I libri sul "fenomeno delle Leghe", poi sulla Lega Nord e sulla successiva Lega per Salvini premier di certo non mancano (come sono molti i libri su Umberto Bossi, che si uniscono a quelli che portano la sua firma): se ne sono occupati storici, politologi, sociologi, antropologi, linguisti, giuristi e - soprattutto - giornalisti, ciascuno con scopi differenti (approfondire, ricercare, denunciare); occorre poi considerare i libri scritti da coloro che nella Lega - anzi, in una delle Leghe - hanno militato e ricoperto cariche di rilievo (nel partito e/o nelle istituzioni), in qualche caso però allontanandosene, magari in modo fragoroso. Nel mese di febbraio alla biblioteca esistente si è aggiunto un altro volume, autopubblicato mediante Amazon, intitolato Visto da Nord. Storia della Lega: lo ha scritto Gianluca Noccetti (anzi, "Gianluca Leonello Noccetti", come si legge sulla copertina), classe 1973, che nella biografia si presenta come "consulente strategico e risk manager, con una lunga esperienza nei campi della governance, della sicurezza, dell'intelligence e della comunicazione istituzionale". Siede tuttora nel consiglio comunale di Barbaresco per una lista civica, con la quale si era candidato come sindaco nel 2021 (dopo essere stato membro del gruppo della Lega nella consiliatura precedente); la sua carriera da consigliere comunale, in realtà, è assai più lunga, essendo iniziata - salvo errore - nel 1995 nel comune di Lombriasco (To) ed essendo continuata, con qualche pausa, per oltre vent'anni fino a oggi.
Il volume di cui si parla ripercorre in breve e a suo modo la storia della Lega (anzi, delle Leghe) senza adottare formalmente nessuno degli sguardi citati sopra, ma ha alla base il punto di vista senz'altro peculiare dell'autore, che nel corso della sua esperienza ha conosciuto bene e da vicino la Lega (anzi, le Leghe) pur non potendosi identificare in pieno nella figura del militante storico, magari in camicia verde, o nell'immagine del turbomilitante salviniano contemporaneo, sovranista e ostile all'attuale Unione Europea. In ogni caso, Noccetti sa bene che è impossibile capire l'origine e l'evoluzione delle Leghe se non si fa i conti con la storia dell'autonomismo italiano, "un fiume sotterraneo che riemerge ciclicamente nella storia del Nostro Paese, ogni volta che il rapporto tra Stato centrale e territori diventa troppo teso per essere ignorato". Il libro, quindi, inizia con un "prologo", in cui si passa molto rapidamente dal pensiero ottocentesco di Carlo Cattaneo alla "Carta di Chivasso" del 1943 e alle "Repubbliche partigiane", fino alla tardiva e assai lenta attuazione delle autonomie locali; non si manca di sottolineare il peso della "questione linguistica" (quindi degli idiomi locali come elemento identitario delle popolazioni e dei loro territori, da valorizzare e difendere, come emerge anche nel secondo capitolo, "Un'Italia troppo stretta") nella nascita e nello sviluppo dei movimenti autonomisti - non solo al Nord ma soprattutto lì - nel corso della storia repubblicana italiana, fino al bisogno di "una voce unica" per esprimere le istanze di territori che avvertono come ormai "insostenibile" la "distanza da Roma", dallo Stato centrale.
Noccetti identifica le più vicine origini del leghismo nel malessere radicato tra la fine degli anni '60 e la prima metà del decennio successivo in "un Paese che si racconta come unitario, ma vive già come diviso", profondamente modificato prima dal "miracolo economico" e poi dalle crisi emerse in seguito. Il Nord, che in quel tempo "continua a lavorare, ma scopre di essere vulnerabile", secondo l'autore "ha pochissima voglia di sentirsi spiegare da Roma cosa deve fare": ciò perché "lavora molto, viaggia poco, paga tanto. E si accorge che lo Stato, quello che dovrebbe rappresentarlo e proteggerlo, è lontano". Emergono le peculiarità territoriali delle origini del leghismo: il Veneto, terra in cui "la trasformazione è quasi brutale", offriva l'idea che l'autonomia fosse innanzitutto una questione "profondamente fiscale", di risorse che dovevano restare sui territori, amministrate da questi ultimi; in Lombardia, similmente, a generare insoddisfazione è "la sensazione di essere, fiscalmente, il motore di un sistema che distribuisce altrove i benefici"; il Piemonte, che "non si riconosce più né nella Torino monarchica né in quella operaia", è indicato come "terra dell'autonomismo intellettuale e culturale". E se per la Lombardia si cita l'apporto dato al dibattito federalista e confederalista - ben prima del sorgere del leghismo - da Gianfranco Miglio e in Veneto si indica come soggetto rilevante Franco Rocchetta (anche se, per gli inizi, si dovrebbe citare anche Achille Tramarin), in Piemonte - terra dell'autore - le figure da cui non poter prescindere secondo Noccetti sono addirittura tre: la prima, ben nota a chi frequenta questo sito, è Roberto Gremmo, studioso i cui movimenti autonomisti sono qualificati come "piccoli, litigiosi, spesso in polemica con chiunque", ma col pregio di mettere "nero su bianco che il Piemonte non è solo una regione amministrativa, è una comunità storica, con una sua lingua, una sua tradizione giuridica, una sua dignità politica"; la seconda è Gipo Farassino - di cui ci si è occupati poche settimane fa - "non un teorico, ma un artista", che "quando decide di fare il salto in politica, lo fa portando con sé il suo pubblico, la sua ironia, la sua capacità di parlare direttamente alla gente", per dire che "il Piemonte viene prima di tutto".
