venerdì 7 agosto 2026

Ancora sul "diritto dei partiti", a partire dall'ultima sentenza su +Europa

Il "diritto dei partiti", come si sa, è una materia piuttosto delicata
, sia per il rilievo pubblicistico dei soggetti di cui si occupa (appunto i partiti politici), sia per la necessità di tenere conto tanto di norme giuridiche nazionali (quelle sulle associazioni e quelle espressamente dettate per i partiti), quanto di regole "specialissime", contenute soprattutto - ma non solo - negli statuti dei soggetti collettivi di volta in volta considerati. Tutte queste norme vanno considerate ovviamente nella vita "normale", ordinaria dei soggetti politici, ma finiscono per assumere un particolare rilievo nei - purtroppo frequenti, almeno in Italia - casi in cui viene messo in discussione il loro rispetto e qualcuno si rivolge ai giudici per rimuovere atti ritenuti illegittimi e i loro effetti. Non si tratta certo di una novità: in queste pagine ci si è occupati più volte di contenziosi, in vari casi riferiti all'uso dei simboli (circa la loro titolarità o confondibilità), ma più spesso relativi al rispetto delle norme interne (statutarie o congressuali) o di legge, con effetti che non di rado producono conseguenze su chi rappresenti effettivamente il partito e, di riflesso, su chi abbia il potere di disporre dei suoi segni distintivi. Solo pochi giorni fa si è parlato dell'ordinanza (per natura provvisoria e quasi certamente oggetto di un reclamo a breve) del tribunale di Milano relativa all'uso del nome e del simbolo del Psdi, ma le scissioni e ricomposizioni dei partiti hanno generato un numero imprecisato di contenziosi finiti in carta bollata. Volendo limitarci alla "Seconda Repubblica", al di là della storia pressoché infinita delle liti sulla Democrazia cristiana e sullo scudo crociato, nel corso del tempo si sono viste schermaglie tribunalizie in area socialista (per esempio nel Nuovo Psi e nell'attuale Psi), repubblicana, liberale (dal 2021 e ancor più dal 2022 in poi), leghista (con riferimento alla "vecchia" Lega Nord) ed ex missina (con varie puntate nel corso del tempo)
Con riferimento alle forze politiche di più recente costituzione, ci si è occupati più volte delle cause che hanno visto coinvolto il MoVimento 5 Stelle, anzi, le varie associazioni con quello stesso nome nelle loro evoluzioni statutarie (si approfitta anzi dell'occasione per segnalare che su queste pagine, dopo avere a lungo discusso di tale eventualità, si è volutamente evitato di parlare del contenzioso avviato a fine marzo da Beppe Grillo e dal M5S-2012 contro il M5S-2017 per rivendicare la titolarità di nome e simbolo del MoVimento e di cui a fine luglio si è celebrata un'udienza a Roma: il tema è di sicuro interesse, ma la delicatezza della questione suggerisce di non scrivere altro solo sulla base delle notizie circolate, senza disporre di documenti su cui poter ragionare in modo ampio), ma ci si è occupati anche di +Europa: al di là delle polemiche legate al primo congresso del 2019 (per l'andamento e i suoi esiti), un contenzioso si avviò a proposito del secondo congresso del 2021, chiuso in parte con una transazione e in parte - per gli intervenuti che avevano scelto di continuare il loro percorso - con un'ordinanza che a maggio del 2022 aveva sospeso gli atti precongressuali, fino a un'ulteriore transazione avvenuta in ottobre, prima che si celebrasse la terza assise nazionale nel 2023 (caratterizzata tra l'altro dall'episodio del deposito della domanda di marchio per il simbolo, ritirata dopo le polemiche sollevate da Federico Pizzarotti).
Quando su questo sito ci si è occupati ex post del quarto congresso di +Europa, svoltosi tra il 7 e il 9 febbraio 2025, si era dato conto di polemiche circa la validità di un numero rilevante di iscrizioni "in zona Cesarini" e sugli effetti sulle decisioni congressuali, precisando che probabilmente sarebbero stati presentati ricorsi sul punto; così in effetti è avvenuto proprio a febbraio dello scorso anno. Dopo un anno e mezzo, il 30 luglio scorso le agenzie hanno diffuso una nota di +Europa con cui si dava notizia di una "sentenza con cui il Tribunale di Roma ha respinto integralmente i ricorsi promossi da Angelo Cenicola e Valerio Federico contro le deliberazioni dell'assemblea nazionale del 19 gennaio 2025, del congresso Nazionale del 7-9 febbraio 2025 e gli atti conseguenti". 
 

La sentenza su +Europa (e il contenuto dei ricorsi) 

