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sabato 20 aprile 2024

Stati Uniti d'Europa, simbolo definitivo "a sei", con Renew Europe

Il tempo di togliere il velo, dopo anticipazioni e smentite, è arrivato: questa mattina alle 11 alla Lanterna di via Tomacelli a Roma è stato presentato il simbolo di Stati Uniti d'Europa, "lista di scopo" che unisce +Europa, Italia viva, Partito socialista italiano, Radicali italiani, Libdem europei e L'Italia c'è; non c'è invece Volt (inizialmente indicata come possibile parte della lista), che ha deciso simbolicamente di partecipare a un'iniziativa simbolica ma di pregio, come la presentazione di una "lista europea transnazionale [...] con candidati scelti dai diversi capitoli nazionali".  
Risulta nella sostanza confermata la struttura originaria del simbolo - stando all'immagine che era stata divulgata il 27 marzo - con la bandiera europea sventolante su fondo giallo (il giallo di +Europa e storicamente legato all'area liberale), con il nome della lista in primo piano, contenuto in un fumetto, scritto con il font di +E riempito con una texture simile a quella di +E concepita da Stefano Gianfreda (ma, rispetto alla prima versione, ci sono solo toni di azzurro e blu); nel segmento bianco biconvesso inferiore, oltre alle miniature dei simboli delle sei forze politiche partecipanti, è stato inserito anche il riferimento al gruppo parlamentare europeo Renew Europe, che dunque ha concesso l'uso del proprio nome, nonostante della lista faccia parte anche il Psi (nel 2019, per esempio, non si trovò traccia del simbolo dell'Alde Party nella lista comune +Europa - Italia in Comune, proprio perché quest'ultima non era parte di Alde; c'era invece il simbolo del Pde Italia). Si tratta di un simbolo quasi identico a quello che era circolato ieri come indiscrezione, salvo che per il riferimento a Renew Europe, in quel caso assente.
"Finora sono stati gli altri a parlare - male - della nostra lista; forse oggi cominciamo a parlarne noi" ha detto nel suo intervento iniziale Emma Bonino: "Gli Stati Uniti d'Europa sembravano una geniale fuga in avanti, di Einaudi, Spinelli e a un certo punto anche di Pannella, vere persone che guardano al di là del Raccordo Anulare. Oggi gli Stati Uniti d'Europa sono una necessità: come disse Konrad Adenauer, gli Stati Uniti d'Europa sono stati un sogno per pochi, sono una realtà per molti, diventeranno una necessità per tutti e credo che siamo arrivati proprio in questa fase. Per noi federalisti le cose erano chiare da tempo, ma oggi è sempre più evidente che il mondo è rapidamente cambiato e l'Unione Europea deve cambiare altrettanto rapidamente se non vuole condannarsi all'irrilevanza politica, globale ma anche sul piano interno. Io credo che per garantire ai cittadini europei e italiani prospettive di libertà e democrazia, un'Europa che abbia una voce sola sulla politica estera e di difesa e sappia competere sulla ricerca, l'industria, eccetera sia una necessità. Un 'vasto programma', direbbe De Gaulle". 
Bonino ha continuato: "Mi è stato detto: 'Volete fare gli Stati Uniti d'Europa mentre la destra sovranista si avvicina alle elezioni europee con il passo del conquistatore?' Sì, è così. Non ci siamo montati la testa: sappiamo di poter essere anche solo un mattoncino di una grande costruzione. Ho pensato di lanciare con +Europa questo slogan che è un programma: a chi ci dice che non ne abbiamo uno, rispondo che declinando 'Stati Uniti d'Europa' esce un superprogramma. La lista Stati Uniti d'Europa, però, non è la lista Bonino-Renzi e altri: per me è la logica conseguenza di una vita politica passata a cercare di difendere i diritti civili e umani in Italia e nel mondo, nel nome dell'Europa e del diritto dei diritti. Ho fatto una proposta politica per le europee: sono grata a chi l'ha sposata con entusiasmo, a partire da Italia viva e dai socialisti. Confesso un dispiacere tra gli altri: pensavo che Carlo Calenda superasse le polemiche italiane da lui procurate - perché o lui è l'artefice di qualcosa o non è... - e invece ha scelto la divisione anziché l'unione delle forze; mi ha attaccato con le fake news e va bene, cioè non me ne frega niente. Noi dobbiamo essere all'altezza del nostro progetto elettorale. Non mi aspetto sconti da nessuno, a partire dai media; mi aspetto che tutti noi da oggi saremo pronti a dare il nostro massimo contributo per gli Stati Uniti d'Europa. C'è un dramma in Ucraina-Russia e in Medio Oriente, c'è un'Europa assente; ma non possiamo invocare l'Europa quando ci piace e chiamarla 'matrigna' quando non ci piace. Abbiamo il compito di aggiustare la barca che indubbiamente fa acqua da qualche parte, ma l'obiettivo è arrivare dove volevano arrivare tutti i federalisti che ho conosciuto". Anche per il deputato di +Europa Benedetto Della Vedova "Azione ha scelto la divisione anziché l'unità ed è il mio unico rammarico oggi, ai nostri sorrisi di oggi hanno preferito la polemica, mentre è troppo importante il tema cui noi abbiamo dedicato la lista e vogliamo dedicare tutte le nostre energie: Stati Uniti d'Europa evoca un'Europa forte e sovrana, la sovranità nazionale è di cartone".
"Per me - ha detto il leader di Italia viva Matteo Renzi - questo è un 'piccolo momento di felicità', dopo tre settimane in cui abbiamo discusso di tutto, cambiando simbolo e litigando su tante cose, ma nelle esperienze politiche può accadere per varie circostanze casuali e scelte strategiche che arrivi un giorno in cui si fa una cosa per cui si è sempre lavorato, si è sempre creduto e che si è sempre sognata: combattere per gli Stati Uniti d'Europa". Ringraziando Emma Bonino "per il coraggio, la resilienza, la tenacia e la passione", Renzi ha notato che si è arrivati alla lista nonostante "le polemiche e le risse condominiali" e pur arrivando da storie diverse, che ciascuno degli attori rivendica: "Ci unisce l'idea che oggi l'Europa sia in grandissima difficoltà, in crisi profonda, rischiando di non toccare palla su niente. Ci siamo detti: qualcuno dovrà pur provarci, perché senza Europa si sta peggio". Quanto alle polemiche con Calenda, Renzi ha sottolineato: "Non ci interessa parlare di chi non ha scelto di stare con noi: il nostro obiettivo è sfidare culturalmente il sovranismo, fare meglio di chi come Salvini dice 'meno Europa', che non vuol dire 'più Lombardia' o 'più Veneto', ma 'più Cina' o 'più Sud-Est Asiatico', continuando a credere all'irrilevanza europea". E sulle liste: "Ci hanno fatto la morale sulle candidature, ma noi diciamo che chi si candida in Europa va in Europa: non facciamo la parte di chi gioca a prendere i voti, mostrando il proprio ego e alimentando la propria ambizione personale e poi scappa. Nessuno dei cinque capilista è di Italia viva e ne sono orgoglioso: presenteremo i nostri candidati e cercheremo di farli eleggere, ma siamo qui per dire che al progetto degli Stati Uniti d'Europa crediamo come scelta costitutiva della nostra scommessa politica; occorre smettere di litigare, non rispondere alle provocazioni e tornare a volare alto, credendo che questo è il progetto che dà ragione della nostra speranza".
"La politica - ha aggiunto il segretario di +Europa Riccardo Magi - è una cosa strana che a volte ti mette davanti a percorsi tortuosi, pieni di contraddizioni, ti fa anche dubitare in certi momenti che si stia facendo la cosa più giusta, più coerente; poi arriva il momento in cui i dubbi si sciolgono. Abbiamo messo al centro il sogno degli Stati Uniti d'Europa, ma occorre che qualcuno lo faccia diventare un obiettivo politico, mettendo un passo indietro la propria identità di partito per questo. Meno Europa significa meno Ponte, meno infrastrutture, meno investimenti, meno pace, meno ricerca, meno politica industriale, meno sostenibilità. Siamo convinti che gli Stati Uniti d'Europa siano l'unico orizzonte in cui la democrazia rappresentativa e liberale si può salvare. Mi spiace che oggi ci sia una sedia vuota in questa platea, quella che Carlo Calenda ha deciso di non occupare: noi ci abbiamo provato in tutti i modi e siamo tranquilli da questo punto di vista. Non risponderemo più alle polemiche e agli attacchi, delle liste che stiamo componendo non dobbiamo giustificarci con nessuno, abbiamo fatto scelte che hanno un senso politico profondo, scegliendo persone che si impegnano davvero a portare avanti quest'idea degli Stati Uniti d'Europa. Calenda vorrà tenere in ostaggio migliaia di voti dei cittadini che erano stati i primi a chiedergli di lavorare a una soluzione unitaria, noi ci siamo riusciti".
