venerdì 20 marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, un Senatur a spada sguainata per la sua Lega

Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo - inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione. 
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno  nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano). 
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno: 
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà. 
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale. 
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente"). 
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti, non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati - che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista (La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.  
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere. 
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier. 
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione. A più di qualcuno mancherà (magari anche a chi si è sentito, a torto o a ragione, tradito), altri non lo rimpiangeranno; difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.

giovedì 19 marzo 2026

Suppletive in Veneto, simboli e curiosità sulle schede

Si è già ricordato che il 22 e 23 marzo, contestualmente al voto per il referendum costituzionale "in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare", si terranno due elezioni suppletive per altrettanti collegi uninominali della Camera collocati nella circoscrizione Veneto 2: si tratta dei collegi U01 (che include la provincia di Rovigo e 36 comuni padovani) e U02 (che comprende Selvazzano Dentro e altri 40 comuni della provincia di Padova), resi vacanti dalle dimissioni dei leghisti Alberto Stefani e Massimo Bitonci, attualmente presidente e assessore della giunta regionale veneta attualmente in carica.
A contendersi i seggi saranno 7 candidati, 3 nel collegio U01 e 4 nel collegio U02; i contrassegni in corsa, invece, di fatto saranno soltanto 5, perché 2 di questi sono perfettamente identici nei due collegi (ed entrambi hanno un aspetto "a palle di biliardo"). Di seguito si indicano i candidati per ciascun collegio in ordine di sorteggio, anche se i contrassegni identici verranno riportati solo la prima volta.
 

Collegio Veneto 2 - U01 (Rovigo) 

1) Giacomo Bovolenta

Nel collegio uninominale di Rovigo il sorteggio ha collocato in prima posizione Giacomo Bovolenta, originario di Adria, attivo tra Porto Tolle e Porto Viro, avvocato civilista, già candidato sindaco di Porto Tolle e aspirante deputato nel 2022 per Azione e Italia viva nello stesso collegio uninominale in cui ora si ripresenta (all'epoca aveva ottenuto il 6,64%). In questo caso a sostenerlo è un contrassegno composito "a triciclo", che comprende i simboli di Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e - appunto - Italia viva (di cui Bovolenta è presidente provinciale); il sostegno, tuttavia, è garantito anche da altre forze politiche (quali Psi e +Europa, ma non il M5S, che ha lamentato la scarsità di confronto alla base della scelta) e da soggetti civici.
 

2) Giuseppe Padoan

La seconda candidatura estratta - nonché la sola che abbia avuto bisogno di raccogliere le firme a sostegno, stante l'assenza di rappresentanza parlamentare - è quella di Giuseppe Padoan, consulente patrimoniale e previdenziale, attivo a Lendinara e già consigliere comunale nel piccolo comune di Bosaro in due diverse consiliature (1999-2001; 2009-2014). Sul sito della sua candidatura Padoan spiega di essersi riavvicinato alla partecipazione politica in epoca Covid-19, partecipando al Partito 3V e candidandosi nel 2025 alle regionali venete con la lista Resistere Veneto a sostegno dell'aspirante presidente Riccardo Szumski. Paroan si presenta del tutto al di fuori delle coalizioni principali, con il contrassegno non legato a un partito, ma al personale progetto di candidatura: Italia resiste libera. Il nome è riportato su tre righe (ricreando il tricolore nel testo) su fasce bianche e blu con una leggera inclinazione (un po' sullo stile dei contrassegni legati a Cateno De Luca: al cartello Libertà aveva aderito anche Vita, cui a sua volta aveva concorso 3V); nel segmento inferiore blu è riportato il cognome del candidato, in dimensioni minori. "La parola RESISTE - spiega Padoan nel suo sito - coinvolge tutti coloro che vogliono resistere a quella che è la completa digitalizzazione della società, in stile Agenda2030, alla cosiddetta società del controllo di orwelliana memoria, che vogliono resistere ad un certo pensiero unico che da decenni cerca di distruggere la cellula della società che è la famiglia, fonte primaria di educazione e di sviluppo della personalità dei bambini: ogni essere umano è unico e irripetibile! La parola LIBERA vuole significare il fatto che lo Stato deve garantire le libertà sancite dalla Carta Costituzionale ed essere al servizio del cittadino per il pieno sviluppo della personalità che si estrinseca nel lavoro perché è con il lavoro che si arriva alla dignità della persona, sia esso frutto del salario o del lavoro di impresa: lo Stato non deve essere un oppressore ma servire!".
 

3) Alberto Di Rubba

Terza e ultima candidatura presentata ed estratta è quella di Alberto Di Rubba, commercialista, amministratore federale della Lega per Salvini premier da quasi tre anni. Su di lui, bergamasco di origine candidato in Veneto, converge l'intero centrodestra. Lo dimostra il contrassegno utilizzato in quest'occasione, probabilmente il più affollato che la coalizione abbia mai utilizzato nelle competizioni elettorali (e decisamente in "stile biliardo"): il cerchio, infatti, contiene le miniature dei cinque simboli dei partiti maggiori del centrodestra, tutte della stessa dimensione, disposte su un tracciato pentagonale e ciascuna tangente ad altre due. Partendo dal primo emblema in alto a sinistra, si trovano i fregi di Fratelli d'Italia (nella versione utilizzata alle europee del 2024), della Lega per Salvini premier, di Noi moderati, dell'Unone di centro e di Forza Italia.  
 
 

Collegio Veneto 2 - U02 (Selvazzano Dentro)

1) Andrea Paccagnella

Nel collegio uninominale di Selvazzano Dentro il sorteggio fa aprire le schede ad Andrea Paccagnella, padovano, commercialista e revisore legale. La sua è la prima candidatura alle elezioni politiche per Ora!, il partito di cui è segretario Michele Boldrin e presidente Alberto Forchielli. Il contrassegno - non ancora finito al Viminale, anche perché il movimento Drin Drin era nato nel 2024 dopo le elezioni europee e il congresso si è svolto ad ottobre dello scorso anno - riproduce il simbolo ufficiale del partito, così descritto: "logo circolare con al centro, sovrapposte, il nome “ORA!” e, a ciascun lato, tre semicerchi di arco e spessore progressivamente crescenti verso l’esterno, di colore nero su sfondo giallo". 
 

2) Giulio Centenaro

In seconda posizione nel sorteggio è stato collocato Giulio Centenaro, già consigliere comunale a Santa Giustina in Colle, consigliere provinciale di Parova e - nella scorsa legislatura - consigliere regionale nella lista Zaia presidente (primo dei non eletti della Lega - Liga Veneta nelle ultime elezioni a novembre). Anche Centenaro è sostenuto dall'intero centrodestra e accanto al suo nome ci sarà lo stesso contrassegno che gli elettori del collegio di Rovigo troveranno sulla scheda per distinguere la candidatura di Di Rubba (dunque con le miniature di Fdi, Lega, Noi moderati, Udc e Fi).
 

3) Antonino Stivanello

Terzo tra i pretendenti al seggio camerale di Selvazzano Dentro è Antonino Stivanello, imprenditore nell'ambito del brokeraggio assicurativo, già sindaco del comune padovano di Vigonza dal 2002 al 2007 per il centrosinistra (ma sconfitto alle elezioni successive) e attualmente capogruppo del Partito democratico nello stesso comune. Anche in questo caso, il contrassegno presentato è lo stesso utilizzato nel collegio uninominale di Rovigo, con i simboli di Pd, Avs (unica forza che non ha espresso direttamente un candidato) e Iv disposti a triangolo.
 

