sabato 20 giugno 2026

Rileggere i testi di Farassino per capire (anche) il suo cammino politico

Ci sono persone che non possono essere contenute, limitate in un solo ruolo, men che meno in un'etichetta. Ciò vale senz'altro per "Farassino Giuseppe detto Gipo", nato nel 1934 e spentosi a Torino nel 2013, con tante vite diverse (ma complementari) vissute nel mezzo. Gipo Farassino, infatti, era ed è noto come cantautore, ma è stato anche attore, regista, autore teatrale, scrittore, conduttore televisivo, nonché - e per questo ce ne occupiamo qui - politico. Ma, prima di tutto, è stato "barrierante", nato e cresciuto alla Barriera di Milano, quartiere popolare torinese, uno dei tanti in cui la vita - specie negli anni '50 e '60 - era particolarmente difficile, per chi lavorava alla Fiat (o nelle industrie dell'indotto) e per chi doveva "arrangiarsi". Dalla "barriera", si può dire, Farassino non aveva mai allontanato testa, occhi e soprattutto cuore: alla luce delle sue esperienze e delle tante vite da lui incrociate nel corso degli anni e raccontate in versi (recitati o cantati, in torinese o in italiano) si riesce a capire meglio anche il suo impegno politico successivo.
A marzo è uscito un libro stimolante, pubblicato da Marcovalerio edizioni: Le barriere zingare di Gipo Farassino. Quando il respiro di una città diventa storia cantata; lo ha scritto Roberto Cardaci, sociologo, particolarmente attento a situazioni di disagio sociale, legate soprattutto alla dimensione lavorativa e inquadrate in chiave territoriale. Il volume non è una biografia dell'artista, ma un'analisi sociologica dei suoi testi scritti fino all'inizio degli anni '70, nonché dei torinesi e dei piemontesi di quello stesso periodo sempre attraverso quelle liriche. I punti di contatto con Farassino - lo racconta l'autore nelle prime pagine - erano legati innanzitutto alla crescita (da figlio di immigrati siciliani) in una casa molto simile e alle canzoni di Gipo, incontrate in piena infanzia e poi riproposte con passione da Cardaci stesso alla chitarra (nei luoghi di ritrovo della giovinezza, che fossero le osterie - anzi, le piòle - o la sezione del Pci). All'origine del libro, tuttavia, c'è soprattutto la convinzione di condividere con Farassino l'approccio nei confronti di Torino e dei torinesi da "sociologi scalzi", cioè "coi piedi ben piantati per terra, con la voglia di conoscere la vita della città per migliorarla".
Già, perché sarà pure vero che non per forza a canzoni si fan rivoluzioni o poesia (con la consapevolezza di avere citato un altro artista ben gradito all'autore), ma quelle stesse canzoni contano, anche - e proprio -perché raccontano bene ciò che era, che è e che non è più (e magari invece sarebbe meglio che fosse ancora). Secondo Cardaci, Farassino da cantautore ha agito come un "'sociologo in pectore', appunto per questo capace di raccontare la vita economica e sociale della Torino di quegli anni mediante le sue canzoni che parlano musicalmente di un'epoca nella quale il capoluogo piemontese era la capitale italiana dell'auto, con le sue luci e ombre". Lo avrebbe fatto, sempre secondo l'autore, con una tecnica assimilabile all'osservazione partecipante (sincrona o asincrona), che gli ha permesso di raccontare la vita delle persone e il suo cambiamento, con un continuo raffronto con la propria esperienza e con lo sguardo dello "zingaro di barriera", sufficientemente ribelle e allergico all'ipocrisia. 