Non fa parte, come detto, della famiglia di Renew Europe - ma del Partito socialista europeo, parte del gruppo Socialisti e Democratici - il Psi, per il quale è intervenuto il segretario Enzo Maraio, futuro capolista al Sud: "Stiamo dando gambe a un progetto che mette insieme anime, culture, storie, tradizioni e posizioni politiche: noi siamo i più diversi, rappresentando un'area che però è orgogliosamente in questo percorso e si sente a casa, forse più che altrove in altri contesti politici. Quando Emma Bonino ci ha lanciato l'invito, noi abbiamo aderito senza alcun dubbio: lo abbiamo fatto anche per una questione di coerenza, noi siamo socialisti in Italia e in Europa, altri lo sono in Europa e meno in Italia, quindi rappresentiamo una parte politica che dialoga e partecipa a questa sfida importante. L'Europa federale e unita è esattamente alternativa all'Europa delle Nazioni, quella della destra sempre più illiberale. Si tratta di una scelta di prospettive, di strategia e visione: non possiamo sbagliare perseguendo una strada che ci porta a interrompere il percorso dell'Europa unita".
"Spesso il termine 'utopia' è il modo di liquidare quello che non si ha voglia o capacità o il coraggio di fare, come diceva Adriano Olivetti - ha voluto ricordare Matteo Hallissey, segretario di Radicali italiani -. Noi con voglia, capacità e coraggio abbiamo scelto di cercare di cambiare totalmente rotta rispetto a quello che faranno gli altri partiti, mettendo al centro le riforme che servono all'Europa ora più che mai, perché questo è l'unico momento possibile. Mentre noi cerchiamo di sforzarci per avere una prospettiva più alta e darci un obiettivo sicuramente utopico e ambizioso, ma che può essere portato avanti anche grazie al nostro contributo, c'è chi come Carlo Calenda ci definisce un'accozzaglia: a parte che, guardando il nostro simbolo, la nostra lista assomiglia a quella di Cateno De Luca meno di quella di Calenda, in questa lista di scopo abbiamo l'unione di diverse tradizioni che proprio nella loro differenza rappresentano la proposta più credibile di diverse storie che si uniscono su un unico obiettivo e missione, mettendo anche da parte le differenze che ci sono e resteranno anche dopo le elezioni. Non ci unisce solo il desiderio di superare il 4% per portare persone competenti al Parlamento europeo, ma un percorso partito dalla proposta di Emma Bonino, passato poi attraverso tavoli programmatici per costruire il progetto al meglio. Cercheranno di riportarci in basso, ai temi italiani e alle lotte fratricide in ambito liberale, ma noi dobbiamo cercare di dare innanzitutto a Renew Europe la forza di essere di nuovo il terzo gruppo al Parlamento, superando i conservatori ed essendo parte della maggioranza, per dare forza e coraggio per riformare i trattati e fare un salto in avanti". 
Un breve intervento è arrivato anche da Gianfranco Librandi, leader di L'Italia c'è (che, come Italia viva, è parte del Partito democratico europeo e i cui canali social erano rimasti sostanzialmente fermi fino alle ultime ore): "Dobbiamo difendere l'Europa dagli attacchi del pericolo sovranista grazie a un nuovo partenariato tra gli stati europei; rafforzare il mercato unico. L'Italia c'è contribuisce a rappresentare i cittadini del Fare, quelli che lavorano e pagano le tasse, volendo meno condoni per qualcuno e meno tasse per tutti. Con gli Stati Uniti d'Europa ci sentiremo più protetti, sicuri, più forti dal punto di vista economico, sociale, della sicurezza militare, dell'energia, della ricerca scientifica, dell'approvvigionamento delle materie prime". Il simbolo di L'Italia c'è, peraltro, è stato integrato in basso con un piccolo elemento tricolore e il riferimento "Al Centro" (stesso carattere usato per quelle parole da Matteo Renzi).
"Ci spiegavano proprio che questa lista non si sarebbe potuta fare - ha aggiunto Andrea Marcucci, a capo di Libdem europei - ma certe volte le idee, i sogni, le volontà collettive sono più forte dei veti e degli egoismi. Ci hanno descritto come litigiosi, un'assemblea che poco aveva in comune, ma non è così. Abbiamo in comune l'amore per l'Europa, il collante più forte nelle elezioni europee; l'amore per la democrazia liberale e dei diritti, per la salvaguardia dei più deboli".
Nella mattinata sono intervenuti anche alcuni dei candidati alle europee: dopo Bonino (che guiderà la lista nel Nord-Ovest) ha parlato il futuro capolista nel Nord-Est Graham Watson, per vent'anni europarlamentare ed ex presidente del partito europeo Alde (cui +Europa, Radicali italiani e Libdem appartengono), "in più sono sposato da 37 anni con una liberale italiana, fiorentina tra l'altro, quindi ho la cittadinanza... L'Europa democratica è in grave pericolo; i nostri nemici tentano di spaccarla. Certi interessi americani temono l'euro forte; certi interessi russi temono la potenza dell'Ue; la stessa Brexit è stata foraggiata da fondi privati statunitensi e pubblici russi. Stanno dietro Trump, hanno vinto le elezioni in Olanda; in Francia, Italia e altri paesi finanziano le forze nazionaliste. Svegliamoci: siamo in guerra, non solo per aiutare a difendere il territorio ucraino, ma anche per difendere la nostra democrazia. Abbiamo conosciuto tanti progressi nel corso degli anni grazie all'Europa: faccio campagna per difendere tutto questo e la democrazia, ma anche per estendere le libertà dei cittadini. Vogliamo anche una vera politica europea di difesa, di immigrazione legale per combattere il traffico di esseri umani. Possiamo farlo nella prossima legislatura europea". Oltre a Watson, sono intervenuti l'europarlamentare uscente Nicola Danti (impegnato nella riforma dei trattati), Giandomenico Caiazza (capolista al Centro) e Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino e capolista nelle Isole ("Ho vissuto anni molto difficili dopo la scomparsa di Marco Pannella, anche di amarezza e mancati tentativi di costruire quello per cui Pannella ha lottato per tutta la vita"),
"Questo è un simbolo bellissimo, con colori gioiosi - ha chiosato Raffaella Paita, coordinatrice nazionale di Italia viva - ed è soprattutto la sintesi tra esperienze politiche, culture e storie che hanno voluto unirsi perché questo è un momento cruciale per la vita dell'Europa e del nostro Paese. Quelli che continuano a provocarci e a criticarci dicendo che siamo solo una lista di scopo, rispondo che qui dentro c'è uno scopo grande e c'è una bella differenza tra essere una lista di scopo e una lista senza scopo". 
Rispetto alla prima bozza circolata, in cui il nome era "Per gli Stati Uniti d'Europa", ora la lista ha perso le prime due parole: il nome è dunque identico a quello contenuto nel contrassegno che nel 2019 Maurizio Turco aveva depositato per conto della lista Pannella, (mantenendo il nome dell'associazione Stati Uniti d'Europa che avrebbe dovuto presentare liste comuni tra Lista Pannella e Psi, poi non se ne fece nulla) e che nelle prossime ore dovrebbe essere nuovamente presentato al Viminale per dare continuità al primo deposito. I due simboli non hanno altro in comune (tranne, beninteso, la lunga storia radicale di alcuni promotori di Stati Uniti d'Europa e di alcune candidature, a partire da quella di Bonino e Bernardini, ma anche la lunga aderenza radicale di Caiazza); la stessa rosa di cui sono ora titolari i Radicali italiani, disegnata da Aurelio Candido, è diversa dalla rosa nel pugno di Marc Bonnet "prestata" dalla Lista Pannella al simbolo coniato nel 2019. Il nome però è proprio uguale e qualche problema sulla coesistenza dei due fregi dovrà essere posto. Difficile mettere in "pericolo" un progetto cui varie forze politiche lavorano da settimane, ormai mesi, ma altrettanto difficile e pericoloso rischiare di togliere diritti a un simbolo già accolto dal Viminale cinque anni fa. Tra qualche manciata di ore se ne saprà di più. 

