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mercoledì 19 dicembre 2018

"La Politica dei Giovani" con grafica Pdl, ma chi c'è dietro?

Le proposte di candidatura possono arrivare dovunque e in qualunque momento, ma forse non è frequente che arrivino via posta elettronica. Eppure, negli ultimi giorni, a più di un indirizzo è arrivato un curioso messaggio, il cui testo recita così: "Buonasera, la contattiamo perché tra qualche mese ci saranno le Elezioni Europee e le proponiamo di poter presentare la nostra lista con il nostro Simbolo insieme alla sua candidatura". 
Il #drogatodipolitica non può non essere attirato da quella maiuscola che nobilita la parola "simbolo", così la lettura continua, anche per capire chi sia il soggetto proponente: "Da oggi in tutta Italia è iniziata la raccolta delle firme per poter presentare alle prossime Elezioni Europee 2019 le liste del nostro Movimento La Politica dei Giovani". Ecco, il nome del soggetto, presumibilmente della lista, è La Politica dei Giovani (anche qui maiuscole senza risparmio). Di seguito si invita a scaricare i moduli per la raccolta firme e, per i potenziali candidati, per l'accettazione della candidatura "a consigliere del Parlamento europeo" (sic! Forse c'è bisogno di un corso accelerato di diritto costituzionale...) e la dichiarazione di candidabilità.
A quel punto sorge l'interesse a saperne di più, anche perché il famoso "Simbolo" di cui parla la mail nel messaggio non si vede, quindi si va sul sito www.lapoliticadeigiovani.it. Qualche frazione di secondo e scatta subito la sensazione del déjà-vu, inevitabile guardando l'emblema proposto per il partito. Perché il simbolo è quasi la copia carbone di quello del Popolo della libertà, la versione a fondo tutto blu, senza il riferimento a Silvio Berlusconi; unica differenza è il carattere usato, diverso dall'Helvetica adottato a lungo da Cesare Priori.
L'operazione, a prima vista, appare temeraria, innanzitutto perché si propone di rimettere in pista un emblema che era stato accantonato perché non scaldava il cuore, proprio come il partito di riferimento, cioè il Pdl. Ma temeraria anche perché, ovviamente, mai e poi mai quel simbolo potrebbe finire sulle schede: difficilmente il Ministero dell'interno lo ammetterebbe e, in ogni caso, arriverebbe di sicuro una diffida dal Popolo della libertà, quello vero e mai sciolto (sempre perché in Italia sciogliere un partito è difficilissimo, dal punto di vista burocratico e giuridico), magari attraverso il segretario amministrativo nazionale, Salvatore Sciascia, tuttora senatore forzista.
Con queste premesse, viene naturale cercare di capire chi possa celarsi dietro quel sito. Impresa non facilissima perché all'interno gli elementi utili sono pochi e, tra l'altro, non si riesce a sapere nulla sull'organigramma: se si va sulla pagina dedicata al segretario, c'è un messaggio firmato "il Segretario nazionale", ma senza alcun nome all'interno
Cos'altro c'è nel sito? C'è il carrello di un negozio, ma la pagina relativa a quest'ultimo è ancora vuota. E i contenuti del programma? Si legge che è fondato su tre punti (La Rivoluzione necessaria, cioè "accompagnare il nostro Paese nel concreto raggiungimento della sostenibilità e dell’indipendenza"; la tutela del Made in Italy, con l'opposizione ai trattati Ue, Ttip e Ceta; nuovo lavoro e lavori nuovi, per "far crescere l’Italia in termini di produttività, investendo 2 miliardi di euro nel mondo del lavoro e accrescendo la spesa sociale"
Più in generale, nella descrizione del "Chi siamo", si parla di un "movimento politico indipendente, nato con l'obiettivo di ricostruire il paese con una proposta politica nuova: nelle facce, ma soprattutto nelle idee", un soggetto che vuole perseguire il bene del paese con una "proposta politica liberale e popolare, federalista e riformista", chiaramente di centrodestra, con l'idea che quell'area debba ripartire "dai problemi delle persone". Se però viene lo sfizio di cercare se queste frasi in rete siano già state usate altrove, si scopre che sono identiche a quelle già riferite ad Azione politica, movimento abruzzese guidato da Gianluca Zelli (non ci si azzarda a dire quale dei due testi sia più vecchio, facendo il gioco dell'uovo e della gallina, però…). E se si va su Privacy Policy, il testo inserito nel sito sembra il clone di quello già adottato dal sito di Fratelli d'Italia, considerando che è riportato anche l'indirizzo della sede nazionale di Fdi (Piazza Paganica 13, Roma), mentre la sede nazionale dal sito risulta essere a Torino, con tanto di orari di apertura.
E allora, come se ne esce? Se si prova a vedere a chi è intestato il sito, il dominio risulta registrato nel 2010 (in pieno Pdl, effettivamente) da una persona di Torino. Se poi si guarda nelle vecchie versioni del sito salvate in rete, si trova un simbolo ancora diverso, sempre in stile Pdl con l'arcobalenino, ma con la dicitura "Partito unico repubblicano", il riferimento alla destra e, accanto all'Italia blu, la foglia d'edera repubblicana (quanto al testo dello statuto del partito, porta due diverse date, una del 2010 e una del 2012...).
Basta molto meno al #drogatodipolitica per essere divorato dalla curiosità, quindi scatta la ricerca in rete di "La Politica dei Giovani". Una ricerca semplice, che permette di scoprire che la stessa formula, con la variante della pubblicazione dell'annuncio su portali, era stata utilizzata in passato per altre competizioni elettorali. E nell'articolo di RivieraTime dedicato all'annuncio relativo al comune di Sanremo, si legge che "La Politica dei Giovani è un’associazione nata di recente. Un elemento attrattivo per avvicinare i giovani alla politica partecipata". Più che le parole, però, conta chi le pronuncia, vale a dire Antonio Piarulli, ossia il fondatore e segretario nazionale del Ppa-Partito Pensiero Azione. Queste parole sono riportate subito dopo la frase "Abbiamo contattato gli autori dell'annuncio": si deve dunque pensare che La Politica dei Giovani sia legata a Piarulli e al Ppa? Al momento non è dato saperne di più, anche perché i moduli per le candidature riportano il logo della PdG, mentre il Ppa ha altre mire, probabilmente più ambiziose. Questa, però, è un'altra storia, da raccontare a parte.