Proprio il 30 luglio, in effetti, è stata pubblicata la sentenza n. 11740/2026 con cui la XVI sezione civile del Tribunale di Roma ha deciso in primo grado sul ricorso citato, nonché su un ulteriore ricorso presentato in seguito dagli stessi ricorrenti "contro la delibera di ratifica della Commissione di Garanzia Congressuale del 24.1.2025". Incidentalmente, il giudice che ha deciso la controversia in primo grado, Giuseppe Di Salvo, è lo stesso che ha presieduto nel 2022 il collegio che si è pronunciato sul reclamo sugli atti precongressuali del 2021 (e lo stesso che sentenziò in uno dei contenziosi tra Cdu e Alessandro Duce sulla riattivazione della Dc e fu presidente di altri due collegi di reclamo nei processi cautelari legati al Pli).
In particolare, come si diceva, a febbraio del 2025 Cenicola e Federico avevano depositato un ricorso a norma dell'art. 281-diecies del codice di procedura civile (la disposizione regola il cosiddetto "procedimento semplificato di cognizione", applicabile quando delle cause civili si occupa un giudice monocratico - e da applicare per forza "quando i fatti di causa non sono controversi, oppure quando la domanda è fondata su prova documentale, o è di pronta soluzione o richiede un'istruzione non complessa" - e che si introduce non con un atto di citazione, ma appunto con un ricorso): in quell'atto avevano chiesto di "accertare e dichiarare la nullità o, in subordine, annullare o comunque dichiarare l’invalidità e/o l'inefficacia" della delibera dell'assemblea nazionale di +Europa - organo di cui al tempo e al momento del ricorso erano parte - del 19 gennaio 2025 e della successiva delibera del quarto congresso nazionale del partito, al quale avevano partecipato come candidati della lista Operazione Millennium.
La delibera contestata dell'assemblea nazionale del 19 gennaio 2025 riguardava l'approvazione di una proposta di modifica al regolamento congressuale, con l'introduzione di disposizioni una tantum sulla consistenza della platea dei delegati (ridotta a 300 unità, invece che il 10% degli iscritti) e sul "peso" del voto degli associati a seconda, oltre che della continuità di militanza, della regione di domicilio (diminuendo lievemente il peso dei singoli iscritti nelle regioni in cui la concentrazione di tesserati appariva maggiore). A quanto si apprende, i ricorrenti ritenevano che l'assemblea non potesse modificare di fatto il regolamento congressuale a ridosso dell'evento (visto che, in base all'art. 9.2 dello statuto, il regolamento doveva essere approvato "almeno tre mesi prima della data di convocazione del Congresso", come in effetti in prima battuta era avvenuto il 27 ottobre 2024), mentre eventuali modifiche del regolamento - in base all'art. 2, par 5 dello stesso - avrebbero potuto essere apportate dalla commissione di garanzia congressuale "in presenza di circostanze eccezionali e di esigenze che lo rendano inevitabile"); d'altra parte, si lamentava pure come la modifica fosse avvenuta mentre ormai si stavano sottoscrivendo le liste dei delegati per il congresso, alterandone di fatto le condizioni.
La ritenuta illegittimità della delibera dell'assemblea del 19 gennaio 2025, sempre secondo i ricorrenti, avrebbe inficiato pure la legittimità delle delibere del 4° congresso di +Europa: esso, infatti, si sarebbe svolto (con particolare riguardo al numero dei delegati e alla ponderazione dei voti) sulla base di regole non approvate entro i termini previsti dallo statuto; i ricorrenti devono probabilmente aver ritenuto che le norme che hanno modificato il regolamento congressuale avessero spiegato i loro effetti unitamente al numero consistente di nuove iscrizioni pervenute negli ultimi giorni del 2024 - con un peso rilevante della Campania - la cui regolarità era stata messa in dubbio (quanto alla personalità del pagamento e alla non coincidenza del mezzo di pagamento per più di tre persone co-residenti). 
Il giudice Di Salvo, il 10 maggio dello scorso anno, aveva già rigettato con ordinanza in sede cautelare la richiesta di sospendere le delibere impugnate. Nel provvedimento si legge che non sembrava giusto ritenere che l'assemblea nazionale di +Europa potesse solo "approvare" e non anche “modificare” il regolamento del congresso: se l'assemblea era "la principale articolazione maggiormente rappresentativa dell’associazione" e la commissione di garanzia - "espressione dell'assemblea" - il 24 gennaio 2025 aveva ratificato la decisione della stessa assemblea, per il giudice la situazione doveva ritenersi legittima; quanto alle "circostanze eccezionali idonee a giustificare una modifica del Regolamento Congressuale", per Di Salvo sarebbero state da individuare proprio nell'"anomalo incremento delle iscrizioni campane in vista del Congresso", riconosciuto dagli stessi ricorrenti. 
Quanto al periculum in mora, per il giudice non si dovevano considerare solo le lesioni irreparabili che - senza intervento giudiziario - avrebbero potuto subire i diritti dei ricorrenti (e solo loro, non di altri soggetti terzi), ma anche "il pregiudizio che viceversa potrebbe subire l'associazione [...] da un eventuale provvedimento di sospensione dell’efficacia esecutiva della delibera impugnata" (un punto che forse nei contenziosi passati non aveva avuto lo stesso peso); nell'ordinanza si era sostenuto che non esistevano "gravi motivi" per sospendere cautelativamente l'efficacia delle delibere impugnate (o, per lo meno, i ricorrenti non li avevano "compiutamente argomentati"). Quanto alla richiesta di sospendere gli atti congressuali, era stata respinta perché quelle delibere non erano state direttamente contestate per vizi propri e alle stesse non sembravano essersi comunicati altri vizi, visto che la delibera dell'assemblea del 19 gennaio 2025 non era stata sospesa e, anzi, era stata ratificata dalla commissione di garanzia del 24 gennaio, allora non impugnata. Non a caso, dopo l'ordinanza, i ricorrenti  il 15 maggio 2025 - hanno impugnato anche la ratifica emessa dalla commissione di garanzia. 
Anche in sede di cognizione piena, tuttavia, le richieste di Cenicola e Federico sono state respinte: il giudice, in particolare, ha ritenuto che i ricorrenti non fossero legittimati a impugnare in base all'art. 23 del codice civile le delibere contestate, senza nemmeno valutare gli altri profili di contestazione in base al principio noto come "della ragione più liquida" (desunto dagli artt. 24 e 111 Cost. e confermato in varie occasioni dalla Corte di cassazione), per cui se risolvere una delle questioni in campo risulta, oltre che più facile, "assorbente" - cioè assicura la definizione del giudizio - non occorre prendere in esame le altre (anche se, magari, logicamente dovrebbero essere affrontate prima), garantendo così il miglior risultato con uno sforzo minore e in tempi più rapidi. 
In base all'art. 23, comma 1 del codice civile, "Le deliberazioni dell'assemblea contrarie alla legge, all'atto costitutivo o allo statuto possono essere annullate su istanza degli organi dell'ente, di qualunque associato o del pubblico ministero". Il giudice ha riconosciuto - come è ampiamente condiviso - che la norma vale anche per le associazioni non riconosciute e per organi diversi dall'assemblea, ma ha ritenuto di dover ripetere quanto già sostenuto nell'ordinanza cautelare - dunque la possibilità che l'assemblea potesse anche modificare il regolamento congressuale, a maggior ragione con la ratifica di quella delibera da parte della commissione di garanzia, viste le "circostanze eccezionali" legate all'incremento anomalo di iscrizioni precongressuali in una regione - ritenendo che non fosssero "emersi mutamenti nel corso del processo": si tratta, com'è facile notare, di un consistente copia-incolla della parte motiva dell'ordinanza (inclusa la parte, già non del tutto comprensibile nel primo provvedimento, riferita all'art. 24 del codice civile, non pertinente al caso). Le conclusioni sono rimaste le stesse - e sono state riportate "ad colorandum", com'è espressamente scritto nella sentenza - anche con riferimento alla validità delle delibere del congresso: non erano state sollevate contestazioni dirette alle delibere congressuali e, per giunta, la precedente delibera dell'assemblea, peraltro ratificata dalla commissione di garanzia (la sentenza riporta ancora il riferimento alla non impugnazione di questa, nonostante nel frattempo fosse stato presentato un ricorso ad hoc, analizzato in seguito in modo stringato), non era stata sospesa prima che il congresso deliberasse. Al ragionamento già svolto nell'ordinanza, il giudice ha aggiunto un'ulteriore considerazione: il fatto che i ricorrenti abbiano partecipato al 4° congresso, promuovendo al suo interno "documenti politici, liste congressuali" e risultando candidati ed eletti ad alcune cariche statutarie, "priva di consistenza giuridica le censure da essi mosse in ordine alla legittimità delle deliberazioni impugnate".
Poiché, come si diceva, nel frattempo i ricorrenti avevano impugnato anche la delibera con cui la commissione di garanzia il 24 gennaio 2025 aveva ratificato la decisione presa dall'assemblea cinque giorni prima, il giudice si è espresso anche sul secondo ricorso. Nella sentenza, tuttavia, si legge solo che l'assemblea il 19 gennaio 2025 aveva provveduto a reintegrare il plenum della commissione di garanzia con un componente e dunque la stessa commissione, ratificando la delibera assembleare il 24 gennaio, aveva confermato "confermando, attraverso un ulteriore passaggio democratico, la decisione già legittimamente presa dall’Assemblea", con tanto di pubblicazione immediata della notizia della ratifica sul sito congressuale di +Europa. Tanto è bastato, per il giudice, a negare ogni profilo d'illegittimità delle delibere impugnate.
 

Riflessioni sul testo e sul contesto

La sentenza del tribunale di Roma, dunque, ha integralmente respinto i ricorsi, con condanna dei ricorrenti alle spese di lite. Subito dopo la pubblicazione della pronuncia il partito ha diramanto una nota in cui ha sostenuto che la sentenza avrebbe confermato "la correttezza dell'operato degli organi del partito, democraticamente eletti, e la piena legittimità del percorso congressuale che ha portato al regolare svolgimento del congresso nazionale del febbraio 2025" e che la decisione avrebbe permesso di "archiviare una stagione di contestazioni giudiziarie sullo svolgimento dell'ultimo congresso". Non è dato sapere se i ricorrenti abbiano intenzione di impugnare la sentenza; qualche considerazione, però, si può fare ugualmente.
La decisione del Tribunale di Roma rimuove - almeno per ora: lo farebbe del tutto con il passaggio in giudicato, ma occorre capire cosa faranno i ricorrenti soccombenti - il rischio che siano invalidati gli atti dell'ultimo congresso, inclusa l'elezione delle varie cariche (che tra l'altro ha determinato la composizione della direzione, organo che decide sull'impiego del simbolo del partito), ma di certo è arrivata in un momento delicato per +Europa. Lo si vede già solo scorrendo le cronache politiche degli ultimi dodici mesi: il 19 aprile si è appreso che l'assemblea del partito, dopo aver respinto la mozione del segretario Riccardo Magi, ne avrebbe approvata (52 voti su 100) un'altra, proposta da Matteo Hallissey (presidente del partito) e dall'ex segretario Benedetto Della Vedova, in cui si chiedeva di azzerare la segreteria e convocare il congresso del partito (la stessa allora presidente dell'organo, Agnese Balducci, avrebbe però ritenuto "non legittima" quella mozione, visto che lo statuto prevede un congresso straordinario in caso di sfiducia del segretario votata dai due terzi dell'assemblea, di morte, di dimissioni o di impedimento permanente dello stesso); il 28 maggio si è assistito a una "occupazione" della sede di +Europa da parte degli stessi Della Vedova e Hallissey (nonché di altre persone), con la nuova richiesta di avvio del percorso congressuale (possibile secondo il parere del collegio di garanzia, non invece secondo Magi, per il quale occorrerebbe la sfiducia da parte dei due terzi dell'assemblea); nel frattempo la stessa assemblea - attualmente priva di presidente eletto e la cui convocazione sarebbe stata chiesta con un ricorso ex art. 700 c.p.c. al Tribunale di Roma - alla metà di maggio non ha approvato il rendiconto 2025, mossa che mette a rischio la percezione del 2 per mille e delle altre provvidenze pubbliche.
Andando a ritroso, c'è chi aveva lamentato una scarsa partecipazione di +E (in particolare del segretario) alle iniziative e alla comunicazione a sostegno del "Sì" al referendum costituzionale sulla giustizia, ma già da prima si erano manifestate posizioni molto diverse sulle alleanze (in particolare con l'alternativa tra partecipare al "campo largo" o a un'aggregazione centrista); già alla fine dell'estate del 2025 il collegio di garanzia (dopo l'emersione del caso di una candidata all'assemblea nazionale che si sarebbe trovata inserita nella lista Operazione Millennium) aveva deciso - a fronte della richiesta del segretario di escludere l'intera lista dagli organi del partito - di sospendere i candidati di punta di Millennium, inclusi Federico e Cenicola, per un determinato periodo e di dichiarare la loro decadenza dalle rispettive cariche e l'assemblea nazionale ha confermato la decisione.
Difficile parlare, in queste condizioni, di archiviazione di una "stagione di contestazioni giudiziarie". Sarebbe in generale auspicabile, oltre che una vita più ordinata all'interno dei partiti, anche un minor ricorso ai tribunali per dirimere questioni interne. Da un lato, è fondamentale il rispetto delle regole -statutarie e regolamentari - che ci si è dati o che si sono accettate con l'adesione al partito e con la partecipazione ai suoi eventi fondamentali, ma occorrerebbe sicuramente riflettere di più nel momento in cui queste regole si discutono e si scrivono, visto che poi devono essere applicate e in qualche caso sembrano invecchiare male in fretta; dall'altro, il ricorso alla carta bollata, pur possibile a norma di legge, rischia ogni volta di più di far somigliare i partiti - a dispetto delle norme emanate negli ultimi 15 anni - ancora ad associazioni o società qualunque, i cui atti possano essere impugnati, sospesi o invalidati, come se ciò non avesse effetti circa la posizione costituzionale dei partiti, a maggior ragione se presenti in Parlamento come +Europa. Per quanto siano in difficoltà, i partiti non meritano questo destino.

