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lunedì 1 aprile 2013

Quando nessuno voleva mollare il Pdl


Che Silvio Berlusconi non muoia dalla voglia di conservare nome e simbolo del Popolo della libertà, è cosa nota: sono circolate a più riprese voci più o meno attendibili su nuovi possibili bozzetti del logo, per non parlare delle cicliche proposte di ritorno alla bandiera di Forza Italia. Lo stesso fondatore del Pdl a Matrix alla fine del 2010 l’aveva detto chiaramente: «l’acronimo non commuove e non emoziona», praticamente una sentenza di morte per un segno distintivo e identitario, una condanna da eseguire non appena fosse saltato fuori un degno sostituto. Eppure c’era stato almeno un momento, poco prima, in cui addirittura qualcuno aveva fatto a gara per rivendicarlo, anche solo per dispetto.
Tutto, in fondo, era cominciato con quel «Altrimenti che fai? Mi cacci?», datato 21 aprile 2010, con cui fu ufficializzato davanti ai telespettatori lo strappo tra Berlusconi e Fini, che da quel momento sarebbero rimasti nel Pdl che avevano fondato da separati in casa, per lo meno fino all’inizio di agosto, con la creazione di due nuovi gruppi parlamentari, denominati Futuro e libertà per l’Italia. Tempo qualche mese e all’inizio di novembre Fli presentò il suo primo simbolo, ma il vero colpo di teatro lo mise in piedi il capogruppo alla Camera Italo Bocchino venti giorni dopo: «Dicono che Berlusconi stia preparando un nuovo partito per rinnovarsi in vista del voto. Comprendiamo la sua esigenza, anche perché il nome e il simbolo del Pdl sono in comproprietà con Fini e non potrà utilizzarli». In quella stessa puntata di Matrix, infatti, l’allora Presidente del Consiglio disse: «Fli potrebbe avanzare la volontà di appropriarsi del nome e fare ricorso: visto come si sono comportati i giudici in altre occasioni, meglio tutelarsi».

Le cose non stavano esattamente come aveva detto Bocchino, ma le sue parole non erano basate sul nulla. A spulciare il catalogo online dell’Ufficio italiano brevetti e marchi, esiste un segno distintivo del Popolo della libertà (piccolo arcobaleno tricolore, parte superiore del cerchio azzurra leggermente sfumata verso il basso e denominazione bianca in carattere Bodoni), la cui domanda di registrazione è stata depositata il 20 novembre 2007: il titolare era ed è Silvio Berlusconi. Questo lo sapeva e lo riconosceva anche Bocchino, che però citava un documento successivo di pochi mesi al deposito, ossia l’atto notarile con cui si è costituito il Popolo della libertà.

