Visualizzazione post con etichetta piemonte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piemonte. Mostra tutti i post

martedì 28 maggio 2024

Piemonte, simboli e curiosità sulla scheda

L'8 e il 9 giugno, oltre che per il rinnovo di poco meno di metà delle amministrazioni comunali italiane e l'elezione dei 76 europarlamentari spettanti all'Italia, si vota per eleggere il presidente della giunta regionale e i membri del consiglio regionale del Piemonte: com'è noto, si tratta della terza elezione collocata in anni diversi da quelli del maggior numero di regioni chiamate al voto (quelli che finiscono con le cifre 0 e 5) a causa dell'annullamento del voto del 2010 che ha portato a nuovi comizi elettorali nel 2014. 
Si affronteranno cinque aspiranti alla carica di Presidente, incluso l'uscente Alberto Cirio (centrodestra): nel 2019 erano stati uno di meno, mentre nel 2014 se ne erano contati sei. Quanto al numero delle liste, ne sono state presentate 13 (anche se nella circoscrizione di Biella sulla scheda ne finiranno solo 12); si conferma il calo rispetto agli anni precedenti (erano state 14 nel 2019, 16 nel 2014). Di seguito ecco i simboli sulla scheda, proposti secondo l'ordine sorteggiato per la circoscrizione di Torino

* * *

Alberto Costanzo

1) Libertà

Il sorteggio ha collocato in prima posizione Alberto Costanzo, 62 anni, avvocato con studio a Casale Monferrato: alle ultime elezioni politiche si è candidato con Italexit, mentre in passato si è proposto come candidato sindaco a Casale Monferrato (nel 2004 con Casale tricolore, nel 2019 con Casapound e Nuova Voce civica), dopo una militanza precedente (fino al 2001) in Alleanza nazionale. Costanzo è il candidato presidente di Libertà, la lista di forze antisistema promossa da Cateno De Luca. 
Se la struttura rimane quella del contrassegno "nazionale" (scritta "Libertà" su segmento centrale biconcavo color carta da zucchero, inclinato di un paio di gradi), merita più attenzione il contenuto: sopra la scritta ci sono le miniature di Noi Popolo Unito (comitato - sorto nasce "da una aggregazione di tutti i movimenti, i partiti, i gruppi organizzati, le sigle, i cittadini e le cittadine che [...] da qualche anno si stanno opponendo ad una politica schizofrenica che prende ordini da strutture sovranazionali (Unione Europea, Nato, OMS, …) e bada esclusivamente a difendere gli interessi della grande finanza" - di cui è portavoce lo stesso Costanzo e che aveva lamentato la difficoltà per le forze politiche non rappresentate nelle istituzioni di partecipare, anche per la previsione della legge elettorale regionale n. 12/2023 che non considera valide le firme autenticate prima dell'indizione delle elezioni), Sud chiama Nord - De Luca sindaco d'Italia (forza che ha concesso l'esenzione dalla raccolta firme), Grande Nord e il Popolo della Famiglia; sotto la scritta appaiono invece Movimento per l'Italexit, Vita, Partito Pensionati + Salute e Insieme liberi - UscIta. Il contrassegno è lo stesso sia per il "listino" regionale, sia per le liste circoscrizionali.

Francesca Frediani

2) Piemonte popolare

La seconda posizione su manifesti e schede è toccata a Francesca Frediani, consigliera regionale uscente, eletta nel 2019 nel torinese con il MoVimento 5 Stelle e fondatrice nel 2021 della componente del gruppo misto Movimento 4 ottobre (gruppo fuoriuscito dal M5S) - ribattezzata nel 2022 Unione popolare. A sostenerla è la lista Piemonte popolare, cui concorrono Potere al Popolo, Partito della Rifondazione comunista, Sinistra anticapitalista e ManifestA, nonché varie figure indipendenti e i collettivi universitari Cambiare Rotta (la lista è esente grazie alla consigliera Frediani, presente nel gruppo misto da oltre due anni). Il simbolo ha il fondo per metà rosso e per metà arcobaleno, per richiamare l'idea della pace; sotto al nome, collocato in primo piano (con una stellina sulla "i" di "Piemonte" e una sottolineatura gialla) si leggono le parole "pace diritti lavoro ambiente". Il contrassegno è lo stesso sia per il "listino" regionale, sia per le liste circoscrizionali.
 

Sarah Disabato

3) MoVimento 5 Stelle

Il sorteggio ha collocato una dopo l'altra tutte e tre le candidature appoggiate da una sola lista: dopo Costanzo e Frediani, tocca a Sarah Disabato, eletta cinque anni fa sempre nella circoscrizione di Torino nella lista del MoVimento 5 Stelle. Ed è proprio con il M5S che Disabato si presenta anche questa volta: in Piemonte non si è concretizzata alcuna alleanza con il Pd o con altre forze politiche che altrove hanno scelto di presentarsi in coalizione con il partito guidato da Giuseppe Conte. Anche in questa competizione elettorale il M5S si presenta con il proprio simbolo ufficiale nella sua ultima versione (con il riferimento al 2050 - anno della neutralità climatica - in un segmento rosso sotto alla parte consolidata del logo). Anche in questo caso il contrassegno è lo stesso sia per il "listino" regionale, sia per le liste circoscrizionali.
 

Alberto Cirio

Si ripresenta alle elettrici e agli elettori piemontesi il presidente uscente della giunta regionale, Alberto Cirio, sempre sostenuto dal centrodestra: può contare infatti sull'appoggio di cinque liste. In questo caso, però, la legge consente al candidato presidente appoggiato da una coalizione di dotarsi di un contrassegno che non sia per forza "l'insieme dei contrassegni delle liste collegate": per questo, il "listino" regionale di Cirio si distingue con un contrassegno che ha in primo piano la denominazione "per il piemonte" (rossa e blu, come i colori dello stemma regionale) e sullo sfondo la sagoma del Piemonte.
 

4) Noi Moderati

Prima formazione elettorale del centrodestra indicata dal sorteggio è quella che nella coalizione ha la storia più recente, Noi moderati. Il partito guidato a livello nazionale da Maurizio Lupi concorre a questa competizione elettorale con il suo simbolo ufficiale - il nome bianco e giallo in carattere bastoni corsivo, su fondo azzurro blu sfumato e "ondina" tricolore che in basso delimita un piccolo segmento bianco - senza alcuna aggiunta o modifica (non ci sono dunque riferimenti alla candidatura del presidente o al territorio in cui la lista viene presentata). Non può sfuggire, tra i candidati della circoscrizione di Torino, la presenza di Roberto Gremmo, autonomista storico che ha accettato di rimettersi in gioco in questa lista. come a voler dire che gli autonomisti veri non stanno nella Lega.
 

5) Fratelli d'Italia

Al secondo posto all'interno della coalizione di Cirio c'è Fratelli d'Italia, partito che nel 2019 aveva sfiorato il 5,5% in regione - attestandosi come terza forza della coalizione di maggioranza - ma in questo caso aspira a un risultato decisamente migliore. Anche alle elezioni regionali piemontesi il partito guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni impiega il contrassegno schierato alle contemporanee elezioni europee (e inaugurato alle regionai sarde): il riferimento evidente alla leader al centro, su fondo blu, tra il nome della forza politica in alto e - sotto a una striscia tricolore - la fiamma tricolore in basso.
 

6) Lega

La forza più votata in assoluto nel 2019 era stata la Lega, con il suo 37,11% si era aggiudicata 17 seggi dei 22 destinati alle liste circoscrizionali della maggioranza. In quest'occasione il partito lotterà per difendere il risultato di cinque anni fa, anche se le condizioni politiche non sono identiche a quelle di allora; identico è invece il contrassegno, con la statua di Alberto da Giussano nel mezzo, tra la parola "Lega" in alto (scritta con il consueto carattere Optima) e la dicitura "Salvini Piemonte" (con il cognome del leader leghista in grande evidenza, in giallo) in basso, nel segmento blu; a sinistra della statua del guerriero di Legnano, poi, c'è la bandiera piemontese.
 

