venerdì 15 maggio 2026

La rosa nel pugno o la camelia col manrovescio? Storie di 50 anni fa

Gli anniversari tondi fanno sempre comodo, che si tratti di ricordare persone o avvenimenti; per i secondi, però, le ricorrenze sono ancora più preziose, perché consentono di ricostruire ciò che stava intorno a un fatto, che non è mai isolato. C'è sempre un "prima", un "dopo", qualche "perché" che guarda indietro e qualche altro che guarda avanti, perché i fatti da mettere in fila - i puntini da riunire con una linea - sono tanti e a volte emergono anche a parecchia distanza. Il racconto dei simboli della politica e delle elezioni, per fortuna, è pienamente immerso in questa dinamica, così proprio oggi i #drogatidipolitica non possono evitare di ricordare un episodio di cui si finì per parlare in modo consistente per settimane e che lasciò tracce rilevanti negli anni a venire, ancora ben visibili nella pratica elettorale di oggi.
Occorre tornare, dunque, indietro di cinquant'anni esatti, al 15 maggio 1976. In quella primavera si respirava parecchia tensione nel Paese in vista delle seconde elezioni realmente anticipate della Repubblica. Le prime quattro legislature della Camera, infatti, si erano concluse alla fine del quinquennio (mentre il Senato, che allora durava sei anni, era stato sciolto con un anno di anticipo, fino alla riforma costituzionale del 1963 che uniformò la durata delle Camere). La quinta, invece, era terminata un anno prima - nel 1972, dunque - soprattutto perché era emersa con forza l'idea che fosse opportuno rinviare il referendum sulla legge n. 898/1970, che aveva introdotto lo scioglimento del matrimonio: la battaglia referendaria sul divorzio avrebbe rischiato di alimentare ancora di più l'instabilità politico-sociale (con il centrosinistra in pezzi e gli "anni di piombo" che facevano sentire tutto il loro peso), quindi si era preferito disinnescarla, almeno per un po', sfruttando l'art. 34 della legge n. 352/1970 (quella che regola, tra l'altro, i referendum popolari), che di fatto sospende e rinvia di oltre un anno la consultazione in caso di scioglimento anticipato anche solo di una Camera. 
Un'intenzione molto simile animò i partiti - che nei quattro anni della VI legislatura avevano fatto succedere cinque governi e altrettante formule politiche - proprio nel 1976, quando pochi mesi prima la Corte costituzionale aveva ammesso altri due referendum: uno (presentato, tra gli altri, da Vito Quaglietta, Dina Gabrielli, Giuseppe Ibrido e Cesare Mancini) intendeva abrogare l'intera legge n. 195/1974, che su proposta del democristiano Flaminio Piccoli aveva introdotto le prime forme di finanziamento pubblico ai partiti e ai gruppi parlamentari, mentre l'altro mirava a cancellare varie disposizioni del codice penale in materia di aborto. Il secondo quesito era direttamente riconducibile al Partito radicale, tant'è che i dodici promotori avevano scelto di eleggere domicilio proprio presso la sede del partito (allora sita in via di Torre Argentina, ma al numero 18, mentre in seguito si sarebbe trasferita al numero 76, dov'è tuttora): tra coloro che avevano presentato il quesito, c'erano Marco Pannella, Maria Luisa Galli (già suora, abbandonò il suo ordine dopo aver scelto di sostenere l'introduzione del divorzio) e Livio Zanetti, direttore dell'Espresso. Il 1° maggio, dunque, il presidente della Repubblica Giovanni Leone - che peraltro in quel periodo era sotto tiro anche per il "caso Lockeed" - sciolse le Camere e contestualmente dispose il nuovo voto per il 20 e il 21 giugno: il referendum sui partiti si sarebbe tenuto nel 1978, mentre quello sull'aborto di fatto non si tenne mai, essendo stata nel frattempo approvata in quello stesso anno la legge n. 194 (oggetto a sua volta di due quesiti referendari di segno opposto, su cui gli elettori si sarebbero espressi nel 1981).
All'inizio di maggio, dunque, fu ufficialmente avviata la "macchina elettorale", nei giorni in cui il Partito comunista italiano sognava il sorpasso sulla Democrazia cristiana (sull'onda dei risultati delle elezioni amministrative e regionali del 1975) e quest'ultima aveva mobilitato tutte le sue energie perché quell'esito non si producesse. Tornando alla "macchina", tuttavia, occorre ricordare che in quell'occasione sperimentò dei tempi più ristretti, per ridurre tensioni e costi del periodo elettorale: se fino al 1972 i partiti e i gruppi politici potevano depositare il loro simbolo presso il Ministero dell'interno tra il 68° e il 62° giorno prima del voto (con tre giorni di tempo per l'esame di ammissibilità), per poi depositare le liste presso le corti d'appello tra il 55° e il 45° giorno prima delle elezioni, dopo l'approvazione della legge n. 136/1976 i simboli dovevano essere presentati tra il 44° e il 42° giorno prima delle elezioni, mentre le liste sarebbero dovute arrivare agli uffici elettorali circoscrizionali tra il 35° e il 32° giorno precedenti il voto (tempi ulteriormente ridotti nel 1991).
Tra i contrassegni elettorali depositati al Viminale tra il 7 e il 9 maggio 1976 c'era anche il simbolo del Partito radicale: non quello della "Marianna" col berretto frigio (depositata negli anni precedenti e utilizzata in precedenti consultazioni), ma quello con la rosa nel pugno. Si trattava, ovviamente, di una rielaborazione del fregio - "le poing et la rose" - creato da Marc Bonnet e adottato dal Parti socialiste francese, già impiegato dal Partito radicale nel suo 15° congresso pochi mesi prima (tenutosi a Firenze dal 1° al 4 novembre 1975, verosimilmente - come appurato da ricerche di Samuele Sottoriva cui questo sito ha volentieri dato spazio - senza che ne sapessero ufficialmente qualcosa i socialisti d'Oltralpe e nemmeno l'autore francese del simbolo, che poi avrebbe vinto la causa contro il partito italiano, ottenendo in seguito il riconoscimento atteso). 
Si trattava di un periodo impegnativo per i radicali italiani: il 30 marzo 1976 - data conosciuta grazie alle ricerche di Lanfranco Palazzolo, cui fa tutta la gratitudine di chi scrive - nacque ufficialmente "Radio Pannella" (come la chiamò il Corriere d'informazione del 27 marzo), che poi sarebbe diventata Radio Radicale: nata per supportare la campagna elettorale a sostegno dell'interruzione volontaria di gravidanza (in previsione del referendum che non si sarebbe celebrato), avrebbe continuato la propria attività in-formativa che tuttora esercita, anche grazie a un archivio che non conosce eguali (e per questo va tutelato in ogni modo possibile).
Quel simbolo della rosa nel pugno - rigorosamente in bianco e nero, come tutti gli altri - avrebbe accompagnato le liste del Partito radicale, presentate - col sostegno di almeno 350 elettori per ogni collegio - presso le Corti d'appello italiane tra il 16 e il 19 maggio; c'era ancora la possibilità di un patto federativo con il Partito socialista italiano (alle ultime elezioni con il simbolo di Sergio Ruffolo con falce, martello, sole e libro), ma quell'accordo - che sarebbe stato possibile anche grazie all'esenzione dalla raccolta firme, introdotta proprio dalla citata legge n. 136/1976 - non andò in porto.
Le cancellerie delle Corti d'appello, come si diceva, avrebbero ricevuto le liste e gli altri documenti per le candidature a partire dalle ore 8 del 16 maggio, ma l'ordine con cui ci si presentava agli uffici era tutto meno che irrilevante: l'art. 24 del testo unico per l'elezione della Camera (il d.P.R. n. 361/1957), infatti, prevedeva che l'Ufficio centrale circoscrizionale assegnasse "un numero a ciascuna lista ammessa, secondo l'ordine di presentazione", numero che avrebbe determinato la posizione sulle schede elettorali e sui manifesti delle candidature. Fin dall'inizio dell'esperienza repubblicana, dunque, arrivare davanti alle Corti d'appello con largo anticipo per assicurarsi il numero 1 avrebbe portato a ottenere il primo posto sulla scheda: una posizione riconoscibile e facile da comunicare ai militanti, come dimostra benissimo il racconto In alto a sinistra di Bruno Magno, riferito alle elezioni del 1968.
Proprio per la visibilità che assicurava, la prima posizione poteva fare gola ad altre forze politiche; e se la Democrazia cristiana aveva sempre cercato di depositare per ultima, per il Partito radicale il posto "in alto a sinistra" poteva essere un'ottima occasione per far emergere il nuovo simbolo (votabile, magari, anche da chi lì aveva sempre trovato la falce e il martello) e sperare di raggiungere per la prima volta il Parlamento, così da poter condurre meglio le proprie battaglie. Era facile immaginare, però, che i comunisti non fossero facilmente disposti a rinunciare al posto che il loro simbolo aveva sempre occupato.
Il 14 maggio, dunque, i quotidiani - incluso il Corriere della Sera, cui appartiene il ritaglio riportato a fianco - diedero notizia dell'incontro tra Gianfranco Spadaccia, segretario del Partito radicale, e Francesco Cossiga, ministro dell'interno in carica: il primo chiese di vigilare sull'ordine pubblico in sede di presentazione delle liste, annunciando il rispetto delle regole ma pretendendo altrettanto dallo Stato e dagli altri partiti, soprattutto - pareva di capire - nei luoghi in cui erano stati i radicali a mettersi in fila per primi, parecchie ore o giorni prima dell'apertura del deposito; il secondo assicurò che avrebbe dadto disposizioni per evitare "incidenti e turbative di alcun genere" durante il deposito delle liste. Non era solo questo l'impegno del Partito radicale in quei giorni: Pannella e gli altri, infatti, lamentavano l'esclusione dai dibattiti televisivi, fino a quel momento riservati ai partiti già presenti in Parlamento (non essendo ancora state presentate le liste) e annunciò l'avvio del digiuno nei giorni successivi perché fosse garantito un accesso più equo delle forze politiche ai media.  
Quello stesso 14 maggio, però, più di qualche scaramuccia tra radicali e comunisti (di solito presenti in numero molto maggiore) finì per scatenarsi, tra accuse reciproche di violenze e provocazioni; scaramucce che divennero più consistenti il giorno dopo, quando ormai mancavano poche ore al deposito. Ciò sarebbe accaduto in vari luoghi d'Italia, incluso Milano: lì, tra i militanti radicali, c'era anche - come riporta sulla Repubblica, quodiano nato da pochi mesi, Giorgio Rossi, futuro autore con Antonio Caprarica della Ragazza dei passi perduti, giallo fantapolitico imperdibile per i #drogatidipolitica - Mercedes Bresso, futura presidente della Regione Piemonte. Per il Partito radicale si sarebbero verificati - racconta sempre Rossi - "botte, calci, spintoni un po' dappertutto [...], alcuni contusi, alcuni apprezzamenti pcoo garbati ('repressi, mascalzoni', gridavano i radicali a Milano; e i comunisti: 'Finocchi, rompicoglioni')". Quanto bastava, insomma, perché la giornata fosse per lo meno rovente, mentre l'Italia da oltre una settimana guardava soprattutto al Friuli, dopo il terremoto del 6 maggio che segnò per sempre la gente di quelle terre.
Era improbabile, in ogni caso, che i radicali lasciassero correre gli episodi da loro stessi denunciati. Così, stando a quanto vari quotidiani riportarono il 16 maggio, verso le 17 e 30 o poco più tardi, circa trenta militanti radicali, con Marco Pannella in testa, si recarono in via delle Botteghe Oscure, dall'altro lato della strada rispetto al portone del numero 4, quello della sede del Partito comunista italiano. Erano lì per protestare proprio contro le aggressioni che sostenevano di avere subito dai militanti comunisti davanti alle Corti d'appello di varie città d'Italia, nell'attesa che si aprisse la presentazione delle liste: indossavano cartelli con scritte inequivocabili e poco votate alla diplomazia ("Berlinguer, hai scatenato i tuoi teppisti?", "Pci, con i pestaggi volete costruire la società socialista?" e via cartellonando) e non mancavano di dare voce alle loro ragioni aiutandosi con un megafono, il tutto mentre il portone della sede comunista era presidiato da varie persone del servizio d'ordine.
Poteva bastare perché di questo si occupassero i giornali, ma difficilmente sarebbe bastato a chi - da una parte e dall'altra della strada - era parte di quella scena. A quanto si apprende, a un certo punto - dopo una mezz'ora circa - lo stesso megafono di prima avrebbe amplificato un proposito: "La nostra risposta alle violenze è da compagni: vi offriamo dei fiori". Per tutta risposta, Pannella e altri quattro o cinque militanti si sarebbero avvicinati al portone del numero 4, portando con sé "margherite e anemoni". Il gesto non sarebbe stato compreso o comunque apprezzato dai militanti del servizio d'ordine: questi rientrarono immediatamente nella sede, chiudendo il portone. Ciò non bastò a scoraggiare la truppa radicale, che scelse di posare lì i fiori e magari anche di infilarli tra i battenti del portone stesso. A quel punto, come si poté leggere sul Messaggero (in un resoconto non firmato sulle pagine della cronaca di Roma), "il portone si è aperto di scatto, ed un giovane di bassa statura, vestito con pantaloni e maglione blu, ha sferrato uno schiaffo al leader radicale". Altre fonti - incluso lo stesso Pannella intervistato da Rossi sulla Repubblica - parlano di pugno, che comunque attraverso i battenti del portone avrebbe colpito Pannella in pieno viso. "Ti basta o vuoi darmene un altro?" avrebbe detto sempre Pannella (anche se sul Corriere si legge "Allora dammene anche un altro") e, porgendo virtualmente l'altra guancia, sarebbe stato subito accontentato.