giovedì 8 ottobre 2015

Pensioni & Lavoro, quando il successo poteva partire da Courmayeur

Come si può far conoscere agli elettori un partito che magari non è agli esordi, ma fino a quel momento non ha avuto troppo riscontro? Cercando di trarre vantaggio dall'attenzione che attirano gli altri competitori, ad esempio. Ci aveva provato, sinceramente, Ugo Sarao da Bagnone in Lunigiana, per anni cancelliere tra il tribunale di Cassano D'Adda e la corte d'appello di Milano e, anche prima della pensione, creatore di nuovi partiti con relativi simboli. Una delle sue creature più recenti, la cui durata probabilmente ha battuto tutte le altre, è Pensioni & Lavoro, nata nel 1996 e spesso presente nelle bacheche del Viminale e in alcune competizioni locali. Una delle storie che mi ha raccontato Ugo l'Inesauribile per il mio libro Per un pugno di simboli ha davvero dell’incredibile e passa per Courmayeur: la faccio raccontare direttamente da lui. Buon divertimento... 
Nell’estate del 2007 le agenzie di stampa battono la notizia: Silvio Berlusconi si sarebbe presentato alle elezioni comunali di Courmayeur con il Popolo della libertà, alla prima uscita. Una splendida occasione per un partito, come Pensioni & Lavoro, che voleva farsi conoscere dal grande pubblico, sfruttando i riflettori puntati sul Cavaliere. Così il sottoscritto Ugo Sarao, da buon alpino, incomincia a pensare come dare la scalata al Municipio di Courmayeur.  
Chi è pratico di elezioni lo sa: la difficoltà maggiore è la raccolta delle sottoscrizioni. "Fortunatamente le firme necessarie per Courmayeur sono soltanto 13", pensai, ma commetto un errore metropolitano perché raccogliere 13 firme in Val d’Aosta è come raccoglierne 130 a Milano. La voglia di partecipare, comunque, è tanta ed è più forte di qualsiasi ragionevole ripensamento; il dietro-front, invece, lo fa Berlusconi che, subodorato un probabile insuccesso, rinuncia alla competizione.  
Berlusconi o no, alle prime luci dell’alba di un giorno di ottobre il sottoscritto Sarao, Marilena Sohnel (candidata vice-sindaco), Carlo Muccio (candidato consigliere), partono da Cassano d’Adda per Courmayeur portandosi un tavolino, due sedie pieghevoli, alcune bandiere, la modulistica ed un rotolo di manifesti. I tre vengono raggiunti sul posto dalla seconda pattuglia elettorale, formata dal candidato sindaco Cesare Valentinuzzi, scortato da Nigi Macchi alla guida della generosa NigiMobile; per ultima arriva la terza pattuglia composta da Salvatore Quarta, dalla moglie Angela Pesaro e dal loro secondogenito.
Nessuno di tutti loro sa che quello è un giorno sbagliato! Fantozzi avrebbe detto: "Trattasi di tragico affondamento degli equipaggi in giorno semi-festivo con pochissime persone in strada, negozi ed esercizi commerciali chiusi". In più c’era il problema di reperire un Pubblico Ufficiale per autenticare le firme: in questo li aveva aiutati il Tribunale di Aosta il cui Presidente, memore del suo trascorso ambrosiano nella stessa città in cui prestava servizio Sarao, aveva autorizzato alla bisogna la dottoressa Emanuela Chieppi, cancelliere di quel Tribunale, che si era imbarcata ad Aosta sull’auto della terza pattuglia. 
Finalmente si può allestire la postazione e i nostri attivisti si mettono al lavoro, che consiste nello spiegare ai pochi increduli passanti il motivo della loro presenza. Da non credere, ma le 13 firme vengono raggiunte allo scadere della quinta ora. Il mese successivo il gruppo torna a Courmayeur per comiziare, affiggere manifesti e partecipare ad un paio di dibattiti pubblici. Per far capire a chi non c’era l'impossibilità di prendere voti, basta citare i nomi delle tre liste concorrenti: Courmayeur la nuova via, Noi Courmayeur-Nous Courmayeur, Courmayeur domani… quando tutti i candidati erano parenti e/o amici di tutto l’elettorato possibile e immaginabile. 
Nonostante tutto, a lasciare attoniti è il finale. Tredici firme, tredici voti raccolti da Pensioni & Lavoro: unico caso al mondo in cui i sottoscrittori sono rimasti fedeli a una lista per più di un mese!

