lunedì 28 settembre 2026

La tesi di Marco Pannella: una storia "simbolica" anche per chi fa ricerca

Chi sente di appartenere alla categoria dei #drogatidipolitica, a prescindere dall'attività svolta per sostentarsi, esercita per natura la curiosità e non di rado ha un'innata propensione per la ricerca. Non si parla per forza della ricerca legata ad attività universitarie, ma certamente a essere condiviso è il suo principio di base, che può ritrovarsi facilmente nella successione di quattro verbi contenuti nell'ultimo verso di una delle poesie più note di Alfred Tennyson, Ulysses: "To strive, to seek, to find, and not to yield", dunque lottare, cercare, trovare e cedere mai. Proprio questi verbi, da soli, sono in grado di comunicare a chiunque che la ricerca, in qualunque campo sia svolta, necessita di molte energie (innanzitutto mentali, ma anche fisiche o perfino economiche), richiede spesso tantissimo tempo (rifuggendo sempre la tentazione di dire che è "troppo") e porta con sé un ineliminabile rischio di inconvenienti, esperimenti falliti, porte chiuse o sbattute in faccia, coincidenze mancate, disinteresse in forma di assenze o silenzi, appuntamenti saltati all'ultimo minuto, contatti o incontri infruttuosi, documenti spariti o irraggiungibili (magari perché non reperiti da chi non li sa cercare o non li vuole trovare) e altre amenità che rischiano seriamente di somigliare a fallimenti. Non di rado, però, chi continua a lottare per cercare e non si arrende per fortuna... trova, tutto insieme oppure a rate, magari seguendo piste apparentemente secondarie (trascurate in un primo momento o emerse in seguito per puro caso e battute per il proverbiale "ennesimo" o perfino "ultimo tentativo") e quasi sempre grazie all'apporto di più persone: quando questo succede, la soddisfazione è grande, anche quando la ricerca riuscita non ha un - mai disprezzabile - ritorno economico per chi l'ha svolta.
Un esempio perfetto di quanto possa essere lungo, accidentato e "a tappe" il cammino di una ricerca è dato da un libro appena uscito, il cui contenuto è di per se oggetto d'interesse per i #drogatidipolitica: ci si riferisce a Marco Pannella: storia di una tesi di laurea (inedito), opera di Lanfranco Palazzolo, giornalista, da anni cronista parlamentare per Radio Radicale. Le storie che si intrecciano in quelle pagine, pubblicate dall'editore Nuova Palomar, a ben guardare sono almeno tre: ovviamente la storia di Marco Pannella, che quando si laureò - il 17 marzo 1953 - non aveva ancora fondato il Partito radicale (nato nel febbraio del 1956), essendo ancora impegnato nel Partito liberale italiano e nella sua organizzazione giovanile, oltre che nella goliardia universitaria; la storia della sua tesi di laurea, soprattutto con riguardo alla sua genesi e alle vicende travagliate della sua discussione; infine, la storia del ritrovamento della tesi stessa e della ricostruzione delle vicende che hanno permesso la pubblicazione del libro (pubblicazione il cui iter, in effetti, sarebbe la quarta storia da raccontare).