Per questo, una prima parte del libro si premura di ricostruire la situazione di Torino - e, in parte, del Piemonte - nel secondo dopoguerra e negli anni dell'industrializzazione spinta, del miracolo economico e delle migrazioni (prima dal Polesine, poi dalle campagne, poi soprattutto dal Meridione): racconta la trasformazione produttiva, economica, urbanistica e sociale della città e del territorio, con i suoi progressi e i suoi problemi, avvertiti nella carne e nella vita quotidiana delle persone, inevitabilmente segnata da un'impostazione "motorecentrica". La seconda parte esplora quel contesto, ricostruendolo nei dettagli e negli anfratti umano attraverso le liriche di Farassino del periodo considerato (riportate nella loro interezza in coda al volume), utilissime per far attraversare i borghi, le barriere, le case e i bar, fino ai luoghi di lavoro, insalubri e alienanti, ma sempre caratterizzati dall'umanità (nei suoi aspetti migliori e deteriori).
Chi scrive è nato e cresciuto in un'altra regione, in un contesto e in anni diversi, ma non fatica a credere che nessuno abbia cantato o narrato più e meglio di Farassino (nelle sue poesie, nei suoi testi e spettacoli) le pagine quotidiane e singolari della gente di Torino, quella degli anni '50 e '60, soprattutto quella povera, delle case di ringhiera, trasmettendo anche a distanza di tempo i rumori dei cortili, le voci dalle ringhiere, l'odor ëd frità (l'odore di frittata), le toppe sui panni stesi (tutte sequenze tratte da Ël 6 ëd via Coni), le tute blu, le scene al bar e le istantanee nei borghi in cui "i furbi giorno e notte dormivano, i gonzi lavoravano" (così pensavano i primi, salvandosi forse dall'alienazione). Ma lo stesso Farassino non ha fatto sconti agli stessi torinesi e piemontesi, per come erano diventati, per come avevano smesso di voler migliorare se stessi e ciò che li circondava, attraverso l'amore e l'amicizia, ma anche mediante la protesta e la convinzione di non dover mollare o arretrare (un concetto riassumibile nell'espressione storica - riferita ai piemontesi - bogia nen, il cui significato "non vi muovete" non va letto come un invito all'immobilismo, ma alla resistenza, possibilmente attiva). 
Nel libro non manca, giustamente, un riferimento alla carriera politica di Farassino: vicino al Pci per molti anni, diventò nel 1987 fondatore - insieme, tra l'altro, al suo regista di sempre, Massimo Scaglione - di Piemont autonomista, forza politica lanciata poco prima delle elezioni politiche di quello stesso anno e finita inevitabilmente in competizione con l'Union Piemontèisa di Roberto Gremmo (a dispetto dei contatti tra loro alcune settimane prima del voto). Nessuno dei due partiti riuscì a ottenere seggi, a causa della competizione, ma da quel momento il Piemont autonomista (che a Pino Torinese elesse Farassino come consigliere) ebbe un rapporto privilegiato con la Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, avendo un ruolo rilevante nelle successive evoluzioni di questo partito.
Nel 1989, infatti, il Piemont autonomista partecipò all'Alleanza Nord, federazione guidata dalla Lega lombarda sotto le insegne di Alberto da Giussano per partecipare alle elezioni europee e anche Farassino fu candidato (anzi, c'era anche lui al Viminale per il deposito dei simboli, ma è una storia che merita di essere raccontata a parte e verrà il momento per farlo). A testimonianza dell'esito del processo di federazione, il 4 dicembre di quell'anno lo stesso Farassino - insieme a vari altri esponenti - fu tra i fondatori della Lega Nord, il nuovo partito sempre con la guida carismatica di Bossi, ma creato con un orizzonte territoriale più ampio e non volto a raggiungere una meta elettorale relativamente vicina.
