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mercoledì 16 gennaio 2013

Analisi e considerazioni sull'esame dei contrassegni

Varie conferme e qualche sorpresa nello scorrere la lista delle ricusazioni operate dal Ministero dell'Interno sui 219 contrassegni depositati per le elezioni del 24 e 25 febbraio 2013. Non si terranno in considerazione qui gli emblemi che sono stati considerati senza effetti, per l’incompletezza della documentazione: come è noto, non viene compiuto alcun esame su di essi (potrebbero essere ammissibili, come pure non esserlo, ma semplicemente quel profilo non viene nemmeno valutato visto che non sarebbe comunque possibile presentare candidature), per cui è più interessante capire cosa ha portato a respingere gli altri marchi politici. 
I casi più scottanti, quasi inutile dirlo, erano quelli legati ai simboli "clonati" del Movimento 5 Stelle, di Rivoluzione civile e della "lista Monti" (che pure non era clonata a tutti gli effetti, essendo la grafica molto diversa da quella delle due liste a sostegno del Presidente del Consiglio uscente). Come in molti (a partire dal sottoscritto) avevano previsto, i funzionari del Viminale hanno ricusato i simboli che la stampa ha in fretta battezzato come "falsi", anche se erano stati depositati tra i primi (dunque in teoria in posizione "più forte" rispetto ai simboli "clonati") e anche se i presentatori ritenevano di avere diritto di utilizzare quelle grafiche e quei nomi. 
Per quanto si può immaginare, il Ministero deve avere applicato a questi casi l'ormai noto articolo 14 comma 5 del decreto legislativo n. 361/1957 (testo unico per l'elezione della Camera), in base al quale non è ammessa la presentazione di un contrassegno
"con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso". Ciò valeva sicuramente per il M5S, che dal 2010 in avanti ha partecipato a varie tornate elettorali (comunali e regionali) con il simbolo depositato venerdì, ma si può applicare anche alle formazioni a sostegno di Antonio Ingroia e di Mario Monti, che sono alla prima partecipazione elettorale, ma hanno acquistato indubbiamente notorietà negli ultimi giorni grazie all'esposizione mediatica notevole che hanno ricevuto.
Se, nelle loro decisioni, i giudici e l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione hanno finora stabilito che questa, come le altre disposizioni dell'articolo 14, sono a tutela innanzitutto degli elettori, si finirebbe per trarli in inganno se si permettesse a soggetti diversi, magari costituiti prima ma certamente meno noti, di utilizzare nomi e simboli che il "pubblico" elettorale ha già collegato ad altri soggetti. 
Se vorranno, i depositari dei tre emblemi in questione potranno modificare le loro icone (ad esempio togliendo la "V" e sostituendo il disegno delle cinque stelle con la dicitura "5 stelle" - ammesso che sia ritenuto sufficiente - oppure riducendo le dimensioni del cognome Monti e aggiungendo il nome Samuele, nel caso del Comitato Monti presidente); non è improbabile, tuttavia, che questi soggetti desistano dalla sostituzione (e il loro emblema sarà definitivamente ricusato) o ricorrano all'Ufficio presso la Cassazione, sperando di avere ragione e di tornare "in corsa".
Per ora, tra l'altro, è saltato anche il simbolo elettorale della Lega Nord, cui per l'occasione è stata aggiunta la "pulce" del movimento 3L di Giulio Tremonti: la ricusazione sarebbe stata causata dall'espressione "TreMonti" (volutamente inserita all'interno del contrassegno), che un po' rimanderebbe indebitamente alla figura del Presidente del Consiglio uscente (senza che sia il capo della coalizione sottoscritto dalla stessa Lega Nord), un po' si porrebbe in contrasto con l'altro nome indicato correttamente sull'emblema, quello di Roberto Maroni. Un semplice ritocco, in ogni caso, e il simbolo tornerà certamente ammissibile (e c'è da scommettere che chi aveva presentato il simbolo se lo aspettasse).
Restando in ambito "grillino", sono stati comprensibilmente bocciati, ma per semplice confondibilità, anche i contrassegni del Voto di protesta - Diritto alla dignità (specie per l'espressione BEPPEciRILLO.IT presente alla base del cerchio, simile a "Beppegrillo.it" ma fondamentale per capire che a presentare il contrassegno era stato il sessuologo Giuseppe Cirillo, già fondatore del Partito Preservativi Gratis e del Partito Impotenti esistenziali) e del Partito dei cittadini: il nome era impossibile da trovare nel contrassegno (c'era solo la sigla Pdc), in compenso era evidentissima la dicitura "5° Fabiola Stella", con il nome di persona piccolissimo e all'interno di un gran numero di stelle. Impossibile confondere le grafiche, ma evidentemente per qualcuno si è comunque passato il segno.