4) Mario Adinolfi

Il quarto e ultimo candidato alle suppletive nel collegio di Selvazzano Dentro è anche la figura più nota a livello nazionale: si tratta di Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia che ha scelto di candidarsi (raccogliendo le firme, così come ha dovuto fare Paccagnella) proprio in quel collegio nel decennale di attività del partito da lui fondato. Il contrassegno schierato riproduce, come in tutte le partecipazioni precedenti, il simbolo ufficiale del partito a fondo blu, con il disegno della famiglia con padre, madre e due figli nella parte inferiore, il nome del soggetto politico al centro e in alto la dicitura "No gender nelle scuole". 
 
 

lunedì 16 febbraio 2026

Decennale del Popolo della Famiglia, suppletive guardando alla Camera (per formare una componente con Futuro nazionale di Vannacci)

Il 22-23 marzo prossimi, oltre che per il referendum con cui il corpo elettorale potrà scegliere se confermare oppure no la legge di revisione costituzionale che interviene su vari articoli della Carta in materia di giustizia e ordinamento giurisdizionale (art. 87, comma 10; art. 102, comma 1; artt. 104 e 105; art. 106, comma 3, art. 107, comma 1; art. 110), si voterà per le elezioni suppletive relative a due collegi uninominali della Camera, entrambi situati in Veneto, precisamente nella circoscrizione Veneto 2: si tratta dei collegi U01 (Rovigo, includente anche 36 comuni padovani) e U02 (Selvazzano Dentro, esteso ad altri 40 comuni della provincia di Padova), rimasti vacanti dopo che gli ormai ex deputati della Lega per Salvini premier Alberto Stefani e Massimo Bitonci a dicembre hanno optato per le cariche rispettivamente di presidente della giunta regionale del Veneto e di assessore della stessa giunta. 
La finestra temporale per il deposito delle candidature in entrambi i collegi presso l'Ufficio elettorale centrale circoscrizionale costituito presso la Corte d'appello di Venezia si è aperto ieri alle 8 e si chiuderà questa sera alle 20. Mentre si scrive, dunque, il quadro elettorale è potenzialmente ancora da completare; di certo si può dire che la prima candidatura presentata, con riferimento al collegio Veneto 2 - U02, è stata quella di Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia. Alle ore 11.04, infatti, lui stesso e il presentatore ufficiale, Gianpaolo Furlan, sono comparsi davanti all'ufficio elettorale, depositando i documenti relativi alla candidatura, incluse 311 firme a sostegno (con relativi certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori) e il contrassegno, la cui descrizione - riportata sul verbale di deposito - è la seguente: "Campo circolare blu con al centro la scritta "IL POPOLO DELLA FAMIGLIA" in bianco, sovrastata nell'arco alto della circonferenza dalla scritta più piccola in rosa "NO GENDER NELLE SCUOLE" mentre nell'arco basso sono disegnate quattro figure rappresentanti un papà e una mamma che tengono per un mano un figlio maschio e una figlia femmina".
I giorni del voto in Veneto cadono in un momento particolare per il Popolo della Famiglia: da un lato, infatti, la forza politica di cui Adinolfi è da poco ritornato presidente compie dieci anni (la data di nascita ufficiale risulta essere l'11 marzo 2016; il simbolo comparve per la prima volta alle elezioni comunali di quell'anno); dall'altro, si parla con sempre maggiore insistenza del Pdf come possibile "strumento" che consentirebbe a Futuro nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci, di costituirsi alla Camera come componente del gruppo misto, ottenendone contestualmente i relativi vantaggi (tempi di intervento, spazi, risorse). Di tutto questo parliamo direttamente con Mario Adinolfi, alla vigilia della campagna elettorale:
 
