sabato 31 ottobre 2026

Esonero raccolta firme, a Messina Sud chiama Nord poteva farsi in 15

La sentenza del Tar Sicilia, sezione di Catania relativa alle elezioni comunali di Barcellona Pozzo di Gotto
della scorsa primavera è stata già analizzata nei giorni scorsi per il suo essere potenzialmente dirompente: il fatto che un gruppo parlamentare (dell'Assemblea regionale siciliana in questo caso, della Camera o del Senato in prospettiva) possa esonerare dalla raccolta firme più liste, anche in numero teoricamente indefinito - specie in presenza di un sistema elettorale con premio di maggioranza, basato su coalizioni e in cui tutte le liste coalizzate concorrono al raggiungimento della soglia per l'attribuzione del premio stesso - potrebbe portare a coalizioni affollatissime, nel tentativo di ottenere più voti degli altri per vincere e, magari, raggiungere la soglia per conquistare il premio di maggioranza.
La vera attesa, però, era per l'altra vicenda portata all'attenzione del giudice amministrativo, relativa alle elezioni comunali di Messina. Lì, infatti, le liste della coalizione che appoggiava il sindaco dimissionario Federico Basile, espressione di Sud chiama Nord di Cateno De Luca (suo predecessore a Palazzo Zanca), erano addirittura 15 e per nessuna di queste erano state raccolte le sottoscrizioni richieste dalla legge. Ai dubbi sulla legittimità dell'ammissione di quattordici delle quindici formazioni (ritenendo che l'esenzione fosse applicabile solo al primo gruppo di candidati depositato) si affiancavano altre questioni per nulla irrilevanti: alcune riguardavano addirittura la regolarità della stessa convocazione dei comizi elettorali, altre miravano comunque a invalidare e ripetere la procedura elettorale. Come nel caso di Barcellona, tuttavia, il Tar ha respinto il ricorso presentato, anzi, i ricorsi, visto che ne erano stati proposti due, dal contenuto non identico ma in parte sovrapponibile; sarà ovviamente possibile impugnare le sentenze davanti al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana (e se ci sarà la nuova sentenza se ne parlerà), ma intanto si prende atto delle decisioni, che qui si commentano. 
 

I contenuti dei ricorsi  

La sezione V della sezione catanese del Tar Sicilia si è dovuta occupare - dopo che la sezione II aveva affrontato il caso di Barcellona - di due ricorsi. Il primo era stato presentato da due cittadini elettori, Salvatore Bucceri (anche candidato nella lista Rinascita Messina, a sostegno di Gaetano Sciacca) e Sebastiano Dibilio, difesi, come i ricorrenti di Barcellona, dall'avvocato Paolo Starvaggi, stavolta affiancato dal collega Angelo Giorgianni; le lamentele erano rivolte contro la Giunta Regionale Siciliana, l'assessorato regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica, la Prefettura di Messina e ovviamente il comune di Messina (difeso, come quello di Barcellona, dall'avvocato Santi Delia). Il secondo ricorso era stato presentato da altri due cittadini, Michele Laghezza e Giuseppe Currò - nella lista Marcello Scurria sindaco per Messina c'era un candidato con lo stesso nome, ma non è dato sapere se si tratti della stessa persona - difesi dagli avvocati Roberto Materia e Giuseppe Losi; il ricorso era rivolto solo contro il comune e l'assessorato regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica.
 
Salvatore Bucceri e Sebastiano Dibilio, in particolare, nel primo ricorso avevano chiesto di annullare - come chiesto dal codice del processo amministrativo - il verbale di proclamazione degli eletti (e gli atti conseguenti) relativo al voto del 24-25 maggio 2026; con questo sono stati impugnati i "provvedimenti di ammissione delle liste collegate al candidato proclamato eletto" (proprio a causa dell'applicazione estesa dell'esonero dalla raccolta firme) e i verbali di tutte le sezioni elettorali messinesi, insieme a "ogni altro atto presupposto, connesso, consequenziale o comunque attuativo del procedimento elettorale". L'impugnazione ha però riguardato anche la delibera della giunta regionale (n. 88 del 4 marzo 2026) che aveva incluso Messina tra i comuni chiamati a rinnovare gli organi elettivi nel turno di fine maggio, il decreto assessorile (n. 125 del 23 marzo) e la nota della Prefettura messinese che hanno indetto le elezioni in quei giorni e ogni altro atto del Dipartimento delle Autonomie locali funzionale a quello scopo.
In effetti, come si era già accennato nell'articolo che presentava i simboli della competizione messinese, i ricorrenti avevano già presentato un ricorso prima del voto, per contestare la legittimità del provvedimento con cui erano state indette le elezioni (a seguito delle dimissioni di Federico Basile dalla carica di sindaco il 7 febbraio scorso, divenute irrevocabili venti giorni dopo): quel loro ricorso era stato dichiarato inammissibile "per difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti e per carenza di interesse". Nel ricorso post-elettorale, i ricorrenti hanno chiesto innanzitutto di annullare il primo atto della procedura, cioè l'indizione della competizione elettorale, ritenendo violato il termine previsto dall'art. 2 della legge n. 182/1991 (norma nazionale, in base alla quale le elezioni dei consigli comunali da rinnovare "per motivi diversi dalla scadenza del mandato" secondo le regole ordinarie - la domenica tra il 15 aprile ed il 15 giugno dello stesso anno - se le condizioni alla base del rinnovo si sono verificate entro il 24 febbraio, oppure nello stesso periodo dell'anno successivo se l'evento si sono compiute dopo quella data), per cui si sarebbe dovuto votare nel 2027. Secondo i ricorrenti, in particolare, il fatto che le dimissioni di Basile siano divenute irrevocabili il 27 febbraio, dunque dopo la data indicata dalla disposizione ricordata (e ritenuta "norma fondamentale dell’ordinamento elettorale", foriera di una disciplina uniforme a livello nazionale e da applicare anche in Sicilia) non avrebbe dovuto portare all'indizione delle elezioni nell'anno in corso; in ogni caso, un atto amministrativo - come il decreto assessorile che ha indetto la procedura elettorale - non avrebbe dovuto o potuto disapplicare una norma statale.
Sulla questione della presentazione delle liste senza firme, su cui hanno insistito entrambi i ricorsi, quello presentato a nome di Bucceri e Dibilio aveva ritenuto illegittima l'ammissione di 14 delle 15 liste presentate a sostegno di Basile. L'articolo 7, comma 3 della legge regionale n. 7/1992 (dopo la riforma del 1997) prevede sì l'esenzione dalla raccolta firme (a Messina ne occorrerebbero tra 700 e 2000 per lista) "per i partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli", ma quella previsione inciderebbe "sulla rappresentatività" e richiederebbe dunque una "stretta interpretazione", legittimante la presentazione senza firme di una sola lista in ogni competizione per ciascun partito esonerato, mentre ammettere la "multiesenzione" a favore di "un numero indeterminato di liste collegate allo stesso centro di imputazione politica trasformerebbe una norma di semplificazione in uno strumento per alterare la parità competitiva". Il ricorso aveva speso, tra l'altro, un argomento testuale, ritenendo che il riferimento alla presentazione di "liste" esonerate dalla raccolta firme fosse plurale solo perché relativo ai "partiti o gruppi politici" citati nella stessa disposizione, non potendo in alcun modo legittimare "un'esenzione seriale, reiterabile senza limiti": una lettura estensiva, infatti, avrebbe di fatto consentito "un vantaggio competitivo strutturale e sproporzionato a danno degli altri concorrenti" (in termini di voti apportati alla coalizione e, indirettamente, al candidato sindaco), soprattutto ove l'esito elettorale dovesse dimostrare l'inconsistenza di parte delle liste presentate senza firme (nel caso messinese, dieci delle quindici liste a sostegno di Brasile non hanno superato la soglia del 5% e sei di queste sono rimaste sotto l'1%).
Il ricorso, peraltro, aveva sostenuto che la nota n. 4543 del 16 marzo 2026 del Dipartimento regionale delle Autonomie Locali, con cui - su richiesta di Sud chiama Nord - era stato emesso un parere sull'applicabilità della "multiesenzione" (possibile, secondo il parere stesso) fosse "inutilizzabile e comunque illegittima", a maggior ragione considerando che una nota successiva - prot. n. 7092 del 23 aprile - sarebbe stata invece di segno negativo (richiamando "l'obbligo di ricusazione delle liste e un approccio rigoroso alla disciplina") e un terzo documento - il parere dell'11 febbraio, reso dall'Ufficio legislativo su richiesta del Dipartimento regionale delle Autonomie Locali - era inaccessibile in quanto "secretato" (ma, volendo dare credito ad alcune anticipazioni di stampa, sarebbe stato sfavorevole alla "multiesenzione"). In sostanza, la Regione avrebbe assunto un atteggiamento contraddittorio, che non avrebbe potuto portare all'ammissione di tutte le liste a sostegno di Basile. Negli atti successivi del processo, in più, i ricorrenti avevano richiesto anche l'esibizione del parere, dopo alcune anticipazioni uscite sui media locali (in particolare sulla Gazzetta del Sud).
Le doglianze - come per Barcellona Pozzo di Gotto - avevano riguardato pure il comportamento della commissione elettorale circondariale, e non solo per l'ammissione di 14 delle 15 liste di Basile (limitando l'esenzione alla prima di queste): l'organo aveva chiesto di sostituire i contrassegni di tutte le liste della coalizione - chiedendo il rispetto puntuale della disposizione regionale che esenta il "contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli", non ammettendo che fosse "diversamente collocato all’interno del contrassegno" - ma non aveva preteso che fossero depositate le nuove dichiarazioni di accettazione della candidatura da parte di coloro che erano stati inseriti in lista. In più, la commissione non avrebbe tenuto in conto né "l'effetto cumulativo e l'impatto complessivo che tale pletora di simboli, inevitabilmente legati da un fil rouge politico e grafico, produce sulla scheda elettorale e, di conseguenza, sulla capacità di discernimento dell'elettore", né il fatto che la "multiesenzione" avrebbe consentito allo stesso soggetto - inteso come rappresentante regionale del partito - di presentare più liste, violando il presunto "principio di unicità del presentatore" (fatto discendere dal fatto che nessun elettore può sostenere più di una lista e se firma due volte può essere denunciato all'autorità giudiziaria.
 
Il secondo ricorso, presentato dai cittadini elettori Michele Laghezza e Giuseppe Currò, senza lamentare vizi della convocazione dei comizi legati all'inclusione di Messina tra gli enti chiamati al voto la scorsa primavera, si rivolgeva invece solo contro l'ammissione di 14 delle 15 liste a sostegno di Basile e gli atti conseguenti, chiedendo comunque l'annullamento (e dunque la ripetizione) di tutta la procedura elettorale. Il problema era sempre costituito dalla "multiesenzione", per cui "è stato consentito - si cita dalla sentenza, non disponendo di altri atti - ad un gruppo politico di partecipare alla competizione elettorale con ben 15 liste, tutte distinte con il suo contrassegno tradizionale, affiancato ad altri simboli, e, in ragione di ciò, tutte illegittimamente esentate dalle sottoscrizioni di regola richieste". 
Ricordato che la norma in tema di presentazione delle liste è la raccolta firme - per "selezionare la serietà della candidatura" e "dimostrare che la lista dei candidati [ha] un radicamento nel territorio e nella comunità interessata dal voto", evitando "la presentazione di liste [...] costituite con il solo scopo di turbare la competizione elettorale" - mentre l'esonero da essa è l'eccezione, a detta dei ricorrenti "il divieto di più sottoscrizioni da parte di ciascun elettore vale a garantire l'effettivo raggiungimento" della verifica preventiva di rappresentatività: lo stesso principio dovrebbe portare a consentire a ogni rapppresentante di partito costituito in gruppo all'Assemblea Regionale siciliana di presentare senza altre firme una sola lista (con simbolo tradizionale, magari affiancato ad altri). La "multiesenzione", invece, "tradirebbe, violandola, la ratio sottesa alle disposizioni" sulla presentazione delle liste: "significherebbe attribuire alla relativa sottoscrizione un valore maggiore rispetto a quello suo proprio, invece, equivalente al numero di sottoscrizioni che la legge prescrive per la presentazione di una lista, con conseguente violazione anche del principio della par condicio". Accettata la prima lista presentata a nome di Sud chiama Nord, la Commissione elettorale circondariale "avrebbe dovuto escludere tutte le altre": il fatto che siano state ammesse, oltre che non rispettare - per i ricorrenti - le regole, avrebbe pure alterato la competizione, perché "delle 26 liste partecipanti, le 15 presentate senza sottoscrizioni, collegate al candidato sindaco poi risultato eletto, e composte [...] da circa 480 aspiranti consiglieri comunali, hanno monopolizzato la campagna elettorale ed inciso sul convincimento dei disorientati elettori".
Anche il ricorso di Laghezza e Currò, peraltro, negava ogni valore ai pareri del Dipartimento regionale delle autonomie locali "sui quali la commissione elettorale circondariale sembrerebbe aver fondato la propria decisione", non potendo questi essere efficaci di fronte al disposto delle leggi vigenti. L'argomento linguistico speso nel ricorso Bucceri-Dibilio (la disposizione sulle esenzioni parla di "liste", al plurale, solo perché subito dopo si parla di "partiti o gruppi politici"), tra l'altro, è stato sviluppato, per cui la stessa disposizione "parla anche di 'contrassegno tradizionale' (simbolo utilizzabile solo una volta e non suscettibile, nella stessa competizione elettorale, di duplicazione, al fine di non ingenerare confusione nell’elettore)". Da ultimo, in base agli argomenti riassunti nella sentenza, secondo i ricorrenti "la tempestiva ricusazione delle liste indebitamente ammesse avrebbe inciso non solo sulla distribuzione dei seggi consiliari ma anche sull’individuazione della lista e del candidato sindaco vincitori dell’elezione", poiché con l'ammissione di una sola lista a sostegno di Basile sarebbe stato potenzialmente annullato con ampiezza lo scarto di quasi 30000 voti tra Basile e il sindaco secondo classificato, Marcello Scurria (presentato dal centrodestra). ribaltando anzi l'esito delle elezioni.
 
