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venerdì 2 ottobre 2020

Il M5S, l'Udeur e l'opzione del nuovo MoVimento: scenari "simbolici"

Non poteva passare inosservata agli occhi dei #drogatidipolitica (quelli che la fanno e quelli che si limitano a guardarla con assiduità), l'uscita polemica di Alessandro Di Battista a Piazzapulita sul MoVimento 5 Stelle: per lui un'alleanza stabile col Pd indebolirebbe il M5S, rendendolo "un partito più come l'Udeur, buono forse più per la gestione di poltrone e di carriere. Non è quello per il quale ho combattuto
". 
Un giro sulle Facebook cult per chi non riesce a fare a meno della sua politica quotidiana è eloquente: "Pomigliano is the new Ceppaloni" commenta sarcastica la pagina Malati di Politica, mentre è più analitica Una foto diversa della Prima Repubblica. Ogni giorno: "Tecnicamente il paragone di Di Battista con l'Udeur non regge. Mastella con l'1% e 3 senatori teneva in pugno il governo. I pentastellati avendo stravinto le elezioni e con mezzo Parlamento a disposizione non riescono nemmeno a mettersi d'accordo tra loro e a decidersi se ordinare pizzette o tartine quando organizzano gli Stati Generali". Ironia della sorte, pur non essendo aggiornata da un po', Personaggi secondari della Seconda Repubblica dedica l'ultimo post datato 26 agosto alla multa per mancato porto di mascherina comminata a Matteo Salvini proprio da Clemente Mastella a Benevento. 
E come perdere l'occasione di sentire chi l'Udeur l'ha rappresentato? Adnkronos ha offerto un trittico imperdibile, aperto proprio da Mastella: "Noi siamo molto diversi dal M5s - e parla al presente perché l'Udeur non è mai venuto meno -. Senza di noi, all'epoca, il governo non ci sarebbe stato, altro che chiedere poltrone. Potevamo farlo ma non l'abbiamo fatto anche se eravamo decisivi. Infatti, senza di noi, l'esecutivo saltò. Di Battista dice quindi cose senza senso, dice un'idiozia politica che lo rende il leader delle idiozie politiche". Si rivede poi Mauro Fabris, dal 2006 presidente della Lega Pallavolo Serie A femminile, ma capogruppo Udeur alla Camera nella famigerata XV legislatura, quella del governo Prodi-bis nato anche grazie al partito di Mastella e caduto anche con la sua sfiducia: "L'Udeur era molto diverso dal Movimento 5 Stelle, anche per quello che era il nostro radicamento sul territorio, il nostro non era un partito di nominati ma di eletti. Di Battista forse non sa che Mastella, alle ultime regionali, ha raccolto 100mila preferenze. Quello di Di Battista è un accostamento di chi non conosce la storia e di chi non ha cultura politica, e con cultura politica intendo chi ha sempre raccolto consenso sul territorio" (Fabris plaude invece al sottosegretario Vincenzo Spadafora, che pure nel 1999 risulta essere stato segretario particolare del presidente della Campania Andrea Losco, proprio dell'Udeur). Parla pure - chicca per i #drogatidipolitica - Nuccio Cusumano, che il 24 gennaio 2008, parlando prima di Mastella a Palazzo Madama, annunciò il suo appoggio a Prodi e finì insultato, portato fuori in barella ed espulso dal partito: "L'Udeur è stata l'evoluzione più modesta di un grande progetto, quello del presidente Francesco Cossiga con l'Udr e ha rappresentato, nella sua dimensione minore, un solido sostegno al governo Prodi che, senza l'Udeur, probabilmente, non avrebbe avuto la maggioranza e non avrebbe vinto le elezioni. Di Battista è libero di dire quello che vuole se gli torna comodo e utile paragonare il declino dei Cinquestelle alle dimensioni piccole dell'Udeur".

M5S e Udeur: simboli lontani o vicini?

Anche sul piano simbolico Udeur e MoVimento 5 Stelle sembrano piuttosto lontani, specie a prima vista: l'Udeur ha sempre avuto un simbolo vero e proprio, con il campanile inserito per richiamare il legame con i territori e con il mondo cattolico-moderato, mentre solo in seguito sono state aggiunte le stelle, mero complemento d'arredo del contrassegno (persino per un partito che dall'inizio si è chiamato Unione democratici per l'Europa, ma via via ha perso il significato del nome, ridotto a semplice sigla). Il M5S, invece, più che un simbolo dall'inizio ha avuto letteralmente un marchio, fatto di segni deboli presi singolarmente, ma che ha costruito la sua forza con la saldatura di questi e l'uso prolungato: di questo fregio, le stelle hanno avuto dall'inizio un ruolo centrale, fin dalla definizione nel 2007 dei "Comuni a 5 Stelle" (riferendosi le stelle all'energia, alla connettività, all'acqua, alla raccolta rifiuti e ai servizi sociali), passando per la prima codificazione grafica delle Liste Civiche a 5 Stelle: da lì in avanti le stelle sono parte del nome, scelta consolidata a partire dal 4 ottobre 2009 con la nascita del MoVimento 5 Stelle, il cui simbolo - sia pure in bianco e nero - è stato depositato come marchio comunitario il 30 novembre dello stesso anno.
A guardare meglio e con un po' di pazienza, in realtà, qualche punto in comune tra i due simboli si trova. Innanzitutto - ed è il punto più facile - la presenza delle stelle, anche se per l'Udeur sono arrivate in un secondo momento e, come detto, hanno sempre giocato un ruolo ancillare (tanto che il loro numero cambiava a seconda della presenza o dell'assenza di elementi testuali sul bordo del contrassegno). Rileva poi che in entrambi i casi l'elemento centrale della grafica è sostanzialmente sopravvissuto a dispetto del tempo: vale tanto per l'unione tra la sigla e il campanile di Mastella (anche se nella sua ultima riedizione, come si è visto, il campanile ha cambiato forma, peraltro rubacchiata da un emblema toscano), quanto per la fusione tra il nome del M5S, la V rossa di fantasia e le stelle campite a sfumatura, il tutto racchiuso in una circonferenza rossa (nel corso del tempo sono cambiati i siti collocati nella parte inferiore del contrassegno, ma non erano certo la parte più riconoscibile della grafica). 

