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domenica 19 gennaio 2020

Craxi, pagine (simboliche e non) da sfogliare vent'anni dopo

Gli anniversari, specie se tondi, sono un'ottima scusa (o un'occasione, a seconda dei punti di vista) per una marea di scopi. Ricordare sembra il minimo sindacale, approfondire è qualcosa di più; di solito però si preferisce celebrare, condannare, riabilitare, sentenziare, oltre a un campionario di altri verbi, ricchi di partecipazione a favore o contro una causa.
Non stupisce dunque che anche il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi sia caratterizzato proprio da questa varietà di azioni e reazioni. Così come non stupisce che queste reazioni prendano spesso forma scritta e, non di rado, cartacea. Sono molti infatti i libri a tema Craxi che in queste settimane sono stati pubblicati o sono tornati in libreria, nella speranza che il desiderio di approfondire trovi un numero decente di persone disposte ad assecondarlo: anche se il dibattito maggiore in queste settimane è legato al film Hammamet di Gianni Amelio – film che non sarà commentato qui, anche perché chi scrive non l’ha (ancora) visto – è giusto dare in questo spazio maggiore attenzione agli spunti che provengono dai libri. 
L'opera compiuta più monumentale sulla figura dell’ex segretario socialista è Craxi. Una vita, un'era politica, oltre 700 pagine di Massimo Pini nel 2006, appena ripubblicate da Mondadori tra gli Oscar. Scomparso nel 2012, vicinissimo a Bettino Craxi (da maggio 1968 fino alla fine), Pini scelse di raccontare la storia di Craxi con i propri occhi e a partire dagli appunti presi in quegli anni (e il leader socialista lo sapeva: "Bettino - scrisse l'autore nel suo diario nell'ottobre 1982, prima che Craxi arrivasse a palazzo Chigi - ha ripetuto che io solo sono autorizzato a scrivere la sua biografia vera"), oltre che da documenti e testimonianze. 
Si parte dall'epilogo, con la morte in Tunisia dell'ex guida del Psi, le reazioni alla sua fine in esilio (secondo l'autore e i sostenitori di Craxi; in "latitanza" o contumacia, per i suoi critici) e alcune iniziative in sua memoria. Seguono l'infanzia (tra collegi, guerra e la Resistenza vissuta in casa), la scoperta dell'anticomunismo (nel 1948, dopo la mancata elezione alla Camera del padre Vittorio nelle liste del Fronte democratico popolare, "egemonizzate dal Pci")del socialismo (prima tessera nel 1951), la militanza nella goliardia (nel Nucleo universitario socialista, con la comparsa di Silvano Larini e la nascita del "rapporto problematico" con Marco Pannella), l'ingresso nel comitato centrale del Psi (1957) e l'approdo in consiglio comunale e in giunta a Milano (1960), dopo un periodo a Sesto San Giovanni come funzionario nella roccaforte operaia. 
Il libro ripercorre poi gli anni seguenti (con l'arrivo di Carlo Tognoli, Paolo Pillitteri, Claudio Martelli e Rino Formica), ricco di virgolettati e attento a collocare nel quadro nazionale e internazionale le vicende che hanno riguardato Craxi. Anni difficili, i Sessanta, per il Psi, che nel 1966 si unì ai socialdemocratici in quella che si rivelò una "opera di oligarchie" (definizione di Pini) e si esaurì dopo l'insuccesso elettorale del 1968: dopo quel voto, però, Bettino Craxi, segretario autonomista del Psi milanese, fu eletto per la prima volta alla Camera (prima dell'invasione sovietica di Praga), mentre in Italia la tensione cresceva, appesantendo gli anni Settanta. L'arrivo alla segreteria, dopo il comitato centrale svoltosi all'hotel Midas alla metà di luglio del 1976 (seguito alle dimissioni di Francesco De Martino) proiettò Craxi verso la notorietà nazionale. Per Pini - che ne tratteggiò anche la vita privata e le abitudini - guidò il partito da "oratore appassionato che sapeva trascinare l’uditorio con una voce profonda", ma che sapeva ascoltare (pure conversazioni a mezza voce); apparve "sospettoso e affatto fiducioso negli uomini", ma preparato per quel ruolo, da uomo caparbio e combattivo (oltre che "generoso e leale con gli amici, di memoria lunga contro i nemici. Corazzato di diffidenza, un po' umorale. Brusco di modi, e talvolta prepotente e tentato dalla vendetta", come scrisse Giampaolo Pansa).
Molta attenzione dedicò Pini alla lunga segreteria di Bettino Craxi, segnata dal problema dei pesanti debiti ereditati. Per il leader occorreva "non mettere mai il partito in condizione di dover mutare atteggiamento, o di non dover prendere la posizione che ritiene di dover prendere, per un condizionamento di ordine finanziario": per agire servivano soldi, bisognava chiederli, ma senza che ciò influisse sulle scelte del Psi. Tappe della segreteria furono i congressi, a partire da quello del 1978 (a Torino, in pieno sequestro Moro, col partito contrario alla "linea della fermezza"), in cui apparve il primo garofano, enorme rispetto a falce, martello, libro e sole: non era ancora il simbolo ufficiale, ma "Francesco De Martino protestò vivacemente [...] e Tristano Codignola ebbe uno scontro violento con Craxi". A Palermo (1981, prima dello scandalo P2) Craxi ottenne una modifica allo statuto del partito, per far eleggere il segretario direttamente dai delegati al congresso e non dalla direzione; a Verona (1984, assise seguente alla revisione del Concordato e al taglio della "scala mobile", ottenuti da presidente del Consiglio) fu acclamato senza concorrenti, cosa che gli costò l'accusa di cesarismo. Nel 1987, sotto il "tempio greco" di Rimini (dopo i "decreti Berlusconi", la crisi di Sigonella con fibrillazione di governo, gli sforzi per risollevare l'economia e le dimissioni da palazzo Chigi), ci fu un'evoluzione simbolica: "la grande novità era il garofano ridisegnato da Filippo Panseca con un tratto più slanciato di quello che al congresso di Torino, nel 1978, era stato elaborato da Ettore Vitale. Dal simbolo del Psi erano scomparse la falce e il martello". Il monumentale congresso del 1989 (a Milano), indigesto per De Mita, fece risuonare davanti alla piramide di Panseca il progetto di "unità socialista" riproposto nel 1991 (a Bari), dopo la vittoria dei "sì" al referendum sulla preferenza unica, a dispetto dei piani di Craxi, e col sistema in disfacimento. 
Ciò che venne dopo - inchieste, governo Amato, arresti, dichiarazioni in Parlamento sul finanziamento ai partiti, verbali pubblicati sui giornali, bombe d'estate, suicidi, Psi allo sbando, svalutazione della lira, avvisi di garanzia a Craxi, le dimissioni dalla segreteria, l'autorizzazione a procedere prima negata poi concessa, le monetine del Raphael, gli interrogatori e le deposizioni in aula, fino all'espatrio in Tunisia dopo la fine del mandato parlamentare - è cosa nota e puntualmente narrata da Pini (pur se con qualche incongruenza temporale). Della vita dell'ormai ex segretario socialista a Hammamet si occupa L'ultimo Craxi, di Andrea Spiri (già curatore di vari volumi legati all'attività politica dello stesso Craxi), appena pubblicato da Baldini + Castoldi. In poco più di cento pagine sono raccolti vari "diari da Hammamet", come recita il sottotitolo del volume: questi appunti, non proprio ordinati, raccontano alcuni aspetti di colui che, per l'autore, rappresenta "il personaggio più controverso della vicenda repubblicana, l'unico che suscita entusiasmi e risentimenti di portata così emozionale da travalicare il piano della politica" e che, nei vent'anni successivi alla sua morte, è stato oggetto di una sorta di "guerra civile" tra condannatori senz'appello e indulgenti riabilitatori. Di certo si è di fronte a un personaggio composito e complesso, come tale irriducibile "al suo traumatico sbocco conclusivo" (così lo chiama Spiri), sebbene sia forse quello più discusso, legato alle immagini più forti e maggiormente divisive e, sempre secondo l'autore e curatore del volume, rappresenti "l'emblema di un passato che continua a inseguire e a interrogare il nostro presente, di una transizione morale e politica incompiuta, di cui ancora oggi fatichiamo a individuare il punto di approdo". 
