mercoledì 20 maggio 2026

Messina, simboli e curiosità sulla scheda

Il turno elettorale primaverile del 24 e del 25 maggio interessa anche la Sicilia e lì sono tre i capoluoghi di provincia chiamati a rinnovare la loro amministrazione. L'attenzione è puntata soprattutto su Messina, anche perché, essendosi tenute le elezioni precedenti nel 2022, non si tratta di un voto "rinviato" (per l'allungamento del mandato a cinque anni e mezzo, com'è accaduto a Venezia e altrove), bensì di un voto anticipato. Federico Basile, eletto quattro anni fa, ha infatti scelto di dimettersi un anno prima della scadenza del proprio mandato, dopo aver constatato di avere via via perso la maggioranza in consiglio comunale; si era peraltro chiusa con un anno di anticipo anche la precedente consiliatura, con Cateno De Luca che aveva lasciato la propria carica - tra l'altro - in vista della successiva candidatura a presidente della Regione Siciliana.  
A contendersi il ruolo di sindaco saranno cinque persone, incluso il sindaco uscente; le liste a loro sostegno sono in tutto 26. La scheda sarà più affollata rispetto a quattro anni fa: era uguale il numero di aspiranti sindaci, ma le liste erano 24. I simboli, peraltro, non sono stati tratti dal manifesto, visto che questo non è disponibile: se si prova a scaricarlo dall'albo pretorio, si trova un avviso che spiega che "la dimensione dei manifesti non ne consente la scannerizzazione e, pertanto, il Servizio Elettorale metterà in visione un esemplare tipo, per ciascun manifesto, nella bacheca posta al piano terra di Palazzo Zanca [...] presso lo stesso Servizio Elettorale" (una domanda sommessa: caricare il Pdf prodotto dalla tipografia e inviato alle prefetture - come fanno tanti comuni - non era proprio possibile?).
Vale la pena di segnalare che il Tar Catania ha emesso l'8 maggio una sentenza breve (n. 1380/2026) sul ricorso presentato da alcuni cittadini elettori per chiedere di annullare gli atti che hanno portato a indire le elezioni messinesi, ritenendo che i tempi delle dimissioni di Basile non consentissero di votare nella primavera di quest'anno: secondo i ricorrenti, si sarebbe dovuto applicare anche in Sicilia l'art. 2 della legge nazionale n. 182/1991, che dispone l'inclusione nel turno elettorale ordinario di quello stesso anno delle elezioni nei comuni in cui si vota per motivi diversi dalla scadenza del mandato "se le condizioni che rendono necessario il rinnovo si sono verificate entro il 24 febbraio", mentre le dimissioni del sindaco si sarebbero perfezionate il 27 febbraio; la Regione, invece, sosteneva di avere competenza legislativa esclusiva in materia di enti locali, dunque anche delle loro procedure elettorali. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso perché, pur avendo il giudice amministrativo giurisdizione sull'impugnazione degli atti precedenti l'indizione delle elezioni, i ricorrenti non avrebbero dimostrato di avere dall'eventuale accoglimento del ricorso "uno specifico beneficio in [proprio] favore", un "interesse differenziato rispetto a tutti gli altri soggetti", nonché "attuale e concreto all'annullamento dell'atto": il loro interesse sarebbe consistito solo nel "conseguire la legalità e la legittimità dell'azione amministrativa" (in questo caso, della procedura elettorale), interesse pari a quello di qualunque altro membro del corpo elettorale messinese, che non avrebbe tratto dall'auspicato accoglimento "un'effettiva utilità [...] intesa come riparazione o reintegrazione di una lesione della propria sfera giuridica avente carattere di personalità, concretezza e attualità". I cittadini elettori, però, potranno impugnare "tutti gli atti del procedimento elettorale successivi all'emanazione dei comizi elettorali [...], unitamente all'[...]atto di proclamazione degli eletti" a procedura elettorale terminata, in base all'art. 130 del codice del processo amministrativo: è probabile, quindi, che i giudici amministrativi siciliani siano chiamati di nuovo a esprimersi sulle elezioni messinesi. Se così sarà, se ne parlerà di nuovo.
 
* * *
 

Marcello Scurria

1) Democrazia cristiana - Partito repubblicano italiano - Partito animalista

Il sorteggio ha collocato al primo posto Marcello Scurria, avvocato amministrativista, candidato sostenuto dall'intero centrodestra e non solo. La prima lista è quella che raccoglie la Democrazia cristiana (il partito di cui era segretario Totò Cuffaro fino a sei mesi fa e ora guidata dal facente funzione Gianpiero Samorì, ma sempre forte in Sicilia), il Partito repubblicano italiano e il Partito animalista. Il simbolo della Dc (il drappo bianco crociato su fondo blu) ha dimensione maggiore rispetto agli altri due, probabilmente per segnalare una prevalenza nella composizione della lista e anche per evidenziare l'esenzione dalla raccolta firme ottenuta grazie al gruppo parlamentare della Dc costituito all'Assemblea regionale siciliana.
 

2) Marcello Scurria sindaco per Messina

La seconda formazione della coalizione di sette liste - tante, ma non sono certo il record di questa competizione - in appoggio a Scurria è quella dichiaratamente più vicina al candidato: si tratta infatti di Marcello Scurria sindaco per Messina. La civica personale dell'aspirante sindaco impiega un fondo turchese cerchiato da un bordo più scuro - che tinge anche il profilo dei monumenti principali della città - e giallo ocra, lo stesso colore con cui sono proposte le parole "sindaco", "Messina" e "Partecipazione" (quest'ultima collocata sotto la silhouette degli edifici. 
 

3) Fratelli d'Italia

La terza lista della coalizione di centrodestra è quella di Fratelli d'Italia, che parte dall'8,8% ottenuto quattro anni fa. Se allora era stato utilizzato il contrassegno coniato nel 2018 per le elezioni politiche, questa volta l'emblema è identico a quello visto in gran parte degli appuntamenti elettorali dopo il voto alle europee del 2024 (dunque anche quest'anno, come nella contemporaenea competizione a Venezia), con il nome del partito in alto, il riferimento a Giorgia Meloni al centro e la fiamma tricolore collocata con un certo rilievo nella parte inferiore del cerchio. 
 

4) Noi moderati

Debutta alle elezioni amministrative messinesi Noi moderati, dopo che nel 2022 aveva partecipato al voto una lista congiunta Noi con l'Italia - Dc (aveva ottenuto l'1,67%, dunque era rimasta fuori dal riparto dei seggi). Il simbolo schierato è quello ufficiale, a fondo bianco, con il nome del partito collocato al di sopra di un "ponte" tricolore e il riferimento al Partito popolare europeo nella parte superiore del cerchio. Si sottolinea che (al pari della lista civica) Noi moderati ha dovuto raccogliere le firme, non avendo un proprio gruppo parlamentare presso l'Ars.
 

5) Forza Italia

Il riferimento al Partito popolare europeo è presente anche nel contrassegno della lista di Forza Italia, partito che nel 2022 (insieme ai partiti nazionali citati prima, tranne il Pri che aveva appoggiato Basile) aveva sostenuto Maurizio Croce ed era riuscito a ottenere il 5,1%, superando di poco la soglia per essere rappresentato. Se allora il contrassegno conteneva solo la bandierina (nemmeno raffigurata per intero) e il cognome di Silvio Berlusconi, questa volta - oltre al riferimento al Ppe - si è aggiunto anche, in basso, un segmento blu che contiene l'espressione "Scurria sindaco" (peraltro proposta con un carattere diverso dagli altri già presenti all'interno del contrassegno). 
 

6) Popolari e autonomisti - Grande Sicilia

Ha potuto fruire dell'esenzione dalla raccolta firme anche la lista che unisce Popolari e autonomisti e Grande Sicilia: la prima è la sigla legata a Raffaele Lombardo che ha partecipato alle ultime elezioni regionali (mettendo insieme altri progetti, incluso il Cantiere popolare di Francesco Saverio Romano) e ha ottenuto rappresentanza di gruppo all'Ars; la seconda è stata fondata, oltre che da Lombardo, da Gianfranco Miccichè e dal sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Il contrassegno colloca i due emblemi su fondo azzurro sfumato, con la stessa colomba bianca (azzurrata) di Grande Sicilia. La lista, in questo periodo, ha peraltro ricevuto - probabilmente suo malgrado - molte attenzioni dai media soprattutto per la presenza, tra le persone candidate, di "Guitto Azzurra detta Crisafi o Azzurra o Azura o Azurra o Azzura o Assunta o Aurora o Gutto o Gitto o Gotto o Giotto o Quitto o Qutto", probabilmente denominazione da primato.
 