Proprio sotto le insegne della Lega Nord Farassino venne eletto prima consigliere regionale nel 1990, poi deputato nel 1992 (fu il più votato della circoscrizione di Torino-Novara-Vercelli, con oltre 55500 voti). Mancò la rielezione nel 1994 (fu schierato dal Polo delle libertà al collegio senatoriale Torino 1, ottenne quasi 43500 voti ma Franco Debenedetti, candidato dei Progressisti, ne raccolse quasi 48900), ma dopo le dimisssioni di Francesco Speroni divenne europarlamentare e fu confermato a Strasburgo con quasi 60600 preferenze alle elezioni del 12 giugno. Nel 1995, poi, centrò di nuovo l'elezione a consigliere regionale (sempre nella circoscrizione di Torino), sotto le insegne della Lega Nord schierata fuori dai poli e fu uno dei cinque eletti. A luglio del 1999 decise di lasciare la politica e tornare alla canzone (anche se questo non gli impedì di ricoprire da indipendente per un anno e mezzo, da gennaio del 2004, la carica di assessore all'identità piemontese e alla devoluzione nella seconda giunta guidata da Enzo Ghigo).
Se il libro di Cardaci si preoccua soprattutto - e ci riesce bene - di descrivere "la gente" di Farassino (quella di Torino e non solo) attraverso i suoi testi, non manca di proporre una canzone che, più di altre, sembra dare il senso dell'impegno politico dello stesso Farassino. Si tratta di Piemontèis, uscita nel 1985 in un album con lo stesso nome, con un testo esplicito - offerto qui nella traduzione contenuta nel libro - che invita tutta la popolazione del Piemonte a ridestarsi per rivendicare la propria terra:  
Dove sono finiti i Piemontesi / i leggendari «bogianen» / che non hanno tremato / davanti ai Francesi, davanti ai Tedeschi: / quegli uomini fieri, un po' testardi / con il passo pesante dei montanari, / che hanno reso feconda / questa nostra terra tribolata? / Dove sono finiti quei Piemontesi / con la voce dura e il cuore di velluto / che hanno lottato, che hanno sofferto, / che hanno creduto... / Quei lavoratori senza sorriso / che hanno piantato le nostre radici / sotto le nevi, / sotto l'afa, sotto un cielo grigio? / [...] Dove vanno i Piemontesi / con quelle facce da gente fregata / che sembrano aspettare / la mano del prete e del becchino: / e con il culo insaponato da presentare come un mazzo di fiori / al primo imbecille / che mostra ali da galletto? / Dove vanno i Piemontesi / col collo storto e i soldi in mano / per mercanteggiare / un po' d'illusione fino a domani/  con le soprascarpe fuori dall'uscio / per fare più in fretta a tagliare la corda / se un deficiente / grida che è la fine del mondo. / [...] Dove finiranno i Piemontesi / con l’italiano in mezzo ai denti / e con le donne / e il sole dei terroni nella mente: / le brache piene di confusione / grazioso regalo di quei pellegrini / mandati da Roma / nelle nostre vigne, a fare i padroni? / Dove finiranno i Piemontesi / con le mani vuote e le scatole piene / di imposizioni, beffe, gabelle, umiliazioni, / senza una bandiera, senza un destino, / tra pizze, mafia e mandolini, / senza ideale, senza uno sprone, / senza ambizione? / Lontano, lontano, / come un lamento, si leva una canzone, / è il sospiro profondo della tradizione / che sembra sussurrare all'orecchio della nostra gente: / «Svegliati Bogianen, alza la tua fronte, / rivendica la tua terra, il tuo Piemonte!». 
Aveva forse in testa (anche) questo Farassino, quando nella seduta del 3 luglio 1992 fece il suo primo intervento alla Camera - dopo Sergio Castellaneta e prima di Irene Pivetti - per negare la fiducia della Lega Nord al nascente governo di Giuliano Amato:
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nelle dichiarazioni programmatiche del Governo non ho trovato il minimo accenno ad eventuali misure straordinarie finalizzate a contenere, e possibilmente ad arrestare, il preoccupante processo di deindustrializzazione in atto nelle regioni del nord, con particolare riferimento alla regione Piemonte.