Se non è detto che vent'anni bastino a storicizzare ciò che per alcuni può essere ancora fatto di cronaca (e, come tale, foriero di reazioni più emozionali che oggettive), probabilmente un ventennio è - forse dev'essere? - sufficiente a far sorgere l'esigenza di completezza, di considerare ogni aspetto almeno della vicenda umana. Un atteggiamento che fa a cazzotti tanto con condanne indefettibili, quando con assoluzioni benevole, casomai motivate dalla consapevolezza di eccessi consumati da alcuni (ai quali magari si è perfino concorso in qualche modo). In questo modo acquista valore anche la quotidianità dell'uomo Benedetto Craxi, noto Bettino, da non derubricare come routine di un "latitante" o da non celebrare come mirabilia di un perseguitato: registrarla e offrirla ai lettori è come prendere atto che "anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare", per riprendere un verso tratto da Il cuoco di Salò di Francesco De Gregori (e nel 2006, cinque anni dopo questo brano e quattordici dopo l'anticraxiana Ballata dell'Uomo Ragno, in qualche modo proprio De Gregori riabilitò Craxi ritenendolo superiore a tanti politici contemporanei, ma questa è un'altra storia). 
All'inizio il libro ripercorre le vicende dell'ultimo anno e mezzo di Bettino Craxi in Italia (dal primo avviso di garanzia fino all'espatrio), in un clima di insulti, "brutture e convenienza dei rapporti" e "segnali di sfaldamento umano, alcune crepe nell'ambito della famiglia politica socialista", con il pensiero di "esplorare nuove strade", prima nella Francia di Mitterrand (ma il suicidio dell'ex primo ministro Pierre Bérégovoy "per delle accuse mai provate di corruzione" suggerì altre soluzioni), poi "verso la sponda sud del Mare Nostrum". "Le perizie effettuate in seguito sul passaporto certificano che Bettino si mette a fare la spola fra Roma e Tunisi, quattro volte in sei settimane", non si sa - ipotizza Spiri - se per "chiedere udienza a Silvio Berlusconi, [...] per cercare conforto" tra i socialisti eletti in Forza Italia o per saggiare la reazione di ex nemici che avrebbero potuto cessare le ostilità (la Lega Nord o Alleanza nazionale): Il tutto fino al 5 maggio, giorno del volo definitivo. "Napoleone vi morì, confinato sull'isola di Sant'Elena - scrive Spiri pensando alla data - mentre Craxi ricomincia a vivere. O forse no, anche lui, quel giorno, iniziò a morire un po'". 
Ripercorrendo l'azione politica di Craxi, l'autore richiama il compito che il leader si era assunto ("emancipare il socialismo italiano dalla condizione di parente povero di una sinistra maggioritaria che subisce [...] il fascino di Mosca, e definire il confronto con il partito cattolico muovendo da presupposti [...] della 'pari dignità'"), riconoscendogli il successo personale, anche se non riuscì a trasferirlo tutto sul partito. Ma se per molti Craxi fu "l'uomo che [...] tiene fede all'impegno di 'governare il cambiamento' e poi, nell'ultimo scorcio degli anni Ottanta [...] manca di esibire la giusta risolutezza grazie alla quale avrebbe potuto riempire di inchiostro la prima pagina di un paragrafo nuovo di storia politica nazionale", per Spiri il "dramma craxiano" si inserisce in una più generale "crisi del politico" che colpisce tutti, anche chi aveva "ostentato sicurezza e invocato fiducia", rispondendo ai "primi sintomi dell'antipolitica con una iniezione aggiuntiva di politica, rivendicandone l'autonomia e, soprattutto, il primato nella capacità di governare i fenomeni storici", pure quando il popolo riteneva che le inchieste dessero loro ragione nel sospettare dei politici. Una situazione in cui Craxi e Andreotti, accomunati nel destino da "girone dei dannatidopo avere scalato la hit parade del male", appaiono "uomini soli, disconosciuti da gran parte di coloro che li hanno vezzeggiati nel tempo". Craxi nel luglio 1993 scrisse ad Andreotti: "abbiamo il dovere di reagire in tutti i modi possibili. L'uso violento del potere giudiziario ha aperto la strada a un golpismo strisciante e variamente vestito, di fronte al quale c'è solo la paralisi, lo sbandamento e la viltà di tante forze democratiche". Andreotti, a differenza di Craxi, restò in Italia, si fece processare e - tra le polemiche - fu assolto, ma non dimenticò di invocare per Craxi la possibilità di farsi curare in Italia da uomo libero: "La vecchia volpe non finita in pellicceria - scrisse - prega il Signore perché aiuti l'antico cacciatore". 
Segue poi il racconto di "giornate che rischiano di trascinarsi stancamente, una uguale all'altra, lontane dalla frenesia e dai rumori del passato", tra litografie, conversazioni al telefono con il cognato Pillitteri, colloqui con avvocati, giornalisti, vecchi compagni o leader stranieri e la continua "battaglia di verità", attraverso appunti, pagine o scritti mandati a tribune non sempre interessate. "Non posso usare la spada, ma posso usare la penna. [...] Ora e ogni giorno, rifletto su ciò che devo e dovrò fare nel prossimo futuro, perché desidero rimanere in vita e non farmi né piegare né stroncare da questa aggressione e da questa ingiustizia". La penna scrive spesso dell'Italia, dei suoi cambiamenti e delle sue dinamiche viste da Hammamet. Non ci sono riferimenti al simbolo del Psi nel libro di Spiri, al di là della significativa identificazione del partito col "Garofano" (con la maiuscola), della scelta di Craxi di impegnarsi nell'opera "di aggiornamento del corredo identitario, per svecchiare riti e riferimenti - anche simbolici - di quell'universo che ancora non ha reciso i legami organici con l'interpretazione leninista del marxismo, passando per il recupero della tradizione riformista innervata di liberalismo", del giudizio duro sui tentativi di rimettere in piedi partiti socialisti poco consistenti ("Spezzoni e soprattutto leader della vecchia nomenclatura rincorrono, urtandosi tra loro, quello che non c'è") e dei garofani del giorno del funerale. Casomai, citando Giovanni Orsina, è lo stesso Craxi che della classe politica finita sul banco degli imputati "fu fin dall'inizio quintessenza e simbolo", con tutte le conseguenze note (che hanno fatto parlare di "capro espiatorio") e con la scelta di chi non ha voluto abbandonare la logica partitica e dalla politica attendeva una reazione: "Difendevo la politica - si legge in una pagina del 1997 -  ne difendevo l'autonomia, il valore, il potere. Una società politica, ridotta a un paravento di facciata, riduce in polvere la democrazia".
L'anniversario tondo della morte di Craxi può essere anche l'occasione per affidarsi alle memorie e alle ricostruzioni di chi ha osservato le vicende dall'interno dell'istituzione parlamentare e ne ha conosciuto molto bene il funzionamento e le dinamiche umane dei suoi componenti (miserie comprese). Per questo è utile leggere Ad Hammamet. Ascesa e caduta di Bettino Craxi, volume scritto da Mario Pacelli, già funzionario di lungo corso della Camera dei Deputati (proprio l'istituzione in cui l'ex segretario socialista sedette dal 1968 al 1994) e pubblicato da Graphofeel. 
