mercoledì 26 agosto 2026

Europeisti italiani, l'identità nel tulipano (ibridato col tridente ucraino)

Ancora prima che il manifesto della Federazione dei Riformatori - di cui si è detto ieri - fosse pubblicato, il progetto della Federazione socialista riformista è stato accostato a un altro progetto nascente, che aveva mosso i suoi passi già prima: quello del Movimento degli Europeisti italiani, più noto con la denominazione abbreviata Europeisti.eu (che è anche il sito della piattaforma collegata). Promossa, tra gli altri, da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (e qui i #drogatidipolitica fino all'ultima goccia non possono che essere colti da un colpo fortissimo, dato dallo sblocco improvviso di un ricordo: quello della Sinistra liberale - con tanto di ape stilizzata su fondo cielo - poi Sinistra delle Libertà, del 1995), il movimento europeista - nulla a che vedere con il gruppo parlamentare degli Europeisti della scorsa legislatura - è nato "per trasformare un europeismo ormai maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano", volto a proporre non "una retorica identitaria, ma una linea di azione pragmatica: difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere". 
Se l'evento realmente fondativo - "Operazione Polo Europeista" - è del 18 luglio e si è svolto a Roma al centro congressi Cavour (oltre ai promotori nazionali sono intervenuti Bianca Hermanin, Aldo Torchiaro, Fabrizio Cicchitto, Ettore Rosato di Azione, Raffaele Nevi di Forza Italia, l'ex ministo Mario Mauro, Alessandro Maran, Alessandro Sterpa e vari ospiti, incluse alcune figure rilevanti della Federazione dei Riformatori), l'evento di presentazione si era tenuto un mese prima, il 15 giugno a Milano (teatro Franco Parenti: lì hanno partecipato, tra gli altri, Mario Monti, Elena Bonetti, Gianni Vernetti, Sofia Ventura, Filippo Rossi - direttore editoriale della testata L'Europeista - Giuseppe De Mita, Andrea Marcucci, Pina Picierno e Carlo Cottarelli), ma già il 9 maggio sul sito era stato pubblicato il manifesto degli Europeisti italiani. E anche questo lo mettiamo per intero: 

L'Italia si vanta spesso di essere Paese fondatore dell'Unione Europea. Oggi però non basta rivendicarlo: occorre candidarsi a essere un Paese «rifondatore» dell'Europa, a contribuire alla sua trasformazione invece di subirla. Questa responsabilità richiede innanzitutto un salto di qualità nel dibattito politico nazionale. Le due principali coalizioni che si contenderanno nel 2027 il governo del Paese sono in larga misura infiltrate e condizionate da forze apertamente ostili al progetto dell'UE. Movimenti che, nel momento più pericoloso per la democrazia europea, hanno legittimato la strategia di potenza di Vladimir Putin, giustificato l'aggressione russa in Ucraina come reazione a una minaccia occidentale, ostacolato il progetto di difesa comune in nome di un pacifismo ipocrita e tenuto l'Italia in una posizione ambigua, anche quando Parigi, Berlino e Londra promuovevano l'iniziativa dei Volenterosi per rimediare al disimpegno americano. Il risultato è che milioni di italiani europeisti — che sono maggioranza nei sondaggi — non trovano rappresentanza politica adeguata. Votano turandosi il naso, si astengono, o si rassegnano a una scelta tra schieramenti incapaci di dire con chiarezza da che parte sta l'Italia. Il 2027 è l'occasione per cambiare.

Perché una rivoluzione, non una riforma

Non vogliamo riformare l'Europa. Vogliamo che viva la sua rivoluzione e la stagione della sua vera indipendenza. Il tempo che stiamo attraversando richiede un salto di qualità — nella visione, nelle istituzioni, nella volontà politica — che nessuna riforma parziale è in grado di produrre.

Cosa vogliamo

Non siamo affezionati alle istituzioni di Bruxelles, ma all'Europa come civiltà: lo spazio politico in cui libertà, stato di diritto, laicità, creatività e tolleranza hanno trovato la loro forma più stabile. La nostra bussola è semplice: vogliamo un'Europa che sappia difendersi e innovare. 
Crediamo che la sovranità, oggi, si eserciti insieme o non si eserciti affatto. Nessuno Stato europeo da solo ha la dimensione per garantire sicurezza militare, autonomia energetica, competitività tecnologica o protezione dei propri lavoratori dalla pressione dei mercati globali. La guerra in Ucraina, la dipendenza energetica dai regimi autoritari e la concentrazione tecnologica nelle mani di pochi colossi extra-europei hanno reso tutto questo evidente.
Per questo sosteniamo una difesa comune europea credibile, perché la pace si costruisce con la forza e non con le intenzioni. Sosteniamo il pieno supporto all'Ucraina, perché difendere Kyiv oggi significa non dover difendere Roma domani. Vogliamo un'Europa che realizzi e governi la propria infrastruttura tecnologica — intelligenza artificiale, dati, semiconduttori — invece di dipendere da scelte prese altrove. Che costruisca la propria indipendenza energetica come precondizione di qualsiasi autonomia politica. Che governi i flussi migratori con metodo e pragmatismo, sottraendo questo tema alla strumentalizzazione populista di destra e di sinistra. Che semplifichi le regole per liberare l'iniziativa economica, favorire la crescita dimensionale delle imprese, abbattere la pressione fiscale su lavoro e innovazione. Che difenda senza ambiguità la laicità dello Stato e la società aperta da ogni forma di estremismo, antisemitismo e islamismo politico. E che affronti la crisi delle nascite per quello che è: non una questione ideologica, ma un problema di condizioni materiali — salari, alloggi, servizi, conciliazione tra lavoro e famiglia. Non è un programma visionario. È una lista di priorità per il prossimo decennio.
 

L'appello per il 2027 e oltre

Le elezioni del 2027 non sono un appuntamento come gli altri. L'Italia arriverà a quel voto in un'Europa che o avrà accelerato la propria trasformazione in una potenza capace di decidere, o si sarà ulteriormente frammentata sotto la pressione delle guerre ibride, dei ricatti energetici e delle divisioni interne alimentate dall'esterno. 
Chiediamo a chi condivide questa visione — indipendentemente dalla propria storia politica — di fare una scelta concreta: non basta essere europeisti nei valori, bisogna esserlo nell'azione. Ci proponiamo di costruire adesso un movimento politico organizzato, impegnato su pochi chiari obiettivi, capace di portare questa voce in Parlamento e di far pesare l'Italia in Europa con il protagonismo che un Paese rifondatore deve avere. Nel 2027 e oltre.
La maggioranza silenziosa degli italiani europeisti esiste già. Manca solo la volontà di darle una casa.
 
Anche in questo caso, il progetto si è dato un segno identificativo grafico, a fondo color carta da zucchero. La sua interpretazione autentica ce la facciamo dare da Piercamillo Falasca: "Abbiamo voluto riprendere l’uso di un fiore come simbolo politico. Abbiamo cercato un fiore tipicamente europeo che rappresentasse lo spirito del continente e abbiamo pensato che il tulipano è stato a lungo un oggetto di scambio, commercio: i suoi bulbi hanno creato un vero e proprio mercato, persino una bolla... In più abbiamo ibridato il tulipano con il tridente ucraino, addolcendo il tridente". Il colore del tulipano, non a caso, è azzurro come uno dei due colori della bandiera ucraina (l'altro è il giallo, che tinge l'estensione ".eu").
Da qui alle elezioni, l'area centrista subirà di certo altre evoluzioni, tenendo conto anche degli altri attori politici, a partire da Spazio Pubblico di Pina Picierno, del Partito liberaldemocratico guidato da Luigi Marattin e - inevitabilmente - da Azione guidata da Carlo Calenda, unico partito al di fuori dei due poli principali a godere dell'esenzione dalla raccolta firme. Sempre che non scelga di guardare a quell'area un'altra formazione riformista, Italia viva. 

martedì 25 agosto 2026

R come Riformatori, aggregare per creare l'alternativa al bipolarismo

Manca un anno e un mese al compiersi del quinquennio dalle elezioni politiche e inevitabilmente, anche sulla base della riforma elettorale in discussione, si preparano aggregazioni soprattutto nell'area moderata e riformista, create pure allo scopo di favorirne altre, più grandi e strutturate. Sembra il caso della Federazione dei Riformatori, il cui manifesto è stato pubblicato giusto un mese fa - il 24 luglio - a pagina 5 del Riformista. Non sempre documenti di questo tipo trovano spazio su quotidiani, anche di area, dunque ci si permette di riportare il testo per intero di seguito.

PREAMBOLO

L’Italia attraversa una stagione di profonde trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche. La crisi delle culture politiche tradizionali, la crescente sfiducia nelle istituzioni e il progressivo impoverimento del confronto democratico impongono la costruzione di una nuova proposta riformatrice.
La Federazione dei Riformatori nasce per riunire le grandi culture politiche che hanno edificato la Repubblica e accompagnato lo sviluppo democratico del Paese. Non nasce per alimentare nostalgie né per aggiungere un nuovo simbolo al panorama politico italiano. Nasce per ricostruire una cultura di governo capace di coniugare libertà, giustizia sociale, responsabilità, competenza ed europeismo.
L’obiettivo è superare il bipolarismo degenerato in bipopulismo e restituire centralità alla politica, alle istituzioni e all’interesse nazionale.

 

I. LE NOSTRE RADICI

«Il fiume ritorna alla sorgente» scriveva Pietro Nenni. Quel ritorno rappresenta oggi il senso della nostra iniziativa politica. 
La Federazione dei Riformatori si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo sociale, del popolarismo democratico e della cultura laica dello Stato. Le nostre radici affondano nell’opera di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Claudio Signorile e Rino Formica. Una tradizione che ha difeso la democrazia liberale, il garantismo, l’europeismo, la libertà individuale e la giustizia sociale contro ogni forma di totalitarismo. Nel segno di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini intendiamo ricostruire l’incontro tra le grandi culture riformatrici italiane.

II. PERCHÉ NASCE LA FEDERAZIONE

La lunga diaspora socialista e la crisi del riformismo hanno lasciato un vuoto politico che nessuno è riuscito a colmare. La Federazione nasce per dare rappresentanza a quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nella destra sovranista né nella sinistra massimalista. Non nasce contro qualcuno, ma per restituire centralità alla cultura di governo. 
Il nostro avversario politico è il bipopulismo, che ha sostituito il confronto con la propaganda, la responsabilità con la demagogia, il governo con la comunicazione permanente.

III. UN NUOVO RIFORMISMO PER L’ITALIA

L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di riforme. Occorre ricostruire il ceto medio, rilanciare il lavoro, rafforzare lo Stato sociale, ridurre le disuguaglianze, sostenere imprese, innovazione e ricerca.
Il riformismo significa crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale. Non esiste libertà senza sviluppo, né sviluppo senza equità.

IV. SICUREZZA, IMMIGRAZIONE E LEGALITÀ

La sicurezza è un diritto fondamentale.
L’immigrazione deve essere governata attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, controllo dei flussi, rimpatri per chi non ha diritto a restare e reali percorsi di integrazione per chi entra legalmente.
Accoglienza e legalità non sono alternative. Sono due principi che devono procedere insieme.

