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venerdì 10 luglio 2026

Nomi, simboli e grafiche: discussioni sganciate dalla legge elettorale?

Sarà che in politica di poesia e di eleganza ce n'è sempre meno (mentre di drammi di qualunque tipo c'è crescente abbondanza), ma viene spontaneo richiamare almeno per la terza volta in questo sito una delle frasi centrali del soliloquio di Giulietta immaginato da Shakespeare, "What's in a name?", per cercare di riflettere questa volta sulla scelta dell'etichetta che dovrebbe darsi la principale coalizione alternativa al centrodestra italiano. A tacere del fatto che, procedendo con la citazione shakespeariana - "Quella che chiamiamo rosa, anche con altro nome avrebbe il suo profumo", per usare la traduzione di Salvatore Quasimodo - si finisce subito in ambito simbolico, pensando a radicali, socialisti, (pi)diessini e dintorni, quindi il terreno si fa subito insidioso.
In ogni caso, basta avere dato uno sguardo anche distratto agli articoli o ai servizi proposti dai media nei giorni scorsi, ma anche sui profili e sulle pagine social, per essersi imbattuti in dichiarazioni, prime dispute, commenti, analisi e retrospettive sulle possibili denominazioni della traduzione politico-elettorale del centrosinistra a trazione Pd-Avs-M5S, con un necessario punto di ancoraggio anche al centro. Se da tempo l'etichetta "campo largo" viene usata e rimbalzata "a ondate", tra mille dubbi (amche sulla sua effettiva larghezza, dunque su quali forze ne facciano parte), la proposta di Giuseppe Conte (MoVimento 5 Stelle) di chiamare la coalizione "Alleanza per la Costituzione e la democrazia", con il verde Angelo Bonelli che ha subito proposto due alternative ("Alleanza per la pace e per il lavoro" o "Alleanza per la pace e l'ambiente"), ha acceso immediatamente le discussioni e i colpi d'ironia, come se peraltro fossero mancati prima (il "camposanto" ne era solo uno degli esempi più noti). 
Allo stesso modo, lo sguardo e la memoria di chi segue il teatrone della politica italiana scena dopo scena si sono rapidamente tradotti in lunghi articoli che sono manna per i #drogatidipolitica, sempre pronti a cogliere occasioni per rievocare, riscoprire, confermare memorie e sentirsene sbloccare altre ("non ce la faccio, troppi ricordi!"). Per dire, il 2 luglio Tommaso Labate sul Corriere della Sera ha ripercorso i capitoli più significativi della "toponomastica interna" del centrosinistra italiano, "re-inaugurata con le coalizioni della Seconda Repubblica dopo lo sventurato precedente del Fronte popolare (in realtà si chiamava 'Fronte democratico popolare', comunisti e socialisti più qualche formazione minore) agli albori della Prima, nel 1948". E, a voler vedere la complessità per intero, bisognerebbe ricordare che il nome completo della lista del 1948 - almeno quello depositato al Ministero dell'interno - era "Fronte democratico popolare per la libertà, la pace, il lavoro".
Labate evoca lo "psicodramma in cui a sinistra si è sprofondati dalla caduta del Muro in poi ogniqualvolta toccava mettersi alla ricerca di un nome e mettere d'accordo tutti", richiamando innanzitutto la trasformazione del Pci in Pds e il lungo periodo in cui - prima che fosse svelato il nuovo futuro nome, Partito democratico della sinistra, e il simbolo realizzato da Bruno Magno - il partito in transizione era semplicemente "La Cosa" (mentre la Dc pochi anni dopo sarebbe tornata allo storico Partito popolare italiano, ma Labate lambisce con un cenno il destino dello scudo crociato, "finito nella matassa inestricabile di sentenze e controsentenze con protagonisti due carneadi della politica a cavallo tra i due millenni, Angelo Sandri e il leggendario Giuseppe Pizza detto 'Pino', che della difesa del baluardo aveva fatto una ragione di vita": qui le alleanze e i campi c'entravano poco, ma per i #drogatidipolitica sulle dispute sullo #scudoincrociato si torna sempre volentieri). Sempre nel centrosinistra si colloca la lunga stagione botanica, tra piante e fiori: se edera, rosa e garofano erano parte della storia, come lo divenne presto la quercia - o, a voler essere filologici, l'albero della sinistra - del Pds, arrivarono poi le alleanze e le federazioni-fusioni sotto le insegne dell'Ulivo, della Margherita, della Rosa (nel Pugno); eppure, come nota Labate, "nell'epoca in cui l’ambientalismo torna a ruggire quantomeno nelle coscienze dei più giovani, la botanica che ha soccorso il centrosinistra dagli anni Novanta scompare dai radar".
Al mondo dell'ambiente, in effetti, era legato anche l'arcobaleno a forma di emiciclo dell'Unione, vale a dire il simbolo - disegnato da AdvCreativi, la stessa agenzia che nel 1999 aveva concepito l'asinello dei Democratici - sotto le cui insegne il centrosinistra allargatissimo (una ventina di sigle) era riuscito a vincere le elezioni. Eppure... ricorda Labate che il nome e il simbolo dell'Unione non finirono sulle schede, tranne che "in una mini tornata di elezioni suppletive per la Camera andata in scena nel 2005 (gli eletti furono il romano Michele Meta e il calabrese Nicodemo Oliverio). In quello stesso giorno, nella stessa tornata di suppletive, si contesero due seggi per il Senato, vinti dall’allora dalemiano Nicola Latorre e dal dipietrista Massimo Donadi. Ma lì, per baruffe interne, avevano ripescato 'l'Ulivo', per l’ultima volta nella storia". 
In effetti l'Ulivo sarebbe tornato anche alle elezioni politiche del 2006 (alla Camera, come unione di Ds e Margherita che invece al Senato corsero separati), mentre la presenza più capillare dell'Unione era stata alle regionali dell'aprile del 2005 - dunque prima delle suppletive citate - anche se non in tutte le Regioni chiamate al voto: il simbolo, con o senza riferimenti alle singole regioni o ai candidati alla presidenza, si vide come contrassegno del "listino" regionale in Piemonte, in Lombardia, nelle Marche, in Abruzzo, in Campania, in Basilicata, in Calabria (e perfino in Liguria, ma con i colori dell'arcobaleno che tingevano la sagoma della Regione, senza traccia dell'emiciclo). 
Com'è possibile che il simbolo della coalizione fosse presente come "test" alle regionali del 2005 e non alle politiche del 2006 (fatta eccezione - bisognerebbe ricordarlo - per i collegi dell'Alto Adige in tandem con la Svp e nella circoscrizione Estero, peraltro con l'aggiunta del riferimento a Prodi)? Ciò non accadde per dimenticanza, ma - è tempo di entrare nel mood di chi per capire la realtà sa che occorre conoscere o ricordare le regole - semplicemente perché la legge elettorale approvata nel 2005 prevedeva solo l'uso dei simboli di lista, non anche delle coalizioni. Quando si era pensato al simbolo, lo spazio per utilizzarlo alle elezioni politiche c'era (soprattutto al Senato), qualche mese dopo è sparito e tanti saluti agli sforzi profusi. 
Poi è il caso di occuparsi dei nomi lasciando perdere i simboli, nel senso che tali non sono mai diventati (e anche con buone ragioni tecniche, come si vedrà più avanti). Così il fatto che la proposta di Conte usi la categoria dell'Alleanza riporta indietro di una ventina d'anni, a "un nome ufficializzato e poi scartato" e a una disputa, quella "tra Fed e Gad", sorta nel bel mezzo della XIV legislatura: da un lato la Fed, "la federazione dell’Ulivo", prosecuzione della lista Uniti nell'Ulivo che alle europee del 2004 aveva unito Ds, Margherita e Sdi (e anche i Repubblicani europei, a dirla tutta) e che per Labate era "embrione di quello che sarebbe diventato il Pd"; dall'altro lato la Gad, "Grande alleanza democratica", intesa come coalizione allargata dall'Udeur a Rifondazione comunista, ben lontana dall'idea di fondare un partito unico e di rendere omogeneo ciò che mai avrebbe potuto esserlo. Per Labate quella disputa "finì in un pareggio perché la Fed di fatto non si fece e la Gad cambiò nome in 'Unione', con cui poi il centrosinistra vinse le elezioni del 2006" (senza che, come detto, il simbolo apparisse). 
E sempre a proposito di nomi, per Labate "ci sono i nomi che finiscono nel dimenticatoio anche se sono formalmente utilizzati", come Italia. Bene comune, cioè la coalizione che ebbe Pierluigi Bersani come leader dopo le primarie del 25 novembre 2012: i #drogatidipolitica lo ricordano sicuramente, anche se - per lo stesso motivo visto prima - non avrebbero potuto trovarlo sulla scheda, visto che il sistema era imperniato sulla presentazione di liste o coalizioni di liste concorrenti, senza bisogno che le coalizioni avessero nomi o fregi visibili. 