7) Cirio presidente - Piemonte moderato liberale

Il quarto posto nella coalizione di centrodestra è toccato alla lista più vicina al presidente in cerca di riconferma: ci si riferisce alla lista "civica" - così si legge nel contrassegno - Cirio presidente - Piemonte moderato liberale. Nessun dubbio sul fatto che il cognome di Cirio sia l'ingrediente principale di questa grafica elettorale; il bianco, il blu e il rosso (che tinge solo la parola "Piemonte") richiamano i colori dello stemma regionale; la dicitura collocata in basso richiama in parte le forze che concorrono alla formazione della lista (Moderati, storicamente vicini al centrosinistra ma non questa volta, Torino Bellissima, Piemonte nel Cuore, Tempi Nuovi con Giorgio Merlo e Azione, che indica alcune candidature).
 

8) Forza Italia - Udc - Pli

Chiude la coalizione di centrodestra l'ultimo partito da indicare, nonché quello in cui si riconosce lo stesso presidente della giunta regionale, Forza Italia. In questo caso la bandierina forzista, il riferimento al Partito popolare europeo e - soprattutto - il cognome di Silvio Berlusconi vengono sacrificati nelle dimensioni per lasciare spazio, nel segmento circolare blu collocato in basso, al cognome di Cirio (il suo peso visivo è analogo a quello del contrassegno visto sopra); in basso si leggono anche, pur molto piccoli, i riferimenti all'Unione di centro (Udc) e al Partito liberale italiano (Pli). Va precisato che la lista di Fi non sarà presente sulle schede della provincia di Biella: l'esclusione dalla lista di Lorenzo Leardi (ritenuto incandidabile per la condanna subita nel processo "Rimborsopoli", senza che fosse ritenuta efficace la riabilitazione) ha portato al non rispetto della parità di genere all'interno della lista composta da due soli candidati, dunque alla bocciatura dell'intera lista (Tar e Consiglio di Stato hanno respinto i ricorsi).
 

Giovanna (Gianna) Pentenero

Ultima candidatura estratta è quella di Giovanna Pentenero (nota come "Gianna"): è lei - dal 2021 assessora al lavoro e sicurezza a Torino, nonché ex assessora regionale sotto le presidenze Bresso e Chiamparino e consigliera nella legislatura intermedia - la persona individuata dal centrosinistra. Anche in questo caso è stato scelto un contrassegno diverso dalla somma dei simboli delle liste: un semplice cerchio bianco bordato di rosso, con l'espressione "Gianna Pentenero presidente", con il nome e il cognome (più evidente) in rosso e l'ultima parola in grigio, sottolineata in rosso. Pure in questo caso l'emblema è poco evidente e poco di richiamo, anche nel tentativo di evitare che qualche elettore metta la croce solo su questo senza segnare alcun simbolo di lista (stratagemma che peraltro non è consentito - e forse non è del tutto corretto o paritario - alle candidature appoggiate da una sola lista, visto che c'è l'obbligo di usare lo stesso contrassegno dell'unica lista).
 

9) Stati Uniti d'Europa per il Piemonte

La coalizione in appoggio a Pentenero si apre - almeno a Torino - con la lista Stati Uniti d'Europa per il Piemonte, lista che somiglia nella sua composizione a quella promossa per le elezioni europee. Si nota facilmente, infatti, come sia quasi uguale la parte superiore (con il nome tinto dalla texture +europea blu, inserito in un fumetto e collocato sopra la bandiera d'Europa sventolante su fondo giallo); sotto si vedono quattro dei sei simboli di partito inseriti nel contrassegno delle europee (Psi, +Europa, Italia viva, Libdem europei), disposti ad arco sopra all'espressione "Pentenero presidente". Il contrasssegno risulta essere il più "pieno" della competizione, più o meno al livello di quello di Libertà.
 

10) Pentenero presidente

Si presenta come molto più semplice e lineare il contrassegno della seconda lista, indicata come "Lista civica" e chiamata semplicemente Pentenero presidente. La grafica, con l'espressione "Lista civica" rossa in alto su segmento bianco e il resto del nome scritto in bianco su fondo rosso ricorda molto i contrassegni delle liste "personali", con nomi legati alla società civile, che hanno accompagnato le candidature a sindaco di Torino di Piero Fassino nel 2016 e di Stefano Lo Russo nel 2021: in qualche modo sembra che si sia voluto esportare il modello per portarlo sull'intero territorio regionale.
 

11) Piemonte ambientalista e solidale

Appare ugualmente vicina alla candidata Pentenero la terza lista, Piemonte ambientalista e solidale. I colori adottati dal simbolo (il verde acqua del fondo, il verde più chiaro e il bianco del testo) sono mutuati direttamente da Democrazia solidale - DemoS; dalla stampa si apprende che concorrono alla formazione anche Alleanza verde e civica, Alleanza dei Democratici (il gruppo legato a Pino De Michele), Volt Europa e Giorgio Bertola, nel 2019 candidato alla presidenza della regione per il M5S e questa volta indicato come capolista di Piemonte ambientalista e solidale nella circoscrizione di Torino. 

12) Alleanza Verdi e Sinistra - Possibile

La quarta forza della coalizione che sostiene Pentenero è l'unica a non avere nel simbolo un riferimento all'aspirante presidente per il centrosinistra: Alleanza Verdi e Sinistra. Il simbolo utilizzato in quest'occasione è quasi identico a quello coniato in vista delle elezioni politiche del 2022; si deve però dare conto dell'aggiunta di Possibile, inserito - quasi come contraltare di Reti civiche - nella parte destra del contrassegno. Il fregio elettorale che ne risulta è molto simile a quello delle ultime elezioni regionali in Friuli - Venezia Giulia (allora però c'erano anche le versioni plurilingue dei due partiti principali della federazione)
 

13) Partito democratico

Ultima lista che completa la compagine in appoggio a Pentenero è quella del Partito democratico, che anche in Piemonte adotta una soluzione grafica già vista altrove: il logo di Nicola Storto risulta ridotto nelle dimensioni per consentire l'inserimento di un segmento verde in cui trova posto il riferimento alla candidata presidente. Nel 2019 il Pd aveva ottenuto il 22,44%, ottenendo comunque 9 seggi; questa volta la lista combatterà, probabilmente, oltre che per trainare la coalizione, anche per cercare di avvicinarsi il più possibile a quel risultato.

martedì 16 maggio 2023

Simboli sotto i mille (2023): dall'inizio ... (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