E la terza figura? Risponde al nome di Renzo Rabellino: qui ciascun appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica dovrebbe fare un balzo sulla sedia, per il ruolo dimostrato "sul campo" nella produzione di liste, candidature e simboli da ricordare. L'occhio, dunque, si fa più attento nel vedere come Rabellino, ben noto all'autore del libro, sia tratteggiato da Noccetti:
A differenza di Gremmo, che vive di archivi e biblioteche, e di Farassino, che viene dai palcoscenici e dai microfoni, Rabellino è un politico puro. Ha l’istinto del territorio, la capacità di fiutare l’umore delle piazze, la concretezza di chi sa che uno slogan conta quanto un programma. Nei primi anni di militanza, si muove dentro e attorno a queste esperienze autonomiste, imparando molto su come si parla al malcontento del Nord. La sua vera esplosione arriverà solo negli anni Novanta, quando sarà eletto consigliere regionale sotto le insegne della Lega Nord. Ma le sue radici affondano tutte qui: in quel Piemonte che si sente progressivamente scavalcato da Milano e dimenticato da Roma.
Le parole probabilmente sono centrate, ma chi legge potrebbe facilmente rimanere un po' deluso: d'accordo, gl'inizi autonomisti, va bene l'esplosione all'interno della Lega Nord (per la quale nel 1990 fu eletto consigliere regionale), ma poi? Nemmeno una parola su tutte le esperienze successive, che Noccetti conosce bemissimo e da molto vicino? Nessun riferimento alle candidature andate a segno e a quelle non coronate dall'elezione ma spesso comunque produttive di effetti, ai simboli sperimentati e a quelli rodati e riproposti? La speranza che magari qualcosa possa comparire più tardi rimane, pur con molti dubbi.
Umberto Bossi fa la sua comparsa reale in Visto da Nord quando Noccetti indica come le varie esperienze sparse sui territori avessero bisogno di qualcuno, di un partito che le coagulasse e catalizzasse. Quel qualcuno si sarebbe materializzato anni dopo il primo incontro fortuito con l'autonomismo, grazie - secondo la versione ufficiale bossiana - a un volantino dell'Union Valdôtaine affisso in una bacheca dell'Università di Pavia nel 1979, al successivo contatto con la sua figura di riferimento di allora, Bruno Salvadori, e la sua idea di "Europa dei popoli". La fondazione dell'Unolpa, la nascita del foglio Lombardia Autonomista e poi, dopo le prime iniziative "fatte a piedi", la fondazione della Lega autonomista lombarda (il 12 aprile 1984 a Varese) sono solo le prime tappe di "uno dei fenomeni più sorprendenti e divisivi della storia repubblicana"; il tutto mentre, come recita il titolo del quarto capitolo, "il mondo cambia, Roma no" (inteso come governo centrale "lento, pesante, ideologizzato", a fronte delle trasformazioni europee e non solo). Proprio in quel contesto va collocata la proposta federativa (di varie anime autonomiste del Nord) di Bossi, senatore dal 1987, concretizzata per la prima volta nel 1989 con la lista Alleanza Nord alle elezioni europee, e corroborata dall'apporto di Gianfranco Miglio, interessato alla possibilità di vedere realizzato sul piano politico il federalismo.
La nascita della Lega Nord nel 1991 per Noccetti è "la prima vera insurrezione politica del Nord contro un modello statuale considerato inefficiente, ingiusto e lontano". Nel 1992, dopo le elezioni politiche e con l'inizio delle inchieste sulla corruzione (che, a dire il vero, non risparmiarono del tutto nemmeno la Lega, a dispetto della "patina di purezza" conquistata all'inizio di "Mani pulite"), Bossi tornò in Parlamento "come leader di un partito che ha ormai superato la dimensione della protesta locale", mentre iniziò il percorso di costruzione della classe dirigente attraverso la nascita della "macchina territoriale della Lega"; l'anno dopo l'adozione di un sistema elettorale a prevalenza maggioritaria basato sui collegi uninominali dovette sembrare perfetta per un partito che "vive in simbiosi con un territorio", così come la nascente Forza Italia ritenne che l'accordo con il Carroccio sarebbe stato essenziale per vincere al Nord (però la foto dell'incontro tra Bossi "in canottiera" e Silvio Berlusconi, citata da Noccetti, va riferita ai mesi successivi alle elezioni, non al tempo in cui si stipulò l'accordo per il Polo delle libertà).
