mercoledì 2 dicembre 2020

Simboli fantastici (29): Gianni Rodari e la "politica" della fantasia

Dirlo non sarà rivoluzionario, ma la consapevolezza è essenziale: chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica, a prescindere dall'età, dal genere, dalla formazione e anche dalla professione quotidiana, è di certo una persona che tiene alla sua fantasia e non chiede di meglio che esercitarla. Ogni scoperta di un personaggio singolare, ogni riemersione di un partito o di una lista che aveva lasciato tracce labili (ma non tanto da essere illeggibili), ogni rispuntare di un simbolo che si credeva perduto o di una variante grafica inattesa è in grado di attivare collegamenti, ipotesi, ricordi, pensieri, propositi di nuove ricerche, desideri di approfondimento: tutto ciò è "fantasia", il cui etimo richiama un'immagine che appare e si mostra davanti agli occhi, quasi stagliandosi, per invitare a indagarla, a trovarla o anche - vivaddio succede! - a godere per un poco dei frutti delle proprie ricerche. 
Spesso la fantasia è l'unico ingrediente davvero essenziale per chi si interessa alla politica: vale oggi di fronte a tante possibilità per ricercare e approfondire (per capire quale sia quella giusta, quella più promettente o, magari, per scoprirne una nascosta tra le righe), valeva ancora di più un tempo quando opportunità e mezzi erano assai più ridotti, tanto per chi guardava alla politica come spettatore quanto per chi voleva farla in prima persona. "La fantasia - ha scritto Marco Pannella in una celebre prefazione al libro Underground a pugno chiuso! di Andrea Valcarenghi - è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta". Non si tratta, a ben guardare, di un pensiero troppo lontano da quello trasmesso da Gianni Rodari in un'intervista rilasciata nel 1975 a Luigi Vaccari per il Messaggero: "La fantasia, come immaginazione pratica o come immaginazione creatrice, è uno strumento indispensabile per conoscere la realtà e trasformarla con progetti umani". Bastano pochi secondi per capire che quel pensiero, benché fosse riferito ai bambini e alle storie create per loro, si adatta benissimo a chi agisce in politica e a chi si limita ad osservare attivamente.
Anche per questo, è importante rendersi conto che Rodari è un riferimento letterario irrinunciabile per chiunque ritenga di appartenere ai #drogatidipolitica. Ogni esponente della categoria è stat* bambin* e poi ragazz*, incontrando vari testi di Rodari - in prosa o in metrica - nei libri di lettura, nelle antologie o anche nelle canzoni (inevitabile pensare a Ci vuole un fiore: generazioni di bimbe e bimbi sono cresciute con la voce calda di Sergio Endrigo che nel 1974 aveva cantato la versione arricchita di Che cosa ci vuole, tratta da Filastrocche in cielo e in terra). Quelle composizioni - spesso sorridenti e ironiche senza temere di affrontare la tristezza o la delusione, ma sempre profonde e mai banali - hanno lasciato il segno in chi le ha incrociate, potendo riemergere dalla memoria a distanza di tanto tempo e adattarsi ai contesti più disparati. Soprattutto, basta una lettura attenta per capire che è sbrigativo classificare Gianni Rodari come un "autore per bambini": tutte le sue opere - anche quelle che partono dagli errori di linguaggio o da situazioni tipiche dell'infanzia - parlano e insegnano in primis alle persone adulte, ricordando loro ciò che rischiano di dimenticare o che non hanno saputo imparare quando era opportuno (ma sono ancora in tempo per rimediare).
Su tali presupposti, la biblioteca di chi senta di appartenere ai #drogatidipolitica si arricchirebbe di molto ospitando il volume dei Meridiani della Mondadori dedicato proprio alle Opere di Gianni Rodari, diffuso a partire da ottobre a ridosso del centenario della nascita dell'autore e a quarant'anni dalla sua scomparsa (nonché a cinquanta dall'assegnazione del premio Andersen, massimo riconoscimento legato alla letteratura per l'infanzia). Il Meridiano (CLXI+1767 pagine, 90 euro) è stato curato dalla critica letteraria e docente Daniela Marcheschi: proprio lei ha sottolineato la sua grande capacità non solo di rivolgersi in modo altrettanto efficace a ogni età, ma anche di "scrivere per i bambini con gli adulti e per gli adulti con i bambini". Bisogna ammettere che in queste pagine, pur essendo tantissime, non c'è tutto ciò che è stato scritto da Rodari, né sarebbe stato possibile: manca, per esempio, l'intera produzione giornalistica di Rodari (soprattutto per l'Unità e Paese Sera, ma non solo), come anche varie opere dirette ai bambini (ad esempio Tante storie per giocare, con i finali a scelta di chi legge). Ciò che è stato inserito, però, è incredibilmente prezioso e merita di essere ripercorso con attenzione, anche e soprattutto da chi alla politica tiene davvero.

Tra racconti e versi

Certamente Gianni Rodari - abilitatosi come maestro nel 1937 - ha avuto una netta militanza politica, come la ricca e dettagliata Cronologia inserita nel libro testimonia con chiarezza: dopo una breve permanenza nel seminario di Seveso e nell'Azione cattolica a Gavirate, nel 1938 si avvicinò una prima volta al comunismo e - dopo la parentesi di adesione obbligata e sofferta al Partito nazionale fascista tra il 1942 e il 1943, per la sua qualifica di dipendente statale - nel 1944 si iscrisse al Partito comunista italiano e aderì alla Resistenza. Queste esperienze e i pensieri che ne sono scaturiti emergono, a ben guardare, anche nelle opere di Rodari. A volte quelle tracce sono più manifeste, come testimonia la risposta tranchante del seriosissimo professor Grammaticus nel breve testo Un oratore (Il libro degli errori, 1964):
Una piccola folla si radunava nella piccola piazza. "Che cosa vendono?" domandò il professor Grammaticus. "Niente, - gli rispose un tipaccio. - C’è il comissio!" "Comissio? Con due esse? Ma allora sarà un discorso tutto sbagliato... Chi deve parlare?" "Il tale." "Ah, mi pareva! Un fascista! Allora tutto è chiaro." E il professor Grammaticus si allontanò, scuotendo la polvere dai suoi pantaloni.
In altri casi i riferimenti sono più sfumati, ma ben identificabili per chi desidera vederli. Viene in mente innanzitutto il finale della storia L'uomo che rubava il Colosseo, contenuta in quel capolavoro plurisaccheggiato dai volumi scolastici che è stato (ed è tuttora) Favole al telefono (1962): il protagonista senza nome, divorato dall'idea di volere solo per sé uno dei monumenti simbolo di Roma, ha trascorso anni ad accumulare in casa pietre sottratte dal Colosseo, senza tuttavia vederlo davvero scomparire. Parlano da sé le ultime righe, che descrivono la scena di quell'uomo ormai alla fine della vita che si è trascinato fino al sommo dell'anfiteatro, davanti a uno spettacolo magnifico che lui ormai non poteva più vedere: "Ed ecco, tra tante voci, il vecchio ladro distinse quella argentina di un bimbo che gridava: – Mio! Mio! Come stonava, com’era brutta quella parola lassù, davanti a tanta bellezza. Il vecchio, adesso, lo capiva, e avrebbe voluto dirlo al bambino, avrebbe voluto insegnargli a dire 'nostro', invece che 'mio', ma gli mancarono le forze".
Sempre pescando da Favole al telefono - opera rivolta fin dall'inizio, come si nota nei testi introduttivi, a "un pubblico più ampio e non solo di piccoli" - si trovano molti spunti "politici" in senso lato tra le settanta brevi storie raccolte. E non c'è solo il delicato affresco del Pozzo di Cascina Piana, in cui solo la comparsa di un partigiano ferito, soccorso innanzitutto dalle donne del paese, riesce a far superare antiche rivalità e diffidenze impossibili da spiegare. Si pensi alla "pedagogia della pace" proposta dall'avventura di Giovannino Perdigiorno nel Paese con l'"Esse" davanti (lo "scannone" serve per disfare la guerra e "può adoperarlo anche un bambino") o dal finale felicemente assordante della Guerra delle campane (i cannoni forgiati con le campane fuse dei paesi sparano lo scampanio, a dispetto di stragenerali e mortescialli); alla lotta contro le dittature e la "verità di Stato" di Giacomo di Cristallo; al valore di andare "in direzione ostinata e contraria" anche se intorno tutti sghignazzano, come Il giovane gambero e Martino Testadura che da solo trovò il castello alla fine della Strada che non andava in nessun posto; alla necessità di impegnarsi per migliorare il mondo a qualunque età che emerge da A comprare la città di Stoccolma e da Storia universale (in principio sulla terra "Non c’era nulla di niente. Zero via zero, e basta. C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti: rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!".
Lo stesso spirito emerge dai testi in versi
: in Filastrocche in cielo e in terra (1960, accresciuta nel 1972) si trovano un ministro della guerra qualunque, che sta "col naso per terra", "in fondo in fondo" al sacco del cenciaiolo (Stracci! Stracci!) e Il giornalista "inviato speciale" lieto di aver portato un'unica notizia dal suo giro del mondo: "tutti i popoli della terra / han dichiarato guerra alla guerra", così come la critica ai fannulloni per scelta che "vanno a spasso, / non si sporcano nemmeno un dito, / ma il loro mestiere non è pulito". Tutti messaggi rivolti ai piccoli perché imparino e perché i grandi intendano e non dimentichino. Anche l'avvertimento a usare con cura le parole, quando hanno più di un significato, suona come una lezione umana che non ha confini: "Anche il chiodo ha una testa, / però non ci ragiona: / la stessa cosa càpita / a più di una persona" (La testa del chiodo). Lo stesso messaggio, a ben cercare, che si ritrova nell'ultima quartina di Il povero ane, contenuta nel Libro degli errori ("Vivere senza testa / non è il peggio dei guai: / tanta gente ce l’ha / ma non l’adopera mai"): chissà come reagirebbero o come hanno reagito i genitori a sentirsi dire, dopo aver letto o ascoltato quei versi, "Mamma, papà, ma anche voi avete una testa e non ci ragionate?". 