martedì 4 agosto 2026

Il capo della coalizione e il suo nome nel simbolo: l'invito di Franceschini e il precedente della Margherita (di Andrea Vezzaro)

Intervistato questa mattina da Francesco Bei sulla Repubblica, l’ex-ministro Dario Franceschini - senatore Pd e vero kingmaker del Nazareno, rispetto al tema della leadership del "campo largo", ha proposto che le primarie si facciano sul serio, ma con regole precise: tra queste, il futuro vincitore della consultazione non dovrebbe inserire il suo nome nel simbolo del suo partito: "Ci siamo passati già nel 2001, quando Francesco Rutelli era il candidato della coalizione e mise il suo nome sul simbolo della Margherita, ci fece guadagnare molti voti in più. Chi vince le primarie, dal giorno dopo non rappresenta il suo partito ma il programma comune e la coalizione". Come a dire, allora ci andò bene, ma stavolta il copione non dovrà essere ripetuto e non ci dovranno essere traini di questo tipo.
Al di là delle riflessioni sugli attuali equilibri del centrosinistra, Franceschini racconta una grande verità: Democrazia è Libertà - La Margherita, nella quota proporzionale alle elezioni politiche del 13 maggio 2001 ottenne un buon risultato anche grazie al traino del front runner Rutelli inserito nel simbolo; il nome, del resto, era presente anche nel simbolo dell'Ulivo destinato alle schede per i collegi uninominali. La storia della Margherita affonda però le sue radici nella frantumazione centrista della XIII legislatura (quella terminata, appunto, nella primavera del 2001): sembra dunque opportuno ripercorrere qualche tappa di quel percorso preparatorio. Il 25 luglio 2000 il Partito popolare italiano, Rinnovamento italiano e l’Udeur presentavano il patto federativo "Una scelta per l'Italia", primo passo per una futura lista unitaria del centro dell’Ulivo; il 10 settembre 2000 i Democratici approvavano tale progetto che puntava a semplificare il quadro, controbilanciando il peso elettorale e politico dei Ds. 
Foto Lapresse, tratta dalla Rete
Un mese dopo, l'11 ottobre 2000, nasceva ufficialmente la lista della Margherita, guidata dal sindaco uscente di Roma Francesco Rutelli, designato da poco candidato premier per le politiche dell'anno successivo. 
Il 3 febbraio 2001 fu presentato il nuovo simbolo: il cerchio era diviso in due parti, rispettivamente verde nella parte inferiore e azzurro sfumato in quella superiore. Al centro c’era una grande margherita, mentre sul lato sinistro superiore compariva la scritta "Democrazia è Libertà" in blu, con la voce verbale colorata di rosso; nella fascia verde, in bianco, c'era il riferimento "con Rutelli", indicazione esplicita del leader. Nella parte superiore destra erano presenti i quattro simboli delle forze politiche che aderivano alla lista unitaria: i Democratici con il loro asinello post-ulivista, il gonfalone (semplificato) dei Popolari, il tricolore stilizzato di Rinnovamento Italiano e il campanile dell'Udeur; al lancio del progetto erano infatti presenti rispettivamente Arturo Parisi, Pierluigi Castagnetti, Lamberto Dini e Clemente Mastella. 
A curare la grafica era stato chiamato l’illustratore e designer Andrea Rauch, già ideatore tra il 1995 e il 1996 del simbolo dell'Ulivo. Intervistato da Gabriele Maestri per questo sito (nell'articolo pubblicato il 30 giugno 2016), così ricordava le fasi di ideazione del nuovo emblema: "A tenere i contatti con me fu Lapo Pistelli, il collegamento tra i romani e i fiorentini, praticamente faceva la spola ogni settimana. Loro nel simbolo volevano la margherita e io la disegnai con il solito programma; poi però iniziò una sorta di balletto che interessò vari elementi. Mettiamo i simboli dei partiti che compongono l'alleanza, anzi, non li mettiamo, o mettiamo solo i nomi; mettiamo il nome di Francesco Rutelli, leader e potenziale presidente del Consiglio, anzi, non mettiamolo; lasciamo il fiore al centro, anzi spostiamolo per far posto ai simboli, anzi, meglio rimpicciolirlo, e avanti così, persino il nome del cartello elettorale mutò nel tempo. Fu un lavorio continuo e anche un po' pasticciato, praticamente il simbolo cambiava ogni settimana e tutte le volte che Lapo Pistelli tornava da Roma dopo aver parlato con quello che lui chiamava 'il sinedrio', nel senso dei maggiorenti dei quattro partiti fondatori, c'era una piccola novità. In sé erano cambiamenti di poco conto, ma si fece almeno una ventina di versioni diverse". 
Sempre Rauch, in quell'intervista, ricordò che proprio il giorno della presentazione del simbolo (il 3 febbraio 2001) lui e i suoi assistenti avevano un impegno in provincia di Treviso, quindi "il materiale per la presentazione fu passato [...] ad Area, il gruppo romano, e a essere presentata fu la versione di quel giorno" (non a caso, nelle foto di quel giorno si vede l'accento di "libertà" in una forma diversa rispetto a quella definitiva). Nel suo saggio L'immagine complessa. Segno, simbolo, forma, colore: analisi e progetto di immagini coordinate - pubblicato da Protagon Editori Toscani - nel 2001 Rauch aveva inserito proprio alcuni dei vari bozzetti proposti prima di arrivare a quello definitivo. 
Sicuramente il simbolo aveva poi un esplicito riferimento - grafico e politico - al progetto varato nel 1998 dal segretario del Partito popolare trentino Lorenzo Dellai, denominato Civica per il governo del Trentino, ma ben presto ribattezzato "Civica Margherita". 
Ritornando alle riflessioni iniziali di Franceschini, la lista comune in cui le quattro formazioni erano federate ottenne oltre 5 milioni di voti, attestandosi al 14,52%, alle spalle dei Ds e quindi controbilanciando l'Ulivo: questo, però, venne sconfitto nella competizione con la Casa delle Libertà. Nel dicembre 2001 nacque poi il comitato costituente e tra il 22 e il 24 marzo 2002 venne varato ufficialmente a Parma il nuovo partito con Francesco Rutelli presidente; sotto i petali si erano così collocati i popolari, i diniani, i Democratici, ma non Mastella che aveva scelto di rimanere autonomo con l'Udeur. 
Nonostante l’adesione alla lista unitaria delle Europee del 2004 e l'entrata nella Federazione dell'Ulivo, l'assemblea federale della Margherita, riunitasi tra il 19 e il 20 maggio 2005, decise che l’anno successivo il partito si sarebbe presentato autonomamente alle politiche nel centrosinistra. Dopo le primarie del 14 ottobre 2005 e l'approvazione della nuova legge elettorale, si decise la presentazione della lista unitaria dell'Ulivo solo per la Camera. Al Senato così fu ripresentato il simbolo della Margherita, questa volta senza i vecchi emblemi dei partiti fondatori ma anche senza il riferimento a Rutelli (del resto già sparito dal 2002): i consensi però calarono al 10,72%. Allora, peraltro, il capo della coalizione era Romano Prodi, il cui nome in quell'occasione non era apparso in nessun contrassegno elettorale (tranne che in quello comune dell'Unione, presentato però solo in Alto Adige e all'estero), mentre aveva campeggiato nel 1996 nel simbolo dei Popolari (quando il segretario però era Bianco). Prevarrà la "linea Franceschini" oppure il nome del leader del futuro centrosinistra finirà - in assenza di contrassegni di coalizione - sul fregio del rispettivo partito?

