Visualizzazione post con etichetta partito del nord. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta partito del nord. Mostra tutti i post

venerdì 15 maggio 2020

Nasce il Partito del Nord: "Il 93% della ricchezza prodotta resti ai territori"

Formalmente è nata in uno studio notarile di Vittorio Veneto il 14 febbraio 2020, ma si presenta oggi agli elettori - dopo una pausa forzata dovuta all'emergenza Coronavirus - una nuova formazione politica, che si rivolge a una platea definita con idee precise: si tratta del Partito del Nord - Autonomia fiscale, fondato a cavallo tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto con l'intento di parlare a tutto il Nord, soprattutto a chi partecipa all'economia dei territori. 
I fondatori del partito sono quattro: Francesco Fileti, Massimo Grinzato, Stefano Zanolin e Egidio Santin, nominato segretario nazionale pro tempore e legale rappresentante della formazione (ovviamente in attesa che si celebri il primo congresso nazionale della formazione politica). Santin ha già avuto alcune esperienze da amministratore: eletto consigliere comunale di Caneva nel 1990 per il Partito socialista italiano, ne è stato sindaco dal 1992 al 1993 (e in precedenza anche assessore della comunità pedemontana del Livenza), divenendo nuovamente consigliere nella consiliatura successiva per una formazione civica fino al 1997; dopo un periodo dedicato soprattutto alla pittura, nel 2003 è stato eletto ("quasi per caso") segretario provinciale del Nuovo Psi per Pordenone e, dopo il trasferimento a Polcenigo, ha ricoperto (non senza tensioni con i livelli superiori), diventando nel 2009 assessore proprio a Polcenigo e in seguito pure vicesindaco. 
In base all'atto costitutivo e allo statuto, il partito nasce per "tutelare i diritti, costituzionalmente garantiti, attinenti la democrazia, la libertà, la dignità della persona", promuovere "il rispetto della persona e la sicurezza sociale con particolare attenzione alla tutela dei minori, degli anziani e dei disabili; agire attivamente per migliorare l'ambiente di vita e di lavoro; contribuire alla cooperazione tra le nazioni", ma soprattutto "contribuire all'equità sociale e fiscale anche in termini economici attraverso la creazione, con metodi democratici ed elettivi, di leggi destinate a tal scopo".
Che alla base della decisione di fondare un nuovo partito ci sia la reazione agli "infiniti e continui sprechi di opere finanziate con il denaro delle tasse di tutti e rimaste incompiute e abbandonate in tutta Italia, cosa che non ci possiamo più permettere" è comprensibile, proponendo come risposta l'autonomia fiscale dei territori. Non può passare inosservato, tuttavia, l'esplicito riferimento al Nord, dopo che alla fine del 2017 quella parola è sparita dal contrassegno elettorale con cui la compagine di Matteo Salvini si è presentata agli elettori a partire dalle elezioni del 4 marzo 2018; già prima, del resto, la scelta della confederazione Grande Nord di Roberto Bernardelli e Angelo Alessandri di mettere quella parola in enorme evidenza nel simbolo era suonata come una precisa scelta di campo, per presidiare l'area che altri stavano per "abbandonare", almeno simbolicamente. "Il Partito del Nord che abbiamo fondato e che altri cittadini delle regioni del Nord hanno voluto insieme a noi - spiega Santin - nulla ha a che vedere con partiti che da trent'anni predicano il federalismo istituzionale e l'autonomia fiscale ma nel concreto, pur essendo stati al governo delle Regioni del Nord e soprattutto nl governo nazionale, non hanno concluso niente, anzi". Non è difficile capire che il segretario si sta riferendo proprio alla Lega, di cui pure - come si è detto - ha fatto parte per un breve periodo, assieme a qualche altro aderente al nuovo partito: "Nessuno, ripeto nessuno degli associati è mai stato iscritto alla Lega di stampo nazionale e di destra​ di Matteo Salvini". 
Il simbolo del partito, ideato dallo stesso Santin e da Fileti (che insieme hanno presentato domanda di registrazione come marchio), oltre a contenere il nome del partito, presenta anche la convinzione-proposta che sta alla base della nuova formazione politica: se infatti il semicerchio inferiore è tutto occupato dal nome "Partito del Nord" (con la seconda parola chiaramente in evidenza) e subito sopra in una fascetta gialla si legge il principio "autonomia fiscale", l'elemento più evidente è il "93%" che campeggia nella parte superiore del cerchio. Che significa? "Di fronte alla recessione economica che non permetterà a noi tutti di avere una pensione dignitosa, pensando soprattutto al presente e al futuro incerto dei nostri figli - precisa Santin - è giusto che il gettito delle imposte sul reddito rimanga per il 93% nel territorio in cui quel reddito è stato prodotto.​ Parassita è colui che non produce alcun tipo di ricchezza e vive continuamente con quella prodotta da altri". 
Il programma del partito, tuttavia, non si limita all'autonomia fiscale: "Per noi è fondamentale potenziare la sanità pubblica e intendiamo farlo riducendo i finanziamenti alla sanità privata. Regioni come la Lombardia, in cui la sanità privata vale il​ 50 % dell'intero comparto sanitario dovranno rientrare in dieci anni nel limite del 10%, il massimo che per noi si può prevedere. Vogliamo poi praticare una vera lotta alla mafia, in particolare alle infiltrazioni mafiose nel.nostro tessuto economico e allo spaccio di droga, pensiamo di incentivare la green economy riducendo nelle colture intensive l'uso dei pesticidi, alcuni dei quali per l'Organizzazione mondiale della sanità sono potenzialmente cancerogeni. Vogliamo poi sostenere norme che tutelino un'equa difesa personale e della proprietà privata e pubblica, senza però aprire al mercato libero delle armi; vorremmo anche rivedere le leggi sul lavoro, approvate da governi di centrodestra come di centrosinistra, che hanno prodotto milioni di lavoratori precari senza un futuro con una minima certezza economica".
Il Partito del Nord, a dispetto della sua nascita in un territorio ben definito, ha già robusti contatti in Piemonte, Lombardia, Veneto (soprattutto nel veronese), nelle province di Trento e Bolzano; altri sostenitori sono stati raccolti nel ferrarese e in parte della Liguria. L'attività potrà essere più strutturata e diffusa una volta superata definitivamente (o quasi) la criticità legata al Covid-19 e si potranno organizzare anche incontri aperti fisicamente al pubblico, il più interessato a sapere che il 93% delle imposte pagate potrebbe restare sul territorio (anche se, in concreto, non sarà certo facile).