Il comune di Messina aveva chiesto il rigetto dei due ricorsi, di fatto sostenendo che l'amministrazione comunale non aveva alcuna competenza sulla fissazione della data delle elezioni (essendo la disciplina del procedimento elettorale comunale di totale spettanza della Regione) e sostenendo che l'esonero previsto dalla legge regionale per i partiti costituiti in gruppo all'Assemblea Regionale Siciliana "vale a prescindere dal numero di liste presentate, come si evince dalla formulazione letterale del secondo periodo della disposizione", mentre la sua lettura restrittiva non avrebbe potuto trovare fondamento nel testo. Con riferimento ai pareri emessi dall'assessorato regionale, questi non sarebbero stati in contrasto, perché quello "rigoroso" del 23 aprile 2026 avrebbe riguardato "non [...] la questione della sottoscrizione delle liste, bensì la diversa tematica della confondibilità tra simboli" e gli altri pareri sarebbero stati univoci, tali da "ingenerare il legittimo affidamento sulla correttezza dell’interpretazione dell’art. 7, comma 3, della legge regionale n. 7 del 1992 adottata in sede di ammissione delle liste".
Quanto all'Avvocatura dello Stato, ha lamentato come il ricorso Bucceri-Dibilio non fosse stato notificato alla Commissione elettorale circondariale, organo che aveva ammesso le liste e autonomo rispetto alla Prefettura, che invece avrebbe dovuto essere estromessa (si segnala che in questo caso la difesa erariale non ha sostenuto la correttezza della "multiesenzione" anche a nome dell'Ufficio Territoriale del Governo, come aveva fatto invece nel processo sulle elezioni di Barcellona Pozzo di Gotto); sulla data delle elezioni ha negato che la legge statale sulla data delle elezioni (anticipate) fosse un principio generale dell'ordinamento da applicare anche in Sicilia, dovendosi invece applicare l'art. 11 della legge regionale n. 35/1997 ("La cessazione dalla carica di sindaco [...] per decadenza, dimissioni, [...] comporta la cessazione dalla carica delle rispettive giunte ma non dei rispettivi consigli che rimangono in carica fino a nuove elezioni che si svolgono contestualmente rispettivamente alle elezioni del sindaco [...] da effettuare nel primo turno elettorale utile"); l'amministrazione regionale, invece, non avrebbe avuto alcuna competenza in materia di ammissione delle liste.
 

Il contenuto delle sentenze 

Entrambi i ricorsi, come detto in precedenza, sono stati respinti, con argomentazioni almeno in parte sovrapponibili: le due sentenze - decise il 20 ottobre e pubblicate il 23 ottobre - sono del resto state emesse dallo stesso collegio giudicante, presieduto da Agnese Anna Barone e composto da Giovanni Giuseppe Antonio Dato e Salvatore Ermete Massimo Accolla (la sentenza sul ricorso Bucceri-Dibilio è stata redatta dalla presidente Barone, quella sul ricorso Laghezza-Currò ha avuto come estensore Dato). La ritenuta infondatezza dei ricorsi ha fatto sì che i giudici non analizzassero varie eccezioni di rito fatte valere dal Comune o dall'Avvocatura dello Stato.
Con riguardo al tema della legittimità dell’indizione delle elezioni nella data del 24-25 maggio (trattata solo nel ricorso Buggeri-Dibilio), i giudici hanno ricordato che "in materia elettorale, la potestà legislativa della Regione Siciliana differisce da quella delle Regioni ordinarie", visto che in base allo statuto speciale "la Regione Siciliana è titolare di potestà legislativa di tipo primario che non incontra limiti eguali a quelli che, ai sensi dell’art. 122 Cost., si impongono alle Regioni a statuto ordinario". E se certamente - ex artt. 3, comma 1 e 9, comma 3 dello Statuto - la Regione ha potestà normativa totale sulle elezioni regionali (dovendo solo la legge regionale essere "in armonia con la Costituzione ed i principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica e con l'osservanza di quanto stabilito dal presente Statuto"), è ancora lo Statuto a stabilire la potestà legislativa esclusiva regionale sul "regime degli enti locali e delle circoscrizioni relative" (art. 14, lett. o St.), materia in cui rientrano le elezioni comunali (già in passato il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana aveva notato che il procedimento elettorale "in ambito regionale ben può differenziarsi - come storicamente è sempre avvenuto - senza necessità che siano esplicitate le concrete situazioni locali che giustificano lo scostamento dalla disciplina del procedimento in sede nazionale". Quanto all'art. 2 della legge n. 182/1991 (per cui, se una causa di fine anticipata della consiliatura si verifica dopo il 24 febbraio di ciascun anno, le elezioni si tengono l'anno dopo), per i giudici esprime solo una norma "regolatrice del procedimento elettorale nazionale" e non può essere considerata un principio fondamentale della legislazione statale, da applicare per forza direttamente in una Regione a statuto speciale (e che, dunque, tecnicamente non è nemmeno stato "disapplicato" e non si poteva invocarne l'applicazione per legittimo affidamento), anche perché la legge regionale regola l'ipotesi del rinnovo degli organi per motivi diversi dalla scadenza naturale del mandato - prevedendo di votare nel primo turno elettorale utile per non attendere troppo nel dare una nuova amministrazione all'ente - dunque non c'è alcuna lacuna normativa da colmare.
 
Il punto che qui più interessa, ovviamente, è quello legato alla "multiesenzione" delle 15 liste presentate da Sud chiama Nord in appoggio a Federico Basile: entrambe le sentenze, peraltro, hanno citato la decisione emessa pochi giorni prima relativamente al caso di Barcellona Pozzo di Gotto, rinviando almeno in parte a questa "quale precedente cui [...] conformarsi". 
Nella sentenza sul ricorso Bucceri-Dibilio i giudici hanno rilevato che la disposizione che esonera dalla raccolta firme le liste dei "partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell’ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli" (prevedendo che tali liste siano "sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale del partito o del gruppo politico o da una o più persone dallo stesso delegate, con firma autenticata") è formulata al plurale (si parla di "liste dei candidati") e "non contiene alcun limite numerico, né altra limitazione di corrispondenza biunivoca da cui poter ragionevolmente desumere che [...] l'esonero possa essere esercitato da ciascun partito o gruppo politico, una sola volta per singola competizione comunale". Su questa base, dunque, la "multiesenzione" costituirebbe "legittima applicazione della norma summenzionata"; al contrario, se la commissione elettorale circondariale avesse perseguito la lettura restrittiva del testo invocata dai ricorrenti, avrebbe finto, "in mancanza di parametri oggettivi fissati dal legislatore (che, anzi, [...] si esprime al plurale alle “liste”), per determinare incertezza contravvenendo anche ai requisiti di linearità, semplificazione e puntuale scansione degli adempimenti che devono connotare la consultazione elettorale a salvaguardia dei diritti di elettorato attivo e passivo". 
Il collegio, poi, ha interamente richiamato la "sentenza Barcellona" su due punti. Il primo, quando sostenva che "ogni lista che rechi nel proprio contrassegno il simbolo del partito parlamentare [...] non è un soggetto estraneo, ma costituisce una articolazione organizzativa e identitaria del partito esentato" e quindi "l'esenzione dalle firme inerisce [...] l'intera proposta elettorale promossa da quella forza politica sul territorio, indipendentemente dal numero di liste in cui essa scelga di strutturarsi"; il secondo, quando notava che limitare l'esenzione a una sola lista sarebbe stato "in insanabile contrasto anche con la ratio profonda del sistema elettorale" imperniato sulle coalizioni, sul premio di maggioranza e sulla possibilità di conquistare la vittoria al primo turno anche grazie a una "frammentazione strategica delle liste".
Il giudizio di legittimità sulla "multiesenzione", per i giudici, supera ogni contestazione relativa al possibile contenuto contraddittorio dei pareri dell'amministrazione regionale sul punto: del resto, come già indicato dal Tar Catania sempre nella "sentenza Barcellona", eventuali indicazioni provenienti da quegli uffici "non sono idonee a modificare la disciplina legislativa applicabile, né a introdurre deroghe o limitazioni non previste dalla legge" (vale tanto per i pareri pubblici, quanto per quello "secretato", oggetto - come si diceva - di un'esplicita richiesta di acquisizione, respinta dal collegio proprio perché l'atto, a prescindere dal suo contenuto, non poteva essere considerato rilevante ai fini della decisione).
Sulla parte della decisione più legata ai contrassegni effettivamente presentati e alla loro sostituzione, il collegio ha ribadito che sono le norme regionali stesse a rendere possibile la sanatoria di "vizi formali" entro il termine stabilito dalla commissione elettorale circondariale, senza che ciò richieda "la rinnovazione delle dichiarazioni di accettazione delle candidature". Le stesse modifiche ai contrassegni richieste dall'organo e apportate dai presentatori non potevano comunque ritenersi sostanziali - come già notato dalla "sentenza Barcellona" - essendo stata giudicata necessaria "solo una diversa collocazione grafica del simbolo (che è rimasto immutato) al fine di affiancarlo al contrassegno del movimento politico 'Sud Chiama Nord', senza comportare alcuna modifica della denominazione della lista, della sua identità politica o dei nominativi dei candidati": la modifica, che ha riconfigurato graficamente tutti i contrassegni con la "pulce" o "lenticchia" di Sud chiama Nord affiancata al simbolo della lista e non integrato in esso, è stata intesa come "un intervento di regolarizzazione formale del contrassegno, diretto a renderne più chiara e immediata la riconoscibilità da parte dell'elettorato". Quanto, poi, alla presenza della citata "pulce" di ScN in tutti i contrassegni della coalizione (oltre al riferimento al candidato sindaco Basile), considerata dai ricorrenti "catalizzatore di confusione anziché [...] elemento distintivo, annacquando le differenze marginali tra i vari contrassegni", per i giudici il fatto che tutte le 15 formazioni fossero "collegate al soggetto politico titolare del contrassegno" avrebbe evitato ogni rischio di confondibilità (fondata sull'uso di un simbolo da chi non ne ha diritto), rischio già escluso dalla previsione di legge che ammette la presentazione di "liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli".
Da ultimo, non potrebbe applicarsi per analogia il divieto per l'elettore di sottoscrivere più liste, al fine di impedire allo stesso rappresentante di un partito esonerato dalla raccolta firme di presentare più formazioni: per i giudici, "nessuna norma dell’ordinamento regionale prevede il divieto ipotizzato dai ricorrenti", perché è la stessa disposizione oggetto di ricorso a precisare che il rappresentante del partito rappresentato all'Ars (inteso quale persona singola) può sottoscrivere e presentare le liste, oppure delegare a farlo più persone o - di nuovo - anche una sola. Non esisterebbe comunque "un principio generale dell’ordinamento nel senso del divieto di presentazione di più liste da parte di una persona fisica": il divieto a un elettore di sottoscrivere più liste (per non vanificare la dimostrazione di "un radicamento minimo dell’organismo politico nella comunità di riferimento") risponderebbe a tutt'altra logica rispetto alla "presentazione" delle liste - "già sottoscritte dal numero di elettori richiesti o, come nel caso in esame, esonerate dalla sottoscrizione" - da parte dello stesso rappresentante del partito (o da un suo delegato), comportamento che garantisce "l'attendibilità della provenienza e del collegamento delle liste".
 
