigi Di Maio, formalmente non ancora a capo di un soggetto politico ma promotore della scissione che per ora ha la forma di due gruppi parlamentari denominati Insieme per il futuro (incluso quello che al Senato è sorto - come su questo sito si era ritenuto possibile anche tecnicamente - grazie al concorso di Centro democratico). Il primo nome della lista, organizzata in ordine alfabetico, è però quello di Mario Adinolfi, presidente nazionale del Popolo della Famiglia, formazione non presente in Parlamento. Alle nuove elezioni politiche, però, sembra proprio che stia facendo un pensiero anche lui e, a quanto pare, non da solo.
Poco dopo le 20 e 30 di ieri, infatti, il canale "Politics" di Ultimora.net ha pubblicato la notizia di un nuovo partito "in rampa di lancio", costituito proprio dal Popolo della Famiglia e da Exit, progetto politico lanciato a febbraio da Simone Di Stefano dopo la sua uscita da CasaPound Italia. Quel lancio dava anche conto di un sondaggio e abbinava, come si vede, anche un "logo" già pronto. Mentre si scrive, in effetti, non si trovano riferimenti alla notizia sui canali di comunicazione delle due forze politiche, né delle loro due figure di vertice. Una conferma, tuttavia, è arrivata dallo stesso Mario Adinolfi: espressamente richiesto di confermare a Isimbolidelladiscordia.it se il simbolo mostrato fosse veritiero (non certo per sfiducia verso Ultimora.net, ma semplicemente nel rispetto dell'opportunità di controllare le fonti, quando non ci sono evidenze dirette pubbliche dalle persone interessate), ha risposto "Lo stiamo testando".
Senza essere andati oltre a indagare le intenzioni dei due soggetti politici, qualche riflessione di natura essenzialmente tecnica è già possibile, a partire dal poco che è stato svelato. Innanzitutto, più che il simbolo di un partito, quello mostrato sembra un possibile contrassegno elettorale legato a un nuovo progetto che appare, appunto, in via di definizione e, comunque, non è detto assolutamente che porti alla creazione di un (nuovo) partito unitario. Ovviamente si tratta di un'impressione di chi scrive, data innanzitutto (ma non solo) dalla presenza delle miniature dei simboli dei due soggetti politici esistenti: le persone direttamente interessate potranno smentire la lettura appena data e confermare che proprio di futuro partito si tratta (nel caso, se ne prenderà correttamente atto) o, magari, di un'alleanza che potrebbe in seguito anche trasformarsi in partito (un po' com'era avvenuto con la Margherita).
Che si tratti di un partito, di un progetto innanzitutto elettorale o di altro ancora, sembra molto più plausibile affermare che quel simbolo non arriverebbe comunque sulle schede elettorali così com'è ora. Sono essenzialmente due i profili che inducono a una riflessione: uno riguarda il nome, l'altro un elemento in particolare del simbolo che è stato mostrato (e che non verrebbe accettato dagli organi competenti).

La questione del nome, già visto in Parlamento

Andando in ordine, è il caso di parlare innanzitutto del nome scelto, vale a dire Alternativa per l'Italia - anzi, Alternativa x l'Italia, visto il modo in cui è scritto sul simbolo. Verrebbe relativamente facile notare che la prima parola della denominazione richiama piuttosto Alternativa, il partito fondato nel 2021 da vari parlamentari fuoriusciti dal MoVimento 5 Stelle e contrari al governo Draghi (e che al Senato è riuscito a costituire il gruppo autonomo CAL - Costituzione ambiente lavoro - insieme e grazie al Partito comunista e all'Italia dei valori); nemmeno quel nome, peraltro, poteva dirsi del tutto originale, visto che nel 2015 altri parlamentari ex M5S si erano organizzati come Alternativa libera.
