venerdì 10 aprile 2026

Vent'anni dopo: i simboli delle elezioni - romanzate - del "Broglio" (festeggiando il quarto di secolo dell'editore Aliberti)

Chi, tra i membri dell'eletta schiera dei #drogatidipolitica nati entro gli anni Ottanta, dovesse indicare, più che un giorno, una notte in cui per ore il destino politico-elettorale è sembrato incerto, sospeso, anzi più correttamente appeso alle schede di cui si attendeva lo scrutinio, quasi certamente indicherebbe un giorno preciso: il 10 aprile, anzi, la notte tra il 10 e l'11 aprile 2006. I seggi costituiti per le elezioni politiche (solo lievemente anticipate) si erano chiusi alle ore 15 di domenica 10 aprile, ma un'idea chiara su chi aveva vinto si poté avere solo alle 2.43 di lunedì 11 aprile. Il risultato finale, a dispetto dell'ora tardissima, si delineò via via a beneficio dei non pochi che - in piazza o davanti ai teleschermi, oltre che nelle sedi dei partiti e dei comitati elettorali, nelle redazioni e negli studi televisivi nazionali e locali - stavano cercando con una certa disperazione di capire se il verdetto delle urne avesse premiato ancora il centrodestra, vale a dire la Casa delle Libertà del presidente del consiglio uscente Silvio Berlusconi, oppure il centrosinistra, cioè l'Unione guidata da Romano Prodi ritornato in campo dieci anni dopo la sua prima sortita.
Dopo vent'anni esatti, quelle ore meritano di essere rivissute, insieme ai tanti dubbi sull'esito incerto e sospetti di alterazione dei risultati - poi rivelatisi infondati, com'è giusto riconoscere, ma sulla base di anomalie facili da riscontrare - che hanno portato con sé, attraverso la rilettura di un "romanzo simultaneo" pubblicato un mese dopo "la notte più lunga", dal titolo decisamente evocativo: Il broglio. A firmare il libro, in base al quale - secondo quanto era diligentemente riportato in quarta di copertina - "nel segreto dell'urna ci sono troppi segreti", fu Agente Italiano, un chiaro pseudonimo dietro il quale si celava un collettivo che allora riuscì a rimanere segreto. Il libro fu pubblicato da Aliberti editore, casa editrice nata nel 2001 a Reggio Emilia, la cui attività è proseguita - in varie forme, attraverso varie vicende e assetti e con diversi marchi - fino a oggi, con il nome Compagnia editoriale Aliberti. Il libro, oltre a essere stato scritto (come si vedrà) da ottime firme, conteneva anche varie chicche per i #drogatidipolitica, a partire dal gioco dell'individuazione dei personaggi, dei giornali e - sissignore - dei partiti e dei loro simboli citati nelle pagine. Farlo a vent'anni dai fatti e a venticinque anni dall'avvio delle attività di Aliberti editore è un doppio omaggio a chi in quelle ore cercava di capire e, sfogliando quelle pagine (di fiction tutto meno che inverosimile) scritte con una velocità invidiabile, avrebbe potuto trovare spunti per riflettere, indizi per accrescere i propri dubbi o cercare conferme. A costo di vederle smontate dalle verifiche successive.
 