La versione radicale, ovviamente, fu completamente smentita dal Partito comunista italiano, tanto con riguardo ai disordini in sede di presentazione delle liste ("In realtà - si lesse in un comunicato - sono stati i presentatori delle liste comuniste che in alcune località sono stati oggetto di violenza da parte di esagitati. Per alcuni giorni elementi del Partito radicale sono andati preparando questa ridicola montatura che ha soltanto un evidente scopo elettoralistico") quanto con riferimento ai fatti di via delle Botteghe Oscure. 
"Di fronte alte notizie diffuse dal Partito radicale e raccolte da alcuni organi di informazione su presunti atti di violenza compiuti da militanti comunisti nei confronti di esponenti radicali - si legge sull'Unità del 17 maggio - l'ufficio stampa del Pci ribadisce che si è trattato di una palese montatura. Le notizie non sono state controllate da parte di chi le ha pubblicate. In verità ci si è trovati in presenza di atteggiamenti provocatori dovuti esclusivamente ad iniziative del Partito radicale per suoi scopi pubblicitari ed elettoralistici. Come è evidente, si tenta inoltre di introdurre diversivi anticomunisti nel confronto elettorale". 
Spadaccia, Adele Faccio e Angelo Coppola il 17 maggio tennero una conferenza stampa all'Hotel Minerva (quello che nel 1994 tenne a battesimo il Centro cristiano democratico) annunciando il digiuno "fino alla morte o fino a che giustizia non sia stata resa", soprattutto per ottenere pari trattamento dalla Rai, ma anche denunciando gli episodi di violenza legati alla presentazione delle liste. "Avevamo proposto - disse Spadaccia, come riportato il 18 maggio da Antonio Padellaro in un suo articolo sul Corriere - ai compagni comunisti un sorteggio dei posti in lista ma non ne hanno voluto sapere", così come non sarebbe stata accolta una nuova proposta radicale di far svolgere una corsa nei pressi della Corte d'appello tra un rappresentante per ogni partito per determinare l'ordine di priorità ("I comunisti che erano un centinaio si sono disposti a testuggine davanti all'ingresso - raccontò il candidato al Senato Andrea Bises - e per noi non c'è stato niente da fare").
om'è noto, il 20 e il 21 giugno il simbolo della rosa nel pugno ottenne alla Camera 394439 voti, pari all'1,07%, sufficienti a fare scattare quattro seggi. Un risultato tutto meno che irrilevante, dal momento che riuscì a portare a Montecitorio un partito che fino a quel momento era rimasto escluso dalle aule parlamentari. Gli eletti radicali ottennero ciò che volevano (e iniziarono subito a mettere a dura prova il regolamento della Camera) e non si può affatto escludere che lo spazio dato dai media agli eventi di metà maggio - comunque siano andati, qualunque cosa sia stata davvero fatta o detta - abbia concorso all'elezione di Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini. 
Proprio quegli eventi di maggio, però, non smisero di lasciare tracce. Il 30 settembre 1976, infatti, nel suo corsivo di prima pagina sull'Unità, intitolato Un po' di aristocrazia, Fortebraccio (all'anagrafe Mario Melloni) criticò a modo suo Marco Pannella: ne riconobbe i meriti e affermò di provare per lui "una cordiale simpatia", ma se la prese con "la sua mancanza d'anima popolare e la sua irrefrenabile albagia aristocratica", accusandolo di non sapersi "mai mettersi nei panni di un operaio, di un metalmeccanico, di un bracciante: costoro, pur battendosi per cause non meno giuste, e umane, che quelle di cui Pannella è alfiere, non provocherebbero mai lo spintone, che invece il leader radicale 'attende'. perche i lavoratori sanno che in questura, in galera, fra le guardie, agli spintoni seguono botte, maltrattamenti e addirittura torture. Un poveretto non sognerebbe con speranza le manette, perché non sa mai se e quando gliele toglieranno. In Pannella non c'è mai l'orrore del male fisico che viene dalla miseria, ma sempre la spavalderia, assai spesso divertita, che discende dalla consuetudine della sicurezza di classe. Pannella non sembra conoscere la 'paura' dei poveri. Sembra sempre un marchese che va alla ghigliottina, cantando sulla charrette. Pannella sa che nessuno, mai lo dimenticherebbe, mentre i poveri sanno che tutti, sempre, si dimenticano di loro". E proprio in quel giudizio severo - pur sempre scritto con stile - riemerse l'episodio pre-elettorale di qualche mese prima: "Noi non siamo in nessun caso per la violenza. Ma ricordiamo bene che durante l'ultima campagna elettorale, Pannella ha bussato al portone delle Botteghe Oscure e ai compagni della vigilanza innervositi, stanchi, preoccupati, che hanno aperto guardinghi uno spiraglio, egli ha presentato, salvo errore, una camelia. Quelli gli hanno 'ammollato', pare, un manrovescio. Il fatto è controverso, ma se è vero, sappiate, compagni, che avete fatto benissimo".
.Ora, l'errore probabilmente c'era, visto che tutti i giornali a maggio avevano parlato di margherite o di anemoni. Ma chi pensava che il discorso finisse lì, tanto per cambiare, si sbagliava. Il 12 dicembre, infatti, sulla prima pagina del Corriere della Sera apparve - di spalla - un lungo testo intitolato Pannella al Pci: perché ce l'avete con noi? Nell'articolato cahier de doléances pannelliano, c'era anche una presunta "apologia dello schiaffo proletario" fatta da Fortebraccio per lo schiaffo "dato, come è stato dato, contro uno di noi". Tempo qualche giorno e, il 19 dicembre, tra le lettere al Corriere ne apparve una di tale Giovanni Gazzaniga da Vigevano: "L'on. Marco Pannella. nel suo intervento sul 'Corriere' parla ad un certo punto di 'schiaffo proletario', espressione, questa, usata da Fortebraccio sull'Unità. Poiché gli schiaffi erano una prerogativa del fascismo, osservo che chiunque usi un manrovescio in luogo del ragionamento e del civile confronto delle idee non può onorarsi della qualifica di 'proletario': è un fascista, e basta".
Il 21 dicembre Fortebraccio rispose, sempre sulla prima pagina dell'Unità, con un corsivo intitolato, con ironia, Elogio della sberla. Melloni negò di avere mai utilizzato l'espressione "schiaffo proletario", attribuibile a Pannella (che in effetti non l'aveva virgolettata), ma riconobbe quell'espressione come "felice"; di tutt'altro avviso fu circa la posizione del lettore che, attribuendo al fascismo "la prerogativa" degli schiaffi, avrebbe "in sostanza, voluto dare del fascista al nostro compagno del manrovescio, il che ci fa allegramente ridere. Il fascismo aveva ben altre 'prerogative' e noi vogliamo rivendicare qui, alla sberla, il suo carattere civile e persino affettuoso, quando e data al momento giusto e non varca i suoi limiti, come dire, fisiologici".
Merita di essere riportato per intero, questo "elogio della sberla": "Ma come? Tu sei lì a tener d'occhio un portone che da un momento all'altro può esser preso d'assalto. Sei inquieto, teso, allarmato. Bussano. Ci siamo. Apri guardingo uno spiraglio e vedi uno che ti porge una camelia. Che devi fare? Secondo il signor Gazzaniga non ci sono dubbi: devi chiamare un compagno e dirgli: 'Va' a prendere un vasetto pieno d'acqua fresca che ci infiliamo questo bel fiore' e poi rivolgerti a Pannella e parlargli cosi: Grazie, gentile amico. Venga un po' qua, se ha tempo, che facciamo qualche 'ragionamento' e poi procediamo a un 'civile confronto delle idee'. Si accomodi. Ma signor Gazzaniga, siamo giusti, non è meglio un manrovescio? La verità è che questi radicali hanno la mania di persecuzione e sono, secondo i nostri personali gusti politici, troppo delicati. Noi vogliamo un mondo senza violenza: non più attentati, non più galere per 'reati' d'opinione, non più bombe, non più distruzioni, non più spranghe di ferro, non più sangue. Ma per favore, salviamo, quando ci vuole, la sberla, che è la carezza dei momenti di rabbia: la vecchia, buona, domestica sberla, negazione della ferocia, incruenta affermazione di esuberanza e vanto d'ogni cuore generoso".
Il botta e risposta, che si sappia, terminò lì. Ma i fatti di maggio portarono i quattro deputati radicali a formulare una proposta di legge - presentata all'inizio di febbraio del 1978 - per introdurre il sorteggio dell'ordine dei contrassegni sulla scheda elettorale. 
"In occasione delle ultime elezioni politiche - si leggeva nella relazione - alcuni episodi di non lieve entità hanno posto in evidenza alcune incongruenze delle leggi elettorali relative alle modalità di determinazione dell'ordine progressivo di disposizione dei contrassegno delle varie liste nelle schede elettorali e [...] nei manifesti elettorali con i quali esse vengono presentate agli elettori dalle pubbliche autorità. [...] il primo posto sulla scheda viene attribuito ai presentatori che per primi siano stati in grado di presentarsi negli uffici stessi, e ciò in considerazione del fatto che ormai è invalso l'uso di presentarsi a detti uffici alcuni giorni prima della data fissata per l'inizio della ricezione delle liste dei candidati". Ricordando  E' avvenuto nella sopra ricordata occasione che i presentatori di liste del Partito radicale, per primi giunti da vari giorni agli uffici, [...] siano stati all'ultimo momento sopravanzati con la violenza da rappresentanti di lista del Pci, spalleggiati da folti gruppt di sostenitori che, invocando la 'tradizione' della priorità assoluta di tale lista, hanno imposto la loro precedenza nella presentazione. Ciò è stato reso possibile oltre che da colpevoli negligenze nella tutela della sicurezza, della libertà e dell’ordine, anche dall'assenza di una precisa normativa atta a garantire e documentare la precedenza ner giorni antecedenti all'apertura degli uffici. D’altro canto l'Ufficio centrale elettorale, respingendo il ricorso dei presentatori delle liste radicali, ha dichiarato di non poter entrare nel merito dei fatti che hanno determinato la priorità cosi come constatato attraverso i verbali di deposito delle liste, escludendo ogni rilevanza anche a fatti di violenza e di sopraffazione. E' evidente che tali episodi, e più ancora il non avervi saputo o potuto porvi rimedio, impongono di eliminarne l'occastone non potendosi tollerare che proprio l'atto iniziale della procedura elettorale sia caratterizzato da possibili sopraffazioni, che finiscano per ricevere una convalida dai provvedimenti successivi dell'Autorità preposta al governo delle attività elettorali e che vengano in qualche modo consacrate nel documento sottoposto all'elettore. Poiché del resto l'interesse alla presenza nell'ordine delle schede non può che essere costituito da un ingustificato e vano desiderio di dimostrare la capacita di mantenere una 'tradizione di primato', da un intento cioè meramente emulatorio, in quanto è impensabile che gli elettori non siano oggi in grado di riconoscere il simbolo del loro partito sulla scheda se non attraverso una particolare collocazione, sembra opportuno addivenire ad una diversa regolamentazione che tolga ogni rilevanza alla priontà della presentazione delle liste, determinando l'ordine di comparizione dei simboli sulla scheda attraverso sorteggio".
Per lungo tempo la proposta radicale non sarebbe stata tenuta in considerazione, ma la legge n. 53/1990 - la stessa che avrebbe ampliato in modo significativo il novero degli autenticatori delle firme - avrebbe introdotto finalmente il sorteggio della posizione sulla scheda; ancora oggi, è la sorte a definire l'ordine con cui candidati e contrassegni appaiono su manifesti e bollettini elettorali. Un annetto prima, la legge n. 95/1989 aveva consacrato l'altra innovazione richiesta dai radicali con la loro proposta del 1978, cioè il sorteggio degli scrutatori, volto ad "assicurare una rappresentanza e un controllo equi tra tutti i partiti concorrenti, evitando che le designazioni siano espressioni di maggioranze esistenti nei consessi amministrativi a ciò designati" e per evitare il rischio o il perpetrarsi di brogli e manipolazioni del voto; la legge n. 270/2005 - sì, proprio il Porcellum - sarebbe però tornata alla nomina degli scrutatori, probabilmente perché i sorteggiati troppo spesso si giustificavano e dovevano essere sostituiti, non si presentavano o risultavano fin troppo inesperti. Se da oltre trentacinque anni, insomma, il simbolo "in alto a sinistra" sulle schede non è più lo stesso elezione dopo elezione, ma è del tutto affidato al caso, lo si deve anche e soprattutto a ciò che accadde cinquant'anni fa - fuori dalle Corti d'appello e in via delle Botteghe Oscure, con una camelia che in realtà era un'anemone o, chissà, una margherita, per inciso tutti fiori finiti sulle schede elettorali - e alla tenacia di quei radicali che sempre cinquant'anni fa si intrufolarono nel Parlamento grazie agli elettori che votarono la rosa nel pugno e vi rimasero a lungo, costringendolo a evolvere.  