7) Lega

Chiude la coalizione presentata a sostegno di Scurria la lista della Lega, che di fatto debutta nelle elezioni comunali messinesi: quattro anni fa, infatti, aveva partecipato all'interno della coalizione a sostegno di Basile la lista Prima l'Italia (5,41% e tre consiglieri eletti), che ha ottenuto anche rappresentanza a livello regionale e il cui gruppo parlamentare è a doppio nome con la Lega. Il contrassegno ha come base quello impiegato negli ultimi anni dalla Lega per Salvini premier, ma nel segmento blu al di sotto di Alberto da Giussano è stato inserito solo il riferimento giallo al comune chiamato al voto: niente riferimenti a Matteo Salvini o al candidato sindaco.
 

Antonia Russo detta Antonella

8) Partito democratico

La seconda candidatura, in ordine di estrazione, è quella di Antonia "Antonella" Russo, avvocata e consigliera comunale uscente. Per la sua partecipazione alle elezioni otrà contare sull'appoggio di due liste, la prima delle quali è espressione del Partito democratico. Esattamente come quattro anni fa (quando la lista ottenne il 6,9% a sostegno di Franco De Domenico), il simbolo ufficiale del Pd finisce sulle schede senza alcuna altra aggiunta di nomi o riferimenti territoriali. Ovviamente il Pd, come titolare di gruppo parlamentare all'Ars, non ha dovuto raccogliere le firme a sostegno della propria lista
 

9) MoVimento 5 Stelle - ControCorrente

La seconda lista presentata a sostegno di Antonella Russo unisce il MoVimento 5 Stelle e ControCorrente - Lottare per restare, il partito fondato nel 2025 da Ismaele La Vardera. Il contrassegno contiene i simboli delle due forze politiche: quello del M5S è identico a quello già finito sulle schede nel 2022 nella stessa coalizione del Pd (allora ottenne il 4,25% e rimase fuori dal riparto dei seggi, ma la presenza come gruppo all'Ars ha consentito di evitare la raccolta delle firme); il simbolo di ControCorrente ha subito una modifica nella parte inferiore, essendo state semplificate le onde gialle e arancioni (così com'è sparita la stilizzazione della Trinacria) per lasciare il posto al nome di La Vardera. Completano il contrassegno due segmenti curvilinei concavi di color rosso vermiglio con una lieve banda gialla, che contengono il riferimento "Messina 2026" (spezzato in due parti tra alto e basso).
 

Federico Basile

10) La politica del Fare

Al terzo posto è finita la candidatura di Federico Basile, che si ripresenta dopo le sue dimissioni di febbraio. A suo sostegno sulla scheda avrà 15 liste, un numero da record - anche se forse non da primato assoluto, occorrerà verificare - in uno stile che non può che ricordare l'invasione simbolica alle elezioni europee del 2024 nel contrassegno della lista Libertà di Cateno De Luca . La struttura dei contrassegni è sempre la stessa, con la "pulce" di Sud chiama Nord a sinistra e il simbolo di lista a destra, con la costante del segmento giallo inferiore col cognome dello stesso Basile. Il primo a essere stato sorteggiato è La politica del Fare, con scritta bianca e gialla su fondo rosso carminio. 
 

11) Orgoglio messinese

Il secondo contrassegno della coalizione di Basile è quello di Orgoglio messinese, che su un fondo rosso un po' più chiaro propone la scritta gialla, come gialli sono brevi tratti sfumati che ricordano un po' i raggi del sole, un po' dei fuochi artificiali. Al di là del contenuto del simbolo, non può non colpire come il simbolo di Sud chiama Nord per le Autonomie sia presente - come si vedrà - in tutti e 15 i contrassegni della coalizione che appoggia Basile e ha la chiara matrice di Cateno De Luca. Il che è ancora più rilevante se si considera che la forza politica ha un suo gruppo parlamentare all'Ars, dunque gode dell'esenzione dalla raccolta firme.
 

12) Lavoro e solidarietà

Tale esenzione, per quanto si può capire, sembra riguardare tutte e 15 le liste, inclusa la terza, Lavoro e solidarietà, a fondo arancione chiaro (con un cuore rosso nella "o" di "solidarietà"). Ciò si fonderebbe su una particolare interpretazione dell'art. 3, comma 7 della legge regionale n. 7/1992 (la elettorale per le amministrative in Sicilia), in base al quale "Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli. In tali ipotesi le liste dei candidati saranno sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale del partito o del gruppo politico o da una o più persone dallo stesso delegate, con firma autenticata".
 

13) Il Futuro è adesso

Dopo un parere chiesto da De Luca al Dipartimento Autonomie locali dell'Assessorato regionale Autonomie locali e funzione pubblica, che il 16 marzo ha ribadito le disposizioni applicabili in materia di esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni, la segretaria generale della città di Messina il 14 aprile avrebbe chiesto un ulteriore parere al Dipartimento: il dirigente del Servizio e il funzionario direttivo hanno risposto che "il comma 3 dell'art. 7" della legge regionale (è evidente che i numeri sono stati scambiati) "non pone limiti all'applicazione del disposto normativo medesimo afferente l'esenzione della sottoscrizione delle liste e delle candidature per i partiti [...] costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare [...], tant'è che il secondo periodo del comma in trattazione, 'In tali ipotesi le liste dei candidati saranno sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale del partito o del gruppo politico o da una o più persone dallo stesso delegate, con firma autenticata' è coniugato al plurale". Ciò avrebbe permesso la presentazione senza firme di tutte e 15 le liste, anche della quarta, Il Futuro è adesso (con il nome bianco e - con riferimento alla "è" - rosso su fondo verde acqua). Lo stesso parere peraltro ricordava che ogni decisione sull'ammissibilità di contrassegni e liste sarebbe spettata alla commissione elettorale circondariale.

14) Sud chiama Nord

Il parere reso dall'assessorato, esibito da De Luca in un post su Facebook del 26 aprile, ha quindi fatto sì che tutte e 15 le liste - inclusa la quinta, Sud chiama Nord, declinato in chiave specificamente messinese - venissero presentate avendo nel contrassegno la "lenticchia" (come Cateno De Luca chiama la miniatura del simbolo, altrove chiamata "pulce" o "cimice") del partito fondato dallo stesso De Luca e presente con proprio gruppo all'Ars. L'idea che le liste potessero essere depositate e ammesse senza l'onere della raccolta firme, tuttavia, è stata accolta con sfavore dagli sfidanti, in particolare da Scurria e dal centrodestra.  
 

15) De Luca sindaco di Sicilia

Secondo l'amministrativista, infatti, l'esenzione prevista dalla legge dovrebbe valere per una sola lista, verosimilmente la prima depositata presso la segreteria comunale, mentre in assenza di almeno 700 sottoscrizioni a sostegno per ogni altra lista avrebbero dovuto essere escluse tutte le altre, inclusa De Luca sindaco di Sicilia (con testo bianco e giallo su fondo rosso scarlatto). Scurria ha ribadito più volte la sua tesi, contestata da De Luca, mentre l'assessorato regionale, dopo una nuova interrogazione da parte della prefettura di Palermo, espressamente  relativa alla possibilità "che un medesimo partito o gruppo politico si candidi nella stessa competizione elettorale, risultando presente con più liste dai simboli similari ma inequivocabilmente riconducibili al medesimo partito", avrebbe risposto soltanto - come fa sapere La Sicilia - ribadendo l'inammissibilità di "contrassegni di lista che siano identici o che si possano facilmente confondere con quelli di altre liste". 
 

16) Sviluppo sostenibile

La situazione è apparsa molto pesante nei giorni di deposito dei documenti di candidatura, finiti il 29 aprile (giorno cui risale un video di una diatriba tra Giuseppe Lombardo, deputato regionale di Sud chiama Nord e un emissario delle liste di Scurria). Tra i vari atti, anche un comunicato in cui Scurria parlava di "un parere dell’Ufficio legislativo regionale su richiesta dell’assessorato [...] non ancora arrivato alla Commissione elettorale di Messina", di contenuto non noto ma a suo dire plausibilmente "contrario rispetto al primo rilasciato dall'assessorato regionale". Di quel parere Scurria ha chiesto l'acquisizione da parte della prefettura, ritenendo contestualmente che l'ammissione delle liste - anche di Sviluppo sostenibile, con testo bianco su fondo verde carico - sulla base di un'esenzione fondata su elementi non solidi sarebbe stata un azzardo, che in caso di vittoria di Basile aprirebbe la strada all'impugnazione del risultato elettorale davanti al TAR, col rischio che il voto venga annullato.
 

