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martedì 4 agosto 2026

Il capo della coalizione e il suo nome nel simbolo: l'invito di Franceschini e il precedente della Margherita (di Andrea Vezzaro)

Intervistato questa mattina da Francesco Bei sulla Repubblica, l’ex-ministro Dario Franceschini - senatore Pd e vero kingmaker del Nazareno, rispetto al tema della leadership del "campo largo", ha proposto che le primarie si facciano sul serio, ma con regole precise: tra queste, il futuro vincitore della consultazione non dovrebbe inserire il suo nome nel simbolo del suo partito: "Ci siamo passati già nel 2001, quando Francesco Rutelli era il candidato della coalizione e mise il suo nome sul simbolo della Margherita, ci fece guadagnare molti voti in più. Chi vince le primarie, dal giorno dopo non rappresenta il suo partito ma il programma comune e la coalizione". Come a dire, allora ci andò bene, ma stavolta il copione non dovrà essere ripetuto e non ci dovranno essere traini di questo tipo.
Al di là delle riflessioni sugli attuali equilibri del centrosinistra, Franceschini racconta una grande verità: Democrazia è Libertà - La Margherita, nella quota proporzionale alle elezioni politiche del 13 maggio 2001 ottenne un buon risultato anche grazie al traino del front runner Rutelli inserito nel simbolo; il nome, del resto, era presente anche nel simbolo dell'Ulivo destinato alle schede per i collegi uninominali. La storia della Margherita affonda però le sue radici nella frantumazione centrista della XIII legislatura (quella terminata, appunto, nella primavera del 2001): sembra dunque opportuno ripercorrere qualche tappa di quel percorso preparatorio. Il 25 luglio 2000 il Partito popolare italiano, Rinnovamento italiano e l’Udeur presentavano il patto federativo "Una scelta per l'Italia", primo passo per una futura lista unitaria del centro dell’Ulivo; il 10 settembre 2000 i Democratici approvavano tale progetto che puntava a semplificare il quadro, controbilanciando il peso elettorale e politico dei Ds. 
Foto Lapresse, tratta dalla Rete
Un mese dopo, l'11 ottobre 2000, nasceva ufficialmente la lista della Margherita, guidata dal sindaco uscente di Roma Francesco Rutelli, designato da poco candidato premier per le politiche dell'anno successivo. 
Il 3 febbraio 2001 fu presentato il nuovo simbolo: il cerchio era diviso in due parti, rispettivamente verde nella parte inferiore e azzurro sfumato in quella superiore. Al centro c’era una grande margherita, mentre sul lato sinistro superiore compariva la scritta "Democrazia è Libertà" in blu, con la voce verbale colorata di rosso; nella fascia verde, in bianco, c'era il riferimento "con Rutelli", indicazione esplicita del leader. Nella parte superiore destra erano presenti i quattro simboli delle forze politiche che aderivano alla lista unitaria: i Democratici con il loro asinello post-ulivista, il gonfalone (semplificato) dei Popolari, il tricolore stilizzato di Rinnovamento Italiano e il campanile dell'Udeur; al lancio del progetto erano infatti presenti rispettivamente Arturo Parisi, Pierluigi Castagnetti, Lamberto Dini e Clemente Mastella. 
A curare la grafica era stato chiamato l’illustratore e designer Andrea Rauch, già ideatore tra il 1995 e il 1996 del simbolo dell'Ulivo. Intervistato da Gabriele Maestri per questo sito (nell'articolo pubblicato il 30 giugno 2016), così ricordava le fasi di ideazione del nuovo emblema: "A tenere i contatti con me fu Lapo Pistelli, il collegamento tra i romani e i fiorentini, praticamente faceva la spola ogni settimana. Loro nel simbolo volevano la margherita e io la disegnai con il solito programma; poi però iniziò una sorta di balletto che interessò vari elementi. Mettiamo i simboli dei partiti che compongono l'alleanza, anzi, non li mettiamo, o mettiamo solo i nomi; mettiamo il nome di Francesco Rutelli, leader e potenziale presidente del Consiglio, anzi, non mettiamolo; lasciamo il fiore al centro, anzi spostiamolo per far posto ai simboli, anzi, meglio rimpicciolirlo, e avanti così, persino il nome del cartello elettorale mutò nel tempo. Fu un lavorio continuo e anche un po' pasticciato, praticamente il simbolo cambiava ogni settimana e tutte le volte che Lapo Pistelli tornava da Roma dopo aver parlato con quello che lui chiamava 'il sinedrio', nel senso dei maggiorenti dei quattro partiti fondatori, c'era una piccola novità. In sé erano cambiamenti di poco conto, ma si fece almeno una ventina di versioni diverse". 
Sempre Rauch, in quell'intervista, ricordò che proprio il giorno della presentazione del simbolo (il 3 febbraio 2001) lui e i suoi assistenti avevano un impegno in provincia di Treviso, quindi "il materiale per la presentazione fu passato [...] ad Area, il gruppo romano, e a essere presentata fu la versione di quel giorno" (non a caso, nelle foto di quel giorno si vede l'accento di "libertà" in una forma diversa rispetto a quella definitiva). Nel suo saggio L'immagine complessa. Segno, simbolo, forma, colore: analisi e progetto di immagini coordinate - pubblicato da Protagon Editori Toscani - nel 2001 Rauch aveva inserito proprio alcuni dei vari bozzetti proposti prima di arrivare a quello definitivo. 
Sicuramente il simbolo aveva poi un esplicito riferimento - grafico e politico - al progetto varato nel 1998 dal segretario del Partito popolare trentino Lorenzo Dellai, denominato Civica per il governo del Trentino, ma ben presto ribattezzato "Civica Margherita". 
Ritornando alle riflessioni iniziali di Franceschini, la lista comune in cui le quattro formazioni erano federate ottenne oltre 5 milioni di voti, attestandosi al 14,52%, alle spalle dei Ds e quindi controbilanciando l'Ulivo: questo, però, venne sconfitto nella competizione con la Casa delle Libertà. Nel dicembre 2001 nacque poi il comitato costituente e tra il 22 e il 24 marzo 2002 venne varato ufficialmente a Parma il nuovo partito con Francesco Rutelli presidente; sotto i petali si erano così collocati i popolari, i diniani, i Democratici, ma non Mastella che aveva scelto di rimanere autonomo con l'Udeur. 
Nonostante l’adesione alla lista unitaria delle Europee del 2004 e l'entrata nella Federazione dell'Ulivo, l'assemblea federale della Margherita, riunitasi tra il 19 e il 20 maggio 2005, decise che l’anno successivo il partito si sarebbe presentato autonomamente alle politiche nel centrosinistra. Dopo le primarie del 14 ottobre 2005 e l'approvazione della nuova legge elettorale, si decise la presentazione della lista unitaria dell'Ulivo solo per la Camera. Al Senato così fu ripresentato il simbolo della Margherita, questa volta senza i vecchi emblemi dei partiti fondatori ma anche senza il riferimento a Rutelli (del resto già sparito dal 2002): i consensi però calarono al 10,72%. Allora, peraltro, il capo della coalizione era Romano Prodi, il cui nome in quell'occasione non era apparso in nessun contrassegno elettorale (tranne che in quello comune dell'Unione, presentato però solo in Alto Adige e all'estero), mentre aveva campeggiato nel 1996 nel simbolo dei Popolari (quando il segretario però era Bianco). Prevarrà la "linea Franceschini" oppure il nome del leader del futuro centrosinistra finirà - in assenza di contrassegni di coalizione - sul fregio del rispettivo partito?

