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lunedì 22 maggio 2023

Noi moderati, nuovo simbolo per diventare partito

Si è celebrato lo scorso fine settimana (20 e 21 maggio dunque) a Roma il primo congresso di Noi con l'Italia, di fatto interpretato come l'assise fondativa di Noi moderati, nata come quarta lista del centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2022 e in procinto di trasformarsi in partito. 
La storia si ripete, sia pure con qualche variante. Nel 2018, come si ricorderà, Noi con l'Italia era nata a sua volta come "quarta gamba" elettorale del centrodestra, grazie all'apporto di Direzione Italia, Scelta Civica, Fare!, Cantiere Popolare, Movimento per le Autonomie e un numero rilevante di fuoriusciti da Alternativa popolare (incluso il futuro leader, Maurizio Lupi); il soggetto elettorale si era completato con l'apporto (graficamente invisibile) di Identità e Azione e quello (ben evidente sul piano visivo) dell'Unione di centro, che al simbolo simil-Pdl con tricolore pennellato su fondo blu aveva accostato lo scudo crociato. L'esito non era stato memorabile (1,3% alla Camera), vari pezzi - a partire da Udc e Idea, come pure i fittiani di Direzione Italia - si erano distaccati in fretta, ma gli altri avevano creduto opportuno continuare il cammino comune, trasformando Noi con l'Italia in un partito e portando Lupi alla presidenza. Quasi cinque anni dopo, Maurizio Lupi si ritrova a guidare la costruzione di una nuova forza politica centrista e moderata, avendo come base di nuovo l'aggregazione sperimentata alle ultime elezioni politiche (con un risultato ancor meno soddisfacente rispetto al 2018, essendo stato mancato l'obiettivo dell'1%) e dovendo contare già su defezioni rilevanti: quella più significativa riguarda ancora una volta l'Udc, che pare intenzionata a seguire un altro percorso (magari quello con Gianfranco Rotondi, per riunire il vecchio nome della Dc allo scudo crociato), ma altre forze sembrano pronte al nuovo cammino.
La mozione che proponeva la conferma di Lupi alla presidenza (l'altra indicava come nuovo leader Andrea Galli, modenese, ex Forza Italia, che nelle scorse settimane ha lanciato dure accuse contro lo stesso Lupi e la sua gestione del partito) tracciava in modo piuttosto netto il percorso di cui si diceva: "Il nome 'NOI moderati' oggi individua un gruppo parlamentare, cioè un insieme di persone, ognuna con la sua storia, la sua sensibilità culturale e politica, che si esprime unitariamente nella massima istituzione della nostra Repubblica, quel Parlamento che rappresenta la nazione [...]. Il nome 'NOI moderati' però illumina anche il nostro futuro, ci dà un compito che potrebbe avere la sua prima verifica elettorale nelle prossime elezioni europee, ma che avrà la sua prima verifica reale nel lavoro che noi, 'Noi con l'Italia' saprà fare da subito sui territori, nelle città, nei quartieri, nelle periferie, in mezzo ai bisogni di cui la politica, noi, 'Noi con l'Italia', deve farsi interprete e nei confronti dei quali le ideologie storiche e i partiti che ad esse continuano a fare riferimento si sono dimostrati inadeguati".
Certamente sarà parte di quel percorso Italia al Centro di Giovanni Toti: del resto, proprio Noi con l'Italia e il partito guidato dal presidente della giunta ligure erano stati i primi soggetti a unirsi in vista delle elezioni politiche del 2022 (prima che si aggregassero anche Coraggio Italia e Udc). Toti stesso ha tenuto il penultimo intervento della giornata congressuale di ieri, subito prima delle parole di Lupi: l'alleanza-nucleo che aveva anticipato Noi moderati viene dunque confermata, nel tentativo di dare maggiore consistenza all'aggregazione centrista, magari potendo contare anche sulle forze territoriali che in varie elezioni hanno costruito liste che hanno partecipato - a volte con successo ed eleggendo consiglieri, a volte meno - alle competizioni locali e che potrebbero rappresentare il nascente partito a livello comunale o regionale.
Tra gli altri interventi congressuali si devono registrare quelli di Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida ed Eugenia Roccella per Fratelli d'Italia, Antonio Tajani per Forza Italia e Matteo Salvini per la Lega; eppure per i #drogatidipolitica è molto più meritevole di interesse quello che ha preceduto le parole di Lupi. Lo ha pronunciato Ignazio Messina, segretario dell'Italia dei Valori. Di fatto quel discorso ha sancito la partecipazione dell'Idv al percorso costituente di Noi moderati: non a caso da qualche settimana Messina risulta tra i vicecoordinatori politici di Noi con l'Italia (tra i vice dunque di Renzo Tondo). Ci si può volendo stupire di questa scelta, ma in effetti già in vista delle elezioni del 2022 l'Idv aveva appoggiato proprio Noi moderati, scegliendo per la prima volta il centrodestra a livello nazionale. 
Tre soggetti politici con "Italia" nel nome, dunque, hanno scelto di dare una struttura più stabile a Noi moderati. Nella stessa occasione è stato lanciato pure il nuovo simbolo che dovrebbe accompagnare il percorso e che sostituisce quello - assai poco felice sul piano grafico, vista la struttura di matrioska di terzo grado - che era finito sulle schede elettorali il 25 settembre 2022. Il blu iniziale del fondo si è fatto sfumato, dall'azzurro al blu scuro; il nome è rimasto uguale, ma ora è scritto in un carattere "bastoni" corsivo e marcato (simile al Nexa) oltre che ombreggiato, con la parola "Noi" sempre maiuscola e in evidenza e la parola "moderati" tinta di giallo; sotto una piccola onda tricolore c'è uno spazio vuoto, magari per contenere il nome del leader o del candidato. Viene facile pensarlo perché il nuovo simbolo, in effetti, non è del tutto nuovo: in occasione delle elezioni regionali lombarde di quest'anno, infatti, era già stato anticipato dal contrassegno della lista che univa Noi moderati e Rinascimento di Vittorio Sgarbi. Graficamente la qualità è migliorata (e non ci voleva molto...), ma bisogna ammettere anche che il nuovo simbolo appare piuttosto anonimo, tutto basato sui colori (quelli in cui forse può riconoscersi la persona moderata di centrodestra) e senza il minimo tentativo di individuare un elemento simbolico per rappresentare quell'area. Forse lo si è fatto per evitare di rischiare soluzione graficamente discutibili, ma è comunque un peccato non aver provato a tradurre in grafica un'idea.

venerdì 5 agosto 2022

Noi con l'Italia ora convive con Italia al Centro (ma povera grafica!)

