Gli anniversari tondi fanno sempre comodo, che si tratti di ricordare persone o avvenimenti; per i secondi, però, le ricorrenze sono ancora più preziose, perché consentono di ricostruire ciò che stava intorno a un fatto, che non è mai isolato. C'è sempre un "prima", un "dopo", qualche "perché" che guarda indietro e qualche altro che guarda avanti, perché i fatti da mettere in fila - i puntini da riunire con una linea - sono tanti e a volte emergono anche a parecchia distanza. Il racconto dei simboli della politica e delle elezioni, per fortuna, è pienamente immerso in questa dinamica, così proprio oggi i #drogatidipolitica non possono evitare di ricordare un episodio di cui si finì per parlare in modo consistente per settimane e che lasciò tracce rilevanti negli anni a venire, ancora ben visibili nella pratica elettorale di oggi.
Occorre tornare, dunque, indietro di cinquant'anni esatti, al 15 maggio 1976. In quella primavera si respirava parecchia tensione nel Paese in vista delle seconde elezioni realmente anticipate della Repubblica. Le prime quattro legislature della Camera, infatti, si erano concluse alla fine del quinquennio (mentre il Senato, che allora durava sei anni, era stato sciolto con un anno di anticipo, fino alla riforma costituzionale del 1963 che uniformò la durata delle Camere). La quinta, invece, era terminata un anno prima - nel 1972, dunque - soprattutto perché era emersa con forza l'idea che fosse opportuno rinviare il referendum sulla legge n. 898/1970, che aveva introdotto lo scioglimento del matrimonio: la battaglia referendaria sul divorzio avrebbe rischiato di alimentare ancora di più l'instabilità politico-sociale (con il centrosinistra in pezzi e gli "anni di piombo" che facevano sentire tutto il loro peso), quindi si era preferito disinnescarla, almeno per un po', sfruttando l'art. 34 della legge n. 352/1970 (quella che regola, tra l'altro, i referendum popolari), che di fatto sospende e rinvia di oltre un anno la consultazione in caso di scioglimento anticipato anche solo di una Camera.
Un'intenzione molto simile animò i partiti - che nei quattro anni della VI legislatura avevano fatto succedere cinque governi e altrettante formule politiche - proprio nel 1976, quando pochi mesi prima la Corte costituzionale aveva ammesso altri due referendum: uno (presentato, tra gli altri, da Vito Quaglietta, Dina Gabrielli, Giuseppe Ibrido e Cesare Mancini) intendeva abrogare l'intera legge n. 195/1974, che su proposta del democristiano Flaminio Piccoli aveva introdotto le prime forme di finanziamento pubblico ai partiti e ai gruppi parlamentari, mentre l'altro mirava a cancellare varie disposizioni del codice penale in materia di aborto. Il secondo quesito era direttamente riconducibile al Partito radicale, tant'è che i dodici promotori avevano scelto di eleggere domicilio proprio presso la sede del partito (allora sita in via di Torre Argentina, ma al numero 18, mentre in seguito si sarebbe trasferita al numero 76, dov'è tuttora): tra coloro che avevano presentato il quesito, c'erano Marco Pannella, Maria Luisa Galli (già suora, abbandonò il suo ordine dopo aver scelto di sostenere l'introduzione del divorzio) e Livio Zanetti, direttore dell'Espresso. Il 1° maggio, dunque, il presidente della Repubblica Giovanni Leone - che peraltro in quel periodo era sotto tiro anche per il "caso Lockeed" - sciolse le Camere e contestualmente dispose il nuovo voto per il 20 e il 21 giugno: il referendum sui partiti si sarebbe tenuto nel 1978, mentre quello sull'aborto di fatto non si tenne mai, essendo stata nel frattempo approvata in quello stesso anno la legge n. 194 (oggetto a sua volta di due quesiti referendari di segno opposto, su cui gli elettori si sarebbero espressi nel 1981).
