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martedì 16 giugno 2020

Zarlenga Omnia, il mondo di calcio che non finì sulla scheda

Il legame tra calcio e politici (conclamati o aspiranti tali), lo si è visto nei giorni scorsi parlando del libro La Repubblica nel pallone, è stato consistente ma di solito non molto felice, per una ragione o per l'altra. Eppure nel 2006 il pallone - in senso letterale - avrebbe potuto seriamente finire sulle schede elettorali, nazionali o almeno romane. Non si poteva pensare nulla di diverso guardando il simbolo di Zarlenga Omnia, tra i contrassegni depositati al Ministero dell'interno in vista delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile di quell'anno.
Il 24 febbraio, primo giorno riservato alla presentazione dei contrassegni, nelle bacheche del Viminale non poteva non attirare l'attenzione dei presenti anche un curioso emblema a metà tra il globo e il planisfero - che probabilmente non si vedeva dai tempi della Federazione laburista di Valdo Spini e del Movimento Diritti civili di Franco Corbelli - in cui colpiva tanto l'evidenza del cognome Zarlenga (un po' per l'accostamento cromatico mattone-su-verde-e-blu non tra i più gradevoli, ma certo appariscente, un po' per la forma biconcava del testo, di quelle che un tempo si facevano con le Wordart di Publisher), quanto per la presenza di cinque tradizionali palloni da calcio - quelli con gli esagoni bianchi e i pentagoni neri - collocati uno in Europa, uno in Africa, uno in Asia e uno per ciascuna delle Americhe (l'Oceania, semplicemente, non entrava nel simbolo).
Proprio questo accorgimento grafico poteva far pensare con una certa facilità che il simbolo di Zarlenga Omnia potesse essere utilizzato soprattutto per la circoscrizione estero, magari facendo leva sul potere unificante del calcio per gli italiani che vivevano oltre i confini nazionali. Questo, tuttavia, rischiava di far perdere di vista un dettaglio importante: il primo interesse di Mario Zarlenga riguardava proprio l'Italia e, soprattutto, la capitale.
Già, perché Zarlenga, ingegnere, imprenditore del settore delle costruzioni, era presidente di una polisportiva del quartiere Portuense e anche della locale squadra di calcio, chiamata appunto Zarlenga Portuense. Il 10 febbraio 2006 aveva rilasciato un comunicato legato al suo simbolo, in base al quale Zarlenga Omnia era "un altro modo di vivere il calcio". La sua ideale campagna elettorale era iniziata con un appello "alle migliaia di squadre dilettantistiche, alle centinaia di migliaia fra atleti, dirigenti, genitori e famiglie che respirano il calcio vero: quello dei campi di terra rossa, della sveglia presto la domenica mattina e del tifo genuino, lontano da business e politica ma fatto di affetto e sfottò. Il tifoso va salvaguardato e non stressato". 
Quell'appello-comunicato, pur se con un po' di fatica, si può ancora trovare in rete e si può scoprire che il programma del gruppo politico si basava soprattutto sul pallone dei "dilettanti": per Zarlenga i presidenti e i consiglieri dei comitati provinciali e regionali, assieme ai presidenti, dirigenti e collaboratori delle società dilettantistiche, erano "il motore del calcio italiano, di cui quello patinato non è altro che un'inutile sovrastruttura": per cui toccava a loro far valere "i diritti del dilettantismo", senza accontentarsi delle briciole lasciate dai professionisti. Secondo il capo politico di Zarlenga Omnia c'erano tre priorità: "1) Autonomia del calcio dilettante, con il riconoscimento dei dirigenti come operatori sociali e delle società come associazioni di base; 2) Il diritto ai giovani oltre diciotto anni, che giocano e percepiscono un rimborso, al riconoscimento di un contributo da parte dello stato, evitando così sperpero ed evasione e dando lavoro riconosciuto; 3) Il gioco del calcio come collante per superare i problemi sociali, non solo da noi ma anche dove a calcio non si può giocare, poiché mancano i beni di prima necessità, creando quindi una rete di solidarietà che non sia la vergognosa passerella degli artisti nelle partite del cuore".
Il comunicato si chiudeva con uno slogan che somigliava piuttosto a una professione di fede: "Il calcio è uno stile di vita, un collante sociale, una 'religione'. Ha una sua etica e una sua morale ed è altro rispetto a quello che ogni giorno vive sui media". Un credo che Zarlenga avrebbe voluto propagare soprattutto a Roma perché c'era anche la sua candidatura a sindaco della Capitale, accanto a quelle presentate per il turno che vide affrontarsi soprattutto Walter Veltroni (in cerca di una conferma, puntualmente ritrovata) e Gianni Alemanno. L'avventura del difensore del calcio dilettantistico durò poco, perché l'ufficio elettorale escluse la lista per carenza di firme; Zarlenga aveva fatto ricorso al Tar del Lazio, ma non era arrivata alcuna decisione perché poi l'ingegnere aveva rinunciato, chiedendo ai suoi candidati - come scrisse la Repubblica all'epoca - di sostenere Veltroni.
Il simbolo, a dire, il vero non finì nemmeno sulle schede elettorali delle elezioni politiche (probabilmente perché raccogliere le firme sarebbe stato troppo oneroso) e lo stesso accadde nel 2008, dopo che il simbolo finì comunque nelle bacheche del Viminale. Chissà come sarebbe andata, alla prima tribuna elettorale, da trasformare in vetrina di una sorta di rinnovato "calcio totale" (così sembrava a guardare il simbolo). Dalla sua poltroncina, Zarlenga avrebbe potuto sfoggiare un nuovo slogan che sarebbe stato perfetto per lui: "Siamo dei dilettanti e ne siamo fieri". 

