Giovedì si è conclusa in aula al Senato la discussione generale sulla riforma elettorale promossa dal centrodestra, di cui oggi è prevista l'approvazione da parte dell'aula di Palazzo Madama. Inevitabilmente gran parte dell'attenzione si è concentrata su alcuni degli aspetti cui i media e il dibattito pubblico hanno riservato più spazio - dalla reintroduzione delle preferenze al tramonto dell'ipotesi del ballottaggio - ma in questo spazio è necessario concentrarsi, come si è già fatto alla Camera, sulle norme che regolano l'accesso alla competizione elettorale. Questo anche perché tra giovedì e venerdì si è verificato un fatto significativo e che difficilmente può non colpire chi studia a fondo le procedure della democrazia: il notevole - anche se per ora solo potenziale - aggravamento delle condizioni per presentare le liste per le formazioni politiche non presenti in Parlamento, peraltro non dovuta a un emendamento diretto della maggioranza, ma frutto della riformulazione di quello stesso emendamento richiesta dal governo.
Si parla di una proposta di modifica a firma della senatrice di Fratelli d'Italia Antonella Zedda, nata per eliminare gli effetti della "norma anticespugli" introdotta dalla Camera tramite un emendamento a prima firma del deputato forzista Paolo Emilio Russo (e andare anche un po' oltre); il governo aveva subordinato il proprio parere favorevole a una riformulazione, la cui portata sarebbe stata pesantissima. Il testo suggerito dall'esecutivo, infatti, moltiplicava per sei il numero minimo delle firme da raccogliere per presentare una lista in un collegio plurinominale; la presentazione di una lista, peraltro, era resa ancora più difficile dall'aumento del numero minimo di circoscrizioni in cui presentare le proprie liste, da un terzo (condizione peraltro non prevista dalle norme in vigore, ma proposta dal disegno di legge proposto a Montecitorio da Fratelli d'Italia e approvato dalla Camera) alla metà, pena la ricusazione delle candidature. Un'ulteriore riformulazione presentata venerdì, poi effettivamente sottoposta al voto dell'aula di Palazzo Madama, ha ridotto le firme richieste, che comunque sono il quadruplo di quelle ora richieste, sempre con l'introduzione dell'obbligo di presentare la lista in almeno metà delle circoscrizioni previste.
Se l'aumento abnorme delle sottoscrizioni richieste rende difficilissimo a chi non è già in Parlamento presentare liste, l'obbligo di presentare candidature in almeno metà delle circoscrizioni italiane rischia di sbarrare l'accesso alle schede elettorali persino a simboli di forze politiche concentrate in alcune aree del paese e non legate a minoranze linguistiche tutelate. Se la Camera confermasse la disposizione approvata al Senato, ciò potrebbe avere conseguenze enormi sulla conformazione del sistema partitico italiano, per lo meno di quello che riesce ad affacciarsi alle elezioni. E, fermo restando il rispetto dovuto a chi rappresenta le istituzioni, ci si permette di dire che, più che una semplificazione, si sarebbe di fronte a un estremo impoverimento, che nessuna persona che abbia a cuore la democrazia e le sue procedure potrebbe accogliere con soddisfazione.
Il dibattito in Commissione
Prima di concentrarsi sull'emendamento della discordia, vale la pena fare qualche passo indietro per ripercorrere l'iter della legge al Senato. La commissione Affari costituzionali aveva iniziato a occuparsi della riforma elettorale il 21 luglio scorso, dedicando le sedute sino alla fine del mese a un nuovo ciclo di audizioni di esperti; era stato poi fissato al 1° settembre il termine per la presentazione degli emendamenti da parte delle forze politiche e proprio in quel giorno è ripreso l'esame del testo trasmesso dalla Camera, interrotto il 5 agosto.
Come le cronache hanno narrato, l'esame in Commissione si è concluso la mattina di mercoledì 9 settembre senza mandato al relatore (che era il presidente dell'organo, Andrea De Priamo di Fdi), perché gli emendamenti non sono stati tutti votati in quella sede: già in quella sede, peraltro, era stato approvato l'emendamento 1.6, a prima firma del senatore di Fdi Lisei - come si vedrà più tardi - volto a reintrodurre le preferenze (tre) con capolista "bloccato" il cui inserimento non era riuscito alla Camera, soluzione di compromesso ritenuta dai proponenti idonea "a contemperare l'esigenza di scelta dell'elettore con quella, dei partiti, di poter candidare figure di particolare profilo istituzionale o tecnico" (così lo stesso Lisei, in base al resoconto sommario); non erano mancate parecchie discussioni sugli effetti in materia di equilibrio di genere delle preferenze proposte.