All'inizio di maggio, dunque, fu ufficialmente avviata la "macchina elettorale", nei giorni in cui il Partito comunista italiano sognava il sorpasso sulla Democrazia cristiana (sull'onda dei risultati delle elezioni amministrative e regionali del 1975) e quest'ultima aveva mobilitato tutte le sue energie perché quell'esito non si producesse. Tornando alla "macchina", tuttavia, occorre ricordare che in quell'occasione sperimentò dei tempi più ristretti, per ridurre tensioni e costi del periodo elettorale: se fino al 1972 i partiti e i gruppi politici potevano depositare il loro simbolo presso il Ministero dell'interno tra il 68° e il 62° giorno prima del voto (con tre giorni di tempo per l'esame di ammissibilità), per poi depositare le liste presso le corti d'appello tra il 55° e il 45° giorno prima delle elezioni, dopo l'approvazione della legge n. 136/1976 i simboli dovevano essere presentati tra il 44° e il 42° giorno prima delle elezioni, mentre le liste sarebbero dovute arrivare agli uffici elettorali circoscrizionali tra il 35° e il 32° giorno precedenti il voto (tempi ulteriormente ridotti nel 1991).
Tra i contrassegni elettorali depositati al Viminale tra il 7 e il 9 maggio 1976 c'era anche il simbolo del Partito radicale: non quello della "Marianna" col berretto frigio (depositata negli anni precedenti e utilizzata in precedenti consultazioni), ma quello con la rosa nel pugno. Si trattava, ovviamente, di una rielaborazione del fregio - "le poing et la rose" - creato da Marc Bonnet e adottato dal Parti socialiste francese, già impiegato dal Partito radicale nel suo 15° congresso pochi mesi prima (tenutosi a Firenze dal 1° al 4 novembre 1975, verosimilmente - come appurato da ricerche di Samuele Sottoriva cui questo sito ha volentieri dato spazio - senza che ne sapessero ufficialmente qualcosa i socialisti d'Oltralpe e nemmeno l'autore francese del simbolo, che poi avrebbe vinto la causa contro il partito italiano, ottenendo in seguito il riconoscimento atteso).
Si trattava di un periodo impegnativo per i radicali italiani: il 30 marzo 1976 - data conosciuta grazie alle ricerche di Lanfranco Palazzolo, cui fa tutta la gratitudine di chi scrive - nacque ufficialmente "Radio Pannella" (come la chiamò il Corriere d'informazione del 27 marzo), che poi sarebbe diventata Radio Radicale: nata per supportare la campagna elettorale a sostegno dell'interruzione volontaria di gravidanza (in previsione del referendum che non si sarebbe celebrato), avrebbe continuato la propria attività in-formativa che tuttora esercita, anche grazie a un archivio che non conosce eguali (e per questo va tutelato in ogni modo possibile).
Quel simbolo della rosa nel pugno - rigorosamente in bianco e nero, come tutti gli altri - avrebbe accompagnato le liste del Partito radicale, presentate -
col sostegno di almeno 350 elettori per ogni collegio - presso le Corti
d'appello italiane tra il 16 e il 19 maggio; c'era ancora la possibilità di un patto federativo con il Partito socialista italiano (alle ultime elezioni con il simbolo di Sergio Ruffolo con falce, martello, sole e libro), ma quell'accordo - che sarebbe stato possibile anche grazie all'esenzione dalla raccolta firme, introdotta proprio dalla citata legge n. 136/1976 - non andò in porto.
Le cancellerie delle Corti d'appello, come si diceva, avrebbero ricevuto le liste e gli altri documenti per le candidature a partire dalle ore 8 del 16 maggio, ma l'ordine con cui ci si presentava agli uffici era tutto meno che irrilevante: l'art. 24 del testo unico per l'elezione della Camera (il d.P.R. n. 361/1957), infatti, prevedeva che l'Ufficio centrale circoscrizionale assegnasse "un numero a ciascuna lista ammessa, secondo l'ordine di presentazione", numero che avrebbe determinato la posizione sulle schede elettorali e sui manifesti delle candidature. Fin dall'inizio dell'esperienza repubblicana, dunque, arrivare davanti alle Corti d'appello con largo anticipo per assicurarsi il numero 1 avrebbe portato a ottenere il primo posto sulla scheda: una posizione riconoscibile e facile da comunicare ai militanti, come dimostra benissimo il racconto In alto a sinistra di Bruno Magno, riferito alle elezioni del 1968.
Proprio per la visibilità che assicurava, la prima posizione poteva fare gola ad altre forze politiche; e se la Democrazia cristiana aveva sempre cercato di depositare per ultima, per il Partito radicale il posto "in alto a sinistra" poteva essere un'ottima occasione per far emergere il nuovo simbolo (votabile, magari, anche da chi lì aveva sempre trovato la falce e il martello) e sperare di raggiungere per la prima volta il Parlamento, così da poter condurre meglio le proprie battaglie. Era facile immaginare, però, che i comunisti non fossero facilmente disposti a rinunciare al posto che il loro simbolo aveva sempre occupato.