domenica 8 novembre 2015

Simboli fantastici (10): Partito del Nord o Lega? Cado dalle nubi...

Il simbolo ricostruito
del Partito del Nord
Anno del Signore 2009: dopo avere sfondato nella comicità televisiva (a Zelig, già nel 2005) e nel mercato discografico (con Siamo una squadra fortissimi, l'anno dopo), Checco Zalone - all'anagrafe Luca Medici - sbanca anche il botteghino con la sua opera prima da attore, Cado dalle nubi: un concentrato di situazioni grottesche in grado di far ridere chiunque (o quasi), a prescindere dall'area geografica.
Nella storia di Checco, pugliese innamorato del suo sogno di cantare ed emigrato a Milano in cerca di serate e contratti, a un certo punto compare uno strano teatrino, in un palazzo di mattoni della periferia milanese, all'apparenza un vecchio stabilimento industriale. Lì l'artista arriva con la sua chitarra, convinto di doversi esibire davanti a una comunità di immigrati calabresi, riunita per la festa del peperoncino verde, sciorinando un repertorio rigorosamente meridionale. Entra in scena carichissimo, grida "ciao Calabria!" e attacca una canzone in vernacolo e accento locale sul ponte sullo stretto di Messina, fermato solo da uno sconcertato presentatore che lo spinge dietro le quinte, mentre fioccano i fischi e gli insulti del pubblico sulle gradinate. 
In effetti, si è appena consumata una tremenda vendetta ai danni del cantante-chitarrista, messa in atto da Giulio, impresario cui Checco era stato indirizzato dal cugino: era rimasto scottato da una sua canzoncina sugli "uominisessuali" e, fingendo di voler procurare allo sfacciato artista una data per lanciarlo, aveva trovato il modo per stroncarne la carriera agli esordi. Lanciato com'era, Checco non si era reso conto delle facce schifate e degli abbandoni tra il pubblico quando aveva iniziato a cantare; non aveva sentito che lo stesso presentatore - ignaro di tutto - lo aveva introdotto come un artista venuto "direttamente da Bolzano" e che aveva "rivisitato le melodie celtiche [...] in chiave post-moderna". E, a volerla dire tutta, era stato così ingenuo e superficiale da non accorgersi dell'emblema enorme che campeggiava in sala, in scena e persino all'ingresso del teatrino: quello del Partito del Nord, al quale appartenevano tutte le persone lì presenti, riunite per una cerimonia politica.
Anche il meno attento tra gli osservatori capirebbe che il movimento tratteggiato nel film è la caricatura dei tratti più grotteschi e popolari della Lega Nord. Vale per il fastidio per i terùn, per i fazzoletti verdi e per la commozione generale - sulle note verdiane del Va' pensiero - di fronte all'ostensione dell'ampolla di acqua del Po (poco limpida e pura, dopo le funzioni fisiologiche espletate nel recipiente da Checco prima dell'esibizione). Non poteva mancare un cammeo di Alberto da Giussano, che troneggia nella casa del segretario cittadino Mauro Mantegazza - sulfureo lumbàrd interpretato da Ivano Marescotti - e che Checco, innamorato della figlia di Mantegazza, scambia impagabilmente per un Power Ranger.
E' altrettanto chiaro, però, che nel film la Lega si poteva solo evocare, senza citarla esplicitamente, onde evitare cause e altre beghe legali. Ecco allora partire l'operazione Pdn, cioè Partito del Nord: nel simbolo niente Alberti da Giussano e scritte blu, niente leghe; spazio invece al colore verde di fondo (ingrediente essenziale dell'immaginario leghista, ma assente nel contrassegno fino all'inserimento del "Sole delle Alpi"), alla sagoma della Lombardia - che ricorda le origini della Lega Lombarda - e allo scudo bianco che rimanda all'orgoglio locale di ogni campanile. 
Anche se il risultato grafico finale è volutamente grezzo e poco appetibile (in fondo si tratta pur sempre del simbolo vero di un partito falso e grottesco), la Lega - o, per lo meno, la sua caricatura - viene efficacemente evocata, fino a una delle ultime scene, in cui Mantegazza-Marescotti vuole dimettersi da segretario perché la figlia sposerà il meridionale Checco, ma vari militanti lo esortano a cambiare idea, tradendo con le loro voci la propria origine meridionale. Fosse stata una storia vera, oggi in piazza Maggiore a Bologna ci avremmo trovato anche Checco, senza chitarra ma con spilla e bandiera del Partito del Nord?