Quanto alla sentenza emessa in risposta al ricorso Laghezza-Currò, questa ha espressamente ripreso la "sentenza Barcellona" nella parte in cui negava l'esistenza di "alcuna limitazione numerica" o di "alcun vincolo di corrispondenza biunivoca" tra partiti esonerati dalla raccolta firme e liste presentabili dagli stessi, dovendosi ritenere quell'esenzione estesa a tutte le liste presentate dalla medesima forza politica titolare del beneficio. La decisione ha comunque ritenuto che l'uso del plurale nella disposizione sull'esenzione ("liste") dovesse far ritenere "moltiplicabile" l'esonero senza limiti, a dispetto del riferimento singolare al "contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli”; “liste dei candidati”); la "sentenza Barcellona" è stata citata di nuovo nella parte in cui ha individuato "il criterio della ratio profonda del sistema elettorale" applicabile alle elezioni nei comuni superiori (favorevole alla presentazione di coalizioni per ottenere il premio di maggioranza, magari al primo turno), criterio che sarebbe contraddetto da un eventuale limite alla "moltiplicazione" delle esenzioni. 
Anche per la seconda pronuncia, poi, "non trova alcun addentellato - né testuale né nella ratio della disciplina normativa - la tesi" volta a limitare la possibilità, per il rappresentante regionale del partito costituito in gruppo all'Ars, di sottoscrivere la presentazione di liste esonerate a una formazione soltanto: si rivelerebbe, in particolare, "fallace l’accostamento fra la sottoscrizione dell'elettore e quella del rappresentante legale di un soggetto politico esentato", esistendo una "radicale ed ontologica differenza fra la funzione della sottoscrizione dell’elettore e quella del rappresentante del soggetto politico esentato" (messa in luce proprio dalla disposizione in base alla quale, per le liste espressione del partito costituito in gruppo, "Nessuna sottoscrizione è richiesta"). Ancora più rapidamente, infine, è liquidata la questione dei pareri regionali sulla praticabilità della "multiesenzione", risultando questi "ininfluenti a fronte della corretta applicazione della norma".
 

Qualche osservazione finale

Nel respingere i ricorsi presentati contro l'esito delle elezioni messinesi, il Tar Catania ha comunque ritenuto che le spese di lite potessero essere compensate integralmente tra le parti, "in ragione della peculiarità della fattispecie e della novità della questione" (sentenza Bucceri-Dibilio), in particolare "non risultando precedenti decisioni giurisprudenziali - pubblicate in data anteriore alla proposizione del ricorso - che abbiano affrontato la medesima questione interpretativa nei termini prospettati nel presente giudizio" (sentenza Laghezza-Currò). La stessa conclusione, lo si ricorderà, era stata raggiunta dal collegio che aveva sentenziato sulle elezioni a Barcellona Pozzo di Gotto, anche se in quel caso i giudici si erano diffusi almeno in parte sulla "difficoltà interpretativa della disciplina applicabile", citando le "differenti opzioni ermeneutiche" consentite dal testo, nonché alcune "incertezze del quadro normativo di riferimento": nelle due nuove sentenze un riferimento simile non c'è, forse proprio perché un altro collegio dello stesso Tribunale amministrativo regionale si era già preso la briga di cercare di spiegare i motivi della compensazione a dispetto del rigetto totale delle doglianze dei ricorrenti.
I giudici della sezione V, peraltro, non hanno mancato di segnalare - in un passaggio della sentenza emessa a seguito del ricorso Bucceri-Dibilio - una "dialettica processuale, particolarmente accesa nel giudizio in discussione", nonché una produzione di "scritti sovrabbondanti (di entrambe le parti, ricorrenti e amministrazione comunale)", soprattutto sulla questione dei pareri resi dalla Regione: al di là dell'esito del giudizio, l'impressione è che il collegio - attraverso la voce della presidente - abbia voluto lasciare una traccia (contenuta ma tangibile) di un giudizio poco positivo circa l'atteggiamento tenuto dalle parti nel processo. 
Appare probabile che le due sentenze sulle elezioni a Messina, come pure quella sul voto a Barcellona Pozzo di Gotto, vengano impugnate dai ricorrenti, nella speranza che il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana valuti diversamente le questioni. Il collegio di secondo grado potrebbe confermare le decisioni del Tar, così come potrebbe ribaltarle, anche solo nell'ottica di non incoraggiare la moltiplicazione delle liste presentate dai partiti esonerati dalla raccolta delle firme. Riprendendo le considerazioni svolte all'indomani della "sentenza Barcellona", anche se le disposizioni nazionali e regionali sull'esonero non sono molto diverse nella formulazione da quella siciliana, non è scontato che, al di fuori della Sicilia, gli uffici elettorali incaricati di esaminare le candidature per le elezioni politiche, regionali o comunali - cioè tutte le elezioni che consentono la presentazione di coalizioni, diversamente da quelle europee - ragionerebbero come la commissione elettorale circondariale di Messina e come il Tar Catania: pur in assenza di casi simili in un contesto di leggi elettorali maggioritarie, è diffusa la tendenza a considerare l'esonero dalla raccolta firme come un'eccezione, che come tale poco si presta a essere "moltiplicata" o anche solo estesa, salvo che sia espressamente la legge a prevederlo - ampliando le ipotesi in cui essa ricorre - o che, com'è avvenuto prima delle elezioni europee del 2024, le disposizioni siano state modificate a ridosso del voto in modo tale da rendere opportuna un'interpretazione costituzionalmente conforme.
Certo, ora che è scaduto il termine per formare le componenti del gruppo misto - sia pure attraverso passaggi dell'ultim'ora, propiziati soprattutto dalla disponibilità al "prestito" delle forze politiche maggiori e da letture molto generose del regolamento del Senato - che daranno diritto alla riduzione del minimo di firme da raccogliere in ogni collegio plurinominale da 6000 a 1500, non è escluso che qualcuno tra i partiti più grandi ed esenti dall'onere di cercare sottoscrittori si voglia prendere il rischio di presentare più liste con la propria "pulce", nella speranza di portare più voti alla propria coalizione e magari di far raggiungere a questa il 42% facendo scattare il premio. Il tentativo potrebbe non essere ritenuto legittimo dagli uffici elettorali, ma se riuscisse si sarebbe di fronte al "colpo" più clamoroso nella storia del diritto elettorale italiano.

giovedì 29 ottobre 2026

Sud chiama Nord e Sindaci d'Italia, matrioska per il Polo delle autonomie

Chi pensava di essersi lasciato per sempre alle spalle l'epoca del cannocchiale, della matrioska, da oggi dovrà cambiare idea. Questa mattina, infatti, nella giornata conclusiva dell'evento L'Italia dei territori (tenutosi all'hotel Massimo D'Azeglio, in via Cavour a Roma), è stato presentato il futuro contrassegno elettorale - almeno nella sua versione provvisoria, visto che i soggetti coinvolti autorizzano a immaginare ulteriori evoluzioni grafiche - delle liste espressione del Polo delle autonomie, che unisce le forze di Sud chiama Nord e di Sindaci d'Italia: la struttura è proprio quella del cannocchiale, della matrioska che propone tre simboli uno dentro l'altro, molto simile al formato avviato da Fratelli d'Italia con il fregio delle elezioni europee del 2014 e che, sia pure in modo diverso, è stato riutilizzato in sede elettorale sempre da Fdi in molte consultazioni fino al 2024 (e che qua e là ancora compare).  
Il fregio, composito, di fatto è composto da tre cerchi tangenti, che si toccano nel loro punto più basso: il cerchio più grande, a fondo bianco, è per oltre la metà riempito da una campitura gialla (uno dei colori della Sicilia e la tinta dominante di ScN) su cui si staglia, nella parte superiore, il nome di Cateno De Luca, sindaco di Taormina, fondatore di Sud chiama Nord e portavoce del nuovo progetto politico elettorale; il cerchio intermedio è quello di Sindaci d'Italia, con il nome racchiuso in una corona tricolore (e il segmento obliquo della "N" trasformato in una fascia tricolore in piena regola), ma stavolta rimpicciolito per fare spazio, in basso, alla "pulce" di Sud chiama Nord (non inclinata, diversamente da quanto si era abituati a vedere in passato, ma seguendo un modello visivo simile a quello tentato alle elezioni amministrative siciliane di questa primavera e "sopravvissuto" a Ribera). La "pulce", ovviamente, era l'unico elemento certo e preveidbile del contrassegno, dal momento che la sua presenza è quella che garantirà alla lista uno sforzo minore nella raccolta delle firme, grazie alla costituzione di una componente politica del gruppo misto - con Luca Sbardella di Fdi e Manlio Messina, già membro dello stesso gruppo, che si sono uniti a Francesco Gallo, eletto nel 2022 nel collegio uninominale di Messina - entro la data di entrata in vigore della riforma elettorale, cosa che consentirà di raccogliere un minimo di 1500 sottoscrizioni in ogni collegio plurinominale (invece che le 6000 richieste alle forze politiche prive di rappresentanza parlamentare qualificata).
Quello del Polo delle autonomie (dicitura non presente, come si nota, all'interno del contrassegno) è, secondo quanto si legge sui canali social di Sud chiama Nord, "un simbolo che tiene insieme una storia, un metodo e una nuova dimensione politica". "La sua composizione - si legge ancora nel testo - racconta già il progetto. Cateno De Luca è il riferimento politico e il volto della lista. Sindaci d'Italia occupa il centro, dando forma alla rete nazionale degli amministratori. Sud chiama Nord resta dentro il simbolo come radice di un percorso nato in Sicilia e cresciuto attraverso anni di battaglie politiche e amministrative. Il Polo delle Autonomie definisce lo spazio nel quale queste esperienze oggi scelgono di incontrarsi. [...] Il nuovo simbolo non cancella nessuno dei percorsi che lo compongono. Li tiene insieme e li porta dentro una proposta politica comune". Lo stesso, volendo, vale per il video mostrato subito prima che sugli schermi si materializzasse in tre tappe il nuovo simbolo: il filmato mostrava infatti le tappe del cammino politico-amministrativo di Cateno De Luca, dall'esordio locale di Sicilia Vera - anche se, come già si è ricordato su questo sito, il futuro "Scateno" aveva militato anche nella Democrazia cristiana a Fiumedinisi ed era stato per un periodo il segretario nazionale del Partito democratico cristiano dopo Flaminio Piccoli e Clelio Darida - ai primi mandati da sindaco a Fiumedinisi e Santa Teresa di Riva, per arrivare poi alla vittoria a Messina, alla fondazione di Sud chiama Nord (con le declinazioni "De Luca sindaco di Sicilia/d'Italia") è all'approdo finale - per ora, ci si permette di ripetere, conoscendo la tendenza "scatenante" del protagonista - del Polo delle autonomie. Un filmato epico, si potrebbe dire, anche se meno maestoso di quello precedente, pensato per Sindaci d'Italia, ricco di immagini dall'alto di città piccoli e grandi (non necessariamente guidate da sindaci coinvolti in quel progetto politico o riconducibili al centrodestra), ricostruzioni e sindaci con fascia in marcia, accompagnate dal canto di una voce femminile potente e carica di pathos (sullo stile di quella di Laura Pausini, ma ovviamente non si tratta di lei) il cui testo merita di essere riportato per intero, a beneficio di chi volesse in seguito studiare anche sul piano pop il percorso di questa lista (la punteggiatura, ovviamente, è frutto di un'interpretazione di chi scrive): 
Ci sono luoghi che raccontano la nostra storia: piazze, borghi, città, montagne, coste... In ogni luogo c'è qualcuno che ogni giorno sceglie di esserci: un sindaco. Non soltanto un titolo, non soltanto una fascia... una responsabilità. Essere un sindaco significa ascoltare, decidere, costruire. Significa conoscere le strade, i volti, le storie della propria comunità, dalle grandi città ai piccoli borghi, dal Nord al Sud, dalle Alpi al Mediterraneo. Migliaia di persone lavorano ogni giorno per il futuro dei propri territori, perché l'Italia non è soltanto ciò che vediamo: è ciò che custodiamo, è ciò che cambiamo, è ciò che lasciamo a chi verrà dopo di noi. Questa è l'Italia dei suoi comuni, questa è l'Italia dei sindaci: il futuro... comincia da qui!
"Siamo il partito dei sindaci, siamo il partito dei territori" ha dichiarato De Luca nel suo intervento subito dopo la presentazione del simbolo, per poi lanciare subito la stilettata principale che sembra uno dei motivi principali alla base della nascita di questo nuovo progetto politico. Già, perché se l'espressione "partito dei sindaci" (o "partito degli amministratori") si è già ascoltata più volte nelle cronache politiche italiane, occorre marcare la differenza, soprattutto da chi in questo momento cerca di presentarsi in un modo simile: quindi occorre indicare che il partito dei sindaci e dei territori riunito a Roma è "quello vero" perché "noi possiamo raccontare una storia", mentre "il collega Alessandro Onorato non può raccontare una storia: può fare solo - e la voce si è alzata, fino al grido accalorato - il civismo in provetta per un posto in Parlamento e noi diciamo no! Ed è stato il primo motivo per il quale non abbiamo accettato l'amore clandestino che ci ha proposto il centrosinistra. La nostra è una storia, non una finzione!". 
La patente di verità e affidabilità è stata cercata anche grazie all'intervento a distanza di Giorgia Meloni (ma anche del presidente del Senato Ignazio La Russa e di vari ministri - da Gilberto Pichetto Fratin a Francesco Lollobrigida, da Matteo Piantedosi a Guido Crosetto - e viceministri; per correttezza occorre dire che erano presenti anche esponenti di vari partiti politici nei panel che si sono succeduti). La prima parte del discorso della Presidente del Consiglio sembrava rivolta a un'associazione rappresentativa di sindaci non connessa a una campagna elettorale formalmente non ancora iniziata ("Avete scelto di mettere al centro il ruolo degli enti locali, la forza dei territori, la centralità di chi ogni giorno è a servizio della gente, incarnando il primo volto con il quale lo Stato si mostra ai cittadini [...] personalmente ho sempre considerato i sindaci come degli eroi della politica: penso che non ci sia altro modo per descrivere chi è al servizio degli altri 7 giorni su 7, 365 giorni all'anno, e di fatto non si tira indietro mai, neanche di fronte ai problemi più difficili. Lo considero un modo di essere, di fare politica, lo considero un approccio e quasi uno stile di vita"). Successivamente, però, è emerso con forza l'elemento "di parte", della "scelta di campo", ma comunque volutamente non sfornita di richiami alla concretezza: "Vi ringrazio - ha detto Meloni - per avere scelto di mettere la vostra esperienza, il vostro contributo, la vostra determinazione e direi anche una certa dose di testardaggine [...] al servizio di un progetto più grande, di una sfida che è di respiro nazionale: so molto bene cosa significhi fondare un movimento politico a pochi mesi dalle elezioni [...]. Vi devo riconoscere una bella dose di coraggio per questo, forse addirittura un pizzico di follia e voglio farvi un sincero in bocca al lupo: il cammino che vi aspetta non sarà semplice, però sarà senza dubbio un cammino entusiasmante. Significa dare sostanza a un progetto politico che parte dal trerritorio e che dal territorio trae la sua forza". L'intervento ha poi passato in rassegna l'azione di governo, frutto del risultato elettorale del 2022 e di "un impegno che abbiamo cercato di onorare con la stessa dedizione, con la stessa costanza, con la stessa passione che mette un sindaco ogni giorno in quello che fa, con la stessa attenzione che un'amministrazione locale ha quando deve valutare le ricadute concrete delle proprie scelte". 
Il riferimento allo sviluppo, alla sicurezza e al rilancio del Sud è stato l'occasione per rilevare che "Ricucire la Nazione significa anche saper fare di questi principi e strumenti gli ingredienti di un nuovo modello di coesione sociale: penso che questa sia in fondo la ragione sociale del vostro impegno e di Sud chiama Nord. Perché il Sud non sarebbe nulla senza il Nord, ma il Nord non sarebbe nulla senza il Sud, e voi lo sapete meglio di me". Di nuovo Meloni si è rivolta potenzialmente a tutti gli amministratori locali, ribadendo che "La forza di una democrazia non si misura solo dalle sue istituzioni centrali, si misura soprattutto dalla vitalità delle sue comunità locali e non credo di sbagliare se dico che Sud chiama Nord ambisce a essere questo ponte, superando le contrapposizioni ideologiche, rimettendo al centro della politica quella pratica quotidiana del bionsenso, dell'attenzione ai problemi concreti della gente, quella determinazione che non si ferma davanti alla burocrazia". Una lista quasi istituzionale e quasi "riconosciuta", contro altre liste apocrife? Sì e no, visto che la stessa Meloni ha riconosciuto che "tra il centrodestra e alcune realtà territoriali con voi oggi riunite ci sono storie distinte, ci sono percorsi civici differenti, in alcune amministrazioni locali o regionali c'è un confronto aperto, ci sono posizioni non allineate"; per lei però il contributo di Sindaci d'Italia e Sud chiama Nord al progetto della coalizione che ora governa l'Italia "ha un valore particolare. Perché l'Italia non si governa contro o senza i territori, si governa con i territori [...]. La vostra è una scelta di campo, io sono certa che i cittadini vi premieranno per questo".
Se Sindaci d'Italia aveva scelto come proprio primo presidente Ernesto Magorno, ex sindaco di Diamante (Cs) ed ex parlamentare (Pd e Italia viva), come segretario è stato eletto Carlo Bottani, presidente della provincia di Mantova essendo contestualmente Sindaco di Curtatone (è stato eletto per la terza volta consecutiva in primavera). Qualificato finora come "indipendente di centrodestra" (in passato è stato segretario provinciale dell'Udc), nel suo discorso si è proposto di "costruire una forza politica radicata nei territori, capace di unire esperienza amministrativa, cultura popolare, attenzione ai giovani, alle imprese e ai servizi", ma "senza rinunciare a una collocazione nazionale chiara", che in modo indiscutibile appare nel campo del governo in carica volta a "contribuire alla continuità" di quell'esecutivo. In una fase in cui - anche e soprattutto grazie alla riforma elettorale appena entrata in vigore - ogni voto potenzialmente è determinante per far prevalere questa o l'altra coalizione e magari permetterle di ottenere il premio di maggioranza, quale miglior modo per cercare di costruirlo pezzo per pezzo se non a partire dai territori? Il risultato delle urne non indicherà necessariamente la maniera migliore, ma di certo farà emergere il progetto più convincente. Sarà quello con il cannocchiale nel simbolo?