Il 14 maggio, dunque, i quotidiani - incluso il Corriere della Sera, cui appartiene il ritaglio riportato a fianco - diedero notizia dell'incontro tra Gianfranco Spadaccia, segretario del Partito radicale, e Francesco Cossiga, ministro dell'interno in carica: il primo chiese di vigilare sull'ordine pubblico in sede di presentazione delle liste, annunciando il rispetto delle regole ma pretendendo altrettanto dallo Stato e dagli altri partiti, soprattutto - pareva di capire - nei luoghi in cui erano stati i radicali a mettersi in fila per primi, parecchie ore o giorni prima dell'apertura del deposito; il secondo assicurò che avrebbe dadto disposizioni per evitare "incidenti e turbative di alcun genere" durante il deposito delle liste. Non era solo questo l'impegno del Partito radicale in quei giorni: Pannella e gli altri, infatti, lamentavano l'esclusione dai dibattiti televisivi, fino a quel momento riservati ai partiti già presenti in Parlamento (non essendo ancora state presentate le liste) e annunciò l'avvio del digiuno nei giorni successivi perché fosse garantito un accesso più equo delle forze politiche ai media.
Quello stesso 14 maggio, però, più di qualche scaramuccia tra radicali e comunisti (di solito presenti in numero molto maggiore) finì per scatenarsi, tra accuse reciproche di violenze e provocazioni; scaramucce che divennero più consistenti il giorno dopo, quando ormai mancavano poche ore al deposito. Ciò sarebbe accaduto in vari luoghi d'Italia, incluso Milano: lì, tra i militanti radicali, c'era anche - come riporta sulla Repubblica, quodiano nato da pochi mesi, Giorgio Rossi, futuro autore con Antonio Caprarica della Ragazza dei passi perduti, giallo fantapolitico imperdibile per i #drogatidipolitica - Mercedes Bresso, futura presidente della Regione Piemonte. Per il Partito radicale si sarebbero verificati - racconta sempre Rossi - "botte, calci, spintoni un po' dappertutto [...], alcuni contusi, alcuni apprezzamenti pcoo garbati ('repressi, mascalzoni', gridavano i radicali a Milano; e i comunisti: 'Finocchi, rompicoglioni')". Quanto bastava, insomma, perché la giornata fosse per lo meno rovente, mentre l'Italia da oltre una settimana guardava soprattutto al Friuli, dopo il terremoto del 6 maggio che segnò per sempre la gente di quelle terre.
Era improbabile, in ogni caso, che i radicali lasciassero correre gli episodi da loro stessi denunciati. Così, stando a quanto vari quotidiani riportarono il 16 maggio, verso le 17 e 30 o poco più tardi, circa trenta militanti radicali, con Marco Pannella in testa, si recarono in via delle Botteghe Oscure, dall'altro lato della strada rispetto al portone del numero 4, quello della sede del Partito comunista italiano. Erano lì per protestare proprio contro le aggressioni che sostenevano di avere subito dai militanti comunisti davanti alle Corti d'appello di varie città d'Italia, nell'attesa che si aprisse la presentazione delle liste: indossavano cartelli con scritte inequivocabili e poco votate alla diplomazia ("Berlinguer, hai scatenato i tuoi teppisti?", "Pci, con i pestaggi volete costruire la società socialista?" e via cartellonando) e non mancavano di dare voce alle loro ragioni aiutandosi con un megafono, il tutto mentre il portone della sede comunista era presidiato da varie persone del servizio d'ordine.