domenica 2 agosto 2026

Addio ad Alberto Tedesco, "aggiornò" i socialisti pugliesi col computer

I media pugliesi hanno dato poche ore fa la notizia della morte - avvenuta questa mattina, a 77 anni - di Alberto Tedesco, senatore per una legislatura (la XVI, pur se non intera), a lungo consigliere e assessore regionale in Puglia. Gran parte della sua militanza politica è stata legata al socialismo, sia pure in alcune delle diverse declinazioni che ha avuto nel corso della vita politica repubblicana: una di queste - quella dei Socialisti autonomisti - è stata tuttavia legata strettamente alla sua figura e ha avuto anche una traduzione simbolica rilevante, per cui vale la pena occuparsene qui, anche solo in breve.
Risulta semplice ricostruire, grazie all'Anagrafe degli Amministratori Locali e Regionali, che Tedesco centrò la prima elezione come consigliere regionale nel 1985 e ottenne la conferma cinque anni dopo. In entrambi i casi il seggio arrivò con il Partito socialista italiano, ma tra una consultazione e l'altra il partito cambiò il simbolo: nel 1985, infatti, c'era ancora il fregio creato da Ettore Vitale, con falce, martello, libro e sole sotto al garofano; nel 1990, invece, entrò in uso l'emblema creato da Filippo Panseca, che tolse ogni riferimento ai segni che avevano caratterizzato la prima fase della storia repubblicana dei socialisti. Durante la seconda consiliatura, Tedesco fu nominato anche assessore regionale, rimanendo in carica per un anno e mezzo (dalla fine di ottobre del 1992 alla fine di febbraio del 1994): di certo fu il periodo peggiore per il Psi (che pure a giugno del 1991 nel aveva celebrato il suo 46° congresso straordinario a Bari, città di Tedesco), travolto in pieno dall'inchiesta sulla corruzione.
Nel 1994, quando il Psi - sotto la segreteria di Ottaviano Del Turco - rinunciò al garofano e adottò la rosa per partecipare alle elezioni, aderendo alla coalizione dei Progressisti, Tedesco preferì seguire la via "centrista" tracciata da Giuliano Amato e si candidò sotto le insegne del Patto per l'Italia, promosso da Mariotto Segni: nel collegio uninominale della Camera di Putignano ottenne un rispettabilissimo 20,26%, ma arrivò soltanto terzo dietro a Giovanni Mastrangelo del centrodestra - Polo del buon governo (34,76%) e a Vincenzo Lavarra dei Progressisti (31,85%). In quella prima occasione, dunque, l'elezione sfumò (a dispetto degli oltre 16mila voti ottenuti), ma non fece venire meno l'impegno politico di Tedesco. 
Giusto un anno dopo, infatti, Tedesco partecipò alle elezioni regionali come candidato nella circoscrizione di Bari nella lista Laburisti - Psdi - Pri, come espressione della Federazione laburista, fondata già nel 1994 da Valdo Spini. La lista a livello regionale ottenne il 2,18% e, come parte della coalizione perdente (Salvatore Distaso del centrodestra battè Luigi Ferrara Mirenzi), ottenne un solo seggio: se lo aggiudicò proprio Tedesco, che ottenne 10096 preferenze e anche grazie a queste portò la lista al 2,92%. Quella con il globo verde e blu al di sotto di poche linee meridian-parallele rosse fu il secondo simbolo dei laburisti e il primo a funire sulle schede elettorali.
Alle elezioni regionali successive, nel 2000, Tedesco riuscì di nuovo a confermarsi consigliere regionale, sempre nella circoscrizione di Bari, ottenendo 10436 preferenze. Ci riuscì, però, sotto un altro contrassegno: quello dei Socialisti democratici italiani, vale a dire l'esperienza partitica avviata nel 1998, in cui la componente maggioritaria socialista di centrosinistra (quella dei Socialisti italiani guidati da Enrico Boselli) si unì a quella del Psdi di Gianfranco Schietroma e del Partito socialista di Ugo Intini; vi confluì, peraltro, anche una parte della Federazione laburista che non condivideva l'idea di concorrere a formare i Democratici di sinistra - vale a dire il Movimento di unitá socialista e laburista, con Alberto Benzoni, Riccardo Ronchitelli e Ferdinando Imposimato - e tra questi c'era anche Tedesco, che intervenne a Fiuggi il 10 maggio 1998, al congresso fondativo dello Sdi.
Il 9 maggio 1999 nel frattempo, Tedesco era stato candidato alle suppletive nel collegio uninominale Puglia-20 della Camera (Bari-Libertà-Marconi), sotto il simbolo dell'Ulivo: arrivò a 15956 preferenze, pari al 37,4%, ma non riuscì a prevalere su Salvatore Tatarella (fratello di Pinuccio, che morendo aveva lasciato libero quel collegio) che con il 57,5% mantenne il collegio al centrodestra e ad Alleanza nazionale. La seconda elezione parlamentare fallita non impedì, come si è visto, la conferma di Tedesco in consiglio regionale; dopo pochi mesi, però, il rapporto con lo stesso Sdi regionale si incrinò decisamente. Ecco cosa si legge nel sito della Fondazione Giuseppe Di Vagno:
Per le elezioni regionali del 2000 sono candidati nella stessa lista [dello Sdi] Onofrio Introna e Alberto Tedesco [...]. Tedesco risulta eletto a Bari [...]. Tedesco punta alla conquista della leadership esclusiva nel Partito che, invece, per volere della Direzione nazionale, resta affidato a Introna; egli controlla, invece, il gruppo socialista del consiglio regionale. Si apre un periodo un periodo di forte conflittualità fra Introna e Tedesco, conflittualità che viene trasferita, da quest'ultimo, nei confronti della Direzione del Partito e dello stesso segretario nazionale Boselli. Il "gruppo di Tedesco", così ormai è qualificato, sceglie il tema dell'autonomia dal Pds, se non della rivincita verso la componente ex comunista: si comincia a delineare così la rivendicazione della "autonomia" nel nome dell'orgoglio socialista, sul quale Tedesco consuma la scissione dallo SDI dando vita nel 2001 alla formazione dei "Socialisti autonomisti", della quale tiene saldamente il controllo e nella quale lo seguono gran parte degli amici del cosiddetto "gruppo di Tedesco". [...] Il movimento dei "Socialisti autonomisti" tende a strutturarsi come un vero e proprio partito, sia pure di livello regionale, e ad esso aderiscono molti dirigenti e militanti socialisti di Puglia [...].
Il "gruppo di Tedesco" scelse di darsi anche un proprio simbolo, che recuperava una stilizzazione del sole nascente, ma la collocava su fondo blu e la faceva sorgere addirittura da un computer (sia pure vecchio stile, anche per la clipart scelta), un'opzione decisamente originale. I Socialisti autonomisti presentarono il loro contrassegno al Viminale, ma fu presentata anche una "bicicletta" con Democrazia europea e proprio quel contrassegno Sa-De finì sulle schede pugliesi del Senato, riuscendo a ottenere il 3,65%, ma i seggi in quell'occasione se li aggiudicarono tutti la Casa delle libertà e l'Ulivo. 
Nel 2005 arrivò di nuovo il tempo delle elezioni regionali e Tedesco si ripresentò, stavolta nella lista che univa Socialisti autonomisti, Repubblicani europei e di nuovo il Psdi (che aveva ripreso a operare). A livello regionale la lista raccolse il 2,22%, praticamente come il Pdci, e riuscì a conquistare due seggi, anche perché faceva parte della coalizione vincitrice; a Bari la lista sfiorò il 4% e Tedesco fu rieletto senza problemi, in più divenne anche assessore alla Sanità della prima giunta guidata da Nichi Vendola; lasciò l'incarico nel 2009, quando si apprese che era indagato. 
Nel frattempo, però, dopo una nuova candidatura parlamentare infruttuosa nel 2006 (fu capolista al Senato per i Socialisti di Bobo Craxi, formazione con cui i Socialisti autonomisti avevano stretto un accordo; la lista sfiorò il 2%, ma la soglia di sbarramento per le formazioni coalizzate era del 3%), si era votato di nuovo per le Camere - in netto anticipo - nel 2008: in quell'occasione i Socialisti autonomisti avevano stretto un accordo con il Partito democratico, venendo inserito nella sua lista senatoriale in Puglia. Il Pd ottenne 8 seggi e Tedesco era al posto numero 9: fu dunque il primo dei non eletti, ma sarebbe bastato che uno degli altri 8 optasse per un'altra circoscrizione o per un'altra carica per ottenere finalmente il seggio parlamentare. L'occasione si presentò a luglio del 2009, dopo le elezioni europee, quando Paolo De Castro, eletto come capolista in Puglia, si dimise avendo optato per il Parlamento europeo. Proprio durante il mandato da senatore, la Procura della Repubblica di Bari chiese a Palazzo Madama l'autorizzazione ad arrestarlo per associazione a delinquere; Tedesco parlò in aula e si rivolse agli altri senatori perché concedessero l'autorizzazione, ma l'arresto fu negato (127 voti favorevoli, 151 contrari, 11 astenuti).
Nel 2013 sarebbe arrivata l'assoluzione, ma nel frattempo nel 2011 Tedesco aveva lasciato il Pd, aderendo al gruppo misto. Solo in seguito - nel 2017 - scelse di aderire di nuovo a un partito, per la precisione al Psi, tornando in qualche modo a casa, sotto le insegne della rosa del socialismo e poi - dal 2019 - del garofano. Quasi a chiudere davvero il cerchio del suo cursus politico, che è terminato di fatto solo ora, tra il cordoglio e il rispetto di molti, di storia socialista e non. E chissà quanti ricordano quel sole nascente dal computer che, dal 2001 in avanti, seppe ottenere consensi anche quando non finì sulle schede...

venerdì 31 luglio 2026

Partito Capibara: accelerare per rallentare (e speronare il Parlamento)