Ci sono poi amche - sempre secondo Labate - i nomi "che restano nella storia pur essendo non ufficiali", a partire dalla "Cosa rossa" che nel 2008 aveva scelto Fausto Bertinotti come capo della forza politica, ma che sulle schede figurava come La Sinistra - l'Arcobaleno: questa sarebbe stata dimenticata da più di qualcuno forse anche per il suo essere rimasta fuori dal Parlamento, dando avvio a nuovi, continui cambi di nome e simbolo nell'area della "sinistra-sinistra" (come a suo tempo aveva gia ben raccontato Francesco Cundari nel suo libro Déjà-vu - all'interno della "tendenza spezzatino" - e come aveva lucidamente indicato Roberto Capizzi su questo sito). 
Sempre il 2 luglio, stavolta sulla Repubblica, è stata la sensibilità di Filippo Ceccarelli a cercare di raccontare - e non è facile, in effetti - "la smania di cambiare il nome" che si riscontrerebbe a sinistra e nel centrosinistra. Con una considerazione prognostica iniziale che lascia pochi dubbi: "Se è vero che i nomi sono conseguenza delle cose, la coalizione di centrosinistra, o l'ineffabile entità che con disperata pigrizia si continua a identificare in tal modo, è messa maluccio". Anche perché, se la proposta nominale di Conte non pareva pronta al decollo o "irresistibile", Ceccarelli ha provato ad avventurarsi - grazie anche ai suoi preziosi annales - in una ricerca nel recente passato, basandosi "sulla mancanza di originalità che grava in ambito progressista". Si riscopre così che proprio Bersani, due anni e mezzo prima di vincere le primarie, avrebbe coniato l'espressione "Alleanza per la Costituzione" nell'estate 2010, "con l'obiettivo di far fronte comune e liberarsi una buona volta da Berlusconi", ma che "solo a Rosy Bindi piacque l'idea"; l'espressione sarebbe tornata in qualche modo nei progetti di Giuseppe Fioroni, di Cesare Salvi e - dall'altra parte - di Margherita Boniver (stavolta contro la crisi economica); nel 2013 l'espressione sarebbe ritornata pronunciata da Stefano Fassina (al congresso di Sinistra italiana) e poi sarebbe stata impiegata contro le riforme costituzionali proposte dai "saggi" nominati dal governo Letta. 
Per Filippo, già da anni "a colpi di Ulivo, Gad, Fed, Unione, Italia bene comune e con simili titoli, l'opinione pubblica di sinistra veniva periodicamente sfiancata da un incessante vorticare di smanie auto-qualificative, sigle, ideuzze e paturnie di varia e prolungabile persistenza". E se qualcuno potrebbe non ricordare - si abbia una certa indulgenza, please - come il "dibattito filosofico tra il nome e la cosa" sia passato dal Cratilo di Platone fino a Le parole e le cose di Michel Foucault, non si può dimenticare come nel 2017 Antonio Ingroia avesse promosso - con Giulietto Chiesa - una sorta di "Alleanza per la Costituzione", chiamata però Lista del Popolo per la Costituzione ("contro Renzi - annota Ceccarelli - ma aperta al grillismo a quel tempo affluente e promettente").
Filippo nel suo articolo auspica che il nome dello schieramento elettorale di centrosinistra possa venire "da sé, o dal basso, o almeno dalla base, come si diceva in anni ormai lontani", ma riconoscendo ciò come impresa quasi impossibile, in tempi in cui ormai "la distanza con il vertice si è fatta vertiginosa, i partiti sono strutture ormai definitivamente oligarchiche, oppure personali, o di clan, o misteriose ed evanescenti, per cui ogni decisione è impossibile, troppi impicci, troppi rancori, troppe gelosie, troppi galli a cantare, figurarsi la fatica di scegliere un nome o l'altro". Il cocktail tossico tra "serio vuoto di ideali, parole e progetti" e "un deficit di creatività e di trovate" non destinate a consumarsi dopo la pubblicazione di un post renderebbe "la ricerca del nome una delle più noiose e inconcludenti pratiche su cui di tanto in tanto si accapiglia, nel desolato e nauseato disinteresse degli elettori, la ben nutrita tribù dei comunicatori" (e quella dei #drogatidipolitica non sta certo a guardare).
A parte che dai versi ottonari vergati da Michele Serra alla fine del 2025 e riportati pazientemente da Ceccarelli ("Per non dare l'impressione/ della prevaricazione/ ogni leader tocca temi/ che non destino problemi. [...] Quanto è buono il pollo al forno./ Però piace anche in padella./ Se si fredda lo riscaldo./ È un accordo molto saldo") qualcuno potrebbe cavare l'idea balzana di piazzare un polletto - come elemento unificante - nel mezzo di un simbolo circolare, che ricorderebbe subito una pietanza che sbuca dalla ruota del Pranzo è servito, il rischio di azzeccare nomi poco originali è sempre e comunque in agguato. 
All'inizio di dicembre, per dire, Bonelli aveva proposto Alleanza per l'Italia, eppure l'aveva fatto "dimenticando forse - ha sottolineato Labate - che il nome era stato usato da Francesco Rutelli per il suo ultimo partito". Nel cui simbolo, peraltro, coesistevano api (poi volate via) e fiori d'arancio, che forse Bonelli avrebbe apprezzato. Al di là di questo, però, l'aspetto più rischioso è proprio quello di apparire "forze concentrate sull’utilizzo dei vessilli, che siano Costituzione, pace o ambiente, con 'titoli' finalizzati troppo spesso contro qualcuno (che andrebbe anche bene, almeno relativamente), senza spiegare però per fare che cosa". Lo ha scritto ieri Antonio Bompani in un suo articolo su Linkiesta, rilevando quanto sia problematico trovarsi di fronte a un "grattacapo programmatico, composto di formule difensive da contrapporre ad avversari impliciti non meglio specificati, evitando di iniziare dal presentare un’idea di Paese che l’elettore possa immaginare concretamente", senza contare il rischio di richiamarsi alla Costituzione: "il terreno più unificante e meno divisivo possibile, condiviso almeno formalmente da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione", finirebbe per ridursi "a bandiera dell’approssimazione, da sventolare quando si è a corto di proposte" (oltre che per far passare il messaggio che chi sta al di fuori di quel recinto è contro la Costituzione).
Certamente gli stendardi e gli emblemi non stanno solo nei nomi (Bompani ne individua alcuni anche nell'ambito delle politiche pubbliche e sono altrettanto problematici), ma per il centrosinistra la questione dei nomi sembra davvero il modo più irragionevole di autosabotare ogni tentativo - gradito o meno - di costruire qualcosa. Posto che, come ha segnalato Bompani, "il vuoto di comunicazione positiva dettato da stendardi ed emblemi favorisce formazioni che si muovono agli estremi e che intercettano mancate risposte in senso positivo e propositivo" (ed è qualcosa di cui devono occuparsi anche nell'area della maggioranza di governo, temendo che avanzi chi parla "con un linguaggio diretto, riconoscibile, quasi fisico, a un elettorato che si sente escluso", a prescindere dalle soluzioni che offre), è un fatto che - come ha notato una settimana fa Chiara Geloni - la coalizione di centrodestra non abbia un nome e nessuno, a quanto pare, glielo chiede o ne sente il bisogno. 
Negli altri schieramenti le cose vanno diversamente, con accenti più o meno marcati (del resto, in passato c'è chi non ha mai accettato di essere etichettato come "terzo polo"); l'attenzione per il nome dell'alleanza nuova, però, potrebbe scemare del tutto - spostando quelle energie, magari, solo sui contenuti - se solo si considerasse che la legge elettorale in vigore lascia spazio solo per i contrassegni di lista e altrettanto fa quella in discussione alla Camera (abolendo per giunta i collegi uninominali, che comunque dal 2018 non prevedono i contrassegni dei singoli candidati, visto che questi sono legati a doppio filo alla lista o alle liste della coalizione). 
Diverso era il discorso alle elezioni regionali (quando la legge prevedeva la possibilità che un candidato presidente avesse tutti i simboli della coalizione o un contrassegno ad hoc) o alle elezioni politiche regolate dalla "legge Mattarella", che - come ha ben spiegato Peppino Calderisi nel suo libro Storia di una riforma mai nata - nelle schede dei collegi uninominali della Camera permetteva di inserire fino a cinque simboli accanto al candidato (ma poteva starcene anche uno solo, come avevano fatto i Progressisti e il Patto per l'Italia nel 1994 e come aveva fatto anche il centrodestra nel 1996 con il Polo per le libertà, un nome che - secondo Calderisi - non ha portato fortuna), mentre al Senato poteva starcene uno solo (e a volte certi nomi sono rimasti famosi anche senza finire sulle schede: provate a cercare le parole "Polo delle libertà" e "Polo del buon governo" sulle schede gialle del 1994 e non le troverete, ma i loro simboli c'erano eccome).  
Esclusa l'improbabilissima ipotesi che il centrosinistra - stretto, medio, largo o larghissimo che sia - scelga di correre con una sola lista (e unicamente in quel caso potrebbe anche avere senso immaginare un nome da inserire in un contrassegno), la corsa a più punte, cioè con più liste, rende poco utile continuare a discutere di nomi. Un nome non fa l'identità, elemento decisamente più importante. Per vincere, ma anche solo per esistere e agire meglio.