giovedì 7 maggio 2026

Simboli sotto i mille (2026): ricognizioni e riflessioni in attesa delle urne (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

Eccoci ancora qua, puntuali come sempre - anzi, come lo scorso anno, già prima del voto, per offire qualche riflessione sui dati già disponibili - per disquisire delle liste "esterne" presentate nei comuni con meno di mille abitanti. Come qualunque persona che legga questo blog ben sa, in questi enti locali la legge non richiede firme per presentare candidature: questa normativa ha, da sempre, favorito la presenza di liste formate da persone che nulla hanno a che fare con il paesello chiamato ad eleggere sindaco e consiglio comunale.
Per i rarissimi soggetti che non conoscessero il tema e le norme in gioco, riproponiamo il quadro riassuntivo elaborato un anno fa su questo blog da chi scrive ora: 
Prima che venisse approvata la legge n. 81/1993, nei comuni con meno di 2000 abitanti occorreva raccogliere 10 firme; fin dal primo testo esaminato dall'aula di Montecitorio nella XI legislatura, però, si era già rinunciato a richiedere le sottoscrizioni "sotto i mille" (art. 3, comma 2 della legge n. 81/1993), partendo dalla proposta di legge presentata dalla Dc (primo firmatario Adriano Ciaffi, allora presidente della commissione Affari costituzionali) e non si registrarono quasi proposte alternative sul punto (mentre si polemizzò, e molto, sull'innalzamento delle firme richieste nei comuni più grandi). Si evitò di chiedere le firme nei microcomuni perché lì, dove "tutti si conoscono" (Diego Novelli, La Rete), sarebbe stato inutile chiederle, ma anche perché in quella dimensione sostenere chi si candidava contro il sindaco uscente avrebbe potuto esporre i firmatari - comunque noti sia al personale politico sia agli impiegati comunali, chiamati spesso ad autenticare le sottoscrizioni - ai giudizi delle persone o a potenziali ritorsioni (magari camuffate con "difficoltà burocratiche"). Ciò ha reso sicuramente più facile agli autoctoni presentare liste, ma ha aperto la porta anche a chi voleva partecipare alla competizione da esterno, per tentare di far radicare una forza politica in territori in cui non era presente o per altri scopi meno nobili.
Chi erano e chi sono i promotori di queste liste "esterne"? Spesso esponenti di piccoli movimenti politici a carattere nazionale o regionale, non di rado in cerca di radicamento; a volte è capitato che anche partiti rappresentati in Parlamento abbiano presentato liste in questi comuni. Questi fenomeni sono stati analizzati, tra l'altro, soprattutto in un libro sempre a doppia firma Bosso-Maestri, M'imbuco a Sambuco!, uscito nel 2019 e dedicato a un quarto di secolo di elezioni "sotto i mille" limitatamente al Piemonte, regione che per una serie di motivi è particolarmente ricca di episodi da raccontare. A proposito, avete letto il libro? No??? Malissimo!!! Dalla regia si consiglia di provvedere subito, visto che è ancora disponibile (anche in formato Pdf).
Tuttavia da qualche anno è emerso all’attenzione generale un fenomeno legato a questo tipo di elezioni, quello delle cosiddette "liste per le licenze": si tratta di liste di candidati formate in tutto o in parte da persone appartenenti alle forze dell'ordine. Ovviamente - meglio precisarlo subito - costoro hanno pieno diritto di candidarsi nelle occasioni ritenute più opportune, ma di fronte a fenomeni oggettivamente anomali, come la presenza costante in vari microcomuni di un numero rilevante di liste del tutto estranee ai territori in cui concorrono - come del resto i risultati agevolmente dimostrano - non si può trascurare un elemento rilevante come l'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza). L'articolo, infatti dispone che "Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile". Questa disposizione, in concreto, si traduce in 30 giorni di licenza retribuita: formalmente la disposizione non include le elezioni europee (e, probabilmente, le regionali, che non rientrano strettamente nelle elezioni amministrative), ma la licenza scatta comunque in un numero amplissimo di casi, come se si potesse godere dello stesso beneficio candidandosi per il Senato Galattico o per il consiglio comunale di Piovarolo, comune che - lo si sa anche senza essere Antonio La Quaglia - ha pochi abitanti, ma è dotato di stazione ferroviaria.
Nell'ultima decina di anni - e negli ultimi cinque o sei ancora di più - periodicamente il fenomeno desta l'attenzione dei media (locali e non) e scatena ondate d'indignazione e sdegno, soprattutto quando si verificano episodi che non possono passare inosservati. Il più incredibile, al punto da balzare alla cronaca nazionale, è capitato l'anno scorso a Bisegna, ridente paesino in provincia dell’Aquila di circa 210 abitanti ma con 352 elettori (probabilmente a causa di un gran numero di iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero): proprio lì si presentarono 25-diconsi-venticinque liste. Chiunque può consultare l'esito di quelle elezioni sul sito dell'Archivio storico delle elezioni, messo a disposizione dal Ministero dell'interno sulla piattaforma Eligendo (un sito fondamentale per i #drogatidipolitica e - bisogna dirlo - fatto veramente bene), ma qui basta dire che le due liste chiaramente locali ottennero 83 voti ciascuna e si dovette andare al ballottaggio (finito con una differenza di ben 9 voti tra le due formazioni); le altre 23 si dimostrarono pienamente esterne al paese, al punto da raccogliere tutte insieme 1-dicasi-un voto, finito - chissa come, chissà perché - a una lista in particolare (che, a dire il vero, aveva un simbolo anche graficamente decente), mentre le altre 22 rimasero a secco. Occorre riconoscere subito che non tutte quelle formazioni elettorali potevano sbrigativamente essere etichettate come "liste per le licenze", visto che alcune erano presentate da movimenti politici come Fiamma Tricolore, Italexit, Democrazia cristiana o Destra sociale; una parte rilevante delle candidature, tuttavia, sembrava nata ad hoc per ottenere qualcosa di diverso rispetto alla possibile vittoria delle elezioni o l'ingresso in consiglio comunale (incluso, evidentemente, il beneficio del mese di "aspettativa speciale con assegni").
Le citate ondate di indignazione, peraltro, sembrano aver riguardato soprattutto persone che subiscono il cosiddetto "effetto pesce rosso", in base alla convinzione per cui la capacità di concentrazione dell'animaletto è di meno di dieci secondi, al punto che dopo aver attraversato la vasca se ne sarebbe già dimenticato (non è dato sapere se sia veramente così, ma l'immagine era troppo efficace per non utilizzarla in questo caso). Non è affatto una novità: nel 2020 - quando il fenomeno era già ben noto, tanto che questo sito se ne occupava in modo seriale dal 2016 - fece scalpore il caso di Carbone (Pz), comune di circa 500 abitanti ma con oltre mille elettori (sempre, si suppone, per effetto degli iscritti Aire) in cui l'unica lista realmente locale presentata venne esclusa e rimasero solo due liste del tutto esterne al paese, Onesti e Liberi e L'Altra Italia. Vinse la prima lista 78 voti a 14, ma trascorse poche ore dalla proclamazione degli eletti il neo Sindaco rassegnò le dimissioni: la cronaca ci racconta che era un messinese appartenente alle forze dell'ordine. Anche in quell'occasione - con l'inevitabile commissariamento del comune, che tornò regolarmente al voto un anno più tardi - si registrò indignazione generale, stemperata poi dall'insorgere dell'"effetto pesce rosso". In quel caso, a dire il vero, la concentrazione durò un po' di più - forse il periodo in cui si è maggiormente parlato del fenomeno a livello nazionale - grazie ai numerosi servizi dell'inchiesta condotta da Pinuccio all'interno di Striscia la Notizia, facendo emergere vari altri casi eclatanti, incluso quello di Posina, microcomune in provincia di Vicenza, in cui sempre nel 2020 la lista L'Altra Italia aveva ottenuto un seggio ma nessuno dei candidati - tutti o quasi residenti in Puglia, non proprio dietro l’angolo - accettò la carica, di fatto impedendo che il consiglio comunale si insediasse nella sua completezza. 