Il loro primo scopo, probabilmente, lo hanno già raggiunto. Da varie settimane, infatti, non pochi media hanno dedicato articoli e interviste a un progetto politico destinato a non passare inosservato, per le sue proposte e per la sua immagine, ma anche - da qualche settimana a questa parte - per la dichiarata intenzione di partecipare alle prossime elezioni politiche (adempimenti burocratici e preparatori permettendo). Si tratta del Partito Capibara, un progetto le cui radici risalgono a una decina di anni fa: il nerbo risale almeno al 2019, ma ha preso maggiore concretezza - e anche un simbolo, anzi, più simboli da poco più di un anno. Nel progetto la Rete e i social network hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale, ma comunque complementare rispetto all'elaborazione di pensiero e di proposte, in bilico tra utopia e realizzabilità. 
I media giustamente si sono concentrati sugli elementi fondamentali del progetto politico, a partire dalla settimana lavorativa ridotta a 24 ore (con più tempo per vivere grazie ai frutti dell'automazione, ma senza che alcuna persona sia licenziata) mantenendo lo stesso stipendio, senza comunque scendere sotto i 1560 euro netti al mese (15 euro netti l'ora) e dalla riforma fiscale (nessuna imposta sul patrimonio fino a quella cifra, poi imposizione progressiva fino al prelievo totale della parte che eccede i 666mila euro annui, con tetto massimo alla ricchezza di 6,66 milioni di euro), fino alla gratuità dei bisogni fondamentali - in particolare casa, cibo, utenze, trasporti, salute, istruzione , tempo e cultura - come punto chiave della filosofia del gratuitismo per disinnescare il "ricatto del lavoro". Qui, però, vale forse la pena di analizzare un po' meglio il percorso del partito, oltre che le scelte simboliche fatte sin qui. Chi scrive ne ha parlato con uno dei principali promotori del progetto, Davide Dibitonto, in rete noto con il nickname xenodibi, per avere qualche delucidazione in più.  
Innanzitutto, dove si potrebbe collocare la data di nascita di questo progetto "politico" (in senso lato): "Dovremmo collocarla circa dieci anni fa - spiega Dibitonto -. Alla base del nostro progetto c'è un pensiero che si sviluppa nel Regno Unito: #Accelerate, di Robin Mackay e Armen Avanessian, è del 2014, Inventing the Future, di Nick Srnicek e Alex Williams, è del 2015; britannico è anche Mark Fisher, autore assolutamente di riferimento per noi". Tiene a precisare xenodibi che questa corrente di pensiero è arrivata in Italia tramite i meme, cioè quelle unità di senso (soprattutto idee in forma di immagini, video o grafiche) destinate a replicarsi per imitazione e a diffondersi in modo virale, soprattutto grazie a Internet. "Negli anni di cui ti parlavo si è registrata un'orda di comunità memetiche, in particolare legate a un vecchio gruppo Facebook, Sinistralibro (più esattamente 'Suona come il Sinistralibro italiano ma va bene', a partire dalla traduzione pedissequa dell'inglese Leftbook, ndb), per cui si sono diffusi meme della Pimpa in chiave 'comunista', sono nati vari gruppi come 'Automatizzato Comunismo Memetico' e così via: tanti personaggi inventati, dunque, hanno veicolato in Italia questa corrente di pensiero, senza passare attraverso la via classica di studi, libri e paper tradotti (al di là dell'apporto della casa editrice Nero, con la collana Not)".
In quella fase la componente creativa e di gioco aveva una parte molto importante, ma il "seme partitico" a quanto pare era già presente. "La realtà - continua Dibitonto - è che in questo contesto i meme già dall'inizio iperstizionavano l'idea di un partito, cioe la facevano autoavverare". La stessa lingua inglese è tuttora involontariamente (o forse no) complice nel gioco e nella creatività: uno degli ultimi eventi, dedicato a una delle figure di riferimento, l'autore di Realismo capitalista, è stato denominato "Mark Fisher Party", ove party qui significa "festa", ma notoriamente significa pure "partito"; non a caso a queste comunità è molto caro il concetto di free party, inteso come "festa libera" ma leggibile anche come "partito gratis" o "della gratuità".
Di certo per arrivare al progetto più concreto, con la messa in moto di una strategia politico-partitica, ci è voluto più tempo: "Ci siamo mossi soprattutto dalla primavera dello scorso anno". Il progetto, dalla chiara matrice anarchica, trova ispirazione in una poesia di Belgrado Pedrini (Schiavi!), poi divenuto con un testo modificato uno dei brani più noti del canzoniere anarchico, cioè Il galeone. "L'ammutinamento degli schiavi sul galeone e la loro trasformazione in pirati è il presupposto per la loro decisione di impadronirsi della nave e di mandarla a schiantarsi contro i frangenti delle rive: è un po' come guidare quella stessa nave contro la cabina di comando del sistema, un po' come la strategia della Flotilla. In questo senso, concepiamo il Partito capibara come un galeone, una Flotilla appunto, su cui far salire compagne e compagni del movimento, per andare dritti verso la cabina di comando e speronarla: questa cabina l'abbiamo identificata nel Parlamento". 
Al di là della cornice anarchica, in queste settimane l'iniziativa del Partito Capibara è stata di norma presentata come inserita nel filone dell'accelerazionismo di sinistra, come teoria che propone di puntare sull'accentuazione dell'automazione e in generale dell'evoluzione tecnologica, perché questa non sia inquadrabile in una logica di profitto o di sfruttamento capitalistico, ma dia frutti soprattutto per migliorare la qualità della vita di tutte le persone. Certo, sentire parlare di accelerazionismo (e di gratuitismo) porta con sé il rischio che chi legge o ascolta - a patto che abbia buona memoria televisiva - si veda comparire davanti Corrado Guzzanti nei panni del dottor Armà, che dagli schermi di TeleProboscide magnifica il Sorpresismo e il Nascondismo di Tonino Mutandari, quindi occorre dire qualcosa di più su questo concetto. "Per noi - chiarisce xenodibi - 'accelerare' significa riattivare il movimento storico che si era impantanato nella post-modernità, per fare un passo avanti nell'evoluzione. Non deve sfuggire, però, che il futuro verso cui vogliamo accelerare è fatto di lentezza, sul modello della decrescita felice, reso però possibile dall'evoluzione dell'automazione perché tutti possano riceverne effetti davvero positivi, con la liberazione dal 'ricatto' del lavoro".
Prima ancora delle evoluzioni della primavera del 2025, però, è necessario un passo indietro alla fine dell'estate del 2022, quando sempre in Rete - in particolare su Instagram - si era consumato un rito surreale, ma del tutto pertinente con il progetto che si narra qui: quello delle Elezioni iperstizionali 2022: "Quell'esperienza - racconta Dibitonto - è stata fondamentale nell'elaborazione del programma del Partito Capibara: il motore dell'immaginazione era di certo sempre il gioco, ma giocando e scherzando si è sedimentato qualcosa che ha finito per avere radici nella realtà e può arrivare a trasformarla. A settembre del 2022, come ricordi bene, c'erano le elezioni politiche, ma per noi erano estremamente noiose, tristi e misere dal punto di vista politico: per questo il Circolo Nomade Accelerazionista, di cui ho sempre fatto parte e che radunava varie persone in dibattiti e laboratori d'immaginazione, una rete informale insomma, decise di dare vita a un grande gioco". 
L'idea era di avere sempre liste concorrenti, che però si sfidavano come in un torneo su Instagram: il primo post fu del 6 settembre, nei giorni successivi vennero rese note le 8 liste concorrenti, con tanto di simbolo e programma di base. Tre simboli erano relativamente vicini a quelli che nel corso del tempo erano finiti sulle schede elettorali: Potere al capibara! (con la testa del capibara coronata di basco stellato all'interno del doppio arco amaranto), Rifondazione accelerazionista (nella bandiera rossa romboidale era stato inserito il tema della copertina di Inventare il futuro nella traduzione pubblicata da Nero) e Partito xenocomunista dei postlavoratori (il simbolo del Pcl era stato rivisitato con la falce abbinata a un bicchiere da cocktail al posto del martello, concetto simile a quello che aveva già caratterizzato i Comunisti gaudenti); del tutto inventati erano i loghi di Sinistra Fuxia (un fucile spezzato... anzi no, un kalashnikov e un dildo su fondo fucsia), Confederalismo cosmolocalista (un globo grigioverde con edifici tutti connessi, collocato su una stella gialla in campo rosso, con un font squadratissimo inconfondibile), Movimento parassita rivoluzionario (un ragno nero su fondo bianco), Azione ecoterrorista (variazione del simbolo anarchico su fondo verde) e Coalizione postumana (un misto di tecnologia, automazione, allucinazione e alienazione). 
Il 13 settembre venne pubblicato il "tabellone" della competizione, completo di ricostruzione del contesto ("Grazie ad un ponte xenocybertemporale apertosi oltre gli strati chimerici del nostro universo, assisteremo a una lotta senza tregua tra 8 liste iperstizionali che si contenderanno il potere supremo. La competizione si giocherà con un torneo a eliminazione diretta, affinché la democrazia rappresentativa possa assicurare un potere illimitato e senza alcun controllo alla lista vincitrice. Giorno dopo giorno, le liste si scontreranno una contro l'altra. Solo i voti del popolo decreteranno l'esito di questi feroci combattimenti. Che la democrazia rappresentativa abbia inizio!!"). Ogni scontro si produceva sui programmi elaborati per ciascuna lista e il voto avveniva con le reazioni alle stories. Alla fine, l'8 ottobre, risultò prevalente il Partito xenocomunista dei postlavoratori, con i seguenti punti programmatici: divieto assoluto di lavorare più di 12 ore a settimana; reddito di base universale di 2000 euro al mese; salario minimo di 24 euro l'ora; piano nazionale per la piena automazione di tutti i lavori di merda; piena gratuità di tutti i mezzi di trasporto e abolizione dei caselli; distribuzione obbligatoria di una casa a testa, massimo due, e abolizione dell'affitto; abolizione delle bollette a uso domestico; espropriazione di tutti i patrimoni sopra il tetto massimo di 66,6 milioni di euro.
"Quell'esperienza - ricorda Dibitonto - fu molto divertente per noi, ma è stata soprattutto un laboratorio d'immaginazione di programmi: del resto l'immaginazione si libera quando si sospende il giudizio, quando cioè si ragiona come un bambino che non si vergogna di immaginare qualcosa perché lo ritiene troppo assurdo. Quell'utopia immaginifica bambina si è potuta poi evolvere in punti programmatici più dettagliati e approfonditi, che appunto nella primavera del 2025 hanno costituito la base per immaginare il Partito Capibara". Già prima di quelle "elezioni iperstizionali", del resto, si era fatta strada ed era diventata virale l'immagine dei capibara - roditori prima sconosciuti ai più - che in Argentina, in piena pandemia da Sars-Cov-2, avevano finito per invadere in massa le strade, i giardini privati e perfino le piscine delle residenze di uno dei quartieri più ricchi (il Nordelta, a nord di Buenos Aires), riconquistando gli spazi che un tempo erano le "loro" zone umide.
Nel 2022, come si è detto, a quelle curiose elezioni non vinse Potere al Capibara (la cui unica rivendicazione era "Portare al potere il Capibara"), eppure l'attuale Partito Capibara costituisce la sintesi evolutiva di quell'esperienza. "In effetti - precisa Dibitonto - la prima versione del nostro progetto era una pura performance situazionista: avevamo in mente un partito illegale che candidasse soltanto compagne e compagni carcerati, da Luigi Mangione ad Alfredo Cospito. Era un'idea decisamente provocatoria pensata per smuovere le coscienze. In seguito è però iniziata un'opera di "raffinamento e smussamento", per rendere il progetto più incisivo, in grado di trasmettere il senso di realtà della proposta; la strategia si è perfezionata nel tempo anche nella visione elettorale. "Abbiamo immaginato - continua xenodibi - una 'squadra parlamentare' composta da compagne e compagni del movimento in equilibrio intersezionale, rappresentando dunque le diverse intersezionalità della lotta, dall'antispecismo al transfemminismo, dall'abolizione del carcere ai diritti delle persone migranti, dalle battaglie per la salute a quelle per la scuola, e così via, facendo salire tutte e tutti loro sul galeone perché vadano a speronare il Parlamento, comportandosi in piena autonomia relazionale. Si tratta di una strategia chiaramente anarchica, che intende utilizzare il partito come arma per un'incursione istituzionale ,senza mai davvero giocare al gioco parlamentare come lo si intende di norma: per questo il progetto intercetta anche l'attenzione di militanti che non amano i partiti".
Evidentemente l'idea di speronare il Parlamento, in questo caso, è stata vista come più efficace rispetto al proposito, già sentito, di aprirlo come una scatoletta di tonno. "Non a caso, nel nostro statuto scriveremo che il Partito Capibara non farà accordi di governo con nessuna forza politica, potendo governare solo avendo la maggioranza assoluta". "E a quel punto faremo la rivoluzione", viene da pensare recuperando un'altra performance indelebile di Corrado Guzzanti, stavolta nei panni di Fausto Bertinotti al Pippo Chennedy Show (mentre più tardi, di nuovo all'Ottavo nano, l'imitatore del segretario di Rifondazione comunista si sarebbe inventato la fase "dei grandi scherzi", non del tutto inappropriata in questa sede) Eppure quella rivoluzione concretamente il Partito Capibara non sarà in grado di farla: "Pensa alla patrimoniale che abbiamo in mente, che fa perdere tutto il potere ai multimilionari, anche se questi restano tali. Esperienze come quella di Salvador Allende in Cile o come la Comune di Parigi insegnano che i veri padroni, i veri potenti della terra sono internazionalisti e non permetteranno che una cosa simile avvenga. Del resto il nostro galeone sa che, proprio come la Flotilla, quasi certamente sarà bloccata prima di arrivare contro le rive, ma sa anche che il tragitto risveglia le coscienze del popolo ed è proprio questo il vero obiettivo del Partito Capibara, così com'era l'obiettivo di Mark Fisher, che nel suo ultimo libro incompiuto, Comunismo acido, s'interrogava sull'origine di quell'incredibile iperstizione collettiva che è stata il Sessantotto. Il nostro vero obiettivo è appunto risvegliare le coscienze, rivelando che viviamo nell'abbondanza e abbiamo tutti gli strumenti materiali per costruire una società della cura: la società si prende cura di noi e la cura è un atto incondizionato, gratuito, che non chiede nulla in cambio e garantisce la vita; quando questi pensieri saranno diventati senso comune, sarà come mettere piede nei nuovi anni Sessanta-Settanta". 
In ogni caso, lasciata alle spalle l'esperienza delle elezioni iperstizionali del 2022, l'idea di lanciare un progetto simil-partitico doveva andare di pari passo con l'identificazione in un simbolo. Il Capibara è tornato utile, ma occorreva dargli forma: "All'inizio - ricorda Dibitonto - abbiamo scelto di prendere come simbolo un meme, dunque i capibara che invadono giardini e piscine dei ricchi in Argentina, perché un meme buca l'attenzione, un cavallo di Troia, se preferisci un capibara di Troia". Il concetto non è difficile da capire: in Italia, ad esempio, non si può dimenticare l'immagine bersaniana della mucca in corridoio, in qualche modo traduzione italica dell'elefante nella stanza, quindi perché non affidarsi a un animale molto meno conosciuto, cercando peraltro di renderlo simpatico piazzandolo in piscina, magari con tanto di occhiali da sole?
Era nato, ridendo e scherzando, il simbolo del nuovo progetto. "La prima versione, poco più che una bozza, era stata generata con l'AI - continua xenodibi - poi però questa è stata modificata e trasformata per renderla più cute". All'inizio l'immagine era circondata da una corona rossa scura, con il testo bianco in un classico Franklin Gothic; poco dopo però fu prodotta una seconda versione, con la corona rossa schiarita e molto più spessa, per permettere l'uso di un carattere assai consistente e più giocoso (un'atmosfera quasi da salvagente, visto il tema grafico invocato); qualche ritocco al disegno del capibara in piscina ha reso l'immagine comunque più leggibile, pur avendo meno spazio a disposizione. 
"A un certo punto - riprende Dibitonto - si è sviluppata una riflessione nell'ambito di un gruppo di comunicazione al nostro interno. Quel processo però è stato particolarmente lungo e laborioso e alla fine ha prodotto un logo dichiaratamente provvisorio, destinato a essere sostituito con i successivi passi del progetto". Il simbolo provvisorio ha eliminato la piscina: il capibara qui è visto di profilo, su sfondo viola sfumato verso il fucsia, contornato da una corona lillina contenente anche il nome del partito (nero, raccordato da due archi viola chiaro). La dichiarata provvisorietà del logo non ha impedito a qualcuno di coniare subito una versione hackerata di quello stesso emblema, riletta in chiave decisamente anarchica: i colori e le proporzioni non cambiavano, ma il capibara aveva sul proprio corpo il simbolo anarchico pennellato nero (ma con una stella rossa con falce e martello e fucile) e in testa una feluca da pirata.
Esiste poi una quarta versione del capibara, che già si può vedere in alcuni siti (a partire da Sinistraverso) e che comparirà nel costruendo sito del Partito Capibara: più che un simbolo, a dire il vero, è una vera e propria mascotte, vale a dire una raffigurazione dell'animale sempre in versione cute, di nuovo con gli occhiali da sole ma stavolta seduto, senza piscina.
Viene peraltro spontaneo domandarsi il motivo di questa proliferazione di emblemi, peraltro non ancora esaurita. "In generale - spiega Dibitonto - la riflessione che abbiamo fatto riguarda proprio il vedere il capibara come una mascotte e non come un simbolo. Per noi servirebbe un partito visto come un protocollo free open source, per cui qualunque raffigurazione del capibara diventa rappresentazione del partito: si tratta del tentativo di sussumere il prodotto culturale del capibara, che è diventato un meme gigantesco, e politicizzarlo, cioè assegnargli un significato politico. Avere un unico simbolo in cui identificarsi non è una scelta automatica per una comunità anarchica che preferisce, appunto, un protocollo free open source, che ognuno può modificare a suo piacimento e diffondere". A livello comunicativo si tratta di una scelta problematica, visto che non aiuta affatto nell'identificazione in un soggetto chiaro, che tra un'interpretazione e l'altra potrebbe modificarsi notevolmente. Lo stesso Dibitonto, poi, riconosce che, se si vorrà davvero partecipare alle elezioni, sarà necessario adottare e definire un simbolo da usare ovunque all'interno della stessa competizione: in quel caso sarà come se la scheda elettorale venisse vista in modo dinamico: "essendo il contrassegno sempre in evoluzione, le schede stampate sarebbero una sorta di fermo immagine, offrendo agli elettori il simbolo di quel preciso momento, mentre un attimo prima o un attimo dopo la grafica sarebbe stata anche solo in parte diversa. Siamo comunque consapevoli della necessità di affrontare tutta una parte burocratica, inclusa la redazione dello statuto che contenga, oltre che i principi, le regole di funzionamento del partito ed è un compito tutto meno che banale e semplice". 
Naturalmente tra il proposito e la partecipazione alle elezioni sarà necessario affrontare vari passaggi, incluso quello della raccolta delle firme, ancora una volta in forma cartacea (almeno 1500 per ogni collegio uninominale, da raccogliere in almeno un terzo dei collegi per finire sulle schede), senza che si sia riusciti a ottenere - almeno per ora - la sottoscrizione in forma digitale, che per un progetto come questo sarebbe stata a dir poco perfetta. Nonostante ciò - anzi, proprio per questo - il Partito Capibara darà il via a una raccolta di firme online, per preparare il terreno a quella ufficiale. Occorre tenere a freno l'idea che i promotori del progetto somiglino a una banda di "scappati di casa dal basso", che arrivano con mazze, pietre e fionde al momento d'intraprendere l'impresa più ambiziosa di sempre: "Noi in realtà una strategia di lungo periodo ce l'abbiamo - precisa xenodibi - ma il fermento ha un ruolo fondamentale, quindi appena c'è un'idea la si prende e la si lancia subito, poi la si misura sul campo e lì la si sistema, la si rifinisce ma intanto se ne spara un'altra, quindi è tutto molto energetico, se vogliamo".
Tra le prossime idee, per dire, c'è la preparazione di un momento di riflessione di natura economica, da svolgere a Roma in ottobre, con il professor Luigi Corvo, e contemporaneamente di pubblicare in forma cartacea un volume che illustra nel dettaglio la riforma della settimana lavorativa di 24 ore; a marzo del prossimo anno sarà il turno della riforma sanitaria. Nel frattempo, forse, si saprà quando si terranno le nuove elezioni politiche e, magari, sarà pronto anche il nuovo simbolo del Partito Capibara.