La tentazione di domandarsi "come la prenderà Vittorio Sgarbi?" è davvero fortissima, visto che solo pochi giorni fa il deputato e critico d'arte non si capacitava del fatto che Maurizio Lupi non volesse inserire anche il suo nome all'interno del simbolo di Noi con l'Italia, magari anche con un riferimento grafico - quello michelangiolesco - a Rinascimento senza bisogno di citare il nome. Non solo il nome di Sgarbi continua a non vedersi, ma è l'intero simbolo di Noi con l'Italia a stringersi per fare posto anche a Italia al Centro. Un po' come nel 2018 la lista Noi con l'Italia - Udc divenne la "quarta gamba" del centrodestra (con l'idea che ospitasse tutti i moderati che però si sarebbero dovuti impegnare per raggiungere il 3%, altrimenti si sarebbero dovuti accontentare dei pochi collegi uninominali loro assegnati e vinti), anche stavolta la lista con Maurizio Lupi tra le sue figure principali si appresta a completare il quadro della coalizione in cui Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia sono le forze principali.
La novità, in effetti, non coglie di sorpresa, se non altro perché all'ultima riunione in cui si è discusso della distribuzione dei collegi uninominali - secondo quanto riferito dagli organi di stampa - era rappresentato anche il partito di Giovanni Toti, abbandonando dunque altre ipotesi di corsa elettorale. Il contrassegno composito "pesa" anche visivamente le due componenti della lista, con il fondo del cerchio diviso in due: la parte più estesa, in alto e a fondo blu, contiene il simbolo di Noi con l'Italia (ma paradossalmente il blu usato è quello di Italia al Centro); il segmento inferiore, che occupa poco meno di metà del tondo, circoscrive invece l'emblema di Italia al centro ed è tinto di arancione. In qualche modo la lista comune riporta ai tempi in cui - tra la fine del 2019 e l'inizio del 2021 - Noi con l'Italia e Cambiamo! costituivano, insieme all'Usei e ad Alleanza di Centro (rappresentata da Vittorio Sgarbi) una componente del gruppo misto alla Camera. Questa lista, tra l'altro, virtualmente ricongiunge anche Lupi a Gaetano Quagliariello, che con IDeA era stato cofondatore di Noi con l'Italia come cartello elettorale nel 2018 e ora è tra i nomi più rilevanti di Italia al Centro.
Le prime dichiarazioni non stupiscono: Toti ha rivendicato "con orgoglio" la qualifica di "moderati e centristi", mentre Lupi ha ribadito la "storia di coerenza che in tutti questi anni ha voluto essere con orgoglio nel centrodestra". Ci si permette di dubitare che entrambi possano guardare con lo stesso orgoglio il nuovo simbolo, piuttosto mal assortito (tra l'altro i due emblemi hanno persino una struttura analoga, con il tricolore in mezzo), nella sua natura di "bicicletta asimmetrica", per di più in verticale. Il nome di Lupi spicca sicuramente più di quello di Toti, un po' annacquato tra l'arancione del cerchio grande e quello del suo simbolo con l'Italia sul fondo.
Difficile, a questo punto, che il contrassegno di lista cambi ancora (e forse c'è da sperarlo); resta invece da capire cosa farà l'Udc, che nel 2018 si era federata con Noi con l'Italia. I suoi esponenti potrebbero essere candidati da Forza Italia e non è da escludere che alla bandierina forzista sia accostato anche lo scudo crociato su fondo azzurro usato dall'Udc; c'è chi parla di una possibile quinta lista tutta riferibile al partito di Lorenzo Cesa, che non dovrebbe nemmeno raccogliere le firme (il gruppo con Forza Italia al Senato è indiscutibile) ma potrebbe faticare molto a superare il 3%, del resto non ci era riuscita nemmeno la lista della "quarta gamba" nel 2018. Se mancherà questa lista e l'Udc non inserirà una sua miniatura nel contrassegno di Forza Italia (e sarebbe la prima elezione politica in Italia senza scudo crociato sulle schede!), certamente il partito di Cesa depositerà però - magari attraverso Antonio De Poli - il suo simbolo al Viminale: ci sarà almeno una Democrazia cristiana pronta a presentare il suo scudo crociato, meglio non correre rischi...

domenica 10 luglio 2022

Al Cantiere di Italia al Centro spunta il terzo simbolo del partito di Toti

"Lo dico con affetto a chi in queste ore continua a dire 'Il centro è mio, il centro è nostro': il centro è di tutti": lo ha detto con convinzione ieri Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, al "Cantiere" - così è stato chiamato l'incontro tenutosi all'Auditorium Antonianum - del suo partito politico, Italia al Centro, nato il 16 febbraio come "federazione sovrastrutturata dei partiti IDeA e Cambiamo" (come recita l'atto costitutivo) e poi ufficialmente come partito il 28 aprile avendo Toti come presidente, Gaetano Quagliariello come vicepresidente e Mariarosaria Rossi come tesoriera. Il riferimento, ovviamente, era alle parole di Silvio Berlusconi, che venerdì in un messaggio registrato aveva voluto ricordare "a questi signori [...] che il centro siamo noi, che il centro è Forza Italia, che in Italia è un partito indispensabile perché costituisce la testimonianza e la continuazione della tradizione liberale, cristiana, garantista, europeista e dei principi e dei valori della società occidentale": parole non proprio amichevoli, dettate quasi certamente anche dal fatto che una parte rilevante delle figure di primo piano del nuovo soggetto politico (e certamente tutti e tre i fondatori indicati nell'atto costitutivo) hanno avuto una lunga militanza forzista. 
L'incontro di ieri ha avuto risonanza anche per la partecipazione di figure potenzialmente interessate alla "conservazione" e "rinnovazione" del Centro, cercando convergenze: non sono passate inosservate le parole di Carlo Calenda ("Siate netti e pragmatici: se dite che questo cantiere è aperto a tutti finirete per annacquarvi in un indefinito che non porterà un voto. Questo è il momento del coraggio e di ricordaci che la religione del laico è innanzitutto verità e coerenza. Occorre ricordare ai partiti delle grandi famiglie europee che è tempo del riscatto rispetto ai populismi e ai sovranismi; tutto il resto è un fritto misto che non porta a nulla e che fa gioire gli avversari che possono dire che nel centro c'è di tutto, Calenda, Di Maio, non cito Mastella perché è amico vostro. Il centro è il contrario di tutto questo: il centro liberale è il luogo delle scelte nette e delle persone per bene") che non sono esattamente piaciute al citato Clemente Mastella (che, dopo aver staffilato a più riprese il "pariolino" della "Calenda greca", ha comunque precisato "Bisogna iniziare subito a costruire il centro e correre il rischio, io sono per un centro che possa stare anche da solo, a prescindere dalla legge elettorale, anche perché spesso si fa all'ultimo minuto e non possiamo aspettare, perché avremmo una fragilità intrinseca"); sono intervenuti anche Ettore Rosato (per Italia viva: "Evitiamo di fare dieci costituenti di centro, mettiamo insieme le nostre energie che sono di più dei partiti") e Mariastella Gelmini (per il governo, anche se ha precisato di essere intervenuta "non per cercare collocazioni politiche", ma per il confronto sui temi del suo ministero), oltre che Antonio Noto (che ha tentato di tracciare un identikit del centro e del suo elettorato).
Chi ha organizzato quel Cantiere ne è convinto: "il Centro è stato grande quando è stata grande l'Italia" (e, si deve supporre, viceversa), eppure "c'è il rischio che scompaia dall'atlante della politica italiana", come ha detto nel suo intervento iniziale Gaetano Quagliariello. Proprio lui ha rivendicato la scelta di avere avviato la costruzione di qualcosa di nuovo e autonomo, piuttosto che cercare ospitalità in altri partiti per cercare di ottenere lo stesso risultato. Ciò si è tradotto in "una traversata nel deserto per rimanere fedeli non tanto alle idee, ma a una visione, perché l'area del centro non scomparisse": per fare questo, visto che nel deserto della traversata capita di frequente di sentirsi soli, per Quagliariello è stato opportuno cercare "di fare un pezzo di strada insieme ad altri compagni, in maniera inclusiva, con umiltà e disponibilità, a volte anche troppo. Per questo abbiamo cambiato tante sigle". Lui stesso, pensando a sé, ha ricordato il passaggio da IDeA a Cambiamo! a Coraggio Italia (quando ancora era visto come un progetto comune Toti-Brugnaro) a Italia al Centro: "un po' come i vecchi comunisti, diciamo: Pci, Pds, Ds, poi Pd, ora forse D, poi speriamo si fermino, sennò non rimane più niente...", anche se ha rivendicato di aver "cambiato sigle per non cambiare idee" (frase certamente non nuova) e di averlo fatto "dalla parte giusta della storia".
La versione dell'atto costitutivo
Già che ci si è, bisognerebbe dire che, oltre a tante sigle, sono stati cambiati tanti simboli. E in questo caso lo si può ben dire perché proprio ieri il Cantiere era "tappezzato" di una nuova versione dell'emblema di Italia al Centro, la terza a livello nazionale. Nell'atto costitutivo del 28 aprile scorso, infatti, era stato indicato come simbolo ufficiale un "cerchio suddiviso all'interno in due porzioni. La porzione in alto è di colore blu. In questa porzione compare la scritta in colore bianco e carattere maiuscolo grande 'ITALIA'. Al centro, tra la porzione in alto e quella in basso, compare la scritta in colore bianco e in carattere maiuscolo piccolo 'AL'. La porzione in basso è di colore arancio. In questa porzione compare la scritta di colore bianco e in carattere maiuscolo grande 'CENTRO'. Sullo sfondo di entrambe le porzioni, dall'alto verso il basso, compare un'immagine stilizzata dell'Italia che assume un colore blu chiaro nella porzione in alto e arancio chiaro nella porzione in basso. Il tutto è delimitato da un segno di circonferenza di colore blu". 
Alle ultime elezioni amministrative, nei casi in cui Italia al Centro ha partecipato con il suo simbolo ufficiale all'interno di altri contrassegni (come a Parma e a Palermo), si è solitamente vista una seconda versione del fregio, che ha concentrato il nome tutto nella parte superiore blu (che per l'occasione era stata ampliata, occupando circa il 60% del cerchio), mentre il segmento arancione inferiore conteneva il riferimento a Toti, come era avvenuto già con Cambiamo!. Altrove, invece, erano state usate altre versioni, o relativamente simili al simbolo nazionale, con la posizione della città evidenziata sulla sagoma dell'Italia (a L'Aquila) o della regione (a Catanzaro), oppure molto diversi, com'è accaduto in Liguria a Genova e alla Spezia, a prevalenza decisamente arancione con il riferimento a Toti in enorme evidenza. 
Ieri, invece, è apparsa una nuova versione, ulteriore variazione di quello nazionale con il riferimento a Toti. Innanzitutto il nome è stato riscritto, lasciando da parte il carattere Impact e sostituendolo con il Nexa (o per lo meno molto somigliante: era lo stesso carattere di Scelta civica e del Nuovo centrodestra); il cerchio è di nuovo sostanzialmente diviso a metà, anche se il diametro è leggermente crescente e coperto da un tricolore costituito da tre strisce (quella rossa, in alto, molto più sottile delle altre), interrotte al centro per fare spazio alla preposizione "con"; nella parte inferiore, poi, il riferimento a Toti è ancora più evidente che in passato, riprendendo in sostanza il simbolo della lista Toti delle regionali 2020 e delle liste liguri di Italia al Centro di quest'anno. 
Nel giro di poche settimane, dunque, sono apparse varie versioni e aggiustamenti successivi dello stesso simbolo. E sarà che, come ha detto lo stesso Toti in apertura del suo discorso finale, tutti "i cantieri sono un po' disordinati", ma le cose erano andate quasi nello stesso modo con Cambiamo!, che in pochi giorni aveva fatto circolare ben tre versioni del simbolo, anche se poi non era più cambiato di fatto. Nell'attesa di vedere se anche in questo caso l'emblema si stabilizzerà, si attende di scoprire se Vinciamo Italia - rappresentata nel Cantiere di ieri da Marco Marin - svelerà il suo simbolo e, nel caso, che destino avrà. 