Proprio il clamore suscitato dai fatti di Carbone e dall'inchiesta di Pinuccio diede l'impulso per iniziare la discussione al Senato su una proposta di legge presentata nel 2019 dal leghista Luigi Augussori, volta - oltre che ad abbassare il quorum nei comuni fino a 15mila abitanti in cui sia presentata un sola lista - a reintrodurre l'onere di raccogliere un numero molto ridotto di sottoscrizioni anche nei comuni sotto i mille abitanti: tra 15 e 30 firme nei comuni con almeno 751 abitanti, tra 10 e 20 firme nei comuni con oltre 500 abitanti, tra 5 e 10 firme nei comuni fino a 500 abitanti. Un adempimento simile verrebbe sbrigato da persone locali in un'ora o - nei comuni con l'onere maggiore - in un pomeriggio, anche solo facendo sottoscrivere la lista ai familiari dei candidati residenti in paese; potrebbero fare facilmente fronte all'impegno anche piccoli movimenti politici o civici che avessero almeno un referente in loco, mentre tutte le altre liste, per essere regolarmente presenti alla competizione, dovrebbero prendersi la briga di recarsi sul posto (o di mandare qualcuno), di convincere le persone a firmare (sperando che accettino e, soprattutto, che siano residenti lì, cosa non proprio scontata) e di cercare una persona abilitata ad autenticare le sottoscrizioni in quel luogo. La proposta di Augussori fu approvata dal Senato nella scorsa legislatura (con un sostegno pressoché unanime, anche per l'interessamento del presidente della commissione Affari costituzionali, Dario Parrini), ma alla Camera l'iter non si completò. Nella legislatura attuale il medesimo testo è stato ripresentato da Daisy Pirovano, senatrice leghista che nel 2021 era stata la relatrice; il Senato ha approvato il testo il 1° marzo 2023, la commissione Affari costituzionali della Camera ha fatto altrettanto il 28 febbraio 2024, ma da allora il progetto di legge giace a Montecitorio e non risultano seri tentativi di portarla in tempi rapidi all'esame dell'assemblea. Nel frattempo a Posina a fine maggio si vota di nuovo, sempre senza firme, ma stavolta pare che le uniche due liste in campo siano legate al territorio.
A proposito, come mai un comune che aveva votato nel 2020 rinnova i suoi organi nel 2026? Questo sito lo ha già ricordato, ma non è inutile ribadire che, se nel 2020 si era votato eccezionalmente a settembre per evitare il periodo di picco della pandemia Covid-19, la circolare n. 83/2024 del Ministero dell'interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali (Direzione centrale per i servizi elettorali) ha rilevato che i "decreti elezioni" del 2020 e del 2021 non avevano dettato norme speciali circa il successivo rinnovo delle amministrazioni chiamate al voto posticipato in quegli anni: dovevano dunque applicarsi - nelle regioni a statuto ordinario - le regole normali previste dalla legge n. 182/1991, fissando il voto per il turno ordinario successivo alla scadenza del quinquennio, dunque dal 15 aprile al 15 giugno 2026 per i comuni rinnovati nel 2020, mentre i comuni rinnovati nel 2021 vedranno riaprirsi i seggi tra metà aprile e metà giugno del 2027. 
Quest'allungamento delle consiliature iniziate nel 2020, tra l'altro, è il motivo per cui - come si ricorderà - lo scorso anno in primavera si è votato in pochi comuni (quelli in cui il sindaco eletto per ultimo era stato sfiduciato, si era dimesso oppure, purtroppo, era deceduto): proprio la disponibilità di pochi comuni "sotto i mille" nel 2025 aveva fatto lievitare il numero di liste esterne, come si poteva agevolmente vedere nella tabella preparata un anno fa:

 
Come si vede solo i comuni della Calabria erano parsi sembra immune al fenomeno. E se va detto che San Nicolò di Comelico, ai confini con l'Austria, non è facile da raggiungere, San Giacomo Vercellese è a pochi chilometri da Vercelli e pochissimi dal casello autostradale, anche se non è inutile rilevare che almeno un paio di presentatori - uno degli autori dell'articolo lo ha notato personalmente - sono arrivati con la stessa auto. Ovviamente alle anomalie nel numero delle liste non concorrono le formazioni locali, quasi sempre due.
 
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Ma torniamo al presente. Come si è detto, il 24 e 25 maggio saranno chiamati al voto 900 comuni (come comunicato dal Ministero dell'interno), tra questi non saranno pochi quelli sotto i mille abitanti. Sarebbe facile pensare che, dopo tutte le polemiche degli anni scorsi, il fenomeno delle "liste per le licenze" quest'anno sia destinato a scomparire o, perlomeno, a essere molto ridimensionato: la realtà, però, è ben diversa.
A un primo esame, infatti, sembrano emergere almeno 110-120 liste "esterne" presentate nei vari comuni. Come riconoscerle? Non è difficile in fondo: escluse le formazioni evidentemente riconducibili a movimenti politici esistenti e più o meno strutturati, molte liste sono facilmente identificabili per la pochezza grafica dei simboli proposti o per il ripetersi dei nomi (delle liste o - a volte - dei candidati); in alcuni casi sembrano agganciarsi a movimenti politici realmente esistenti.
Il primo caso a fare scalpore sui media locali è stato quello di Monteleone di Puglia, nel foggiano: al di là delle due liste locali, si è sollevato un polverone per la presenza di altre sette liste. In effetti sull'albo pretorio comunale i programmi pubblicati sono solo cinque (e non è dato sapere che fine abbiano fatto gli altri quattro), tuttavia nella delibera che delimita e assegna gli spazi per la propaganda risultano effettivamente 9 liste e nelle premesse si dà conto della loro ammissione. Non c'è ancora il manifesto delle candidature, ma è già possibile individuare come locale la lista La Primavera di Monteleone (del sindaco uscente Giovanni Campese), così come sembra basata sul territorio la Lista civica Il Tiglio, che candida a sindaco Sebastiano Maraschiello. Le altre? Progresso, Uniti si vince, Fiamma Tricolore, Alleanza per l'Italia - Partito liberale italiano - Sovranisti per l'Italia e per la libertà, Si - Impegno civico, Sanniti e Diamo l'esempio. Nomi delle liste almeno in parte già visti in passato, per chi ha buona memoria. 
Si diceva dei media online: uno titola Forestieri all’arrembaggio di Monteleone di Puglia: giungla di liste fantasma per l’aspettativa retribuita (in un primo tempo il titolo era Elezioni comunali Monteleone di Puglia 2026: 9 candidati sindaci in un borgo di 900 anime, corsa all'aspettativa retribuita) e, senza voler ovviamente offendere nessuno, il vero motivo per stupirsi è che qualcuno si stupisca ancora di questo fenomeno. Un'altra testata - televisiva - recita nel suo servizio: "Nove liste per 748 votanti. Due con candidati locali, che [...] si contenderanno sindaco e consiglieri, le altre composte da forestieri, che mai metteranno piede a Monteleone di Puglia. Nel borgo dei Monti Dauni, i cittadini sono a dir poco arrabbiati. Nei paesi con meno di mille abitanti, non è necessario sottoscrivere le candidature: quindi, a Monteleone c'è stata la corsa a presentarsi, soprattutto tra le forze dell’ordine e le forze armate". Le cose staranno sicuramente come dice il servizio, ma si consenta di dubitare che a qualche cittadino importi realmente del numero di liste sulla scheda o, per lo meno, che possa essere arrabbiato (ma forse piuttosto indignato o irritato) per la questione delle liste - certo non sottovalutata su questo sito - più che per altri temi.
Dalla Puglia alle Marche, sul Resto del Carlino è comparso questo articolo: Candidature e carcere sguarnito. Lista di poliziotti penitenziari, Manzi: "Il ministero indaghi". La deputata del Pd Irene Manzi, in particolare, denuncia il caso di una lista presentata a Muccia, comune del maceratese (Insieme per il futuro, a quanto si può intuire), "formata esclusivamente da poliziotti penitenziari [...]. Dieci persone di fuori - si legge nell'articolo - non nate o residenti nel paese, di cui nove uomini che lavorano al carcere di Fermo e la donna della polizia penitenziaria di Ascoli". "Tutti hanno pienamente diritto di candidarsi - ha dichiarato Manzi - anche chi non è residente ovviamente. Ma [...] è una questione di opportunità. Più volte ho denunciato il problema della polizia penitenziaria sotto organico, con la difficoltà di coprire i turni e svolgere le varie incombenze senza un numero congruo di unità. [...] In ballo c’è la correttezza verso i colleghi. In termini di diritto non è contestabile, ma il governo dovrebbe verificare che il ricorso a tale strumento non incida negativamente sull’organizzazione e sulla sicurezza degli istituti penitenziari. È anche una questione di prossimità e di cura del paese in cui ci si candida: presentarsi alle amministrative è una cosa seria, sia in un piccolo che un grande Comune. Ed è importante avere comunque un legame con quella comunità". Il sentire di Manzi è condivisibile; a Muccia, peraltro, le liste saranno in tutto tre e di esterne ce n'è una sola, viene quindi la tentazione da chiedersi quanto la reazione sarebbe stata più marcata se nel suo territorio fosse ricaduto anche il comune molisano di Conca Casale (Is), che a fronte di 175 abitanti vedrà concorrere ben 9 liste, 7 delle quali esterne.
 