V. ENERGIA, INDUSTRIA E TRANSIZIONE ECOLOGICA

La transizione ecologica non può trasformarsi in deindustrializzazione. L’Italia deve perseguire un mix energetico fondato sulle fonti rinnovabili, sul nucleare di nuova generazione e sul rafforzamento delle infrastrutture strategiche. L’ambiente va tutelato senza compromettere competitività, occupazione e sviluppo.
 

VI. L’EUROPA CHE VOGLIAMO

L’Europa deve diventare una vera Unione politica. Occorre rafforzare il Parlamento europeo, costruire una politica estera e di difesa comune e superare progressivamente il diritto di veto nelle materie strategiche.
L’europeismo non può convivere con il sovranismo. L’Italia deve tornare a essere protagonista del processo di integrazione europea.

VII. LE RIFORME DELLA REPUBBLICA

La Federazione dei Riformatori considera indispensabile una nuova stagione di riforme istituzionali e costituzionali. Da oltre trent’anni il Paese discute della necessità di modernizzare l’assetto della Repubblica. Dai progetti promossi dai governi di Silvio Berlusconi alla revisione costituzionale proposta da Matteo Renzi, fino al premierato sostenuto dal governo di Giorgia Meloni, tutti i tentativi sono falliti perché trasformati in uno scontro politico e in un referendum sul governo del momento. Le riforme costituzionali non possono appartenere alla maggioranza di turno. Devono nascere dal più ampio consenso parlamentare e culturale possibile.
La Federazione propone istituzioni più efficienti, un Parlamento restituito alla sua centralità, una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza e governabilità, il rafforzamento dei contrappesi democratici, una giustizia autonoma e imparziale e un equilibrio tra i poteri dello Stato coerente con i principi della Costituzione repubblicana. Le regole della democrazia appartengono all’intera comunità nazionale e non possono diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.

VIII. UNA NUOVA CULTURA DI GOVERNO

La Federazione dei Riformatori vuole contribuire al rinnovamento della politica italiana. Non intende essere una forza di testimonianza né una semplice aggregazione elettorale. Vuole costruire una nuova cultura di governo fondata sulla libertà, sulla responsabilità, sulla competenza, sul garantismo, sulla laicità dello Stato, sull’europeismo e sulla giustizia sociale.
Il socialismo riformista non guarda al passato con nostalgia. Guarda alla storia come patrimonio da cui ripartire. La sua ambizione è costruire il riformismo del XXI secolo. Superare il bipopulismo. Restituire dignità alle istituzioni. Rimettere al centro la persona, il lavoro, la libertà e la Repubblica. Questa è la ragione della nascita della Federazione dei Riformatori.
 
Il termine "Riformatori" non è di frequente uso nella politica italiana recente - a dispetto del termine "riformisti" - come denominazione di un soggetto collettivo: fatta eccezione per i Riformatori sardi (tuttora esistenti), si possono ricordare il Movimento dei Club Pannella - Riformatori (e il simbolo della lista Riformatori) del 1994, i Riformatori liberali di Marco Taradash, Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi nati oltre dieci anni dopo e i Popolari europeisti riformatori di Ettore Rosato ed Elena Bonetti (usciti da Italia viva e approdati in Azione).  
Chi è parte di questo progetto? Innanzitutto la Federazione socialista riformista, raggruppamento erede del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì (sorto tra figure di sensibilità socialista e garantista in occasione del referendum costituzionale in materia di giustizia celebrato a marzo). In un articolo del 26 giugno scorso, scritto da Aldo Torchiaro e pubblicato sul Riformista, Stefano Venturini - uno dei rappresentanti di quell'area - aveva dichiarato che occorreva "la costituente di una federazione tra tutti coloro che si richiamano all'area riformista", indicando quali interlocutori privilegiati Carlo Calenda (con il suo progetto di Azione), Pina Picierno (con Spazio Pubblic) e Luigi Marattin (con il Partito liberaldemocratico). Questa formazione, nata "dall'incontro tra socialismo liberale, liberalismo democratico, solidarismo cattolico ed europeismo riformatore, per sottrarsi alla logica dei due poli", ha scelto come emblema un'imbarcazione navigante, con vele blu sfumate connotate da un elemento rosso, in un cerchio bianco racchiuso da una circonferenza nera e rossa.
Un altro contributore rilevante alla federazione appena nata è il Movimento socialista liberale, evoluzione dell'Associazione socialista liberale, fondata a dicembre del 2022 e guidata da Oreste Pastorelli, a lungo tesoriere del Partito socialista italiano (2008-2022), fino a quando scelse di dimettersi a novembre del 2022 (ritenendo che fosse più coerente costruire un "terzo polo", piuttosto che rimanere legati al Pd); insieme a Pastorelli ci sono figure di rilievo, come gli ex parlamentari Mauro Del Bue e Giovanni Crema. Pastorelli, che ora è sindaco di Forano (Ri), ha scritto in un testo le ragioni alla base della Federazione: "Il bipolarismo italiano è morto. O meglio: è vivo, ma ci sta uccidendo. Da 30 anni la politica italiana è un pendolo. Ogni 2-3 anni si va da una parte, poi si torna indietro. Ogni governo cancella il precedente. Ogni maggioranza governa col fiato sul collo dell’opposizione. Risultato: zero riforme strutturali, debito al 140%, crescita zero, istituzioni delegittimate. È il momento di archiviare questa stagione e costruire un grande centralità politica. Una federazione dei riformatori. Non per fare il terzo polo. Ma per fare il primo partito del Paese reale. [...] Questa grande federazione non può essere un contenitore vuoto. Deve avere una spina dorsale ideale fatta di valori. [...] E deve avere un metodo: niente veti, niente tabù. Governare con chi vuole bene all’Italia, dall’opposizione al governo. Ma la vera difficoltà è culturale: convincere gli italiani che esiste una terza via tra la paura del cambiamento e la paura del passato. L’alternativa al bipolarismo non è l’ingovernabilità. È la responsabilità. Se la politica non costruisce questa casa, la costruiranno i cittadini da soli, votando sempre meno e delegando sempre di più a poteri non eletti. Tocca a noi riformatori. Prima che sia troppo tardi".
Altro promotore legato alla stessa area politica, o per lo meno affine, è Socialdemocrazia, formazione politica sorta nel 2022 (quando depositò il contrassegno al Viminale per le elezioni politiche) "sulle orme di Turati, Matteotti, Saragat e tanti altri che hanno creduto nell'idea di una società migliore, bandendo estremismi di ogni tipo e recuperando le battaglie sociali senza sostituirle a quelle civili". Il partito, guidato da Umberto Costi come segretario e Antonio Esposito come presidente, ha da poco celebrato il suo terzo congresso (considerando pure quello costitutivo) che ha innovato lo statuto; non è stato però innovato il simbolo, che oggi come alle origini è una versione aggiornata del sole nascente dal mare, su fondo rosso, con la sigla "SD" in enorme evidenza. 
Sulla base delle notizie circolate in rete partecipano al progetto federativo anche realtà locali riferite alla medesima area politica, quali ad esempio il movimento Risorsa Umbria, qualificato come "Associazione di libera informazione e libero pensiero" e guidato da Federico Novelli, già segretario regionale del Partito socialista italiano per l'Umbria, uscito dal Psi poco più di un anno fa in disaccordo con la linea del partito. Il simbolo, molto bianco al suo interno, è dominato dalle iniziali del nome (la "R" nera, con gamba allungata, e la "U" rossa), collocate sopra il nome verde dell'associazione.
Non va trascurata nemmeno la presenza di un altro soggetto politico di recente costituzione, denominato Popolari Socialisti Liberali, che nel simbolo a fondo azzurro ha collocato una rosa rossa su una bandiera italiana pennellata. Il varo si è verificato a metà aprile a Napoli, non come "sommatoria di storie differenti, ma [con] la volontà di ricondurre a unità le grandi tradizioni politiche, quella popolare, quella socialista e quella liberale. Per costruire una proposta politica alta, seria, organizzata sul presente. La tradizione popolare, primato della comunità, delle autonomie, dei corpi intermedi e del radicamento territoriale. La tradizione socialista rimette al centro il lavoro, la dignità della persona, la giustizia sociale e la tutela dei diritti. La tradizione liberale richiama il principio della libertà, il senso dello Stato, il merito, la necessità di una classe dirigente competente. Tre culture, rilette con spirito riformatore per una proposta di governo per Napoli e per l’intera regione Campania. Non un’operazione di testimonianza, né sentimentale, sfuggendo alla nostalgia. Al contrario, costruire una presenza moderna, concreta, unendo radicamento e progetto, partecipazione e competenza, libertà e giustizia sociale, organizzazione e slancio ideale". Tra i promotori ci sono Salvatore Sannino e l'ex parlamentare e sottosegretario Felice Iossa
Tra il firmatari nel manifesto fondativo della federazione, peraltro, non sfugge la presenza di Corrado De Rinaldis Saponaro e di Luciana Sbarbati, segretari rispettivamente del Partito repubblicano italiano e del Movimento Repubblicani europei. Se la seconda formazione era nata nel 2001 proprio con l'idea di distinguersi dal Pri, alla fine di giugno i due leader hanno firmato un documento comune, volto a superare definitivamente la diaspora prodottasi un quarto di secolo prima, "ricongiunti sotto l’unico simbolo della gloriosa Edera del Partito Repubblicano Italiano".
L'ex parlamentare socialista Biagio Marzo, già tra i promotori del comitato Vassalli, ha sottolineato come quella varata da un mese sia una "federazione politica, aperta e pluralista, nella quale possono convivere partiti, associazioni culturali e politiche, movimenti civici, club e singoli cittadini", un progetto che "non nasce dalla somma di nostalgie, ma dall’incontro delle grandi culture politiche che hanno costruito la Repubblica: il socialismo democratico, il repubblicanesimo laico, il liberalismo sociale, il cattolicesimo popolare e il riformismo europeo. Tradizioni diverse, unite da un principio comune: la libertà senza giustizia sociale è privilegio, mentre la giustizia sociale senza libertà rischia di trasformarsi in autoritarismo". E se "negli ultimi anni il Partito Democratico ha progressivamente abbandonato la cultura riformista" (tanto da provocare "l'allontanamento di numerosi esponenti riformisti, che hanno preferito lasciare il partito piuttosto che rinunciare alla propria cultura politica") e "nemmeno il centrodestra può rivendicare una superiorità sul terreno della moderazione" (per la presenza di "pulsioni sovraniste e populiste che spesso privilegiano la propaganda alla capacità di governo"). Entrambi gli schieramenti finiscono "per alimentare quello che può essere definito il bipopulismo, il vero tratto dominante della politica italiana. È un sistema che ha paralizzato il Paese e reso sempre più difficile affrontare le grandi riforme". La missione della Federazione dei Riformatori, invece, sarebbe "non limitarsi a occupare uno spazio politico, ma proporre un diverso paradigma culturale. Costruire un'opposizione che non viva soltanto di tattica quotidiana, ma sappia elaborare una strategia, una visione del Paese e una nuova cultura di governo": non sarebbe nata "per aggiungere una sigla alle tante già presenti sulla scena politica", ma "per ricostruire una classe dirigente, una cultura di governo e una visione dell’Italia nel XXI secolo".
Che la citata Federazione dei Riformatori non intenda essere un nuovo partito lo conferma Mauro Del Bue, tra i promotori del Movimento socialista liberale e direttore del periodico online La Giustizia: "Non nasce un nuovo partito - ha scritto - e men che meno dunque nasce un nuovo partito socialista. [...] Il Psi può rinascere, e mai sarà quello del passato, solo se verrà restaurato il vecchio sistema identitario, che peraltro non è affatto stato distrutto nelle altre nazioni europee. E l’unità dei socialisti é un sogno che rimanda ai rimpianti della nostra giovinezza. [...] Se si pensa invece ad una collocazione di un'area più vasta, dove anche la componente socialista é presente, che é rappresentata da un pensiero che unisce socialismo liberale, democratico e riformista, radici risorgimentali, riformismo laico e cattolico, allora questo è il momento di una scelta. Perché è scelta di autonomia, perché è coraggiosa e coerente lotta per l’Europa politica, perché si contrappone al bipolarismo malato e oggi anche pericoloso. Malato perché a un bipolarismo di stampo anglosassone, tra liberali e riformisti, si oppone un bipolarismo in cui in un polo i liberali sono esigua minoranza e se il generale suona la carica sono destinati alla fuga e dall’altro i riformisti non solo non vengono invitati a cena, a pranzo e a colazione ma sono oggetto di discriminazione politica e destinati o ad essere marginali o a uscire dal campo ristretto a tre. Pericoloso perché la politica estera che è la madre di tutte le politiche trova i due poli lacerati. [...] Noi non siamo un partito e neanche una lista elettorale. Noi siamo il contributo disinteressato e sincero alla nascita di una alternativa a questo bipolarismo bastardo. E se il premio di maggioranza della nuova legge elettorale dovesse essere non troppo basso, diciamo non sotto il 45%, rappresenteremmo, con tutti coloro che si schierano su questa posizione e formando un’unica lista, anche il perno per disgregare il bipolarismo e costruire un governo riformista e liberale". Anche se non c'è l'idea di costituire un partito, tuttavia, non si può non notare che il segno distintivo scelto per identificare questo progetto federativo è rotondo e somiglia davvero molto a quelli utilizzati da partiti e liste: in basso c'è un segmento tricolore pur di linea, in alto una piccola fila di stelle disposte ad arco, ma l'elemento grafico principale è costituito dalla "R" (carattere graziato elegante, blu e azzurra) che evoca la parola "Riformatori" e il concetto che essa esprime.