giovedì 9 luglio 2026

Firme digitali, esenzioni e simboli: intervista a Riccardo Magi (+Europa)

Martedì 14 luglio è prevista la ripresa dell'esame della riforma elettorale nell'aula della Camera, dopo la - finora unica - seduta del 26 giugno scorso, dedicata alla discussione sulle linee generali. Proprio in quella seduta, non è passata inosservata la protesta di Riccardo Magi, deputato e segretario di +Europa, richiamato all'ordine (e in seguito espulso dall'aula) per avere mostrato e poi strappato una maxi-riproduzione del fac simile della scheda elettorale cui era stata aggiunta la dicitura "Il tuo voto non conta". L'osservazione del deputato riguardava soprattutto le liste medio-lunghe bloccate e le multicandidature, ma uno degli ultimi passaggi del suo intervento riguardava la questione dell'accesso alla competizione elettorale, in particolare l'effetto combinato della scelta di non consentire la raccolta delle firme anche in formato digitale e di rimodellare le norme sull'esenzione dalla raccolta firme stessa. 
Nei prossimi giorni si discuterà di molti emendamenti al testo approvato dalla commissione Affari costituzionali il 24 giugno; anche Magi ha ripresentato i propri, in materia di raccolta digitale delle sottoscrizioni (emendamento segnalato) e di esonero dalla stessa. In attesa che il dibattito in aula riprenda, parliamo direttamente con lui delle proposte in materia, dei riflessi che potrebbero avere sui simboli e delle perplessità emerse finora, ma anche di altri aspetti non meno rilevanti della riforma elettorale in discussione. 
 