Scrivendo più a lungo

Questo spirito e questo atteggiamento non si perdono nemmeno nelle forme testuali più ampie, come i romanzi
, a partire da Le avventure di Cipollino (1951-1957) con la sconfitta del cavalier Pomodoro e la proclamazione della Repubblica ad opera di soggetti umili e considerati - a torto ovviamente - di poco valore dai più). Non sono meno interessanti, per lettrici e lettori politicamente attent*, le imprese di Gelsomino nel paese dei bugiardi (1959), il tenore dalla voce potentissima e, almeno in origine, piuttosto sgraziata: parlando e cantando distrugge lavagne e finestre, libera gatti disegnati sui muri, ma una volta arrivato nel paese dei bugiardi - quello in cui "la verità è una malattia" - con la sua stessa potenza vocale riesce a mandare in briciole il manicomio in cui gli amici sono stati rinchiusi dal malvagio re Giacomone e a mettere in fuga lo stesso sovrano dal passato discutibile; imperdibile, poi, il finale, in cui si sconsiglia di pronunciare discorsi dal balcone e si trasforma una guerra in una partita di calcio ("Ci sarà qualche stinco ammaccato, ma scorrerà in ogni caso pochissimo sangue"), scena che fa il paio con il rifiuto del pittore Bananito di usare il suo disegno realistico per realizzare cannoni (che dunque non vanno usati, ma neppure disegnati). 
Ristorati dal classico clima fiabesco della Freccia azzurra - che è stata ben tradotta anche in disegni animati da Enzo D'Alò - e dopo la golosa scorpacciata della Torta in cielo (nata come poesia e trasformata in romanzo con una classe elementare romana del Trullo nel 1974), si può tornare a riflettere sulle ricadute in politica del romanzo breve C'era due volte il barone Lamberto (1978): il protagonista - proprietario di 24 banche e tormentato da 24 malattie - paga cinque persone perché pronuncino continuamente il suo nome e lui possa restare in vita e ringiovanire (ma non si dà pace perché in quelle pronunce non si sente la maiuscola, "La 'Elle' iniziale del mio nome suona esattamente come la 'elle' di lumaca, lucertola, lecca-lecca: è deprimente"). Si tratta di un lavoro strano per i più (ma "Ce n’è anche di più strani - dice una "pronunciatrice" - Ho conosciuto uno che ha lavorato trent’anni a contare i soldi degli altri"), ma essenziale: quando il nipote malvagio in caccia di eredità narcotizza i pronunciatori e il nome non risuona più, il barone Lamberto invecchia di colpo e muore. Ma quando al funerale il nome passa di bocca in bocca e viene ripetuto di continuo, il barone si risveglia e ringiovanisce: ha una seconda possibilità per essere migliore, rischia di sprecarla e di rovinarsi con le sue stesse mani, ma all'ultimo fa la cosa migliore e decide - finalmente - di pensare con la propria testa

Insegnare le regole dell'inventare

Visto e ricordato tutto ciò, è forse più chiaro che non c'è nulla di più politico della consapevolezza che, come sottolinea Daniela Marcheschi nei suoi testi introduttivi al volume, "lavorare per i bambini e con loro significa confidare nella possibilità di costruire l’avvenire, di contribuire a creare una umanità futura libera, sicura, serena, insomma migliore". Rodari ha fatto tutto questo da "fabbricante di giocattoli" (come lui stesso ha chiamato filastrocche e raccontini nell'introduzione del Libro degli errori), ma per fortuna ha insegnato anche a fabbricarli, mettendo la sua esperienza a disposizione di chi aveva e ha interesse a "inventare storie". Lo ha fatto in tanti incontri con le scuole, ma anche e soprattutto incontrando insegnanti e lavorando con loro, in uno scambio sperimentale continuo. Ciò è accaduto soprattutto a Reggio Emilia nel 1972 e proprio da quell'esperienza di cinque giorni è nato uno dei volumi più significativi contenuti nel Meridiano, cioè Grammatica della fantasia.
Per l'autore non è un "trattato di Fantastica" (anche se agli occhi dei principianti così sembrerebbe), un manuale o un saggio, ma uno strumento utile "a chi crede - scrive sempre Rodari nell'Antefatto - nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. 'Tutti gli usi della parola a tutti' mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo". Un pensiero tanto politico quanto bello e potente.
Si impara così - o si ricorda, perché ormai lo si è sperimentato da tempo - che "da un lapsus può nascere una storia", che si possono rendere produttive le parole deformandole, che ipotizzando si crea e si può guardare il mondo dall'alto di una nuvola, invece che ad altezza umana o di bimbo; si capisce che limitare le possibilità dell'assurdo a bambine e bambini è un errore (anche perché esistono persino le dimostrazioni per assurdo in una pretesa scienza esatta come la matematica), così come che è bello non fermarsi alla parola "Fine" e non lasciarsene spaventare. Anche così, certamente, ci si prepara a essere cittadine e cittadini migliori - quasi senza rendersene conto - e si impara a non avere paura di scomparire (dalla scena, dai riflettori, dalla vita) perché vale sempre la pena di agire con la propria testa.  

Epilogo paraelettorale

Nel Meridiano dedicato a Rodari, infine, c'è persino un piccolo riferimento elettorale sui generis: si tratta del "gran ballo per l'elezione del Presidente della repubblica di Venere", contenuto in Miss Universo dagli occhi color verde-Venere, racconto inserito nella raccolta Gip nel televisore e altre storie in orbita (1967). Vale la pena di leggerne poche righe, giusto per apprezzare l'ironia di una narrazione che non può non ricordare in parte la fabula di Cenerentola: 
Al gran ballo per l’elezione del Presidente della repubblica di Venere non ci va. Ci vanno la zia e le cugine, con l’astronave della Camera di Commercio. Ci va mezza Modena, mezza Europa. A guardare in cielo si vedono centinaia di razzi dalla coda infuocata, come tante stelle cadenti che cadono all’insù, invece che all’ingiù. Dicono che le feste da ballo su Venere siano una splendidezza. Ci arrivano giovanotti e ragazze da ogni angolo della Via Lattea. Aranciata a volontà, lecca-lecca gratis per tutti.
Delfina sospira e rientra in negozio. Deve finire di stirare il vestito della signora Foglietti, che lo metterà domani sera all’Opera, dove danno la Cenerentola del maestro Rossini. Un bel vestito, tutto nero, ricamato d’oro e d’argento: pare una notte stellata. Al ballo su Venere la signora Foglietti non lo può indossare, perché lo ha già portato due mesi fa per l’elezione di un altro presidente. Lassù fanno tanti presidenti per poter fare tante feste da ballo.
Naturalmente Delfina si trova proiettata al ballo venusiano e proprio indossando il suddetto vestito: apprende che i suoi occhi non sono di un brutto verde-cicoria ma di un bel verde-Venere da un misterioso giovanotto che si scopre essere il nuovo Presidente che la vuole proclamare Miss Universo. A mezzanotte Delfina fugge in tutta fretta a Modena, ma il Presidente di Venere la fa cercare anche lì dai suoi ambasciatori (confrontando il colore degli occhi con la pietra dell'anello nuziale) e la trova in una lavanderia di corso Canal Grande: il riconoscimento avviene sotto gli occhi della proprietaria del vestito che non si era accorta di nulla, ma invece che arrabbiarsi per l'appropriazione indebita e la mancata stiratura se ne esce con "Quel vestito è tuo! Che onore per me! Che onore per Modena e per Campogalliano! La nostra Delfina diventa Presidentessa del pianeta Venere!" (e chissà che avrà detto di questa sortita Guglielmo Zucconi, che da modenese di crescita aveva una certa idea su "quelli di Campogalliano", come ricordato dal campogallianese Edmondo Berselli...). Ultima scena: dopo il matrimonio, il Presidente si dimette e, mentre torna a lavorare in un distributore di carburante per astronavi, è tempo di nuove elezioni. Uno scenario che i #drogatidipolitica non possono che apprezzare.
Eppure proprio i #drogatidipolitica sentono inevitabilmente la mancanza di urne, seggi e schede in tutte quelle pagine (peccato che manchino, tra l'altro, proprio gli articoli scritti da Rodari come inviato per seguire varie tornate elettorali); a dirla tutta, manca anche forse un po' di colore, assente nei Meridiani ma tipico di tanti volumi di Rodari (e in ogni caso quasi palpabile nelle parole di rime, racconti e romanzi). A quest'ultima mancanza, in effetti, la stessa Mondadori ha posto in parte rimedio, allegando al Meridiano classico un volume più piccolo (Rodari a colori, curato da Grazia Gotti, autrice del saggio Segni, forme e colori per Gianni Rodari), che raccoglie un gran numero di copertine e disegni legati alla produzione rodariana. Tra i nomi illustri, italiani e stranieri, di autrici e autori che si scorrono uno non può non saltare agli occhi: quello di Bruno Munari, colui che ha finito per illustrare gran parte dei volumi pubblicati da Einaudi, arrivando anche ad assecondare Rodari nella sua richiesta di "inventare per ogni pagina uno dei suoi bei giochetti, delle sue illustrazioni praticabili e smontabili, dei suoi 'calembours a colori' eccetera".
In questa pagina ci si è così azzardati a rimediare anche alla prima mancanza avvertita dai #drogatidipolitica, attingendo proprio all'opera di Munari, particolarmente adatta allo scopo: lo stesso Rodari - in un testo che Marcheschi pregevolmente riporta nella Cronologia - definì peraltro l'artista un "giocoliere" che "si diverte a trasformare le possibilità tecniche della stampa in divertimento" (macchine utilissime, si direbbe parafrasando le sue note "macchine inutili"). Si è presa così una delle sue creazioni rodariane più famose, cioè la copertina di Favole al telefono: nel cerchio nero trasformato in disco combinatore di un vecchio telefono (di quelli che bambine e bambini di oggi possono vedere giusto nei film) c'erano nove fori, riempiti di altrettante illustrazioni colorate. Quei disegni a matita, in fondo, erano già dei piccoli simboli e, per giunta, erano già inseriti in piccole circonferenze nere: non c'era altro da fare, a quel punto, che prenderli sul serio e trasformarli in contrassegni elettorali, piazzandoli su una vera e propria scheda e abbinandoli ad alcuni dei personaggi più noti dell'universo donatoci da Gianni Rodari per candidarli a sindaco. L'operazione è stata semplice e rapida: in poche manciate di minuti, la scheda era già pronta, non prima però di avere tolto un po' di seriosità alla trama che caratterizza il retro e il fondo del bollettino elettorale, scegliendo di interpretare la texture a pennellate diagonali di blu (quello delle elezioni comunali) e grigio (che accompagna ogni scheda da decenni). 
Non si può immaginare, messo davanti alla scheda che apre questo articolo, cosa avrebbe votato Rodari (e, a monte, se avrebbe preferito schierare altri personaggi per la candidatura): ci si limita a dire che la fantasia offerta dall'autore di Favole al telefono ha permesso anche questo, dimostrando una volta di più che i #drogatidipolitica dalla lettura di Rodari possono solo guadagnare. Come ogni altra persona, del resto.