mercoledì 27 marzo 2024

Stati Uniti d'Europa, +Europa e Italia viva accolgono Volt, Psi e Libdem

Simbolo ricostruito
AGGIORNAMENTO DEL 28 MARZO: È corretto dare conto del comunicato emesso da Volt Italia, in particolare dal suo presidente Guido Silvestri: "Anche oggi abbiamo partecipato a diverse interlocuzioni con i partiti 
politici. In vista delle prossime elezioni europee, continua l'esplorazione di Volt Italia, il capitolo italiano del partito europeo VoltEuropa.org, con le diverse coalizioni su cui deciderà il 6 aprile la nostra assemblea in accordo con i nostri processi democratici. Ogni diversa ricostruzione, incluse ipotesi di simboli di coalizione, non si possono considerare espressione del nostro partito". Evidentemente, dunque, quello mostrato è un simbolo ipotetico, che potrebbe ancora cambiare nelle prossime ore: Volt prenderà la sua decisione in assemblea e se ne darà conto a tempo debito.

Da settimane tra le notizie politiche fa capolino qualche riferimento all'idea di una lista comune dell'area liberaldemocratica per le elezioni europee dell'8 e 9 giugno, prima pensata per tenere unite le forze politiche che, pur afferendo a due partiti europei diversi (Alde - Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa e Partito democratico europeo), fanno riferimento al comune gruppo al Parlamento europeo Renew Europe, poi ampliata alle forze riformiste interessate ad appoggiare l'idea di una lista di scopo nel nome del progetto degli Stati Uniti d'Europa. Il 15 dicembre 2023, infatti, La Stampa ha pubblicato un appello di Emma Bonino intitolato proprio E ora gli Stati Uniti d'Europa: le elezioni europee non erano il fine immediato, ma una tappa rilevante per riuscire ad arrivare all'obiettivo degli Stati Uniti d'Europa. Era però piuttosto chiaro che si volesse approntare nel frattempo uno strumento elettorale per affrontare in modo unitario l'appuntamento di giugno, nel tentativo di far pesare in Europa determinate voci, unendo le forze per raggiungere e superare la soglia del 4%: un obiettivo rilevante e insidioso, visto che non era riuscito alla lista Scelta Europea nel 2014 e al tandem +Europa - Italia in Comune - Pde Italia nel 2019.
Da poche ore è stato mostrato un primo simbolo (primo perché potrebbe non essere ancora definitivo) di una lista denominata, appunto, Stati Uniti d'Europa, la cui guida è certamente assunta da +Europa (partito esente dalla raccolta firme grazie ai parlamentari eletti nei collegi uninominali): lo mostra piuttosto chiaramente il nome della lista, scritto in carattere Arial Rounded (o assimilato) e colorato con la stessa composizione cromatico-geometrica - concepita da Stefano Gianfreda - che caratterizza fin dalla nascita il partito di Emma Bonino e Riccardo Magi: quel nome è stato inserito in una sorta di "fumetto" geometrico bianco, collocato sopra una bandiera europea sventolante, mentre il fondo in alto è giallo: il colore delle stelle d'Europa, il colore che sta nella parte inferiore del simbolo di +E, ma anche il colore tradizionalmente legato all'area libdem
Nella parte inferiore del simbolo, in un segmento curvilineo biconvesso bianco, trovano posto le miniature di cinque simboli di forse politiche. Il primo è +Europa, poi si trovano Italia viva e, nella seconda fila, Volt, Partito socialista italiano e Libdem europei: si tratta delle forze politiche che da più tempo hanno mostrato interesse per questo progetto di lista comune. In particolare, +Europa e Libdem (Costituente per il partito – Liberali Democratici Europei, fondata nel 2022 da Giuseppe Benedetto, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino e Sandro Gozi, ora presieduta da Andrea Marcucci, mentre il segretario è Piero Cecchinato) sono soggetti membri dell'Alde Party (così come lo è Radicali italiani, che non appare nel simbolo ma dovrebbe essere della partita); il Psi - ovviamente membro del Pse - aveva già sostenuto la lista presentata da +Europa e Italia in Comune nel 2019; Volt aveva considerato seriamente la presentazione di una propria lista, fino a quando l'emendamento di Fratelli d'Italia al "decreto elezioni 2024" ha cancellato l'esenzione per i partiti affiliati a soggetti politici che avevano eletto europarlamentari in paesi diversi dall'Italia (la legge di conversione, peraltro, al momento non risulta ancora in vigore); quanto a Italia viva (rappresentata al Parlamento europeo da Nicola Danti e Sandro Gozi - eletto in Francia - ed esente dalla raccolta firme avendo almeno un gruppo parlamentare), aveva fin dall'inizio manifestato interesse per il progetto della lista nel nome di Renew Europe.
Come si diceva, quello mostrato poche ore fa potrebbe essere un simbolo non definitivo, quindi una tappa intermedia; di certo alle spalle ha un percorso accidentato, di convinzioni, dubbi, proposte e rifiuti. Un percorso che in molti (e più di tutti forse Mario Lavia su Linkiesta) hanno raccontato finora nei suoi continui ferma-e-riparti, ma soprattutto negli ostacoli emersi via via. Com'è noto e come il simbolo mostra, Azione non è tra i soggetti promotori o partecipanti al progetto di lista: la sua presenza sarebbe sicuramente importante per garantire - almeno sulla carta - il superamento della soglia, ma ancora a metà marzo Carlo Calenda si era detto "disponibile a una lista Stati Uniti d’Europa promossa da +Europa e Azione. Non sono disponibile a farla insieme a Renzi, Mastella, Cuffaro e la new entry Cesaro". In precedenza questa posizione e i dubbi di altri soggetti avevano messo seriamente a rischio l'intero progetto; oggi sembra essersi fatto un passo avanti (anche grafico) verso la concretizzazione della lista, mentre Azione - a sua volta esente dalla raccolta firme grazie al suo gruppo "in deroga" alla Camera - rimane impegnata in un suo percorso che, oltre a Nos, ha per ora raccolto il Partito repubblicano Italiano e i Repubblicani europei (facendo subito pensare ai #drogatidipolitica che, per ricucire tutte le scissioni, bisognerebbe recuperare anche i Repubblicani Democratici di Giuseppe Ossorio).
Bonino conferma la speranza di un ripensamento di Calenda e, da Italia viva, Maria Elena Boschi nega l'esistenza di veti, ma al momento un ulteriore ampliamento delle forze ad Azione sembra poco probabile. Non proprio scontato, peraltro, appare l'obiettivo del 4% per l'eventuale lista guidata dalla stessa Azione, specie se questa non dovesse contare sull'appoggio di quella parte di +Europa guidata dal suo presidente, Federico Pizzarotti, che avrebbe preferito allearsi con il partito di Calenda. 
Al di là delle probabili future candidature (Bonino, Alessandro Cecchi Paone, l'ex presidente dell'Unione Camere penali Giandomenico Caiazza, l'ex sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, il corrispondente di Libération Eric Jozsef e l’ex presidente dell'Alde Graham Watson; non invece Totò Cuffaro, a dispetto delle voci circolate in questi giorni, pur avendo la "sua" Dc manifestato interesse per la collaborazione con Iv), il progetto di "lista di scopo" (per superare il 4% e fare pesare le sensibilità europeiste, liberaldemocratiche, riformiste e moderate) pare più vicino alla realizzazione. Pochi, però, sembrano ricordare che il nome che si intende schierare - dalla storia illustre, essendo stato titolo di un libro di Ernesto Rossi e avendo avuto usi ancora precedenti - era già finito in bacheca al Viminale, anche se non sulle schede, senza essere caduto in desuetudine in questi anni. Il particolare non è privo di rilievo e merita di essere tenuto in considerazione, specie nei prossimi giorni.

giovedì 11 agosto 2022

Italia viva e Azione, sotto il segno di Calenda e di Renew Europe

Chi sosteneva che molto probabilmente le forze che da tempo (prima Italia viva, poi la Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è) o da pochi giorni (Azione, come pure altri gruppi minori) lavoravano a un "polo alternativo" avrebbero costituito un'unica lista ha avuto ragione. Poche ore fa, infatti, è stato divulgato il contrassegno elettorale unitario che mostra e accosta i due progetti più strutturati (Azione e Italia viva), inserendoli in un cartello elettorale che sembra nascere per avere anche un respiro politico più ampio, come suggerisce il comune riferimento europeo al gruppo renew europe. Altrettanto comune risulta essere il riferimento alla figura di guida della lista, individuata in Carlo Calenda, che ha parlato della lista come "alternativa seria e pragmatica al bipopulismo di destra e di sinistra che ha devastato questo paese e sfiduciato Draghi".
Il ruolo di guida del soggetto elettorale di Calenda emerge certamente dal risalto dato al cognome del fondatore di Azione, l'unico presente nel contrassegno: non è stato indicato invece quello di Matteo Renzi, che pure aveva percorso per primo l'idea di uno schieramento autonomo rispetto al centrosinistra a guida Pd (oltre che distinto rispetto al centrodestra e al MoVimento 5 Stelle). La prevalenza calendiana, tuttavia, emerge da tutto il contrassegno: la struttura interna del cerchio, divisa tra blu e bianco, ricorda molto l'emblema elettorale di Azione configurato per contenere il riferimento a un candidato, ma a campiture invertite (di solito il bianco stava in alto e il blu in basso, con il testo in bianco); il carattere usato per indicare il nome del leader è lo stesso (giusto appena più fine, visto che è più facile per il blu emergere su fondo bianco che a tinte invertite). Azione, poi, è la prima delle due forze politiche maggiori a essere richiamata nella parte blu, che occupa un po' più della metà del cerchio grande per consentire di non ridurre troppo le miniature dei due emblemi di partito. Il primo cerchietto bianco ospita dunque il logo di Azione - con la A frecciata - nella sua ultima versione (quella che sfuma dal blu al verde, forse il colore più sacrificato in tutto il fregio), senza altri elementi che sarebbero risultati illeggibili. Il secondo cerchietto, invece, contiene il simbolo ufficiale di Italia viva, che dunque riprende il suo posto, facendo accantonare il logo con la R rovesciata - e con il cognome di Renzi - che pure era stato "lanciato" meno di tre settimane fa; bisogna anche dire che quell'emblema somigliava molto nella struttura e nei colori al contrassegno attuale della lista (fondo blu in alto, bianco con nome blu in basso, anche se la divisione tra le due parti diseguali era curvilinea), per cui se fosse stato collocato sull'attuale segmento blu sarebbe quasi "annegato", potendo emergere a fatica (a differenza del simbolo inaugurato nel 2019). 
A prescindere dal fregio usato, comunque, la presenza di Italia viva nel contrassegno è fondamentale: avendo il partito di Matteo Renzi almeno un gruppo parlamentare, l'esenzione dalla raccolta delle firme per la lista è assicurata e i dubbi che per giorni hanno tenuto banco sul preteso diritto all'esonero di Azione perdono di senso e di attualità. Come si è ricordato nei giorni scorsi, l'esenzione spettava - sempre per scelta di Italia viva, che aveva rinominato il suo gruppo alla Camera - anche alla Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è, ma il gruppo coordinato da Piercamillo Falasca e Federico Pizzarotti ha scelto di aderire a questo progetto politico-elettorale comune, insieme al Partito repubblicano italiano (che giorni fa aveva stipulato un accordo con Iv), nonché probabilmente altre forze di cui si è parlato in questi giorni (quali Mezzogiorno federato, legato a Claudio Signorile, che si è posto come "facilitatore" nei confronti di Federico Pizzarotti, e Insieme, già vicino a Italia viva; c'è chi ha parlato dei Moderati guidati da Giacomo Portas, ma non è affatto sicuro e lui, a precisa richiesta, non commenta). In ogni caso, le tre forze principali fanno tutte riferimento a "renew europe.", il gruppo parlamentare europeo - nato dalla convergenza di Alde e Pde, partito di cui è segretario Sandro Gozi - di cui fanno parte Nicola Danti (Iv) e lo stesso Calenda e in cui si riconosce lo stesso gruppo di LCN - L'Italia C'è. Si tratta del solo riferimento a un gruppo parlamentare europeo (cui si aggiungono, per ora, quelli al Ppe in Forza Italia e al Partito verde europeo nel simbolo composito della Alleanza Verdi e Sinistra, comunque più di quanti se ne siano mai visti alle elezioni politiche) e uno dei pochi in lingua inglese incontrati fin qui (tra questi, appunto, quello all'European Green Party).
Renzi in persona ha confermato la scelta di non emergere, tanto nel contrassegno comune quanto nel percorso verso il voto, commentando così: "Lascio volentieri che sia Carlo Calenda a guidare la campagna elettorale. Talvolta abbiamo discusso, lo sapete, ma i punti che ci uniscono sono molti di più di quelli che ci dividono. Chi ci crede deve fare di tutto per unire, non per dividere. E io ci credo. Per questo faccio il primo passo con il sorriso: perché so che sarete in tanti a camminare con noi. Io faccio politica da tanti anni e ho avuto l'onore di servire ai livelli apicali la mia città, il mio Paese, la mia comunità. Ho imparato che bisogna sempre essere ambiziosi, puntare in alto, non sognare in piccolo. Ma ci sono dei momenti in cui le ambizioni personali lasciano il passo ai sogni collettivi. Servono gli assist per fare i gol"; Calenda, per parte sua, ha ringraziato Renzi "per la generosità". 
In generale, l'aver scelto la via di una sola lista aiuta a raggiungere l'obiettivo di non restare sotto la soglia del 3% per ottenere rappresentanza grazie ai seggi da ottenere - essenzialmente nelle circoscrizioni con più seggi - nella quota proporzionale. Il tentativo ha il volto di un simbolo unitario che come nome ha la somma del nome della figura scelta come volto principale e delle etichette delle due principali forze politiche (altri inserimenti sono stati evitati, probabilmente per scelta dello stesso leader, per evitare di rendere il simbolo illeggibile); sui social è stato diffuso l'hashtag #Italiasulserio, ma nel contrassegno non ce n'è traccia. Graficamente l'esito non è memorabile, anche se sulla scheda il cognome di Calenda emerge, mentre si distingue assai meno l'elemento politicamente più interessante dell'emblema, ossia il riferimento al gruppo europeo: fa emergere, infatti, il tentativo di dare corpo in Italia a un progetto che non sia solo elettorale, accostando forze che in altri Paesi avrebbero costituito un unico soggetto politico. Ce ne sono altre in Italia nella stessa area, ma hanno preso altre strade: presto conosceremo il loro destino simbolico.