Bonus track: ad articolo scritto, è emerso che la nascita in Rete del Partito Capibara ha prodotto effetti, tra i quali la nascita del Partito Lontra, che potrebbe definirsi "contromemetico": poiché la piena automazione non esiste e in ogni caso non renderebbe il contesto in cui è impiegata ("la demagogia, l'illusione, la menzogna, la corruzione della società capitalistica non sono accidenti secondari della sua struttura, sono inerenti al disordine, allo scatenamento di brutali passioni, alla feroce concorrenza in cui e per cui la società capitalistica vive") e "Sì, comunque ci meritiamo tutto gratis, ma purtroppo ci sono i famosi 'rapporti di produzione' da rompere", la soluzione proposta è "viva il comunismo e la libertà". Con una Lontra comunista a pugni chiuso.
Se non vi basta, c'è anche un Partito Quokka, marsupiale (che saluta un po' come l'orsetto dei Verdi Verdi) che invece non è contro le posizioni del Partito Capibara: il gratuitismo sarebbe il primo stadio da raggiungere, ma con l'obiettivo più ambizioso di abbattere direttamente lo Stato, attraverso le parole d'ordine "Più tempo libero, libertà dal salario, nessuno sfruttamento". Di sicuro altri animali saranno pronti a dare il volto a nuovi partiti memetici: è solo questione di tempo...