17) Amo Messina

È facile dedurre, visto che se ne parla ora, che tutte le 15 liste - compresa Amo Messina, già vista nel 2022, con il nome scritto in rosso connotato da un cuoricino giallo nella "o" e il profilo parziale di un cuore giallo, sopra al nome della città manoscritto - sono state ammesse. Si apprende tuttavia che la commissione elettorale circondariale, presieduta dalla viceprefetta Cettina Pennisi, "per evitare rischi di confusione" (così si legge su MessinaToday) il 30 aprile avrebbe chiesto la modifica dei contrassegni. In particolare, guardando il video pubblicato da Cateno De Luca il 1° maggio - i contrassegni originariamente conformati con la "pulce"/"lenticchia" inserita nel corpo del fregio nuovo sono stati tutti sostituiti con il formato della "bicicletta ineguale", vale a dire con la stessa "pulce" collocata all'esterno del nuovo fregio, come a voler mettere in luce la differenza tra il soggetto esentante e quello esentato.
 

18) Basile sindaco di Messina

Basile e De Luca hanno adempiuto a quanto chiesto dalla commissione elettorale - modificando anche il simbolo di Basile sindaco di Messina, unico in cui il cognome del candidato sindaco, sempre nero si sposta dal segmento giallo al fondo bianco, mentre il resto del nome è scritto in rosso (su fondo bianco) e bianco (su banda rossa) - pur ritenendosi danneggiati, poiché il formato della "lenticchia interna" era stato accolto nelle altre province. L'ammissione delle liste, invece, non è piaciuta al centrodestra. La sottosegretaria messinese ai rapporti col Parlamento Matilde Siracusano (Fi), il 30 aprile ha dichiarato (come si legge, ad esempio, su IlSicilia.it): "La Commissione elettorale [...] di Messina, con il via libera alle 15 liste riconducibili a Sud chiama Nord, si assume una responsabilità senza precedenti. Le elezioni così vengono falsate, con l'assurda logica seguita da De Luca, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Pd, e tutti gli altri partiti presenti all'Ars avrebbero potuto presentare decine e decine di liste collegate. [...] Non lo abbiamo fatto per una semplice ragione, perché non si può fare! [...] è ormai assodato che esista un parere dell'Ufficio legislativo e legale della Regione Siciliana secondo cui non è possibile presentare liste senza la regolare raccolta delle firme. Un movimento politico rappresentato all’Assemblea regionale siciliana può beneficiare dell’esenzione per una sola lista, non per una molteplicità di liste che riproducono al loro interno il medesimo simbolo di riferimento. Quanto avvenuto rappresenta un precedente gravissimo, destinato a generare confusione non solo a livello locale ma anche nazionale. Da oggi, qualsiasi partito o movimento presente nelle assemblee legislative potrebbe ritenersi autorizzato a presentare un numero indefinito di liste collegate, eludendo di fatto le regole sulla raccolta delle firme. Si tratta di un’operazione inaccettabile, un vero e proprio azzardo, che rischia di produrre effetti pesanti sulla regolarità del voto. I cittadini messinesi potrebbero trovarsi a votare tra poche settimane in un quadro viziato da evidenti anomalie, con il concreto pericolo che le elezioni vengano successivamente invalidate a seguito di scontati ricorsi".
 

19) Costa blu

Cateno De Luca ha bollato come gravissime le parole di Scurria e di Siracusano, annunciando denunce alla Procura della Repubblica, così come Scurria ha lasciato intendere che, a elezioni concluse, molto probabilmente la proclamazione degli eletti e gli atti di ammissione delle liste - inclusa Costa blu, che pone il nome bianco e azzurro su fondo blu scuro con una superficie del mare increspata stilizzata - saranno impugnati davanti al Tar di Catania. Peraltro è facile notare che anche altrove corrono più liste contenenti la "pulce" di Sud chiama Nord (per esempio a Barcellona Pozzo di Gotto o a Milazzo, con Laura Castelli candidata sindaca), anche se non è dato sapere se in quei casi sono state raccolte le firme o sia stata invocata l'esenzione.
 

20) Liberi e forti

Per sapere se gli atti elettorali saranno impugnati da qualche cittadino elettore, dunque, occorrerà attendere il responso delle urne (e, qualora ricorsi vi siano, di certo questo sito se ne occuperà, dal momento che la sentenza sarà destinata a incidere a livello ampio sulle procedure elettorali e . Quel che è certo, per ora, è che il sostegno di 15 liste - tra cui Liberi e Forti, con testo color turchese su fondo bianco - intende porre una seria ipoteca sul risultato a favore di Basile, che quattro anni fa vinse al primo turno ottenendo il 45,54% con l'appoggio di 9 liste. Occorre ricordare, infatti, che le norme siciliane sulle elezioni amministrative prevedono il ballottaggio solo ove nessun candidato sindaco abbia superato il 40%, soglia che sembra più alla portata con un numero ampio di candidati consiglieri pronti a raccogliere consenso.   
 

21) Zancle

In ogni caso, è opportuno ricordare che delle nove liste presentate nel 2022 in appoggio a Basile, soltanto tre ottennero seggi (dividendosi i 20 scranni destinati alla maggioranza), mentre ciascuna delle altre raccolse meno del 5% dei voti e dunque, in base all'art. 4, comma 3-bis della legge regionale n. 35/1997, non hanno avuto accesso al riparto dei seggi. Un numero così alto di liste - tra le quali c'è anche Zancle, uno dei simboli più creativi, che pone il nome originario di Messina scritot in bianco bordato di blu turchese scuro sopra alla stilizzazione del braccio sabbioso di San Raineri, resa in azzurro - rende certamente difficile ottenere percentuali significative all'interno dello stesso bacino di voti.
 

22) Cateno per i giovani

Il rischio maggiore che si corre, in presenza di tante liste parte della stessa coalizione, per paradosso è che l'aspirante sindaco sia eletto - al primo o al secondo turno - ma che il consenso sia così frammentato tra le liste da far sì che nessuna raggiunga la soglia del 5%. Proprio quello che è accaduto dopo le elezioni del 2018, quando Cateno De Luca vinse al ballottaggio, ma nessuna delle sue sei liste superò il 5%. In casi come questi, di fatto, il sindaco eletto non dispone di per sé di una propria maggioranza e deve cercarla, anche volta per volta. Basile e De Luca devono aver pensato che sia meglio massimizzare la raccolta del consenso diversificando l'offerta elettorale - coinvolgendo direttamente i giovani, ad esempio, con Cateno per i giovani, scritta bianca su fondo fucsia - preparando comunque alcune liste che appaiano fin dall'inizio maggiormente in grado di raccogliere voti.
 

23) Federico per Messina

Di sicuro, lo stile dei contrassegni riconducibili a Cateno De Luca quest'anno sembra aver abbandonato la sua inclinazione verso l'alto, sperimentato prima a Messina e poi a livello nazionale con Libertà alle europee del 2024. Questa volta, infatti, gli emblemi hanno tutti uno sviluppo orizzontale, tanto nel fregio principale tanto nella "pulce" di Sud chiama Nord presentata per l'esenzione: è il caso anche di Federico per Messina, il simbolo più giallo di tutta la coalizione (con il nome quasi colloquiale tinto di rosso per risaltare meglio, oltre che per ribadire la combinazione cromatica legata a Messina). 
 

24) Messina protagonista

L'ultimo contrassegno della coalizione presentata in appoggio a Basile è Messina protagonista, sempre basato sul rosso (dello sfondo, sul quale emerge una stilizzazione di alcuni monumenti messinesi) e sul giallo. Sicuramente una coalizione così nutrita ha attirato l'attenzione di commentatori e studiosi, interessati al risultato (del candidato, della coalizione e delle singole liste), ma anche a eventuali strascichi contenziosi, allo stato possibili - e dall'esito non prevedibile - ma che potrebbero anche non sorgere.
 

Gaetano Sciacca

25) Rinascita Messina

Il sorteggio ha collocato in penultima posizione il quarto candidato sindaco, Gaetano Sciacca, già candidato sindaco con il M5S nel 2018. Questa volta si presenta sostenuto da una propria lista civica, Rinascita Messina: nel simbolo in alto c'è lo stemma della Trinacria, sotto c'è il nome in verde chiaro, mentre sotto ci sono sei case stilizzate verdi, collocate a gruppi di tre - con il sole stilizzato nel mezzo - su due porzioni di terreno (una gialla, con la scritta "48 villaggi - 1 Città") e una verde, contenente il riferimento al candidato sindaco. Non è candidato ma sostiene Sciacca anche Angelo Giorgianni, l'ex magistrato che come avvocato (insieme a Paolo Starvaggi) ha difeso i ricorrenti che avevano chiesto l'annullamento delle elezioni e che ha creato il movimento Sicilia sovrana, cui Rinascita Messina aderisce.
 