Naturalmente l'etichetta "Alternativa per l'Italia" è diversa da "Alternativa", ma il fatto è che anche Alternativa per l'Italia esisteva già e si era affacciata addirittura in Parlamento. Nel 2016, infatti, nacque l'associazione Alternativa per l'Italia, nata a margine del sito Scenarieconomici.it (da cui continua a provenire buona parte del materiale pubblicato negli ultimi tempi sul sito stesso di Alternativa per l'Italia) e in seguito qualificatasi come movimento politico, guidato come segretario dall'economista Antonio Maria Rinaldi, eletto come europarlamentare nel 2019 nella lista della Lega. A maggio del 2016, quel nome entrò a far parte della denominazione più ampia del gruppo parlamentare Grandi autonomie e libertà al Senato, grazie all'ex M5S - e poi rappresentante dei Verdi - Paola De Pin, fino a quando a novembre il riferimento ad Alternativa per l'Italia sparì (in seguito De Pin rappresentò Riscossa Italia, salvo poi avvicinarsi nel 2018 a Italia agli italiani, lista di Forza Nuova e Fiamma tricolore, senza però candidarvisi). Già allora, peraltro, proprio Isimbolidelladiscordia.it notò  che il nome "Alternativa per l'Italia" era già stato usato ancora prima per un altro soggetto politico, che aveva come simbolo una rondine ed era guidato da Fulvio Lorenzetti (al quale peraltro fino al 2012 era appartenuto proprio il sito Alternativaitalia.it, poi passato di mano quattro anni dopo).
Basterebbe questo, insomma, per dire che scegliere un nome di un nuovo soggetto politico è un affare sempre più difficile e delicato, visto che certe combinazioni sono già occupate (tra l'altro, ironia della sorte, proprio il movimento di Rinaldi usa come indirizzo Facebook @alternativaXlItalia, quindi anche la "X" usata come "per" non è nuova). Sulla carta, ovviamente, non si può del tutto escludere che Rinaldi o comunque altre figure legate a quel movimento abbiano scelto di avvicinarsi al progetto politico-elettorale cui Adinolfi e Di Stefano stanno lavorando, mettendo a disposizione il nome; a meno che questo emerga in seguito, tuttavia, al momento ci si limita a dire che anche questa volta il nome pensato non è nuovo, dunque potrebbe cambiare in seguito.

Vietato dire "No Draghi"?

Un altro dettaglio del simbolo, invece, quasi certamente dovrà cambiare. Nel contrassegno dal fondo tricolore - anche se, in effetti, il rosso appare più in tonalità vermiglione scura - organizzato in fasce orizzontali, infatti, se la parte inferiore contiene le miniature dei due simboli (con la "pulce" del Popolo della famiglia che copre leggermente quella di Exit) e quella centrale bianca ospita il nome del progetto politico, il segmento verde in alto contiene l'espressione "No Draghi 2028". In effetti la prima questione che sorge è sulla corretta interpretazione del testo: al di là di un'esplicita contrarietà al governo in carica e all'idea che quell'esperienza possa continuare, non è chiaro se si voglia scongiurare l'idea che si creino le condizioni perché Mario Draghi possa restare alla Presidenza del Consiglio addirittura fino al 2028 o se, al contrario, il nascente progetto politico voglia darsi appunto quell'anno - lo stesso delle successive elezioni politiche, immaginando che la nuova legislatura non finisca anzitempo - come orizzonte temporale per i propri piani.
La questione più facile da sollevare, però, riguarda la legittimità dell'uso del cognome di Mario Draghi all'interno di un simbolo o contrassegno elettorale a lui non legato. L'ha posta già ieri, poco più di un'ora dopo la diffusione della notizia da parte di Ultimora.net, Piercamillo Falasca - tra i promotori del progetto L'Italia c'è - sul suo account Twitter: "Ma lo sanno che per usare un cognome nel simbolo occorre avere l’autorizzazione con atto notarile del diretto interessato?". C'è chi ha giocato la carta dell'ironia ("è che hanno un programma così fantasioso che il punto principale è la sconfitta dei draghi"), ma in effetti la questione potrebbe facilmente porsi, sul piano elettorale o anche già prima.
Le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature predisposte dal Ministero dell'interno per le elezioni politiche contengono almeno dal 2013 l'indicazione per cui "Qualora il contrassegno contenga uno o più nominativi di persone diverse dal mandante o dal depositante, è necessario presentare, contestualmente al contrassegno, un espresso consenso all'uso di tale o tali nominativi da parte degli interessati con firma autenticata da uno dei soggetti" abilitati all'autenticazione delle firme in ambito elettorale. In mancanza dell'atto con cui si consente l'uso del nome, il Ministero dell'interno chiederà la sostituzione del contrassegno (potendo accogliere anche la produzione dell'eventuale documento di consenso in un primo tempo non prodotto) e, qualora l'emblema non venga modificato, deciderà per la ricusazione. Non esiste in effetti una norma precisa relativa al procedimento elettorale, ma si è ritenuto di potere e dovere procedere così a tutela del diritto al nome previsto dall'articolo 7 del codice civile, anche per evitare che il Viminale possa - in ipotesi - essere ritenuto "complice" di un uso lesivo di un nome.