Mario Adinolfi, hai appena presentato la tua candidatura alle elezioni suppletive previste per il 22 e 23 marzo, proprio nei giorni in cui il Popolo della Famiglia compie dieci anni...
Per l'esattezza, dieci anni a partire dall'11 marzo 2016, giorno dell'assemblea costituente al palazzetto delle Carte Geografiche a Roma: in quell'occasione fu svelato il simbolo e 300 delegati da tutta l'Italia nominarono per acclamazione i candidati sindaci dei principali comuni chiamati al voto, cioè io a Roma, Mirko De Carli a Bologna, Luigi Mercogliano a Napoli, Vitangelo Colucci a Torino e Alberto Orrù a Cagliari.
Hai parlato del simbolo, che di fatto da allora - al di là dei casi in cui è stato inserito in contrassegni compositi - non è mai stato ritoccato, cosa piuttosto rara. Come nacque l'idea di comporlo proprio così?
La scritta "il Popolo della Famiglia" nacque da un mio bozzetto, che metteva insieme vari elementi della mia storia: da una parte la mia radice popolare, visto che vengo dal Partito popolare italiano e il primo quotidiano su cui ho iniziato a scrivere nel 1989, quando ero ancora minorenne, è stato Il Popolo, con la testata scritta in maiuscolo, come nel simbolo, la mia "nave scuola" giornalistica cui sono molto legato; dall'altra parte il Family Day [quello del 2015, ndb]. Proprio in quell'occasione, tra l'altro, erano stati realizzati manifesti, striscioni e cartelli con i disegni di una mamma e di un papà che si davano la mano e tenevano per mano i figli e chiesi a un ragazzo di farmi un disegno in quello stile e il nostro mi pare ancora più bello.
In effetti probabilmente è l'ultimo disegno rimasto nei simboli noti a livello nazionale, l'ultimo sopravvissuto. Un simbolo "ingenuo", si potrebbe dire.
Beh, in un certo senso eravamo bambini, eravamo neonati e volevamo che emergesse la nostra "ingenuità".
Era anche il modo di visualizzare la tua idea di famiglia?
Sì, era anche la mia famiglia, pensando ai miei genitori e a mia sorella. Al disegno di cui ti ho detto aggiunsi l'espressione che si legge in alto nel simbolo "No gender nelle scuole", un'intuizione che allora era un po' "hard", se vogliamo: la battaglia sulle "carriere alias" nelle scuole era di là da venire, allora, ma intuimmo che ci sarebbe stato da combattere, in linea con i tre principi non negoziabili indicati da Benedetto XVI, cioè la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, la difesa della famiglia naturale e la difesa della libertà educativa. 
Perdonami, non se ne erano persi per strada tre, rispetto a quelli indicati nel 2002 nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, in particolare libertà religiosa, giustizia sociale e pace?  
Mi riferisco ai principi enunciati da Benedetto XVI nel suo famoso discorso del 30 marzo 2006 davanti ai partecipanti a un convegno del Partito popolare europeo.
Hai ricordato prima che tra i primi candidati sindaci del Popolo della Famiglia c'era Mirko De Carli, lanciato dal PdF come candidato nella suppletiva di Rovigo: di fatto è una sorta di ritorno alle origini.
Mirko allora tra l'altro fece un buon risultato a Bologna, arrivando all'1,19% mentre la lista prese l'1,23%. Il PdF dunque intende partecipare a queste suppletive con le sue due cariche principali, il presidente Adinolfi e il segretario nazionale De Carli.
Esatto, sono le prime suppletive per Mirko, mentre io avevo già partecipato: nel 2020 ho avuto l'onore di candidarmi nel mio quartiere, nel collegio Lazio 1 - U01 del centro storico di Roma, ottenendo l'1,32%, il nostro record alle elezioni per un seggio parlamentare.
Restando sul tema delle elezioni suppletive, tu ti sei candidato nel collegio di Selvazzano dentro e per i #drogatidipolitica scatta subito il ricordo di una delle prime suppletive celebrate nella "seconda Repubblica": quelle del 9 aprile 1995, rese necessarie dalle dimissioni di Emma Bonino, chiamata a ricoprire l'incarico di commissaria europea. Il collegio, pur divesamente disegnato, è lo stesso in cui Giovanni Saonara vinse la sfida contro Giovanni Negri: ci avevi pensato?
Se ci pensi bene, quello fu il laboratorio politico dal quale nacque l'Ulivo, con la sperimentazione dell'aggregazione tra Pds e Popolari, prima ancora delle regionali di quell'anno. Quello è un territorio molto particolare, ovviamente anche per i cattolici, essendo impregnato della figura di Sant'Antonio di Padova, che ne fa una meta di pellegrinaggio a livello mondiale: posso dire di non avere scelto a caso di candidarmi in quel collegio. Quanto a Emma Bonino, ti ricordo che mi scontrai proprio con lei, candidata del centrosinistra, nel collegio senatoriale Lazio 1 - U01 alle elezioni politiche del 2018.
Delle partecipazioni elettorali del Popolo della Famiglia in questi dieci anni di vita, ce n'è qualcuna di cui sei meno soddisfatto?
Penso alle elezioni politiche del 2022. Quando il Popolo della Famiglia non si veste del suo simbolo "in purezza", quello con il quale siamo di norma andati meglio, è forse meno riconoscibile. In quell'anno, come ricorderai, presentammo la lista Alternativa per l'Italia con Exit: in quell'occasione alcuni dei nostri sostenitori si persero, senza contare che la necessità di raccogliere le firme in pieno agosto generò una situazione oggettivamente difficilissima. Per questo non ricordo con particolare felicità quell'occasione, anche se riuscimmo a partecipare.
Hai un ricordo peggiore di quell'esperienza rispetto alla candidatura a sindaco a Ventotene nel 2022?
Beh, per me Ventotene è sempre stata una medaglia, perché dimostra che la nostra attività politica è per prendere il governo del Paese oppure zero voti, ma con lo stesso modo "arrembante", diciamo così; in altri comuni siamo andati decisamente meglio, penso al 20,43% ottenuto da una nostra lista ad Averara, in provincia di Bergamo. Tornando a Ventotene, sapevamo di andare in un contesto molto "blindato", un'isola in cui tutti si conoscono, e penetrarvi era praticamente impossibile; eppure considero quella sortita elettorale una tappa decisiva del percorso del Popolo della Famiglia, anche consideranto che in tanti se la ricordano e quell'esito elettorale finì anche su un giornale in Brasile...