E, dopo quasi dodici mesi, rieccoci qua (o, per chi preferisse Vasco, noi siamo ancora qua, eh già...): ogni anno con la curiosità e la voglia di ripartire per il nostro viaggio elettorale nei comuni "sotto i mille", ogni volta con il timore che quella rassegna possa essere l'ultima. Già, perché da una parte sarebbe fisiologico attendersi che un fenomeno oggetto di studio finisca per esaurirsi dopo un certo tempo (e qui, ormai, dall'introduzione delle norme che hanno reso possibile le dinamiche che si raccontano sono trascorsi trent'anni). Dall'altra, nell'ultimo triennio in Parlamento si sono registrati alcuni tentativi seri di intervenire per prevenire o almeno contenere il più possibile le prassi meno edificanti che si riscontrano da tempo nella microItalia chiamata al voto: quei tentativi, però, finora non hanno avuto successo (e quello in atto in questa legislatura, dopo l'approvazione del ddl Augussori-Pirovano al Senato, ha bisogno ancora dell'esame della Camera, mancato nello scorso mandato parlamentare), per cui si ha la tentazione di pensare che il nostro legislatore non abbia - o non ritenga opportuno trovare - il tempo per regolare un fenomeno che, come si vedrà, sta diventando grottesco. O, peggio, che non comprenda appieno la portata e la gravità di quest'ultimo (come purtroppo sembra suggerire il silenzio quasi completo dedicato alle norme sulla raccolta firme nei comuni #sottoimille proprio nel recentissimo dibattito a Palazzo Madama).
Anche quest'anno, dunque, è tempo di rimettersi in cammino, ma prima di ripartire è il caso di precisare un paio di questioni. La prima: chi guida il viaggio, per essere efficace e affidabile, si è adeguatamente attrezzato con i ferri del mestiere, cioè l'esperienza (legata ai viaggi precedenti), la memoria (anche visiva), uno sguardo attento ai materiali e ai dati offerti dal sito del Viminale e, soprattutto, il maggior numero possibile di manifesti delle candidature, per vedere meglio i contrassegni di lista e passare al setaccio i nomi delle persone candidate nelle liste. Ciò ha richiesto una visita accurata al sito web di ogni comunello coinvolto dalle elezioni, alla ricerca del rispettivo manifesto in Pdf: se non lo si è trovato tra le notizie del sito o nella pagina dedicata alle ultime elezioni amministrative, si è dovuto scandagliare l'albo pretorio, sperando che quel comune abbia adempiuto all'obbligo di pubblicazione entro l'ottavo giorno prima del voto. Di solito la ricerca è andata bene, pur dovendo affrontare conformazioni diverse degli albi e approcci di archiviazione differenti (se non si trova niente sotto "Atti elettorali", "Affissioni elettorali" o "Manifesti" - o se quelle voci non ci sono - si deve sperare di avere più fortuna con gli "Avvisi"/"Avvisi pubblici"); a volte il ritrovamento genera delusione se si scopre che il manifesto è stato scansionato (con una resa grafica pessima) o è addirittura in bianco e nero (farsi dare il file dalla tipografia era così difficile?); altre volte nessuno ha caricato niente (e i programmi elettorali pubblicati  non contengono le candidature o i simboli), quindi si può solo sperare di trovare il fac simile della scheda nel sito della rispettiva Prefettura (non tutte li pubblicano, mentre alcune, particolarmente meritorie - come quella di Como - offrono addirittura anche i manifesti).
La seconda precisazione riguarda le parole da utilizzare e - riprendendo il professor Grammaticus di Gianni Rodari (Il libro degli errori) quelle "da lasciar stare". Qualcuno, per definire le liste presentate da persone estranee al comune preso in esame (e con scopi diversi da un paese all'altro), le etichetta tutte come "liste civetta". L'uso è inopportuno (come quello di chi si ostina a chiamare così le liste dal simbolo volutamente ambiguo, in grado di ingannare chi vota): l'espressione è ormai legata alle norme elettorali politiche introdotte nel 1993, specie quelle valide per la quota proporzionale della Camera dei deputati. Se i tre quarti dei seggi erano attribuiti in collegi uninominali, con un sistema maggioritario, il quarto restante si distribuiva secondo una formula proporzionale, tra le liste che avevano superato il 4%; quel 25% era stato pensato per non penalizzare troppo i piccoli partiti a disagio in un ambiente maggioritario, così si era previsto un modo per tutelarli. Ogni candidato di un collegio uninominale doveva legarsi a una lista della quota proporzionale: per capire quanti seggi di quel 25% sarebbero spettati alle singole formazioni, a ogni lista sopra la soglia di sbarramento venivano tolti i voti che a ciascun vincitore di collegio uninominale a essa collegato erano serviti per prevalere (in concreto, il numero di voti ottenuti dal candidato arrivato secondo, aumentato di uno), così da diminuire il peso dei partiti maggiori nella distribuzione dei seggi. Lo "scorporo" sarebbe stato efficace se ciascun candidato si fosse collegato al suo reale partito di riferimento, ma già nel 1994 le forze politiche maggiori avevano capito come aggirare il meccanismo. Se un potenziale vincitore di un collegio uninominale si collegava a una lista inconsistente, magari dal simbolo poco vistoso, il partito cui quel candidato aderiva non perdeva voti e poteva ottenere più seggi nella quota proporzionale: nel 2001 il meccanismo fu adottato all'esasperazione da centrodestra e centrosinistra, con note conseguenze nocive per il plenum della Camera. Le "liste civetta", insomma, sono queste, non quelle di cui si parla qui.