Il libro inizia con la consapevolezza che l'inchiesta milanese sulle tangenti era stata solo l'ultimo atto di "una valanga - dai moti studenteschi al terrorismo, dalla P2 ai movimenti referendari - che distrusse il sistema politico (fortunatamente non anche quello istituzionale) della Repubblica italiana, nata dalla Costituzione del 1948 e rimasto fino a quel momento sostanzialmente inalterato". Riconosce Pacelli - di cui è nota la passione per la ricerca e la documentazione - che la corruzione in Italia ha radici antiche ("il primo episodio [...] risale addirittura al 1867, quando alla Camera dei deputati, che allora aveva sede a Firenze, fu denunciato lo scandalo delle Regia dei Tabacchi, che vide coinvolti molti uomini politici molto noti come Bettino Ricasoli"), ma alla fine del Novecento era divenuto un fenomeno endemico e trasversale, di cui fu protagonista "un sistema politico-istituzionale ormai deceduto, mantenuto artificialmente in vita perché nessuno era in grado di proporre (e tantomeno di fare valere) soluzioni alternative". Unica differenza per Pacelli tra Craxi e altri soggetti, tra cui i molti che tacquero davanti alle sue chiamate in correità nell'aula di Montecitorio? Lui "forse per troppa sicurezza in se stesso, non si era dotato [...] di un parafulmine adeguato". Di fronte alla magistratura, divenuta in fretta "espressione di una Italia profondamente delusa dalle forze politiche che, ormai da decenni, governavano un Paese ingabbiato dai partiti, dalla burocrazia, dai potentati economici e che voleva cambiare anche senza sapere esattamente come e con chi" (e come tale "legittimata", pur nei suoi errori, a provocare "una scossa sismica del sistema"), Craxi secondo l'autore pensò forse di arginare da solo il fenomeno, ma di certo si ritrovò da solo. 
Pacelli si è proposto di ricostruire in modo più completo - e meno legato tanto alle emozioni, quanto ai soli sguardi giornalistici - gli ultimi anni della vicenda craxiana, che si aprono per convenzione con l'arrivo di Craxi in Africa il 16 maggio 1994 ("ad attenderlo all'aeroporto di Tunisi c'era il vecchio fuoristrada Toyota, che insieme ad una Mercedes, pure lei con qualche anno d'età, costituiva il parco macchine della residenza tunisina dell'ex Presidente"), poche ore prima che il divieto d'espatrio gli fosse notificato. L'autore approfondisce innanzitutto la "pista francese", cioè del mancato asilo politico in Francia, paese in cui è probabile che l'ex leader socialista si sia recato più volte ("Parigi era una città che piaceva molto a Craxi, meta anche di brevi vacanze con gli amici più stretti: aveva trovato un piccolo albergo di lusso a Saint Germain de Pres, molto simile al romano Raphael e vi soggiornava volentieri. A Parigi aveva anche un ufficio per i contatti più riservati con uomini politici francesi"), la successiva scelta tunisina, per i rapporti con Ben Ali e per le clausole del trattato di estradizione Italia-Tunisia (che non prevedevano la consegna della persona per infrazioni politiche) e le ipotesi sui possibili movimenti di Craxi prima dell'arrivo a Tunisi (non disgiunti, secondo Pacelli, da quelli di Maurizio Raggio e dai conti esteri da lui maneggiati per gestire fondi riferibili al Psi). 
Attenzione è dedicata anche al fenomeno "Tangentopoli" ("a distanza di più di vent'anni, si è forse smarrito il ricordo delle sue proporzioni"), alle sue dinamiche e manifestazioni, nonché a un'analisi dei protagonisti di "Mani Pulite" (sottolineando "l'asprezza della dialettica tra i componenti del pool (o almeno tra alcuni di essi) e la tendenza serpeggiante tra i magistrati che lo costituivano ad attribuire anche un senso politico al loro lavoro"); l'autore parla poi delle ragioni alla base della scelta di difendersi "nel" processo o "dal" processo ("Craxi non colse in pieno la realtà in movimento del quadro politico interno ed internazionale [...]. La vicenda giudiziaria intervenne in un momento difficile della sua esistenza, causa forse non ultima dell’affievolirsi di quella energia che aveva dimostrato in mille occasioni di avere e che gli consentiva una lucida rappresentazione della realtà e della strada migliore, se necessario, per modificarla" e non va escluso "che avesse ricevuto autorevole assicurazione, che se si fosse allontanato dall'Italia, qualche mese dopo sarebbero stati ritirati i mandati d’arresto nei suoi confronti"), dei diversi destini delle forze politiche coinvolte, degli incontri tra Craxi e Di Pietro (interrotti dopo che i verbali furono passati alla stampa) e dei rapporti tra l'ex segretario e altre figure di rilievo del Psi, di cui spesso proprio lui aveva determinato la fortuna (interessante appare, per esempio, la testimonianza di Francesco Cossiga che nel 2004 dichiarò che "un disegno di legge elaborato nel 1991 per fermare lo spionaggio straniero in Italia era stato bloccato dal Ministro della Giustizia Martelli perché 'era il periodo in cui questi insieme ad altri dirigenti del partito socialista pensavano - e tradussero questo pensiero in atti - di poter trovare un accordo con il Partito comunista italiano'", mentre Craxi continuava a guardare alla Dc) o personaggi come Licio Gelli - sul quale Pacelli in parte si diffonde - e Silvio Berlusconi. 
Percorso il curriculum di Craxi (con alcune tesi circa la crisi di Sigonella e l'avvertimento italiano che permise a Gheddafi di salvarsi da un bombardamento Usa nel 1986) e ricordati i primi episodi di finanziamento illecito ai partiti, l'autore si sofferma sulla vicenda "Mani Pulite". Per Pacelli essa non era legata a "una collusione tra magistrati inquirenti e Pci, quasi che l’ideologia fra essi preminente fosse quella comunista o che comunque di quel partito essi volessero divenire strumento", benché il Pci sia uscito quasi indenne; egli parla invece di "esistenza di validi supporti all'azione della magistratura annidati anche nell'amministrazione pubblica, nella concorde volontà di provocare un ricambio della classe politica, rivelatasi non solo pervasa dalla corruzione ma anche incapace di fronteggiare la nuova realtà della fine dei blocchi politici ed economici che imponeva anche un modo diverso di fare politica"). L'attenzione passa poi alla vita di Craxi ad Hammmet: "una esistenza tutto sommato non dissimile da quella di un pensionato con buone possibilità finanziarie, con la sola (ma importante) differenza che nel caso di Craxi il pensionamento era forzato e assomigliava tanto ad un congedo con disonore" (e con una certa sorveglianza, forse chiesta dall'Italia per evitare l'espatrio in paesi da cui l'estradizione sarebbe stata impossibile). Tra le riflessioni finali, il fatto che il Psi non fosse per forza più coinvolto di altri partiti nel finanziamento illecito, mentre è certo per l'autore "il diverso e maggior rilievo dato dalla stampa italiana, di proprietà dei grandi gruppi industriali [...] al suo coinvolgimento nella vicenda stessa, insieme con la dissimulazione, per quanto possibile, dei comportamenti analoghi di esponenti di altri partiti", rendendo il Psi simbolo del sistema corruttivo. Per inciso, non ci sono riferimenti simbolici nel libro, tranne la citazione di Panseca (che ebbe "l'idea di inserire il garofano rosso nel simbolo del Partito Socialista al posto della falce e martello") e l'indicazione dei garofani del giorno del funerale. 
Era inevitabile, poi, che tra le nuove opere su Bettino Craxi ve ne fossero alcune scritte da giornalisti. Una di queste è Controvento, che Fabio Martini (storico commentatore politico per La Stampa) ha appena pubblicato con Rubbettino. Come il sottotitolo - La vera storia di Bettino Craxi - suggerisce, si tratta di una biografia sui generis del già leader socialista, che non ha mai ceduto al conformismo o all'intruppamento di comodo. Si inizia con la gavetta "lunga 24 anni" di colui che, "uno spilungone di 17 anni con i capelli neri e gli occhiali spessi", nel 1951 comunicò al padre Vittorio di aver chiesto la tessera del Psi e che - appunto - 24 anni dopo lo avrebbe guidato, arrivandoci controvento, certo aiutato dalla sua ambizione e decisione.  