* * *
 
Riccardo, c'è qualche speranza che alle prossime elezioni politiche le firme per le liste si possono raccogliere anche in forma digitale o dovremmo limitarci ancora una volta alle firme raccolte ai banchetti o in comune? 
Per risponderti partirei dal traguardo raggiunto nel 2021, quando siamo riusciti a fare approvare, con un emendamento al "decreto semplificazioni", la raccolta firme in formato digitale senza bisogno di ulteriori autenticazioni per le richieste di referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare. E ci eravamo riusciti quando nessuno ci sperava: vado molto fiero di quel risultato perché siamo riusciti a ottenere l'approvazione all'unanimità di quell'emendamento in commissione nonostante l'avviso contrario del governo, che aveva chiesto una riformulazione del testo a mia prima firma che non accettai. Mi sento di dire che in quell'occasione il Parlamento ha fatto davvero il Parlamento, nel senso che ha valutato una proposta senza essere condizionato dal parere dell'esecutivo e di fatto il Parlamento ha avuto ragione: il modo in cui le cose sono andate ha dimostrato ha dimostrato che quell'innovazione che avevamo proposto non solo era opportuna, se non necessaria, ma era anche concretamente realizzabile. Allora c'era chi aveva paventato chissà quali cataclismi o coperture con quell'innovazione, invece si è dimostrato che la firma digitale è un sistema assolutamente sicuro, certificato, trasparente e legale. Per tornare alla tua domanda, posso dirti che +Europa e io personalmente speriamo davvero che si possa arrivare a questo sistema di sottoscrizione delle liste: vogliamo raggiungere questo obiettivo e stiamo lottando per questo, cercando di coinvolgere tutti, a partire dalle altre forze di opposizione, perché  si tratta di una questione di apertura del processo democratico, nella fase fondamentale dell'accesso alla competizione democratica, un momento che prescinde da ogni considerazione tecnica sulle formule elettorali da adottare, come sai molto bene. 
Lo sa bene anche chi frequenta questo sito...
Per noi la questione fondamentale è questa: chi può partecipare alla procedura elettorale e a quali condizioni. Noi siamo una democrazia parlamentare disgraziata, in cui la raccolta delle firme, pensata perché chi intende partecipare alle elezioni dimostri di non essere una lista di disturbo, viene puntualmente invece utilizzata come un ostacolo, di fatto segando le gambe a determinati avversari e soprattutto a chi sta fuori dal Parlamento, rendendo molto difficile anche solo l'accesso alla competizione. Con questo strumento, in pratica, alcuni partiti che stanno dentro le Camere si chiudono dentro e nascondono bene la chiave: si tratta di uno scenario inaccettabile, in nessun paese funziona così.
Andiamo per gradi, nel senso che la questione di cui parli presenta due aspetti, ugualmente problematici. Da un lato c'è la questione della raccolta firme, o meglio, del modo in cui le firme si raccolgono, ed è la considerazione da cui siamo partiti. Dall'altro lato ci sono le disposizioni che esentano alcune forze politiche dall'onere di cercare sottoscrittori e gli effetti sul grado di accessibilità alla competizione della combinazione civile delle regole sulla raccolta firme e sull'esonero da questa.
Da quest'ultimo punto di vista, noi come +Europa siamo un caso di scuola che fa emergere quanto le scelte in materia siano discrezionali e irragionevoli. Abbiamo partecipato con il nostro simbolo, da soli o in riviste composite, alle ultime due elezioni politiche e alle ultime due elezioni europee, ottenendo sempre ben più di 700000 voti, quasi sempre più di 800000, con una quota che a seconda dei casi è stata sopra il 3% o poco al di sotto, eppure con le modifiche introdotte dal disegno di legge in discussione ci viene chiesto di dimostrare la nostra consistenza, di provare con la raccolta firme che non siamo una lista di disturbo; in compenso, ci sono partiti come Noi moderati, contro i quali naturalmente non ho nulla, ma è un fatto che pur avendo raccolto meno di un terzo dei nostri voti, hanno avuto la possibilità di formare due gruppi parlamentari grazie agli eletti nei collegi uninominali e al prestito di parlamentari da altre forze politiche di maggioranza...
... Soprattutto al Senato...
Già, con il risultato che, pur avendo Noi moderati raccolto molti meno voti rispetto a +Europa, a loro non è richiesto di dimostrare la serietà della candidatura mentre a noi sì. Ecco perché contesto l'avere adottato la formazione di un gruppo parlamentare all'inizio della legislatura come criterio per esonerare dalla raccolta delle firme: potrebbe andare bene con un sistema proporzionale puro, ma ha molto meno senso, anzi, diventa perfino problematico in un sistema basato almeno in parte sui collegi uninominali e in cui è possibile il prestito dei parlamentari. Ecco perché noi, accanto alla raccolta delle firme in formato digitale, avevamo proposto di affiancare alla costituzione del gruppo anche altri criteri, basati sui voti ottenuti alle ultime elezioni politiche, vale a dire un parametro assolutamente oggettivo.
Hai parlato anche in commissione della questione del prestito dei parlamentari, ma lì qualcuno ti ha fatto notare implicitamente che la componente di +Europa è nata anche grazie all'adesione di Luca Pastorino, che faceva riferimento a èViva: come commenti quest'osservazione? In più, come criterio per l'esenzione potrebbe andare bene anche l'iscrizione al Registro dei partiti politici con presenza in Parlamento al momento dell'indizione del voto, come proposto in un emendamento di Futuro nazionale?
Ti rispondo che servirebbe soprattutto un criterio che si basi sul consenso raccolto alle ultime elezioni politiche, unico dato certo e oggettivo: se si vuole esonerare chi ha costituito un gruppo lo si faccia pure, ma si esoneri anche chi ha preso almeno 500000 voti veri, cioè una lista il cui simbolo è stato scelto inequivocabilmente da almeno 500000 persone. Quanto a Pastorino, ricordo è stato eletto in un collegio uninominale e non era candidato in una lista del riparto proporzionale. Motivo di più per ritenere che il criterio dei voti già ottenuti sia il più oggettivo per considerare già provata la consistenza di una forza politica.
Al di là dei dettagli delle proposte, sembra che anche in questo caso emerga la tossicità del cocktail tra forme di raccolta delle sottoscrizioni ed esenzione dalla raccolta delle firme, che produce di fatto uno sbarramento all'ingresso. Ti ritrovi in questa tesi?
Per noi la via maestra da perseguire è la riforma della disciplina a regime, con l'introduzione della raccolta firme in formato digitale per tutti. Per noi si tratta di un modo chiaro, trasparente e che offre una vera legalità: il vero problema, e tu lo sai bene, si può produrre con le firme cartacee, visto che puntualmente si scopre che hanno firmato persone morte o inconsapevoli; ogni volta ci sono inchieste giornalistiche e giudiziarie. Da questo punto di vista, è veramente assurdo che, tanto in commissione quanto in Transatlantico, parlando con i giornalisti, la ministra Alberti Casellati abbia completamente travisato il contenuto di una sentenza della Corte costituzionale, attribuendole una presunta valutazione di insufficienti garanzie circa la sicurezza delle firme digitali, cosa che la Corte assolutamente non ha detto.
Ti riferisci alla sentenza n. 3 del 2025 che ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale del Lazio nella parte in cui non prevede che possa sottoscrivere una candidatura in formato digitale una persona con disabilità grave o con diritto al voto domiciliare. Immagino che il punto controverso sia il passaggio in cui i giudici costituzionali sostengono che, di fronte all'"alto tasso di politicità" della materia elettorale, va riconosciuta "ampia discrezionalità" al legislatore, che in materia di innovazione tecnologica nel procedimento elettorale è "chiamato a bilanciare le opportunità offerte dalla modernizzazione non solo con i rischi che questa può, in ipotesi, comportare, ma anche con l’esigenza di una partecipazione politica il più possibile meditata e consapevole".  
Esattamente. La ministra soprattutto sbaglia quando attribuisce alla Corte dubbi circa le garanzie che pone il sistema della firma in forma digitale: la Corte, lo ripeto, non ha mai detto questo. Ha sicuramente riconosciuto che per le persone con disabilità il sistema della sottoscrizione in forma digitale va bene, anche perché garantisce tutte le caratteristiche richieste per questo tipo di adempimento, mentre spetta al Parlamento nella sua discrezionalità decidere sull'estensione di questo sistema alla raccolta di tutte le altre firme. Sostenere che la corte avrebbe messo in dubbio o anche solo messo in guardia circa la sicurezza del sistema delle sottoscrizioni in forma digitale è una cosa gravissima, anche perché a questo punto noi dovremmo chiedere immediatamente al governo di venire in aula a riferire circa la sicurezza di milioni di transazioni effettuate quotidianamente dai cittadini con la pubblica amministrazione attraverso lo Spid o altri sistemi simili. Si tratta di operazioni che riguardano i rapporti con INPS, con le ASL, l'Agenzia delle entrate, con moltissimi altri uffici pubblici: in questo modo si sta dicendo che queste operazioni non sono sicure, ma di che parliamo? Oppure dobbiamo intendere che l'uso dello Spid per queste ipotesi è sicuro, perfino per la sottoscrizione delle richieste di referendum è sicuro, mentre invece non lo è per sottoscrivere una candidatura? È completamente assurdo, quindi ti anticipo che io interverrò in aula per chiedere al governo di rettificare queste affermazioni, oltre che di chiedere scusa per averle pronunciate, perché queste frasi travisano il senso della pronuncia della corte e soprattutto rischiano di trarre in inganno il Parlamento, facendo pensare in buona fede ai parlamentari che devono esprimersi che la Corte abbia invitato alla cautela, il che non è assolutamente vero.
Scorrendo il resoconto sommario della seduta della commissione Affari costituzionali in cui sono stati respinti gli emendamenti sulle firme digitali, colpisce sia il riferimento di Giovanni Donzelli agli influencer che potrebbero alterare le condizioni delle procedure elettorali, sia il fatto che uno dei co-relatori, Angelo Rossi di Fratelli d'Italia, abbia citato la fase di deposito dei contrassegni: non l'ha detto chiaramente, ma l'impressione è che si tema un afflusso massiccio di liste, portando sulla scheda molti dei simboli che per ora restano nelle bacheche del Viminale. Credi sia plausibile?