domenica 2 agosto 2026

Addio ad Alberto Tedesco, "aggiornò" i socialisti pugliesi col computer

I media pugliesi hanno dato poche ore fa la notizia della morte - avvenuta questa mattina, a 77 anni - di Alberto Tedesco, senatore per una legislatura (la XVI, pur se non intera), a lungo consigliere e assessore regionale in Puglia. Gran parte della sua militanza politica è stata legata al socialismo, sia pure in alcune delle diverse declinazioni che ha avuto nel corso della vita politica repubblicana: una di queste - quella dei Socialisti autonomisti - è stata tuttavia legata strettamente alla sua figura e ha avuto anche una traduzione simbolica rilevante, per cui vale la pena occuparsene qui, anche solo in breve.
Risulta semplice ricostruire, grazie all'Anagrafe degli Amministratori Locali e Regionali, che Tedesco centrò la prima elezione come consigliere regionale nel 1985 e ottenne la conferma cinque anni dopo. In entrambi i casi il seggio arrivò con il Partito socialista italiano, ma tra una consultazione e l'altra il partito cambiò il simbolo: nel 1985, infatti, c'era ancora il fregio creato da Ettore Vitale, con falce, martello, libro e sole sotto al garofano; nel 1990, invece, entrò in uso l'emblema creato da Filippo Panseca, che tolse ogni riferimento ai segni che avevano caratterizzato la prima fase della storia repubblicana dei socialisti. Durante la seconda consiliatura, Tedesco fu nominato anche assessore regionale, rimanendo in carica per un anno e mezzo (dalla fine di ottobre del 1992 alla fine di febbraio del 1994): di certo fu il periodo peggiore per il Psi (che pure a giugno del 1991 nel aveva celebrato il suo 46° congresso straordinario a Bari, città di Tedesco), travolto in pieno dall'inchiesta sulla corruzione.
Nel 1994, quando il Psi - sotto la segreteria di Ottaviano Del Turco - rinunciò al garofano e adottò la rosa per partecipare alle elezioni, aderendo alla coalizione dei Progressisti, Tedesco preferì seguire la via "centrista" tracciata da Giuliano Amato e si candidò sotto le insegne del Patto per l'Italia, promosso da Mariotto Segni: nel collegio uninominale della Camera di Putignano ottenne un rispettabilissimo 20,26%, ma arrivò soltanto terzo dietro a Giovanni Mastrangelo del centrodestra - Polo del buon governo (34,76%) e a Vincenzo Lavarra dei Progressisti (31,85%). In quella prima occasione, dunque, l'elezione sfumò (a dispetto degli oltre 16mila voti ottenuti), ma non fece venire meno l'impegno politico di Tedesco. 
Giusto un anno dopo, infatti, Tedesco partecipò alle elezioni regionali come candidato nella circoscrizione di Bari nella lista Laburisti - Psdi - Pri, come espressione della Federazione laburista, fondata già nel 1994 da Valdo Spini. La lista a livello regionale ottenne il 2,18% e, come parte della coalizione perdente (Salvatore Distaso del centrodestra battè Luigi Ferrara Mirenzi), ottenne un solo seggio: se lo aggiudicò proprio Tedesco, che ottenne 10096 preferenze e anche grazie a queste portò la lista al 2,92%. Quella con il globo verde e blu al di sotto di poche linee meridian-parallele rosse fu il secondo simbolo dei laburisti e il primo a funire sulle schede elettorali.
Alle elezioni regionali successive, nel 2000, Tedesco riuscì di nuovo a confermarsi consigliere regionale, sempre nella circoscrizione di Bari, ottenendo 10436 preferenze. Ci riuscì, però, sotto un altro contrassegno: quello dei Socialisti democratici italiani, vale a dire l'esperienza partitica avviata nel 1998, in cui la componente maggioritaria socialista di centrosinistra (quella dei Socialisti italiani guidati da Enrico Boselli) si unì a quella del Psdi di Gianfranco Schietroma e del Partito socialista di Ugo Intini; vi confluì, peraltro, anche una parte della Federazione laburista che non condivideva l'idea di concorrere a formare i Democratici di sinistra - vale a dire il Movimento di unitá socialista e laburista, con Alberto Benzoni, Riccardo Ronchitelli e Ferdinando Imposimato - e tra questi c'era anche Tedesco, che intervenne a Fiuggi il 10 maggio 1998, al congresso fondativo dello Sdi.
Il 9 maggio 1999 nel frattempo, Tedesco era stato candidato alle suppletive nel collegio uninominale Puglia-20 della Camera (Bari-Libertà-Marconi), sotto il simbolo dell'Ulivo: arrivò a 15956 preferenze, pari al 37,4%, ma non riuscì a prevalere su Salvatore Tatarella (fratello di Pinuccio, che morendo aveva lasciato libero quel collegio) che con il 57,5% mantenne il collegio al centrodestra e ad Alleanza nazionale. La seconda elezione parlamentare fallita non impedì, come si è visto, la conferma di Tedesco in consiglio regionale; dopo pochi mesi, però, il rapporto con lo stesso Sdi regionale si incrinò decisamente. Ecco cosa si legge nel sito della Fondazione Giuseppe Di Vagno:
Per le elezioni regionali del 2000 sono candidati nella stessa lista [dello Sdi] Onofrio Introna e Alberto Tedesco [...]. Tedesco risulta eletto a Bari [...]. Tedesco punta alla conquista della leadership esclusiva nel Partito che, invece, per volere della Direzione nazionale, resta affidato a Introna; egli controlla, invece, il gruppo socialista del consiglio regionale. Si apre un periodo un periodo di forte conflittualità fra Introna e Tedesco, conflittualità che viene trasferita, da quest'ultimo, nei confronti della Direzione del Partito e dello stesso segretario nazionale Boselli. Il "gruppo di Tedesco", così ormai è qualificato, sceglie il tema dell'autonomia dal Pds, se non della rivincita verso la componente ex comunista: si comincia a delineare così la rivendicazione della "autonomia" nel nome dell'orgoglio socialista, sul quale Tedesco consuma la scissione dallo SDI dando vita nel 2001 alla formazione dei "Socialisti autonomisti", della quale tiene saldamente il controllo e nella quale lo seguono gran parte degli amici del cosiddetto "gruppo di Tedesco". [...] Il movimento dei "Socialisti autonomisti" tende a strutturarsi come un vero e proprio partito, sia pure di livello regionale, e ad esso aderiscono molti dirigenti e militanti socialisti di Puglia [...].
Il "gruppo di Tedesco" scelse di darsi anche un proprio simbolo, che recuperava una stilizzazione del sole nascente, ma la collocava su fondo blu e la faceva sorgere addirittura da un computer (sia pure vecchio stile, anche per la clipart scelta), un'opzione decisamente originale. I Socialisti autonomisti presentarono il loro contrassegno al Viminale, ma fu presentata anche una "bicicletta" con Democrazia europea e proprio quel contrassegno Sa-De finì sulle schede pugliesi del Senato, riuscendo a ottenere il 3,65%, ma i seggi in quell'occasione se li aggiudicarono tutti la Casa delle libertà e l'Ulivo. 
Nel 2005 arrivò di nuovo il tempo delle elezioni regionali e Tedesco si ripresentò, stavolta nella lista che univa Socialisti autonomisti, Repubblicani europei e di nuovo il Psdi (che aveva ripreso a operare). A livello regionale la lista raccolse il 2,22%, praticamente come il Pdci, e riuscì a conquistare due seggi, anche perché faceva parte della coalizione vincitrice; a Bari la lista sfiorò il 4% e Tedesco fu rieletto senza problemi, in più divenne anche assessore alla Sanità della prima giunta guidata da Nichi Vendola; lasciò l'incarico nel 2009, quando si apprese che era indagato. 
Nel frattempo, però, dopo una nuova candidatura parlamentare infruttuosa nel 2006 (fu capolista al Senato per i Socialisti di Bobo Craxi, formazione con cui i Socialisti autonomisti avevano stretto un accordo; la lista sfiorò il 2%, ma la soglia di sbarramento per le formazioni coalizzate era del 3%), si era votato di nuovo per le Camere - in netto anticipo - nel 2008: in quell'occasione i Socialisti autonomisti avevano stretto un accordo con il Partito democratico, venendo inserito nella sua lista senatoriale in Puglia. Il Pd ottenne 8 seggi e Tedesco era al posto numero 9: fu dunque il primo dei non eletti, ma sarebbe bastato che uno degli altri 8 optasse per un'altra circoscrizione o per un'altra carica per ottenere finalmente il seggio parlamentare. L'occasione si presentò a luglio del 2009, dopo le elezioni europee, quando Paolo De Castro, eletto come capolista in Puglia, si dimise avendo optato per il Parlamento europeo. Proprio durante il mandato da senatore, la Procura della Repubblica di Bari chiese a Palazzo Madama l'autorizzazione ad arrestarlo per associazione a delinquere; Tedesco parlò in aula e si rivolse agli altri senatori perché concedessero l'autorizzazione, ma l'arresto fu negato (127 voti favorevoli, 151 contrari, 11 astenuti).
Nel 2013 sarebbe arrivata l'assoluzione, ma nel frattempo nel 2011 Tedesco aveva lasciato il Pd, aderendo al gruppo misto. Solo in seguito - nel 2017 - scelse di aderire di nuovo a un partito, per la precisione al Psi, tornando in qualche modo a casa, sotto le insegne della rosa del socialismo e poi - dal 2019 - del garofano. Quasi a chiudere davvero il cerchio del suo cursus politico, che è terminato di fatto solo ora, tra il cordoglio e il rispetto di molti, di storia socialista e non. E chissà quanti ricordano quel sole nascente dal computer che, dal 2001 in avanti, seppe ottenere consensi anche quando non finì sulle schede...

venerdì 31 luglio 2026

Partito Capibara: accelerare per rallentare (e speronare il Parlamento)