Il contesto 

Ogni elezione politica (in Italia come altrove), di per sé, è memorabile, ma quella celebrata nel 2006 aveva già dall'inizio tutte le caratteristiche per esserlo più di altre. Non si trattava solo della prima elezione in cui una parte di seggi - 12 alla Camera, 6 al Senato - era riservata a parlamentari eletti dagli italiani residenti all'estero. Si trattava della quarta consultazione consecutiva in cui il centrodestra aveva come leader Silvio Berlusconi (quasi settantenne), ma era la seconda in cui l'avversario era Romano Prodi (quasi sessantaseienne): proprio lui dieci anni prima era riuscito - anche grazie all'accordo di desistenza stipulato con Rifondazione comunista - a far prevalere il centrosinistra dell'Ulivo sul Polo per le libertà e non era affatto escluso che - dopo la vittoria schiacciante alle primarie del 2005 e l'appoggio di gran parte dei media - potesse prevalere di nuovo, stavolta alla guida di una coalizione decisamente più larga (dall'Udeur al Prc), come del resto si era di molto allargata quella di centrodestra. Un'operazione che era diretta conseguenza della nuova legge elettorale approvata dal Parlamento poche settimane prima (la n. 270/2005), etichettata il 15 marzo negli studi di Matrix come "porcata" dal suo estensore - ma certo non unico autore, visti i vari interventi che il testo ha subito nel corso del tempo - Roberto Calderoli e da allora inesorabilmente appellata come Porcellum, anche dopo la bocciatura di due suoi punti cardine (premio di maggioranza nazionale alla Camera e regionale al Senato e liste bloccate lunghe) da parte della Corte costituzionale con la sentenza n. 1/2014.
Incidentalmente, giusto per calarsi a dovere nel mood di quei giorni e - soprattutto - di quelle ore notturne, non è inutile ricordare che proprio il funzionamento delle nuove norme elettorali, imperniato sulla competizione tra coalizioni di liste di candidati, fece scomparire i simboli delle stesse coalizioni da quasi tutte le schede, a beneficio dei fregi delle singole forze politiche: il simbolo dell'Unione (con l'aggiunta del riferimento al "capo della coalizione" da indicare per la prima volta all'atto del deposito del contrassegno) apparve solo nella circoscrizione Estero e - insieme a quello della Svp - nelle schede del Senato del Trentino - Alto Adige; il contrassegno della Casa delle Libertà - identico a quello coniato in vista del voto politico del 2001 - si vide invece solo nei collegi uninominali trentini e altoatesini senatoriali (gli unici fatti sopravvivere dalle nuove norme, insieme a quello della Valle d'Aosta, valido per Camera e Senato).
Va bene, i simboli e le coalizioni, ma - porca paletta! - "non meniamo a spasso il cane": si parlava della notte tra il 10 e l'11 aprile 2006, una notte passata in bianco aspettando di sapere chi avesse vinto le elezioni. Uno scenario che nessuno - pure gli scettici che non credevano ai sondaggi delle settimane precedenti, a favore dell'Unione - avrebbe potuto immaginare, se non altro perché, oltre che domenica (delle Palme, con relative polemiche sulle processioni con l'Ulivo... non ce la faccio, troppi ricordi!), si era votato anche lunedì. Si era ripreso a votare in due giorni, com'era successo fino al 1992 (coi seggi aperti fino alle due del pomeriggio), mentre dall'anno dopo, per risparmiare, si era concentrato il voto nella sola domenica; dopo l'esperimento one day delle amministrative del 1993, si era fatta marcia indietro alle elezioni politiche del 1994 (la coincidenza del 27 marzo con la festa di Pesach non avrebbe consentito agli italiani di religione ebraica di votare, così i seggi rimasero aperti anche tutto il lunedì), ma poi si era tornati al voto domenicale fino al 2001, annus horribilis per la macchina elettorale. La coincidenza del voto politico col rinnovo delle principali amministrazioni comunali - Milano, Torino, Roma e Napoli - ma soprattutto l'avvento delle nuove tessere elettorali e la riduzione del numero di sezioni (decisa con la finanziaria alla fine del 1997, sempre per risparmiare), avevano creato file lentissime fuori dai seggi, impossibili da smaltire entro le 22, tra l'altro col voto su almeno tre schede (due per la Camera, una per il Senato e magari quelle per le amministrative): per non influenzare gli elettori ancora in coda, il Viminale aveva chiesto agli istituti demoscopici di non diffondere exit poll e sondaggi prima delle 23, ma a quell'ora non avevano comunque votato tutti, così già dal 2002 si era ripristinato il voto di lunedì per tutte le consultazioni. Nel 1994 (data la chiusura dei seggi alle 22 di lunedì, per i motivi citati), nel 1996 e ancor di più nel 2001 lo spoglio era avvenuto di notte e i risultati erano arrivati alla spicciolata, costringendo le redazioni a chiudere molto più tardi; terminare il voto alle ore 15 di lunedì, in teoria, avrebbe dovuto consentire uno spoglio più sereno (chi ha esperienza sa che valutare e contare le schede dopo le dieci o, com'è capitato dopo il 2013, le undici di sera non è proprio semplice), alle scuole di essere liberate e pulite con certezza il martedì, al Ministero dell'interno di ricevere più agevolmente i dati, alle forze politiche e ai giornalisti di valutare e commentare gli stessi dati senza fare le ore piccole. In teoria, appunto
La progressiva erosione del vantaggio dell'Unione 
nello spoglio della Camera (da Wikipedia)
In pratica le cose andarono in modo molto, molto diverso: alle ore 15, al momento della chiusura dei seggi, le dirette di radio e tv fornirono gli esiti degli exit poll (Casa delle libertà 45-49%, Unione 50-54%, secondo Nexus); le prime proiezioni diedero esiti simili, ma in seguito i dati, arrivati e forniti con sempre maggiore ritardo (anche durante una prima visita del ministro dell'interno a Palazzo Grazioli), nel tardo pomeriggio ribaltarono il risultato al Senato e, per alcuni istituti, anche alla Camera. I dati su Montecitorio arrivavano però con un ritardo consistente, non giustificabile con il solo fatto che si scrutinavano prima le schede per il Senato; nell'erodere progressivamente il vantaggio dell'Unione, parlavano di un delicatissimo testa a testa, visto che era in ballo l'assegnazione del premio di maggioranza nazionale. Per giunta, i dati che arrivavano non sembravano corrispondere a quelli che i rappresentanti di lista del centrosinistra stavano raccogliendo nelle sezioni, al punto che i Democratici di sinistra invitarono via sms e - dopo le 21.30 - con i comunicati stampa a vigilare su quanto accadeva ai seggi, soprattutto in Lazio e in Campania. Circa a mezzanotte - stando a quanto riportano le cronache - il flusso dei dati si bloccò e Marco Minniti, deputato Ds, fu spedito al Viminale a verificare di persona cosa succedesse; all'una meno un quarto il risultato alla Camera sembrava addirittura in pareggio... altro che sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni! 
Solo alle 2.43, come si è detto , la vittoria dell'Unione a Montecitorio fu annunciata in diretta tv non dal Viminale, ma dal segretario dei Ds Piero Fassino ("mancano una trentina di seggi allo spoglio definitivo, ma il vantaggio di 25mila voti che fin qui il centrosinistra ha realizzato consente di dire che il centrosinistra ha vinto le elezioni"); in molti sostengono che avesse detto una cosa ben diversa un'ora prima Giuseppe Pisanu, ministro dell'interno (quindi vertice politico della "macchina elettorale"), nella sua seconda visita della giornata a Palazzo Grazioli, in un vertice del centrodestra - di cui si seppe sempre in diretta tv - alla presenza di Berlusconi, Marcello Pera (Forza Italia), Gianfranco Fini (Alleanza nazionale) e Lorenzo Cesa (Udc); quasi alle 3, in compenso, il centrodestra - attraverso il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti - non riconobbe la vittoria del centrosinistra (e il 12 aprile fu lo stesso Berlusconi a parlare apertamente di brogli e a dire che l'esito doveva cambiare). Il risultato era stato confermato dal Viminale - pur se in via provvisoria, toccando all'Ufficio elettorale centrale nazionale dichiararlo - e "sigillato" dal Quirinale l'11 aprile, lo stesso giorno dell'arresto del boss mafioso Bernardo Provenzano (il giorno prima, alle 19.42, Pisanu aveva sottolineato più che altro il buon funzionamento della nuova scheda elettorale e la diminuzione sensibile di schede bianche e nulle); lo stesso Ministero dell'interno, peraltro, il 14 aprile dovette precisare che, nei dati forniti tre giorni prima, per "un errore materiale" in varie province anche le schede bianche e nulle erano state conteggiate tra quelle contestate, per cui queste ultime erano lievitate di circa 40mila unità (un numero potenzialmente esplosivo - vista la differenza di meno di 25mila voti tra le due coalizioni - sufficiente per il centrodestra a mantenere aperta la possibilità di contestare il risultato). 
Nel frattempo, si era registrata la resa pressoché totale dei sondaggisti e in particolare del consorzio Nexus (che aveva di fatto unito Cirm, non più legata a Nicola Piepoli che aveva fatto conoscere gli exit poll in Italia, e Datamedia già creatura di Luigi Crespi, nel frattempo tornato in campo con una propria società): una resa che aveva il volto di Fabrizio Masia, il quale ancora intorno alle due dell'11 aprile in diretta televisiva - dopo tanti collegamenti con questa o con quella rete Rai o Mediaset - ammise la "totale impossibilità di dire chi ha vinto"; la sera del 12 aprile dopo Striscia la notizia divulgò uno dei fuorionda più famosi di sempre, in cui lo stesso Masia si era abbandonato a considerazioni divenute subito un ritratto imperdibile del lavoro di "sondaggista" ("Non ha più senso fare 'sto lavoro di m...a, perché veramente... è un lavoro di una difficoltà mostruosa: ti fai un c..o come una scimmia e la gente non capisce una se...!").
L'Ufficio elettorale centrale nazionale della Cassazione proclamò i risultati il 19 aprile, confermando la vittoria dell'Unione alla Camera di quasi 25mila voti (e respingendo, frattanto, i "reclami" del centrodestra e di Roberto Calderoli in persona, in base ai quali non si sarebbero dovuti conteggiare a favore del centrosinistra i voti della lista Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda - Lega pensionati di Elidio De Paoli, presente solo nella circoscrizione Lombardia 2 ma capace di ottenere lì oltre 44mila voti, sufficienti a decidere il risultato). Nel 2007, a metà settembre, si concluse la verifica di una parte consistente delle schede del Senato relativa a sette regioni (Campania, Calabria, Lazio, Lombardia, Puglia e Toscana), disposta dal presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, Domenico Nania (An): emersero solo "scostamenti [...] assolutamente fisiologici", non in grado di porre in dubbio l'esito delle elezioni. Si dovette comunque tornare a votare meno di un anno dopo, non per ripetizione le elezioni del 2006, ma per il venir meno della fiducia al secondo governo Prodi e l'impossibilità di formare maggioranze alternative.
 