martedì 27 ottobre 2026

Pini: "Lega Italia Federale? È della Lega Nord, non concedetelo a Salvini"

Non è passata inosservata la decisione di Simonetta Matone di lasciare la Lega per Salvini premier il giorno dopo il congresso straordinario di Milano (cui non era presente). A Simone Canettieri del Corriere della Sera ha spiegato che alla base del suo abbandono - a favore di Forza Italia, al cui gruppo in Senato risulta ora iscritta - c'erano tre motivi: "Non sono stata valorizzata dal partito, il progetto del segretario sembra non contemplare più il Centro e il Sud e soprattutto non sono d'accordo con la deriva giustizialista, di estrema destra e antieuropeista di Salvini".
Più di qualcuno è rimasto colpito che l'abbandono della romana Matone (forse uno dei volti più noti del partito tra coloro che non provengono dalle regioni del Nord) sia avvenuto proprio dopo che Matteo Salvini aveva proposto, all'interno del congresso, l'adozione di un nuovo simbolo che recuperasse la vecchia denominazione Lega Italia Federale, con il proposito dichiarato di "tenere insieme", di essere "federalisti senza escludere". 
Sul Foglio.it, peraltro, Carmelo Caruso ha notato che "il nuovo simbolo doveva essere emendato nello statuto. Una svista ma di fatto non è stato messo al voto". Un "pasticcio", secondo Caruso, anche se con tutta probabilità quella di Salvini era solo una proposta fatta da uno dei due candidati (che in effetti era il segretario uscente, ma questo influisce solo sulla probabilità che la proposta sia accolta, non sulle procedure), proposta che dovrà essere valutata dal consiglio federale. Finora, peraltro, la Lega per Salvini premier non ha mai utilizzato alle elezioni il suo simbolo descritto nello statuto e a questo allegato, cioè "un rettangolo di colore blu in cui campeggia la scritta 'Lega per Salvini Premier' in bianco, circondata da una sottile cornice sempre di colore bianco". Posto che storicamente i contrassegni elettorali hanno forma rotonda, il simbolo - immutato dal 2017, quando apparve per la prima volta nello statuto approvato dalla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici - è sempre stato usato solo in parte (l'area in cui è scritto "Salvini premier"), all'interno del contrassegno composito in cui campeggia Alberto da Giussano, e non risulta che l'uso in concreto di un emblema diverso da quello ufficiale sia mai stato in qualche modo ritenuto irregolare. Del resto, l'art. 3, comma 5 dello statuto prevede: "Il Consiglio Federale, per tutti i tipi di elezione, può apportare al simbolo e al contrassegno, le modifiche ritenute più opportune nel rispetto delle disposizioni di legge in materia. In particolare potrà deliberare di presentare contrassegni elettorali, sia con la denominazione 'Lega per Salvini Premier', sia con l’aggiunta di tutte le sue varianti regionali nel caso di elezioni regionali o amministrative". 
Lo statuto, dunque, potrebbe dover essere modificato a breve, per recepire la nuova proposta simbolica di Salvini. Proposta che, tuttavia, deve fare i conti con la nuova iniziativa agita dal Comitato per il Congresso Federale, presieduto dall'ex deputato della Lega Nord Gianluca Pini e che ha aperto alla firma dal 1° settembre la richiesta alle due cariche principali della stessa Lega Nord - il commissario federale Igor Iezzi e l'amministratore federale Giulio Centemero - affinché sia convocato un nuovo congresso federale del partito, "essendo decorso ampiamente il termine ordinario di durata degli organi e permanendo dal 31 gennaio 2020 una gestione commissariale" e siano esibiti il libro dei soci e il registro dei verbali degli organi collegiali "al fine di verificare la consistenza della base sociale e la regolarità della gestione".
In particolare, Pini - come primo firmatario della richiesta - ha scritto a Iezzi e Centemero perché trasmettano ai membri del consiglio federale della Lega Nord per l'Indipendenza della Padania (il nome ufficiale è ancora questo) una comunicazione in cui si sottolinea che il simbolo proposto da Salvini nel suo intervento congressuale a Milano "non appartiene alla Lega per Salvini Premier. È della Lega Nord", ricordando la scelta del 1993 di adottare quell'emblema per concorrere alle elezioni al Centro-Sud tra il 1993 e il 1995 e di ridenominare - al Congresso Federale straordinario (Milano, 10-12 febbraio 1995) - "Lega Nord Italia Federale" il partito, denominazione mantenuta fino al 1997. L'obiezione si fonda su una disposizione statutaria: l'art. 3 - lo stesso sulla base del quale "Il Consiglio Federale può concedere, anche ai fini elettorali, l’utilizzo del simbolo, in tutto o in parte, alle nazioni regolarmente costituite ai sensi del presente Statuto, nonché ad altri Movimenti politici le cui affinità con gli obiettivi di Lega Nord sono rimesse alla valutazione del Consiglio Federale" - precisa che "Tutti i simboli usati nel tempo dal Movimento o dai movimenti in esso confluiti, o che in esso confluiranno, anche se non più utilizzati, o modificati, o sostituiti, nonché qualunque altro simbolo contenente la dicitura Lega Nord, sono di proprietà esclusiva della Lega Nord". 
Pini sottolinea come "Lega Italia Federale" sia tanto "il nome di un movimento confluito nella Lega Nord per deliberazione del suo Congresso" (evidentemente nel 1993 si era scelto di costituire un'associazione ad hoc, come si era fatto nel 1989 con l'Alleanza Nord), quanto "un simbolo usato nel tempo dal Movimento e non più utilizzato", per cui l'art. 3 dello statuto - tuttora vigente - "lo copre due volte". Da un lato l'ex deputato rileva che "ai soci non risulta che una deliberazione" del consiglio federale per concedere l'uso totale o parziale del simbolo della Lega Nord alla Lega per Salvini premier "sia mai stata assunta"; dall'altro, anche in presenza di una decisione simile, questa varrebbe solo per il simbolo cui si riferisce, senza potersi estendere automaticamente "a un contrassegno nuovo, e meno che mai a un simbolo storico del Movimento che il Movimento non usa da trent'anni". L'azione del Comitato per il Congresso, dunque, intende prevenire qualunque "deliberazione che conceda, ratifichi o sani quell'uso", ritenendo che una decisione in tal senso sarebbe comunque illegittima: poiché il consiglio federale è stato eletto per l'ultima volta il 21 maggio 2017 al sesto congresso federale (e nel 2022 la Lega Nord, rispondendo a un'azione avviata dallo stesso Pini con altri militanti, aveva confermato essere ancora in carica), in base allo statuto quel consiglio federale sarebbe ormai scaduto da quattro anni e non potrebbe, secondo Pini, "disporre, a favore di un altro partito, del bene più identitario del patrimonio del Movimento"; vista la richiesta di convocare il congresso da parte del comitato, "concedere ora il simbolo ad altri significherebbe privare il Congresso, prima ancora che si riunisca, dello strumento senza il quale la Lega Nord non può tornare a presentarsi agli elettori"; da ultimo, la nota ravvisa un "evidente conflitto di interessi" in capo a qualunque membro del consiglio federale che ricoprisse "cariche o mandati nel soggetto beneficiario della concessione", con conseguente obbligo di astensione.
La nota, dunque, si conclude con una diffida a ciascun membro del consiglio federale (affinché non partecipi ad alcuna decisione che disponga di un simbolo di cui è titolare la Lega Nord, fino alla richiesta celebrazione del congresso, perché "è lì, e non in una deliberazione del Consiglio scaduto, che il destino del simbolo della Lega Nord deve essere deciso"), nonché al commissario federale (affinché non rilasci autorizzazioni all'uso del simbolo o revochi quelle emesse): ogni atto contrario alla diffida sarà impugnato e si chiederà la tutela del simbolo stesso "anche in sede di deposito dei contrassegni elettorali".
Vale la pena ricordare che lo scorso 19 ottobre Pini, sempre in qualità di presidente del Comitato per il Congresso federale, aveva già scritto ai singoli membri del consiglio federale, invitandoli garbatamente a seguire la via indicata dallo statuto (art. 9) per la convocazione straordinaria del congresso federale "su richiesta della maggioranza dei membri del consiglio federale", organo chiamato a riunirsi almeno ogni tre mesi (art. 13), La stessa lettera inviata ai consiglieri ricordava un profilo non irrilevante, dal punto di vista organizzativo, contabile e giuridico: la Lega Nord risulta ancora iscritta al Registro nazionale dei partiti e -notava Pini - continua a percepire una quota del 2 per mille Irpef in base ai rendiconti che continua a pubblicare e a trasmettere alla Commissione di garanzia come previsto dalla legge. L'accesso a quei contributi, tuttavia, sarebbe subordinato al rispetto del metodo democratico (art. 2, comma 2) e all'esistenza di uno statuto le cui disposizioni fissino, fra l'altro, la durata degli incarichi e "la cadenza delle assemblee congressuali". Per il Comitato "l'inerzia non è una condizione neutra" e "il tempo non lavora a favore di chi la subisce", per cui sarebbe stato opportuno - per il bene del partito e, si intuisce, per evitare di incorrere in responsabilità - sottoscrivere la richiesta di convocazione del congresso, in modo che il consiglio federale potesse "riprendere la funzione che lo Statuto gli assegna, prima che vi provveda un'autorità esterna".
Vero è che la Commissione di garanzia ha solo il compito - formale, più che sostanziale - di verificare la "democraticità" delle regole statutarie, non anche di valutare la conformità del comportamento del partito alle regole che esso stesso si è dato. L'invito aveva però colto uno dei punti più critici del "diritto dei partiti" così come lo si è visto operante finora. Anche la questione di un eventuale, ulteriore "prestito" di simbolo non sarebbe irrilevante; sarebbe molto interessante, per dire, prendere conoscenza dell'atto con cui il consiglio federale - dopo il congresso del 2019 - aveva concesso alla Lega per Salvini premier l'uso del simbolo della Lega Nord, in particolare di parte del nome e della figura del guerriero di Legnano, nonché di eventuali termini o condizioni di tale concessione. Al di là di ogni polemica, sarebbe un contributo di trasparenza rilevante.