* * *

Esaurite le premesse, la rassegna può iniziare e non può che partire dalla regione più ricca di comuni sotto i mille abitanti e forse la prima a suggerire un'osservazione approfondita di quel microcosmo, tanto da meritarsi un libro a parte (ovviamente stiamo parlando di M'imbuco a Sambuco): il Piemonte. Occorre subito riconoscere, tuttavia, che quella terra che in passato ha dato molte "soddisfazioni" (per lo meno per come le intendono i #drogatidipolitica) questa volta ha offerto meno episodi da segnalare, ma qualcosa comunque c'è. 
Non poteva passare inosservata, per iniziare, la presenza in ben sei comuni della lista Combatti per i diritti: un dettaglio che non può non far scattare una domanda tanto semplice quanto essenziale ("E questi chi sono?"). L'idea che ci si trovasse davanti a un movimento legato ad ambienti no-vax è stata immediatamente scartata: uno sguardo attento all'uso dei colori impiegati, abbinati al nome scelto, ha suggerito un impegno diretto di militanti Lgbt. Un confronto con alcuni promotori ha confermato che la lista civicha unito varie realtà legate al mondo dei diritti civili in senso ampio, non solo quelle Lgbt manche gruppi ambientalisti, animalisti e associazioni di pensionati, che hanno scelto di non disperdere le forze su più liste: il progetto, varato in questo turno elettorale, intende continuare e rendersi presente anche in altri comuni, innanzitutto grazie agli attivisti che già siedono nei consigli comunali. La lista civica si è presentata a Chialamberto (To), Francavilla Bisio (Al), Albugnano (At), Cossano Belbo, Montaldo Roero (Cn) e Collobiano (Vc). Proprio in questo piccolo comune - che ha meno di 100 abitanti - c'era solo un'altra lista (ovviamente locale) e a Combatti sono bastati 5 voti (pari al 9,09%) per ottenere i tre seggi riservati all'opposizione. 
Colpisce anche il caso di Montaldo Roero, comune in cui si era votato nel 2021, ma si è tornati al voto per le vicende giudiziarie del sindaco eletto allora. La lista vincente ha fatto il vuoto con il 86,48%, poi si è piazzata una non meglio identificabile lista "Spiga di Grano" che aveva due candidati con lo stesso cognome dell’ex sindaco, ma ha ottenuto solo 43 voti (8,55%): la lista Combatti per i diritti, dunque, con 25 voti (4,97%) è entrata agevolmente in consiglio comunale con il candidato sindaco Giovanni Raso. Niente da fare invece negli altri comuni, con le liste locali che fanno l'en plein o quasi:  a Chialamberto la lista civica di cui ci stiamo occupando ha raccolto solo 2 voti (1,0%), altrettanti ad Albugnano (0,67%); a Francavilla Bisio è arrivata a 3 voti (0,91%), mentre a Cossano Belbo ne ha ricevuti 7 (1,24%). 
Non risultano liste di Combatti per i diritti in altre regioni, così come sembra circoscritta al Piemonte la presenza elettorale di Forza Nuova, movimento che nel 2022 aveva provato a presentarsi alle politiche sfruttando un'esenzione per il legame con un partito europeo che però non è stata ritenuta valida. Il partito di Roberto Fiore, che ha comunque una lunga storia di presenza elettorale ad ogni livello, ha corso a Murello e Castelnuovo di Ceva (comuni del cuneese) e Landiona, in provincia di Novara: qui è risultata l'unica altra lista oltre a quella locale, così 14 voti (5,15%) sono bastati per eleggere i tre consiglieri di minoranza. Non è andata allo stesso modo a Murello (2 voti, 0,38%) e a Castelnuovo (il contatore è rimasto a zero); va aggiunto che una lista di Fn è stata respinta a Miasino (No) perché l’unica donna presente era la candidata sindaca, ma la legge chiede che sia la lista a non essere monogenere e la persona candidata alla carica di sindaco formalmente non è parte della lista. Tornando a Murello, la minoranza consiliare è andata alla Lista civica amministrativa, con un discreto 25,99% (138 voti): il candidato sindaco, Giuseppe Paschetta, era consigliere uscente, eletto nel 2018 con una lista con simbolo ufficiale di Fratelli d’Italia (all’epoca era presente anche CasaPound, movimento che - come noto - ha deciso di non presentarsi più alle elezioni).
Sembra opportuno segnalare l'insolita presenza - visto che di solito non compare nei comuni "sotto i mille" - della lista dell'Unione di centro, in questo turno elettorale abbinata ai gruppi di Gianfranco Rotondi che hanno apportato la denominazione "Democrazia cristiana", nei comuni di Roure (To) e Acceglio (Cn): in entrambi i casi c'era solo un'altra lista, così la coppia Udc-Dc (che stranamente cambia scudo crociato, schierando quello che fu della Dc-Pizza e poi usato dalle formazioni guidate da Gianni Fontana e Renato Grassi) si è aggiudicata i tre seggi a Roure con 57 voti (13,60%: qui nel 2018 la minoranza era toccata al Popolo della Famiglia, movimento che in questa tornata non compare nei microcomuni) e ad Acceglio con 18 voti (che pesano per il 19,15%, visto che il paese è molto piccolo). Senza cambiare troppo soggetto, si deve notare che a Scarmagno (To) si è presentata una lista della Democrazia cristiana: per capire di quale dei tanti progetti con quel nome si tratti, occorre guardare la grafica (bandiera crociata sventolante su fondo blu), usata dalla Dc già guidata da Fontana e Grassi e di cui è neosegretario Salvatore "Totò" Cuffaro; il legame con il Piemonte è assicurato dal segretario amministrativo, Mauro Carmagnola. Questa Dc è risultata unica altra lista a Scarmagno: con 19 voti (4,70%) ha fatto suoi i tre seggi di minoranza.
A Castelmagno, piccolissimo comune in provincia di Cuneo, si è presentata la lista locale del sindaco uscente, chiaramente vincitrice. La seconda lista di paese, Orizzonte Castelmagno (simbolo semplicissimo), era già apparsa nel 2018, ottenendo solo sette voti che però, su un totale di 49 voti validi, pesavano per il 14,29% e si erano tradotti in un seggio, mentre gli altri erano andati a Un futuro per Castelmagno. In questa tornata l'ultima lista citata non era presente ma il candidato sindaco di OC quest'anno era lo stesso di Un Futuro per Castelmagno nel 2018 (difficile parlare di omonimie, visto che coincidono anche luogo e data di nascita): che le minoranze si siano fuse? Si deve notare, in compenso, che era sbucata anche una terza lista, Castelmagno Tricolore, pare legata ad ambienti cuneesi di Fratelli d’Italia (simbolo con tricolore e fondo azzurro, non diversissimo da quello di Impegno sociale, visto in passato): la lista, che ha candidato come sindaco Sagjonevo Kulari (di origini albanesi), non è però stata scelta da alcuno ed è rimasta a zero, così la competizione è finita 29 a 16 per l’ex sindaco (47 votanti in tutto, pari al 55%, un'affluenza piuttosto bassa). 
Si è registrato uno scarso afflusso anche a Bergolo, piccolo comune del cuneese: su 114 elettori si sono recate alle urne solo 27 persone (23,68%), due delle quali hanno annullato la scheda e un'altra l'ha lasciata bianca. La competizione è finita 21 a 3, con la lista Scudo spada e ramoscello che ha battuto la lista Campana. Chi ha buona memoria può ricordare che questi due simboli decisamente old style hanno partecipato anche alle elezioni del 2013 (finite 33 a 4, cui aggiungere i 5 voti conquistati dai Pensionati) e a quelle del 2018 (finite 32 a 3, in quell'occasione senza concorrenti). Considerando che nel 2013 aveva votato il 45,45% e nel 2018 solo il 32,41%, si spiega la presenza delle seconda lista (introdotta proprio nel 2013): se ci fosse stata solo la formazione vincitrice, forse non sarebbe bastato il quorum più basso, nemmeno dopo l'esclusione dei residenti all'estero non votanti.
Si trovano poi due liste denominate Noi Cittadini - Cambiare il paese, con simbolo identico (con testo arcobaleno) e candidati che si ripetono, nei comuni di Albugnano e Moransengo-Tonengo, in provincia di Asti. Queste liste sono di difficile interpretazione, ma in entrambi i paesi erano presenti altre liste locali (ad Albugnano c'era pure Combatti per i diritti) e i risultati ottenuti non sono stati eclatanti: sono arrivati solo sei voti (2,01%) ad Albugnano (comune - tocca notarlo - che non ha pubblicato il manifesto delle candidature); quanto a Moransengo-Tonengo, comune istituito il 1° gennaio 2023 dalla fusione dei due comuni indicati nella nuova denominazione, lì non è arrivato nemmeno un voto e la minoranza se l'è aggiudicata Giovani in Moto con 36 voti (15,19%).
Il tour piemontese questa volta non offre altro, se non alcune curiosità. Riserva una certa delusione Novalesa, nel torinese: lì si è passati dalle cinque liste del 2018 a una sola quest'anno. Erano invece due le formazioni in corsa ad Alto, nella provincia di Cuneo (la "Granda": non si poteva non ricordare...): il corpo elettorale ha premiato la lista con il nome più simpatico, Sempre più "in Alto", che rimanda subito - ammesso che qualcuno se ne ricordi ancora - agli spot con Mike Bongiorno per la grappa Bocchino. Da uno a due a zero: non sono state presentate liste ad Ameno (No), dunque è stata nominata una commissaria prefettizia e di voto si riparlerà nel 2024: ci si può forse aspettare un affollamento di liste extra muros, sempre che nel frattempo non cambino le regole sulla presentazione delle candidature.  
Per restare in tema, ma andando al di fuori dei comuni "sotto i mille", si deve segnalare il caso di Gignese, nella provincia di Verbano-Cusio-Ossola: il comune ha una popolazione legale di 1055 abitanti, quindi servivano le firme. Non si è votato nemmeno qui, con il conseguente commissariamento, ma qui erano state presentate due liste: sono però state escluse tutte e due dalla sottocommissione elettorale circondariale di Verbania-Omegna, perché per entrambe le formazioni le firme erano state in gran parte raccolte "su modulo del tutto privo del contrassegno, della specifica del nome e cognome, nonché della data e luogo di nascita di tutti i candidati alla carica di Sindaco e di Consigliere Comunale". Per il Tar Piemonte, che ha respinto i ricorsi di entrambe le liste, in quel modo era impossibile per i sottoscrittori avere contezza dell'identità dei candidati (solo il primo foglio conteneva simbolo e dati delle persone in lista), dunque la mancanza di quei dati, richiesti dalla legge, era grave. Il caso può ricordare quello di Trana (To), verificatosi lo scorso anno e sostanzialmente con gli stessi vizi riscontrati: nel comune torinese di oltre 3mila abitanti questa volta si è votato e si sono presentate tre delle quattro liste che erano state escluse nel 2022, con le stesse persone candidate alla guida del comune (non si è ripresentata solo la lista No Green Pass); per la cronaca si è imposta la lista NosTrana - La svolta.
L'ultima curiosità riguarda Belgirate (Vco), paese assurto alla ribalta nazionale qualche elezione fa, quando nel 2006 fu eletto un consigliere della lista Nsab - Movimento nazionalista e socialista dei lavoratori, ispirata dal Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, guidato in Germania da Adolf Hitler dal 1920. Nulla di tutto questo stavolta, le liste erano tre e tutte del paese, ma sul manifesto - pubblicato purtroppo in bianco e nero - uno dei candidati, di origini cingalese,  ha un nome veramente incredibile: Sarangà Laknuwan Wijesekara Tennakoon Mudiyanselage… almeno lui lo avrà scritto per intero sulla scheda elettorale?