martedì 1 dicembre 2020

Diaconale, tanti simboli per l'area laica e liberale

La scomparsa di Arturo Diaconale ha fatto parlare molti media essenzialmente di lui per l'ultimo ruolo ricoperto a livello nazionale, ossia quello di 
responsabile della comunicazione della Società Sportiva Lazio e, in particolare, di portavoce del presidente Claudio Lotito; altri hanno ricordato la sua lunghissima direzione della storica testata liberale L'Opinione (durava dal 1992: proprio Diaconale aveva portato la periodicità da settimanale a quotidiana, modificando la testata in L'Opinione delle libertà) o la sua partecipazione al consiglio di amministrazione della Rai (dal 2015 al 2018); c'è anche chi non ha dimenticato la sua presidenza del parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
Eppure, chi si fregia dell'appartenenza alla categoria dei #drogatidipolitica non può trascurare la partecipazione politica dello stesso Diaconale, che - proveniente dal Partito liberale italiano, divenendo appunto direttore dell'Opinione allora organo del Pli - fu candidato per la prima volta dal centrodestra nel 1996, rappresentando il Polo per le libertà nel collegio senatoriale di Rieti (venendo peraltro sconfitto da Gavino Angius). Mancava in quel periodo un soggetto dichiaratamente liberale e laico, ma in quell'occasione lo schieramento costituito da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Ccd-Cdu (cui si era aggiunta in parte la lista Pannella-Sgarbi, che però a Rieti e in alcuni altri collegi aveva espresso una propria candidatura) era parso idoneo a ospitare candidati di area laica e liberale non organici ai singoli partiti.
Nel 2000, tuttavia, si avvicinavano nuove elezioni politiche e l'area laica, soprattutto quella legata al centrodestra, sentiva di aver bisogno di pesare di più, specie dopo l'adesione di Forza Italia al Ppe: nacque per questo Pololaico, prima come sito (Pololaico.it, diretto da Roberta Tatafiore), poi come associazione-partito che avrebbe dovuto presentare liste alle elezioni politiche del 2001. Vittorio Sgarbi ne era il presidente d'onore, due ex radicali ed ex forzisti come Marco Taradash e Giuseppe Calderisi erano rispettivamente presidente e responsabile delle liste; come portavoce c'era un altro ex radicale, Giovanni Negri, mentre Giuseppe Benedetto - in seguito presidente della Fondazione Luigi Einaudi - era il responsabile politico e organizzativo. Tra i fondatori di quell'esperimento c'erano anche Nichi Grauso (fino a pochi mesi prima editore dell'Unione Sarda e di Videolina) e, appunto, Arturo Diaconale, già impegnato in varie battaglie liberali con L'Opinione delle libertà. Il simbolo di Pololaico - la freccetta di un mouse - tuttavia non finì mai sulle schede e l'esperimento via via si spense. 
L'impegno per una forza laica di centrodestra di Diaconale, tuttavia, non si esaurì. Fu tra coloro, per esempio, che nel 2005 appoggiarono la nascita di un soggetto liberal-radicale nello schieramento opposto all'Unione di centrosinistra, quando si capì che la Lista Pannella stava guardando da quella parte e lì sarebbe approdata: non stupisce dunque che Diaconale figurasse tra i sostenitori dei Riformatori liberali guidati da Benedetto Della Vedova, peraltro in compagnia dei già pololaicisti Calderisi e Taradash. Va peraltro detto che, già dal 2004, il direttore dell'Opinione aveva auspicato un progetto più ampio, una "casa laica" che avrebbe dovuto unire più forze, sempre per dare maggior peso a quelle posizioni nel centrodestra.
In quella veste, anche Diaconale aveva finito per guardare con favore alla scelta di Stefano De Luca di far evolvere il "suo" Partito liberale, rifondato nel 1997, con un "ritorno all'antico" che si tradusse nella riadozione dello storico nome Partito liberale italiano al congresso "costituente" del dicembre 2004. Anche il progetto della Casa laica non si concretizzò mai, sebbene proprio il rinnovato Pli avesse cercato di raccoglierne l'eredità alle elezioni politiche del 2006, inserendo l'espressione "Casa dei Laici" nelle poche occasioni in cui riuscì a raccogliere le firme per presentare il suo simbolo. Era lo stesso partito che lui si sarebbe proposto di guidare al congresso del 2009, proponendosi in ticket con l'amico Taradash per la presidenza, senza tuttavia riuscire a impedire la riconferma di De Luca.
L'ultima candidatura di Diaconale risale al 2018, quando Forza Italia lo candidò nel collegio plurinominale Lazio - 02 del Senato, senza che scattasse l'elezione. In compenso, nel 2015, Diaconale era entrato virtualmente in Parlamento, perché vi era comparsa la sua ultima creatura politica, il movimento Vittime della giustizia e del fisco. L'aveva promossa proprio il direttore dell'Opinione (anche con l'appoggio di Davide Giacalone, già a lui vicino fin dall'esperienza di Pololaico), convinto che "il malfunzionamento della giustizia e un fisco oppressivo e inefficiente" frenassero lo sviluppo e che "la stragrande maggioranza degli italiani" fosse  "insoddisfatta di una giustizia che non funziona e di un fisco rapace". Il soggetto politico aveva trovato rappresentanza al Senato grazie a Giovanni Mauro, che al nome integrale già lunghissimo del gruppo Grandi autonomie e libertà (Gal) aveva aggiunto anche quello del nuovo movimento. Soprattutto, l'apporto di Mauro consentì alla lista di presentarsi alle regionali del 2015 in Campania senza raccogliere le firme, ampliando la compagine del presidente uscente Stefano Caldoro (poi sconfitto da Vincenzo De Luca). Il simbolo, integralmente letterale con l'accento sulla qualità di vittime - categoria già guardata con attenzione da Diaconale fin dalla fondazione del Tribunale Dreyfus - non apparve in altre occasioni elettorali e sparì presto anche dal Senato: lo si vide solo dal 21 aprile al 5 agosto 2015. 
Molto più recente è la partecipazione di Diaconale alla 
rentrée della Destra liberale italiana, come segretario dell'associazione nata nel 2019 che ha come presidente d'onore Giuseppe Basini, a sua volta fondatore della Destra liberale italiana come partito politico nel 2001 insieme a Gabriele Pagliuzzi. A dispetto della varietà di simboli in qualche modo legati all'ex direttore dell'Opinione, gli si può riconoscere che tutti erano in fondo legati alla stessa idea e alla stessa area, senza avere mai perso la speranza che nel centrodestra i liberali laici potessero contare di più, senza rischiare l'irrilevanza rispetto ad altre posizioni che nel corso del tempo avevano avuto più fortuna. Una battaglia che, la si condividesse o meno, meritava e merita rispetto.

lunedì 30 novembre 2020

Democrazia cristiana: (nuovo) XIX congresso, altri sviluppi politici e contenziosi

Passa il tempo, ma non cessa il flusso di notizie legate alla Democrazia cristiana e, in particolare, ai vari tentativi - spesso confliggenti - di rimetterla in condizioni di operare giuridicamente e politicamente: varie novità erano attese in questo periodo, ma solo ora se ne riesce a dare conto in modo decentemente approfondito.

