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domenica 11 novembre 2018

Liberi e Uguali, come liberare il simbolo e consegnarlo agli elettori?

A otto mesi dalle elezioni, per Liberi e Uguali sembra urgente una domanda molto leninista, di sinistra: che fare? Ancora più urgente, però, appare un altro quesito: come fare con il partito e, incidentalmente, con il simbolo? 
Già, perché fin dalle settimane successive al non esaltante risultato delle elezioni del 4 marzo la formazione elettorale guidata da Pietro Grasso e frutto del concorso di Sinistra italiana (già Sel), Possibile e Articolo 1 - Movimento democratico e progressista ha avviato un confronto al proprio interno, mostrando di non essere esattamente compatta sul progetto di trasformare l'alleanza elettorale in partito. L'idea, in realtà, interessa molto alla base, mentre crea qualche difficoltà ai vari gruppi dirigenti che hanno contribuito a fondare il nuovo soggetto, perché hanno idee diverse su come procedere, dove collocarsi (anche a livello europeo) e con chi dialogare (in particolare, su quali rapporti avere con il Pd).

Incidenti di percorso

Quel cammino era stato intrapreso con maggiore convinzione tra giugno e luglio, dopo la nuova batosta - per tutto il centrosinistra - alle amministrative. Il processo per costituire il nuovo partito, nel quale sarebbero dovute confluire le tre forze che avevano contribuito al sorgere di LeU, aveva previsto come prima tappa la formazione di un Comitato promotore nazionale, composto da 35 persone, le cui riflessioni sono state compendiate nel manifesto Un partito. Di sinistra (redatto dal Grasso). Nel frattempo, però, si sarebbe dovuto spingere il più possibile sulle adesioni individuali a LeU, impegnandosi a costruire comitati territoriali in tutta l'Italia e, a metà ottobre, votare sul manifesto in modo da capire quale sarebbe stato il "nucleo certo" del nuovo partito, che avrebbe dovuto iniziare il vero percorso congressuale subito dopo, a partire dal basso.
Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto. Il 19 ottobre il Coordinamento nazionale di Articolo 1 aveva approvato un ordine del giorno in cui si dava "mandato al gruppo dirigente di verificare definitivamente le condizioni per una svolta e un rilancio democratico del progetto di LeU in vista delle elezioni europee, regionali ed amministrative", puntando a un soggetto politico "definitivamente liberat[o] dalle rendite di posizione, dagli accordi pattizi e dalle nomine dall'alto, per dare voce ai nostri iscritti e militanti" (e schierato in Europa con il Pse), ma giusto ieri Roberto Speranza ha lanciato per il 16 dicembre un'assemblea per costruire una forza "rosso-verde", "ecosocialista". Il 27 ottobre, invece, l'assemblea nazionale di Sinistra italiana ha approvato un documento in cui ha puntato il dito contro "la sostanziale inerzia del percorso" verso la trasformazione di LeU in partito ("un paralizzante gioco del cerino") e ha confermato la propria proposta definita venti giorni prima, un contenitore per le forze di sinistra, ambientaliste e civiche (da collocare a livello europeo nel gruppo Gue, ben distinto dal Pse) che dialoghi con progetti simili - come quello di Luigi De Magistris - e si ponga come alternativa credibile all'avanzata delle destre. Queste due posizioni, evidentemente contrarie alla prosecuzione di LeU così com'è stata, si sommano alla linea uscita dal congresso di Possibile di maggio: la nuova segretaria, Beatrice Brignone, si era già espressa con nettezza per l'uscita del suo partito dal percorso di costituzione di un soggetto politico unitario.
A fronte di queste posizioni delle tre forze politiche che avevano dato impulso al progetto di LeU, c'è però la posizione ben distinta di Grasso e di molti militanti che si sono spesi in campagna elettorale e nei mesi successivi: per loro, guardando alle elezioni europee, occorre "arrivare a quel momento forti di un’identità, un gruppo dirigente, un’organizzazione. In una sola parola: un partito". Il passaggio è contenuto in una lettera che il 4 novembre 2018 Pietro Grasso ha indirizzato ai comitati promotori territoriali di Liberi e Uguali: quel documento è arrivato il giorno seguente al documento formato dal coordinamento provvisorio degli stessi comitati promotori territoriali, nato il 20 ottobre e autoconvocatosi a Roma appunto il 3 novembre. In tre pagine si denunciava, tra l'altro, la difficoltà di dare "una casa nuova, plurale, unitaria, inclusiva, aperta, alle molte anime della sinistra", a causa di veti, conte e del mancato scioglimento dei tre partiti originari: "È legittimo non riconoscersi più nel percorso pensato per LeU - si legge - ma non è accettabile impedire che tale percorso si articoli e si sviluppi".