domenica 25 ottobre 2026

Lega, "Italia federale" al posto di "Salvini premier": ritorno al 1993?

Si parlava da almeno un paio di settimane con insistenza di una modifica del simbolo della Lega per Salvini premier che non prevedesse più il riferimento al suo leader, Matteo Salvini: precisamente da quando, il 12 ottobre scorso, lui stesso aveva rassegnato le sue dimissioni da segretario federale del partito e aveva annunciato, tra l'altro, "sicuramente aggiorneremo anche il simbolo, perché il mondo cambia". La candidatura alla segreteria di Massimo Garavaglia aveva contribuito almeno in parte a rendere più movimentato il cammino verso il congresso federale straordinario, tenutosi ieri e oggi presso l'Allianz MiCo di Milano. 
Ora che l'atto più importante si è compiuto - con Salvini riconfermato segretario con 465 voti, a fronte dei 146 consensi ottenuti da Garavaglia - ciascuno può concentrarsi su vari aspetti del congresso, inclusa - per quanto interessa qui - la proposta di cambio di simbolo avanzata dallo stesso Salvini alla fine del proprio discorso. Di proposta ovviamente si tratta, visto che formalmente per l'adozione del nuovo emblema dovrà attendersi almeno il prossimo consiglio federale; l'aggiornamento proposto, in ogni caso, c'è stato. La struttura è la stessa adottata dalla fine del 2017 per il contrassegno elettorale leghista (quando si era rinunciato al riferimento al Nord): nel segmento blu al di sotto di Alberto da Giussano è stato rimosso il riferimento "Salvini premier", sostituito con "Italia federale", con la prima parola gialla in evidenza e la seconda molto più piccola, al di sotto.
Degli oltre 40 minuti del discorso di Matteo Salvini, gli ultimi otto minuti sono stati dedicati in buona parte al percorso che ha portato alla proposta di modifica del fregio, a partire dall'idea di fare un "passo indietro". Questo si dovrebbe tradurre nella creazione di una segreteria politica, in una revisione dello statuto, nell'istituzione di un coordinamento delle segreterie regionali e anche nella modifica del simbolo, "primo perché ce lo imponeva la legge elettorale, se è questa la legge elettorale...". Salvini non ha dato ulteriori spiegazioni su questo (preferendo precisare che saranno candidate "tutte le persone che meritano di essere candidate e verranno eletti coloro che hanno più consenso dei militanti, dei cittadini"), ma viene da pensare che il riferimento sia alla sostituzione, da parte della legge n. 180/2026, dell'obbligo di indicare la persona "indicata come capo della forza politica" con l'obbligo di determinare all'atto del deposito del contrassegno "la persona da indicare come proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio dei ministri": considerando che quel nome dev'essere identico per le liste coalizzate, sarebbe difficile all'interno del centrodestra indicare in modo omogeneo il nome di Giorgia Meloni come proposta per Palazzo Chigi e poi lasciare nel contrassegno il riferimento a "Salvini premier" (la questione, a dire il vero, sarebbe sicuramente più politica che formale, anche se in linea non si potrebbe escludere qualche rilievo del Viminale, almeno sul piano della coerenza tra quanto dichiarato sui documenti e ciò che emergerebbe attualmente dal simbolo).  
Richiamando una mozione sull'identità e sull'orgoglio come carattere distintivo della Lega (probabilmente quella a prima firma di Riccardo Molinari), Salvini ha detto "Io non riesco a uscire di casa la mattina - sarà una mia tara! - io non riesco a fare un'intervista televisiva, io non riesco ad andare in Parlamento o a un assemblea se sul bavero della giacca non ho l'Alberto da Giussano, perché per me è orgoglio, per me è identità, è quello che ci differenzia rispetto a tutti gli altri". Il disegno del guerriero a spada sguainata, che riprende il profilo del monumento di Legnano, non è dunque stato messo in discussione, anzi: oltre a essere stato impiegato come emblema del congresso della "Lega di lotta e di governo", è stato richiamato come uno dei due elementi realmente identificativi del partito, insieme al nome. A chi, all'interno del partito e magari del suo staff aveva notato che sarebbe stato opportuno eliminare solo la parola "premier" senza togliere il cognome del leader ("Sennò cosa scrivono i giornali lunedì? [...] Salvini ri-vince il congresso, ma [...] in ogni caso l'ha data vinta a quelli che fanno polemica da un anno"), il segretario uscente ed entrante ha risposto dalla tribuna congressuale: "Il simbolo dev'essere chiaro, lineare e riconoscibile. Perché uno in cabina elettorale o sui manifesti sceglie la Lega? Perché c'è l'Alberto da Giussano e perché c'è la Lega: poi... C'è Salvini... Non Salvini... quello è di più". 
Tenuti fermi gli ingredienti fondamentali (quelli contenuti in uno dei simboli depositati come marchio per conto di Matteo Salvini alla metà di giugno del 2018 e registrati a gennaio dello scorso anno), rimaneva da arricchire il simbolo con qualche altro elemento, con l'obiettivo di comunicare l'immagine di un partito "nazionale e non nazionalista", come dichiarato da Salvini all'inizio della parte del discorso più legata al simbolo stesso. Lui stesso ha dichiarato che il suo pensiero ricorrente delle ultime settimane, anzi, degli ultimi mesi, è stato "tenere insieme la scelta di cui sono straconvinto, quella nazionale, non a un articolo dello statuto, ma al mio istinto, alla mia carne, alla mia pelle. Perché io sono convinto che il federalismo sia il passato, il presente e il futuro del nostro paese, per il Nord, per il Centro e per il Sud. Fa bene alla Lombardia e alla Puglia, fa bene al Leone e fa bene alla Campania". Ecco rispuntare la parola "federalismo", che da qualche tempo sembrava essere finita in secondo piano rispetto al concetto di "autonomia" (che certamente pesca nello stesso ambito, ma non è pienamente sovrapponibile) e alle prese di posizione su temi quali la sicurezza.
Se la riemersione del federalismo appare in linea con la scelta di voler conservare o recuperare l'identità leghista (a seconda di quanto si ritenga mutato il partito nel corso di questi anni, a partire dalla sua nuova natura nazionale avviata alla fine del 2017, dopo l'esperimento di Noi con Salvini) anche in un tempo non semplice per il partito come questo, se è vero che il consenso odierno non è assimilabile a quello del 2018 o del 2019 e quindi - come immaginato a suo tempo anche da Gianluca Passarelli e Dario Tuorto nel loro libro La Lega di Salvini - il ritorno ai "temi dell'anima" che avevano fatto presa nella prima fase del percorso (quella della Lega Lombarda e soprattutto della Lega Nord) è un modo di agire bringing it all back home, occorreva trovare anche una sua traduzione nominale e grafica. A fronte del "passo indietro" dal simbolo (immaginando che in seguito possa essere mutato anche il nome del partito da statuto, anche se non è obbligatorio), Salvini ha ritenuto di proporre "un'idea che era già nella storia della Lega, che secondo me dà la risposta nazionale ma non nazionalista. Federale ma senza escludere, includendo". Un'idea di Umberto Bossi, il cui riferimento ha suggerito a Salvini un'immediata precisazione, sottolineata dagli applausi, in parte sollecitati ma in buona parte spontanei: "Perdonatemi l'errore madornale: è il primo congresso che celebriamo senza Umberto e se siamo qua è grazie a Umberto e chiedo l'applauso anche in piedi del congresso federale della Lega per ringraziare Umberto Bossi e Roberto Maroni per averci accompagnati fino a qua, perché se siamo qua oggi è grazie a Bossi e grazie a Maroni che hanno cominciato quando non c'era nulla. Lo sappiamo noi lombardi, ma lo sanno anche gli amici del Sud, perché se stiamo vincendo questa incredibile battaglia è grazie a quando a mani nude abbiamo cominciato".   
Simbolo comunali Roma 1993
La soluzione nominale e grafica, dunque, sarebbe stata trovata da Salvini in una pagina iniziata oltre trent'anni fa: "io mi son recuperato un simbolo di Bossi del 1994, ne parlavo con Calderoli: questa è l'Unità, ho scelto il giornale l'Unità apposta [...] Era il 1994, probabilmente era troppo presto: l'unico torto della Lega è di aver visto troppo in anticipo quello che poi sarebbe accaduto [...]. Ebbene, Bossi nel 1994 presentò sia per le europee che per alcune elezioni, per esempio in comune a Roma un simbolo che molti di noi non si ricordano". Vale a dire il simbolo della Lega Italia Federale, con la statua di Alberto da Giussano in blu, la parola "Lega" in alto e, sotto, disposta sempre ad arco, con lo stesso carattere Optima ma con dimensioni più piccole, l'espressione "Italia Federale", il tutto su fondo bianco.
Ora, sembra opportuno fare subito qualche precisazione, a costo di sentirsi accusare di pignoleria ma con l'idea semplicemente di ristabilire la realtà, per chi volesse approfondire l'argomento in modo pienamente corretto. Innanzitutto la proposta di cambiare il nome e il simbolo della Lega Nord non fu avanzata da Bossi nel 1994, ma nel 1993: l'articolo (non firmato) dell'Unità cui si riferisce Salvini, mostrato per estratto sugli schermi del congresso e titolato Bossi toglie il "Nord" di Lega, Miglio non ci sta, uscì a pagina 4 dell'edizione del 24 aprile 1993. Chiunque, accedendo all'archivio online del quotidiano (all'indirizzo https://archivio.unita.news/), può verificare che la data sia proprio quella appena dichiarata. 
Chi non si accontentasse di quella pagina e ritenesse non troppo affidabile quella fonte, potrebbe limitarsi a dare un'occhiata agli archivi dei due principali quotidiani, Corriere della Sera e la Repubblica, per verificare assai facilmente che la notizia era presente nella stessa data, peraltro con grande rilievo (sulla Repubblica addirittura con una "civetta" in prima pagina). Sempre nel 1993 ci fu il primo momento di visibilità per quel simbolo, alle elezioni comunali di Roma, il cui primo turno si celebrò il 21 novembre: per la prima elezione diretta del sindaco - quella che vide arrivare al ballottaggio Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, lasciando fuori Carmelo Caruso: chi sia curioso di conoscere tutti i simboli di allora li può trovare consultando questo articolo scientifico, opera di chi scrive - la Lega Italia Federale scelse di candidare Maria Ida Germontani (divenuta parlamentare molto più tardi, ma sotto le insegne di Alleanza nazionale e poi del Pdl).  
Non è poi esatto dire che nel 1994 il simbolo della Lega Italia Federale abbia partecipato alle elezioni europee
: sulle schede finì il simbolo della Lega Nord e, scorrendo la raccolta dei simboli ammessi (e in base alle ricerche tra quelli ricusati), quello della Lega Italia Federale non fu nemmeno depositato. Alle elezioni politiche di poche settimane prima, invece, venne depositato il fregio Lega Italia Federale (non ammesso), che abbinava al nome alla riproduzione di uno dei Bronzi di Riace: si trattava della rielaborazione dei simboli utilizzati dalla Lega Nord (con la "pulce" della Lega Lombarda per evitare la raccolta firme) alle elezioni regionali del 1990 nelle regioni del Sud. 
Nel 1995 - come ha subito notato Andrea Vezzaro, che quel periodo l'ha studiato molto bene, nell'inquadrare "la caduta" del principale partito dei cattolici italiani - la Lega Nord scelse invece di adottare Lega Nord Italia Federale come propria denominazione ufficiale al congresso straordinario del 10-12 febbraio 1995 a Milano (anche se lo statuto di quell'anno indica come data il 5 marzo 1995; il nome, incidentalmente, sarebbe rimasto fino al congresso del Palavobis del 14-16 febbraio 1997, quando fu sostituito con "Lega Nord per l'Indipendenza della Padania"). Era di certo un periodo molto delicato per il Carroccio: dopo la scelta di togliere a dicembre la fiducia al governo guidato da Silvio Berlusconi (esecutivo nel quale avevano preteso e ricevuto un ministero pesantissimo, il ministero dell'Interno affidato a Roberto Maroni) e le dimissioni del Presidente del Consiglio, una parte del partito e della sua rappresentanza parlamentare - tra i nomi più noti, Luigi Negri e Sergio Cappelli - aveva manifestato un disaccordo su quella scelta, fondando per questo un partito denominato Lega Italiana Federalista; adottò come emblema prima una stella tricolore su fondo blu stellato, poi un diamante, ma non ebbe particolare fortuna. Evidentemente, però, la Lega Nord guidata da Bossi ritenne del tutto inopportuno lasciare in altre mani l'idea del federalismo: proprio in quel 1995, infatti, il simbolo della Lega Italia Federale conobbe il suo uso maggiore.
In quell'anno, infatti, l'emblema comparve alle elezioni di primavera, in particolare alle regionali, con Alberto da Giussano abbinato al nuovo nome, ma con l'aggiunta del riferimento alle regioni via via interessate. In tre casi su quattro (Lazio, Puglia, Calabria) il simbolo apparve all'interno delle coalizioni di centrosinistra, formate a norma della nuova legge - il Tatarellum - che penalizzava coloro che avessero preferito correre in solitaria, cosa che in effetti la Lega Italia Federale fece in Campania. Il risultato non fu particolarmente soddisfacente (0,48% in Lazio, 0,33% in Campania, 0,35% in Puglia, 0,45% in Calabria), ma i 13516 voti raccolti in Lazio furono pesantissimi nella sfida regionale, perché Piero Badaloni, come primo candidato della sua lista regionale, ottenne 1582897 voti e il suo sfidante di centrodestra, Alberto Michelini, ne ebbe 1577521 e - pur essendo possibile il voto disgiunto, che non permette ora di dire con certezza come sarebbero potute andare le cose - un'eventuale corsa solitaria della Lega Italia Federale anche in Lazio avrebbe potuto fare la differenza.  
Il simbolo della Lega Italia Federale apparve poi - salvo errore - per l'ultima volta sulle schede della Camera il 22 ottobre 1995, nel collegio uninominale di Napoli-Vomero (Campania 1 - 02), per le elezioni suppletive volte a sostituire Antonio Rastrelli, neopresidente della Regione Campania candidato dal centrodestra. Vinse per il centrosinistra (Con Napoli per l'Italia che vogliamo) con Vincenzo Siniscalchi, che sconfisse Maurizio De Tilla per il centrodestra; se Marco Pannella (con il simbolo Per la Grande Napoli) ottenne un dignitosissimo 17%, si fermò allo 0,5% Gianfranco Vestuto, l'anno dopo fondatore della Lega Sud Ausonia. (A proposito, nota per i #drogatidipolitica malati di dettagli: i simboli delle elezioni suppletive non si trovano facilmente in Rete e il sottoscritto, dopo averli scansionati nell'archivio del Viminale nel 2015, ritenne opportuno ritoccarli o ricostruirli, per migliorare la loro resa grafica: a guardare l'immagine proiettata sugli schermi, chi scrive ha una vaga idea della fonte di quella grafica...). Nel 1996 sulle schede delle elezioni politiche tornò ancora una volta il fregio della Lega Nord, stavolta collocato fuori dai poli per cercare di massimizzare il più possibile il proprio consenso contro Roma-Polo e Roma-Ulivo (sarebbe poi arrivata la stagione padanista e secessionista, quella delle elezioni del Parlamento della Padania).
Tornando al discorso di Salvini, ha sottolineato come per lui la Lega "è carne, è passione; è economia, ma è radici, è fango, è gazebo, è il Po, è il Monviso, ma è anche la soddisfazione di combattere da lombardo per esserci anche in Abruzzo e vincere in Abruzzo": su queste basi, il miglior modo possibile per riassumere "32 anni di battaglie, una Lega nuova, forte, protagonista in Italia e in Europa" è la formula "Lega Italia Federale", che a suo dire "tiene insieme il passato, il presente, il futuro: siamo la Lega, siamo guerrieri, se serve da soli contro tutti, Davide contro Golia, il partito dei dimenticati dalla sinistra [...]. Lega: battaglia da Nord a Sud, perché il centralismo che una volta era nei palazzi romani adesso è traslocato più a Nord, però Fe-de-ra-le, per tenere insieme tutte le splendide anime di questo congresso".
Come si è già detto, la struttura del fregio è la stessa in uso dal 2017: al posto di "Salvini" c'è l'Italia, al posto del "premier" c'è il federalismo, un'idea e un progetto al posto di una persona. Rispetto al 1993, il simbolo presenta alcune differenze: se allora il riferimento all'Italia aveva lo stesso peso di quello al federalismo, ora l'Italia è decisamente in primo piano e nel fregio - grazie al carattere bastoni enfatizzato e al colore giallo - spicca quanto la parola "Lega", mentre il riferimento al federalismo appare quasi defilato con la nuova grafica. Curiosamente, "Italia" con lo stesso carattere (ma in bianco) fu inserita nel simbolo dell'Udc al posto del riferimento a Pier Ferdinando Casini nel 2012, anche se poi alle elezioni l'anno dopo tornò (anche per suggerimento di Mario Monti) il cognome dell'ex presidente della Camera, rimasto leader del partito pur non essendo più da tempo segretario: si potrebbe essere tentati di dire che Salvini ha agito come Casini, ma le condizioni oggettivamente sono diverse. Un'altra differenza, meno visibile ma riconoscibile da chi guarda con attenzione i simboli, si riscontra sulla figura di Alberto da Giussano: nel 1993 il leone era quello della Liga Veneta collocato nel 1989 sullo scudo del guerriero, con il libro dei Vangeli aperto; ora invece c'è il leone "da guerra", con la spada e il libro chiuso, introdotto dopo lo stesso congresso del 1997 che cambiò il nome al partito.
I simboli non dicono tutto, ovviamente, ma dicono: conta quello che c'è, quello che non c'è più, quello che ritorna e il rilievo che ciascun elemento ha. La Lega (Nord) del 1993 difficilmente avrebbe potuto mettere l'Italia in primo piano; certamente non lo avrebbe fatto la Lega (Nord) padanista e secessionista degli anni successivi; oggi, dopo la diffusione su tutto il territorio italiano della Lega, con il cuore rimasto al Nord (e ben rappresentato da Alberto da Giussano) ma i voti che arrivano anche da altre zone del Paese, ha senso cercare di "tenere insieme" tutto questo. Col rischio di scontentare chi avrebbe voluto più federalismo - meno defilato - e magari un po' più di Nord (senza avere dimenticato il tempo della secessione, ma avendolo messo da parte), ma con la consapevolezza che parlare al Paese richiede inclusione. Saranno il tempo, il numero degli iscritti e le urne a dire se la scelta sarà stata vincente; nel frattempo si registra il cambiamento che guarda alla storia forse meno ricordata del Carroccio. Uno sguardo che chi scrive aveva in qualche modo immaginato già dieci anni fa, sia pure solo con l'espressione "Lega Federale".