Il testo 

Ricordato tutto questo, non è difficile credere che, anche nei giorni e nelle settimane successive al voto, la tensione sull'esito delle elezioni fosse rimasta molto alta, anche perché se alla Camera l'esile vantaggio dell'Unione aveva comunque garantito al centrosinistra il premio di maggioranza, al Senato - a causa dei premi di maggioranza regionalizzati - la stessa coalizione avrebbe potuto contare su una maggioranza di un solo eletto, divenendo determinanti in tal senso tanto i senatori a vita, quanto gli eletti nella circoscrizione Estero (che, dunque, alla prima loro comparsa acquisirono un peso inimmaginabile).
L'attenzione della politica e dei suoi osservatori, dopo la travagliata elezione dei presidenti delle Camere (soprattutto di Franco Marini a Palazzo Madama) il 29 aprile, fu attratta prima dall'elezione del nuovo Presidente della Repubblica (il 10 maggio, verso la fine del mandato di Carlo Azeglio Ciampi, venne eletto Giorgio Napolitano), poi dagli sforzi di Romano Prodi di formare il suo secondo governo (incarico il 16 maggio, lista dei ministri il 17, fiducia al Senato il 19 e alla Camera il 23). Non appena partì la navigazione dell'esecutivo, nelle librerie arrivò il "romanzo simultaneo" Il broglio: il sito di Aliberti editore, in effetti, annunciò l'uscita del libro per il 24 maggio, mettendo ben in chiaro che si trattava di "un giallo [...] sulle tracce del grande complotto elettorale" di cui si era vociferato nelle settimane precedenti. Era passato solo un mese e mezzo dalla "notte più lunga", quella dello spoglio e dei sospetti, avanzati da una parte e dall'altra, ma era già stato scritto e stampato un romanzo che parlava di sondaggi ed exit poll del tutto smentiti a valle di "una campagna elettorale allo spasimo": in quella cornice, in cui "data per trionfatrice, la Sinistra ha quasi perso" e "dato per sconfitto, il Tycoon ha quasi vinto", la sinossi offerta ai potenziali lettori parlava dell'indagine di un giornalista, condotta "sulla scia della rivelazione di un investigatore privato", nel tentativo di verificare "una ipotesi inquietante", quella di un "grande broglio [...] compiuto dal Tycoon e dai suoi. Una macchinazione per cambiare l'esito del voto popolare. Un complotto basato su un trucco vecchio come il mondo: le schede bianche...".
La prima testata a dare conto dell'uscita del libro fu la Repubblica, dedicando un articolo (non una semplice recensione) proprio il giorno dell'uscita nelle librerie, il 24 maggio: in prima pagina la notizia della fiducia alla Camera, le polemiche sui conti e sulle indagni su "Calciopoli" affidate a Francesco Saverio Borrelli, a pagina 15 il pezzo di Pino Corrias sul libro, posto al di sotto di una dimenticata polemica del centrodestra sulle deleghe assegnate ai ministri senza portafoglio solo dopo il loro giuramento e non prima. Corrias parlò di "primo esempio di letteratura simultanea che un tempo si sarebbe chiamato 'instant book'. Pensato, scritto, stampato in poco più di un mese. Autore multiplo insaccato in un nome collettivo"; fece emergere gli elementi di base del "giallo politico", vale a dire "lo psico mistero di un capo del governo, il Tycoon, che per settimane annuncia di temere brogli elettorali ai suoi danni sebbene abbia il controllo di tutti i controlli, e poi diventa il surfista di una rimonta talmente anomala da imbarazzare persino i suoi alleati, travolti dalla sua stessa riscossa" e un giornalista, Freddy, che "mette in fila gli indizi. Si attacca al telefono. Consuma le suole", chiedendosi le ragioni dell'errore collettivo di tutti i sondaggi (a prescindere dai committenti), soprattutto sul "Partito del Tycoon", e del crollo delle schede bianche rispetto agli anni precedenti (quasi 1,7 milioni nel 2001, poco più di 440mila nel 2006). Tre giorni dopo del romanzo scrisse La Stampa, che diede conto di un'intervista "realizzata chattando" con l'autore collettivo anonimo del libro ("Agente Italiano - fu la risposta alla prima domanda - nasconde una band di scrittura. Un detective, un magistrato, un giornalista, un dietrologo. Insomma, un’identità aperta condivisa da un gruppo che vuole praticare un nuovo genere letterario: il romanzo simultaneo. Fiction sui fatti trasformata in Faction"): emerse il ritratto di "un Paese curioso, dove avvengono fatti fin troppo curiosi", in cui non si può attribuire la débacle completa dei sondaggi solo "alla spiegazione antropologica secondo cui la gente non dice la verità agli intervistatori". Nel libro mancavano le prove, ma gli indizi parevano abbondanti: "Con gli indizi non si fanno processi, ma si possono scrivere i romanzi. E se nella politica di oggi la verità romanzesca sembra molto vicina alla verità, anche il romanzo del broglio doveva trovare il suo autore, o i suoi autori". 
Francesco Aliberti
Già, gli autori. Ma chi erano? A distanza di vent'anni, ne parlo con Francesco Aliberti, fondatore di Aliberti editore e della Compagnia editoriale Aliberti, che ha accettato di ricordare quel caso, confermando alcune cose già dette negli anni precedenti e aggiungendo alcuni dettagli rilevanti: "Agente italiano - mi spiega - era un collettivo di firme note, che operavano già su varie testate giornalistiche, ma soprattutto era un collettivo di amici emiliani illustri. C'era Edmondo Berselli, che all'epoca scriveva sulla Repubblica; c'era Pierangelo Sapegno, inviato di lungo corso della Stampa, molto vicino a Edmondo, piemontese ma assai legato all'Emilia; c'era poi Beppe Cottafavi, editor di Mondadori, colui che a quell'editore aveva portato proprio Berselli, dopo i suoi primi libri pubblicati dal Mulino". 
Edmondo Berselli
In effetti, tra il 2003 e il 2004 Mondadori aveva pubblicato due libri di successo di Edmondo Berselli, Post Italiani e Quel gran pezzo dell'Emilia, mentre a fine anno sarebbe uscita addirittura una "operetta immorale sugli intelligenti d'Italia", vale a dire Venerati maestri (libro ripubblicato l'anno scorso da Quodlibet); nel frattempo, però, Berselli aveva partecipato in modo esplicito come autore a una raccolta di racconti pubblicata proprio da Aliberti editore, Mai dire mai a un Martini Dry (2005), regalando un imperdibile James Bond a Campogalliano. "L'idea originaria - riprende Francesco Aliberti - fu di Edmondo, in una riunione a Reggio, al ristorante il Pozzo. Agente italiano sembrava una bella trovata editoriale, perché dava l'idea che ci fosse un insider, che sapeva cose che altri non potevano sapere; in più era un filtro, che consentiva a persone piuttosto note nei loro ambienti di lavorare 'in incognito' con un editore indipendente in Emilia, facendo cose che magari non sarebbero state facilmente proponibili con altri editori". Sembra lecito immaginare, in effetti, che proporre a un editore nazionale un romanzo, dichiarato fin dall'inizio come tale, ma nelle cui pagine si immaginavano brogli legati a un'elezione appena compiuta, non sarebbe stato così semplice, né avrebbe avuto esiti scontati.
La formazione originale del collettivo, dunque, era a tre: "Le idee da sviluppare - ricorda ancora Aliberti - erano soprattutto di Berselli e Cottafavi, tradotte in romanzo in particolare grazie a Sapegno, che aveva una penna felicissima". Il collettivo in seguito si sarebbe ripetuto, pubblicando sempre nel 2006 Pronto, chi spia?, autodefinito come "il libro nero delle intercettazioni", in un periodo in cui, tra calcio, politica, spettacolo e finanza, nessun ambito sembrava indenne dalle rivelazioni dell'ascolto trascritto ad uso giudiziario e non solo. Il gruppo di lavoro più avanti si sarebbe perfino ampliato, pur cambiando leggermente il nome: nel 2009, per esempio, Aliberti pubblicò La congiura. Il romanzo della crisi, a firma Agente americano ("In quell'occasione - racconta - venne coinvolto anche Massimiliano Panarari, altro giornalista di pregio, firma della Stampa e della Repubblica). Per completezza, va detto che nel 2022 il marchio Agente italiano è tornato in libreria con un nuovo romanzo simultaneo, Il ladro di libri; in questo caso, però, la formazione del collettivo è diversa, ma saranno altre le occasioni di parlarne. 