venerdì 21 agosto 2026

"Visto da Nord", lo sguardo di Noccetti (leghista sui generis) sulla Lega

I libri sul "fenomeno delle Leghe", poi sulla Lega Nord e sulla successiva Lega per Salvini premier di certo non mancano (come sono molti i libri su Umberto Bossi, che si uniscono a quelli che portano la sua firma): se ne sono occupati storici, politologi, sociologi, antropologi, linguisti, giuristi e - soprattutto - giornalisti, ciascuno con scopi differenti (approfondire, ricercare, denunciare); occorre poi considerare i libri scritti da coloro che nella Lega - anzi, in una delle Leghe - hanno militato e ricoperto cariche di rilievo (nel partito e/o nelle istituzioni), in qualche caso però allontanandosene, magari in modo fragoroso. Nel mese di febbraio alla biblioteca esistente si è aggiunto un altro volume, autopubblicato mediante Amazon, intitolato Visto da Nord. Storia della Lega: lo ha scritto Gianluca Noccetti (anzi, "Gianluca Leonello Noccetti", come si legge sulla copertina), classe 1973, che nella biografia si presenta come "consulente strategico e risk manager, con una lunga esperienza nei campi della governance, della sicurezza, dell'intelligence e della comunicazione istituzionale". Siede tuttora nel consiglio comunale di Barbaresco per una lista civica, con la quale si era candidato come sindaco nel 2021 (dopo essere stato membro del gruppo della Lega nella consiliatura precedente); la sua carriera da consigliere comunale, in realtà, è assai più lunga, essendo iniziata - salvo errore - nel 1995 nel comune di Lombriasco (To) ed essendo continuata, con qualche pausa, per oltre vent'anni fino a oggi. 
Il volume di cui si parla ripercorre in breve e a suo modo la storia della Lega (anzi, delle Leghe) senza adottare formalmente nessuno degli sguardi citati sopra, ma ha alla base il punto di vista senz'altro peculiare dell'autore, che nel corso della sua esperienza ha conosciuto bene e da vicino la Lega (anzi, le Leghe) pur non potendosi identificare in pieno nella figura del militante storico, magari in camicia verde, o nell'immagine del turbomilitante salviniano contemporaneo, sovranista e ostile all'attuale Unione Europea. In ogni caso, Noccetti sa bene che è impossibile capire l'origine e l'evoluzione delle Leghe se non si fa i conti con la storia dell'autonomismo italiano, "un fiume sotterraneo che riemerge ciclicamente nella storia del Nostro Paese, ogni volta che il rapporto tra Stato centrale e territori diventa troppo teso per essere ignorato". Il libro, quindi, inizia con un "prologo", in cui si passa molto rapidamente dal pensiero ottocentesco di Carlo Cattaneo alla "Carta di Chivasso" del 1943 e alle "Repubbliche partigiane", fino alla tardiva e assai lenta attuazione delle autonomie locali; non si manca di sottolineare il peso della "questione linguistica" (quindi degli idiomi locali come elemento identitario delle popolazioni e dei loro territori, da valorizzare e difendere, come emerge anche nel secondo capitolo, "Un'Italia troppo stretta") nella nascita e nello sviluppo dei movimenti autonomisti - non solo al Nord ma soprattutto lì - nel corso della storia repubblicana italiana, fino al bisogno di "una voce unica" per esprimere le istanze di territori che avvertono come ormai "insostenibile" la "distanza da Roma", dallo Stato centrale.
Noccetti identifica le più vicine origini del leghismo nel malessere radicato tra la fine degli anni '60 e la prima metà del decennio successivo in "un Paese che si racconta come unitario, ma vive già come diviso", profondamente modificato prima dal "miracolo economico" e poi dalle crisi emerse in seguito. Il Nord, che in quel tempo "continua a lavorare, ma scopre di essere vulnerabile", secondo l'autore "ha pochissima voglia di sentirsi spiegare da Roma cosa deve fare": ciò perché "lavora molto, viaggia poco, paga tanto. E si accorge che lo Stato, quello che dovrebbe rappresentarlo e proteggerlo, è lontano". Emergono le peculiarità territoriali delle origini del leghismo: il Veneto, terra in cui "la trasformazione è quasi brutale", offriva l'idea che l'autonomia fosse innanzitutto una questione "profondamente fiscale", di risorse che dovevano restare sui territori, amministrate da questi ultimi; in Lombardia, similmente, a generare insoddisfazione è "la sensazione di essere, fiscalmente, il motore di un sistema che distribuisce altrove i benefici"; il Piemonte, che "non si riconosce più né nella Torino monarchica né in quella operaia", è indicato come "terra dell'autonomismo intellettuale e culturale". E se per la Lombardia si cita l'apporto dato al dibattito federalista e confederalista - ben prima del sorgere del leghismo - da Gianfranco Miglio e in Veneto si indica come soggetto rilevante Franco Rocchetta (anche se, per gli inizi, si dovrebbe citare anche Achille Tramarin), in Piemonte - terra dell'autore - le figure da cui non poter prescindere secondo Noccetti sono addirittura tre: la prima, ben nota a chi frequenta questo sito, è Roberto Gremmo, studioso i cui movimenti autonomisti sono qualificati come "piccoli, litigiosi, spesso in polemica con chiunque", ma col pregio di mettere "nero su bianco che il Piemonte non è solo una regione amministrativa, è una comunità storica, con una sua lingua, una sua tradizione giuridica, una sua dignità politica"; la seconda è Gipo Farassino - di cui ci si è occupati poche settimane fa - "non un teorico, ma un artista", che "quando decide di fare il salto in politica, lo fa portando con sé il suo pubblico, la sua ironia, la sua capacità di parlare direttamente alla gente", per dire che "il Piemonte viene prima di tutto". 
E la terza figura? Risponde al nome di Renzo Rabellino: qui ciascun appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica dovrebbe fare un balzo sulla sedia, per il ruolo dimostrato "sul campo" nella produzione di liste, candidature e simboli da ricordare. L'occhio, dunque, si fa più attento nel vedere come Rabellino, ben noto all'autore del libro, sia tratteggiato da Noccetti: 
A differenza di Gremmo, che vive di archivi e biblioteche, e di Farassino, che viene dai palcoscenici e dai microfoni, Rabellino è un politico puro. Ha l’istinto del territorio, la capacità di fiutare l’umore delle piazze, la concretezza di chi sa che uno slogan conta quanto un programma. Nei primi anni di militanza, si muove dentro e attorno a queste esperienze autonomiste, imparando molto su come si parla al malcontento del Nord. La sua vera esplosione arriverà solo negli anni Novanta, quando sarà eletto consigliere regionale sotto le insegne della Lega Nord. Ma le sue radici affondano tutte qui: in quel Piemonte che si sente progressivamente scavalcato da Milano e dimenticato da Roma.
Le parole probabilmente sono centrate, ma chi legge potrebbe facilmente rimanere un po' deluso: d'accordo, gl'inizi autonomisti, va bene l'esplosione all'interno della Lega Nord (per la quale nel 1990 fu eletto consigliere regionale), ma poi? Nemmeno una parola su tutte le esperienze successive, che Noccetti conosce bemissimo e da molto vicino? Nessun riferimento alle candidature andate a segno e a quelle non coronate dall'elezione ma spesso comunque produttive di effetti, ai simboli sperimentati e a quelli rodati e riproposti? La speranza che magari qualcosa possa comparire più tardi rimane, pur con molti dubbi.
Umberto Bossi fa la sua comparsa reale in Visto da Nord quando Noccetti indica come le varie esperienze sparse sui territori avessero bisogno di qualcuno, di un partito che le coagulasse e catalizzasse. Quel qualcuno si sarebbe materializzato anni dopo il primo incontro fortuito con l'autonomismo, grazie - secondo la versione ufficiale bossiana - a un volantino dell'Union Valdôtaine affisso in una bacheca dell'Università di Pavia nel 1979, al successivo contatto con la sua figura di riferimento di allora, Bruno Salvadori, e la sua idea di "Europa dei popoli". La fondazione dell'Unolpa, la nascita del foglio Lombardia Autonomista e poi, dopo le prime iniziative "fatte a piedi", la fondazione della Lega autonomista lombarda (il 12 aprile 1984 a Varese) sono solo le prime tappe di "uno dei fenomeni più sorprendenti e divisivi della storia repubblicana"; il tutto mentre, come recita il titolo del quarto capitolo, "il mondo cambia, Roma no" (inteso come governo centrale "lento, pesante, ideologizzato", a fronte delle trasformazioni europee e non solo). Proprio in quel contesto va collocata la proposta federativa (di varie anime autonomiste del Nord) di Bossi, senatore dal 1987, concretizzata per la prima volta nel 1989 con la lista Alleanza Nord alle elezioni europee, e corroborata dall'apporto di Gianfranco Miglio, interessato alla possibilità di vedere realizzato sul piano politico il federalismo.
La nascita della Lega Nord nel 1991 per Noccetti è "la prima vera insurrezione politica del Nord contro un modello statuale considerato inefficiente, ingiusto e lontano". Nel 1992, dopo le elezioni politiche e con l'inizio delle inchieste sulla corruzione (che, a dire il vero, non risparmiarono del tutto nemmeno la Lega, a dispetto della "patina di purezza" conquistata all'inizio di "Mani pulite"), Bossi tornò in Parlamento "come leader di un partito che ha ormai superato la dimensione della protesta locale", mentre iniziò il percorso di costruzione della classe dirigente attraverso la nascita della "macchina territoriale della Lega"; l'anno dopo l'adozione di un sistema elettorale a prevalenza maggioritaria basato sui collegi uninominali dovette sembrare perfetta per un partito che "vive in simbiosi con un territorio", così come la nascente Forza Italia ritenne che l'accordo con il Carroccio sarebbe stato essenziale per vincere al Nord (però la foto dell'incontro tra Bossi "in canottiera" e Silvio Berlusconi, citata da Noccetti, va riferita ai mesi successivi alle elezioni, non al tempo in cui si stipulò l'accordo per il Polo delle libertà). 
Lo stesso autore riconosce che il primo governo Berlusconi nacque anche grazie a Bossi (che però, diversamente da quanto scritto, non divenne ministro): la rottura della "strana coppia" arrivò proprio perché Bossi temeva che il Nord, in quel disegno, potesse essere trasformato "in una semplice pedina di un progetto nazionale guidato da Roma - sia pure una diversa Roma", facendo andare il federalismo in secondo piano e costringendo la Lega Nord ad "accettare compromessi che mettono alla prova la coerenza del suo messaggio originario" (inclusi quelli in materia di giustizia). Da quel conflitto - e in un certo senso dal "patto delle sardine", dicitura peraltro interpretata in modo "originale" - sarebbe nata la scelta di correre in autonomia alle elezioni politiche del 1996 (con un risultato importante e determinante al Nord, ma insufficiente per pesare a livello nazionale) e di alzare il tiro in seguito, parlando di autodeterminazione e indipendenza della Padania, irrobustendo il rito dei raduni sul pratone di Pontida (con la nascita delle "camicie verdi"), fino a concepire, "a metà tra politica e scenografia", la dichiarazione d'indipendenza della Padania e "il simbolo forse più iconico dell'intera storia leghista: il Parlamento del Nord. [...] Tutto volutamente teatrale, tutto profondamente identitario. [...] Non ha valore giuridico, ma ha valore emotivo. Serve a dire che il Nord esiste, che ha un popolo, che questo popolo ha una voce". Nel frattempo, continuò e si ampliò l'esperienza leghista nell'amministrazione dei territori, riempiendo "i comuni e le province del Nord di nuovi amministratori. Uomini e donne che non intendono abbandonare la dimensione concreta del governo per tornare solo alla protesta": proprio le radici territoriali profonde, secondo Noccetti, in seguito avrebbero permesso alla Lega Nord "di sopravvivere alle sue stesse contraddizioni e di reinventarsi ancora, in forme nuove, in altri contesti, in altre stagioni politiche".