Quel riferimento all'interno della guida per chi intende presentare candidature è stato inserito certamente dopo che, nel 2008, nelle bacheche del Ministero dell'interno erano finiti ben cinque contrassegni - legati a persone vicine a Renzo Rabellino - contenenti il riferimento a Beppe Grillo o anche al solo cognome Grillo, nel periodo in cui il MoVimento 5 Stelle non c'era ancora ma l'attore aveva iniziato a manifestare un proprio interesse per la politica italiana (pur se non con quella legge elettorale, da lui giudicata negativamente). Il Viminale li escluse tutti - a volte ritenendoli senza effetto per mancanza di altri documenti necessari per poter poi presentare liste - accogliendo le versioni modificate (Lista dei Grilli parlanti, avente Rabellino come capo della forza politica, e Grilli d'Italia). Il Ministero non cambiò idea neppure di fronte all'osservazione in base alla quale il candidato capolista al Senato nelle varie regioni in cui si erano raccolte le firme sarebbe stato - lo si può facilmente verificare sul sito dell'archivio elettorale - tale Giuseppe Grillo (nato a Bra nel 1954), per cui l'uso del cognome sarebbe stato comunque giustificato.
Nel frattempo, peraltro, Beppe Grillo - difeso già allora, tra gli altri, dall'avvocato Andrea Ciannavei - si era rivolto al Tribunale civile di Roma per tutelare il proprio diritto al nome e all'identità personale, ritenendo che l'inserimento del proprio nome in contrassegni di soggetti politici cui era del tutto estraneo fosse preordinato "ad avvalersi della notorietà e del consenso goduto presso l'opinione pubblica al solo scopo di trarne indebito vantaggio in termini di consenso elettorale". La giudice designata intervenne quando si era già compiuta la fase di esame degli emblemi, per cui alcuni erano stati bocciati e altri sostituiti: precisò che "l'utilizzazione non autorizzata del nome di Beppe Grillo" integrava "una patente violazione del diritto al nome e all'identità personale, quest'ultimo inteso nella sua accezione del diritto a non vedersi attribuiti fatti, azioni e comportamenti estranei alla propria persona" e che "qualsiasi utilizzazione del suo nominativo (Grillo, Grilli), in quanto volta a suggerire una sovrapposizione o quantomeno una contiguità con la sua persona, appare idonea a sortire, nei confronti dell'elettorato, un palese effetto confusivo". Sulla base di questo, ordinò ai presentatori delle liste di non usare più elementi che potessero far identificare i loro progetti politici con Grillo, anche se i contrassegni elettorali non potevano più essere cambiati; è noto che in seguito per vari anni è continuato l'uso dei contrassegni "Lista dei Grilli parlanti" (e a volte, a livello locale, persino "del Grillo parlante"), ma questa è un'altra storia.
Più vicino nel tempo - esattamente dieci anni più avanti - va ricordato il caso della lista Mir-Rinascimento, il cui contrassegno (depositato al Viminale da Gerardo Meridio, coordinatore nazionale Mir) in un primo tempo conteneva il riferimento a Vittorio Sgarbi, leader di Rinascimento, che nel frattempo aveva però annunciato la propria candidatura in Forza Italia. Per questo motivo Sgarbi prima aveva chiesto al Viminale di ritirare il simbolo (richiesta non accolta), per poi rivolgersi all'Ufficio elettorale centrale nazionale: questo collegio non ritenne il critico d'arte legittimato a chiedere l'esclusione dell'emblema (non avendo egli depositato nulla), ma gli riconobbe il diritto a vedere rimosso il suo cognome, al fine di non indurre in errore gli eventuali votanti circa una propria candidatura con quella lista e non con Forza Italia.