Liti di qua, liti di là

C'è però un altro elemento che avvicina in qualche modo le due esperienze politiche, vale a dire l'aspetto contenzioso in materia di simboli. In effetti non risultano particolari contese interne all'Udeur su chi avesse titolo di impiegare l'emblema, ma non va dimenticato che proprio quel partito nacque nel 1999 da un duro scontro interno all'Udr (Unione democratica per la Repubblica) tra il gruppo di Mastella e quello più vicino a Francesco Cossiga, che quel partito aveva voluto e cofondato (pur avendone in seguito abbandonato la compagine parlamentare). Complicava drammaticamente le cose il fatto che, per quanto si è riusciti a capire, titolare del nome e del simbolo fosse l'associazione politica Udr, fondata all'inizio del 1998 da Francesco Cossiga e altri senatori, prima ancora che nascesse ufficialmente (qualche mese dopo e poco prima del sostegno al primo governo D'Alema) il partito con lo stesso nome. E benché Mastella fosse diventato presidente dell'associazione, al suo interno si era trovato in minoranza rispetto ai fedelissimi dell'ex capo dello stato: questi (da Valentino Martelli a Diego Masi, da Angelo Sanza a Paolo Naccarato) in vista delle elezioni europee del 1999 avrebbero voluto convocare l'assemblea dei soci per impedire a Mastella di utilizzare il simbolo per il partito. La questione tanto per cambiare finì in tribunale più volte in quell'anno, con almeno una vittoria del gruppo di Cossiga, ma il tutto finì per sgonfiarsi nel giro di qualche mese, anche perché nel frattempo Mastella aveva iniziato a distinguersi con il simbolo dell'Udeur, mentre l'Udr non interessava ormai più a nessuno e si era di fatto dissolta.
Per quanto riguarda il MoVimento 5 Stelle, invece, è noto che esiste un contenzioso anche a proposito del simbolo, nato nel 2018, dopo che il 20 dicembre 2017 in uno studio notarile di Milano era stata costituita tra Luigi Di Maio e Davide Casaleggio un'associazione denominata "Movimento 5 Stelle" (richiamata qui, per comodità, come M5S-3), di cui Di Maio era "capo politico" (ruolo al momento ricoperto da Vito Crimi) e tesoriere, mentre Beppe Grillo ne era soltanto "garante". Lo statuto, peraltro, precisava che del simbolo del M5S (quello in uso solo dal 2015, con il sito "Movimento5stelle.it) restava titolare "l'omonima associazione [...] con sede in Genova", vale a dire quella costituita nel 2012 (il M5s-2) al fine di consentire la partecipazione alle elezioni del MoVimento che invece era nato "di fatto" come associazione (anzi, "non-associazione", cioè il M5S-1) nel 2009, dotato dall'inizio di un "non-statuto". 
Si era detto da più parti che il M5S-3 era stato fondato nel 2017 essenzialmente per "ripartire da capo", travasando tutti gli iscritti in un soggetto giuridico nuovo, dopo che varie ordinanze avevano messo in dubbio più provvedimenti e decisioni relativi alla gestione della "non-associazione"; in compenso, secondo vari attiVisti della prim'ora, la posizione di Grillo al vertice del M5S-1 e 2 e il ruolo di garante nel M5S-3 denotava l'esistenza di un conflitto di interessi in capo allo stesso Beppe Grillo: il tribunale di Genova aveva quindi nominato un curatore speciale per il M5S "originario". Proprio lui aveva poi chiesto che a Grillo, al M5S-2 e al M5S-3 fosse inibito l'uso del nome e del simbolo, a tutela del diritto al nome e dell'identità personale della "non-associazione" (M5S-1); allo stesso tempo, aveva chiesto di ottenere da Grillo i dati degli iscritti, per essere messa nelle condizioni di continuare ad agire. In sede di reclamo cautelare, il tribunale aveva negato che il M5S del 2009 potesse vantare una titolarità esclusiva del nome e del simbolo (dunque non ne aveva inibito l'uso alle associazioni nate nel 2012 e nel 2017), ma aveva obbligato Grillo a consegnare al curatore speciale del M5S-1 i dati degli iscritti perché la "non-associazione", costruendo per sé un nuovo sito come sede, potesse operare di nuovo
Quando poi, alla fine dello scorso novembre, la causa è stata decisa nel merito in primo grado sempre dal tribunale di Genova, è stato confermato l'obbligo di consegnare i dati delle persone iscritte, ma la giudice ha anche ribadito che il M5S-2009 non può ritenere di essere l'unico titolare del nome e del simbolo usati nella propria attività, negandoli alle associazioni costituite in seguito: posto che, per la giudice, nessuno ha contestato al M5S-1 il diritto di continuare a usare nome e simbolo, si sarebbe di fronte a un conflitto tra una "non-associazione" destrutturata, che esclude di poter diventare partito, e due soggetti giuridici strutturati, che invece agiscono come partiti. Non vi sarebbe stata alcuna scissione (in base alla quale il M5S-1 potrebbe impedire a chi se n'è andato di continuare a usare i suoi segni identificativi), non c'era la prova che proprio la "non-associazione" fosse esclusiva titolare di nome e simbolo (né che in passato avesse provveduto ad autorizzare all'uso chi lo aveva impiegato alle elezioni) e non ci sarebbe stato nemmeno un uso dei segni identificativi contro la volontà del M5S-1 (perché, secondo la giudice, il numero di coloro che avevano lamentato l'usurpazione di nome e simbolo era troppo ridotto per poter parlare anche solo di una consistente minoranza contraria all'uso fatto di quei segni). Il curatore speciale della "non-associazione" del 2009, insoddisfatto della sentenza, l'ha impugnata e ora si attende che inizi il processo d'appello, sempre a Genova.