martedì 17 settembre 2019

L'Italia viva di Renzi, non proprio nuova

Solo questa mattina Matteo Renzi aveva anticipato la "novità" (in gergo, scissione") dei gruppi parlamentari - almeno quello alla Camera, al Senato si vedrà - in un'intervista ad Annalisa Cuzzocrea della Repubblica, tenendo però per sé il nome che i gruppi e la sua nascente formazione avrebbero adottato. Sarebbe stata sicuramente questione al massimo di qualche giorno, il tempo di completare la lista esatta degli aderenti all'operazione a Montecitorio e a Palazzo Madama; è bastato invece attendere qualche ora, cioè l'arrivo di Renzi nello studio-salotto di Porta a Porta. Proprio lì e, infatti, ai giornalisti ha rivelato che la sua creatura si chiamerà Italia viva. Un nome che, pur essendo riconducibile alla logica "zaino in spalla" dell'ex sindaco di Firenze, non suona nuovissimo nella struttura. E non solo perché si era trattato, salvo errore, dello slogan di una ormai antica Leopolda data 2012: L'Italia viva, infatti, è stato uno dei claim della campagna elettorale elezioni politiche del 2008 del Partito democratico a vocazione maggioritaria guidato da Walter Veltroni. È vero che il nome era preceduto da un articolo e a volte nei segni distintivi questo fa la differenza (su tutte, lo dimostra la vicenda de L'Avanti! di Valter Lavitola), ma tra i Dem questa somiglianza non può che suonare molto curiosa (e qualcuno potrebbe notare che Veltroni quelle elezioni le perse, quindi il precedente, alla pari di quello di Azione civile di Ingroia, non sarebbe molto felice).
Le curiosità, peraltro, possono andare ben oltre e tracimare sul piano grafico. È molto presto, naturalmente, per immaginare quale sarà il simbolo, anche perché si sa già che questo sarà presentato tra poco più di un mese, in occasione della prossima Leopolda. Allo stesso modo, era piuttosto facile pensare che lo staff dell'ex Presidente del Consiglio avrebbe fatto attenzione a non far scoprire troppo facilmente le proprie carte, tentando di registrare come marchio quell'emblema, sicuri che qualche giornalista attento sarebbe riuscito a scoprire troppo in anticipo la grafica della nuova formazione renziana. Eppure, proprio consultando il database dell'ufficio italiano brevetti e marchi, è facile scoprire che un segno distintivo contenente l'espressione Italia viva esiste già, presentato e registrato dall'associazione omonima giusto dieci anni fa (e scadrebbe  giusto quest'anno...). Si tratta naturalmente di un emblema più complesso, nel quale sono presenti altre parole e ulteriori elementi grafici, in particolare un tricolore e delle spighe; il nome, però, era già stato registrato e in passato associazioni sono state piuttosto combattive nella difesa dei loro diritti acquisiti sulla denominazione (si veda il caso di Diritti e libertà, che Massimo Donadi avrebbe voluto utilizzare alla sua uscita dall'Idv, ma fu ostacolato da un ente di volontariato operante da anni). Associazione, peraltro, non ignota alla politica: il 10 marzo 2012 si tenne la decima assemblea a Roma e intervennero in diversi, a partire dal sindaco in carica Gianni Alemanno e dalla presidente della Regione Lazio Renata Polverini.
È certo, dunque, che il simbolo della renziana Italia viva non assomiglierà a quello che già esisteva, ma chissà se a qualcuno di loro non verrà voglia di reclamare la primogenitura del nome, anche solo per non creare confusione...