Lo stesso autore riconosce che il primo governo Berlusconi nacque anche grazie a Bossi (che però, diversamente da quanto scritto, non divenne ministro): la rottura della "strana coppia" arrivò proprio perché Bossi temeva che il Nord, in quel disegno, potesse essere trasformato "in una semplice pedina di un progetto nazionale guidato da Roma - sia pure una diversa Roma", facendo andare il federalismo in secondo piano e costringendo la Lega Nord ad "accettare compromessi che mettono alla prova la coerenza del suo messaggio originario" (inclusi quelli in materia di giustizia). Da quel conflitto - e in un certo senso dal "patto delle sardine", dicitura peraltro interpretata in modo "originale" - sarebbe nata la scelta di correre in autonomia alle elezioni politiche del 1996 (con un risultato importante e determinante al Nord, ma insufficiente per pesare a livello nazionale) e di alzare il tiro in seguito, parlando di autodeterminazione e indipendenza della Padania, irrobustendo il rito dei raduni sul pratone di Pontida (con la nascita delle "camicie verdi"), fino a concepire, "a metà tra politica e scenografia", la dichiarazione d'indipendenza della Padania e "il simbolo forse più iconico dell'intera storia leghista: il Parlamento del Nord. [...] Tutto volutamente teatrale, tutto profondamente identitario. [...] Non ha valore giuridico, ma ha valore emotivo. Serve a dire che il Nord esiste, che ha un popolo, che questo popolo ha una voce". Nel frattempo, continuò e si ampliò l'esperienza leghista nell'amministrazione dei territori, riempiendo "i comuni e le province del Nord di nuovi amministratori. Uomini e donne che non intendono abbandonare la dimensione concreta del governo per tornare solo alla protesta": proprio le radici territoriali profonde, secondo Noccetti, in seguito avrebbero permesso alla Lega Nord "di sopravvivere alle sue stesse contraddizioni e di reinventarsi ancora, in forme nuove, in altri contesti, in altre stagioni politiche".
Con la fine degli anni '90 "la stagione secessionista" iniziò a declinare, scontrandosi "con la realtà politica e istituzionale": Noccetti nota che la parola d'ordine da "secessione" passò a "devoluzione" (e a "federalismo fiscale"): i "figli di quella stagione" rimasero attivi - inevitabilmente l'autore cita più volte Matteo Salvini - ma con parole d'ordine diverse, pur volte comunque a far contare di più il Nord in uno Stato riformato (senza più volerlo distruggere). L'alleanza con Berlusconi fu riannodata, pur se tra varie "condizioni", se non altro perché questi per vincere al Nord aveva bisogno della Lega ed essa avrebbe potuto ottenere come contropartita proprio il federalismo fiscale: nel 2001. Fu così che Bossi ottenne il ministero (senza portafoglio) per le riforme istituzionali e la devolution, mentre Berlusconi tentò con gli altri alleati di minimizzare i potenziali effetti conflittuali di quest'ultima. La presenza stabile al governo per l'intera legislatura (frutto, per Noccetti, di una "maturazione politica accelerata") e l'approvazione parlamentare a maggioranza assoluta della riforma costituzionale furono un traguardo importante per la Lega Nord, ma la bocciatura della stessa riforma al referendum ("con percentuali particolarmente alte al Sud, ma significative anche in molte regioni del Nord") fu "un colpo durissimo" per il partito - che all'interno del centrodestra aveva perso di un soffio le elezioni del 2006 e si era scoperta poco incisiva - e l'anticipo di una vittoria si mutò in una sconfitta; già prima, l'ictus che colpì Bossi tra il 10 e l'11 aprile 2004 fece vacillare e comunque vulnerò una leadership "fisica, totale, spesso eccessiva", per cui da allora "cambia il ritmo, cambia la presenza, cambia il modo di esercitare il comando" e si formò "una struttura di protezione e di mediazione", nata per "decidere, organizzare, proteggere, filtrare", ma che di fatto trasformò la Lega Nord - scopertasi vulnerabile, come il suo leader carismatico - in un partito "più verticale, più strutturato, più chiuso".
La doppia sconfitta del 2006 fece capire al partito che occorreva "tornare a fare ciò che la Lega sa fare meglio quando sente il pericolo: radicamento, collegi, amministrazioni, forza territoriale trasformata in potere contrattuale nazionale". L'opposizione in Parlamento, dunque, dal 2006 fece il paio con l'opera di riorganizzazione per mano di "sindaci, assessori, feste di partito, reti locali": tale opera avvenne in tempo utile per le elezioni molto anticipate del 2008, cui la Lega Nord partecipò da unica alleata del berlusconiano Popolo della libertà (mentre tutte le altre forze politiche minori dovettero confluire in quelle liste) e che videro la vittoria netta del centrodestra, con nuove parole d'ordine - sicurezza, contrasto all'immigrazione, identità, introdotte già dopo l'11 settembre 2001 - seguite da un Carroccio decisamente rinnovato. Il 2008 coincide, secondo Noccetti, con il "momento di massima maturità politica" della storia della Lega Nord, ma anche con l'inizio di una delle stagioni più difficili: il partito, assai più potente che in passato all'interno dell'ultimo governo Berlusconi, scontò presto il peso dello "scarto tra promessa e realtà", soprattutto in materia di attuazione del federalismo fiscale, e dovette fare i conti con "una distanza crescente tra il vertice e il territorio" dovuta alle condizioni di Bossi. La caduta dell'esecutivo riportò il partito all'opposizione e in quelle condizioni emerse lo scandalo dei "rimborsi elettorali", in grado di produrre una crisi identitaria e la "perdita dell'innocenza" all'emergere del coinvolgimento della famiglia di Umberto Bossi, a seguito del quale questi si dimise da segretario federale.