Non sono mancati, peraltro, passaggi in cui si è discusso dell'esenzione dalla raccolta firme (Ilaria Cucchi, per Avs, aveva invitato a eliminare ogni riferimento a date già trascorse per valutare il requisito di presenza parlamentare alla base dell'esonero, ancorando questo "a un criterio sostanziale, e non meramente formale, di effettiva rappresentanza parlamentare, verificando che essa non derivi da operazioni strumentali") e della raccolta delle firme in formato digitale, proposta da Pd e Avs coome "rilevante ai fini della piena democraticità per l'esercizio dei diritti degli elettori" (già in quella sede la ministra Alberti aveva fatto conoscere il suo invito a trasfondere il contenuto degli emendamenti in un ordine del giorno da presentare in aula, vista "l'intenzione di procedere con decisione nel percorso di digitalizzazione").
La norma sulle firme spuntata con la riformulazione
Giovedì in Senato è terminata la discussione generale, anche se il giorno prima l'evento politicamente più rilevante era stato il ritiro, da parte dell'ex presidente del Senato Marcello Pera (Fdi), del suo emendamento 1.322 sul ballottaggio (con assegnazione del premio solo se una lista/coalizione avesse superato il 48% dei voti al primo turno - oppure il 42% se la seconda classificata non fosse arrivata al 38% - oppure al ballottaggio, purché al primo turno la lista avesse superato il 38%). A suo dire il centrodestra, "tradizionalmente e storicamente contrario al sistema del ballottaggio, stava maturando posizioni diverse", al punto che nella prima versione del disegno di legge il ballottaggio era incluso, quindi c'era "materia di discussione, di riflessione e di dibattito"; nessuno in commissione e in aula, però, era tornato sul ballottaggio, in più "il Governo ha pensato di tacere sul punto e tutti hanno fatto finta di dimenticarsi anche delle posizioni sulle quali ieri erano d'accordo" (mentre al di fuori dell'aula l'iniziativa di Stefano Ceccanti e Gaetano Quagliariello - per Libertà euguale e Fondazione Magna Carta - era stata oggetto di dibattito). Per Pera il ballottaggio continuava a essere una buona soluzione per scongiurare "la palude [...] quando nessuno vince palesemente le elezioni e la maggioranza si trova alla maniera in cui si trova in Parlamento, con tutti i giochi tipici che si fanno in Parlamento" e le maggioranze aritmetiche, per indicare "un chiaro vincitore e una chiara opposizione" e permettere di non far condizionare la maggioranza di governo dalle forze politiche radicali senza eliminare partiti; vista la situazione "di colui che ha presentato un emendamento e che si trova di fronte 200 colleghi che gli dicono di no", Pera ha scelto di ritirare formalmente la sua proposta, ritenendo però che quella sia stata una "occasione perduta, gravemente perduta, in un momento molto grave per l'Europa e che potrebbe diventare molto grave anche per l'Italia", a fronte di "una legge che ha notevoli [...] problemi di carattere tecnico, che invece avrebbero potuto facilmente essere superati, se avessimo avuto il coraggio [...] della democrazia di ascoltare i cittadini italiani e non soltanto il nostro piccolo recinto, che è solo quello parlamentare".Nel primo pomeriggio di giovedì, finita la discussione generale, la ministra per riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti in Casellati ha espresso poco prima delle ore 15 i pareri del Governo sugli emendamenti relativi all'art. 1. Il parere era ovviamente favorevole sull'emendamento 1.6, a prima firma di Marco Lisei (Fdi), ma cofirmato da esponenti degli altri partiti del centrodestra - Daisy Pirovano per la Lega, Roberto Rosso per Forza Italia, Mariastella Gelmini per Noi moderati, Antonio De Poli per l'Udc - volto a introdurre le preferenze secondo il modello già proposto dall'emendamento presentato alla Camera da Galeazzo Bignami (Fdi), Francesco Saverio Romano (Nm) e Lorenzo Cesa (Udc) e respinto per un voto - anzi due - dall'aula di Montecitorio, cioè con il capolista "bloccato" e la possibilità di indicare da una a tre preferenze apponendo una croce accanto ai nomi prestampati dei candidati di lista, alternati per genere; su altre proposte il parere era contrario, mentre l'esecutivo aveva scelto - dopo le polemiche di chi aveva lamentato l'inopportunità di prevedere il capolista "bloccato" - di rimettersi all'assemblea per altri subemendamenti presentati dalle opposizioni che avrebbero invece introdotto la doppia preferenza di genere, "libera" (cioè da indicare a mano) o "agevolata" (con i nomi prestampati), senza alcun candidato bloccato o modificato la tripla preferenza di genere "agevolata" eliminando il capolista bloccato.