Guarda, se il timore è questo, posso dire che non è assolutamente fondato. Premesso che un conto è depositare un simbolo e un conto è voler raccogliere le firme a sostegno di una candidatura con quel simbolo, è del tutto inconsistente l'idea che la raccolta firme con Spid o altri sistemi simili di per sé faccia lievitare il numero delle liste in campo. Ho già detto in commissione che firmare una candidatura non può essere assimilato al gesto di mettere un like su un social network. Ti ricorderai che una questione molto simile era già emersa dopo l'apertura alle firme digitali per il referendum e il rapido raggiungimento del numero di firme richieste per i primi quesiti: anche alcuni costituzionalisti avevano temuto che si preparasse un diluvio di referendum, che invece non c'è stato. Questo passaggio di innovazione tecnologica e giuridica semplicemente  amplia e rende effettivo, in modo sicuro, trasparente e legale il diritto dei cittadini di sostenere allora una proposta di referendum o una progetto di legge di iniziativa popolare, ora - se passasse l'emendamento - una candidatura alle elezioni: penso a chi non vive nelle aree metropolitane e magari non sa che una forza politica di suo interesse ha allestito un banchetto per la raccolta delle firme, oppure non ha occasione di recarvisi o anche solo di trovarlo per caso...
... Oppure lo trova, firma, ma magari in quel momento l'autenticatore non c'è e la firma rischia di essere la raccolta in modo invalido.
Esatto. Quello che mi preme sottolineare è che questa innovazione non è fatta per andare incontro a chi promuove un referendum o vuole presentare una lista, ma per rendere effettivo il diritto di ogni cittadino a sostenere un quesito o un gruppo di candidature. È necessario ribaltare la prospettiva; ovviamente si può anche non essere d'accordo nell'ampliamento dei diritti dei cittadini, ma allora occorre dirlo chiaramente e non utilizzare altri argomenti privi di fondamento.
Può essere che la maggioranza non abbia voluto accogliere l'innovazione della raccolta firme in formato digitale non tanto per una contrarietà totale a quello strumento, quanto piuttosto perché questo avrebbe comportato, per quelle forze politiche, l'opportunità o la necessità di rivedere anche altri aspetti della presentazione delle liste, a partire dal numero delle firme da raccogliere, probabilmente aumentandolo, e non c'era stato il tempo di discutere di questo? 
Sinceramente non lo so, tutto può essere, ma bisognerebbe chiederlo a loro... Personalmente un minimo di 1500 firme e un massimo 2000 firme per collegio plurinominale, ovviamente di persone che siano effettivamente residenti in quel territorio, non mi sembrano pochissime, soprattutto se le moltiplichi per il numero di collegio previsti. 
Torniamo al problema della presentazione delle candidature nella sua interezza, includendo l'esonero dalla raccolta firme. È incredibile rilevare che il testo della riforma, come emendato in commissione, di fatto prolunga lo stato di emergenza o di eccezione che riguarda le elezioni politiche dal 2006: da allora non si è mai votato con la disciplina "a regime" della presentazione delle candidature, ma ogni volta si è previsto un taglio eccezionale delle sottoscrizioni da raccogliere oppure una disciplina una tantum dell'esenzione. Come va interpretato questo dato? Semplicemente i partiti non hanno più voglia di raccogliere le firme oppure, peggio, anche le forze politiche maggiori non sono più in grado di farlo in modo capillare?
La deriva anticostituzionale e antidemocratica che il nostro paese vive, anche nelle forme di quello che il professor Fulco Lanchester ha chiamato "ipercinetismo elettorale", per cui l'Italia è decisamente un pessimo esempio per la stabilità delle norme sulle elezioni, si riverbera anche sulle regole in materia di accesso alla competizione elettorale. Non solo capita spesso che una maggioranza riformi le regole per cercare di essere ancora maggioranza in seguito, ma avviene che quelle stesse forze politiche impieghino discrezionalmente le norme per favorire gli amici e sfavorire gli avversari. Che si provi a condizionare le scelte politiche, comprese quelle sulle alleanze, anche attraverso lo strumento dell'esenzione dalla raccolta firme è una cosa odiosa, oltre che profondamente illiberale.
In questo senso, ti va dato atto di avere presentato un emendamento volto ad abolire tutte le esenzioni, così ogni lista avrebbe dovuto raccogliere le firme: a quel punto sarebbe stato interesse di tutti accogliere il passaggio al digitale.
Di fatto i partiti maggiori non raccolgono da anni le firme per le elezioni politiche e, sinceramente, non so nemmeno se sarebbero in grado di raccoglierle in modo efficace su tutti i territori, soprattutto quelli più periferici. La questione, in ogni caso, tornerà all'attenzione della Camera, insieme a quella della raccolta firme in formato digitale, perché ho ripresentato gli emendamenti.
Va peraltro notato che l'unico emendamento accolto in materia di esenzione dalla raccolta firme, dopo la riformulazione del governo, ha lievemente ridotto lo sbarramento all'ingresso, accontentandosi di un solo gruppo parlamentare formato l'inizio delle legislature e non richiedendone più due, come prevede la legge ora. Potremmo dire che è l'unica cosa accettabile?
Secondo me no, credo che sia proprio sbagliato il sistema. Ribadisco che la strada maestra è quella della raccolta delle sottoscrizioni in forma digitale e, se proprio si vuole mantenere l'istituto dell'esonero, occorre trovare un sistema che tenga conto del consenso effettivo ottenuto in sede elettorale. Poi, a mio modo di vedere, le firme da raccogliere dovrebbero essere ridotte, non aumentate: la nostra democrazia ha bisogno di partecipazione, ha bisogno di aprirsi, ha bisogno di nuove proposte di cittadini che vogliano cimentarsi con la democrazia elettorale. Vista l'affluenza, non dovremmo avere nulla da temere: il punto di vista di chi è in parlamento e vuole chiudersi dentro nascondendo le chiavi non può diventare il punto di vista della democrazia, che va piuttosto spalancata.
Hai iniziato la risposta alla mia domanda ricordando l'introduzione della raccolta in firme in forma digitale per i referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare, ottenuta nel 2021 con un tuo emendamento, elaborato con il contributo l'impegno fondamentale di Mario Staderini (come coordinatore del ricorso presso la Corte EDU nel procedimento n. 6235/23 in materia di diritto elettorale), credo sia importante ricordarlo...
Certo, assolutamente, come va sottolineato l'impegno di Mario, di Marco Gentili e di altre persone per arrivare alla sentenza della Corte costituzionale sulla sottoscrizione digitale delle candidature. 
Certamente. Dicevo, dopo l'approvazione di quell'emendamento tu in più di un'occasione hai cercato di far introdurre la raccolta digitale delle sottoscrizioni anche per le elezioni politiche, immagino per poi estenderla anche agli altri tipi di elezioni; ma quegli emendamenti sono stati respinti, addirittura in un'occasione il voto era finito in pareggio e quindi l'approvazione è comunque mancata. Perché per i referendum era andata bene e per le candidature no? 
Evidentemente ci sono grandissime resistenze da parte, devo dire, della maggior parte delle forze politiche, come se volessero custodire questo privilegio di decidere chi può accedere alla competizione elettorale e come; la riforma digitale, invece, può rendere tutta la pricedura più trasparente, meno discrezionale, più aperta.
Se passasse il tuo emendamento, l'Italia sarebbe il primo paese a prevedere la sottoscrizione digitale delle firme per presentare le candidature, giusto?
Sì, sarebbe il primo paese. Tieni però anche presente che, anche nei Paesi in cui è richiesta la raccolta delle firme, le sottoscrizioni richieste non di rado sono molte meno.
Oppure c'è una  cauzione da depositare e che viene restituita se si ottiene una certa quantità o quota di voti. Come vedresti questo sistema?
Penso semplicemente che, se la ratio dei meccanismi di accesso alla competizione elettorale è individuare chi ha una certa consistenza sul territorio per evitare un proliferare incontrollato di liste, la tecnologia della firma digitale ci venga incontro: non necessariamente la cauzione evita che si presentino liste o candidature che hanno effettivamente un seguito.
Pensi che l'introduzione della raccolta delle firme in formato digitale potrebbe portare a un'evoluzione dei simboli delle liste, favorendo l'elaborazione di proposte attente - anche sul piano della grafica - a istanze particolari, di scopo, territoriali?
Penso proprio di sì e sarebbe, secondo me, un grande arricchimento, perché comporterebbe un'apertura alla società, a forze che esistono ma che percepiscono comprensibilmente il circuito elettorale come un ambito sbarrato. Questa però non è democrazia, o almeno non le somiglia.
A proposito di simboli, in un'intervista al Fatto quotidiano, il deputato del Pd Federico Fornaro ha manifestato dubbi sul fatto che nei contrassegni elettorali possano permanere elementi quali "Salvini premier" o "Berlusconi presidente". Condividi?
Il problema vero sta nel nome che sulla scheda non c'è, perché questa riforma introduce un'innovazione che a mio avviso è chiaramente incostituzionale: se al momento ogni forza politica, mentre deposita il simbolo, deve indicare il proprio "capo", il testo in discussione obbligherebbe ciascuno a indicare la persona proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio, un nome che dev'essere uguale per tutte le liste che si presentano in coalizione; di più, le liste che non abbiano indicato il proprio candidato naturale alla Presidenza del Consiglio vengono ricusate, quindi quell'indicazione risulta obbligatoria.
Stai dicendo che, quasi quasi, sarebbe stato meglio che il nome di quella persona fosse scritto sulla scheda?
No, ti sto dicendo che, anche se questo passaggio è stato in qualche modo minimizzato, in realtà la questione è molto più pervasiva dell'indicazione di un nome nel simbolo elettorale: quello è un fatto politico, quello che si vuole introdurre ora è un fatto giuridico. Con le norme vigenti non è prevista una sanzione per chi non indica il capo della forza politica e, se pensi ai simboli sulla scheda, nel 2022 avevamo "Berlusconi presidente" e "Salvini premier", mentre il governo è guidato da Giorgia Meloni che aveva messo il suo cognome nel contrassegno senza indicare altro. La riforma ora in discussione, invece, non consente di presentare validamente liste a chi, non condividendo che si debba indicare la persona da proporre come capo del Governo, sceglie di non depositare quel nome. In sostanza, il destino delle persone indicate sulla scheda, peraltro in liste non brevi e bloccate, dipende dall'unico nome che sulla scheda non viene indicato: a quel punto è inutile scrivere che si fanno salve le prerogative del Presidente della Repubblica, come fa a non tenere conto di un elemento dal quale dipende addirittura l'ammissibilità delle liste? Questo per me è davvero incostituzionale. 
Almeno, però, il testo in discussione non prevede che i candidati delle liste circoscrizionali, che devono coincidere per le forze politiche della stessa coalizione, siano per forza indicati sullo stesso modulo per raccogliere le firme a sostegno della lista nei collegi plurinominali: ciò non rende la vita impossibile a chi non è esonerato dalla ricerca dei sottoscrittori, come di fatto invece accadeva con le norme approvate alla fine del 2017. Non dovrebbe riprodursi la situazione di allora, sperando che i modelli di dichiarazione di presentazione delle liste di collegio che il Viminale predisporrà per allegarli alle Istruzioni per il 2027 non contengano anche i nomi delle liste circoscrizionali... 
Vedremo come interpreteranno loro le disposizioni, ma il testo in discussione non dice questo.  