domenica 27 marzo 2022

Toti vara a Genova Italia al Centro, con i suoi primi simboli locali

Può dirsi iniziato ieri in modo ufficiale - con la sua prima assemblea nazionale, svolta in parte in presenza e in parte da remoto - il cammino di Italia al Centro, il progetto politico guidato da Giovanni Toti insieme a Gaetano Quagliariello e Paolo Romani: al momento si tratta di un'aggregazione di esperienze locali e regionali (che si tradurranno innanzitutto in liste alle elezioni comunali che si svolgeranno nella tardissima primavera), ma la prospettiva è di presentarsi in modo unitario e visibile alle prossime elezioni politiche (ed è ancora presto per dire con chi, anche a causa dell'incognita della legge elettorale). 
La presentazione nazionale - a livello locale qualcosa si è già fatto nei giorni scorsi - si è tenuta all'Acquario di Genova, uno dei comuni più importanti tra quelli interessati dal prossimo voto amministrativo e certamente uno dei comuni in cui Italia al Centro sarà presente alle elezioni, sia pure - come si vedrà tra poco - con una veste ad hoc
Non è senza significato, peraltro, che a presentare l'evento Dalle città all'Italia, una proposta per il Paese sia stata Mariarosaria Rossi, senatrice della componente del gruppo misto al Senato Italia al Centro (che include anche Quagliariello e Romani, oltre alle senatrici e senatori Massimo Berutti, Andrea Causin, Raffaele Fantetti, Sandra Lonardo, Marinella Pacifico e Sandro Biasotti, già presidente della Regione Liguria e anch'egli presente ieri; c'erano anche alcuni deputati connessi a distanza, incluso Marco Marin di Coraggio Italia). "Giovanni Toti - ha detto in apertura dell'evento - ci dice che oggi in troppi parlano di centro e vi si collocano, per tatticismi o giochi di palazzo, per differenziarsi dagli estremismi o per creare alleanze in vista delle campagne elettorali, ma ancora nessuno ha provato a guardarci dentro: il centro sono i nostri fabbisogni, le speranze, i nostri bambini, il nostro ambiente, il Centro siamo noi, ma dobbiamo tornare tutti a pensare a un progetto che ci accomuna, per riportare il paese al Centro". Appare interessante la ricostruzione politica del cammino fatto sin qui, proposta dalla stessa Rossi: "Ognuno di noi proviene da esperienze diverse, ma se siamo tutti qui insieme è perché abbiamo trovato in Toti la sintesi: lui ci ha portato nella sua comunità di Cambiamo!, che poi si è unita a Idea di Quagliariello, in seguito si è aggregata con Coraggio Italia di Luigi Brugnaro e oggi si allarga ancora con Italia al Centro".
Del quadro internazionale ha parlato il capo delegazione al Senato, Paolo Romani, ma lui stesso ha fornito alcune riflessioni importanti anche sul piano elettorale: "Abbiamo vissuto una stagione di bipolarismo vincente e netto, in cui chi vinceva governava e chi perdeva andava all'opposizione: era un bipolarismo non malato, che forse non ha aiutato l'Italia dal punto di vista economico ma sicuramente la domenica sera gli italiani sapevano chi vinceva e chi perdeva. In parte dal 2013, ma sicuramente dal 2018 tutto questo non è più avvenuto: noi che siamo sempre stati per il maggioritario dobbiamo convertirci, come fecero i padri della nostra Repubblica, a una legge elettorale proporzionale. Non vorrà dire che quella sera sapremo chi ha vinto, ma che ogni italiano saprà che il suo voto è andato a un partito che conserverà i valori e i contenuti per i quali ha espresso quel voto. Di questi cartelli, che non hanno più funzionato perché si trasformano, si rompono - noi stessi abbiamo migrato, siamo i primi a essere parte di quel sistema che non funziona più - ho l'impressione che qualcuno ragionevolmente si debba occupare". I #drogatidipolitica guarderanno soprattutto a queste frasi, anche se a conquistare l'attenzione dei più è stata la frase successiva: "Dirò una cosa scomoda: a me fa paura che con questo sistema elettorale che si chiama Rosatellum qualcuno che si chiama Meloni o Salvini possa andare a Palazzo Chigi, non tanto per le cose che non sanno fare perché non hanno studiato abbastanza, quanto per la possibile reazione di Bruxelles, di cui tutto sommato dobbiamo tenere conto".
Si è configurato come più rivolto alla politica interna (ma non solo) il discorso di Gaetano Quagliariello: "In questa sala ci sono fondamentalmente, in gran parte, gli eredi del '94, di quelli che allora si opposero a un'apparentemente scontata vittoria della gloriosa macchina da guerra" (che, per la cronaca, in realtà era "gioiosa", anche se perse), per cui coloro che sono parte del progetto sono "liberali in economia, atlantisti in politica estera, conservatori nei costumi. Negli anni '90 pensavamo di avere vinto, di non avere più concorrenti, ma sono arrivate le smentite; pensammo con un po' di arroganza che la democrazia si potesse esportare con le baionette e, riguardando quel periodo, dovremmo fare un po' di autocritica; sovranismi e nazionalismi sono nati anche come reazione alle nostre sconfitte occidentali, ecco perché qualcuno ha pensato di rinnovarsi guardando a Putin che guardava direttamente agli zar. Noi ora abbiamo la grande occasione di rigenerare culturalmente quella parte che nel nostro paese è sempre stata egemone e in passato ha fatto grande l'Italia, anche grazie al fatto che ora a Palazzo Chigi c'è una persona ha i nostri stessi valori. Nessuno qui vuole trovare un lavoro a Mario Draghi, ma è legittimo che qui si lavori perché tra un anno non si torni alla situazione umiliante che c'era prima di lui. Il centro è un'esigenza sociale da riempire di contenuti ed esiste a prescindere dalla legge elettorale, altrimenti non ci sarà davvero". Sul piano organizzativo, Quagliariello ha insistito sul concetto di "piramide rovesciata", che deve porre in alto la base territoriale con le sue istanze, per poi dare vita agli altri livelli che di quelle istanze dovranno necessariamente tenere conto.
Dopo gli interventi dai territori - tra cui quello di Sandro Biasotti, per il quale i valori di Italia al centro "sono quelli della Dc e di Forza Italia" e fanno parte dei punti di forza, insieme alla squadra e al leader ("Gli elettori arriveranno, ma a Giovanni dico: andiamo con calma, non andiamo a sposarci con Renzi o Calenda, sarei a disagio, dovrebbero venire loro casomai") - la chiusura è toccata allo stesso Giovanni Toti: "Oggi attraversiamo una vera crisi di sistema, solo in parte mitigata da un governo in cui ci riconosciamo e che è nato anche grazie a noi. Servono risposte complesse, senza nascondere la polvere sotto il tappeto. Le due coalizioni sono testimonianza di tempo che fu, non il presente né tanto meno il futuro. Che progetto di paese ha il centrodestra, che valori lo uniscono? Non credo che il centrodestra si sia sciolto come neve al sole durante l'elezione del Presidente della Repubblica: è arrivato lì cercando di rimettere insieme qualcosa che in realtà si era già sciolto prima, in questa legislatura non è mai stato insieme un'ora dalla stessa parte in Parlamento e già questo qualche riflessione dovrebbe farcela fare. Il centrodestra è quello dei vaccini o quello che dice che c'è una dittatura sanitaria? Quello che crede nelle riforme di Draghi o è quello che contesta ogni singola riforma e pensa a un isolazionismo, una sorta di forma di autarchia? Ho difficoltà a pensare Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia, noi ed altri su un palco insieme: chiudiamo questa nefasta parentesi del governo Draghi o cerchiamo di fare tesoro di quello che abbiamo imparato in questi mesi sulla pragmaticità, sulla necessità di governare e fare le riforme? Nell'altra coalizione non c'è meno nebbia, anzi, se possibile ce n'è anche di più".
Sul progetto politico Italia al Centro, Toti ha detto: "Il Centro che vogliamo non è fatto di tattica e strategia ma ha dei valori. Non abbiamo fretta, non vogliamo scorciatoie ma seguiamo un percorso complesso, magari anche confuso, come la realtà è. Credo serva uno sforzo - forse meno sexy per i giornalisti ma necessario - per definire che cosa vogliamo: il Centro non è un contenuto, ma è un contenitore di contenuti, non ci si dichiara di centro per sentirsi nel giusto, ma ci si sente di centro quando in quel Centro si sono messe cose che si ritengono utili per Paese. Non usciamo di qui dicendo con chi saremo alleati nel '23: lo saremo di chi condivide i nostri valori e vogliamo riportare al Centro la cultura di governo". Cos'è dunque Italia al Centro? "Come figura retorica è una metonimia, il contenitore per il contenuto. Non credo sia passo indietro rispetto a Cambiamo, Idea, Coraggio Italia, ma un passo avanti e credo che ne faremo altri: se la nostra vocazione è aggregare persone sulla base di contenuti, noi dobbiamo fare il cerchio dell'insieme solo per quei contenuti, altrimenti rischiamo di fare l'ennesima cosa autoreferenziale. Vogliamo essere la somma di tante esperienze civiche, associative, con nomi diversi e che correranno anche con geometrie diverse sul territorio. Credo che il nostro partito debba mettere insieme comunità anche diverse, le migliori espressioni di città, movimenti, amministrazioni, dando uguali opportunità a tutti. Siamo velleitari? Forse, il nostro è un progetto che può tranquillamente fallire, però siccome siamo a Genova ricordiamo che Cristoforo Colombo diceva che non si attraversa l'oceano senza paura di perdere di vista la sponda da cui si è partiti".
Non è stato presentato al momento alcun simbolo di Italia al Centro, anche perché è prematuro: come detto, il primo appuntamento sarà costituito dalle elezioni amministrative, che vedranno anche una grafica variabile. A Genova e La Spezia, capoluoghi liguri che andranno al voto, il simbolo sarà una variazione di quello della lista Cambiamo con Toti presidente, vista alle regionali: il cognome del presidente della Liguria campeggerà in blu su fondo arancione e sulla sagoma della regione, con in basso il riferimento alla singola città (Toti per Genova, Toti per Spezia); unico riferimento al progetto nazionale sarà l'espressione "Liguria al Centro" posta ad arco nella parte alta del simbolo. Altrove, invece, si userà il formato "[comune] al Centro": pochi giorni fa è stato presentato il simbolo di L'Aquila al Centro, che usa gli stessi colori che dominano nei simboli di Cambiamo! e delle liste liguri, ma al contrario (fondo blu, silhouette dell'Italia arancione, con un cuore in prossimità del capoluogo). Nelle prossime settimane si vedrà come sarà declinato il simbolo in altre città, guardando alle somiglianze e alle differenze; per capire quanto di quella grafica sarà conservato nell'emblema di Italia al Centro ci vorrà più tempo, ma basterà avere pazienza.