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Già, le liste esterne. Ma quali sono quelle più frequenti? Proviamo a vederlo, considerando però tutte le formazioni che non sembrano del tutto autoctone, a prescindere dalla loro natura e dai loro scopi. 
In pole position c'è Progetto popolare, un movimento politico che appare in continità con quello che anni fa si chiamava Movimento sociale italico (sic!) e che ha base a Colleferro in provincia di Roma: presente da anni nelle competizioni elettorali locali, nel 2026 presenta una ventina di liste (una, peraltro, risulta essere stata bocciata). Il simbolo si trova in Piemonte (ad Ailoche e Tavigliano, nel biellese, e a Lamporo nel vercellese), in Basilicata (Craco, nel materano) come in altre regioni nel mezzo. Non sta certo a chi scrive dire se quelle presentate - tutte, alcune o nesssuna - siano "liste per le licenze"; indubbiamente però è singolare che una forza politica che appare così diffusa sul territorio e con centinaia di aderenti disposti a candidarsi (nel 2024 le liste presentate furono almeno 26 e anche negli anni precedenti se ne sono viste parecchie) compaia solo in queste particolari elezioni, che non richiedono la raccolta di sottoscrizioni.
Al secondo posto troviamo Italia dei Diritti, che sul proprio sito indica: "L'Italia dei Diritti è un movimento nazionale che nasce nel novembre del 2006 e che si occupa delle problematiche legate alla tutela e alla difesa dei diritti dei cittadini. Fondato da Antonello De Pierro, noto giornalista romano e direttore di Italymedia, portale di informazione libera, da sempre legato ai problemi sociali e alla denuncia dei diritti negati ai più deboli, l'Italia dei Diritti vanta una comprovata attività in campo sociale attraverso la messa in pratica di una serie di battaglie finalizzate alla segnalazione di soprusi e abusi per portare a conoscenza e sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche, a volte, ignorate". Il movimento ha presentato un decina di liste in comuni con meno di mille abitanti - in particolare nel Lazio, in Campania e in Basilicata - e non è nuovo a queste operazioni; a onor del vero abbiamo notizia di almeno due liste in comuni in cui invece raccogliere le sottoscrizioni è necessario, cioè Vicovaro (Rm), con circa 3500 abitanti, e Polla (Sa), con 5000 abitanti. 
Quanto alla presenza in altri piccoli centri della provincia di Salerno è scoppiata tuttavia una polemica, legata a un articolo di CronacheSalerno.it che accusava Italia dei Diritti di presentare "liste per le licenze":
L’Italia, cosa nota, è quel Paese dove il paradosso è di casa. [...] oggi il paradosso consiste in una legge che dovrebbe alleggerire la burocrazia nei piccoli centri ma che invece permette di aggirare la norma e trarre vantaggi. Il caso specifico riguarda “Italia dei Diritti”, una lista civica per le amministrative che sta spopolando in tutta Italia e nel Cilento, terra fertile come detto sopra, non poteva fare eccezione. Si tratta di liste composte unicamente da rappresentanti delle forze dell’ordine che, per effetto della propria candidatura, possono godere di trenta giorni di aspettativa retribuita, il periodo necessario per potersi dedicare alla campagna elettorale: poco conta se effettivamente si è presenti in loco. Quattro le liste presentate nel Cilento, tutte con lo stesso simbolo e le stesse diciture. [...] Come è possibile, però, che emeriti sconosciuti si possano candidare in comuni che forse non saprebbero nemmeno indicare su una carta geografica? Presto detto. Al di sotto dei mille abitanti, ed è il caso di Laurito, Lustra e Pertosa, non c’è bisogno di sottoscrizione della lista elettorale da parte degli abitanti. Basta una Pec, quindi nemmeno lo sforzo di recarsi al comune, e il gioco è fatto: i dieci candidati al consiglio più il sindaco sono pronti ad affrontare la sfida elettorale e, di conseguenza, il periodo di aspettativa retribuita, ovviamente a spese degli italiani. Discorso diverso, in parte, per Polla. Il comune del Vallo di Diano supera i 5 mila abitanti e lì la sottoscrizione c’è stata. Non è escluso, però, che gli undici in campo siano della zona, così come non può dirsi che non lo siano. Insomma, il fenomeno c'è ed è in crescita. I candidati non fanno nulla di male, anzi rispettano la legge e godono dei diritti previsti per loro. Lo stesso fenomeno si è registrato lo scorso anno a Castelnuovo di Conza, Ispani e Sant’Angelo a Fasanella. In questo caso, tre consiglieri sono stati eletti e sono anche attivi in consiglio comunale. Parrebbe [...] che i tre pretendano anche il rimborso spese per la loro partecipazione all'assise, andando a pesare, e non poco, sul bilancio di un piccolo centro che non dispone certo di casse floride [...].
Occorre dire, per correttezza, che Italia dei Diritti ha prontamente smentito, con un articolo pubblicato - tra l'altro - su Politicamentecorretto.com e che riporta una dichiarazione di Carlo Spinelli, responsabile nazionale per la politica interna del movimento: 
"Sinceramente ci siamo stufati di doverci sempre difendere dagli attacchi di chi continua a screditarci etichettandoci come lista farlocca. Tra l'altro [...] questi attacchi arrivano anche da persone che sinceramente [...] non hanno neanche cognizione di ciò che affermano e disconoscono anche le norme che chiamano in causa. [...] Innanzi tutto riteniamo offensivo essere considerati uno pseudo partito, il movimento Italia dei Diritti [...] è un movimento politico che da anni è impegnato nel portare avanti una politica etico legalitaria fondata sul principio del rispetto della legalità nelle istituzioni, sulla tutela dei diritti che spesso vengono violati soprattutto nei soggetti più fragili, sul rispetto delle quote rosa che all’interno di alcuni enti non solo non vengono rispettate ma neanche sanzionate, e sul costante monitoraggio del territorio per segnalare e denunciare le problematiche che potrebbero mettere a rischio l’incolumità dei cittadini. [...]  probabilmente chi scrive sciocchezze su di noi [...] probabilmente non ha coscienza di come si presentano le liste nei vari comuni visto che, sempre secondo chi scrive sciocchezze, basterebbe inviare una PEC e il gioco è fatto. Ma non risponde al vero nemmeno dire che il fenomeno delle liste civetta è in continua espansione visto che in questa tornata elettorale le liste farlocche sono assenti o poco presenti soprattutto nel Cilento dove a Laurito c’è una sola lista con un unico candidato sindaco, e a Pertosa e Lustra sono presenti tre liste, tra cui la nostra, composte comunque da persone del luogo o comuni limitrofi. A Polla inoltre, oltre ad aver raccolto le sottoscrizioni necessarie per presentare la lista, il nostro candidato sindaco è espressione del territorio così come gran parte dei candidati consiglieri. Sfido quindi chiunque a trovare nelle nostre liste che abbiamo presentato nel Cilento, la massiccia presenza di poliziotti, carabinieri o militari in genere che si sono candidati per godere della cosiddetta aspettativa retribuita. Paradossalmente la presenza delle liste farlocche danneggia anche il nostro movimento proprio perché viene accomunato a questo fenomeno che, come già detto, in questa tornata elettorale sembrerebbe di molto ridimensionato. [...]". 
Posto che oggettivamente le liste vanno presentate di persona e non è possibile farlo via Pec, tra qualche giorno si vedrà l'esito della partecipazione a questo turno elettorale. In ogni caso, il movimento potrebbe avere eletti a Cerosimo, nel potentino, visto che lì è presente una sola lista locale: quando saranno noti i nomi dei vari candidati in tutta Italia, si potrà fare qualche considerazione in più.
Sul podio si piazza il Movimento sociale Fiamma Tricolore: sono almeno nove le liste presentate, da Sestriere (To) a Monteleone di Puglia. In questo caso il partito, nato nel 1995 ad opera di chi non condivise la trasformazione del Movimento sociale Italiano in Alleanza Nazionale, fondato da Pino Rauti e oggi guidato da Daniele Cerbella, segretario nazionale, non può essere etichettato come contenitore di liste licenze: assente da alcuni anni da competizioni elettorali importanti, il Ms-Ft vanta però partecipazioni ad elezioni nazionali e regionali e di comuni capoluogo e, in passato, ha eletto parlamentari europei e nazionali. Potrebbe ottenere seggi in un paio di comuni toscani nei quali, oltre ad una sola lista locale, sono presenti solo altre liste esterne.
A seguire troviamo Alleanza per l'Italia (nulla a che vedere con il partito fondato parecchi anni fa da Francesco Rutelli), un cartello elettorale formato con i simboli "a bicicletta", come si diceva una volta, dal Partito liberale italiano guidato da Stefano De Luca e Grazio Trufolo e da Sovranisti per l'Italia e le Libertà, questi ultimi eredi del movimento L’Altra Italia, in passato oggetto di attenzione da parte di Striscia la Notizia per il "caso Posina" - citato in precedenza - e per la genuinità di alcune candidature. Il cartello è presente in Piemonte, Lombardia, Umbria, Marche e Puglia; in provincia di Lecco potrebbe ottenere seggi in due comuni per la presenza di una sola lista locale. A Sueglio, peraltro, ha dovuto modificare il simbolo, togliendo il logo del Pli perché la sottocommissione elettorale circondariale ha valutato che la lista dovesse depositare anche la delega per l'uso di un simbolo di un partito nazionale con un passato parlamentare. In base alle informazioni attualmente disponibili, non ci sono motivi per ritenere che si tratti di "liste per le licenze".
C'è poi Destra sociale, il movimento nato nel 2014 su iniziativa di Luca Romagnoli (parlamentare europeo dal 2004 al 2009 per la Fiamma tricolore e per anni suo segretario, in seguito alla sfiducia da parte del Comitato uscì dal partito e con altri fondò Destra sociale, che poi si è avvicinata a Fratelli d’Italia); dopo il disimpegno dalla politica di Romagnoli la guida del movimento è passata a Sergio Arduini di Frosinone. Le liste presentate sono cinque, tre in Lazio e due in Abruzzo; una sesta lista, a Roiate (Rm) é stata cassata tout court per confondibilità del simbolo (una fiamma stilizzata) senza che sia stata data - a quanto si sa, e se fosse vero la decisione sarebbe davvero discutibile - la possibilità di sostituirlo. In altri due comuni - Marano Equo e Camerata Nuova - invece, la sostituzione è stata richiesta e ammessa, come da legge; l'emblema è stato ammesso senza problemi a Cappadocia, Rocca di Botte e Belmonte Castello. Insomma tre decisioni diverse da parte delle diverse commissioni elettorali: anche per questo, Arduini avrebbe meditato di cambiare definitivamente emblema, adottando un tricolore di spighe al posto delle tre fiamme.
In provincia di Pavia troviamo tre liste del Patto per il Nord, un movimento autonomista nato a fine 2025, contenitore guidato dall'ex parlamentare leghista Paolo Grimoldi, in cui è confluito anche il movimento Grande Nord. Patto per il Nord ha come simbolo Pinamonte da Vimercate, altro strenuo oppositore dell’Impero ed eroe della Lega Lombarda. L’autonomismo e il federalismo tornano orgogliosamente al centro del villaggio, in controtendenza rispetto alla svolta nazionalista e sovranista che Matteo Salvini ha imposto alla Lega. Il simbolo - come questo sito ha già rilevato - è presente anche all’interno della lista De Marchi a Mantova e corre in solitaria a Lecco: salvo errori, è l’unica tra le liste elencate in questo articolo a correre anche per elezioni di capoluoghi di provincia. Quasi certamente, tra l'altro, Patto per il Nord otterrà seggi a Silvano Pietra, comune nel quale è presente una sola altra lista.
Sempre nel Nord, in Piemonte troviamo due liste dei Solidali, un movimento che punta a mettere insieme varie formazioni civiche di varie sensibilità, unite dalle battaglie per i diritti. Il primo consiglio in cui il simbolo apparirà sarà quello di Gravere (To), grazie a Michele Pastore e a Davide Betti Balducci, eletti nel 2021 con la lista Progetto Paese. Il contrassegno è presente a Benevello e Treiso dove dovrà, secondo logica, sfidare Alleanza per l’Italia per i seggi di minoranza.
A Osasio (To) invece si presenta ancora la lista Progetto Paese (sia pure con una grafica rinnovata), probabilmente perché nel 2020 erano stati eletti con questo simbolo 3 consiglieri di minoranza con il 10,4%, battendo Forza nuova 51 voti a 17 (e il terzo seggio venne ottenuto perché secondo il metodo d’Hondt, a parità di quoziente, l'eletto scatta per la lista con il risultato elettorale maggiore). 
In questo comune di 936 abitanti, tra l'altro, si presentano ben quattro liste: oltre a quella civica locale e a Progetto Paese troviamo una lista della Democrazia cristiana (verssimilmente quella guidata transitoriamente da Gianpiero Samorì e rappresentata in Piemonte soprattutto da Mauro Carmagnola) e quella di Civici per il tuo territorio, di chiara espressione autonomista (peraltro il candidato sindaco è Marco Di Silvestro, candidato sindaco nel 2022 a Frabosa Soprana per Impegno per Frabosa e l'anno prima a Massello per Piemont, nome comunque noto a chi segue le vicende elettorali del Piemonte e soprattutto le altre partecipazioni elettorali in area "No Euro"; non è meno rilevante che la stessa dicitura, senza drapò piemontese, si avvisti nel simbolo della Lega nei comuni di Venaria Reale e di Moncalieri). Chi entrerà in minoranza a Osasio? Nell'attesa della risposta, si nota che la lista Civici per il tuo territorio si presenta anche a Isolabella, sempre nel torinese.
 