martedì 14 marzo 2023

La legge elettorale in Piemonte: alcune idee per migliorarla

Nel 2024 elettrici ed elettori del Piemonte sar
anno chiamati a rinnovare il consiglio regionale e a eleggere un nuovo Presidente della giunta regionale (potrà essere anche lo stesso attualmente in carica, visto che Alberto Cirio è soltanto al primo mandato). 
Si dovrebbe votare tra poco più di un anno, ma sembra opportuno occuparsene ora perché proprio in queste settimane si sta discutendo in consiglio regionale (in particolare in seno allVII Commissione) di una modificalle norme elettorali ora vigenti e sul punto si sta consumando uno scontro notevole tra le forze politiche piemontesi.

Le norme in vigore

Per iniziare, vale probabilmente la pena ricordare che il Piemonte è la sola regione in cui, se si votasse oggi, si avrebbero quattro quinti dei consiglieri eletti sulla base di liste provinciali concorrenti e il quinto residuo eletto con sistema maggioritario, sulla base di liste regionali concorrenti (il noto "listino"). Dopo aver approvato il proprio statuto, infatti, la Regione Piemonte fino a ora non si è data una propria legge elettorale (cosa che dal 1999 sarebbe stata possibile): dalle elezioni regionali del 2005, dunque, si è continuatad applicare quasi per intero la "legge Tatarella", vale a dire quel meccanismo ibrido di assegnazione dei seggi che univa la ripartizione proporzionale su base provinciale (prevista fin dalla legge del 1968) e il sostanziale "premio di maggioranza" per la lista/coalizione vincente (introdotto appunto nel 1995). Queste regole erano state mantenute dalla legislazione statale: le Regioni e Province autonome avrebbero potuto e possono darsene di proprie (e, appunto, lo hanno fatto ormai tutte tranne il Piemonte), ma se non lo avessero fatto si sarebbero applicate le norme introdotte nel 1995 e precisate dal 1999 con l'introduzione dell'elezione diretta del Presidente.
Se non si concludesse l'approvazione della nuovlegge elettorale regionale, quindi, si continuerebbe a votare con le norme applicate nel 2010, nel 2014 e nel 2019, vale a dire con la normativa "cedevole" stabilita livello nazionale, tranne che per un passaggio molto significativo e delicato, interessante soprattutto per chi frequenta questo sitoLa legge regionale n. 21 del 29 luglio 2009 (approvata in modo fulmineo, con un anticipo di qualche mese rispetto alla fine della consiliatura 2005-2010) prevede infatti "Disposizioni in materia di presentazione delle liste per le elezioni regionali", ma di fatto si può dire che il suo unico articolo regola le ipotesi di esenzione dalla raccolta delle firme per le liste. La norma, proposta da Maurizio Lupi (allora consigliere regionale dei Verdi-Verdi, da lui fondati), Riccardo Nicotra (tra i primi animatori piemontesi del Nuovo Psi, entrato in consiglio per la lista Socialisti e Liberali nel 2006, dopo che il candidato presidente sconfitto Enzo Ghigo era stato eletto in Senato) e Deodato Scanderebech (allora consigliere dell'Udc), ebbe come relatore Michele Giovine (eletto nel 2005 con la Lista Consumatori; Giovine, tuttavia, in plenaria precisò che il relatore sarebbe stato il consigliere Ds Aldo Reschigna). 
Se in origine il testo proposto da Lupi, Nicotra e Scanderebech esonerava dalla raccolta firme le liste di partiti/gruppi che avevano ottenuto almeno un seggio con proprio contrassegno alle ultime elezioni europee, politiche o regionali, nonché le liste espressione di partiti o movimenti rappresentati da gruppi consiliari o da componenti del gruppo misto già presenti in consiglio al momento della convocazione del voto regionale, dopo il passaggio in commissione la norma si arricchì. Rimase l'esenzione per i partiti con un proprio eletto diretto a Strasburgo, alle Camere o in consiglio regionale, si tolse alle componenti del gruppo misto la possibilità di presentare proprie liste senza firme, in compenso si precisò che i gruppi presenti in consiglio alla convocazione delle elezioni (anche quelli formati in corso di consiliatura, slegati dall'esito elettoraleavrebbero potuto presentare senza firme una propria lista distinta "da contrassegno singolo o composito" o, in alternativa, dichiarare il collegamento con una lista che potevavere "denominazione diversa da quella del gruppo consiliare di collegamento" ed esentare proprio quella lista. Il riferimento esplicito all'alternativa tra le due ultime ipotesi senza includere la prima, tra l'altro, faceva sì che un partito presente tanto nel Parlamento (nazionale o europeo) con propri eletti quanto in consiglio regionale con un proprio gruppo potesse presentare la propria lista senza firme (grazie alla sua presenza parlamentare) e contemporaneamente esonerare dalle sottoscrizioni un'altra lista, con nome e simbolo diverso: una possibilità decisamente gradita dalle coalizioni principali e che nel corso del tempo ha prodotto una discreta fioritura di simboli.