venerdì 4 settembre 2020

Liguria, simboli e curiosità sulla scheda

Tra coloro che analizzano le competizioni elettorali, come si è visto, non si trova chi sia convinto che Luca Zaia possa perdere; un'altra partita che dai più è data come già definita, tuttavia, è la Liguria. Per quanto in totale le persone che aspirano alla presidenza della regione siano ben 10 e le liste a loro sostegno arrivino a 18, la vera competizione sarà tra il presidente uscente Giovanni Toti (sostenuto da 5 liste, riconducibili al centrodestra) e il suo principale sfidante, Ferruccio Sansa (appoggiato dal MoVimento 5 Stelle e da buona parte del centrosinistra, per un totale anche qui di 5 formazioni), gli unici due aspiranti alla guida della regione che siano sostenuti da coalizioni. Sono in pochi, tuttavia, a credere in una sconfitta di Toti.
Questo turno elettorale ligure si distingue anche per un'altra ragione, non immediatamente visibile: per quanto le liste in corsa siano 18, infatti, non c'è nessuna provincia in cui tutte le formazioni siano presenti sulla scheda. Alcune liste tra quelle obbligate a raccogliere le firme, infatti, non hanno presentato candidature in tutte le circoscrizioni, pur avendo ogni lista raggiunto il numero minimo di circoscrizioni per partecipare validamente alle elezioni; queste lacune, tuttavia, non sempre coincidono, per cui in ogni provincia mancano da una a tre liste. Sulle schede, dunque, ci saranno 17 simboli in provincia di Imperia, 15 in provincia di Savona, 16 in quelle di Genova e La Spezia. Di seguito, dunque, si seguirà l'ordine sorteggiato per la provincia di Imperia, la meno incompleta; dal momento però che l'ordine delle candidature a presidente sulla scheda è stato stabilito a livello regionale, si seguirà quello per inserire al posto giusto la lista che non è stata presentata in quella circoscrizione (Riconquistare l'Italia). 

Carlo Carpi

1) Lista Carlo Carpi - Graf

Il sorteggio regionale ha scelto che ad aprire le schede "in alto a sinistra" e i manifesti fosse la candidatura di Carlo Carpi (che, ironia della sorte, era stato estratto come primo anche quando si era candidato a sindaco di Imperia nel 2018 e di Sanremo nel 2019). Carpi, giovane imprenditore di Sampierdarena, è attualmente detenuto nel carcere di Sanremo, ma ha potuto comunque accettare la sua candidatura, regolarmente presentata e ammessa. Il simbolo della Lista Carlo Carpi - depositata solo nelle province di Genova e Imperia - è a fondo azzurro (simile al blu utilizzato in altre occasioni, ma qui la grafica è curata meglio), contiene il profilo della Liguria e, soprattutto, il logo (con stretta di mano e rosa di Bonnet - mutuato peraltro dai Democratic Socialists of America) e la sigla del Graf, cioè del Gruppo radicale Adele Faccio, che ha curato la raccolta delle firme (soprattutto grazie al segretario facente funzione dell'associazione Gian Piero Buscaglia). Una rosa radicale, dunque, torna sulle schede delle regionali dopo - salvo errore - il 2013 (elezioni in Basilicata). 
 