Cosa si intendeva esattamente con la categoria "romanzo simultaneo"? "Di fatto per noi - chiarisce Aliberti - era ed è un upgrade del concetto di instant book, andava e va oltre quel tipo di libro. In quell'occasione, nel 2006, si trattava in sostanza di 'fermare il mondo' per far uscire un libro che di fatto, pochissime settimane dopo lo spoglio, era già pronto e, sia pure sotto forma di romanzo, in concreto commentava l'attualità quasi simultaneamente, come se lo stesse facendo su un giornale: a riuscirci, in quel modo e con quei tempi, era molto più indicato un editore medio-piccolo indipendente, com'era Aliberti, nata da cinque anni".
Il broglio
, come in parte si è già visto, fu solo uno degli episodi della versatile collaborazione di Edmondo Berselli con Aliberti editore: "In nome della comune emilianità, Edmondo divenne amico della casa editrice e ci aiutò in vari modi - ricorda Francesco Aliberti. - Con cadenza quasi mensile, facemmo riunioni editoriali a Modena, alle quali partecipavano tutti gli amici emiliani: volta per volta incontravamo anche, tra gli altri, Leo Turrini e un giovane Andrea Scanzi, tutte firme che si divertivano". In più, non va trascurato che il primo romanzo simultaneo aprì la collana "I lunatici", chiaro riferimento a un altro scrittore e narratore emiliano decisamente illustre, Ermanno Cavazzoni, e al suo Poema dei lunatici: curata da Beppe Cottafavi, la collana era destinata a ospitare "libri balzani", sulla base del motto per cui "non c'è solo la faccia nascosta della luna: c'è una faccia nascosta del mondo e qualche volta la luna la illumina". "La collana 'I lunatici' - spiega Aliberti - nacque insieme al Broglio, pubblicando contestualmente un'opera di Daniele Benati [Opere complete di Learco Pignagnoli, ndb] e un altro libro, la cui uscita fu voluta dallo stesso Berselli: si trattava di Va' con Dio, romanzo teologico scritto da Jimmy Villotti, chitarrista dal multiforme talento e dalla simpatia travolgente da poco scomparso. Jimmy, tra l'altro, dava lezioni di chitarra proprio a Edmondo, che si era innamorato di quel libro e ci propose di pubblicarlo".
Non furono moltissimi i media nazionali che si occuparono del Broglio subito dopo la sua uscita - agli articoli già indicati vanno aggiunti almeno quello scritto da Mariella Ciarnelli sull'Unità il 5 giugno 2006 ("Il broglio", fantapolitica. Ma sembra tutto vero...) e quello di Gigi Riva sull'Espresso uscito nello stesso periodo (Intrigo elettorale) - ma di certo il libro non era passato inosservato tra quelli che si occupavano di politica e attualità, anche se non ne avevano scritto. La curiosità per il tema e la mai celata passione per la dietrologia degli italiani aiutarono la diffusione, ma ci fu qualche ingrediente segreto (come quelli dell'urna). Dopo vent'anni, c'è chi non si sottrae alla tentazione di raccontare come, dalla seconda metà di maggio in poi, un funambolico autore della Sassola - di stretta osservanza battistian-panelliana e sorbarista quanto al Lambrusco, ma pronto a fare un'eccezione per il Campanone - avesse telefonato personalmente a vari giornalisti a lui familiari e, dopo alcuni convenevoli, avesse lanciato un potenziale amo: "Ma hai visto quel romanzo che è uscito, sui possibili brogli alle elezioni di aprile? Ma, secondo te, chi c'è dietro?". A quelle parole, fioccavano le supposizioni - mentre, si ipotizza, sul viso del citato autore della Sassola si tracciava un sorriso ineffabile - e si seminava l'interesse per il romanzo e per le ipotesi che proponeva. 
Altri arrivarono in autonomia al libro, che ebbe un suo particolare seguito: il (docu)film Uccidete la democrazia!, dei giornalisti Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio, che allora era direttore di diario della settimana. "Senza dubbio Uccidete la democrazia! era figlio diretto del Broglio - racconta Francesco Aliberti -. Ricordo bene che un giorno tutto il team di Agente italiano partì in auto per una gita a Milano, avendo come meta la sede del diario: l'appuntamento era con il direttore Deaglio, che si era innamorato del libro quando era uscito e ci aveva contattato. Da lì nacque l'idea del documentario, in cui il libro è sostanzialmente alla base delle ipotesi sviluppate e 'messe in scena' anche grazie agli attori che parteciparono". Non stupisce, dunque, che Il broglio sia stato ristampato in edizione speciale e diffuso proprio da diario insieme a Uccidete la democrazia!, uscito il 24 novembre 2006 (ma annunciato già due settimane prima); se però il libro era stato dichiarato fin dall'inizio come "romanzo", la quarta di copertina del (docu)film indicava espressamente che le elezioni politiche di aprile, "finite sul filo di lana", "non sono state regolari. Se lo fossero state il centrosinistra avrebbe vinto con ampio margine". 
Anche per quella frase divamparono polemiche e la procura di Roma indagò gli ideatori del (docu)film ex art. 656 c.p., per il reato di diffusione di notizie false, esagerate, tendenziose e atte a turbare l'ordine pubblico (ma il film non fu mai sequestrato). "A chi sarà venuto in mente che, in tempi di elettronica, un bel maneggio si poteva fare sull'usuale, enorme numero di schede bianche?": il documentario si diffuse sui dati del crollo delle schede inserite nell'urna senza voti espressi, emerso ovunque, e lo attribuì a "un intervento della Divina Provvidenza", lo stesso che - secondo la tesi del film - avrebbe fatto scattare il premio regionale al Senato in quasi tutte le regioni in bilico tranne la Campania. Si parlò poi di una "enorme manipolazione di dati attraverso i computer", forse relativa alla trasmissione sperimentale informatizzata dei dati dagli uffici elettorali di sezione per Lazio, Sardegna, Liguria e Puglia; la prefetta Adriana Fabbretti, allora a capo della Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno, audita dalla Giunta delle elezioni della Camera precisò però che la trasmissione informatizzata era stata attuata "in maniera parallela a quella tradizionale, che ha conservato la sua validità. Quindi, il supporto cartaceo è stato l'unico che ha avuto valenza legale". 
Nel mese di gennaio le indagini si chiusero e non si sa come la vicenda giudiziaria si sia conclusa (mentre, dall'archivio del Corriere della Sera, si apprende che gli autori nel 2009 furono condannati per diffamazione nei confronti di Giuseppe Pisanu, che aveva presentato querela). Di certo, però, quel documentario diede nuova attenzione al giallo di Agente italiano, inclusa un'intervista sul Corriere della Sera (pubblicata il 25 novembre 2006), che Alessandro Trocino scrisse di avere condotto via e-mail. "Gli estensori - rispose il collettivo - sono stati uno o due. Più altri per l'inchiesta. Potremmo essere giornalisti, scrittori, politici. O magari sondaggisti". Per gli autori non aveva senso ricontare le schede - come inizialmente la Procura di Roma aveva ipotizzato e come, a campione, in effetti fece poi la Giunta delle elezioni del Senato - perché non erano state riattribuite con un software, ma "falsificate". In ogni caso, per "Agente italiano", pur mancando "la prova regina" della tentata alterazione delle elezioni, di essa c'erano "fortissimi indizi"; era poi anomalo il fatto che il centrosinistra, pur avendo ipotizzato che si fossero verificati brogli, avesse poi fatto "retromarcia". "In effetti - ricorda ora Francesco Aliberti - Il broglio non fu oggetto di querele, nessuna denuncia... purtroppo! Forse il testo, dichiaratamente di finzione, era stato costruito in modo da non dare appigli sicuri a eventuali querelanti per vincere una causa". Il libro, in ogni caso, fu attento a non abbandonare mai l'alveo della fiction, pur citando dati veri applicati a luoghi immaginari e facendo agire personaggi che, a dirla con Edmondo Berselli, "assomigliano insidiosamente" ad figure note della politica e del giornalismo, con nomi almeno in parte diversi, ma sempre riconoscibili.