Il nuovo XIX congresso 

Si era già ricordato, nelle scorse settimane, che era previsto per il 24 ottobre un nuovo tentativo di tenere il XIX congresso del partito, diverso da quelli che - giusto per citare gli ultimi - il 14 ottobre 2018 e il 12 settembre 2020 avevano eletto alla segreteria politica rispettivamente Renato Grassi e Franco De Simoni (con Raffaele Cerenza come segretario amministrativo). 
Questa volta a convocare l'assise era stato Nino Luciani, in qualità di presidente dell'associazione Dc: si tratta del partito regolato non dallo statuto, ma dalle norme del codice civile, in una fase transitoria che si era aperta con la nota assemblea dei soci del 25-26 febbraio 2017 all'Ergife (disposta dal Tribunale di Roma ex art. 20 c.c. su richiesta di un gruppo di iscritti ritenuti pari ad almeno un decimo e che aveva eletto come presidente Gianni Fontana) e che secondo alcuni di loro non si era mai chiusa a causa dell'invalidità del XIX congresso celebrato nel 2018, non ancora dichiarata da alcun tribunale (se ne deve riparlare tra poco) ma riconosciuta da un'assemblea del 12 ottobre 2019 che ne avrebbe, tra l'altro, revocato gli atti
Ora, attraverso il sito www.democraziacristianastorica.it, Luciani ha dato notizia che il XIX congresso da lui convocato si è effettivamente tenuto il 24 ottobre e si è concluso con la nomina dei nuovi organi dirigenti del partito. In particolare, lo stesso Nino Luciani sarebbe stato eletto segretario politico della Dc, così come sarebbero stati composti il nuovo consiglio nazionale (con presidente Franco Rosini) e la nuova direzione nazionale (che include anche la vicesegretaria Valentina Valenti e il segretario amministrativo Carlo Leonetti), nonché i nuovi coordinatori regionali e il collegio dei probiviri (tra questi Paolo Lucchese, che - salvo omonimia - dovrebbe essere l'ex parlamentare Ccd e Udc, già coinvolto in passato nel percorso di riattivazione della Dc). 
Sempre nel congresso del 24 ottobre, svoltosi su Skype, si è deciso di riaprire le iscrizioni alla Democrazia cristiana per il 2021 per chi ne faceva già parte e anche per chi vorrebbe unirsi ora. Sono poi stati indicati i tratti fondamentali del nuovo manifesto politico della Dc: porre la persona al centro dell'azione del partito, evitare le tentazioni da "partito delle tessere" (agganciando la rappresentanza delle Regioni nel consiglio nazionale alla popolazione regionale, oltre che al numero degli iscritti in ciascuna Regione, e prevedere nello stesso consiglio i soli gruppi della maggioranza che esprime il segretario e della minoranza per raccogliere ogni altro rappresentante), proporre una riforma istituzionale dello Stato italiano (Parlamento monocamerale, sistema elettorale proporzionale puro, previsione dei soli gruppi di maggioranza e opposizione, voto di sfiducia solo dal quarto anno della legislatura), eliminazione dell'ente Provincia all'interno della Repubblica delle autonomie, impegno dello Stato su vari temi (difesa dei diritti umani e sociali, limite alla pressione fiscale, promozione del lavoro e della libera iniziativa economica, armonizzazione statale del mercato sul piano etico, riforma del sistema bancario), attenzione alla politica europea e internazionale, rispetto del Codice etico del cristiano impegnato in politica (curato da Guido Gonella e aggiornato nel 2016) da parte degli iscritti alla Dc.

Le reazioni a questo XIX congresso (e non solo)

Non ha ancora fatto programmi a medio termine Luciani, anche se tra i punti del manifesto politico - raccolta d'intenti c'è anche la partecipazione alle elezioni della Dc "da sola con il proprio simbolo", vale a dire con lo scudo crociato. In compenso, non si sono fatte attendere le polemiche di parte di coloro che non ritengono valido il percorso intrapreso da Luciani. Già il 20 ottobre, per dire, era stata inviata a Luciani una diffida da parte di Emilio Cugliari, che a sua volta si qualificava come presidente facente funzione della Democrazia cristiana, all'esito di una burrascosa assemblea degli iscritti tenutasi a Roma in presenza il 2 luglio di quest'anno, durante la quale Luciani sarebbe stato sfiduciato come presidente dell'associazione (Luciani invece nel suo verbale aveva ritenuto nulla la sfiducia e non conclusa quell'assemblea, poi proseguita in altre forme in seguito). Nella sua diffida, Cugliari aveva accusato Luciani di avere ingenerato, con la convocazione del XIX congresso "confusione tra gli iscritti e forti dubbi tra i cittadini e sostenitori" per non avere rispettato la decisione del 2 luglio sulla sfiducia e sulla revoca da ogni incarico nella Dc: Luciani era dunque stato diffidato, perché cessasse di agire in rappresentanza della Democrazia cristiana, ma come si è detto il XIX congresso da lui indetto si è comunque svolto.
Aveva reagito in termini molto severi, a congresso compiuto - ma non ancora annunciato - pure Alberto Alessi, già parlamentare Dc, figlio dell'ideatore dello scudo crociato Giuseppe e da tempo impegnato nel percorso di riattivazione della Dc che ha espresso come segretari prima Gianni Fontana e poi Renato Grassi. "Farsesca e illegale vicenda congressuale" è forse una delle espressioni più moderate - utilizzate in alcune conversazioni ampiamente diffuse via e-mail - con cui Alessi si è riferito all'iter che ha portato Nino Luciani alla segreteria.
Anche il percorso di riattivazione della Democrazia cristiana cui partecipa Alessi, peraltro, non è stato privo di scossoni in questo periodo. Ha fatto un certo rumore l'adesione, alla Dc-Grassi, dell'ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro, con l'idea di dare maggiore corpo alla ripartenza di quel progetto politico avendo lui come coordinatore regionale: se però tra il 14 e il 15 novembre la notizia era apparsa con un certo rilievo su vari giornali (in particolare Il Riformista e Il Tempo), il 20 novembre sempre Il Tempo ha ospitato la rettifica di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, per i quali né Cuffaro né Grassi avevano titolo per parlare in nome della Dc, cui ha fatto seguito il 25 novembre sulla stessa testata l'inevitabile controreplica di Alessi in difesa della legittimità dell'operato di Grassi e Cuffaro. Correzioni e controcorrezioni, che mescolano frammenti di verità a ricostruzioni imprecise o inesatte: ce n'è abbastanza per perdersi nei dettagli e accusare un persistente mal di testa.
  

Dc e congressi in tribunale

In realtà, come sempre accade in questa vicenda, la situazione è molto più complicata di così e periodicamente finisce davanti ai giudici. Presso il Tribunale civile di Roma pendono infatti due procedimenti, entrambi iniziati da Cerenza e De Simoni: uno per invalidare l'assemblea dei soci del febbraio 2017, uno per far dichiarare nullo il congresso del 2018. Il 6 ottobre, in particolare, era prevista una nuova udienza della causa relativa al congresso, con la Dc-Grassi che già prima aveva chiesto di rigettare ovviamente ogni domanda di Cerenza e De Simoni relativa al congresso del 2018. 
Quel giorno, peraltro, Grassi aveva chiesto di sospendere quella causa in attesa che arrivasse a decisione quella relativa alla precedente assemblea del 2017. Va detto che sul piano giuridico la richiesta non era priva di significato: se il giudice avesse dichiarato nulla l'assemblea del 2017, tutti gli atti conseguenti - compreso il congresso del 2018 - sarebbero venuti meno, dunque non avrebbe avuto senso continuare i relativi giudizi, mentre ciò si sarebbe potuto fare ragionevolmente se la precedente assemblea non fosse stata invalidata. Grassi, tuttavia, ha sì chiesto la sospensione della causa sul congresso, ma sostenendo che ciò si sarebbe reso opportuno perché, ove il Tribunale avesse confermato "la piena legittimazione dei soci (tra i quali l’odierno convenuto [cioè lo stesso Grassi, ndb]) alla convocazione dell’assemblea del 25/26.2.2017", questi sarebbero stati legittimati a convocare anche le assemblee successive, incluso il congresso del 2018. Non era esattamente la stessa cosa, a ben guardare: un conto è dire (come si sostiene qui) che se viene meno la legittimazione a monte, ovviamente crollano tutti gli atti a valle, altro è ritenere che la riconosciuta legittimazione a monte renda legittimi anche gli atti successivi, senza peraltro tenere conto dei vizi autonomi che questi potrebbero avere.
Nel frattempo, peraltro, nel processo si erano registrate altre novità. Già a gennaio era stata suggerita l'eventualità di dichiarare estinta la materia del contendere dall'avvocato di Raffaele Lisi (già verbalizzante del congresso 2018): pur continuando a ritenere che l'assise congressuale fosse nulla, questi aveva notato che un'altra assemblea - del 12 ottobre 2019, guidata da Nino Luciani - aveva nel frattempo revocato gli atti congressuali dell'anno precedente in ragione dei loro vizi, quindi non c'era più interesse a proseguire la causa. Lisi poi era uscito dal processo a febbraio (l'aveva chiesto lui, visto che era stato citato solo come presidente del congresso e verbalizzante, ma non aveva avuto responsabilità per gli eventuali vizi degli atti: le altre parti non si erano opposte e il giudice lo ha effettivamente estromesso), ma in quella stessa occasione era intervenuta anche la Democrazia cristiana di Cerenza e De Simoni (stavolta non come soci che avevano impugnato gli atti del congresso 2018, ma nelle cariche della "loro" Dc riattivata il 12 ottobre 2019, in un evento contemporaneo a quello organizzato da Luciani). Si è così dovuta fissare una nuova udienza, prevista per il 24 marzo e poi rinviata appunto al 6 ottobre, a causa della pandemia.
Proprio il 6 ottobre De Simoni e Cerenza, nella qualità di attori di quella causa, hanno segnalato lo svolgimento del "loro" XIX congresso Dc il 12 settembre 2020 (che li aveva eletti rispettivamente segretario politico e amministrativo del partito), che aveva secondo loro rimediato ai vizi del congresso 2018: sulla base di ciò, dunque, non avevano "più interesse alla coltivazione" di quel giudizio, per cui poteva essere dichiarata la cessazione della materia del contendere. Si tratterebbe, dunque, della stessa soluzione proposta a suo tempo da Lisi e sostenuta soprattutto da Nino Luciani: costoro, tuttavia, l'avevano chiesto sulla base di quanto deciso dall'assemblea dei soci del 12 ottobre 2019, guidata da Luciani, mentre De Simoni e Cerenza non riconoscevano valore a quel passaggio, fondando invece la loro richiesta sul loro percorso, che li ha portati al XIX congresso celebrato esattamente undici mesi dopo.
Riesce difficile mettersi nei panni del giudice Francesco Scerrato (il quale, ahilui, nel 2015 aveva già dovuto dichiarare nullo il congresso Dc del 2012 che aveva eletto segretario Gianni Fontana, tra l'altro in una causa in cui era intervenuto lo stesso Cerenza), chiamato ad affrontare queste novità. Nella sua ultima ordinanza, datata 4 novembre ma depositata solo pochi giorni fa, il giudice ha ritenuto che il venir meno dell'interesse a proseguire la causa da parte di coloro che l'avevano iniziata (senza bisogno di doversi appigliare a questioni fatte valere da altre parti) avrebbe prodotto in sostanza lo stesso effetto richiesto dalla Dc-Grassi (cioè il venir meno di ogni richiesta degli attori in merito alla validità degli atti congressuali): per economia processuale, dunque, ha rigettato la richiesta di sospendere il processo nell'attesa che si definisse quello relativo all'assemblea del 2017 e ha comunque fissato l'udienza per precisare le conclusioni al 18 ottobre 2021. 
Resta ovviamente pendente il processo relativo all'assemblea dell'Ergife del 2017 (e no, non è detto che per il 18 ottobre 2021 questa causa sia comunque definita...), che si sta svolgendo davanti a un diverso giudice. Inutile dire che l'eventuale nullità dell'evento di riattivazione del 2017 bloccherebbe definitivamente il percorso della Dc-Grassi, ma metterebbe in dubbio anche parte del percorso intrapreso da Luciani e anche da Cugliari (nessuno dei due, infatti, mette in dubbio la legittimità dell'assemblea all'Ergife).
 

