mercoledì 16 settembre 2026

Per la verità, il progetto politico di Fabrizio Corona, giallo su fondo nero

"Rispetta la verità. Ti meriti la verità. Eccola, la verità. La libertà passa dalla verità".  Sono queste le prime parole del video diffuso da Fabrizio Corona il 14 settembre, con cui ha annunciato l'avvio di un suo progetto politico, denominato Per la verità. Oltre al nome, c'è già un simbolo, che compare sullo schermo e in un gonfalone sul fondo: la parola principale, "Verità", si staglia in un enorme carattere Helvetica bianco su fondo nero - lo stesso nero dei video dello stesso Corona - dal quale emergono bene anche, in colore giallo (che tinge anche l'accento della parola centrale) il resto del nome e, sotto una lineetta sempre gialla, il cognome di Corona, con l'uso di un altro carattere bastoni.
Un breve identikit del suo progetto Corona lo propone quasi subito: "Noi - spiega - siamo un movimento liberale e antisistema che pone al centro la libertà dell'individuo stesso". Libertà che sarebbe ormai inesistente, grazie alle imprese Big Tech che "ci hanno tolto tutto, con l'avallo e l'assenso del nostro governo". Imprese che - proclama Corona - avrebbero lautamente finanziato capi di Stato (a partire da Trump), le loro guerre, in cambio della loro libertà di agire indisturbate, soprattutto nelle vite quotidiane di molti, praticamente tutti. "Siamo comandati da un c...o di algoritmo - continua Corona -. Meta ci comanda, ha tutti quanti i nostri dati, ha tutta quanta la nostra vita e in un momento... TAC!... ce la toglie". 
 
 
L'occasione è ideale per parlare - un racconto realmente giallo su fondo nero, per chi si identifica nella posizione di Corona - di profili chiusi (con tutto il loro contenuto), informazione negata o inesistente, contenuti rimossi per vie legali o provvedimenti del Garante Privacy. Per questo, prima ancora del contenuto, del messaggio, viene il mezzo: "Il primo passo per la creazione di questo movimento è l'apertura di una piattaforma libera, all'interno ci metto il mio social, se volete venite gratuitamente anche voi. La pago io, la costruisco io e ci metto i miei contenuti"; la piattaforma si chiama KingTV, denominazione tutto meno che casuale, visto che il nome e la grafica rimandano immediatamente a King, rivista di costume degli anni '80 diretta da Vittorio Corona, padre di Fabrizio.
Gli appunti per il programma, in realtà, arrivano subito: "Dobbiamo ripartire dalla bellezza. Basta bolle speculative. Basta grattacieli a forma di banana con logo dell'assicurazione. Basta camminare per le città e trovare solo cemento. I bambini non possono più giocare in cortile. I nostri spazi non sono più nostri. Sono di qualche fondo che controlla il potere. Dove sono gli alberi? Dov'è il verde? Siamo come detenuti in grandissime scatole di design. C'è bisogno di più umanità. C'è bisogno di più umanità e piu soldi. Non siamo più in grado di sfruttare le nostre risorse; non siamo stati capaci di fare soldi". Corona cita Berlusconi e la sua discesa in campo ("Siccome è stato capace di costruire le aziende sue, avrebbe saputo gestire l'azienda dello Stato, perché lo Stato è un'azienda"), salvo puntualizzare subito, con dito puntato al centro: "Io sono il nuovo Berlusconi. Più bello, più giovane, meno inciucione, più pulito, più trasgressivo. Che però lavora da solo". 
Ma 'il nuovo Berlusconi' in che senso? "Lui era bravo a fare l'imprenditore e quindi ha deciso di scendere in politica. In che cosa sono bravo io? A fare i soldi. Quindi sono qui per far fare i soldi al nostro Paese", a partire dal turismo, non sfruttato a dovere, da uno stile italiano da recuperare per riprendere credibilità ("Basta queste serie americane che ci prendono come modello: pizza, mafia e spaghetti. Hanno rotto il c...o., non vogliamo più quell'identità lì"); gli stessi politici che governano oggi "hanno un'estetica che non rappresenta la storia del nostro Paese [...]. Non esistono più i partiti, non esistono più i valori ideali della destra di una volta, della sinistra di una volta, del centro di una volta [...]. Sono delle casacche, si muovono esattamente come delle aziende. Sono dei partiti fondati sul cellulare, sulla comunicazione che fanno con il cellulare sul social media marketing [...], sanno come cavalcare l'algoritmo, uno qualsiasi dal niente arriva e attraverso una narrazione con l'intelligenza artificiale [...] riesce a colpire la gente". Una schiera di "fuffaguru", secondo Corona, "che non vendono come farvi guadagnare, ma vi vendono il sogno di un paese che non esiste". Nel discorso di Corona, in compenso, ce n'è anche per chi, secondo lui, trasforma l'Italia nel "paese dei balocchi, che ospita tutti quelli che vengono". Attacca i "finti progressisti del c...o con la casa a Capalbio che vengono a dirci che l'immigrazione è giusta", invoca la cacciata dei "maranza" e degli immigrati non in regola con la legge, non di chi viene per sporcarsi le mani o per aiutare il Paese in cui arriva. 