Rispetto al volume di Pini, il racconto è più stringato, più distante (il che non è un male) e più "terzo", ma ugualmente efficace, tipico di chi da decenni racconta la politica e i politici ed è arrivato a conoscerli bene. "Tutto lascia immaginare - scrive Martini - che proprio negli anni dell'infanzia si depositi qualcosa che andrà a formare la psicologia del Bettino adulto, quel caratteraccio, quell'orgoglio ribelle, che a ben vedere sarà la molla del suo anticonformismo, ma anche di tante asperità, di tante aggressività". Così la scena di Craxi che, insieme al fratello Antonio, insultano un corteo di balilla o pigliano a sassate la casa del fascio è perfettamente in linea con quel profilo, non meno della volta in cui "si infila dove non potrebbe" e trova una Colt 38 che porta con se, segno che "Trasgredire, gli piace. E gli piacerà per tutta la vita". Quando all'odio precoce verso i comunisti, Martini più che alla bocciatura elettorale del padre lo riconduce alla disillusione ricevuta prima in un viaggio a Praga, a una conferenza di studenti socialisti e comunisti europei, nel rendersi conto (confrontandosi anche con Carlo Ripa di Meana) che da quelle parti non si stavano costruendo società socialiste, ma "un regime di polizia", poi in una spedizione in Cina nel 1958 che non avrebbe smentito quell'impressione.
Il disegno controvento proseguì con le prime campagne elettorali (con gettoni con il suo nome e altri gadget per farsi conoscere, foto affiancate a quella di Nenni) e con un comunicato di apprezzamento per l'elezione di John Kennedy, in un tempo in cui "per il Psi era inammissibile simpatizzare per un presidente americano", poi ancora con la reazione contro il movimento studentesco e i comunisti che lo appoggiavano (negando una "solidarietà indiscriminata" a un movimento in cui "fermentano umori che sono torbidi"); quando fu eletto deputato, si guardò bene dal dimettersi da segretario del Psi milanese. Rimase autonomista e controvento anche dopo l'autodeclassamento di Nenni in seguito al fallimento dell'unificazione con i socialdemocratici e con la prevalenza di altre correnti; colse l'occasione dell'esperienza nell'Internazionale socialista per stabilire contatti e acquisire conoscenze e punti di vista che tanti altri in Italia non avevano. Parlava e agiva come molti non facevano (anzi, consideravano disdicevole), da egocentrico (ma "non sarà mai esibizionista e neppure narcisista"), ma riuscì a diventare segretario al Midas nel 1976 - all'origine della politica degli albergoni, come sottolinea Martini - pur essendo ben più giovane di coloro che contavano davvero in quel Psi. Eletto anche perché ritenuto più debole di altri (indimenticabile Claudio Signorile: "Se non marcerà lo faremo fuori in tre mesi"), dimostrò subito ben altro piglio e ben altre intenzioni, senza però nascondere una certa ingenuità a fidarsi fin troppo di chi era esterno al partito e lo attraeva (una debolezza fotografata da Martini, senza il tono dolente e coinvolto sfoggiato a suo tempo da Pini).
"Cafone, ma anche sentimentale; sbrigativo, ma attento e preoccupato" secondo il ritratto offerto da Maria Punturieri (nota Marina Ripa di Meana), Craxi riuscì a mantenere il controllo del partito pure in condizioni difficili, spiazzando alleati e avversari (che non lesinarono apprezzamenti, da "avventuriero" di Berlinguer e Tatò a "scassacazzi" di De Martino). La sua stessa residenza romana, l'hotel Raphael, gestito per anni dall'amico (uno dei pochi) ed ex comunista Spartaco Vannoni, appare del tutto controvento: lì per Martini Craxi "si impasta[va] con un'umanità di eretici, di pragmatici, di irregolari, di personaggi antropologicamente diversissimi" dai dirigenti di Dc, Pci e dai vecchi capi socialisti. Un luogo che era "casa, mensa, salotto, corte, alcova e quartier generale" (definizione di Filippo Ceccarelli), dunque era affascinante. periglioso e un ottimo punto per osservare i fenomeni di rampantismo acuto e cronico tipici dell'epoca. La stessa ricerca del denaro per l'attività di partito, "come l'aria per respirare", fu occasione per Craxi di essere controvento, nel chiedere a Berlinguer i soldi delle cooperative e a Willy Brandt il denaro per i socialisti cileni, nel tentare (invano) di farseli dare dagli Stati Uniti, che li davano soprattutto alla Dc, mentre il Pci li riceveva da Mosca (persino in dollari) e i socialisti avevano smesso di vederli da tempo. E per farsi dare soldi, per Craxi - per sé parsimonioso ma non accumulatore - era importante "creare 'sodalizi' ed essere 'in qualche modo socio in certe imprese e attività economiche'" (citazione di Martelli), arrivando a creare due linee di approvvigionamento, una ufficiale legata al tesoriere e una in capo a lui stesso, basata su conti esteri (scelta dovuta al suo non fidarsi di nessuno, ma "che gli sarà fatale", chiosa Martini).
Controvento Craxi si mostrò anche nell'anticomunismo, in un'epoca in cui si preparavano la solidarietà nazionale e il compromesso storico: fresco segretario Psi, concepì con Carlo Ripa di Meana - su idea di Martelli - la Biennale di Venezia dedicata al dissenso nell'Est Europa per il 1977, con tanto di iniziative comuniste di boicottaggio; nel 1978, con il suo Vangelo socialista (col contributo fondamentale di Luciano Pellicani), si allontanò dalla linea "statalista, collettivista e liberticida della tradizione giacobina e leninista". E lo fece, come giustamente nota Martini, unitamente a un blitz simbolico, facendo inserire tra il 1978 e il 1979 il garofano rosso ("nel colore c'è la continuità con un passato dal quale non si vuole separare del tutto") nel simbolo, sacrificando i segni della tradizione bolscevica. E se vari intellettuali socialisti non erano stati con lui, Craxi seppe per un certo periodo attrarre "intellettuali disorganici", slegati da un'ortodossia, con risultati fecondi intorno alla rivista Mondoperaio (pur se di breve durata e, alla lunga, finì per sottovalutare il peso della "intellighenzia"). In tale quadro, risultarono controvento le iniziative craxiane per cercare di salvare Aldo Moro, come pure il sostegno socialista agli euromissili, la "battaglia impopulista" per il taglio della "scala mobile" e "la lunga notte di Sigonella". E in fondo furono controvento anche la cultura della "stabilità", "un bene prezioso" (come disse Craxi in uno dei famosi spot elettorali del 1987 realizzati con Giovanni Minoli) legato pure alla longevità del governo (il terzo per durata, battuto solo nel nuovo millennio da due esecutivi a guida Berlusconi), la passione per lo spettacolo (senza sconfinare nella spettacolarizzazione di sè) e la scelta di dare al Psi un'assemblea nazionale, che lo rese il capo indiscusso ma apparve come un consesso di "nani e ballerine" (Formica).
Se però solo dopo la tempesta degli anni Novanta si conobbe il ruolo - altrettanto controvento - di foraggiatore delle lotte contro regimi fascisti e comunisti nelle più diverse condizioni (il libro di Martini merita di essere letto soprattutto per mettere insieme tutti i pezzi), dal 1987 qualcosa iniziò ad andare storto sul fronte interno e anche sul piano della salute, con il diabete che aveva iniziato la sua opera di distruzione. E che, secondo Martini, non fece cogliere a Craxi "il treno di Cossiga", con la sua idea di riformare le istituzioni, e nemmeno quello dei referendum elettorali (forse nella speranza, delusa, di tornare a Palazzo Chigi), diventando così icona del vecchio sistema politico. E oggetto di quella "opzione giudiziaria" che il Pds Gerardo Chiaromonte aveva preannunciato a Craxi quasi alla fine del 1991, pochi mesi prima dell'arresto di Mario Chiesa. Le monetine tirate davanti al Raphael (di cui il libro ricorda la paternità: erano quelle del missino Teodoro Buontempo, che si era fatto cambiare una banconota da 10mila lire dopo che Delio Andreoli lo aveva avvertito di quanto stava per accadere) per Martini accelerano "un processo di accanimento personalizzato", per cui Craxi, incarnando la figura del capro espiatorio - come visto - diventa "unico colpevole per la degenerazione partitocratica e affaristica della vita pubblica italiana".       