Se la Lega Nord delle elezioni del 2008 era diversa da quella del voto di due anni prima, quella del 2013 non era più "la Lega di Bossi": scelse di restare nel centrodestra (evitando l'azzardo di una corsa solitaria), ma oltre che come partito di protesta fu punita "come partito che è stato anche potere, e che non è riuscito a tradurre in risultati tangibili l'investitura ricevuta nel 2008". Noccetti riassume così l'esito elettorale del 2013: "il radicamento non è morto, è in crisi di rappresentanza e di linguaggio", una crisi affrontata dai banchi dell'opposizione al neonato governo di larghe intese di Enrico Letta, nel tentativo di "riconquistare voce" (mentre il nuovo segretario Roberto Maroni conquistò la guida della Lombardia, unendosi a Zaia presidente della giunta veneta dal 2010). La riconquista della voce partì alla fine dell'anno, con l'elezione alla segreteria federale di Matteo Salvini: lo fece scegliendo di "parlare un linguaggio che attraversi il Paese, non solo il Po", concentrandosi su sicurezza (da garantire) confini (da tutelare dall'immigrazione), Europa ed euro (da combattere), spostando "in secondo piano l'immaginario padano". Lo si capì con nettezza col lancio del progetto politico di Noi con Salvini, un "cambio di pelle" non immaginabile solo pochi anni prima: l'esito non fu felice, ma anticipò la svolta del partito nazionale, cioè la Lega per Salvini premier varata alla fine del 2017, anche per poter continuare ad agire senza subire le conseguenze delle sentenze sull'uso indebito dei rimborsi elettorali (che avrebbero affondato la Lega Nord). Per Noccetti quella fu "una metamorfosi fatta sotto pressione", che il partito affrontò "perché nel 2013 ha visto l’abisso" e scelse la strada di "tradire una parte di sé per salvarne un'altra": sulla "doppia Lega", l'autore del libro riconosce pragmaticamente che "un partito non è soltanto un simbolo. È anche un soggetto che firma contratti, ha conti correnti, sedi, dipendenti, obblighi. Se su quel soggetto grava un sequestro, la sua operatività può essere condizionata. [...] la Lega Nord resta la custode della storia e del marchio, ma la Lega per Salvini Premier diventa il contenitore moderno e nazionale con cui presentarsi agli italiani", il tutto nel tentativo di "sopravvivere, espandersi, riposizionarsi", tutto questo insieme.
Gli ultimi capitoli sono dedicati agli anni recenti, iniziati col sorpasso della Lega per Salvini premier su Forza Italia alle elezioni politiche del 2018, col partito nazionale divenuto "un fatto politico misurabile", e l'esperimento del "contratto di governo" tra Lega (la forza politica più votata della prima coalizione) e Movimento 5 Stelle (il partito più votato, che espresse il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte). Il tentativo di Salvini, nuovo ministro dell'interno, di "governare, ma senza perdere il linguaggio dell’opposizione" (facendo apparire il suo partito coerente) si tradusse nel 34,26% ottenuto dalla Lega alle elezioni europee del 2019: un apice che, però, secondo Noccetti "contiene già il germe dell'azzardo". Azzardo che prese la forma del discorso dei "pieni poteri" dell'8 agosto 2019 a Pescara: pochi giorni dopo, Conte si dimise senza che al Senato si votasse sulla mozione di sfiducia leghista, ma presto tornò a Palazzo Chigi a capo del "governo giallo-rosso", con la Lega per Salvini premier che finì all'opposizione, perché "essere forti nel Paese e essere decisivi nei numeri parlamentari" non è la stessa cosa e il consenso non si tramuta per forza in potere stabile. Il libro rimarca la distanza tra i toni forti del segretario e l'approccio pragmatico e istituzionale dei presidenti leghisti delle giunte regionali (Fontana e Zaia); ciò non ha impedito alla Lega di accettare di partecipare al governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, senza rinunciare alle critiche su temi ritenuti cruciali (scelta non appagante per il consenso). Le elezioni del 2022 hanno visto un'ulteriore versione della Lega, parte della coalizione vincitrice e del nuovo governo ma non in grado di dettare l'agenda: "si entra nella stanza dei bottoni - sintetizza Noccetti - ma il tavolo lo apparecchiano altri" (e dopo la scomparsa di Berlusconi nel 2023 lo stesso centrodestra appare "è più rigido, più ideologico, più verticale"). Salvini, vice di Meloni, al ministero dei trasporti deve "dimostrare di saper governare nel senso più concreto [...], con la fatica dei tempi lunghi e con il rischio [...] che la politica del fare non produca lo stesso clamore della politica del dire"; Giancarlo Giorgetti al ministero dell'economia e delle finanze è il lato più istituzionale, mentre Roberto Calderoli (successore di Bossi al ministero nel 2004) ripropone il tema dell'autonomia, stavolta a Costituzione invariata.
Secondo Noccetti, la pietra miliare più recente è rappresentata dall'ultimo congresso federale della Lega per Salvini premier (5-6 aprile 2025): esso, oltre a confermare Salvini - unico candidato alla segreteria - sarebbe stato pensato per "stabilizzare" e sancire che il partito deve imparare a essere territoriale e nazionale insieme, senza contraddirsi (facendo emergere la figura-ponte tra governo, Parlamento e territori del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, piemontese come l'autore del libro); nello stesso anno, si assiste alla fondamentale partita delle elezioni regionali venete, con la vittoria del giovanissimo Alberto Stefani e la consacrazione del consenso di Luca Zaia (sommerso di preferenze e assurto al ruolo di "garante della transizione") e alle prime mosse del disegno di autonomia differenziata, segno del "capitale politico profondo" ancora a disposizione della Lega nei territori. Curiosamente - ma probabilmente è tutto meno che un caso - nel libro non c'è alcuna citazione di Roberto Vannacci, della sua candidatura voluta da Salvini alle europee del 2024 inondata di preferenze e della sua ascesa a vicesegretario della Lega: la pubblicazione, come si è detto, risale a febbraio, quando era già stato reso noto il simbolo di Futuro nazionale, ma il fatto che non ci sia nemmeno una riga dedicata a quegli eventi fa apparire il transito leghista di Vannacci come l'esperienza di un corpo estraneo rispetto alla storia - o, se si vuole, alle storie - del partito.