Se si fa un Movimento nuovo, che succede al simbolo?

Perché si è ricordato tutto questo? Perché una settimana fa un lancio di Adnkronos, firmato da Ileana Sciarrasosteneva che all'interno dei gruppi parlamentari del M5S fosse sorta "l'idea di un nuovo brand, ovvero di un 'contenitore' e di un simbolo nuovi di zecca, che traghettino il Movimento in una nuova era". Questo anche per risolvere in modo netto le grane sorte via via con Davide Casaleggio e l'associazione Rousseau, che proprio oggi ha comunicato di dover "procedere alla sospensione di alcuni servizi e all'annullamento di attività e/o iniziative programmate per il trimestre ottobre-dicembre 2020", a causa dei molti contributi periodici dei parlamentari non ricevuti nel corso del tempo (e la situazione si protrae, da quanto si capisce, almeno dal 2019). Ora, al netto della notizia fornita sempre da Adnkronos - questa volta a firma di Antonio Atte - per cui sarebbe già pronta Open Rousseau, una piattaforma open source che consenta al M5S di operare (per giunta in modo più trasparente) senza bisogno di rivolgersi all'associazione Rousseau, è interessante che la voce in base alla quale si starebbe pensando a un altro soggetto giuridico per dare continuità alla linea politica attuale del MoVimento sia contemporanea alle oggettive frizioni tra gran parte dei soci del M5S-3 e uno dei suoi due costituenti, cioè Davide Casaleggio unitamente all'associazione che presiede (fondata con il padre Gianroberto nel 2016) e che presta i suoi servizi al MoVimento. Ci sarebbe il problema citato dei versamenti, ma secondo Sciarra avrebbero rilievo anche contrasti su aspetti "pesanti", come il superamento del limite dei due mandati per evitare di bloccare la ricandidatura di tante figure di vertice del M5S.
In tutto questo, la questione del simbolo sarebbe tutt'altro che secondaria e, tanto per cambiare, complessa. Il simbolo citato nello statuto del M5S-3, come si diceva, appartiene al M5S-2, i cui soci sono tuttora Beppe Grillo (presidente), il nipote Enrico Grillo e il commercialista Enrico Maria Nadasi: se nel 2012, quando questo fu costituito, era stato Beppe Grillo a concedere l'emblema registrato come marchio comunitario (quello con il sito "Beppegrillo.it", già concesso alla "non-associazione" del 2009, come previsto dal "non-statuto"), dopo la modifica statutaria del 2015 la stessa associazione M5S-2 risultava essere "unica titolare" del segno (e il 18 novembre fu depositata una nuova domanda di marchio comunitario per il logo con la dicitura "Movimento5stelle.it", in coerenza con quanto deciso da una votazione online degli iscritti). Permane, in base al rendiconto del M5S-2 chiuso alla fine del 2019, l'uso gratuito del simbolo concesso all'associazione Rousseau, ma si tratta appunto del simbolo del 2015, concesso - come spiegato a suo tempo dal M5S - "per poter legalmente vendere i gadget con il simbolo".
D'altra parte, l'associazione M5S-3 è titolare del marchio che attualmente utilizza come simbolo e come contrassegno elettorale, cioè quello che contiene la dicitura "Ilblogdellestelle.it" e che dal 2018 in avanti è stato votato: questo è stato depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi esattamente il giorno in cui è stato svelato alla stampa e all'opinione pubblica (il 19 gennaio 2018, primo giorno di deposito dei contrassegni per le elezioni politiche) ed è stato registrato il 30 novembre 2018; come domicilio elettivo è indicato quello di Luigi Di Maio, ma il suo rappresentante risulta essere l'avvocato Andrea Ciannavei, presso il cui studio ha sede il M5S-3. A meno di eventuali modifiche statutarie successive alla costituzione di quest'ultima associazione - modifiche di cui non si è a conoscenza - lo statuto non parla del simbolo che sarebbe stato inaugurato soltanto un mese dopo il varo del M5S-2017; ciò non significa, ovviamente, che quel MoVimento non possa utilizzarlo, anche perché è lo stesso statuto nel testo oggi noto (art. 1, lettera b) a dire che al nome del M5S "potrà essere abbinato il simbolo" di proprietà del M5S-2, senza che vi sia l'obbligo di utilizzare soltanto questo. 
Su questa situazione complessa si innesterebbe la questione legata a un nuovo soggetto giuridico, con proprio nome e simbolo. Non sembra di poter dire che la figura di Davide Casaleggio sia fonte di problemi in questo senso: posto che né l'atto costitutivo, né lo statuto del M5S-3 contengono alcuna regola sull'uso del simbolo (né quello precedente né quello attuale), va notato che Casaleggio junior ha l'anomalo ruolo di cofondatore dell'associazione del 2017 che però non riveste alcuna carica nella stessa, né tanto meno ha poteri particolari in virtù del suo ruolo nella fase "genetica" del M5S-3 (se non quello di poter essere un iscritto, ma come tutti gli altri e le altre). Sulla base di questo, si può dire che Davide Casaleggio non ha alcuna voce in capitolo nella gestione del simbolo del 2018, così come non ne ha in quella del simbolo precedente, perché non fa parte del M5S-2; la questione del distacco, insomma, avrebbe un impatto mediatico, "ideale" e anche economico (basandosi sulle notizie circa le proposte dello stesso Casaleggio in merito a una sua nuova posizione di "fornitore solo esterno" dei servizi), ma non sulla gestione giuridica del simbolo.  