Dopo ricchezza, bellezza e legalità nella convivenza, arriva "il punto più importante e che ho più a cuore. Che cosa stiamo facendo per i nostri giovani, per la nuova classe dirigente? Un c...o, niente". Il primo provvedimento "che un movimento per la verità, che significa libertà, deve sostenere"? Per Corona è "impedire che l'intelligenza artificiale entri a gamba tesa nel mondo del lavoro", per poi ripensare profondamente il ruolo dello Stato in tanti settori: uno Stato che dice di aiutare i cittadini in difficoltà e invece "è peggio di un cravattaro di Tor Bella Monaca, ti succhia il 70% dei tuoi guadagni per non darti niente", costringe a liste d'attesa infinite e non sa evitare che i carburanti paghino a peso d'oro. Occorre tutelare i "giovani", ma anche chi formalmente non lo è più: "Perché non facciamo qualcosa per questi cinquantenni? Li sfruttiamo, li annulliamo; la pensione gliela facciamo sognare. Perché non inseriamo l'obbligo alle aziende di assumere degli over 50 che oggi possono essere delle risorse anche se non sono nati nell'era digitale?". Corona ha in mente altri cambiamenti radicali ("Noi, come movimento per la verità, siamo liberali, siamo veri"): liberalizzazione completa di prostituzione e droga, da trasformare in occasione di guadagno per lo Stato; e una scuola da rivoluzionare, perche di questo passo "i poveri manderanno i figli a scuola davanti a un tablet, con al posto dell'insegnante e del professore un avatar, l'intelligenza artificiale, una macchina, un robot, che non ha emozione né empatia, [...] mentre i ricchi, che sono sempre più ricchi, si potranno permettere un tutor personale qualificato con un stipendio mega galattico che dia l'insegnamento perfetto a un figlio con un esempio di un padre del c...o, ma darà la possibilità di avere la conoscenza e saranno in pochissimi in percentuale rispetto agli abitanti del paese".
"Per cambiare, per cercare la verità insieme, bisogna dare fastidio, bisogna rischiare, bisogna essere sovversivi, come una spina del fianco di qualsiasi forma di potere". E chiede di essere seguito in questa battaglia, con lo scopo di "entrare dentro il potere per essere l'antisistema".
Come base di programma comunicato ai potenziali sostenitori ed elettori forse è ancora un po' poco, ma le idee e l'obiettivo sembrano netti: "Vediamo i sondaggi tra uno o due giorni a quanto mi danno: perché, se mi danno oltre il 3%, sono c...i amari per tutti. [...] La piattaforma, il social fuori dalla piattaforma, il partito che cresce devono servire come esempio di indipendenza per capire che da soli dovete andare, che da soli dovete pensare a voi e che insieme a me potete diventare la spina nel fianco di questo sistema politico, televisivo che fa schifo, della giustizia che fa ancora più schifo". In uno dei primi post sull'account di Per la verità - quello che diffonde il simbolo - si legge: "Il movimento Per la verità pone al centro l’uomo. Per riprendere le proprie libertà, è necessario prendere delle posizioni chiare contro il sistema clientelare che si e insediato in questo paese. Siamo la spina nel fianco dei poteri, siamo una massa critica, siamo liberali, siamo sostenitori della nostra democrazia". 
C'è chi ha messo in luce, in queste ore, che Corona potrebbe fondare, organizzare, promuovere e sostenere un partito, ma non candidarsi ed essere eletto, a causa di una condanna definitiva, confermata da una sentenza della Corte di Cassazione del 2013, con interdizione perpetua dai pubblici uffici come pena accessoria. Ciò è vero, ma non per questo il movimento politico non potrebbe nascere. Altra certezza è che, se intendesse presentare liste alle prossime elezioni, Per la verità dovrà raccogliere almeno 294mila firme alla Camera e almeno 156mila sottoscrizioni per il Senato (salvo riduzioni da elezioni anticipate) ovviamente in forma rigorosamente cartacea, dovendo anche cercare autenticatori disponibili, magari tra gli avvocati di fiducia che siano aderenti all'elenco apposito. Ma, nella battaglia "per la verità" (nome che finora è stato poco utilizzato a livello elettorale: un passato fu presentato il simbolo dell'Associazione popolare italiana della Verità, mentre in tempi recenti si ricorda il Movimento 3V - Vaccini vogliamo verità, con l'evoluzione della lista di Luca Teodori Lealtà coerenza verità), le firme da raccogliere potrebbero non essere un deterrente, anche se l'ostacolo da superare sarebbe comunque alto. In un suo commento su IlFoglio.it, Antonio Gurrado oggi nota che se "trent'anni fa ci eravamo illusi di andare verso il bipolarismo, ossia due contenitori contrapposti capaci di riassumere in sé diverse anime della destra e della sinistra", si è presa in realtà la via della schizofrenia, che conduce a "un partito per ogni cittadino", non in grado di aggregare (varie anime) ma di invocare "adesione al sostegno per il rispettivo capo". Se però, al di là di eventuali sondaggi, dovessero arrivare le firme, Coronda potrebbe dimostrare la famosa consistanza di cui tanto si parla dentro e fuori dalle aule parlamentari in questi giorni. Tra l'altro, rileggendo le discussioni in commissione Affari costituzionali alla Camera che avevano sbarrato la strada alla sottoscrizione delle liste in formato digitale, viene da porsi una domanda: e se il timore di chi riteneva che "la tutela della democraticità della competizione elettorale" potesse essere compromessa dal fatto che i social network "consentono potenzialmente a chiunque di poter raccogliere, in poco tempo e con relativa facilità, un numero consistente di adesioni intorno alle iniziative di più vario genere" avesse proprio le sembianze di Fabrizio Corona?