Di fronte ai vari cambiamenti visti in oltre quarant'anni di leghismo, voluti, tentati o imposti dal "mondo che le ha bussato alla porta, più volte, in forme diverse", secondo Gianluca Noccetti "la Lega che sopravvive non è quella che urla più forte, è quella che riesce a contare quando non comanda". E se "governare l'Italia significa misurarsi anche con territori che non condividono la stessa storia fiscale, produttiva e istituzionale del Nord", appare inevitabile anche una trasformazione nell'immagine del Centro-Sud "visto da Nord": una visione in cui "alcune istanze storiche della Lega - autonomia, responsabilità amministrativa, differenziazione territoriale - trovano un terreno di ascolto inatteso. Non come rivendicazione identitaria, ma come richiesta di strumenti", per rendere efficiente la spesa e far funzionare a dovere i rapporti con il centro. "Se la Lega riesce a parlare al Mezzogiorno senza rinnegare le proprie radici - conclude Noccetti - dimostra di essere uscita definitivamente dalla fase del movimento. Se fallisce, resta prigioniera di una geografia politica che non esiste più". Per l'autore, in ogni caso, resta centrale il ruolo di Salvini, soprattutto per avere trasformato la Lega Nord in "una forza capace di parlare a pezzi d'Italia che prima la guardavano con diffidenza o ostilità" e che oggi appare impegnata a "tenere insieme identità e governo, comunicazione e amministrazione, piazza e istituzioni".
Scrive l'europarlamentare leghista (di Busto Arsizio, al suo secondo mandato) Isabella Tovaglieri nella sua prefazione al libro che la Lega - senza altre precisazioni - "con il suo linguaggio nuovo, la sua forza dirompente, l'origine regionalistica e il radicamento territoriale, ha stravolto le logiche e i riti della politica italiana, ma da essa è stata a sua volta condizionata e costretta, nel corso del suo lungo cammino, a modificare le alleanze, adeguare le forme di lotta, aggiustare gli obiettivi per difendere sempre al meglio dapprima gli interessi del Nord produttivo, e in seguito anche le istanze di quell'Italia - comprese le aree più avanzate del Mezzogiorno - che non si sentiva rappresentata da una classe dirigente chiusa nei palazzi e da un modello amministrativo considerato ingiusto, inefficiente, incurante delle specificità territoriali e lontano dai veri bisogni di lavoratori, famiglie e imprese". Non si entra ovviamente nel merito del giudizio espresso da Tovaglieri, che è assolutamente lecito non condividere (soprattutto nella sua ultima parte); è certamente vero, però, che la Lega, nelle sue varie declinazioni, ha cambiato profondamente l'Italia ed è mutata a sua volta e, probabilmente, dovrà cambiare ancora. "La Lega - scrive Noccetti in una delle ultime pagine - nasce guardando il Paese da Nord. Se vorrà continuare a essere protagonista, dovrà imparare a guardarlo tutto, senza dimenticare da dove viene. Perché solo chi conosce le proprie radici può permettersi di crescere ancora".
Va sicuramente apprezzato lo sforzo di Gianluca Noccetti di ripercorrere quarant'anni di politica leghista e italiana, alla ricerca dei fili - interni, nazionali e internazionali - che, più o meno manifesti, vi si possono individuare e come punto di partenza per riflessioni sugli snodi del passato e sulle prospettive. Alcune parti appaiono meno approfondite di quanto sarebbe opportuno (penso ad esempio al capitolo sul rapporto tra Lega e Quirinale, pur essendo di certo valida l'intuizione che la profonda trasformazione di quelle relazioni "racconta meglio di qualsiasi congresso l’evoluzione del partito"); allo stesso modo, chi esercita la ricerca e la curiosità soffre un po' per la mancanza di dettagli, di note a piè di pagina e di una bibliografia più approfondita e dettagliata. Chi però si accosta solo da poco alla storia della Lega può trovare un riassunto efficace e un'analisi piuttosto attenta, con letture non banali dei passaggi più delicati, senza nascondere le criticità di alcune scelte e posizioni.
Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, peraltro, non può non leggere con attenzione e curiosità una parte del testo conclusivo di Noccetti, soprattutto le parti sottolineate:
Scrivere Visto da Nord è stato, prima di tutto, un atto di onestà. Verso la politica, verso la Lega, verso me stesso. [...] Nasce per capire. E per raccontare una storia che ho vissuto da dentro, anche quando non ne facevo formalmente parte. Nel 2026 compio trentacinque anni di militanza leghista. Trentacinque anni sono una vita politica intera. E in questi anni non sono sempre stato "dentro" la Lega nel senso stretto dell’appartenenza organizzativa. Ma la Lega, questo sì, non è mai uscita dal mio cuore. È stata un riferimento, un orizzonte, a volte una casa, a volte una distanza dolorosa. Mai un capitolo chiuso. Perché la militanza vera non coincide sempre con una tessera. Coincide con un’appartenenza più profonda: culturale, emotiva, territoriale. Sono stato leghista quando essere leghisti non portava consenso, quando significava spiegare, giustificare, resistere. Sono stato leghista quando la Lega era un movimento ruvido, imperfetto, ma vivo. Quando sbagliava, quando esagerava, quando si chiudeva in se stessa. E sono rimasto leghista anche quando la Lega è cambiata, perché cambiare non significa tradire, se si resta fedeli a un'idea di fondo. Quell'idea è semplice, ed è la stessa che attraversa tutto questo libro: che i territori contano. Che le comunità non sono un dettaglio amministrativo. Che la politica non nasce nei palazzi, ma nelle vite concrete delle persone. Essere leghista, per me, non è mai stato un fatto identitario chiuso. È stato un atto di fiducia nei territori, nelle persone che tengono in piedi le comunità senza clamore. È stato credere che la politica potesse tornare a essere comprensibile, concreta, persino umana. Oggi, dopo trentacinque anni, avverto una distanza matura dalle rivendicazioni e dalle bandiere da sventolare. Resta, più profondo, il bisogno di affermare un legame che resiste al tempo, perché questa storia continua a appartenermi. [...] Perché la militanza autentica non si consuma con il tempo. Si trasforma. E quando è vera, resta. Visto da Nord, sempre. Con la Lega nel cuore, per sempre.Ora, è sufficiente scorrere i dati immagazzinati nell'Anagrafe degli Amministratori Locali e Regionali per rendersi conto che formalmente Noccetti nella sua sua esperienza di amministratore, è stato sicuramente eletto in liste autonomiste, ma mai sotto il simbolo della Lega Nord o della Lega per Salvini premier (pur essendo stato candidato nel 2021 al consiglio comunale di Torino effettivamente per la Lega per Salvini premier e - come si diceva sopra - avendo costituito il gruppo leghista a Barbaresco dopo il 2016). Non sfugge, anzi, che le prime due esperienze da consigliere, nei comuni torinesi di Lombriasco (1995-1999) e Rivalba (1999-2004), si sono svolte sotto le insegne della lista Piemonte nazione d'Europa. Non era una forza politica qualunque: si trattava dell'evoluzione del progetto politico-elettorale Lega per il Piemonte, varato alle elezioni del 1994 dal gruppo vicino a Renzo Rabellino, di cui evidentemente Noccetti ha fatto parte a lungo. Quel gruppo ha certamente "radici" leghiste, ma dal 1993 - anno della cesura traumatica con il partito guidato da Bossi e da Gipo Farassino in Piemonte - ha senza dubbio combattuto la Lega Nord (si pensi, guardando alle elezioni comunali di Torino, alle candidature di Claudio Pioli con la Lega per Torino nel 1993 e dello stesso Rabellino nel 1997, entrambi sfidanti del leghista Domenico Comino, candidato per la Lega Nord anche alle regionali del 1995 e avversato pure da Rabellino con Piemonte nazione d'Europa) o le coalizioni di cui il Carroccio faceva parte (si pensi, sempre guardando alle amministrative di Torino, alle candidature di Gianfranco Rosso nel 2001, di Denis Martucci - con la lista Franco Buttiglione - nel 2006, di Domenico Coppola nel 2013 e proprio di Noccetti nel 2016, nonché alla candidatura regionale di Rabellino nel 2010).
Come mai, allora, del percorso post-Carroccio di Rabellino e della stessa "vita precedente" di Noccetti nel libro non c'è traccia? Lo chiediamo direttamente a Noccetti: "Faccio una premessa: il mio libro, in un certo senso, nasce proprio dai discorsi che facevamo con Renzo Rabellino, quando spesso ci dicevamo 'Ah, un giorno dovremo scrivere di tutte queste cose...'. Ecco, io non ho raccontato quelle vicende, ma la storia di un partito che ritengo abbia sempre rappresentato anche per Renzo, nel bene o nel male, la stella polare. Quando abbiamo spesso presentato simboli che avrebbero potuto danneggiare la Lega Nord, l'abbiamo sempre fatto dal punto di vista dell'autonomismo: quando presentammo candidature con Piemonte nazione d'Europa, per esempio, discutemmo non poco sul riferimento all'Europa, ma usammo quel contrassegno con l'idea di sottolineare la valenza autonomista che secondo noi avrebbe dovuto avere un simbolo elettorale: per noi era la Lega, dalla quale eravamo fuori, a sbagliare. Un ragionamento simile ci ha accompagnato quando operammo con il Partito federalista di Gianfranco Miglio, così come quando vari anni dopo fondammo la Lega Padana".
Dunque perché nel libro non si parla della fase successiva di Rabellino e dello stesso Noccetti? "Perché sono personalmente convinto che Renzo anche dopo il 1993 sia rimasto leghista e che lo sia tuttora, la stessa cosa che dico di me, mentre penso che sia la Lega a essere cambiata. Non voglio comunque sembrarti ipocrita, quindi ti dico che oggi per me fare politica o portare avanti le ideologie autonomiste come facevamo noi dagli anni '90 in poi è assolutamente fuori dal tempo: non posso immaginare un partito come poteva essere il nostro Piemonte nazione d'Europa o, al limite, anche la Lega Nord di quegli anni che vada a professare quei temi. Penso che, all'interno della politica mondiale per come si sta svolgendo, oggi dire 'Piemonte nazione' sia qualcosa che non sta assolutamente in piedi. Quello che secondo me ha un grandissimo senso, come esplicito nell'ultima parte del libro, è una Lega fortemente dei territori, che di per sé non si va a collocare né a destra né sinistra, ma che, per rendere concretamente praticabili le sue istanze, svolge all'interno della coalizione del centrodestra una rivalutazione ed enfatizzazione delle grandi peculiarità territoriali italiane, tra cui ovviamente anche quelle piemontese: mi sento sempre un patriota piemontese, infatti vado all'Assietta, tengo alla nostra bandiera, il drapó. Per chiudere, Rabellino per quanto mi riguarda era ed è leghista; forse lui non si riconosce più in quell'area, almeno nell'ultimo periodo, ma questo è il mio pensiero".