lunedì 20 novembre 2017

Nicola Storto: Il simbolo Pd nacque senza Ulivo, Renzi cambi pure tutto

L'anniversario è tondo tondo, di quelli che andrebbero festeggiati. Domani, infatti, saranno passati dieci anni dal giorno in cui, con grande gioia del segretario-fondatore Walter Veltroni, fu presentato il simbolo del Partito democratico a Roma. Sulla carta doveva essere l'inizio del sogno di chi voleva archiviare le ostilità tra gli eredi della sinistra, nella sua versione progressista, e il cattolicesimo sociale che rifiutava categoricamente l'idea di allearsi con Silvio Berlusconi. Doveva essere un partito a vocazione maggioritaria, lasciandosi alle spalle le alleanze pletoriche stile Unione; perse invece le elezioni del 2008 e non vinse quelle del 2013, dovendo occuparsi subito delle sue ferite, senza vederle guarite del tutto (riuscendo poi a impantanarsi in infinite discussioni interne e a perdere pezzi per strada).
Se in dieci anni il partito è passato dalle mani di Veltroni a quelle di Franceschini e di Bersani, poi - dopo l'interregno di Epifani - di Matteo Renzi dalla fine del 2013, non è invece mai cambiato il simbolo, costretto al più a convivere con adattamenti grafici più o meno azzeccati (molti dei quali, specie a livello locale, sono stati analizzati in questo sito). A disegnare l'emblema, nel 2007, fu il creativo molisano Nicola Storto, allora solo 25enne: dopo un decennio il simbolo - unica sua vera creazione politica - gli piace ancora, ma riconosce che politicamente si è molto deprezzato, come del resto tutti gli emblemi politici. E il partito di oggi c'entra talmente poco con il Pd delle origini e con l'Ulivo - che in origine nel simbolo nemmeno c'era - che Renzi avrebbe tutte le ragioni di voltare pagina e proporre una grafica del tutto diversa. Questo, però, assieme alla storia del simbolo, ce lo facciamo spiegare direttamente da lui.  