lunedì 8 agosto 2022

Azione, corsa solitaria forzata se non fa liste con un simbolo senza firme

La scelta di Carlo Calenda di rompere il patto che aveva legato Azione al Partito democratico in vista delle elezioni politiche del 25 settembre ha attirato l'attenzione di molte persone, innanzitutto per cercare di capire quali scenari politici ed elettorali potranno aprirsi nei prossimi giorni, anche se sarebbe meglio parlare di prossime ore: entro le 16 di domenica 14 agosto, infatti, le eventuali coalizioni dovranno essere definite, senza più poter essere modificate.
Oltre a questo, però, nella comunità dei #drogatidipolitica, come in quella di chi studia il diritto costituzionale e tra i media si è diffusa una domanda, che già aveva tenuto banco nei giorni precedenti (quando l'alleanza, pur travagliata, sembrava reggere): ma quindi ora Azione, se non fa più la lista con +Europa, dovrà raccogliere le firme? In questi giorni il tema delle ipotesi di esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni è stato trattato più volte in questo sito, con riferimento a coloro cui certamente o probabilmente spetta il beneficio, alle riflessioni giuridiche sull'istituto dell'esenzione e sull'interpretazione e applicazione delle disposizioni che lo prevedono e, da ultimo, proprio con riguardo al caso specifico di Azione

Il problema della raccolta firme...

Giusto ieri si è spiegato come il testo dell'art. 6-bis del decreto-legge n. 41/2022 ("decreto elezioni 2022"), nell'esentare dalla raccolta delle sottoscrizioni i "partiti o gruppi politici [...] che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno [...] alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale" preveda condizioni per l'esonero che Azione non sembra integrare per intero. Nessun dubbio sul fatto che Siamo Europei, soggetto politico-giuridico che all'inizio del 2020 ha cambiato ufficialmente il nome in Azione (o, per lo meno, in quel periodo ha sottoposto il mutamento di denominazione alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici) abbia partecipato alle elezioni europee del 2019 con proprie candidature e che abbia ottenuto almeno un eletto - cioè lo stesso Calenda - "in ragione proporzionale" (vale a dire l'unico sistema previsto per le elezioni europee); il problema è che ufficialmente non sembra avere presentato quelle candidature "con proprio contrassegno". Sulle schede elettorali il simbolo (cioè il fregio grafico) di Siamo Europei c'era, ma era contenuto nel contrassegno (il cerchio complessivo che caratterizza le liste) presentato ufficialmente dal solo Partito democratico, senza che nei documenti di presentazione figuri la dichiarazione di trasparenza di Siamo Europei, oltre allo statuto registrato del Pd (in altri casi, quando una lista era formata da un partito iscritto al Registro e da un'altra forza politica non iscritta, la pagina "Trasparenza" del Ministero dell'interno riporta tanto lo statuto del partito registrato quanto la dichiarazione di trasparenza della forza politica non registrata: si veda il caso della lista Il Popolo della famiglia - Alternativa popolare o di +Europa - Italia in Comune - Pde Italia): questo impedirebbe di considerare le candidature presentate da Siamo Europei - Azione nelle liste in comune con il Pd come presentate "con proprio contrassegno".
Sempre ieri si è ricordato che Azione potrebbe comunque provare a presentare liste senza raccogliere le firme, insistendo sul fatto che comunque il suo simbolo alle elezioni europee era presente e che quel simbolo può essere fatto valere come contrassegno: si tratterebbe pur sempre di un azzardo, di una scommessa, ma i presentatori delle liste potrebbero trovarsi di fronte a uffici elettorali circoscrizionali sensibili all'argomento del favor partecipationis, dunque disponibili a interpretare la disposizione sulle esenzioni in modo meno esclusivo e rigoroso. In effetti è questo il punto delicato della questione, per cui si può anche essere d'accordo con Calenda che, ospite a In mezz'ora in più ha dichiarato a Lucia Annunziata che "c'è una confusione soprattutto tra le istituzioni", ma c'entra poco il fatto che "Il Ministero dell'interno italiano non chiede al Parlamento [europeo] e il Parlamento [europeo] non chiede al Ministero dell'interno italiano perché è la prima volta che succede": il Parlamento europeo può certamente certificare l'elezione di Calenda in una lista che nel contrassegno conteneva l'espressione "Siamo Europei", ma altrettanto certamente non spetta al Parlamento europeo interpretare il diritto interno e decidere se una forza politica ha partecipato al voto con proprio contrassegno. La decisione è rimessa non al Viminale, ma agli Uffici elettorali circoscrizionali, che in alcuni casi - soprattutto alle europee del 2019 - hanno interpretato con larghezza i criteri di esenzione, in altri (come alle politiche del 2018) molto meno.

... e la trappola dei collegi uninominali

Anche all'interno di Azione, in ogni caso, dopo i primi giorni in cui il partito era convinto di essere esonerato dalla raccolta firme, dev'essere prevalsa l'opinione che confidare nell'esenzione potrebbe essere una via troppo rischiosa e soggetta a un'alea e a un margine di discrezionalità che è meglio non sfidare. Anche per questo, sempre ieri Calenda ha risposto ad Annunziata: "Se dovremo raccogliere le firme le raccoglieremo. [...] Io penso che se non ce la facciamo l'offerta era veramente molto debole". 
Si può condividere l'osservazione, ma occorre un approfondimento di natura tecnica e pratica, perché la sfida della raccolta firme di Azione, già dura per il poco tempo a disposizione, rischia seriamente di diventare impossibile per gli adempimenti richiesti dalla legge in materia di indicazione delle candidature e raccolta delle sottoscrizioni. Si tratta, per di più, della stessa trappola tecnico-pratica in cui si era trovata alla fine del 2017 +Europa, almeno fino all'intervento salvifico del "nocchiero elettorale" Bruno Tabacci, che aveva apportato l'esenzione di Centro democratico: vale la pena ricordarla e analizzarla in dettaglio.
Com'è noto, anche da pratica legata alle elezioni amministrative e regionali, le firme devono essere raccolte su moduli sui quali devono già essere scritti i nomi delle persone candidate nella lista per la quale si chiede il sostegno, né quei nomi possono essere cambiati in corso d'opera. Le disposizioni che prevedono questo, infatti, servono ad "assicurare la piena consapevolezza dei sottoscrittori in ordine ai candidati cui si riferisce l’atto di presentazione sottoscritto": ciò vuole dire - così si legge nella sentenza della sez. V del Consiglio di Stato n. 1087/2002, da cui viene anche la citazione precedente - assicurare che chi firma abbia "piena e indubitabile consapevolezza circa l’esatta identità dei candidati inclusi". In base all'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera, però, gli stessi moduli che elettrici ed elettori sottoscrivono devono già contenere, oltre ai candidati di lista del collegio plurinominale (rappresentati da quel contrassegno), anche "l'indicazione dei candidati della lista nei collegi uninominali compresi nel collegio plurinominale". La ragione di fondo è la stessa vista prima (chi firma per la presentazione di una lista potrebbe non volerlo fare di fronte a candidature nei collegi uninominali che non condivide) e in effetti non è sbagliata, ma crea problemi enormi, se non addirittura insuperabili a una lista che voglia coalizzarsi, ma debba raccogliere le firme. 
Il problema, in effetti, esiste (solo) perché esiste l'istituto dell'esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni: se tutte le forze politiche dovessero dimostrare di avere un certo numero di presentatori, avrebbero tutto l'interesse a definire nel più breve tempo possibile le candidature di lista e ad accordarsi tra loro sulle coalizioni e sui nomi dei candidati per i vari collegi uninominali da presentare a nome di tutta la coalizione, in modo da avere davanti un tempo sufficiente per raccogliere le firme e ottenere i certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori, come richiesto dalla legge. Visto che però le norme in vigore esonerano alcune forze politiche dalla raccolta firme, partiti e liste che beneficiano dell'esenzione non hanno alcun problema di tempo e possono tranquillamente confrontarsi (e scontrarsi o cambiare idea) sulle persone da candidare fino a poco prima della scadenza del termine per la presentazione delle candidature, senza avere alcuna premura. L'agio di cui godono le liste esonerate, però, si trasforma in un ostacolo invalicabile per chi invece, dovendo raccogliere le firme, ha necessità di sapere tutti i nomi da scrivere sui moduli per poter iniziare la raccolta: vale per le persone della propria lista, ma soprattutto per le candidature nei collegi uninominali, da concordare con le altre forze della coalizione.
Un esempio concreto, con nomi per niente casuali, aiuterà a capire il problema. Mettiamo il caso che Azione (che ha bisogno di raccogliere le firme) voglia presentarsi in coalizione con Italia viva (che invece, avendo almeno un gruppo parlamentare, è esonerata, come è stata esonerata la Lista civica nazionale - L'Italia C'è, grazie all'integrazione del nome del gruppo di Iv alla Camera): dovrebbe decidere subito le persone da candidare nelle proprie liste (e fin qui la cosa è ovvia), ma per poter iniziare la raccolta firme dovrebbe essere messa in condizione di sapere in fretta i nomi dei candidati nei collegi uninominali da scrivere sui moduli da far firmare. Dovrebbe dunque convincere Italia viva e la Lista civica nazionale - L'Italia C'è (che presenti o meno una sua lista) a concordare subito le candidature per i collegi uninominali, anche se queste - grazie all'esenzione dalla raccolta firme - in condizioni normali potrebbero attendere anche fino alla sera del 21 agosto, per poi presentare le liste l'indomani: ogni giorno in più dedicato alla scelta delle candidature, infatti, per Azione si tradurrebbe in un giorno in meno per la raccolta delle firme, in un tempo già molto delicato (varie elettrici e vari elettori che potrebbero firmare sono in vacanza in luoghi lontani dai comuni di residenza e dai collegi in cui potrebbero sostenere le candidature; sono assenti anche varie persone in grado di autenticare le sottoscrizioni). L'idea di raccogliere le firme senza indicare sui moduli i nomi dei candidati dei collegi uninominali (per aggiungerli in seguito) o preparando moduli separati per liste (da far firmare) e candidature dei collegi uninominali (da allegare) va esclusa: un emendamento (alla legge di bilancio 2018) che proponeva tale modus operandi fu affossato da Forza Italia; un anno e mezzo dopo, rispondendo in un question time a un'interrogazione di Riccardo Magi, per l'allora ministro dell'interno Salvini era impossibile interpretare il testo in modo da separare i moduli per le liste (da firmare) da quelli per i collegi uninominali (da presentare soltanto).