Il problema del simbolo

Se si passa alla "parte impegnativa" del documento degli autoconvocati, peraltro, emerge con potenza la consapevolezza che quello di Liberi e Uguali è anche un problema giuridico e simbolico. Dopo aver chiesto a Grasso, come rappresentante e garante dell'associazione Liberi e Uguali che ha partecipato alle elezioni, di avviare comunque il processo di costituzione del partito, gli autori del documento gli chiedono espressamente anche di "intervenire sui soggetti sottoscrittori, affinché, nell'arco di poche settimane, liberino il simbolo per restituirlo nelle mani dei suoi elettori".
Per capire perché il simbolo debba essere liberato, occorre tornare alla terza assemblea di LeU, del 26 maggio, la stessa in cui proprio l'ex presidente del Senato ufficializzò la sparizione del suo nome dal simbolo
Voi sapete che io ho accettato di inserire il mio nome nel simbolo perché a poche settimane dal voto si sperava di dare maggiore riconoscibilità a una lista nuova [...] ma abbiamo depositato sin da subito anche la versione senza il nomeperché il simbolo non è mio, né di chi era con me dal notaio quel giorno: questo simbolo è vostro e delle centinaia di militanti che hanno passato l'inverno impegnandosi in campagna elettorale, che hanno montato gazebo, distribuito volantini e che ci hanno scritto di andare avanti e non disperdere le energie raccolte. Questo simbolo è di quel milione di persone che lo hanno barrato in cabina elettorale, questo simbolo è di tutti noi. C'è la tentazione da parte di qualcuno di tenerlo in ostaggio: c'è in questa tentazione tutta la tattica che ha per ora tarpato le ali del nostro progetto. E allora rendiamolo davvero di tutte e di tutti: lo faccio io per primo, in modo pubblico davanti a voi, rinunciando al mio diritto di veto. Non sarò io, né ora né mai, a mettere un qualsiasi ostacolo al percorso costituente di Liberi e Uguali. [...] Questo percorso inizia oggi: sono certo che Nicola, Roberto e Beatrice faranno lo stesso, liberando il simbolo dalla stessa possibilità di veto che riconosce loro l'atto notarile.
Le parole di Grasso, pronunciate in quell'occasione, fanno capire che nell'atto costitutivo dell'associazione Liberi e Uguali, di poco successivo alla presentazione dell'iniziativa di lancio della lista elettorale (3 dicembre 2017), è scritto che la scelta dell'uso del simbolo è nelle mani dei quattro firmatari dell'atto stesso, vale a dire Pietro Grasso, Nicola Fratoianni, Roberto SperanzaPippo Civati, il primo come capo della forza politica, gli altri come rappresentanti rispettivamente di Sinistra italiana, Articolo 1 e Possibile (e non, come probabilmente era in un primo tempo, in nome proprio). Se Grasso ha parlato di veto, significa che - o almeno si suppone che sia così, non essendo pubblico il testo di quell'atto notarile - il simbolo è sì proprietà dell'associazione, ma è stato messo per iscritto che ogni singolo uso dell'emblema avrebbe dovuto ricevere l'assenso di tutti e quattro i fondatori dell'associazione (che il 2 marzo ha depositato la domanda di marchio per entrambe le versioni dell'emblema, con e senza la dicitura "con Pietro Grasso"). Questo nonostante l'unico documento finora accessibile, ossia la dichiarazione di trasparenza depositata da LeU al Ministero dell'interno contestualmente alla presentazione dei simboli, indichi Pietro Grasso come unico legale rappresentante e titolare del contrassegno.
In quella stessa assemblea, Speranza disse che il simbolo andava liberato subito ("io sono disponibile ad andare stasera stessa dal notaio a rinunciare a qualsiasi tipo di potestà"); Fratoianni era stato un po' più sfumato, dicendo che si doveva aprire "un percorso largo, democratico che consenta a tutti e a tutte di discutere, confrontarsi e decidere: nessuna passione per i veti, per riflessi proprietari o per l'idea che qualcuno o qualcuna possa sequestrare un percorso collettivo", senza citare la parola "simbolo". La preghiera di liberare il simbolo era stata condivisa da varie persone, da Cecilia Guerra a Francesco La Forgia, anche se non era mancata la riflessione amara di Stefano Fassina ("ma chi riusciamo ad appassionare, se noi alla prima Assemblea dopo il voto parliamo di come mettere i veti ai nomi e ai simboli?").
Da allora, però, nulla è cambiato e dal notaio i quattro titolari non ci sono mai andati (se non per delegare due persone le procedure di concessione dell'emblema per le elezioni amministrative, così da snellire le pratiche). Ecco perché gli autoconvocati hanno chiesto con forza la restituzione del simbolo agli elettori, chiedendo nel contempo a Grasso, qualora qualcuno dei fondatori non avesse rinunciato al "veto", di "registrare un nuovo simbolo che faccia esplicito riferimento a Liberi e Uguali, al fine di permettere a tutti noi di procedere ad avviare la fase costituente del nuovo soggetto politico senza ulteriori ritardi e ripensamenti dell’ultima ora". Su questo punto l'ex presidente del Senato non si è espresso direttamente; tuttavia, nel dire che si dovrebbe procedere a un incontro nazionale con i Comitati territoriali che faccia nascere un organo costituente, cui ciascuno dei "responsabili nazionali dia finalmente, con atto pubblico, la sovranità su nome e simbolo, impegnandosi nel contempo a prevedere lo scioglimento dei partiti di provenienza", fa capire che solo quell'organo deciderà cosa fare e non certo lui.