Letterio Valvieri detto Lillo

26) Lillo Valvieri sindaco

L'elenco degli aspiranti al ruolo di sindaco di Messina si chiude con Letterio "Lillo" Valvieri, anch'egli già legato al M5S e questa volta pronto a correre da solo, sostenuto dall'unica lista Lillo Valvieri sindaco. Qui a dominare decisamente è il colore blu, che tinge il fondo e le sagome di alcuni dei monumenti (si riconoscono, tra gli altri, la Fontana del Nettuno e il Duomo), facendo risaltare anche il cognome del candidato proposto in giallo come elemento più evidente del contrassegno.

martedì 19 maggio 2026

Venezia, simboli e curiosità sulla scheda

In Veneto un solo capoluogo di provincia è chiamato a rinnovare la propria amministrazione il 24 e 25 maggio, ma è di particolare peso specifico: si tratta infatti del capoluogo di regione, Venezia. Dopo due mandati piucchepieni da sindaco di Luigi Brugnaro, il comune si prepara necessariamente a cambiare guida.
A contendersi il ruolo più rilevante dell'amministrazione veneziana saranno ben otto persone, sostenute in tutto da 20 liste. Si tratta di un numero rilevante: cinque anni e mezzo fa - a dispetto del numero di firme da raccogliere significativamente ridotto - i simboli sulla scheda furono 18 (ma gli aspiranti sindaci erano uno di più, nove); nel 2015, però, le liste erano state 23, presentate in appoggio anche in quel caso a 9 candidati alla carica di sindaco.
   
* * *
 

Pierangelo Del Zotto

1) Prima il Veneto.

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la candidatura di Pierangelo Del Zotto, commercialista veneziano di lungo corso, esperto in revisione contabile, assessore al bilancio per alcuni anni della giunta provinciale veneziana di Francesca Zaccariotto (2009-2013), già militante leghista. Questa volta Del Zotto si candida sostenuto dalla lista Prima il Veneto. (con il punto che fa parte del nome, quasi a non ammettere repliche o eccezioni, con fermezza); si tratta dell'associazione fondata dagli espulsi dalla Lega/Liga nel 2013, quando segretario nazionale era Flavio Tosi. Il simbolo pone il nome blu scuro su uno sfondo verde sfumato radicale su cui si staglia la sagoma della regione, di colore giallo come il leone di San Marco con l'Evangeliario aperto; il cerchio è bordato da una circonferenza discontinua verde, che ricorda un po' quella di Prima il Nord! di Diego Volpe Pasini.
 

Luigi Corò

2) Futuro per Venezia Mestre

Si presenta sostenuto da una sola lista anche Luigi Corò, già assessore a Mirano (e candidato sindaco a Mira nel 2022), presidente del Cmp (Comitato Marco Polo) a difesa del cittadino e persona nota per varie campagne contro il degrado della città. La sua lista, inattesa anche dai media (ma presentata per prima), è Futuro per Venezia Mestre: il nome (bianco e giallo su fondo blu con un elemento tricolore) richiama in qualche modo il partito Futuro nazionale, fondato da Roberto Vannacci, al quale Corò e vari candidati sembrano aderire (al pari dell'autenticatore delle firme, Stefano Valdegamberi). Formalmente, però, la lista è civica, con caratteri diversi da quelli di Fn, così come sono lievemente diverse le tinte (il blu e il giallo sono più scuri) ed è diverso il tricolore (una striscia leggermente ondulata e nessun riferimento nominale al candidato sindaco o al progetto vannacciano (che, non essendosi ancora strutturato come partito, formalmente non corre alle elezioni).
 

Simone Venturini

3) Fratelli d'Italia

La terza candidatura, in ordine di estrazione, è quella di Simone Venturini, 38 anni, tre consiliature alle spalle, una da consigliere (2010-2015, eletto con l'Udc a sostegno del centrosinistra) e due da assessore delle giunte Brugnaro. Potrà contare sul sostegno di sei liste, quasi tutte riconducibili al centrodestra. La prima sorteggiata è quella di Fratelli d'Italia, che a Venezia presenta il suo contrassegno elettorale varato ufficialmente alle europee del 2024 (al di là di qualche esperimento condotto in precedenza), con il nome del partito in alto, il riferimento alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al centro (entrambi su fondo blu) e - sotto una striscetta tricolore - la fiamma tricolore con base rettilinea. Capolista è il filosofo Stefano Zecchi, nel 2020 candidato sindaco per il Partito dei Veneti; Fdi parte dal 6,56% di cinque anni e mezzo fa.

4) Partito dei Veneti

La seconda formazione che costituisce la compagine a favore di Venturini è proprio il Partito dei Veneti, presenza già incontrata più volte nelle elezioni di vario livello (comunali e regionali) celebrate sul territorio regionale a partire dalla sua fondazione (nel 2019), anche se spesso ha corso in solitaria, con propri candidati sindaci o presidenti. Il simbolo, intatto, ripropone il leone marciano giallo del tempo di pace (con il libro dei Vangeli aperto e tenuto con la zampa dal leone alato, ma senza la scritta "Paxe") su fondo rosso in alto e il nome bianco e giallo su fondo blu in basso. 
 

5) Unione di centro

Fa parte della coalizione a sostegno di Venturini anche l'Unione di centro, confermando - come nel 2020 - il proprio posizionamento all'interno del centrodestra (mentre nel 2015, come detto, aveva sostenuto il candidato di centrosinistra Giorgio Orsoni). Il simbolo impiegato è quello uffudc naziciale nazionale: l'unica piccola - ma significativa - modifica è l'eliminazione della parola "Italia" nel segmento rosso superiore, sostituita con il riferimento alla città lagunare, senza che sia citato invece l'aspirante sindaco all'interno del contrassegno.
 

6) Simone Venturini sindaco

Per la precisione, l'unica lista della coalizione che appoggia Venturini a contenere un riferimento al candidato sindaco è proprio la civica più vicina all'assessore uscente e aspirante primo cittadino, Simone Venturini sindaco. Il magenta - che insieme al giallo, scelto come colore "ispirato da serenità, gioia e luce", tinge una parte del cerchio, in particolare il segmento entro il quale è inserita la parola "sindaco" - ricorda molto il colore che aveva caratterizzato le campagne elettorali (vittoriose) di Luigi Brugnaro, su scelta di Mauro Ferrari e Paolo Bettio, nonché il simbolo di Coraggio Italia. E non a caso vari candidati di questa nuova lista erano già presenti nella civica Luigi Brugnaro sindaco. Incidentalmente si nota che tra le forze politiche a sostegno di Venturini, pur senza spendere il simbolo, c'è anche Azione.
 

7) Lega

Se nel 2020 la lista Brugnaro aveva superato il 30%, la seconda formazione più votata della coalizione vincitrice (con il 12,37%) era stata la Lega. Il contrassegno schierato è esattamente identico a quello impiegato cinque anni e mezzo fa, con il riferimento nominale (a sinistra) e grafico (a destra) alla Liga Veneta: il Leone di San Marco in tempo di pace, colorato di giallo (tipico del simbolo storico della Liga), convive con il léon da guèra collocato sullo scudo di Alberto da Giussano. Nel segmento inferiore blu, proprio come nel 2020, c'è solo il cognome di Matteo Salvini, senza altri riferimenti locali. 
 

8) Forza Italia

La coalizione a trazione centrodestra che appoggia la candidatura di Venturini si completa con la lista di Forza Italia, partito che negli ultimi due appuntamenti elettorali ammnistrativi veneziani è parso in difficoltà (3,77% nel 2015, 2,72% nel 2020). Fi conferma comunque la sua presenza, con il simbolo che nella parte prevalente (superiore, a fondo bianco) mantiene la bandierina tricolore di Cesare Priori (questa volta raffigurata per intero, non priva della parte superiore come nel 2020), il cognome di Silvio Berlusconi e il riferimento al Ppe; nel segmento inferiore blu c'è invece il riferimento al comune di Venezia, un po' meno compresso rispetto alla parte superiore del contrassegno.
 

Michele Boldrin

9) Ora!

La quarta candidatura, secondo l'ordine del sorteggio, è quella di Michele Boldrin, economista, docente presso la Washington University in St. Louis e segretario di Ora!, il partito promosso con Alberto Forchielli. Si tratta dell'uscita più rilevante finora per questa forza politica (dopo le suppletive nel collegio di Padova - Selvazzano Dentro dello scorso marzo): il simbolo del partito - "il nome 'ORA!' e, a ciascun lato, tre semicerchi di arco e spessore progressivamente crescenti verso l’esterno, di colore nero su sfondo giallo" - è integrato con il riferimento a Venezia e, in basso, un segmento blu sfumato con l'espressione "Michele Boldrin sindaco", con il cognome del candidato in evidenza. 
 