Le possibili vie d'uscita

Ora, mentre si scrive non risulta che Azione, Italia viva e Lista civica nazionale - L'Italia C'è abbiano stretto ufficialmente un accordo (che peraltro sarebbe definitivo e non revocabile solo dopo le ore 16 del 14 agosto...) né che abbiano deciso le loro candidature comuni nei collegi uninominali. In una situazione simile, Azione avrebbe meno di due settimane per raccogliere almeno 36750 firme per la Camera e almeno 19500 firme per il Senato (anche se queste ultime possono coincidere con parte delle prime); in ogni caso, non potrebbe raccoglierle senza avere raggiunto prima l'accordo all'interno della coalizione sulle persone da candidare nei collegi uninominali, col rischio che servano altri giorni per decidere, perdendo tempo prezioso per la ricerca delle sottoscrizioni. L'unico modo per avere più tempo a disposizione per raccogliere le firme necessarie per Azione sarebbe non stringere alcun accordo di coalizione, decidendo in autonomia e molto in fretta le candidature di lista (cosa che avverrebbe comunque) e anche nei collegi uninominali, investendo tutto il tempo dei prossimi giorni per ottenere le sottoscrizioni necessarie.
Il cocktail tossico di tempi stretti, procedimento elettorale preparatorio in piena estate, raccolta cartacea delle sottoscrizioni, obbligo di indicare in anticipo i candidati nei collegi uninominali anche in caso di coalizione e funzionamento delle esenzioni, insomma, finisce per costringere chi debba raccogliere le firme a non coalizzarsi, in una corsa solitaria forzata. L'unico modo per evitare questo esito e consentire ad Azione di cooperare con Italia viva sarebbe costruire una lista unitaria-federativa con la Lista civica nazionale - L'Italia C'è oppure con Italia viva, entrambe esenti dalla raccolta firme e quindi in grado di dedicare tutto il tempo necessario e opportuno alla scelta delle candidature; ancora di più, una lista unica che per assicurarsi l'esenzione mostrasse il simbolo o almeno il nome di Italia viva (anche declinato nel nuovo simbolo con la R rovesciata apparso pochi giorni fa) e fosse espressione anche delle altre due componenti politiche (evidenziandole in qualche modo nel contrassegno comune, anche se non sarebbe facile da gestire sul piano grafico) permetterebbe di risolvere il problema, aggirando le storture della legge che puntualmente, alla nuova occasione elettorale, si sono ripresentate. La scelta su come agire, ovviamente, è tutta nelle mani di Matteo Renzi, Carlo Calenda, Piercamillo Falasca, Federico Pizzarotti e delle altre persone impegnate nei rispettivi progetti politici. E anche nelle mani e nella pazienza di chi dovrà lavorare alle grafiche, a seconda delle strade che saranno percorse.

sabato 23 luglio 2022

R come Renzi, Riformisti, Radio Leopolda: nuova veste per Italia viva? (di Mauro Bondì e Gabriele Maestri)

Più o meno improvvisamente è tempo di elezioni e Matteo Renzi si prepara ad affrontare la sua prima campagna elettorale nazionale fuori dal Pd. L'ex Presidente del Consiglio, dopo aver lasciato i dem nel 2019 (poco dopo la nascita del secondo governo Conte), aveva fondato Italia viva, partito liberale e riformista (ispirato notoriamente all'esperienza francese di Macron).
Con il tempo in Francia il partito di Macron -
La République En Marche! - ha finito per "svuotare" il Parti Socialiste; se più di una voce aveva attribuito anche a chi aveva seguito Renzi l'idea di "svuotare il Pd", il progetto sembra in realtà essere stato via via accantonato, dopo i modesti risultati raggiunti da Iv sia nei sondaggi, sia nelle reali competizioni elettorali. Di certo in questo momento per Italia viva la strada di un rientro in Parlamento sembra decisamente in salita: senza un'organica alleanza con Azione, +Europa e le altre compagini liberali e libdem, la soglia di sbarramento rischia di essere un problema, come pure la possibilità di avere una buona rappresentanza in Parlamento. L’ex capo del governo, dunque, avrebbe deciso di effettuare un restyling - o, se si preferisce, un rebranding - della sua creatura politica, iniziando a proporre agli elettori un nome e un simbolo completamente nuovi. Se n'è avuta la prova ieri sera, quando lo stesso Renzi è intervenuto al Tg1 avendo alle sue spalle un pannello con un simbolo diverso da quello che era stato scelto alla Leopolda del 2019 (opera di Proforma di Giovanni Sasso).
La svolta in realtà era nell’aria e se ne parlava da tempo, almeno da quando - sempre alla Leopolda, ma all'ultima edizione, tenutasi il 19 novembre 2021 - Renzi e i suoi avevano iniziato a collaudare un nuovo vessillo assai diverso da quello originario di Iv. Si trattava già allora della "R rovesciata" (o specchiata), creata dalla combinazione di tre forme (bianco, azzurro e verde) curvilinee spezzate su un fondo blu scuro. All’epoca la "R" stava per "Radio Leopolda" - cioè il modo in cui era stata ribattezzata la manifestazione in quell'anno - ma molti iniziavano a intravedere in quel logo qualcosa di più vicino a un simbolo partitico che a un semplice brand
La "R rovesciata" è poi diventata l’emblema dei podcast realizzati nei mesi scorsi da Matteo Renzi e i parlamentari di Italia viva, nonché il logo di tutte le attività e trasmissioni di Radio Leopolda (emittente in onda online dalla metà di gennaio). Nella ENews 787 del 12 maggio scorso, un primo segno rilevante: "La R rovesciata e controcorrente di Radio Leopolda (ma anche di riformisti e rottamatori) sarà sempre più presente alle nostre iniziative. Chi vuole la metta anche sul telefonino", indicando anche un link per poterla scaricare. La stessa ENews si premurava anche di annunciare che "La R rovesciata è anche nella copertina de Il Mostro", il libro dello stesso Renzi allora in uscita per i tipi di Piemme a partire dalla propria "mala esperienza" con "inchieste, scandali e dossier": si trattava ovviamente di una "R" diversa, nello stile e nei colori, ma intanto c'era già il tentativo di richiamare un'immagine già nota a chi aveva sostenuto e continuava a sostenere l'ex Presidente del Consiglio. Sempre lui, non a caso, il 27 maggio a Omnibus ha dichiarato che ""La 'R' sta diventando il simbolo di chi non si accontenta di come vanno le cose, e vuole rovesciare, e penso che la rivedremo in futuro..."
Il futuro a quanto pare è arrivato, dopo la 
crisi di governo di questi giorni. Ieri mattina Pasquale Napolitano sul Giornale parlava di una "lista R" per una corsa solitaria come opzione alternativa a un rassemblement elettorale dell'area riformista che continua a riconoscersi in Draghi. Il simbolo era appunto la "R rovesciata" di Radio Leopolda (solo quella, senza altre scritte), che peraltro proprio da ieri compare sul sito www.matteorenzi.it in alto a sinistra, al posto delle iniziali "mr". Poi è arrivata l'intervista al Tg1, con alle spalle ancora la "R rovesciata", ma stavolta incastonata in un vero e proprio logo simil-elettorale circolare. Nella parte inferiore del cerchio, un segmento curvilineo bianco contiene in evidenza e in maiuscolo il cognome di Matteo Renzi (come ormai da anni si è abituati a vedere sulle schede, anche se finora Renzi non aveva mai inserito il suo nome nei simboli o nei contrassegni elettorali, né nel Pd né in Iv); sotto, il riferimento a "Italiaviva" (azzurro come la gambetta inferiore della R e senza spazio) è quasi impercettibile. In alcune delle immagini diffuse si è letto il riferimento alla "Sfida RIFORMISTA": è realistico pensare che R stia proprio per "Riformisti" e che possa essere il nome con cui i renziani si presenteranno alle politiche del 25 settembre. R, in fondo, sta anche per "Renew Europe", gruppo al Parlamento europeo di cui fanno parte gli eurodeputati passati a Italia viva (attraverso il Pde, di cui è segretario Sandro Gozi), come pure i macroniani. Non è mancato chi, con un po' di malizia, ha interpretato la scelta come un ulteriore tocco personalistico dell'ex Presidente del Consiglio: è facile dire, infatti, "R come Renzi". Un'operazione simile, in fondo, è già stata fatta fin dal 2017 proprio dal presidente della Repubblica francese Macron, quando ha chiamato il suo partito appunto "La Republique En Marche!", ove la sigla "EM" delle due parole in maggiore evidenza riprende proprio le iniziali del fondatore, Emmanuel Macron. 
C'è chi apprezza il nuovo emblema, ritenendolo rappresentativo e "di rottura", c'è già qualche critica ("sembra fatto con Paint"); si scoprirà nelle prossime settimane se finirà sulle schede e, prima ancora, nelle bacheche del Viminale. Cambiare simbolo poco prima delle elezioni è tendenzialmente rischioso, ma se Italia Viva dovesse alla fine presentarsi al di fuori delle coalizioni, questo contrassegno potrebbe essere molto utile a Matteo Renzi: essendo costretto a superare il 3% per ottenere parlamentari (senza possibilità di ottenerne nei collegi uninominali), puntare su un simbolo che lo identifica in pieno - grazie al cognome e magari a quella R rovesciata - potrebbe fare parte di una strategia incisiva per raccogliere il maggior numero di voti, in ogni modo possibile. Qualcuno accuserà Renzi di ulteriore personalizzazione, ma in quelle condizioni è quasi inevitabile che la lista che ha bisogno di emergere metta in gioco il suo leader, il suo nome, la sua immagine. 