Come restituire il simbolo agli elettori?

A questo punto, dunque, non si tratterebbe più soltanto di "liberare", "dissequestrare" il simbolo, ma di restituirlo davvero agli elettori di Liberi e Uguali. L'idea, l'immagine è affascinante, ma sfugge dalle mani: rischia seriamente di sembrare, come ha scritto pochi giorni fa Cesare Maffi su ItaliaOggi, una formula "indecifrabile [...], tanto oscura quanto bizantina". Come fare allora?
In queste settimane c'è chi ha studiato a fondo la questione, per cercare di tradurre in concreto quella richiesta, quell'esigenza. Non è un caso che a farlo sia stato soprattutto Gabriele D'Amico, avvocato, dottorando in Diritti umani e diversità culturale che sul sito di Articolo 1 aveva posto il tema del simbolo in un articolo oltre un mese prima che ne parlasse Grasso in assemblea. "Credo che lo strumento giuridico migliore per attuare questa restituzione non sarebbe l'associazione, com'è stata LeU finora, ma una fondazione: precisamente, l'associazione Leu dovrebbe essere trasformata da coloro che l'hanno costituita in una fondazione di comunità, che permetta di tenere insieme una componente patrimoniale e una personale. Il simbolo sarebbe a tutti gli effetti parte del patrimonio della fondazione, assieme ai contributi di coloro che partecipano al processo costituente; allo stesso tempo si dovrebbe definire una serie di regole e strutture interne di gestione, così da assicurare che l'emblema, come parte del patrimonio, non sia 'snaturato' con il suo uso rispetto a determinati parametri da fissare, anche se a chiederlo fosse un'ampia maggioranza di aderenti. Una cosa simile, per esempio, sarebbe più difficile da fare con un'associazione, perché si finirebbe per comprimere troppo il metodo democratico e si rischierebbe un contenzioso; la fondazione, invece, consente l'adozione di strumenti più 'aristocratici', per dirla alla Olivetti". 
La componente personale, peraltro, non sarebbe aperta a chiunque, sempre per evitare rischi di snaturamento: "dovrebbe trattarsi - continua D'Amico - di persone che si dichiarino militanti, sostenitori o almeno elettori di Liberi e Uguali. Se ora i componenti dell'associazione sono solo i quattro fondatori, ci si dovrebbe aprire sicuramente almeno a coloro che hanno accettato di candidarsi con il simbolo di LeU, ma per esempio anche a quelli che, pur non essendo stati candidati, si erano messi a disposizione e si sono spesi sui territori; si potrebbe poi discutere se affidare un ruolo, in questa fase, alle forze politiche che hanno contribuito o dovessero contribuire alla reale costituzione di LeU come partito, possibilmente come incentivo a sciogliersi e a confluire nella nuova realtà. Questi, naturalmente, sono però discorsi politici, che dovrebbero essere affrontati concretamente dai soggetti coinvolti".
La soluzione proposta da D'Amico appare affascinante, anche se sembra un po' farraginosa (o forse, inevitabilmente, "complessa per un problema complesso") e, probabilmente, non semplice da spiegare a militanti e sostenitori. Essa, poi, pone alcune questioni non secondarie: se i partiti, in base alle norme oggi vigenti, sono espressamente definiti "associazioni" e comunque le norme elettorali precisano che alla base delle candidature ci sono partiti o "gruppi politici organizzati", non è scontato che una fondazione, anche di comunità, possa presentare candidati alle elezioni (e di certo finora non è mai accaduto). D'Amico ne è consapevole, ma nota che la giurisprudenza ha assimilato sempre di più le fondazioni di comunità ad altre forme associative, quindi non è detto che l'accesso alle candidature sia precluso (anche se quelle elettorali sono norme speciali, che poco si prestano ad assimilazioni con altre). "In più - continua - è noto il format in base al quale accanto alla fondazione, cui è conferito il patrimonio, nasce un'associazione degli 'amici' di quella fondazione: i due soggetti sono giuridicamente distinti, ma i loro statuti codificano reciproche influenze, per cui la fondazione nomina parte della dirigenza dell'associazione e alcune figure dell'associazione sono di diritto membri del consiglio d'amministrazione della fondazione. In questo modo, sarebbe comunque l'associazione a presentare liste e candidature, contrassegnandole con il simbolo messo a disposizione dalla fondazione ed entro i limiti da questa stabiliti". L'associazione, in particolare, dovrebbe essere costituita dall'organo costituente di cui parlava Grasso.