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Indubbiamente il Piemonte e la vicina provincia di Pavia offrono sempre spunti interessanti: in queste aree, da sempre, sono presenti liste di piccoli movimenti, spesso a carattere locale. Non si può dire altrettanto del resto d’Italia: al netto di alcune presenze di formazioni nazionali o locali, la maggior parte delle altre liste "esterne" possono essere, senza troppi dubbi, inquadrabili come "liste per le licenze". Al netto di due liste di Forza nuova - una in Liguria e una in Abruzzo - e di qualche altro piccolo movimento come Alleanza sociale italiana (in Calabria, lo abbiamo già incontrato altre volte) o Umbria Autonomia, le altre liste sono, con ogni probabilità, presentate per consentire ai candidati di ottenere licenze elettorali. 
Nella maggior parte dei casi - lo si è già detto - usano nomi molto generici e simboli dalla grafica elementare, non di rado costituita da un cerchio bianco con circonferenza e scritte di colore nero; qualche volta lo sfondo é colorato - giallo o arancione - e a volte il simbolo è leggermente più elaborato, ma senza troppo sforzo e comunque spesso risulta già visto in passato in altri comuni. Gli emblemi di alcune liste - come +Verde Cuore Ambientalista, presente in due comuni del Lazio e in due dell'Abruzzo - sembrano fare eccezione, ma anche in quei casi si tratta di emblemi già visti in queste competizioni e hanno già dato prova del loro non-radicamento nei territori.
Anche il simbolo della Lista civica Insieme è già apparso nel 2025 in alcuni dei pochi comuni sotto i mille chiamati al voto in quell'anno (San Giacomo Vercellese, Malvicino, Calvignano, Bisegna, Senerchia, Castelnuovo di Conza, Ispani, Sant’Angelo a Fasanella) e la grafica non differisce molto, nella composizione grafica, da quello di Progetto Popolare, stessa logica; una banda tricolore su sfondo azzurro o blu e scritta sopra di essa. Nel 2026, invece, risulta presente in nove comuni, dal Piemonte al Molise. La logica di una lista civica è - o almeno è normale pensare che lo sia - presentarsi e agire come… una lista civica, cioè essere presente con quel simbolo in un solo comune; per quanto ormai le denominazioni anche delle "vere" civiche - specie nei comuni fino a 15mila abitanti, che non consentono la presenza di più liste a sostegno di un candidato - si somiglino spesso (con un ampio uso di "uniti", "insieme (per", "impegno", "cambiare", "bene comune"), restano ben diversi e identificabili i contesti e, generalmente, i rispettivi simboli, non di rado molto più elaborati e con la presenza di immagini o stilizzazioni che si riferiscono al comune. In questo caso, invece, l'uso di un emblema sempre uguale suggerisce una diversa idea di progetto nazionale e di fini da raggiungere: si lascia a chi legge l'esercizio di immaginazione.
Non abbiamo, invece, molte notizie sul Movimento Democrazia Sociale presente in due comuni del Lazio e in uno in Molise: una ricerca sul web è stata infruttuosa ed è strano per un movimento politico che già abbiamo visto presente in queste competizioni. Da notizie di cronaca passate si apprende che tra i candidati erano stati schierati esponenti delle forze dell'ordine, ma si riconosce che il simbolo presenta comunque, perlomeno, una grafica interessante e più elaborata di altre.
Di seguito, una selezione - di certo incompleta - di altri nomi di liste presentate: Noi Oltre, Una nuova prospettiva (usati almeno due volte), Alternativa civica, La nuova scelta, La nuova svolta, Insieme ancora, Insieme per... il Futuro, Insieme si può, Italia, La novità, La scelta giusta, Liberi di scegliere, Lista Alfa, Orizzonte 2031, Partecipa il Paese, Pro Peace, Progetto Futuro, Progetto Italia, Progresso, Rinnoviamo insieme, Sanniti, Svolta Comune, Uniti per cambiare, Uniti si può, Uniti per crescere, Voliamo Insieme…. Facile notare il ripetersi di parole come "Nuovo", "Scelta", "Insieme" (soprattutto), nessun riferimento ideologico o territoriale.
Nell'attesa che escano i manifesti con i nomi dei candidati e che le urne diano i loro responsi (che potrebbero confermare supposizioni o convinzioni, ma anche riservare sorprese: siamo qui apposta per raccontarle), ci si permette di riportare di seguito l'articolo scritto alla fine di aprile sul sito www.poliziapenitenziaria.it da Giovanni Battista de Blasis, segretario generale aggiunto del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe). A dispetto della lunghezza, merita di essere letto tutto e con molta, molta attenzione.
 