Poteva bastare perché di questo si occupassero i giornali, ma difficilmente sarebbe bastato a chi - da una parte e dall'altra della strada - era parte di quella scena. A quanto si apprende, a un certo punto - dopo una mezz'ora circa - lo stesso megafono di prima avrebbe amplificato un proposito: "La nostra risposta alle violenze è da compagni: vi offriamo dei fiori". Per tutta risposta, Pannella e altri quattro o cinque militanti si sarebbero avvicinati al portone del numero 4, portando con sé "margherite e anemoni". Il gesto non sarebbe stato compreso o comunque apprezzato dai militanti del servizio d'ordine: questi rientrarono immediatamente nella sede, chiudendo il portone. Ciò non bastò a scoraggiare la truppa radicale, che scelse di posare lì i fiori e magari anche di infilarli tra i battenti del portone stesso. A quel punto, come si poté leggere sul Messaggero (in un resoconto non firmato sulle pagine della cronaca di Roma), "il portone si è aperto di scatto, ed un giovane di bassa statura, vestito con pantaloni e maglione blu, ha sferrato uno schiaffo al leader radicale". Altre fonti - incluso lo stesso Pannella intervistato da Rossi sulla Repubblica - parlano di pugno, che comunque attraverso i battenti del portone avrebbe colpito Pannella in pieno viso. "Ti basta o vuoi darmene un altro?" avrebbe detto sempre Pannella (anche se sul Corriere si legge "Allora dammene anche un altro") e, porgendo virtualmente l'altra guancia, sarebbe stato subito accontentato.
La versione radicale, ovviamente, fu completamente smentita dal Partito comunista italiano, tanto con riguardo ai disordini in sede di presentazione delle liste ("In realtà - si lesse in un comunicato - sono stati i presentatori delle liste comuniste che in alcune località sono stati oggetto di violenza da parte di esagitati. Per alcuni giorni elementi del Partito radicale sono andati preparando questa ridicola montatura che ha soltanto un evidente scopo elettoralistico") quanto con riferimento ai fatti di via delle Botteghe Oscure.
"Di fronte alte notizie diffuse dal Partito radicale e raccolte da alcuni organi di informazione su presunti atti di violenza compiuti da militanti comunisti nei confronti di esponenti radicali - si legge sull'Unità del 17 maggio - l'ufficio stampa del Pci ribadisce che si è trattato di una palese montatura. Le notizie non sono state controllate da parte di chi le ha pubblicate. In verità ci si è trovati in presenza di atteggiamenti provocatori dovuti esclusivamente ad iniziative del Partito radicale per suoi scopi pubblicitari ed elettoralistici. Come è evidente, si tenta inoltre di introdurre diversivi anticomunisti nel confronto elettorale".
Spadaccia, Adele Faccio e Angelo Coppola il 17 maggio tennero una conferenza stampa all'Hotel Minerva (quello che nel 1994 tenne a battesimo il Centro cristiano democratico) annunciando il digiuno "fino alla morte o fino a che giustizia non sia stata resa", soprattutto per ottenere pari trattamento dalla Rai, ma anche denunciando gli episodi di violenza legati alla presentazione delle liste. "Avevamo proposto - disse Spadaccia, come riportato il 18 maggio da Antonio Padellaro in un suo articolo sul Corriere - ai compagni comunisti un sorteggio dei posti in lista ma non ne hanno voluto sapere", così come non sarebbe stata accolta una nuova proposta radicale di far svolgere una corsa nei pressi della Corte d'appello tra un rappresentante per ogni partito per determinare l'ordine di priorità ("I comunisti che erano un centinaio si sono disposti a testuggine davanti all'ingresso - raccontò il candidato al Senato Andrea Bises - e per noi non c'è stato niente da fare").
om'è noto, il 20 e il 21 giugno il simbolo della rosa nel pugno ottenne
alla Camera 394439 voti, pari all'1,07%, sufficienti a fare scattare
quattro seggi. Un risultato tutto meno che irrilevante, dal momento che
riuscì a portare a Montecitorio un partito che fino a quel momento era
rimasto escluso dalle aule parlamentari. Gli eletti radicali ottennero
ciò che volevano (e iniziarono subito a mettere a dura prova il
regolamento della Camera) e non si può affatto escludere che lo spazio
dato dai media agli eventi di metà maggio - comunque siano
andati, qualunque cosa sia stata davvero fatta o detta - abbia concorso
all'elezione di Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro
Mellini.