sabato 24 ottobre 2026

(Pen)ultime notizie sulle Dc, tra dissidi, congressi e incognite

AGGIORNAMENTO DEL 26 OTTOBRE 2026 

Ieri il XXI congresso della Democrazia cristiana svoltosi all'Ergife Hotel a Roma si sarebbe concluso con l'elezione per acclamazione a segretario politico nazionale di Gianpiero Samorì, vicesegretario facente funzione uscente. Lui stesso ha dichiarato che il suo obiettivo principale sarà preparare il partito "a essere pronto, sul piano del programma e dell’organizzazione, a diventare un punto di riferimento nelle prossime elezioni politiche nazionali". Con riferimento alle contestazioni del percorso congressuale intrapreso e concluso ieri, da un lato si dice che il Tribunale di Roma "non ha accolto [...] il ricorso d'urgenza presentato da Carmelo Pace ai sensi dell’art. 700 del codice di procedura civile [il 16 ottobre, ndb], con cui chiedeva di impedire la celebrazione del Congresso nazionale" [circostanza contestata invece dai ricorrenti]; dall'altro, il neoeletto collegio dei probiviri (composto da Gerardo Meridio - già dirigente dei Moderati italiani in rivoluzione guidati da Samorì - Giuseppe Mariani e Nunzio Spanò) avrebbe esaminato gli atti relativi alla sospensione di Samorì pronunciata il 23 ottobre dalla direzione nazionale (presieduta da Renato Grassi), ritenendola "radicalmente nulla", così come a monte sarebbe da considerare nulla la nomina - il 30 dicembre - di Carmelo Pace alla segreteria nazionale (mentre doveva considerarsi pienamente legittima la convocazione del XXI congresso - a dispetto della diffida di Pace, Grassi e Mauro Carmagnola a Samorì affinché il congresso non fosse celebrato - perché l'assise sarebbe stata pubblicamente proclamata dallo stesso Grassi come presidente del consiglio nazionale).
Per tutta risposta, oggi la direzione nazionale della Dc presieduta da Grassi ha emesso un comunicato, con cui sostiene che il XXI congresso terminato ieri "è da considerarsi giuridicamente nullo, politicamente illegittimo e statutariamente inesistente", essendosi svolto "senza alcuna autorizzazione da parte degli organi legittimi e statutari del partito, in aperta violazione dello Statuto vigente, del Regolamento Nazionale e delle deliberazioni assunte dal Collegio dei Probiviri e dalla Direzione Nazionale". Quanto a Samorì, non rivestirebbe "alcuna carica legittimata a convocare" il congresso, mentre si è ribadita la legittimità dell'elezione alla segreteria di Carmelo Pace, "avvenuta nel pieno rispetto delle norme statutarie, [...] convalidata dal collegio dei probiviri" ed essendo "espressione della continuità storica e ideale" del partito. Lo stesso comunicato precisa che la direzione nazionale "ha già dato mandato ai propri legali di tutelare in ogni sede competente, civile e penale, il nome, il simbolo e la denominazione della Democrazia Cristiana, diffidando sin da ora chiunque dall'utilizzo illegittimo del simbolo dello Scudo Crociato" (anche se il simbolo di questa Dc è il "drappo crociato"). Lungi dall'essere finita, la disputa è solo (ri)cominciata e, avendone la possibilità, si darà conto delle successive puntate (il 24 novembre sarebbe fissata l'udienza davanti al tribunale di Roma per il ricorso relativo al congresso).
 