Già, perché per i #drogatidipolitica, molto più della trama, del plot del romanzo (da un lato, un detective privato ex poliziotto - il Biondo - che il lunedì 10 aprile verso le 15 si presenta "in Questura perché aveva una storia da raccontare" sulle elezioni che si stavano celebrando, ma senza trovare chi lo ascolti negli uffici della Mobile in cui "avevano tutti i televisori accesi" per cercare di capire attraverso le "forchette" degli exit poll e le prime proiezioni che tardavano via via chi aveva vinto alle elezioni, poi sparisce, verosimilmente avendo la sfortuna di incrociare sulla sua strada due rapinatori freschi omicidi e fuggiaschi; dall'altro, l'Inviato speciale - Federico "Freddy", lievemente somigliante a Sergio Castellitto, assunto alla Cronaca, trasfigurazione della Stampa, come sembra di capire dall'idea del "più falso e cortese" giornale della borghesia - che la mattina di lunedì incontra il Biondo sulle scale del suo palazzo, ricevendone una confidenza confusa su "schede bianche sparite", "commissioni elettorali pilotate" e "preferenze dirottate", poi - dopo la sua sparizione - si mette sulle sue tracce, insieme a Lara, la sua segretaria) conta la sfida elettorale che si consuma fin dalle prime pagine
Da un lato c'è "la Sinistra, il Gruppo democratico del Curato", politico con un'aria "bonaria che mostrava persino nei dibattiti, quell'aura da pacificatore poco severo e molto comprensivo" che però sotto sotto doveva essere un duro, "vendicativo con la memoria lunga, come tutti i democristiani della sua razza" e per di più col marchio di fabbrica dato dalla provenienza dalla "collina alta, in quella provincia dove si dice che tutti hanno la testa quadra" (indizio di un intervento evidentemente berselliano, anche per chi non avesse letto Quel gran pezzo dell'Emilia; d'altronde, non era stato Edmondo a eternare nelle stesse pagine l'icastico ritratto prodiano "gronda bonomia da tutti gli artigli", attribuito talvolta anche ad altre figure, come l'imprenditore Sergio Magliola o il condiocesano cardinale Camillo Ruini?). Dall'altra parte c'è "il Tycoon", per i nemici "il Venditore o il Cannibale", "proprietario di tutte le più importanti tv commerciali, di una squadra di calcio che stava lottando per lo scudetto e per la Champions League, di assicurazioni, di imprese edili, e di un mucchio di altre cose, uno che aveva quasi sempre vinto e le poche volte che aveva perso aveva fatto fuoco e fiamme, da far pentire persino i vincitori". Da una parte un gruppo democratico che però radunava "sotto lo stesso tetto spezzoni politici disparati, dai superlaici ai solidaristi cattolici, dai radicali ai moderati, dai comiunisti agli anticomunisti"; dall'altra un blocco compatto agli ordini dell'uomo che l'aveva messa insieme, che aveva "ricompattato i suoi e sdoganato i fascisti, più o meno 'post'" (ecco, un'altra traccia berselliana!), ma aveva così creato anche "un grande partito nemico, nato, cresciuto e radicato attorno all'odio per lui", perché era "davvero odiato dalla metà dei cittadini e idolatrato dall'altra: 'Sei bellissimo!' gli gridavano le madame alle convention di Movimento e Libertà" (e quel "madame" risente invece della matrice piemontese di una delle penne). 
Le due coalizioni, ovviamente, sono composite e il romanzo, pur semplificando un po' il quadro (entrambe le compagini avevano oltre dieci liste), propone in ciascuna delle due parti uno schieramento a cinque punte. Emerge bene, fin da quando l'Inviato snocciola ai colleghi della Cronaca l'esito dei sondaggi prima della notte più lunga: 
A Destra scende il Partito del Nord. Sta fra il 3 e il 4, mi hanno detto. Cresce robusto il Gruppo cristiano, pare che raddoppi o quasi. Il Partito nazionale resta più o meno fermo, dal 12 al 13. Perde secco invece il partito del premier, Movimento e libertà, che va sul 22, quasi sette punti in meno rispetto alle politiche scorse. Con i resti delle estreme, fascistoni e robetta, si arriva all'incirca sul 47. La Sinistra è data al 52. Ciclamino sotto il 15. Partito democratico sul 20, i comunisti tra il 7 e l'8, gli ambientalisti attorno al 4. Poi che cosa... Benino il Gruppo dei radicali e dei socialisti. Non mi ricordo quanto. 
Pare quasi di vederli, i simboli - anzi, i contrassegni - delle liste citate dall'Inviato, ed è lecito immaginarli un po' simili e un po' diversi rispetto a quelli delle forze politiche vere, "come quei videogiochi di calcio che non hanno le licenze delle squadre" (così ha sentenziato Stefano Mentana, "malato di politica" doc, profondamente devoto anche al pallone e al joystick). Così, guardando alla compagine del Tycoon, compaiono il tricolore di Movimento e libertà sacrificato dallo spazio occupato dal riferimento al leader, il fuoco tinto dai colori italiani del Partito nazionale, una forma di scudo crociato del Gruppo cristiano, fino al Partito del Nord con un guerriero blu armato di spadone e scudo (anche se nella realtà c'era pure una colomba dichiaratamente autonomista); quanto ai "resti delle estreme", ci si limita a immaginare un tetraedro tricolore che possa rappresentare i Fascistoni, chiunque si voglia vedere sotto quest'etichetta. E, dall'altra parte, la coalizione del Curato, il Ciclamino è facile da immaginare su uno sfondo azzurro e verde come quello che all'epoca accompagnava la Margherita, il Partito democratico (quello della finzione, non quello che sarebbe nato oltre un anno più tardi) porta inevitabilmente con sé un albero a chioma verde abbinato a una rosa, i Comunisti portano con sé - oltre alla falce, al martello e alla stella sulla bandiera rossa attorniata da un tricolore - uno spirito rifondarolo (anche se di comunisti, allora, ce n'erano anche altri, inseriti in altre liste); un'altra rosa, stretta in un pugno, finisce in automatico per essere associata al Gruppo dei radicali e dei socialisti, mentre un sole con una specie di sorriso - abbinato, ormai da un po' di tempo, a un arcobaleno pacifista - non può che contrassegnare gli Ambientalisti. E se di qualcosa ci si può stupire, tutt'al più, è che nello schieramento del Curato non si trovino anche riferimenti a una lista con un gabbiano (chiamata, magari, Valore degli Italiani) o a un campanile (quello - chissà - dell'Europa dei democratici uniti). 
Il gioco degli specchi dei nomi e la "caccia al tesoro" si fa intenso, visto il numero di personaggi che si muovono sullo sfondo, anche solo per poche righe in una paginetta e fanno scattare la smania dell'identificazione, grazie a un identikit fatto di sole parole, scritte però da chi conosce bene la politica e i media. Chi sarà "il Tiepolo", "un maestro in materia" di sondaggi, "un tipo perfettamente calvo con la mascella forte e un ghigno trattenuto [...], l'incrocio fra un artista del sondaggio e un caratterista in un film di genere"? Ma Nicola Piepoli, ovviamente. E Bergamelli, "il più serio" e "il più prudente" nelle società demoscopiche? Nando Pagnoncelli, altrettanto ovviamente, nativo delle stesse terre di Gigi, inviato del Pianeta ("il settimanale della capitale", dunque parente stretto dell'Espresso, il che permette anche di individuare il giornalista, a sua volta recensore del libro); restando tra le società di sondaggi, nella EnneEsse ("quelli della tv") e nella Sgs ("quella più vicina alla Sinistra") sembra di vedere Nexus e Swg, mentre "il primo sondaggista del Tycoon, l'inventore del Contratto", insomma il Barbone, è senz'altro Luigi Crespi, scetticissimo verso i dati in arrivo e propenso piuttosto a credere a un errore dei sondaggi o anche a brogli. Il direttore del telegionale di Quarto Canale, "schierato cuore e pensiero, armi e bagagli con il suo proprietario", che nel primo pomeriggio di lunedì cerca la "consolazione" che i dati degli exit poll non gli danno e nelle ore successive si scioglie - prima dell'esito finale della notte - in "un sorriso largo così", è fin troppo facile da identificare (parce sepultos); non è difficile dare il nome giusto e il volto anche a Renato D'Alimare, uomo dallo sguardo molto politologico ed elettorale dietro i suoi occhiali, mentre Giovanangelo Vinsanto, editorialista di prestigio, sarà Angelo Panebianco? Restando tra gli analisti, Alfredo Palermi, "esperto dei flussi elettorali" e "piccolissimo braccio destro del Curato", è senza dubbio Arturo Parisi, che proprio come Palermi "con i numeri si era già scottato una volta" (per l'esattezza il 9 ottobre 1998), mentre Silvio Carati ha il profilo lucido di Ilvo Diamanti.