Delle parole di Marco Pannella, quelle pronunciate in sede parlamentare ma non solo, era uscita una prima raccolta in forma di libro nel 1979 (Io, Marco Pannella al Parlamento, edita da Lucio Ceci Editore, curata da Aldo Rotondaro), seguita da un'altra raccolta nel 1982: si trattava di un volume piuttosto corposo, Marco Pannella. Scritti e discorsi (1959-1980), pubblicato dall'editore milanese Gammalibri, in grado - a differenza dell'opera precedente, come già il titolo permetteva di capire - di coprire un periodo di oltre vent'anni, tutti quanti successivi alla fondazione del Partito radicale (partito che, com'è noto, proprio Marco Pannella - dopo avere concorso alla fondazione all'inizio del 1956 - aveva decisivamente contribuito a riconfigurare in modo consistente nel III congresso straordinario del 1967).
Circa vent'anni dopo la prima elezione di Pannella e di altri tre deputati (1976), Lanfranco Palazzolo curò due raccolte di discorsi parlamentari pannelliani, in un periodo in cui la ricerca sugli atti di Camera e Senato era sicuramente più complessa di quella che si può fare oggi grazie alle banche dati messe a disposizione dalle stesse assemblee. Così, nel 2007, Kaos Edizioni (che, di fatto, era in continuità editoriale con Gammalibri) pubblicò A sinistra del Pci. Interventi parlamentari 1976-1979 e Contro i crimini di regime. Interventi parlamentari 1980-1986 (con prefazione di Giorgio Galli). Già in quella fase l'impressione era che quel lavoro editoriale fosse solo la prima parte di un progetto più ampio, destinato a rendere più facilmente fruibili i discorsi dello stesso Pannella. Lo stesso Palazzolo spiega, nella sua introduzione al libro appena uscito, che Domenico Nodari di Kaos dopo quei primi due libri gli aveva proposto di aggiornare e rivedere il volumone uscito nel 1982; in quel periodo, però, non se ne fece nulla ("anche perché - racconta sempre Palazzolo - alla presentazione del primo volume dei discorsi parlamentari di Pannella [...], che si svolge il 12 giugno 2007 presso l'Associazione Stampa Romana, non si presenta praticamente nessuno del Partito Radicale e della Radio").
L'idea di quel libro si riaffacciò dieci anni fa, peraltro in una fase molto triste per l'area radicale: quella degli ultimi mesi di vita di Marco Pannella. Verso in febbraio Nodari ripropose a Palazzolo il suo progetto e lui accettò di raccogliere in fretta articoli, interviste e altri testi in grado di coprire la parte più ampia possibile dell'impegno politico, "a patto di ottenere il consenso di Pannella dopo aver parlato direttamente con lui". Quell'incontro, in quei giorni di visite continue in via della Panetteria, faticò molto ad arrivare, ma a fine marzo - grazie a un intervento risolutivo e inatteso di una deputata che sarebbe andata a trovare Pannella e aveva avvertito il giornalista - Palazzolo riuscì a vedere l'ex segretario e presidente del Partito radicale: "Informo Pannella che ho intenzione di fare questo libro. E lui annuisce. È stata l’ultima volta che ho visto Marco". Nel libro, che si sarebbe intitolato La rosa nel pugno, il curatore volle inserire una cronologia dell'impegno politico di Pannella, evidentemente inserendo anche gli anni precedenti al Partito radicale: proprio in quella fase emerse il problema della discussione della tesi di laurea in giurisprudenza, presso l'Università di Urbino (dopo i primi quattro anni alla Sapienza), un passaggio che nessuna biografia pannelliana aveva sino a quel momento approfondito - al di là del riportare il voto minimo, 66 su 110, e la versione dello stesso Pannella su una discussione animata di quasi tre ore con la commissione - e nemmeno esattamente collocato temporalmente. L'informazione però arrivò attraverso Carlo Magnani, oggi come allora ricercatore e docente di diritto dell'informazione e della comunicazione a Urbino: contattato da Palazzolo, Magnani con una ricerca presso l'ateneo scoprì che la tesi di laurea era stata discussa da "Giacinto Marco Pannella" il 17 marzo 1953, con riferimento all'anno accademico 1951-52, ma riuscì anche a fotocopiare la tesi e a spedirla allo stesso Palazzolo. Purtroppo Marco Pannella non poté rivedere la copia della sua tesi e nemmeno il libro curato da Palazzolo (il lavoro sul testo era terminato all'inizio di maggio): si spense il 19 maggio, due giorni dopo l'arrivo delle prime copie a Roma.
La morte di Pannella, tuttavia, non aveva fatto perdere affatto l'interesse per la sua tesi. Innanzitutto perché, se Pannella aveva sempre detto - e si era sempre acriticamente tramandato - che l'argomento della tesi era l'art. 7 della Costituzione (quello sui rapporti tra Stato e Chiesa e sui Patti lateranensi), in realtà il titolo era L'eguaglianza giuridica dei cittadini nella Costituzione italiana, per cui l'elaborato si era concentrato sull'art. 3. C'era poi la particolarità del relatore indicato sulla tesi: Marino Bon Valsassina (1921-1991), costituzionalista di stampo nettamente conservatore, monarchico, in seguito consigliere comunale a Roma (negli anni '70), eletto per la prima volta con il Msi dopo essere stato vicino al Pli. Come poteva essere stato il rapporto tra lui come relatore e il laureando Giacinto Marco Pannella? Quanto, all'interno della tesi, Pannella era riuscito a conservare la propria impostazione e le proprie idee e quanto aveva dovuto "concedere" a quelle del relatore? E come mai il voto si era mantenuto fermo al minimo? Che fondamento avevano voci insistenti sul fatto che la tesi non fosse stata opera di Pannella?
Per cinque anni Lanfranco Palazzolo - lo spiega lui nell'introduzione - non rese pubblica la notizia del ritrovamento della tesi: si limitò ad accennare alla cosa e alle questioni da approfondire a vari docenti universitari, senza riscontrare un reale interesse. Ciò fino all'incontro, a novembre del 2021, con Romano Ferrari Zumbini, storico del diritto presso la Luiss e direttore delle Commissioni permanenti al Senato: la questione della tesi emerse alla fine di un'intervista, nei giorni successivi il professore manifestò interesse e chiese di poter leggere l'elaborato. La mattina del 24 dicembre 2021 - "nella sala Maccari di un Senato spettrale, totalmente vuoto" - Palazzolo realizzò l'intervista a Ferrari Zumbini per Radio Radicale sulla tesi di Pannella analizzata dal docente: questi, ricordando che "una tesi di laurea [...] è un lavoro congiunto nel quale confluiscono due intelligenze" (in questo caso "Marco Pannella il libertario e Marino Bon Valsassina il gentiluomo liberale"), sostenne che la tesi fosse "molto migliore rispetto al pessimo voto che gli è stato attribuito". A suo giudizio, la trattazione del principio di eguaglianza formulato nell'art. 3 Cost., entrato in vigore cinque anni prima della discussione, era stata fatta "in maniera ineccepibile perché viene presentata in chiave storica e sul piano di diritto positivo ripartito in varie materie", inclusi i rapporti Stato-Chiesa. In più, l'elaborato sembra offrire un punto di vista originale, che vide la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 come "punto intermedio" del discorso sull'uguaglianza, le cui radici vennero individuate nel costituzionalismo americano (se non in quello medioevale inglese): Ferrari Zumbini ha sottolineato come tanto Bon Valsassina quanto Pannella rifiutassero lo statalismo francese e questo dovrebbe avere influenzato l'impostazione della tesi, volta a valorizzare una concezione costituzionale e normativa che non apparisse "imposta dall'alto", come in vari aspetti si mostrava la soluzione francese (anche e soprattutto per i suoi prodotti successivi, a partire dal Code civil napoleonico). 
In un periodo in cui la Corte costituzionale non aveva ancora iniziato a operare (la prima sentenza arrivò nel 1956), il laureando Giacinto Marco Pannella cercò di dare una definizione di eguaglianza: "L'eguaglianza consiste nel patrimonio di dignità che ogni ordinamento conferisce ai singoli membri". Se per Ferrari Zumbini la definizione è meritoria perché "non lega l'eguaglianza a una condizione economica" e mette in chiaro che "l'eguaglianza deve riferirsi a una condizione di partenza e non di arrivo"; qui ci si permette di aggiungere che quella definizione poneva l'accento proprio sulla dignità, che compare nella prima parte dell'art. 3 ma spesso rischia di passare in secondo piano. Quanto all'analisi del primo comma dell'articolo, Pannella trattò il concetto dell'eguaglianza (formale) in rapporto alle varie ipotesi di discriminazione che la disposizione costituzionale aveva stigmatizzato: guardò ai lavori preparatori, alle situazioni normate dalle norme previgenti e ad alcuni casi concreti, che fecero emergere conflitti tra le disposizioni costituzionali e norme di legge previgenti. Di più, la tesi ribadì che "perché l'eguaglianza arrivi a sussistere è condizione necessaria la libertà: infatti la libertà nell'ambito delle relazioni sociali dà come conseguenza l'eguaglianza": questo appare un punto fondamentale nella lettura dell'elaborato pannelliano per capire come mai l'eguaglianza e varie dimensioni della libertà finissero per fondersi nelle riflessioni del laureando Pannella. Lo si vede, ad esempio, con riferimento al conflitto tra norme in tema di licenziamento e disposizioni costituzionali a tutela della libertà d'opinione (gli artt. 3 e 21), a partire dal caso del licenziamento a causa delle sue posizioni politiche dell'operaio Battista Santhià da parte della Fiat, nel 1952, oggetto di ampio dibattito in dottrina; allo stesso modo, fu approfondito lo status del figlio nato fuori dal matrimonio e degli appartenenti alle minoranze linguistiche, come si parlò di una non totale re-integrazione dei cittadini ebrei sul piano dei "diritti della persona umana", attribuita da Pannella a una lettura "isolata" dell'art. 3 Cost, non coordinata con le altre norme costituzionali. Colpisce favorevolmente un approccio non disposto a considerare l'art. 3 come disposizione solo programmatica e non precettiva, interessato invece a rendere effettivo quanto proclamanto dall'articolo oggetto della tesi di laurea.
Il punto della tesi che più colpì Ferrari Zumbini
, nell'intervista rilasciata, fu un passaggio relativo proprio all'art. 7 della Costituzione - su cui a lungo si era pensato che vertesse la tesi di Pannella - e in particolare ai rapporti tra Stato e Chiesa. Quel passaggio si apre con la considerazione "possiamo dire che la posizione di preminenza riconosciuta alla Chiesa cattolica con i Patti lateranensi non viola i principi fondamentali che tutelano la libertà di pensiero, di coscienza, di culto"; alla fine invece si legge "In definitiva, si può concludere, il privilegio e la particolare posizione riservata alla Chiesa cattolica non dovrebbe - in linea di massima - risolversi in un pregiudizio del principio generale di eguaglianza giuridica dei cittadini". Lo storico del diritto si era detto sorpreso nel notare che Marco Pannella, "pur ponendosi il problema delle altre confessioni religiose, in fin dei conti salva l'articolo 7": una tesi all'apparenza poco conciliabile con le successive posizioni laiche e anti-concordatarie di Pannella (visibili fin dalla prima mozione presentata dai radicali nel 1976 alla Camera) e che sembra invece tenere in conto il pensiero del relatore Marino Bon Valsassina (che nel libro La società dei nostri giorni vista da un uomo di destra - rintracciato da Palazzolo alla Biblioteca della Camera, ma con le pagine "ancora intonse, attaccate. Non le aveva lette nessuno" - individuò la religione come "il fondamento necessario, non rimpiazzabile dell'ordine morale, sociale, politico d'una comunità" e sostenne che il Concordato aveva portato "immensi vantaggi [...] alla causa cristiana e, di riflesso, al paese"). Per Ferrari Zumbini, in particolare, l'uso del condizionale ("non dovrebbe - in linea di massima - risolversi in un pregiudizio") poteva suggerire che "forse c'è stato un dibattito tra relatore e laureando [...] perché è una frase articolata e sofferta. Però convinta. Con convinzione, quella convinzione che non gli è mai mancata, Pannella apre all'art. 7. È interessante notare come, in un momento in cui il paese è spaccato su temi come la legge truffa, Pannella difende l'art. 7. Avrebbe potuto condannarlo perché tutta la tesi è costruita sul diritto naturale".
Il tempo di ulteriori approfondimenti sulla tesi di Pannella, ma soprattutto sulla sua seduta di laurea, sarebbe arrivato poco più tardi. Dopo la trasmissione dell'intervista a Ferrari Zumbini su Radio Radicale, infatti, Luigi Ciaurro, consigliere parlamentare, docente di diritto costituzionale e parlamentare presso la Lumsa (in passato, tra l'altro, anche a Urbino) e co-autore - con Vittorio Di Ciolo, scomparso nel 2022 - di un monumentale manuale di diritto parlamentare, volle provvedere a ricerche ulteriori, di cui informò Palazzolo. Riuscì, in particolare, a recuperare - grazie al personale dell'ateneo urbinate - vari documenti interessanti e utili per fare luce sul percorso universitario di Marco Pannella tra Roma e Urbino, di cui diede conto in un'intervista realizzata il 19 gennaio 2022. Intervista che ricordò come quel percorso, testimoniato dal libretto universitario riemerso, non fu all'insegna del "18 diffuso": tra i 21 esami previsti - 16 sostenuti alla Sapienza a Roma, 5 svolti a Urbino in meno di un anno dopo il trasferimento- si ritrovano 28 in Filosofia del diritto e Psicologia (esame facoltativo), 27 in Diritto costituzionale, Antropologia criminale (esame facoltativo) e Diritto ecclesiastico; 27 in Diritto internazionale; il voto minimo arrivò in Istituzioni di diritto privato e romano, mentre Pannella ottenne 19 in Storia del diritto romano e Diritto del lavoro; nelle altre materie il voto oscillò tra 21 (anche in Diritto canonico, ultimo esame facoltativo) e 24. La media ponderata dei voti avrebbe portato circa a 83 punti su 110, salvo dover comunque considerare un punto di partenza più basso a causa di tre "bocciature a libretto" (due in Istituzioni di diritto romano, una in Diritto civile).
Dal sito della Fondazione Luigi Einaudi