A che punto è la Federazione popolare?

Al di là di quanto accade nelle aule di tribunale, occorre anche dare conto dello "stato di salute" di un altro progetto che si muove nell'area democristiana: quello della Federazione popolare dei democratici cristiani, presieduta da Giuseppe Gargani. Si è già visto come il progetto, che avrebbe dovuto portare molte sigle di ispirazione diccì a partecipare alle elezioni di settembre sotto le insegne dell'Unione democratici cristiani, poi alle regionali si sia tradotto di fatto nel semplice sostegno alle liste presentate dall'Udc, magari insieme ad altri soggetti, praticamente senza alcuna visibilità per la Federazione. Ciò aveva creato non pochi malumori tra chi aveva creduto nel progetto, soprattutto da parte della Dc-Grassi (si legga quanto scritto dal presidente del consiglio nazionale Renzo Gubert). All'inizio di novembre proprio il segretario Renato Grassi aveva scritto che la prima verifica della validità della Federazione alle regionali e amministrative era stata "disastrosa, nella assenza di una presenza politica identitaria della Federazione e nella applicazione di una sorta di 'patto leonino' imposto dall'Udc con motivazioni di puro interesse partitico": ben deciso a rifiutare la semplice confluenza nel partito guidato da Lorenzo Cesa (anche per non rinunciare, di fatto, ai passi compiuti fin qui dalla Dc), Grassi ha però riconosciuto che l'ennesimo nuovo soggetto politico centrista potrebbe caratterizzarsi "per l'irrilevanza politica ed elettorale" se non partecipassero Gianfranco Rotondi e lo stesso Cesa, di fatto gli esponenti con maggiore visibilità tra coloro che si richiamano a quella tradizione politica. Secondo Grassi non servono "rigide norme statutarie, che alla fine non vincolano nessuno", ma "scelte condivise e gestite da una struttura di coordinamento di carattere nazionale che operi per la progressiva aggregazione delle rappresentanze territoriali sui temi politico-programmatici e le scelte elettorali conseguenti". Un lavoro progressivo che, evidentemente, fino ad allora non c'era stato.
Nuovi incontri telematici hanno portato poi all'approvazione di un documento comune della Federazione popolare dei democratici cristiani, condiviso quasi da tutte le componenti: come ricetta contro l'individualismo in politica e dopo gli esiti delle ultime elezioni regionali (che avrebbero accentuato l'isolamento dei partiti ed "esaltato un nuovo sovranismo e un più pericoloso populismo in capo ai 'governatori'"), si è confermata l'idea che un soggetto politico che voglia definirsi "di centro" debba ispirarsi "al 'popolarismo', unica cultura attuale, moderna, rispetto alle altre ideologie che hanno dominato nel '900 ma che si sono estinte o sono state contestate tragicamente", così da essere alternativo alla destra e alla sinistra, facendosi portatore "di un'idea e di un progetto per il paese". L'idea, dunque, è di "dar vita ad un soggetto politico nuovo di ispirazione 'popolare' collegato strettamente al Ppe", cosa cui si potrà procedere una volta che i partiti e le associazioni partecipanti alla Federazione avranno fatto ratificare la decisione ai loro organi, così da fare passi concreti verso la partecipazione con una lista unica alla prossima campagna elettorale
Anche questa volta, tuttavia, sembra che il maggior impulso debba arrivare dall'Udc (che, piaccia o no, pur nelle sue dimensioni ridotte rispetto al passato rappresenta tuttora il soggetto più consistente di quell'area e, per giunta, detiene l'uso elettorale dello scudo crociato): proprio il documento comune, infatti, "prende atto della convocazione del consiglio nazionale da parte dell'Udc per il 10 dicembre, finalizzato a dare avvio alla una nuova fase costituente" e si dice ancora che subito dopo, o comunque entro la metà di dicembre, si terrà una riunione "per definire gli adempimenti necessari a costituire il soggetto politico nuovo con un comitato rappresentativo di tutte le componenti, per rendere concreta e rapida la nuova fase".
Di tempo a disposizione non dovrebbe essercene pochissimo - se non altro perché, ove le Camere non fossero sciolte entro la fine di giugno del 2021, di elezioni si parlerebbe necessariamente dopo la scadenza del mandato presidenziale di Sergio Mattarella, dunque nel 2022. Per Ettore Bonalberti, oltre al progetto politico organizzativo, occorre "una Camaldoli 2021, un incontro sul programma in preparazione di un'Assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, inserito a pieno titolo nel Ppe". Si vedrà se questa volta si arriverà a un risultato politico davvero condiviso nell'area di centro, se salterà tutto per l'insistenza di qualche componente o se si verificherà una prevalenza dell'Udc. Comunque vada, difficile che non sorgano altre dispute sulla Democrazia cristiana... 