martedì 15 settembre 2026

Raccolta firme: memoria corta sulle liste "non serie", mitosi dell'esenzione

Oggi, esattamente alle ore 11 e 45, il Senato ha approvato la riforma elettorale, modificata rispetto al testo ricevuto dalla Camera; il progetto di legge, dunque, dovrà tornare a Montecitorio, per l'esame delle parti che sono state emendate a Palazzo Madama. L'aula di Montecitorio, quindi, dovrà esprimersi di nuovo sull'introduzione delle preferenze, sulla quale la maggioranza era stata battuta con il voto segreto, così come dovrà valutare le altre modifiche apportate al testo, da quelle sulla riduzione delle circoscrizioni per i seggi destinati alla circoscrizione Estero (Europa ed ExtraEuropa per la Camera e una sola per il Senato) e sulle modifiche ai collegi uninominali rimasti in provincia di Bolzano, fino alla norma che ha fatto più discutere nelle ultime ore, quella sulla quadruplicazione delle firme necessarie per le liste presentate da soggetti politici che non hanno rappresentanza nelle Camere.
Si è già avuto modo di esprimere tutte le perplessità del caso legate sia all'aumento di quattro volte delle firme richieste, raggiungendo quote mai sperimentate nell'esperienza repubblicana italiana (non si è mai andati oltre lo 0,61% - raggiunto nel 2022 - mentre il nuovo sistema richiederebbe in ogni collegio plurinominale sottoscrizioni per una quota tra lo 0,401% e il 2,46% del corpo elettorale di quel territorio), sia al modo in cui la modifica è stata fatta, vale a dire con una riformulazione da parte del governo di un emendamento che si occupava di un altro istituto (la "soglia di utilità", da cancellare) collocato in una fase molto diversa (il conteggio dei voti ai fini della distribuzione dei seggi). Tutto ciò, per giunta, senza che un solo rappresentante del governo abbia dato conto in aula del motivo alla base di' una revisione così pesante del numero di firma da raccogliere, cioè della condizione per partecipare alle elezioni: qualche spiegazione, come si è detto, era arrivata da esponenti di rilievo di Forza Italia (Stefania Craxi) e Fratelli d'Italia (Lucio Malan), ma non dal governo, dal quale sarebbe stato naturale attendersi qualche chiarimento dal momento che aveva subordinato a una riformulazione il proprio parere favorevole all'emendamento Zedda, considerando anche che nel giro di una manciata di ore si sono succedute due versioni dello stesso testo riformulato.
Però ieri e oggi, bisogna dirlo, sulla questione delle firme è intervenuta la ministra per le riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti in Casellati. Qualche dichiarazione si è letta sui quotidiani usciti oggi, in più la ministra ha risposto a un'intervista stamattina, nella trasmissione Start di Sky TG24. Ha un'apposita domanda della giornalista Giovanna Pancheri, Alberti ha giustificato così il testo finale della disposizione sulla raccolta delle firme, peraltro senza fare alcun riferimento all'eliminazione della "soglia di utilità":
"C'è un tema che guida la nostra la legge: la ratio è l'antiframmentazione. Cosa succedeva negli anni precedenti? Che si presentava una serie di liste, come Forza Lazio, Forza Roma, Forza Pippo... queste costituivano un inganno per l'elettore, nel senso che francamente presentare una lista che non avesse corrispondenza con una volontà del cittadino era una presa in giro [...]. Se davvero si vuole un partito nuovo, un partito che rappresenti qualcosa, non è così difficile raggiungere questo numero di firme; poi bisogna vedere quante di queste firme si tradurranno in un voto reale, perché di questo si tratta. Del resto, nella precedente elezione, la dispersione di voti è stata di circa il 7,2%, pari a due milioni di voti: non pochi".
Sembra innanzitutto opportuno notare che la ministra, a un'espressa domanda sulla possibilità di formare in questi giorni gruppi e componenti del gruppo misto per ottenere almeno l'abbassamento del numero minimo di firme da raccogliere in ogni collegio plurinominale a 1500 (quello attualmente previsto), ha negato la praticabilità della soluzione, dal momento che le norme indicherebbero come ultimo momento utile la fine del 2025. La data citata da Alberti, infatti, è relativa esclusivamente all'esenzione totale dalla raccolta firme; è invece proprio la riformulazione richiesta dal suo governo - che, con la sua risposta, sembra curiosamente non conoscere - a indicare che il gruppo sorto in corso di legislatura o la componente del gruppo misto, per consentire la raccolta firme più lieve, in sede di prima applicazione deve esistere alla data di entrata in vigore della legge.
Premesso questo, e non sembra proprio una premessa di poco conto, non è molto chiaro come la ministra (o chi per lei) abbia fatto i conti sulla dispersione dei voti: se intende riferirsi alle liste che non hanno superato il 3%, su un totale di 28.098.196 voti validi espressi per la Camera dei deputati, i voti delle liste sotto il 3% (eccezion fatta per quelli della Svp) erano 3.036.794, pari a una quota sicuramente maggiore, cioè il 10,81%. Qualora invece facesse riferimento alle liste che non hanno ottenuto eletti (escludendo quindi dal conteggio anche Noi moderati, +Europa, Impegno civico-Centro democratico e Sud chiama Nord, che hanno eletto propri rappresentanti nei collegi uninominali), il numero di voti da considerare si abbassa a 1.601.101, pari al 5,7%; se poi si volessero considerare le liste al di fuori dei due poli (senza considerare ovviamente Azione-Iv e MoVimento 5 Stelle), si arriverebbe a 1.814.055 voti, equivalente al 6,46% dei voti validi espressi.
Al di là dei numeri citati (chi scrive è pronto a ricevere indicazioni su come quei conti sono stati fatti e a indicarli), è ovviamente legittima e persino condivisibile una ratio tanti frammentazione; molto meno accettabile sembra invece non voler lasciare il giudizio agli elettori nell'urna, ma anticiparlo di fatto a più di un mese prima delle elezioni. Giusto oggi, in un'intervista a L'Altravoce, il costituzionalista Salvatore Curreri ha ricordato - intervistato da Enrico Filotico - che "La raccolta delle firme è sempre stata prevista dal legislatore con uno scopo preciso: verificare un minimo di consistenza delle forze politiche che intendono presentarsi alle elezioni. Non a caso il requisito è legato al collegio elettorale nel quale viene presentata la lista. [...] La raccolta delle firme dovrebbe essere un requisito, per così dire, 'in negativo': serve a evitare che possano presentarsi liste prive di un minimo di consenso. Se invece si innalza il numero delle firme fino a trasformarlo in un ostacolo significativo alla presentazione, se ne modifica la funzione perché da requisito per accedere alla