Il loro primo scopo, probabilmente, lo hanno già raggiunto. Da varie settimane, infatti, non pochi media hanno dedicato articoli e interviste a un progetto politico destinato a non passare inosservato, per le sue proposte e per la sua immagine, ma anche - da qualche settimana a questa parte - per la dichiarata intenzione di partecipare alle prossime elezioni politiche (adempimenti burocratici e preparatori permettendo). Si tratta del Partito Capibara, un progetto le cui radici risalgono a una decina di anni fa: il nerbo risale almeno al 2019, ma ha preso maggiore concretezza - e anche un simbolo, anzi, più simboli da poco più di un anno. Nel progetto la Rete e i social network hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale, ma comunque complementare rispetto all'elaborazione di pensiero e di proposte, in bilico tra utopia e realizzabilità. 
I media giustamente si sono concentrati sugli elementi fondamentali del progetto politico, a partire dalla settimana lavorativa ridotta a 24 ore (con più tempo per vivere grazie ai frutti dell'automazione, ma senza che alcuna persona sia licenziata) mantenendo lo stesso stipendio, senza comunque scendere sotto i 1560 euro netti al mese (15 euro netti l'ora) e dalla riforma fiscale (nessuna imposta sul patrimonio fino a quella cifra, poi imposizione progressiva fino al prelievo totale della parte che eccede i 666mila euro annui, con tetto massimo alla ricchezza di 6,66 milioni di euro), fino alla gratuità dei bisogni fondamentali - in particolare casa, cibo, utenze, trasporti, salute, istruzione , tempo e cultura - come punto chiave della filosofia del gratuitismo per disinnescare il "ricatto del lavoro". Qui, però, vale forse la pena di analizzare un po' meglio il percorso del partito, oltre che le scelte simboliche fatte sin qui. Chi scrive ne ha parlato con uno dei principali promotori del progetto, Davide Dibitonto, in rete noto con il nickname xenodibi, per avere qualche delucidazione in più.  
Innanzitutto, dove si potrebbe collocare la data di nascita di questo progetto "politico" (in senso lato): "Dovremmo collocarla circa dieci anni fa - spiega Dibitonto -. Alla base del nostro progetto c'è un pensiero che si sviluppa nel Regno Unito: #Accelerate, di Robin Mackay e Armen Avanessian, è del 2014, Inventing the Future, di Nick Srnicek e Alex Williams, è del 2015; britannico è anche Mark Fisher, autore assolutamente di riferimento per noi". Tiene a precisare xenodibi che questa corrente di pensiero è arrivata in Italia tramite i meme, cioè quelle unità di senso (soprattutto idee in forma di immagini, video o grafiche) destinate a replicarsi per imitazione e a diffondersi in modo virale, soprattutto grazie a Internet. "Negli anni di cui ti parlavo si è registrata un'orda di comunità memetiche, in particolare legate a un vecchio gruppo Facebook, Sinistralibro (più esattamente 'Suona come il Sinistralibro italiano ma va bene', a partire dalla traduzione pedissequa dell'inglese Leftbook, ndb), per cui si sono diffusi meme della Pimpa in chiave 'comunista', sono nati vari gruppi come 'Automatizzato Comunismo Memetico' e così via: tanti personaggi inventati, dunque, hanno veicolato in Italia questa corrente di pensiero, senza passare attraverso la via classica di studi, libri e paper tradotti (al di là dell'apporto della casa editrice Nero, con la collana Not)".
In quella fase la componente creativa e di gioco aveva una parte molto importante, ma il "seme partitico" a quanto pare era già presente. "La realtà - continua Dibitonto - è che in questo contesto i meme già dall'inizio iperstizionavano l'idea di un partito, cioe la facevano autoavverare". La stessa lingua inglese è tuttora involontariamente (o forse no) complice nel gioco e nella creatività: uno degli ultimi eventi, dedicato a una delle figure di riferimento, l'autore di Realismo capitalista, è stato denominato "Mark Fisher Party", ove party qui significa "festa", ma notoriamente significa pure "partito"; non a caso a queste comunità è molto caro il concetto di free party, inteso come "festa libera" ma leggibile anche come "partito gratis" o "della gratuità".
Di certo per arrivare al progetto più concreto, con la messa in moto di una strategia politico-partitica, ci è voluto più tempo: "Ci siamo mossi soprattutto dalla primavera dello scorso anno". Il progetto, dalla chiara matrice anarchica, trova ispirazione in una poesia di Belgrado Pedrini (Schiavi!), poi divenuto con un testo modificato uno dei brani più noti del canzoniere anarchico, cioè Il galeone. "L'ammutinamento degli schiavi sul galeone e la loro trasformazione in pirati è il presupposto per la loro decisione di impadronirsi della nave e di mandarla a schiantarsi contro i frangenti delle rive: è un po' come guidare quella stessa nave contro la cabina di comando del sistema, un po' come la strategia della Flotilla. In questo senso, concepiamo il Partito capibara come un galeone, una Flotilla appunto, su cui far salire compagne e compagni del movimento, per andare dritti verso la cabina di comando e speronarla: questa cabina l'abbiamo identificata nel Parlamento". 
Al di là della cornice anarchica, in queste settimane l'iniziativa del Partito Capibara è stata di norma presentata come inserita nel filone dell'accelerazionismo di sinistra, come teoria che propone di puntare sull'accentuazione dell'automazione e in generale dell'evoluzione tecnologica, perché questa non sia inquadrabile in una logica di profitto o di sfruttamento capitalistico, ma dia frutti soprattutto per migliorare la qualità della vita di tutte le persone. Certo, sentire parlare di accelerazionismo (e di gratuitismo) porta con sé il rischio che chi legge o ascolta - a patto che abbia buona memoria televisiva - si veda comparire davanti Corrado Guzzanti nei panni del dottor Armà, che dagli schermi di TeleProboscide magnifica il Sorpresismo e il Nascondismo di Tonino Mutandari, quindi occorre dire qualcosa di più su questo concetto. "Per noi - chiarisce xenodibi - 'accelerare' significa riattivare il movimento storico che si era impantanato nella post-modernità, per fare un passo avanti nell'evoluzione. Non deve sfuggire, però, che il futuro verso cui vogliamo accelerare è fatto di lentezza, sul modello della decrescita felice, reso però possibile dall'evoluzione dell'automazione perché tutti possano riceverne effetti davvero positivi, con la liberazione dal 'ricatto' del lavoro".
Prima ancora delle evoluzioni della primavera del 2025, però, è necessario un passo indietro alla fine dell'estate del 2022, quando sempre in Rete - in particolare su Instagram - si era consumato un rito surreale, ma del tutto pertinente con il progetto che si narra qui: quello delle Elezioni iperstizionali 2022: "Quell'esperienza - racconta Dibitonto - è stata fondamentale nell'elaborazione del programma del Partito Capibara: il motore dell'immaginazione era di certo sempre il gioco, ma giocando e scherzando si è sedimentato qualcosa che ha finito per avere radici nella realtà e può arrivare a trasformarla. A settembre del 2022, come ricordi bene, c'erano le elezioni politiche, ma per noi erano estremamente noiose, tristi e misere dal punto di vista politico: per questo il Circolo Nomade Accelerazionista, di cui ho sempre fatto parte e che radunava varie persone in dibattiti e laboratori d'immaginazione, una rete informale insomma, decise di dare vita a un grande gioco". 
L'idea era di avere sempre liste concorrenti, che però si sfidavano come in un torneo su Instagram: il primo post fu del 6 settembre, nei giorni successivi vennero rese note le 8 liste concorrenti, con tanto di simbolo e programma di base. Tre simboli erano relativamente vicini a quelli che nel corso del tempo erano finiti sulle schede elettorali: Potere al capibara! (con la testa del capibara coronata di basco stellato all'interno del doppio arco amaranto), Rifondazione accelerazionista (nella bandiera rossa romboidale era stato inserito il tema della copertina di Inventare il futuro nella traduzione pubblicata da Nero) e Partito xenocomunista dei postlavoratori (il simbolo del Pcl era stato rivisitato con la falce abbinata a un bicchiere da cocktail al posto del martello, concetto simile a quello che aveva già caratterizzato i Comunisti gaudenti); del tutto inventati erano i loghi di Sinistra Fuxia (un fucile spezzato... anzi no, un kalashnikov e un dildo su fondo fucsia), Confederalismo cosmolocalista (un globo grigioverde con edifici tutti connessi, collocato su una stella gialla in campo rosso, con un font squadratissimo inconfondibile), Movimento parassita rivoluzionario (un ragno nero su fondo bianco), Azione ecoterrorista (variazione del simbolo anarchico su fondo verde) e Coalizione postumana (un misto di tecnologia, automazione, allucinazione e alienazione). 
Il 13 settembre venne pubblicato il "tabellone" della competizione, completo di ricostruzione del contesto ("Grazie ad un ponte xenocybertemporale apertosi oltre gli strati chimerici del nostro universo, assisteremo a una lotta senza tregua tra 8 liste iperstizionali che si contenderanno il potere supremo. La competizione si giocherà con un torneo a eliminazione diretta, affinché la democrazia rappresentativa possa assicurare un potere illimitato e senza alcun controllo alla lista vincitrice. Giorno dopo giorno, le liste si scontreranno una contro l'altra. Solo i voti del popolo decreteranno l'esito di questi feroci combattimenti. Che la democrazia rappresentativa abbia inizio!!"). Ogni scontro si produceva sui programmi elaborati per ciascuna lista e il voto avveniva con le reazioni alle stories. Alla fine, l'8 ottobre, risultò prevalente il Partito xenocomunista dei postlavoratori, con i seguenti punti programmatici: divieto assoluto di lavorare più di 12 ore a settimana; reddito di base universale di 2000 euro al mese; salario minimo di 24 euro l'ora; piano nazionale per la piena automazione di tutti i lavori di merda; piena gratuità di tutti i mezzi di trasporto e abolizione dei caselli; distribuzione obbligatoria di una casa a testa, massimo due, e abolizione dell'affitto; abolizione delle bollette a uso domestico; espropriazione di tutti i patrimoni sopra il tetto massimo di 66,6 milioni di euro.