sabato 5 febbraio 2022

L'Italia c'è, un nuovo progetto politico (estraneo a Italia al Centro)

In politica qualcosa si muove nell'area moderata: lo si vede in questi giorni, ma non per forza attraverso i grandi media e, soprattutto, non necessariamente a livello parlamentare. In questa situazione, l'errore più grave che si può fare è mescolare tutto, cercando di ricondurre i movimenti all'interno di un'area alla stessa matrice e alle stesse persone. L'occasione per ricordarlo è arrivata questa mattina: sul quotidiano online Affari Italiani è apparsa una notizia con il titolo "
Nasce la formazione politica L'Italia C'è". Non si parla di partito e ufficialmente non c'è un simbolo vero e proprio, ma si può trovare una grafica allegata al testo che potrebbe essere la base di un emblema politico, almeno di quelli che negli ultimi anni si è stati abituati a vedere: il nome stesso in blu, con "c'è" in evidenza e l'apostrofo e l'accento che richiamano il tricolore, mentre accanto gli stessi colori tingono lo slogan "Libera e verde".
Al testo è accompagnato un testo, firmato da Antonio Santoro, Anna Lisa Renoldi, Emanuele Pinelli, Riccardo Lo Monaco e Cristina Bagnoli. Lo si riporta per intero:
La conferma del Presidente Mattarella alla guida della nostra Repubblica è stata la migliore notizia possibile, ma ha anche messo a nudo lo stato di crisi degli attuali partiti italiani. Ragionano con gli occhi al calendario elettorale invece che alle speranze e alle priorità dei cittadini, dei giovani, degli esclusi, dei non garantiti. Viviamo un’epoca di profondi cambiamenti, che la pandemia ha accelerato e reso profondi. Oggi più che mai occorre una politica che sappia farsi promotrice e interprete di questo cambiamento e combatta chi invece vorrebbe ridurre l’attuale stagione di ricostruzione nazionale del governo Draghi a una parentesi tra un prima e un dopo uguali tra loro.
Non è nelle alchimie parlamentari che nascono le nuove iniziative politiche, ma è nelle idee e nelle energie, nell’impegno e nella partecipazione di tanti uomini e tante donne che hanno a cuore il luogo dove vivono e lavorano. Gli anni duri della pandemia hanno dimostrato che c’è un’Italia capace di affrontare le difficoltà con dignità e coraggio. Un’Italia migliore dei suoi stereotipi, che sa rialzarsi, scommettere sul futuro e competere a livello mondiale. A questa Italia bisogna offrire l’opportunità di guardare alla politica come a qualcosa di serio e concreto, per cui impegnarsi.
Lanciamo un movimento che non parte dai palazzi istituzionali, che conosca la dimensione del contatto con le persone, con le associazioni, le aree interne, le periferie, i luoghi di studio e di lavoro. Intendiamo aggregare e unire quanti oggi si sentono privi di una casa politica ma sono forti delle proprie idee riformatrici, liberali e ambientaliste. Terremo la porta aperta, anzi spalancata, a tutti, senza alcun preconcetto. Noi pensiamo che tra quanti intendono davvero riformare il Paese non debbano più sussistere veti e inutili protagonismi, ma debba prevalere la responsabilità di unire. L’Italia c’è, ed è migliore di quanto sembri. L’Italia c’è, e ha bisogno di essere più libera e verde, più forte e accogliente, più dinamica ed europea. Per questo, nel dare oggi vita a una nuova iniziativa politica, non abbiamo trovato nome migliore di questo. Semplice e immediato: L'Italia c'è. Libera e verde.
Dalla lettura del comunicato risulta chiaro soprattutto un punto: quest'iniziativa politica, probabilmente ancora allo stato di progetto, si distingue nettamente dall'operazione denominata "Italia al Centro" che sarebbe alle porte in Parlamento e di cui si è iniziato a parlare in questi giorni. I media hanno fatto sapere, in particolare, che è allo studio e sarebbe imminente l'unità di intenti dei parlamentari che fanno riferimento a Italia viva e a Coraggio Italia (soprattutto alla parte del partito più vicina a Giovanni Toti, meno a quella originaria che fa capo a Luigi Brugnaro). Al Senato, nello specifico, si parla della nascita, la settimana prossima, di un unico gruppo chiamato appunto "Italia al Centro", nel quale sarebbe pronta a confluire, oltre a Iv, l'intera componente del gruppo misto oggi denominata "IDeA - Cambiamo! - Europeisti - Noi Di Centro (Noi Campani)" (della quale fanno dunque parte anche, tra gli altri, Gaetano Quagliariello, Raffaele Fantetti, Sandra Lonardo e Paolo Romani): il gruppo però, per esistere - in base alle norme regolamentari modificate alla fine del 2017 - dovrebbe contenere anche il nome del Psi (o comunque di un altro partito che abbia partecipato alle ultime elezioni col proprio simbolo, anche all'interno di una lista composita, e che abbia ottenuto un eletto a Palazzo Madama, disposto a partecipare a quel gruppo).
Di quel gruppo-progetto è circolato un nome, al momento senza un simbolo (non è dato sapere se esista o se esisterà), ma si comprende che è un'operazione innanzitutto parlamentare: non a caso, si sono rapidamente registrati i distinguo di Antonio Tajani per Forza Italia (anche perché il partito di Silvio Berlusconi non intende rinunciare al ruolo di "partito di centro" essenziale e irrinunciabile nel centrodestra) e di Carlo Calenda. Lo stesso Luigi Brugnaro sembrerebbe più interessato a costruire qualcosa con Noi con l'Italia (legata a Maurizio Lupi) e con l'Udc, in ogni caso nell'area di centrodestra.
In questo contesto, dunque, non si può considerare nell'area coinvolgibile da Italia al Centro il progetto che ha scelto di identificarsi nel nome L'Italia c'è. L'area è certamente quella moderata: tra i firmatari si ritrovano per esempio Emanuele Pinelli e Riccardo Lo Monaco, dell'associazione Italia Europea. Approfondendo poi il nome scelto, si scopre che quel nome è stato depositato come marchio, pur se con una grafica diversa, tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022, per le classi 38 (telecomunicazioni), 41 (
educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali). A presentare la domanda sono stati Piercamillo Falasca (di Italia Europea) e Gianfranco Librandi (deputato di Italia viva). Dimostrazione, una volta di più, che il fronte moderato e etichettabile in modo sbrigativo come "centrista" non va nella stessa direzione e ha orizzonti diversi, anche grafici.

mercoledì 20 gennaio 2021

Il futuro del gruppo Italia viva - Psi, dopo la fiducia di Nencini a Conte

Archiviato il rito della fiducia al governo Conte-bis nei due rami del Parlamento con un doppio esito positivo - ma con una maggioranza piuttosto risicata al Senato e in ogni caso lontana dalla maggioranza assoluta di 161, non essenziale per la sopravvivenza / legittimazione dell'esecutivo, ma oggettivamente importante per poter sperare di operare in modo efficace - restano aperte varie questioni da approfondire. Una di queste, inevitabilmente, riguarda la situazione all'interno del gruppo Italia viva - Psi al Senato, dopo che ieri sera senatrici e senatori di Iv hanno scelto di astenersi, mentre il socialista Riccardo Nencini - una volta riammesso al voto dopo la mancata risposta alla prima e alla seconda "chiama" - ha votato "Sì" alla questione di fiducia posta dal governo.
Naturalmente un dissenso o un voto disomogeneo all'interno di un gruppo parlamentare non è necessariamente qualcosa di drammatico (anche su questioni non di coscienza): è accaduto spesso, senza produrre per forza conseguenze per chi ha votato difformemente dalla maggioranza del gruppo. Qui tuttavia l'attenzione suscitata sulla questione si giustifica sotto vari profili. Da una parte, infatti, la scelta di Nencini di votare a favore del governo spicca se messa a confronto con l'astensione di tutti gli altri membri del gruppo presenti in aula, riferibili a Italia viva; dall'altra, non si dimentica che proprio Nencini, come unico candidato del Psi eletto in Senato (sia pure in un collegio uninominale) e facente riferimento a un partito che col suo simbolo aveva concorso alle elezioni (sia pure all'interno di un cartello elettorale, Insieme) era nelle condizioni - in base alle ultime riforme del regolamento senatoriale - di costituire un gruppo autonomo a Palazzo Madama cui partecipare insieme a senatrici e senatori di Iv: costoro, senza un aiuto esterno, non avrebbero avuto la possibilità di emergere come soggetto collettivo al Senato, dovendo limitarsi a egemonizzare il gruppo misto. A molti è venuto dunque spontaneo, già nei giorni precedenti, domandarsi cosa sarebbe stato del gruppo parlamentare Iv-Psi, se Nencini avesse deciso - come era parso di capire appunto dopo le dimissioni della delegazione vicina a Matteo Renzi - di continuare sostenere il governo Conte-bis come "costruttore" a differenza di coloro che appartenevano allo stesso gruppo costituito su sua richiesta e con il beneficio legato al suo partito.