Con la fine degli anni '90 "la stagione secessionista" iniziò a declinare, scontrandosi "con la realtà politica e istituzionale": Noccetti nota che la parola d'ordine da "secessione" passò a "devoluzione" (e a "federalismo fiscale"): i "figli di quella stagione" rimasero attivi - inevitabilmente l'autore cita più volte Matteo Salvini - ma con parole d'ordine diverse, pur volte comunque a far contare di più il Nord in uno Stato riformato (senza più volerlo distruggere). L'alleanza con Berlusconi fu riannodata, pur se tra varie "condizioni", se non altro perché questi per vincere al Nord aveva bisogno della Lega ed essa avrebbe potuto ottenere come contropartita proprio il federalismo fiscale: nel 2001. Fu così che Bossi ottenne il ministero (senza portafoglio) per le riforme istituzionali e la devolution, mentre Berlusconi tentò con gli altri alleati di minimizzare i potenziali effetti conflittuali di quest'ultima. La presenza stabile al governo per l'intera legislatura (frutto, per Noccetti, di una "maturazione politica accelerata") e l'approvazione parlamentare a maggioranza assoluta della riforma costituzionale furono un traguardo importante per la Lega Nord, ma la bocciatura della stessa riforma al referendum ("con percentuali particolarmente alte al Sud, ma significative anche in molte regioni del Nord") fu "un colpo durissimo" per il partito - che all'interno del centrodestra aveva perso di un soffio le elezioni del 2006 e si era scoperta poco incisiva - e l'anticipo di una vittoria si mutò in una sconfitta; già prima, l'ictus che colpì Bossi tra il 10 e l'11 aprile 2004 fece vacillare e comunque vulnerò una leadership "fisica, totale, spesso eccessiva", per cui da allora "cambia il ritmo, cambia la presenza, cambia il modo di esercitare il comando" e si formò "una struttura di protezione e di mediazione", nata per "decidere, organizzare, proteggere, filtrare", ma che di fatto trasformò la Lega Nord - scopertasi vulnerabile, come il suo leader carismatico - in un partito "più verticale, più strutturato, più chiuso". 
La doppia sconfitta del 2006 fece capire al partito che occorreva "tornare a fare ciò che la Lega sa fare meglio quando sente il pericolo: radicamento, collegi, amministrazioni, forza territoriale trasformata in potere contrattuale nazionale". L'opposizione in Parlamento, dunque, dal 2006 fece il paio con l'opera di riorganizzazione per mano di "sindaci, assessori, feste di partito, reti locali": tale opera avvenne in tempo utile per le elezioni molto anticipate del 2008, cui la Lega Nord partecipò da unica alleata del berlusconiano Popolo della libertà (mentre tutte le altre forze politiche minori dovettero confluire in quelle liste) e che videro la vittoria netta del centrodestra, con nuove parole d'ordine - sicurezza, contrasto all'immigrazione, identità, introdotte già dopo l'11 settembre 2001 - seguite da un Carroccio decisamente rinnovato. Il 2008 coincide, secondo Noccetti, con il "momento di massima maturità politica" della storia della Lega Nord, ma anche con l'inizio di una delle stagioni più difficili: il partito, assai più potente che in passato all'interno dell'ultimo governo Berlusconi, scontò presto il peso dello "scarto tra promessa e realtà", soprattutto in materia di attuazione del federalismo fiscale, e dovette fare i conti con "una distanza crescente tra il vertice e il territorio" dovuta alle condizioni di Bossi. La caduta dell'esecutivo riportò il partito all'opposizione e in quelle condizioni emerse lo scandalo dei "rimborsi elettorali", in grado di produrre una crisi identitaria e la "perdita dell'innocenza" all'emergere del coinvolgimento della famiglia di Umberto Bossi, a seguito del quale questi si dimise da segretario federale.
Se la Lega Nord delle elezioni del 2008 era diversa da quella del voto di due anni prima, quella del 2013 non era più "la Lega di Bossi": scelse di restare nel centrodestra (evitando l'azzardo di una corsa solitaria), ma oltre che come partito di protesta fu punita "come partito che è stato anche potere, e che non è riuscito a tradurre in risultati tangibili l'investitura ricevuta nel 2008". Noccetti riassume così l'esito elettorale del 2013: "il radicamento non è morto, è in crisi di rappresentanza e di linguaggio", una crisi affrontata dai banchi dell'opposizione al neonato governo di larghe intese di Enrico Letta, nel tentativo di "riconquistare voce" (mentre il nuovo segretario Roberto Maroni conquistò la guida della Lombardia, unendosi a Zaia presidente della giunta veneta dal 2010). La riconquista della voce partì alla fine dell'anno, con l'elezione alla segreteria federale di Matteo Salvini: lo fece scegliendo di "parlare un linguaggio che attraversi il Paese, non solo il Po", concentrandosi su sicurezza (da garantire) confini (da tutelare dall'immigrazione), Europa ed euro (da combattere), spostando "in secondo piano l'immaginario padano". Lo si capì con nettezza col lancio del progetto politico di Noi con Salvini, un "cambio di pelle" non immaginabile solo pochi anni prima: l'esito non fu felice, ma anticipò la svolta del partito nazionale, cioè la Lega per Salvini premier varata alla fine del 2017, anche per poter continuare ad agire senza subire le conseguenze delle sentenze sull'uso indebito dei rimborsi elettorali (che avrebbero affondato la Lega Nord). Per Noccetti quella fu "una metamorfosi fatta sotto pressione", che il partito affrontò "perché nel 2013 ha visto l’abisso" e scelse la strada di "tradire una parte di sé per salvarne un'altra": sulla "doppia Lega", l'autore del libro riconosce pragmaticamente che "un partito non è soltanto un simbolo. È anche un soggetto che firma contratti, ha conti correnti, sedi, dipendenti, obblighi. Se su quel soggetto grava un sequestro, la sua operatività può essere condizionata. [...]  la Lega Nord resta la custode della storia e del marchio, ma la Lega per Salvini Premier diventa il contenitore moderno e nazionale con cui presentarsi agli italiani", il tutto nel tentativo di "sopravvivere, espandersi, riposizionarsi", tutto questo insieme.
Gli ultimi capitoli sono dedicati agli anni recenti, iniziati col sorpasso della Lega per Salvini premier su Forza Italia alle elezioni politiche del 2018, col partito nazionale divenuto "un fatto politico misurabile", e l'esperimento del "contratto di governo" tra Lega (la forza politica più votata della prima coalizione) e Movimento 5 Stelle (il partito più votato, che espresse il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte). Il tentativo di Salvini, nuovo ministro dell'interno, di "governare, ma senza perdere il linguaggio dell’opposizione" (facendo apparire il suo partito coerente) si tradusse nel 34,26% ottenuto dalla Lega alle elezioni europee del 2019: un apice che, però, secondo Noccetti "contiene già il germe dell'azzardo". Azzardo che prese la forma del discorso dei "pieni poteri" dell'8 agosto 2019 a Pescara: pochi giorni dopo, Conte si dimise senza che al Senato si votasse sulla mozione di sfiducia leghista, ma presto tornò a Palazzo Chigi a capo del "governo giallo-rosso", con la Lega per Salvini premier che finì all'opposizione, perché "essere forti nel Paese e essere decisivi nei numeri parlamentari" non è la stessa cosa e il consenso non si tramuta per forza in potere stabile. Il libro rimarca la distanza tra i toni forti del segretario e l'approccio pragmatico e istituzionale dei presidenti leghisti delle giunte regionali (Fontana e Zaia); ciò non ha impedito alla Lega di accettare di partecipare al governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, senza rinunciare alle critiche su temi ritenuti cruciali (scelta non appagante per il consenso). Le elezioni del 2022 hanno visto un'ulteriore versione della Lega, parte della coalizione vincitrice e del nuovo governo ma non in grado di dettare l'agenda: "si entra nella stanza dei bottoni - sintetizza Noccetti - ma il tavolo lo apparecchiano altri" (e dopo la scomparsa di Berlusconi nel 2023 lo stesso centrodestra appare "è più rigido, più ideologico, più verticale"). Salvini, vice di Meloni, al ministero dei trasporti deve "dimostrare di saper governare nel senso più concreto [...], con la fatica dei tempi lunghi e con il rischio [...] che la politica del fare non produca lo stesso clamore della politica del dire"; Giancarlo Giorgetti al ministero dell'economia e delle finanze è il lato più istituzionale, mentre Roberto Calderoli (successore di Bossi al ministero nel 2004) ripropone il tema dell'autonomia, stavolta a Costituzione invariata.
Secondo Noccetti, la pietra miliare più recente è rappresentata dall'ultimo congresso federale della Lega per Salvini premier (5-6 aprile 2025): esso, oltre a confermare Salvini - unico candidato alla segreteria - sarebbe stato pensato per "stabilizzare" e sancire che il partito deve imparare a essere territoriale e nazionale insieme, senza contraddirsi (facendo emergere la figura-ponte tra governo, Parlamento e territori del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, piemontese come l'autore del libro); nello stesso anno, si assiste alla fondamentale partita delle elezioni regionali venete, con la vittoria del giovanissimo Alberto Stefani e la consacrazione del consenso di Luca Zaia (sommerso di preferenze e assurto al ruolo di "garante della transizione") e alle prime mosse del disegno di autonomia differenziata, segno del "capitale politico profondo" ancora a disposizione della Lega nei territori. Curiosamente - ma probabilmente è tutto meno che un caso - nel libro non c'è alcuna citazione di Roberto Vannacci, della sua candidatura voluta da Salvini alle europee del 2024 inondata di preferenze e della sua ascesa a vicesegretario della Lega: la pubblicazione, come si è detto, risale a febbraio, quando era già stato reso noto il simbolo di Futuro nazionale, ma il fatto che non ci sia nemmeno una riga dedicata a quegli eventi fa apparire il transito leghista di Vannacci come l'esperienza di un corpo estraneo rispetto alla storia - o, se si vuole, alle storie - del partito. 
Di fronte ai vari cambiamenti visti in oltre quarant'anni di leghismo, voluti, tentati o imposti dal "mondo che le ha bussato alla porta, più volte, in forme diverse", secondo Gianluca Noccetti "la Lega che sopravvive non è quella che urla più forte, è quella che riesce a contare quando non comanda". E se "governare l'Italia significa misurarsi anche con territori che non condividono la stessa storia fiscale, produttiva e istituzionale del Nord", appare inevitabile anche una trasformazione nell'immagine del Centro-Sud "visto da Nord": una visione in cui "alcune istanze storiche della Lega - autonomia, responsabilità amministrativa, differenziazione territoriale - trovano un terreno di ascolto inatteso. Non come rivendicazione identitaria, ma come richiesta di strumenti", per rendere efficiente la spesa e far funzionare a dovere i rapporti con il centro. "Se la Lega riesce a parlare al Mezzogiorno senza rinnegare le proprie radici - conclude Noccetti - dimostra di essere uscita definitivamente dalla fase del movimento. Se fallisce, resta prigioniera di una geografia politica che non esiste più". Per l'autore, in ogni caso, resta centrale il ruolo di Salvini, soprattutto per avere trasformato la Lega Nord in "una forza capace di parlare a pezzi d'Italia che prima la guardavano con diffidenza o ostilità" e che oggi appare impegnata a "tenere insieme identità e governo, comunicazione e amministrazione, piazza e istituzioni". 
 