La situazione attuale e le proposte in campo

Il quadro normativo appena citato si riproporrebbe se, come si è detto, il consiglio regionale non approvasse alcuna nuova norma in materia elettorale: un esito facilitato dalla previsione dell'art. 17, comma 4 dello statuto del Piemonte, in base al quale "La legge elettorale regionale e le sue modifiche sono approvate con la maggioranza dei tre quinti dei Consiglieri assegnati al Consiglio", dunque con 30 consiglieri su 50 (se però si consideranche il Presidente della giunta regionale, che fa parte del consiglio, per arrotondamento la maggioranza qualificatdovrebbe essere di 31 su 51).
Fin dai primi mesi della consiliatura, però, sono state presentate proposte di legge regionale per dotare anche il Piemonte di proprie norme elettorali, senza dover più applicare - al di là della disciplina speciale sull'esenzione dalla raccolta firme - la normativa statale cedevole. La prima proposta, infatti, risale al 10 settembre 2019, a firma del consigliere Pd Domenico Rossi (superando, tra l'altro, i "listini" e il sistema delle circoscrizioni provinciali: il territorio sarebbe ripartito tra Torino, Asti-Alessandria, Cuneo, Biella-Novara-Vercelli-VCO); un'altra è stata presentata un anno dopo da Pd e Liberi e Uguali (riproducente in sostanza la "legge Tatarella" e le circoscrizioni provinciali, ma con l'inserimento di vari congegni, come lo sbarramento, l'ordine alternato per genere e la doppia preferenza di genere), mentre il centrodestra ha presentato due testi (entrambi a prima firma del leghista Michele Mosca), uno a novembre del 2021 e l'altro alla fine del 2022. Si devono segnalare anche una proposta avanzata all'inizio del 2020 dai comuni di Canosio, Druogno, Ostana, Alpette e Pomaretto (volta a dividere il territorio provinciale in 50 collegi uninominali, onde non favorire "in modo ingiustificato le grandi città, dove ci sono le concentrazioni delle preferenze, a scapito dei territori periferici dove la popolazione essendo più dispersa a parità di elettori e con il doppio (o più) del territorio non è in grado di concentrare le preferenze e rimane pertanto priva di rappresentanza") e una proposta d'iniziativa popolare, presentata con il preciso intento di favorire la democrazia paritaria, introducendo - come richiesto anche dalla "legge cornice" in materia elettorale regionale, attraverso l'art. 117, comma 7 Cost. - l'ordine alternato di genere nelle liste a pena di inammissibilità e la doppia preferenza di genere
Questi testi sono arrivati in discussione nella citata commissione consiliare, insieme a un'altra proposta di legge di Fratelli d'Italia e Lega (primo firmatario Paolo Bongioanni di Fdi), con cui si vuole modificare lo statuto regionale per introdurre la possibilità per il Presidente della regione di nominare fino a quattro sottosegretari - non necessariamente tra i consiglieri - per farsi coadiuvare nello svolgimento dei suoi compiti: secondo l'art 101 dello statuto, tale modifica richiede un'approvazione a maggioranza assoluta dei componenti del consiglio, "con due deliberazioni adottate a intervallo non minore di due mesi".
Si diceva delle proposte del centrodestra, inevitabilmente destinate ad avere più possibilità di trasformarsi in legge regionale. Il testo presentato per ultimo conserva come base la "legge Tatarella", con 40 consiglieri eletti dalle liste provinciali con meccanismo proporzionale e 10 assegnati alla lista regionale del candidato Presidente più votato (manche le coalizioni/liste non vincitrici potrebbero pescare dai rispettivi "listini", se nel complesso l'opposizione dovesse contare dopo la proclamazione su meno di 18 seggi su 50); il primo testo del centrodestra, invece, aveva superato il "listino", come del resto molte norme di altre regioni. La conservazione del meccanismo ibrido inaugurato nel 1995 comporterebbe, tra l'altro, la conferma della presenza sulle schede elettorali tanto dei contrassegni di lista, quanto di quelli dei "listini" (solitamente concepiti con uno stile grafico più anonimo, per evitare che le liste provinciali perdano voti preziosi). La propostconservanche integralmente la norma già vigente sulla raccolta firme (il numero di sottoscrizioni richieste è lo stesso della legge del 1968) e quella regionale sull'esenzione dalla stessa (il primo testo aveva invece escluso dalle ipotesi di esonero i partiti con propri eletti diretti al Parlamento nazionale o europeo o in consiglio regionale): l'articolato si limita precisare che il gruppo misto del consiglio regionale non può presentare liste senza firme o esentare un'altra lista a questo collegata.
Altre innovazioni contenute nel testo più recente del centrodestra, tuttavia, sono decisamente più consistenti e da settimane sono al centro di polemiche. La prima riguarda l'introduzione di un sistema esplicito di soglie di sbarramento, in base al quale i gruppi di liste non coalizzate devono superare il 5% (quota piuttosto elevata) e lo stesso vale per le liste di una coalizione che non abbia superato il 10% (una coalizione di due liste con il 6%, ma con una di esse con un risultato oltre il 5%, otterrebbe comunque un seggio). Pure in una coalizione che superasse il 10%, tuttavia, secondo la proposta sarebbe necessario raggiungere almeno il 4% (nel primo testo la soglia era al 3%) e proprio questo sta creando le maggiori polemiche nel centrosinistra: nel 2019, infatti, tutte le liste diverse dal Pd - incluse Chiamparino per il Piemonte del Sì - lista Monviso, Liberi Uguali Verdi e i Moderati per Chiamparino, che sono riuscite a ottenere seggi) - rimasero sotto quella soglia.
Oltre a introdurre le misure di equilibrio di genere già viste per altri testi (le quote sono indicate con una formula forse meno paritaria, ma nella sostanza in gradi di produrre gli stessi effetti), le proposte del centrodestra contengono un'altra innovazione significativa, anch'essa oggetto di dibattito: essa riguarda il riparto dei seggi residui nella quota proporzionale, cioè quelli non assegnati dopo la prima attribuzione dei seggi ottenuti da ciascuna lista provinciale con i "quozienti interi". L'assegnazione avverrebbe a partire dal gruppo di liste con più voti, ma soprattutto si potrebbe verificare un "effetto flipper" (dunque con lo slittamento di un seggio da una circoscrizione all'altra) qualora in una circoscrizione provinciale fossero già stati assegnati tutti i seggi spettanti a quella singola circoscrizione in base alla sua popolazione (oppure se in quella provincia la singola lista avesse già eletto tutti i suoi candidati). Non mancano i timori di alcune forze politiche che questo meccanismo possa favorire le province diverse dal capoluogo, penalizzando i candidati nel torinese (anche se, come si vedrà, in più di un caso questi sono attualmente favoriti).
Un altro punto "caldo" e dibattuto riguarda l'introduzione dei "consiglieri supplenti". I testi introdurrebbero infatti l'incompatibilità tra la carica di assessore e quella di consigliere regionale, prevedendo allo stesso tempo la sospensione dalle funzioni di consigliere per il tempo di permanenza in giunta e la surroga dei consiglieri-assessori con un "consigliere supplente", primo dei non eletti nella lista provinciale in cui era stato eletto il nuovo assessore (o, in caso di esaurimento di quella lista, della lista provinciale con lo stesso contrassegno e con la percentuale più alta di "voti residui", cioè che non si sono tradotti nell'elezione di un consigliere in quella circoscrizione); nell'ipotesi in cui, invece, il consigliere-assessore sia stato eletto nel listino, occorrerebbe vedere se questo ha dichiarato di appartenere a un gruppo di liste, legandosi a un contrassegno di lista o si è qualificato come indipendente (a surrogarlo sarebbe il primo dei non eletti della lista provinciale con la percentuale più alta di voti residui scelta tra le liste dello stesso gruppo cui appartiene il neoassessore o, se questo si è dichiarato indipendente, tra tutte le liste provinciali collegate al presidente). Questa "supplenza alla francese", come viene chiamata nella relazione al progetto di legge, finirebbe qualora il consigliere-assessore smettesse di far parte della giunta (il giorno dopo le dimissioni o la revoca); se nel frattempo un altro eletto di quella stessa lista provinciale cessasse dalla carica di consigliere, il "consigliere supplente" sarebbe ufficialmente proclamato eletto e la supplenza toccherebbe al nuovo "primo dei non eletti" in quella lista circoscrizionale (se le candidature di quella lista fossero esaurite, si applicherebbe di nuovo il sistema di surroga a livello regionale visto prima). In questo caso le polemiche riguardano soprattutto i costi che produrrebbe l'aumento di figure con indennità, considerando anche la possibile introduzione dei sottosegretari.

Una possibile soluzione (proposta da Bruno Goi)

Non è dato sapere se in aula la maggioranza di centrodestra riuscirà ad avere i numeri necessari, in base allo statuto, per approvare le proposte di riforma presentate (quella statutaria per introdurre i sottosegretari e quella elettorale). C'è chi, in ogni caso, da tempo ha riflettuto su una soluzione buona da adottare in Piemonte per dare alla regione buone norme elettorali.
Bruno Goi
, piemontese, appassionato di dati e statistiche elettorali (nonché da tempo collaboratore del sito I simboli della discordia e della sua pagina Facebook), fin da novembre dello scorso anno - quindi prima che il centrodestra presentasse il suo secondo testo di riforma elettorale - aveva elaborato alcune idee sulla trasformazione dei voti in seggi, ora riunite in una proposta di riforma inviata ai consiglieri regionali del Piemonte. 
Le idee di questa proposta partono dal principio che diede il titolo a un'opera di Roberto Ruffilli (curata assieme al costituzionalista Piero Alberto Capotosti nel 1988), "il cittadino come arbitro": secondo Goi, in particolare, l'applicazione del principio alla materia elettorale comporta che il sistema elettorale migliore sia quello "che fornisce al cittadino la massima possibilità di scelta". Sapendo che le scelte che un elettore può esprimere sono in sostanza due: una "di rappresentanza, che si può esprimere sia a livello di persona (voto di preferenza) sia a livello di partito (in un sistema proporzionale)" e una "di governabilità, distinta dalla precedente, con la quale si sceglie chi avrà la maggioranza, e quindi governerà l’ente per cui si vota".
Sulla base di questi principi, secondo Goi quella applicata in Piemonte (anche se, come si è detto, è il risultato dell'applicazione soprattutto di norme nazionali) "è sicuramente una buona legge: ci sono il voto di preferenza, la scelta del partito preferito e quella del 'governo', legata all’elezione del Presidente". Goi riconosce solo una scelta obbligata che tocca all'elettorato: quella legata al "listino", per cui "votando il presidente, si vota il suo listino in blocco".