C'è chi non sarebbe contento di questa fama...
Io dico sempre che, anche se siamo stati molto denigrati, irrisi e perfino insultati, è questa la destinazione di chi crede in Cristo, come lui stesso ha detto nel Vangelo, quindi per me va benissimo.
Dopo la citazione del finale del discorso della Montagna sulle beatitudini, torno al tuo giudizio sulle elezioni politiche del 2022. Dicevi che non ricordi quell'esperienza con particolare felicità, eppure proprio quelle elezioni in questi giorni hanno fatto puntare i riflettori sul Popolo della Famiglia, per la possibilità che questo soggetto che ha partecipato alle elezioni politiche del 2022 consenta ai deputati che attualmente hanno aderito a Futuro nazionale di costituirsi in componente del gruppo misto. Vogliamo spiegare come sono andate le cose?
Non possiamo spiegare com'è andata perché dobbiamo dire "come sta andando". Come sempre quando ci sono passaggi politici molto delicati, che non si possono fare di corsa, ci sono "le diplomazie al lavoro". Ci sono ovviamente implicazioni se si sceglie un campo politico. Ai miei "ambasciatori" presso Roberto Vannacci, in particolare Mirko De Carli, ho spiegato che preferisco avere prima idea della "consistenza" del nostro simbolo, cioè quanto vale elettoralmente attraverso questa partecipazione alle suppletive in una terra particolare e delicata, dove l'unico credo che domina non è il leghismo ma lo zaismo. Detto questo, sicuramente con Vannacci c'è una sintonia valoriale, come ha detto lui stesso: non ci sono difficoltà sui valori, ma c'è una questione politica da comprendere. Io, per esempio, sono contrario all'idea di votare la fiducia a questo governo: come sai, il simbolo del Popolo della Famiglia si è presentato contro questo centrodestra nelle competizioni di rilievo. Lo spazio per un dialogo col centrodestra penso che ci sia, ma prima bisogna strutturare bene una forza esterna al centrodestra e darle un senso politico.
Possiamo però dire che siete stati voi a essere contattati per la questione della componente, giusto?
Certo: io parlo con i deputati ora vicini a Vannacci, lui parla con De Carli, il dialogo è aperto. Vannacci ha detto esplicitamente che si riconosce nei valori che esprimo, io esprimo la mia grande stima per Vannacci e per il suo percorso, che mi intersssa; da qui a dire "uniamo i simboli", beh, direi che prima di arrivare al matrimonio occorre pensarci un po', una fase di fidanzamento ci vuole.
La questione della componente, accanto a valutazioni politiche, presenta però anche aspetti tecnici, diciamo. Il primo, di cui si è parlato di più sui media, riguarda i vantaggi che Futuro nazionale ricaverebbe, in termini di spazi e risorse. Sul punto ti sei già espresso, ma per qualcuno potrebbe essere difficile pensare che il partito di Vannaggi possa ottenere questi vantaggi senza che il Popolo della Famiglia ottenga a sua volta qualcosa.
Io non sono interessato ai denari: se questo passaggio può servire al partito di Vannacci a ottenere determinati vantaggi economici, preciso che non è in corso alcuna trattativa di natura economica. L'unica trattativa è politica e a costo zero, nel senso che io non chiedo un euro. Se qualcuno vuole pensare diversamente lo pensi pure, ma la realtà è questa.
L'aspetto tecnico più rilevante, per questo sito, riguarda però i presupposti per la formazione della componente. La disposizione del regolamento che ne permette la formazione, introdotta nel 1997, in effetti serviva per consentire il sorgere di componenti a partiti che avevano effettivamente partecipato alle elezioni politiche e avevano ottenuto pochi deputati, magari nei collegi uninominali. Poi, tra la fine del 2004 e l'inizio del 2005, grazie a due signori chiamati Gianfranco Rotondi...
... Bravo, persona intelligente lui, nonché mio amico...
... democristiana, dai! Lo stesso meccanismo applicato per Italia viva quando costituì il gruppo a Palazzo Madama grazie al Partito socialista italiano, per te che conosci bene quelle vicende.
Beh, quel caso fu anche peggiore, perché di fatto aggirò una disposizione del regolamento del Senato appena modificata proprio con l'intento di non permettere la nascita di gruppi legati a partiti di nuova costituzione... Comunque, tornando alla Camera, dopo il 2005 ci sono stati vari casi di componenti del gruppo misto legate a partiti nuovi e sorte grazie al supporto di partiti che avevano concorso alle elezioni senza eleggere nessuno: sarà pure una soluzione democristiana, come dici tu, ma non ti sembra comunque una furbata?
Ti rispondo che è una soluzione che ricade comunque nell'ambito dei regolamenti e della prassi. 
Particolare non irrilevante: il regolamento della Camera attribuisce espressamente la decisione sul sorgere della componente "minore", cioè costituita da almeno tre deputati (e non da dieci) al Presidente della Camera. Che in questo caso è Lorenzo Fontana, esponente della stessa Lega per Salvini premier che Roberto Vannacci ha lasciato.
Credo che intelligenza politica vorrà che si riconosca, senza dubbi, la rappresentatività del Popolo della Famiglia e di Futuro nazionale. Non farlo sarebbe una grave lesione per la democrazia e sono sicuro che Fontana non vorrebbe addossarsela, facendo pensare a ragioni di bottega.
La nascita della componente "Futuro nazionale - il Popolo della Famiglia", tra l'altro, permetterebbe a entrambi i soggetti politici di chiedere l'iscrizione al Registro dei partiti politici, ottenendo pure l'accesso alle provvidenze pubbliche, incluso il due per mille Irpef. Giustpo? 
Esattamente; l'esito che hai appena citato ci interessa.  