Non sfugge che entrambi i casi che si sono visti sin qui riguardano l'ipotesi in cui un emblema schieri un riferimento personale con l'idea di creare consenso intorno a questo (e, dunque, un'identificazione tra la persona e il progetto), mentre appare diversa l'idea che in un simbolo ci si voglia opporre nettamente alle scelte operate dalla persona citata nell'emblema. Per il Ministero, però, la situazione è esattamente la stessa: non si può "costringere" un soggetto a partecipare con il proprio nome a un contrassegno elettorale senza il suo consenso, anche se quella forza politica intende porsi agli antipodi del suo modo di fare politica e vuole segnalarlo in modo inequivocabile. Lo stesso principio, peraltro, è stato utilizzato con i nomi dei soggetti collettivi: si veda l'esempio di Liberi da Equitalia, il cui contrassegno è stato bocciato nel 2013 - e lo stesso è avvenuto per altri emblemi simili a livello locale - proprio per il mancato consenso all'uso del nome di quella società.
Se nascerà, dunque, il progetto politico che accosta Il Popolo della Famiglia ed Exit dovrà fare a meno della contestazione a Draghi nel simbolo (e, magari, qualche riflessione sul nome da impiegare potrebbe essere opportuna). Di certo, l'anticipazione data ieri ha dato al progetto nascente una certa notorietà, tutto sommato non disprezzabile per chi sta preparando nuove strade comuni qualche mese prima delle elezioni. 

lunedì 4 maggio 2020

2001, cinque giovani dalla notaia per puntare alla Democrazia diretta

Il simbolo elettorale del 2001
Si può fondare un partito dal nulla a nemmeno trent'anni o, volendo, anche meno? E lo si poteva fare pure vent'anni fa? Oggi come allora, naturalmente, nulla lo vieta; se però ora non è semplice immaginarlo, soprattutto per chi è convinto che ai più giovani non interessi occuparsi di politica (e figurarsi inventarla daccapo), vent'anni fa è certamente accaduto. E, volendo fare un esempio concreto, si può addirittura tirare fuori la data precisa: il 20 marzo 2001, giorno in cui in uno studio notarile di piazza Del Fante a Roma fu costituito il partito Democrazia diretta, con l'idea di partecipare alle elezioni amministrative pochi mesi dopo. Tra i fondatori, un nome destinato a ritornare all'attenzione della cronaca politica e non solo: quello di Mario Adinolfi, giornalista allora nella redazione del Tg1, con alle spalle una militanza di vari anni prima nella Democrazia cristiana, poi nel Partito popolare italiano. 
Evidentemente, però, quella militanza non doveva appagarlo del tutto, se dopo alcuni anni - mentre il Ppi si apprestava a costituire la Margherita con Democratici, Rinnovamento italiano e Udeur, in quel momento ancora solo un cartello elettorale - Adinolfi aveva scelto di costruire qualcosa di diverso e di farlo su basi nuove, fino ad allora non praticate nella politica nazionale. Lui stesso, qualche tempo più avanti, si era preso la briga di raccontare quell'esordio che, riletto ora, ha persino tratti mitologici. 
Il 20 marzo 2001, ultimo giorno del primo inverno del millennio, cinque ragazzi si ritrovavano nella sala d'attesa del notaio romano Maria Grazia Russo, convinti di compiere un passo gigantesco e allo stesso tempo patetico. Dare vita al primo partito politico dichiaratamente improntato ai principi della democrazia diretta, che avesse intenzione di confrontarsi con la tornata elettorale immediatamente successiva. Piccoli movimenti esplicitamente direttisti erano in realtà già stati fondati, in Italia e nel mondo, ma nessuno aveva osato competere alle elezioni. Troppo pochi sia i militanti che i fondi a disposizione, tanto che il solo raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle liste scoraggiava tali movimenti da finalità elettorali. Si restava così nell'incredibile contraddizione di predicare il valore della partecipazione democratica per tutti senza poter neanche immaginare di avere i consensi sufficienti a presentare una propria lista nel momento rituale più rilevante per una democrazia: le elezioni. I cinque presenti in quella sala d'attesa avevano le idee, da questo punto di vista, ben chiare. Presentarsi alle elezioni con meno di due mesi di tempo per organizzare dal nulla un partito politico era, di fatto, una follia. Una follia, ma anche una dimostrazione di convinzione e di forza. E così, quando finalmente la dolce signora notaio si materializzò, i cinque ragazzi (tre giornalisti, un ingegnere, uno studente) furono ben lieti di comunicarle la decisione di inserire nello statuto del movimento il simbolo con cui si sarebbero presentati alle elezioni del maggio successivo: il simbolo internettiano della Chiocciola blu in campo arancione. Era nata Democrazia Diretta, il movimento della Chiocciola. Il primo partito direttista pronto a scontrarsi con il muro delle urne.