Lasciando il Piemonte e passando alla vicina Lombardia, si può dire innanzitutto che una lista di ItalExit a Laglio - nella provincia di Como - è l’unica presenza "sotto i mille" di questo movimento che forse ha accusato il colpo del deludente risultato delle elezioni politiche del 2022: a Laglio, appunto, è arrivato un solo voto (che pesa assai poco, lo 0,21%) a fronte della presenza di tre liste locali, che si sono divise gli altri voti espressi e tutti i consiglieri comunali (Uniti per Laglio ha vinto, esprimendo così il sindaco). 
Se il comasco non è mai stato troppo toccato dal fenomeno degli extra muros, la provincia di Pavia in regione è in genere la più affollata di liste esterne. Troviamo a Nicorvo la lista Grande Nicorvo, chiara espressione del movimento autonomista Grande Nord: ottiene solo 7 voti (4,86%), ma sono utili per eleggere tre consiglieri; una terza lista, Uniti per Cambiare Nicorvo, non è infatti votata da nessuno (la formazione, dal contrassegno più che essenziale, presenta sette candidati più il sindaco, nessuno dei quali è nato in provincia di Pavia). Una curiosità: il contrassegno di Grande Nicorvo, oltre alla "pulce" di Grande Nord, contiene anche la miniatura della Lega Padana Lombardia, prima delle formazioni legate a Roberto Bernardelli (fondatore anche di Grande Nord), riapparsa in questo turno elettorale anche a Cologno Monzese, all'interno della coalizione di centrodestra (che approda al ballottaggio col centrosinistra senza comprendere la Lega, rimasta fuori dal secondo turno). 
A Zerbo, dove si vota in anticipo di un anno per la prematura scomparsa del sindaco, si presenta la lista Casadeglitaliani.it.eu, un movimento che esiste su base regionale, schierato nel centrodestra e che nel 2019 aveva ottenuto tre seggi a Bregano, ex comune della provincia di Varese ora confluito nel nuovo comune di Bardello con Malgesso e Bregano (oltre 3000 abitanti): il particolare curioso é che digitando l’indirizzo web si incorre in un errore, perché il sito giusto ha solo il dominio .it, non anche .eu. Nonostante tutto, anche grazie al fatto che sulle schede è presente solo un'altra lista, denominata Insieme per il Futuro (nome già trovato in altre circostanze, ma questa volta è una lista "vera"... e non si tratta nemmeno di un gruppo legato a Luigi Di Maio), Casadeglitaliani.it.eu ottiene 33 voti (16,02%) e manda in consiglio la candidata sindaca, Maria Strella Pileci, e altre due persone. 
Ad Agra, provincia di Varese, la terza lista Agra Alternativo MA ha ottenuto solo 5 voti (2,27%): la minoranza è andata quindi ad Agra in Movimento, con un non troppo esaltante 22,27%. Per completezza di informazione segnaliamo una lista di Grande Nord a Castello d'Agogna: Grande Castello ottiene 52 voti (10,26%) e tre seggi. A Villa d’Ogna (Bg) troviamo invece la lista Fiamma Tricolore: i candidati, tutti toscani, nulla possono contro le due civiche e per il loro simbolo ottengono 26 voti (2,55%). Entrambi i comuni citati per ultimi hanno una popolazione legale sopra i mille abitanti, quindi servivano le firme.

In Veneto rilevano solo due comuni, ma comunque qualcosa da dire c'è. A San Mauro di Saline (Ve), per dire, si presentano ben quattro liste; lo stesso numero di formazioni, sempre nella stessa provincia, si trova anche a Ferrara di Monte Baldo, dove si vota in anticipo per le dimissioni del sindaco. Quest'ultimo è il più piccolo comune della provincia di Verona e dai media locali si apprende un particolare significativo: nessuno dei candidati sindaco è residente in paese. Nel 2019 la minoranza andò al Movimento Sovranità e Difesa Sociale: lo stesso candidato, Luca Tamburini, ex esponente della Destra, si è ripresentato ma con altro simbolo - Verona per la libertà, gruppo legato agli ambienti no vax - rimanendo però fuori dal consiglio (con i suoi 7 voti, 3,72%), al pari della lista Rinascita per Ferrara di Monte Baldo (10 voti, 5,32%). Entrò con tre seggi invece RiPensiamo Ferrara di Monte Baldo, con "ben" 38 voti (20,21%). 
Una situazione analoga si è prodotta a San Mauro di Saline. Lì la lista San Mauro Democratica e Progressista, nonostante il proprio nome altisonante (che rimanda alla lista guidata dal Pd alle ultime elezioni politiche) e un simbolo grafico elaborato (con un colore arancione dello sfondo che ricorda quello dei Giovani Democratici), ha preso solo 2 voti (0,50%). Qui la minoranza consiliare risulta spartita tra le liste Per San Mauro (35,32%) e Ama San Mauro (16,42%): si tratta di uno dei pochi casi in cui la lista vincente - che in questo caso è Noi con voi, con il classico emblema della stretta di mano, qui assolutamente autoctono, a differenza di ciò che accade altrove - non riesce a superare il 50%.


Macinando vari chilometri e arrivando in Liguria, si deve dire che in questa regione non sono moltissimi i comuni sotto i mille abitanti chiamati al voto quest'anno. Tuttavia in provincia di La Spezia, precisamente a Maissana e a Carro troviamo liste della Fiamma Tricolore: in entrambi i casi il partito ha dovuto rinunciare al classico simbolo, in uso dal 2002 e adottarne uno di ripiego (con un tricolore di tre bagliori su fondo nero) perché la commissione elettorale l'ha ritenuto confondibile con quello di Fratelli d'Italia. Posto che Fdi non ha partecipato alle elezioni in quei comuni (e non c'era nemmeno in quegli stessi giorni un voto politico o regionale, quindi non si capisce come l’elettore si potesse confondersi), è altrettanto vero che la Fiamma Tricolore ha utilizzato il simbolo della "goccia tricolore" seghettata - anche in elezioni di carattere nazionale - molto prima di Fdi, eleggendo anche un deputato europeo nel 2004 (Luca Romagnoli), per cui la decisione sembra francamente assurda. 
A Carro é presente, oltre alla civica locale, anche una lista dell'Udc, mentre a Maissana nel 2019 finì 193 a 193 e fu necessario il ballottaggio (il voto appena celebrato è arrivato in anticipo, per dimissioni del sindaco). Questa volta a Maissana è finita 176 a 155 per le due liste locali, la Fiamma ha ottenuto 5 voti (1,49%) e nessun consigliere; qualche speranza poteva averla a Carro (grazie al 90,04% della lista vincente, ottenuto con 244 voti), ma i tre seggi di minoranza sono andati tutti all'Udc con i suoi 21 voti (7,75%), mentre alla Fiamma - ferma a 6 voti (2,21%) - sarebbero bastati altri due voti per strappare un seggio.

In Emilia-Romagna i comuni "sotto i mille" al voto erano due, Cerignale e Corte Brugnatella, entrambi in provincia di Piacenza e nessuna lista esterna registrata (anche se, misteriosamente, il sito di Fiamma Tricolore aveva annunciato la presenza di liste del partito). A Cerignale è finita 52 a 50 tra le due (evidenti) liste locali, mentre a Corte la lista Cortebrugnatella fa la Valtrebbia più bella (la fantasia italica è illimitata...), pur ricevendo solo 30 voti (10% tondo: i voti validi sono stati 300) è riuscita a eleggere comunque tre seggi, visto che le liste erano solo due.

Valicando i confini del Nord e passando al Centro, occorre dire qualcosa sulla Toscana, altra regione con due soli comuni con meno di mille abitanti. Nel comune di Capraia Isola, che si trova - beati loro... vicino all'Isola d'Elba, oltre alle due liste locali si presentano L'Alternativa per Capraia Isola, espressione del movimento Più Italia (di Fabrizio Pignalberi), e la Fiamma Tricolore: il partito si era presentato anche a Semproniano (Gr), l'altro microcomune al voto, ma la lista è stata bocciata perché alcune candidature erano state autenticate da un avvocato che non aveva preventivamente comunicato all’ordine la disponibilità (ci si può domandare se un controllo tanto fiscale sia dovuto al fatto che quella della Fiamma sarebbe stata la seconda e unica altra lista, quindi presumibilmente avrebbe ottenuto i tre seggi di minoranza). Per dovere di cronaca si segnala che il Movimento sociale Fiamma tricolore era in corsa anche a Ponte Buggianese, 8700 abitanti, quindi con la raccolta firme necessaria. A Capraia Isola è finita 147 a 146 per Lorenzo Renzi (cognome che non passa inosservato...) contro Maria Ida Bessi; la lista Alternativa non ha ottenuto voti, mentre la Fiamma - con il simbolo ufficiale - ne ha presi solo 2 (0,68%), ma visto che la differenza tra vincitore e sconfitto è stata di un solo voto la presenza della lista Ms-Ft è stata determinate, forse…

La prima parte del viaggio si conclude con le Marche, con due soli comuni "sotto i mille" al voto, entrambi in provincia di Macerata. A Penna San Giovanni c'era una sola lista, il quorum era stato ben superato (62,34%), ma gli eletti sono stati solo 8 (oltre ovviamente al sindaco) perché la lista non era stata completata fino a 10 persone: la lista, tra l'altro, si chiamava PSG Burocchi Sindaco, con la sigla che richiama il paese, ma ai più evocherebbe piuttosto riferimenti calcistici (sarà un caso?). Resta da dire dell'altro comune, Gagliole, in cui le liste erano due: Gagliole Unito ha ricevuto solo 15 voti (5,15%), ma è più interessante notare l'affluenza del 40,61%, quindi con il quorum a rischio (e proprio questo forse spiega la presenza di una seconda lista non molto competitiva).

martedì 14 marzo 2023

La legge elettorale in Piemonte: alcune idee per migliorarla

Nel 2024 elettrici ed elettori del Piemonte sar
anno chiamati a rinnovare il consiglio regionale e a eleggere un nuovo Presidente della giunta regionale (potrà essere anche lo stesso attualmente in carica, visto che Alberto Cirio è soltanto al primo mandato). 
Si dovrebbe votare tra poco più di un anno, ma sembra opportuno occuparsene ora perché proprio in queste settimane si sta discutendo in consiglio regionale (in particolare in seno allVII Commissione) di una modificalle norme elettorali ora vigenti e sul punto si sta consumando uno scontro notevole tra le forze politiche piemontesi.