Come si spiega, allora, il voto di laurea collocato al minimo? Ciaurro collocò innanzitutto l'episodio della laurea nel percorso personale e politico del futuro co-fondatore del Partito radicale: Pannella frequentò con regolarità la sede del Partito liberale italiano tra i 15 e i 25 anni (tra il 1945 e il 1955), dunque anche durante tutto il periodo degli studi universitari. Nel 1950 fu incaricato dalla Gioventù liberale di curare i rapporti con l'Unione goliardica italiana e, due anni dopo, entrò nel consiglio dell'Ugi al congresso di Firenze (realtà di cui sarebbe diventato poi presidente), per poi diventare incaricato nazionale universitario del Pri-Gli all'inizio del 1953. Secondo Ciaurro l'essere stato una figura molto in vista della goliardia di quel tempo (e di un'associazione laica e allora in polemica con i cattolici della Fuci) potrebbe avere concorso, insieme ad altri dettagli, a maldisporre almeno in parte gli undici membri della commissione di laurea, il cui verbale era parimenti riemerso dagli archivi dell'Università di Urbino e che richiede - tra l'altro - un'immersione nelle regole e prassi accademiche del tempo. 
Innanzitutto il documento conferma una notizia già fornita dal comparatista Fulco Lanchester (che l'aveva saputa dal costituzionalista Pietro Giuseppe Grasso, scomparso a maggio di quest'anno), cioè che alla commissione di laurea di Pannella non partecipò Bon Valsassina, ma fu indicato come relatore un altro costituzionalista, Serio Galeotti (più avanti impegnato in vari progetti di riforma, dal "gruppo di Milano" guidato da Miglio al "comitato di studio" voluto da Francesco Speroni, passando per lo studio originario del referendum volto a rendere maggioritario il sistema elettorale del Senato): "All'epoca - spiegò Ciaurro nell'intervista - non era semplice arrivare a Urbino: da Roma ci volevano sei, sette ore; con la corriera da Roma era un problema perché spesso il veicolo si bloccava sulla via Flaminia al confine tra Umbria e Marche. Posso capire che il prof. Bon Valsassina, che ormai non era più docente in quell'ateneo, non sia andato a Urbino per discutere quella sessione di laurea", accampando allora "motivi di salute". Sempre Ciaurro sostenne però di avere dubbi sul fatto che la "difesa" del laureando e del suo operato fosse stata assunta in commissione proprio da Galeotti: tra gli altri membri della commissione (il presidente Giulio Vismara, storico del diritto di fede cattolica; gli ecclesiasticisti Lorenzo Spinelli e Danilo De' Cocci, allora anche deputato Dc; il giuslavorista Renato Scognamiglio, anch'egli cattolico; l'economista Ercole Calcaterra, di simpatie comuniste; il filosofo del diritto Arturo Massolo; l'amministrativista Giovanni Zaccaria; il civilista Alessandro Santini; l'assistente Renzo Domini), spiccava il nome di Marcello Gallo, docente di Diritto penale, senatore Dc dal 1983 al 1992, ma soprattutto ancora vivo e attento all'inizio del 2022 (è scomparso un anno più tardi, il 6 agosto 2023). 
Proprio Gallo, interpellato da Ciaurro, aveva detto di ricordare "benissimo quella giornata" e di avere difeso Pannella e la sua tesi "con l'istinto del docente di Diritto penale che tende a tutelare le persone deboli e in difficoltà.
E soprattutto attaccate dagli altri". Secondo Ciaurro, all'epoca Pannella più che a una commissione di laurea si era "trovato di fronte a un plotone di esecuzione perché all'epoca era malvisto. A mio giudizio era già famoso. Arriva davanti alla Commissione da leader laico dell'Ugi e si trova davanti un collegio particolarmente ostile".
Da dove sarebbe nata quest'ostilità? Qualche motivo starebbe nella tesi, anzi, nelle tesi presentate: all'epoca, infatti, a Urbino era richiesto di presentare altri tre elaborati. Sempre grazie alla ricostruzione operata con i documenti ritrovati, si sa che un elaborato - essenzialmente formale - era di diritto canonico, un altro di diritto civile, mentre il terzo era di diritto ecclesiastico: "Se possa qualificarsi organo indiretto dello Stato il ministro del Culto che adempie alle formalità amministrative per la trascrizione del matrimonio canonico". Proprio con riguardo a questo tema e agli effetti del Concordato potrebbe essersi sviluppato un dibattito serrato (soprattutto con il presidente Vismara e con i commissari Spinelli e Massolo) che potrebbe avere allungato la durata della discussione, influendo anche sul giudizio complessivo. Quanto alla tesi, Ciaurro stesso la definì "un po' strana, fatta di fretta", priva di conclusioni, ma con tratti meritevoli di interesse e - sempre secondo Ciaurro - scritta direttamente da Marco Pannella e non copiata ("Lo stile lessicale della tesi è omogeneo. Per quello che posso capire, ci sono degli elementi tipici di Marco Pannella", dall'eguaglianza come moderna ispirazione sociale, alla libertà come presupposto della stessa eguaglianza, fino a una certa predilezione per l'ordinamento inglese e la sua storia, mostrata ampiamente in seguito con l'attenzione al sistema elettorale maggioritario secco). Quanto alla lunghezza dell'elaborato, sicuramente appare molto breve rispetto allo standard delle tesi magistrali di oggi, ma Ciaurro sottolineò che il relatore Bon Valsassina aveva "firmato e approvato quel lavoro di Pannella", passaggio necessario per poter arrivare alla discussione, quindi probabilmente la lunghezza non era molto diversa da quella di altre tesi.
Palazzolo mise presto un ulteriore tassello fondamentale nel suo disegno intervistando direttamente Marcello Gallo, il penalista e futuro senatore democristiano che concretamente "difese" Marco Pannella e la sua tesi davanti alla commissione di laurea il 17 marzo 1953 e che, all'inizio del 2022, era il solo membro della commissione rimasto in vita. Gallo nell'intervista definì la tesi di Pannella come "in un certo senso fluviale, nella quale Pannella aveva discusso di parecchi svariati temi, qualche volta non seguendo una linea logica particolarmente diritta e coerente. Ma sempre con delle prese di posizione che mi lasciavano stupito per la loro intelligenza e per la loro acutezza". Ma se per Gallo molte osservazioni erano state intelligenti, anche se "magari andavano ordinate meglio in una linea organica e precisa", "gli altri membri della Commissione erano abbastanza sconcertati dalla novità, dell'originalità dell'impostazione". egli ritenne di dover intervenire per precisare che se si erano ammesse tesi che erano semplicemente il riassunto di opinioni altrui, le volte in cui ci si imbatteva in un pensiero originale occorreva tenerne conto. Poiché però allora Pannella, molto giovane, pareva non avere raggiunto una "autorevolezza di manifestazione del pensiero", la commissione avrebbe voluto "un'organicità maggiore della esposizione, [...] una maggiore rispondenza a certi canoni che si impongono a una dissertazione di una tesi di laurea". In tal senso Gallo ricordò di essersi dovuto "impegnare - non dico battere perché era una Commissione di studiosi seri e intelligenti che il tempo ha dimostrato di essere di prim'ordine - per dimostrare a tutti l’intelligenza originale che c’era nelle osservazioni che mi sembravano qualche volta buttate a casaccio. Però quelle parole rispondevano a un filone di pensiero unitario e compatto", per cui rivendicò come proprio successo personale il traguardo della laurea di Pannella, sia pure col minimo dei voti.
Gli elementi raccolti, in ogni caso, portano Lanfranco Palazzolo a ritenere del tutto sfornita di prove la voce che voleva la tesi di Marco Pannella copiata o scritta da altri. "Non poteva averla scritta certo Sergio Stanzani che era laureato in ingegneria e che probabilmente non aveva nemmeno il tempo di occuparsi degli affari di Pannella, che aveva passato tutto il 1952 a fare congressi e a sostenere ben 4 esami"; allo stesso Palazzolo Gaetano Quagliariello ha dichiarato che, durante il suo mandato da vicesegretario del Partito radicale, Pannella gli aveva detto che la sua tesi di laurea era stata "un lavoro frettoloso, che portò avanti nel fuoco dell’impegno su più fronti" e che gli sarebbe piaciuto riprendere. Tra i fronti da considerare c'era anche quello del servizio militare, visto che l'ultimo rinvio - in base al foglio matricolare del Distretto militare di Roma, riemerso per l'occasione, ma incompleto - ottenuto da Pannella come iscritto al quarto anno di giurisprudenza (alla Sapienza di Roma) risaliva al 3 settembre 1951, ma dovette partire quasi certamente l'anno successivo (prima per Fossano e poi per Cuneo), essendo ormai fuori corso. Palazzolo cerca anche di fare luce su una delle voci propagatesi nel tempo, quella in base alla quale Pannella avrebbe ottenuto una licenza per sostenere l'esame finale di laurea - e, prima e dopo, per partecipare a vari incontri in ambito politico e goliardico - grazie ai "buoni uffici" di un senatore liberale: ammesso che fosse vero, le ricerche di Palazzolo indicano che potrebe essersi trattato di Roberto Lucifero D'Aprigliano o, più probabilmente, di Vittorio Badini Confalonieri.
Tornando alla tesi, non è improbabile che il relatore "designato", Marino Bon Valsassina, abbia richiesto a Marco Pannella di modificare almeno in parte quanto scritto nella tesi con riferimento ai Patti lateranensi, per poter ammettere l'elaborato alla discussione finale; allo stesso modo, è tutt'altro che improbabile che nella discussione davanti alla commissione la posizione di Pannella abbia finito per divergere da quanto era stato scritto nella tesi. Ciò potrebbe aver influenzato l'atteggiamento della commissione, al pari di alcuni dettagli dell'elaborato finale (citazioni non corrette di alcune opere ritenute fondamentali, note molto ridotte, mancanza di conclusioni esplicite), segno della già evocata fretta nella conclusione del lavoro, nonché della scelta di attraversare nella stessa tesi varie discipline, un po' in contrasto con la concezione delle "cittadelle disciplinari" che all'epoca si seguiva, ben prima degli inviti all'interdisciplinarietà che oggi risuonano a ogni piè sospinto (molto più all'estero che in Italia, in ogni caso). Ciò, come si è visto, non ha comunque impedito a Pannella di laurearsi, sia pure col minimo dei voti, grazie alla difesa di Marcello Gallo, che l'11 marzo 1977 sarebbe stato scelto come commissario d'accusa (con Alberto Dell'Ora e Carlo Smuraglia) davanti alla Corte costituzionale per il processo agli ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi sul caso Lockheed: "Il Partito radicale - ricorda ora Palazzolo - aveva un suo candidato tra i commissari, l'avvocato Franco De Cataldo, non eletto. Nonostante la sconfitta, Pannella ringrazia il Presidente della Camera Pietro Ingrao che ha presieduto la seduta del Parlamento comune per il lavoro svolto, che aveva permesso l’elezione del suo relatore della tesi di laurea come Commissario d'accusa con 736 voti, il più votato. Non a caso era stato lui a volere far diventare dottore in legge Marco Giacinto Pannella, quasi 24 anni prima, il 17 marzo 1953".
Il libro Marco Pannella: storia di una tesi di laurea (inedito), oltre a riproporre la trascrizione dell'intero elaborato discusso davanti alla commissione, riporta il testo delle tre interviste fondamentali che hanno permesso di ricostruire quanto si sa ora su quella discussione (a Romano Ferrari Zumbini, a Luigi Ciaurro e a Marcello Gallo), la cronologia di ciò che accadde il 17 marzo 1953, giorno della discussione, e una cronologia dell'attività di Pannella dal 1944 al 1959, nonché una serie di documenti rilevanti, emersi nel corso della ricerca (dal certificato dei voti di maturità di Pannella al suo foglio matricolare, a vari documenti sul suo percorso accademico - incluso il verbale della seduta di laurea - e sulla sua attività nella Gioventù liberale italiana e nell'Unione goliardica italiana). Al di là dell'inevitabile fattore di curiosità legato all'importanza di un documento di questo tipo (Come ci si laureava settant'anni fa? Come si poteva scrivere, impostare un ragionamento? Cosa e quanto si doveva leggere?), è stimolante la lettura di "un elaborato complesso, seppur contenuto nelle 70 pagine, serio, intelligente, nient’affatto compilativo, aperto a discipline che il diritto non incrociava abitualmente (come la psicologia) e rivelatore di una sensibilità costituzionalistica matura", come ha scritto nella prefazione Pino Pisicchio, già parlamentare di lungo corso e già professore ordinario di diritto pubblico comparato. Ed è interessante che il futuro leader radicale si sia occupato, nella sua tesi pur nata in modo frettoloso, proprio dell'art. 3 Cost., vale a dire (sempre con parole di Pisicchio) "il cardine del patto tra la Repubblica e il popolo sovrano, innovativo rispetto ad altre carte democratiche del Novecento", innanzitutto per il suo collegamento indissolubile con l'art. 2, in cui si parla di diritti, così come dei doveri di solidarietà, ma prima ancora del valore della persona, singolarmente intesa e all'interno delle formazioni sociali di cui fa parte. 
Si può condividere la ricostruzione di Pisicchio, in base alla quale, se il popolo allora "votava chi riteneva più degno e culturalmente attrezzato a governare il bene comune", Marco Pannella "si proiettava verso quelle esperienze di politica alta, probabilmente condividendo l’idea che il valore pedagogico della democrazia poteva essere esercitato solo attraverso una dignità culturale di partenza", da raggiungere anche attraverso la laurea. Chi scrive, soprattutto, pensa che una tesi di laurea sia utile e possa produrre qualche effetto se riesce a far incontrare le aspirazioni e la curiosità di chi sta completando il suo percorso in università e lo sguardo di chi studia da tempo una materia e individua problemi e questioni da approfondire. Nel 1953 (e, più indietro, al momento in cui la tesi era stata assegnata) certamente l'art. 3 costituiva un tema da approfondire e poneva diverse questioni da affrontare, soprattutto con riferimento alla sua portata non meramente programmatica e al suo rapporto con le norme pre-esistenti: questo può avere fatto incontrare Giacinto Marco Pannella e Marino Bon Valsassina, al di là di ogni altra probabile e consistente divergenza. Non lo avremmo saputo, però, senza il motore di curiosità e di ricerca che almeno dal 2016 aveva mosso Lanfranco Palazzolo, per andare all'origine di Marco Pannella, quando la rosa nel pugno non c'era ancora e, più che il berretto frigio delle origini radicali, in ballo c'era piuttosto una feluca (insieme al tricolore del Pli). Lanfranco quel motore l'ha assecondato ogni volta che ce n'è stato bisogno, senza lasciarlo spegnere di fronte a manifestazioni di disinteresse o al rischio di buchi nell'acqua, sperando sempre di gettare le reti e fare buona pesca di elementi chiave o di dettagli rilevanti. La ricerca, non a caso, si fa così: quando funziona a dovere e il motore non si spegne, si può solo (e innanzitutto) dire "grazie".

