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sabato 25 luglio 2015

Fare contro Fare! Ovvero, Boldrin non è Tosi


In effetti ci si poteva scommettere sopra, non era nemmeno così difficile pensare che qualcuno l'avrebbe presa male. Questo qualcuno, al momento, si chiama Michele Boldrin e a tutt'oggi è leader di Fare per Fermare il declino, subentrato due anni fa a Oscar Giannino dopo l'incidente relativo ai suoi titoli di studio, alla vigilia delle elezioni politiche.
A provocare irritazione, come era prevedibile, è il nuovo partito di Flavio Tosi che, nel simbolo, porta in grande evidenza la parola "FARE!": il colore è diverso e in più c'è il punto esclamativo, ma per qualcuno la confondibilità resta dietro l'angolo e, a quanto pare, lo pensa anche Boldrin. Non ha fatto nulla per nascondere il suo pensiero, visto che su Twitter e su Facebook nel pomeriggio successivo alla presentazione del simbolo se n'è uscito con questo lancio: 
La cosa, ovviamente, non è piaciuta anche ad altri sostenitori di FiD, che su Facebook hanno subito chiesto se il comportamento di Tosi e del suo staff non fosse leggibile come una sorta di "plagio", in grado di irritare anche chi, come Boldrin, è noto per essere "completamente (e giustamente) contrario alla difesa della proprietà industriale" (lo si legge chiaramente nel commento di tale Luigi Desiderato). Qualcuno ha fatto notare che "fare è un verbo di uso comune e non un brand", per cui non si potrebbe proteggere nulla; in serata in ogni caso, è arrivata la risposta dello stesso Boldrin - di cui Formiche ha dato notizia ieri - e merita di essere riportata per intero: 
1) Sulla PI, David ed io, non a caso, distinguiamo copyright e brevetti dai marchi, riconoscendo ai marchi una funzione sociale utile e scarsissimi costi di monopolio. La funzione sociale utile e' quella della riconoscibilità: una volta che un nome/marchio si e' costruito una reputazione, buona o cattiva che sia, usare quel nome marchio crea grave confusione nel mercato perché ci si appropria della reputazione costruita da altri. Quindi, per quanto ci riguarda, il marchio esclusivo e' legittimo e proprietario. Ovvio che, in base a questo, quella di Tosi&Co, sia pura e semplice appropriazione indebita.2) Nel caso specifico non conosco i dettagli della giurisprudenza italiana abbastanza per dire se si configura violazione della PI copyrighted (han cambiato grafica, aggiunto il "!", tolto "Fermare il Declino" e cambiato colori e simbolo). Ora sento degli avvocati italiani e poi vediamo.3) Sul piano politico, ed elettorale, essendo Fare - per Fermare il Declino il simbolo d'un partito, c'e' chiaramente una violazione che, a mio avviso, va impedita. Come per l'uso della freccia da parte dei Popolari di Mauro (che mi sembrano spariti comunque, quindi abbiam lasciato stare). Gli amici del CGT se ne stanno occupando (per la parte 3)). Vedremo come sia più appropriato agire. La valutazione politica, in ogni caso, e' ovvia e plateale: han cominciato con una cialtronata.
La questione merita di essere analizzata. Non intervengo in pieno sulla "funzione sociale" del marchio, che per Boldrin è la riconoscibilità: mi limito soltanto a dire che, in realtà, il marchio (mark) ha soprattutto una funzione "distintiva", serve cioè a differenziare un prodotto o un servizio dagli altri (il fatto che sia riconoscibile ne è quasi una conseguenza). La riconoscibilità in senso stretto, legata proprio alla reputazione acquisita (e al "mondo" che una rappresentazione grafica riassume in sé), è piuttosto legata al concetto di "marca", che in inglese è ben reso dal sostantivo brand: per approfondire l'argomento, consiglio a tutti la lettura del Manuale della marca, della ricercatrice della Sapienza Laura Minestroni (logo Fausto Lupetti Editore).