Le norme in vigore

Per iniziare, vale probabilmente la pena ricordare che il Piemonte è la sola regione in cui, se si votasse oggi, si avrebbero quattro quinti dei consiglieri eletti sulla base di liste provinciali concorrenti e il quinto residuo eletto con sistema maggioritario, sulla base di liste regionali concorrenti (il noto "listino"). Dopo aver approvato il proprio statuto, infatti, la Regione Piemonte fino a ora non si è data una propria legge elettorale (cosa che dal 1999 sarebbe stata possibile): dalle elezioni regionali del 2005, dunque, si è continuatad applicare quasi per intero la "legge Tatarella", vale a dire quel meccanismo ibrido di assegnazione dei seggi che univa la ripartizione proporzionale su base provinciale (prevista fin dalla legge del 1968) e il sostanziale "premio di maggioranza" per la lista/coalizione vincente (introdotto appunto nel 1995). Queste regole erano state mantenute dalla legislazione statale: le Regioni e Province autonome avrebbero potuto e possono darsene di proprie (e, appunto, lo hanno fatto ormai tutte tranne il Piemonte), ma se non lo avessero fatto si sarebbero applicate le norme introdotte nel 1995 e precisate dal 1999 con l'introduzione dell'elezione diretta del Presidente.
Se non si concludesse l'approvazione della nuovlegge elettorale regionale, quindi, si continuerebbe a votare con le norme applicate nel 2010, nel 2014 e nel 2019, vale a dire con la normativa "cedevole" stabilita livello nazionale, tranne che per un passaggio molto significativo e delicato, interessante soprattutto per chi frequenta questo sitoLa legge regionale n. 21 del 29 luglio 2009 (approvata in modo fulmineo, con un anticipo di qualche mese rispetto alla fine della consiliatura 2005-2010) prevede infatti "Disposizioni in materia di presentazione delle liste per le elezioni regionali", ma di fatto si può dire che il suo unico articolo regola le ipotesi di esenzione dalla raccolta delle firme per le liste. La norma, proposta da Maurizio Lupi (allora consigliere regionale dei Verdi-Verdi, da lui fondati), Riccardo Nicotra (tra i primi animatori piemontesi del Nuovo Psi, entrato in consiglio per la lista Socialisti e Liberali nel 2006, dopo che il candidato presidente sconfitto Enzo Ghigo era stato eletto in Senato) e Deodato Scanderebech (allora consigliere dell'Udc), ebbe come relatore Michele Giovine (eletto nel 2005 con la Lista Consumatori; Giovine, tuttavia, in plenaria precisò che il relatore sarebbe stato il consigliere Ds Aldo Reschigna). 
Se in origine il testo proposto da Lupi, Nicotra e Scanderebech esonerava dalla raccolta firme le liste di partiti/gruppi che avevano ottenuto almeno un seggio con proprio contrassegno alle ultime elezioni europee, politiche o regionali, nonché le liste espressione di partiti o movimenti rappresentati da gruppi consiliari o da componenti del gruppo misto già presenti in consiglio al momento della convocazione del voto regionale, dopo il passaggio in commissione la norma si arricchì. Rimase l'esenzione per i partiti con un proprio eletto diretto a Strasburgo, alle Camere o in consiglio regionale, si tolse alle componenti del gruppo misto la possibilità di presentare proprie liste senza firme, in compenso si precisò che i gruppi presenti in consiglio alla convocazione delle elezioni (anche quelli formati in corso di consiliatura, slegati dall'esito elettoraleavrebbero potuto presentare senza firme una propria lista distinta "da contrassegno singolo o composito" o, in alternativa, dichiarare il collegamento con una lista che potevavere "denominazione diversa da quella del gruppo consiliare di collegamento" ed esentare proprio quella lista. Il riferimento esplicito all'alternativa tra le due ultime ipotesi senza includere la prima, tra l'altro, faceva sì che un partito presente tanto nel Parlamento (nazionale o europeo) con propri eletti quanto in consiglio regionale con un proprio gruppo potesse presentare la propria lista senza firme (grazie alla sua presenza parlamentare) e contemporaneamente esonerare dalle sottoscrizioni un'altra lista, con nome e simbolo diverso: una possibilità decisamente gradita dalle coalizioni principali e che nel corso del tempo ha prodotto una discreta fioritura di simboli.