Era invece stato chiesto il ritiro degli emendamenti volti ad abbassare 41% la soglia per far scattare il premio di maggioranza al primo turno (firmato da Paola Ambrogio, di Fdi), a cancellare la "norma antiframmentazione" introdotta alla Camera (presentati dalle opposizioni per intero) o ad ammorbidire la stessa, abbassando la "soglia di utilità" al 2%, rendendo comunque utilizzabili i voti della migliore lista di coalizione sotto il 3% anche se avesse preso meno del 2% (firmato da Matteo Gelmetti, Fdi) o riportandola all'1%, sempre però salvando la lista "migliore perdente" anche se la sua percentuale fosse risultata inferiore perfino all'1% (caso piuttosto improbabile, con una soglia di sbarramento al 3%). Poiché quest'ultimo emendamento - il numero 1.212 - portava la firma di Lisei (Fdi), Pirovano (Lega) e Gelmini (Nm), prima dell'espressione del parere da parte del Governo si era pensato che potesse essere questa la soluzione di compromesso trovata all'interno della coalizione, tornando indietro rispetto all'emendamento approvato alla Camera a luglio e proposto da Forza Italia (l'avevano firmato Paolo Emilio Russo e Davide Bellomo) e, anzi, precisando che i voti della migliore lista della coalizione sotto al 3% sarebbero stati utili alla compagine e si sarebbero eventualmente trasformati in seggi anche se la lista non avesse raggiunto l'1%; certo, Forza Italia non aveva firmato il nuovo testo, per ragioni intuibili - visto che si stava provvedendo a cancellare una norma proposta da quel partito - ma era più che lecito immaginare che il centrodestra si sarebbe compattato intorno a quella proposta.
L'invito al ritiro dell'emendamento Lisei-Pirovano-Gelmini, invece, aveva colto più di qualcuno di sorpresa, soprattutto considerando che era stato emesso parere favorevole su un altro emendamento - il numero 1.321 - firmato dalla senatrice di Fdi Antonella Zedda, che formalmente appariva ancora più "permissivo" dal punto di vista delle liste minori: questo, infatti, avrebbe semplicemente eliminato dall'art. 83, comma 1, lettera c) ogni riferimento alla "soglia di utilità", per cui avrebbe concorso alla cifra di coalizione - utile sia per provare a conquistare il premio di maggioranza, sia per determinare il numero di seggi da assegnare alla coalizione stessa - ciascuna delle liste della compagine, quale che fosse stata la sua percentuale (pur rimanendo ovviamente escluse dal riparto dei seggi le liste rimaste sotto il 3%, fatta eccezione per la "miglior perdente"). Il parere favorevole, tuttavia, era stato legato alla riformulazione di quello stesso emendamento, il cui testo, consegnato evidentemente ai senatori in quell'occasione e appreso dai media che ne hanno parlato, è stato reso pubblico per intero soltanto venerdì. Lo si riporta di seguito, per intero, sottolineando le parti aggiunte in sede di riformulazione:
Al comma 21 sostituire la lettera b) con la seguente:
b) al comma 1, lettera c), il terzo periodo è soppresso;
Conseguentemente, al comma 8, lettera a), aggiungere, in fine, le seguenti parole: «e le parole da: "almeno 1.500 e da non più di 2.000" sono sostituite dalle seguenti: "almeno 9.000 e da non più di 10.000"» e dopo il primo periodo sono inseriti i seguenti: «La previsione di cui al periodo precedente non trova applicazione per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare o componente politica di gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, alla data di pubblicazione del decreto di indizione dei comizi elettorali, per i quali il numero delle sottoscrizioni richieste deve essere di almeno 1.500 e non più di 2.000. Resta comunque ferma l'esenzione prevista dal comma 2.» e alla lettera b) sostituire le parole: «un terzo» con le seguenti: «la metà»; dopo il comma 8 inserire il seguente: «8-bis. In sede di prima applicazione, i requisiti previsti dall'articolo 18-bis, comma 1, secondo periodo, del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, inserito dalla lettera a) del comma 8, devono sussistere per le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge.».
All'articolo 2, al comma 9, sostituire la lettera b) con la seguente:
b) al comma 1, lettera c), il terzo periodo è soppresso.
Chiunque, anche solo con uno sguardo, può rendersi conto che il governo aveva subordinato il suo parere favorevole all'eliminazione totale della "soglia di utilità" (dunque legato a una fase successiva allo scrutinio) a un aggravamento pesantissimo delle condizioni per la valida presentazione di una lista (quindi ad adempimenti del procedimento preparatorio, che non hanno nulla di "conseguente", come invece la formulazione del testo suggeriva). Da un lato aveva aumentato di sei volte il numero minimo di sottoscrizioni richieste (da 1500 a 9000) in ognuno dei collegi plurinominali previsti - 48 alla Camera, 26 al Senato - per le liste di formazioni politiche non presenti in Parlamento, mantenendo la quota attualmente prevista di 1500 firme per i partiti costituiti in gruppo parlamentare o componente politica (anche se formati in corso di legislatura) al momento in cui le elezioni fossero state indette - ma escludendo di alleggerire l'onere per gruppi o componenti sorti dopo l'entrata in vigore della riforma elettorale - e confermando l'esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni per le forze politiche in grado di formare un gruppo almeno in una Camera all'inizio della legislatura. Dall'altro lato aveva aggravato una norma introdotta dal disegno di legge in esame, che alla necessità di presentare una lista in almeno due terzi dei collegi uninominali di una circoscrizione aveva aggiunto l'obbligo di coprire almeno un terzo delle circoscrizioni previste, pena la ricusazione delle candidature presentate: l'emendamento riformulato, infatti, aveva innalzato la quota di presenza obbligatoria nelle circoscrizioni da un terzo alla metà.