La chiusura annunciata degli stabilimenti FIAT di Chivasso, che colpisce i livelli occupazionali eliminando migliaia di posti di lavoro con la falsa prospettiva di destinare le maestranze in cassa integrazione ad altri stabilimenti del gruppo FIAT - falsa prospettiva [...], in quanto voci bene informate danno per scontata la volontà del gruppo FIAT di chiudere anche gli stabilimenti di Rivalta e parte degli stabilimenti di Mirafiori - ci inducono a pensare che il processo di deindustrializzazione in atto in Piemonte sia decisamente irreversibile. Tale processo involutivo, se non viene arrestato con immediata fermezza, provocherà un effetto a catena sia sull'indotto FIAT, sia sulla struttura demografica della regione, con conseguente caduta di tutto il comparto produttivo e commerciale piemontese.

Ci troviamo, sostanzialmente, di fronte ad un ulteriore atto di filibusteria politico-economica del capitalismo industriale che negli anni '50-'70 ha accentrato la produzione attraverso l'immigrazione, invece di esportare il lavoro, scaricando i costi sociali di tale operazione sulla collettività ed incassando da parte sua gli utili al netto di diseconomie esteme. Le immigrazioni selvagge, non controllate e tanto meno gestite, di quegli anni hanno causato enorme malessere sociale alla popolazione piemontese, che ha rischiato di vedere completamente distrutta la propria identità collettiva di popolo, nel tentativo disperato di integrare centinaia di migliaia di persone che arrivavano nelle nostre terre.

Ora che dopo trent'anni tale integrazione, attraverso passaggi di conflittualità etniche, culturali e sociali, pareva avere raggiunto un livello soddisfacente di consolidamento, il capitalismo industriale, con l'aiuto di una politica economica compiacente ed assistenziale, decide una strategia diametralmente opposta, investendo migliaia di miliardi di fonte pubblica in stabilimenti esclusivamente localizzati nel Mezzogiorno, smobilitando contro ogni principio di logica economica strutture produttive validamente collaudate da oltre un trentennio nell'Italia settentrionale.

Si chiude così un ciclo di sfruttamento perverso, naturale ed economico, i cui costi saranno nuovamente sopportati dalla nostra gente. E quando dico «nostra gente» non mi riferisco soltanto alla popolazione originaria piemontese, ma anche e soprattutto a quelle centinaia di migliaia di persone che con la loro disperazione hanno trasferito in Piemonte la loro volontà di integrazione, di lavoro, di affrancamento da condizioni di povertà endemica; persone che hanno deciso un giorno di affidare alla nostra terra il loro destino e l'avvenire dei loro figli.

Se poi alla situazione che ho descritto aggiungiamo le offerte sostanziali ed economicamente affascinanti che giungono ai piccoli e medi imprenditori piemontesi dalla vicina Savoia - offerte che si traducono in abbattimento del 30% dei costi energetici, fiscalizzazione degli oneri sociali, terreni in uso gratuito per la costruzione di capannoni, compiacenti imposizioni fiscali, mutui bancari a tasso agevolatissimo - e che invogliano all'emigrazione tanto gli imprenditori quanto le maestranze specializzate, si può ben comprendere la preoccupazione della regione per un impoverimento tecnologico, demografico e reddituale.

Concludo dicendo, come ho esordito, che non mi pare di aver assolutamente rilevato nelle linee programmatiche del Governo una ben che minima evidenziazione della particolare situazione economica piemontese. Anche per questo motivo il nostro voto non potrà che essere negativo. 
In quel discorso, che lo si condivida o meno (in tutto o in parte), è davvero facile individuare - oltre che alcune parole d'ordine della Lega Nord di allora - molto del mondo di Gipo Farassino, riversato nelle sue canzoni e non solo. A 34 anni da quel discorso e a poco più di vent'anni dall'abbandono definitivo della politica da parte di Farassino, merita di essere considerata una riflessione che Cardaci affida a una delle note del libro, ma che qui si vuole enfatizzare: "Resta da capire che cosa potrebbe pensare Gipo oggi, che la politica è cambiata rispetto a quella dei suoi tempi e non è più passione, militanza, servizio ai cittadini e alla propria terra e, in definitiva, al Paese Italia, ma [...] scelta professionale di chi decide di entrare nell'agone politico - amministrativo a tutti i livelli istituzionali e nei partiti perché meno rischioso rispetto ad avviare attività professionali o imprenditoriali o per consolidarle. Cosa avrebbe pensato di professionisti della politica che, a differenza di lui, non conoscono i luoghi, ma soprattutto le donne e gli uomini di cui dovrebbero interpretare, come lui faceva efficacemente cantandone le condizioni di vita quotidiane, i bisogni, le necessità, le aspettative, le idee per migliorare il futuro?".

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