Roberto Agirmo

10) Resistere Veneto

Quinto aspirante alla carica di sindaco è Roberto Agirmo, imprenditore turistico, candidato sindaco a Marcon nel 2017 per Indipendenza Noi Veneto (soggetto di cui era tra i promotori; si era proposto pure alle regionali del 2015 nella circoscrizione di Venezia). Lo sostiene la lista Resistere Veneto, per cui lo stesso Agirmo era candidato consigliere alle ultime regionali. Il simbolo è lo stesso di pochi mesi fa, quando l'aspirante presidente della regione era il medico Riccardo Szumski, che in questo caso è il capolista: per questo, nel contrassegno a fondo rosso e blu, che nella parte superiore contiene il leone di San Marco raffigurato "in moléca" (o "moéca") - cioè accovacciato e in posizione frontale, con le ali a ventaglio - non suona troppo strano che appaia il nome del capolista e non del candidato sindaco, peraltro dell'unica lista che lo appoggia.
 

Claudio Vernier

11) Città vive

Come sesto candidato il sorteggio ha indicato Claudio Vernier, anch'egli imprenditore (è titolare del Caffè al Todaro), in passato presidente dell'associazione piazza San Marco. Anche lui è appoggiato da una sola lista, Città vive, qualificata - così si legge su VeneziaToday - come che raccoglie diversi attivisti veneziani, e che si descrive come . "forza civica composta da cittadini indipendenti che già si sono dati da fare con associazionismo e volontariato", "libera dai partiti e dalle ideologie". Il simbolo infatti non ha alcuna connotazione politica: la parte superiore, che contiene il nome del candidato, è di colore blu chiaro sfumato, mentre quella inferiore (separata dall'altra da un elemento bianco curvilineo, che sembra dividere il cielo dal mare), contiene la denominazione - su due righe, con la parola "vive" in evidenza e il puntino della "i" verde - su fondo viola (in qualche modo il colore e il carattere ricorda le grafiche di Volt, che - salvo errore - ha partecipato all'elaborazione del programma).
 

Andrea Martella

12) Pace salute lavoro

Il settimo aspirante sindaco è Andrea Martella, senatore dem, sostenuto dal centrosinistra in versione "campo larghissimo" (anche se in effetti, come si è visto, manca qualche pezzo). Quella che appoggia Martella è la coalizione più nutrita, formata da sette liste. La prima, in ordine di sorteggio, è Pace Salute Lavoro, la stessa vista nella coalizione di centrosinistra alle ultime regionali venete; proprio come allora, alla lista concorre in modo visibile il Partito della rifondazione comunista, il cui simbolo figura su fondo verde nella parte inferiore del cerchio, mentre la parte superiore - rigorosamente rossa - contiene il nome scelto per la formazione elettorale.

13) Partito democratico

La seconda lista che appoggia Martella è quella espressione della sua stessa formazione politica, vale a dire il Partito democratico. Se nel 2015 il Pd aveva presentato il suo simbolo ufficiale senza alcuna altra aggiunta, questa volta come cinque anni e mezzo fa è stato inserito il riferimento al candidato sindaco (anchde allora espresso dai dem); se però per Pier Paolo Baretta il segmento circolare inferiore era di colore verde (il Pd aveva superato il 19%), in questo caso per Martella quella parte di sfondo si tinge di rosso (una scelta cromatica più in linea con il percorso politico dello stesso Martella).
 

14) Terra e Acqua 2026

Tra le liste su cui Martella potrà contare c'è anche Terra e Acqua 2026, aggiornamento di Terra e Acqua 2020 vista alle precedenti elezioni comunali a sostegno della candidatura di Marco Gasparinetti, ancora impegnato presso la Commissione europea; questa volta Gasparinetti - eletto nel 2020 in consiglio - è capolista e la sua formazione ha scelto di aderire al "campo larghissimo" e di sostenere il suo candidato. Il simbolo è praticamente identico a quello impiegato cinque anni e mezzo fa: nel cerchio dominano i confini veneziani di terra ed acqua, con gli elementi indicati in verde e in blu; ci sono ancora tre punti di posizione che corrispondono a Venezia, Mestre e Marghera; è stato aggiornato solamente l'anno.
  

15) MoVimento 5 Stelle

Trattandosi di "campo larghissimo", alla coalizione appartiene anche il MoVimento 5 Stelle, che nelle tre precedenti elezioni comunali aveva sostenuto da solo propri candidati; l'ultima, Sara Visman, diventata consigliera anch'ella nel 2020 (la lista sfiorò il 4%), è ora la capolista. Il simbolo è l'ultima versione dell'emblema del M5S, con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica (cinque anni e mezzo fa c'era il sito Ilblogdellestelle.it); il nucleo grafico del contrassegno, però, è rimasto intatto rispetto alle partecipazioni elettorali precedenti.
 

16) Venezia è tua

Faceva già parte della coalizione che nel 2020 aveva appoggiato la candidatura di Baretta la lista Venezia è tua, allora promossa da +Europa, Italia viva e Partito socialista italiano. Guidata dall'ex sindaco Ugo Bergamo, questa volta si qualifica semplicemente come "movimento civico". Il contrassegno questa volta non contiene nessun simbolo di partito, ma si fonda semplicemente su due colori: rosso (un tempo amaranto) e bianco, con il secondo che tinge una sorta di cuore che contiene il concetto centrale del nome ("è tua", nel 2020 collocato al di fuori, insieme al riferimento alla città). 
 

17) Venezia riformista

I simboli dei partiti citati prima, presenti all'interno della lista Venezia è tua nel 2020, si trovano piuttosto nel simbolo di Venezia riformista, formazione che mostra qualche parentela grafica - oltre che politica - con Uniti per Manildo presidente, vista alle scorse regionali. Il nome e la campitura sfumata blu-fucsia della parte superiore rimandano direttamente al progetto di Casa riformista, promosso da Italia viva ma aperto alle forze che condividono quell'area politica: non a caso, al centro si trovano le miniature di Avanti (il progetto elettorale del Psi), Iv, +Europa e anche di Radicali Venezia. Da segnalare la dicitura nella parte inferiore: "La politica dell'uguaglianza". 
 

18) Alleanza Verdi e Sinistra

Completa la coalizione del "campo larghissimo" schierata a favore di Andrea Martella la lista di Alleanza Verdi e Sinistra, che trova il suo antecedente nella lista Verde progressista che sostenne Baretta cinque anni e mezzo fa: Il capolista, l'ex parlamentare e assessore Gianfranco Bettin, era stato tra i promotori della lista alle scorse elezioni amministrative (il 4.93% aveva portato un consigliere eletto). Il simbolo utilizzato in quest'occasione è lo stesso coniato in vista delle elezioni politiche del 2022 - e ripresentato identico in occasione delle europee di due anni fa - senza alcuna variazione. 
 

Giovanni Martini detto Andrea

19) Tutta la Città insieme!

Ultimo aspirante sindaco in questa tornata elettorale veneziana è Giovanni "Andrea" Martini, candidato anche nel 2020 al di fuori delle coalizioni principali (fu eletto in consiglio) ed ex presidente della municipalità Murano-Burano (2010-2015). Come all'appuntamento precedente, si presenta sostenuto da due liste, la prima delle quali aveva già concorso alle ultime elezioni: Tutta la Città insieme!, formazione civica, mantiene identico il suo simbolo che, su fondo bianco bordato di rosso, presenta l'impronta multicolore di una mano sulla quale sembrano vedersi altre mani (con il nome della lista sul palmo eil riferimento al candidato subito al di sotto).  
 

20) ABC Ambiente Bene Comune

La seconda lista presentata in appoggio a Martini è ABC Ambiente Bene Comune, anch'essa in qualche modo in continuità con la candidatura precedente: nel 2020, infatti, la seconda lista era Per Mestre e Venezia - Ecologia e solidarietà, aveva dunque una sensibilità ambientalista e soprattutto tra i promotori c'era l'ex parlamentare Michele Boato; lui figura anche questa volta nel simbolo, il cui elemento dominante è un cuore verde che reca al centro la sagoma bianca di una bicicletta, richiamo di una mobilità lenta e sostenibile.
 