lunedì 1 aprile 2013

Quando nessuno voleva mollare il Pdl

Che Silvio Berlusconi non muoia dalla voglia di conservare nome e simbolo del Popolo della libertà, è cosa nota: sono circolate a più riprese voci più o meno attendibili su nuovi possibili bozzetti del logo, per non parlare delle cicliche proposte di ritorno alla bandiera di Forza Italia. Lo stesso fondatore del Pdl a Matrix alla fine del 2010 l’aveva detto chiaramente: «l’acronimo non commuove e non emoziona», praticamente una sentenza di morte per un segno distintivo e identitario, una condanna da eseguire non appena fosse saltato fuori un degno sostituto. Eppure c’era stato almeno un momento, poco prima, in cui addirittura qualcuno aveva fatto a gara per rivendicarlo, anche solo per dispetto.
Tutto, in fondo, era cominciato con quel «Altrimenti che fai? Mi cacci?», datato 21 aprile 2010, con cui fu ufficializzato davanti ai telespettatori lo strappo tra Berlusconi e Fini, che da quel momento sarebbero rimasti nel Pdl che avevano fondato da separati in casa, per lo meno fino all’inizio di agosto, con la creazione di due nuovi gruppi parlamentari, denominati Futuro e libertà per l’Italia. Tempo qualche mese e all’inizio di novembre Fli presentò il suo primo simbolo, ma il vero colpo di teatro lo mise in piedi il capogruppo alla Camera Italo Bocchino venti giorni dopo: «Dicono che Berlusconi stia preparando un nuovo partito per rinnovarsi in vista del voto. Comprendiamo la sua esigenza, anche perché il nome e il simbolo del Pdl sono in comproprietà con Fini e non potrà utilizzarli». In quella stessa puntata di Matrix, infatti, l’allora Presidente del Consiglio disse: «Fli potrebbe avanzare la volontà di appropriarsi del nome e fare ricorso: visto come si sono comportati i giudici in altre occasioni, meglio tutelarsi».
Le cose non stavano esattamente come aveva detto Bocchino, ma le sue parole non erano basate sul nulla. A spulciare il catalogo online dell’Ufficio italiano brevetti e marchi, esiste un segno distintivo del Popolo della libertà (piccolo arcobaleno tricolore, parte superiore del cerchio azzurra leggermente sfumata verso il basso e denominazione bianca in carattere Bodoni), la cui domanda di registrazione è stata depositata il 20 novembre 2007: il titolare era ed è Silvio Berlusconi. Questo lo sapeva e lo riconosceva senza problemi anche lo stessoBocchino, che però citava un documento successivo di pochi mesi al deposito, ossia l’atto notarile con cui si è costituito il Popolo della libertà.
L’articolo 6 del documento ricomprende tra il patrimonio comune dell’associazione politica il simbolo qui a fianco; ciò che più interessava Bocchino, tuttavia, era l’ultimo paragrafo dell’articolo, in base al quale, in caso di scioglimento dell’associazione per volontà unanime degli associati, «il simbolo non potrà essere oggetto di uso da parte degli odierni associati, o di alcuno di essi, se non con il comune espresso accordo scritto di tutti, e compete altresì a ciascuno degli odierni associati la capacità di agire individualmente nei confronti di eventuali