competizione elettorale diventa di fatto requisito per accedere alla distribuzione dei seggi". Proprio il fatto che l'aumento di quattro volte delle firme necessarie (l'origine di sei volte) sia stato introdotto in coincidenza con l'eliminazione della "soglia di utilità" dei voti (per le norme in vigore fissata al 1%, elevata al 3% alla Camera) concorrerebbero a dimostrare che "l'obiettivo di selezione resta, ma cambia il momento in cui viene esercitato: non più sulla base dei voti raccolti alle elezioni, bensì prima ancora del voto, attraverso le sottoscrizioni necessarie per poter presentare la lista. È evidente che si tratta di un onere maggiore: un conto è presentarsi e poi cercare il consenso degli elettori attraverso la campagna elettorale, un altro è dover dimostrare preventivamente un consenso così ampio". Un onere così elevato, secondo Curreri , da mettere quello a disposizione a serio rischio di essere dichiarata incostituzionale qualora la Corte costituzionale fosse investita di una questione di legittimità sollevata anche da uno solo dei giudici incaricati di esaminare i ricorsi che varie forze politiche e civiche stanno già preparando, in attesa che la legge sia approvata definitivamente ed entri in vigore.
Occorre poi approfondire quanto si era già scritto ieri a proposito del riferimento alle liste Forza Roma e Forza Lazio (che in realtà, a parte il 2006, si è sempre chiamata Avanti Lazio). Ovviamente si può pensare ciò che si vuole sull'opportunità o meno di queste liste; quando però esse si sono presentate (alle elezioni politiche, comunali, provinciali, regionali) l'hanno fatto sulla base di firme che sono state raccolte e non ci si permette, in questa sede, di contestare la genuinità delle sottoscrizioni. Il fatto che la legge distingua la figura del sottoscrittore da quella del votante comporta che una persona possa tranquillamente firmare per una vista, volendo dare a questa la possibilità che si presenti, senza che questo implichi che debba anche votarla nell'urna (magari perché la vera lista che il singolo elettore o la singola elettrice vorrebbe sostenere non può avere la sua firma, essendo esonerata per legge da quell'obbligo). 
In ogni caso, sostenere che quelle liste siano "un inganno per l'elettore" o una "presa in giro" e allo stesso tempo aggiungere che liste come quelle non hanno "corrispondenza con una volontà del cittadino" pare francamente una contraddizione: se i cittadini non le hanno votate, sono stati del tutto in grado di valutare cosa fosse corrispondente alla loro volontà e cosa no; pensare di intervenire alla radice, rendendo decisamente oneroso presentare quelle liste ed evitando così che siano sottoposte all'attenzione di chi vota significa avere un'opinione decisamente bassa dei cittadini e della loro capacità di discernimento. Basta, infine, entrare nel sito elettorale del comune di Roma per rendersi conto che proprio le liste Forza Roma e Avanti Lazio, spesso presentatesi da sole (nel 2001 e al primo turno del 2008 alle comunali) o in coalizione con il centrosinistra (per esempio alle regionali del 2005 o al ballottaggio comunale del 2008), nel 2003 figuravano a sostegno di Silvano Moffa, candidato del centrodestra alla presidenza della provincia di Roma, peraltro eletto anche con il sostegno di quelle formazioni.
Dal momento che quelli fatti dalla ministra sono soltanto esempi di liste ritenute dopo serie o comunque senza collegamento con la volontà popolare, come dimostra l'inesistente - salvo errore - lista "Forza Pippo" (peccato, perché gli estimatori di Goofy sono di sicuro tanti e sarebbero perfino disposti a votare quel simbolo - ammesso che il riferimento ministeriale non fosse alla schiera dei "Pippo" della politica, da Civati all'ex deputato Pippo Gianni, all'ex senatore Pippo Pagano o al politico e giurista siciliano Pippo Rao o, volendo, a "Pippo Simone detto Pippo Franco" - e magari a uno scontro epico con Viva Paperoga), si può sicuramente ampliare la casistica. E se qualcuno dalle parti del centrodestra sicuramente vorrà pensare alle elezioni del 2006, con 13 liste per l'Unione a favore di Prodi (inclusi il Partito pensionati, la Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda e la Liga Fronte Veneto che fecero irritare molto la Lega Nord e in particolare Roberto Calderoli) e 12 liste nella coalizione che appoggiava Berlusconi, è d'obbligo pensare anche al 2013, quando a fare il pieno di liste fu il centrodestra, schierando a suo favore anche - in poche circoscrizioni - il neonato Mir di Gianpiero Samorì, Liberi per un'Italia Equa (già Liberi da Equitalia) e - solo al Senato - Basta tasse di Luciano Garatti (che pure aveva una certa storia - ben nota a chi scrive - in continuità con le esperienze di Italia Unita e Basta Ladri - Basta!). Viene da dubitare, sinceramente, che sia ragionevole e coerente tenere insieme l'accusa di "presa in giro" per la "non corrispondenza con una volontà del cittadino" e la pratica di cui si è detto prima e che curiosamente non sembra ricordata, così come sembra difficile ritenere coerente l'asserzione secondo cui "Se davvero si vuole un partito nuovo [...] che rappresenti qualcosa, non è così difficile raggiungere questo numero di firme", il non avere voluto aprire alla raccolta delle sottoscrizioni in formato digitale e il fatto che le forze di maggioranza abbiano scarsamente praticato la stessa raccolta firme a livello nazionale (o l'abbiano fatta fruendo, come Fratelli d'Italia, di riduzioni consistenti).
Incidentalmente, proprio Fdi ha citato - attraverso Giovanni Donzelli - il Codice di buona condotta in materia elettorale della "Commissione di Venezia" (lo stesso in base al quale le norme elettorali non dovrebbero essere cambiate nell'ultimo anno prima del voto): lì si legge che "L’esigenza di raccolta di un certo numero di firme, per la presentazione di una candidatura, non è contraria al principio del suffragio universale. Nella pratica, quando i regolamenti pertinenti non sono utilizzati per impedire ai candidati di presentarsi, si rivela che tutti i partiti, oltre alle formazioni fantasma, ottengono molto facilmente il numero delle firme richieste,. Per evitare questo tipo di manipolazioni, è preferibile che la legge non richieda la firma di più dell’1% degli elettori". Per Donzelli la norma introdotta dal Senato va bene così perché si tratterebbe di chiedere un numero di firme equivalente allo 0,6% del corpo elettorale; peccato che nell'articolo di ieri si sia già notato che in almeno due collegi plurinominali su 49 la percentuale sia superiore all'1%. Un dato di fatto difficilmente superabile e di cui la Corte costituzionale, se investita dalla questione, non potrà non tenere conto.
 