Nicola Storto (dal profilo Linkedin)
Nicola, dieci anni fa esatti veniva presentato il simbolo del Pd, il "tuo" simbolo. Con che occhio lo guardi adesso?
Lo vedo come un simbolo che ha poco valore, nel senso che non si parla più di emblemi, ma di personaggi. Invece che alla sinistra o alla destra si fa riferimento esclusivamente ai leader politici.
Ovviamente non è colpa del simbolo, ma della dinamica in cui questo è inserito.
Assolutamente sì. Se ci pensi, lo stesso Renzi quando fa le convention non espone il simbolo, ma la comunicazione della propria campagna promozionale: le grafiche, da "cambia verso" al trolley, non hanno più nulla a che fare con il Pd. Un po' dispiace, nel senso che i simboli dei partiti non hanno più la forza che avevano un tempo, proprio perché il partito si identifica con il personaggio e non con il simbolo.
Dal sito www.nicolastorto.com
Com'eri arrivato a disegnarlo?
Dieci anni fa lavoravo in un'agenzia, Inarea, una realtà molto forte su Roma, tra le più grandi, che si occupava esclusivamente di branding, dunque di loghi e sistemi d'identità. 
Inarea, lo stesso soggetto che nel 2001, quando si chiamava ancora AReA, curò gli ultimi aggiustamenti per la grafica della Margherita, concepita da Andrea Rauch. 
Esattamente, proprio loro. In quel periodo Inarea lavorava molto con il comune di Roma, di cui era sindaco Walter Veltroni, e ha prodotto tanto materiale di comunicazione. Quando la candidatura di Veltroni come leader del Pd e aspirante Presidente del Consiglio emerse con nettezza, fu lui a chiedere ad Antonio Romano, titolare dello studio Inarea, di realizzare il simbolo per il nascente Partito democratico: fu lì che la commessa arrivò in agenzia. Io lavoravo per Inarea da pochissimo, ero entrato a settembre e a ottobre già finii a occuparmi di quel logo, mentre alla presentazione si arrivò circa un mese dopo.
Cosa vi era stato chiesto esattamente?
Il brief era abbastanza chiaro: dovevamo realizzare un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani. Da quel momento in poi abbiamo fatto un benchmark, dunque ricerche sullo "stato dell'arte" sui vari simboli italiani ed europei, intuendo l'indirizzo grafico che si stava muovendo in quel periodo; uno dei simboli più forti era Forza Italia, il must come comunicazione, come impatto visivo, totalmente duttile, facilmente riconoscibile
Ma si può escludere che qualcuno di voi, nel concepire il logo del Pd, si sia ispirato a Forza Italia?
No, non lo possiamo escludere: in fondo i colori sono quelli della bandiera italiana. Al di là di questo, fatto quel benchmark si è iniziato a lavorare in team: eravamo molti ragazzi e ognuno portava avanti le proprie idee; ogni due o tre giorni ci si incontrava e si faceva il punto della situazione. Da lì è nato il simbolo, partendo dalle semplici iniziali. 
Dal sito www.nicolastorto.com
Tu come entrasti in gioco? 
Io ebbi l'intuizione di usare la tecnica del disegno a completamento amodale, con la lettera D che si legge dalla sua assenza. Il simbolo piacque all'interno dell'agenzia e fu portato ai dirigenti del nascente partito per una prima presentazione, assieme a varie altre proposte che erano state elaborate all'interno del team. Dopo quell'incontro ci fu una prima scrematura delle proposte sul tavolo, se ben ricordo la rosa si ridusse a tre o quattro alternative. 
Ricordi quali altre proposte erano in ballo?
C'era un simbolo che poteva ricordare un disco circolare, che si apriva e lasciava vedere all'interno una bandiera tricolore;  altri, non entrati nella shortlist, erano essenzialmente tipografici. Dopo la prima presentazione, in ogni caso, affinammo alcune delle idee in campo e formulammo altre proposte, fino a una seconda presentazione, nella quale fu scelto il mio simbolo.
Insomma ha vinto la tua idea del tratto amodale. Ma il simbolo era già come quello di adesso?
Non del tutto: il logo era costituito dalla sigla PD con sotto la scritta "Partito Democratico", era nato dunque senza l'Ulivo. Questo è stato aggiunto dopo, poco prima della presentazione ufficiale alla stampa, perché fu una richiesta espressa del cliente.
Era stato Veltroni a volere l'Ulivo?
No, in realtà non ricordo chi fosse stato ma non era stato Veltroni a insistere. Certamente fu qualcuno dei dirigenti o dei massimi esponenti del nascente Pd; poteva essere lo stesso Prodi, chissà.
Voi eravate contrari?
Non eravamo pienamente convinti, perché ritenevamo potesse "sporcare" la grafica: avevamo difficoltà a inserire questo ramoscello d'ulivo perché aveva tratto e colori diversi, nonché forme non propriamente geometriche. Dopo una serie di prove grafiche, trovammo la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole.
Tornando al nome del partito, come sceglieste il carattere?
E' una font Univers, stile condensed [dunque compresso in orizzontale, ndb]. Lo scelsi io: durante i miei studi allo Iuav di Venezia frequentai diversi corsi in cui l'aspetto tipografico era rilevante; questi mi diedero conoscenze approfondite e le misi in pratica anche in quell'occasione. Individuai così un tipo di carattere classico, non abusato, ma con una storia importante: lo aveva disegnato Adrian Frutiger, uno dei type designer più importanti del '900, autore di tante altre font rilevanti che utilizziamo ancora oggi, magari senza saperlo [come President, Egyptienne e Avenir, ndb].
A prescindere dal testo, penso che il logo che avevi ideato per il Pd sia nato e cresciuto "fuori dal cerchio", o sbaglio?
Assolutamente sì. Ovviamente l'uso principale del simbolo di partito è sulla scheda elettorale, con la necessità dunque di dargli forma circolare o, almeno, di poterlo inscrivere in un cerchio, ma volevamo comunque creare qualcosa di diverso da quello che già c'era nel panorama di allora. La nostra creazione nasceva all'interno di una griglia rettangolare, ma poteva essere inscritta in un cerchio. In questo layout il simbolo ha dei limiti per i vuoti che si creano, ma eravamo convintissimi del risultato e andammo comunque avanti così, perché il logo restava unico nel panorama di allora ed estremamente leggibile anche a distanza.