L'autore di queste riflessioni, tuttavia, riconosce che le norme in vigore conservano alcuni profili critici che meritano di essere messi in luce: il primo di questi riguarda un problema di rappresentanza territoriale, che emerge soprattutto guardando agli esiti delle passate elezioni ed è frutto di una stratificazione di cause. "Fin dall'inizio - nota Goi - fu stabilito che le circoscrizioni coincidessero con i territori provinciali. Il che significa una disparità di fatto tra le circoscrizioni con maggior numero di elettori (nel caso piemontese Torino) e quelle meno popolose". In una tabella preparata per il suo studio, Goi ha rilevato che "la provincia-città metropolitana di Torino non ha mai perso seggi rispetto ai seggi teoricamente assegnati; spesso, anzi, ne ha guadagnati". 
Una situazione ben diversa riguarda invece le province meno popolose, cioè "Asti e quelle derivate dalla divisione di Novara e Vercelli" (dunque Novara, Verbano-Cusio- Ossola, ritagliata dal novarese, Vercelli e la provincia da questa scorporata, cioè Biella); il problema di sottorappresentazione, tra l'altro, si è aggravato a causa "della diminuzione del numero di consiglieri a partire dal 2014". Guardando ai numeri di Asti  (ma il risultato non è molto diverso negli altri territori nominati), si può notare che la provincia "perde fino ai due terzi della sua rappresentanza; in più, dal 1990 in poi, spesso l'opposizione è rimasta priva di rappresentanza, privando il territorio della normale dialettica democratica" (ciò è accaduto ogni volta che la circoscrizione si è vista assegnare un solo seggio, trasformando il sistema in un maggioritario di fatto in quelle province).
Questo squilibrio nella rappresentanza territoriale troverebbe particolare concretezza in un caso specifico: la percentuale con cui viene assegnato l'ultimo seggio, vale a dire la percentuale più bassa tra le liste che sono riuscite a ottenere almeno un seggio in quella specifica circoscrizione. Questa percentuale, nella circoscrizione provinciale di Torino, è molto più bassa rispetto ai concorrenti: "ciò significa che, per le liste più piccole, i voti del resto della regione serviranno esclusivamente a portare il seggio alla provincia del capoluogo".
Secondo Bruno Goi, la soluzione al problema della rappresentanza territoriale richiederebbe due interventi. Sarebbe innanzitutto indispensabile abolire il "listino", distribuendo dunque quel 20% di consiglieri sulle circoscrizioni territoriali: questo, tra l'altro, consentirebbe un rispetto maggiore delle scelte esplicitamente concesse al corpo elettorale (con le preferenze). Ciò comporterebbe probabilmente il venir meno del contrassegno del candidato presidente (anche se le recenti elezioni regionali in Lazio hanno dimostrato che questo può essere mantenuto); si tratta, in ogni caso, di un sacrificio che i #drogatidipolitica possono senza dubbio trovare ragionevole.
Una volta abolito il listino, per Goi sarebbe comunque utile "una diversa suddivisione territoriale per limitare la sottorappresentazione dei territori con minor numero di abitanti". La ricomposizione del territorio regionale passerebbe per la creazione di tre circoscrizioni extra-capoluogo (riunendo i territori delle vecchie provincie di Novara-VCO e Vercelli-Biella, fondendo in un'unica circoscrizione le province di Asti e Alessandria e lasciando invece intatto il territorio della provincia-circoscrizione di Cuneo) e per lo "spacchettamento" a sua volta in tre circoscrizioni della città metropolitana di Torino: Goi ha individuato, in particolare, Torino città, Torino "cintura" (la sua estensione si può vedere nelle immagini a fianco) e Torino "montana" (comprendente gli altri comuni).
In questo modo si attenuerebbero le disuguaglianze nella rappresentazione dei territori: il divario maggiore passerebbe infatti da 1:12,87 (quello che si riscontra oggi tra le province di Verbano-Cusio-Ossola e di Torino) a 1:2,29 (che si otterrebbe ponendo a confronto la circoscrizione Vercelli-Biella e quella, comunque consistente, di Torino città). 
Potrebbero comunque riscontrarsi ancora discrepanze nella rappresentazione dei territori (in fondo sono inevitabili quanto si disegnano dei collegi), ma queste sarebbero frutto più di elementi casuali che della distribuzione dei residenti (e non ci sarebbe - ci si permette di aggiungere - alcun disegno o ritaglio artificioso dei collegi, tale da far pensare a ipotesi di gerrymandering); in più, il richiesto superamento del "listino" aumenterebbe di per sé la rappresentanza dei territori. 

Le riflessioni di Bruno Goi riguardano anche altri punti cardine della legge elettorale, a partire dal premio di maggioranza. Lui richiama innanzitutto la questione della soglia minima, ricordando i rilievi fatti dalla Corte costituzionale alla "legge Calderoli" nella sentenza n. 1/2014 (e in parte anche all'Italicum nella sentenza n. 35/2017), a proposito dell'assenza di una percentuale minima da raggiungere per far scattare il premio: proprio sulla base di questi ragionamenti, secondo Goi sarebbe opportuno che anche a livello regionale si introducesse quel meccanismo di "cautela". In effetti il giudice costituzionale aveva fatto le proprie osservazioni per evitare eccessive distorsioni nella sede principale della rappresentanza politica (il Parlamento), in modo che una maggioranza molto relativa non potesse trasformarsi in una maggioranza assoluta consistente; analoghe osservazioni non erano state estese ad altre elezioni con un premio consistente (come le elezioni nei comuni inferiori o, appunto, le elezioni regionali). Ciò non toglie, tuttavia, che l'introduzione di una soglia minima per far scattare il premio potrebbe rendere la legge meno "ipermaggioritaria" di quanto potrebbe essere, dunque sarebbe da considerare positivamente (anche se è difficile pensare che le forze politiche accetterebbero una simile innovazione). Proprio per considerare le differenze della scala regionale rispetto allo scenario della rappresentanza nazionale, il parametro secondo Goi potrebbe essere un po' meno severo, fissando ad esempio nel 35% dei voti la soglia minima (che potrebbe condurre, assegnando i seggi-premio, a una maggioranza mai superiore al 60% dei seggi in consiglio); se nessuna coalizione - o lista singola - superasse il 35%, in ogni caso, si applicherebbe una semplice distribuzione proporzionale di tutti i seggi disponibili.
Quanto alla distribuzione dei seggi del premio, Goi propone di assegnare i seggi ai gruppi di liste ovviamente dopo aver individuato circoscrizione per circoscrizione quanti seggi con quoziente intero spettino a ciascuna lista: l'idea, per l'autore della proposta, è attribuire il premio seguendo l’ordine decrescente dei resti (circoscrizione per circoscrizione), rispettando all’interno della coalizione legata al nuovo Presidente la proporzione tra i singoli gruppi di liste. Immaginando che alla compagine uscita vincitrice debba spettare comunque il 60% dei seggi del consiglio (30 scranni dunque), se la quota non fosse raggiunta nemmeno con i seggi del premio si potrebbero attribuire seggi aggiuntivi (anche se, ci si permette di dire, sarebbe uno scenario difficile); se invece l'attribuzione dell'intero premio facesse andare oltre quella quota, i seggi eccedenti dovrebbero essere distribuiti proporzionalmente tra le coalizioni (o liste singole) perdenti, nonché di seguito all'interno delle coalizioni, applicando lo stesso sistema. Goi non manca di considerare l'ipotesi in cui si ritenesse più opportuno avere un numero fisso di consiglieri (dunque evitando eventuali seggi aggiuntivi): in quell'eventualità, la sua proposta suggerisce di applicare il meccanismo che era stato fissato dalla "legge Calderoli", vale a dire la previsione di un quoziente di maggioranza (ottenuto dividendo il totale voti validi della/e lista/e di maggioranza per il numero di seggi attribuiti alla maggioranza) e un diverso quoziente di minoranza (ottenuto, in questo caso, dividendo il totale dei voti validi delle liste di minoranza per i seggi attribuiti alle opposizioni).
La proposta di Goi si completa con le misure di democrazia paritaria (con l'introduzione della doppia preferenza di genere e - anche se si tratta di un congegno potenzialmente problematico, oltre che poco incisivo - la previsione della riserva di almeno metà delle posizioni di capolista in ciascun gruppo di liste a candidature del genere meno rappresentato nel consiglio uscente) e con altre proposte in materia di "uguaglianza delle liste concorrenti". In particolare, Goi propone l'abolizione dell'esonero dalla raccolta firme per la presentazione delle liste, per evitare disuguaglianze all'ingresso (una proposta che chi scrive appoggia senza alcuna riserva) e l'assenza di soglie esplicite di sbarramento per l'ingresso in consiglio regionale, se non altro per evitare all'elettrice o all'elettore la sensazione di esprimere "voti inutili" se indirizzati alle formazioni minori.
"Applicando le modifiche sopra esposte - conclude Goi - si riducono le criticità del sistema attuale; nulla vieta, comunque, di procedere ad eventuali aggiustamenti futuri, una volta che ne sia stata verificata l’applicazione". C'è da sperare che i suoi suggerimenti siano colti, nell'anno rimasto da qui alla fine della consiliatura: ci vorrebbe "solo" la volontà di farlo.