mercoledì 11 febbraio 2026

Storie infinite sul simbolo di Vannacci: dispute sui plagi e ricordi riemersi

Dal 27 gennaio scorso, giorno in cui si è appreso del deposito come marchio europeo da parte di Roberto Vannacci del simbolo "Futuro nazionale", non è di fatto passato giorno in cui i media non abbiano informato di qualche novità nella costruzione di quel soggetto politico e giuridico (che dal 7 febbraio ha un atto costitutivo e uno statuto), ma anche delle doglianze di chi ritiene che il nome o il simbolo siano indebitamente troppo simili, se non addirittura uguali, a quelli già in uso o già registrati da altre persone per altri scopi. 
Al di là di ogni riflessione sulla portata politica del progetto di Vannacci, sul suo posizionamento e sugli spazi che effettivamente potrebbe ottenere grazie al corpo elettorale, non sembra fuori luogo dire che la questione legata al simbolo - di cui ora, grazie a Francesco Saita e Vittorio Amato di Adnkronos, conosciamo la descrizione: "Cerchio con doppia bordatura aventi filetto blu scuro esterno e interno con corona bianca interposta. All'interno su sfondo blu scuro sono riportate in alto nella parte centrale su due righe le parole 'FUTURO' e 'NAZIONALE' in caratteri maiuscoli bianchi. Nella parte centrale è impresso un nastro ondulato con i colori verde, bianco e rosso nelle tre bande curve orientate da sinistra verso destra con andamento ascendente. Nella parte inferiore dell'emblema compare la scritta 'VANNACCI' in caratteri maiuscoli gialli" - è entrata ufficialmente nel campo di uno dei fenomeni più appassionanti per una parte variabile degli italiani: quello del plagio
 

Le affinità col mondo dei plagi (musicali) 

Il riferimento, ovviamente, non è alla condotta di chi voglia "sottoporre un individuo al proprio volere, esercitando su di lui un particolare ascendente intellettuale e morale in modo da ridurlo in totale stato di soggezione, annientandone volontà e personalità", ma a quella "di chi - come recita il Vocabolario Treccani, lo stesso citato prima - pubblica o dà per propria l'opera letteraria o scientifica o artistica di altri; anche con riferimento a parte di opera che venga inserita nella propria senza indicazione della fonte". E se non si può certo dire che chiunque provi interesse per vicende letterarie o scientifiche (anche se, tra Germania e Italia - per prendere giusto due esempi - nel corso degli anni vicende di tesi di laurea o dottorato "plagiate" hanno conquistato spazi sui media, con risvolti contenziosi e a volte perfino politici), è sufficiente evocare l'ambito artistico e, in particolare, quello musicale per vedersi materializzare davanti agli occhi le figure di Albano Carrisi e Michael Jackson, la cui disputa nelle aule di giustizia italiane e sui media è durata per quasi dieci anni - peraltro con esiti non concordanti - e ha visto schierarsi buona parte dell'Italia che ascoltava e cantava musica, a prescindere dalle proprie competenze musicali. Ovviamente le storie delle dispute in materia erano e sono molte di più, come racconta da anni con dovizia di particolari soprattutto Michele Bovi (lo ha fatto in programmi realizzati in gran parte per Rai2, come Tg2 Dossier e Speciale Pop, e in vari libri, l'ultimo dei quali - pubblicato nel 2023 da Minerva edizioni - ha l'evocativo titolo di Anche Mozart copiava e plagiava i Beatles): le vicende, pur non ricevendo la stessa notorietà della disputa sospesa tra Cellino San Marco e Los Angeles, hanno coinvolto nomi celebri come Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov, Claudio Baglioni e Ricky Gianco, George Harrison (condannato per la sua My Sweet Lord), Francesco De Gregori e Luigi Albertelli, Mattew Fisher e Gary Brooker (rispettivamente ex tastierista ed ex cantante dei Procol Harum), Giacomo Puccini, e molti altri, così come accuse di copiatura - musicale, testuale o anche solo relativa ai titoli impiegati - ciclicamente tornano a ogni edizione del Festival di Sanremo, inclusa quella che sta per iniziare.
Proprio perché di dinamiche affini al plagio musicale si tratta, anche in ambito simbolico accade che, quando emerge un fregio politico nuovo e potenzialmente di successo, ci sia chi cerca di copiarlo o - più spesso - chi lamenta di essere stato vittima di plagio (a volte con qualche ragione, a volte senza averne nemmeno l'ombra), ottenendo in ogni caso visibilità e, alle volte, qualche ulteriore tipo di vantaggio (economico o politico-elettorale, anche solo nella forma della candidatura con il marchio accusato di plagio oppure oggetto dello stesso). In dinamiche simili, chi rileva o lamenta delle somiglianze eccessive tra simboli, contrassegni elettorali o emblemi di natura politica ha tutto il diritto di farlo - i #drogatidipolitica, del resto, sono sempre ben contenti di rifletterci sopra e discuterne - ma farebbe sempre bene a ricordare la massima che fin dal 1999 il venerato maestro Ennio Morricone offrì al citato Michele Bovi: "Le somiglianze fanno parte della storia della canzone: ogni canzone si svolge su 3, 4, 5, 6 suoni che giocano tra di loro e le combinazioni tra questi pochi suoni sono ormai finite. Quando quindi qualcuno reclama la sua paternità di un pezzo, la mia posizione è sempre di dargli torto, perché quella paternità sicuramente non esiste, [...] perché si potrebbero tirare fuori documenti di musica tonale orecchiabile della musica classica, anche antica, che gli darebbero torto". Lo stesso potrebbe valere, in ambito politico, considerando le combinazioni tra le parole "partito/movimento", i concetti più tradizionali legati alle famiglie politiche (popolare, socialista, comunista, liberale, nazionale), i nomi e gli aggettivi legati all'identità nazionale, nonché le rappresentazioni grafiche e cromatiche normalmente connesse a quanto detto fin qui: le combinazioni non saranno proprio finite, ma quelle del tutto inedite (o che suonino tali) quasi certamente lo sono.
 

Popolo per il Sud: simbolo copiato?