Una questione delicata

La vicenda del simbolo, come si è visto, non è proprio semplice, ma affrontarla è importante, a prescindere dall'effettivo valore dell'emblema in questione: "Oggi se ne parla a proposito di LeU - conclude D'Amico - ma in seguito può toccare a un altro partito, il problema permane. Sul piano filosofico equivale a interrogarsi su cosa sia la democrazia, se sia giusto affidarsi a criteri quantitativi, per cui tutti valgono allo stesso modo e in fondo i loghi valgono relativamente, oppure se si debbano introdurre parametri qualitativi che però oggi sono visti con grande sospetto e sfavore perché appaiono classisti e spocchiosi. Con riguardo al simbolo di cui si parla ora, mi sento di affermare con certezza scientifica che l'emblema di LeU nasce vivo, con un enorme valore programmatico e di politica internazionale: 'liberi e uguali in dignità e - io direi - doveri anziché diritti' è il cuore dinamico della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e l'unico vero antidoto ideale alla componente più subdola e pericolosa del populismo, il cultural-sovranismo; anche per questo, credo si ponga una questione supplementare di garanzia di utilizzo di un simbolo in modo coerente con la sua genesi".
Non è ancora chiaro quale soluzione verrà trovata e cosa effettivamente saranno disposti a fare i leader dei tre partiti fondatori, in tema di "liberazione" del simbolo: avendo formato l'atto costitutivo in nome e per conto delle loro formazioni, dovranno comunque ricevere formalmente mandato dagli organi di queste a rinunciare al "veto" o, se il progetto di LeU non interessasse più, a recedere dall'associazione; tra l'altro, il cambio alla guida di Possibile da Pippo Civati a Beatrice Brignone dovrebbe far passare a lei il ruolo di contraente del patto associativo alla base di Liberi e Uguali (ma siamo pur sempre nel paese della litigiosità politico-giuridica assoluta: e se, nello scenario fantapolitico più spinto, rispuntasse Pippo Civati per rivendicare il proprio diritto di veto in qualità di fondatore?).
La vicenda, in ogni caso, dovrebbe essere risolta quanto prima, così come si sarebbero dovute discutere meglio e a tempo debito determinate opzioni politiche, senza arrivare alla conta in sede congressuale. Un altro passaggio della lettera di Grasso è molto rilevante, anche dal punto di vista simbolico:
Una delle questioni dirimenti riguarda la collocazione europea e la conseguente scelta per le prossime elezioni. A questo proposito rilevo che le posizioni in campo sono varie e confliggenti soprattutto su due scelte: adesione al Pse o alla Gue; lista singola o perno della costruzione di un lista di sinistra composita. Se, in assenza della prima fase, si confrontassero in un congresso tali opzioni, chiaramente alternative e inconciliabili, registreremmo, un minuto dopo l’esito finale, l’ennesima scissione. Temo che sia inutile e strumentale ipotizzare una conta che, alle condizioni date, non sarebbe un congresso, ma una sorta di asta per il simbolo. Sarebbe, onestamente, un finale poco dignitoso e ancor meno utile. 
Anche per evitare l'asta, probabilmente, si chiede di consegnare il simbolo agli elettori. Loro, si spera, sapranno valorizzarlo meglio.