Quell'emendamento, in concreto, avrebbe reso necessario raccogliere - oltre alle almeno 300 sottoscrizioni per la Valle d'Aosta - almeno 441000 firme per la Camera e - fatta eccezione per la Valle d'Aosta e il Trentino - Alto Adige, i cui collegi uninominali richiedono da 300 a 600 firme ciascuno - almeno 234000 firme per il Senato (queste, come si è già ricordato, potrebbero anche essere di sottoscrittori che hanno firmato anche per la Camera, visto che formalmente si tratta di due elezioni diverse e non c'è un divieto esplicito). D'altro canto, una forza politica che, pur non volendo seriamente concorrere per ottenere seggi, avesse puntato al minimo sforzo per presentare liste alla Camera nel numero minimo di circoscrizioni richiesto dalla legge (13, la metà di 26, escludendo la circoscrizione del Trentino - Alto Adige), avrebbe dovuto coprire tutte le circoscrizioni con un solo collegio plurinominale (Lombardia 4, Veneto 1, Friuli - Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna) e due delle altre circoscrizioni aventi da 2 a 4 collegi plurinominali, sapendo che per interpretazione costante dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, quando i collegi plurinominali di una circoscrizione sono due, perché la lista sia ammissibile va presentata in entrambi: la presenza obbligatoria in 15 collegi plurinominali alla Camera si sarebbe tradotta in almeno 135000 firme da raccogliere.
Da 9000 a 6000 firme per collegio: il testo votato
La portata dell'emendamento Zedda riformulato dal governo - peraltro senza che alcuna spiegazione sia stata fornita in aula durante la seduta di giovedì - dev'essersi fatta via via più chiara e deve avere ingenerato le proteste di gran parte delle opposizioni: lo si può intuire leggendo il resoconto stenografico della seduta di venerdì, giorno in cui la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli (Fi) ha avvertito che, "per le vie brevi, è arrivata anche la richiesta di accantonamento" dell'emendamento Zedda (relativo pure al numero di firme da raccogliere a causa della riformulazione richiesta dal Governo) dopo che il senatore Pd e costituzionalista Andrea Giorgis aveva chiesto e ottenuto di accantonare il suo emendamento 1.100, volto a introdurre la raccolta delle sottoscrizioni in formato digitale, nell'auspicio che le due proposte di modifica venissero discusse insieme.
Dopo il voto sui vari emendamenti d'opposizione (tutti respinti) volti a modificare il sistema di preferenze introdotto il giorno prima dall'emendamento a prima firma Lisei, il funzionamento e l'attribuzione del premio (includendovi, tra l'altro, i voti del Trentino - Alto Adige) - ma anche sull'ordine del giorno del M5S (respinto, conformemente al parere del Governo) volto a estendere il voto a chi avesse compiuto almeno sedici anni - era arrivato il momento di votare l'emendamento Zedda riformulato, che peraltro nel frattempo era stato nuovamente modificato: non solo era stato corretto un probabile errore formale nella disposizione sulla prima applicazione della riduzione delle sottoscrizioni (forchetta tra 1500 e 2000 firme), precisando che il gruppo parlamentare sorto in corso di legislatura o la componente del gruppo misto dovevano sussistere "alla data di entrata in vigore della presente legge" (e non più "per le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge": precisazione ridondante, essendosi già chiarito che si trattava della prima applicazione), ma soprattutto le firme richieste in ciascun collegio plurinominale per le liste prive di gruppi o componenti parlamentari erano state ridotte a un minimo di 6000 e un massimo di 7000, praticamente moltiplicando per quattro - e non più per sei - il minimo richiesto dalle norme vigenti. Il che vorrebbe dire, riprendendo i numeri di prima, Quell'emendamento, in concreto, avrebbe reso necessario raccogliere - oltre alle almeno 300 sottoscrizioni per la Valle d'Aosta - almeno 294000 firme per la Camera e - fatta eccezione per la Valle d'Aosta e il Trentino - Alto Adige, i cui collegi uninominali richiedono da 300 a 600 firme ciascuno - almeno 156000 firme per il Senato (anche "sovrapposte" a quelle della Camera); in più, una forza politica interessata a raccogliere il minimo indispensabile di firme su scala territoriale, coprendo tutte le circoscrizioni con un solo collegio plurinominale e due delle altre circoscrizioni (essendo presente in ciascuna in almeno due collegi plurinominali), avrebbe dovuto raccogliere almeno 90000 firme.