venerdì 25 settembre 2026

Per ridurre le firme, basta un senatore nel misto e un eletto in Regione? (di Gabriele Maestri e Marco Chiumarulo)

Chi avesse avuto tempo di leggere i giornali di oggi avrebbe notato, sul Fatto Quotidiano, dopo il servizio di Giacomo Salvini sulle vicende della legge elettorale (in cui si parla con nettezza dell'orizzonte delle urne in caso di incidenti con il voto segreto a Montecitorio) un articolo di Luca De Carolis dedicato al MoVimento 5 Stelle e a Giuseppe Conte, dopo la manifestazione Nova durante la quale, nei giorni scorsi, sono stati votati i punti del programma. Oltre alle questioni legate alle proposte e alle primarie, il pezzo parla del perdurante "lavorìo del M5S per sal­vare Ales­san­dro Ono­rato", o meglio, il Progetto civico italia guidato dall'assessore di Roma Capitale ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda (già coordinatore della lista personale di Roberto Gualtieri nel 2021 dopo essere stato candidato nella lista Alfredo Marchini sindaco nel 2016 e nel 2013 e prima ancora aver aderito all'Udc dopo essere uscito dal Pd). Il Pc-i (il trattino è d'obbligo, visto che alcuni media si sono concentrati soprattutto sulla sigla del nuovo progetto) si qualifica sul suo sito come formazione politica promossa da "amministratori locali, associazioni, professionisti, imprenditori, studenti, volontari. Cittadini giovani e meno giovani che non si rassegnano e vogliono cambiare davvero la nostra Italia": i primi passi li ha mossi oltre un anno fa (e anche di più, considerando pure l'esperienza locale ma rilevante di Viva Roma Sempre), l'associazione ormai si muove da tempo e il suo volto principale si affaccia non di rado anche sulle pagine dei giornali e sugli schermi. 
Quando al primo passaggio della legge elettorale alla Camera era stata modificata la norma sulle esenzioni dalla ricerca dei sottoscrittori, richiedendo la costituzione di un gruppo parlamentare (in teoria all'inizio della legislatura ma in concreto - secondo la lettura avallata anche dai servizi studi delle Camere - esistente al 31 dicembre 2025) e obbligando tutte le altre forze politiche a raccogliere almeno 1500 firme per ogni collegio plurinominale, Onorato aveva subito fatto sapere che quella norma era fatta per salvare alcuni e penalizzare altri, precisando però che l'impegno della raccolta non avrebbe spaventato amministratori abituati a stare tra la gente. La reazione è stata assai più concitata dopo l'approvazione dell'emendamento Zedda riformulato al Senato, con l'aumento ad almeno 6000 firme da raccogliere in ogni circoscrizione, mentre l'asticella resta fissata alla quota di 1500 per le liste costituite in gruppo (nato in corso di legislatura) o in componente del gruppo misto (dovendo, per questa legislatura, l'articolazione parlamentare esistere al tempo dell'entrata in vigore della riforma). La quota di almeno 294000 firme per la Camera (più quelle per il Senato) deve apparire davvero altissima anche per chi conosce i territori: sarebbe davvero l'ideale avere la possibilità di raccoglierne ancora almeno 73500 alla Camera, non una passeggiata, ma un impegno pur sempre quattro volte meno gravoso. 
L'articolo di De Carolis spiega che sarebbe interesse di Conte aiutare in qualche modo Onorato, volendo far schierare Progetto civico Italia nel "campo largo" "per con­te­nere Mat­teo Renzi" (così si legge nell'articolo). Finora si era pensato di agevolare la nascita - entro l'entrata in vigore della riforma elettorale - di una com­po­nente poli­tica del gruppo misto alla Camera con tre depu­tati, sfruttando l'interpretazione del regolamento inaugurata nel 2004, per cui è sufficiente che quella componente stessa "rappresenti" un partito che aveva presentato candidature alle ultime elezioni politiche: occorre però che alcuni deputati lascino i loro rispettivi gruppi e, soprattutto, occorre l'avallo di un partito che abbia portato sulle schede nel 2022, nessuna delle due cose essendo scontata. L'articolo, tuttavia, precisa che "nelle ultime ore, stu­diando i rego­la­menti par­la­men­tari, il Movi­mento avrebbe sco­perto che può bastare un sena­tore, che rap­pre­senti il sim­bolo di una forza poli­tica in corsa anche alle scorse Regio­nali" e che si fa strada l'idea di presentare la lista del Pc-I grazie al collegamento tecnico "con il sim­bolo del Psi di Enzo Maraio, for­ma­zione asso­lu­ta­mente affine a Conte", unendo le forze dei civici e dei socialisti per la raccolta delle firme.
Sull'Avanti! della domenica (l'organo del Partito socialista italiano) del 19 settembre, è comparso un articolo a firma di Stefano Amoroso, in cui - oltre a tirare le somme della festa nazionale del partito a Campobasso - si commentavano le novità della riforma elettorale in esame, ritenuta "liberticida e fortemente anticostituzionale". Nel denunciare la gravità dell'aumento del numero di firme richieste, l'autore dell'articolo negava però che il Psi fosse "costretto ad ammainare la bandiera e a non presentare una lista autonoma alle prossime Politiche", grazie a un radicamento riconquistato "su tutto il territorio nazionale", a "una classe dirigente giovane, colta, preparata e determinata" e alla sua presenza in uno "spazio politico di cui la coalizione di centrosinistra ha assoluto bisogno per vincere", ma anche alla ritenuta "maggior compattezza ideologica del Pd e dei Cinquestelle", che comunque avrebbero un bisogno indefettibile dei socialisti, non potendo "dialogare facilmente con formazioni nuove ma in forte crescita, come Progetto Civico di Alessandro Onorato, e neanche con gli eredi del riformismo radicale liberale, raccolti intorno a +Europa". La stessa fatica di Pd e M5S di dialogare con Pc-I, a quanto pare, non dovrebbero averla i socialisti.
Ma, dunque, quale sarebbe la via di cui si parla nell'articolo del Fatto? In effetti, quando si parla di componenti del gruppo misto, viene naturale pensare a quelle della Camera, se non altro perché lì sono state create nel 1997 (e, come si è detto, lì è partita la lettura molto generosa del regolamento che permette a un partito nato in corso di legislatura di costituirsi in componente con l'appoggio tecnico di una formazione che aveva partecipato alle elezioni). Al Senato formalmente per anni non sono esistite - soprattutto come presupposto per ottenere tempi di intervento, spazi e risorse - pur essendo praticate nei fatti, visto che accanto al nome di questo o quel senatore del misto poteva apparire un'etichetta. Nel 2021 sono state introdotte "in via convenzionale", grazie a un parere della Giunta per il regolamento di Palazzo Madama (e questo comprensibilmente era stato stigmatizzato da Salvatore Curreri, che aveva ricordato come per una sostanziale modifica del regolamento occorresse rispettare l'art. 64 Cost., con un voto a maggioranza assoluta dei componenti dell'aula). La riforma del 2022, avvenuta alla fine della XVIII legislatura anche per adeguare le procedure senatoriali al numero di parlamentari ridotto a seguito del referendum costituzionale, ha tra l'altro codificato al comma 6 dell'art. 14 la norma sulle componenti, che si riporta per intero di seguito:
6. I Senatori appartenenti al Gruppo misto possono chiedere al Presidente del Senato di costituire componenti politiche in seno ad esso, purché coloro che intendono aderirvi rappresentino un partito o un movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle ultime elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l'elezione di almeno un Senatore. È altresì consentita la costituzione di componenti politiche in seno al Gruppo misto, che rappresentino un partito o un movimento politico che nella legislatura abbia presentato alle elezioni politiche, regionali o del Parlamento europeo propri candidati conseguendo l’elezione di propri rappresentanti.
Il testo non prevede un numero minimo, dovendosi immaginare che anche solo un senatore possa costituire una componente. Il primo periodo del comma prevede comunque che la forza politica cui uno o più senatori fanno riferimento abbia non solo partecipato alle ultime elezioni del Senato, ma anche ottenuto almeno un eletto, dunque appare poco utile al caso in esame. Ben altro è il discorso che si può fare per il secondo periodo: una componente - anche di un solo senatore - può sorgere "rappresentando" un partito o movimento che durante la legislatura abba partecipato, eleggendo almeno una persona, alle elezioni politiche (si suppone che il riferimento sia alle elezioni suppletive, almeno finché esisteranno, o all'elezione alla Camera, qualora il partito si sia presentato solo lì), alle elezioni europee (ma l'ultima volta in cui una lista che ha eletto senza essere prima rappresentata in Parlamento, peraltro avendo raccolto le firme, è stata nel 2014, con L'Altra Europa con Tsipras) e soprattutto alle elezioni regionali. Qualunque lista abbia ottenuto anche solo un eletto in una Regione, dunque, potrebbe far nascere una componente a Palazzo Madama, grazie a un senatore che vi aderisse o fosse in cerca di un appoggio tecnico per rendere "visibile" il proprio nuovo movimento. Del resto, è lo stesso art. 14, comma 7 a precisare che, in questo caso, "i Senatori che intendono costituire [...] una componente politica in seno al Gruppo misto devono trasmettere al Presidente del Senato una dichiarazione di riconoscimento da parte del partito o movimento politico che intendono rappresentare": se è comprensibile chiedere che il partito che rende possibile formare la componente riconosca ufficialmente quella costituzione, la disposizione non vieta che la denominazione della componente stessa affianchi al nome del partito "riconoscente" anche quello di un altro soggetto politico, dunque anche al Senato può trovare applicazione la lettura "generosa" avviata oltre vent'anni fa alla Camera.
La lista Avanti Psi in Campania alle ultime elezioni regionali ha ottenuto tre consiglieri, quindi potrebbe effettivamente permettere a Progetto civico Italia di formare una componente condivisa: occorrerebbe solo che un senatore - del M5S, secondo la ricostruzione, ma non per forza - accettasse di costituire la componente di Pc-I con l'avallo del Psi, sperando che poi riesca la raccolta firme "ridotta". Una soluzione sicuramente più semplice rispetto a quella che da alcune parti si era immaginata alcuni giorni prima e che avrebbe dovuto coinvolgere (insieme ad altri due deputati necessari per completare l'operazione) Bruno Tabacci come "titolare" del simbolo di Centro democratico e unico eletto riferito alla lista Impegno civico - Cd. Certo, invece dell'esenzione totale del 2018 e del 2022 il nocchiero Brown Tabax avrebbe potuto offrire un "più lieve legno", cioè la riduzione a un quarto delle firme necessarie, ma meglio che niente in tempi come quelli che paiono prospettarsi. Il Foglio, con un articolo di Nicolò Zambelli, mercoledì aveva però fatto sapere che Tabacci non avrebbe messo a disposizione così facilmente l'emblema ("Cedere il simbolo? Cedere cosa? Cosa vogliono fare? Vogliono andare con Conte? Esplicitino i loro programmi, i loro progetti e vediamo. Comnque ognuno raccoglierà le firme che deve raccogliere"); il giorno successivo - ieri - lo stesso autore sulla medesima testata ha dato conto della risposta di Onorato, che non avrebbe mai chiesto a Tabacci la disponibilità del simbolo e che avrebbe lasciato le "operazioni di palazzo" a "professionisti che con un simbolo, senza, voti, riescono a farsi cinque giri in Parlamento".
A questo punto, però, l'appetito vien mangiando. E, visto che ci si è, tanto vale divertirsi un po' e vedere quali e quante forze politiche potrebbero farsi cogliere dall'irrefrenabile desiderio di fare capolino a Palazzo Madama e, magari, permettere a qualcuno di riportare a 1500 il numero minimo di firme da raccogliere in ogni collegio. Ce n'è per tutti i gusti, in tutte le Regioni e per tutti i candidati. Già, perché oltre ai partiti potrebbero essere in gioco anche le civiche legate ai candidati alla presidenza della giunta. Ovviamente sarebbe più difficile impiegare formazioni con il nome del candidato all'interno, come le liste civiche di Cirio in Piemonte, di Fontana (Lombardia ideale), Majorino (Patto civico) e Moratti in Lombardia, di Bucci (Vince Liguria e Orgoglio Liguria) e Orlando in Liguria, Manildo (Uniti per Manildo presidente e Civiche venete) e Szumski (Resistere Veneto) in Veneto, De Pascale e Ugolini in Emilia-Romagna, Acquaroli e Ricci nelle Marche, Proietti e Tesei in Umbria, Rocca e D'Amato in Lazio, Marsilio e D'Amico (Abruzzo insieme), Roberti in Molise (il Molise in buone mani e Il Molise che vogliamo), Fico e Cirielli in Campania, Decaro in Puglia, Bardi (Orgoglio lucano) e Marrese (Basilicsta casa comune, ma col nome di Chiorazzo) in Basilicata, Occhiuto e Tridico in Calabria. Sarebbe invece molto invitante l'occasione per A testa alta, la lista promossa in Campania da Vincenzo De Luca: niente nomi nel simbolo e un nome che è tutto un programma, anche in politica. Quanto alle forze politiche, sempre in Campania ha eletto rappresentanti Noi Di Centro di Clemente Mastella (che ha fatto la lista comune con Noi Sud), mentre è rappresentata in Molise Costruire democrazia, come lo è la Liga Veneta Repubblica; volendo poi considerare i contrassegni compositi, potrebbero perfino tornare utili - pur non avendo magari eletti diretti - il Pli e i LiberalDemocratici europei (presenti in emblemi compositi con eletti in Piemonte), Rinascimento (nella lista con Noi moderati in Lombardia), il Popolo della famiglia (con la Lega in Toscana), Possibile e DemoS (presenti nel simbolo composito di Avs rispettivamente in Lazio e in Abruzzo) e perfino il Nuovo Psi (con la Lega in Puglia). Tutto questo limitando l'attenzione alle Regioni a statuto ordinario.
Coloro che temono un eccessivo affollamento sulle schede, tuttavia, non si preoccupino: non c'è il rischio che tutti questi simboli generino contrassegni compositi pronti a finire sulle schede delle elezioni politiche, potendo al massimo arrivare - si spera - nelle bacheche del Viminale. Come si diceva prima, la disponibilità di una lista che abbia avuto un eletto alle regionali tenutesi durante la legislatura è solo una delle condizioni per concorrere più facilmente alle elezioni, perché occorre anche che un senatore dichiari di essere rappresentato da questa (e, se non è già nel gruppo misto, deve lasciare il proprio, con riflessi economici non irrilevanti per sé e per per il gruppo che lascia) e, soprattutto, che la raccolta firme "alleggerita" vada a buon fine. In compenso, in questo modo si può ufficialmente dichiarare aperta una nuova frontiera della caccia "simbolica": prima si puntava solo all'esenzione, ora - se proprio non si può evitare la raccolta firme - ci si accontenta di faticare meno grazie a un nocchiero che accompagni alle elezioni con "più lieve legno", sperando che questo possa bastare.