Insieme a queste questioni, sembra essere emerso un altro aspetto rilevante, legato tanto alla possibile esenzione dalla raccolta firme per chi ha un gruppo dall'inizio della legislatura, quanto alla "riduzione" delle sottoscrizioni per chi ha un gruppo fondato in corso di legislatura o una componente del gruppo misto: quello che potrebbe ritenersi legato a "un bazar di sim­boli, sca­tole vuote con poche decine di iscritti ma con uno o due eletti in Par­la­mento e quindi con la pos­si­bi­lità di fare da taxi a altri", come ha scritto oggi in un suo articolo sul Fatto Quotidiano Lorenzo Giarelli. In qualche modo la "danza" è stata aperta - quando ancora l'emendamento Zedda riformulato non era nemmeno stato concepito - da Roberto Vannacci, che a fine maggio è riuscito a costituire una componente del gruppo misto alla Camera grazie a Free, che nel 2022 si era presentato solo nell'unico collegio plurinominale della circoscrizione Lombardia 4 (cosa che, a causa dello stesso emendamento, sotto la vigenza del nuovo testo non sarebbe più possibile) e si è inserito in quell'interpretazione dell'art. 14 del regolamento della Camera inaugurata nel 2004 con la nascita della componente Ecologisti democratici formata dalla Democrazia cristiana guidata da Gianfranco Rotondi; l'altra componente esistente, quella di +Europa, si è formata grazie all'adesione di Luca Pastorino che non appartiene al partito, ma non c'è stato nessun "prestito" di simbolo. 
Il fatto è che, a norma dell'emendamento Zedda riformulato approvato dal Senato, secondo Giarelli "par­titi finora mar­gi­nali potreb­bero tor­nare cen­trali", anche perché - come si è ricordato prima - lo stesso emendamento dà tempo fino all'entrata in vigore della legge per costituire componenti. Il primo della lista, tanto per cambiare, sarebbe Cen­tro demo­cra­tico del sempreverde Bruno Tabacci, già "compagno Br1" e poi trasfigurato in Brown Tabax, unico eletto riferibile alla lista Impegno civico - Centro democratico (ovviamente in un collegio uninominale - quello di Milano-Loreto - visto lo 0,62% ottenuto dalla lista): se almeno due deputati si unissero a lui entro l'approvazione della legge elettorale, la componente potrebbe nascere e avrebbe diritto allo sconto delle firme. L'aiuto lo attendono varie forze politiche: dal Progetto civico Italia di Alessandro Onorato al Psi e a Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, fino ad altri soggetti (come il Partito liberaldemocratico di Marattin, che pure potrebbe guardare più facilmente ad Azione).
Ovviamente anche Sud chiama Nord potrebbe tranquillamente formare una componente, se si trovasse qualcun altro che si unisse all'unico parlamentare rimasto a rappresentare il partito fondato da Cateno De Luca, Francesco Gallo. Ovviamente altre componenti potrebbero nascere attraverso grazie a uno qualunque dei simboli che non hanno avuto eletti, ma sono stati comunque presentati alle elezioni nel 2022 e che potrebbero essere "rimessi in pista" (sia pure con la fatica delle firme da raccogliere) con la collaborazione di almeno tre deputati che volessero formare una componente (anche se non è scontato che ci sia chi è disposto a lasciare il proprio gruppo, togliendo risorse a questo): l'elenco è lungo, visto che si va da Italexit (con tutto il problema legato alla rappresentanza dell'associazione) e Unione popolare, fino a Vita, Alternativa per l'Italia e a Forza del Popolo, passando per il Partito della follia creativa (del dottor Giuseppe Cirillo!), il Partito animalista, il Pci e Noi Di Centro di Mastella. 
Se però c'è chi pensa a cercare di abbassare l'asticella (quasi come Fantozzi ai giochi aziendali), qualcun altro potrebbe avere la tentazione di eliminarla proprio. Già, perché lo stesso articolo di Giarelli si parla anche di un "vero suk" potenziale, individuato in Noi mode­rati, che oggi è un partito, ma allora era una fede­ra­zione che conteneva ben quattro sim­boli, quelli di Noi con l'Italia (il gruppo originario di Maurizio Lupi), di Italia al Centro di Giovanni Toti, di Coraggio Italia di Luigi Brugnaro e dell'Unione di centro. Segnala Giarelli che "secondo un'inter­pre­ta­zione ampia delle norme, cia­scuno di que­sti sim­boli godrebbe dell'esen­zione dalla rac­colta firme anche qua­lora si sfi­lasse dalla fede­ra­zione" (Giarelli ricorda anche l'Italia dei valori, apparentata con Noi con l'Italia - e oggi federata con Noi moderati - ma non presente nel fregio elettorale). 
Davvero sarebbe percorribile quella strada? L'articolo dà di nuovo voce a Sal­va­tore Cur­reri: "È pro­ba­bile che pre­valga l’ipo­tesi di più esen­zioni, del resto sarebbe inu­suale anche il con­tra­rio, e cioè che a non dover rac­co­gliere le firme fosse solo una iden­tica fede­ra­zione di nome Noi mode­rati". Questo sarebbe dovuto al fatto, tra l'altro, che l'Udc ha due eletti (Lorenzo Cesa alla Camera, Anto­nio De Poli al Senato), Coraggio Italia può contare su Michaela Biancofiore; occorre notare peraltro che Noi con l'Italia nel 2023 ha formalmente cambiato nome in Noi moderati e che forse questo non aiuterebbe a moltiplicare le esenzioni.
In ogni caso questo riporta alla mente, oltre che un dubbio sollevato proprio da Curreri nel 2018 (quando, su lacostituzione.info, temeva che i "simboli-liste matrioska" potessero far nascere più gruppi parlamentari aggirando le nuove norme regolamentari del Senato), ciò che era accaduto alla vigilia delle elezioni del 2022, proprio pensando al simbolo della lista +Europa - Centro democratico del 2018, che quattro anni e mezzo dopo di fatto generò due esenzioni: per il costituzionalista Giovanni Guzzetta l'Italia era "la terra dei miracoli" in cui le esenzioni si moltiplicavano e che "se [le forze politiche] vogliono una corsia preferenziale così ampia rispetto al viottolo lasciato agli altri cittadini, questi ultimi hanno tutti gli strumenti per giudicarli. Certo se da un lato si rende la vita più facile a chi è già nelle istituzioni e dall'altro non si interviene per dare una chance dignitosa a chi da fuori voglia legittimamente entrarci (magari anche senza esenzione), non ci si può poi lamentare che il populismo dilaghi, l'astensionismo aumenti e la fiducia nella politica tocchi i minimi storici"; sempre Guzzetta notò che "Nel caso di Centro democratico nelle scorse elezioni la lista che ha ottenuto il requisito per l'esonero era formata dalla fusione di Centro democratico e +Europa. Quindi a mio parere in termini strettamente giuridici, il soggetto che ha diritto all'esenzione non è né il Centro democratico da solo, né la lista +Europa da sola. Perché è attraverso la loro fusione che hanno ottenuto quel consenso che ha garantito loro il requisito per l'esenzione stessa", arrivando a ritenere che interpretazioni estensive delle disposizioni sull'esonero dalla raccolta firme fossero pericolose perché gli uffici elettorali avrebbero potuto poi dare letture diverse.
Del resto, se passasse la linea di ritenere lecitamente "scorporabili" le quattro anime di Noi moderati quand'era federazione, sarebbe possibile praticare la mitosi di Alleanza Verdi e Sinistra, esentando tanto la lista guidata da Europa Verde quanto quella promossa da Sinistra italiana (cosa che potrebbe essere utilissima per il centrosinistra). Nella remota eventualità che nessun'altra forza fosse interessata a fruire di quell'esenzione moltiplicata, sarebbe bello esentare la lista Forza Pippo, evocata dalla ministra delle riforme istituzionali: forse, essendo finita nel calderone della cronaca politica di questi giorni, merita di esistere un po' di più (anche se la Disney non sarebbe d'accordo nel veder utilizzato il disegno di Goofy).