Gli ultimi anni di Craxi, passati ad Hammamet "in solitudine, nel gorgo di due sentimenti diversi, la rabbia e l'impotenza, che vissuti assieme moltiplicarono lo stress" (così scrive Martini), furono trascorsi - anche prima che si arrivasse a una sentenza irrevocabile - in una condizione di presunta colpevolezza. E Presunto colpevole è il titolo del libro che Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, ha pubblicato con Einaudi. "Perché non si è riusciti a portare Craxi in Italia con un corridoio umanitario, perché potesse curarsi e morire in patria?": questa domanda specifica, posta a Sorgi da Tony Blair tempo fa, ha generato questo libro tanto quanto un parallelo - proposto anche da Martini e, ancor prima, da Marco Damilano - tra il politico socialista e Aldo Moro, figure accomunate nella fine senza umanità, nel rifiuto dei funerali di stato e nella statura ("Sono ancora due giganti, per visione, per temperamento; artico l'uno, febbrile l'altro, entrambi con lo sguardo proteso così avanti che bisogna fare un passo indietro e ripensarli").
Come suggerisce il sottotitolo, il volume si occupa degli ultimi giorni di Craxi, in particolare dell'uomo che vide aggravarsi profondamente le proprie condizioni di salute dopo aver appreso dalla tv che, il 23 ottobre 1999, Giulio Andreotti era stato assolto dalle accuse mossegli dalla procura di Palermo (almeno in primo grado: in appello saranno in parte prescritte). "Ovviamente non è detto che il repentino peggioramento delle sue condizioni sia stato provocato dall'assoluzione di Andreotti e, simultaneamente, dall'aver capito di esser rimasto solo davanti ai giudici, che considerava più o meno alla stregua di un plotone di esecuzione pronto a finirlo, dopo averlo già abbattuto. Ma certo - scrive Sorgi - la notizia inattesa e imprevista influisce su uno stato di salute assolutamente non ottimale", peggiorato dalla sua natura di "malato indisciplinato" che nel corso del tempo si è ampiamente trascurato, anche sul piano alimentare. La scoperta di un tumore al rene destro non poté che peggiorare la situazione e fece ritenere necessaria l'operazione in Italia, anche per le condizioni inadeguate della struttura in cui Craxi è ricoverato (e lui scartò l'ipotesi di farsi trasferire altrove, visto che l'ospedale militare gli era stato messo a disposizione dal governo di Tunisi).
Iniziò lì il tentativo di trovare una soluzione che consentisse il ritorno in Italia di Bettino Craxi per curarsi, e comunque morire con dignità nel suo paese, senza che questo comportasse nemmeno per un attimo l'arresto o la reclusione per i processi già definiti e in corso: "in Italia tornerò solo da uomo libero o non tornerò mai più", aveva ripetuto migliaia di volte, anche mentre la sua salute peggiorava. Si intensificarono così i tentativi di trovare una soluzione politica alla questione o di valutarne la praticabilità, nelle forme dell'amnistia, della grazia o del corridoio umanitario: il libro di Sorgi spiega nel dettaglio perché tutte e tre le strade si esaurirono in fretta. La grazia, in particolare, non avrebbe risolto il problema dei mandati di cattura per i processi ancora in corso e comunque Craxi avrebbe dovuto chiederla, in qualche modo riconoscendosi colpevole (senza contare che Silvio Berlusconi infranse la discrezione con cui Andreotti si era mosso per ottenere quel risultato); l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema aveva sondato la disponibilità della procura di Milano a non imporre l'arresto a Craxi nemmeno per un giorno, ottenendo un secco rifiuto e sentendosi semplicemente richiamare le disposizioni di legge (che avrebbero potuto prevedere anche il ritorno in carcere); per l'amnistia, infine, non c'erano i numeri e non c'era soprattutto il clima adatto (anche negli stessi Democratici di sinistra). Nemmeno l'ipotesi di un'operazione in Francia risultò fattibile: "l'arrivo di Craxi qui non è desiderabile", dichiarò Manuel Valls, portavoce del governo di Lionel Jospin.
Il libro dedica poi alcune pagine alle ipotesi che videro l'inchiesta "Mani Pulite" come legata in qualche modo alla Cia o comunque al potere americano. Ricorda Sorgi che l'ex ambasciatore americano in Italia dal 1993 al 1997, Reginald Bartholomew fu preferito da Bill Clinton a un qualunque finanziatore della sua campagna per capire cosa stesse succedendo in Italia: lui scoprì che "il suo predecessore Peter Secchia aveva consentito di gestire un legame diretto con il pool di Mani Pulite" (che poi cessò) e fece incontrare Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema, con vari magistrati italiani, e "nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani Pulite, con la detenzione preventiva, violava i diritti basilari degli imputati". La testimonianza di un altro diplomatico mise in luce un altro aspetto: "I politici che cadevano, Andreotti, Craxi, Martelli erano nostri amici, e questo ci creava seri problemi, perché non sapevamo che futuro avrebbe avuto il Paese. Però non facemmo nulla per proteggerli. L’impressione generale era che fosse venuta l’ora di ripulire le cose. Tutti sapevano come andavano. Se la pulizia fosse avvenuta in maniera professionale non ci saremmo opposti"; di più, lo stesso funzionario nega che gli americani abbiano mai creato o manipolato l'inchiesta, ma in un rapporto scrisse che uno dei protagonisti di essa poteva sembrare "un pupazzo manovrato dagli Usa". Con l'occasione, Sorgi ricostruisce anche possibili o probabili influenze dei servizi americani nella politica italiana passata, compresa quella in cui aveva agito Craxi (compreso il più volte citato caso di Sigonella).      
Il libro - che si avvale delle testimonianze della vedova Anna e dei figli Stefania e Bobo - si conclude con il racconto degli ultimi giorni di Craxi: l'ultimo incontro con Francesco Cossiga, l'ultimo Natale, l'ultima mattina in cui un po' di energie sembravano tornate; eppure si trattava di un uomo molto diverso da quello che anche solo dieci anni prima leggeva a fondo le pagine politiche "e se ha dubbi o annotazioni da fare - ricorda Sorgi - chiama il direttore, raramente chi ha firmato l'articolo. Strane, le telefonate. Non dice 'pronto', non saluta prima di chiudere. Parla svelto, urla, sbraita quel che ha da dire e butta giú". Nonostante ciò, e nonostante la stanchezza, aveva ascoltato con rinnovato interesse Cossiga che era venuto a parlargli della sua nuova creatura politica (l'Udr, poi Upr, noto anche come partito dei Quattro Gatti), con cui ha permesso al governo D'Alema di nascere e che forse farà parte di un cartello con i socialisti (di centrosinistra) dello Sdi e i repubblicani, avendo "già pronto nome e simbolo: si chiamerà 'Trifoglio'". Si tratta, curiosamente, dell'unico riferimento simbolico del libro, mentre non si parla mai dei due garofani che hanno connotato quasi l'intera segreteria craxiana e certamente hanno rappresentato un passaggio importante nella storia del partito. Per questo, la loro storia merita di essere approfondita con gli autori di quei simboli; tempo qualche giorno e lo si farà. 