Più complesso, sul piano tecnico, sarebbe il punto relativo al rapporto tra uso civile del simbolo e uso elettorale del contrassegno. Al momento, se si votasse a breve - ed è da escludere per ragioni di opportunità - certamente il M5S-3 potrebbe presentare proprie candidature con il simbolo del 2018 e anche, in alternativa, con quello precedente (immaginando che il M5S-2, che ne è titolare, non si opponga): toccherebbe al capo politico - per ora Vito Crimi - depositare il contrassegno al Viminale e delegare alla presentazione delle candidature; quelle candidature, tra l'altro, sarebbero presentate senza bisogno di raccogliere le firme, perché il M5S-3 ha gruppi parlamentari in entrambe le Camere dall'inizio della legislatura. 
Cosa accadrebbe, invece, se si decidesse di creare un altro soggetto giuridico? Questo soggetto potrebbe avere un nome e un simbolo diversi rispetto all'attuale, ma potrebbe perfino mantenere gli attuali: posto che lo statuto del 2017 non prevede nulla di particolare sul patrimonio del M5S-3 (quindi ci si deve accontentare delle poche norme che ci sono), il capo politico, in quanto legale rappresentante, previo consenso o ratifica dei componenti del Comitato di Garanzia, potrebbe decidere insieme al tesoriere di concedere l'uso del nome e del simbolo a un potenziale M5S-4 come è già avvenuto a monte nel 2017, avendo però l'accortezza, da un lato, di far dichiarare espressamente dal M5S-2 che non si oppone all'uso di quei segni identificativi e, dall'altro, di non inserire nel nuovo statuto formule di incompatibilità tra l'iscrizione al M5S-4 e il M5S-3. Certo, si complicherebbe ancora di più la situazione e si rischierebbe una nuova causa da parte del M5S-1 (che si sentirebbe ancora più leso nei diritti che ritiene di avere), ma questi potrebbero essere ritenuti problemi limitati. 
Un profilo più spinoso, casomai, riguarderebbe l'esonero dalla raccolta dalle firme: la legge elettorale, infatti, al momento solleva da quest'obbligo solo "i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi" (Art. 18-bis, d.lgs. n. 361/1957): il beneficio, dunque, spetterebbe solo al M5S-3 che ha presentato candidature nel 2018, non anche all'eventuale M5S-4 o al soggetto con altro nome che fosse costituito. Anche mantenere in piedi i gruppi parlamentari, legandoli semplicemente al nuovo soggetto e perfino mantenendo il vecchio nome e il vecchio simbolo, formalmente non permetterebbe di superare la formulazione della legge. Si è però tentati di pensare che questo problema resterebbe solo sulla carta: innanzitutto, si potrebbe far figurare le liste come presentate dai due MoVimenti insieme, per cui il contrassegno sarebbe considerato composito e l'esenzione sarebbe già possibile. In più, se non si volesse ricorrere a questo stratagemma, poiché si sta seriamente pensando di cambiare la legge elettorale, basterebbe mettere mano a quell'articolo per risolvere il problema una volta per tutte (esentando "i partiti o gruppi politici cui faccia riferimento un gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura"), sperando che a qualcuno non venga in mente la consueta modifica una tantum, per cui la disciplina più lasca dell'esenzione riguarderebbe solo la prima applicazione della legge.  
Tutto, inevitabilmente, si complicherebbe se i giudici genovesi dessero ragione in appello al M5S-1 oppure se il M5S-2 decidesse di non concedere più al M5S-3 l'uso gratuito del simbolo registrato nel 2015. Certamente il M5S-3 resterebbe titolare del marchio registrato nel 2018 e potrebbe rivendicare il diritto a utilizzarlo senza disturbo; il fatto è che, a quel punto, il simbolo di cui il M5S-3 è titolare sarebbe quasi identico a quello del M5S-1 (ove arrivasse una sentenza d'appello a suo favore) oppure a quello di cui è titolare il M5S-2 e il cui uso sarebbe stato revocato. Di fronte a una diffida da parte degli aventi diritto a utilizzare come contrassegno un emblema anche solo confondibile col proprio, la Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno (al pari di ogni altro organo chiamato a decidere l'ammissibilità dei contrassegni) si troverebbe davanti a un problema serio: un problema aggravato dalla pratica sbagliata all'origine di registrare come marchi i segni utilizzati in ambito politico, col rischio che chi registra un marchio politico pretenda di utilizzarlo (o di inibirne l'uso) anche al di là di quanto previsto dalle norme elettorali. Almeno per quanto riguarda un'eventuale revoca da parte dell'associazione del 2012, tuttavia, bisogna ammettere che si tratta di uno scenario assai improbabile: è difficile immaginare che Grillo sia su posizioni diverse rispetto a chi guida il MoVimento 5 Stelle. Dopo aver ragionato su qualche ipotesi è meglio, molto meglio vedere come la realtà evolve e discutere di questo, senza complicare ancora di più una situazione già intricata. Certamente molto di più della vicenda del vituperato Udeur.