terzi, con ogni forma e in ogni sede, anche in giudizio […] per la tutela del simbolo in ogni sua parte». Dal momento che tra i dieci contraenti c’erano tanto Rocco Crimi in rappresentanza di Forza Italia, quanto Gianfranco Fini in rappresentanza di Alleanza nazionale, se si fosse deciso di sciogliere di comune accordo il Pdl, per poter continuare a utilizzare il nome Berlusconi o un altro qualunque dei contraenti – Forza Italia compresa – avrebbero dovuto raccogliere il consenso per iscritto da tutti gli altri soggetti, Alleanza nazionale compresa; il discorso, ovviamente, sarebbe stato valido anche a parti invertite.
Quanto detto da Bocchino era vero, ma sulle conseguenze di quella norma è bene fare attenzione. La regola vista parlava espressamente di «scioglimento» del partito, cosa che fino a quel momento Berlusconi non aveva in animo di fare; tra l’altro, visto che erano stati i “futuristi” ad abbandonare il gruppo, come dissidenti non potevano vantare alcun diritto sul patrimonio (simbolo compreso), come gli stessi ex An sapevano molto bene per i loro rapporti burrascosi con la Fiamma Tricolore. Il responsabile elettorale del Pdl, Ignazio Abrignani, aveva poi precisato subito che in ogni caso il partito, mediante il congresso costitutivo, si è dato uno statuto e lì stanno le regole da rispettare: all’art. 16-bis, in particolare, si legge che «È conferito al Segretario Politico Nazionale il potere di utilizzare i contrassegni elettorali del Popolo della Libertà e di presentare e depositare le liste e candidature elettorali […] in sede nazionale e locale; le funzioni connesse a tali attività possono essere svolte a mezzo dei coordinatori nazionali e di procuratori speciali all’uopo nominati».
Ricapitolando, la titolarità del simbolo (come “marchio”, ma come è noto in politica valgono regole diverse) era di Berlusconi, il quale in qualche modo l’avrebbe conferito al partito come parte del patrimonio (anche se i due emblemi non sono uguali); l’uso spetterebbe invece al solo segretario nazionale, al più attraverso i coordinatori, restando valida la regola dell’assenso scritto di tutti i fondatori solo in caso di scioglimento. Ben difficilmente, dunque, Fini o i finiani avrebbero potuto contendere con qualche speranza il simbolo a chi era rimasto all’interno del Pdl.

La storia poteva finire qui, ma c’è chi non ha resistito a dare il suo contributo alla vicenda, anche a rischio di piazzare inconsapevolmente qualche buccia di banana. Quella volta ci pensò Domenico Auricchio, sindaco di Terzigno, ovviamente pidiellino: il logo, manco a dirlo, era opera sua. «Il simbolo del Pdl l’ho creato io. Mi sono presentato con questa lista alle elezioni comunali del maggio 2007 e sono diventato sindaco per la prima volta. Poi, con una scrittura privata, il 24 agosto successivo, l’ho ceduto a Silvio Berlusconi che è l’unico titolato ad utilizzarlo»: l’emblema sarebbe stato coniato per contrassegnare un’aggregazione tra Forza Italia ed An e nei mesi successivi sarebbero iniziati i contatti con Berlusconi, fino all’atto di cessione.