mercoledì 15 gennaio 2020

In Movimento, verso le comunali di Trento?

La parola "Movimento" caratterizza da sempre la politica agita e da alcuni anni conosce un uso assai maggiore, soprattutto dopo l'avvento del MoVimento 5 Stelle; non per questo, naturalmente, ha abbandonato il suo significato originario, di persone che si mettono insieme per far circolare un'idea, che non stanno ferme e anzi sono disposte a spostarsi per propagarla meglio, anche solo su un territorio delimitato come quello di un comune. Non stupisce, dunque, che tante liste alle elezioni amministrative contengano l'espressione "In movimento" all'interno del loro nome. E In Movimento si chiama anche un progetto politico sorto a Trento nella prima metà del 2019, sulla base di alcune parole chiave.
In Movimento, che graficamente è reso come un hashtag (#inMovimento) si pone come progetto "distante dai richiami sovranisti e populisti", ma comunque interessato a "interpretare in chiave rinnovata, senza preconcetti, la vocazione autonomista, riformista, solidale e pragmatica" di Trento e del Trentino. A creare il gruppo in consiglio comunale, cinque eletti in varie liste nel 2015 (Paolo Biasioli, Paolo Castelli e Massimo Ducati in Cantiere civico democratico, a sostegno del sindaco in carica Alessandro Andreatta; Eugenio Oliva in Progetto Trentino; Andrea Robol nel Pd) che non hanno condiviso l'assetto assunto dalla maggioranza di centrosinistra in seguito alle elezioni provinciali di Trento (dopo le quali il sindaco ha dato maggior peso al gruppo Futura 2018, alleato del centrosinistra in provincia). Il progetto è imperniato sulla visione di Trento come "città alpina", che ha conosciuto un'importante evoluzione ma ha bisogno di operare al meglio negli ambiti del turismo e della cultura, dell'economia e della finanza, della cooperazione, della formazione e ricerca e della mobilità. Gli interventi di cui tanto il comune, quanto la provincia avrebbero bisogno sono, secondo i promotori, all'insegna di tre concetti chiave: territorio, comunità e sostenibilità. 
Quegli stessi valori figurano all'esterno della circonferenza gialla che contraddistingue il gruppo e che, oltre al nome-hashtag, contiene anche la sagoma del territorio della provincia di Trento, coperto e attraversato da un reticolo di frecce che simboleggiano l'idea di movimento. Quell'immagine, vista così, fa pensare che il progetto politico abbia un respiro più ampio rispetto al comune, puntando anche alle prossime elezioni provinciali, che però sono lontane (2023, in condizioni normali). Anche per questo, forse, è stato predisposto pure un emblema più semplice, che contiene solo il nome in blu con i puntini delle "i" gialli, come la circonferenza che viene tagliata in due "uncini" per fare spazio al nome. Questa soluzione grafica (che ha il pregio di essere contenuta per intero in un cerchio) rende il testo molto evidente e potrebbe essere spesa più facilmente sulle schede delle elezioni comunali che invece sono molto più vicine. E, proprio in queste settimane in cui si inizia a lavorare sui possibili candidati al ruolo di sindaco, In Movimento - attraverso il suo presidente Luciano Rizzoli - si era detto interessato a un disegno di "polo territoriale" con Partito autonomista trentino-tirolese e Unione per il Trentino, poi però quel tavolo è saltato: il Patt sosterrà la candidatura di Franco Ianeselli con il centrosinistra e l'Upt, quindi In Movimento ha ribadito la sua posizione poco affine a una logica bipolare. La lista potrebbe nascere comunque, ma non è detto: singoli esponenti del progetto potrebbero candidarsi altrove, conferendo comunque movimento al quadro politico, sempre avendo a cuore territorio, comunità e sostenibilità. 

giovedì 9 gennaio 2020

Alleanza per l'Europa, la lista libdem "in pectore" per l'Emilia-Romagna

Come si è visto nei giorni scorsi, i simboli pronti a finire sulla scheda delle elezioni regionali in Emilia-Romagna sono 17. Eppure, chi ha cercato di seguire la marcia di avvicinamento alla definizione delle candidature in campo, per alcune settimane ha immaginato che potesse essercene anche un'altra; anzi, per l'esattezza, che sulle schede finisse un simbolo diverso rispetto a quelli che ci arriveranno tra meno di venti giorni. A novembre, infatti, circolando su Facebook ci si poteva imbattere nella pagina della lista Alleanza per l'Europa - Liberaldemocratici e riformisti, una formazione di cui si sapeva poco al di là della generica collocazione politica: appariva misteriosa il giusto, ma tutti potevano vedere il suo simbolo - con la sagoma dell'Emilia-Romagna sullo sfondo di una grafica filoeuropea - realizzato per giunta con una certa cura. 
Una volta presentate ufficialmente le candidature, quell'emblema non è risultato tra quelli depositati assieme alla documentazione, eppure aveva tutte le carte in regola per non sfigurare sulla scheda. Insomma, se davvero la lista fosse riuscita a raccogliere le firme necessarie - come sulla pagina si era detto ancora all'inizio di dicembre - sarebbe stata pronta a fare sul serio. Come sono andate allora le cose? Cosa si può sapere ora della lista che non c'è, che non è mai nata?
"Io direi piuttosto che è la lista che per ora non è sulla scheda, ma è nei nostri cuori": esordisce così Matteo Riva, reggiano, presidente di Alleanza per l'Europa, che in effetti è nata ma solo come associazione. "Il simbolo in effetti era stato studiato proprio in vista di una partecipazione alle elezioni regionali e, a dire il vero, all'inizio sembrava che ci fossero le condizioni per poter concorrere". L'inizio quando? "Alla fine di ottobre. In quel periodo eravamo un gruppi di 138 persone in tutta la regione. Alcuni di noi erano iscritti a +Europa, alcuni erano legati a Siamo Europei che non era ancora diventato Azione, altri erano tra i primi aderenti a Italia viva, c'erano anche alcuni repubblicani e altre persone di sensibilità liberaldemocratica. E noi volevamo proprio mettere in piedi una lista liberaldemocratica ed europeista che potesse concorrere alle elezioni: il nostro gruppo voleva essere di stimolo affinché una lista del genere venisse presentata. Le forze politiche di quell'area, però, per un certo periodo hanno continuato a nicchiare, a quel punto noi abbiamo deciso di partire".
In effetti, la pagina Facebook è stata creata il 13 novembre 2019, quando mancava in sostanza un mese e mezzo alla scadenza del termine per depositare le liste; il giorno prima, il simbolo aveva fatto la sua comparsa sulla bacheca di Riva corredato da un messaggio sibillino ("Siamo quasi pronti. Che ne dite? #EmiliaRomagna"). "Il fatto è - spiega Riva - che fino circa alla fine di novembre +Europa sembrava intenzionata a non presentare la lista: anche nel coordinamento regionale del partito si era discussa questa posizione, magari con l'idea di schierare candidati nella lista di Bonaccini". Quando però, alcuni giorni dopo, il livello nazionale di +Europa ha deciso che la lista doveva essere fatta e occorreva impegnarsi perché quell'obiettivo fosse raggiunto, le cose sono cambiate.
"Si era fatta strada - continua Riva - l'ipotesi che +Europa, Azione, Centro democratico e i repubblicani presentassero una lista unitaria: a quel punto per noi era naturale guardare con attenzione a quest'iniziativa elettorale e abbiamo lavorato perché quella lista potesse esistere. Com'è noto, la situazione via via si è modificata: da una parte, +Europa avrebbe posto veti alla presenza di un riferimento a Centro democratico nel contrassegno della lista; dall'altra, Matteo Richetti, che in Emilia-Romagna rappresenta Azione, ha deciso di contribuire alla costruzione della lista Bonaccini presidente, anche se in un'intervista aveva dichiarato la disponibilità a presentare la lista con +Europa. Insomma, posso dire che il cammino di Alleanza per l'Europa è arrivato a meno di metà del percorso che avevamo immaginato e voluto: avevamo in mente un soggetto più ampio, che aggregasse un numero ancora maggiore di componenti dell'area liberaldemocratica, riformista ed europeista. In ogni caso, questa lista è in campo e noi la sosteniamo".
Il sostegno, in effetti, si è tradotto anche in una partecipazione alla lista: nella circoscrizione di Bologna, infatti, la lista che +Europa ha presentato con il Psi e il Pri comprende anche Silvia Vallisneri, avvocata, già candidata al consiglio comunale di Reggio Emilia nella lista di +Europa, ma prima ancora candidata nel collegio uninominale di Modena e in quello plurinominale di Modena-Ferrara sotto le insegne del Partito repubblicano italiano (e dei verdiniani di Ala, che aveva concesso il simbolo per consentire all'edera di finire sulle schede senza raccogliere le firme). "Ho partecipato alla nascita di Alleanza per l'Europa come repubblicana - spiega lei - credendo nell'importanza di unire le forze di iscritti a partiti diversi per costruire un progetto nuovo in cui gli elettori possano ritrovarsi, autenticamente liberaldemocratico e aperto anche a chi ha un'estrazione cattolica. Porto avanti con orgoglio le idee del Partito repubblicano perché credo che i suoi valori originari, anche se oggi sono poco diffusi, siano ancora vivi e validi: lo faccio anche all'interno della lista +Europa-Psi-Pri, che ha accettato di candidarmi in quanto repubblicana e come esponente di Alleanza per l'Europa".
L'associazione Alleanza per l'Europa nel suo statuto non prevede "date di scadenza": "Il nostro progetto esaurirà il suo scopo quando i liberaldemocratici si saranno finalmente uniti" spiega Riva, che con lo stesso spirito aveva aderito a +Europa e aveva partecipato anche al congresso fondativo del partito, finendo anche al centro di polemiche per la lista "In Europa sì, ma non così", esclusa alla vigilia del congresso per irregolarità e che aveva fatto considerare Riva come uno "scalatore di partito". "So che sono stato visto in quel modo, ma non era il mio scopo. Quella lista aveva messo insieme sensibilità anche molto distanti tra loro; personalmente l'esperienza di mettere insieme forze europeiste e democratiche molto diverse, com'erano Radicali italiani e Centro democratico di Tabacci, mi era piaciuta molto e avevo affrontato quel passaggio con lo stesso spirito, tant'è che personalmente alla segreteria io comunque ho votato Marco Cappato, anche se dopo l'esclusione della lista In Europa sì, ma non così si era fatto un accordo con la lista di Tabacci". L'accordo, a ben guardare, non era sorprendente: Riva era approdato in +Europa proprio in virtù della sua militanza in Centro democratico, peraltro dopo essere stato eletto con l'Italia dei valori consigliere comunale a Reggio nel 2009 e consigliere regionale nel 2010 (fino alla scelta di abbandonare i gruppi nel 2011, seguita poi da strascichi di altra natura di cui le cronache hanno dato conto).
Ora Riva sostiene la lista di +Europa-Psi-Pri che ha accettato di candidare Vallisneri, ma l'associazione Alleanza per l'Europa continua a esistere e mantiene il suo simbolo, che tra l'altro è quasi pronto all'uso, anche su scala nazionale: basta togliere dal fondo il profilo dell'Emilia-Romagna o, volendo, sostituirlo con quello dell'Italia e il gioco per esibire un emblema buono per tutta l'Italia è fatto. Una lista che non sta sulla carta della scheda, dunque, ma può dirsi in pectore, in attesa che i tempi siano maturi...