Su queste premesse, si può guardare con un'attenzione diversa quel che si è già passato in rassegna dopo l'emersione del simbolo di Futuro nazionale (anzi, "Futuro nazionale con Roberto Vannacci", come è riportato sullo statuto divulgato da Adnkronos, che offre anche la sigla Fnv, in modo da differenziare la denominazione da quella di altri soggetti), così come i fatti nuovi. Inclusa la presa di posizione di Franco Recupero, già segretario provinciale a Reggio Calabria della Lega per Salvini premier e fondatore, lo scorso settembre, di un nuovo movimento politico, Popolo per il Sud: presentando il movimento a Reggio Calabria il 6 febbraio scorso, Recupero si sarebbe così espresso, visto il comunicato uscito su varie testate locali: 
Popolo per il Sud non è un'idea improvvisata nè un marchio estemporaneo. Il logo del movimento è stato registrato il 31 dicembre 2025 presso l’Agenzia delle Entrate dal fondatore Franco Recupero, e l'associazione è formalmente riconosciuta come organizzazione politica a tutti gli effetti di legge. Un dettaglio tutt'altro che marginale se si considera che il marchio e il logo di Futuro Nazionale - il partito riconducibile a Vannacci - sono stati depositati solo il 24 gennaio 2026 presso l’European Union Intellectual Property Office. E soprattutto che il logo di Popolo per il Sud era già stato presentato pubblicamente sui social il 5 settembre 2025. Le somiglianze? Evidenti. Praticamente identici. Copiato, senza troppi giri di parole. E’ anche da questi dettagli che si misura la forza di un progetto politico: quando anticipa i tempi, quando detta uno stile, quando costringe altri a rincorrere. Popolo per il Sud nasce così: come un movimento che rivendica primogenitura, visione e coraggio. E che, piaccia o no, ha già imposto un tema nel dibattito nazionale: il Sud non chiede più permesso. Chiede potere decisionale! 
Non è possibile, ovviamente, verificare l'effettivo deposito del simbolo presso l'Agenzia delle Entrate (non c'è un registro pubblico), anche se in effetti è probabile che si tratti del deposito dell'atto costitutivo o dello statuto, richiesto da altre norme. Molto più facile da verificare è che il 5 settembre, effettivamente, sul profilo FB di Recupero è apparso il simbolo di nuovo conio "Popolo per il Sud" (che non risulta invece depositato come marchio nazionale o europeo). All'ostensione del simbolo si è accompagnata la diffusione di un primo comunicato stampa (pubblicato, per esempio, il 7 settembre 2025 sul sito www.citynow.it)  
"Popolo per il Sud": l'associazione politico culturale, che promuove gli interessi del Meridione d'Italia, che ha come obiettivo lo sviluppo, la promozione e il benessere delle regioni del Sud. Un legame profondo, un popolo orgoglioso di appartenere alle sue tradizioni, alle sue culture e alla sua storia, mosso da un sentimento di forte appartenenza. Popolo per il Sud è una formazione politica federalista, libera e che rinuncia alla politica dell'assistenzialismo, prediligendo la concretezza per risolvere autonomamente i problemi dei territori, stimolando i meridionali e rendendoli artefici del proprio destino, è la soluzione per responsabilizzare i territori, per evitare zone della nazione dedite al parassitismo. Popolo per il Sud vuole impegnarsi per riaffermare le capacità del Sud ed ottenere il coinvolgimento nelle scelte politiche. Il primo passaggio è costruire una struttura di partito federale, per organizzare incontri e spiegare il progetto che inizia a farsi conoscere. Stiamo lavorando costantemente per trovare dei punti di riferimento per poi partire con il tesseramento. È importante sottolineare che ogni realtà locale eleggerà i propri rappresentanti come si fa in democrazia. Molti ex militanti della Lega Salvini Premier in Calabria hanno dato vita, ad una Associazione politica culturale in seguito ad una assemblea a Reggio Calabria, Popolo per il Sud, staccandosi dal partito di Matteo Salvini per aver stravolto il progetto politico, il quale non dà ascolto ai territori, azzerando la meritocrazia e dimenticando i militanti della prima ora, coloro i quali avevano dato vita al movimento sul territorio, radicandosi sui territori di pertinenza e che oggi si ritrovano insieme nella nuova formazione. A dare il via è stato Franco Recupero, l'idea è sua: 11 anni nella Lega Salvini Premier ed ex Segretario provinciale di Reggio Calabria dal 2020 al 2025, è il fondatore insieme ai tanti militanti di Popolo per il Sud. Nella riunione indetta alcuni mesi fa dallo stesso Recupero, disse: "La Lega non esiste più e poiché sono in tantissimi a credere a quei valori oramai non più rappresentati da alcun partito, si è ritenuto opportuno dare vita ad una nuova associazione e a federare liste civiche, partiti e associazioni proprie". Popolo per il Sud crede nel federalismo fiscale. La nuova associazione intende federare movimenti, partiti, liste civiche e associazioni del mondo federalista e indipendentista, nel rispetto dell'art. 5 e il titolo V, per rendere lo stato più efficiente e vicino ai bisogni dei cittadini, con responsabilità, equità e dignità, cercando di arginare il più possibile quel parassitismo che nei decenni non ha fatto crescere i nostri territori ma anzi li ha messi in ginocchio. La ragione che ha spinto a fondare Popolo per il Sud è la voglia di riportare in primo piano il Meridione, ma guardando con grande interesse a tutta la Nazione, perché l'Italia è una. Il Federalismo non separa ma unisce, i modelli di Svizzera, Germania e Stati Uniti d'America sono la prova più evidente. Siamo certi che i tanti meridionali e parliamo di professionisti e imprenditori, continuano a dare un forte contributo in molte regioni d'Italia, questo significa che c'è un Meridione che studia, si applica, lavora e questo ci inorgoglisce, ma non possiamo fare a meno di evidenziare che le politiche fallimentari perpetrate per decenni hanno indotto la fuga di tanti cervelli da un lato e dall'altro l'assistenzialismo, come se al Sud non ci si potesse rimboccare le maniche dando un'immagine di un Meridione inefficiente. Il Meridione è ricco di persone capaci di cambiare i destini del territorio. Popolo per il Sud spalanca le porte a queste persone e vuole accoglierle, confidando nelle energie di tanti giovani che fanno la differenza. [...] Il Ponte sullo stretto potrebbe rappresentare un'opportunità di lavoro per tante famiglie, ma non considerandolo un intervento prioritario per il Sud, con il rischio che diventi uno stipendificio a danno degli italiani, non prima di aver risolto il problema sulla sanità e i servizi essenziali, come la mancanza negli acquedotti dell’acqua come bene primario. La nostra è un'associazione politico culturale e intende proporsi come il sindacato del Meridione. Oggi manca una forza politica federalista del meridione che parli alle fasce produttive e ai lavoratori, alle aziende e ai pensionati del Sud. Il Meridione rialza la testa!
Il comunicato è utile per inquadrare meglio il nuovo movimento e la sua origine, in particolare la provenienza ex-leghista di una parte significativa dei promotori, ma questo non ha alcun effetto sulla questione legata al logo, che Recupero ritiene sia stato "copiato" da Vannacci per il suo Futuro nazionale. Il sospetto di "plagio" ovviamente non riguarda - come nel caso del probabile contenzioso con Nazione Futura - la denominazione, ma solo il simbolo, probabilmente per l'uso dei colori (testo bianco con carattere "bastoni" su fondo blu ed elemento tricolore al di sotto del nome) e per il bordo bianco-blu, comune a entrambi.
Non si può non riconoscere che quegli elementi coesistono in entrambi i fregi. Detto questo, però, è altrettanto immediato e facile, per chiunque, rilevare le tante differenze tra i due emblemi: in quello di Vannacci c'è in più il cognome giallo (tinta non presente nel fregio del Popolo per il Sud) mentre in alto manca l'immagine bianca del volto di una guerriera con elmo e cimiero coronata d'alloro (dovrebbe trattarsi del volto della statua di Athena Promachos, presente sullo stretto); il carattere impiegato nei due emblemi è chiaramente diverso - e nel caso di Vannacci la scelta del font è stata tutt'altro che indifferente - così com'è diverso il tricolore, conformato come un'ala fiammeggiante per Futuro nazionale e come un parallelogramma semplice e molto schiacciato per il Popolo del Sud.
Insomma, elementi di somiglianza tra i due simboli certamente se ne possono trovare, soprattutto nell'uso dei colori nazionali, che peraltro - soprattutto negli ultimi vent'anni - è sempre più diffuso sulla scena politica italiana. Da qui a ipotizzare una somiglianza voluta e deliberata, al punto da parlare di "copia", tuttavia, sembra di poter dire che il passo è piuttosto lungo, ammesso che un passo solo basti. Vero è che il simbolo di Popolo per il Sud era stato reso noto alcuni mesi prima, magari  è altrettanto vero che non è scontato che Vannacci o i suoi collaboratori l'abbiano effettivamente conosciuto (anche perché non sappiamo nemmeno quando il simbolo di Futuro nazionale sia realmente stato creato, al di là della data di deposito come marchio) e che - anche immaginando che lo abbiano visto - si siano realmente ispirati a questo, anche solo in parte; non c'è nemmeno alla base una dinamica simile a quella lamentata da Nazione Futura, che ha fatto notare come Vannacci avesse partecipato a loro iniziative e anche su questo aveva fondato i suoi sospetti di "plagio" (sui quali si è già avuto modo di esprimere dubbi). Tra l'altro, non sembra inutile notare che il simbolo di Futuro nazionale, rispetto alla versione depositata come marchio europeo, da una settimana è leggermente mutato, con le parole e il fregio tricolore che hanno conquistato più spazio all'interno del cerchio.
Detto questo, nel pieno rispetto di Franco Recupero e del suo progetto politico recentemente avviato, il caso sembra particolarmente adatto per mettere in pratica la massima di Ennio Morricone ricordata prima. Perché, a scartabellare tra le elezioni non nazionali, avendo buona memoria, si può tornare alle regionali e amministrative del 1995, anno in cui i Socialisti italiani, Alleanza democratica e il Patto Segni si erano uniti nel Patto dei democratici, presentando liste comuni. Il simbolo era a fondo blu, con il nome scritto in bianco con carattere bastoni e, nella parte inferiore, c'era una bandiera tricolore resa a parallelogramma, insieme a un arco di quindici stelle bianche. Non s'intende certamente dire che il Popolo per il Sud si sia ispirato al Patto dei democratici (anche perché, oggettivamente, quel simbolo "ballò" per un solo turno elettorale nel 1995, con qualche presenza sporadica nel 1996, dunque non si potrebbe dare in alcun modo per scontato che una persona che non sia aderente al novero dei #drogatidipolitica conosca o peggio ancora ricordi quel fregio), ma oggettivamente il simbolo del Popolo del Sud somiglia a quello del Patto dei democratici molto più di quanto quello di Futuro nazionale possa somigliare a quello del Popolo del Sud. E quello del 1995 è solo il primo simbolo che è venuto in mente a livello nazionale; altri simboli, affetti da analoghe somiglianze "quadricolori", potrebbero spuntare senza troppe difficoltà.
 