Tutto torna? Probabilmente sì, tranne una cosa di non poco conto: chi scrive si è fatto mandare dal comune di Terzigno il simbolo in questione e in effetti la grafica era identica, ma – sorpresa – il contrassegno era del «Partito della libertà» e non del Popolo. La dicitura (scritta ancora in carattere Bodoni e non “bastone” come sarebbe stato in seguito) era quella che a dicembre del 2007 era risultata “sconfitta” nel referendum con cui i cittadini erano stati chiamati a scegliere il nome. Quella volta, dunque, il Popolo vinse sul Partito: tanto basta per dire che il simbolo usato a Terzigno è diverso (e in una parte fondamentale come il nome) da quello poi oggetto dell’atto costitutivo. In più, mentre il sindaco Auricchio rispolverava il proprio passato di creatore di simboli, era in corso una causa tra Pdl e Federazione dei liberali per la titolarità dell’espressione «Partito della libertà»: dell’esito della causa (la sentenza sarebbe arrivata nel 2012) converrà riparlare, ma basti sapere che fino alla fine del 2010 i provvedimenti dei giudici non erano stati favorevoli agli esponenti del Pdl. In quel momento, dunque, l’intervento di Auricchio rischiava di essere dannoso per il suo stesso partito: un ottimo risultato, per una mossa difensiva…

domenica 10 febbraio 2013

L'Italia libera (sotto silenzio)

Il simbolo registrato
Tale madre, tale figlio. Sarà che, quando guardi un contrassegno, a meno che non sia completamente nuovo (ma in Italia è cosa rara, si preferisce puntare sull'usato sicuro), di solito bastano pochi secondi per capire da quale partito o, per lo meno, da quale area provengono i suoi fondatori, sbagliando al massimo di qualche millimetro. Sta di fatto che, a guardare il simbolo scelto da Italia libera, prima ancora di sapere esattamente chi si celi dietro quella denominazione, ci vuole giusto qualche attimo a immaginare che chi l'ha scelto provenga dalle file del Pdl o, per lo meno, fosse molto vicino a quelle idee. L'arcobalenino tricolore è simile a quello pidiellino (è la versione un po' ingrassata e a specchio), "Italia" era un termine molto caso a Berlusconi (tanto da voler chiamare così la sua ultima versione del suo partito, dopo aver fondato il calcistico "Forza Italia" nel 1994) e il concetto di "libertà" è tuttora in evidenza nel nome del Pdl.
La prima impressione, almeno in questo caso, è perfettamente azzeccata: si tratta dell'emblema con cui ha scelto di distinguersi un gruppo di ex campioni del Pdl (e prima ancora di Forza Italia): per anni si sono battuti strenuamente a fianco di Silvio Berlusconi e delle sue idee politiche in Parlamento e nei talk show poi, quasi di colpo, a novembre del 2012 hanno deciso di farsi una loro casa. Stanchi di un leader e un partito che non erano riusciti, pur stando al governo più di chiunque altro, "a realizzare che una piccola parte di quella rivoluzione liberale proposta agli italiani" e che, invece di prendere atto della crisi in cui erano incappati, "hanno ritenuto di essere vittime di un complotto internazionale ordito ai loro danni, coltivando risentimenti invece di analisi e proposte". Un atteggiamento inaccettabile e incomprensibile, dunque, tanto da far dire ai transfughi: "Il Pdl di oggi non ha più nulla in comune con i partiti in cui abbiamo profuso quasi due decenni del nostro impegno".
Il simbolo mostrato in sala stampa
Chi è abituale frequentatore delle note politiche non può che essersi stupito, nell'apprendere che a pronunciare quelle parole sono stati parlamentari come Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e Giorgio Stracquadanio, per anni definibili "berlusconiani" prima ancora che forzisti o pidiellini (Pecorella Berlusconi l'ha difeso anche in tribunale, gli altri due si sono accontentati di farlo nei tiggì o a Ballarò). Eppure lo strappo, con tanto di presentazione in sala stampa a Montecitorio (in cui peraltro l'emblema era ancora in versione provvisoria, con un altra font), al di fuori dell'ambiente politico non ha avuto una risonanza enorme: i media non hanno dato a questo nuovo progetto politico lo stesso spazio che hanno avuto soggetti politici dall'inizio meno folgorante (tra gli ultimi il Centro democratico di Tabacci e Donadi o, poco prima, Diritti e libertà dello stesso Donadi). Sarà che ai fuoriusciti dal Pdl, ormai, ci avevano fatto l'abitudine, sarà che altre vicende hanno distratto i cronisti: come che sia, la notizia è passata un po' in sordina.
I nomi di Pecorella, Bertolini e Stracquadanio (come pure quelli di Franco Stradella e Roberto Tortoli, usciti con loro dal Pdl) ovviamente non figurano nelle liste di Alfano e compagnia, ma nemmeno - come sembrava in un primo tempo - in quelle di Monti, essenzialmente per scarsa chiarezza su un'eventuale alleanza con la sinistra (uno scenario che alla Bertolini non piace proprio). L'emblema non è nemmeno stato presentato al Viminale a gennaio, in compenso il 30 novembre Stradella l'aveva già depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi per tutelarlo: il simbolo, dunque, è pronto a essere tirato fuori al momento opportuno. Magari, quando la madre-Pdl si sarà politicamente consunta e sfoderare i quattro colori nazionali avrà un significato in più.