Scrive l'europarlamentare leghista (di Busto Arsizio, al suo secondo mandato) Isabella Tovaglieri nella sua prefazione al libro che la Lega - senza altre precisazioni - "con il suo linguaggio nuovo, la sua forza dirompente, l'origine regionalistica e il radicamento territoriale, ha stravolto le logiche e i riti della politica italiana, ma da essa è stata a sua volta condizionata e costretta, nel corso del suo lungo cammino, a modificare le alleanze, adeguare le forme di lotta, aggiustare gli obiettivi per difendere sempre al meglio dapprima gli interessi del Nord produttivo, e in seguito anche le istanze di quell'Italia - comprese le aree più avanzate del Mezzogiorno - che non si sentiva rappresentata da una classe dirigente chiusa nei palazzi e da un modello amministrativo considerato ingiusto, inefficiente, incurante delle specificità territoriali e lontano dai veri bisogni di lavoratori, famiglie e imprese". Non si entra ovviamente nel merito del giudizio espresso da Tovaglieri, che è assolutamente lecito non condividere (soprattutto nella sua ultima parte); è certamente vero, però, che la Lega, nelle sue varie declinazioni, ha cambiato profondamente l'Italia ed è mutata a sua volta e, probabilmente, dovrà cambiare ancora. "La Lega - scrive Noccetti in una delle ultime pagine - nasce guardando il Paese da Nord. Se vorrà continuare a essere protagonista, dovrà imparare a guardarlo tutto, senza dimenticare da dove viene. Perché solo chi conosce le proprie radici può permettersi di crescere ancora".
Va sicuramente apprezzato lo sforzo di Gianluca Noccetti di ripercorrere quarant'anni di politica leghista e italiana, alla ricerca dei fili - interni, nazionali e internazionali - che, più o meno manifesti, vi si possono individuare e come punto di partenza per riflessioni sugli snodi del passato e sulle prospettive. Alcune parti appaiono meno approfondite di quanto sarebbe opportuno (penso ad esempio al capitolo sul rapporto tra Lega e Quirinale, pur essendo di certo valida l'intuizione che la profonda trasformazione di quelle relazioni "racconta meglio di qualsiasi congresso l’evoluzione del partito"); allo stesso modo, chi esercita la ricerca e la curiosità soffre un po' per la mancanza di dettagli, di note a piè di pagina e di una bibliografia più approfondita e dettagliata. Chi però si accosta solo da poco alla storia della Lega può trovare un riassunto efficace e un'analisi piuttosto attenta, con letture non banali dei passaggi più delicati, senza nascondere le criticità di alcune scelte e posizioni.
Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, peraltro, non può non leggere con attenzione e curiosità una parte del testo conclusivo di Noccetti, soprattutto le parti sottolineate:
Scrivere Visto da Nord è stato, prima di tutto, un atto di onestà. Verso la politica, verso la Lega, verso me stesso. [...] Nasce per capire. E per raccontare una storia che ho vissuto da dentro, anche quando non ne facevo formalmente parte. Nel 2026 compio trentacinque anni di militanza leghista. Trentacinque anni sono una vita politica intera. E in questi anni non sono sempre stato "dentro" la Lega nel senso stretto dell’appartenenza organizzativa. Ma la Lega, questo sì, non è mai uscita dal mio cuore. È stata un riferimento, un orizzonte, a volte una casa, a volte una distanza dolorosa. Mai un capitolo chiuso. Perché la militanza vera non coincide sempre con una tessera. Coincide con un’appartenenza più profonda: culturale, emotiva, territoriale. Sono stato leghista quando essere leghisti non portava consenso, quando significava spiegare, giustificare, resistere. Sono stato leghista quando la Lega era un movimento ruvido, imperfetto, ma vivo. Quando sbagliava, quando esagerava, quando si chiudeva in se stessa. E sono rimasto leghista anche quando la Lega è cambiata, perché cambiare non significa tradire, se si resta fedeli a un'idea di fondo. Quell'idea è semplice, ed è la stessa che attraversa tutto questo libro: che i territori contano. Che le comunità non sono un dettaglio amministrativo. Che la politica non nasce nei palazzi, ma nelle vite concrete delle persone. Essere leghista, per me, non è mai stato un fatto identitario chiuso. È stato un atto di fiducia nei territori, nelle persone che tengono in piedi le comunità senza clamore. È stato credere che la politica potesse tornare a essere comprensibile, concreta, persino umana. Oggi, dopo trentacinque anni, avverto una distanza matura dalle rivendicazioni e dalle bandiere da sventolare. Resta, più profondo, il bisogno di affermare un legame che resiste al tempo, perché questa storia continua a appartenermi. [...] Perché la militanza autentica non si consuma con il tempo. Si trasforma. E quando è vera, resta. Visto da Nord, sempre. Con la Lega nel cuore, per sempre.
Ora, è sufficiente scorrere i dati immagazzinati nell'Anagrafe degli Amministratori Locali e Regionali per rendersi conto che formalmente Noccetti nella sua sua esperienza di amministratore, è stato sicuramente eletto in liste autonomiste, ma mai sotto il simbolo della Lega Nord o della Lega per Salvini premier (pur essendo stato candidato nel 2021 al consiglio comunale di Torino effettivamente per la Lega per Salvini premier e - come si diceva sopra - avendo costituito il gruppo leghista a Barbaresco dopo il 2016). Non sfugge, anzi, che le prime due esperienze da consigliere, nei comuni torinesi di Lombriasco (1995-1999) e Rivalba (1999-2004), si sono svolte sotto le insegne della lista Piemonte nazione d'Europa. Non era una forza politica qualunque: si trattava dell'evoluzione del progetto politico-elettorale Lega per il Piemonte, varato alle elezioni del 1994 dal gruppo vicino a Renzo Rabellino, di cui evidentemente Noccetti ha fatto parte a lungo. Quel gruppo ha certamente "radici" leghiste, ma dal 1993 - anno della cesura traumatica con il partito guidato da Bossi e da Gipo Farassino in Piemonte - ha senza dubbio combattuto la Lega Nord (si pensi, guardando alle elezioni comunali di Torino, alle candidature di Claudio Pioli con la Lega per Torino nel 1993 e dello stesso Rabellino nel 1997, entrambi sfidanti del leghista Domenico Comino, candidato per la Lega Nord anche alle regionali del 1995 e avversato pure da Rabellino con Piemonte nazione d'Europa) o le coalizioni di cui il Carroccio faceva parte (si pensi, sempre guardando alle amministrative di Torino, alle candidature di Gianfranco Rosso nel 2001, di Denis Martucci - con la lista Franco Buttiglione - nel 2006, di Domenico Coppola nel 2013 e proprio di Noccetti nel 2016, nonché alla candidatura regionale di Rabellino nel 2010).
Come mai, allora, del percorso post-Carroccio di Rabellino e della stessa "vita precedente" di Noccetti nel libro non c'è traccia? Lo chiediamo direttamente a Noccetti: "Faccio una premessa: il mio libro, in un certo senso, nasce proprio dai discorsi che facevamo con Renzo Rabellino, quando spesso ci dicevamo 'Ah, un giorno dovremo scrivere di tutte queste cose...'. Ecco, io non ho raccontato quelle vicende, ma la storia di un partito che ritengo abbia sempre rappresentato anche per Renzo, nel bene o nel male, la stella polare. Quando abbiamo spesso presentato simboli che avrebbero potuto danneggiare la Lega Nord, l'abbiamo sempre fatto dal punto di vista dell'autonomismo: quando presentammo candidature con Piemonte nazione d'Europa, per esempio, discutemmo non poco sul riferimento all'Europa, ma usammo quel contrassegno con l'idea di sottolineare la valenza autonomista che secondo noi avrebbe dovuto avere un simbolo elettorale: per noi era la Lega, dalla quale eravamo fuori, a sbagliare. Un ragionamento simile ci ha accompagnato quando operammo con il Partito federalista di Gianfranco Miglio, così come quando vari anni dopo fondammo la Lega Padana". 
Dunque perché nel libro non si parla della fase successiva di Rabellino e dello stesso Noccetti? "Perché sono personalmente convinto che Renzo anche dopo il 1993 sia rimasto leghista e che lo sia tuttora, la stessa cosa che dico di me, mentre penso che sia la Lega a essere cambiata. Non voglio comunque sembrarti ipocrita, quindi ti dico che oggi per me fare politica o portare avanti le ideologie autonomiste come facevamo noi dagli anni '90 in poi è assolutamente fuori dal tempo: non posso immaginare un partito come poteva essere il nostro Piemonte nazione d'Europa o, al limite, anche la Lega Nord di quegli anni che vada a professare quei temi. Penso che, all'interno della politica mondiale per come si sta svolgendo, oggi dire 'Piemonte nazione' sia qualcosa che non sta assolutamente in piedi. Quello che secondo me ha un grandissimo senso, come esplicito nell'ultima parte del libro, è una Lega fortemente dei territori, che di per sé non si va a collocare né a destra né sinistra, ma che, per rendere concretamente praticabili le sue istanze, svolge all'interno della coalizione del centrodestra una rivalutazione ed enfatizzazione delle grandi peculiarità territoriali italiane, tra cui ovviamente anche quelle piemontese: mi sento sempre un patriota piemontese, infatti vado all'Assietta, tengo alla nostra bandiera, il drapó. Per chiudere, Rabellino per quanto mi riguarda era ed è leghista; forse lui non si riconosce più in quell'area, almeno nell'ultimo periodo, ma questo è il mio pensiero".