giovedì 26 novembre 2020

Maradona, appuntamenti impossibili col Quirinale e la scheda elettorale

Era così, più o meno
Era scontato, o quasi, che ieri la notizia della morte di Diego Armando Maradona suscitasse un copioso flusso di commenti anche tra i politici, specie tra i molti appassionati di calcio, partenopei e non. In pochi, tuttavia, hanno ricordato un episodio entrato di diritto nella memoria di chi faccia parte della categoria dei #drogatidipolitica allo stato puro. Un episodio che ha un luogo e una data ben precisi: Roma, Palazzo Montecitorio, 13 maggio 1999
In quel giorno, circa un migliaio di persone elette erano radunate nella sede della Camera dei Deputati - insieme a un numero imprecisato di altre figure, tra personale di staff, amministrazione della Camera e stampa - per il primo scrutino con cui si sarebbe dovuto indicare il nuovo Presidente della Repubblica, successore di Oscar Luigi Scalfaro. Primo scrutinio che sarebbe stato anche l'ultimo: la giornata parlamentare finì con l'elezione al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi, secondo capo dello Stato a farcela al primo colpo nella storia della Repubblica, raccogliendo il voto di oltre due terzi degli aventi diritto (era successo già a Francesco Cossiga, se non si vuole considerare il precedente pre-repubblicano di Enrico De Nicola). Eppure l'attenzione dei #drogatidipolitica - di qualunque genere - non si appuntò tanto sull'esito finale, ma su ciò che accadde tra l'apertura della seduta del Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali e la proclamazione dei risultati. 
Appare quasi scontato dire che occhi e orecchi si erano fatti attenti soprattutto sullo scrutinio, tenendo conto dei nomi pronunciati da Luciano Violante, chiamato a guidare la seduta come presidente della Camera: le persone direttamente interessate erano pronte a tenere il conto, per capire se per una volta il nome più vociferato alla vigilia avrebbe evitato di essere impallinato; non mancava chi, però, appuntava in modo diligente tutti i voti proclamati da Violante (compresi quelli ricevuti da lui stesso - alla fine sarebbero stati 6), per fare qualche conto più avanti e individuare magari qualche franco tiratore. Allora forse non c'era bisogno di mettersi a guardare persino i microdettagli, per cercare di capire chi avesse votato Ciampi (per intendersi, quasi tutte le schede per lui erano votate con il solo cognome, senza che qualcuno per distinguersi si fosse messo a dire "Carlo Azeglio Ciampi", "Ciampi Carlo Azeglio" e altre combinazioni amene); casomai era più interessante cercare di capire chi aveva fatto mancare il proprio voto, indirizzandolo altrove.
Era fin troppo facile ricondurre a Rifondazione comunista i 21 voti finiti a Pietro Ingrao, alla Lega Nord le 72 schede per Luciano Gasperini (capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama), ai Popolari i 16 consensi per Rosa Jervolino Russo (candidata naturale per Franco Marini, ma probabilmente venivano da lì anche i 6 voti per Nicola Mancino, i 5 per Scalfaro - sottolineati dai "buuu" del centrodestra - i 4 per Martinazzoli e forse qualcuno dei 10 per Giulio Andreotti, oltre al voto a testa per Marini, Tina Anselmi e Vittorio Cecchi Gori... peraltro presente in aula come senatore Ppi, alla pari di Marini che partecipava come deputato). I giornalisti hanno ricondotto a Forza Italia, oltre che le 4 schede per Silvio Berlusconi, buona parte dei voti per Bettino Craxi (6 in tutto) e anche parte dei 15 consensi per Emma Bonino (dopo la martellante campagna "Emma for president" dei mesi precedenti) e pure i voti singoli ad Antonio Martino e a Paolo Cirino Pomicino. Qualcuno, tecnocrate bancario di altra scuola, aveva votato il successore di Ciampi alla Banca d'Italia Antonio Fazio (4 voti in tutto), qualche socialista (3) dello Sdi o già in Forza Italia aveva preferito Giuliano Amato; tra i Democratici di sinistra c'era stato qualche sostenitore di Violante (6, come si è detto) e di Augusto Barbera (ma si erano contati un voto a testa anche per Walter Veltroni e per Achille Occhetto). Erano certamente di destra, area Alleanza nazionale, i 6 voti a Pino Rauti, i voti singoli a Pietro Mitolo e a Romano Misserville e magari un paio dei 6 voti ad Antonio Serena, senatore della Lega Nord in quota Liga Veneta, in procinto di passare proprio ad An. Certamente alla Lega si doveva ricondurre l'unico voto dato a Roberto Maroni, finito tra i 25 "dispersi" ma in ogni caso nullo, perché allora l'ex ministro dell'interno aveva solo 45 anni.
E proprio tra i nomi risuonati una sola volta uno attirò l'inevitabile attenzione di chiunque seguiva lo spoglio. Già, perché nel profluvio di voti per Ciampi, alternati a qualche altro nome, a poche schede dichiaratamente nulle (qualcuna - si dice - con inequivocabili disegni fallici) e a 55 proclamazioni di "Bianca!" (ben poche, per essere un primo scrutinio) non sfuggirono alcuni annunci memorabili. Il resoconto di seduta si limita a ricordare che "Alla lettura di una scheda recante il nome 'Porcu' seguono applausi dei componenti l'Assemblea di Alleanza nazionale" (il riferimento era al deputato di An. ex missino Carmelo Porcu); non ha avuto l'onore di una citazione in fisionomia il voto espresso a "Fantózzi", nella pronuncia violantiana (il riferimento probabilmente non era al rag. Ugo, ma al tributarista Augusto, già ministro e in quel momento presidente della Commissione Bilancio della Camera; qualche risata in sottofondo, in ogni caso, ci fu); men che meno sono stato citati gli indecifrabili voti per "Scantamburlo" e "Maria Clelia d'Ischia". 
Soprattutto, però, i resocontisti non hanno dato conto dell'ilarità e di qualche applauso nato spontaneo quando, alle ore 12 e 53 (11 minuti prima dei "vivissimi e prolungati applausi" scattati alla scheda con cui Ciampi aveva raggiunto il quorum necessario per l'elezione), il presidente Violante aveva pronunciato il nome "Maradona", con un tono che mescolava ironia - mai nascosta durante la presidenza violantiana - a un briciolo di perplessità. Era chiaro che quel voto - vergato su una regolare scheda firmata dal segretario generale Mauro Zampini e scrutinato dopo dopo un voto a Franco Marini e due a Ciampi - era nullo, per la carenza del requisito dell'età (come con Maroni) e ancora di più di quello della cittadinanza. In teoria - nulla prevedendo il regolamento al riguardo - il presidente avrebbe anche potuto limitarsi a dire "nulla!", senza altro aggiungere (e in effetti poco dopo si sente un "nulla, o no?", dal banco della presidenza verso il segretario - la prova audiovideo di Radio Radicale ai 3.52.53 è a portata di mano - ma chissà se non si riferiva al voto subito successivo...); impossibile però non citare Maradona a Montecitorio che allora ospitava tra i suoi banchi anche Gianni Rivera e Massimo Mauro, com'era impossibile che non cogliesse l'occasione di divertirsi Violante, lo stesso che il 22 gennaio 1997, a Valdo Spini che lamentava la prassi in via di degenerazione di affibbiare alle leggi elettorali i cognomi latinizzati dei relatori (Mattarellum, Tatarellum), non resistette a interromperlo e ribatté "Per fortuna lei non è stato relatore su progetti di questo genere!", strizzando l'occhio allo Spinellum senza citarlo. 
Del resto, non avrebbe sorvolato sui voti improbabili nemmeno Laura Boldrini: nel 2013, alle prime votazioni per eleggere il successore di Giorgio Napolitano (sarebbe stato lui stesso), assistita dall'allora segretario generale Ugo Zampetti, dichiarò nullo per età il voto a Valeria Marini, precisò "Non ha i requisiti" subito dopo aver letto il nome di Mara Carfagna, mentre tacque dopo aver proclamato il voto a Rocco Siffredi, anticipato dalla voce fuori microfono di Zampetti. Quando qualche altro buontempone "parecchio zingaro" nel 2013 scrisse sulla scheda il nome del conte Raffaello Mascetti, Boldrini lo pronunciò con un mezzo sorriso, senza nemmeno premurarsi di dichiarare nullo il voto di pura fantasia ("Che cos'è il genio?"); tacque anche di fronte al voto di Roberto Mancini (allora ancora per poco allenatore del Manchester City, non ancora 50enne... ma non era certo tenuta a saperlo), mentre erano validissimi i voti a Giovanni Trapattoni e Giancarlo Antognoni. Nel 2015, invece, il nome di Francesco Totti, che pure sarebbe stato scritto su ben cinque schede (più di quelle toccate a Giancarlo Magalli), non è stato pronunciato, perché "Non ha cinquant'anni" (come suggerito dalla nuova segretaria generale, Lucia Pagano).
Il nome di Diego Armando Maradona, in ogni caso, non risuonò più - salvo errore, naturalmente - nelle votazioni ufficiali; in compenso nel 2016, alle ultime elezioni amministrative di Napoli, l'artigiano Antonio Del Piano aveva annunciato la sua candidatura a sindaco con la lista Ricomincio da 10 - La società civile scende in campo. I colori del simbolo con colori che rimandavano al logo della Ssc Napoli (senza plagiarli), ma soprattutto il 10 scritto a caratteri cubitali all'interno non poteva non ricordare il numero impresso sulla maglia del pibe de oro, da tempo ritirata dalla squadra di calcio partenopea. La lista non finì sulle schede, esclusa per difetti nei documenti presentati, ma per qualche giorno qualcuno aveva davvero pensato a un progetto amministrativo nel nome di Maradona: del resto, la proposta di intitolargli lo stadio San Paolo era proprio nel programma di quella lista mai nata...

giovedì 19 novembre 2020

Un ventaglio di petali arcobaleno per il Partito Gay (per i diritti Lgbt+)

Le idee hanno sempre bisogno di un periodo di gestazione per concretizzarsi; qualche volta possono servire anche più di due anni. Il discorso, a quanto pare, vale anche per il Partito Gay per i diritti LGBT+, la cui nascita è stata annunciata questa mattina in una conferenza stampa (seguita da Adnkronos). A prendere la parola per primo è stato il portavoce Fabrizio Marrazzo, ingegnere, 
attivista Lgbt da un quarto di secolo, portavoce del Gay Center (e fondatore di Gay Help Line 800 713 713),  e già presidente dell'Arcigay di Roma: proprio a suo nome erano state depositate come marchi, alla fine di agosto del 2018, le prime versioni del simbolo del Partito Gay e della Lista Gay, per quella che allora Marrazzo aveva qualificato - sempre ad Adnkronos - come "un'idea embrionale", ma pronta all'uso anche solo per dimostrare che occuparsi dei diritti delle persone lgbt+ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e altre comunità aggregate) "non fa perdere voti".
Per questo si è detto che sono occorsi oltre due anni per arrivare al risultato, presentato oggi, anche se pare di capire che il partito formalmente ancora non è stato costituito (lo stesso Marrazzo ha parlato di "nuovo soggetto politico cui vogliamo dare vita"). Con Marrazzo alla conferenza hanno partecipato Claudia Toscano, fondatrice ed ex presidente di Agedo (associazione di genitori parenti ed amici di lgbt) Pescara e Vittorio Tarquini, giovane attivista trans. 
"Noi tre rappresentiamo tre generazioni di attivisti - ha spiegato Marrazzo - e abbiamo convocato proprio in questo periodo di emergenza la conferenza perché riteniamo che noi Lgbt+ non possiamo più delegare le nostre istanze a terzi e allo stesso tempo possiamo essere una forza propositiva e innovativa per il Paese. l'Onu ha affermato che la nostra comunità sarà tra quelle più colpite dalla crisi economica causata dal Covid, perché di fatto non abbiamo tutele idonee né per noi come persone singole né per le nostre famiglie arcobaleno. Fin dall'inizio di questa pandemia abbiamo dovuto protestare fortemente in varie occasioni perché si ricordassero di noi" (si pensi alle questioni legate ai "congiunti"/"affetti stabili" e sugli interventi a favore delle vittime di violenza). "Quanto al disegno di legge contro l’omostranfobia, approvato alla Camera, siamo riusciti a inserire temi che erano stati dimenticati, ma - ha aggiunto Marrazzo - si è poi scatenata una guerra ideologica e alcuni emendamenti al testo originario che sono stati approvati hanno peggiorato la situazione, ad esempio tutelando il diritto di dirci 'malati' o 'inferiori': la legge oggettivamente è un primo passo, ma arriva con trent'anni di ritardo e comunque dà alle persone Lgbt+ una tutela inferiore rispetto ad altre minoranze citate nello stesso testo normativo". 
Ragioni come queste, insieme a molte altre (tra trattamenti differenziati esistenti e discriminazioni subite), sono alla base dell'idea di fondare un nuovo soggetto politico "per rappresentare le nostre aspirazioni, idee e valori, per realizzare un paese moderno, inclusivo, solidale, ambientalista e liberale, anche insieme a chi non è Lgbt+. Per anni abbiamo tentato, prima di esprimere il nostro voto, di far capire alle forze politiche le emergenze socio-economiche avvertite dalla comunità Lgbt+, ma molto spesso abbiamo trovato interlocutori inadeguati o inaffidabili. I partiti spesso definivano i nostri temi come divisivi, ma per noi è divisiva una società che dà differenti tutele e diritti ai suoi cittadini; a volte alle nostre richieste hanno risposto offrendoci candidature strumentali, ma noi a concrete richieste chiediamo concrete risposte, per mettere l'Italia in sintonia con le maggiori democrazie al mondo. Spesso ci è stato risposto che ci sono ben altre priorità ed è soprattutto contro questo 'benaltrismo' che chiediamo all'intera comunità Lgbt+ di impegnarsi per un soggetto politico nuovo per dare una voce forte a chi oggi non ce l'ha e non l'ha mai avuto". 
La forza politica che sta per nascere vuole creare "una società integrata e inclusiva, ma al contempo aperta e plurale, di cui ognuno possa sentirsi parte. Una società che guarda al futuro, a una democrazia vera e compiuta". Questa società, come ha detto Marrazzo, dovrà essere soprattutto solidale ("non intesa come assistenzialismo, ma come sostegno per ripartire, senza però lasciare nessuno solo"), ambientalista ("per un ambiente come risorsa perché ambiente, impresa e lavoro devono progredire insieme e non contrapposti") e liberale ("perché in qualsiasi famiglia nasciamo, chiunque deve ambire a poter raggiungere i propri traguardi, grazie ad uno stato che dovrebbe dare opportunità e non burocrazia e tasse che spesso finiscono in sprechi e mala gestione").
"Solidale", "ambientalista" e "liberale" figurano anche - su un segmento curvilineo viola - all'interno del simbolo scelto per la nascente forza politica, assai più elaborato rispetto alle prime versioni depositate oltre due anni fa: la parola "Gay" è l'elemento più visibile e riconoscibile (e molto più grande della sigla "Lgbt+", assai più inclusiva ma ben poco conosciuta nella società) e si accompagna a un ventaglio-semicorolla di petali color arcobaleno, per richiamare i colori normalmente utilizzati in ambito Lgbt+. 
Il soggetto politico si è dato anche un sito (www.partito.gay) e uno slogan-hashtag per la sua prima campagna, #chisenonnoi, "un elemento collettivo e facilmente declinabile" nelle varie battaglie da portare avanti. Il soggetto politico ha l’ambizione di partecipare sin dalle prossime elezioni amministrative di primavera, in preparazione alle successive elezioni politiche. "Studi fatti da EuroMediaResearch - ha aggiunto Marrazzo - indicano la comunità Lgbt pari al 12,8% della popolazione italiana e i sondaggi ci dicono che un partito come il nostro può ambire a percentuali che vanno dal 6% sino al 15%". L'evento realmente fondativo arriverà tra qualche mese, anche se è presto per parlare di date (l'emergenza Covid non aiuta a fare programmi); di certo, l'idea embrionale del 2018 ha fatto passi in avanti e attende di essere resa più concreta.