Non si può non rilevare, con non poco sconcerto, come né durante la seduta di giovedì, né durante quella di venerdì alcun rappresentante del governo abbia fornito alcuna spiegazione sulla scelta di alzare in modo repentino e consistente il numero di sottoscrizioni richieste ai partiti senza rappresentanza parlamentare - con una decisione che non ha eguali nella storia elettorale, se non con riferimento alle elezioni amministrative nei comuni sopra il milione di abitanti con la riforma attuata con la legge n. 53/1990 - né sulla scelta di farlo attraverso la riformulazione di un emendamento che nulla c'entrava con la fase del procedimento elettorale su cui il governo ha scelto di intervenire. Non lo ha fatto la ministra Alberti, non lo ha fatto alcun sottosegretario (in materia elettorale in passato era intervenuta spesso Wanda Ferro). Se alla Camera di fatto è stato il relatore Angelo Rossi (Fdi), con il proprio parere con richiesta di riformulazione - cui il governo si era conformato - sugli emendamenti in materia di esenzione dalla raccolta firme, a decidere di ampliare l'esonero ai partiti costituiti in gruppo all'inizio della legislatura in una sola Camera invece che in entrambe (decidendo contestualmente chi avrebbe potuto fruire in prima applicazione del beneficio e chi no), in questo caso di fatto è stato il governo a decidere direttamente a quale altezza fissare l'asticella tanto per le forze politiche non rappresentate in Parlamento, quanto per quelle con una rappresentanza meno qualifcata rispetto al gruppo formato subito dopo le elezioni (in questo caso Futuro nazionale con Vannacci e +Europa). E, lo si deve ribadire, lo ha fatto senza fornire alcuna spiegazione in aula.
Durante il dibattito di venerdì, motivate critiche sono state avanzate dal Partito democratico (Alessandro Alfieri ha ammesso che, con l'abolizione di ogni norma anti-frammentazione in sede di attribuzione del premio e dei seggi, era legittimo "pensare di dare una forte rappresentatività ai soggetti che si presentano", ma era "assurdo" passare dalle 1500-2000 firme ora richieste alle 9000-10000 della prima riformulazione, che non avrebbero permesso alla Lega di presentarsi in Molise; Dario Parrini ha parlato di "porcheria da regime sudamericano", senza contare che quasi 300000 firme sono più dell'1% dei voti validi - 28 milioni - espressi nel 2022 e che "moltiplicare per quattro, in 24 ore, dalla sera alla mattina, il requisito delle firme" è "una cosa che non si può raccontare, che non si può sopportare: è un abuso"), dal MoVimento 5 Stelle (per Stefano Patuanelli 9000 firme erano pari al 6,53% dei 137000 votanti del Molise nel 2022, percentuale che non può dirsi da "lista civetta", come il 4,37% calcolato su 6000 firme; Luca Pirondini ha definito l'emendamento "una porcheria", aggiungendo che se 9000 firme equivalevano a "tagliare due gambe alla democrazia", scendere a 6000 equivale a tagliarne una sola e si dovrebbe invece "garantire a tutti la possibilità di presentarsi alle elezioni"), Alleanza Verdi e Sinistra (per Peppe De Cristofaro è un "segnale pessimo [...] d'impermeabilità" del Parlamento, facendo capire "che vengano privilegiati quelli che hanno già un piede dentro e vengano invece esclusi quelli che hanno un piede fuori, anzi, che hanno entrambi i piedi fuori" e il numero restava "abnorme" a dispetto della riduzione; e se Ignazio La Russa nell'annunciare l'ultima riformulazione aveva ricordato che "Il numero [di firme], sapete bene, nell'eventualità di elezioni anticipate viene abbattuto del 50%", De Cristofaro ha detto con fermezza che "non può essere che si discute del numero delle firme e l'argomento è: però forse si vota prima"; La Russa ha però negato d'avere detto che ci sarebbero state elezioni anticipate) e persino da Pier Ferdinando Casini (Centristi per l'Europa, indipendente nel gruppo Pd) che ha parlato di un legislatore che "insiste a presentare, con norme irragionevoli, provvedimenti che saranno inevitabilmente al vaglio della Corte costituzionale e, come tali, respinti", finendo per indebolire la "credibilità delle istituzioni parlamentari".