domenica 19 luglio 2026

Padri in Movimento, un simbolo per trasformare la rabbia in programma

"C'è un momento nella storia di ogni grande cambiamento in cui la protesta smette di urlare nel vuoto e diventa progetto. In cui la rabbia si trasforma in programma, il dolore in piattaforma, la solitudine in comunità. Quel momento, per centinaia di migliaia di padri separati italiani, è adesso". Iniziava così un post pubblicato il 3 giugno sulla pagina dell'associazione culturale Padri in Movimento, fondata il 1° agosto 2018 con l'intento di "tutelare il principio della bigenitorialità, promuovendo l'importanza del ruolo di entrambi i genitori nella crescita e nell'educazione dei figli": per questo l'associazione - presieduta da uno dei fondatori, Jakub Stanislaw Golebiewski - ha scelto di agire promuovendo l'equa distribuzione di diritti e doveri dei gentitori, offrendo ai padri separati supporto legale in materia di affidamento, nonché supporto emotivo e psicologico, e impegnandosi a sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di riformare le norme in materia di affidamento dei figli e combattere contro i pregiudizi culturali che, secondo quanto è dichiarato nel sito, "penalizzano i padri nelle decisioni di affidamento".
Ma quale momento sarebbe arrivato, quale progetto, quale comunità sarebbero stati avviati, oltre a quelli già relativi all'associazione? L'idea, il progetto è di diventare una forza politica nazionale, denominata semplicemente Movimento politico Padri in movimento. Un'idea lanciata poco prima dell'inizio dell'estate e da concretizzare subito dopo la sua fine. "A fine settembre - si legge sempre nell'articolo - verrà depositato lo Statuto del Movimento Politico Padri in Movimento. Un atto formale, sì, ma anche un atto rivoluzionario: per la prima volta nella storia repubblicana, i genitori separati avranno un partito che li rappresenta, uno statuto che li tutela, una struttura che li organizza da Nord a Sud". L'idea è di tenere una Costituente, un'assemblea fondativa a Roma in ottobre: lì dovrebbero essere "presentati i membri del direttivo, l'Ufficio legislativo, la Segreteria, l'Ufficio stampa", con tanto di nomina di coordinatori nazionali, per il Nord, il Centro, il Sud, quelli regionali e i responsabili territoriali di "una rete vastissima e capillare, radicata nel territorio, presente in ogni angolo del Paese. [...] Nessuna città, paese o borgo escluso". Gli autori del testo avvertono fin d'ora: "Non sarà una cerimonia. Sarà una dichiarazione di guerra politica all'indifferenza istituzionale". Una "guerra politica" sui generis, ovviamente, condotta proponendo "una piattaforma chiara, identitaria, non negoziabile", costituita da alcuni punti fondamentali: traguardo della bigenitorialità "reale e garantita per legge", una riforma profonda del sistema dell'affidamento (che non preveva prelievi coatti, non consenta l'"affidamento esclusivo mascherato da condiviso come regola di fatto", praticando invece la "custodia condivisa come diritto inviolabile dei figli"), dell'assegno di mantenimento (rendendolo "proporzionale, sostenibile, aggiornato alle reali condizioni economiche) e dei servizi sociali (ritenuti dai promotori "troppo spesso arbitri non neutrali, strumenti di discriminazione di genere nei tribunali") e la previsione di una tutela abitativa per i padri separati ("un padre senza casa non può essere genitore, e nessun bambino dovrebbe crescere sapendo che il suo papà dorme a casa dei nonni o in macchina").
La campagna politica si rivolge, oltre che "ai quasi quattro milioni di padri separati italiani", pure "alle madri che credono nella famiglia equa, ai nonni a cui è stato negato il nipote, agli avvocati che ogni giorno combattono in aule sorde, ai figli adulti che ricordano cosa significa crescere senza un genitore", nonché "a chiunque, in questo Paese, abbia subito l'ingiustizia silenziosa di un sistema che separa invece di unire, che punisce invece di proteggere, che dimentica il superiore interesse del minore non appena quest'ultimo smette di fare notizia".
Il progetto, oltre che un nome, ha già un simbolo, perché - sono sempre i promotori a dirlo - "Ogni movimento che si rispetti ha un volto. Un simbolo non è mai solo grafica: è manifesto, è riconoscimento, è appartenenza".  Il comunicato lo descrive così: "Un padre, una madre, un figlio al centro. Il tricolore sotto. Un cerchio che non divide, ma abbraccia. [...] è il simbolo di milioni di italiani che hanno subito in silenzio, che hanno pianto da soli, che si sono sentiti dire 'ci dispiace, ma non possiamo fare nulla, purtroppo funziona così'. Quando lo vedrete sui manifesti, sulle schede elettorali, nelle piazze d'Italia, saprete cosa significa: che qualcuno si è alzato, ha smesso di soffrire ed aspettare e ha deciso di cambiare le cose dall'interno delle istituzioni". Qualche giorno prima, il 19 maggio, sulla pagina Facebook il simbolo era già apparso corredato da queste parole: "Non è solo un logo. È una dichiarazione politica. Due figure adulte. Un bambino al centro. Mani che si toccano, che proteggono, che camminano insieme. È la famiglia che lo Stato italiano ha troppo spesso ignorato, frammentato, abbandonato a se stessa, padri che ogni giorno si alzano e lottano per restare nella vita dei propri figli".
In effetti, il fregio non nasce dal nulla: si tratta della rielaborazione del logo adottato dall'associazione il 22 giugno 2025, dunque praticamente un anno prima. In quell'occasione, sulla stessa pagina Fb era comparso un lungo post in cui l'associazione illustrava ogni elemento del suo nuovo emblema distintivo, in gran parte conservato nel fregio del nascente movimento politico (a parte il riferimento alla natura del nuovo soggetto, la novità principale è data dall'inserimento del tricolore e dalla scomparsa del colore giallino). Essendo raro che un'associazione spieghi così nel dettaglio il suo segno identificativo, si riporta di seguito il testo illustrativo quasi per intero:

La Figura Centrale del Bambino con le Braccia Alzate: Questo è il cuore pulsante del nostro logo e, in un certo senso, della nostra missione. Il bambino, con le braccia aperte verso l'alto, rappresenta la gioia, la speranza, la libertà e il potenziale illimitato. Simboleggia il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli, un futuro in cui possano crescere sereni, sicuri e pienamente realizzati. Le braccia alzate esprimono anche un senso di protezione e accoglienza, l'essenza stessa dell'essere genitore.
 
Le Figure Laterali (Padre e Madre/Accompagnatore): Le due figure che affiancano il bambino rappresentano i genitori. Sebbene il nostro nome sia "Padri in Movimento", abbiamo voluto che il simbolo riflettesse la realtà e l'importanza di entrambi i ruoli genitoriali, o di chiunque si prenda cura del bambino. La loro postura dinamica, con una figura che sembra "muoversi" e l'altra che offre un punto di riferimento, simboleggia il movimento che è intrinseco al nostro nome: il movimento verso una genitorialità più consapevole, partecipativa e responsabile. Rappresentano il supporto, la guida e l'amore che i genitori offrono costantemente ai loro figli.
L'Unione e il Cerchio: Le tre figure sono interconnesse, formando un'unica entità all'interno di un cerchio. Il cerchio è un simbolo universale di totalità, unità, inclusione e protezione. In questo contesto, rappresenta la famiglia come nucleo fondamentale, unita e protetta. Sottolinea anche il nostro impegno a creare una comunità inclusiva per tutti i padri e le famiglie che desiderano intraprendere questo percorso con noi. 
Il Colore Blu: Il blu, tradizionalmente associato alla fiducia, alla stabilità, alla calma e all'affidabilità, è stato scelto per riflettere i valori su cui si fonda "Padri in Movimento". Vogliamo essere un punto di riferimento affidabile per i padri, un luogo dove trovare supporto, comprensione e strumenti per affrontare al meglio la genitorialità. 
Il Testo "PADRI IN MOVIMENTO": Il nome della nostra associazione è chiaramente leggibile e circonda il simbolo iconico. La sua posizione circolare rafforza il concetto di inclusione e di un movimento continuo e in espansione. 
Questo nuovo simbolo è più di un semplice logo; è una dichiarazione visiva della nostra identità e delle nostre aspirazioni. Rappresenta l'amore incondizionato per i nostri figli, il dinamismo della genitorialità moderna, la forza dell'unità familiare e l'impegno di "Padri in Movimento" a supportare e responsabilizzare i padri in ogni fase del loro viaggio.