Ferruccio Sansa

2) Linea condivisa

La seconda candidatura regionale sorteggiata è quella di Ferruccio Sansa e, in provincia di Imperia, la sua coalizione si apre con il simbolo di Linea condivisa, la lista nata come gruppo in consiglio regionale nel 2019, evoluzione di Rete a Sinistra (una delle liste che avevano sostenuto Luca Pastorino) e LiberaMente Liguria, una proposta "civica e progressista" che fin dall'inizio si è proposta come possibile "collante" tra Pd e M5S. Nel simbolo, a fondo rosso, è richiamata la conformazione della Liguria (a destra), le stesse curve blu richiamano anche il mare e - grazie ai pallini - le persone in dialogo, che seguono - appunto - una linea condivisa. Rispetto all'inizio è stato aggiunto anche il riferimento "Sinistra per Sansa", perché alla lista partecipa anche Sinistra italiana.
 

3) MoVimento 5 Stelle 

Subito dopo Linea condivisa, gli elettori imperiesi troveranno il simbolo del MoVimento 5 Stelle, la forza politica che con maggiore convinzione ha voluto Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano e figlio dell'ex pretore Adriano, come candidato alla guida della regione per contendere a Giovanni Toti la carica. Rispetto al 2015, il simbolo è quasi identico, ovviamente fatta eccezione per il sito riportato al suo interno: allora era Beppegrillo.it, ora è Ilblogdellestelle.it. Più di ogni altra regione, la Liguria sarà fondamentale per tastare il polso del consenso del M5S sul territorio (nel 2015 prese il 22,3%) e valutare il gradimento di alleanze con il Pd.
 

4) Partito democratico - Articolo Uno

Ironia della sorte, subito dopo la lista del M5S, l'estrazione di Imperia ha collocato il contrassegno della lista che, per l'occasione, riunisce il Partito democratico e Articolo Uno. L'emblema è dominato dal logo dem disegnato da Nicola Storto, leggermente ridotto per inserire, nel segmento rosso ricavato in basso, la miniatura del simbolo di Articolo Uno. Si deve peraltro notare che il contrassegno è fin troppo pieno, visto che lo spazio libero sopra al logo Pd è stato occupato dalla dicitura rossa "Sansa presidente": non era il candidato del Pd, ma il partito ha dovuto inserire comunque questo riferimento (anche perché il M5S non ha minimamente ritoccato il proprio marchio elettorale).

5) Europa Verde - Democrazia solidale - Centro democratico

Subito dopo la lista del Pd e di Articolo Uno, in provincia di Imperia è stato sorteggiato il cartello che in origine avrebbe dovuto unire Europa Verde e Democrazia solidale, come effettivamente avverrà in Campania. In un secondo momento, tuttavia, alle due forze politiche si è aggiunto anche Centro democratico, per cui occorreva ripartire diversamente il contrassegno. Per poco più di metà, dunque, il cerchio è occupato dal fregio di Europa Verde (senza indicazioni regionali); il resto dello spazio è diviso per fasce tra Demos (su fondo verde acqua e non più bianco; è sparito anche l'hashtag #laforzadelnoi) e Cd.
 

6) Lista Ferruccio Sansa presidente

Nella circoscrizione di Imperia la coalizione a sostegno di Ferruccio Sansa si chiude con la sua lista personale, che porta solo il suo nomeLista Ferruccio Sansa presidente. Si tratta di una lista autenticamente civica, che il candidato presidente vuole composta soltanto da soggetti della società civile. Nel simbolo, all'interno di una circonferenza giallo ocra, più di metà dello spazio è occupato dal segmento rosso che contiene quasi tutto il nome della lista, tranne la parola "lista" che sta sopra, su fondo bianco, subito sotto un piccolo arco di quattro conci colorati di giallo, verde, rosso e azzurro (che ricordano un po' un emiciclo e danno l'idea di un consenso ampio e diversificato). 
 

Marika Cassimatis

7) Base costituzionale

Al terzo posto delle candidature, a livello regionale è stata sorteggiata Marika Cassimatis, che si ripresenta ad elettrici ed elettori dopo l'esperienza travagliata delle elezioni amministrative di Genova del 2016. Lo fa con un nuovo progetto politico-elettorale, denominato Base costituzionale, un disegno di "rigenerazione" della Liguria attraverso la trasparenza, la valorizzazione delle eccellenze regionali e una maggiore attenzione alla donna. Il simbolo - non presente a La Spezia e Savona - racchiude in un cerchio tre quadrati (verde, bianco e rosso), un po' scostati l'uno dall'altro, con la sagoma della Liguria divisa in province e, in primo piano, il nome della lista (con la parola "Base" in evidenza) e il riferimento alla candidata alla presidenza.

Giovanni Toti

8) Unione di centro

Quarto candidato alla guida della regione estratto è il presidente uscente Giovanni Toti, che in provincia di Imperia ha come prima lista a suo sostegno l'Unione di centro, che torna sulle schede dopo avere saltato l'appuntamento nel 2015 (era però presente la lista Area popolare Liguria, che vedeva insieme Nuovo centrodestra e Udc). Rispetto alle altre regioni, il simbolo non contiene l'intera dicitura "Unione di centro", ma solo la sigla; nel segmento rosso superiore c'è il riferimento alla Liguria, ma si nota anche un anomalo spazio vuoto (proprio lì, nelle prime versioni, era presente la miniatura del Nuovo Psi, ma non è dato sapere che fine abbia fatto).
 

9) Forza Italia - Liguria popolare

Seconda lista della coalizione che sostiene Toti è quella occupata per la maggior parte da Forza Italia (cioè l'ex partito del presidente uscente della regione) e, nello spazio che resta, da Liguria popolare (che fa riferimento a Noi con l'Italia di Maurizio Lupi). L'emblema è cambiato nelle ultime settimane: rispetto alla prima versione presentata alla stampa, infatti, è stata ripristinata quasi del tutto l'altezza originaria del cognome di Silvio Berlusconi, riducendo al minimo gli spazi tra la scritta e la bandierina e il segmento blu che sta in basso; allo stesso tempo, la sagoma dorata della regione di Liguria popolare non sconfina più dal segmento blu finendo sotto "Berlusconi". Continua a non esserci traccia del logo dell'associazione Polis di Claudio Scajola, che ha dato un contributo notevole alla nascita della lista.
 

10) Lega - Liguria

La coalizione che appoggia Giovanni Toti comprende ovviamente anche la Lega, che nel 2015 - come Lega Nord - aveva ottenuto la quota maggiore di voti nel centrodestra (superando di poco il 20%). La base del contrassegno ovviamente resta quella inaugurata in vista delle elezioni politiche del 2018, senza più la parola "Nord" e, sotto Alberto da Giussano, il cognome del leader leghista Matteo Salvini (che non segue più il bordo del segmento in cui è inserito); al di sotto è stata però tolta la parola "premier", mentre sul fondo bianco sono presenti la bandiera con la croce di San Giorgio e il riferimento testuale alla Liguria. Ovviamente, nel simbolo rispetto a cinque anni fa non c'è più nemmeno il Sole delle Alpi.
 

11) Cambiamo con Toti presidente

Si è già visto che uno dei primi simboli presentati in vista delle regionali è stato proprio quello direttamente legato a Giovanni Toti, cioè Cambiamo con Toti presidente. Di fatto, in questo turno di elezioni regionali, si tratta dell'unica partecipazione del partito di Toti, anche se nemmeno nella sua Liguria finisce sulle schede il simbolo ufficiale: l'emblema, infatti, contiene solo un minimo riferimento a Cambiamo (senza punto esclamativo), quasi invisibile, schiacciato dal fondo arancione - colore già presente nella lista regionale di Toti del 2015, in altre liste locali vicine al presidente ma anche nella formazione legata a suo tempo a Sandro Biasotti - su cui trovano posto la sagoma chiara della Liguria e, soprattutto, il cognome più grande che si sia mai visto in un contrassegno elettorale. 
 

12) Fratelli d'Italia

Ultima lista della coalizione di centrodestra che appoggia la nuova corsa presidenziale di Toti è quella di Fratelli d'Italia: il partito nel 2015 superò di poco il 3% e riuscì a ottenere un consigliere, ma è assai probabile che questa volta il risultato sia molto migliore. Come è avvenuto in Puglia e nelle Marche - anche se in quel caso i candidati alla presidenza sono esponenti di Fdi, cosa che non può dirsi per Toti - la base grafica è il contrassegno usato alle politiche del 2018, ma il nome di Giorgia Meloni è stato ridotto per inserire il cognome dell'aspirante presidente.
 