Qualche spiegazione è arrivata da due esponenti di maggioranza. Da un lato, per Forza Italia, Stefania Craxi ha detto che "in questi tempi sciagurati si è consentito di entrare in Parlamento non a chi avesse ricevuto i voti, né a chi fosse stato scelto dai partiti - perché i partiti hanno la responsabilità anche di scegliere la classe dirigente in questo Paese [...], ma a chi ha preso solamente 50 like sul suo profilo Facebook" (posto che nel 2013 il M5S aveva raccolto le firme) e che "la democrazia si difende innanzitutto dimostrando di essere seri", anche attraverso una "norma di buonsenso, atta a non far proliferare liste che sono solo di disturbo", con la citazione espressa delle liste "Forza Roma" e "Forza Lazio" - anche se in effetti di solito è stata "Avanti Lazio" - come "vergogna democratica" (forse dimenticando che con quella "vergogna democratica" anche il centrodestra si è alleato in alcuni casi, per esempio nel 2003 alle elezioni provinciali di Roma). Dall'altro lato, per Fratelli d'Italia, Lucio Malan ha rilevato che le "soglie di utilità" erano state eliminate per "fare in modo che la voce di ciascuno di coloro che esprime il suo voto a favore di una certa coalizione possa partecipare alla determinazione dell'eventuale attribuzione del premio di maggioranza a quella coalizione", ma ritenendo che questo comportasse l'esigenza di "evitare di avere delle schede infinite, enormi, con le liste più pittoresche e meno rappresentative" attraverso l'aumento del numero delle firme richieste, ritenendo la quota minima di 6000 come "una cifra opportuna". In ogni caso, l'emendamento è stato approvato, finendo per precludere vari emendamenti successivi.
Riflessioni, a partire da qualche numero
Nell'attesa di capire cosa accadrà alla Camera, chiamata a votare sulle modifiche apportate dal Senato al testo approvato in prima battuta a metà luglio da Montecitorio, qualche riflessione sull'emendamento che ha fatto lievitare il numero delle firme richieste per chi non ha una rappresentanza elettorale qualificata appare necessaria. E occorre riflettere dando i numeri, o almeno qualche numero.
La tabella sopra riportata indica, per ciascuno dei collegi plurinominali previsti per la Camera, a quale percentuale corrispondono rispettivamente 9000 e 6000 sottoscrittori, considerando tanto gli elettori quanto i votanti del 2022. Si scopre così che in Molise 6000 firme corrispondono al 2,46% del corpo elettorale e in Basilicata all'1,34%: la quota è altissima, la più alta mai riscontrata in Italia. Basti pensare che, come si è già ricordato su questo sito nel 2019, in vista delle elezioni dell'Assemblea costituente servivano almeno 500 e non più di 1000 firme di elettori per ciascuno dei 32 collegi previsti in quell'occasione: nel collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone 500 firme equivalevano allo 0,028%, in quello di Potenza e Matera (il meno popoloso) erano pari allo 0,155%. Nel 1948, alle prime elezioni politiche, era rimasto uguale il requisito delle sottoscrizioni, ma 500 pesavano lo 0,208% nel collegio di Campobasso e lo 0,027% in quello di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone; negli stessi collegi, nel 1963 - a causa dell'aumento della popolazione - nel collegio di Campobasso 500 firme erano pari allo 0,197%, percentuale scesa ulteriormente allo 0,020% del collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone.
Nel 1976, quando la legge n. 136/1976 introdusse le prime esenzioni dalla raccolta firme e si era abbassato il requisito di rappresentatività (si dovevano raccogliere tra 350 e 700 sottoscrizioni per collegio uninominale), a fronte di un aumento della platea elettorale anche a causa del voto ai diciottenni, il valore minimo di 350 schede pesava per lo 0,141% nel collegio di Campobasso-Isernia e per lo 0,01% a Roma-Viterbo-Latina-Frosinone. Posto che durante la vigenza delle "leggi Mattarella" tutte le forze politiche dovettero raccogliere le firme, senza alcuna eccezione (se ne parlerà tra poco), nel 2006 l'asticella si alzò in modo sensibile: in Molise - sotto i 500mila abitanti - serivano almeno 1500 firme, pari allo 0,57% del corpo elettorale; in Umbria - come circoscrizione con oltre 500mila abitanti e sotto il milione - occorrevano almeno 2500 sottoscrittori, pari allo 0,36%; in Lombardia 1 (Milano e Monza), con ben oltre un milione di abitanti, servivano almeno 4000 firme, pari allo 0,13% degli aventi diritto al voto. Con il sistema in vigore, che richiede in ciascun collegio uninominale almeno 1500 sottoscrittori, quel numero - secondo i dati del 2022 - è pari allo 0,61% in Molise, allo 0,34% in Basilicata e allo 0,097% in Lombardia 1 - 01 (Rozzano - Legnano - Milano Loreto, Bande Nere, Buenos Aires-Venezia).
Basta uno sguardo anche rapido alla tabella riportata sopra per rendersi conto di quanto l'emendamento proposto faccia lievitare la quota di firme richieste nei vari territori Per giunta, la mancata previsione di un numero di sottoscrizioni variabile in base alla popolazione - problema già presente nella legge in vigore e accennato dalla sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale - aumenta la difficoltà nella ricerca dei sottoscrittori nei collegi meno popolosi.