Il fregio adottato lo scorso anno ha sostituito la grafica precedente, il cui nucleo era costituito da varie figure umane stilizzate (figli e genitori), rese in vari colori e accostate per formare tre coppie con un figlio che si tenevano per mano tra loro. Senza dubbio il logo del 2025 appare di più immediata lettura; in più, la forma rotonda si prestava già allora a una conversione all'uso politico-elettorale, con o senza l'aggiunta di altri elementi.
Naturalmente il percorso verso le schede elettorali sarà tutto meno che agevole: la raccolta firme, infatti, comporterà anche per i Padri in Movimento la ricerca di almeno 1500 sottoscrittori per ogni collegio plurinominale, con la necessità di essere presenti validamente in almeno un terzo delle circoscrizioni per poter finire sulle schede (senza contare la necessità che le liste siano composte non solo da "padri", ma anche anche da almeno il 40% di donne, come le norme prevedono). La sfida, in ogni caso, è iniziata. La battaglia, la si condivida o meno, ha diritto di misurarsi sul terreno della ricerca del consenso, alla pari delle altre e merita rispetto. Lo stesso rispetto che i promotori certamente sapranno avere per l'opinione di persone - e ci sono, come ci sono quelle di cui parla il nascente movimento politico - che hanno conosciuto come figli o figlie il dolore prodotto dalla separazione (e non lo augurerebbero ad altre), ma sarebbero cresciute certamente peggio (con più dolore, più ipocrisia, più tensioni) se in quel caso si fosse ritenuto di misurare col bilancino diritti (quelli rivendicati dai genitori, anche per conto dei figli che magari non la pensavano così), doveri, tempo - in qualità o quantità - e prestazioni, magari senza tenere conto del loro pensiero o del loro sentire (o ritenendolo certamente viziato).

giovedì 16 luglio 2026

La guida al Parlamento (tra storia, problemi e futuro) firmata da Curreri

Ciò che è accaduto negli ultimi giorni alla Camera, con il primo passaggio parlamentare della riforma elettorale voluta dal centrodestra, quasi improvvisamente riportato l'attenzione sul Parlamento. Ciò dovrebbe essere naturale, considerando che la discussione riguardava le regole per accedere alla competizione e per trasformare i voti in seggi, ma la bocciatura per un voto dell'emendamento di Fratelli d'Italia in materia di preferenze (anzi, per due voti, perché anche in caso di pareggio sarebbe stato respinto, come prevede la procedura alla Camera), con il ritorno alla caccia ai franchi tiratori, ha costretto più di qualcuno a ricordare che l'istituzione parlamentare non va data per scontata, anche quando la logica dei numeri sembra dire tutt’altro. 
Proprio per approfondire meglio la conoscenza delle nostre Camere, inclusi i loro evidenti problemi di funzionamento, è molto utile un libro uscito da poche settimane. Il Parlamento: marginale o centrale? è stato scritto da Salvatore Curreri, professore ordinario di diritto costituzionale all'università "Kore" di Enna; il volume fa parte della collana del Mulino "Riscoprire le istituzioni", diretta dal comparatista Francesco Clementi è volta a presentare in modo accessibile è adeguato le istituzioni principali, nazionali ma anche europee (un volume, scritto da Claudio Martinelli, è per esempio dedicato al Parlamento Europeo). Il libro sul Parlamento è interessante anche e soprattutto per chi non ha all'attivo studi di diritto costituzionale, ma esercita con continuità la curiositas per il funzionamento della cosa pubblica, senza rassegnarsi nel vedere ciò che non va (o che, ai suoi occhi, sembra funzionare male); anche chi è avvezzo al diritto pubblico, però, trova senz'altro dettagli rilevanti per completare il quadro e le opinioni dell'autore contribuiscono a stimolare la riflessione.
 

Qualche passo nella storia 

Curreri offre opportunamente in apertura una breve storia dell'istituzione parlamentare, partendo dalle assemblee medievali che non è corretto assimilare ai Parlamenti di oggi (per la loro scarsa rappresentatività e stabilità ed essendo sprovviste di reali poteri). L'emersione di organi composti da delegati (delle comunità territoriali, dei ceti o ambiti sociali) conobbe una battuta d'arresto con l'avvento dello Stato assoluto, ma all'emergere della crisi di questo riguadagnò terreno: il Parlamento, sempre più di chiara natura elettiva, divenne un elemento fondamentale del nuovo Stato liberale, in tempi, modi e forme diverse nei vari territori (per rendersene conto basta confrontare le esperienze e le "rivoluzioni" del Regno Unito, degli Stati Uniti d'America e della Francia). In Europa il rafforzamento delle assemblee parlamentari si connotò per due aspetti fondamentali: il venir meno del vincolo di mandato (anzi, il consolidarsi del divieto di prevedere che le persone elette debbano o possano agire attenendosi strettamente alle direttive degli elettori) e il costituirsi - e il consolidarsi - del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, non essendo più sufficiente - divenendo quasi irrilevante - il rapporto tra esecutivo e capo dello Stato (si trattasse di un Sovrano o di un Presidente della Repubblica). 
Il libro si concentra poi sull'origine delle istituzioni parlamentari italiane, prima nel regno di Sardegna, poi nel regno d'Italia sempre sotto la dinastia dei Savoia: la struttura bicamerale nacque allora, ma con significative differenze rispetto all'assetto attuale; queste riguardavano soprattutto il Senato (allora di nomina regia e con mandato a vita, per questo destinato ad avere via via meno potere rispetto alla Camera - ma anche le competenze e aspetti organizzativi rilevanti. Già guardando a quelle origini, peraltro, emerge con chiarezza il peso delle norme sulla formazione delle assemblee, in altre parole della legge elettorale, dalle regole sul diritto di voto (che all'inizio escludevano, oltre alle donne, i soggetti analfabeti o con ridotta capacità economica) e poi a quelle sulla trasformazione dei voti in seggi (in origine basate su competizioni tra singoli in collegi uninominali a doppio turno, sul calco dell'esperienza francese). In quel periodo il Parlamento si rafforzò a scapito del Re, ma si assistette anche al rafforzamento del Governo, soprattutto attraverso istituti quali la questione di fiducia (allora allo stato embrionale), il decreto-legge (allora "ordinanza di necessità o di urgenza") e la delega legislativa, tutti ancora ben noti a chi studia il diritto costituzionale o semplicemente si accosta alle cronache politiche (come, del resto, l'ostruzionismo e il trasformismo parlamentare, nati in Italia proprio nell’800). 
Dettaglio dalla Statistica delle elezioni generali politiche
 per la 26a legislatura: 15 maggio 1921
 
L'ampliamento della composizione della Camera, anche per la progressiva estensione del Regno d'Italia, e le riforme che via via allargarono il novero degli aventi diritto al voto (fino al suffragio quasi-universale maschile del 1912 e a quello universale maschile del 1918), insieme all'avvento del sistema proporzionale (nel 1919) cambiarono sensibilmente il volto del Parlamento, aprendo le porte ai primi veri partiti di massa, alle idee da questi professate e, in via mediata, ai cittadini che si riconoscevano in quei partiti e nei loro simboli: questi ultimi, non a caso, vennero previsti dalla legge elettorale nel 1912 e divennero obbligatori nel 1919, per contrassegnare i candidati vicini o "iscritti a un partito di cui - scrive Curreri - condividono il programma politico, per questo raggruppati nelle corrispondenti liste elettorali e, in forza di tale appartenenza partitica, eletti in collegi plurinominali grazie ai voti di preferenza ricevuti dagli elettori; elettori che, prima ancora che per la persona, votano [...] per il partito e le sue idee politiche". 
Non è dunque un caso che, tra il 1920 e il 1922, il regolamento della Camera sia stato modificato per organizzare la struttura e i lavori dell'assemblea sulla base dei neonati gruppi parlamentari, sorti su base politica: fin da allora si iniziò a familiarizzare con il loro valore e con le regole per la loro costituzione (deroghe incluse), tuttora oggetto di dibattito, come si è visto anche assai di recente; la frammentazione politica del Paese e della rappresentanza parlamentare, però, generò una grave instabilità politica che finì per indebolire il Parlamento stesso, spianando di fatto la strada all'avvento del fascismo, che via via annichilì ed esautorò del tutto il circuito parlamentare. Deposto Mussolini, stipulato il "patto di Salerno" di tregua istituzionale e - dopo la Liberazione - impostata la "ripartenza" dell'Italia con la decisione di scegliere il nuovo regime (monarchia o repubblica) con un referendum e al contempo di eleggere l'Assemblea costituente, l'istituzione parlamentare rivisse in parte in quest'ultimo organo, quanto alla natura di luogo di confronto tra gli eletti riferiti a forze politiche diverse (il potere legislativo era ancora temporaneamente nelle mani del governo) e riprese del tutto vigore dopo le elezioni del 18 aprile 1948.
 