Colpisce assai di più invece l'esclusione - a meno di modifiche dell'ultim'ora - del Movimento No Euro - Lista del Grillo parlante di Renzo Rabellino: nel 2008 in effetti era stato ricusato il contrassegno per la troppa evidenza data alla parola Grillo, ma questa volta il termine usato in partenza era "Grilli", con una raffigurazione simile a quella poi ammessa nel 2008. E' probabile che il Viminale abbia ritenuto fuorviante la presenza di un solo grillo sul simbolo (nel 2008 alla fine ne furono inseriti due e anche l'anno dopo alle europee l'emblema rimase così), ma soprattutto è facile immaginare che l'esame sia stato inasprito rispetto a 5 anni prima, per la reale partecipazione di Beppe Grillo alle elezioni come capo di una forza politica in corsa e per il suo inserimento in un altro contrassegno (anche la quasi invisibilità della parola "parlanti" non ha certo aiutato ad ammorbidire il verdetto). 
E' stato b
occiato anche, sempre per confondibilità, un'altro dei due contrassegni storicamente vicini a Rabellino, la Lega padana. Si noti peraltro che a determinare la ricusazione, probabilmente, non è stato il termine "Lega" (accettato in molte altre varianti), bensì il suo accostamento all'aggettivo "Padana", che lo avrebbe reso confondibile con l'Unione padana di Giulio Arrighini e Roberto Bernardelli (depositato in precedenza e con la croce di San Giorgio lombarda nella parte inferiore dell'emblema) e forse anche con la Lega Nord (che aveva presentato un esposto proprio per quel motivo, contro questo e altri simboli, verso i quali invece non c'è stato successo)
; non a caso, la variante Lega Centro è stata accettata senza problemi. 
I funzionari del Viminale hanno ricusato pure il marchio politico della Lega Padana Lombardia, nome precedente della formazione di Arrighini e Bernardelli, per decisa somiglianza all'altro contrassegno dell'Unione padana (e, forse, per riconducibilità allo stesso soggetto); si noti che la Lega Nord si sarebbe certamente opposta all'ammissione dell'emblema se questo fosse stato accettato dal ministero, ma evidentemente non c'è stato bisogno di porsi il problema (questa volta non si è visto il simbolo della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda di Elidio De Paoli, contro cui puntualmente il Carroccio aveva reagito, ma non per questo gli esponenti leghisti non hanno avuto di che lamentarsi).
Un capitolo delicato del
l'esame degli emblemi riguardava la "moltiplicazione" dei Pirati. Il Viminale alla fine ha deciso di tutelare il Partito Pirata costituito nel 2006, pure se non si era mai presentato alle elezioni e aveva depositato l'emblema dopo un altro "Partito pirata" (di cui è portavoce Marco Marsili) che invece ad alcune elezioni locali aveva partecipato con il suo simbolo "pirata" del jolly roger con le sciabole
Hanno finito per convincere i funzionari del Ministero due ordinanze emesse dal Tribunale di Milano (sezione specializzata in proprietà industriale) l'anno scorso, in cui a Marsili si inibiva - sia pure in via solo cautelare - l'ulteriore uso dell'espressione "Partito pirata" e della bandiera nera tradizionalmente simbolo dei Pirati in Europa. Toccherà a lui, dunque, sostituire l'emblema, verosimilmente privandolo di questi elementi; escluso senza dubbi, invece, il Movimento pirata che aveva utilizzato come unico simbolo la bandiera.
Alcune ipotesi di ricusazione sembrano aver riguardato casi in cui non è stato possibile provare la
continuità giuridica con il partito di cui si voleva utilizzare il simbolo: è il caso quasi certamente del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, legato a Gaetano Saya e alla moglie Maria Cannizzaro, non coincidente con il Msi, trasformatosi poi in Alleanza nazionale (l'emblema di Saya era già stato bocciato alle elezioni del 2006 e lo stesso è accaduto nelle occasioni successive, anche se ogni volta il contrassegno veniva modificato in una piccola parte, ma sempre senza toccare il nucleo centrale, vale a dire la fiamma tricolore su base trapezoidale).  