Già nel dibattito in Senato alcuni parlamentari hanno fornito altri numeri interessanti; qui pare opportuno continuare. Le almeno 294000 firme necessarie per presentare una lista alla Camera su tutto il territorio nazionale (con la Valle d'Aosta si arriva quasi a 300mila) sono più di metà delle firme che servono per sostenere validamente una richiesta di referendum, un numero oggettivamente altissimo. Persino per le elezioni europee il numero minimo di firme a livello naizonale (30mila in ciascuna delle cinque circoscrizioni, quindi almeno 150mila in tutto), quasi inaccessibile per tutti, è più basso di quello richiesto in base all'emendamento da chi non ha una presenza parlamentare qualificata. A quest'ultimo proposito, bisogna anche dire che le ultime riforme dei regolamenti di Camera e Senato, che rendono più difficile la formazione di gruppi e componenti parlamentari in corso di legislatura a loro volta complicano di molto la possibilità che un partito nato dopo le elezioni possa sperare anche solo di abbassare l'asticella a 1500 firme.
La necessità di raccogliere un numero di sottoscrizioni quattro volte superiore a quello ora previsto dalla legge metterà certamente in difficoltà le liste di nuova formazione che cercano di radicarsi sul territorio ma non sono ancora consolidate, oppure i partiti minori che non hanno più la solidità di un tempo. Qualcosa di simile, del resto, sarebbe accaduto in passato se il requisito delle firme fosse stato inasprito invece che allentato, il che avrebbe messo in difficoltà varie formazioni, a iniziare dal Partito radicale (come del resto ha ricordato in aula Maria Domenica Castellone (M5S), invitando a onorare la memoria di Emma Bonino "non a parole, ma con i fatti", dunque non approvando una norma che non avrebbe permesso al Partito radicale di presentare liste e di eleggere deputati - inclusa Bonino - nel 1976).
Lo stesso emendamento, peraltro, rischia di tenere lontani dalla scheda elettorale vari simboli depositati al Viminale e - a differenza di quelli depositati per mera "dimostrazione di esistenza in vita" - spesso seguiti dalla presentazione di alcune liste in un numero limitato di circoscrizioni. A volte si è trattato di prresenze soprattutto di testimonianza (si pensi, nel corso del tempo, a partiti quali il Pri, il Pli, il Movimento politico Pensiero e Azione, 10 volte meglio, Tutti insieme per l'Italia, oppure qualcuna delle creature politiche di Giuseppe Cirillo), che però sono ampiamente tornate utili al momento di prestare il proprio simbolo a partiti nuovi che volevano creare alla Camera una componente del gruppo misto (è accaduto anche poche settimane fa, quando Futuro nazionale ha potuto costituire la sua componente grazie a Free, formazione che, essendosi presentata in una sola circoscrizione, in base all'emendamento approvato sarebbe stata esclusa dalle elezioni). La stessa norma, però, non consentirebbe a un partito diffuso soltanto al Sud o soltanto al Nord di presentarsi validamente soltanto in quelle zone: tanto per fare un esempio concreto, la Lega Lombarda presentata nel 1987 (alla pari dell'Union Piemontèisa e del Piemont Autonomista in quello stesso anno o della Liga Veneta nel 1983) non avrebbe mai potuto partecipare alle elezioni in queste condizioni; lo stesso potrebbe dirsi oggi per Sud chiama Nord di Cateno De Luca (a meno che tentasse di presentarsi un po' dappertutto con un cartello simile a Libertà) oppure per Noi Di Centro legato a Clemente Mastella, poco presente al di fuori dlela Campania.
Se già da queste considerazioni non può che emergere un giudizio severo nei confronti della disposizione inserita con l'emendamento Zedda pluri-riformulato, resta ancora qualche numero da dare e analizzare. Già, perché non si può evitare di domandarsi: le forze politiche della maggioranza che ora richiede alle nuove forze politiche di raccogliere le firme quando l'hanno fatto per l'ultima volta e quante ne hanno raccolte (limitando il dato a quelle necessarie per presentare liste alla Camera)?