venerdì 9 novembre 2018

Udc e Dc-Rotondi, ecco il simbolo della lista unitaria (ma con scudo di Pizza)

In uno degli ultimi post si è parlato del progetto dell'Udc guidata da Lorenzo Cesa e della ridestata Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi (ogni volta che si chiama in causa un partito con quel nome, ormai è chiaro, bisogna sempre precisare la paternità per evitare sicure confusioni) di presentare una lista unitaria alle prossime elezioni regionali in Abruzzo. E di farlo, soprattutto, riunendo il nome storico e il simbolo dello scudo crociato, avvalendosi della "doppia copertura" dell'uso parlamentare del simbolo da parte dell'Udc e del preuso legittimo del nome da parte della Dc di Rotondi. 

Lo spirito della lista lo ha spiegato bene Rotondi alla conferenza: "Noi stiamo cercando, senza enfasi né retorica, di creare una condizione per cui questo nostro ideale sopravviva nella Terza Repubblica. Non ha senso presentare due liste filo-democristiane alle elezioni, quindi siamo qui per dire che ce ne sarà una. E non sarà la lista di Cesa e Rotondi, ma sarà la lista dei democristiani". Due liste avrebbero preso inevitabilmente meno, rischiando che i voti raccolti singolarmente dal nome e dallo scudo non bastassero a entrare in consiglio; un'unica lista dei democristiani, a questo punto, sembra avere più chance di ottenere almeno un seggio.
Quello abruzzese, peraltro, dovrebbe essere secondo Cesa un banco di prova per un'opera più ampia, cioè il rilancio di "un soggetto politico di centro, un progetto che vada oltre l'appartenenza ai due partiti Udc e Dc" e guardi di nuovo alla politica come servizio (e il segretario Udc cita l'esempio di Remo Gaspari e Lorenzo Natali "che fecero dell'Abruzzo la prima regione del Mezzogiorno", anche se alla storia è passata soprattutto la loro capacità raccomandatoria, al pari della rivalità, anche autostradale).
Si vota il 10 febbraio 2019, tre mesi abbondanti prima delle elezioni europee, ma già da una decina di giorni, dopo la conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa - svoltasi il 29 ottobre a Pescara - circola il contrassegno che dovrebbe essere utilizzato in questo appuntamento elettorale dalla lista unitaria Dc-Udc. Il modello, almeno in parte, è il simbolo congiunto utilizzato nei mesi scorsi in alcune elezioni comunali, con il fondo blu (più scuro rispetto all'Udc), ma qui il nome dell'Unione di centro è riportato per intero - non solo con la sigla - ed è collocato nella parte inferiore, mentre in quella superiore è stato inserito quello della Dc. Lo scudo utilizzato, vai a capire perché, non è quello dell'Udc, ma quello inaugurato nel 2004 dalla Dc guidata da Giuseppe Pizza: lo dimostrano il carattere Helvetica - utilizzato in tutto il contrassegno - e i bracci della croce molto stretti. C'è ancora tempo, in ogni caso, per ritocchi al simbolo più o meno visibili, così come bisognerà capire cosa faranno "le altre Dc", a partire dalle altre anime della federazione guidata da Rotondi (in primis l'associazione degli iscritti del 1993 guidata da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni) e dalla "riattivata" Dc ora guidata da Renato Grassi: potrebbero arrivare diffide da loro? 