Meno chiaro è cosa sia accaduto all'emblema del Movimento idea sociale, inizialmente facente capo a Pino Rauti, poi a Giuseppe Incardona (non a caso, il simbolo bocciato è proprio quello che lui tentò di presentare nel 2006 alle elezioni politiche): il "vecchio" simbolo di Alleanza nazionale non è stato presentato dalla Fondazione An, che ne è titolare, quindi non è chiaro se questa abbia presentato in qualche maniera un esposto (anche per il caso del Msi di Saya) oppure se il Viminale abbia voluto evitare la confondibilità a prescindere dalla presenza del partito in Parlamento, come a dire che il ricordo dell'uso della fiamma non si era ancora spento del tutto e potevano sorgere confusioni. 
Qualcosa di simile sembra accaduto a quei simboli che imitavano troppo da vicino, anche solo nelle diciture riportate sul contrassegno, il "vecchio" emblema di Forza Italia (che peraltro nessuno in questo caso ha ritenuto opportuno depositare, anche solo per sicurezza e per difendersi da eventuali "copioni"): quella formazione non aveva partecipato nemmeno alle elezioni del 2008, ma anche qui secondo il Viminale gli elettori avevano ancora ben in mente il primo partito di Silvio Berlusconi e non avrebbero dovuto essere in alcun modo tratti in inganno. 
Si è dunque richiesta la sostituzione per confondibilità dei simboli di Viva l'Italia (che ha "taroccato" il testo della bandiera originaria del partito di Silvio Berlusconi), di Forza Italiani (che pure nella grafica - decisamente precaria, tra la bandiera reale al vento e l'arcobaleno - non ha nessuna somiglianza con il simbolo del 1994, che peraltro non conteneva certo l'espressione "Per l'Italia e per l'Europa") e di Nuova ForzaItalia for President: le parole qui sono state ritenute sufficienti, anche per le loro dimensioni, a creare la confondibilità, anche se nemmeno questa grafica - giusto un po' meno improvvisata, con il tricolore creato da tre fiori sullo sfondo - poteva dirsi seriamente imparentata con quella forzista vista nel corso degli anni (interessante, tra l'altro, l'impiego dell'espressione "for President", mai impiegata da Berlusconi ma certamente riconducibile a quell'universo politico; peraltro qui, a dispetto di quelle parole inserite nel contrassegno, manca ogni riferimento a un possibile candidato da proporre per la presidenza.).
Ben due i "Fratelli d'Italia" non ammessi alla fase successiva: nessun problema con la bocciatura del secondo (depositato poco prima della scadenza del termine), per il nome identico anche se basato su una grafica del tutto diversa. La stessa situazione si potrebbe indicare per il primo dei due emblemi ricusati, ma la situazione era indubbiamente delicata: a presentarlo, infatti, è stato il movimento Fratelli d'Italia, fondato nel 2007 a Marsala, che aveva già diffidato Guido Crosetto e Giorgia Meloni (e Micaela Biancofiore prima di loro) dal presentare un emblema con quel nome. Anche in questo caso, però, il Ministero probabilmente ha dato atto a Crosetto e Meloni della notorietà conquistata nei giorni precedenti grazie ai media e ha ritenuto di non dover privilegiare il movimento Fratelli d'Italia, che per di più aveva presentato il suo emblema dopo quello più "noto"
degli ex Pdl: avere una grafica del tutto diversa, con un cavaliere su fondo blu e la base tricolore, non è bastato a salvare il simbolo
Qualcosa di molto simile sembra accaduto anche all'Unione di Centro - Udc, già presentata (sia pure
con un contrassegno più semplice e spoglio) nel 1994 alle politiche da Ugo Sarao; già in quell'occasione, tra l'altro, l'emblema era stato in un primo tempo escluso per la compresenza dell'Unione di centro di Raffaele Costa, ma riuscì a dimostrare che la denominazione l'aveva in qualche modo ideata lui e che la grafica non era affatto confondibile. Le considerazioni sulla grafica rimangono anche oggi, mentre il confronto con l'Udc di Casini ha fatto prevalere questo partito, per la tutela che l'articolo 14 comma 6 attribuisce ai partiti già rappresentati in Parlamento (mentre l'Udc di Costa era alla prima partecipazione)
Devono essere caduti in una somiglianza "pericolosa" anche altri due simboli, del Partito comunista (nuovo nome assunto dai Comunisti sinistra popolare di Marco Rizzo) e
dei Proletari comunisti italiani: le sigle di entrambi rimandano molto al vecchio Pci e devono aver ricordato un po' troppo altri emblemi depositati per tempo, il Partito comunista dei lavoratori e il Partito comunista italiano marxista-leninista; anche il deposito del simbolo da parte di Rifondazione comunista, con falce e martello gialli sul fondo rosso della bandiera, non deve aver aiutato a far ritenere ammissibile l'emblema legato a Rizzo (il quale non sembra aver accolto bene la richiesta di sostituzione del contrassegno).