lunedì 14 settembre 2026

Riforma elettorale: verso ostacoli abnormi a nuove liste e a forze locali?

Giovedì si è conclusa in aula al Senato la discussione generale sulla riforma elettorale promossa dal centrodestra, di cui tra oggi e domani è prevista l'approvazione da parte dell'aula di Palazzo Madama. Inevitabilmente gran parte dell'attenzione si è concentrata su alcuni degli aspetti cui i media e il dibattito pubblico hanno riservato più spazio - dalla reintroduzione delle preferenze al tramonto dell'ipotesi del ballottaggio - ma in questo spazio è necessario concentrarsi, come si è già fatto alla Camera, sulle norme che regolano l'accesso alla competizione elettorale. Questo anche perché tra giovedì e venerdì si è verificato un fatto significativo e che difficilmente può non colpire chi studia a fondo le procedure della democrazia: il notevole - anche se per ora solo potenziale - aggravamento delle condizioni per presentare le liste per le formazioni politiche non presenti in Parlamento, peraltro non dovuta a un emendamento diretto della maggioranza, ma frutto della riformulazione di quello stesso emendamento richiesta dal governo.
Si parla di una proposta di modifica a firma della senatrice di Fratelli d'Italia Antonella Zedda, nata per eliminare gli effetti della "norma anticespugli" introdotta dalla Camera tramite un emendamento a prima firma del deputato forzista Paolo Emilio Russo (e andare anche un po' oltre); il governo aveva subordinato il proprio parere favorevole a una riformulazione, la cui portata sarebbe stata pesantissima. Il testo suggerito dall'esecutivo, infatti, moltiplicava per sei il numero minimo delle firme da raccogliere per presentare una lista in un collegio plurinominale; la presentazione di una lista, peraltro, era resa ancora più difficile dall'aumento del numero minimo di circoscrizioni in cui presentare le proprie liste, da un terzo (condizione peraltro non prevista dalle norme in vigore, ma proposta dal disegno di legge proposto a Montecitorio da Fratelli d'Italia e approvato dalla Camera) alla metà, pena la ricusazione delle candidature. Un'ulteriore riformulazione presentata venerdì, poi effettivamente sottoposta al voto dell'aula di Palazzo Madama, ha ridotto le firme richieste, che comunque sono il quadruplo di quelle ora richieste, sempre con l'introduzione dell'obbligo di presentare la lista in almeno metà delle circoscrizioni previste.
Se l'aumento abnorme delle sottoscrizioni richieste rende difficilissimo a chi non è già in Parlamento presentare liste, l'obbligo di presentare candidature in almeno metà delle circoscrizioni italiane rischia di sbarrare l'accesso alle schede elettorali persino a simboli di forze politiche concentrate in alcune aree del paese e non legate a minoranze linguistiche tutelate. Se la Camera confermasse la disposizione approvata al Senato, ciò potrebbe avere conseguenze enormi sulla conformazione del sistema partitico italiano, per lo meno di quello che riesce ad affacciarsi alle elezioni. E, fermo restando il rispetto dovuto a chi rappresenta le istituzioni, ci si permette di dire che, più che una semplificazione, si sarebbe di fronte a un estremo impoverimento, che nessuna persona che abbia a cuore la democrazia e le sue procedure potrebbe accogliere con soddisfazione.

Il dibattito in Commissione

Prima di concentrarsi sull'emendamento della discordia, vale la pena fare qualche passo indietro per ripercorrere l'iter della legge al Senato. La commissione Affari costituzionali aveva iniziato a occuparsi della riforma elettorale il 21 luglio scorso, dedicando le sedute sino alla fine del mese a un nuovo ciclo di audizioni di esperti; era stato poi fissato al 1° settembre il termine per la presentazione degli emendamenti da parte delle forze politiche e proprio in quel giorno è ripreso l'esame del testo trasmesso dalla Camera, interrotto il 5 agosto.
Come le cronache hanno narrato, l'esame in Commissione si è concluso la mattina di mercoledì 9 settembre senza mandato al relatore (che era il presidente dell'organo, Andrea De Priamo di Fdi), perché gli emendamenti non sono stati tutti votati in quella sede: già in quella sede, peraltro, era stato approvato l'emendamento 1.6, a prima firma del senatore di Fdi Lisei - come si vedrà più tardi - volto a reintrodurre le preferenze (tre) con capolista "bloccato" il cui inserimento non era riuscito alla Camera, soluzione di compromesso ritenuta dai proponenti idonea "a contemperare l'esigenza di scelta dell'elettore con quella, dei partiti, di poter candidare figure di particolare profilo istituzionale o tecnico" (così lo stesso Lisei, in base al resoconto sommario); non erano mancate parecchie discussioni sugli effetti in materia di equilibrio di genere delle preferenze proposte.
Non sono mancati, peraltro, passaggi in cui si è discusso dell'esenzione dalla raccolta firme (Ilaria Cucchi, per Avs, aveva invitato a eliminare ogni riferimento a date già trascorse per valutare il requisito di presenza parlamentare alla base dell'esonero, ancorando questo "a un criterio sostanziale, e non meramente formale, di effettiva rappresentanza parlamentare, verificando che essa non derivi da operazioni strumentali") e della raccolta delle firme in formato digitale, proposta da Pd e Avs come "rilevante ai fini della piena democraticità per l'esercizio dei diritti degli elettori" (già in quella sede la ministra Alberti aveva fatto conoscere il suo invito a trasfondere il contenuto degli emendamenti in un ordine del giorno da presentare in aula, vista "l'intenzione di procedere con decisione nel percorso di digitalizzazione").
 