Veltroni alla presentazione del simbolo Pd
Parlavi di limiti: non sarà un caso che in seguito nei contrassegni elettorali siano stati aggiunti spesso segmenti circolari o fascette in cui magari inserire il nome del candidato.
Già, poi quando i simboli vengono utilizzati a livello locale spesso si creano disastri, perché ognuno interpreta il simbolo a modo proprio. Facemmo un manuale di identità visiva e preparammo anche alcune simulazioni che prevedevano la presenza del nome del candidato accanto al logo, ma non furono prese in considerazione. 
Cosa ricordi della presentazione del 21 novembre 2007? 
La presentazione si fece allo spazio Etoile a Roma, fui chiamato a illustrare il simbolo assieme ad Antonio Romano; ricordo che c'erano Veltroni, Anna Finocchiaro ed Ermete Realacci. Di quell'occasione ricordo vari complimenti, tante foto, pacche, abbracci e qualche intervista a emittenti locali: un momento di gloria assoluto (ride)
Non male, per chi aveva iniziato da pochissimo...
Vero, ero al mio primo incarico importante e non avrei mai immaginato di arrivare in fondo. Incarico che, in un certo senso, era arrivato del tutto a caso, poteva capitare a me come a qualunque altra persona: sono stato molto fortunato ad azzeccare la soluzione che poi sarebbe piaciuta a Veltroni, rispetto ad altre soluzioni più "costruite" e meno logiche.
Vi è stato chiesto di rimettere le mani sul simbolo o siete usciti di scena?
Usciti totalmente, ricordo che demmo tutti i materiali all'ufficio comunicazione del Pd e tutto è stato gestito lì in autonomia. Ricordo che in seguito mi chiamò soltanto un esponente Pd, molisano come me, proprio in qualità di autore del simbolo, per partecipare ad alcune iniziative sue, ma mi rifiutai.
Prima hai detto di ritenerti fortunato per la scelta della tua idea: pensi che disegnare il simbolo del Pd ti abbia portato più benefici o più problemi in seguito, magari sentendoti dire "Così giovane e già piddino"?
A parte che l'hanno detto, in effetti direi danni. Ci furono grosse critiche a livello nazionale: una delle più brutte venne da Oliviero Toscani, che disse che mi avevano regalato la tessera del Pd per fare quel simbolo, ma fu una critica del tutto gratuita. 
Ci fu poi un fatto molto spiacevole: online qualcuno, presumo della mia università, fece circolare la voce secondo la quale io, per fare il logo del Pd, avrei copiato quello di una testata online olandese, Ad New Media. Anche quella era un'insinuazione davvero gratuita, visto che l'unica somiglianza poteva essere vista in quella D amodale su fondo quadrato arancio. Da lì però ci fu il caos, il panico, sembrava fosse crollato il mondo, ma poi passò tutto e amen; io, che ero giovanissimo, subii un colpo molto forte da quella vicenda, ma ogni volta che in questo ambito della comunicazione si crea qualcosa, c'è sempre qualcuno che lamenta somiglianze o copie, un vero campo minato.
Dopo questa commessa per il Pd, ti è capitato di disegnare altri simboli o loghi politici?
Sul piano politico feci il logo per la Fondazione Craxi e, volendo allargare l'ambito, curai la brand identity per la Cisl; dopo aver lasciato Inarea, però, non me ne sono più occupato, ho fatto proprio altro.
Come hai visto cambiare i simboli dei partiti in questi dieci anni, con l'occhio del creativo?
Alcune volte in peggio, altre in meglio, nel senso che quando i dettagli sono stati più curati, il segno grafico è risultato più gradevole. Il fatto è che è molto facile arricchire di vezzi grafici i simboli, ma si rischia di perdere il concetto: tutto sta a togliere il più possibile, rendere il simbolo essenziale, asciutto e pulito, perché sia subito identificabile. Ho l'impressione che questo ultimamente manchi.
In questo decennio qualche simbolo ti è sembrato graficamente efficace?
Mi ha molto colpito per originalità il simbolo di Fare per Fermare il declino. Durò poco, nel senso che il leader si "suicidò" politicamente, però fu molto interessante con quella freccia bianca su fondo rosso. Mi è poi sempre piaciuta molto l'identity di Rifondazione comunista, per la semplicità nel segno pur nella complessità della comunicazione.
Per contro, qualche fallimento clamoroso sul piano grafico?
Francamente non mi viene in mente nulla di particolare.
Mesi fa Andrea Rauch mi disse di aver chiesto nel 2013 a Renzi, fresco segretario del Pd, di togliere dal simbolo il rametto di ulivo che aveva disegnato lui nel 1995, perché era un disturbo grafico e non c'era più legame tra Pd e Ulivo. Che ne pensi?
Credo sia una cosa giusta, giustissima. L'Ulivo non ha nulla a che fare col Pd, è un retaggio culturale di qualcosa che non esiste più.
Nelle ultime settimane erano circolate voci sulla possibilità di rinnovare in parte o cambiare del tutto il simbolo del Pd. Come la vedi?
Secondo me è giusto che si faccia un simbolo nuovo, secondo le esigenze politiche e personali di chi guida il Pd, cioè di Matteo Renzi. Lui non crede più in quel Pd, dunque ha bisogno di una comunicazione che sia più in linea con la sua posizione. 
Quali regole dovrebbe seguire chi si cimentasse nella creazione di un nuovo logo?
Credo esistano solo regole del buon gusto, unendo anche una buona conoscenza della storia della comunicazione, cosa e come è stato fatto, l'uso dei colori e delle font.
Al di là di tutto, il tuo simbolo di dieci anni fa ti piace ancora?
Sì, mi piace ancora, almeno per quanto riguarda la P e la D: il resto lo eliminerei.
E il nome?
Via anche quello: solo il logotipo tricolore, basta.