Accanto alle somiglianze, non sono mancate addirittura le identità tra contrassegni: un'eventualità più rara, ma che può capitare quando ci si contende la rappresentanza del medesimo soggetto politico o la titolarità dello stesso emblema. Ai tavoli del Viminale, infatti, sono arrivate due copie identiche del contrassegno di Alba dorata Italia ed è stata accolta quella depositata per prima da Giorgio Berardi e non quella di Alessandro Gardossi, portata solo successivamente (non c'era del resto altro criterio); lo stesso è accaduto con l'emblema di Grande Sud, di cui è stato riconosciuto regolare solo il secondo deposito (di Giuseppe Fallica) a scapito del primo e di un'altra formazione con un nome molto simile (Grande Sud indipendente) e una grafica più artigianale. 
Manco a dirlo, l'identità che più colpisce riguarda gli scudi crociati. Già, perché a fronte del simbolo dell'Udc che, come previsto e prevedibile, ha avuto tutela rispetto a tutti gli altri usi dello scudo crociato, sulle bacheche del Viminale sono apparse addirittura tre Democrazie cristiane; l'unico modo per distinguere per bene i contrassegni è guardare con attenzione ai dettagli.  
Uno scudo - presumibilmente il più tridimensionale e chiaro, con tanto di riflesso - è stato depositato dalla Dc guidata da Gianni Fontana; un altro - perfettamente identico, se non per il colore del fondo, un briciolo più scuro - è stato presentato da Alessandro Duce (fino a poco tempo fa segretario amministrativo della Dc-Fontana), in qualità di ultimo segretario amministrativo della Dc "storica", a suo dire "riattivata" grazie alla sentenza della Cassazione civile a sezioni unite n. 25999/2010 (che ha confermato la sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma) sul mancato scioglimento del partito e sul suo cambiamento di nome invalido. 
Un terzo scudo - appena più chiaro del precedente - sarebbe stato conferito per conto della cd. Dc-Pizza, della cui attività negli ultimi mesi si era persa traccia [in realtà in seguito si è saputo che l'emblema era riferito al comitato della Dc guidato da Francesco Mortellaro]. Sono comunque stati tutti bocciati, quegli scudi, perché il diverso scudo che campeggia da anni sul contrassegno dell'Udc ha fatto scattare l'applicazione dell'articolo 14 comma 6 del t.u. Camera, che in caso di confondibilità tutela i partiti già rappresentati in Parlamento (e già votati dagli elettori): di fronte a questo argomento, non c'è sentenza o tentativo di "rianimazione" del partito di De Gasperi che tenga.
Tre simboli tra quelli presentati sono stati ricusati per la presenza di immagini religiose all'interno degli emblemi: si tratta in particolare delle croci presenti in Rsi Nuova Italia, nella Lista civica Militia Christi e nel contrassegno di
Consortio vitae. E' la legge a chiedere che il fenomeno religioso non sia coinvolto nel meccanismo elettorale, dunque non stupisce la decisione del Viminale (che ha invece risparmiato questa volta formazioni come l'Unione cattolica italiana o Italia cristiana, che non hanno più inserito croci riconoscibili nei loro simboli, dopo che negli anni scorsi avevano avuto gli stessi problemi riscontrati dalle formazioni citate). 
Viene piuttosto da domandarsi se sia stata la croce rossa, generalmente legata alla Croce Rossa, a generare l'esclusione della lista No alla chiusura degli ospedali, o se non si sia trattato piuttosto di un uso di segno distintivo non autorizzato. E' questa, infatti, la causa quasi certa dell'esclusione - temporanea o definitiva, a seconda che sia presentato e accettato o meno un emblema sostitutivo - dei contrassegni Noi consumatori - liberi da Equitalia
e di No Gerit Equitalia: in entrambi i casi, l'uso del nome avrebbe dovuto essere permesso dall'avente diritto (da Equitalia in questo caso), mentre non risultava alcun consenso o autorizzazione in tal senso.
Da ultimo, curiosa è la ricusazione che riguarda Forza evasori - Stato ladro
è probabile che il contrassegno della formazione legata a Leonardo Facco sia stato escluso dal Ministero dell'interno perché visto come una sorta di apologia di reato (dell'evasione fiscale, esattamente) e perché il nome stesso ne commetteva un altro, probabilmente uno dei reati di vilipendio previsti dal Codice penale (forse il "vilipendio della Repubblica" ex art. 290). Era un esito almeno in parte prevedibile, considerando che nel 2001 un contrassegno che riportava la scritta "Basta ladri" (Italia unita dei liberaldemocratici), presentato da Luciano Garatti, era stato bocciato proprio per lo stesso motivo e la frase era più sibillina (non è che si desse del ladro allo Stato), per cui fu purgata con un semplice e secco "Basta!" e il nuovo emblema passò. Del criterio non c'è traccia all'interno dell'articolo 14 del t.u. Camera, ma il Viminale è stato fermo nella ricusazione, creando di fatto una nuova regola da seguire in futuro. I rappresentanti di Forza Evasori - Stato ladro hanno già annunciato che non presenteranno un emblema nuovo, né faranno ricorso; c'è ancora tempo, invece, per porre rimedio alle altre ricusazioni.