Fu così che i cinque fondatori - con Adinolfi c'erano anche Arturo Celletti, Giovanni Colavita, Marco D'Elia ed Eugenio Fatigante - uscirono dallo studio notarile con il loro partito e il loro simbolo, con la chiocciola - la "at" come quasi nessuno la chiamava allora, in un periodo in cui la posta elettronica era in parte sconosciuta a non pochi italiani - azzurra e in rilievo su fondo arancione. Non sapevano ancora, quasi certamente, che tra coloro che una decina di giorni dopo si sarebbero messi in fila davanti al Ministero dell'interno per depositare i loro contrassegni ci sarebbe stato anche il Partito internettiano, anch'esso con una chiocciola (nera, piatta) accoppiata a una W su fondo azzurro; probabilmente a loro nemmeno interessava perché, a differenza di altri, puntavano a partecipare alle elezioni e ci sarebbero riusciti. 
Arrivarono infatti i candidati (oltre 400) per concorrere alle elezioni amministrative di Roma del 2001, per il consiglio comunale e i municipi (età media sotto i 25 anni, "anche se Democrazia Diretta - ha ricordato Adinolfi - si concesse il vezzo di candidare, oltre a un ragazzo che aveva appena compiuto 18 anni, anche una nonna 93enne"; si riuscirono poi a raccogliere le firme necessarie per presentarsi, anche grazie - è sempre il giornalista a ricodarlo - al sostegno del mensile Mediajob e all'impiego del sito www.democraziadiretta.it, sul quale era possibile autocandidarsi per quella scadenza elettorale. Alla fine, alle elezioni del 13 maggio 2001, dopo una campagna elettorale costata in tutto "meno di 75 milioni delle vecchie lire, circa 37.000 euro", dalle urne delle elezioni comunali uscirono 1587 schede per Mario Adinolfi come aspirante sindaco di Roma, mentre la lista ottenne 1543 voti, rispettivamente pari allo 0,1% e allo 0,11%, quasi il doppio di quanto ottenne nella stessa occasione il Partito umanista, presente da molti anni. 
Tuttavia, al di là del risultato della chiocciola (alla quale per l'occasione era stata unita la dicitura "Giovani per Roma", scritta in blu su un segmento bianco), era interessante vedere in quale modo il gruppo si presentava ai romani, proponendo essenzialmente cinque punti: partecipare tutti alle decisioni politiche, con l'idea di costruire e mettere al centro "una cittadinanza attiva, informata e quindi depositaria del potere ultimo sulle decisioni che riguardano la città" e con la convinzione che le nuove tecnologie avrebbero potuto "ridemocratizzare la politica, affidando a ciascuno il potere di intervenire, di proporre, di decidere"; far arrivare la Rete in tutte le case, per costruire una "città telematica" e tutta connessa pronta per il futuro; compiere una profonda opera di alfabetizzazione telematica, perché tutti fossero messi nelle condizioni di utilizzare internet; rendere possibile il decongestionamento della città, con una buona parte di servizi fruibili direttamente da casa e con il telelavoro (non ancora chiamato in massa smart working) che sarebbe dovuto diventare una realtà concreta per un numero sempre maggiore di persone (sfruttando anche ciò che di buono sarebbe potuto arrivare dalla "legge sull'ordinamento di Roma capitale" che il riformaturo art. 114 Cost..aveva previsto); lavorare per una città aperta e solidale, in cui la Rete doveva essere "l'idea di tante persone che comunicano. E che trovano momenti di solidarietà", raccogliendo stimoli anche da persone di nazionalità diverse che possano sentirsi a casa propria (a fronte della richiesta di rispettare le regole di convivenza).