Proprio quegli eventi di maggio, però, non smisero di lasciare tracce. Il 30 settembre 1976, infatti, nel suo corsivo di prima pagina sull'Unità, intitolato Un po' di aristocrazia, Fortebraccio (all'anagrafe Mario Melloni) criticò a modo suo Marco Pannella: ne riconobbe i meriti e affermò di provare per lui "una cordiale simpatia", ma se la prese con "la sua mancanza d'anima popolare e la sua irrefrenabile albagia aristocratica", accusandolo di non sapersi "mai mettersi nei panni di un operaio, di un metalmeccanico, di un bracciante: costoro, pur battendosi per cause non meno giuste, e umane, che quelle di cui Pannella è alfiere, non provocherebbero mai lo spintone, che invece il leader radicale 'attende'. perche i lavoratori sanno che in questura, in galera, fra le guardie, agli spintoni seguono botte, maltrattamenti e addirittura torture. Un poveretto non sognerebbe con speranza le manette, perché non sa mai se e quando gliele toglieranno. In Pannella non c'è mai l'orrore del male fisico che viene dalla miseria, ma sempre la spavalderia, assai spesso divertita, che discende dalla consuetudine della sicurezza di classe. Pannella non sembra conoscere la 'paura' dei poveri. Sembra sempre un marchese che va alla ghigliottina, cantando sulla charrette. Pannella sa che nessuno, mai lo dimenticherebbe, mentre i poveri sanno che tutti, sempre, si dimenticano di loro". E proprio in quel giudizio severo - pur sempre scritto con stile - riemerse l'episodio pre-elettorale di qualche mese prima: "Noi non siamo in nessun caso per la violenza. Ma ricordiamo bene che durante l'ultima campagna elettorale, Pannella ha bussato al portone delle Botteghe Oscure e ai compagni della vigilanza innervositi, stanchi, preoccupati, che hanno aperto guardinghi uno spiraglio, egli ha presentato, salvo errore, una camelia. Quelli gli hanno 'ammollato', pare, un manrovescio. Il fatto è controverso, ma se è vero, sappiate, compagni, che avete fatto benissimo".
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Ora, l'errore probabilmente c'era, visto che tutti i giornali a maggio avevano parlato di margherite o di anemoni. Ma chi pensava che il discorso finisse lì, tanto per cambiare, si sbagliava. Il 12 dicembre, infatti, sulla prima pagina del Corriere della Sera apparve - di spalla - un lungo testo intitolato Pannella al Pci: perché ce l'avete con noi? Nell'articolato cahier de doléances pannelliano, c'era anche una presunta "apologia dello schiaffo proletario" fatta da Fortebraccio per lo schiaffo "dato, come è stato dato, contro uno di noi". Tempo qualche giorno e, il 19 dicembre, tra le lettere al Corriere ne apparve una di tale Giovanni Gazzaniga da Vigevano: "L'on. Marco Pannella. nel suo intervento sul 'Corriere' parla ad un certo punto di 'schiaffo proletario', espressione, questa, usata da Fortebraccio sull'Unità. Poiché gli schiaffi erano una prerogativa del fascismo, osservo che chiunque usi un manrovescio in luogo del ragionamento e del civile confronto delle idee non può onorarsi della qualifica di 'proletario': è un fascista, e basta".Il 21 dicembre Fortebraccio rispose, sempre sulla prima pagina dell'Unità, con un corsivo intitolato, con ironia, Elogio della sberla. Melloni negò di avere mai utilizzato l'espressione "schiaffo proletario", attribuibile a Pannella (che in effetti non l'aveva virgolettata), ma riconobbe quell'espressione come "felice"; di tutt'altro avviso fu circa la posizione del lettore che, attribuendo al fascismo "la prerogativa" degli schiaffi, avrebbe "in sostanza, voluto dare del fascista al nostro compagno del manrovescio, il che ci fa allegramente ridere. Il fascismo aveva ben altre 'prerogative' e noi vogliamo rivendicare qui, alla sberla, il suo carattere civile e persino affettuoso, quando e data al momento giusto e non varca i suoi limiti, come dire, fisiologici".
Merita di essere riportato per intero, questo "elogio della sberla": "Ma come? Tu sei lì a tener d'occhio un portone che da un momento all'altro può esser preso d'assalto. Sei inquieto, teso, allarmato. Bussano. Ci siamo. Apri guardingo uno spiraglio e vedi uno che ti porge una camelia. Che devi fare? Secondo il signor Gazzaniga non ci sono dubbi: devi chiamare un compagno e dirgli: 'Va' a prendere un vasetto pieno d'acqua fresca che ci infiliamo questo bel fiore' e poi rivolgerti a Pannella e parlargli cosi: Grazie, gentile amico. Venga un po' qua, se ha tempo, che facciamo qualche 'ragionamento' e poi procediamo a un 'civile confronto delle idee'. Si accomodi. Ma signor Gazzaniga, siamo giusti, non è meglio un manrovescio? La verità è che questi radicali hanno la mania di persecuzione e sono, secondo i nostri personali gusti politici, troppo delicati. Noi vogliamo un mondo senza violenza: non più attentati, non più galere per 'reati' d'opinione, non più bombe, non più distruzioni, non più spranghe di ferro, non più sangue. Ma per favore, salviamo, quando ci vuole, la sberla, che è la carezza dei momenti di rabbia: la vecchia, buona, domestica sberla, negazione della ferocia, incruenta affermazione di esuberanza e vanto d'ogni cuore generoso".