mercoledì 8 gennaio 2020

Calabria, simboli e curiosità sulla scheda

Si è già accennato nei giorni scorsi alle elezioni regionali che il 26 gennaio si svolgeranno in Calabria, contemporaneamente al voto in Emilia-Romagna. La scheda elettorale calabrese sarà leggermente meno affollata rispetto a quella emiliano-romagnola: le persone che si contendono la carica di presidente sono quattro, sostenute in tutto da 14 liste (quasi sempre presenti sull'intero territorio regionale). Avrebbero potuto essere una di più, in effetti, se non fosse stata esclusa per difetti nella documentazione la lista 10 idee per la Calabria, pensata per appoggiare la corsa di Pippo Callipo: unica altra certezza è che la regione cambierà comunque guida, non essendo stato ricandidato il presidente uscente, Mario Oliverio (in generale, nel 2014 i candidati alla presidenza erano cinque, le liste 15). Ecco di seguito le candidature e le liste a loro sostegno, secondo l'ordine sulla scheda della circoscrizione Nord (Cosenza), l'unica ad avere lo schieramento completo delle liste in campo. 


Carlo Tansi

1) Tesoro Calabria

Il sorteggio ha indicato come primo aspirante alla presidenza della regione Carlo Tansi (spesso pronunciato come Tanzi), geologo, dal 2015 al 2018 a capo della Protezione civile della Calabria. Si tratta dell'unico candidato slegato da qualunque forza politica e si presenta sostenuto da tre liste di natura civica. L'unica a essere presente in tutte e tre le circoscrizioni è Tesoro Calabria, che da tempo è il progetto legato al suo progetto di candidatura: oltre al colore arancione, presente in tutte le liste che appoggiano Tansi, spicca lo scrigno aperto dal quale emerge la Calabria brillante in mezzo ad altri tesori (così almeno si possono interpretare i raggi di luce che vengono dalla luce gialla che si sprigiona dallo scrigno, anche se l'immagine può rimandare anche alla luce del sole che caratterizza il Sud).

2) Calabria pulita

Se, come si diceva, Tesoro Calabria è presente in tutto il territorio regionale, non può dirsi lo stesso per Calabria pulita, altra formazione civica a sostegno di Tansi: essa infatti è presente soltanto nella circoscrizione Nord, quella di Cosenza. La legge elettorale calabrese, infatti, non prevede che un gruppo di liste, per essere ammesso, debba risultare presente almeno in metà o nella maggioranza delle circoscrizioni individuate nella regione. Qui il concetto di pulizia, legato ovviamente alla trasparenza e all'assenza di macchie, è reso con un fondo bianco brillante e accentuato dalle losanghe che riempiono lo stesso cerchio che ospita anche la sagoma della Calabria, il nome della lista (in arancione, come la circonferenza interna) e il riferimento al candidato presidente.

 

3) Calabria libera

Anche la terza lista che sostiene la candidatura di Tansi è presente nella sola circoscrizione cosentina: si tratta di Calabria libera, con il riferimento evidente alla volontà di spezzare i legami e le catene relative alla criminalità organizzata e ad altri interessi. Proprio una catena blocca la regione nel simbolo, anche se i segni intorno alle maglie danno l'idea dello sganciamento; l'arancione qui tinge la Calabria e la circonferenza esterna, mentre gli altri elementi (a parte il fondo bianco) sono blu. Quella di Tansi è l'unica coalizione in cui il nome del candidato alla presidenza è riportato su tutti i simboli della compagine (anche se, come detto, in due circoscrizioni su tre gli elettori ne vedranno uno solo).


Filippo (Pippo) Callipo

4) Democratici progressisti

Sono diventate tre (dopo la bocciatura di 10 idee per la Calabria) anche le liste della coalizione di Pippo Callipo, che dopo la candidatura alle regionali nel 2010 (con Italia dei valori, lista Bonino-Pannella e la sua lista personale) è tornato in pista per il centrosinistra. Il sorteggio ha indicato come sua prima lista quella dei Democratici progressisti, già vista alle regionali del 2014 nella compagine di Mario Oliverio: stesso nome, stesse pennellate astratte di colore verde e rosso per creare il tricolore. Ed è proprio la stessa lista - emanazione del Pd - che, nel 2017, fu ricordata per far presente a Bersani e Speranza che il loro nascente partito non si sarebbe potuto chiamare "Movimento democratico e progressista" (ma la scelta iniziale era già Articolo Uno). 