Le parole scritte e dette

La questione si è puntualmente concretizzata proprio ieri sera - alle porte della notte - dopo il "Sì" rocambolesco in "zona ultraCesarini" previa riammissione al voto dopo il controllo delle immagini della chiusura della votazione. Sulla sua pagina Facebook, Nencini ha giustificato il ritardo nell'ingresso in aula ("La segreteria del partito è durata diverse ore con strascichi altrettanto lunghi") e ha parlato della sua scelta: "La mia posizione era nota: astensione benevola in attesa di capire se le aperture del presidente Conte all'area socialista fossero davvero fondate. Avrei comunque votato a favore dello scostamento di bilancio e del decreto Ristori e di qualsiasi altra misura per fronteggiare la pandemia. Una posizione che è emersa chiaramente dal mio intervento in aula. E che è stata apprezzata dalla maggioranza. Insomma, una posizione responsabile che teneva conto dello stato difficile del Paese e metteva in risalto la diversità rispetto al voto di Italia Viva". Anche la scelta di non rispondere alle "chiame" e di non partecipare al voto, in effetti, sarebbe stata diversa rispetto alla posizione di Iv, ma alla fine è arrivato il voto favorevole. Intervistato dal Fattoquotidiano.it appena uscito dall'aula, l'ex segretario Psi aveva detto qualcosa di più sulla sua decisione: "Ho ascoltato la relazione del presidente del Consiglio, che avevo già ascoltato ieri a Montecitorio; sulla base di quella c'è stata una risposta anche nella replica che abbiamo valutato". Il tono, soprattutto nella parte finale, non sembrava esageratamente convinto; in ogni caso si è capito che si è trattato di una scelta scaturita da una valutazione collegiale, evidentemente maturata nella segreteria terminata poco prima dell'ingresso in aula.
Nencini e il Psi, dunque, hanno scelto di restare in maggioranza (e anche per questo il senatore rifiuta ogni tentativo di associarlo "a parlamentari che hanno votato la fiducia provenendo dall'opposizione", ritenendo che si tratti di "due storie completamente diverse"); Italia viva, al contrario, ha scelto di non fare più parte di quella maggioranza, così come le forze di maggioranza hanno manifestato l'idea di non ritenere più affidabile quel partito come interlocutore. Si può dunque pensare che nello stesso gruppo convivano e continuino a convivere una forza di maggioranza e una di opposizione? E, se la convivenza dovesse terminare, il Psi toglierebbe al gruppo dei renziani i benefici legati al proprio simbolo?
La questione non è semplice e merita di essere trattata con attenzione. Innanzitutto bisogna notare che sul tema non ci sono interventi ufficiali del Partito socialista italiano o del suo segretario, Enzo Maraio. Per l'esattezza, l'unica posizione ufficiale era quella approvata dalla segreteria il 17 gennaio e divulgata. Lì si è ribadita l'esigenza di "formare una maggioranza organica dentro un quadro politico certo, senza immaginare soluzioni di fortuna", cercando invece di "ricostruire l’unità delle forze di maggioranza": per questo c'era bisogno di affrontare questa fase "con coraggio e visione lunga", ad opera di "un governo autorevole" e "ripartendo da questa coalizione, che va rafforzata e allargata alle forze di ispirazione europeista presenti in parlamento". Nello stesso documento si dava mandato a Maraio e Nencini "di gestire la fase di crisi dell’esecutivo nel rapporto con le forze politiche di maggioranza".

Ipotesi sul futuro del simbolo e del gruppo

Se si considera tutto questo, è facile immaginare che - anche in mancanza di notizie ufficiali, che probabilmente non arriveranno in una situazione ancora decisamente fluida - non sia all'ordine del giorno del Psi la scelta di revocare all'alleanza con Italia viva i benefici legati al simbolo socialista. Certo, ieri sera è accaduto qualcosa di nuovo, con un voto diversificato tra gli esponenti di Iv e l'unico rappresentante del Psi (che ha votato in coerenza con le posizioni precedenti); non è però la prima volta che questo avviene, potendosi ricordare la sfiducia ad Alfonso Bonafede votata da Nencini a maggio dell'anno scorso (mentre Italia viva all'epoca scelse, sia pure con fatica, di opporsi), così come si ricordano altre divergenze, ad esempio in materia di giustizia e di scuola. 
Proprio sulla base di questi precedenti, non ci si potrebbe stupire se Nencini decidesse di rimanere nel gruppo attuale (e il Psi confermasse che il gruppo lo rappresenta) continuando a votare in maniera autonoma, anche difforme rispetto a senatrici e senatori di Italia viva. Nessuna norma di alcun tipo vieta o scoraggia questo scenario, che sarebbe certamente singolare e al limite anomalo, ma certo non irregolare: a dirla tutta, poi, in Senato si è visto di ben peggio (basti pensare alle disomogeneità del gruppo Grandi Autonomie e Libertà nella scorsa legislatura: è vero che quel gruppo non sarebbe mai potuto nascere vigente il regolamento attuale, ma è esistito e bisogna prenderne atto). Lasciare immutato il gruppo Italia viva - Psi, insomma, sarebbe un modo per riconoscere il percorso fatto sin qui (e tenere fede a un accordo stipulato un anno e mezzo fa), senza rinunciare all'autonomia e alla libertà nell'esercizio del mandato parlamentare di ciascun membro e ciascuna componente.
Almeno un'altra ragione, peraltro, fa apparire irrealistica ogni discussione sulla revoca del simbolo Psi e dei suoi benefici all'attuale gruppo parlamentare. In una fase in cui il governo ha bisogno di ampliare la maggioranza che lo sostiene, nessuno può essere pienamente certo che coloro che oggi si riconoscono in Italia viva (e nella scelta di astenersi) non possano in un secondo momento ritrovarsi nella proposta dell'esecutivo. Non si può dunque escludere che la maggioranza che ha operato finora in appoggio al governo Conte-bis non possa ricostituirsi e magari ampliarsi: se fosse così, sarebbe inutile pensare di disporre diversamente del simbolo e del gruppo (che, facendo ipotesi, potrebbe essere il nucleo di una compagine parlamentare europeista, in cui i socialisti non si sentirebbero certo a disagio).
Si tratta naturalmente, come si diceva, solo di ipotesi, per quanto tutt'altro che implausibili. Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato pensare che possano andare bene a chiunque: per quanto il documento della segreteria Psi sia stato approvato all'unanimità, non tutti erano favorevoli a mantenere il sostegno al governo. L'aveva chiarito già prima della segreteria del 17 gennaio, ad esempio, Mauro Del Bue: lui lì si sarebbe schierato contro l'appoggio in Senato "a quel che resta del governo Conte", ma anche contro "lo scioglimento del gruppo Psi-Italia viva", mentre avrebbe valutato positivamente il sostegno a "un governo forte e rappresentativo capace di affrontare come si deve la pandemia, e di gestire al meglio il Recovery [...]. Dunque un esecutivo guidato dalla persona più autorevole e rappresentativa disponibile. E che possa contare su una maggioranza europeista, poggiata su partiti d'impronta socialista e popolare". Quanto accaduto in Senato ieri sera non ha soddisfatto Del Bue che, nel rassegnare le proprie dimissioni da direttore dell'Avanti! on line, ha dato un giudizio molto duro sul "Sì" di Nencini: "Un voto a favore di Conte all’ultimo minuto dopo certo Ciampolillo non è una cosa dignitosa. Oltretutto indecifrabile. Incomprensibile".

Renzi: "Nencini non può togliere il simbolo". Eppure...