(versione ampliata dell'articolo pubblicato su LeggiOggi.it il 16 gennaio 2013) 

sabato 12 gennaio 2013

Il Quarto stato conteso

Il simbolo di Loda
Quale sarà mai, dunque, la "Rivoluzione civile" giusta? Quella di Antonio Ingroia che tutti conoscono grazie alla stampa e alle immagini dei tiggì, oppure quella di Max Loda, che è apparsa sulla bacheca del Viminale molto prima di quella più nota, senza il nome del magistrato in bella mostra ma con lo stesso nome e la sagoma del Quarto stato di Pellizza da Volpedo ben riconoscibile?
Non bastava, dunque, la grana che era emersa nei giorni scorsi, per cui Giancarlo Filippo Pio Caldone, sindaco del paese di Volpedo, ha chiesto ufficialmente a Ingroia – pena un'azione legale – di rinunciare alla silhouette della nota opera di Pellizza, criticando la resa grafica ("Il suo stilizzato è veramente orrendo") e la mancanza di ogni comunicazione sulla scelta di utilizzare l'immagine sul contrassegno ("il quadro non deve essere più un simbolo di movimenti o partiti politici ma patrimonio di tutta l’umanità, rappresentando tutti coloro che lo ammirano e lo apprezzano"). Non bastava neppure la polemica dell'assessore milanese Franco D'Alfonso – seguita all'uscita durissima di Pisapia che ha bollato l'uso dell'immagine da parte di Rivoluzione civile come "appropriazione indebita" – che si è domandato "cosa c’entri un simbolo dell’unità della classe operaia e lavoratrice, della storia e della tradizione socialista e della sinistra italiana, l’immagine universalmente riconosciuta della solidarietà e del riscatto sociale collettivo con una Lista nata per dividere ed elevare a programma politico il giacobinismo mediatico giudiziario" (c'entrerà anche lo scorno per vedere utilizzato altrove e diversamente il colore arancione? O qualche cattivo retrogusto socialista per la presenza di Di Pietro nella formazione?)
Il simbolo di Ingroia
Ci voleva, dunque, anche l'arrivo deI Loda da Lodi, per completare il quadro. Alle sue spalle ha una militanza leghista, un lungo periodo nel movimento No Euro al fianco di Renzo Rabellino, con il quale ha creato gran parte dei simboli delle Leghe Padane (ma sono suoi anche i simboli del
Partì demucratec padan, del Fronte cristiano e altri ancora) e che ora è un dirigente nazionale del Partito Pirata (quello di cui è portavoce Marco Marsili, al solito bisogna precisare). "Non ci si può impadronire del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo così – dichiara oggi Loda al Giorno –. Credo proprio che il dottor Ingroia dovrà trovarsi un altro simbolo. Peraltro noi lo usiamo da tanto; comunque il Quarto Stato l’ho usato in altre liste civiche. Noi siamo rivoluzionari da sempre". Se andrà veramente così, è da vedere: Loda è convinto delle sue ragioni, Ingroia anche. Tocca ai funzionari del Viminale dire chi ha effettivamente torto.

venerdì 11 gennaio 2013

I Pirati "molto scherzosi e altruisti" di Marsili

«Ti avevo promesso che ti saresti divertito: ho mantenuto la promessa?» Inizia così la mia chiacchierata con una delle persone che meglio di altre può spiegare cos’è accaduto al Viminale questa mattina, in sede di presentazione dei contrassegni elettorali. Marco Manuel Marsili, portavoce del "suo"  Partito Pirata (quelli con il teschio e le due sciabole sul simbolo, per capirci) e indicato come capo di quella forza politica, parla alla fine di una giornata intensa: è stanco («Non dormo da lunedì!») e altri l’hanno intervistato in precedenza, ma si sottopone con pazienza alle mie domande.

Alla fine hai portato il “tuo” Partito Pirata, ma gli altri che c’erano prima di te erano legati a te?

Come sai si porta un solo contrassegno e io, giustamente ho portato il Partito Pirata.

Eppure mi sembrava di aver capito che anche gli altri avessero a che fare qualcosa con te…

C’è un ragazzo, questo Andrea Massimiliano Danilo Foti, che con altri nel 2007, dopo due anni di esperienze di meet-up, visto che Grillo diceva che non avrebbe mai partecipato alle elezioni, mentre loro avrebbero voluto farlo, aveva creato con tanto di atto costitutivo e statuto questo “Movimento 5 Stelle”, infatti il simbolo è molto simile e giustamente non c’è il riferimento al sito di Grillo perché questi hanno preso una strada autonoma già nel 2007. Quanto a noi, sai che i pirati per formazione vanno all’assalto, sono molto scherzosi, ma sono anche molto altruisti, quindi quando si può dare una mano a qualcuno, divertendosi anche…

E in questo caso, la mano qual è stata?

Quella del Signore, diciamo così… no? La mano invisibile.

… che ha fatto in modo che loro fossero tra i primi.

Eh, diciamo che non abbiamo certamente intralciato questo esercizio della democrazia.