L’articolo 6 del documento ricomprende tra il patrimonio comune dell’associazione politica il simbolo qui a fianco; ciò che più interessava Bocchino, tuttavia, era l’ultimo paragrafo dell’articolo, in base al quale, in caso di scioglimento dell’associazione per volontà unanime degli associati, «il simbolo non potrà essere oggetto di uso da parte degli odierni associati, o di alcuno di essi, se non con il comune espresso accordo scritto di tutti, e compete altresì a ciascuno degli odierni associati la capacità di agire individualmente nei confronti di eventuali terzi, con ogni forma e in ogni sede, anche in giudizio […] per la tutela del simbolo in ogni sua parte». Dal momento che tra i dieci contraenti c’erano tanto Rocco Crimi in rappresentanza di Forza Italia, quanto Gianfranco Fini in rappresentanza di Alleanza nazionale, se si fosse deciso di sciogliere di comune accordo il Pdl, per poter continuare a utilizzare il nome Berlusconi o un altro qualunque dei contraenti – Forza Italia compresa – avrebbero dovuto raccogliere il consenso per iscritto da tutti gli altri soggetti, Alleanza nazionale compresa; il discorso, ovviamente, sarebbe stato valido anche a parti invertite.
Quanto detto da Bocchino era vero, ma sulle conseguenze di quella norma è bene fare attenzione. La regola vista parlava espressamente di «scioglimento» del partito, cosa che fino a quel momento Berlusconi non aveva in animo di fare; tra l’altro, visto che erano stati i “futuristi” ad abbandonare il gruppo, come dissidenti non potevano vantare alcun diritto sul patrimonio (simbolo compreso), come gli stessi ex An sapevano molto bene per i loro rapporti burrascosi con la Fiamma Tricolore. Il responsabile elettorale del Pdl, Ignazio Abrignani, aveva poi precisato subito che in ogni caso il partito, mediante il congresso costitutivo, si è dato uno statuto e lì stanno le regole da rispettare: all’art. 16-bis, in particolare, si legge che «È conferito al Segretario Politico Nazionale il potere di utilizzare i contrassegni elettorali del Popolo della Libertà e di presentare e depositare le liste e candidature elettorali […] in sede nazionale e locale; le funzioni connesse a tali attività possono essere svolte a mezzo dei coordinatori nazionali e di procuratori speciali all’uopo nominati».
Ricapitolando, la titolarità del simbolo (come “marchio”, ma come è noto in politica valgono regole diverse) era di Berlusconi, il quale in qualche modo l’avrebbe conferito al partito come parte del patrimonio (anche se i due emblemi non sono uguali); l’uso spetterebbe invece al solo segretario nazionale, al più attraverso i coordinatori, restando valida la regola dell’assenso scritto di tutti i fondatori solo in caso di scioglimento. Ben difficilmente, dunque, Fini o i finiani avrebbero potuto contendere con qualche speranza il simbolo a chi era rimasto all’interno del Pdl.

La storia poteva finire qui, ma c’è chi non ha resistito a dare il suo contributo alla vicenda, anche a rischio di piazzare inconsapevolmente qualche buccia di banana. Quella volta ci pensò Domenico Auricchio, sindaco di Terzigno, ovviamente pidiellino: il logo, manco a dirlo, era opera sua. «Il simbolo del Pdl l’ho creato io. Mi sono presentato con questa lista alle elezioni comunali del maggio 2007 e sono diventato sindaco per la prima volta. Poi, con una scrittura privata, il 24 agosto successivo, l’ho ceduto a Silvio Berlusconi che è l’unico titolato ad utilizzarlo»: l’emblema sarebbe stato coniato per contrassegnare un’aggregazione tra Forza Italia ed An e nei mesi successivi sarebbero iniziati i contatti con Berlusconi, fino all’atto di cessione.

Tutto torna? Probabilmente sì, tranne una cosa di non poco conto: chi scrive si è fatto mandare dal comune di Terzigno il simbolo in questione e in effetti la grafica era identica, ma – sorpresa – il contrassegno era del «Partito della libertà» e non del Popolo. La dicitura (scritta ancora in carattere Bodoni e non “bastone” come sarebbe stato in seguito) era quella che a dicembre del 2007 era risultata “sconfitta” nel referendum con cui i cittadini erano stati chiamati a scegliere il nome. Quella volta, dunque, il Popolo vinse sul Partito: tanto basta per dire che il simbolo usato a Terzigno è diverso (e in una parte fondamentale come il nome) da quello poi oggetto dell’atto costitutivo. In più, mentre il sindaco Auricchio rispolverava il proprio passato di creatore di simboli, era in corso una causa tra Pdl e Federazione dei liberali per la titolarità dell’espressione «Partito della libertà»: dell’esito della causa (la sentenza sarebbe arrivata nel 2012) converrà riparlare, ma basti sapere che fino alla fine del 2010 i provvedimenti dei giudici non erano stati favorevoli agli esponenti del Pdl. In quel momento, dunque, l’intervento di Auricchio rischiava di essere dannoso per il suo stesso partito: un ottimo risultato, per una mossa difensiva…

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