martedì 22 settembre 2026

Nazione Futura - Futuro nazionale: marchio conteso, ma il simbolo resta

Ogni tappa di una disputa politica che assuma forme o canali giuridici finisce inevitabilmente per ricevere non poca attenzione sui media e costituisce, per chi è protagonista e la rende nota, un'occasione rilevante di visibilità per sé, per le proprie tesi e, contestualmente, per i propri progetti. Ciò può dirsi, per esempio, anche per una notizia diffusasi questa mattina: ci si riferisce all'annuncio, dato dall'associazione e think tank Nazione Futura, della dichiarazione di ammissibilità da parte dell'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) dell'atto di opposizione presentato mesi fa - più esattamente a febbraio - dall'associazione stessa contro la registrazione come marchio europeo della prima versione di quello che sarebbe poi diventato il simbolo di Futuro nazionale, il partito promosso e guidato da Roberto Vannacci. 
L'agenzia Adnkronos ha registrato la dichiarazione di Francesco Giubilei e Ferrante De Benedictis, rispettivamente presidente e vicepresidente di Nazione Futura: "Accogliamo positivamente la decisione dell’Ufficio dell'Ue per la proprietà intellettuale che dimostra il fondamento giuridico della nostra opposizione al marchio 'Futuro Nazionale', che riprende palesemente quello di Nazione Futura. Vannacci dovrebbe cambiare il nome al proprio partito e prendere atto che la vera destra è quella dei conservatori. Nonostante il suo tentativo di utilizzare un nome tratto da quello della nostra associazione, attiva dal 2017, da febbraio a oggi siamo cresciuti ulteriormente superando i 100 circoli territoriali in tutta Italia. Inoltre a ottobre inizieremo un tour su tutto il territorio nazionale per promuovere valori e proposte di una destra credibile senza slogan o idee campate per aria e del tutto irrealizzabili". La stessa agenzia, peraltro, ha dato pure conto della replica dello stesso Vannacci, altrettanto riportata di seguito: "Giubilei festeggia troppo presto e, francamente, penso abbia seri problemi cognitivi. Forse non ha letto bene ciò che gli ha scritto l’Euipo; forse era distratto tra un'adulazione, una lusinga ed una piaggeria a questo governo. [...] La realtà, come al solito, è ben diversa. L'Ufficio non ha accolto la sua opposizione, l'ha semplicemente dichiarata ammissibile. Ora dovrà ancora dimostrare di avere un diritto anteriore su 'Nazione Futura'. Dire che io debba cambiare nome non corrisponde a quanto stabilito dall’Euipo. Nel frattempo 'Futuro nazionale' è già un marchio denominativo regolarmente registrato dall’Euipo a mio nome. Quindi, ad oggi, nessuno mi ha intimato di cambiare nome. Inoltre, il simbolo di Futuro Nazionale è stato ammesso e utilizzato nella competizione elettorale suppletiva di Reggio Calabria; la Prefettura ha pubblicato manifesto dei candidati e fac-simile ufficiale della scheda. Questo non decide la controversia Euipo, ma conferma l’uso pubblico e ufficiale del simbolo nella competizione elettorale".
Fin qui le dichiarazioni di entrambe le parti, doverosamente riportate pressoché nella loro interezza, almeno con riferimento ai contenuti qui rilevanti. Viene a questo punto inevitabile domandarsi come stiano le cose. A venire in aiuto è lo stesso sito dell'Euipo, innanzitutto con le pagine dedicate alle linee guida, cioè alle "istruzioni" in materia di marchi: vi si legge, in primis, che "L'atto di opposizione deve pervenire all'Ufficio per iscritto entro il termine previsto per l’opposizione, ossia entro tre mesi dalla pubblicazione della domanda di MUE [marchio dell'Unione europea] contestata nel bollettino MUE, parte A"; secondariamente, si precisa che, "una volta scaduto il termine di opposizione, l'Ufficio esamina l’ammissibilità di tutte le opposizioni ricevute", un esame che deve verificare che in ciascuna opposizione siano indicati tutti i "requisiti assoluti" (il numero di fascicolo della domanda oggetto di opposizione, il nome di chi ha presentato la domanda di marchio, una "chiara identificazione del marchio o del diritto anteriori su cui si basa l'opposizione" e, in questo caso - con tutta probabilità - l'indicazione dello Stato membro "in cui il marchio è notoriamente conosciuto nonché una rappresentazione del marchio", come pure "i motivi su cui si basa l'opposizione", indicando nel dettaglio per esempio su che cosa si ritiene fondato e consolidato il proprio titolo e gli elementi in grado di creare una somiglianza sfociante nel rischio di confondibilità) e quelli "relativi" (rimediabili cioè in caso di mancanza, su segnalazione dell'Euipo). Sono le stesse linee guida a precisare ancora che "quando l'opposizione è giudicata ammissibile" - il che suggerirebbe una valutazione circa l'esistenza, all'interno dell'opposizione presentata, dei requisiti prescritti dalle norme -"l'Ufficio invia una notifica alle parti informandole in tal senso e che la fase di contraddittorio del procedimento si considera avviata due mesi dopo la ricezione della notifica": quei due mesi servono "come periodo cosiddetto di 'riflessione' prima dell’avvio della fase di contraddittorio del procedimento. Durante questo periodo, le parti sono incoraggiate a negoziare un accordo al fine di giungere a una composizione amichevole dell'opposizione".
In queste condizioni, l'esame di ammissibilità dell'opposizione sembra di natura soprattutto formale, volto quindi a verificare se nell'atto presentato e negli altri documenti prodotti dall'opponente sono presenti tutti gli elementi richiesti dalle norme in vigore. Non sembra invece di poter dire che un giudizio di ammissibilità sia anche una sorta di giudizio anticipato sul merito, come ha voler riconoscere una sorta di fumus boni iuris (valutato invece in sede di processo cautelare): questo giudizio sul merito arriverebbe soltanto se, in mancanza di un accordo entro il periodo di riflessione, si aprisse effettivamente la fase del contraddittorio, in cui le parti sarebbero invitate ad argomentare più a fondo le loro posizioni (anche con la produzione di documenti), fino all'eventuale decisione del merito, sempre naturalmente che nel frattempo le parti non si accordino per altri tipi di soluzione. Per essere più chiari, può accadere che un'opposizione sia ammessa, ma non accolta, così come può avvenire che invece trovi accoglimento oppure che ci sia un reciproca, parziale soccombenza. 
L'atto di opposizione presentato a febbraio dall’associazione Nazione Futura aveva rappresentato - come si legge nella notizia riportata da Adnkronos - "l'elevato rischio di confusione e di somiglianza" tra il segno identificativo e distintivo di Fn e quelli di Nazione Futura, sui quali si sarebbe consolidato un diritto anteriore in seguito all'uso "effettivo e continuativo del proprio nome e segno distintivo", tale da poter "impedire la registrazione di un marchio sostanzialmente identico, soprattutto in presenza di ambiti di attività sovrapponibili". Senza dubbio Nazione Futura, come espressione cultural-politica di una destra che si riconosce nella coalizione attualmente al governo (e in particolare, ma non solo, in Fratelli d'Italia), ha tutto l'interesse a utilizzare a proprio favore la notizia diffusa oggi, ribadendo la ritenuta bontà della propria posizione e approfittando dell'occasione per parlare della crescita dei proprio aderenti e per annunciare propri progetti futuri. È comprensibile che, al medesimo fine, l'associazione interpreti l'ammissibilità della propria opposizione, oltre che come un giudizio positivo sulla completezza della propria istanza (considerando anche la registrazione, a maggio, del proprio marchio europeo), come un passo verso un contraddittorio il cui esito potrebbe anche portare a una decisione contraria alla registrazione del fregio depositato per conto di Roberto Vannacci come marchio europeo. Non è però fondato sostenere che l'ammissibilità dell'opposizione di Nazione Futura "dimostr[i] il fondamento giuridico" della stessa, riconoscendo dunque la somiglianza e confondibilità dei due segni distintivi; men che meno si può già sostenere con certezza che l'esito di un eventuale giudizio sarà sfavorevole a Vannacci e che Futuro nazionale dovrà cambiare nome (anche se, in effetti, Giubilei e De Benedictis hanno detto più correttamente che Vannacci "dovrebbe cambiare il nome al proprio partito", esprimendo non una prognosi - anche se qualcuno potrebbe leggerla così - ma un auspicio, sia per un diverso posizionamento politico, sia per evitare che si debba procedere con il contraddittorio).
Intanto bisogna rilevare - semplicemente guardando il contenuto della banca dati dell'Euipo - che, come rilevato dallo stesso Vannacci, l'espressione "Futuro nazionale" è stata regolarmente registrata come marchio europeo, visto che non risulta presentata alcuna opposizione in tempo utile: l'opposizione di Nazione Futura, infatti, era ed è relativa al solo marchio figurativo, senza che si possa mettere in discussione quello denominativo. Tutt'al più, dunque, ammesso che si arrivi al contraddittorio e che questo sia sfavorevole a Vannacci, potrebbe essere in discussione solo il simbolo, non certo il nome del partito. Secondariamente, è vero che il contrassegno di Futuro nazionale è stato ammesso alle suppletive di Reggio Calabria, tra l'altro come relativo a una forza politica presente in Parlamento (e, come tale, meritevole di tutela in caso di presentazione di fregi potenzialmente confondibili, qualora ce ne fossero stati) e costituisce la prima partecipazione elettorale ufficiale del partito, peraltro in un contesto di elezioni politiche. Come ricordato correttamente da Roberto Vannacci, questo elemento non è decisivo per la controversia sul marchio europeo, ma mette la prima pietra per fondare e poi consolidare l'uso elettorale del fregio (oltre che, ovviamente, del nome), quindi per la trasformazione del simbolo partitico in contrassegno elettorale.
Questa situazione dimostra, una volta di più, che i piani del marchio, del simbolo di partito e del contrassegno elettorale sono distinti tra loro: Vannacci ha ritenuto di cercare di proteggersi, all'inizio, registrando il nome e il simbolo come marchi europei, incappando subito su quel terreno tanto nelle proteste - con relative azioni - di Nazione futura, quanto nell'emersione del marchio verbale italiano "Futuro nazionale", registrato nel 2011 come marchio verbale dal futuro consigliere regionale M5S abruzzese Riccardo Mercante, peraltro ormai scaduto e non rinnovato. Ovviamente nessuno può garantire che, se Vannacci si fosse limitato a fondare il suo partito descrivendo il simbolo nell'atto costitutivo e nello statuto, con tanto di allegato grafico, e a usarlo nelle sue iniziative non ci sarebbero state azioni volte a far cessare il suo uso: magari Nazione Futura avrebbe potuto rivolgersi ai giudici civili, rivendicando il proprio preuso e l'impiego di colori simili per un'associazione comunque di ambito politico. Di certo, però, avere tentato di ottenere protezione introducendo anche il piano del marchio oltre a quelli del simbolo e del contrassegno ha finito per complicare una volta di più la situazione (per cui non ci si stancherà mai di dire che sarebbe il caso di non provare più a registrare come marchi - nazionali o europei - simboli di partito attuali, passati o potenziali). Nel frattempo, in ogni caso, a fine mese il simbolo di Fnv arriverà sulle schede di un'elezione politica, sia pure su un territorio limitato, e - prima ancora che si arrivi alle nuove elezioni, con l'obbligo di raccogliere le firme - la presenza parlamentare acquisita potrebbe già nel breve consentire l'inserimento nel Registro dei partiti politici (qualora l'apposita commissione ritenesse lo statuto conforme alle norme del decreto-legge n. 149/2013) e, in quel modo, di avere accesso alle provvidenze pubbliche, incluso il 2 per mille del gettito Irpef. Tutto questo, proprio grazie al nome e al simbolo contestati.