sabato 3 novembre 2018

"Unità socialista" per il Psi: il cambio di parola non passò inosservato

D'accordo, per dire che un simbolo cambia ci si riferisce soprattutto alla sua grafica: se un suo elemento compare, sparisce, si sposta, si modifica, difficilmente sfugge all'occhio. Ma se cambia il testo, è possibile che la mutazione passi inosservata? Oggi non è da escludere, persino se la modifica riguarda il nome di un partito: in un'epoca in cui etichette ed emblemi hanno finito per somigliare in tutto e per tutto a dei marchi, tutto sembra piegato alle esigenze di marketing e il senso di questo o di quel cambiamento facilmente sfugge. Nella Prima Repubblica, invece, quando i simboli erano soprattutto segni identitari, non esistevano dettagli trascurabili: bastava cambiare una parola per lanciare un messaggio, chiaro e inequivocabile.
Si prenda, per esempio, un cambiamento che oggi potrebbe davvero risultare irrilevante, se non addirittura impercettibile. Il 4 ottobre 1990, infatti, il segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi propose che, nella corona rossa del suo simbolo, la scritta si modificasse da "Partito socialista" a "Unità socialista". Una parola sola, appunto, che però pesava come un macigno, per tante ragioni. Innanzitutto perché, di fatto, con la sostituzione del riferimento al partito compreso nell'emblema sembrava quasi che a cambiare fosse stato proprio il nome, anche se la sigla Psi era rimasta al suo posto e si era innanzitutto voluto togliere il riferimento visibile al concetto stesso di "partito", già poco gradito agli elettori prima ancora che scoppiasse il bubbone di "Mani pulite". Anche l'acronimo del Psi, peraltro, era parso "a rischio", perché in quel momento si era puntato su una trasformazione in senso federale del partito, per cui nella parte bassa del simbolo al posto della sigla avrebbe potuto trovare posto il riferimento alla singola regione (così almeno scriveva il 5 ottobre Sandra Bonsanti sulla Repubblica). 
Dietro quella scelta, però, c'era ben altro e il messaggio era rivolto ben al di fuori del partito socialista. Testimonianze di quel passaggio si ritrovano, tra l'altro, nel libro Il crollo. Il PSI nella crisi della Prima Repubblica, pubblicato da Marsilio nel 2012 - in occasione dei 120 anni di storia del socialismo in Italia - e curato da Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta. Il volume, decisamente ponderoso - ha oltre 1000 pagine - se nella seconda parte raccoglie vari saggi di studiosi (storici, internazionalisti, economisti) sul ruolo del Psi nella  crisi della Prima Repubblica, nella lunga parte iniziale ospita un gran numero di interviste a testimoni dell'epoca craxiana e, soprattutto, della sua fine. Proprio dalle parole dei personaggi intervistati (e dalle frequenti domande degli intervistatori, Livio Karrer, Alessandro Marucci e Luigi Scoppola Iacopini) emerge, tra l'altro, anche la portata dell'inserimento dell'unità socialista nell'emblema del partito.
La testimonianza più importante, forse, è quella resa da Ugo Intini, che - sempre per la stampa dell'epoca - fu il primo ad annunciare il cambiamento simbolico, in qualità di portavoce di Bettino Craxi. "Lui - spiega - ha messo sotto il simbolo del nostro partito 'Unità socialista', come per dire: 'Qui dovete venire'". Ad andare verso il Psi, ovviamente, dovevano essere innanzitutto dirigenti e militanti di un partito che si chiamava ancora comunista, stava per trasformarsi in Partito democratico della sinistra (ma la quercia sarebbe stata mostrata solo il 9 ottobre 1990, dunque dopo l'annuncio craxiano) ed era in profondo travaglio. Non si era ancora deciso esattamente "il nome della Cosa" e già Via del Corso, con mossa fulminea, piantava una bandierina per farsi notare da Botteghe Oscure e, magari, convincere parte della base a cambiare indirizzo.