Tornando al simbolo, in ogni caso, bisogna registrare anche una dichiarazione di Matteo Renzi, rilasciata durante la puntata di Porta a porta: a Bruno Vespa che gli diceva come Nencini avesse dichiarato di "non togliere il simbolo del Psi a Italia viva", l'ex presidente del Consiglio ha risposto "Il senatore Nencini non può togliere il simbolo: il simbolo è servito per costituire il gruppo. Dopo la costituzione del gruppo noi ci siamo candidati e una delle condizioni è quella che si siano candidate in altre elezioni - in questo caso elezioni regionali in Campania, in Toscana... - quindi questa storia del gruppo non esiste. Il senatore Nencini deciderà che cosa fare della sua esperienza parlamentare, ma il logo non lo toglie perché non lo può togliere".
Si prende atto con rispetto dell'opinione di Renzi; è altrettanto necessario però contestare questa ricostruzione, o almeno precisarla e correggerla a dovere.
 Certamente il simbolo del Psi - o meglio, l'apporto del Psi in quanto partito che aveva partecipato alle elezioni politiche con propri candidati e un contrassegno e aveva eletto almeno un senatore - è servito a costituire il gruppo, tant'è che ad annunciare la costituzione del gruppo è stato proprio Nencini, unico esponente Psi della compagine. Allo stesso modo è vero che , una volta costituito il gruppo, Italia viva ha presentato liste in altre competizioni elettorali: lo ha fatto, in particolare, alle regionali in Campania (da sola), Liguria (con Psi e +Europa nella lista Massardo presidente), Marche (con Psi, Demos e civici), Puglia, Toscana (con +E), Valle d'Aosta (con forze locali) e Veneto (con Civica per il Veneto, Pri e Psi), nonché in varie elezioni comunali. 
Basta questo per dire che "questa storia del gruppo non esiste" perché "una delle condizioni" (si suppone perché il gruppo parlamentare continui a esistere) è l'aver partecipato ad "altre elezioni", genericamente intese? In teoria non lo si può escludere, ma si deve dire che la lettura che sembra proporre Renzi sarebbe del tutto contraria allo spirito con cui era avvenuta la riforma del regolamento del Senato nel 2017. Cerchiamo di capire, innanzitutto, su cosa dovrebbe fondarsi la tesi renziana. Stando al testo vigente dell'art. 14, comma 4 del regolamento, "Ciascun Gruppo dev'essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori". Si è già visto che la richiesta del Psi di costituire il gruppo contenente la propria denominazione è stata ritenuta rispondente ai requisiti indicati dalla disposizione, tanto a quello numerico (per il concorso degli aderenti a Italia viva) quanto a quello elettorale-politico (per la partecipazione del Psi alle liste di Insieme e l'elezione di Nencini); si è anche detto che, in realtà, questa lettura del regolamento andava esattamente contro il disegno anti-frammentazione con cui si erano introdotte le nuove regole, volte a non consentire la formazione di gruppi legati a partiti nati dopo le elezioni; il nuovo partito - Iv - era però riuscito a ottenere di fatto un suo gruppo col concorso di un solo eletto riferibile a un partito che aveva corso alle elezioni - il Psi - e che peraltro aveva ottenuto l'elezione non in una lista del partito, ma in un collegio uninominale.
Questo significa che l'accordo tra il Psi e Italia viva obbliga le forze politiche fino alla fine della legislatura, senza poter essere sciolto? Ovviamente no: non solo Nencini potrebbe certamente decidere di abbandonare il gruppo e approdare altrove, ma - se lo facesse - potrebbe chiedere al segretario Psi di revocare l'uso del nome e del simbolo al gruppo attualmente condiviso con Italia viva, per il solo, evidente fatto che quel gruppo non rappresenterebbe più (anche) quella forza politica e non si potrebbe costringere un partito a lasciare i suoi segni distintivi - noti e definiti - in uso a una forza politica con cui non ha più legami. Neanche l'avere presentato alle citate regionali liste in cui figurano uniti i simboli di Psi e Iv vincolerebbe in qualche modo i socialisti: ogni elezione, com'è facile immaginare, fa storia a sé, non influenzando in automatico accordi nazionali né venendone influenzata.
Bisogna allora forse interpretare diversamente le parole di Renzi, ad esempio sostenendo che anche qualora Nencini e il Psi decidessero di abbandonare il gruppo e di revocare a questo nome e simbolo socialisti, il gruppo di Italia viva potrebbe continuare a esistere senza quell'apporto: ciò vuoi perché le caratteristiche per costituire il gruppo devono esistere certamente all'inizio ma non è richiesto esplicitamente che debbano permanere anche in seguito, vuoi perché nel frattempo Italia viva potrebbe avere acquistato un titolo autonomo a esistere come gruppo, in particolare grazie alla partecipazione ad elezioni. Entrambe le letture sono astrattamente possibili, ma presentano altrettante criticità che vanno evidenziate.
Sotto il primo profilo, è vero che formalmente l'art. 14, comma 6 prevede come unica ipotesi esplicita di scioglimento di un gruppo il caso in cui la compagine "perda pezzi" fino a scendere sotto i dieci membri (e lo scioglimento non è automatico, ma va dichiarato), mentre non è espressamente previsto lo scioglimento qualora un partito ritenga che un gruppo non lo rappresenti più e gli revochi nome e simbolo (un'ipotesi cui forse chi aveva concepito le nuove norme non aveva pensato, magari credendo che un partito che aveva partecipato alle elezioni ed eletto senatori non avrebbe mai negato a se stesso l'uso delle proprie insegne). Trattandosi di regole nuove, non ancora sottoposte a stress, non ci sono precedenti direttamente invocabili; parrebbe però irragionevole ritenere che, a fronte della sanzione dello scioglimento in caso di venir meno del requisito numerico, non accada nulla qualora venga meno il requisito politico che aveva permesso al gruppo di nascere, solo perché nulla in proposito si dice. In più, se si guarda alla Camera (che pure ha prassi diverse dal Senato), la ratio di alcuni precedenti non depone a favore della tesi renziana. Si pensi al caso, qui già trattato, della scissione interna a Scelta civica: nel 2016 il segretario Enrico Zanetti e altri eletti abbandonarono il gruppo per costituirne un altro con meno di venti membri - il regolamento di Montecitorio lo permette ai gruppi legati a partiti che hanno partecipato alle elezioni ed eletto deputati - dicendo che era il nuovo gruppo a rappresentare il partito, non più il vecchio (il che prova che un partito può ben dire di non essere più rappresentato da un certo gruppo). Il gruppo più risalente rimase sì in vita (con un nome che non creasse confusione), ma con l'intesa che in tempi rapidi avrebbe dovuto raggiungere la consistenza minima richiesta agli altri gruppi (non riuscendovi, il gruppo venne sciolto).
Esisterebbe, dunque, una condizione diversa per permettere a un gruppo di continuare a vivere anche dopo il "disconoscimento" da parte del partito che l'aveva fatto nascere? Renzi, come si è visto, ha fatto riferimento alla partecipazione elettorale del partito: potrebbe bastare a legittimare la permanenza del gruppo di Italia viva? In via del tutto teorica qualche margine potrebbe esserci: il terzo periodo dell'art. 14, comma 4, in cui si dice che "è ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati", parla genericamente di presentazione "alle elezioni", senza ulteriormente specificare. Limitandosi a interpretare quel periodo, insomma, si potrebbe pensare che un partito che abbia presentato liste in una competizione elettorale (a maggior ragione se in più casi e a livello regionale) insieme alla forza politica con cui ha costituito il gruppo parlamentare, con contrassegni che mettano in evidenza entrambi i simboli, potrebbe a sua volta creare un gruppo autonomo in corso di legislatura sulla base di quel requisito elettorale (oltre che di quello numerico). 
Detto questo, bisogna subito mettere in luce i gravi limiti di questa lettura. Innanzitutto questa non terrebbe conto del complesso dell'articolo e del comma: all'inizio del comma 4, infatti, è preciso il riferimento alle "elezioni del Senato"; in seguito si parla solo di "elezioni", ma almeno nel periodo seguente è chiaro che quelle elezioni possono essere solo le stesse elezioni senatoriali, altrimenti la frase non avrebbe senso; sarebbe dunque ragionevole riferire anche la presentazione "alle elezioni" del periodo che interessa qui alle "elezioni del Senato" di cui al primo periodo. Soprattutto, però, è impossibile non notare che, se davvero fosse sufficiente una partecipazione congiunta di due partiti a una qualunque elezione, senza altre precisazioni, verrebbe del tutto meno qualunque limite alla frammentazione dei gruppi che pure era palese in sede di elaborazione delle nuove norme regolamentari. Proprio perché non si precisa nulla in quel periodo sul tipo, sul livello e sul numero di elezioni da considerare, qualunque partito nato in corso di legislatura potrebbe chiedere di formare un gruppo di almeno dieci senatori per il solo fatto di aver presentato anche una sola lista in un solo comune (e ogni anno si tengono elezioni comunali...) con un partito titolare di un gruppo già presente in Parlamento: se, ad esempio, dodici membri del gruppo del Pd volessero costituire il gruppo senatoriale autonomo di Europa Verde, potrebbero farlo per il solo fatto di aver presentato una lista comune alle regionali in Valle d'Aosta l'anno scorso. Un meccanismo simile potrebbe ripetersi un numero indefinito di volte (limitato solo dalle dimensioni dei gruppi parlamentari esistenti...), con effetti incalcolabili sulla composizione dell'assemblea e sulle risorse da destinare ai gruppi.
Dovrebbe bastare questo a ritenere non percorribile l'ipotesi enunciata da Renzi a Porta a porta. Si ripete però che, proprio perché non ci sono precedenti, potenzialmente il primo caso potrebbe anche essere deciso nel modo inteso dal fondatore di Italia viva (non è nemmeno da escludere che lui o altri membri del gruppo abbiano parlato di queste ipotesi con qualche funzionario parlamentare, valutandone la percorribilità). Non si dimentichi nemmeno che, in caso di interpretazione dubbia del regolamento, la Presidenza del Senato si potrebbe rivolgere alla Giunta per il regolamento, di cui fanno parte esponenti di tutti i gruppi (per Italia viva c'è Davide Faraone): pur fondata su argomenti giuridici, è innegabile che la scelta di interpretare in un modo o in un altro le disposizioni regolamentari è sempre di natura politica, perché politiche sono le posizioni di chi compone l'organo e i motivi che stanno alla base di una tesi o dell'altra (specie se ciascuna di esse ha almeno una parte di ragione). Se il problema si porrà, dunque, lo si affronterà a tempo debito; magari, come detto, non ce ne sarà nemmeno bisogno, perché il Psi e il suo simbolo resteranno dove sono ora.