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Possono avere qualsiasi idea politica e collocarsi da qualunque parte, i #drogatidipolitica, ma nell'intreccio delle loro vite più o meno uguali - anche se non sono gucciniani di ferro - prima o poi soffia il libeccio di una domanda: che novità ci sono sulla Democrazia cristiana? Da quella domanda ne scaturiscono inevitabilmente altre: qualcun altro vuole usare il nome e lo scudo crociato? Ci sono state altre sentenze o addirittura nuove cause? E, se non ci sono, qualche litigio rischia di degenerare in nuove scissioni con conseguenti mitosi democristiane?
A volte, per soddisfare qualcuna di quelle domande con qualcosa di nuovo, basta davvero poco: un articolo su qualche sito o un post sui social, visto direttamente o - più spesso - segnalato da un amico o da un conoscente, che magari aggiunge "Non mi chieda / Non chiedermi di quale Dc si tratta, perché ho perso il conto!". Questi giorni, in ogni caso, appaiono propizi per trovare risposta ad alcuni dei quesiti già visti, perché - a quanto pare - i "democristiani non pentiti" non riescono davvero a mettere in pratica una massima imperdibile - "Non fate nulla. Nulla. E se proprio non ce la fate a non fare assolutamente niente, fate pochissimo" - che Edmondo Berselli attribuiva ad Aldo Moro.
Ecco dunque che, attraverso i social network (e non solo), si è appreso che il 30 settembre il consiglio nazionale della Democrazia cristiana, per l'esattezza quella di cui era segretario Salvatore Totò Cuffaro fino a novembre dello scorso anno, sostituito come facente funzione del vicesegretario Gianpiero Samorì, avrebbe eletto come nuovo segretario politico nazionale Carmelo Pace, presidente del gruppo della Dc all'Assemblea regionale siciliana. In quella stessa giornata, però, su una pagina Facebook di nuovo conio denominata "Democrazia Cristiana Italia Pagina Ufficiale" è apparsa la seguente nota, in cui si contestava la legittimità di quell'elezione e si annunciava la celebrazione di un nuovo congresso (il XXI) il 24 e il 25 novembre:
Si è svolto oggi un Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana destinato a riaccendere il confronto interno al partito. Al centro della riunione, oltre alle questioni organizzative e politiche, vi è stata l’adozione di una delibera con la quale è stato indicato l’on. Carmelo Pace quale nuovo segretario nazionale. Una decisione che, tuttavia, viene contestata da una parte del partito proprio sotto il profilo della legittimità dell’organismo che l’ha assunta. Secondo i contestatori, infatti, il Consiglio Nazionale sarebbe già decaduto e, pertanto, non avrebbe più titolo per adottare deliberazioni di questa natura. 
La questione è tutt’altro che secondaria. Se la contestazione sulla decadenza dell’organismo trovasse conferma sul piano statutario, si aprirebbe infatti un interrogativo sulla validità della stessa delibera di nomina del nuovo segretario. La scelta di Carmelo Pace assume un peso politico particolare anche alla luce del suo lungo percorso all’interno della DC siciliana e dei rapporti politici con Totò Cuffaro. Pace è stato capogruppo della Democrazia Cristiana all’Assemblea Regionale Siciliana e nel giugno 2026 è stato nuovamente indicato come capogruppo del partito all’ARS, in una riunione alla quale partecipò anche Cuffaro. È quindi inevitabile che la sua designazione alla guida nazionale venga letta anche alla luce degli equilibri politici che attraversano il partito. Per i suoi oppositori, la decisione assunta oggi rappresenterebbe un esercizio di forza, finalizzato a riaffermare il peso dell’area riconducibile a Cuffaro nella Democrazia Cristiana e a riportare sotto il suo controllo gli organismi nazionali del partito. Si tratta, naturalmente, di una lettura politica della vicenda, che dovrà essere confrontata con le motivazioni e con gli atti ufficiali adottati dal Consiglio Nazionale. 
La vicenda assume un significato ancora più particolare considerando che la stessa Democrazia Cristiana ha già avviato formalmente il percorso congressuale. Il regolamento ufficiale del XXI Congresso Nazionale stabilisce infatti che il Congresso si svolgerà a Roma il 24 e 25 ottobre 2026. Lo stesso regolamento prevede espressamente che il segretario politico e le altre cariche statutarie siano eletti dal Congresso, attraverso scrutinio segreto e a maggioranza dei voti. Il Congresso, dunque, rappresenta la sede nella quale dovrà essere definito il nuovo assetto nazionale del partito. Ed è proprio qui che nasce il principale interrogativo politico della giornata: perché procedere oggi alla nomina di un segretario nazionale quando tra poche settimane sarà il Congresso a dover eleggere il nuovo segretario e tutti gli organi statutari? La risposta, evidentemente, non è soltanto organizzativa. La scelta può essere interpretata come il tentativo di arrivare all’appuntamento congressuale con un preciso equilibrio di potere già definito. 
Al di là delle polemiche sulla validità della riunione odierna, il dato politico certo è che la Democrazia Cristiana si avvia verso un Congresso destinato a stabilire la futura leadership del partito. Il regolamento congressuale prevede che le candidature alla segreteria nazionale siano collegate alle liste per il Consiglio Nazionale e che queste debbano essere sottoscritte da almeno il 10% dei delegati appartenenti ad almeno tre regioni. Saranno quindi gli iscritti e i delegati, attraverso il percorso congressuale previsto dallo statuto e dal regolamento, a determinare il prossimo gruppo dirigente. La giornata odierna rischia così di trasformarsi non nella conclusione della partita per la leadership della DC, ma nell’apertura di una fase ancora più aspra. Da una parte c’è chi considera legittima la scelta del Consiglio Nazionale e la necessità di assicurare una guida politica al partito. Dall’altra chi contesta che un organismo ormai decaduto possa assumere decisioni di tale portata. La questione, a questo punto, è soprattutto documentale e statutaria. Occorrerà verificare gli atti relativi alla presunta decadenza del Consiglio Nazionale, il testo della delibera approvata oggi e le disposizioni statutarie che disciplinano i poteri dell’organismo nella fase precedente al Congresso. Solo sulla base di questi elementi sarà possibile stabilire se la nomina di Carmelo Pace abbia piena validità oppure se, come sostengono i suoi contestatori, si tratti di una decisione destinata a essere rimessa in discussione. 
Una cosa, però, appare già evidente: il vero appuntamento per la definizione della nuova leadership della Democrazia Cristiana rimane il Congresso Nazionale del 24 e 25 ottobre. Sarà quella l’assemblea chiamata a eleggere il segretario nazionale e gli altri organi statutari del partito. E sarà in quella sede che gli equilibri interni, oggi oggetto di una crescente contrapposizione, dovranno misurarsi con il voto congressuale.
Cos'è accaduto, dunque? L'unica cosa che sembra potersi dire con certezza è che all'interno della Democrazia cristiana già guidata da Totò Cuffaro c'è un'ampia discordia sul piano politico, procedurale e personale. Lo si intende, per esempio, scorrendo i numeri di Dc Notizie, il settimanale della Dc piemontese diretto da Mauro Carmagnola (responsabile organizzativo del partito, nonché depositante ufficiale del simbolo del "drappo crociato" alle elezioni politiche del 2022) a partire almeno dalla fine di luglio: nel numero del 31 luglio, infatti, si apprende della convocazione, da parte del consiglio nazionale del partito presieduto da Renato Grassi, del XXI congresso "per il 25 ottobre 2026 a Roma", con l'idea di svolgere nelle settimane precedenti le assemblee provinciali e poi regionali per individuare i delegati a partecipare all'assise. L'annuncio precisava che l'idea era di adempiere a "un preciso dettato statutario", ma anche di "preparare per tempo il Partito alle prossime scadenze elettorali nazionali e di molte amministrazioni locali, nonchè della Regione Sicilia dove il drappo conta su una forte rappresentanza in seno all'Ars". Già il 4 settembre, però, era apparso su quel periodico un annuncio: "Consiglieri Nazionali della Democrazia Cristiana richiedono la convocazione del Consiglio Nazionale". Una settimana più tardi, sulle stesse pagine è apparsa la convocazione dello stesso consiglio nazionale, a opera del presidente Grassi, per il 30 settembre 2026 a Roma (presso l'auditorium della Basilica di San Lorenzo in Lucina), con due punti all'ordine del giorno: "1. elezione del Segretario Nazionale; 2. varie ed eventuali". 
Il 18 settembre era stata ripubblicata la convocazione, con una nota di Renato Grassi: "Rilevo con preoccupazione una crescente conflittualità interna che non può non nuocere all'immagine e al consenso elettorale del Partito. Avevamo trovato una formula di gestione unitaria della Segreteria nazionale, largamente disattesa da iniziative, incarichi e, in particolare, nomine di Commissario di competenza per altro della Direzione nazionale. Ritengo la ricerca dell'unità del Partito essenziale in un contesto politico e a breve termine elettorale prevedibilmente complesso. Ho sollecitato una assunzione di responsabilità a tutti. Se si gioca allo sfascio restano solo macerie. Un partito politico non è una banca da scalare con espedienti tecnici e risorse finanziarie" (e l'ultimo periodo sembra - salvo errore - un chiaro riferimento a una delle professioni del vicesegretario facente funzione). Il 25 settembre è apparso un nuovo comunicato di Grassi: "Ho dato esecuzione ad una richiesta di convocazione del Consiglio nazionale firmatari da ben 52 componenti con diritto al voto. Non è stata una decisione discrezionale ma un atto dovuto in riferimento ad una precisa norma statutaria che in caso di inadempienza affida il potere di procedere alla convocazione al primo firmatario della richiesta. Ho fatto, considerata la situazione conflittuale esistente ,al senso di responsabilità di tutti, auspicando che la riunione del Consiglio programmata possa essere, preliminarmente alla trattazione dell'O.d.g., una utile occasione di riflessione sullo stato del Partito e su come ritrovare un percorso politico unitario in vista delle ormai prossime scadenze elettorali". Il numero del 2 ottobre ha riportato la seguente cronaca della riunione del consiglio nazionale del 30 settembre: "Attraverso una votazione plebiscitaria di un Consiglio Nazionale mai così partecipato, riunito a Roma il 30 settembre scorso, Carmelo Pace, capogruppo Dc all'Assemblea Regionale Siciliana e votatissimo sindaco di Ribera, è il nuovo Segretario Nazionale della Democrazia Cristiana. [...] Pace ha puntualizzato le caratteristiche della Democrazia Cristiana anche alla luce di quanto ha vissuto personalmente nelle realtà locali in cui la Dc è protagonista. Ha generosamente offerto la sua disponibilità, pur di favorire la gestione unitaria del Partito, di essere il secondo Vice Segretario Vicario facente fuzioni del Segretario Nazionale e di lasciare ad una corretta assise congressuale il compito di individuare il nuovo personaggio apicale del Partito. Declinata l'offerta da parte dell'attuale Vice Segretario Vicario facente funzioni di Segretario Nazionale si è proceduto a determinare chi avrebbe guidato da quel momento la Dc. Ora è giunto il momento di trasformare l'entusiasmo in azione".
Da allora sembra iniziato un vero e proprio duello: il 7 ottobre Renato Grassi ha fatto sapere che "Nessun congresso nazionale è stato convocato e nessun regolamento congressuale è stato approvato dal Consiglio nazionale. Il tesseramento è oggetto di vari ricorsi che devono essere esaminati dalla commissione di garanzia statutaria. Le eventuali convocazioni di assemblee provinciali e regionali sono statutariamente illegali e saranno oggetto di segnalazione al collegio dei Probi Viri per i provvedimenti di competenza". Il 12 ottobre, per parte sua, Gianpiero Samorì ha invece emesso un comunicato in cui dichiarava l'elezione di Pace alla segreteria nazionale avvenuta "sulla base di una delibera del Consiglio nazionale giuridicamente inesistente, nulla ed illegittima"; sostenendo che erano già stati convocati tutti i congressi regionali in vista del congresso nazionale fissato per il 24 e 25 ottobre - oggi e domani, dunque - all'hotel Ergife a Roma (lo stesso albergo da cui il 26 febbraio del 2017 era ripartito il cammino di quella Dc, con l'assemblea degli iscritti convocata attraverso il Tribunale di Roma), Samorì aveva invitato Pace a comprendere "l'importanza del rispetto delle norme di legge e di statuto di un partito storico che non è più il partito personale del senatore Salvatore Cuffaro anchorché abbia preso parte attiva anche in questa vicenda" (e la stilettata finale appare molto chiara nel delineare un'altra parte del conflitto registrato in questa Dc). 