lunedì 16 luglio 2012

Ri-Forza Italia


Passa un giorno e tocca ancora parlare di lui. Possibile che l’aquilone fosse un falso allarme (o una «fantasia», per dirla con Cicchitto) o, magari, un fine depistaggio per preparare la sorpresa, direttamente dalla una testata della Germania di frau Merkel. E se l’aquilone tricolore su fondo blu non era poi così nuovo come poteva sembrare, è l’esatto opposto della novità il ritorno al nome e al simbolo di Forza Italia.
Qualcuno, in questo giorni, ha avuto la tentazione di parlare di «nuovo partito» del Cav., ma nel caso sarebbe un errore. Qualora fosse confermato infatti il “ripescaggio” dei vecchi segni distintivi di Fi, non ci sarebbe alcun bisogno di fondare una nuova formazione politica. Che i simboli, come i partiti, fossero «duri a morire» lo si era già detto qualche giorno fa, dunque non dovrebbe stupire sapere che Forza Italia, come partito e come soggetto giuridico, esiste ancora. Doveva per forza esistere fino allo scorso anno, quando ha ricevuto gli ultimi rimborsi elettorali relativi alla XV legislatura (finita nel 2008, ma non per le casse dello Stato), ma non risulta che sia stato sciolto nei mesi successivi.
Se dunque Forza Italia esiste ancora, non dovrebbe essere un problema per gli iscritti del Pdl iscriversi nuovamente al partito da cui in gran parte provengono; certo, ci sarebbe il problema degli ex An non confluiti in Fli. Che a La Russa, Matteoli, Gasparri e compagnia non piaccia l’idea di essere etichettati come “forzisti” è noto, così come difficilmente raggiungerebbero Fini. Così, se davvero i tanti fedelissimi di Berlusconi dovessero “tornare a casa”, gli ex An potrebbero seriamente pensare di tenersi il Pdl e lo farebbero a ragion veduta, visto che in quel caso sarebbero loro a continuare la vita politica del partito, mentre i rinnovati forzisti sarebbero trattati da “scissionisti” che hanno esercitato il loro diritto di recesso.
Se per Galan la situazione sarebbe il male minore («Sai che problema…» dichiara sui giornali di oggi), è tutto da vedere che ai pidiellini aennini – comprensivi tra l’altro di Francesco Pontone, tuttora tesoriere di An e, come tale, probabilmente titolare del simbolo – convenga tenersi quell’emblema. Nel caso, non andrebbe certo buttato: è pronto a farsi assegnare il “rottame” Gianfranco Rotondi, cofondatore del Pdl, per fare «un partito intestato al popolarismo di ispirazione cristiana e liberale». Lo stesso Rotondi, per capirci, che nel 2004 era riuscito a farsi autorizzare dal “dormiente” Ppi all’uso della denominazione «Democrazia cristiana», utilizzata per il proprio partito fino al 2008, sia pure con il correttivo «per le autonomie» (subentrato a fine 2005). Come a dire: se qualcun altro ha simboli di cui sbarazzarsi, li scarichi a Rotondi che non li butta di sicuro.