Ora, l'errore probabilmente c'era, visto che tutti i giornali a maggio avevano parlato di margherite o di anemoni. Ma chi pensava che il discorso finisse lì, tanto per cambiare, si sbagliava. Il 12 dicembre, infatti, sulla prima pagina del Corriere della Sera apparve - di spalla - un lungo testo intitolato Pannella al Pci: perché ce l'avete con noi? Nell'articolato cahier de doléances pannelliano, c'era anche una presunta "apologia dello schiaffo proletario" fatta da Fortebraccio per lo schiaffo "dato, come è stato dato, contro uno di noi". Tempo qualche giorno e, il 19 dicembre, tra le lettere al Corriere ne apparve una di tale Giovanni Gazzaniga da Vigevano: "L'on. Marco Pannella. nel suo intervento sul 'Corriere' parla ad un certo punto di 'schiaffo proletario', espressione, questa, usata da Fortebraccio sull'Unità. Poiché gli schiaffi erano una prerogativa del fascismo, osservo che chiunque usi un manrovescio in luogo del ragionamento e del civile confronto delle idee non può onorarsi della qualifica di 'proletario': è un fascista, e basta".Il 21 dicembre Fortebraccio rispose, sempre sulla prima pagina dell'Unità, con un corsivo intitolato, con ironia, Elogio della sberla. Melloni negò di avere mai utilizzato l'espressione "schiaffo proletario", attribuibile a Pannella (che in effetti non l'aveva virgolettata), ma riconobbe quell'espressione come "felice"; di tutt'altro avviso fu circa la posizione del lettore che, attribuendo al fascismo "la prerogativa" degli schiaffi, avrebbe "in sostanza, voluto dare del fascista al nostro compagno del manrovescio, il che ci fa allegramente ridere. Il fascismo aveva ben altre 'prerogative' e noi vogliamo rivendicare qui, alla sberla, il suo carattere civile e persino affettuoso, quando e data al momento giusto e non varca i suoi limiti, come dire, fisiologici".Merita di essere riportato per intero, questo "elogio della sberla": "Ma come? Tu sei lì a tener d'occhio un portone che da un momento all'altro può esser preso d'assalto. Sei inquieto, teso, allarmato. Bussano. Ci siamo. Apri guardingo uno spiraglio e vedi uno che ti porge una camelia. Che devi fare? Secondo il signor Gazzaniga non ci sono dubbi: devi chiamare un compagno e dirgli: 'Va' a prendere un vasetto pieno d'acqua fresca che ci infiliamo questo bel fiore' e poi rivolgerti a Pannella e parlargli cosi: Grazie, gentile amico. Venga un po' qua, se ha tempo, che facciamo qualche 'ragionamento' e poi procediamo a un 'civile confronto delle idee'. Si accomodi. Ma signor Gazzaniga, siamo giusti, non è meglio un manrovescio? La verità è che questi radicali hanno la mania di persecuzione e sono, secondo i nostri personali gusti politici, troppo delicati. Noi vogliamo un mondo senza violenza: non più attentati, non più galere per 'reati' d'opinione, non più bombe, non più distruzioni, non più spranghe di ferro, non più sangue. Ma per favore, salviamo, quando ci vuole, la sberla, che è la carezza dei momenti di rabbia: la vecchia, buona, domestica sberla, negazione della ferocia, incruenta affermazione di esuberanza e vanto d'ogni cuore generoso".
Il botta e risposta, che si sappia, terminò lì. Ma i fatti di maggio portarono i quattro deputati radicali a formulare una proposta di legge - presentata all'inizio di febbraio del 1978 - per introdurre il sorteggio dell'ordine dei contrassegni sulla scheda elettorale.