lunedì 16 novembre 2020

Simboli fantastici (28): Wrooom Reggio, il partito per ripartire con gusto (a teatro)

Nel paese in cui legioni di leoni-camaleonti da tastiera si trasformano senza problemi da virologi a costituzionalisti e viceversa - passando per i ruoli di economista, sociologo e per quello più classico e rodato di allenatore - non c'è da stupirsi che più di qualcuno possa avere l'idea di reinventarsi (non improvvisarsi eh, giammai!) politico. Costoro potrebbero unirsi a una formazione che già esiste oppure, ritenendo inutili e superate tutte le alternative in campo (e dire che in Italia sono così tante...), potrebbero volerne costruire una nuova, pensandola a loro immagine e somiglianza, ma adattandola cammin facendo per cercare di raccogliere il consenso di chi dovrebbe dare loro il voto.
A uno scenario simile avevano pensato già nel 2012 Antonio Guidetti e Mauro Incerti, brillanti attori e autori di teatro, con i piedi ben piantati nel territorio reggiano. Nelle ultime settimane di quell'anno, mentre erano agli sgoccioli tanto il governo "tecnico" di Mario Monti quanto la XVI legislatura e ci si preparava al voto, i due avevano immaginato e scritto l'avventura di due amici che si trovano al bar delusi dalla vita e dalla politica e, tra una chiacchiera qualunquista e l'altra ("pròm mia 'ndèr avanti acsé però... l'an dura mia, l'an dura" [mica possiamo andare avanti così però, non dura]), arrivano alla conclusione che potrebbero entrare in politica - e tentare, finalmente, di fare i soldi - anche loro due. Messe da parte le battute sull'Alitalia in fallimento e le incomprensioni sugli "esodati" della riforma Fornero, Carlo e Fausto si convincono che per farsi eleggere basti l'1% (e allora, con un po' di fortuna, alla Camera poteva essere vero, a patto di essere in coalizione e di essere la lista migliore della compagine tra quelle rimaste sotto il 2%): fatto qualche conto e immaginando che vadano a votare circa 35 milioni di italiani, si accorgono che l'1% corrisponde a 350mila persone, poco meno degli elettori della provincia di Reggio Emilia, e decidono di buttarsi nell'avventura politica. 
Era nata così Anche noi fondiamo un partito... se catòm chi as dà i sold, novanta minuti all'insegna della comicità spruzzata di attualità (con un certo retrogusto amaro, che difficilmente manca): dopo averli 
messi in scena per la prima volta al Teatro Artigiano di Massenzatico (Re) il 30 dicembre 2012, Guidetti e Incerti li hanno replicati molte volte nel corso del tempo, sempre con un occhio attento alle nuove "perle" che la politica italiana finiva per riservare nei giorni precedenti lo spettacolo. La commedia per due in due atti merita di essere vista, dal vivo o su Dvd, quindi non si vuole togliere il gusto di scoprire come va a finire; qui ci si accontenta di ripercorrere le prime, esilaranti fasi nelle quali si determina l'identità del partito, simbolo incluso.
Carlo e Fausto cercano innanzitutto uno slogan che possa colpire e lo trovano in fretta, puntando tutto sulla schiettezza: "Cosa rischiate a votare per noi? Pes de' csè! [Peggio di così!]". La scelta del nome è più difficile: tira in ballo la collocazione, quasi tutte le combinazioni di parole e le sigle - quando non sono troppo complicate - sembrano essere già state esplorate e, in più, un riferimento a Reggio non può mancare. Nel tentativo di cercare una prima parte efficace, che dia l'idea di un nuovo inizio energico, in una sarabanda di accoppiate improbabili ("Dai Reggio!", "Sa spètet Reggio!", "Spingi Reggio!", "Cócia Reggio!... no, sembra al nòm d'un cesso!", "Dat 'na mósa Reggio!", "Schéla la mèrsa Reggio! [Scala la marcia Reggio!") improvvisamente spunta l'idea vincente: Wrooom Reggio. L'onomatopea del motore, messa per iscritto, può dare l'idea della ripartenza ed è sicuramente un'idea nuova, che tra l'altro può fare breccia in tutta la Motor Valley; in più, wrooom come suono somiglia molto a "vróm", che in dialetto reggiano significa "vogliamo", per cui è possibile una doppia lettura.
Decisa anche la denominazione, resta tutta da giocare la partita del simbolo, non meno difficile rispetto all'altra. Anche qui il rischio di "già visto" è fortissimo, soprattutto pescando dal mondo vegetale, fin troppo sfruttato in precedenza (tra querce, edere, ulivi, rose e margherite): per cercare di essere originali, si rischia di fare proposte decisamente inopportune (come il salice piangente o il cipresso), non riconoscibili (come un marugòun, una robinia) o semplicemente confuse e rischiose ("Mettiamoci una siepe, dietro ci siamo noi di Wrooom Reggio!" "Se siv dré fèr?" "Sòm dré caghèr!"). Meglio, forse, guardare al regno animale, stando attenti anche lì agli scivoloni dietro l'angolo: se una scimmia che salta qua e là "l'è 'n immagine tipo Scilipoti", un cane che lecca "al fa tròp Emilio Fede"; il leone che ruggisce potrebbe anche ricordare l'energia del motore, ma fa subito Metro-Goldwyn-Mayer, mentre una giraffa guarderà pure l'orizzonte, ma con Reggio non c'entra proprio nulla.
Già, perché se il nome sa di motore e di Pianura Padana, il simbolo non può essere da meno. Eppure basta pensarci un attimo e la soluzione è a portata di mano, anzi, di forchetta e coltello: per i due futuri politici, infatti, il vero "re di Reggio" è il maiale, al nimél, che è su tutte le tavole dei reggiani e porta avanti l'economia della zona. Messo subito da parte un fugace dubbio ("Al s' cunfònd cun Berluscòun!" "Basta paragonare il maiale a Berlusconi! Come pensi che si senta il maiale a essere paragonato a lui?? S'al pris parlèr! [Se potesse parlare!]"), la scelta del maiale sembra in fondo una buona soluzione, ma - ragiona Carlo - si rischia di fare un torto alle altre eccellenze del territorio reggiano: che dire del Lambrusco, del Parmigiano Reggiano e dell'erbazzone? Fausto non si perde d'animo e ha già la soluzione: disegnare il maiale in piedi e fargli tenere con una zampa una bottiglia di vino, con un'altra una punta di formaggio e con una delle due su cui si regge un pezzo di erbazzone. 
In teoria questo potrebbe bastare, anche perché resta una sola zampa libera (e dovrebbe servire al maiale per reggersi), ma Carlo non demorde e piazza una domanda insidiosa: "E i cutrèis?" Già, i cutresi, molti dei quali dagli anni '60 si sono trasferiti a Reggio per lavoro, vi si sono stabiliti (al punto tale che una delle strade che portano verso il centro si chiama "via Città di Cutro") e hanno contribuito sensibilmente a costruire le case dei reggiani: è importante poter conquistare anche il loro voto. Anche qui, però, la soluzione si trova facilmente: l'ultima zampa, in un modo o nell'altro, può tenere una cazzuola. Certo, a quel punto non si sa bene come farà il maiale a reggersi in piedi, ma c'è un problema più grave da da affrontare: come ci si può dimenticare di un altro elemento fondamentale nato a Reggio, il tricolore? Ci vuole una soluzione, anzi, un colpo di genio: "Se l'Agip ha fatto un cane a sei zampe, nuèter fòm un nimèl a sinc gambi!"
Il frutto del "cantiere" per il simbolo (scena tratta dal dvd)
Ormai è fatta, gli ingredienti fondamentali per parlare di Reggio ma farsi votare potenzialmente da chiunque ci sono tutti: a quel punto resta solo da mettere l'idea sulla carta, per tradurla in grafica. Ci pensa Fausto, che sbarazza il tavolino del bar, prende due caschetti per sé e per l'amico Carlo e "apre il cantiere" del disegno: "A io fat grafica alla Cepu... du dé!". La matita scorre sul foglio, disegnando un maiale
 bello abbondante, come la sua punta di formaggio grana ("Oh, l'è almeno du chilo!"), per poi tracciare la bottiglia di Lambrusco, la cazzuola e la bandiera tricolore, aggiungendo vicino l'erbazzone (alla fine si è scelto di lasciare solo quattro zampe, per non fare troppa confusione). 
Il simbolo sarebbe pronto, ma a entrambi gli amici appare troppo vuoto, troppo spoglio. Anche qui, però, la soluzione è bell'e pronta: piazzare il maiale e le altre eccellenze reggiane su uno dei più recenti luoghi emblematici di Reggio: i ponti di Calatrava, anzi, quello centrale, con la "vela" più larga. Si tratta dell'ultimo tocco che mancava, al quale si potrebbe giusto aggiungere - per i reggiani impenitenti - un fumetto per far vedere che il maiale, anche grazie al Lambusco, sa cantare: Fausto propone addirittura La Gigiasa in tal canèl, classico tradizionale della canzone popolare reggiana, nato come sfottò verso Maria Luigia, duchessa di Parma - ah, la mitica rivalità tra bagoloni e "teste quadre"! - e arrivato un po' dappertutto, dagli spogliatoi degli stadi ai concerti di Gaudio Catellani (che nel 2012 c'era ancora e - sia detto per inciso, ma neanche troppo - a chi scrive manca da morire...). Un simbolo più pigliatutto di così - ma quale catch-all, sempre questo inglese, al massimo ciàpa tót! - è impossibile immaginarlo.
Una personale rielaborazione,
ovviamente non autorizzata
Con slogan, nome e simbolo pronti, il più sembra fatto. Sì, buonasera: c'è tutto da fare, da imparare e da cambiare (inclusi i nomi dei candidati...), oltre che da cantare (come fare a meno dell'inno...). E, soprattutto, bisogna prendere i voti e anzi, nella realtà, prima ancora si dovrebbero raccogliere le firme, sennò i voti non si potrebbero nemmeno cercare. Il problema, però, non sembra vicinissimo: le elezioni del 2013, quelle che avevano in testa Guidetti e Incerti, sono passate da un pezzo e anche quelle del 2018; tempo qualche mese e - a luglio del 2021, allo scattare del "semestre bianco" - si avrà la certezza che non si potrà votare prima del 2022 inoltrato e, magari, si potrà arrivare fino ai primi mesi del 2023, cioè alla scadenza naturale della legislatura. Carlo e Fausto - c'è da giurarci - saranno ancora là, a pensare di candidarsi e magari nel frattempo avranno aggiornato il simbolo, sperando di ottenere ancora più voti e facendo ridere una volta di più noi, che in questi giorni facciamo davvero fatica e spesso proprio non ci riusciamo (e a teatro, per giunta, non possiamo nemmeno andare). 