La norma sulle firme spuntata con la riformulazione 

Giovedì in Senato è terminata la discussione generale, anche se il giorno prima l'evento politicamente più rilevante era stato il ritiro, da parte dell'ex presidente del Senato Marcello Pera (Fdi), del suo emendamento 1.322 sul ballottaggio (con assegnazione del premio solo se una lista/coalizione avesse superato il 48% dei voti al primo turno - oppure il 42% se la seconda classificata non fosse arrivata al 38% - oppure al ballottaggio, purché al primo turno la lista avesse superato il 38%). A suo dire il centrodestra, "tradizionalmente e storicamente contrario al sistema del ballottaggio, stava maturando posizioni diverse", al punto che nella prima versione del disegno di legge il ballottaggio era incluso, quindi c'era "materia di discussione, di riflessione e di dibattito"; nessuno in commissione e in aula, però, era tornato sul ballottaggio, in più "il Governo ha pensato di tacere sul punto e tutti hanno fatto finta di dimenticarsi anche delle posizioni sulle quali ieri erano d'accordo" (mentre al di fuori dell'aula l'iniziativa di Stefano Ceccanti e Gaetano Quagliariello - per Libertà Eguale e Fondazione Magna Carta - era stata oggetto di dibattito). Per Pera il ballottaggio continuava a essere una buona soluzione per scongiurare "la palude [...] quando nessuno vince palesemente le elezioni e la maggioranza si trova alla maniera in cui si trova in Parlamento, con tutti i giochi tipici che si fanno in Parlamento" e le maggioranze aritmetiche, per indicare "un chiaro vincitore e una chiara opposizione" e permettere di non far condizionare la maggioranza di governo dalle forze politiche radicali senza eliminare partiti; vista la situazione "di colui che ha presentato un emendamento e che si trova di fronte 200 colleghi che gli dicono di no", Pera ha scelto di ritirare formalmente la sua proposta, ritenendo però che quella sia stata una "occasione perduta, gravemente perduta, in un momento molto grave per l'Europa e che potrebbe diventare molto grave anche per l'Italia", a fronte di "una legge che ha notevoli [...] problemi di carattere tecnico, che invece avrebbero potuto facilmente essere superati, se avessimo avuto il coraggio [...] della democrazia di ascoltare i cittadini italiani e non soltanto il nostro piccolo recinto, che è solo quello parlamentare". 
Nel primo pomeriggio di giovedì, finita la discussione generale, la ministra per riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti in Casellati ha espresso poco prima delle ore 15 i pareri del Governo sugli emendamenti relativi all'art. 1. Il parere era ovviamente favorevole sull'emendamento 1.6, a prima firma di Marco Lisei (Fdi), ma cofirmato da esponenti degli altri partiti del centrodestra - Daisy Pirovano per la Lega, Roberto Rosso per Forza Italia, Mariastella Gelmini per Noi moderati, Antonio De Poli per l'Udc - volto a introdurre le preferenze secondo il modello già proposto dall'emendamento presentato alla Camera da Galeazzo Bignami (Fdi), Francesco Saverio Romano (Nm) e Lorenzo Cesa (Udc) e respinto per un voto - anzi due - dall'aula di Montecitorio, cioè con il capolista "bloccato" e la possibilità di indicare da una a tre preferenze apponendo una croce accanto ai nomi prestampati dei candidati di lista, alternati per genere; su altre proposte il parere era contrario, mentre l'esecutivo aveva scelto - dopo le polemiche di chi aveva lamentato l'inopportunità di prevedere il capolista "bloccato" - di rimettersi all'assemblea per altri subemendamenti presentati dalle opposizioni che avrebbero invece introdotto la doppia preferenza di genere, "libera" (cioè da indicare a mano) o "agevolata" (con i nomi prestampati), senza alcun candidato bloccato o modificato la tripla preferenza di genere "agevolata" eliminando il capolista bloccato. 
Era invece stato chiesto il ritiro degli emendamenti volti ad abbassare 41% la soglia per far scattare il premio di maggioranza al primo turno (firmato da Paola Ambrogio, di Fdi), a cancellare la "norma antiframmentazione" introdotta alla Camera (presentati dalle opposizioni per intero) o ad ammorbidire la stessa, abbassando la "soglia di utilità" al 2%, rendendo comunque utilizzabili i voti della migliore lista di coalizione sotto il 3% anche se avesse preso meno del 2% (firmato da Matteo Gelmetti, Fdi) o riportandola all'1%, sempre però salvando la lista "migliore perdente" anche se la sua percentuale fosse risultata inferiore perfino all'1% (caso piuttosto improbabile, con una soglia di sbarramento al 3%). Poiché quest'ultimo emendamento - il numero 1.212 - portava la firma di Lisei (Fdi), Pirovano (Lega) e Gelmini (Nm), prima dell'espressione del parere da parte del Governo si era pensato che potesse essere questa la soluzione di compromesso trovata all'interno della coalizione, tornando indietro rispetto all'emendamento approvato alla Camera a luglio e proposto da Forza Italia (l'avevano firmato Paolo Emilio Russo e Davide Bellomo) e, anzi, precisando che i voti della migliore lista della coalizione sotto al 3% sarebbero stati utili alla compagine e si sarebbero eventualmente trasformati in seggi anche se la lista non avesse raggiunto l'1%; certo, Forza Italia non aveva firmato il nuovo testo, per ragioni intuibili - visto che si stava provvedendo a cancellare una norma proposta da quel partito - ma era più che lecito immaginare che il centrodestra si sarebbe compattato intorno a quella proposta. 
L'invito al ritiro dell'emendamento Lisei-Pirovano-Gelmini, invece, aveva colto più di qualcuno di sorpresa, soprattutto considerando che era stato emesso parere favorevole su un altro emendamento - il numero 1.321 - firmato dalla senatrice di Fdi Antonella Zedda, che formalmente appariva ancora più "permissivo" dal punto di vista delle liste minori: questo, infatti, avrebbe semplicemente eliminato dall'art. 83, comma 1, lettera c) ogni riferimento alla "soglia di utilità", per cui avrebbe concorso alla cifra di coalizione - utile sia per provare a conquistare il premio di maggioranza, sia per determinare il numero di seggi da assegnare alla coalizione stessa - ciascuna delle liste della compagine, quale che fosse stata la sua percentuale (pur rimanendo ovviamente escluse dal riparto dei seggi le liste rimaste sotto il 3%, fatta eccezione per la "miglior perdente"). Il parere favorevole, tuttavia, era stato legato alla riformulazione di quello stesso emendamento, il cui testo, consegnato evidentemente ai senatori in quell'occasione e appreso dai media che ne hanno parlato, è stato reso pubblico per intero soltanto venerdì. Lo si riporta di seguito, per intero, sottolineando le parti aggiunte in sede di riformulazione:   

Al comma 21 sostituire la lettera b) con la seguente:
           b) al comma 1, lettera c), il terzo periodo è soppresso;
Conseguentemente, al comma 8, lettera a), aggiungere, in fine, le seguenti parole: «e le parole da: "almeno 1.500 e da non più di 2.000" sono sostituite dalle seguenti: "almeno 9.000 e da non più di 10.000"» e dopo il primo periodo sono inseriti i seguenti: «La previsione di cui al periodo precedente non trova applicazione per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare o componente politica di gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, alla data di pubblicazione del decreto di indizione dei comizi elettorali, per i quali il numero delle sottoscrizioni richieste deve essere di almeno 1.500 e non più di 2.000. Resta comunque ferma l'esenzione prevista dal comma 2.» e alla lettera b) sostituire le parole: «un terzo» con le seguenti: «la metà»; dopo il comma 8 inserire il seguente: «8-bis. In sede di prima applicazione, i requisiti previsti dall'articolo 18-bis, comma 1, secondo periodo, del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, inserito dalla lettera a) del comma 8, devono sussistere per le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge.».
All'articolo 2, al comma 9, sostituire la lettera b) con la seguente:
          b) al comma 1, lettera c), il terzo periodo è soppresso.
 