E la politica? Oltre al Curato e al Tycoon, chi c'è nella galleria? C'è Santacristina, "il portavoce ufficioso e l'organizzatore ufficiale della campagna elettorale del Curato", da identificarsi nel futuro ministro prodiano Giulio Santagata; ci sono il Magro e il Baffo, rispettivamente segretario e presidente del Partito democratico, che davvero non hanno bisogno di alcun altro elemento per l'identificazione (così come è chiaro chi sia l'Americano, allora sindaco di Roma e già vicepresidente del Consiglio nel governo del Curato); il Barbetta, del Partito nazionale, oggi siede sul secondo scranno più importante delle istituzioni, mentre nell'esponente del partito cattolico (il Gruppo cristiano guidato da Ferdibello!) "con la testa pelata e gli occhialini da intellettuale" è facile ritrovare lo sguardo intelligente di Marco Follini, così come un parlamentare "con la erre moscia, ex democristiano, pure lui arroccato nella Destra, ma di un altro partitino" sembra poter iniziare a parlare da un momento all'altro con la voce e la cadenza di Gianfranco Rotondi. Pietro Livornesi, ministro dell'interno per almeno due volte nella casa romana del Presidente del consiglio, è in realtà Beppe Pisanu, mentre Mario Scritto, braccio destro del Tycoon ed ex direttore del Tempo nuovo, è Gianni Letta. Quanto al senatore a vita Franco Cossaru, ci vuole poco a riconoscere le sembianze di un certo Gatto Mammone.
Quanto al mondo giornalistico, il Migliore, direttore della Cronaca, "un signore molto elegante, ma anche molto duro", prendeva le fattezze di Giulio Anselmi e del suo curriculum, passato anche dall'Agenzia nazionale (l'Ansa); dietro Gianlorenzi, il suo uomo di fiducia passato dallo sport alla macchina, è celato invece con tutta probabilità Giancarlo Laurenzi, mentre Luis La Rosa potrebbe trovare il suo corrispondente in Luigi La Spina (anche se la "prudenza piemontese in un codice genetico siciliano" e gli "occhialetti pensosi" possono far pensare a Marcello Sorgi). Diorama, il giornale "più tradizionale e il più venduto", è invece il Corriere, diretto dal Papa, "quello che sbagliava meno" (e che era rimasto direttore di quella testata anche dopo averla lasciata) e faceva coppia fissa con Giamba, il profilo del cui baffo rimanda a quello di Pierluigi Battista. Quanto all'Indipendenza, parente stretta della Repubblica, è diretta da Napoleone (Ezio Mauro), con uno stuolo di vice: il Bello (Angelo Bono?), il Bolla (Gregorio Botta?), Aramis (Massimo Giannini), Angelo Cielle (Angelo Aquaro?) e il Giovane, che in controluce mostra le chiare fattezze di Mario Calabresi ("figlio di un commissario di Polizia ucciso dai terroristi di sinistra"), mentre Francesca De Gregori ha tutta l'aria d'essere Concita De Gregorio. Berni e Ammaricco, cronisti politici di Diorama e l'Indipendenza, concorrenti ma pronti a lavorare insieme, sono più difficili da individuare, mentre Mario Ravenna, "il Bretella", direttore della Pagina, non ha bisogno di altri elementi per essere individuato. Trattenuto un sorriso dopo aver incontrato il presidente della Federindustriali, nonché editore, Davide Luchero di Marezufolo (detto anche "il Divino"), occorre non distogliere lo sguardo per capire che tra i personaggi è possibile riconoscere uno degli autori del libro: Ernesto Bellucci, prima "giovane e vivace editorialista emiliano" della Capitale (il Messaggero) e tra i timonieri dell'associazione-rivista felsinea (e filocuratiana) la Macina (il Mulino), passato alla Cronaca e in quel momento all'Indipendenza (oltre che, "secondo i malevoli di Destra uno degli ideologi del Curato", è l'immagine riflessa d'un giornalista-osservatore intelligentissimo con le stesse iniziali. 
Chi si divertisse nel gioco del disvelamento dei personaggi, ma avesse qualche difficoltà nel ricondurli alle figure della politica e del giornalismo (anche per i vent'anni trascorsi), potrebbe trovare un valido aiuto in un altro libro, La notte del broglio, pubblicato da Aliberti sempre nel 2006 dopo l'uscita del (docu)film Uccidete la democrazia! Il volume, oltre a riproporre il testo del romanzo simultaneo, antepone un ricco retroscena, in pieno stile giornalistico, anzi, berselliano: quasi tutti i libri di Edmondo Berselli si chiudevano con un capitolo in cui si citavano fonti, precedenti e occasioni in modo tanto godibile da integrare perfettamente quel testo nel resto del libro (non a caso, l'episodio del "Sartorius dubbioso" lo si trova proprio nel retroscena di Venerati maestri). In questo caso il backstage arrivava in modo eccentrico all'inizio, come una sorta di legenda-introduzione al Broglio, questa volta mettendo in fila i nomi veri e le loro parole, pronunciate o scritte (aiutando, per esempio, a identificare il giornalista etichettato come "il Sindaco" con Luciano Borghesan della Stampa); di nomi, anzi, paradossalmente ne viene omesso solo uno, quello che in quelle ore - soprattutto in quella notte - incarnò la resa dei sondaggi. 
Soprattutto, però, nel backstage iniziale si indicano studi rilevanti (in particolare il volume di Itanes Dov'è la vittoria, pubblicato dal Mulino, e le ricerche della statistica Venera Tomaselli) legati ai dati che avrebbero potuto indicare possibili brogli: chi scrive non crede che questi siano avvenuti, ma riconosce che gli indizi in grado di scatenare la molla della ricerca - al di là delle curiosità - c'erano tutti. Da un lato c'era il crollo delle schede bianche, in parte riconducibile alla scheda senza preferenze e solo con i simboli (anche se questo volle dire "liste bloccate", con tutto quel che ne conseguì) o alla forte polarizzazione dello scontro, ma forse non spiegabile per intero in questo modo. Dall'altro c'era una modifica non irrilevante alle norme elettorali che reintrodusse la nomina degli scrutatori da parte della commissione elettorale comunale, sostituendolo al sorteggio previsto dal 1989 - su iniziativa dei radicali e di altre forze politiche, come ho raccontato nella prima puntata del podcast Scudo (in)crociato - per evitare che fossero i partiti di fatto a nominare i componenti dei seggi; in effetti si smise di sorteggiare innanzitutto perché il rischio di rinunce, di persone che al momento di aprire i srggi non si presentavano o si rivelavano inadeguate era molto consistente, ma il ritorno della sostanziale designazione politica degli scrutatori - insieme agli sforzi consistenti posti da Forza Italia nel progetto "Motore azzurro" e nella formazione del personale di servizio presso i seggi (scrutatori e rappresentanti di lista, tuttora chiamati da quel partito "difensori del voto") - aveva colpito più di qualche osservatore.
Vent'anni dopo, si può dire che il broglio non ci fu (o, se ci furono singoli episodi - non essendone priva la storia elettorale italiana - non è possibile collocarli con certezza da una parte o dall'altra e indicarne il numero). L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta per i #drogatidipolitica per non fantasticarci sopra: troppi potenziali indizi, anche in mancanza di una pistola fumante (ormai fredda, se ci fosse stata) o comunque di prove nette. E i #drogatidipolitica di allora e di oggi, pronti a lasciarsi solleticare da un'ipotesi almeno verosimile, avevano trovato cibo per le loro menti in un romanzo - Il broglio - scritto da chi conosceva bene la politica, le elezioni, i loro meccanismi e soprattutto i loro dati, riuscendo anche ad accostarli e confezionarli in modo accattivante. Vale la pena anche oggi sfogliare quelle pagine, per non togliersi la possibilità di divertirsi in modo intelligente: meglio, in fondo, esercitare i pensieri di complotto e dietrologia su un soggetto dichiaratamente di fantasia - anche se maledettamente verosimile - piuttosto che nella realtà. Anche per questo, c'è da augurarsi che Il broglio torni disponibile, in edizione annotata e aumentata (magari con gli scritti citati nel retroscena), con la certezza che i #drogatidipolitica di lungo corso e di giovane età troveranno molto materiale su cui riflettere. E un motivo in più per non praticare brogli (prima ancora che non credervi) e per esercitare piuttosto la fantasia.
 