La situazione attuale e le proposte in campo

Il quadro normativo appena citato si riproporrebbe se, come si è detto, il consiglio regionale non approvasse alcuna nuova norma in materia elettorale: un esito facilitato dalla previsione dell'art. 17, comma 4 dello statuto del Piemonte, in base al quale "La legge elettorale regionale e le sue modifiche sono approvate con la maggioranza dei tre quinti dei Consiglieri assegnati al Consiglio", dunque con 30 consiglieri su 50 (se però si consideranche il Presidente della giunta regionale, che fa parte del consiglio, per arrotondamento la maggioranza qualificatdovrebbe essere di 31 su 51).
Fin dai primi mesi della consiliatura, però, sono state presentate proposte di legge regionale per dotare anche il Piemonte di proprie norme elettorali, senza dover più applicare - al di là della disciplina speciale sull'esenzione dalla raccolta firme - la normativa statale cedevole. La prima proposta, infatti, risale al 10 settembre 2019, a firma del consigliere Pd Domenico Rossi (superando, tra l'altro, i "listini" e il sistema delle circoscrizioni provinciali: il territorio sarebbe ripartito tra Torino, Asti-Alessandria, Cuneo, Biella-Novara-Vercelli-VCO); un'altra è stata presentata un anno dopo da Pd e Liberi e Uguali (riproducente in sostanza la "legge Tatarella" e le circoscrizioni provinciali, ma con l'inserimento di vari congegni, come lo sbarramento, l'ordine alternato per genere e la doppia preferenza di genere), mentre il centrodestra ha presentato due testi (entrambi a prima firma del leghista Michele Mosca), uno a novembre del 2021 e l'altro alla fine del 2022. Si devono segnalare anche una proposta avanzata all'inizio del 2020 dai comuni di Canosio, Druogno, Ostana, Alpette e Pomaretto (volta a dividere il territorio provinciale in 50 collegi uninominali, onde non favorire "in modo ingiustificato le grandi città, dove ci sono le concentrazioni delle preferenze, a scapito dei territori periferici dove la popolazione essendo più dispersa a parità di elettori e con il doppio (o più) del territorio non è in grado di concentrare le preferenze e rimane pertanto priva di rappresentanza") e una proposta d'iniziativa popolare, presentata con il preciso intento di favorire la democrazia paritaria, introducendo - come richiesto anche dalla "legge cornice" in materia elettorale regionale, attraverso l'art. 117, comma 7 Cost. - l'ordine alternato di genere nelle liste a pena di inammissibilità e la doppia preferenza di genere
Questi testi sono arrivati in discussione nella citata commissione consiliare, insieme a un'altra proposta di legge di Fratelli d'Italia e Lega (primo firmatario Paolo Bongioanni di Fdi), con cui si vuole modificare lo statuto regionale per introdurre la possibilità per il Presidente della regione di nominare fino a quattro sottosegretari - non necessariamente tra i consiglieri - per farsi coadiuvare nello svolgimento dei suoi compiti: secondo l'art 101 dello statuto, tale modifica richiede un'approvazione a maggioranza assoluta dei componenti del consiglio, "con due deliberazioni adottate a intervallo non minore di due mesi".
Si diceva delle proposte del centrodestra, inevitabilmente destinate ad avere più possibilità di trasformarsi in legge regionale. Il testo presentato per ultimo conserva come base la "legge Tatarella", con 40 consiglieri eletti dalle liste provinciali con meccanismo proporzionale e 10 assegnati alla lista regionale del candidato Presidente più votato (manche le coalizioni/liste non vincitrici potrebbero pescare dai rispettivi "listini", se nel complesso l'opposizione dovesse contare dopo la proclamazione su meno di 18 seggi su 50); il primo testo del centrodestra, invece, aveva superato il "listino", come del resto molte norme di altre regioni. La conservazione del meccanismo ibrido inaugurato nel 1995 comporterebbe, tra l'altro, la conferma della presenza sulle schede elettorali tanto dei contrassegni di lista, quanto di quelli dei "listini" (solitamente concepiti con uno stile grafico più anonimo, per evitare che le liste provinciali perdano voti preziosi). La propostconservanche integralmente la norma già vigente sulla raccolta firme (il numero di sottoscrizioni richieste è lo stesso della legge del 1968) e quella regionale sull'esenzione dalla stessa (il primo testo aveva invece escluso dalle ipotesi di esonero i partiti con propri eletti diretti al Parlamento nazionale o europeo o in consiglio regionale): l'articolato si limita precisare che il gruppo misto del consiglio regionale non può presentare liste senza firme o esentare un'altra lista a questo collegata.
Altre innovazioni contenute nel testo più recente del centrodestra, tuttavia, sono decisamente più consistenti e da settimane sono al centro di polemiche. La prima riguarda l'introduzione di un sistema esplicito di soglie di sbarramento, in base al quale i gruppi di liste non coalizzate devono superare il 5% (quota piuttosto elevata) e lo stesso vale per le liste di una coalizione che non abbia superato il 10% (una coalizione di due liste con il 6%, ma con una di esse con un risultato oltre il 5%, otterrebbe comunque un seggio). Pure in una coalizione che superasse il 10%, tuttavia, secondo la proposta sarebbe necessario raggiungere almeno il 4% (nel primo testo la soglia era al 3%) e proprio questo sta creando le maggiori polemiche nel centrosinistra: nel 2019, infatti, tutte le liste diverse dal Pd - incluse Chiamparino per il Piemonte del Sì - lista Monviso, Liberi Uguali Verdi e i Moderati per Chiamparino, che sono riuscite a ottenere seggi) - rimasero sotto quella soglia.
Oltre a introdurre le misure di equilibrio di genere già viste per altri testi (le quote sono indicate con una formula forse meno paritaria, ma nella sostanza in gradi di produrre gli stessi effetti), le proposte del centrodestra contengono un'altra innovazione significativa, anch'essa oggetto di dibattito: essa riguarda il riparto dei seggi residui nella quota proporzionale, cioè quelli non assegnati dopo la prima attribuzione dei seggi ottenuti da ciascuna lista provinciale con i "quozienti interi". L'assegnazione avverrebbe a partire dal gruppo di liste con più voti, ma soprattutto si potrebbe verificare un "effetto flipper" (dunque con lo slittamento di un seggio da una circoscrizione all'altra) qualora in una circoscrizione provinciale fossero già stati assegnati tutti i seggi spettanti a quella singola circoscrizione in base alla sua popolazione (oppure se in quella provincia la singola lista avesse già eletto tutti i suoi candidati). Non mancano i timori di alcune forze politiche che questo meccanismo possa favorire le province diverse dal capoluogo, penalizzando i candidati nel torinese (anche se, come si vedrà, in più di un caso questi sono attualmente favoriti).
Un altro punto "caldo" e dibattuto riguarda l'introduzione dei "consiglieri supplenti". I testi introdurrebbero infatti l'incompatibilità tra la carica di assessore e quella di consigliere regionale, prevedendo allo stesso tempo la sospensione dalle funzioni di consigliere per il tempo di permanenza in giunta e la surroga dei consiglieri-assessori con un "consigliere supplente", primo dei non eletti nella lista provinciale in cui era stato eletto il nuovo assessore (o, in caso di esaurimento di quella lista, della lista provinciale con lo stesso contrassegno e con la percentuale più alta di "voti residui", cioè che non si sono tradotti nell'elezione di un consigliere in quella circoscrizione); nell'ipotesi in cui, invece, il consigliere-assessore sia stato eletto nel listino, occorrerebbe vedere se questo ha dichiarato di appartenere a un gruppo di liste, legandosi a un contrassegno di lista o si è qualificato come indipendente (a surrogarlo sarebbe il primo dei non eletti della lista provinciale con la percentuale più alta di voti residui scelta tra le liste dello stesso gruppo cui appartiene il neoassessore o, se questo si è dichiarato indipendente, tra tutte le liste provinciali collegate al presidente). Questa "supplenza alla francese", come viene chiamata nella relazione al progetto di legge, finirebbe qualora il consigliere-assessore smettesse di far parte della giunta (il giorno dopo le dimissioni o la revoca); se nel frattempo un altro eletto di quella stessa lista provinciale cessasse dalla carica di consigliere, il "consigliere supplente" sarebbe ufficialmente proclamato eletto e la supplenza toccherebbe al nuovo "primo dei non eletti" in quella lista circoscrizionale (se le candidature di quella lista fossero esaurite, si applicherebbe di nuovo il sistema di surroga a livello regionale visto prima). In questo caso le polemiche riguardano soprattutto i costi che produrrebbe l'aumento di figure con indennità, considerando anche la possibile introduzione dei sottosegretari.

Una possibile soluzione (proposta da Bruno Goi)

Non è dato sapere se in aula la maggioranza di centrodestra riuscirà ad avere i numeri necessari, in base allo statuto, per approvare le proposte di riforma presentate (quella statutaria per introdurre i sottosegretari e quella elettorale). C'è chi, in ogni caso, da tempo ha riflettuto su una soluzione buona da adottare in Piemonte per dare alla regione buone norme elettorali.
Bruno Goi
, piemontese, appassionato di dati e statistiche elettorali (nonché da tempo collaboratore del sito I simboli della discordia e della sua pagina Facebook), fin da novembre dello scorso anno - quindi prima che il centrodestra presentasse il suo secondo testo di riforma elettorale - aveva elaborato alcune idee sulla trasformazione dei voti in seggi, ora riunite in una proposta di riforma inviata ai consiglieri regionali del Piemonte. 
Le idee di questa proposta partono dal principio che diede il titolo a un'opera di Roberto Ruffilli (curata assieme al costituzionalista Piero Alberto Capotosti nel 1988), "il cittadino come arbitro": secondo Goi, in particolare, l'applicazione del principio alla materia elettorale comporta che il sistema elettorale migliore sia quello "che fornisce al cittadino la massima possibilità di scelta". Sapendo che le scelte che un elettore può esprimere sono in sostanza due: una "di rappresentanza, che si può esprimere sia a livello di persona (voto di preferenza) sia a livello di partito (in un sistema proporzionale)" e una "di governabilità, distinta dalla precedente, con la quale si sceglie chi avrà la maggioranza, e quindi governerà l’ente per cui si vota".
Sulla base di questi principi, secondo Goi quella applicata in Piemonte (anche se, come si è detto, è il risultato dell'applicazione soprattutto di norme nazionali) "è sicuramente una buona legge: ci sono il voto di preferenza, la scelta del partito preferito e quella del 'governo', legata all’elezione del Presidente". Goi riconosce solo una scelta obbligata che tocca all'elettorato: quella legata al "listino", per cui "votando il presidente, si vota il suo listino in blocco".