Un esordio indubbiamente ambizioso, a prescindere dal risultato finale: un primo passo "compiuto con l'animo di chi sa di inoltrarsi in un territorio inesplorato, se ne assume i rischi ma è pronto anche a proseguire perché sa che c'è qualcosa in più da scoprire". Quel qualcosa in più era proprio la democrazia diretta: se il demos in origine si riferiva ai "cittadini liberi che formavano l’assemblea del popolo", il riferimento alla democrazia ateniese di Pericle (dopo la prima importante riforma di Clistene), con la sovranità del popolo riunito in assemblea (ekklesia) veniva recuperata e considerata di nuovo possibile proprio grazie all'avvento della tecnologia e in particolare della Rete. Questa avrebbe potuto consentire la conformazione di una società simile a quella teorizzata da Jean-Jacques Rousseau: quella società giusta, frutto del contratto sociale, in cui i cittadini "fanno parte del sovrano, ossia - scrisse Adinolfi in quegli anni - di quell'organo deputato a esprimere la volontà generale attraverso leggi valevoli per tutti i membri dello Stato", conformi alla volontà generale. Consentire a tutti l'accesso alla decisione avrebbe potuto, nelle intenzioni dei proponenti, ovviare alle carenze della democrazia rappresentativa e restituire agli individui voce in capitolo, senza doversi per forza affidare ai gruppi, non di rado trasformatisi in centri di potere.
Non è difficile individuare nella costruzione teorica e nella proposta di programma di Democrazia diretta qualcosa di simile a ciò che sarebbe stato incarnato dal MoVimento 5 Stelle; i riferimenti storici e di pensiero, anzi, erano assai più evidenti e nitidi nel 2001 rispetto a quanto sarebbe avvenuto con il M5S, almeno nei suoi primi anni di attività. Certamente il risalto dato all'iniziativa politica arrivata per prima fu assai minore, benché questa avesse scelto fin dall'inizio la forma del partito. 
Nel 2003 il simbolo impiegato nel 2001 alle comunali di Roma tornò sulle schede delle elezioni provinciali di Roma, a sostegno del proprio candidato presidente Stefano Scartozzi: questi ottenne 2846 voti, pari allo 0,16%. L'anno successivo l'appuntamento sarebbe stato ancora più ghiotto, per il gran numero di elezioni amministrative ma soprattutto per le europee: fu preparato e diffuso nel sito il simbolo pronto per il voto europeo, con i "giovani per Roma" pronti a lasciare il posto ai "giovani per l'Europa". Non risulta tuttavia che l'emblema sia stato depositato al Viminale, né utilizzato in qualche competizione locale. Quel che è certo è che il gruppo che aveva dato vita a quell'esperienza nel 2005 concorse alla lista civica a sostegno della candidatura di Piero Marrazzo e, in seguito, si tradusse nell'associazione Generazione U, attraverso la quale Adinolfi nel 2007 si candidò alla guida del Partito democratico alle primarie fondative. L'emblema usato per distinguersi, tuttavia, era sempre quello di Democrazia diretta, con la @ al centro, concepito nel 2001 per un'esperienza che allora era e voleva essere davvero nuova.

venerdì 4 marzo 2016

Adinolfi e il tocco naïf del Popolo della Famiglia

Non ci era sfuggito, tranquilli. Era difficile non accorgersi, in rete, della nascita di un nuovo partito, Il Popolo della Famiglia, voluto da Mario Adinolfi perché - come detto nell'appello uscito ieri sulla Croce a firma sua e di Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita - "l'Italia ha bisogno dei cattolici". Forse non di quei "sedicenti cattolici, alcuni presenti anche al Circo Massimo a sostegno del Family Day" che hanno votato l'approvazione del "ddl Cirinnà" (ottenuta grazie a una "violenta e a-democratica mozione di fiducia sul maxi-emendamento", dimenticando che non di mozione ma di questione di fiducia si tratta) e hanno consentito che si parlasse di una nuova legge sulle adozioni (anche per le coppie omosessuali), di "divorzio lampo", eutanasia e "droga libera"; il tutto mentre si è parlato continuamente di maternità surrogata e stepchild adoption di conio giudiziario. 