Davide Visigalli

13) Riconquistare l'Italia

Tra Giovanni Toti e Giacomo Chiappori, il sorteggio regionale ha collocato la candidatura di Davide Visigalli, che si presenta sostenuta da una sola lista: quella di Riconquistare l'Italia. Anche la Liguria, dunque, rientra nel progetto politico e territoriale del Fronte sovranista italiano, che intendeva partecipare al maggior numero possibile di elezioni regionali con il proprio simbolo (la sigla Ri con la Stella d'Italia crescente e incompiuta). Quella lista, tuttavia, è l'unica non presentata nella provincia di Imperia, dunque non finirà sulle sue schede, così come in quelle degli abitanti di Savona. 
 

Giacomo Chiappori

14) Grande Liguria

Sulle schede della provincia di Imperia, dopo le liste in appoggio alla candidatura di Giovanni Toti c'è l'unica lista che sostiene la candidatura di Giacomo Chiappori, vale a dire Grande Liguria. Chiappori, sindaco di Diano Marina, iscritto alla Lega ma ben deciso a correre da solo (con il sostegno di Grande Nord, come il nome in parte fa intuire), si presenta con un progetto per la regione e coloro che la abitano. Nel simbolo, sopra la croce di San Giorgio, spicca la figura di Giambattista Perasso ("Balilla"), segno di tradizione territoriale e allo stesso tempo di cambiamento, di rivoluzione che si vuole portare nella vita politica regionale.
 

Riccardo Benetti

15) Ora rispetto per tutti gli animali

Subito dopo Chiappori, il sorteggio regionale ha collocato in settima posizione la candidatura di Riccardo Benetti, associato al simbolo di Ora rispetto per tutti gli animali. Si tratta della prima occasione importante di visibilità per un movimento politico nato nel 2017 e apparso tra la sorpresa di molti nelle bacheche del Viminale in occasione del deposito dei contrassegni nel 2018 e nel 2019. L'orso bruno accanto alla X gialla (come se per il rispetto degli animali fosse arrivata davvero l'ora X) arriva dunque per la prima volta sulle schede elettorali con una tribuna di livello regionale, sulla base delle firme raccolte. Il traguardo non è trascurabile, sarà interessante vedere l'accoglienza di elettrici ed elettori.
 

Aristide Fausto Massardo

16) Massardo presidente

Terzultima candidatura estratta risulta essere quella di Aristide Massardo, già preside della Scuola Politecnica di Ingegneria e Architettura di Genova, che già alla fine di giugno aveva lanciato la propria candidatura, nell'ipotesi di essere il candidato del centrosinistra e magari anche del M5S. Una volta sfumata l'ipotesi di candidatura unitaria e dopo la scelta di Ferruccio Sansa, Massardo ha comunque mantenuto il sostegno di Italia viva, nonché di +Europa e del Partito socialista italiano: non è affatto un caso, dunque, che le loro miniature figurino nel contrassegno blu presentato da Massardo stesso, che ha dovuto solo spostare in alto il suo nome (gli elementi gialli e bianchi, simili a frecce che puntano avanti veloce, invece erano già al loro posto). 

Alice Salvatore

17) Il Buonsenso

Penultima candidatura alla presidenza della regione è quella di Alice Salvatore, l'altra donna in campo oltre a Marika Cassimatis. Candidata alle scorse regionali come aspirante presidente per il MoVimento 5 Stelle, a maggio di quest'anno ha lasciato il gruppo per crearne un altro (insieme a Marco De Ferrari, eletto con lei nel M5S) e portare avanti i temi "di buonsenso" delle origini del MoVimento, poiché questo nel frattempo sarebbe molto mutato, per le alleanze prima con la Lega e poi con il Pd. Il movimento lanciato da Salvatore si basa graficamente sul disegno - tra il ritratto e la caricatura - del viso della candidata presidente.
 

Gaetano Russo

18) Il popolo della famiglia - Democrazia cristiana

Ultimo tra gli aspiranti presidenti della regione Liguria è Gaetano Russo, che si presenta sostenuto da una sola lista, rappresentata da una "bicicletta" - graficamente un po' improvvisata - tra Il popolo della famiglia e la Democrazia cristiana (in mancanza di informazioni non è chiaro se si tratti della Dc che si riconosce nella segreteria di Renato Grassi, che però aveva annunciato l'accordo con l'Udc, oppure di altre formazioni che rivendicano la titolarità di nome e simbolo o comunque il diritto a fruirne). Per il partito di Mario Adinolfi questa è l'unica presenza elettorale a queste elezioni regionali: si valuterà l'accoglienza che riserveranno a questa lista coloro che andranno a votare. 

sabato 25 luglio 2020

Cambiamo con Toti: il primo simbolo svelato, il cognome più grande

Se anche per le elezioni regionali si voterà il 20 e il 21 settembre, dunque in queste settimane stanno uscendo le prime candidature con relativi simboli, è anche vero che qualcuno il proprio emblema l'aveva presentato già mesi fa, quando ancora si pensava di poter votare in primavera e la minaccia del Coronavirus non sembrava così pervasiva. 
In questo senso, il record di tempismo spetta probabilmente a Giovanni Toti: già alla metà di febbraio, infatti, aveva presentato alla stampa il simbolo della sua lista personale, che sarà affiancata a quelle della coalizione di centrodestra che correrà in Liguria. Dubbi sul fatto che, tra quelle della compagine, sarà la lista più vicina al presidente uscente della regione non possono essercene: è così evidente il riferimento testuale a Toti che probabilmente il contrassegno in questione batte anche il record del cognome più grosso mai visto in un simbolo di partito (ovviamente il fatto che sia composto di sole quattro lettere aiuta molto). 
A guardare il contrassegno, a dire il vero, un dubbio poteva sorgere: anche solo a un breve sguardo, infatti, i colori utilizzati (testo blu su fondo arancione) e l'imponenza del riferimento a Giovanni Toti possono ricordare l'emblema della lista regionale che nel 2015 ha condotto alla vittoria l'attuale presidente uscente. Proprio quella somiglianza poteva far pensare che, invece che la "lista del presidente", il simbolo in questione riguardasse anche questa volta la lista regionale, quella che contrassegna ogni singola candidatura alla guida della regione. Si era già tentati di negarlo perché un simbolo così, non esattamente anomalo, avrebbe potuto indurre più di un elettore a mettere la croce solo sul simbolo del presidente, senza votare anche le liste (cosa di cui invece le singole formazioni hanno maledettamente bisogno); va però ricordato che nel 2015 nessuna delle liste della coalizione di centrodestra aveva all'interno del suo contrassegno riferimenti al candidato alla presidenza, quindi in teoria questa volta si potrebbe replicare. 
A far pensare al simbolo come caratterizzante di una lista provinciale e non regionale era però la presenza, nella parte superiore, di una dicitura di piccolissime dimensioni "Cambiamo con". Quel riferimento si prestava poco a una lista regionale legata a Toti, visto che il presidente uscente è lui stesso; veniva più facile pensare che si volesse evocare Cambiamo!, il partito che nel frattempo Toti ha fondato dopo l'uscita da Forza Italia (e che a quel punto non avrebbe presentato una lista col suo simbolo nel territorio in cui più ce la si sarebbe aspettata). Lasciava un po' perplessi il fatto che il punto esclamativo si fosse perso per strada, ma a corroborare il pensiero che si sarebbe trattato di una lista provinciale c'era una frase di Toti detta in occasione del lancio dell'emblema: "Questa è una lista sorella di quelle che abbiamo presentato nei comuni in questi anni", una per tutte quella che a Genova sosteneva Marco Bucci, che concorreva con le altre liste della coalizione. A dissipare ogni dubbio è arrivata, in questi giorni, l'approvazione della legge elettorale regionale (finora la Liguria non ne aveva una, se non con riguardo all'esenzione dalla raccolta firme) che ha abolito i "listini": il simbolo in questione, dunque, non può che riguardare una lista circoscrizionale (le sole rimaste).
Nella conferenza stampa di febbraio, poi, Toti aveva anche detto che il suo simbolo riprendeva "il colore della lista di Sandro Biasotti": l'ex presidente ligure, tra l'altro, era proprio presente in sala. Aver voluto esplicitare quel riferimento, tuttavia, è per lo meno curioso: quando Biasotti fu eletto alla presidenza della Liguria nel 2000, infatti, non aveva alcuna lista personale e quella regionale aveva lo stile della Casa delle libertà, senza alcuna traccia di arancione (ce n'era un po' in Liguria AnimaLista, ma è improbabile che ci si riferisse a questa). Sicuramente più arancione era la lista personale del 2005, quando Biasotti si presentò di nuovo agli elettori: la lista Per la Liguria, anzi, aveva sullo sfondo anche la silhouette della regione che, pur se con un tratto diverso, è presente pure nel simbolo di quest'anno, in un colore più chiaro. Il fatto è che quella volta Biasotti non fu riconfermato, venendo sconfitto dal candidato del centrosinistra (Claudio Burlando) e dunque citare quel precedente può non essere azzeccatissimo; al più si può notare che, a dispetto della sconfitta, la lista più legata al presidente uscente l'8,73% (più di Alleanza nazionale e della Lega Nord) e portò a casa tre seggi, attestandosi come miglior elemento della coalizione dopo Forza Italia. Appare almeno curioso che siano in molti a ricordare così bene quell'episodio elettorale al punto da cogliere il richiamo cromatico sottolineato da Toti; in ogni caso, se ne dà semplicemente conto, con la certezza che la "lista Toti" potrebbe essere ben più votata rispetto a quella di Biasotti, vista la visibilità regionale e nazionale avuta dal presidente uscente nel corso del suo mandato (tanto per ragioni politiche, quanto per le emergenze che ha dovuto fronteggiare come presidente).