Muccia ha poco più di ottocento abitanti. Un piccolo Comune dei Monti Sibillini, con una comunità vera, problemi veri e una campagna elettorale che dovrebbe riguardare chi quel territorio lo vive. Alle ultime elezioni comunali si è presentata una lista chiamata «Insieme per il futuro». Dieci candidati, nessuno nato o residente nel paese. Nove sono poliziotti penitenziari e lavorano al carcere di Fermo, la decima nel carcere di Ascoli Piceno. È l’ultimo episodio di una storia che si ripresenta a ogni tornata elettorale con liste composte da appartenenti alle forze dell’ordine candidati in Comuni lontani, spesso senza alcun legame con il territorio, con il solo effetto concreto di fruire dei trenta giorni di aspettativa retribuita previsti dalla legge.
La notizia, riportata dal Resto del Carlino, edizione di Macerata, ha provocato reazioni dei residenti. Giulia Menciotti, candidata sindaco, ha riconosciuto la legittimità formale della lista, ma ha accennato ai risvolti … «provocherà un aggravio di lavoro e servizi al personale di polizia penitenziaria, che subirà questa scelta politica dovendo rimpiazzare i poliziotti» assenti. Stefano Antonelli, altro candidato, è stato ancora più netto: «È una vergogna. Bisognerebbe avere un po' di amor proprio e coscienza. In ballo ci sono soldi pubblici, senza considerare che la Polizia Penitenziaria è già sottorganico».
Due candidati esterni al Corpo hanno detto quello che noi dovremmo avere il coraggio di dire senza giri di parole. La legge può anche aprire una porta. Ma non tutto ciò che passa da quella porta è giusto e giustificabile.

 
Liquidare Muccia come un episodio locale ed isolato sarebbe comodo. Troppo comodo. Il problema è più largo e si ripete da anni, da nord a sud, soprattutto nei piccoli Comuni dove bastano poche firme e pochi voti per mettere in piedi una lista.
Il caso più clamoroso resta quello di Bisegna, in provincia dell’Aquila. Un Comune di appena 212 residenti si trovò davanti 25 liste, 21 delle quali composte interamente da poliziotti penitenziari. Ventuno liste per duecento abitanti. In Abruzzo, nelle ultime tornate amministrative, il fenomeno delle cosiddette liste fantasma ha coinvolto più volte appartenenti alle forze dell’ordine, Polizia Penitenziaria compresa. Per le sole candidature abruzzesi è stato stimato un costo di circa 170.000 euro a carico dell’erario. I risultati elettorali? Irrilevanti. L’effetto pratico, invece, è molto più rilevante: aspettativa retribuita, assenze dal servizio, colleghi chiamati a coprire i buchi. 

 
Dunque, la norma riconosce a poliziotti e militari il diritto a trenta giorni di aspettativa retribuita in caso di candidatura alle elezioni amministrative. Il principio è corretto perché chi lavora per lo Stato non deve essere penalizzato se decide di partecipare alla vita democratica. Questo diritto va difeso. Nessuno vuole impedire a un poliziotto penitenziario, a un carabiniere, a un finanziere o a qualunque dipendente pubblico di candidarsi davvero. Ci mancherebbe. 
Il punto è un altro. Candidarsi per amministrare una comunità è una cosa. Candidarsi in serie, in comuni sconosciuti, senza radicamento e senza progetto, per ottenere trenta giorni di assenza dal servizio pagati, è una cosa completamente diversa. Qui la legge nasce per garantire la democrazia, ma viene piegata alla furbizia. Nasce per tutelare la partecipazione politica, ma finisce per coprire un’assenza dal servizio. Nasce per proteggere un diritto, ma ne scarica il prezzo sui colleghi.

 
L'ex parlamentare Gianni Melilla, che su questo tema presentò una proposta di legge rimasta senza seguito, definì questa pratica «un comportamento scorretto permesso da una legislazione che non ha alcuna giustificazione». Aggiunse di non aver mai compreso «il motivo di questa complicità politica con una norma assurda». Parole dure, ma difficili da smentire.
Il problema è stato denunciato. È arrivato in Parlamento. È stato discusso. Poi, come spesso accade in Italia, è stato lasciato lì, nel cassetto. Intanto le elezioni tornano. Le liste ricompaiono. Gli agenti si candidano. E nelle sezioni qualcuno deve coprire i turni lasciati scoperti.
Ogni agente che va in aspettativa elettorale lascia un posto di servizio scoperto. Sulla carta può sembrare poco. Ma nelle sezioni detentive non lo è. Chi conosce il carcere sa cosa significa iniziare un turno con un uomo in meno. Significa più cancelli da aprire, più controlli da fare da soli in corridoi dove normalmente si cammina in due e quella differenza, in certi momenti, non è una questione di fatica ma di sicurezza. Più chiamate. Più rischi sulle spalle degli stessi colleghi. Senza che nessuno te lo riconosca.
Non è teoria. È servizio vero. È il collega che salta il riposo e quello che prolunga il turno. È quello che si ritrova da solo dove prima si lavorava in due. È quello che deve tenere insieme sicurezza, sorveglianza, mediazione, emergenze e responsabilità personali.
La Polizia Penitenziaria soffre già di organici ridotti all’osso. Lo diciamo ogni giorno. Lo scriviamo nei comunicati. Lo portiamo ai tavoli tecnici. Lo denunciamo al DAP e al Ministero. Mancano uomini, mancano dotazioni, mancano strumenti, mancano risposte. Abbiamo chiesto di riempire gli organici per anni. Giusto farlo, e continueremo. Ma come ci presentiamo al tavolo quando, nel frattempo, siamo anche noi a scoprire i turni? Non è una domanda retorica. È una domanda che qualche collega dovrebbe farsi sul serio. Ogni posto lasciato vuoto diventa un problema per chi resta. E nelle carceri italiane, oggi, un problema in più può diventare un evento critico gestito peggio.


La Polizia Penitenziaria non è un impiego qualsiasi. Non timbriamo un cartellino per poi sederci dietro una scrivania. Lavoriamo dentro istituti sovraffollati, tra tensioni quotidiane, aggressioni, autolesionismo, suicidi, disagio psichiatrico e continue emergenze operative. Il Corpo vive nei turni. Nelle sezioni. Nei piantonamenti. Nelle traduzioni. Nei rientri saltati. Nelle ferie negate. Negli straordinari che si accumulano e spesso non bastano mai a raccontare il peso reale del servizio.
Per questo l’uso strumentale dell’aspettativa elettorale non può essere liquidato con la solita frase che "è tutto legale". Troppo facile. Anche certe furbizie sono legali finché il legislatore non decide di chiudere il buco. Il punto non è negare un diritto. Il punto è non trasformare un diritto in una scorciatoia. La candidatura vera merita rispetto. La candidatura costruita solo per prendere trenta giorni pagati merita invece di essere bollata come abuso del buon senso. 
Chi si candida in un Comune che non conosce, con un programma che non ha costruito e per una comunità che non frequenta, non sta rendendo un servizio alla democrazia. Sta usando una norma per uno scopo diverso da quello per cui è stata pensata. Lo Stato ci rimette i soldi. I colleghi in carcere ci rimettono il riposo e qualche volta la salute. La Polizia Penitenziaria ci rimette la faccia, ogni volta che una storia del genere finisce sui giornali. 


Il problema va affrontato su due fronti. Da una parte serve una riforma normativa. Dall’altra serve una presa di coscienza interna. Senza entrambe, continueremo a commentare gli stessi casi a ogni elezione amministrativa.
Sul piano legislativo, bisogna introdurre requisiti minimi di radicamento territoriale per accedere all’aspettativa retribuita. Non per limitare la partecipazione democratica, ma per separare chi si candida davvero da chi usa la candidatura come un modulo da compilare.
Prima di tutto chiediamo ai poliziotti penitenziari uno scatto di dignità. Poi chiediamo al Parlamento di rimettere mano a questa norma: residenza, radicamento territoriale, partecipazione reale alla campagna elettorale … tutte cose che non sono difficili da scrivere in una legge, se si vuole. E sarebbe il caso di quantificare, istituto per istituto, quante aspettative elettorali vengono concesse e quale impatto hanno sugli organici.
Sul piano interno, però, nessuna legge potrà sostituire il senso di responsabilità. Appartenere alla Polizia Penitenziaria significa anche sapere che ogni assenza pesa sugli altri. Pesa sul collega. Pesa sul turno. Pesa sulla sicurezza operativa. La legge fa quello che la legge fa. Il resto lo deve fare chi indossa la divisa. Le carceri sono piene. Gli organici sono insufficienti. I colleghi reggono i turni con quello che c'è. In un quadro del genere, ogni posto lasciato vuoto per una candidatura-civetta non è irrilevante. È una scelta che qualcun altro paga. E di solito quel qualcuno non ha nemmeno voce per lamentarsi, perché è chiuso in sezione a fare il turno degli altri.

lunedì 4 maggio 2026

Avellino, simboli e curiosità sulla scheda

Oltre a Salerno, l'altro capoluogo della Campania che rinnoverà la propria amministrazione comunale il 24 e il 25 maggio è Avellino. Quello del capoluogo irpino, tuttavia, è un voto decisamente anticipato, visto che i seggi si erano aperti il 9 giugno di due anni fa; a metà giugno dello scorso anno, però, il consiglio aveva espresso un voto contrario sul bilancio e a quel punto era diventato inevitabile lo scioglimento dell'amministrazione guidata dalla sindaca Laura Nargi (già messa a dura prova dallo scontro con il gruppo dell'ex sindaco Gianluca Festa), col successivo commissariamento prefettizio. Si tratta peraltro della quarta elezione in otto anni: nel 2019, infatti, si era votato a un solo anno di distanza dalle consultazioni precedenti.
I contendenti in questo caso saranno tre, inclusi gli ultimi due sindaci eletti; potranno contare sul sostegno di 15 liste. Si tratta di una competizione assai ristretta: nel 2024 gli aspiranti sindaci erano 7, sostenuti da 16 simboli sulla scheda.
 
 
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Gianluca Festa

1) W la libertà

La prima candidatura a essere sorteggiata è quella di Gianluca Festa, passato da giocatore di basket nella squadra avellinese e giornalista, nonché sindaco nell'ultima consiliatura quasi piena (2019-2024), terminata in anticipo di qualche mese per le dimissioni, legate ad alcune indagini. Ora Festa si ripropone come candidato sindaco sostenuto da quattro liste: la prima di queste, W la libertà, c'era già nel 2019 quando l'ex cestista si candidò e vinse (allora, però, la "W" pennellata verde era a fianco del resto del nome e tutti gli elementi erano più ridotti, così come la sottolineatura), così come era tra le formazioni che due anni fa sostennero la candidatura di Laura Nargi. 
 