Vi hanno contattato loro o sapevate già della loro esistenza?

Guarda, ci sono tante realtà politiche. Bossi non ha inventato la Lega, Grillo non ha inventato il Movimento 5 Stelle, l’ha detto anche Favia oggi: il M5S non è suo, quindi … probabilmente uscirà qualcosa di nuovo su questa vicenda nelle prossime ore. Stamattina, poi, c’erano tante di quelle democrazie cristiane che poi son sparite…

E l’altro simbolo prima dei pirati? La Rivoluzione civile senza Ingroia?

Quello l’ha presentato ufficialmente – perché ha già fatto dichiarazioni pubbliche e svariate interviste – Max Loda.

Che è sempre legato ai “tuoi” pirati…

Sì, è un dirigente nazionale del Partito Pirata. Aveva tutta la titolarità di portarlo, semplicemente perché era uno dei tanti simboli che lui aveva creato, sono varie decine, si trovano anche su internet e sui libretti del Viminale.

Quindi, nella bacheca c’è prima il Maie, poi il M5S di Foti, poi la Rivolzione civile di Loda, poi ci sono i tuoi Pirati.

Certo, il Partito pirata ha il suo contrassegno solito e quello presenta.

Dalla tua hai le partecipazioni alle elezioni amministrative dell’anno scorso, ma a tuo sfavore hai le due ordinanze del tribunale di Milano che ti inibivano l’uso del nome “Partito pirata” e della bandiera nera.

Ma è roba che non fa testo! Quelle sono ordinanze cautelari: c’è una causa di merito in corso, aspettiamo quella e poi magari, tra una ventina d’anni come con la Democrazia cristiana, ne riparliamo. Non si può davvero pensare di tenere bloccato solo con una causa cautelare, che non accerta nulla a fondo, l’uso di un nome, peraltro da parte di un’associazione che finora non ha fatto politica come “quei” Pirati. Non hanno capito che per le elezioni vale una disciplina diversa rispetto alla titolarità dei segni distintivi: non a caso, anche nelle ultime elezioni cui abbiamo partecipato, per rinnovare l’amministrazione comunale di Camerata Nuova, abbiamo utilizzato lo stesso simbolo che abbiamo depositato poche ore fa, con scritto “Partito Pirata” e non più “Pirateparty.it” come avevamo indicato in precedenza, e la commissione non ha avuto alcuna difficoltà ad ammettere il nostro emblema.

Nell’eventualità che il Ministero dell’interno ti inviti a sostituire il tuo emblema, dichiarando che l’unico elemento di confondibilità è la vela nera e dunque suggerendoti di toglierla, lo farai?

Perché mai dovrebbe chiedermelo? Sarebbe molto al di fuori di quello che il Ministero può chiedere; casomai una domanda simile andrebbe fatta a questi altri signori. Loro e gli altri del Movimento 5 Stelle, imparassero ad arrivare prima, per tutelare i loro segni: noi ci siamo fatti una lunga veglia praticamente da lunedì, loro sono arrivati tardi e questa è la conseguenza.

Nella bacheca ministeriale è apparso anche un Movimento pirata: come mai ora è così inflazionato?

Beh, è semplice. Non si è occupato nessuno prima di noi di fare politica con quel nome. Casualmente, da quando noi abbiamo preso in mano quel nome e quel simbolo e ci siamo fatti il culo, qualcuno ha pensato bene di approfittarne: non lo ha fatto ricorrendo alla propria capacità politica, bensì ricorrendo alla magistratura. Forse perché la prima non ce l’hanno?

Se quei simboli passeranno il vaglio del Viminale, integrali o modificati, contate di presentare liste?

Noi certamente presenteremo le liste del Partito Pirata. Per il resto, abbiamo sempre aiutato tutti e lo faremo sempre nei limiti del possibile, sena che questo danneggi le nostre iniziative. Se ci sono esperienze che meritano e hanno qualcosa da dire, perché no? In questi giorni parecchi ci hanno chiesto “un aiutino” su vari fronti, noi invece non abbiamo mai chiesto niente a nessuno e infatti nessuno ci ha mai dato niente, andiamo sempre da soli, mai coalizioni.

C’è chi ti ha definito «un creatore di simboli»: ti ritrovi in questa etichetta?

Perché no? Con quelle schifezze che si vedono in giro, dalla lista Monti a Fli… credo che questi dovrebbero andare a lezione di buon gusto e, già che ci sono, anche di politica, non gli farebbe male, visto che non ne capiscono di politica e di economia. I loro simboli non dicono niente, perché non hanno niente da dire: il nostro simbolo è tutt’altra cosa. Ma vale anche per altri: vuoi mettere la bellezza del nostro manifesto di Johnny Depp, che tra l’altro è il nostro presidente onorario, contro il grigiore di Bersani?