Lo stesso Intini, peraltro, nel libro spiega di non aver "mai creduto troppo al lancio della proposta dell’unità socialista con gli ex comunisti": gli era parsa una "forzatura poco realistica", ritenendo che il mutando Pci fosse "distantissimo da una revisione vera". L'ex direttore dell'Avanti! ritiene che Craxi "abbia sempre avuto in mente l’alternativa di sinistra e lo schema Mitterrand", con la creazione di un sistema bipolare in cui il leader della sinistra, per avere più possibilità di vittoria, doveva essere "quello che sta più verso il centro", cioè lui. Un disegno che dopo il crollo del muro di Berlino sembrava più realizzabile, ma per proporre un'alternativa di sinistra a guida socialista ci sarebbe voluto un Psi forte circa quanto il Pci (mentre era decisamente più debole) e la guerra del Golfo vide il Pds su posizioni ben distanti da quelle dei socialisti (molti si astennero, qualcuno votò contro l'invio dei militari in Iraq) e anche da quelle di molti altri paesi europei, anche a guida di sinistra: all'inizio degli anni '90 non si poté arrivare a nessuna unità, poi arrivò Tangentopoli e la scena sarebbe stata rivoluzionata. Quella che ad alcuni era parsa una bomba, insomma, si sarebbe rivelata - secondo le parole di Achille Occhetto - soltanto "un petardo".
Nel libro anche altri dirigenti socialisti commentano quel passaggio: per Valdo Spini "la stessa dizione 'Unità socialista' che è apposta nel simbolo del Psi è chiaramente ostile a un'eventuale convergenza" tra socialisti e comunisti; l'ex dirigente Uil Giorgio Benvenuto ricorda "le forti preoccupazioni di molti compagni" quando Craxi propose l'unità socialista, un voto unanime della direzione nazionale ma anche un atteggiamento inerte nel partito su quel tema ("Non ci fu negli organismi dirigenti, tranne alcune eccezioni, nessun desiderio di approfondimento, nessun confronto, nessuna dialettica"). L'ex leader della sinistra socialista Claudio Signorile imputa a Craxi l'errore di non aver sfilato il Psi dal governo, dando il segno che non voleva cambiare davvero: "tu non puoi fare l'Unità socialista e stare a governare con i democristiani e i ministri socialisti". 
Il simbolo al congresso del 1978
Quanto all'ex vice di Craxi, Giulio Di Donato, vedeva l'unità socialista come "una prospettiva", considerando che per lui "falce e martello non aveva più alcun senso". La stessa cosa che Craxi aveva pensato fin dalla fine degli anni '70: come riconosce nella propria intervista l'ex sindaco di Milano Carlo Tognoli"il timbro craxiano fu la proposta di mettere il garofano, proprio a Torino, nel simbolo del partito. Era un richiamo alla tradizione socialista pre 1917, prima della Rivoluzione sovietica, ed era il collegamento con quel Partito socialista, che aveva una forte anima riformista, cui si dovevano la creazione delle cooperative, la nascita del sindacato e dell'Avanti!, la formazione di una classe di amministratori locali di grande valore e le prime riforme a vantaggio dei lavoratori". 
Tratto dal canale YouTube
dell'utente Bluecheer90
Al congresso di Torino del 1978 a Torino Craxi non era riuscito a far sparire del tutto falce e martello, al punto tale che Ettore Vitale, viste le proteste dei delegati, dovette poi ritoccare il simbolo dando maggior evidenza agli antichi segni rivoluzionari, a danno del fiore. Nel 1987, invece, i tempi erano apparsi maturi per togliere di mezzo gli arnesi e, tre mesi prima delle elezioni, Filippo Panseca mostrò a tutti da Rimini, all'ombra del tempio da lui creato come scenografia per il congresso del partito, il nuovo simbolo socialista, con il fiore dal gambo lungo e senza altri elementi grafici. "Onorevole, ma perché ha scelto solo il garofano come simbolo per il suo partito?", chiese a Craxi Giovanni Minoli in uno degli spot della famosa campagna - "Cresce l'Italia" - che precedette le elezioni di quell'anno: "Il garofano - rispose - è un grande e antico simbolo del mondo del lavoro italiano e internazionale. Il suo significato, il suo messaggio è fede nel progresso, fede nella libertà e speranza nell'avvenire: forse è bene che se lo mettano in tanti!", chiosava, sorridendo a modo suo.  Un sorriso simile a quello sfoderato - sempre con garofano in mano - nel 1989 accanto a Claudio Martelli, Giuliano Amato e Gianni De Michelis davanti all'avveniristica e teleschermica piramide pensata sempre da Panseca per il nuovo congresso del Psi a Milano, nell'area Ansaldo: la stessa immagine che figura sulla copertina del volume curato da Acquaviva e Covatta e che non lasciava presagire che, tempo meno di tre anni, sarebbe finito tutto, garofano compreso. Altro che unità socialista...