mercoledì 16 settembre 2026

Per la verità, il progetto politico di Fabrizio Corona, giallo su fondo nero

"Rispetta la verità. Ti meriti la verità. Eccola, la verità. La libertà passa dalla verità".  Sono queste le prime parole del video diffuso da Fabrizio Corona il 14 settembre, con cui ha annunciato l'avvio di un suo progetto politico, denominato Per la verità. Oltre al nome, c'è già un simbolo, che compare sullo schermo e in un gonfalone sul fondo: la parola principale, "Verità", si staglia in un enorme carattere Helvetica bianco su fondo nero - lo stesso nero dei video dello stesso Corona - dal quale emergono bene anche, in colore giallo (che tinge anche l'accento della parola centrale) il resto del nome e, sotto una lineetta sempre gialla, il cognome di Corona, con l'uso di un altro carattere bastoni.
Un breve identikit del suo progetto Corona lo propone quasi subito: "Noi - spiega - siamo un movimento liberale e antisistema che pone al centro la libertà dell'individuo stesso". Libertà che sarebbe ormai inesistente, grazie alle imprese Big Tech che "ci hanno tolto tutto, con l'avallo e l'assenso del nostro governo". Imprese che - proclama Corona - avrebbero lautamente finanziato capi di Stato (a partire da Trump), le loro guerre, in cambio della loro libertà di agire indisturbate, soprattutto nelle vite quotidiane di molti, praticamente tutti. "Siamo comandati da un c...o di algoritmo - continua Corona -. Meta ci comanda, ha tutti quanti i nostri dati, ha tutta quanta la nostra vita e in un momento... TAC!... ce la toglie". 
 
 
L'occasione è ideale per parlare - un racconto realmente giallo su fondo nero, per chi si identifica nella posizione di Corona - di profili chiusi (con tutto il loro contenuto), informazione negata o inesistente, contenuti rimossi per vie legali o provvedimenti del Garante Privacy. Per questo, prima ancora del contenuto, del messaggio, viene il mezzo: "Il primo passo per la creazione di questo movimento è l'apertura di una piattaforma libera, all'interno ci metto il mio social, se volete venite gratuitamente anche voi. La pago io, la costruisco io e ci metto i miei contenuti"; la piattaforma si chiama KingTV, denominazione tutto meno che casuale, visto che il nome e la grafica rimandano immediatamente a King, rivista di costume degli anni '80 diretta da Vittorio Corona, padre di Fabrizio.
Gli appunti per il programma, in realtà, arrivano subito: "Dobbiamo ripartire dalla bellezza. Basta bolle speculative. Basta grattacieli a forma di banana con logo dell'assicurazione. Basta camminare per le città e trovare solo cemento. I bambini non possono più giocare in cortile. I nostri spazi non sono più nostri. Sono di qualche fondo che controlla il potere. Dove sono gli alberi? Dov'è il verde? Siamo come detenuti in grandissime scatole di design. C'è bisogno di più umanità. C'è bisogno di più umanità e piu soldi. Non siamo più in grado di sfruttare le nostre risorse; non siamo stati capaci di fare soldi". Corona cita Berlusconi e la sua discesa in campo ("Siccome è stato capace di costruire le aziende sue, avrebbe saputo gestire l'azienda dello Stato, perché lo Stato è un'azienda"), salvo puntualizzare subito, con dito puntato al centro: "Io sono il nuovo Berlusconi. Più bello, più giovane, meno inciucione, più pulito, più trasgressivo. Che però lavora da solo". 
Ma 'il nuovo Berlusconi' in che senso? "Lui era bravo a fare l'imprenditore e quindi ha deciso di scendere in politica. In che cosa sono bravo io? A fare i soldi. Quindi sono qui per far fare i soldi al nostro Paese", a partire dal turismo, non sfruttato a dovere, da uno stile italiano da recuperare per riprendere credibilità ("Basta queste serie americane che ci prendono come modello: pizza, mafia e spaghetti. Hanno rotto il c...o., non vogliamo più quell'identità lì"); gli stessi politici che governano oggi "hanno un'estetica che non rappresenta la storia del nostro Paese [...]. Non esistono più i partiti, non esistono più i valori ideali della destra di una volta, della sinistra di una volta, del centro di una volta [...]. Sono delle casacche, si muovono esattamente come delle aziende. Sono dei partiti fondati sul cellulare, sulla comunicazione che fanno con il cellulare sul social media marketing [...], sanno come cavalcare l'algoritmo, uno qualsiasi dal niente arriva e attraverso una narrazione con l'intelligenza artificiale [...] riesce a colpire la gente". Una schiera di "fuffaguru", secondo Corona, "che non vendono come farvi guadagnare, ma vi vendono il sogno di un paese che non esiste". Nel discorso di Corona, in compenso, ce n'è anche per chi, secondo lui, trasforma l'Italia nel "paese dei balocchi, che ospita tutti quelli che vengono". Attacca i "finti progressisti del c...o con la casa a Capalbio che vengono a dirci che l'immigrazione è giusta", invoca la cacciata dei "maranza" e degli immigrati non in regola con la legge, non di chi viene per sporcarsi le mani o per aiutare il Paese in cui arriva. 
Dopo ricchezza, bellezza e legalità nella convivenza, arriva "il punto più importante e che ho più a cuore. Che cosa stiamo facendo per i nostri giovani, per la nuova classe dirigente? Un c...o, niente". Il primo provvedimento "che un movimento per la verità, che significa libertà, deve sostenere"? Per Corona è "impedire che l'intelligenza artificiale entri a gamba tesa nel mondo del lavoro", per poi ripensare profondamente il ruolo dello Stato in tanti settori: uno Stato che dice di aiutare i cittadini in difficoltà e invece "è peggio di un cravattaro di Tor Bella Monaca, ti succhia il 70% dei tuoi guadagni per non darti niente", costringe a liste d'attesa infinite e non sa evitare che i carburanti paghino a peso d'oro. Occorre tutelare i "giovani", ma anche chi formalmente non lo è più: "Perché non facciamo qualcosa per questi cinquantenni? Li sfruttiamo, li annulliamo; la pensione gliela facciamo sognare. Perché non inseriamo l'obbligo alle aziende di assumere degli over 50 che oggi possono essere delle risorse anche se non sono nati nell'era digitale?". Corona ha in mente altri cambiamenti radicali ("Noi, come movimento per la verità, siamo liberali, siamo veri"): liberalizzazione completa di prostituzione e droga, da trasformare in occasione di guadagno per lo Stato; e una scuola da rivoluzionare, perche di questo passo "i poveri manderanno i figli a scuola davanti a un tablet, con al posto dell'insegnante e del professore un avatar, l'intelligenza artificiale, una macchina, un robot, che non ha emozione né empatia, [...] mentre i ricchi, che sono sempre più ricchi, si potranno permettere un tutor personale qualificato con un stipendio mega galattico che dia l'insegnamento perfetto a un figlio con un esempio di un padre del c...o, ma darà la possibilità di avere la conoscenza e saranno in pochissimi in percentuale rispetto agli abitanti del paese".
"Per cambiare, per cercare la verità insieme, bisogna dare fastidio, bisogna rischiare, bisogna essere sovversivi, come una spina del fianco di qualsiasi forma di potere". E chiede di essere seguito in questa battaglia, con lo scopo di "entrare dentro il potere per essere l'antisistema".
Come base di programma comunicato ai potenziali sostenitori ed elettori forse è ancora un po' poco, ma le idee e l'obiettivo sembrano netti: "Vediamo i sondaggi tra uno o due giorni a quanto mi danno: perché, se mi danno oltre il 3%, sono c...i amari per tutti. [...] La piattaforma, il social fuori dalla piattaforma, il partito che cresce devono servire come esempio di indipendenza per capire che da soli dovete andare, che da soli dovete pensare a voi e che insieme a me potete diventare la spina nel fianco di questo sistema politico, televisivo che fa schifo, della giustizia che fa ancora più schifo". In uno dei primi post sull'account di Per la verità - quello che diffonde il simbolo - si legge: "Il movimento Per la verità pone al centro l’uomo. Per riprendere le proprie libertà, è necessario prendere delle posizioni chiare contro il sistema clientelare che si e insediato in questo paese. Siamo la spina nel fianco dei poteri, siamo una massa critica, siamo liberali, siamo sostenitori della nostra democrazia". 
C'è chi ha messo in luce, in queste ore, che Corona potrebbe fondare, organizzare, promuovere e sostenere un partito, ma non candidarsi ed essere eletto, a causa di una condanna definitiva, confermata da una sentenza della Corte di Cassazione del 2013, con interdizione perpetua dai pubblici uffici come pena accessoria. Ciò è vero, ma non per questo il movimento politico non potrebbe nascere. Altra certezza è che, se intendesse presentare liste alle prossime elezioni, Per la verità dovrà raccogliere almeno 294mila firme alla Camera e almeno 156mila sottoscrizioni per il Senato (salvo riduzioni da elezioni anticipate) ovviamente in forma rigorosamente cartacea, dovendo anche cercare autenticatori disponibili, magari tra gli avvocati di fiducia che siano aderenti all'elenco apposito. Ma, nella battaglia "per la verità" (nome che finora è stato poco utilizzato a livello elettorale: un passato fu presentato il simbolo dell'Associazione popolare italiana della Verità, mentre in tempi recenti si ricorda il Movimento 3V - Vaccini vogliamo verità, con l'evoluzione della lista di Luca Teodori Lealtà coerenza verità), le firme da raccogliere potrebbero non essere un deterrente, anche se l'ostacolo da superare sarebbe comunque alto. In un suo commento su IlFoglio.it, Antonio Gurrado oggi nota che se "trent'anni fa ci eravamo illusi di andare verso il bipolarismo, ossia due contenitori contrapposti capaci di riassumere in sé diverse anime della destra e della sinistra", si è presa in realtà la via della schizofrenia, che conduce a "un partito per ogni cittadino", non in grado di aggregare (varie anime) ma di invocare "adesione al sostegno per il rispettivo capo". Se però, al di là di eventuali sondaggi, dovessero arrivare le firme, Coronda potrebbe dimostrare la famosa consistanza di cui tanto si parla dentro e fuori dalle aule parlamentari in questi giorni. Tra l'altro, rileggendo le discussioni in commissione Affari costituzionali alla Camera che avevano sbarrato la strada alla sottoscrizione delle liste in formato digitale, viene da porsi una domanda: e se il timore di chi riteneva che "la tutela della democraticità della competizione elettorale" potesse essere compromessa dal fatto che i social network "consentono potenzialmente a chiunque di poter raccogliere, in poco tempo e con relativa facilità, un numero consistente di adesioni intorno alle iniziative di più vario genere" avesse proprio le sembianze di Fabrizio Corona?