Diamo qualche numero: nel 1994 è stato stabilito il record dei contrassegni ammessi, se ne sono contati 312. Credi che quel numero possa essere battuto in questi giorni?

No, quello è un record impossibile da battere: a provocarlo era stata la legge elettorale, con quelle doppie schede per la Camera, a far proliferare i contrassegni.

Eppure stamattina, anche a distanza, ho avvertito una grande quantità di energia che non aspettava altro che esplodere…

Beh, sì, c’è molto malcontento verso i partiti, i “carrozzoni”, quindi la stanchezza ha fatto tornare la voglia di fare qualcosa, di non essere servi della gleba. Oggi la politica che va per la maggiore è collusiva, lo mostrano anche queste offerte al “centro” di Monti da questa o dall’altra parte: chi non è lì per mercanteggiamenti, ha idee e fa politica per passione non tollera tutto questo. Lo devo dire, mi ero un po’ assentato in questi anni, ma sono stato richiamato in servizio. Per capirci, io non prendo un centesimo come consigliere comunale del Partito Pirata.

Marco Marsili politico per passione al 120%?

Sì, anche se ho cercato di smettere; se lo fai come noi ci devi veramente credere.

Mi hai detto altre volte che chi presenta simboli “particolari” lo fa anche per provare la tenuta delle discipline elettorali. Cosa diresti dopo questa giornata?

Il sistema ha dimostrato di non reggere lo stress test. Gli episodi di oggi dimostrano quanto sia vacuo e fallace il sistema elettorale italiano, ma noi lo sappiamo da sempre, gli altri sembrano accorgersene ora. Questo vale soprattutto per Grillo, che credo sia molto più pericoloso dei vari Berlusconi, Monti, Bersani, Bossi messi insieme. Paradossalmente è diventato il nostro primo avversario. Lui aveva detto che i “grillini” non avrebbero mai partecipato alla pagliacciata delle elezioni, che non sarebbe nato un partito: ora il M5S partecipa alle elezioni, Grillo è proprietario del simbolo e a ottobre ha provato a registrare un marchio con la parola Pirati. È coerenza questa? Io in fondo ho solo accompagnato alcune persone a fare qualcosa che non è illegale e, comunque, è giusto.

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P.S. Ricevo in data 13 gennaio da Carlo von lynX la seguente rettifica: "Il signor Marsili e il signor Loda non appartengono al Partito Pirata Italiano ed è stato precedentemente diffidato dal Tribunale di Milano http://ordinanza.partito-pirata.it/ a fare uso del nome del Partito". 
La pubblico, come è corretto che sia, ma mi preme anche sottolienare che avevo precisato che si trattava del Partito pirata con il teschio (evidentemente per distinguerlo dall'altro "ufficiale", di cui il simbolo non era ancora certo quando era stata pubblicata l'intervista in data 5 gennaio) e ho sempre scritto il "tuo" partito pirata (virgolette e aggettivo che non posso mettere nelle risposte di Marsili, visto che lui vede quella formazione come "il" Partito pirata); da ultimo, le ordinanze del tribunale di Milano (non solo quella citata nel link) le ho ricordate direttamente io in una mia domanda e ho prospettato uno scenario di sostituzione parziale dell'emblema di Marsili (cosa che, prevedibilmente, lui non ha condiviso).

Primi tarocchi in vetrina

Ce ne fosse stato bisogno, ora si capisce il motivo di varie scazzottate o diverbi all'entrata del Ministero dell'interno: nella bacheca che contiene i simboli già depositati (il portone si è aperto alle 8 di stamattina) sono già apparse almeno due copie, piuttosto smaccate. Stando alle prime foto che lo staff di Beppe Grillo ha messo in rete, il posto numero 2 se l'è aggiudicato un "Movimento 5 Stelle - M5S", il cui contrassegno è pressoché una copia carbone del vero Movimento 5 Stelle: a distinguerli, soltanto le diverse proporzioni della parola "Movimento" (anche rispetto alla V rossa) e l'assenza, nel simbolo "clone", della dicitura "Beppegrillo.it" alla base del cerchio.
Subito dopo, c'è un simbolo che sembra quello di Rivoluzione civile. Già, perché manca il nome di Ingroia, presente invece nell'emblema presentato alla stampa. Dopo ancora c'è il "Partito pirata", o meglio, quello di cui è portavoce Marco Marsili (gli altri pirati, quelli originali, di Athos Gualazzi & co., non saranno contenti), poi c'è il Msi-Dn (quasi certamente è quello di Gaetano Saya); i veri "grillini" sono solo sesti.
Il Viminale, ora è chiarissimo, avrà di che lavorare. Molto. E penso che mai come questa volta si farà uso dell'articolo 14, comma 5 (o 3-ter) del decreto legislativo n. 361/1957 (Testo unico per l'elezione della Camera dei deputati), che vieta la presentazione di un contrassegno "con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso". Vale certamente per il "tarocco" 5 Stelle, se non altro perché il simbolo originale è già stato presentato in altre consultazioni elettorali e quindi è più facile da proteggere. Un po' meno semplice è la strada per la "vera" Rivoluzione civile, che però potrebbe appellarsi al precedente significativo del "caso Dini", di cui ho già parlato in questo blog. 
Ancora più delicata la "partita pirata", considerando che il Partito pirata "ufficiale" ha avuto due pronunce giudiziarie a suo favore, ma i pirati di Marsili hanno partecipato con un contrassegno molto simile ad alcune elezioni amministrative l'anno scorso: è probabile che il contrassegno non salti del tutto, ma la censura sia limitata alla denominazione e all'uso della bandiera nera. Quanto a Saya, tutto dipenderà da altre fiamme che saranno eventualmente presenti in seguito: lui potrebbe farsi forza del "chi prima arriva, meglio alloggia", ma come andrà a finire, lo si vedrà solo dopo.