sabato 14 luglio 2012

Un aquilone colorato di vecchio


Alla fine lo ha fatto davvero, anzi, è andato oltre. Da un po’ di tempo a Silvio Berlusconi il nome del suo partito non andava giù: «Popolo della libertà non scalda i cuori, va cambiato» aveva detto in più di un’occasione, pronto a sostituire la denominazione al primo momento utile. Avrebbe potuto cambiare il nome quasi senza toccare la grafica, così come forse aveva tentato di fare a gennaio dell’anno scorso: i giornalisti della Dire avevano spiattellato a tutti che il nuovo nome del partito berlusconiano doveva essere «Italia», con il nome della nazione in bella vista sul fondo azzurro, sopra l’arcobalenino tricolore che aveva caratterizzato fin dall’inizio il Pdl.
Ora, invece a dar retta ai giornali e ai siti più diversi dell’arco mediatico, ci sarebbe un nuovo nome – che però non si conosce ancora, l’unica certezza sarebbe la presenza della parola «Italia» (ma va’!), magari in combinazioni emotive come «SiAmo Italia», «Italia Libera» o «Eccoci Italia» – ma anche un nuovo simbolo già sfornato, tra i 150 che sarebbero arrivati in casa Pdl. Così, nelle ultime ore, siti e giornali si preoccupano di mostrare la nuova creatura: dovesse essere descritta per il deposito elettorale, l’illustrazione potrebbe essere «un aquilone tricolore a bande verticali, con un accenno di filo bianco, parzialmente inscritto in una circonferenza bianca, il tutto posto su un fondo color blu acciaio».
Certo, per Cicchitto sono tutte fantasie, ma chiunque abbia pensato quel logo aquilonesco (a non voler dare ascolto a quei maliziosi mentitori di professione che hanno dato a quella figura a losanga una lettura schiettamente inguinale) lo ha fatto in piena continuità con il pensiero berlusconiano e, più in generale, con le tendenze più recenti in ambito simbolico politico. Fin dalla nascita, Forza Italia aveva deciso di vestire i colori dell’Italia. Tutti. Ecco dunque la sinfonia di bandierine stilizzate nei simboli, più l’azzurro nel ruolo di convitato di pietra: nell’emblema in effetti non c’era, ma i forzisti erano immancabilmente «gli azzurri» e, comunque, appena è stato possibile, quel colore è rientrato per colorare parti testuali accessorie. Già, perché l’azzurro (magari nella sua variante blu) era la tinta dei Savoia, identifica le maglie della Nazionale di calcio ed è pure l'emblema classico della purezza del cielo e della Madonna: non stupisce che fosse il colore d’eccellenza dei democristiani (subito dopo il bianco, ovviamente) e dello stesso Tg1. Così come non stupisce che questo ventaglio di quattro colori sia stato adottato nel 1996 dal Polo per le libertà, nel 2001 dalla Casa delle libertà e sia finito pari pari nel contrassegno pidiellino non ancora archiviato.
Così, l’ultrasettuagenario Berlusconi avrà pure studiato la grafica dei partiti nazionalisti europei, ma questo emblema (graficamente non esaltante) è perfettamente in linea con quello che lui ha proposto dal 1994 in poi, quindi nel ritorno del vecchio non c’è alcuna novità significativa. Salvo una: a guardare bene i segni distintivi adottati dai partiti di recente, quasi nessuno sfugge alla logica dei quattro colori nazionali: non l’Alleanza di centro di Pionati (e di stretta osservanza berlusconiana), non Futuro e libertà (eppure i finiani avrebbero potuto fare di tutto per allontanarsi da quella tendenza), non l’ultima evoluzione del Patto di Segni, non l’Api rutelliana; il Pd rinuncia all’azzurro, ma sfodera il tricolore in bella vista nel lettering. Nel 1994, Carlo Branzaglia (co-autore con Gianni Sinni del libro Partiti!) emise una sentenza chiarissima: «Questa invadenza del tricolore è sintomo della grande difficoltà nel concepire una propria autonomia semantica, ovvero nel precisare i significati propri atti ad essere trasmessi dalle immagini: che i partiti siano italiani e parteggino per il bene della nazione è il minimo che si può chiedere loro». Una motivazione a basso profilo, oggi come allora.