martedì 15 settembre 2026

Raccolta firme: memoria corta sulle liste "non serie", mitosi dell'esenzione

Oggi, esattamente alle ore 11 e 45, il Senato ha approvato la riforma elettorale, modificata rispetto al testo ricevuto dalla Camera; il progetto di legge, dunque, dovrà tornare a Montecitorio, per l'esame delle parti che sono state emendate a Palazzo Madama. L'aula di Montecitorio, quindi, dovrà esprimersi di nuovo sull'introduzione delle preferenze, sulla quale la maggioranza era stata battuta con il voto segreto, così come dovrà valutare le altre modifiche apportate al testo, da quelle sulla riduzione delle circoscrizioni per i seggi destinati alla circoscrizione Estero (Europa ed ExtraEuropa per la Camera e una sola per il Senato) e sulle modifiche ai collegi uninominali rimasti in provincia di Bolzano, fino alla norma che ha fatto più discutere nelle ultime ore, quella sulla quadruplicazione delle firme necessarie per le liste presentate da soggetti politici che non hanno rappresentanza nelle Camere.
Si è già avuto modo di esprimere tutte le perplessità del caso legate sia all'aumento di quattro volte delle firme richieste, raggiungendo quote mai sperimentate nell'esperienza repubblicana italiana (non si è mai andati oltre lo 0,61% - raggiunto nel 2022 - mentre il nuovo sistema richiederebbe in ogni collegio plurinominale sottoscrizioni per una quota tra lo 0,401% e il 2,46% del corpo elettorale di quel territorio), sia al modo in cui la modifica è stata fatta, vale a dire con una riformulazione da parte del governo di un emendamento che si occupava di un altro istituto (la "soglia di utilità", da cancellare) collocato in una fase molto diversa (il conteggio dei voti ai fini della distribuzione dei seggi). Tutto ciò, per giunta, senza che un solo rappresentante del governo abbia dato conto in aula del motivo alla base di' una revisione così pesante del numero di firma da raccogliere, cioè della condizione per partecipare alle elezioni: qualche spiegazione, come si è detto, era arrivata da esponenti di rilievo di Forza Italia (Stefania Craxi) e Fratelli d'Italia (Lucio Malan), ma non dal governo, dal quale sarebbe stato naturale attendersi qualche chiarimento dal momento che aveva subordinato a una riformulazione il proprio parere favorevole all'emendamento Zedda, considerando anche che nel giro di una manciata di ore si sono succedute due versioni dello stesso testo riformulato.
Però ieri e oggi, bisogna dirlo, sulla questione delle firme è intervenuta la ministra per le riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti in Casellati. Qualche dichiarazione si è letta sui quotidiani usciti oggi, in più la ministra ha risposto a un'intervista stamattina, nella trasmissione Start di Sky TG24. Ha un'apposita domanda della giornalista Giovanna Pancheri, Alberti ha giustificato così il testo finale della disposizione sulla raccolta delle firme, peraltro senza fare alcun riferimento all'eliminazione della "soglia di utilità":
"C'è un tema che guida la nostra la legge: la ratio è l'antiframmentazione. Cosa succedeva negli anni precedenti? Che si presentava una serie di liste, come Forza Lazio, Forza Roma, Forza Pippo... queste costituivano un inganno per l'elettore, nel senso che francamente presentare una lista che non avesse corrispondenza con una volontà del cittadino era una presa in giro [...]. Se davvero si vuole un partito nuovo, un partito che rappresenti qualcosa, non è così difficile raggiungere questo numero di firme; poi bisogna vedere quante di queste firme si tradurranno in un voto reale, perché di questo si tratta. Del resto, nella precedente elezione, la dispersione di voti è stata di circa il 7,2%, pari a due milioni di voti: non pochi".
Sembra innanzitutto opportuno notare che la ministra, a un'espressa domanda sulla possibilità di formare in questi giorni gruppi e componenti del gruppo misto per ottenere almeno l'abbassamento del numero minimo di firme da raccogliere in ogni collegio plurinominale a 1500 (quello attualmente previsto), ha negato la praticabilità della soluzione, dal momento che le norme indicherebbero come ultimo momento utile la fine del 2025. La data citata da Alberti, infatti, è relativa esclusivamente all'esenzione totale dalla raccolta firme; è invece proprio la riformulazione richiesta dal suo governo - che, con la sua risposta, sembra curiosamente non conoscere - a indicare che il gruppo sorto in corso di legislatura o la componente del gruppo misto, per consentire la raccolta firme più lieve, in sede di prima applicazione deve esistere alla data di entrata in vigore della legge.
Premesso questo, e non sembra proprio una premessa di poco conto, non è molto chiaro come la ministra (o chi per lei) abbia fatto i conti sulla dispersione dei voti: se intende riferirsi alle liste che non hanno superato il 3%, su un totale di 28.098.196 voti validi espressi per la Camera dei deputati, i voti delle liste sotto il 3% (eccezion fatta per quelli della Svp) erano 3.036.794, pari a una quota sicuramente maggiore, cioè il 10,81%. Qualora invece facesse riferimento alle liste che non hanno ottenuto eletti (escludendo quindi dal conteggio anche Noi moderati, +Europa, Impegno civico-Centro democratico e Sud chiama Nord, che hanno eletto propri rappresentanti nei collegi uninominali), il numero di voti da considerare si abbassa a 1.601.101, pari al 5,7%; se poi si volessero considerare le liste al di fuori dei due poli (senza considerare ovviamente Azione-Iv e MoVimento 5 Stelle), si arriverebbe a 1.814.055 voti, equivalente al 6,46% dei voti validi espressi.
Al di là dei numeri citati (chi scrive è pronto a ricevere indicazioni su come quei conti sono stati fatti e a indicarli), è ovviamente legittima e persino condivisibile una ratio tanti frammentazione; molto meno accettabile sembra invece non voler lasciare il giudizio agli elettori nell'urna, ma anticiparlo di fatto a più di un mese prima delle elezioni. Giusto oggi, in un'intervista a L'Altravoce, il costituzionalista Salvatore Curreri ha ricordato - intervistato da Enrico Filotico - che "La raccolta delle firme è sempre stata prevista dal legislatore con uno scopo preciso: verificare un minimo di consistenza delle forze politiche che intendono presentarsi alle elezioni. Non a caso il requisito è legato al collegio elettorale nel quale viene presentata la lista. [...] La raccolta delle firme dovrebbe essere un requisito, per così dire, 'in negativo': serve a evitare che possano presentarsi liste prive di un minimo di consenso. Se invece si innalza il numero delle firme fino a trasformarlo in un ostacolo significativo alla presentazione, se ne modifica la funzione perché da requisito per accedere alla competizione elettorale diventa di fatto requisito per accedere alla distribuzione dei seggi". Proprio il fatto che l'aumento di quattro volte delle firme necessarie (l'origine di sei volte) sia stato introdotto in coincidenza con l'eliminazione della "soglia di utilità" dei voti (per le norme in vigore fissata al 1%, elevata al 3% alla Camera) concorrerebbero a dimostrare che "l'obiettivo di selezione resta, ma cambia il momento in cui viene esercitato: non più sulla base dei voti raccolti alle elezioni, bensì prima ancora del voto, attraverso le sottoscrizioni necessarie per poter presentare la lista. È evidente che si tratta di un onere maggiore: un conto è presentarsi e poi cercare il consenso degli elettori attraverso la campagna elettorale, un altro è dover dimostrare preventivamente un consenso così ampio". Un onere così elevato, secondo Curreri , da mettere quello a disposizione a serio rischio di essere dichiarata incostituzionale qualora la Corte costituzionale fosse investita di una questione di legittimità sollevata anche da uno solo dei giudici incaricati di esaminare i ricorsi che varie forze politiche e civiche stanno già preparando, in attesa che la legge sia approvata definitivamente ed entri in vigore.
Occorre poi approfondire quanto si era già scritto ieri a proposito del riferimento alle liste Forza Roma e Forza Lazio (che in realtà, a parte il 2006, si è sempre chiamata Avanti Lazio). Ovviamente si può pensare ciò che si vuole sull'opportunità o meno di queste liste; quando però esse si sono presentate (alle elezioni politiche, comunali, provinciali, regionali) l'hanno fatto sulla base di firme che sono state raccolte e non ci si permette, in questa sede, di contestare la genuinità delle sottoscrizioni. Il fatto che la legge distingua la figura del sottoscrittore da quella del votante comporta che una persona possa tranquillamente firmare per una vista, volendo dare a questa la possibilità che si presenti, senza che questo implichi che debba anche votarla nell'urna (magari perché la vera lista che il singolo elettore o la singola elettrice vorrebbe sostenere non può avere la sua firma, essendo esonerata per legge da quell'obbligo). 
In ogni caso, sostenere che quelle liste siano "un inganno per l'elettore" o una "presa in giro" e allo stesso tempo aggiungere che liste come quelle non hanno "corrispondenza con una volontà del cittadino" pare francamente una contraddizione: se i cittadini non le hanno votate, sono stati del tutto in grado di valutare cosa fosse corrispondente alla loro volontà e cosa no; pensare di intervenire alla radice, rendendo decisamente oneroso presentare quelle liste ed evitando così che siano sottoposte all'attenzione di chi vota significa avere un'opinione decisamente bassa dei cittadini e della loro capacità di discernimento. Basta, infine, entrare nel sito elettorale del comune di Roma per rendersi conto che proprio le liste Forza Roma e Avanti Lazio, spesso presentatesi da sole (nel 2001 e al primo turno del 2008 alle comunali) o in coalizione con il centrosinistra (per esempio alle regionali del 2005 o al ballottaggio comunale del 2008), nel 2003 figuravano a sostegno di Silvano Moffa, candidato del centrodestra alla presidenza della provincia di Roma, peraltro eletto anche con il sostegno di quelle formazioni.
Dal momento che quelli fatti dalla ministra sono soltanto esempi di liste ritenute dopo serie o comunque senza collegamento con la volontà popolare, come dimostra l'inesistente - salvo errore - lista "Forza Pippo" (peccato, perché gli estimatori di Goofy sono di sicuro tanti e sarebbero perfino disposti a votare quel simbolo - ammesso che il riferimento ministeriale non fosse alla schiera dei "Pippo" della politica, da Civati all'ex deputato Pippo Gianni, all'ex senatore Pippo Pagano o al politico e giurista siciliano Pippo Rao o, volendo, a "Pippo Simone detto Pippo Franco" - e magari a uno scontro epico con Viva Paperoga), si può sicuramente ampliare la casistica. E se qualcuno dalle parti del centrodestra sicuramente vorrà pensare alle elezioni del 2006, con 13 liste per l'Unione a favore di Prodi (inclusi il Partito pensionati, la Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda e la Liga Fronte Veneto che fecero irritare molto la Lega Nord e in particolare Roberto Calderoli) e 12 liste nella coalizione che appoggiava Berlusconi, è d'obbligo pensare anche al 2013, quando a fare il pieno di liste fu il centrodestra, schierando a suo favore anche - in poche circoscrizioni - il neonato Mir di Gianpiero Samorì, Liberi per un'Italia Equa (già Liberi da Equitalia) e - solo al Senato - Basta tasse di Luciano Garatti (che pure aveva una certa storia - ben nota a chi scrive - in continuità con le esperienze di Italia Unita e Basta Ladri - Basta!). Viene da dubitare, sinceramente, che sia ragionevole e coerente tenere insieme l'accusa di "presa in giro" per la "non corrispondenza con una volontà del cittadino" e la pratica di cui si è detto prima e che curiosamente non sembra ricordata, così come sembra difficile ritenere coerente l'asserzione secondo cui "Se davvero si vuole un partito nuovo [...] che rappresenti qualcosa, non è così difficile raggiungere questo numero di firme", il non avere voluto aprire alla raccolta delle sottoscrizioni in formato digitale e il fatto che le forze di maggioranza abbiano scarsamente praticato la stessa raccolta firme a livello nazionale (o l'abbiano fatta fruendo, come Fratelli d'Italia, di riduzioni consistenti).
Incidentalmente, proprio Fdi ha citato - attraverso Giovanni Donzelli - il Codice di buona condotta in materia elettorale della "Commissione di Venezia" (lo stesso in base al quale le norme elettorali non dovrebbero essere cambiate nell'ultimo anno prima del voto): lì si legge che "L’esigenza di raccolta di un certo numero di firme, per la presentazione di una candidatura, non è contraria al principio del suffragio universale. Nella pratica, quando i regolamenti pertinenti non sono utilizzati per impedire ai candidati di presentarsi, si rivela che tutti i partiti, oltre alle formazioni fantasma, ottengono molto facilmente il numero delle firme richieste,. Per evitare questo tipo di manipolazioni, è preferibile che la legge non richieda la firma di più dell’1% degli elettori". Per Donzelli la norma introdotta dal Senato va bene così perché si tratterebbe di chiedere un numero di firme equivalente allo 0,6% del corpo elettorale; peccato che nell'articolo di ieri si sia già notato che in almeno due collegi plurinominali su 49 la percentuale sia superiore all'1%. Un dato di fatto difficilmente superabile e di cui la Corte costituzionale, se investita dalla questione, non potrà non tenere conto.
 