sabato 29 dicembre 2012

Ingroia alla Rivoluzione (civile) come Pellizza da Volpedo

Alla fine, rivoluzione sarà. Antonio Ingroia e gli altri "arancioni" devono avere considerato troppo barricadera e violenta la denominazione "Rivolta democratica" e hanno preferito l'altra alternativa, scegliendo per il loro nuovo soggetto politico il non meno forte concetto di "Rivoluzione". Che, però, non è più definita "democratica", visto che alla fine si è scelto di battezzarla piuttosto "civile": sarà che l'altro aggettivo era un po' abusato (tra il Pd e la nuova formazione di Donadi e Tabacci c'era rischio di confondersi, magari di essere affiancato), sarà che si è voluto calcare la mano anche su una buona dose di legalità che il programma dovrebbe avere, sta di fatto che si è preferito dirsi "civili", anche perché la democraticità dovrebbe essere sottintesa, in fondo.
L'arancione c'è ancora, ma nel contrassegno finale che proprio poco fa è stato ufficializzato è piuttosto sfumato, niente a che vedere con il colore "carico" che aveva accompagnato le prime prove simboliche dei giorni scorsi. Proprio dove la tinta di fondo scema, campeggia a caratteri cubitali il nome di Ingroia, che a questo punto deve aver accettato di essere indicato come capo della coalizione e, dunque, potenziale Presidente del Consiglio. A qualcuno l'idea di indicare il nome sull'emblema non è piaciuta molto o, per lo meno, è risultata poco comprensibile: "troppo nero e troppo personalismo" si legge in alcuni commenti della prim'ora su Facebook, mentre altri - che magari conoscono meglio la legge elettorale - apprezzano e manifestano già intenzioni di voto.
Sotto al nome, non ci sono più le due mani a dita incrociate, quella sorta di doppio "saluto lupetto" che univa due segni di vittoria o formava il simbolo del "cancelletto" (o di un hashtag di Twitter, vai a saperlo): la sagoma rossa, inconfondibile, è quella del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un capolavoro dell'arte divisionista, ma soprattutto un simbolo storico per la sinistra italiana. Non a caso, in Rivoluzione civile sono compresi anche i due partiti maggiori della "sinistra estrema", ossia Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, che certamente avranno manifestato gradimento per quella raffigurazione, se non l'hanno addirittura ispirata.
Finora non si sono registrati contrassegni che abbiano sfruttato il forte potere iconografico di quell'opera d'arte (mentre in altri casi certi dipinti sono stati presi tali quali e proiettati sullo sfondo di contrassegni, valga per tutti il Tondo Doni di Michelangelo, sfruttato dalla lista "Difesa della famiglia" alle ultime elezioni politiche). Una rappresentazione simile, per assurdo, la si era vista nel 1996 in un contrassegno di una non meglio precisata "Destra di popolo" (a sostegno di un illustre carneade come Mario Crucianelli), con la donna che invece del bambino reggeva una borsetta. 
Per vedere altri cumuli indistinti di persone, che abbiano avuto per lo meno un certo successo, occorre tornare sicuramente alla Rete di Leoluca Orlando (con disegno di Diego Novelli), dunque alla prima metà degli anni Novanta. Non a caso, Orlando sostiene anche Rivoluzione civile; allora però il sottotitolo scelto all'interno del simbolo era "Movimento per la democrazia" (e, bisogna pure notarlo, quelle silhouette di persone che si affacciavano nell'emblema erano sorridenti), questa volta invece i toni sono molto più accesi e francamente si sorride molto meno (non che ci fosse molto da ridere anche allora). Sarà pure lento l'incedere del popolo, ma l'immagine scelta è potente e non manca di colpire; se colpirà anche gli elettori, è ancora un po' presto per dirlo.