venerdì 15 maggio 2026

La rosa nel pugno o la camelia col manrovescio? Storie di 50 anni fa

Gli anniversari tondi fanno sempre comodo, che si tratti di ricordare persone o avvenimenti; per i secondi, però, le ricorrenze sono ancora più preziose, perché consentono di ricostruire ciò che stava intorno a un fatto, che non è mai isolato. C'è sempre un "prima", un "dopo", qualche "perché" che guarda indietro e qualche altro che guarda avanti, perché i fatti da mettere in fila - i puntini da riunire con una linea - sono tanti e a volte emergono anche a parecchia distanza. Il racconto dei simboli della politica e delle elezioni, per fortuna, è pienamente immerso in questa dinamica, così proprio oggi i #drogatidipolitica non possono evitare di ricordare un episodio di cui si finì per parlare in modo consistente per settimane e che lasciò tracce rilevanti negli anni a venire, ancora ben visibili nella pratica elettorale di oggi.
Occorre tornare, dunque, indietro di cinquant'anni esatti, al 15 maggio 1976. In quella primavera si respirava parecchia tensione nel Paese in vista delle seconde elezioni realmente anticipate della Repubblica. Le prime quattro legislature della Camera, infatti, si erano concluse alla fine del quinquennio (mentre il Senato, che allora durava sei anni, era stato sciolto con un anno di anticipo, fino alla riforma costituzionale del 1963 che uniformò la durata delle Camere). La quinta, invece, era terminata un anno prima - nel 1972, dunque - soprattutto perché era emersa con forza l'idea che fosse opportuno rinviare il referendum sulla legge n. 898/1970, che aveva introdotto lo scioglimento del matrimonio: la battaglia referendaria sul divorzio avrebbe rischiato di alimentare ancora di più l'instabilità politico-sociale (con il centrosinistra in pezzi e gli "anni di piombo" che facevano sentire tutto il loro peso), quindi si era preferito disinnescarla, almeno per un po', sfruttando l'art. 34 della legge n. 352/1970 (quella che regola, tra l'altro, i referendum popolari), che di fatto sospende e rinvia di oltre un anno la consultazione in caso di scioglimento anticipato anche solo di una Camera. 
Un'intenzione molto simile animò i partiti - che nei quattro anni della VI legislatura avevano fatto succedere cinque governi e altrettante formule politiche - proprio nel 1976, quando pochi mesi prima la Corte costituzionale aveva ammesso altri due referendum: uno (presentato, tra gli altri, da Vito Quaglietta, Dina Gabrielli, Giuseppe Ibrido e Cesare Mancini) intendeva abrogare l'intera legge n. 195/1974, che su proposta del democristiano Flaminio Piccoli aveva introdotto le prime forme di finanziamento pubblico ai partiti e ai gruppi parlamentari, mentre l'altro mirava a cancellare varie disposizioni del codice penale in materia di aborto. Il secondo quesito era direttamente riconducibile al Partito radicale, tant'è che i dodici promotori avevano scelto di eleggere domicilio proprio presso la sede del partito (allora sita in via di Torre Argentina, ma al numero 18, mentre in seguito si sarebbe trasferita al numero 76, dov'è tuttora): tra coloro che avevano presentato il quesito, c'erano Marco Pannella, Maria Luisa Galli (già suora, abbandonò il suo ordine dopo aver scelto di sostenere l'introduzione del divorzio) e Livio Zanetti, direttore dell'Espresso. Il 1° maggio, dunque, il presidente della Repubblica Giovanni Leone - che peraltro in quel periodo era sotto tiro anche per il "caso Lockeed" - sciolse le Camere e contestualmente dispose il nuovo voto per il 20 e il 21 giugno: il referendum sui partiti si sarebbe tenuto nel 1978, mentre quello sull'aborto di fatto non si tenne mai, essendo stata nel frattempo approvata in quello stesso anno la legge n. 194 (oggetto a sua volta di due quesiti referendari di segno opposto, su cui gli elettori si sarebbero espressi nel 1981).
All'inizio di maggio, dunque, fu ufficialmente avviata la "macchina elettorale", nei giorni in cui il Partito comunista italiano sognava il sorpasso sulla Democrazia cristiana (sull'onda dei risultati delle elezioni amministrative e regionali del 1975) e quest'ultima aveva mobilitato tutte le sue energie perché quell'esito non si producesse. Tornando alla "macchina", tuttavia, occorre ricordare che in quell'occasione sperimentò dei tempi più ristretti, per ridurre tensioni e costi del periodo elettorale: se fino al 1972 i partiti e i gruppi politici potevano depositare il loro simbolo presso il Ministero dell'interno tra il 68° e il 62° giorno prima del voto (con tre giorni di tempo per l'esame di ammissibilità), per poi depositare le liste presso le corti d'appello tra il 55° e il 45° giorno prima delle elezioni, dopo l'approvazione della legge n. 136/1976 i simboli dovevano essere presentati tra il 44° e il 42° giorno prima delle elezioni, mentre le liste sarebbero dovute arrivare agli uffici elettorali circoscrizionali tra il 35° e il 32° giorno precedenti il voto (tempi ulteriormente ridotti nel 1991).
Tra i contrassegni elettorali depositati al Viminale tra il 7 e il 9 maggio 1976 c'era anche il simbolo del Partito radicale: non quello della "Marianna" col berretto frigio (depositata negli anni precedenti e utilizzata in precedenti consultazioni), ma quello con la rosa nel pugno. Si trattava, ovviamente, di una rielaborazione del fregio - "le poing et la rose" - creato da Marc Bonnet e adottato dal Parti socialiste francese, già impiegato dal Partito radicale nel suo 15° congresso pochi mesi prima (tenutosi a Firenze dal 1° al 4 novembre 1975, verosimilmente - come appurato da ricerche di Samuele Sottoriva cui questo sito ha volentieri dato spazio - senza che ne sapessero ufficialmente qualcosa i socialisti d'Oltralpe e nemmeno l'autore francese del simbolo, che poi avrebbe vinto la causa contro il partito italiano, ottenendo in seguito il riconoscimento atteso). 
Si trattava di un periodo impegnativo per i radicali italiani: il 30 marzo 1976 - data conosciuta grazie alle ricerche di Lanfranco Palazzolo, cui fa tutta la gratitudine di chi scrive - nacque ufficialmente "Radio Pannella" (come la chiamò il Corriere d'informazione del 27 marzo), che poi sarebbe diventata Radio Radicale: nata per supportare la campagna elettorale a sostegno dell'interruzione volontaria di gravidanza (in previsione del referendum che non si sarebbe celebrato), avrebbe continuato la propria attività in-formativa che tuttora esercita, anche grazie a un archivio che non conosce eguali (e per questo va tutelato in ogni modo possibile).
Quel simbolo della rosa nel pugno - rigorosamente in bianco e nero, come tutti gli altri - avrebbe accompagnato le liste del Partito radicale, presentate - col sostegno di almeno 350 elettori per ogni collegio - presso le Corti d'appello italiane tra il 16 e il 19 maggio; c'era ancora la possibilità di un patto federativo con il Partito socialista italiano (alle ultime elezioni con il simbolo di Sergio Ruffolo con falce, martello, sole e libro), ma quell'accordo - che sarebbe stato possibile anche grazie all'esenzione dalla raccolta firme, introdotta proprio dalla citata legge n. 136/1976 - non andò in porto.
Le cancellerie delle Corti d'appello, come si diceva, avrebbero ricevuto le liste e gli altri documenti per le candidature a partire dalle ore 8 del 16 maggio, ma l'ordine con cui ci si presentava agli uffici era tutto meno che irrilevante: l'art. 24 del testo unico per l'elezione della Camera (il d.P.R. n. 361/1957), infatti, prevedeva che l'Ufficio centrale circoscrizionale assegnasse "un numero a ciascuna lista ammessa, secondo l'ordine di presentazione", numero che avrebbe determinato la posizione sulle schede elettorali e sui manifesti delle candidature. Fin dall'inizio dell'esperienza repubblicana, dunque, arrivare davanti alle Corti d'appello con largo anticipo per assicurarsi il numero 1 avrebbe portato a ottenere il primo posto sulla scheda: una posizione riconoscibile e facile da comunicare ai militanti, come dimostra benissimo il racconto In alto a sinistra di Bruno Magno, riferito alle elezioni del 1968.
Proprio per la visibilità che assicurava, la prima posizione poteva fare gola ad altre forze politiche; e se la Democrazia cristiana aveva sempre cercato di depositare per ultima, per il Partito radicale il posto "in alto a sinistra" poteva essere un'ottima occasione per far emergere il nuovo simbolo (votabile, magari, anche da chi lì aveva sempre trovato la falce e il martello) e sperare di raggiungere per la prima volta il Parlamento, così da poter condurre meglio le proprie battaglie. Era facile immaginare, però, che i comunisti non fossero facilmente disposti a rinunciare al posto che il loro simbolo aveva sempre occupato.