Il Parlamento in Italia 

Ripercorse le origini dell'istituzione parlamentare, Salvatore Curreri apre il secondo capitolo prendendo in analisi il tratto caratteristico della nostra esperienza, vale a dire il bicameralismo paritario indifferenziato, con "le due Camere poste sullo stesso piano e dotate degli stessi poteri". L'autore ripercorre le ragioni che portarono a quella scelta (maggiore ponderazione nelle decisioni e reciproco controllo, ma anche evitare che una forza politica o un blocco conquistasse l'unica aula eventualmente prevista), mentre altrove il bicameralismo oggi si giustifica soprattutto con l'esigenza di rappresentare al centro e in un'assemblea le autonomie territoriali - specie negli Stati federali - ma con una posizione differenziata tra le due assemblee; in Italia, invece, i due rami del Parlamento si distinguevano per poche differenze (alcune delle quali - come la diversa durata e l'età minima degli elettori - sono state rimosse con riforme costituzionali e altre, come l'elezione su base regionale, non sono state valorizzate e sviluppate dal legislatore stesso. Secondo Curreri, le ragioni alla base della scelta compiuta dai costituenti "sono ora superate, ora ingiustificate": niente più rischi di "tirannide" di una Camera sull'altra, a fronte di un concreto appesantimento dei procedimenti parlamentari (senza un miglioramento della qualità delle disposizioni) e di problemi seri in caso di maggioranze disomogenee tra Montecitorio e Palazzo Madama; non può però ritenersi una soluzione a quei problemi il monocameralismo di fatto, per cui spesso su un testo normativo - anche di gran rilievo, come un decreto-legge da convertire o una legge di bilancio - un'assemblea si esprime apportando modifiche e l'altra si limita a ratificare senza toccare palla.
Il libro prosegue con le pagine - assolutamente da non tralasciare - sui caratteri fondamentali del Parlamento (in Italia, certo, ma anche altrove), a partire dalla sua autonomia, iniziando da quella di stabilire le proprie norme di funzionamento, tutto meno che "solo tecniche", anzi, realmente determinanti (al punto che le modifiche di queste "regole del gioco" vanno approvate a maggioranza assoluta, anche se la facilità nel raggiungerla dipende molto, ancora una volta, dalle leggi elettorali): Curreri cita giustamente l'impostazione filo-consociativa dei regolamenti parlamentari del 1971, la limitazione del voto segreto nel 1988, l'introduzione del contingentamento dei tempi nel 1990 e le prime forme di "statuto dell'opposizione" delineate nei secondi anni '90, ma gli esempi in cui il peso delle norme è risultato e risulta fondamentale possono essere molti altri (basti pensare, di nuovo, alle norme dei regolamenti sulla formazione di gruppi e componenti politiche, spesso citate qui per le varie riforme e per alcuni episodi notevoli - ben noti all'autore del libro, a chi scrive e a chi frequenta questo sito - di cui il sorgere della componente di Futuro nazionale è solo l'ultimo episodio). Ricorda giustamente Curreri come spesso le norme regolamentari siano state riformate senza toccarle, semplicemente in via interpretativa (per opera della Giunta per il regolamento o del Presidente in carica): ciò mostra in modo tangibile la natura intrinsecamente politica del diritto parlamentare, ma palesa anche i rischi di deroghe decise di fatto a maggioranza, non necessariamente a favore delle opposizioni (e - ci si permette - nemmeno della prevedibilità e ragionevolezza delle soluzioni giuridiche). Non meno importanti sono l'autonomia nella convalida degli eletti (la "verifica dei poteri", onde evitare intromissioni indebite, anche se a volte ciò è avvenuto a prezzo di qualche forzatura), l'autonomia amministrativa e di bilancio, l'autodichia (cioè il potere di giudicare i contenziosi riguardanti i propri dipendenti, cercando di garantire - e non è proprio semplice - il massimo d'imparzialità e terzietà possibile) e l'immunità di sede (nemmeno le forze dell'ordine possono entrare se non sono autorizzate dal Presidente). 
Curreri ricorda poi le prerogative dei singoli membri delle Camere, negando che si tratti di privilegi ingiustificati, ma di strumenti per esercitare in pieno la funzione parlamentare: a questo, e non ad altro (al netto di ogni valutazione politica che comunque c'è), dovrebbero servire l'insindacabilità (un deputato o un senatore non sono responsabili - in nessuna sede - per le opinioni espresse e per i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni, tutelando la libertà di critica e denuncia politica della persona eletta, purché ci sia un "nesso funzionale" tra le opinioni espresse o gli atti compiuti e l'attività parlamentare), l'inviolabilità penale (mentre il singolo parlamentare è in carica, la sua Camera di appartenenza è chiamata a esprimersi quando è in discussione la libertà personale, di domicilio o di comunicazione di quello stesso eletto; dal 1993 non è più prevista l'autorizzazione per sottoporre un parlamentare a procedimento penale), l'indennità parlamentare (fondamentale perché un parlamentare non sia facilmente condizionabile) e il già citato divieto di mandato imperativo. Questa prerogativa consente ai deputati e ai senatori di rappresentare la Nazione e agire per conto di questa (e di scegliere secondo ciò che è ritenuto opportuno per la stessa), non di coloro che lo hanno votato: votare in modo difforme dalle indicazioni del partito o del gruppo oppure lasciare il gruppo stesso - dando corpo al fenomeno, ben noto a Curreri, del transfughismo - senza che si debba perdere il seggio o pagare una penale non è di per sé sun tradimento degli elettori, ma un modo per consentire un esercizio più libero del mandato. 
Pagine rilevanti sono dedicate anche ai Presidenti delle Camere (cui spetta un ruolo di garanzia e imparzialità - lo mostra anche l'obbligo di consultazione da parte del capo dello Stato prima dell'esercizio del potere di scioglimento parlamentare - pur essendo spesso espressione della maggioranza: l'autore giustamente segnala i poteri che più esprimono il ruolo politico di tali cariche, come la predisposizione del calendario dei lavori o l'interpretazione dei regolamenti) e ai gruppi parlamentari, "anima dell'organizzazione e del funzionamento delle Camere", pensati come proiezione dei partiti in Parlamento e con vantaggi legati alla loro costituzione (perciò le norme sulla loro nascita, sopravvivenza e scioglimento, più o meno coordinate con le leggi elettorali, sono così rilevanti). Non si trascura nemmeno l'organizzazione interna dei lavori, tra commissioni (permanenti, temporanee o speciali, monocamerali o bicamerali), giunte e comitati, nonché il ruolo della Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari ("capigruppo"), specie nella programmazione dei lavori.
 

I compiti del Parlamento 

Il terzo capitolo si occupa dei compiti del Parlamento, a partire dalla necessità di "dare rappresentanza alle opinioni politiche degli elettori": inevitabilmente Curreri richiama l'importanza essenziale, oltre che della conoscenza del sistema politico, delle norme elettorali e della formula che trasforma i voti espressi in seggi, sottolineando pure - di nuovo, il volume è arrivato provvidenzialmente al tempo giusto - la portata dei cambiamenti di quelle regole (e l'emergere di "paletti" fissati dalla giurisprudenza costituzionale). Quanto al rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, in sede costituente si pensò di "razionalizzarlo" per ridurre l'instabilità, ma in concreto si rafforzò assai poco l'esecutivo e il ruolo del Presidente del Consiglio, per timore dello strapotere di una sola parte politica; certamente legge elettorale e regolamenti parlamentari - al pari delle norme costituzionali - incidono molto sulla forma di governo e sul contesto e sul funzionamento del rapporto di fiducia (vale ciò che è scritto e anche ciò che non è scritto: l'autore nota che la motivazione della mozione di sfiducia nella prassi avrebbe potuto assumere un valore costruttivo, se avesse contenuto l'indicazione di una nuova maggioranza e di un nuovo Presidente del Consiglio, ma così non è stato, così come dedica spazio all'evoluzione della questione di fiducia). Quanto al Parlamento come "fabbrica delle leggi", rileva la considerazione per cui nelle materie esplicitamente riservate alle Camere ci si attende che favorevoli e contrari "possano in modo aperto e trasparente confrontare le loro ragioni, assumendosene le responsabilità dinanzi agli elettori": per questo, quando una proposta, un emendamento o le ragioni alla base del sostegno o della contrarietà a questi non sono davvero esplicitate, a rimetterci è l'intera democrazia. Il capitolo prende in considerazione i vari procedimenti in cui il Parlamento è coinvolto, inclusi quelli più delicati (come la legge di bilancio) o che sempre più spesso richiedono un'interazione con l'Unione europea, così come passa in rassegna gli strumenti di controllo, inchiesta, attività informativa e ispettiva a disposizione di organi e singoli parlamentari, nonché degli atti di indirizzo (mozioni, risoluzioni e ordini del giorno), dal valore politico ma spesso - soprattutto gli ordini del giorno "che non si negano a nessuno" - assai poco incisivi. 
 

Ma cos'è questa crisi? 