mercoledì 18 dicembre 2019

Alleanza di centro (per i territori) di Pionati si riaffaccia alla Camera

Signori, 10 volte meglio non serve più. I deputati che fanno riferimento a Cambiamo! di Giovanni Toti (Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini, Giorgio Silli e Alessandro Sorte) da oggi si sono uniti alla componente del gruppo misto già esistente, che da maggio univa Noi con l'Italia (con Maurizio Lupi ci sono anche Alessandro Colucci e l'ex presidente del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo) e l'Usei (rappresentata da Eugenio Sangregorio). I media hanno dato conto di questa novità, parlando di una nuova componente delle formazioni legate a Lupi (almeno, ciò che ne resta) e a Toti, trascurando la presenza dell'Usei, ma in effetti c'è un altro elemento da considerare e che non può non attirare l'attenzione dei #drogatidipolitica. Nella denominazione della nuova componente, infatti, c'è il nome di una quarta forza politica, Alleanza di centro. Per qualcuno può sembrare piuttosto anonimo, ma a chi segue davvero la politica non può non venire spontaneo domandarsi: "Alleanza di centro? Ma quella di Francesco Pionati??" 
Già, proprio quella, a meno di clamorose smentite. Perché alla fine di luglio proprio Pionati (già volto noto del Tg1 delle cronache politiche da Montecitorio), eletto con l'Udc al Senato nel 2006 e alla Camera nel 2008, ma diventato in fretta segretario dell'Alleanza di centro per la libertà, aveva deciso di rimettere in campo la sua formazione politica, stavolta con un nome leggermente meno berlusconiano. Dopo la partecipazione di Adc (in coppia con la Democrazia cristiana di Pizza) alle regionali campane del 2010, infatti, Pionati ha tutta l'intenzione di partecipare anche alle prossime elezioni regionali, previste in primavera e sostenendo di nuovo la candidatura di Stefano Caldoro, che all'epoca risultò vittoriosa. 
Pionati si sta impegnando molto per questo risultato (assieme, tra l'altro, a Nicoletta Pomposo, segretaria provinciale di Adc per Caserta e socia fondatrice del movimento) e si presenta nuovamente come "movimento moderato cattolico di centro", ma stavolta con l'idea di dedicarsi anche "alla tutela e alla valorizzazione dei territori e alla ricerca di una classe dirigente all'altezza dei drammatici problemi della Campania". Anche per questo, il nuovo nome del soggetto politico è Alleanza di centro per i territori, con la nuova parte testuale scritta sulla fascetta bianca che un tempo portava il nome di Pionati e la rappresentazione del "chiodino" segnaposto arancione per indicare il territorio da valorizzare; il resto del simbolo, invece, è simile al passato, con il fondo azzurro e le stelle d'Europa, mentre le due bande tricolore sono state sostituite da una corona tricolore che avvolge tutto il cerchio azzurro. 
Giusto il 1° dicembre Pionati ha siglato l'intesa con Caldoro (sperando che porti bene: nel 2010 Adc e Dc avevano raccolto il 2,34% eleggendo anche un consigliere), ma non intende limitarsi alla Campania: sempre alla fine di luglio, infatti, il movimento è approdato anche in Emilia Romagna, partendo dalla provincia di Ravenna. Già, ma alla Camera? Eletti diretti, ovviamente, Adc non poteva averne, ma guardando con attenzione si scopre che il nome di Alleanza di centro è entrato a far parte della denominazione della componente il 12 dicembre, giusto sei giorni dopo l'ingresso nella compagine di Noi con l'Italia - Usei di Vittorio Sgarbi. E se ad Adnkronos Sgarbi (eletto alla Camera con Forza Italia) ha detto di aver dato l'adesione "a una componente di tradizione liberale", è assai probabile che - salvo smentita - a rappresentare Adc nella compagine sia proprio lui. 
Avendo dieci membri, la componente non aveva nemmeno bisogno di contare su un partito presente alle scorse elezioni, anche se ovviamente la necessità potrebbe ripresentarsi ove il numero dei deputati aderenti scendesse sotto quella soglia; certo è che sarebbe un peccato considerare la nuova componente solo un matrimonio tra due, quando in realtà le parti contraenti sono addirittura quattro e, per giunta, di quelle che fanno impazzire entomologi e archeologi politici. 

venerdì 16 agosto 2019

Cambiamo, per Toti simbolo definitivo?

Una settimana abbondante e Giovanni Toti rende nota la terza release del simbolo del suo movimento Cambiamo!, che - come si è appena visto - ha recuperato il punto esclamativo, come più di un utente Facebook aveva suggerito (e come altrettanti non avrebbero voluto). Da un certo punto di vista, quello di Toti può essere considerato un record: finora solo Domenico Scilipoti era riuscito a darsi tre simboli nei primi tre mesi e mezzo di vita del suo Movimento di responsabilità nazionale (anche se il primo era durato il tempo di una conferenza stampa e qui per o meno la prima versione si era mantenuta qualche ora in più); certo, a "discolpa" di Toti e compagni (anche se qui, sia chiaro, colpa non c'è) si può dire che di fatto si è di fronte a due varianti dell'idea originaria e quindi eventuali accuse di trasformismo "simbolico" sarebbero del tutto infondate e ingenerose.
Al di là di questa considerazione, è facile vedere che, se si è ritornati alle origini con il nome (che ha ripreso anche il corsivo e, con esso, l'involontario stile Mediaset), sul piano cromatico si è compiuto un ribaltamento rispetto alla seconda versione: il colore dominante, infatti, è diventato il blu, come la maggior parte dei suggerimenti ha indicato; l'arancione originario, dunque, è stato confinato in un segmento che occupa meno della metà del cerchio. Il cognome di Toti - che quel colore aveva voluto - sta proprio lì, in quella parte inferiore e, se possibile, è cresciuto ancora di più di dimensioni. Anche il "con", a onor del vero, è diventato più grande, ma questo non basta a dissipare l'impressione che qualche burlone antitotiano (come qualcuno aveva immaginato) possa facilmente taroccare il simbolo e cancellare la preposizione, proponendo ridacchiando il messaggio "Cambiamo Toti" (in questo senso, il ritorno del punto esclamativo è provvidenziale, perché rende più difficile questo giochetto.
Restando sul piano grafico-cromatico, è cresciuto di importanza - sempre in base alle indicazioni ricevute in questi giorni - anche il tricolore: dalla striscetta delle origini, giusto un po' ingrossata nella seconda versione, si è passati a una sorta di scarabocchio tricolore. Certo, vista la regolarità della divisione delle tinte, sembra più corretto pensare che la bandiera stia dietro al simbolo e l'immagine che si vede sia il risultato di una "raschiata a scarabocchio" del fondo (che tra l'altro per l'occasione è stato pure ombreggiato, anche per marcare di più il contorno del simbolo, di una tonalità più chiara di blu).
Questa, che certo non brilla per fantasia e originalità, come si diceva dovrebbe essere l'ultima versione dell'emblema (il processo sarebbe stato meno concitato, ma non si sa quello che accadrà nei prossimi giorni...). Questo almeno si intuisce dal testo pubblicato sulla pagina Fb a corredo del nuovo brand, in cui il tricolore e il blu - tinte nazionali, da partito catch-all, che fanno molto centrodestra - prevalgono su tutto.
Ecco il simbolo di CAMBIAMO, realizzato grazie ai vostri suggerimenti, che potrete scegliere alle prossime elezioni per cambiare insieme a noi. Prima si vota meglio è! L’Italia ha bisogno di cambiare: più cantieri, più soldi nelle buste paga, più consumi, più esportazioni, più occupazione, più formazione professionale per i giovani, più ricerca e più merito. Meno burocrazia, meno leggi e regolamenti, meno codici e codicilli che bloccano appalti grandi e piccoli, meno nepotismo, meno tasse. CAMBIAMO ci sarà, contro gli accordi al ribasso per salvare qualche poltrona, al fianco di chi vuole costruire un paese fatto di merito e di Sì! Cambiamo insieme?
Di tutto questo, merita un'osservazione solo una delle prime frasi: "prima si vota meglio è!". Non sta naturalmente a questo sito esprimere giudizi sul punto e politicamente di certo a Toti converrebbe votare in fretta. Per poter passare all'incasso, però, Cambiamo dovrebbe finire sulle schede elettorali: per finirci, dovrebbe raccogliere 1500 firme per ogni collegio plurinominale. Dovrebbe farlo in pochissimo tempo e senza ancora un'organizzazione sul territorio, a meno che qualcuno - la Lega - non metta a disposizione eletti e militanti per la raccolta delle sottoscrizioni. Anche così, comunque, sarebbe una faticaccia senza garanzia di risultato: che un ritocchino o un cambio sensibile delle norme sulle candidature risulti utile anche e innanzitutto a Toti?