Il 14 maggio, dunque, i quotidiani - incluso il Corriere della Sera, cui appartiene il ritaglio riportato a fianco - diedero notizia dell'incontro tra Gianfranco Spadaccia, segretario del Partito radicale, e Francesco Cossiga, ministro dell'interno in carica: il primo chiese di vigilare sull'ordine pubblico in sede di presentazione delle liste, annunciando il rispetto delle regole ma pretendendo altrettanto dallo Stato e dagli altri partiti, soprattutto - pareva di capire - nei luoghi in cui erano stati i radicali a mettersi in fila per primi, parecchie ore o giorni prima dell'apertura del deposito; il secondo assicurò che avrebbe dadto disposizioni per evitare "incidenti e turbative di alcun genere" durante il deposito delle liste. Non era solo questo l'impegno del Partito radicale in quei giorni: Pannella e gli altri, infatti, lamentavano l'esclusione dai dibattiti televisivi, fino a quel momento riservati ai partiti già presenti in Parlamento (non essendo ancora state presentate le liste) e annunciò l'avvio del digiuno nei giorni successivi perché fosse garantito un accesso più equo delle forze politiche ai media.  
Quello stesso 14 maggio, però, più di qualche scaramuccia tra radicali e comunisti (di solito presenti in numero molto maggiore) finì per scatenarsi, tra accuse reciproche di violenze e provocazioni; scaramucce che divennero più consistenti il giorno dopo, quando ormai mancavano poche ore al deposito. Ciò sarebbe accaduto in vari luoghi d'Italia, incluso Milano: lì, tra i militanti radicali, c'era anche - come riporta sulla Repubblica, quodiano nato da pochi mesi, Giorgio Rossi, futuro autore con Antonio Caprarica della Ragazza dei passi perduti, giallo fantapolitico imperdibile per i #drogatidipolitica - Mercedes Bresso, futura presidente della Regione Piemonte. Per il Partito radicale si sarebbero verificati - racconta sempre Rossi - "botte, calci, spintoni un po' dappertutto [...], alcuni contusi, alcuni apprezzamenti pcoo garbati ('repressi, mascalzoni', gridavano i radicali a Milano; e i comunisti: 'Finocchi, rompicoglioni')". Quanto bastava, insomma, perché la giornata fosse per lo meno rovente, mentre l'Italia da oltre una settimana guardava soprattutto al Friuli, dopo il terremoto del 6 maggio che segnò per sempre la gente di quelle terre.
Era improbabile, in ogni caso, che i radicali lasciassero correre gli episodi da loro stessi denunciati. Così, stando a quanto vari quotidiani riportarono il 16 maggio, verso le 17 e 30 o poco più tardi, circa trenta militanti radicali, con Marco Pannella in testa, si recarono in via delle Botteghe Oscure, dall'altro lato della strada rispetto al portone del numero 4, quello della sede del Partito comunista italiano. Erano lì per protestare proprio contro le aggressioni che sostenevano di avere subito dai militanti comunisti davanti alle Corti d'appello di varie città d'Italia, nell'attesa che si aprisse la presentazione delle liste: indossavano cartelli con scritte inequivocabili e poco votate alla diplomazia ("Berlinguer, hai scatenato i tuoi teppisti?", "Pci, con i pestaggi volete costruire la società socialista?" e via cartellonando) e non mancavano di dare voce alle loro ragioni aiutandosi con un megafono, il tutto mentre il portone della sede comunista era presidiato da varie persone del servizio d'ordine.
Poteva bastare perché di questo si occupassero i giornali, ma difficilmente sarebbe bastato a chi - da una parte e dall'altra della strada - era parte di quella scena. A quanto si apprende, a un certo punto - dopo una mezz'ora circa - lo stesso megafono di prima avrebbe amplificato un proposito: "La nostra risposta alle violenze è da compagni: vi offriamo dei fiori". Per tutta risposta, Pannella e altri quattro o cinque militanti si sarebbero avvicinati al portone del numero 4, portando con sé "margherite e anemoni". Il gesto non sarebbe stato compreso o comunque apprezzato dai militanti del servizio d'ordine: questi rientrarono immediatamente nella sede, chiudendo il portone. Ciò non bastò a scoraggiare la truppa radicale, che scelse di posare lì i fiori e magari anche di infilarli tra i battenti del portone stesso. A quel punto, come si poté leggere sul Messaggero (in un resoconto non firmato sulle pagine della cronaca di Roma), "il portone si è aperto di scatto, ed un giovane di bassa statura, vestito con pantaloni e maglione blu, ha sferrato uno schiaffo al leader radicale". Altre fonti - incluso lo stesso Pannella intervistato da Rossi sulla Repubblica - parlano di pugno, che comunque attraverso i battenti del portone avrebbe colpito Pannella in pieno viso. "Ti basta o vuoi darmene un altro?" avrebbe detto sempre Pannella (anche se sul Corriere si legge "Allora dammene anche un altro") e, porgendo virtualmente l'altra guancia, sarebbe stato subito accontentato.
La versione radicale, ovviamente, fu completamente smentita dal Partito comunista italiano, tanto con riguardo ai disordini in sede di presentazione delle liste ("In realtà - si lesse in un comunicato - sono stati i presentatori delle liste comuniste che in alcune località sono stati oggetto di violenza da parte di esagitati. Per alcuni giorni elementi del Partito radicale sono andati preparando questa ridicola montatura che ha soltanto un evidente scopo elettoralistico") quanto con riferimento ai fatti di via delle Botteghe Oscure. 
"Di fronte alte notizie diffuse dal Partito radicale e raccolte da alcuni organi di informazione su presunti atti di violenza compiuti da militanti comunisti nei confronti di esponenti radicali - si legge sull'Unità del 17 maggio - l'ufficio stampa del Pci ribadisce che si è trattato di una palese montatura. Le notizie non sono state controllate da parte di chi le ha pubblicate. In verità ci si è trovati in presenza di atteggiamenti provocatori dovuti esclusivamente ad iniziative del Partito radicale per suoi scopi pubblicitari ed elettoralistici. Come è evidente, si tenta inoltre di introdurre diversivi anticomunisti nel confronto elettorale". 
Spadaccia, Adele Faccio e Angelo Coppola il 17 maggio tennero una conferenza stampa all'Hotel Minerva (quello che nel 1994 tenne a battesimo il Centro cristiano democratico) annunciando il digiuno "fino alla morte o fino a che giustizia non sia stata resa", soprattutto per ottenere pari trattamento dalla Rai, ma anche denunciando gli episodi di violenza legati alla presentazione delle liste. "Avevamo proposto - disse Spadaccia, come riportato il 18 maggio da Antonio Padellaro in un suo articolo sul Corriere - ai compagni comunisti un sorteggio dei posti in lista ma non ne hanno voluto sapere", così come non sarebbe stata accolta una nuova proposta radicale di far svolgere una corsa nei pressi della Corte d'appello tra un rappresentante per ogni partito per determinare l'ordine di priorità ("I comunisti che erano un centinaio si sono disposti a testuggine davanti all'ingresso - raccontò il candidato al Senato Andrea Bises - e per noi non c'è stato niente da fare").
om'è noto, il 20 e il 21 giugno il simbolo della rosa nel pugno ottenne alla Camera 394439 voti, pari all'1,07%, sufficienti a fare scattare quattro seggi. Un risultato tutto meno che irrilevante, dal momento che riuscì a portare a Montecitorio un partito che fino a quel momento era rimasto escluso dalle aule parlamentari. Gli eletti radicali ottennero ciò che volevano (e iniziarono subito a mettere a dura prova il regolamento della Camera) e non si può affatto escludere che lo spazio dato dai media agli eventi di metà maggio - comunque siano andati, qualunque cosa sia stata davvero fatta o detta - abbia concorso all'elezione di Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini. 
Proprio quegli eventi di maggio, però, non smisero di lasciare tracce. Il 30 settembre 1976, infatti, nel suo corsivo di prima pagina sull'Unità, intitolato Un po' di aristocrazia, Fortebraccio (all'anagrafe Mario Melloni) criticò a modo suo Marco Pannella: ne riconobbe i meriti e affermò di provare per lui "una cordiale simpatia", ma se la prese con "la sua mancanza d'anima popolare e la sua irrefrenabile albagia aristocratica", accusandolo di non sapersi "mai mettersi nei panni di un operaio, di un metalmeccanico, di un bracciante: costoro, pur battendosi per cause non meno giuste, e umane, che quelle di cui Pannella è alfiere, non provocherebbero mai lo spintone, che invece il leader radicale 'attende'. perche i lavoratori sanno che in questura, in galera, fra le guardie, agli spintoni seguono botte, maltrattamenti e addirittura torture. Un poveretto non sognerebbe con speranza le manette, perché non sa mai se e quando gliele toglieranno. In Pannella non c'è mai l'orrore del male fisico che viene dalla miseria, ma sempre la spavalderia, assai spesso divertita, che discende dalla consuetudine della sicurezza di classe. Pannella non sembra conoscere la 'paura' dei poveri. Sembra sempre un marchese che va alla ghigliottina, cantando sulla charrette. Pannella sa che nessuno, mai lo dimenticherebbe, mentre i poveri sanno che tutti, sempre, si dimenticano di loro". E proprio in quel giudizio severo - pur sempre scritto con stile - riemerse l'episodio pre-elettorale di qualche mese prima: "Noi non siamo in nessun caso per la violenza. Ma ricordiamo bene che durante l'ultima campagna elettorale, Pannella ha bussato al portone delle Botteghe Oscure e ai compagni della vigilanza innervositi, stanchi, preoccupati, che hanno aperto guardinghi uno spiraglio, egli ha presentato, salvo errore, una camelia. Quelli gli hanno 'ammollato', pare, un manrovescio. Il fatto è controverso, ma se è vero, sappiate, compagni, che avete fatto benissimo".