Volendo comunque cercare di ricostruire le ultime puntate della saga rabellinesca, si può dire senza troppi dubbi che le ultime due sortite davvero rilevanti siano state condotte nel 2016, alle elezioni comunali di Torino proprio con la candidatura di Gianluca Noccetti (fu sostenuto da Lega padana, Forza Toro, Amici a 4 zampe, Movimento difesa automobilisti e Disoccupati precari esodati; l'esito però fu almeno in parte penalizzato dall'esclusione, da parte dei giudici amministrativi, della Lista del Grillo parlante, senza che venisse data al gruppo la possibilità di sostituire ex post il contrassegno) e a quelle di Roma, con il supporto della Lista del Grillo parlante e altre formazioni dell'orbita rabelliniana alla candidatura di Dario Di Francesco (con alcuni contrassegni in pieno "Rab-style" che dovettero essere sostituiti su invito della commissione elettorale). In quel momento Noccetti, fino ad allora in carica come consigliere a Frabosa Soprana (per la Lista dei Grilli
 parlanti, ovviamente, che proprio lì aveva candidato a sindaco quel Samuele Monti che nel 2013 si era messo in fila al Viminale...) e comunque rieletto consigliere a Barbaresco (sempre Lista dei Grilli parlanti, candidato sindaco Franco Grillo), aveva ancora i capelli lunghi, proprio come due anni prima, quando il sottoscritto lo aveva incontrato un tentativo sulle scale di Piazza del Viminale e nel ventre della balena - vabbè, nei corridoi giganteschi e austeri del piano terra del Ministero dell'interno - in quell'occasione delegato da Luigina Staunovo Polacco al deposito del contrassegno dei Pensionati e invalidi - Giovani insieme alla vigilia delle elezioni europee del 2014.
Proprio dopo quei due "botti" del 2016, tuttavia, è iniziato un lungo silenzio, un po' perché nelle città principali le cose non erano andate come previsto e sperato, un po' per altre ragioni "contingenti": "Dopo quelle elezioni del 2016, contrassegnate da una campagna molto violenta e provante, con strascichi piuttosto sgradevoli anche successivi al voto - ricorda e spiega Noccetti - ci fu un momento di 8 settembre, di "rompete le righe", di "liberi tutti"; Renzo si è ritirato in montagna, io invece in quella fase, potrei dire per ragioni di salute personale, ho deciso di cambiare la mia vita sotto diversi aspetti e punti di vista. L'ho fatto sul piano professionale, innanzitutto, poi sul piano personale, tra l'altro tagliandomi i capelli, che tenevo lunghi da quando di anni ne avevo quaranta; l'altro cambiamento importante, infine, è stato sul piano politico, approdando in Lega Nord nell'autunno del 2016, lì sono rimasto e ci sono tuttora. All'epoca, io ero consigliere nella circoscrizione 5 di Torino, ero stato eletto nel 2011 con la Lega padana: in quegli anni avevo fatto amicizia con quello che poi è diventato segretario cittadino di Torino, Fabio Tassone, gli parlai del mio interesse a entrare nel partito e lui mi disse, 'Ma sì, vieni a parlare con Alessandro Benvenuto', che era segretario provinciale della Lega Nord e poi sarebbe diventato commissario provinciale della Lega per Salvini premier. Lì è iniziato il mio nuovo percorso, che mi ha fatto acquisire la tessera appunto alla fine del 2016, l'anno dopo sono diventato militante e lo sono tuttora, arrivando a far parte del direttivo cittadino". 
Ma quello del 2016 è stato un approdo o un ritorno? "La prima tessera della Lega Nord - continua Noccetti - l'ho avuta nel 1991 e me l'ha data proprio Rabellino: sono stato tesserato nel 1991 e nel 1992, e poi tutti noi ce ne siamo andati l'anno dopo quando abbiamo presentato la lista Lega per Torino, con Renzo capolista, nella primavera del 1993: da lì è iniziato il nostro percorso comune che è proseguito fino al 2016, quando è successo quello che ti ho raccontato. Renzo in quell'occasione mi aveva detto che non dovevo tornare nella Lega, che lui non condivideva questo tipo d'impostazione, ma io gli ho detto che era quello che volevo e l'ho fatto". 
Per la verità, nel 2021 ci fu un'operazione interessante, non sfuggita a questo sito e a chi lo frequenta. In occasione delle elezioni amministrative di Torino - le più recenti - nella lista della Lega per Salvini premier - Piemonte per il consiglio comunale di Torino erano candidati, tra gli altri virgola proprio Noccetti e Roberto Cermignani (allora consigliere circoscrizionale leghista uscente, con un passato nell'Italia dei valori e in Centro democratico, ma soprattutto mancato candidato presidente alle regionali piemontesi del 2014, dopo aver presentato al Viminale, prima delle europee, il simbolo Chiamiamolo per il Piemonte); in più, nelle liste leghiste presentate nelle circoscrizioni era possibile trovare anche alcuni candidati storicamente legati a Renzo Rabellino (Marco Di Silvestro, Giuseppe Franchi, Massimo Calleri - sì, proprio il sindaco eletto a Sambuco nel 2004...) e addirittura Luciana Pronzato e Marco Rabellino, moglie e figlio del demiurgo di No euro, Lega padana e Lista del Grillo parlante. "In effetti - ricorda Noccetti - si è trattato di un'operazione nata su richiesta di Alessandro Benvenuto, che avrebbe voluto riportare ufficialmente il 'gruppo Rabellino' all'interno dell'alveo leghista. Lui in effetti non si è voluto candidare, ma ha lasciato che gli altri lo facessero. Possiamo dire che quelle candidature sono state un punto di passaggio importante anche per me: fino ad allora avevo militato nella Lega, ma con il freno a mano tirato; dopo le amministrative del 2021 sono stato inserito nel direttivo cittadino, carica in cui sono stato confermato poche settimane fa".
Anche alla luce di tutto questo percorso, viene spontaneo domandarsi se quei vent'anni - dal 1995, con la prima candidatura con elezione in consiglio comunale a Lombriasco, fino al 2016, con la citata campagna elettorale a Torino, passando per tante altre esperienze, incluse quelle localissime (come le liste "Vive" del 2015) e le sortite fuori regione della Lega Centro per Storace nel 2013 in Lazio e della Lista del Grillo parlante nel 2016 a Roma, con l'autore di Visto da Nord presente in entrambi i casi - vissuti, secondo Noccetti, da leghisti fuori dalla Lega Nord, siano stati la scelta giusta o almeno la migliore possibile, attingendo al proverbiale "senno di poi". "Ripensandoci - risponde Noccetti - credo che abbiamo sbagliato tutto, uno dei motivi per cui, dopo il terremoto del 2016, tra smettere di fare politica, continuare a farla come prima e farla in un altro modo ho scelto la terza opzione. Più in generale e a monte, penso che l'errore sia stato la nostra uscita dalla Lega Nord dopo il 1992, anche se probabilmente allora quella scelta era stata ritenuta inevitabile da quel gruppo, anche a causa di scontri pesantissimi che c'erano stati tra Renzo e Umberto Bossi. Se fossimo rimasti all'interno, probabilmente la Lega Nord sarebbe rimasta più autonomista, meno secessionista e, alla lunga, anche meno sovranista".
Il bilancio del ventennio da leghista fuori dal Carroccio di Noccetti, tuttavia, non sarebbe completo senza una domanda cruciale: sarà stato un errore, visto a posteriori, ma in questo periodo quando ti sei divertito? "Ah, guarda - risponde sorridendo - mi sono divertito tantissimo e ho accumulato tantissima esperienza. Ti racconto un episodio: nel 2006 partecipammo alle elezioni politiche a livello nazionale all'interno della coalizione di centrodestra con la lista No Euro, che avevamo già presentato alle europee di due anni prima; Renzo, però, detestava Silvio Berlusconi e agli incontri con lui non voleva partecipare, quindi alle riunioni a Palazzo Grazioli aveva mandato me. Bene, probabilmente ricorderai che il simbolo in quell'occasione fu lievemente modificato e diventò 'No Euro iniquo', perché dall'entourage di Berlusconi era arrivato l'invito a smorzare in quel modo un po' la potenza del messaggio portato dal nome. Facemmo, non troppo convinti, quello che ci era stato richiesto, il contrassegno fu presentato al Viminale, poi ci fu l'ultima riunione per definire vari dettagli. Partecipai di nuovo io e Berlusconi, non appena mi vide, mi affrontò: 'Ma che diavolo avete scritto sotto 'No Euro'? Così fa schifo!', anche se in realtà aveva usato parole più dirette; dovetti spiegargli, un po' stupito e un po' divertito, che pensavamo fosse stato proprio lui a volere quella modifica... Quindi, per risponderti, mi sono divertito tantissimo e ho accumulato un'esperienza incredibile, ma questo non mi impedisce di riconoscere che lasciare la Lega Nord in quel momento fu un errore".
Sarà per questo, forse, che dopo il rientro in Lega (prima Nord, poi per Salvini premier) Noccetti si è impegnato, oltre che direttamente nel partito, pure nella promozione di iniziative politico-elettorali territoriali, anch'esse finite all'attenzione di questo sito nel censimento annuale - curato in primis da Massimo Bosso - delle elezioni nei comuni "sotto i mille": le liste Piemont del 2021, Impegno per Frabosa nel 2022 e Civici per il tuo Territorio nel 2026). "L'idea, già chiara ma da perfezionare, è di creare un contenitore elettorale che sia organico alla Lega, ma che valorizzi di più le peculiarità territoriali. Per me si tratta di un ritorno alle origini, ma appunto federato all'interno della Lega che così può tenere insieme meglio azione-visione nazionale e presenza locale e microlocale. Penso che l'abbinamento delle parole 'Civici', 'tuo' e 'Territorio' comunichi una forte aderenza territoriale, da valorizzare soprattutto grazie a chi si affaccia alla politica nei piccoli centri, ma credo anche che sia pienamente compatibile con un raggio d'azione nazionale che la Lega ora ha". La storia della Lega, vista da Nord (insieme a quella del Paese), deve avere portato anche qui.