"Quell'esperienza - ricorda Dibitonto - fu molto divertente per noi, ma è stata soprattutto un laboratorio d'immaginazione di programmi: del resto l'immaginazione si libera quando si sospende il giudizio, quando cioè si ragiona come un bambino che non si vergogna di immaginare qualcosa perché lo ritiene troppo assurdo. Quell'utopia immaginifica bambina si è potuta poi evolvere in punti programmatici più dettagliati e approfonditi, che appunto nella primavera del 2025 hanno costituito la base per immaginare il Partito Capibara". Già prima di quelle "elezioni iperstizionali", del resto, si era fatta strada ed era diventata virale l'immagine dei capibara - roditori prima sconosciuti ai più - che in Argentina, in piena pandemia da Sars-Cov-2, avevano finito per invadere in massa le strade, i giardini privati e perfino le piscine delle residenze di uno dei quartieri più ricchi (il Nordelta, a nord di Buenos Aires), riconquistando gli spazi che un tempo erano le "loro" zone umide.
Nel 2022, come si è detto, a quelle curiose elezioni non vinse Potere al Capibara (la cui unica rivendicazione era "Portare al potere il Capibara"), eppure l'attuale Partito Capibara costituisce la sintesi evolutiva di quell'esperienza. "In effetti - precisa Dibitonto - la prima versione del nostro progetto era una pura performance situazionista: avevamo in mente un partito illegale che candidasse soltanto compagne e compagni carcerati, da Luigi Mangione ad Alfredo Cospito. Era un'idea decisamente provocatoria pensata per smuovere le coscienze. In seguito è però iniziata un'opera di "raffinamento e smussamento", per rendere il progetto più incisivo, in grado di trasmettere il senso di realtà della proposta; la strategia si è perfezionata nel tempo anche nella visione elettorale. "Abbiamo immaginato - continua xenodibi - una 'squadra parlamentare' composta da compagne e compagni del movimento in equilibrio intersezionale, rappresentando dunque le diverse intersezionalità della lotta, dall'antispecismo al transfemminismo, dall'abolizione del carcere ai diritti delle persone migranti, dalle battaglie per la salute a quelle per la scuola, e così via, facendo salire tutte e tutti loro sul galeone perché vadano a speronare il Parlamento, comportandosi in piena autonomia relazionale. Si tratta di una strategia chiaramente anarchica, che intende utilizzare il partito come arma per un'incursione istituzionale ,senza mai davvero giocare al gioco parlamentare come lo si intende di norma: per questo il progetto intercetta anche l'attenzione di militanti che non amano i partiti".
Evidentemente l'idea di speronare il Parlamento, in questo caso, è stata vista come più efficace rispetto al proposito, già sentito, di aprirlo come una scatoletta di tonno. "Non a caso, nel nostro statuto scriveremo che il Partito Capibara non farà accordi di governo con nessuna forza politica, potendo governare solo avendo la maggioranza assoluta". "E a quel punto faremo la rivoluzione", viene da pensare recuperando un'altra performance indelebile di Corrado Guzzanti, stavolta nei panni di Fausto Bertinotti al Pippo Chennedy Show (mentre più tardi, di nuovo all'Ottavo nano, l'imitatore del segretario di Rifondazione comunista si sarebbe inventato la fase "dei grandi scherzi", non del tutto inappropriata in questa sede) Eppure quella rivoluzione concretamente il Partito Capibara non sarà in grado di farla: "Pensa alla patrimoniale che abbiamo in mente, che fa perdere tutto il potere ai multimilionari, anche se questi restano tali. Esperienze come quella di Salvador Allende in Cile o come la Comune di Parigi insegnano che i veri padroni, i veri potenti della terra sono internazionalisti e non permetteranno che una cosa simile avvenga. Del resto il nostro galeone sa che, proprio come la Flotilla, quasi certamente sarà bloccata prima di arrivare contro le rive, ma sa anche che il tragitto risveglia le coscienze del popolo ed è proprio questo il vero obiettivo del Partito Capibara, così com'era l'obiettivo di Mark Fisher, che nel suo ultimo libro incompiuto, Comunismo acido, s'interrogava sull'origine di quell'incredibile iperstizione collettiva che è stata il Sessantotto. Il nostro vero obiettivo è appunto risvegliare le coscienze, rivelando che viviamo nell'abbondanza e abbiamo tutti gli strumenti materiali per costruire una società della cura: la società si prende cura di noi e la cura è un atto incondizionato, gratuito, che non chiede nulla in cambio e garantisce la vita; quando questi pensieri saranno diventati senso comune, sarà come mettere piede nei nuovi anni Sessanta-Settanta". 
In ogni caso, lasciata alle spalle l'esperienza delle elezioni iperstizionali del 2022, l'idea di lanciare un progetto simil-partitico doveva andare di pari passo con l'identificazione in un simbolo. Il Capibara è tornato utile, ma occorreva dargli forma: "All'inizio - ricorda Dibitonto - abbiamo scelto di prendere come simbolo un meme, dunque i capibara che invadono giardini e piscine dei ricchi in Argentina, perché un meme buca l'attenzione, un cavallo di Troia, se preferisci un capibara di Troia". Il concetto non è difficile da capire: in Italia, ad esempio, non si può dimenticare l'immagine bersaniana della mucca in corridoio, in qualche modo traduzione italica dell'elefante nella stanza, quindi perché non affidarsi a un animale molto meno conosciuto, cercando peraltro di renderlo simpatico piazzandolo in piscina, magari con tanto di occhiali da sole?
Era nato, ridendo e scherzando, il simbolo del nuovo progetto. "La prima versione, poco più che una bozza, era stata generata con l'AI - continua xenodibi - poi però questa è stata modificata e trasformata per renderla più cute". All'inizio l'immagine era circondata da una corona rossa scura, con il testo bianco in un classico Franklin Gothic; poco dopo però fu prodotta una seconda versione, con la corona rossa schiarita e molto più spessa, per permettere l'uso di un carattere assai consistente e più giocoso (un'atmosfera quasi da salvagente, visto il tema grafico invocato); qualche ritocco al disegno del capibara in piscina ha reso l'immagine comunque più leggibile, pur avendo meno spazio a disposizione. 
"A un certo punto - riprende Dibitonto - si è sviluppata una riflessione nell'ambito di un gruppo di comunicazione al nostro interno. Quel processo però è stato particolarmente lungo e laborioso e alla fine ha prodotto un logo dichiaratamente provvisorio, destinato a essere sostituito con i successivi passi del progetto". Il simbolo provvisorio ha eliminato la piscina: il capibara qui è visto di profilo, su sfondo viola sfumato verso il fucsia, contornato da una corona lillina contenente anche il nome del partito (nero, raccordato da due archi viola chiaro). La dichiarata provvisorietà del logo non ha impedito a qualcuno di coniare subito una versione hackerata di quello stesso emblema, riletta in chiave decisamente anarchica: i colori e le proporzioni non cambiavano, ma il capibara aveva sul proprio corpo il simbolo anarchico pennellato nero (ma con una stella rossa con falce e martello e fucile) e in testa una feluca da pirata.
Esiste poi una quarta versione del capibara, che già si può vedere in alcuni siti (a partire da Sinistraverso) e che comparirà nel costruendo sito del Partito Capibara: più che un simbolo, a dire il vero, è una vera e propria mascotte, vale a dire una raffigurazione dell'animale sempre in versione cute, di nuovo con gli occhiali da sole ma stavolta seduto, senza piscina.
Viene peraltro spontaneo domandarsi il motivo di questa proliferazione di emblemi, peraltro non ancora esaurita. "In generale - spiega Dibitonto - la riflessione che abbiamo fatto riguarda proprio il vedere il capibara come una mascotte e non come un simbolo. Per noi servirebbe un partito visto come un protocollo free open source, per cui qualunque raffigurazione del capibara diventa rappresentazione del partito: si tratta del tentativo di sussumere il prodotto culturale del capibara, che è diventato un meme gigantesco, e politicizzarlo, cioè assegnargli un significato politico. Avere un unico simbolo in cui identificarsi non è una scelta automatica per una comunità anarchica che preferisce, appunto, un protocollo free open source, che ognuno può modificare a suo piacimento e diffondere". A livello comunicativo si tratta di una scelta problematica, visto che non aiuta affatto nell'identificazione in un soggetto chiaro, che tra un'interpretazione e l'altra potrebbe modificarsi notevolmente. Lo stesso Dibitonto, poi, riconosce che, se si vorrà davvero partecipare alle elezioni, sarà necessario adottare e definire un simbolo da usare ovunque all'interno della stessa competizione: in quel caso sarà come se la scheda elettorale venisse vista in modo dinamico: "essendo il contrassegno sempre in evoluzione, le schede stampate sarebbero una sorta di fermo immagine, offrendo agli elettori il simbolo di quel preciso momento, mentre un attimo prima o un attimo dopo la grafica sarebbe stata anche solo in parte diversa. Siamo comunque consapevoli della necessità di affrontare tutta una parte burocratica, inclusa la redazione dello statuto che contenga, oltre che i principi, le regole di funzionamento del partito ed è un compito tutto meno che banale e semplice". 
Naturalmente tra il proposito e la partecipazione alle elezioni sarà necessario affrontare vari passaggi, incluso quello della raccolta delle firme, ancora una volta in forma cartacea (almeno 1500 per ogni collegio uninominale, da raccogliere in almeno un terzo dei collegi per finire sulle schede), senza che si sia riusciti a ottenere - almeno per ora - la sottoscrizione in forma digitale, che per un progetto come questo sarebbe stata a dir poco perfetta. Nonostante ciò - anzi, proprio per questo - il Partito Capibara darà il via a una raccolta di firme online, per preparare il terreno a quella ufficiale. Occorre tenere a freno l'idea che i promotori del progetto somiglino a una banda di "scappati di casa dal basso", che arrivano con mazze, pietre e fionde al momento d'intraprendere l'impresa più ambiziosa di sempre: "Noi in realtà una strategia di lungo periodo ce l'abbiamo - precisa xenodibi - ma il fermento ha un ruolo fondamentale, quindi appena c'è un'idea la si prende e la si lancia subito, poi la si misura sul campo e lì la si sistema, la si rifinisce ma intanto se ne spara un'altra, quindi è tutto molto energetico, se vogliamo".
Tra le prossime idee, per dire, c'è la preparazione di un momento di riflessione di natura economica, da svolgere a Roma in ottobre, con il professor Luigi Corvo, e contemporaneamente di pubblicare in forma cartacea un volume che illustra nel dettaglio la riforma della settimana lavorativa di 24 ore; a marzo del prossimo anno sarà il turno della riforma sanitaria. Nel frattempo, forse, si saprà quando si terranno le nuove elezioni politiche e, magari, sarà pronto anche il nuovo simbolo del Partito Capibara.