Il simbolo del (proto)Pdl riemerso dal passato

E, a proposito di simboli quadricolori d'annata, i #drogatidipolitica avranno sicuramente apprezzato il tuffo nel passato offerto da un lancio di Adnkronos che venerdì pomeriggio, per approfondire la questione legata al marchio di "Futuro nazionale" registrato nel 2010 dall'ex consigliere regionale M5S Riccardo Mercante (ma scaduto poco dopo la sua morte, nel 2020, e - a quanto si sa - non rinnovato in tempo utile per poter essere considerato validamente opponibile), all'opinione di un curioso figuro da anni attento alle vicende storiche, grafiche e giuridiche dei simboli partitici affiancava una dichiarazione di Ignazio Abrignani, avvocato e deputato per due legislature, eletto nel 2008 e nel 2013 con il Popolo della Libertà - partito di cui era responsabile elettorale - salvo poi concorrere nel 2015 a creare Ala - Alleanza liberalpopolare - autonomie con Denis Verdini e altri. Ecco di seguito le parole di Abrignani:
Quel che conta, dunque, è l'uso elettorale del logo. Ne è convinto anche l'ex parlamentare azzurro Ignazio Abrignani, avvocato incaricato da Silvio Berlusconi per il contenzioso civile nel 2009 contro l'imprenditore di Casal di Principe, Michelangelo Madonna, che rivendicava la paternità del simbolo del Popolo della libertà (assicurava di averlo inventato per primo due anni prima della cosiddetta svolta del predellino del 18 novembre 2007). ''In materia elettorale - assicura Abrignani - è l'anteriorità che dà il diritto all'utilizzo del simbolo al soggetto che l'ha presentato. E' evidente che un soggetto che abbia depositato presso il registro competente tale simbolo potrebbe reclamare dei diritti di natura civilistica ma, di fatto, bisogna innanzitutto capire se il deposito è stato rinnovato o meno, perché, in caso negativo, la dicitura sarebbe libera e a disposizione del primo soggetto che la depositerà in una competizione elettorale, come potrebbero essere le prossime suppletive''.
Posto che, per il momento, non c'è alcun uso elettorale del simbolo di Futuro nazionale (né dei loghi di Nazione Futura o del Popolo per il Sud, così come non era stato impiegato elettoralmente il marchio di Mercante), non poteva sfuggire il riferimento a un contenzioso vecchio ormai di qualche anno e che forse più di qualcuno aveva dimenticato, legato proprio al simbolo del Popolo della Libertà e al suo uso elettorale. Tocca andare a scartabellare in siti d'informazione nazionali e locali per trovare tracce di quella disputa e, soprattutto, di ciò che l'aveva preceduta, per ricostruire una dinamica dei fatti il più possibile aderente alla realtà. 
Così, sul sito Casertanews.it, in data 21 dicembre 2007 si legge la seguente notizia - titolata Consegnato a Berlusconi logo del PDL - , che merita di essere riportata per intero: 
Martedì mattina [il 18 dicembre, ndb] a Roma il Dott. Michelangelo Madonna, accompagnato dall'Ing. Petrillo Salvatore, da Riccardo Ventre, dall'On. Nicola Cosentino e dal responsabile regionale del circolo della libertà, Dott. Marcello di Caterina, ha consegnato al Presidente Silvio Berlusconi il logo e la denominazione del "Popolo delle Libertà", di cui lo stesso Dott. Madonna con altri amici di Casal di Principe e del Circolo delle libertà di quella città sono legittimi detentori perché, con felice intuizione anticipatrice, avevano presentato, nell'ultima conferenza elettorale comunale, un'autoritaria lista conseguendo un lusinghiero successo. Il Dott. Madonna ed i suoi amici hanno ceduto al Presidente Berlusconi il simbolo a titolo assolutamente gratuito con grande disinteresse e nella prospettiva della edificazione del nuovo grande partito del Popolo delle Libertà. Il Presidente Berlusconi è rimasto estremamente compiaciuto del gesto ed ha promesso al Dott. Maradona che, appena possibile, insieme con Michela Brambilla avrebbe fatto visita alla città di Casal di Principe. Il Dott. Maradona ha altresí consegnato a Berlusconi, a nome del Circolo delle Libertà di Casal di Principe, una targa ricordo nella quale il Presidente Berlusconi è definito Cavaliere delle Libertà.
Al di là del lapsus che aveva trasformato Madonna in Maradona, non possono passare inosservati il riferimento alla "felice intuizione anticipatrice" alla base della presentazione "nell'ultima conferenza elettorale comunale" (cioè alle ultime elezioni amministrative di Casal di Principe, svoltesi il 27-28 maggio 2007) di "un'autoritaria lista conseguendo un lusinghiero successo": in concreto, la lista Popolo della Libertà aveva ottenuto 752 voti, pari al 5,86%: si era trattato della lista meno votata della coalizione di centrodestra, ma la vittoria al ballottaggio del candidato Cipriano Cristiano, due settimane più tardi, ha garantito alla lista del (proto)Pdl - con un simbolo diverso, sfondo azzurro sfumato, nome bianco sullo stile delle Wordart di Publisher e tricolore formato da tre vele sovrapposte - l'elezione di un consigliere. Il simbolo elaborato da Madonna, per quanto se ne sa, era stato depositato presso la sottocommissione elettorale circondariale di Trentola Ducenta il 28 aprile 2007.
In effetti il 19 dicembre 2007, con un atto di "cessione di simbolo" rogato a Roma presso Palazzo Grazioli dal notaio ed ex deputato di Forza Italia Paolo Becchetti - lo stesso che il 27 febbraio 2008 avrebbe rogato l'atto costitutivo del Pdl, partecipanti Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Rocco Crimi, Denis Verdini, Sestino Giacomoni, Valentino Valentini, Sandro Bondi, Maria Marinella Brambilla, Antonino Caruso e Rita Marino - Michelangelo Madonna dichiarò di avere presentato il simbolo del "suo" Popolo della Libertà "in previsione delle elezioni comunali" di Casal di Principe e di aver "inteso finora" l'uso di quel simbolo "come un 'pre-uso' a favore dell'On.le dott. Silvio Berlusconi": su tali basi, egli dichiarò di cedere e trasferire allo stesso Berlusconi "la titolarità completa ed ogni connesso diritto di uso a fini politici generali ed a fini elettorali in particolare, rimossa fin da ora ogni eccezione al riguardo, del simbolo 'Popolo della Libertà'". Proprio Berlusconi si doveva considerare da quel momento in avanti "unico titolare del simbolo succitato con espressa facoltà di farne l'utilizzo politico generale, elettorale, editoriale, radiotelevisivo, di manifestazioni pubbliche e di gadgetistica, di riproduzione e quant'altro ritenuto necessario anche se qui non specificatamente indicato". Lo stesso atto precisava che la cessione e il riconoscimento "del pre-uso a favore dell'On. dott. Silvio Berlusconi fin dal deposito dello stesso simbolo avvengono a titolo gratuito", con tanto di aggiunta a mano: "ed hanno causa nella militanza politica del cedente". 
Il 19 dicembre 2007 seguiva di un mese il 18 novembre, giorno del "discorso del predellino" di Silvio Berlusconi; tra le due date si collocavano il deposito del marchio verbale e grafico del Pdl (il 20 novembre), il voto nei gazebo (il 2 dicembre) per scegliere il nome del nuovo partito tra le opzioni "il Partito della Libertà" e "il Popolo della libertà" e l'annuncio della vittoria della seconda opzione (il 12 dicembre), seguito da un ulteriore deposito "a grappolo" di marchi regionalizzati del Pdl (a fine dicembre). Il nuovo simbolo, peraltro già rivisto graficamente (con le scritte in carattere bastoni e l'inserimento della dicitura "Berlusconi presidente", non più con la grafica mutuata dai Circoli della Libertà), venne depositato al Viminale, furono presentate le liste e - scongiurato il rinvio delle elezioni dopo la repentina riammissione del simbolo della Democrazia cristiana di Giuseppe Pizza, grazie alla rinuncia di quest'ultima a partecipare poche ore prima che la Cassazione rimuovesse la pronuncia del Consiglio di Stato - si votò per rinnovare le Camere il 13 e il 14 aprile 2008, con la vittoria schiacciante del centrodestra. 
A liste presentate e ammesse, tuttavia, il 15 marzo Michelangelo Madonna, attraverso il suo procuratore speciale Francesco Mercurio, aveva inviato a Silvio Berlusconi un "atto di invito e diffida stragiudiziale" in cui lamentava che l'atto ricevuto in fotocopia subito dopo la sottoscrizione il 19 dicembre fosse risultato diverso dalla copia conforme rilasciata dal notaio Becchetti, ma soprattutto che l'atto non avesse "nemmeno i requisiti formali e sostanziali di validità", per cui in realtà sarebbe stato nullo e senza effetti: Madonna si riteneva così ancora "esclusivo titolare" del nome e del simbolo "Popolo della Libertà", rispetto ai quali il contrassegno depositato per conto di Berlusconi al Viminale aveva "elementi obiettivi di confondibilità", e diffidava il leader del centrodestra "a non utilizzare e non far utilizzare da terzi e/o dal/i partito/i da esso rappresentato/i il simbolo ed i segni di cui è titolare il sig. Michelangelo Madonna costituiti da 'cerchio contenente la scritta Popolo della Libertà in colore bianco su fondo azzurro con tricolore', nonché la dizione 'Popolo della Libertà', o dizioni e simboli confondibili con lo stesso", preannunciando azioni legali se ciò non fosse avvenuto. Negli ultimi giorni di campagna elettorale, Berlusconi aveva ricevuto una lettera - inviata il 7 aprile - in cui Madonna lo informava di avere firmato "con molto rammarico [...] l'atto di citazione per la restituzione del simbolo e la dizione 'Popolo della libertà' donatoLe (con l'intento di proseguire con Lei il mio impegno politico) il 19 dicembre u.s.", dopo avere tentato ripetutamente di contattarlo per fissare un appuntamento "dopo il 10 gennaio come da Lei stesso indicatomi" attraverso Sestino Giacomoni e Nicola Cosentino, senza però ottenere alcun effetto (un atteggiamento che Madonna aveva ritenuto deludente e "almeno lesivo della mia dignità personale").