domenica 7 giugno 2020

Mastella, l'Udeur 2.0 diventa Noi campani: con De Luca alle regionali

Che varie forze politiche inizino a muoversi concretamente in vista delle regionali era ormai chiaro: manca ancora l'ufficialità della data - i presidenti delle Regioni continuano a chiedere di anticipare di almeno una settimana la consultazione cumulativa che, nelle intenzioni del governo, il 20 settembre unirebbe regionali, comunali e il referendum costituzionale - ma certamente è già tempo di muoversi. E uno dei primi segnali forti, tanto per cambiare, lo dà Clemente Mastella, sindaco di Benevento ma soprattutto indefessa guida dell'Udeur, anzi, dell'Udeur 2.0 lanciata alla fine del 2017.
Proprio quell'ultima versione del simbolo, con il campanile nel cielo leggermente dipinto di azzurro e una fascia tricolore ondeggiante (e coi margini che continuano a non toccare i confini della corona circolare blu, anche se almeno sono stati "limati" i margini che prima erano smangiucchiati), è pronta a trasfigurarsi nel contrassegno della lista Noi campani, tra le numerose formazioni che si apprestano a sostenere la ricandidatura del presidente uscente della giunta regionale Vincenzo De Luca. "Questo - ha dichiarato ieri lo stesso Mastella presentando l'emblema - è il simbolo con il quale i miei amici e io ci presenteremo alle prossime elezioni regionali in Campania. Affiancheremo il presidente De Luca portando programmi e valori, puntando alla centralità del cittadino campano che avrà bisogno di tutte le attenzioni dell’istituto regionale per superare momenti la cui densità di problemi non ha eguali nella nostra storia repubblicana".
Inevitabilmente si capisce che "Noi campani" è la diretta continuazione, in versione ampliata, di "Noi sanniti", una delle liste che nel 2016 avevano portato all'elezione di Clemente Mastella alla guida del comune di Benevento. Unica sensibile differenza: al posto dei colori beneventani (rosso e giallo) c'è il verde, tradizionalmente abbinato all'azzurro con De Luca (si veda la lista Campania libera). Per il resto, come si diceva, è praticamente tutto uguale al simbolo dell'Udeur 2.0, compresi ovviamente il campanile bianco e il nome dello stesso Mastella, che stavolta è solo un po' meno evidente, ma è comunque l'elemento posto più in alto nel simbolo (nella parte superiore della corona blu).
Che Mastella volesse correre a sostegno di De Luca era già chiaro, in base a una netta dichiarazione: "Dove c’è Salvini non ci sono io, e viceversa". La sua intenzione, già anticipata, è di presentare la lista in tutte le province, forse addirittura con il sostegno di Riccardo Villari (da poco posto da De Luca a capo della Città della Scienza, ma di cui è ancora ben nota la carriera parlamentare al sapore di trasformismo) e di Paolo Cirino Pomicino, sempre che i due - come da giorni si vocifera - non mettano in campo un'altra lista, sempre in appoggio a De Luca. Questi segni sembrano testimoniare che, al di là delle difficoltà oggettive legate alla pandemia (e ai timori ingenerati da questa) nonché al periodo estivo, l'ormai attesa riduzione a un terzo delle firme da raccogliere anche per le elezioni regionali sarà probabilmente foriera di un numero enorme di liste là dove macchine elettorali avviate riusciranno a ottenerle. E forse, da questo punto di vista, poter consegnare le firme dopo Ferragosto e non prima (votando il 20 settembre e non il 13) potrebbe essere d'aiuto.

venerdì 15 dicembre 2017

Domani torna l'Udeur di Mastella (ma povera grafica...)

Poi all'improvviso arrivano quelle notizie che, sul piano politico, ti rivoluzionano la giornata: a livello nazionale non sposteranno che qualche manciata di decimali - a voler essere ottimisti - ma qua e là potrebbero rappresentare una svolta attesa da anni (non proprio da tutti, suvvia, ma da qualcuno sicuramente sì). Così, leggendo che Clemente Mastella ha deciso di ridare vita all'Udeur - anzi, di varare "l'Udeur 2", come lo ha chiamato lui stesso - il vero drogato di politica non può non provare, almeno per un secondo, un moto di entusiasmo. 
Intendiamoci: sarebbe facile dire, in modo beffardo, che "se ne sentiva il bisogno!", gridare contro il tentativo di rilanciare un partito scivolato su varie disavventure giudiziarie o rovesciare ettolitri di contumelie marroni su uno degli uomini simbolo di quella Prima Repubblica (e anche della Seconda) che non vuole proprio saperne di giungere alla consunzione. Il fatto è che qualcuno è veramente entusiasta di questo nuovo, ennesimo annunciato ritorno in scena di Mastella con una propria creatura politica. Tra i democristiani impenitenti, i proporzionalisti convinti, i nostalgici delle preferenze si annidano non poche persone che vedono nel desiderio di Mario Clemente da Ceppaloni l'avverarsi almeno parziale del loro sogno: respirare di nuovo un po' di "sana" (de gustibus...) atmosfera primorepubblicana, per spazzare via le ultime, residue tentazioni di maggioritario, che ancora permangono tra chi ha voluto reinserire i collegi uninominali nell'applicatura legge elettorale. Se ci si lascia prendere la mano dal desiderio di distruzione del passato, si rischia di perdere la poesia e il lirismo di questo plotone di reduci, che non necessariamente hanno passato gli "anta" (e qualche volta nemmeno gli "enta").  
Ecco dunque cosa ha pubblicato Mastella sulla sua pagina Facebook:


Fa quasi commuovere - in senso reale o ironico, fate vobis - l'idea che qualcuno si prenda la briga di fare giustizia a "tutti quei militanti Udeur che sono stati ostracizzati e vilipesi in questi anni" e a chi ha frequentato l'ex guardasigilli esperto di pernacchi. Niente rancori o rivincite, per carità: basta dare al Campanile la possibilità di rispuntare. 
Già, il campanile - con la minuscola stavolta - ma non quello colorato delle origini, inaugurato nel 1999 e rimasto sulla scena politica per una decina di anni, bensì quello in bianco e nero con cui Mastella l'anno scorso è riuscito a tornare di nuovo in pista, facendosi eleggere sindaco di Benevento. Anzi, per l'esattezza, il simbolo di quella che si potrebbe definire "Udeur 2" (una sigla divenuta marchio, col serio rischio che qualcuno non si ricordi nemmeno di cosa fosse acronimo) sembra fatto sul calco del contrassegno elettorale di Noi sanniti per Mastellastessa campitura azzurro cielo a pennellate della parte superiore del cerchio interno, stesso campanile (che peraltro sembra la copia carbone, insieme al cielo a pennellate, del simbolo della lista Democratici per cambiare, vista a Sansepolcro, nati nel 2011...), stessa corona blu (con la sigla Udeur, assai meno visibile rispetto al passato, al posto di "Mastella sindaco"). 
I sogni dei democristiani impenitenti, tuttavia, sono a serio rischio di incrinarsi o sgretolarsi alla semplice vista di un paio di particolari del contrassegno che non possono passare inosservati, ma sarebbe meglio non vederli. Innanzitutto il cognome di Mastella, passato dalla corona blu al cerchio interno, ha una qualità grafica decisamente peggiore rispetto al resto del disegno e, con la sua font Helvetica Condensed Black schiacciata in altezza, sembra davvero fuori contesto. Il colpo di grazia tuttavia lo assesta l'elemento tricolore collocato a metà del cerchio: una fascia ondulata che dovrebbe stare dietro al campanile, ma in realtà è costituita da due elementi simmetrici dai contorni smangiucchiati - guardare ai limiti della corona blu, per rendersene conto - evidentemente copia-incollati da un'altra immagine.
Saranno pure particolari, saranno pure dettagli, ma da soli sono capaci di far scemare tutta l'atmosfera da Prima Repubblica. Allora nessun grafico - rigorosamente di partito - sarebbe mai caduto in un errore visivo così dozzinale, mentre qui l'aggiustamento grafico con il tricolore - tutt'altro che migliorativo rispetto alle varie versioni del contrassegno che si sono succedute dal 1999 in avanti - sembra piuttosto frutto della fretta di "rinfrescare" un emblema già usato, giusto per dare l'idea che qualcosa si stia muovendo. La speranza, nemmeno tanto segreta, in fondo è proprio questa: che quella diffusa in rete sia solo una soluzione grafica provvisoria e che domani, alla presentazione ufficiale, spunti il simbolo vero. Un simbolo che, non ci fosse stato l'obbligo di raccogliere le firme, sarebbe sicuramente finito sulle schede delle prossime elezioni politiche in appoggio al centrodestra; anche senza liste alle elezioni politiche, tuttavia, è quasi certo che nei prossimi mesi da qualche parte spunterà. Auspicabilmente, senza questi piccoli obbrobri grafici.

venerdì 8 aprile 2016

Mastella, due liste e un campanile per Benevento

Nessuno saprà mai, probabilmente, se il campanile che dal 1999 ha accompagnato Clemente Mastella nelle sue avventure politico-elettorali era ispirato a qualche torre campanaria di Ceppaloni e dintorni - magari quella della Chiesa del SS. Rosario in Beltiglio - o se era semplicemente frutto della fantasia del grafico di turno. Questa volta probabilmente l'Udeur - al pari della sua rielaborazione, i Popolari per il Sud - resterà a riposo, ma un campanile ci sarà comunque nella corsa di Mastella verso la guida di Benevento, capoluogo della provincia in cui (ovviamente) è compresa Ceppaloni.
Che l'ex ministro avesse in animo di candidarsi a sindaco di quella città - o, volendo, che fosse tentato di accettare le proposte di chi gli suggeriva con insistenza quella soluzione - era noto da mesi, in pratica se ne parla da gennaio; a metà di marzo, poi - a dar retta a quanto scriveva Giuseppe Alberto Falci sulla Stampa - sarebbe arrivata anche la benedizione di Silvio Berlusconi, magari anche grazie ai buoni uffici di Sandra Lonardo, moglie dello stesso Mastella. Sabato scorso, in ogni caso, a Benevento è stato aperto il comitato elettorale e, a circa un mese dalla presentazione delle liste, la corsa del fondatore dell'Udeur ormai è cosa certa ed è stata ampiamente illustrata ai giornalisti.
Si sa già che le liste a sostegno di Clemente Mastella saranno due, ma - come si diceva all'inizio - l'Udeur non sarà tra queste. La prima di cui si è parlato con una certa insistenza, sempre da gennaio, è Noi Sanniti per Mastella: la testata Ottopagine.it, infatti, aveva avanzato l'ipotesi che quella lista potesse essere "una sorta di 'palestra' per il movimento di Diego Della Valle", quel "Noi Italiani" che tempo fa era stato depositato come marchio (risultando essere stato registrato il 26 novembre scorso). Non è un caso che il campanile - non ben identificabile nella realtà, di certo non è quello del complesso di Santa Sofia - sia stato collocato nella lista che contiene nel nome un riferimento a un territorio ben preciso: in un cielo pennellato di azzurro scuro (su un fondo irrealmente bianco, ma il motivo si vedrà subito dopo), il segno territoriale per eccellenza svetta bene, mentre nella parte bassa del cerchio interno emergono due fasce di colore giallo e rosso, assieme al bianco elementi caratterizzanti dell'iconografia beneventana.
Il simbolo dell'altra lista ha in comune con il primo emblema essenzialmente la corona in cui è contenuta la dicitura "Mastella sindaco" (ma stavolta è bianca anche questa); per il resto, quello della Lista Mastella si presenta a tutti gli effetti come il logo di una formazione personale, come dimostra la denominazione (l'emblema, tra l'altro, ripete addirittura due volte il cognome del candidato sindaco, un'eventualità più unica che rara). Nessuna caratterizzazione grafica particolare, al di là dell'arcobaleno tricolore verticale, seminascosto dal segmento blu che contiene il nome del raggruppamento. La scelta dei colori e dello stesso tema grafico rimanda almeno in parte al Pdl, nelle cui file Mastella è stato candidato ed eletto al Parlamento europeo nel 2009; in generale, quello in esame è un emblema che punta certamente a un elettorato di centrodestra, anzi, più centro che destra. Non sembra un caso, infatti, che l'Udc beneventana sia intenzionata a sostenere Mastella, ritenendo che egli possa essere, assieme al partito dello scudo crociato, "con qualche non velleitaria ambizione di successo, l'interprete [...] di un movimento che, con l’obiettivo di dare risposte serie e puntuali al quotidiano di una comunità, rinnovi la tradizione del popolarismo e rompa gli schemi di un quadro politico che a Benevento si qualifica per lo sguardo malinconicamente rivolto all'indietro". Partirà dalle due liste appena analizzate il ritorno dell'uomo di Ceppaloni sulla scena politica, sia pure ripartendo da una poltrona di sindaco?