Bonus track: ad articolo scritto, è emerso che la nascita in Rete del Partito Capibara ha prodotto effetti, tra i quali la nascita del Partito Lontra, che potrebbe definirsi "contromemetico": poiché la piena automazione non esiste e in ogni caso non renderebbe il contesto in cui è impiegata ("la demagogia, l'illusione, la menzogna, la corruzione della società capitalistica non sono accidenti secondari della sua struttura, sono inerenti al disordine, allo scatenamento di brutali passioni, alla feroce concorrenza in cui e per cui la società capitalistica vive") e "Sì, comunque ci meritiamo tutto gratis, ma purtroppo ci sono i famosi 'rapporti di produzione' da rompere", la soluzione proposta è "viva il comunismo e la libertà". Con una Lontra comunista a pugni chiuso.
Se non vi basta, c'è anche un Partito Quokka, marsupiale (che saluta un po' come l'orsetto dei Verdi Verdi) che invece non è contro le posizioni del Partito Capibara: il gratuitismo sarebbe il primo stadio da raggiungere, ma con l'obiettivo più ambizioso di abbattere direttamente lo Stato, attraverso le parole d'ordine "Più tempo libero, libertà dal salario, nessuno sfruttamento". Di sicuro altri animali saranno pronti a dare il volto a nuovi partiti memetici: è solo questione di tempo...