Volendo comunque cercare di ricostruire le ultime puntate della saga rabellinesca, si può dire senza troppi dubbi che le ultime due sortite davvero rilevanti siano state condotte nel 2016, alle elezioni comunali di Torino proprio con la candidatura di Gianluca Noccetti (fu sostenuto da Lega padana, Forza Toro, Amici a 4 zampe, Movimento difesa automobilisti e Disoccupati precari esodati; l'esito però fu almeno in parte penalizzato dall'esclusione, da parte dei giudici amministrativi, della Lista del Grillo parlante, senza che venisse data al gruppo la possibilità di sostituire ex post il contrassegno) e a quelle di Roma, con il supporto della Lista del Grillo parlante e altre formazioni dell'orbita rabelliniana alla candidatura di Dario Di Francesco (con alcuni contrassegni in pieno "Rab-style" che dovettero essere sostituiti su invito della commissione elettorale). In quel momento Noccetti, fino ad allora in carica come consigliere a Frabosa Soprana (per la Lista dei Grilli parlanti, ovviamente, che proprio lì aveva candidato a sindaco quel Samuele Monti che nel 2013 si era messo in fila al Viminale...) e comunque rieletto consigliere a Barbaresco (sempre Lista dei Grilli parlanti, candidato sindaco Franco Grillo), aveva ancora i capelli lunghi, proprio come due anni prima, quando il sottoscritto lo aveva incontrato un tentativo sulle scale di Piazza del Viminale e nel ventre della balena - vabbè, nei corridoi giganteschi e austeri del piano terra del Ministero dell'interno - in quell'occasione delegato da Luigina Staunovo Polacco al deposito del contrassegno dei Pensionati e invalidi - Giovani insieme alla vigilia delle elezioni europee del 2014.
Proprio dopo quei due "botti" del 2016, tuttavia, è iniziato un lungo silenzio, un po' perché nelle città principali le cose non erano andate come previsto e sperato, un po' per altre ragioni "contingenti": "Dopo quelle elezioni del 2016, contrassegnate da una campagna molto violenta e provante, con strascichi piuttosto sgradevoli anche successivi al voto - ricorda e spiega Noccetti - ci fu un momento di 8 settembre, di "rompete le righe", di "liberi tutti"; Renzo si è ritirato in montagna, io invece in quella fase, potrei dire per ragioni di salute personale, ho deciso di cambiare la mia vita sotto diversi aspetti e punti di vista. L'ho fatto sul piano professionale, innanzitutto, poi sul piano personale, tra l'altro tagliandomi i capelli, che tenevo lunghi da quando di anni ne avevo quaranta; l'altro cambiamento importante, infine, è stato sul piano politico, approdando in Lega Nord nell'autunno del 2016, lì sono rimasto e ci sono tuttora. All'epoca, io ero consigliere nella circoscrizione 5 di Torino, ero stato eletto nel 2011 con la Lega padana: in quegli anni avevo fatto amicizia con quello che poi è diventato
segretario cittadino di Torino, Fabio Tassone, gli parlai del mio interesse a entrare nel partito e lui mi disse, 'Ma sì, vieni a parlare con Alessandro Benvenuto', che era segretario provinciale della Lega Nord e poi sarebbe diventato commissario provinciale della Lega per Salvini premier. Lì è iniziato il mio nuovo percorso, che mi ha fatto acquisire la tessera appunto alla fine del 2016, l'anno dopo sono diventato militante e lo sono tuttora, arrivando a far parte del direttivo cittadino".
Ma quello del 2016 è stato un approdo o un ritorno? "La prima tessera della Lega Nord - continua Noccetti - l'ho avuta nel 1991 e me l'ha data proprio Rabellino: sono stato tesserato nel 1991 e nel 1992, e poi tutti noi ce ne siamo andati l'anno dopo quando abbiamo presentato la lista Lega per Torino, con Renzo capolista, nella primavera del 1993: da lì è iniziato il nostro percorso comune che è proseguito fino al 2016, quando è successo quello che ti ho raccontato. Renzo in quell'occasione mi aveva detto che non dovevo tornare nella Lega, che lui non condivideva questo tipo d'impostazione, ma io gli ho detto che era quello che volevo e l'ho fatto".