L'autore di queste riflessioni, tuttavia, riconosce che le norme in vigore conservano alcuni profili critici che meritano di essere messi in luce: il primo di questi riguarda un problema di rappresentanza territoriale, che emerge soprattutto guardando agli esiti delle passate elezioni ed è frutto di una stratificazione di cause. "Fin dall'inizio - nota Goi - fu stabilito che le circoscrizioni coincidessero con i territori provinciali. Il che significa una disparità di fatto tra le circoscrizioni con maggior numero di elettori (nel caso piemontese Torino) e quelle meno popolose". In una tabella preparata per il suo studio, Goi ha rilevato che "la provincia-città metropolitana di Torino non ha mai perso seggi rispetto ai seggi teoricamente assegnati; spesso, anzi, ne ha guadagnati". 
Una situazione ben diversa riguarda invece le province meno popolose, cioè "Asti e quelle derivate dalla divisione di Novara e Vercelli" (dunque Novara, Verbano-Cusio- Ossola, ritagliata dal novarese, Vercelli e la provincia da questa scorporata, cioè Biella); il problema di sottorappresentazione, tra l'altro, si è aggravato a causa "della diminuzione del numero di consiglieri a partire dal 2014". Guardando ai numeri di Asti  (ma il risultato non è molto diverso negli altri territori nominati), si può notare che la provincia "perde fino ai due terzi della sua rappresentanza; in più, dal 1990 in poi, spesso l'opposizione è rimasta priva di rappresentanza, privando il territorio della normale dialettica democratica" (ciò è accaduto ogni volta che la circoscrizione si è vista assegnare un solo seggio, trasformando il sistema in un maggioritario di fatto in quelle province).
Questo squilibrio nella rappresentanza territoriale troverebbe particolare concretezza in un caso specifico: la percentuale con cui viene assegnato l'ultimo seggio, vale a dire la percentuale più bassa tra le liste che sono riuscite a ottenere almeno un seggio in quella specifica circoscrizione. Questa percentuale, nella circoscrizione provinciale di Torino, è molto più bassa rispetto ai concorrenti: "ciò significa che, per le liste più piccole, i voti del resto della regione serviranno esclusivamente a portare il seggio alla provincia del capoluogo".
Secondo Bruno Goi, la soluzione al problema della rappresentanza territoriale richiederebbe due interventi. Sarebbe innanzitutto indispensabile abolire il "listino", distribuendo dunque quel 20% di consiglieri sulle circoscrizioni territoriali: questo, tra l'altro, consentirebbe un rispetto maggiore delle scelte esplicitamente concesse al corpo elettorale (con le preferenze). Ciò comporterebbe probabilmente il venir meno del contrassegno del candidato presidente (anche se le recenti elezioni regionali in Lazio hanno dimostrato che questo può essere mantenuto); si tratta, in ogni caso, di un sacrificio che i #drogatidipolitica possono senza dubbio trovare ragionevole.
Una volta abolito il listino, per Goi sarebbe comunque utile "una diversa suddivisione territoriale per limitare la sottorappresentazione dei territori con minor numero di abitanti". La ricomposizione del territorio regionale passerebbe per la creazione di tre circoscrizioni extra-capoluogo (riunendo i territori delle vecchie provincie di Novara-VCO e Vercelli-Biella, fondendo in un'unica circoscrizione le province di Asti e Alessandria e lasciando invece intatto il territorio della provincia-circoscrizione di Cuneo) e per lo "spacchettamento" a sua volta in tre circoscrizioni della città metropolitana di Torino: Goi ha individuato, in particolare, Torino città, Torino "cintura" (la sua estensione si può vedere nelle immagini a fianco) e Torino "montana" (comprendente gli altri comuni).
In questo modo si attenuerebbero le disuguaglianze nella rappresentazione dei territori: il divario maggiore passerebbe infatti da 1:12,87 (quello che si riscontra oggi tra le province di Verbano-Cusio-Ossola e di Torino) a 1:2,29 (che si otterrebbe ponendo a confronto la circoscrizione Vercelli-Biella e quella, comunque consistente, di Torino città). 
Potrebbero comunque riscontrarsi ancora discrepanze nella rappresentazione dei territori (in fondo sono inevitabili quanto si disegnano dei collegi), ma queste sarebbero frutto più di elementi casuali che della distribuzione dei residenti (e non ci sarebbe - ci si permette di aggiungere - alcun disegno o ritaglio artificioso dei collegi, tale da far pensare a ipotesi di gerrymandering); in più, il richiesto superamento del "listino" aumenterebbe di per sé la rappresentanza dei territori. 

Le riflessioni di Bruno Goi riguardano anche altri punti cardine della legge elettorale, a partire dal premio di maggioranza. Lui richiama innanzitutto la questione della soglia minima, ricordando i rilievi fatti dalla Corte costituzionale alla "legge Calderoli" nella sentenza n. 1/2014 (e in parte anche all'Italicum nella sentenza n. 35/2017), a proposito dell'assenza di una percentuale minima da raggiungere per far scattare il premio: proprio sulla base di questi ragionamenti, secondo Goi sarebbe opportuno che anche a livello regionale si introducesse quel meccanismo di "cautela". In effetti il giudice costituzionale aveva fatto le proprie osservazioni per evitare eccessive distorsioni nella sede principale della rappresentanza politica (il Parlamento), in modo che una maggioranza molto relativa non potesse trasformarsi in una maggioranza assoluta consistente; analoghe osservazioni non erano state estese ad altre elezioni con un premio consistente (come le elezioni nei comuni inferiori o, appunto, le elezioni regionali). Ciò non toglie, tuttavia, che l'introduzione di una soglia minima per far scattare il premio potrebbe rendere la legge meno "ipermaggioritaria" di quanto potrebbe essere, dunque sarebbe da considerare positivamente (anche se è difficile pensare che le forze politiche accetterebbero una simile innovazione). Proprio per considerare le differenze della scala regionale rispetto allo scenario della rappresentanza nazionale, il parametro secondo Goi potrebbe essere un po' meno severo, fissando ad esempio nel 35% dei voti la soglia minima (che potrebbe condurre, assegnando i seggi-premio, a una maggioranza mai superiore al 60% dei seggi in consiglio); se nessuna coalizione - o lista singola - superasse il 35%, in ogni caso, si applicherebbe una semplice distribuzione proporzionale di tutti i seggi disponibili.
Quanto alla distribuzione dei seggi del premio, Goi propone di assegnare i seggi ai gruppi di liste ovviamente dopo aver individuato circoscrizione per circoscrizione quanti seggi con quoziente intero spettino a ciascuna lista: l'idea, per l'autore della proposta, è attribuire il premio seguendo l’ordine decrescente dei resti (circoscrizione per circoscrizione), rispettando all’interno della coalizione legata al nuovo Presidente la proporzione tra i singoli gruppi di liste. Immaginando che alla compagine uscita vincitrice debba spettare comunque il 60% dei seggi del consiglio (30 scranni dunque), se la quota non fosse raggiunta nemmeno con i seggi del premio si potrebbero attribuire seggi aggiuntivi (anche se, ci si permette di dire, sarebbe uno scenario difficile); se invece l'attribuzione dell'intero premio facesse andare oltre quella quota, i seggi eccedenti dovrebbero essere distribuiti proporzionalmente tra le coalizioni (o liste singole) perdenti, nonché di seguito all'interno delle coalizioni, applicando lo stesso sistema. Goi non manca di considerare l'ipotesi in cui si ritenesse più opportuno avere un numero fisso di consiglieri (dunque evitando eventuali seggi aggiuntivi): in quell'eventualità, la sua proposta suggerisce di applicare il meccanismo che era stato fissato dalla "legge Calderoli", vale a dire la previsione di un quoziente di maggioranza (ottenuto dividendo il totale voti validi della/e lista/e di maggioranza per il numero di seggi attribuiti alla maggioranza) e un diverso quoziente di minoranza (ottenuto, in questo caso, dividendo il totale dei voti validi delle liste di minoranza per i seggi attribuiti alle opposizioni).
La proposta di Goi si completa con le misure di democrazia paritaria (con l'introduzione della doppia preferenza di genere e - anche se si tratta di un congegno potenzialmente problematico, oltre che poco incisivo - la previsione della riserva di almeno metà delle posizioni di capolista in ciascun gruppo di liste a candidature del genere meno rappresentato nel consiglio uscente) e con altre proposte in materia di "uguaglianza delle liste concorrenti". In particolare, Goi propone l'abolizione dell'esonero dalla raccolta firme per la presentazione delle liste, per evitare disuguaglianze all'ingresso (una proposta che chi scrive appoggia senza alcuna riserva) e l'assenza di soglie esplicite di sbarramento per l'ingresso in consiglio regionale, se non altro per evitare all'elettrice o all'elettore la sensazione di esprimere "voti inutili" se indirizzati alle formazioni minori.
"Applicando le modifiche sopra esposte - conclude Goi - si riducono le criticità del sistema attuale; nulla vieta, comunque, di procedere ad eventuali aggiustamenti futuri, una volta che ne sia stata verificata l’applicazione". C'è da sperare che i suoi suggerimenti siano colti, nell'anno rimasto da qui alla fine della consiliatura: ci vorrebbe "solo" la volontà di farlo.