Nell'atto di citazione, presentao presso il tribunale di Roma, si tornava - secondo quanto divulgato dai media allora, in particolare dal Corriere del Mezzogiorno, che peraltro rese disponibili online alcuni atti - sul problema della validità della cessione, poiché dall'atto notarile sarebbe emersa "chiaramente la radiazione dal corpo del testo dell'accettazione operata dall'on. Berlusconi" (quella parte di testo era "incasellata" in un quadrato e indicata con "dele" a postilla dell'atto); in più, dal momento che l'atto non citava espressamente la presenza di testimoni, non avrebbe potuto avere valore di donazione. Gli stessi quotidiani dell'epoca, peraltro, contengono anche una dichiarazione di Mercurio, procuratore di Madonna: "Berlusconi promise di candidare il mio assistito alle elezioni politiche e di coinvolgerlo in un impegno ai vertici del partito".
La candidatura (immaginata, si diceva, nel collegio plurinominale Campania 2) non era arrivata, un coinvolgimento evidentemente neppure, così partì il processo, con tanto di richiesta di sequestro giudiziario del nome e del fregio e relativa domanda di risarcimento (100 milioni a titolo di indennizzo per l'uso indebito del simbolo e 10 come risarcimento del danno). A chiarire la posizione di Berlusconi e del partito fu Abrignani: "Innanzitutto il Madonna presentò il simbolo in via fiduciaria per conto del partito al fine di verificare il suo impatto sull'elettorato. Ma al di là di questo, quello che chiude la vicenda, a mio parere, è la circostanza che lo stesso Madonna ha ceduto il logo 'Popolo della libertà' nelle mani del presidente Berlusconi con regolare atto notarile. Qualsiasi richiesta successiva mi sembra quindi assolutamente pretestuosa, come anche il giudice sicuramente valuterà in tal senso". A quanto si apprende sempre attraverso le notizie ancora rintracciabili online, il Tribunale di Roma si espresse a favore di Berlusconi e del Pdl nel 2010 e lo stesso fece la Corte d'appello di Roma nel 2012.
Nel bel mezzo di quel periodo, tra l'altro, si consumò la querelle tra Berlusconi e il gruppo vicino a Gianfranco Fini, con risvolti anche sul simbolo stesso: secondo Italo Bocchino, il fregio non sarebbe più stato utilizzabile perché l'atto costitutivo del Pdl prevedeva che in caso di scioglimento si sarebbe potuto impiegare il simbolo solo con il consenso di tutti i fondatori (incluso Fini per An); per Abrignani contavano invece le norme statutarie, che attribuivano al segretario politico il potere di utilizzare i simboli come contrassegni elettorali. Nella disputa, peraltro, si inserì anche Domenico Auricchio, allora sindaco di Terzigno, rieletto nel 2009 ma scelto per la prima volta nel 2007 - proprio nello stesso turno elettorale che aveva chiamato al voto i cittadini di Casal di Principe. Così dichiarò ai media - per esempio al Gazzettino Vesuviano - il 22 novembre 2010: 
Nel 2007 uscirono sei liste del centrodestra e una del centrosinistra. Io ero in procinto di avviare una lista che aveva come simbolo il Vesuvio. Ma, quella notte, alle ore 2, fui allertato dall’onorevole Martusciello che mi consigliò vivamente di ritirare il logo del Vesuvio ed inserire l’attuale simbolo del partito. Io lo ascoltai e in concomitanza al baluardo di alleanza nazionale mi diressi alle elezioni. Tra i sei sindaci candidati nella lista elettorale del centrodestra, fui proprio io ad andare al ballottaggio con l’allora candidato a sindaco del centrosinistra. Vinsi con il 54 % dei voti.  Dopo di che, in data 6 agosto 2007, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla si recarono a Bruxelles per registrare il logo. Ma, una volta giunti sul luogo, scoprirono che il simbolo oltre ad essere stato già utilizzato, possedeva anche un suo amministratore. La notizia destò scalpore e i giornali scalpitavano per accaparrarsi la news del momento. Allora, il ministro Brambilla, vista la scabrosità dell’accaduto, mi rese partecipe ed io stesso, con la lettera del 24 agosto 2007, ho dichiarato agli atti che l’unico detentore ufficiale del distintivo del partito della libertà è il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. [...] È scritto sul retro della brochure della campagna elettorale del 27-28 maggio del 2007 che questo sarà con ottime probabilità il nuovo simbolo della casa della libertà.
Si tratta, insomma, di una dinamica simile a quella che aveva riguardato il simbolo utilizzato alle elezioni di Casal di Principe. Basta però vedere il sito del Corriere della Sera dedicato alle elezioni di quell'anno - lo stesso da cui è stato tratto il simbolo mostrato prima - per rendersi conto che, in realtà, a essere stato utilizzato a Terzigno era il simbolo del "Partito della Libertà", vale a dire l'opzione che poi non vinse alla consultazione di dicembre 2007 tra iscritti e simpatizzanti. Quel nome, già depositato come marchio europeo il 26 aprile 2007 da Michela Vittoria Brambilla, era però già stato registrato nel 2004 come nome a dominio dalla Federazione dei liberali, che per questo aveva iniziato un procedimento legale contro Brambilla, i suoi Circoli della Libertà e Forza Italia: alla fine del 2011 il Tribunale di Milano diede torto alla Federazione dei liberali guidata da Raffaello Morelli (sostenendo che non era stato provato un uso antecedente e chiaramente riconducibile alla Fdl del dominio wwww.partitodellaliberta.it - da essa registrato - tale da invalidare le domande di marchio presentate successivamente, e in ogni caso il concetto di "libertà" era "inappropriabile monopolisticamente da chicchessia"; tuttavia le spese furono compensate, perché fu riconosciuta la legittima aspettativa della Fdl alla registrazione come marchio di quel nome), né andarono meglio i ricorsi in sede europea. 
L'uscita di Auricchio, insomma, rischiò di nuocere alle tesi del Pdl guidato da Silvio Berlusconi, visto che riguardava un nome diverso; una dichiarazione analoga da parte di Madonna sarebbe stata sicuramente più di aiuto al Pdl, ma allora la causa era in corso (anzi, era già stata emessa la sentenza di primo grado, prontamente richiamata da Brambilla a sostegno della titolarità del nome in capo a Berlusconi) ed era difficile da immaginare che l'imprenditore casalese potesse dichiarare qualcosa che avrebbe potuto nuocere ai propri obiettivi in sede contenziosa. Alle elezioni politiche del 2013 tanto Auricchio quanto Madonna furono candidati dal centrodestra al Senato, nella circoscrizione Campania: Auricchio nel Pdl in 19° posizione, Madonna in Grande Sud in 4° posizione. La coalizione ottenne il premio regionale, ma i seggi andarono tutti al Pdl grazie al suo 30,32%, a nulla valendo l'1,54% ottenuto in Campania da Grande Sud di Gianfranco Miccichè; Auricchio nel 2013 non ottenne il seggio, nonostante le opzioni in altre circoscrizioni di Berlusconi e Lucio Barani, ma quando Alessandra Mussolini nel 2014 divenne europarlamentare, fu proprio lui a subentrarle a Palazzo Madama (dove poi, a settembre del 2015, concorse a costruire il gruppo di Ala uscendo dal Pdl, proprio come fece Abrignani).
La scelta di Adnkronos di sentire Abrignani sulla vicenda del simbolo-marchio di Futuro nazionale ha dunque concorso a riportare alla luce un episodioche non può non risultare interessante per i #drogatidipolitica, sempre pronti a lasciare per un attimo da parte l'attualità per ripercorrere vicende politico-elettorali del passato che meritano di non finire nel dimenticatoio. Poiché però nulla è lasciato al caso, men che meno per chi segue i diritti e i rovesci della politica, non poteva mancare una chicca finale, che imprevedibilmente unisce i due tasselli della "storia infinita" rievocata qui. Scartabellando nella banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, esce un unica domanda di marchio presentata da Michelangelo Madonna, peraltro insieme al suo procuratore Francesco Mercurio: essa, depositata l'11 settembre 2009 e accolta il 2 dicembre 2010, riguarda un marchio figurativo a colori, consistente in un "cerchio con fondo di colore azzurro contenente la scritta Popolo del Sud di colore bianco e tre vele con i colori del tricolore italiano, verde, bianco e rosso; in alto a sinistra sullo sfondo in grigio è rappresentata l'Italia meridionale con la Sicilia". L'occhio ovviamente riconosce un simbolo molto simile a quello impiegato alle elezioni di Casal di Principe nel 2007 (paradossalmente una lista con quel nome partecipò alle amministrative in quel comune nel 2010, ma faceva parte del centrosinistra e aveva tutt'altra grafica); è però impossibile non notare come il nome, "Popolo del Sud", somigli incredibilmente al "Popolo per il Sud" di cui Franco Recupero lamentava la copiatura da parte di Roberto Vannacci. Ovviamente qui non si parlerà di copiatura o di plagio ma, di nuovo, anche per i nomi dei partiti vale la massima morriconiana: le somiglianze, anche quelle di cui non si sospetta l'esistenza, fanno parte della storia della politica; è giusto rilevarle, ma senza andare troppo oltre.