venerdì 9 agosto 2019

Chi voleva cambiare con l'arancione prima di Toti

L'inattesa decisione di Matteo Salvini e della Lega di considerare conclusa l'esperienza del governo Conte (e, nelle loro intenzioni, probabilmente anche della XVIII Legislatura) non può far allontanare l'attenzione di appassionati e curiosi dalla creatura politica di Giovanni Toti, che potrebbe a questo punto avere poco tempo per farsi conoscere e radicarsi, ma non è affatto detto che non ci provi. E se nel frattempo i commenti al post di Facebook che ha svelato il possibile simbolo di Cambiamo sfiorano i 1400, è già pronta una nuova versione - anzi, un "secondo tentativo", come si legge proprio sulla pagina di Toti - che aggiunge più blu e rende più visibile il tricolore, come avevano chiesto vari commentatori; già che ci si era, anche il riferimento al presidente della Liguria è aumentato di dimensioni ed è sparito il punto esclamativo dal nome, che non è più in corsivo (così è sparito del tutto quel curioso "effetto Mediaset" di cui parlavamo).
Mentre si attende di vedere le reazioni della rete alla nuova release dell'emblema, qualcuno si è ricordato non solo che "Cambiamo" è la prima parte del nome di decine di liste civiche comunali (che di solito partono dall'opposizione), ma anche che l'abbinamento tra l'idea del cambiare e l'arancione non è inedito, ma era stato tentato alla fine della XVI Legislatura. Nel 2012, infatti, era comparso sulla rete il sito www.cambiaitalia.org, come riferimento online di un nuovo movimento culturale, sociale e politico, CambiaItalia appunto, che si proponeva di "cambiare i meccanismi di funzionamento dell'Italia" per allontanarla dal "rischio 'sindrome argentina'", caratterizzato da "perdita di competitività, minore peso su scala mondiale, progressiva colonizzazione economica da parte di Paesi più forti e meglio organizzati". 
In un contesto di crisi quanto a "gestione del territorio, produzione di ricchezza, qualità della società civile, cultura, formazione, carica etica collettiva e persino emozioni tra le persone", si voleva rendere disponibile un progetto portato avanti da persone che avessero come motto una frase di Steve Jobs: "Solo chi è così folle da voler cambiare il mondo lo cambia veramente". La "carta dei valori" del movimento contemplava la "creatività individuale e collettiva come strumento di innovazione e di progresso economico, politico e sociale", l'apertura all'ascolto e al dialogo con tutte le componenti sociali, la passionalità (cioè lo "stretto collegamento di sentimento, pensiero e azione nella formulazione della propria proposta politico-sociale"), l'amore per l’Italia al punto da valorizzarne ogni suo aspetto, la centralità della persona (per promuoverne il pieno sviluppo), la necessità di premiare il merito individuale, la moralità nell'azione politico-sociale, la centralità della cultura "e della produzione di sapere in generale", la pace, la coesione nazionale e la cooperazione internazionale come elementi centrali dell'azione politica, nonché "la tutela dell’ambiente in senso lato (fisico, storico, artistico, culturale)" nell'interesse delle generazioni future.
Ma chi era parte di quel gruppo? Nomi nel sito - ormai dismesso, ma ancora visibile nelle cache conservate in rete - non ce ne sono (o non se ne riescono più a leggere). Altrove in rete si parla dell'esperienza che aveva preso avvio alla fine del 2011 con CambiaMonza, formazione civica che alle amministrative monzesi dell'anno successivo aveva contributo a far eleggere in consiglio l'aspirante sindaco Paolo Piffer. Qualche settimana dopo le elezioni del 6 maggio, precisamente il 1° agosto 2012, nacque su Facebook il gruppo CambiaItalia, con l'idea probabilmente di ampliare il raggio d'azione di rinnovamento all'intero paese, magari con l'aspirazione di organizzare qualcosa in vista delle elezioni politiche dell'anno dopo.
Per uno sguardo a livello nazionale, si pensò a un emblema sempre su fondo arancione (stavolta non sfumato, ma omogeneo); il tricolore da striscetta divenne un arco pronto a mutarsi in coda di un uccello che spiegava le ali - addirittura facendole finire fuori dal contrassegno, cosa che sulle schede non sarebbe stata possibile - per poter volare in alto e cambiare direzione. La sagoma del volatile era il nuovo elemento dominante del simbolo, assieme al nuovo nome, CambiaItalia, assai più grande rispetto a CambiaMonza (schiacciato com'era dal monogramma). Si tentò anche un'esportazione del progetto a livello locale, con il fondatore e presidente di CambiaMonza Beppe Natale che nelle ultime settimane del 2012 andò per esempio a propiziare la nascita di CambiaRoma e CambiaUdine, mantenendo sempre lo stile alato; quelle liste, tuttavia, non arrivarono sulle schede elettorali del 2013.
All'interno del gruppo si segnalavano anche altre presenze rilevanti, da Stefano Merlo (imprenditore attivo nell'ambito del marketing e della comunicazione, CEO & fondatore di Piccoli Borghi) a Daniele Ricossa (che nel 2014 sarebbe stato tra i promotori del progetto berlusconiano Innamorati dell'Italia), fino ad Alessandro Amadori (dottore di ricerca in Psicologia dei Processi Cognitivi Superiori, professore a contratto, partner - già vicepresidente - dell'Istituto Piepoli, ben noto nell'ambiente dei sondaggi, attualmente consigliere per l'analisi politica ed economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in particolare del vicepresidente - ancora per poco? - Salvini). 
Nel 2014 l'emblema - che non era finito nelle bacheche del Ministero dell'interno l'anno prima in vista delle politiche - cambiò, abbandonando l'arancione e adottando una più sobria freccia tricolore che sforava di poco rispetto al cerchio di fondo blu (ridotto a mezzaluna per un altro cerchio interno, bianco, tangente a sinistra), poi di CambiaItalia si persero le tracce.
Naturalmente non si può dire che i due progetti siano parenti, che vi siano elementi in comune o che ci sia stata una copia o anche solo un'ispirazione (i nomi sono diversi, la grafica pure); non è però vietato dire che è curioso che la coppia "cambiare"-arancione fosse già stata tentata qualche anno prima, anche se non con risultati degni di nota. Toccherà di nuovo a Toti mostrare se ciò è possibile, anche se potrebbe avere meno tempo  a disposizione del previsto per tentare (e magari riuscire).