Per la verità, nel 2021 ci fu un'operazione interessante, non sfuggita a questo sito e a chi lo frequenta. In occasione delle elezioni amministrative di Torino - le più recenti - nella lista della Lega per Salvini premier - Piemonte per il consiglio comunale di Torino erano candidati, tra gli altri virgola proprio Noccetti e Roberto Cermignani (allora consigliere circoscrizionale leghista uscente, con un passato nell'Italia dei valori e in Centro democratico, ma soprattutto mancato candidato presidente alle regionali piemontesi del 2014, dopo aver presentato al Viminale, prima delle europee, il simbolo Chiamiamolo per il Piemonte); in più, nelle liste leghiste presentate nelle circoscrizioni era possibile trovare anche alcuni candidati storicamente legati a Renzo Rabellino (Marco Di Silvestro, Giuseppe Franchi, Massimo Calleri - sì, proprio il sindaco eletto a Sambuco nel 2004...) e addirittura Luciana Pronzato e Marco Rabellino, moglie e figlio del demiurgo di No euro, Lega padana e Lista del Grillo parlante. "In effetti - ricorda Noccetti - si è trattato di un'operazione nata su richiesta di Alessandro Benvenuto, che avrebbe voluto riportare ufficialmente il 'gruppo Rabellino' all'interno dell'alveo leghista. Lui in effetti non si è voluto candidare, ma ha lasciato che gli altri lo facessero. Possiamo dire che quelle candidature sono state un punto di passaggio importante anche per me: fino ad allora avevo militato nella Lega, ma con il freno a mano tirato; dopo le amministrative del 2021 sono stato inserito nel direttivo cittadino, carica in cui sono stato confermato poche settimane fa".
Anche alla luce di tutto questo percorso, viene spontaneo domandarsi se quei vent'anni - dal 1995, con la prima candidatura con elezione in consiglio comunale a Lombriasco, fino al 2016, con la citata campagna elettorale a Torino, passando per tante altre esperienze, incluse quelle localissime (come le liste "Vive" del 2015) e le sortite fuori regione della Lega Centro per Storace nel 2013 in Lazio e della Lista del Grillo parlante nel 2016 a Roma, con l'autore di Visto da Nord presente in entrambi i casi - vissuti, secondo Noccetti, da leghisti fuori dalla Lega Nord, siano stati la scelta giusta o almeno la migliore possibile, attingendo al proverbiale "senno di poi". "Ripensandoci - risponde Noccetti - credo che abbiamo sbagliato tutto, uno dei motivi per cui, dopo il terremoto del 2016, tra smettere di fare politica, continuare a farla come prima e farla in un altro modo ho scelto la terza opzione. Più in generale e a monte, penso che l'errore sia stato la nostra uscita dalla Lega Nord dopo il 1992, anche se probabilmente allora quella scelta era stata ritenuta inevitabile da quel gruppo, anche a causa di scontri pesantissimi che c'erano stati tra Renzo e Umberto Bossi. Se fossimo rimasti all'interno, probabilmente la Lega Nord sarebbe rimasta più autonomista, meno secessionista e, alla lunga, anche meno sovranista".
Il bilancio del ventennio da leghista fuori dal Carroccio di Noccetti, tuttavia, non sarebbe completo senza una domanda cruciale: sarà stato un errore, visto a posteriori, ma in questo periodo quando ti sei divertito? "Ah, guarda - risponde sorridendo - mi sono divertito tantissimo e ho accumulato tantissima esperienza. Ti racconto un episodio: nel 2006 partecipammo alle elezioni politiche a livello nazionale all'interno della coalizione di centrodestra con la lista No Euro, che avevamo già presentato alle europee di due anni prima; Renzo, però, detestava Silvio Berlusconi e agli incontri con lui non voleva partecipare, quindi alle riunioni a Palazzo Grazioli aveva mandato me. Bene, probabilmente ricorderai che il simbolo in quell'occasione fu lievemente modificato e diventò 'No Euro iniquo', perché dall'entourage di Berlusconi era arrivato l'invito a smorzare in quel modo un po' la potenza del messaggio portato dal nome. Facemmo, non troppo convinti, quello che ci era stato richiesto, il contrassegno fu presentato al Viminale, poi ci fu l'ultima riunione per definire vari dettagli. Partecipai di nuovo io e Berlusconi, non appena mi vide, mi affrontò: 'Ma che diavolo avete scritto sotto 'No Euro'? Così fa schifo!', anche se in realtà aveva usato parole più dirette; dovetti spiegargli, un po' stupito e un po' divertito, che pensavamo fosse stato proprio lui a volere quella modifica... Quindi, per risponderti, mi sono divertito tantissimo e ho accumulato un'esperienza incredibile, ma questo non mi impedisce di riconoscere che lasciare la Lega Nord in quel momento fu un errore".
Sarà per questo, forse, che dopo il rientro in Lega (prima Nord, poi per Salvini premier) Noccetti si è impegnato, oltre che direttamente nel partito, pure nella promozione di iniziative politico-elettorali territoriali, anch'esse finite all'attenzione di questo sito nel censimento annuale - curato in primis da Massimo Bosso - delle elezioni nei comuni "sotto i mille": le liste Piemont del 2021, Impegno per Frabosa nel 2022 e Civici per il tuo Territorio nel 2026). "L'idea, già chiara ma da perfezionare, è di creare un contenitore elettorale che sia organico alla Lega, ma che valorizzi di più le peculiarità territoriali. Per me si tratta di un ritorno alle origini, ma appunto federato all'interno della Lega che così può tenere insieme meglio azione-visione nazionale e presenza locale e microlocale. Penso che l'abbinamento delle parole 'Civici', 'tuo' e 'Territorio' comunichi una forte aderenza territoriale, da valorizzare soprattutto grazie a chi si affaccia alla politica nei piccoli centri, ma credo anche che sia pienamente compatibile con un raggio d'azione nazionale che la Lega ora ha". La storia della Lega, vista da Nord (insieme a quella del Paese), deve avere portato anche qui.











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