Un ringraziamento di cuore a Nicola Storto per il tempo concesso e anche per aver messo a disposizione il file di presentazione del simbolo e dell'identità visiva del Pd (2007), dal quale sono tratte le immagini prive di altra indicazione.

martedì 13 ottobre 2015

Chi suggerì davvero la Quercia a Veltroni?

Non so quanti abbiano fatto il conto, ma il 9 ottobre sono passati esattamente 25 anni dalla svolta simbolica più dolorosa della storia della politica italiana. Risale a quel giorno del 1990, infatti, la presentazione di quello che sarebbe stato il nuovo simbolo del dopo Pci, ossia del Partito democratico della sinistra. Il cambio di nome da Partito comunista italiano a Pds sarebbe arrivato solo pochi mesi dopo, con il congresso di Rimini del gennaio 1991, ma il disegno di Bruno Magno era stato reso noto con un certo anticipo.
Lui stesso ha sempre raccontato di avere ricevuto le indicazioni necessarie a creare il nuovo emblema da Walter Veltroni; ora però alla storia si aggiunge un altro tassello. Ad apportarlo è Francesco Martelloni, storico leccese con la tessera del Pci e oggi redattore della rivista Itinerari di ricerca storica: in un articolo pubblicato da Left Avvenimenti, a firma Stefano Santachiara, riporta i suggerimenti che lo stesso Martelloni avrebbe dato proprio a Veltroni: quella da preparare sarebbe stata sì una trasformazione, ma "senza strappi alle radici", per cui il nome sarebbe mutato in Partito Comunista Libertario e si sarebbe dovuto inserire come simbolo anche "l’albero della libertà della rivoluzione francese, nonché della Repubblica partenopea e di quelle giacobine del ’99" Frase che, secondo l'articolo di Left, riecheggiava le parole dello stesso Achille Occhetto sul tema ("L’albero della libertà accompagnò la rivoluzione francese e fu piantato ovunque, in tutte le piazze dei paesi d’Europa"). 
Questa idea di cambiare senza strappare, probabilmente, avrebbe portato a un risultato molto lontano da posizioni come quelle oggi rappresentate dalla Spd tedesca, puntando invece a delineare (assieme alla "rottura con ogni cultura autoritaria e violenta") "il recupero dell’ispirazione originaria dell’equivalenza tra comunismo e libertà". Anche in quel caso, va detto, falce e martello si sarebbero dovuti togliere dal contrassegno, essendo per Martelloni "troppo angustamente rappresentativi di sole figure economico-sociali e professionali del proto-capitalismo”, ma nessuno avrebbe dovuto togliere "l’insopprimibile" bandiera rossa.
Come siano andate le cose è noto: nel nome non ci fu la parola "comunista" e il vecchio simbolo rimase, ma decisamente in versione mignon. Giusto per qualche anno, fino alla nascita dei Ds che cancellarono anche la bandiera che Martelloni voleva conservare. La pagina, però, era già stata decisamente girata da quel 9 ottobre 1990, quando fu piantata e mostrata la quercia.