Certamente, come avevo già anticipato ieri, l'accostamento tra il "Fare!" di Tosi e il "Fare" di Boldrin risulta fin troppo facile; e se avevo scritto che, da un certo punto di vista, il tentativo mostrava un certo coraggio (perché utilizzava un nome legato a risultati elettorali non proprio splendidi), qualche dubbio in più sul piano della correttezza giuridica sorge anche a me. Posto che quello di Fare per Fermare il declino è a tutti gli effetti un marchio registrato - anche se, come si vede nella figura a fianco, non è la versione definitiva usata come contrassegno elettorale, visto che freccia e scritte occupano uno spazio minore del cerchio - la tentazione di agire in tribunale per contraffazione è legittima.
Perché è vero, "Fare" è un verbo di uso comune, che rientra nei discorsi quotidiani di tutti noi; è vero pure che, come notato da Boldrin, Tosi e i suoi "han cambiato grafica, aggiunto il '!', tolto 'Fermare il Declino' e cambiato colori e simbolo". E' altrettanto vero, però, che la parola "Fare" è in posizione di chiara "evidenza prospettica" e si pone come elemento caratterizzante di entrambi gli emblemi, assieme agli inserti grafici di ciascuno (la freccia per Boldrin, il faro acceso per Tosi). In più, è altrettanto innegabile che il gruppo di Giannino prima e di Boldrin poi sia stato il primo a utilizzare la parola "fare" come nome del partito - al punto che nelle elezioni del 2013 "Fare" era usato proprio come forma abbreviata dell'intera denominazione - per cui ci potrebbero essere spazi per riconoscere al segno distintivo di FiD i caratteri del marchio forte, che merita protezione anche quando la somiglianza con altri segni non sia troppo marcata.
Certamente, però, le differenze simboliche vanno considerate. Nessuno può dire che la parola "Fare", d'ora in poi, debba essere esclusa da ogni contrassegno politico resta sempre un termine comune), ma è giusto chiedersi cosa accade quando essa, come qui, risulti elemento caratterizzante di entrambi i segni. E' vero che le modifiche testuali, grafiche e cromatiche introdotte da Tosi non sono poche e per qualcuno potrebbero bastare a scongiurare la confondibilità tra emblemi: il tribunale di Roma nel 1979 non aveva forse salvato il garofano appena adottato dal Psi, dicendo che la diversa foggia del fiore e la presenza di elementi grafico-testuali diversi evitavano la confusione con il garofano varato quattro anni prima dall'Unione rifondazione socialista democratica? E, più di recente, l'Ufficio elettorale della Cassazione non si era accontentato di far modificare il colore di fondo e delle scritte al logo dei Comunisti italiani, perché non lo si scambiasse con quello di Rifondazione comunista?
Tutto vero, come è vero però che la bandiera con falce e martello e il garofano erano pur sempre segni legati a una tradizione politica, per cui si finisce per ammettere la loro presenza su più segni, purché gli elementi differenzianti siano presenti in numero sufficiente. E' impossibile, invece, dire lo stesso di "Fare", per cui al giudice toccherebbe decidere se le modifiche fatte da Tosi bastano a evitare confusioni o "appropriazioni indebite", oppure se il rischio di confusione ci sia ugualmente. Il problema, verrebbe da dire, non si sarebbe posto se Tosi avesse utilizzato un'espressione come "Il partito del Fare", riducendo inevitabilmente lo spazio occupato dalla parola "incriminata". La situazione però è diversa e quindi ora si dovrà aspettare di capire cosa deciderà il Comitato di gestione transitoria di FiD, se lasciar perdere come con la freccia dei Popolari per l'Italia di Mauro (anche se lì gli spazi per un'azione sarebbero stati ben pochi. E perché, allora, non agire anche contro Tremonti e la sua lista 3L?) o se far partire una causa, dall'esito non scontato.