domenica 13 dicembre 2015

Quando Mastella voleva l'Udr a ogni costo

Simbolo provvisorio dell'Udr-Udeur
presentato il 20 marzo 1999
 
C'è una soglia minima perché possano aversi litigi e scissioni? Una consistenza al di sotto della quale un partito possa considerarsi immune da contenziosi di qualche tipo? L'esperienza ci suggerisce che la risposta è no: se in un partito grande è fisiologico attendersi posizioni diversificate (succedeva, per dire, tanto nella Dc quanto nel Pci) che possono trasformarsi in scontri per la titolarità della formazione, il tasso di litigiosità maggiore si ha per assurdo nelle formazioni più piccole, in cui il numero ridotto di iscritti non diminuisce il rischio di lotte fratricide interne: lo hanno mostrato bene, anzi benissimo in casa socialista (dalla metà degli anni '90 in poi), socialdemocratica e repubblicana, tutti casi in cui gli scontri su chi rappresentasse legalmente il partito si sono puntualmente tradotti anche in querelle sul nome e sul simbolo.
Non ha fatto eccezione l'Udr, nel senso dell'Unione democratica per la Repubblica, partito fondato e ispirato da Francesco Cossiga nel 1998 ma dalla vita breve e piuttosto tormentata, vista la difficile convivenza tra le sue anime interne. Fu a febbraio del 1999, nel bel mezzo di uno degli scontri più duri tra i fedelissimi di Cossiga (che intanto aveva lasciato il suo stesso partito, tornando al gruppo misto) e i parlamentari vicini a Clemente Mastella, in quel momento segretario dell'Udr (e, prima, leader dei Cristiani democratici per la Repubblica), che qualcuno evocò la possibilità che l'ennesima baruffa potesse finire in tribunale. Perché, tra un tentativo di riequilibrio degli organi interni e la richiesta di un congresso, nessuna delle due parti voleva mollare la titolarità di nome e simbolo. 
A marzo la rottura si era consumata definitivamente: tra il 14 e il 15 del mese erano uscite le prime indiscrezioni sulla nascita di una Unione dei democratici per l'Europa a guida mastelliana, mentre il 20 era stato presentato il nuovo emblema. E guai a dire che quella che più avanti si sarebbe chiamata Udeur era un nuovo partito: per il Clemente era piuttosto "l'abito di festa per le elezioni", specialmente le europee previste per giugno. Il simbolo, tra l'altro, era un vero capolavoro di equilibrio tra passato prossimo e futuro ancora da venire: il campanile e l'elemento tricolore curvo erano nuovi, ma la sigla UDR evidenziata in rosso all'interno del nome guardava decisamente all'indietro. Era un modo come un altro per dire che le mani dal simbolo l'uomo di Ceppaloni non le voleva togliere. 
Nemmeno le persone più vicine a Cossiga, in realtà, avevano intenzione di mollare il colpo. Per loro bisognava favorire un'aggregazione di centro, nell'orbita del Ppe, che includesse pure Rinnovamento italiano e il Ppi; per questa idea, però, ci voleva la titolarità del partito. Così, mentre i cossighiani di ferro progettavano di partecipare alle elezioni europee con Rinnovamento italiano (che per l'occasione portava anche i segni del Ppe e la dicitura Europa popolare), in tribunale lo scontro non si fermava. Capirci qualcosa, tra l'altro, era dannatamente difficile: Cossiga aveva già lasciato il gruppo Udr, ma all'indomani della presentazione del primo simbolo dell'Udeur aveva annunciato una conseguente riorganizzazione del partito, ovviamente sgradita ai mastelliani. In aprile, lo scontro giuridico divenne totale, tra richieste di convocazioni di organi non accolte e soddisfatte dai giudici, espulsioni decise e annullate, nuovi soci cooptati e cancellati per via giudiziaria, senza contare che nome e simbolo dell'Udr (segretario Mastella) non erano del partito, ma dell'associazione politica Udr (a maggioranza cossighiana). 
Alla fine nelle bacheche del Viminale erano arrivati tanto il simbolo dell'Udr, quanto quello dell'Udeur, leggermente modificato rispetto alla prima versione (si doveva pur dare visibilità alla nuova sigla, pur insistendo sul richiamo alla vecchia Udr). Anche il primo fregio, per quanto se ne sa, era stato depositato dai mastelliani, che ritenevano di essere ancora titolari del partito, ma intanto per sicurezza avevano scelto di puntare anche sul "marchio" nuovo. A maggio, in realtà, nome e simbolo dell'Unione democratica per la Repubblica sarebbero tornati nelle mani di Cossiga e dei suoi fedelissimi (con Mastella pronto a minacciare nuovi ricorsi); il partito, in compenso, non avrebbe quasi più lasciato traccia. A quel punto, meglio smettere di litigare...

martedì 20 gennaio 2015

Torna Mastella coi Popolari per il Sud?