Insieme a queste questioni, sembra essere emerso un altro aspetto rilevante, legato tanto alla possibile esenzione dalla raccolta firme per chi ha un gruppo dall'inizio della legislatura, quanto alla "riduzione" delle sottoscrizioni per chi ha un gruppo fondato in corso di legislatura o una componente del gruppo misto: quello che potrebbe ritenersi legato a "un bazar di sim­boli, sca­tole vuote con poche decine di iscritti ma con uno o due eletti in Par­la­mento e quindi con la pos­si­bi­lità di fare da taxi a altri", come ha scritto oggi in un suo articolo sul Fatto Quotidiano Lorenzo Giarelli. In qualche modo la "danza" è stata aperta - quando ancora l'emendamento Zedda riformulato non era nemmeno stato concepito - da Roberto Vannacci, che a fine maggio è riuscito a costituire una componente del gruppo misto alla Camera grazie a Free, che nel 2022 si era presentato solo nell'unico collegio plurinominale della circoscrizione Lombardia 4 (cosa che, a causa dello stesso emendamento, sotto la vigenza del nuovo testo non sarebbe più possibile) e si è inserito in quell'interpretazione dell'art. 14 del regolamento della Camera inaugurata nel 2004 con la nascita della componente Ecologisti democratici formata dalla Democrazia cristiana guidata da Gianfranco Rotondi; l'altra componente esistente, quella di +Europa, si è formata grazie all'adesione di Luca Pastorino che non appartiene al partito, ma non c'è stato nessun "prestito" di simbolo. 
Il fatto è che, a norma dell'emendamento Zedda riformulato approvato dal Senato, secondo Giarelli "par­titi finora mar­gi­nali potreb­bero tor­nare cen­trali", anche perché - come si è ricordato prima - lo stesso emendamento dà tempo fino all'entrata in vigore della legge per costituire componenti. Il primo della lista, tanto per cambiare, sarebbe Cen­tro demo­cra­tico del sempreverde Bruno Tabacci, già "compagno Br1" e poi trasfigurato in Brown Tabax, unico eletto riferibile alla lista Impegno civico - Centro democratico (ovviamente in un collegio uninominale - quello di Milano-Loreto - visto lo 0,62% ottenuto dalla lista): se almeno due deputati si unissero a lui entro l'approvazione della legge elettorale, la componente potrebbe nascere e avrebbe diritto allo sconto delle firme. L'aiuto lo attendono varie forze politiche: dal Progetto civico Italia di Alessandro Onorato al Psi e a Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, fino ad altri soggetti (come il Partito liberaldemocratico di Marattin, che pure potrebbe guardare più facilmente ad Azione).
Ovviamente anche Sud chiama Nord potrebbe tranquillamente formare una componente, se si trovasse qualcun altro che si unisse all'unico parlamentare rimasto a rappresentare il partito fondato da Cateno De Luca, Francesco Gallo. Ovviamente altre componenti potrebbero nascere attraverso grazie a uno qualunque dei simboli che non hanno avuto eletti, ma sono stati comunque presentati alle elezioni nel 2022 e che potrebbero essere "rimessi in pista" (sia pure con la fatica delle firme da raccogliere) con la collaborazione di almeno tre deputati che volessero formare una componente (anche se non è scontato che ci sia chi è disposto a lasciare il proprio gruppo, togliendo risorse a questo): l'elenco è lungo, visto che si va da Italexit (con tutto il problema legato alla rappresentanza dell'associazione) e Unione popolare, fino a Vita, Alternativa per l'Italia e a Forza del Popolo, passando per il Partito della follia creativa (del dottor Giuseppe Cirillo!), il Partito animalista, il Pci e Noi Di Centro di Mastella. 
Se però c'è chi pensa a cercare di abbassare l'asticella (quasi come Fantozzi ai giochi aziendali), qualcun altro potrebbe avere la tentazione di eliminarla proprio. Già, perché lo stesso articolo di Giarelli si parla anche di un "vero suk" potenziale, individuato in Noi mode­rati, che oggi è un partito, ma allora era una fede­ra­zione che conteneva ben quattro sim­boli, quelli di Noi con l'Italia (il gruppo originario di Maurizio Lupi), di Italia al Centro di Giovanni Toti, di Coraggio Italia di Luigi Brugnaro e dell'Unione di centro. Segnala Giarelli che "secondo un'inter­pre­ta­zione ampia delle norme, cia­scuno di que­sti sim­boli godrebbe dell'esen­zione dalla rac­colta firme anche qua­lora si sfi­lasse dalla fede­ra­zione" (Giarelli ricorda anche l'Italia dei valori, apparentata con Noi con l'Italia - e oggi federata con Noi moderati - ma non presente nel fregio elettorale). 
Davvero sarebbe percorribile quella strada? L'articolo dà di nuovo voce a Sal­va­tore Cur­reri: "È pro­ba­bile che pre­valga l’ipo­tesi di più esen­zioni, del resto sarebbe inu­suale anche il con­tra­rio, e cioè che a non dover rac­co­gliere le firme fosse solo una iden­tica fede­ra­zione di nome Noi mode­rati". Questo sarebbe dovuto al fatto, tra l'altro, che l'Udc ha due eletti (Lorenzo Cesa alla Camera, Anto­nio De Poli al Senato), Coraggio Italia può contare su Michaela Biancofiore; occorre notare peraltro che Noi con l'Italia nel 2023 ha formalmente cambiato nome in Noi moderati e che forse questo non aiuterebbe a moltiplicare le esenzioni.
In ogni caso questo riporta alla mente, oltre che un dubbio sollevato proprio da Curreri nel 2018 (quando, su lacostituzione.info, temeva che i "simboli-liste matrioska" potessero far nascere più gruppi parlamentari aggirando le nuove norme regolamentari del Senato), ciò che era accaduto alla vigilia delle elezioni del 2022, proprio pensando al simbolo della lista +Europa - Centro democratico del 2018, che quattro anni e mezzo dopo di fatto generò due esenzioni: per il costituzionalista Giovanni Guzzetta l'Italia era "la terra dei miracoli" in cui le esenzioni si moltiplicavano e che "se [le forze politiche] vogliono una corsia preferenziale così ampia rispetto al viottolo lasciato agli altri cittadini, questi ultimi hanno tutti gli strumenti per giudicarli. Certo se da un lato si rende la vita più facile a chi è già nelle istituzioni e dall'altro non si interviene per dare una chance dignitosa a chi da fuori voglia legittimamente entrarci (magari anche senza esenzione), non ci si può poi lamentare che il populismo dilaghi, l'astensionismo aumenti e la fiducia nella politica tocchi i minimi storici"; sempre Guzzetta notò che "Nel caso di Centro democratico nelle scorse elezioni la lista che ha ottenuto il requisito per l'esonero era formata dalla fusione di Centro democratico e +Europa. Quindi a mio parere in termini strettamente giuridici, il soggetto che ha diritto all'esenzione non è né il Centro democratico da solo, né la lista +Europa da sola. Perché è attraverso la loro fusione che hanno ottenuto quel consenso che ha garantito loro il requisito per l'esenzione stessa", arrivando a ritenere che interpretazioni estensive delle disposizioni sull'esonero dalla raccolta firme fossero pericolose perché gli uffici elettorali avrebbero potuto poi dare letture diverse.
Del resto, se passasse la linea di ritenere lecitamente "scorporabili" le quattro anime di Noi moderati quand'era federazione, sarebbe possibile praticare la mitosi di Alleanza Verdi e Sinistra, esentando tanto la lista guidata da Europa Verde quanto quella promossa da Sinistra italiana (cosa che potrebbe essere utilissima per il centrosinistra). Nella remota eventualità che nessun'altra forza fosse interessata a fruire di quell'esenzione moltiplicata, sarebbe bello esentare la lista Forza Pippo, evocata dalla ministra delle riforme istituzionali: forse, essendo finita nel calderone della cronaca politica di questi giorni, merita di esistere un po' di più (anche se la Disney non sarebbe d'accordo nel veder utilizzato il disegno di Goofy).