2) Liberi e forti

Si presenta come nuova, invece, la lista Liberi e forti, nome decisamente sturziano per una formazione elettorale che "si colloca nel solco del cattolicesimo democratico e del popolarismo", almeno secondo Gennaro Romei, segretario provinciale dell'Udc, che così ha commentato sui media l'origine della lista. A dire il vero, il simbolo - che ospita nella parte inferiore una stilizzazione della Dogana di Avellino - suggerisce anche un coinvolgimento della Lega, visto che l'elemento curvilineo tricolore su fondo blu è tipico delle liste presentate dal partito di Matteo Salvini a livello locale (solitamente con la denominazione "Prima..."). Curiosità: all'interno della coalizione, questa è l'unica lista a contenere il nome del candidato sindaco.
 

3) Enjoy Avellino

Terza formazione a sostegno di Gianluca Festa è Enjoy Avellino, anch'essa nuova rispetto alla candidatura del 2019 e dichiaratamente presentata come lista di giovani avellinesi sotto i 30 anni. Il nome e il simbolo scelti confermano questa impostazione: da un lato, l'uso dell'inglese e di un termine spesso utilizzato nel linguaggio giovanile; dall'altro, una grafica semplice, immediata e colorata (con l'uso di arancione e verde chiarissimo) e l'inserimento di un archetto arancione nella parte inferiore che rimanda alla forma di un sorriso stilizzato.  
 

4) Davvero Avellino

La quarta e ultima lista presentata in appoggio a Festa, Davvero Avellino, è quella che può dirsi più legata al percorso del candidato: quando si propose per la prima volta come candidato sindaco nel 2013 aveva dalla sua due liste, Per Avellino Davvero e Governiamo insieme Davvero; Festa poi co-fondò con Michele Ragosta l'associazione Davvero (il cui logo è l'elemento principale del contrassegno), la cui lista permise la rielezione a consigliere di Festa nel 2018 e trainò la sua campagna del 2019 con l'11,2% (il secondo miglior risultato in quelle elezioni, battuto solo dal Pd). Nel 2024 Davvero sostenne Nargi, arrivando al 17%, ma questa volta torna in appoggio diretto a Festa.
 

Laura Nargi

5) Fratelli di Avellino

Al secondo posto sulla scheda elettorale il sorteggio ha collocato Laura Nargi, prima donna a guidare l'amministrazione comunale di Avellino, sia pure per un solo anno, fino al doppio voto negativo sul bilancio. Nella sua nuova corsa è appoggiata da cinque liste, formalmente tutte civiche, anche se in alcuni casi è facile riconoscerne la matrice politica. Lo si può dire senz'altro per Fratelli di Avellino, lista chiaramente promossa da Fratelli d'Italia (che nel 2024 aveva sostenuto Modestino Maria Iandoli): la struttura di base del simbolo si riconosce con molta facilità, anche se la fiamma tricolore è stata eliminata, sostituita da una fascetta blu che corre lungo la parte inferiore della circonferenza e contiene la frase "Merito e valori", delimitata da due punti bianchi.  
 

6) Forza Avellino

Appare di matrice partitica anche la lista Forza Avellino, promossa dal presidente dell'U.S. Avellino e coordinatore provinciale di Forza Italia Angelo Antonio D’Agostino. Il sito della lista contiene meritoriamente la descrizione del contrassegno: "logo racchiuso in una circonferenza definita da un bordo sottile in blu cobalto, tonalità che trasmette fiducia e stabilità. Lo spazio interno è ripartito cromaticamente in due sezioni principali, armonizzate da una fascia tricolore diagonale che attraversa il cerchio da sinistra verso destra, conferendo dinamismo e un forte richiamo al senso civico nazionale. Al centro della composizione campeggia la Torre dell’Orologio, simbolo iconico e identitario della città di Avellino. La torre è rappresentata in forma stilizzata utilizzando i colori istituzionali bianco e verde, fungendo da perno visivo che unisce la tradizione locale all’aspirazione amministrativa della lista". Solo questa lista contiene il riferimento alla candidata (con la carica proposta col maschile non marcato).
 

7) Sceglie Avellino

La terza formazione della coalizione che sostiene Nargi è Sceglie Avellino, che - salvo errore - risulta nuova nel panorama elettorale cittadino. Si tratta, in questo caso, di una formazione dichiaratamente civica, che come nome ha scelto un motto per affidare ai cittadini la scelta del proprio futuro amministrativo. Il simbolo è basato sull'uso di due colori: il verde (quello delle divise della squadra di calcio) e il rosa; questi colorano il nome, i due archi che raddoppiano la circonferenza e una sorta di "spunta" che appare il segno distintivo di questo emblema elettorale. 
 

8) Ora Avellino

Le altre due liste su cui Nargi potrà contare alle elezioni del 24 e 25 maggio erano già a suo sostegno nella precedente tornata elettorale. Si cita innanzitutto Ora Avellino, nata nel 2019 come seconda lista più votata della coalizione di Festa (9,5%, sei seggi) e rimasta ferma nel 2024. Il simbolo si ripresenta (ma questa volta a sostegno di Nargi), assolutamente identico a quello finito sulle schede nel 2019: sul fondo bianco spicca il disegno, stilizzato e sfumato di verde, della Torre dell'Orologio, in cui la "O" di "Ora", collocata su una parete della torre, restituisce in qualche modo l'idea dell'orologio (e una freccetta verde a triangolo richiama una lancetta). 
 

9) SiAmo Avellino

L'ultima lista presentata in appoggio a Nargi è SiAmo Avellino, una delle tre formazioni che avevano portato la sindaca alla vittoria nel 2024 (9,08%, tradotto in sei consiglieri). Anche in questo caso il contrassegno è rimasto intatto rispetto al precedente appuntamento elettorale, con un cuore schematico tinto di varie tonalità di verde - collocato in gran parte nel semicerchio superiore, altrettanto verde - che contiene una stilizzazione molto geometrica della stessa Torre dell'Orologio, mentre la parte inferiore prevalentemente bianca contiene il nome della lista civica.
 

Nello Pizza

10) MoVimento 5 Stelle

Ultimo aspirante alla carica di sindaco di Avellino in questa tornata elettorale è Nello Pizza, già candidatosi nel 2018 (arrivato nettamente in testa al primo turno, ma sconfitto al ballottaggio da Vincenzo Ciampi del MoVimento 5 Stelle). Questa volta a sostenerlo ha un campo piuttosto largo, composto da sei liste (la coalizione più consistente di questo turno). La prima formazione è quella del MoVimento 5 Stelle, che già nel 2024 aveva appoggiato il candidato di centrosinistra Antonio Gengaro: il simbolo è identico a quello già visto allora, con il riferimento all'anno 2050 nella parte inferiore del cerchio.    
 

11) Noi di centro

La seconda lista su cui Pizza potrà contare è quella presentata da Noi di centro, vale a dire il partito fondato e guidato dal sindaco di Benevento ed ex parlamentare di lunghissimo corso Clemente Mastella. Si tratta della prima partecipazione dell'ultima creatura politica mastelliana alle comunali avellinesi (per il precedente occorre tornare al 2009, quando l'Udeur sostenne Massimo Preziosi nell'ambito del centrodestra, ottenendo il 2,73% ma rimase fuori dal consiglio): il partito si presenta con l'ultima versione del suo contrassegno - forse la più riuscita - con la parola "Centro" in evidenza, solo un po' meno del cognome di Mastella, accanto al campanile di pietra bianca con tetto rosso e sopra al tricolore, il tutto su fondo blu (e il riferimento alla Dc non c'è più).
 

12) Stiamo con Nello Pizza

La terza lista della coalizione del "campo largo" è una delle due formazioni-contenitore di chiara impronta politica: Stiamo con Nello Pizza, infatti, su un fondo tricolore (con i segmenti di colore verde e rosso dotati di una piccola "unghia" che ricorda la grafica elettorale di +E) presenta i simboli più piccoli di Avellino Europea (declinazione di +Europa, con la "pulce" che riprende la vecchia grafica di Italia europea, lista congressuale presentata nel 2019, cui si aggiunge la dicitura "Radicali - Liberali - Federalisti") e di Avanti (il progetto elettorale riformista promosso dal Psi)
 

13) Alleanza Verdi e Sinistra - Avellino città pubblica

La quarta lista della coalizione che appoggia Pizza è probabilmente quella che raggruppa il maggior numero di partiti, gruppi e associazioni: di conseguenza il contrassegno appare decisamente complicato (e probabilmente la sua descrizione - di cui purtroppo non si dispone - sarà la più lunga di questa competizione avellinese). La parte superiore del cerchio dell'emblema di Avellino città pubblica, infatti, è occupata dagli elementi che compongono il fregio di Alleanza Verdi e Sinistra, con il nome della lista scritto subito sotto in color amaranto; nel semicerchio inferiore, invece, trovano spazio i loghi di Si può (lista di sinistra che comparve alle elezioni del 2019 a sostegno di Nadia Arace), ControVento (gruppo che, insieme a SiPuò e Avs, due anni fa sostenne Antonio Gengaro con la lista Per Avellino Gengaro Sindaco), Per e - sotto - Avellino prende parte (che nel 2024 concorsero alla lista App - Avellino progetto partecipato, sempre a sostegno di Gengaro). 
 

14) Casa riformista

Quinta lista presentata a sostegno di Pizza è Casa riformista, promossa naturalmente da Italia viva. Il contrassegno utilizzato in queste elezioni è una semplice variante di quello elaborato lo scorso anno in vista delle elezioni regionali e pressoché identico a quello schierato in Campania: cambia infatti soltanto il riferimento territoriale - il comune invece che la regione - collocato sul segmento inferiore sfumato dal blu al fucsia, gli stessi colori che tingono il nome della lista (in alto) e la casa evocata dal nome stesso, collocata al centro (con la finestra bicolore). 
 

15) Partito democratico

Ultima lista della coalizione è quella del Partito democratico, che - diversamente da tutti gli altri comuni visti sin qui - conferma la tradizione avellinese di non inserire nel contrassegno alcun riferimento territoriale o al candidato sindaco, proponendo solo il simbolo ufficiale del partito senza aggiunte. In tutte le competizioni elettorali cui ha partecipato, il Pd è sempre risultato la lista più votata, anche quando il candidato sostenuto non ha vinto le elezioni: ci riuscirà anche questa volta?