giovedì 30 luglio 2026

Psdi, (prima) ordinanza del tribunale di Milano sull'uso di nome e simbolo

Chi segue le vicende della cosiddetta "Seconda Repubblica" sa fin troppo bene che nessuno dei simboli dei principali partiti che avevano animato l'Italia nel cinquantennio precedente si è salvato da dispute sulla titolarità, schermaglie sull'uso e contenziosi nelle aule giudiziarie, in vista delle elezioni ma non solo. Se in questo sito si è parlato moltissimo dello scudo crociato (se non altro per la quantità di episodi che si sono accumulati; il conteggio, peraltro, non sembra finito), si sa che la tendenza non ha risparmiato il garofano socialista, la fiamma tricolore, il tricolore di area liberale, l'edera repubblicana e, per certi versi, nemmeno falce e martello (sia pure, in quest'ultimo caso, soprattutto con riferimento all'uso elettorale). 
Non può dirsi immune da liti e contese, tuttavia, nemmeno il sole nascente, vale a dire il simbolo storico del Partito socialista democratico italiano: martedì un'ordinanza cautelare del tribunale di Milano si è pronunciata sull'ultima disputa (o, almeno, su un suo fronte) circa la titolarità e la legittimazione all'uso del nome e del fregio del partito fondato nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini, riconoscendo legittima la segreteria di Paolo Preti. La decisione è provvisoriamente esecutiva e, anche se quasi certamente sarà impugnata e il tribunale dovrà di nuovo pronunciarsi in sede di reclamo, merita di essere commentata.
Non si tratta certamente - va ricordato - della prima lite giudiziaria sviluppatasi intorno al sole nascente dal mare: le prime di cui si ha memoria, in effetti, sorsero nel 1995 tra Enrico Ferri (che del Psdi era stato segretario fino all'inizio di quell'anno, quando aveva scelto di schierarsi con il centrodestra) e Gianfranco Schietroma, eletto segretario proprio alla fine di gennaio del 1995 e vittorioso davanti al tribunale di Roma (anche allora in sede cautelare); quella stessa disputa si riaccese, sia pure per poco tempo, subito prima e subito dopo le elezioni europee del 1999. In questo sito si era già ricordato in passato, poi, il contenzioso sorto nel 2005, quando il nuovo segretario Psdi, Giorgio Carta, presentò un ricorso contro il Partito socialdemocratico (fondato da Luigi Preti e Vittorino Navarra nel 2001) e, sempre in sede cautelare, ottenne ragione presso il tribunale di Roma (mentre Preti riadottò, modificandolo lievemente, il simbolo utilizzato in precedenza dal 1996, Rinascita socialdemocratica; lo stesso gruppo avrebbe continuato a utilizzarlo, salvo che nella breve parentesi - tra il 2006 e il 2007 - del tentativo di dar vita al Partito dei socialdemocratici con il gruppo di Franco Nicolazzi). Alla fine del 2006 scoppiò una nuova querelle all'interno del partito, che vide arrivare alla segreteria Renato D'Andria: in sede cautelare la sua elezione venne sospesa con due pronunce nel 2007 (estensore della prima fu Francesco Manzo, lo stesso incontrato nella vicenda contenziosa della Dc), poi nel 2011 fu confermata dalla sentenza di primo grado (la prima decisione a cognizione piena sul caso) e Mimmo Magistro, che dal 2007 fino ad allora aveva guidato il partito, preferì dimettersi dalla segreteria invece che "intraprendere nuove e costose contrapposizioni giudiziarie". L'attività del Psdi guidato da D'Andria fu piuttosto ridotta negli anni a venire - tra le attività svolte rientrarono i depositi del simbolo alle politiche del 2013 e del 2018 - e si riprese a parlarne di più nel 2022, quando D'Andria rassegnò le dimissioni. 
In qualche modo la contesa attuale si ricollega a quel punto: prima delle elezioni politiche del 2022, infatti, si era data notizia dell'assemblea di maggio in cui, al posto di D'Andria fu eletto l'ex ministro Carlo Vizzini, poi passato alla presidenza, mentre segretario è divenuto Paolo Preti. Sempre prima delle politiche, però, si era appreso dell'esistenza di un'associazione denominata Proposta Socialista Democratica Innovativa - P.S.D.I., presieduta da Mario Calì: il suo sito era www.psdi.it e il simbolo era quasi uguale a quello del Psdi, fatta eccezione per l'inserimento dei puntini della sigla e per la sostituzione della parola "Socialdemocrazia" con "Socialismo democratico". Quella associazione inserì candidati all'interno delle liste di Impegno civico, ma già a partire dal 2023 Calì e gli altri associati si presentarono come rappresentanti del Psdi, rivendicando di essere legittimamente titolari e fruitori del nome e del simbolo storici del partito e diffondendo, tra l'altro, una lettera di gennaio del 2013 in cui l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ringraziava dell'invito a partecipare alla celebrazione dell'anniversario della scissione di Palazzo Barberini (tutto risalirebbe, a quanto pare di capire leggendo vecchie pagine web, ai mesi successivi alla ricordata sentenza del 2011 del tribunale di Roma: dopo le dimissioni di Magistro - che diede vita a I SocialDemocratici - Calì avrebbe assunto la reggenza per continuare il  percorso del Psdi). 
Il simbolo dell'associazione P.S.D.I. era stato presentato a sostegno della candidatura a sindaco di Vincenzo Drago a Catania nel 2023, ma la commissione elettorale circondariale - dopo un esposto di Dino Madaudo di SocialDemocrazia - aveva chiesto di sostituire il contrassegno). In seguito anche i puntini sono spariti dalla sigla Psdi, rendendo il simbolo nuovo ancora più simile a quello del passato (fatta eccezione per la dicitura "Socialismo democratico"); nel frattempo, Mario Calì nel sito è indicato come segretario del Psdi, mentre  Magistro sarebbe rientrato come presidente dell'Assemblea Nazionale.
Di fatto, dunque, in questi mesi hanno agito due Psdi; più correttamente, due gruppi di persone avrebbero agito in nome dello stesso soggetto, con due simboli lievemente diversi. Era sostanzialmente inevitabile che la situazione arrivasse a una collisione: da un lato, sul sito www.psdi.it si può leggere da mesi una "denuncia querela" di Mario Calì, che lamentava come la creazione del sito www.psdi-nazionale.it e l'indicazione di Paolo Preti come segretario in concreto producessero l'usurpazione di nome, simbolo e cariche associative, nonché altri reati. Il 25 marzo, per parte sua, il Psdi guidato da Preti ha depositato presso il tribunale civile di Milano - attraverso l'avvocata Sabrina Lardieri, che ha seguito la procedura insieme a Marika Forense, responsabile nazionale giustizia del Psdi-Preti - un ricorso a norma dell'art. 700 del codice di procedura civile contro Mario Calì, lamentando come questi, senza essere iscritto al partito (né ricoprendo cariche al suo interno), continuasse ad attuare "condotte gravemente lesive dell’identità del Psdi e dei suoi segni distintivi", utilizzando senza autorizzazione il nome, la sigla e il simbolo del partito, nonché spendendo la qualifica di segretario nazionale e rappresentante legale dello stesso (all'interno di siti, canali social e attività politica): ciò avrebbe gravemente pregiudicato il Psdi stesso, compromettendo l'identità politica e la riconoscibilità del partito, presso elettori e iscritti, anche attraverso la divulgazione dei media. Per questo, il Psdi-Preti aveva chiesto che fosse accertato l'uso illegittimo dei segni distintivi del Psdi e della qualifica di segretario o di legale rappresentante da parte di Calì, che si ordinasse la cessazione di ogni ulteriore comportamento simile e la rimozione degli usi tuttora in corso, prevedendo anche una astreinte, cioè una penale - regolata dall'art. 614-bis del codice di rito civile - per ogni nuova violazione o per il ritardo nell'esecuzione dell'ordine del giudice.
Chiaramente diversa era la posizione di Mario Calì (difeso da Salvatore Frisenda): questi - in base a quanto si può capire leggendo l'ordinanza di martedì, non essendo in possesso dell'atto di costituzione, come del resto del ricorso introduttivo - avrebbe sostenuto che il Psdi-Preti non avrebbe precisato "in quale occasione ovvero evento politico si fossero determinate le condotte lesive attribuite" a lui; soprattutto, però, per Calì il Psdi-Preti sarebbe "una associazione non riconosciuta di recente costituzione", diversamente dal partito fondato - come Psli - l'11 gennaio 1947 e di cui lo stesso Calì si qualifica come segretario nazionale. 
La giudice Stefania Novelli ha innanzitutto ricordato che anche nel campo dei partiti politici, rientranti tra le associazioni non riconosciute, è possibile utilizzare lo strumento del ricorso ex art. 700 c.p.c. (mezzo, peraltro, già incontrato più volte su queste pagine) per garantire i titolari di un diritto da pregiudizi imminenti e irreparabili, sia perché non esistono altri strumenti previsti dall'ordinamento per chiedere, "in campo associativo, la tutela del nome e, quindi, [la] protezione dell’identità del partito", sia perché come alle associazioni può aspettare una tutela risarcitoria in caso di violazioni. Dopo avere ricordato il filone giurisprudenziale, assai praticato già dagli anni '90, che applica anche ai partiti (come alle associazioni) il "diritto al nome" (previsto per le persone dall'art. 7 del codice civile), come pure quello all'immagine e all'identità personale, l'ordinanza ha innanzitutto valutato - sia pure non in modo approfondito, perché così funziona nel processo cautelare - la legittimazione di Paolo Preti come segretario del Psdi. La continuità rispetto al partito storico sarebbe data, oltre che dalla già citata sentenza del 2011 del tribunale di Roma, dal "verbale all’assemblea del 09.05.2022 dove, a seguito delle dimissioni di D’Andria, venne eletto, come Segretario Nazionale, Carlo Vizzini" e dal successivo "verbale del congresso nazionale del 24.05.2025, nel quale fu eletto, per acclamazione degli aventi diritto, Paolo Preti, come" segretario nazionale del Psdi. Mancherebbero invece prove circa la qualità di segretario del Psdi in capo a Calì: non sono state ritenute adeguate "la schermata dell'Agenzia delle Entrate denominata 'Dati Anagrafici del ricorrente'" o l'invito a Calì affinché partecipasse "alla Cerimonia celebrativa dell'80° anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente" (al più, si intende leggendo l'ordinanza, si intuisce che c'è chi ritiene Calì segretario, ma ciò non prova che lo sia).
Secondo la giudice, poi, è verosimile che Calì abbia tenuto una "condotta usurpativa", in particolare impiegando i segni distintivi del partito e spendendo il titolo di segretario del Psdi sui social network (anche attraverso la pubblicazione di filmati in cui spende quella carica); in più da altri documenti risulterebbero giudizi pesanti di Calì su Preti e sui dirigenti del partito nominati sotto la sua guida, "prima diffidati e successivamente denunciati". 
Se gli elementi precedenti per la giudice integrano il fumus boni iuris, quindi il sospetto che il ricorrente possa avere ragione, è stato ritenuto esistente anche il cosiddetto periculum in mora (cioè la considerazione per cui il pregiudizio subito diventerebbe irreparabile se non si intervenisse subito): si legge che "i danni prodotti dalla alterazione della dialettica democratica sono in buona parte non riparabili" e che "tale alterazione continuerebbe a prodursi nel tempo necessario alla definizione di un giudizio di merito, con conseguenze non prevedibili quanto alla adesione di nuovi adepti, alla identificazione degli autori di singoli momenti di azione politica di parte del pubblico, nonché al possibile sviamento nell'ambito delle future competizioni elettorali". Ciò accadrebbe perché il Psdi-Calì "si pone in competizione" con il Psdi-Preti, "rivolgendosi idealmente al medesimo pubblico o, meglio, al medesimo elettorato dell'odierno ricorrente", per cui usare un nome e un simbolo uguali (in effetti quasi uguali) per rivolgersi agli stessi elettori "può ritenersi di per sé sufficiente a creare confusione con le iniziative e l'attività svolte dal ricorrente, con evidenti ricadute sul piano dell'immagine". Ricorda utilmente la giudice che il vero scopo della tutela dei segni d'identificazione per evitare la confondibilità è diverso da quello della tutela dei marchi (che riguarda la "garanzia di interessi economici"), perché serve "a proteggere quel complesso di valori e finalità perseguite dal gruppo attraverso la propria partecipazione alla vita collettiva", azione costituzionalmente fondata (artt. 2, 21 e 49 Cost., ma si potrebbe aggiungere anche il 18).
Per tutte queste ragioni, secondo la giudice la richiesta di tutela doveva essere accolta inibendo a Calì l'uso dei segni distintivi del Psdi e la spendita della qualifica di segretario, nonché ordinando allo stesso di "rimuovere dai social media i messaggi da lui pubblicati, nei quali utilizzò il nome, il simbolo e ogni altro segno distintivo" del Psdi. La giudice non ha ritenuto invece che si potesse applicare l'astreinte, misura che riguarderebbe solo il "processo di esecuzione di provvedimenti di condanna", non le decisioni legate al procedimento cautelare; ciò non ha peraltro impedito di applicare la soccombenza per le spese, per cui Calì è stato condannato a rifondere al Psdi-Preti le spese per il procedimento cautelare di prime cure.
L'ordinanza, provvedimento per sua natura provvisorio, è comunque esecutiva, dunque il dispositivo dovrebbe essere già ottemperato dalla parte soccombente. Mentre si scrive, in realtà, il sito www.psdi.it e i post sui rispettivi canali social sono ancora intatti; è però molto probabile - considerando anche la comune dinamica in questi casi - che Calì interponga reclamo contro l'ordinanza cautelare emessa martedì (sottoponendo la questione, sempre in sede cautelare, a un collegio di tre giudici) e magari chieda anche la sospensione dell'efficacia dell'ordinanza emessa. Come è noto, in passato ci sono stati casi in cui l'ordinanza di reclamo ha confermato il verdetto di prime cure, altri in cui lo ha ribaltato (si pensi alla querelle interna al Nuovo Psi, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006) e altri ancora in cui è stata la sentenza di primo grado a decidere diversamente dalle ordinanze cautelari (com'è accaduto proprio nel 2011 con la sentenza del tribunale di Roma che aveva ristabilito di fatto D'Andria alla segreteria del Psdi).
L'ordinanza emessa martedì, dunque, non chiude affatto i contenziosi sulla titolarità di nome e simbolo, anche perché lo stesso Psdi-Preti in un comunicato ha sottolineato che si attendono i "riscontri dei due procedimenti penali instaurati presso le Procure di Nuoro e Milano, nonché gli esiti del ricorso pendente a Roma". Certamente l'avvicinarsi di un nuovo periodo elettorale nel 2027, connotato anche dalle elezioni politiche, carica il contenzioso di ancora maggiore importanza. Il sole nascente tornerà sulle schede, anche solo all'interno di altri contrassegni, senza ulteriori dispute?