Per Adinolfi c'è, netto, un problema di rappresentanza: non avrebbe rappresentanti in Parlamento "il popolo che si è radunato il 30 gennaio al Circo Massimo", un popolo "assai più vasto persino rispetto a quello visibilmente presente al Family Day" e "composto interamente da figli, figli che non dimenticano il diritto primigenio di ogni figlio, quello di avere una mamma e un papà": solo da qui nascerebbe "un popolo dai valori forti, saldi, per i quali non c’è predisposizione ad alcun compromesso", come quelli che potrebbero estirpare Natale e Pasqua dalle scuole, al pari del Crocifisso, introducendo invece "un corso gender per bambini di cinque anni da turbare nell'aspetto dell’identità sessuale". E, last but not least, un popolo di donne che sono innanzitutto madri, perché "un Paese che non fa più figli, che nel 2015 ha un saldo tra morti e nuovi nati pesantemente a favore dei primi, è un Paese che non ha futuro. E invece il Popolo della Famiglia è un popolo tutto rivolto al futuro".
Per questo Adinolfi e Amato avrebbero scelto di dare voce a quel popolo attraverso "la richiesta di consenso agli italiani", iniziando a lavorare alla "costruzione di liste del Popolo della Famiglia in vista delle amministrative di primavera, presenteremo nostri candidati sindaci in centinaia di città e comuni". Il tutto "con l’aiuto di Dio, con lo sguardo benevolo di Maria Vergine e con il vostro operativo consenso e sostegno", ove il "vostro" è riferito ai potenziali componenti di quel Popolo: per Adinolfi, come per i candidati alle primarie americane, non c'è da vergognarsi a invocare l'aiuto di Dio ("Noi vogliamo indicare una ispirazione ben chiara ed una radice culturale evidente - spiega, intervistato da Zenit - e anche noi non ci vergogniamo di chiedere l’aiuto di Dio. Spero che questo non scandalizzi. Peraltro lo chiedo io, che sono l’ultimo dei peccatori e ne ho più bisogno degli altri").
 Adinolfi non crede che quella del Popolo della Famiglia "sia destinata a diventare l’ennesima 'lista di scopo', che dura il tempo di un’elezione e poi sparisce", così com'era accaduto - ad esempio - con la lista Aborto? No, grazie di Giuliano Ferrara (il nome esatto era Associazione per la difesa della vita), presentata alle elezioni politiche del 2008 e: "Il Popolo della Famiglia - ha spiegato - coglierà l’occasione delle amministrative per una prima strutturazione, per lanciare la rete sul territorio. Poi, cambierà la storia d’Italia". Lo vorrebbe fare, a quanto pare, con un'operazione "capillare", per dare "speranza e futuro a un popolo che non ha nessuna voglia di rassegnarsi ad un’Italia lanciata verso il nulla".
Il simbolo scelto per quest'avventura (nel senso di tentativo ardito) elettorale non è schematico ed essenziale come quello depositato nel 2008 da Ferrara, né sfrutta un'opera d'arte nota come il Tondo Doni di Michelangelo, come fece il gruppo Difesa della Famiglia nello stesso anno, depositando un emblema al Viminale - che lo ammise, nonostante una vistosa croce bianca nella parte bassa - anche se poi le liste non furono presentate. Quello del Popolo della Famiglia (uno dei pochi casi in cui la parola "popolo" è stata utilizzata nel simbolo, al di là del Pdl e del Popolo della Vita, peraltro sempre in area ultracattolica) è invece uno dei simboli più naïf visti negli ultimi anni, con il disegno infantile a pastelli di una famigliola con padre, madre e due bambini (maschietti ovviamente in blu e pantaloni, femminucce in rosa e in gonna/vestito) che si staglia sul fondo blu-viola: in qualche modo emerge, come si leggono bene il nome della lista e il motto "No gender nelle scuole", colorato di una vezzosa tinta rosa.
Volendo risalire a uno degli ultimi esempi di emblemi davvero "fatti a mano", bisognerebbe probabilmente recuperare il contrassegno depositato giusto vent'anni fa dal gruppo politico Crociati d'Italia, con tanto di fondo blu tutto campito a matita colorata, lettere impresse coi Letraset (i "trasferelli") e, al centro, un disegno improbabile e drammaticamente infantile che voleva ricordare Goffredo di Buglione. In questo senso, anche se probabilmente l'elettorato di riferimento poteva essere lo stesso, il simbolo di Adinolfi e compagnia è certamente più curato dal punto di vista grafico (a partire dallo sfondo); certamente la tecnologia disponibile nel 1996, peraltro solo per pochi, è diversa da quella di cui oggi quasi chiunque può disporre. Chi usa pastelli e matite colorate ora, insomma, lo fa per scelta, non più per necessità.