Si ringraziano Antonio Guidetti, Mauro Incerti e Michele Casolaro per avere fornito il materiale legato allo spettacolo (senza ovviamente che la pubblicazione qui pregiudichi in nulla gli aventi diritto), nonché Donato Natuzzi per avere suggerito l'idea, più di tre anni fa.

venerdì 6 novembre 2020

Partite Iva Unite: quando si è nel mirino occorre fare di Più

Si è già ricordato in questo sito che, soprattutto dopo la prima campagna elettorale di Forza Italia e il primo governo guidato da Silvio Berlusconi, le persone titolari di Partita Iva sono diventate una presenza sempre più palpabile della politica: prima essenzialmente come categoria al centro di appelli, misure, critiche, candidature all'interno delle liste più disparate; in un secondo momento, tuttavia, sono diventate anche un "marchio politico", incarnato da almeno due soggetti politici (Popolo Partite Iva e Autonomi e Partite Iva).  
Tra marzo e aprile in rete - in particolare su Facebook - è apparsa anche un'altra sigla, quella delle Partite Iva italiane unite, che nei mesi successivi si è semplificata in Partite Iva unite, così da consentire l'uso dell'acronimo Piu: manca l'accento, ma diventa quasi automatico metterlo, anche per sottolineare le richieste che questo soggetto politico formula. A guardare la pagina Fb dello stesso, in effetti, si intende che in passato questo era legato ad almeno uno degli altri gruppi già citati, ma con il tempo è iniziato un percorso autonomo che ha portato alla costituzione di un vero e proprio partito, che ha come presidente nazionale Maurizio Signorini, odontoiatra, e come presidente nazionale Antonio Gigliotti, direttore di Fiscal Focus (entrambi sono anche fondatori del soggetto politico)
In particolare, dal 22 giugno è stato adottato il simbolo attuale, descritto nello statuto come "composto da più cerchi e semicerchi. Il primo semicerchio è a sinistra e di colore verde, ed inizia con un vertice, per poi allargarsi al centro e concludere con un altro vertice. Unito a questo vi è poi un cerchio di colore bianco, con in alto la scritta PARTITE IVA UNITE, diviso in 4 (quattro) parti uguali da diverse linee rette orizzontali e verticali a formare un mirino, all’intersezione di tali rette c’è un punto di colore grigio. All’interno dello stesso cerchio vi è, sulla destra, un semicerchio di colore rosso, al cui centro è posta, di colore blu, la scritta PIU. Sopra la lettera U, di tale scritta, vi sono numero tre (n.3) figure stilizzate, due uomini ed una donna, a formare un accento. I cerchi ed i semicerchi uniti formano un tricolore verde, bianco e rosso. Un segno di circonferenza di colore blu delimita tutti gli elementi sopra citati".
L'idea del mirino, a dire il vero, era già presente nell'emblema provvisorio, adottato nelle settimane precedenti, quando ancora il nome era Partite Iva italiane unite e il concetto di "Più" stava per essere evocato: in quel caso, il mirino centrava quattro sagome tridimensionali, una delle quali sembrava quasi in posizione di resa, anche se l'idea che si voleva comunicare non era certo questa. Il punto era che, allora come oggi, coloro che hanno dato corpo a questo progetto si sentivano e si sentono nel mirino, oltre che della crisi, di politiche che finiscono per danneggiarli o per non aiutarli a sufficienza. Sono gli stessi esponenti del partito però a precisare che nel simbolo le persone sono "nel loro mirino", nel senso che il Più vuole prendersene cura, ma nello stesso mirino finiscono - e con ben altro esito - "le potenze di fuoco che schiacciano le Partite Iva calpestandone la dignità".
"Partite Iva Unite - si legge nel manifesto ospitato dal sito del partito - è un movimento composto da imprenditori e liberi professionisti che, nell’era Covid 19, caratterizzata dall’incapacità di Governo e opposizione di dare risposte concrete alla crisi economica assolutamente prevedibile a causa del lungo lockdown imposto dall’emergenza sanitaria, si sono dedicati allo studio approfondito dei diversi Dpcm emessi e a costanti confronti incrociati, approdando a soluzioni che, se adottate davvero, potrebbero evitare il fallimento a cui l’Italia è ormai destinata, se non si agisce in fretta a tutela di chi è riuscito a rimanere in attività e delle aziende che nasceranno domani, in un clima di florida visione futura". Più che etichette politiche o ideologiche, coloro che aderiscono a Più puntano a una !politica del fare, attraverso l’uso di capacità, conoscenze e competenze dei singoli, i quali esprimono opinioni concrete in un clima di aperta discussione democratica, in cui la ragione, improntata su ideali di libertà, legalità e eguaglianza possa determinare scelte sagge a beneficio dell’intera società". Una società che si basa, in questa visione, sulla "micro, piccola e media impresa quale motore trainante l’economia del nostro paese, affinché i lavoratori autonomi abbiano gli stessi diritti dei dipendenti": sono le Partite Iva, per chi aderisce al progetto, la vera "spina dorsale dell'Italia", che tuttavia sarebbe stata esclusa dalla progettazione delle strategie per uscire dalla crisi legata alla pandemia. Perché la società sia "giusta", la legge deve essere "realmente uguale per tutti", la tassazione dev'essere "equa, rapportata ai servizi erogati e alla loro qualità" e la politica deve essere "esempio per la società, con medesimo livello di emolumenti e trattamenti pensionistici" e soprattutto con una responsabilità vera per chi la esercita. 
​L'idea è di portare avanti le idee cardine del programma, a partire dall'abrogazione graduale "di tutte le leggi che hanno aggredito e aggrediscono la proprietà privata, il risparmio, il reddito da lavoro e da impresa" o limitino la libera iniziativa economica e dall'eliminazione di istituti come il sostituto d'imposta o la clausola solve et repete; ci sarebbero poi la libertà di scelta in materia previdenziale, la riduzione della spesa pubblica inefficiente e della burocrazia per poi ridurre la pressione fiscale ed elevare le pensioni minime a mille euro, insieme ad altre idee da applicare in materia di giustizia, pubblica amministrazione e "fondo di emergenza" (che ogni Partita Iva costituirebbe per attingere a questo in caso di bisogno). Per fare questo, si potrebbe costruire una rete, uno o più network tra realtà simili (nate soprattutto sotto gli effetti della pandemia, ma lasciando fuori i partiti), aggregandole e sintonizzandosi sulla stessa agenda. ​Ci sarà tempo per farlo, partecipando alle prossime elezioni con il nuovo simbolo, sperando che il mirino inviti qualcuno non a sparare, ma a metterci una croce sopra.