Il capitolo più stimolante del libro, tuttavia, è inevitabilmente il quarto, intitolato "Anatomia di una crisi". Se già nelle pagine precedenti sono emersi alcuni contorni di ciò che non funziona (o non gira più per il verso giusto), è innegabile che occuparsi delle storture e delle patologie  per quanto poco edificante - sia sempre più sfidante rispetto alle ricostruzioni e alle illustrazioni, a patto di farlo in modo approfondito e non superficiale. Curreri ci riesce, anche perché mette in luce subito come la critica ai "limiti del Parlamento" sia tutto meno che una novità, così come non lo sono alcuni temi oggetto delle critiche; di più, l'età dell'oro della centralità delle Camere probabilmente non c'è mai stata, a meno di considerare tale - con qualche ragione, beninteso - i due decenni abbondanti del consociativismo e della conventio ad includendum (con il Pci "non utilizzabile" per i governi ma ben deciso a far valere il proprio peso in sede parlamentare, col riconoscimento delle forze di maggioranza pronte ad accordi e reciproche concessioni, non di rado costose). Certo, se in gran parte dell'occidente i Parlamenti hanno perso terreno rispetto agli esecutivi, anche a causa di un sistema politico assai più frammentato rispetto al passato (e comunque scollegato rispetto alla società) e di dinamiche di globalizzazione difficili da afferrare, in Italia ci sono ragioni e sintomi peculiari, che meritano attenzione e sforzi per migliorare il quadro.
Curreri insiste innanzitutto sulla trasformazione dei partiti - già evidenziata nell'intervista resa lo scorso anno a partire dalla sua contrarietà al voto disgiunto alle elezioni comunali - non di rado degenerata in una reale crisi: partiti d'opinione (quando va bene), spesso legati alla loro figura di guida, "con sempre meno iscritti e un elettorato sempre più volatile", attenti più alla comunicazione mediatica (non sempre fatta bene) che alla costruzione del consenso "attraverso la ramificazione territoriale" e spesso con un discreto deficit democratico interno. Ciò ha finito per aumentare sempre di più il tasso di astenuti (che si somma all'astensionismo involontario), per far emergere criteri discutibili nella scelta delle candidature, per indebolire la maggioranza parlamentare (che spesso è diretta dal governo, quando dovrebbe essere l'inverso) e per favorire il già citato fenomeno del transfughismo, al quale più di un governo deve la nascita, la sopravvivenza o la fine (i regolamenti parlamentari hanno cercato di scoraggiare almeno i suoi lati deteriori attraverso riforme apposite - per rendere più difficile la nascita di nuove articolazioni e penalizzare anche economicamente chi migra - in passato poco efficaci, più incisive ora). 
Uno spazio rilevante è occupato anche dalla decadenza del "Parlamento legislatore", sia per l'emergere di altre sedi di produzione normativa (Unione europea, Regioni, Province autonome, corpo elettorale coi referendum, Autorità indipendenti e - in un certo senso - Corte costituzionale), sia soprattutto per il ruolo intestatosi dal Governo: questo non è solo il promotore assolutamente predominante delle leggi approvate dalle Camere, ma è anche un instancabile emanatore di decreti-legge (erroneamente "normalizzati", anche quando è discutibile l'avverarsi di "casi straordinari di necessità ed urgenza") e spesso ricorre alla questione di fiducia (anche solo per accelerare i tempi), magari apposta a maxi-emendamenti che stravolgono - non di rado con una tecnica normativa discutibile - un testo già discusso, per non parlare dei decreti-matrioska che finiscono per contenere i testi di altri decreti non convertiti in tempo (una variante della reiterazione stroncata dalla Corte costituzionale negli anni '90). Tutto ciò, insieme alla prassi ricordata del monocameralismo (alternato) di fatto, non può che mortificare il Parlamento nella sua funzione principale (anche col concorso dell'opposizione che, più che ostacolare in tutti i modi possibili l'abuso della decretazione d'urgenza, cerca di inserirvisi per far approvare le proprie proposte sotto forma di emendamenti); lo stesso Parlamento, peraltro, fa la sua parte nell'approvare leggi di delega sostanzialmente "in bianco".
Non va trascurato nemmeno l'indebolirsi delle Camere come luogo in cui di fatto il Governo nasce, favorito da leggi elettorali che hanno messo almeno in parte nelle mani dei cittadini la formazione di una maggioranza: continua giustamente a non esistere un governo "votato dai cittadini", ma è vero che, come ricordato da Curreri, in concreto spesso il Parlamento - e, prima ancora, il Presidente della Repubblica - si è trovato a ratificare l'arrivo a Palazzo Chigi della figura di vertice della coalizione vincitrice (l'autore ha giustamente indicato come caso paradigmatico le elezioni del 2001, quando i simboli dei due poli principali contenevano il nome del rispettivo leader e qualcosa di simile sarebbe accaduto nel 2008, con i due partiti "a vocazione maggioritaria" delle due coalizioni in campo - Pdl per il centrodestra, Pd per il centrosinistra - che avevano inserito i cognomi di Berlusconi e Veltroni, indicati come capi delle coalizioni stesse). Quel principio è stato messo in crisi o all'origine, se dal risultato non emergeva un vincitore chiaro (come nel 2013 o nel 2018), o a valle, quando una crisi di governo non si risolveva in un ritorno alle urne (chiesto dal Presidente del Consiglio dimissionario) ma nella nascita di un nuovo esecutivo, non di rado di natura diversa dal precedente: pur trattandosi di soluzioni pienamente rispettose della Costituzione, sono state avvertite come "tradimenti della volontà popolare", concorrendo ingiustamente a far perdere popolarità al Parlamento (Curreri mette in guardia, invece, dal rischio di irrigidimento del sistema che si avrebbe con la revisione costituzionale per consentire l'elezione diretta del Presidente del Consiglio). 
L'autore giustamente segnala anche la necessità di recuperare la funzione espressiva ed educativa, oltre che di controllo, del Parlamento: il ruolo di "forum in cui gli interessi collettivi e i temi all'attenzione del Paese trovano espressione e diventano oggetto di confronto tra le forze politiche" non può spettare alla televisione - men che meno a singoli programmi, anche quando qualcuno li ha ribattezzati "la terza Camera" - o alla Rete, così come sarebbe giusto che le aule di Montecitorio e Palazzo Madama seguissero regole e tendenze diverse rispetto a quelle del piccolo o grande schermo o degli altri media, in cui sempre più spesso si grida e magari ci si cazzotta (e allora quanto aveva ragione Filippo Ceccarelli a parlare di "teatrone della politica"...). Non veicolerà concetti di diritto costituzionale, ma "Se non ci si parla, non ci si ascolta" è una delle frasi più importanti del libro. E se fare è quasi sempre più utile che parlare, qualche volta "sarebbe bastato parlare", ma nelle sedi giuste, per difendere il Parlamento: c'è chi - come il Presidente della Repubblica - in più occasioni pubbliche o riservate l'ha fatto, altri - come i Presidenti delle Camere e, in certe occasioni, la Corte costituzionale - avrebbero potuto farlo di più e meglio. 
 

Come parlamenteremo? 

Il volume si chiude guardando avanti, domandandosi come potrebbe il Parlamento reggere "alla prova dei tempi e [...] reagire alla pericolosa tendenza" che ne ha eroso la centralità. Certamente, secondo Curreri, non dovrebbe restare uguale a se stesso. Sul piano delle riforme - continuando un discorso avviato su questo sito recensendo l'ultimo libro di Peppino Calderisi - occorre valutare soluzioni che colmino il "deficit di governabilità" originato dalla mancata attuazione del ben noto "ordine del giorno Perassi" (da cui era partito, tra gli altri, Andrea Manzella per una sua riflessione qualche anno fa): nel libro però si sottolinea l'importanza di non trasformare il rafforzamento dei poteri del Governo il baricentro del sistema compromettendone l'equilibrio (a danno delle Camere), così come nessuna riforma elettorale - pur volendo legittimamente ridurre la frammentazione e l'instabilità - dovrebbe mai sacrificare la rappresentatività sull'altare della governabilità. Nell'ottica di rafforzare, oltre al Governo, anche i contropoteri, Curreri propone di far instaurare il rapporto di fiducia con una sola Camera (con un ruolo di controllo maggiore per le opposizioni), trasformando l'altra assemblea in sede di rappresentanza delle autonomie territoriali (molto più "pubblica" e "trasparente" dell'attuale Conferenza Stato-Regioni e maggiormente in grado di "federare" livello nazionale e locale, come la prima Camera dovrebbe continuare a fare con il livello europeo). 
Non sarebbe inutile fare altri passi per regolare in modo più consistente per legge la "democrazia nei partiti" (anche se non sarebbe risolutivo), ma occorrerebbe soprattutto lavorare sul "problema della scelta degli eletti da parte degli elettori" (non si tratta solo della disputa sulle preferenze o su altre forme di scelta, ma di un tema di qualità del personale politico), sul finanziamento ai partiti (che andrebbe "coraggiosamente sottratto all'onda populista che ne ha travolto la natura costituzionale") e su ulteriori strumenti di partecipazione (incluso il referendum propositivo). Quanto ai regolamenti parlamentari, occorrerebbe dividere nettamente i compiti della maggioranza (sostenere e pungolare il governo) e dell'opposizione (controllare e prepararsi, eventualmente, a governare), "in un'ottica di contestuale e bilanciato rafforzamento dei loro rispettivi poteri": costituzionalizzare i limiti alla decretazione d'urgenza, prevedere il voto a data certa per i disegni proposti dal Governo, più spazi riservati e strumenti di controllo per l'opposizione permetterebbero di giungere al risultato. Non manca una riflessione sul possibile impiego ulteriore delle tecnologie (inclusa l'intelligenza artificiale) nella vita parlamentare, anche solo per migliorare l'accessibilità per i cittadini a documenti e informazioni. 
Resta, su tutto, la necessità di un "salto culturale": per Curreri, al Parlamento si chiede di "trasformarsi dal principale detentore del potere legislativo in organo di indirizzo legislativo e di controllo sull'attività normativa e sull'azione del Governo, privilegiando la qualità sulla quantità della legislazione". Occorre che tanto la maggioranza quanto l'opposizione s'impegnino per raggiungere questo risultato, per non rischiare di essere (ulteriormente) complici dell'inabissarsi dell'istituzione parlamentare. Chi frequenta queste pagine per interesse verso i simboli di partito e i contrassegni elettorali non può non avere a cuore la salute e il destino del Parlamento, vale a dire l'istituzione alla cui base ci sono le elezioni e lo spazio in cui l'azione dei soggetti politici che si distinguono coi simboli dovrebbe essere maggiore. Le riforme di cui Salvatore parla meritano di essere considerate con attenzione, senza paura e con uno sguardo lungo: sarebbe utile per tutti inaugurare una stagione di riflessione per assicurare un futuro migliore al Paese che accomuna persone che la pensano in modo molto diverso, ma ha bisogno di tutte loro.