.Ora, l'errore probabilmente c'era, visto che tutti i giornali a maggio avevano parlato di margherite o di anemoni. Ma chi pensava che il discorso finisse lì, tanto per cambiare, si sbagliava. Il 12 dicembre, infatti, sulla prima pagina del Corriere della Sera apparve - di spalla - un lungo testo intitolato Pannella al Pci: perché ce l'avete con noi? Nell'articolato cahier de doléances pannelliano, c'era anche una presunta "apologia dello schiaffo proletario" fatta da Fortebraccio per lo schiaffo "dato, come è stato dato, contro uno di noi". Tempo qualche giorno e, il 19 dicembre, tra le lettere al Corriere ne apparve una di tale Giovanni Gazzaniga da Vigevano: "L'on. Marco Pannella. nel suo intervento sul 'Corriere' parla ad un certo punto di 'schiaffo proletario', espressione, questa, usata da Fortebraccio sull'Unità. Poiché gli schiaffi erano una prerogativa del fascismo, osservo che chiunque usi un manrovescio in luogo del ragionamento e del civile confronto delle idee non può onorarsi della qualifica di 'proletario': è un fascista, e basta".
Il 21 dicembre Fortebraccio rispose, sempre sulla prima pagina dell'Unità, con un corsivo intitolato, con ironia, Elogio della sberla. Melloni negò di avere mai utilizzato l'espressione "schiaffo proletario", attribuibile a Pannella (che in effetti non l'aveva virgolettata), ma riconobbe quell'espressione come "felice"; di tutt'altro avviso fu circa la posizione del lettore che, attribuendo al fascismo "la prerogativa" degli schiaffi, avrebbe "in sostanza, voluto dare del fascista al nostro compagno del manrovescio, il che ci fa allegramente ridere. Il fascismo aveva ben altre 'prerogative' e noi vogliamo rivendicare qui, alla sberla, il suo carattere civile e persino affettuoso, quando e data al momento giusto e non varca i suoi limiti, come dire, fisiologici".
Merita di essere riportato per intero, questo "elogio della sberla": "Ma come? Tu sei lì a tener d'occhio un portone che da un momento all'altro può esser preso d'assalto. Sei inquieto, teso, allarmato. Bussano. Ci siamo. Apri guardingo uno spiraglio e vedi uno che ti porge una camelia. Che devi fare? Secondo il signor Gazzaniga non ci sono dubbi: devi chiamare un compagno e dirgli: 'Va' a prendere un vasetto pieno d'acqua fresca che ci infiliamo questo bel fiore' e poi rivolgerti a Pannella e parlargli cosi: Grazie, gentile amico. Venga un po' qua, se ha tempo, che facciamo qualche 'ragionamento' e poi procediamo a un 'civile confronto delle idee'. Si accomodi. Ma signor Gazzaniga, siamo giusti, non è meglio un manrovescio? La verità è che questi radicali hanno la mania di persecuzione e sono, secondo i nostri personali gusti politici, troppo delicati. Noi vogliamo un mondo senza violenza: non più attentati, non più galere per 'reati' d'opinione, non più bombe, non più distruzioni, non più spranghe di ferro, non più sangue. Ma per favore, salviamo, quando ci vuole, la sberla, che è la carezza dei momenti di rabbia: la vecchia, buona, domestica sberla, negazione della ferocia, incruenta affermazione di esuberanza e vanto d'ogni cuore generoso".
Il botta e risposta, che si sappia, terminò lì. Ma i fatti di maggio portarono i quattro deputati radicali a formulare una proposta di legge - presentata all'inizio di febbraio del 1978 - per introdurre il sorteggio dell'ordine dei contrassegni sulla scheda elettorale. 
"In occasione delle ultime elezioni politiche - si leggeva nella relazione - alcuni episodi di non lieve entità hanno posto in evidenza alcune incongruenze delle leggi elettorali relative alle modalità di determinazione dell'ordine progressivo di disposizione dei contrassegno delle varie liste nelle schede elettorali e [...] nei manifesti elettorali con i quali esse vengono presentate agli elettori dalle pubbliche autorità. [...] il primo posto sulla scheda viene attribuito ai presentatori che per primi siano stati in grado di presentarsi negli uffici stessi, e ciò in considerazione del fatto che ormai è invalso l'uso di presentarsi a detti uffici alcuni giorni prima della data fissata per l'inizio della ricezione delle liste dei candidati". Ricordando  E' avvenuto nella sopra ricordata occasione che i presentatori di liste del Partito radicale, per primi giunti da vari giorni agli uffici, [...] siano stati all'ultimo momento sopravanzati con la violenza da rappresentanti di lista del Pci, spalleggiati da folti gruppt di sostenitori che, invocando la 'tradizione' della priorità assoluta di tale lista, hanno imposto la loro precedenza nella presentazione. Ciò è stato reso possibile oltre che da colpevoli negligenze nella tutela della sicurezza, della libertà e dell’ordine, anche dall'assenza di una precisa normativa atta a garantire e documentare la precedenza ner giorni antecedenti all'apertura degli uffici. D’altro canto l'Ufficio centrale elettorale, respingendo il ricorso dei presentatori delle liste radicali, ha dichiarato di non poter entrare nel merito dei fatti che hanno determinato la priorità cosi come constatato attraverso i verbali di deposito delle liste, escludendo ogni rilevanza anche a fatti di violenza e di sopraffazione. E' evidente che tali episodi, e più ancora il non avervi saputo o potuto porvi rimedio, impongono di eliminarne l'occastone non potendosi tollerare che proprio l'atto iniziale della procedura elettorale sia caratterizzato da possibili sopraffazioni, che finiscano per ricevere una convalida dai provvedimenti successivi dell'Autorità preposta al governo delle attività elettorali e che vengano in qualche modo consacrate nel documento sottoposto all'elettore. Poiché del resto l'interesse alla presenza nell'ordine delle schede non può che essere costituito da un ingustificato e vano desiderio di dimostrare la capacita di mantenere una 'tradizione di primato', da un intento cioè meramente emulatorio, in quanto è impensabile che gli elettori non siano oggi in grado di riconoscere il simbolo del loro partito sulla scheda se non attraverso una particolare collocazione, sembra opportuno addivenire ad una diversa regolamentazione che tolga ogni rilevanza alla priontà della presentazione delle liste, determinando l'ordine di comparizione dei simboli sulla scheda attraverso sorteggio".
Per lungo tempo la proposta radicale non sarebbe stata tenuta in considerazione, ma la legge n. 53/1990 - la stessa che avrebbe ampliato in modo significativo il novero degli autenticatori delle firme - avrebbe introdotto finalmente il sorteggio della posizione sulla scheda; ancora oggi, è la sorte a definire l'ordine con cui candidati e contrassegni appaiono su manifesti e bollettini elettorali. Un annetto prima, la legge n. 95/1989 aveva consacrato l'altra innovazione richiesta dai radicali con la loro proposta del 1978, cioè il sorteggio degli scrutatori, volto ad "assicurare una rappresentanza e un controllo equi tra tutti i partiti concorrenti, evitando che le designazioni siano espressioni di maggioranze esistenti nei consessi amministrativi a ciò designati" e per evitare il rischio o il perpetrarsi di brogli e manipolazioni del voto; la legge n. 270/2005 - sì, proprio il Porcellum - sarebbe però tornata alla nomina degli scrutatori, probabilmente perché i sorteggiati troppo spesso si giustificavano e dovevano essere sostituiti, non si presentavano o risultavano fin troppo inesperti. Se da oltre trentacinque anni, insomma, il simbolo "in alto a sinistra" sulle schede non è più lo stesso elezione dopo elezione, ma è del tutto affidato al caso, lo si deve anche e soprattutto a ciò che accadde cinquant'anni fa - fuori dalle Corti d'appello e in via delle Botteghe Oscure, con una camelia che in realtà era un'anemone o, chissà, una margherita, per inciso tutti fiori finiti sulle schede elettorali - e alla tenacia di quei radicali che sempre cinquant'anni fa si intrufolarono nel Parlamento grazie agli elettori che votarono la rosa nel pugno e vi rimasero a lungo, costringendolo a evolvere.