Il 14 ottobre si è scatenato un duello, con risposte politico-giuridiche colpo su colpo. Prima sui profili social gestiti dal gruppo legato a Pace e Grassi si è letto che "La Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana, riunitasi a Roma, ha deliberato il deferimento di Gianpiero Samorì al Collegio dei Probiviri in relazione alla sua carica di Vicepresidente nazionale. La Direzione ha inoltre ribadito che le iniziative congressuali e i cosiddetti pre-congressi promossi da Samorì non sono riconosciuti dagli organi nazionali competenti e non impegnano in alcun modo il partito. Il Presidente nazionale, On. Renato Grassi, ha precisato che nessun Congresso nazionale è stato convocato e nessun regolamento congressuale è stato approvato dal Consiglio nazionale. Le eventuali convocazioni territoriali saranno sottoposte agli organi statutari competenti. A tutela del nome, del simbolo e dell’integrità della Democrazia Cristiana, la Presidenza nazionale ha già incaricato i propri legali di fiducia di intraprendere ogni opportuna iniziativa nelle sedi competenti". Lo stesso giorno, sul profilo della Dc guidata da Samorì appariva questo comunicato: "Il Segretario nazionale facente funzioni della Democrazia Cristiana, Gianpiero Samorì, ha disposto, in data 13 ottobre 2026, la sospensione cautelare urgente degli onorevoli Renato Grassi e Carmelo Pace da tutti gli incarichi ricoperti all’interno del partito. I provvedimenti sono stati adottati ai sensi del combinato disposto degli articoli 121 e 76 dello Statuto della Democrazia Cristiana, per gravissime, documentali e comprovate ragioni, dettagliatamente comunicate ai diretti interessati. In ottemperanza all’articolo 121 dello Statuto, è stato inoltre disposto l’immediato deferimento di entrambi al Collegio dei Probiviri e convocata la Direzione nazionale per la convalida dei provvedimenti. Per effetto delle sospensioni, Renato Grassi e Carmelo Pace sono sospesi da tutti gli incarichi e dalle funzioni ricoperte negli organismi del partito, con effetto immediato.". Manco a dirlo, il 17 ottobre sul profilo della Dc guidata provvisoriamente da Pace è apparso il seguente comunicato: "Il Collegio dei Probiviri della Dc ha accertato, oggi, la carenza assoluta di poteri in capo al vicesegretario facente funzioni Gianpiero Samorì in relazione ai provvedimenti di sospensione dal Partito adottati nei confronti del sottoscritto, Segretario Nazionale, e del Presidente del Consiglio Nazionale, Renato Grassi  Il Collegio ha pertanto dichiarato tali provvedimenti nulli, invalidi e inefficaci, sancendo la necessità dell'immediato ripristino delle funzioni del Segretario Nazionale e del Presidente del Consiglio Nazionale".
Ieri Samorì sulla propria pagina ha presentato il seguente comunicato-lettera:
Cari amici, domani, sabato 24, e domenica 25 ottobre ci attende un appuntamento fondamentale per la Democrazia Cristiana: il ventunesimo Congresso nazionale, che si terrà a Roma, all’Ergife. Siamo tutti legati da un profondo sentimento di spontanea adesione alla DC, alla sua storia, ai suoi ideali e a tutto quello che ha rappresentato e che vogliamo torni a rappresentare. Uniti siamo un’anima in un corpo. Mi auguro di poter incontrare il presidente Grassi, che ho sempre chiamato Renato, per abbracciarci e perché accetti di continuare a ricoprire le prestigiose cariche che nel tempo lo hanno visto protagonista. Sarei altrettanto felice di ritrovare l’onorevole Carmelo Pace, per me semplicemente Carmelo, come io sono Giampiero per lui, per stringerci la mano e costruire insieme un percorso condiviso nei ruoli, nelle idee, nei programmi e nel futuro. Desidero inoltre avere l’occasione di confrontarmi con l’amico Marco Zambuto e con tutti i dirigenti del partito, in particolare quelli della Sicilia, che tanto hanno contribuito alla ripresa di vigore della Democrazia Cristiana. In ogni caso, qualora fossi nominato Segretario nazionale, mi adopererò fin dal primo giorno per ricreare quell’unità del partito che ci ha contraddistinti nell’ultimo anno, che ci ha consentito di superare momenti assai complessi e che rappresenta una necessità imprescindibile per garantire alla Democrazia Cristiana un futuro importante. Aspetto quindi tutti sabato e domenica al Congresso nazionale, grazie di cuore per tutto quello che ognuno di voi ha fatto per il partito nel passato e, ancor più, per quello che vorrà fare in futuro. Con sincero affetto, un cordiale saluto. 
Non è dato sapere se il XXI congresso si svolgerà in un contesto sereno o se, com'è avvenuto in passato (e si spera non ricapiti), l'Ergife sarà teatro di discussioni non necessariamente civili; molto probabile è invece che dopo l'assise si riapra lo spazio per le carte bollate, per iniziativa di una parte o dell'altra. O, volendo, dell'altra ancora. Perché chi segue la saga della Democrazia cristiana - che chi scrive ha cercato di condensare in vari articoli e nel podcast Scudo (in)crociato - lo sa bene: a volte i contenziosi iniziano dalla parte che non ti aspetti, ma sempre con l'idea che il modo corretto di riattivare o dare continuità alla Dc sia diverso da quello che altri hanno seguito. Il 20 ottobre, per esempio, sotto uno dei post di Gianpiero Samorì era apparso questo commento di Raffaele Lisi, impegnato a lungo in varie operazioni di riattivazione democristiana: "Come premessa , si rammenta che attualmente esistono ben 7 altre D.C. che ritengono di essere la 'storica' e che sono pronti a convocare a 'turno' la propria assemblea nazionale per eleggere ciascuna gli organi nazionali!!!! Si avranno 7 Segretari nazionali... Fasulli! Illegali!!! Nessuno vuole prendere atto che esistono le sentenze del Tribunale di Roma, della Corte d'Appello, della Cassazione a Sezioni Unite... e il Tribunale di Roma che autorizza l'Assemblea dei soci a celebrare il 19° Congresso per eleggere gli organi previsti dallo Statuto!!!!!".
Il conto attuale fa emergere dunque sette Democrazie cristiane operanti?
Vediamo. Quella guidata temporaneamente da Samorì - e prima da Cuffaro, Grassi e Fontana - era una e, benché al momento paia essersi "sdoppiata" (anche se ovviamente ciascuna parte ritiene che l'altra sia illegittima e inesistente), continuiamo a contarla come una, distinta dal drappo crociato coniato all'epoca di Cuffaro (prima ancora della sua segreteria nazionale). Poi c'è la Dc guidata da Nino Luciani, eletto alla segreteria dal XIX congresso svolto online nel 2020, confermato nel 2025 e rivendicante la piena continuità giuridica con la Dc di cui ottenne come primo firmatario la riconvocazione dell'assemblea nel 2017 (non riconoscendo validità ai passaggi successivi che hanno portato a Grassi, Cuffaro etc.) e di cui avrebbe riottenuto il codice fiscale (Luciani insieme al segretario amministrativo Carlo Leonetti ha depositato il simbolo dello scudo crociato al Viminale nel 2002 e nel 2024, pur vedendoselo bocciare): il sito del partito intende preparare le elezioni del 2027, informando peraltro che nei prossimi giorni dovrebbe esserci una sentenza d'appello sulla titolarità del simbolo (ne daremo conto a tempo debito). Nel frattempo continua a ritenersi segretario della Dc (sia pure "facente funzione") Emilio Cugliari, il quale riconosce la validità della prima parte del percorso di Luciani ma solo fino al luglio 2020, quando lui stesso sarebbe stato indicato come nuova guida del partito. Non manca poi chi - come il citato Lisi - ritiene che unico legittimo rappresentante della Dc sia ancora Gianni Fontana, eletto all'Ergife nel 2017, dovendosi riprendere da lì il percorso giuridicamente corretto in base alle sentenze emesse dalla magistratura (citate da tutti, anche contro gli altri "compagni di scudo crociato") e alla riconvocazione dell'assemblea dei soci disposta dal Tribunale di Roma. Troviamo poi la Dc di cui si ritiene segretario politico Franco De Simoni, a partire dall'assemblea costituente tenuta il 12 ottobre 2019 a Roma e dal successivo XIX congresso del 12 settembre 2020, con la sede nazionale a Roma in via Gioberti 54. Il simbolo utilizzato, come nei casi di Luciani, Cugliari e Fontana, è lo scudo crociato rettilineo su fondo blu, lo stesso simbolo che era stato della Dc guidata da Giuseppe Pizza.
Abbiamo finito l'elenco? Ma no, ovviamente! C'è il tentativo avviato nel 2022 - anche con il deposito del fregio presso il Viminale - da Sabatino Esposito, che aveva portato ad eleggere alla segreteria prima Antonio Cirillo, poi l'ex ministra Elisabetta Trenta, poi Raffaele De Rosa (parlamentare di Forza Italia) e - dopo un nuovo XXI congresso il 16 maggio a Caserta - proprio Esposito, partendo sempre dalle sentenze della magistratura ma ritenendo che si dovesse seguire un altro percorso, a partire da una commissione di garanzia per il tesseramento. Come si può vedere, qui lo scudo ha il bordo superiore arcuato ed è colocato su fondo bianco, mentre il nome del partito è riportato a lato dello scudo, diviso in due parti e in colore blu.
Lo scudo utilizzato, peraltro, somiglia moltissimo a quello della Democrazia cristiana che si riconosce nella segreteria nazionale di Angelo Sandri, il quale si ritiene in carica ininterrottamente dal 2004 e, da ultimo, sulla base del XXIV congresso tenuto a Roma il 15-16 dicembre 2023 (sempre che, nel frattempo, non sia sfuggita qualche nuova tappa del percorso di questa Dc, che nel frattempo ha indicato come presidente d'onore Angelo La Russa, tra coloro che si impegnarono di più al tempo della Rinascita della Democrazia cristiana nel 1996, prima cioè che Flaminio Piccoli si muovesse per far tornare a modo suo il partito di cui era stato segretario (cioè fondandone un altro con lo stesso nome).
Ovviamente non si può non ricordare l'esistenza di almeno un'altra Dc, questa volta costituita alla fine del 2023 e denominata subito Democrazia cristiana con Rotondi, essendo stata promossa da Gianfranco Rotondi, che tuttora ne è presidente dopo aver ottenuto alla fine del 2004 da coloro che ancora rappresentavano il Partito popolare italiano - ex Democrazia cristiana (Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio) il permesso di utilizzare il nome della Dc per il suo partito costituito poco dopo, denominato appunto Democrazia cristiana. All'inizio il simbolo comprendeva una bandiera italiana e una europea; ora - dopo le esperienze intermedie di Rivoluzione cristiana e Verde è Popolare - c'è la stilizzazione di una balena bianca (dopo che un rapido tentativo di utilizzare lo scudo crociato è stato subito accantonato per evitare problemi in sede elettorale).
Verrebbe voglia di fermarsi qui, visto che siamo arrivati a sette, ma il conto in realtà prosegue, visto che ci sono altre, tra associazioni e comitati, a portare il nome di Democrazia cristiana (incluso quello guidato da Francesco Petrino e Francesco Mortellaro, che ha tentato di presentare il proprio simbolo alle elezioni politiche del 2013 e del 2022). Si apprende persino che c'è una Confederazione Democrazie Cristiane 2026, guidata da Vittorio Adelfi (depositante della Dc a guida Petrino-Mortellaro nel 2022) volta a considerare il consenso "non come il punto di arrivo di una campagna elettorale, ma come inizio di un mandato di sorveglianza e partecipazione", per "restituire dignità alla matita copiativa, trasformandola nello strumento con cui il cittadino non solo sceglie, ma indirizza concretamente l'agenda del Paese".
L'elenco potrebbe continuare, ma nel frattempo - mentre inizia il programma del congresso all'Ergife, con gli interventi di Samorì e del presidente di Unione cristiana, vale a dire l'ex parlamentare Domenico Scilipoti Isgrò, si apprende che "La Direzione nazionale della Democrazia Cristiana, riunitasi il 23 ottobre 2026, ha preso atto della decisione del Collegio dei Probiviri che ha confermato Carmelo Pace nelle funzioni di segretario nazionale, sconfessando i provvedimenti adottati da Gian Piero Samorì. Ha quindi deliberato la sospensione cautelare di Samorì e il suo deferimento al Collegio dei Probiviri, chiedendone l'espulsione dal partito. Il provvedimento è motivato dalle gravissime violazioni statutarie contestate a Samorì. La Direzione nazionale lo diffida dall'utilizzare la denominazione e il simbolo della Democrazia Cristiana e disconosce l'iniziativa annunciata per domani come congresso, che ritiene illegittima e nulla perché promossa in violazione dello Statuto. Quello annunciato non è un congresso della Democrazia Cristiana, ma un'iniziativa che impegna esclusivamente Samorì e i suoi sostenitori. Nessuna decisione o nomina assunta in quella sede potrà impegnare il partito. Restano nel pieno delle proprie funzioni gli organi della Democrazia Cristiana, con l’On Carmelo Pace segretario nazionale e l’On. Renato Grassi presidente del Consiglio nazionale". La tentazione di urlare disorientati - magari implorando, contro il nostro interesse, di smetterla di contendersi nomi e simboli storici per non aumentare il mal di testa in chi legge - è forte, ma si cercherà di tenerla a freno, in attesa delle prossime puntate che non tarderanno ad arrivare.