"In occasione delle ultime elezioni politiche - si leggeva nella relazione - alcuni episodi di non lieve entità hanno posto in evidenza alcune incongruenze delle leggi elettorali relative alle modalità di determinazione dell'ordine progressivo di disposizione dei contrassegno delle varie liste nelle schede elettorali e [...] nei manifesti elettorali con i quali esse vengono presentate agli elettori dalle pubbliche autorità. [...] il primo posto sulla scheda viene attribuito ai presentatori che per primi siano stati in grado di presentarsi negli uffici stessi, e ciò in considerazione del fatto che ormai è invalso l'uso di presentarsi a detti uffici alcuni giorni prima della data fissata per l'inizio della ricezione delle liste dei candidati". Ricordando E' avvenuto nella sopra ricordata occasione che i presentatori di liste del Partito radicale, per primi giunti da vari giorni agli uffici, [...] siano stati all'ultimo momento sopravanzati con la violenza da rappresentanti di lista del Pci, spalleggiati da folti gruppt di sostenitori che, invocando la 'tradizione' della priorità assoluta di tale lista, hanno imposto la loro precedenza nella presentazione. Ciò è stato reso possibile oltre che da colpevoli negligenze nella tutela della sicurezza, della libertà e dell’ordine, anche dall'assenza di una precisa normativa atta a garantire e documentare la precedenza ner giorni antecedenti all'apertura degli uffici. D’altro canto l'Ufficio centrale elettorale, respingendo il ricorso dei presentatori delle liste radicali, ha dichiarato di non poter entrare nel merito dei fatti che hanno determinato la priorità cosi come constatato attraverso i verbali di deposito delle liste, escludendo ogni rilevanza anche a fatti di violenza e di sopraffazione. E' evidente che tali episodi, e più ancora il non avervi saputo o potuto porvi rimedio, impongono di eliminarne l'occastone non potendosi tollerare che proprio l'atto iniziale della procedura elettorale sia caratterizzato da possibili sopraffazioni, che finiscano per ricevere una convalida dai provvedimenti successivi dell'Autorità preposta al governo delle attività elettorali e che vengano in qualche modo consacrate nel documento sottoposto all'elettore. Poiché del resto l'interesse alla presenza nell'ordine delle schede non può che essere costituito da un ingustificato e vano desiderio di dimostrare la capacita di mantenere una 'tradizione di primato', da un intento cioè meramente emulatorio, in quanto è impensabile che gli elettori non siano oggi in grado di riconoscere il simbolo del loro partito sulla scheda se non attraverso una particolare collocazione, sembra opportuno addivenire ad una diversa regolamentazione che tolga ogni rilevanza alla priontà della presentazione delle liste, determinando l'ordine di comparizione dei simboli sulla scheda attraverso sorteggio".
Per lungo tempo la proposta radicale non sarebbe stata tenuta in considerazione, ma la legge n. 53/1990 - la stessa che avrebbe ampliato in modo significativo il novero degli autenticatori delle firme - avrebbe introdotto finalmente il sorteggio della posizione sulla scheda; ancora oggi, è la sorte a definire l'ordine con cui candidati e contrassegni appaiono su manifesti e bollettini elettorali. Un annetto prima, la legge n. 95/1989 aveva consacrato l'altra innovazione richiesta dai radicali con la loro proposta del 1978, cioè il sorteggio degli scrutatori, volto ad "assicurare una rappresentanza e un controllo equi tra tutti i partiti concorrenti, evitando che le designazioni siano espressioni di maggioranze esistenti nei consessi amministrativi a ciò designati" e per evitare il rischio o il perpetrarsi di brogli e manipolazioni del voto; la legge n. 270/2005 - sì, proprio il Porcellum - sarebbe però tornata alla nomina degli scrutatori, probabilmente perché i sorteggiati troppo spesso si giustificavano e dovevano essere sostituiti, non si presentavano o risultavano fin troppo inesperti. Se da oltre trentacinque anni, insomma, il simbolo "in alto a sinistra" sulle schede non è più lo stesso elezione dopo elezione, ma è del tutto affidato al caso, lo si deve anche e soprattutto a ciò che accadde cinquant'anni fa - fuori dalle Corti d'appello e in via delle Botteghe Oscure, con una camelia che in realtà era un'anemone o, chissà, una margherita, per inciso tutti fiori finiti sulle schede elettorali - e alla tenacia di quei radicali che sempre cinquant'anni fa si intrufolarono nel Parlamento grazie agli elettori che votarono la rosa nel pugno e vi rimasero a lungo, costringendolo a evolvere.












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