 

5) Io resto in Calabria

Il secondo simbolo estratto è quello più legato al candidato presidente, anche in chiave "storica": Io resto in Calabria, infatti, era la "lista del presidente" già nella coalizione che aveva sostenuto Callipo dieci anni fa. L'idea grafica è rimasta in buona parte simile, con la sagoma verde e bordata di bianco della regione su fondo blu sfumato radialmente; è sparito l'indice che indicava il nome del candidato (allora scritto con un carattere handwriting), mentre proprio il riferimento a Callipo è stato posto su una fascia bianca, sempre al centro dell'emblema. Pur nella continuità grafica, il simbolo mostra di essere stato meglio congegnato in questo caso.

6) Partito democratico

Ultima delle tre liste in appoggio a Callipo è quella ufficiale del Partito democratico, che graficamente adotta una soluzione incontrata tante volte nel corso degli anni. Il logo elaborato nel 2007 da Nicola Storto, infatti, è stato semplicemente ridotto di dimensioni e spostato leggermente verso l'alto, per lasciare spazio nella parte inferiore a un segmento rosso (lo stesso rosso che permette di individuare la D della sigla) che contiene la dicitura "Callipo presidente" (un po' più stretta rispetto a quello che lo spazio consentirebbe). Si tratta dell'unica lista di partito della coalizione, mentre nel 2014 c'erano anche Centro democratico, Nuovo Cdu e il simbolo di Calabria in rete che comprendeva anche le miniature di Api, Autonomia Sud, Pri e Moderati (e DemoKratici).

Jole Santelli

7) Unione di centro

Il record assoluto di liste presentate spetta alla coalizione che sostiene la corsa di Jole Santelli, avvocata, storica esponente di Forza Italia e Pdl: le formazioni su cui può contare sono infatti sei. Il sorteggio ha posto in prima posizione la lista dell'Unione di centro, che conferma la sua collocazione nel centrodestra sul territorio regionale (anche se nel 2014 aveva appoggiato Nico D'Ascola con il solo Nuovo centrodestra). Il contrassegno è quello consueto (con le vele giusto un po' ridotte di dimensioni al di sotto dello scudo crociato), con l'indicazione della Calabria al posto di "Italia" nel segmento rosso (ma rispetto al 2014 il ritocco grafico sembra essere stato fatto in fretta e con poca cura: il carattere è diverso dagli altri due impiegati nel simbolo).

8) Casa delle libertà

Un altro ritorno che sa davvero di antico, all'interno della coalizione di centrodestra, è rappresentato dalla lista Casa delle libertà. E non solo perché il nome riporta subito allo schieramento a sostegno di Berlusconi alle elezioni politiche del 2001, ma perché la stessa lista era presente alle scorse regionali, in appoggio alla candidatura di Wanda Ferro. Nel 2014 la lista ottenne l'8,59%, un risultato decisamente buono se si considera che il simbolo era ed è piuttosto anonimo, con il nome della lista individuato solo dal contorno delle lettere sul fondo blu (spezzato solo dal segmento tricolore in basso). E questa volta non è nemmeno indicato il nome della candidata alla presidenza.

9) Fratelli d'Italia

Si ripresenta anche questa volta alleato con Forza Italia e Casa delle libertà il gruppo regionale di Fratelli d'Italia, che in questo caso utilizza per sé il simbolo nazionale ufficiale, senza alcuna variazione e anche senza inserire il nome di Giorgia Meloni al suo interno, com'è avvenuto altrove (ad esempio nelle contemporanee elezioni in Emilia-Romagna). Rispetto al risultato del 2014 - la lista sfiorò il 2,5% - questa consultazione elettorale promette comunque un esito migliore per il partito di Meloni, se il voto regionale confermerà il trend nazionale; in ogni caso, si tratterà di una prova importante per gli equilibri nella coalizione (nel 2014 Fdi restò fuori dal consiglio), anche considerando la prima presenza della Lega in Calabria. 
 

10) Forza Italia

Nel 2014 era riuscita a ottenere quasi il 12,3%, risultato nemmeno malvagio se si consideravano le difficoltà che il partito incontrava nel resto d'Italia e a livello nazionale. Questa volta Forza Italia torna in campo con una propria candidata (Wanda Ferro proveniva invece da Alleanza nazionale) e non a caso il simbolo si è trasformato leggermente: la bandierina è stata ridotta, lasciando un certo spazio tanto al nome di Berlusconi - ora nuovamente in pista, senza più il fardello dell'incandidabilità e dell'avvenuta decadenza - quanto al nome dell'aspirante presidente, disposto ad arco nella parte inferiore. Il risultato della lista sarà di sicuro interesse. 
 

11) Lega

Lo si diceva prima: queste elezioni sono in assoluto le prime regionali calabresi in cui partecipa anche una lista della Lega, già votata dal 5,61% degli elettori della regione alle politiche del 2018 e addirittura dal 22,61% alle europee dello scorso anno. Per questo "sbarco", il partito di Matteo Salvini utilizza l'emblema che ormai siamo abituati a vedere da due anni: la base è il contrassegno usato alle politiche, con la parola "Lega", Alberto da Giussano e il riferimento enorme giallo al leader leghista; unica variazione è la sostituzione della parola "premier" con il riferimento alla regione. Gli analisti aspettano soprattutto il risultato di questa lista, rilevante ovviamente non solo in chiave regionale.


12) Jole Santelli presidente

Il sorteggio ha lasciato per ultima, tra le sei liste della coalizione di centrodestra, quella maggiormente legata alla candidata alla guida della regione. Jole Santelli presidente è la sola lista a riportare il nome intero dell'esponente politica (Forza Italia, come si è visto, riprende solo il cognome); quanto alla grafica, pur mostrando una certa cura non permette in alcun modo di capire che il simbolo è stato progettato per le elezioni regionali. Il riferimento al tricolore e il blu del testo e di vari elementi, infatti, rimandano piuttosto alla tavolozza del partito catch all, con aspirazioni nazionali (la bandiera) e collocato naturalmente nel centrodestra. Chissà che questa grafica non torni buona più in là...


Francesco Aiello

13) MoVimento 5 Stelle

Ultimo candidato sorteggiato, tra i quattro che concorrono alla presidenza della Calabria, è Francesco Aiello, ordinario di Politica Economica presso l'Università della Calabria. Aiello è stato indicato come aspirante presidente dal MoVimento 5 Stelle, che così concorre per la seconda volta alle regionali calabresi (cinque anni fa Cono Cantelmi aveva sfiorato il 5%). Rispetto alle elezioni precedenti, il simbolo è quasi uguale, avendo visto modificare solo l'elemento testuale disposto "a sorriso" nella parte inferiore (allora era ancora Beppegrillo.it, ora è Ilblogdellestelle.it, saltando a piè pari il sito precedente del M5S). In questo caso, tuttavia, il MoVimento non è la sola forza che appoggia il suo candidato.

 

14) Calabria civica

L'ultima posizione sui manifesti e sulle schede, infatti, è stata attribuita alla lista Calabria civica - Liberi di cambiare, l'unica in cui figuri - peraltro con una certa evidenza - il nome di Aiello come aspirante presidente. Dopo che il voto su Rousseau aveva scelto di presentare candidature alle regionali, il M5S aveva ribadito che ci sarebbero state alleanze solo con forze civiche: il nome di questa lista è pienamente in linea con questa posizione. "Liberi di cambiare" è il motto di chi si ritiene slegato da interessi di partito (anche se lo stesso nome è stato ampiamente visto nelle elezioni amministrative). Nel suo essere semplice, l'emblema appare comunque ben costruito.