venerdì 14 agosto 2026

Pli, nuova ordinanza del tribunale di Roma. Cosa può cambiare?

Pochi giorni fa ci si è occupati delle ultime vicende all'interno di +Europa e delle decisioni emesse nel giro di pochi giorni dal tribunale di Roma, una sentenza a sostanziale conferma degli atti precongressuali (e di conseguenza delle delibere del congresso del 2025) e un'ordinanza che - su richiesta della maggioranza dell'organo - ha richiesto di inserire l'elezione del nuovo presidente dell'assemblea del partito al primo punto all'ordine del giorno della prima riunione (dopo un periodo di vacatio in seguito alle dimissioni di Agnese Balducci). Lo stesso tribunale, però, nei giorni scorsi è intervenuto un'altra volta nelle vicende travagliate del Partito liberale italiano, aggiungendo un'ulteriore decisione - anche se si tratta dell'ennesima ordinanza, di per sé provvisoria - all'articolato quadro litigioso avviato nell'estate del 2022, alla vigilia delle elezioni politiche e del rispettivo deposito dei contrassegni (con le relative decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale), e proseguito con vari procedimenti cautelari fino al 2025, sino all'ordinanza emessa all'inizio di luglio del 2, l'ultima di cui chi scrive abbia notizia.
L'8 agosto scorso, infatti, la XVI sezione civile del tribunale di Roma ha emesso un'ordinanza - firmata dalla giudice Cristina Pigozzo, già autrice della prima ordinanza di prime cure sul contenzioso relativo al Pli, emessa alla fine di febbraio del 2023 - con cui ha rigettato il ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile presentato dal Pli, attraverso Stefano De Luca quale presidente e legale rappresentante - contro Marco D'Amico, Piero Cafasso, Diego Di Pierro e Davide Belli, i quali rivendicano per sé rispettivamente le cariche di presidente nazionale, segretario nazionale, coordinatore nazionale organizzazivo e presidente del consiglio nazionale del Pli (immaginando una diversa ricostruzione delle vicende giuridiche circa la "vita del partito"). Per comprendere meglio tali rivendicazioni sembra inevitabile tornare a quanto si scrisse già all'inizio dell'anno, quando si diede notizia della diffusione di un comunicato stampa in cui gli estensori davano notizia dell'elezione di un nuovo gruppo dirigente del Pli, a seguito prima del XXXIII congresso nazionale del partito (tenutosi il 4 ottobre 2025, dopo che era stato "rinviato per 'gravi motivi'" rispetto alla data originaria del 4 luglio 2025) e del consiglio nazionale del 13 dicembre 2025: proprio in quelle occasioni sarebbero stati eletti Cafasso alla segreteria, D'Amico alla presidenza, Di Pierro al coordinamento organizzativo e Belli alla guida del consiglio nazionale. 
De Luca e Trufolo hanno contestato la legittimità di quel percorso (ritenendo tra l'altro di avere già svolto il XXXIII congresso il 27 e 28 giugno 2025, dal quale erano appunto usciti eletti rispettivamente presidente e segretario) e a metà gennaio - per quanto emerge consultando il materiale pubblicato sul profilo Facebook di Piero Cafasso - avevano inviato una diffida a Cafasso, D'Amico, Di Pierro e Belli. Alla fine del mese i diffidati avevano replicato, negando che De Luca e Trufolo fossero legittimi rappresentanti del Pli, riconoscendo piuttosto legittimità al percorso che aveva portato alla loro elezione: a loro dire, il congresso originariamente previsto il 4 luglio 2025 non si era tenuto per rispettare l'ordinanza di reclamo emessa il giorno prima dal tribunale di Roma, ma De Luca e Trufolo avrebbero tenuto una "assoluta inerzia", non riconvocando l'assemblea nei tre mesi successivi (ritenendo ovviamente di averla già celebrata pochi giorni prima): ciò avrebbe provocato il sollecito a De Luca e Trufolo di Di Pierro - che avrebbe dovuto presiedere il congresso di luglio - con tanto di avvertimento che avrebbe proceduto direttamente alla convocazione del congresso in caso di ulteriore inerzia, a difesa della legalità statutaria e dei diritti degli iscritti. 
Non avendo ottenuto con la diffida i risultati attesi, verso la fine di febbraio il Pli-De Luca-Trufolo (si usa questa dicitura per comodità, senza che alcuno si senta sminuito) si era rivolto nuovamente al tribunale di Roma, chiedendo di inibire a Cafasso, D'Amico, Di Pierro e Belli tanto la spendita delle rispettive cariche rivendicate, quanto l'impiego dei segni distintivi del Partito liberale italiano (chiedendo anche di applicare un'astreinte, cioè il pagamento di una somma di denaro per ogni nuova violazione dell'inibitoria). Il partito, in base a quanto si legge nell'ordinanza, fondava le sue richieste sulle ordinanze precedenti (già richiamate in quest'articolo) che - soprattutto in sede di reclamo - avrebbero "già accertato che unico presidente e legale rappresentante del PLI è Stefano De Luca, escludendo invece la legittimazione di Francesco Pasquali e Roberto Sorcinelli", il che avrebbe tolto legittimità al percorso politico-giuridico all'interno del quale si collocava il congresso previsto in origine per il 4 luglio 2025 e poi rinviato al successivo 4 ottobre (al termine del quale sarebbero state eletti Cafasso, D'Amico e gli altri), ma promosso "da soggetti già dichiarati privi di legittimazione e destinatari dell'inibitoria pronunciata con l'ordinanza del 3 luglio 2025".
Lo stesso ricorso - curato, come in precedenza, dagli avvocati Nicola De Luca e Giuseppe Ardone - oltre a chiedere che Cafasso, D'Amico, Di Pierro e Belli non spendessero più i titoli legati alle cariche del Pli, aveva invocato la tutela dei segni distintivi del Pli, lamentando tra l'altro che "l'utilizzo della denominazione 'Nuovo Partito Liberale Italiano' e di simboli sostanzialmente sovrapponibili a quelli del PLI integri un'ipotesi di usurpazione dell'identità associativa ai sensi dell'art. 7 c.c. e della giurisprudenza in tema di tutela del nome delle associazioni e dei partiti politici". La dicitura Nuovo Pli, in effetti, era stata utilizzata innanzitutto da Cafasso, anche perché era stato proprio lui a depositare a metà agosto una domanda di marchio per il simbolo con il tricolore che usciva da un faro collocato su fondo blu (anzi ,"turchese", per seguire la proposta grafica che lo stesso Cafasso aveva avanzato il 4 luglio dello scorso anno al "non congresso" alla Capranichetta). 
Marco D'Amico, Piero Cafasso, Diego Di Pierro e Davide Belli si sono a loro volta costituiti - difesi dall'avvocato Andrea Lucchi - ritenendo che le ordinanze citate dal Pli-De Luca-Trufolo a proprio sostegno si fondassero "su travisamento di fatto". Per loro, in particolare, De Luca non era legittimato ad agire come legale rappresentante del Pli: questi - sempre in base a quanto si legge nell'ordinanza - sarebbe stato prima "destituito" dal consiglio nazionale il 30 luglio 2022, poi espulso il 2 agosto (senza che il provvedimento sia stato impugnato nei termini indicati dal codice civile); un successivo congresso nazionale il 23 settembre 2022 avrebbe eletto i nuovi organi del partito, ulteriormente rinnovati con il congresso del 2025. Se i giudici del tribunale avevano ritenuto che il 5 agosto 2022 il consiglio nazionale avesse revocato la "destituzione" di De Luca, questi non avevano tenuto conto degli effetti dell'espulsione (non impugnata) dello stesso De Luca e del successivo congresso del 2022 che avrebbe legittimato le cariche ivi elette (Roberto Sorcinelli segretario, Francesco Pasquali presidente, Diego Di Pierro presidente del consiglio nazionale), senza che quegli stessi atti siano stati impugnati a loro volta. Allo stesso tempo, il tribunale non avrebbe riconosciuto il valore del consiglio nazionale convocato da Di Pierro per il 23 giugno 2023 per disconoscere il verbale del 5 agosto 2022 (con cui si era revocata la "destituzione" di De Luca) e revocarne comunque la deliberazione (revocando, in sostanza, la revoca della "destituzione" per far rivivere quest'ultima): se per i giudici in precedenza la delibera del 23 giugno 2023 non era riconducibile al Pli "in quanto adottata integralmente da soggetti espulsi o non iscritti a detto partito", per i resistenti la tesi non era corretta e, rileggendo i fatti - anche grazie a nuovi documenti depositati, relativi agli iscritti, ai delegati congressuali, ai tesseramenti e ai congressi provinciali del 2025, volti a dimostrare che il congresso del 4 ottbre 2025 "rappresenterebbe la reale espressione della base associativa del partito" - si sarebbe tolto fondamento alle ordinanze emesse dal 2023 al 2025. 
 