Da alcuni giorni i media ne parlano con insistenza, come quando si vuole sottolineare un grande ritorno. Eppure non lo è. Perché Clemente Mastella, in realtà, non se n'è mai andato davvero. Al più è rimasto più silente, nei periodi più difficili in cui il suo nome era legato a inchieste giudiziarie più che a dichiarazioni e gesta politiche. Ora che invece è arrivata un'archiviazione dopo due assoluzioni, si può di nuovo parlare di politica (non che con la candidatura alle ultime europee con Forza Italia si parlasse di altro, ma tant'è).
Morale, i giornali si precipitano a dare notizia dell'inaugurazione della nuova segreteria politica mastelliana a Benevento. Un'inaugurazione anomala, perché al momento il soggetto politico non ha un nome definito e nemmeno un simbolo. Il Fatto Quotidiano, al pari di altre testate, un nome lo fa: quello dei Popolari per il Sud. Che forse è il quinto partito fondato da Clemente da Ceppaloni (dopo Ccd, Cdr, Udc e Udeur), ma non sarebbe nuovo. Perché l'ultima declinazione del Campanile, in realtà, era spuntata già nel 2010, quando Mastella - mettendo per un po' da parte il suo Udeur, comunque presentato alle regionali campane - scelse di sfoggiare un nuovo nome. E se i "Popolari" c'erano già (dopo il passaggio da Alleanza popolare), l'aggiunta della connotazione spaziale voleva caratterizzare a fondo la formazione, indicando allo stesso tempo il radicamento, nonché l'oggetto e il fine dell'impegno.
E' proprio Mastella in persona, però, a sfumare tutti i contorni della sua ripresa politica: battezzandola come "modesta esperienza locale", tiene a precisare che il simbolo e, a monte, il nome non sono ancora definiti. Da cosa dipendono questi dubbi? "Dipende se vengono altri con me", spiega, avendo comunque pronto il piano b in caso di ingressi scarsi: "Altrimenti rimane lo stesso".
Di certo, oltre alla collocazione a fianco di Stefano Caldoro nel centrodestra, ci sarebbe solo la vocazione locale del soggetto politico: "Si avverte l’esigenza - si legge sempre sul Fatto - di un partito territoriale che dialoghi con la gente e che rappresenti un punto di riferimento certo nella crisi dei partiti". E, anche visivamente, quale punto di riferimento migliore di un campanile svettante?

lunedì 11 febbraio 2013

Toh, rispunta il campanile di Mastella...

Qualcuno, non vedendo più il suo volto imponente comparire sui teleschermi, probabilmente lo aveva dato per perso. Qualcun altro, forse, lo aveva quasi sperato, immaginandolo con base a Ceppaloni, senza più collegamenti con la politica romana e con poltrone di governo, dopo l'ultimo suo incarico di ministro della giustizia nel governo Prodi che lui stesso ha contribuito a far cadere nel 2008. E invece Clemente Mastella è tornato. O, per lo meno, è tornata la sua creatura politica, quel campanile che senz'altro c'è anche a Ceppaloni e che dal 1999 aveva scelto come suo simbolo per il partito che aveva fondato una volta terminata - non senza burrasche - l'esperienza dell'Udr con Cossiga ed altre truppe.
E pensare che, all'inizio, il contrassegno sembrava messo lì quasi a caso, per partecipare quasi a ogni costo alle elezioni europee, mentre sul precedente emblema dell'Udr si era finiti - come spesso accade in Italia - in tribunale. E che venisse proprio dall'Unione democratica per la Repubblica, Mastella l'aveva dichiarato senza problemi nel simbolo, piazzando nel mezzo la sigla UDR ben in evidenza, aggiungendo tra la D e la R giusto le due letterine "eu", come se si trovassero li per caso, pronte ad andarsene quando qualche giudice avesse dato ragione al Clementone che si riteneva ancora segretario dell'Udr. Un campanile, dunque, disegnato quasi a mano, con tanto di finestrelle e sagoma della campana nel mezzo, un tetto blu più da favola che da realtà. il tutto davanti a un elemento tricolore morbido e curvo, come uno sbaffetto di dentifricio appena servito. L'Udr formato Europa, insomma, era servita e tale sarebbe rimasta, dando pari dignità a tutte le lettere della sigla.
Col tempo il partito aveva messo radici, manco a dirlo soprattutto al Sud, facendo della Campania (e, in qualche misura, anche della Lucania) la sua roccaforte. A poco a poco il simbolo è leggermente mutato, con alcune stelle che sono inevitabilmente spuntate a contorno del campanile e con l'aggiunta di un riferimento all'area popolare in cui l'Udeur mastelliana voleva collocarsi. Era passato attraverso varie esperienze, questo soggetto politico, partecipando alla Margherita fino alle elezioni del 2001 - salvo poi sfilarsi quando si è parlato seriamente di unificazione dei partiti che l'avevano costituita - poi accogliendo al suo interno l'ultimo segretario della Dc (poi Ppi) Mino Martinazzoli alle elezioni europee del 2004, fino al nuovo sostegno - mai completo e senza tentennamenti - al centrosinistra.
Poi era arrivata la seconda caduta di Prodi, con conseguenti elezioni anticipate. Si era parlato con insistenza di un diritto di tribuna concesso all'Udeur dal Pdl - almeno finché Berlusconi non ha sospettato che il suo partito ci avrebbe rimesso in immagine - di trattative non andate a buon fine con l'Udc e di un'offerta (rifiutata) di provenienza socialista: sta di fatto che Mastella alle elezioni non partecipò (finì a commentarle dalla poltrona del Tg2), mentre a quelle successive il Pdl lo candidò sul serio e gli fece avere un seggio a Strasburgo. Nel 2010, un'improvvisa voglia di partito meridionale fece cambiare il nome della forza politica in "Popolari per il Sud", con un effetto grafico per lo meno discutibile. Dovevano esserci altre cose poco convincenti, se all'inizio del 2011 il partito aveva già ripreso il suo nome, restando sempre nell'ambito del centrodestra (come quando, del resto, Mastella nel 1994 aveva scelto il Ccd e non i Popolari) fino a una certa vicinanza al "terzo polo" di Fini e Casini.
Ora, nell'anno del Signore 2013, l'Udeur rispunta e, se alle politiche nessuno potrà votarla, la si vedrà invece alle elezioni in Molise. Il sostegno, peraltro, stavolta andrà al candidato presidente del centrosinistra: proprio come il campanile "perfetto" del suo simbolo, in fondo, Mastella è equidistante (o equivicino) rispetto a ogni schieramento. Stando sempre ben piantato al centro.