Iniziamo da Forza Italia, visto che alcuni degli interventi più accalorati nei confronti delle "liste farlocche" sono venuti da due suoi esponenti, Stefania Craxi in aula e Antonio Tajani al di fuori ("è una vergogna giocare con la democrazia cercando di presentare liste finte o liste civetta. Per concorrere alle elezioni serve il consenso di base, per andare in Parlamento, non basta mettere un simbolo, qual è la garanzia di serietà e di affidabilità? Serve ci sia un consenso, credo sia giusto mettere delle firme per dimostrare che chi partecipa rappresenta qualche cosa"). Salvo errore, il partito fondato da Silvio Berlusconi a raccolto per l'ultima volta le firme a livello nazionale prima delle elezioni del 2001, perché la legge elettorale allora vigente (il Matterellum) non prevedeva alcuna ipotesi di esenzione e metteva tutte le forze politiche - nuove e consolidate - in condizioni di uguaglianza: in base all'articolo 18-bis della legge elettorale allora vigente occorreva raccogliere almeno 1500 firme nelle circoscrizioni fino a 500.000 abitanti, almeno 2500 sottoscrizioni nelle circoscrizioni fino a un milione di abitanti, almeno 4000 firme nelle circoscrizioni la cui popolazione superava il milione (basta osservare quest'ultimo requisito per rendersi conto che l'emendamento approvato pretendo dalle nuove viste un impegno in tutti i collegi maggiore di quello che era richiesto tra il 1994 e il 2001 nelle circoscrizioni più popolose). Occorre considerare che delle 26 circoscrizioni previste dalla "legge Mattarella", una sola si collocava nella fascia più bassa (Molise), 3 nella fascia mediana (Trentino - Alto Adige, Umbria, Basilicata) e le altre 22 circoscrizioni nella fascia superiore. Un conto rapido indica dunque la necessità di raccogliere almeno 97000 firme; a queste, naturalmente, dovevano aggiungersi quelle per la presentazione dei candidati nei collegi uninominali (tra 500 e 1000 per collegio), ma era la stessa legge a indicare che i sostenitori delle candidature nei collegi e delle liste nelle circoscrizioni potevano coincidere, senza contare che nei collegi uninominali chi si candidava era espresso da tutta la coalizione, quindi non sembra il caso di sommare quelle firme a quelle richieste alle liste. Nel 2006 fu reintrodotto l'esonero per i partiti costituiti in gruppo parlamentare dall'inizio della legislatura in entrambe le Camere, quindi Forza Italia ne beneficiò; nel 2008 il beneficio si trasferì al Popolo della libertà, che fu esentato anche nel 2013; nel 2018 e nel 2022 la riattivata Forza Italia poté contare sul doppio gruppo dall'inizio della legislatura (anche quando si era formato con un nome diverso) e quindi non dovette raccogliere le firme.
Il discorso fatto per Forza Italia - con l'ultima raccolta di almeno 97000 firme fatta nel 2001 - vale anche per la Lega, con la precisazione che nel 2018 la Lega per Salvini premier beneficiò dell'esenzione ottenuta grazie al doppio gruppo della Lega Nord nella XVII legislatura (anche perché formalmente a presentare le nuove liste, col nuovo simbolo, fu proprio la Lega Nord). Quanto a Fratelli d'Italia, invece, dovette raccogliere le firme nel 2013, poco dopo la sua costituzione, perché ovviamente non poteva avere alcuno dei requisiti per l'esenzione fissati dalla legge (doppio gruppo parlamentare dall'inizio della legislatura o lista coalizzata con "almeno due partiti o gruppi politici" col doppio gruppo e che però avesse avuto ottenuto almeno un eletto alle ultime elezioni europee con lo stesso simbolo presentato alle politiche): lo stesso presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel dibattito di venerdì ha ricordato che "quando mi sono occupato di raccolta di firme, quando nasceva Fratelli d'Italia, andai a parlare con il Ministro dell'interno. Chiesi se bastava costituirsi in Gruppo in una delle Camere e rispose positivamente. L'ultimo giorno dissero invece di no e che dovevano essere in due Camere, e noi raccogliemmo le firme in tutta Italia, senza esenzioni e senza dimezzamento". Esenzioni no, vero, ma occorre ricordare che anche Fratelli d'Italia nel 2013 fruì - come tutte le altre forze politiche non esonerate - di una riduzione generalizzata a un quarto delle firme necessarie: alla Camera - se i conti sono giusti - ne bastavano 23625 (ovviamente le firme raccolte potevano essere di più, perché la riduzione non riguardava certo la quota massima delle sottoscrizioni da raccogliere).
Resta da dire di Noi moderati, che a rigore le firme non le ha mai raccolte alle elezioni politiche: nel 2018, infatti, Noi con l'Italia poté sfruttare - insieme all'Udc - l'esenzione apportata da Cittadini per l'Italia (ex Scelta civica), mentre nel 2022 fu proprio Noi con l'Italia - grazie all'emendamento Magi-Costa al "decreto elezioni 2022" - ad apportare la sua esenzione dovuta all'aver superato l'1% all'interno di una coalizione a permettere al cartello Noi moderati - che univa anche Italia al centro, Coraggio Italia e Udc - di non dover raccogliere le firme. Colpisce, insomma, che chi difende in toto la scelta di moltiplicare per quattro il numero delle firme da raccogliere, per giunta senza contemplare la possibilità di rendere possibile già ora la raccolta in formato digitale (il che potrebbe rendere accettabile il nuovo numero di sottoscrizioni richieste) non raccolga da anni le firme a livello nazionale per le elezioni politiche o europee, così come a livello regionale (lo fa solo a livello locale perché dal 1993 non sono più previste esenzioni). Ovviamente l'elezione di un numero di parlamentari ampiamente sufficiente a costituire gruppi nelle Camere può certamente dimostrare una consistenza rilevante, ma non sembra un motivo sufficiente né accettabile per imporre di fatto alle forze politiche che stanno fuori dal Parlamento uno sbarramento all'ingresso mai visto in tutta la storia repubblicana italiana e, come tale, francamente non giustificabile, nemmeno dicendo di voler prendere sul serio la democrazia.