La decisione 

La giudice Pigozzo ha ricordato innanzitutto il valore e il "senso" del ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, volto a "garantire la fruttuosità della decisione di merito" (per evitare - come si è visto ogni volta che si è dato notizia di un procedimento di questo tipo - che il preteso diritto del ricorrente durante il tempo necessario per ottenere la tutela sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile). Posto che l'art. 700 c.p.c. è il solo modo, anche per la giudice, per ottenere "in campo associativo la tutela del nome e quindi della protezione dell’identità del partito" e che in ogni caso il Pli aveva annunciato che avrebbe intrapreso un'azione di merito sul punto (nelle more della quale era appunto stata chiesta la tutela cautelare), il primo passo da compiere era "accertare, pur nei limiti della delibazione sommaria propria della presente fase, se il ricorrente sia titolato a richiedere l'inibizione in capo ad altri del riconoscimento di cariche rappresentative con i conseguenti poteri di utilizzo del nome e del simbolo, tenendo conto del rinnovo delle cariche elettive nelle more realizzatosi".
Se fino al mese di luglio del 2022 Roberto Sorcinelli e Stefano De Luca sono di certo "stati parti della medesima associazione politica", gli eventi successivi - in gran parte richiamati in questo sito - hanno portato a una netta divaricazione delle strade. La giudice in particolare cita il consiglio nazionale autoconvocato per il 30 luglio 2022 (con verbale redatto da notaio), in cui sarebbe stata decisa la "destituzione" di Stefano De Luca (e del co-segretario Nicola Fortuna) e la sua successiva esclusione dal novero dei soci, atti notificati via Pec a De Luca e - si legge sempre nell'ordinanza - impugnati da lui stesso "solo in via riconvenzionale" (senza che di tale impugnazione, ancora secondo la giudice) si conosca l'esito. La stessa giudice ha ricordato pure come il consiglio nazionale del 5 agosto 2022, convocato da De Luca, abbia deliberato "la revoca [...] di ogni decisione assunta – sebbene allo stato non documentata da un verbale regolarmente tenuto – da una illegittima seduta del Consiglio Nazionale, convocata dal cosegretario Sorcinelli per la data 30 luglio 2022" e come l'ordinanza collegiale del 12 giugno 2023 del tribunale di Roma (che, in sede di reclamo, aveva riformato la prima "ordinanza Pigozzo") avesse ritenuto efficace la delibera del 5 agosto 2022 "perché non revocata o non invalidata con provvedimento giurisdizionale". La stessa giudice, peraltro, ha citato un passaggio di quell'ordinanza - (presidente del collegio Giuseppe Di Salvo, relatice Flora Mazzaro - in cui si dice che "se non basta una votazione, purchessia, per potere configurare l'esistenza di una deliberazione societaria, è di contro necessario e sufficiente che la stessa provenga da un organo della società che sia effettivamente qualificabile e riconoscibile come tale. E tanto si verifica, in quanto abbia partecipato alla sua riunione almeno uno dei suoi membri". Applicando il principio alle associazioni, la deliberazione di un organo non può considerarsi inesistente - ma tutt'al più annullabile o nulla, con un diverso regime probatorio e con effetti "minori" - se vi hanno partecipato persone che effettivamente risultavano iscritte all'associazione, rendendola comunque riconducibile.
Come segnalato dalla giudice, non sarebbero stati impugnati da De Luca o da altri la convocazione e gli atti del XXXII congresso del Pli (tenutosi il 22-23 settembre 2023) e, considerando che a quell'assise hanno partecipato varie persone risultanti iscritte nel 2022 (secondo un elenco non contestato dal Pli-De Luca-Trufolo), "utilizzando la medesima chiave di lettura" dell'ordinanza di cui era stata relatrice Mazzaro, "gli esiti di detto congresso devono essere imputati al Pli", al di là di ogni valutazione sulla legittimità di quegli atti, che non sarebbe stata contestata nello specifico. Quanto alla riunione del consiglio nazionale del Pli-Sorcinelli (anche qui si usa la dicitura per comodità, senza che alcuno si senta sminuito) del 23 giugno 2023, convocata dal presidente dell'organo Di Pierro e che formalmente avrebbe revocato la sua delibera del 5 agosto 2022 (al fine di far rivivere la "destituzione" di De Luca), la giudice nota che precedenti ordinanze del tribunale - in particolare quella del collegio presieduto da Flora Mazzaro e con Guido Romano come estensore - avevano ritenuto inesistente la sua delibera "sull'asserito postulato che alla stessa riunione non avesse partecipato alcuna persona iscritta in quel momento al Pli", ma solo espulsi o non più iscritti. Gli elenchi degli iscritti del 2022 e del 2023 messi a disposizione dai resistenti, tuttavia, avrebbero permesso di sostenere che invece alla contestata riunione del consiglio nazionale del 23 giugno 2023 erano presenti varie persone inserite in entrambe le liste (e lo stesso valeva per la riunione della direzione nazionale del 21 giugno 2023): ciò sarebbe sufficiente per far ritenere esistente e riconducibile al Pli - e, di conseguenza, produttiva di effetti - la revoca della revoca della "destituzione" di De Luca dalla presidenza del partito, i cui effetti rivivrebbero (al di là di ogni considerazione sulla sua espulsione). La giudice riconosce che la nuova delibera del consiglio nazionale del Pli potrebbe essere tutt'al più invalida (il che - si aggiunge qui - avrebbe comunque conseguenze rilevanti sui suoi effetti), ma "allo stato degli atti non è predicata la sospensione della sua efficacia".
Quanto alle vicende congressuali del 2025, per la giudice Pigozzo "la parte si contrappone" a De Luca "ha voluto in qualche modo almeno provvisoriamente fare acquiescenza" all'ordinanza del 3 luglio 2025 "per quanto non condivisa, tanto che il congresso organizzato per il 04.07.2025 [...] è divenuto una 'riunione tra liberali' e gli stessi hanno deciso di soprassedere e di riconvocare il congresso ad altra data, sussistendo l’ipotesi statutaria dei gravi motivi". Da lì sarebbe sorta la decisione del presidente facente funzione Di Pierro "pro bono pacis e sperando in una ricomposizione formale", di chiedere a De Luca di convocare di nuovo il congresso entro tre mesi, per poi provvedere direttamente alla convocazione "stante l'inerzia" dello stesso De Luca, fino alla celebrazione del congresso il 4 ottobre 2025 e al successivo consiglio nazionale - non congresso, com'è scritto nell'ordinanza - del 13 dicembre 2025, eventi dai quali sono usciti eletti i soggetti cui era rivolto il ricorso del Pli-De Luca-Trufolo. Per la giudice, le delibere congressuali di luglio sarebbero da considerare esistenti e riconducibili al Pli per la presenza tra i delegati al XXXIII congresso di ottobre di iscritti al partito nel 2022, 2023, 2024 e 2025 secondo gli elenchi forniti dai resistenti (oltre che alle riunioni di giugno del 2023): ciò basterebbe a provare "per tabulas la continuità associativa e la corretta riconducibilità al PLI dei resistenti, che risultano essere stati eletti all’esito di delibere esistenti, nel senso sopra ricordato, perché riconducibili effettivamente agli associati del Partito Liberale Italiano"; il ricorrente, invece, non avrebbe prodotto alcun documento per provare lo svolgimento del XXXIII congresso del Pli del 27-28 giugno 2025, per cui non si sarebbe potuta verificare la legittimazione di De Luca, sostenuta in questa sede - secondo quanto ricostruito dalla giudice - solo dalla "pedissequa ripetizione di pronunce giudiziali che, tuttavia, oggi risultando smentite documentalmente".
 

Gli effetti

Per la giudice Pigozzo, dunque, De Luca non avrebbe "provato la propria legittimazione attiva e la titolarità della legittima rappresentanza del Partito Liberale Italiano che, di contro, pare sussistere in capo ai resistenti": ciò è stato ritenuto sufficiente a rigettare le domande cautelari del Pli-De Luca-Trufolo (circa la spendita delle cariche e l'uso dei segni distintivi del partito da parte dei resistenti. Le spese del processo cautelare, però, sono state compensate, slla base della "sussistenza di pronunce contrastanti della presente sezione".
L'ordinanza, dunque, ha respinto le richieste del Pli guidato da Stefano De Luca, ritenendo che questi non abbia provato di rappresentare in modo legittimo il partito; ha sostenuto che la stessa legittimazione sembrano averla i resistenti (Cafasso, Di Pierro, D'Amico e Belli), anche se non ha detto - né avrebbe potuto, in base alle richieste di cui si è a conoscenza - che De Luca e Trufolo non possono spendere il titolo di presidente e segretario Pli. Tale richiesta probabilmente sarà avanzata in seguito, ma al momento c'è chi non può impedire agli altri di utilizzare un titolo e i segni distintivi, senza che venga meno la propria possibilità di spendere titoli e utilizzare nomi e simboli. 
L'ordinanza cautelare, come si è già ricordato anche di recente, è un provvedimento di per sé provvisorio e a cognizione non piena, formata sulla base dei documenti che le parti hanno fornito in quella sede: è sicuramente necessario prenderne compiutamente atto - come del resto si è fatto per le decisioni precedenti relative ai contenziosi avviati nel 2022, aventi tutte, come si diceva, la forma dell'ordinanza - ma la decisione va correttamente contestualizzata dal punto di vista giuridico. Appare allo stato assai probabile che l'ordinanza dell'8 agosto venga impugnata dal Pli-De Luca-Trufolo, per cui la questione verrebbe sottoposta in sede di reclamo a un collegio di tre giudici dello stesso tribunale di Roma: in quella sede potranno essere apportati nuovi documenti (diversi elenchi di iscritti, verbali e provvedimenti) e offerte nuove letture dei documenti a disposizione e i giudici si esprimeranno, potendo confermare in tutto o in parte il verdetto di prime cure oppure riformarlo, in modo più o meno consistente.
Nell'attesa dell'eventuale reclamo e dell'ordinanza collegiale che potrebbe essere emessa, il contenzioso - e ha dimostrato che nel corso dei mesi l'attività di coloro che intendevano riferirsi al Partito liberale italiano è proseguita, nel corso di questi mesi. Anche alcuni di coloro che avrebbero voluto continuare la propria attività politica con il Pli quando era guidato da Roberto Sorcinelli e Francesco Pasquali hanno poi scelto di non smettere di sentirsi liberali e di agire come tali, pur evitando di usare il nome e il simbolo del Pli per non incorrere nelle conseguenze dell'ordinanza del 3 luglio 2025. Oltre all'Unione liberale di cui si era parlato mesi fa (guidata da Francesco Pasquali, Claudio Gentile e Alberto Aschelter), vale la pena citare l'esperienza dei Liberali sardi autonomisti, già evocata da Carlo Murru e Simone Paini alla Capranichetta il 4 luglio 2025 e che ora ha un proprio simbolo (con i Quattro Mori con un lieve tocco tricolore al di sotto del nome e di un sole che sorge).
Altri tentativi di riorganizzazione vanno segnalati: a fine luglio si segnalava l'adesione di Diego Di Pierro e del suo Faro Liberale al progetto I Liberali (stesso nome, ma si suppone soggetto diverso da quello un tempo legato a Renato Altissimo), guidato da Giuseppe Gullo, che solo pochi giorni fa ha rivendicato "Il liberalismo non è conservazione di una poltrona, non è gestione del simbolo, non è culto dell'apparato. Il liberalismo è conflitto con ogni rendita di posizione, è difesa della libertà, della concorrenza, del merito, della responsabilità individuale e delle istituzioni democratiche”. L'ordinanza dell'8 agosto cambierà qualcosa e rimescolerà le carte?