giovedì 20 marzo 2014

La "Scelta europea" di Tabacci e Boldrin che spiazza (e fa infuriare i montiani)

Le notizie simboliche che si susseguono in questi giorni danno l'ampia dimostrazione - qualora ce ne fosse il bisogno - di una verità molto concreta: l'unione forse non fa la forza, ma andare da soli è un vero suicidio. In realtà era già così anche prima del 2009, se non altro per una questione matematica: nel 2004 le forze politiche italiane potevano dividersi 78 seggi, quando in patria tra Camera e Senato se ne gioca(va)no 945, per cui era più facile ottenere un seggio lì da soli (a patto di superare gli sbarramenti) che non a Strasburgo. Da quando poi i partiti maggiori si sono accordati per introdurre anche per le elezioni del Parlamento europeo una soglia del 4% per accedere alla ripartizione dei seggi, si capisce perché i partiti medio-piccoli tendano tutti a unirsi, nel tentativo di superare l'asticella e accedere a una delle 73 poltrone disponibili.
Così, dopo il tandem (quasi scontato, viste le manovre delle ultime settimane) di Udc e Popolari per l'Italia, ecco presentato il secondo, un po' meno ovvio, di Centro democratico e Fare per Fermare il declino. Le due formazioni presentano un cartello denominato "Scelta europea" (Monti, almeno nel nome, sembra avere fatto scuola, anche se per qualcuno la decisione di usare quell'etichetta sarebbe un vero sgambetto malizioso), che ha come denominatore comune il riferimento alla famiglia europea dell'Alde (quindi i libdem) e il sostegno a Guy Verhofstadt alla guida della prossima Commissione europea. Questa scelta di campo è scritta a chiare lettere sul contrassegno e la cosa non può non lasciare perplessi.
Dal sito di Lettera.43
Già, perché solo poche settimane fa sembrava avviato un percorso comune nel solco dell'Alde tra il Pli di Stefano De Luca, il nucleo originario di Fare ora costituito in Ali - Alleanza liberaldemocratica per l'Italia (con Silvia Enrico e Oscar Giannino) e la Federazione dei liberali di Raffaello Morelli, così come si era immaginato un possibile coinvolgimento di Scelta civica, ormai depurata della parte popolare. E invece finiscono per riferirsi all'Alde un ex diccì come Bruno Tabacci e un ultraliberista come Michele Boldrin, mentre al momento non è dato sapere che faranno gli altri. E se i montiani sono su tutte le furie, perché ritengono che il nome dell'inedito duo sia un "uso surrettizio" della propria etichetta (al punto da essere pronti a opporsi all'ammissione del simbolo), sembra sfumare definitivamente il disegno di un'unica lista Alde italiana.
Nel frattempo, Centro democratico e Fare (che toglie l'espressione Fermare il declino, forse perché sulla scheda sarebbe stata praticamente invisibile e avrebbe dato solo problemi di stampa) sono presenti con le loro pulci nella parte inferiore del nuovo emblema. Particolarmente importante è quella del "compagno Br1", visto che con i suoi parlamentari eletti è in grado di evitare la raccolta firme all'intero soggetto politico. La strada verso il 4%, in ogni caso, è ancora lunga: forse sarebbe stato difficile arrivarci anche con Scelta civica, ma ora la pendenza della salita è ai livelli di guardia. Tabacci e Boldrin lo sanno di certo; nel frattempo, attendiamo il prossimo rassemblement, anche abbastanza avventuroso (sabato si attendono notizie da destra).  

lunedì 24 dicembre 2012

"Fermare il declino", per Giannino è tempo di "Fare"


Tanto se n’è parlato, che alla fine il partito è arrivato. Oscar Fulvio Giannino, sempre più simile – comunque vesta – al primo vero personaggio da quiz della tv italiana, Gianluigi Marianini di Lascia o raddoppia – ha trasformato ufficialmente in soggetto politico strutturato il suo movimento “Fermare il declino”, nato in estate. Giannino punta a presentarsi alle elezioni politiche e a quelle regionali con la sua squadra di persone, possibilmente in tutta l’Italia: ci sono i 45mila firmatari del manifesto (anche se non parteciperanno di certo tutti all’impresa politica), ci sono docenti di livello come Luigi Zingales e Michele Boldrin, politici di altre epoche (persino Carlo Scognamiglio ha firmato il manifesto, ma c’è anche Giancarlo Pagliarini) e c’è il tentativo di candidare Pietro Ichino, pur avendo egli immaginato una sua disponibilità per una lista Monti in Lombardia (mentre il Monti delle tasse a Giannino non piace proprio). 
Le idee sono le stesse dieci proposte messe in campo finora: ridurre il debito pubblico, la spesa pubblica (almeno 6 punti di PIL in 5 anni) e la pressione fiscale (almeno 5 punti in 5 anni); completare in fretta le liberalizzazioni, preferire il sostegno al reddito di chi perde il lavoro alla tutela dei posti esistenti; regolare i conflitti d'interesse; far funzionare la giustizia; liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne; rendere di nuovo l’istruzione strumento di emancipazione socio-economica delle nuove generazioni; approdare a un «vero federalismo» che preveda ruoli chiari e coerenti per i vari livelli di governo.
Per Giannino – che peraltro vanta militanze politiche precedenti, dai repubblicani ad Alleanza democratica di Bordon, fino ai Riformatori liberali di Della Vedova e di nuovo al Pri – il movimento crede in una politica «fattiva, pragmatica, con poche chiacchiere e molti fatti. Siamo quelli del Fare, perché è il momento di agire con concretezza per fermare il declino». Non a caso, «Fare» è la parola che campeggia nel contrassegno scelto dalla formazione per le elezioni di febbraio: su fondo rosso, sono particolarmente evidenti la scritta e la frecciona bianca, naturalmente puntata verso l’alto (e verso destra, anche se loro direbbero piuttosto «in avanti»), quasi a pensare alla risalita dopo il declino. La freccia, a dire il vero, è uno dei simboli meno utilizzati nell’iconografica partitica: se ne ricordano obiettivamente poche, almeno tra i partiti di un certo peso, eccetto – si fa per dire – la prima versione dei Moderati italiani in rivoluzione di Samorì. Riuscirà la «piccola pattuglia di rompicoglioni di professione» (© di Giannino) ad approdare in Parlamento, a dispetto di ogni clausola di sbarramento e della mancanza di grandi finanziatori alle spalle?