Si ringrazia di cuore la Biblioteca statale Antonio Baldini, presso la quale ho potuto consultare il libro La notte del broglio, parte del Fondo Massimo Bordin: il fatto che il libro provenga dalla biblioteca che fu dello storico direttore di Radio Radicale - il cui sterminato e preziosissimo archivio, tra l'altro, permette di riascoltarne la voce anche in una conversazione con Luigi Crespi proprio sul romanzo simultaneo di cui ci si occupa qui (conversazione dalla quale emergono in viva voce i dubbi dello stesso Crespi) - rende il viaggio politico-simbolico legato a questo testo ancora più prezioso. 

sabato 4 aprile 2026

Riunire la Dc? Scintille di una nuova disputa sullo scudo crociato

Chi, per un motivo o per l'altro, sentisse l'inspiegabile bisogno di non restare per troppo tempo senza notizie sulla Democrazia cristiana, sui tentativi di riportarla in vita e sulle dispute sulla titolarità del partito o sull'uso del nome e del simbolo non rischierebbe davvero di rimanere a bocca asciutta. In queste settimane si sta consumando l'ennesima lite, che si sviluppa a colpi di comunicati stampa e post sui social network e offre a chi segue le vicissitudini dello scudo crociato una nuova puntata di uno scontro che non pare fuori luogo chiamare infinito (visto anche il postulato dell'eternità dei democristiani).
Tutto è iniziato, verosimilmente, con la diffusione di un comunicato stampa, diffuso il 24 febbraio scorso da Fratelli d'Italia e ripreso da alcuni media (incluso La Voce del Patriota diretto da Ulderico De Laurentiis). 
Oggi presso la sede nazionale di via della Scrofa a Roma il responsabile nazionale dell'organizzazione di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli, ha incontrato gli esponenti storici della Democrazia cristiana: il presidente della "Dc con Rotondi" On. Gianfranco Rotondi, il segretario nazionale della Dc storica Nino Luciani, il vice segretario nazionale Raffaele Cerenza, il segretario amministrativo Carlo Leonetti. Nel corso dell'incontro è stato ribadito il riconoscimento della storia del movimento oltre che il comune cammino a sostegno di Giorgia Meloni. La riunione è stata programmata in questi giorni per ribadire l'impegno e organizzare iniziative a sostegno del "sì" nella campagna referendaria sulla riforma della giustizia, ritenuta oggi più che mai determinante per garantire la governabilità dell'Italia.
Se qualcuno non dev'essersi particolarmente stupito nell'apprendere della visita alla sede di Fratelli d'Italia di Gianfranco Rotondi, presidente della Dc con Rotondi ma anche deputato eletto in un collegio uninominale vinto dal centrodestra e membro del gruppo parlamentare di Fdi, non altrettanto dev'essere avvenuto nell'apprendere che della delegazione facevano parte anche Nino Luciani, Raffaele Cerenza e Carlo Leonetti: il primo ritiene di agire dal 2020 quale segretario politico della Dc, lo stesso partito che avrebbe contribuito a riattivare come primo firmatario - nel 2016 - della richiesta del 10% dei soci "autoconfermati" nel 2012 di riconvocare l'assemblea degli iscritti; Cerenza, a lungo impegnato all'interno di una delle associazione degli iscritti alla Dc del 1993 per ricostruirne le vicende (giuridiche e patrimoniali), è attualmente indicato come vicesegretario del partito guidato da Luciani (dopo essere stato a lungo segretario amministrativo del progetto di riattivazione guidato da Franco De Simoni), mentre Leonetti si qualifica come segretario amministrativo dello stesso partito (in particolare risulta legale rappresentante dal 2023, legato allo stesso codice fiscale degli anni '90, anche per l'Agenzia delle entrate). Da alcuni mesi, incidentalmente, la Dc-Luciani utilizza con una certa frequenza un emblema diverso dal solito, che contiene la denominazione "Democrazia cristiana storica" e affianca lo scudo crociato a bordo superiore leggermente arcuato al volto di Alcide De Gasperi.
In ogni caso, nemmeno un mese dopo l'incontro con Donzelli, il 13 marzo, Luciani ha diffuso via e-mail un testo, denominato "Comunicato congiunto DC storica e On. G. Rotondi", il cui contenuto non poteva passare inosservato: 
In vista delle elezioni politiche del 2027, la DC, storicamente e giuridicamente continua con quella del 1994, e l'on. G. Rotondi: 1) appellano a tutte le "DC", alle Associazioni e Partiti di ispirazione cristiana, in special modo agli INTELLETTUALI CATTOLICI (non solo cattolici) a dare vita ad una LISTA ELETTORALE per la costituzione di un unico Gruppo Parlamentare con nome "Democrazia Cristiana", in Camera e Senato; 2) Convocano a Roma per il 18 aprile 2016, al Teatro Golden, Roma, via Taranto 36 (Porta S. Giovanni), a 80 anni dalla fondazione della DC.  
Il testo, dunque, faceva pensare all'avvio di un percorso comune tra il partito di Rotondi (che rivendica puntualmente la sua natura democristiana mai nascosta e la sua permanenza in Parlamento negli ultimi 25 anni, anche sotto il nome della Dc) e uno dei molti tentativi di riattivare il partito democristiano (l'unico riuscito secondo Luciani, non corretto e sbagliato secondo chi non era d'accordo con quella via di "risveglio"). A un futuro appuntamento al teatro Golden di Roma il 18 aprile - nel giorno in cui la Democrazia cristiana storica vinse le elezioni politiche del 1948 - peraltro, Luciani aveva già fatto cenno in una sua precedente e-mail del 25 gennaio, quando - riprendendo sue riflessioni precedenti - aveva auspicato per le elezioni politiche del 2027 la presentazione di una lista della Dc (con nome e simbolo originali), per proporre un "programma di libertà e di giustizia sociale, ispirato ai principii cristiani" (citando l'atto costitutivo originario del partito di De Gasperi) e guardando al modello tedesco (nel quale "Cdu e Csu convergono a fare un unico Gruppo Parlamentare nel Bundestag": per Luciani "l'unico modo di unificare in via breve le molte 'dc' create (sia pur legittimamente nulle) dopo lo scioglimento del 1994" sarebbe "creare un'unica lista elettorale per tutti i partiti aderenti, ma con l'impegno di costituire un solo gruppo parlamentare Dc in Camera e Senato" e il cammino verso questo obiettivo doveva appunto iniziare con un'adunata al Golden il 18 aprile.
Il referendum costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale del 22 e 23 marzo si è poi tenuto (e la posizione favorevole alla riforma, tenuta anche da Rotondi e da Fdi, non è risultata prevalente), ma subito dopo era già programmato da settimane un evento organizzato dalla Dc con Rotondi: il 27 e 28 marzo (i giorni delle elezioni del 1994, le prime senza il nome della Dc sulla scheda, essendo mutato il nome in Ppi e a fronte delle scissioni intervenute), ad Avellino, si è tenuta l'assemblea "degli esterni" - chiaramente ispirata a quella convocata nel 1981 dall'allora segretario Flaminio Piccoli, che oltre quindici anni dopo avrebbe provato a riattivare la Dc frattanto travolta - sul tema Cattolicesimo politico, abbiamo ancora qualcosa da dire? All'evento si sono registrati interventi di rilievo: il ministro dell'interno Matteo Piantedosi, il sottosegretario (ed ex segretario Cisl) Luigi Sbarra, l'ex ministro Mario Landolfi, campioni di democristianità mai dismessa come Bruno Tabacci (ancora in Parlamento) e Vincenzo Scotti, ex parlamentari come Erminia Mazzoni (Ccd-Udc-Pdl, poi Ncd) e Vito Bonsignore e ancora parlamentari come Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Luciano Ciocchetti (nato nella Dc, passato al Ccd e all'Udc, poi divenuto forzista e fittiano e, da lì, confluito in Fratelli d'Italia). Soprattutto, però, si sono ricordate pietre miliari della storia democristiana, a partire dall'appena scomparso Paolo Cirino Pomicino, ma la citazione più significativa per chi passa da queste parti viene da Arnaldo Forlani: "Se proverete a riunire i democristiani, al massimo scoprirete perché si sono divisi". 
La frase è sembrata profetica: il giorno dopo, il 29 marzo, Emilio Cugliari - che si qualifica come presidente della Dc e si ritiene legittimato all'interno del percorso iniziato dall'autoconvocazione del 2016, ritenendo però illegittimo tanto il percorso che ha portato alla segreteria di Gianpiero Samorì (facente funzione dopo le dimissioni di Totò Cuffaro), quanto l'elezione alla segreteria di Nino Luciani - ha fatto diffondere un comunicato con cui ha voluto smentire tanto ogni legame tra l'iniziativa di Rotondi quanto la riconducibilità alla "sua" Dc (da egli, ovviamente, ritenuta la sola legittimata) del percorso comune iniziato dalla Dc-Rotondi e dalla Dc-Luciani con Fdi. Ecco di seguito il testo che riunisce due comunicazioni affini, fatte circolare in rete (anche sul sito www.democraziacristiana.io, riconducibile alla Dc-Cugliari) e a vari siti d'informazione:

Numerose sentenze della Corte di Cassazione (n. 25999/2010, n. 805/2017, n. 18746/2019), unitamente alla decisione del Tribunale di Roma (n. 2847/2025), hanno stabilito in modo inequivocabile che la Democrazia Cristiana non è mai stata sciolta e che nessun altro partito, gruppo o singolo soggetto può rivendicarne la continuità giuridica, né l'uso del nome o del simbolo. Nel medesimo solco giurisprudenziale, tutti i ricorsi avanzati da soggetti che pretendevano di rappresentare la Democrazia Cristiana sono stati respinti con condanna alle spese, confermando la piena legittimità dell’attuale assetto del partito. 

Non siamo di fronte a una semplice imprecisione lessicale, ma a una distorsione sostanziale della realtà storica e giuridica della Democrazia Cristiana. L’affermazione dell’onorevole Giovanni Donzelli, secondo cui il prossimo 18 aprile Fratelli d'Italia "riunirà le varie anime della Democrazia Cristiana", è, senza ambiguità, un falso storico e un errore politico di fondo. Abbiamo poi appreso da un recente servizio del TG2 che il signor Rotondi è tornato a parlare della Democrazia Cristiana. Non appartiene alla Democrazia Cristiana e non può parlare né per nome né per titolo del partito. Ogni sua dichiarazione in tal senso è priva di qualsiasi legittimazione. Anche in questo caso si tratta di una rappresentazione non corrispondente alla realtà giuridica. Per tale ragione sarà formalmente richiesta alla testata una rettifica, al fine di ristabilire la verità dei fatti.

La verità giuridica e politica: La Democrazia Cristiana non è un contenitore disperso, né una galassia di sigle. È un soggetto politico unico, la cui continuità è stata più volte confermata in sede giudiziaria. I tribunali italiani hanno chiarito, con sentenze definitive, che non esistono "più Democrazie Cristiane": esiste una sola realtà legittima, che ha mantenuto identità, simbolo e continuità organizzativa. A guidarla è oggi il presidente Emilio Cugliari, sotto la cui direzione il partito continua a operare regolarmente su tutto il territorio nazionale, con attività politica concreta e una presenza organizzata, anche attraverso i propri canali ufficiali di comunicazione. 
L’equivoco delle "anime": Parlare di "varie anime" della Democrazia Cristiana significa accettare una narrazione fuorviante. La DC ha una sola anima: quella dei suoi militanti, iscritti e dirigenti che ne custodiscono la tradizione e ne portano avanti l’azione politica. Le molteplici iniziative nate negli anni da ex aderenti o gruppi che si richiamano nominalmente alla DC non hanno alcuna legittimazione giuridica né continuità politica riconosciuta. Si tratta, nei fatti, di tentativi reiterati e sistematicamente respinti nelle aule di tribunale. Il risultato è un insieme di strutture prive di sostanza, meri simulacri che non possono essere confusi con il partito reale. 
Un errore politico grave: Che un partito di governo cada in una simile rappresentazione non è un dettaglio marginale. È un errore che incide sulla credibilità delle istituzioni e sulla qualità del dibattito pubblico. Attribuire a forze esterne la capacità di “riunire” ciò che non è mai stato diviso significa non solo ignorare la realtà giuridica, ma anche svilire il ruolo della politica stessa, riducendola a operazione comunicativa scollegata dai fatti. La Democrazia Cristiana non è disponibile a essere oggetto di narrazioni improprie o strumentali. Non è un’eredità da redistribuire né un marchio da evocare: è un soggetto vivo, organizzato, operativo. 
Una responsabilità verso il Paese: I veri democratici cristiani non possono accettare che si diffondano rappresentazioni errate che rischiano di confondere cittadini ed elettori. La chiarezza, in politica, è un dovere. Per questo è necessario ristabilire la verità: la Democrazia Cristiana è una sola, continua a esistere e agire, ed è riconosciuta come tale nei luoghi dove conta davvero - nelle istituzioni e nei tribunali. Ogni altra ricostruzione non è solo inesatta: è, semplicemente, infondata.

Poco importa che le sentenze di Cassazione citate da Cugliari - peraltro in modo non sempre preciso - non si riferiscano formalmente a una Dc guidata da lui e che quella del tribunale di Roma del 2025, pur vedendo effettivamente la Dc-Luciani soccombere contro Cugliari, non dica in concreto - né, verosimilmente, potrebbe farlo - che questi sia il solo legittimato a guidare la Democrazia cristiana. Rileva piuttosto che la disputa in nome della rappresentanza dello scudo crociato riesca incredibilmente ad autorigenerarsi ogni volta, a partire da un qualunque episodio, anche apparentemente minore (non vissuto come tale, evidentemente, da qualcuno). Lo stesso Cugliari, per dire, sempre sul sito della "sua" Dc il 2 aprile ha scritto un articolo - Rete 4 e gli "zombi" cattocomunisti - in cui si lamentava della partecipazione di Pierferdinando Casini alla trasmissione Realpolitik condotta da Tommaso Labate (in cui si è parlato, tra l'altro, di un'altra reunion democristiana, organizzata da Dario Franceschini al Salone delle Colonne dell'Eur il 29 marzo per ricordare i cinquant'anni dal congresso Dc che rielesse segretario Benigno Zaccagnini alla segreteria): "Giornali e televisioni - ha scritto Cugliari - hanno paura di invitare chi con tanta fatica, sta organizzando il nuovo corso della Democrazia Cristiana [...]. Però invitano i disertori della Democrazia Cristiana che nel momento di difficoltà del Partito anziché lottare e resistere all’onda d’urto giudiziario hanno scelto di fuggire e abbandonare la Democrazia Cristiana e gli associati, non esitando un attimo a cercarsi un nuovo posticino al sole tradendo chi aveva dato loro lustro e beneficio in passato ed ancora oggi ne usufruiscono indegnamente". Cugliari si ribadisce "pronto per un eventuale contraddittorio senza se e senza ma, in qualunque sede e con chiunque", peraltro senza avere alcuna pretesa patrimoniale nei confronti di chi sostiene che "la Democrazia cristiana è morta".
Nel frattempo, Rotondi ha fatto sapere che l'assemblea "degli esterni" verrà ripetuta anche in altre città, inclusa Roma. Data dell'incontro romano, il 18 aprile, sempre nell'anniversario della vittoria democristiana del 1948. Non è stato precisato il luogo, ma non si può escludere che quell'evento venga fatto coincidere con "l'adunata" presso il teatro Golden annunciata da tempo da Nino Luciani. E, c'è da giurarci (non da augurarselo, per carità), le dispute riprenderanno.

venerdì 20 marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, un Senatur a spada sguainata per la sua Lega

Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo - inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione. 
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno  nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano). 
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno: 
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà. 
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale. 
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente"). 
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti, non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati - che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista (La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.  
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto (ritenendolo evidentemente credibili) e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere. 
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier. 
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). 
Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione: di certo ha intercettato per anni istanze presenti tra gli elettori e le ha rappresentate, in qualche modo incanalandole e impedendo che esplodessero in altri modi. A più di qualcuno mancherà: sicuramente a chi - come si è vociferato spesso dello stesso Bossi - ha apprezzato poco il corso leghista degli ultimi anni (pur rimanendo malvolentieri nel partito o abbandonandolo), ma magari mancherà anche a chi si è sentito - a torto o a ragione - tradito dalla mancata realizzazione di certi progetti. Altri certamente non rimpiangeranno Bossi, le sue parole e i suoi gesti. Difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.