Chiunque, anche solo con uno sguardo, può rendersi conto che il governo aveva subordinato il suo parere favorevole all'eliminazione totale della "soglia di utilità" (dunque legato a una fase successiva allo scrutinio) a un aggravamento pesantissimo delle condizioni per la valida presentazione di una lista (quindi ad adempimenti del procedimento preparatorio, che non hanno nulla di "conseguente", come invece la formulazione del testo suggeriva). Da un lato aveva aumentato di sei volte il numero minimo di sottoscrizioni richieste (da 1500 a 9000) in ognuno dei collegi plurinominali previsti - 49 alla Camera, 26 al Senato - per le liste di formazioni politiche non presenti in Parlamento, mantenendo la quota attualmente prevista di 1500 firme per i partiti costituiti in gruppo parlamentare o componente politica (anche se formati in corso di legislatura) al momento in cui le elezioni fossero state indette - ma escludendo di alleggerire l'onere per gruppi o componenti sorti dopo l'entrata in vigore della riforma elettorale - e confermando l'esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni per le forze politiche in grado di formare un gruppo almeno in una Camera all'inizio della legislatura. Dall'altro lato aveva aggravato una norma introdotta dal disegno di legge in esame, che alla necessità di presentare una lista in almeno due terzi dei collegi uninominali di una circoscrizione aveva aggiunto l'obbligo di coprire almeno un terzo delle circoscrizioni previste, pena la ricusazione delle candidature presentate: l'emendamento riformulato, infatti, aveva innalzato la quota di presenza obbligatoria nelle circoscrizioni da un terzo alla metà. 
Quell'emendamento, in concreto, avrebbe reso necessario raccogliere - oltre alle almeno 300 sottoscrizioni per la Valle d'Aosta - almeno 441000 firme per la Camera e - fatta eccezione per la Valle d'Aosta e il Trentino - Alto Adige, i cui collegi uninominali richiedono da 300 a 600 firme ciascuno - almeno 234000 firme per il Senato (queste, come si è già ricordato, potrebbero anche essere di sottoscrittori che hanno firmato anche per la Camera, visto che formalmente si tratta di due elezioni diverse e non c'è un divieto esplicito). D'altro canto, una forza politica che, pur non volendo seriamente concorrere per ottenere seggi, avesse puntato al minimo sforzo per presentare liste alla Camera nel numero minimo di circoscrizioni richiesto dalla legge (13, la metà di 26, escludendo la circoscrizione del Trentino - Alto Adige), avrebbe dovuto coprire tutte le circoscrizioni con un solo collegio plurinominale (Lombardia 4, Veneto 1, Friuli - Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna) e due delle altre circoscrizioni aventi da 2 a 4 collegi plurinominali, sapendo che per interpretazione costante dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, quando i collegi plurinominali di una circoscrizione sono due, perché la lista sia ammissibile va presentata in entrambi: la presenza obbligatoria in 15 collegi plurinominali alla Camera si sarebbe tradotta in almeno 135000 firme da raccogliere.
 

Da 9000 a 6000 firme per collegio: il testo votato 

La portata dell'emendamento Zedda riformulato dal governo - peraltro senza che alcuna spiegazione sia stata fornita in aula durante la seduta di giovedì - dev'essersi fatta via via più chiara e deve avere ingenerato le proteste di gran parte delle opposizioni: lo si può intuire leggendo il resoconto stenografico della seduta di venerdì, giorno in cui la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli (Fi) ha avvertito che, "per le vie brevi, è arrivata anche la richiesta di accantonamento" dell'emendamento Zedda (relativo pure al numero di firme da raccogliere a causa della riformulazione richiesta dal Governo) dopo che il senatore Pd e costituzionalista Andrea Giorgis aveva chiesto e ottenuto di accantonare il suo emendamento 1.100, volto a introdurre la raccolta delle sottoscrizioni in formato digitale, nell'auspicio che le due proposte di modifica venissero discusse insieme.  
Dopo il voto sui vari emendamenti d'opposizione (tutti respinti) volti a modificare il sistema di preferenze introdotto il giorno prima dall'emendamento a prima firma Lisei, il funzionamento e l'attribuzione del premio (includendovi, tra l'altro, i voti del Trentino - Alto Adige) - ma anche sull'ordine del giorno del M5S (respinto, conformemente al parere del Governo) volto a estendere il voto a chi avesse compiuto almeno sedici anni - era arrivato il momento di votare l'emendamento Zedda riformulato, che peraltro nel frattempo era stato nuovamente modificato: non solo era stato corretto un probabile errore formale nella disposizione sulla prima applicazione della riduzione delle sottoscrizioni (forchetta tra 1500 e 2000 firme), precisando che il gruppo parlamentare sorto in corso di legislatura o la componente del gruppo misto dovevano sussistere "alla data di entrata in vigore della presente legge" (e non più "per le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge": precisazione ridondante, essendosi già chiarito che si trattava della prima applicazione), ma soprattutto le firme richieste in ciascun collegio plurinominale per le liste prive di gruppi o componenti parlamentari erano state ridotte a un minimo di 6000 e un massimo di 7000, praticamente moltiplicando per quattro - e non più per sei - il minimo richiesto dalle norme vigenti. Il che vorrebbe dire, riprendendo i numeri di prima, che si dovrebbero raccogliere - oltre alle almeno 300 sottoscrizioni per la Valle d'Aosta - almeno 294000 firme per la Camera e - fatta eccezione per la Valle d'Aosta e il Trentino - Alto Adige, i cui collegi uninominali richiedono da 300 a 600 firme ciascuno - almeno 156000 firme per il Senato (anche "sovrapposte" a quelle della Camera); in più, una forza politica interessata a raccogliere il minimo indispensabile di firme su scala territoriale, coprendo tutte le circoscrizioni con un solo collegio plurinominale e due delle altre circoscrizioni (essendo presente in ciascuna in almeno due collegi plurinominali), avrebbe dovuto raccogliere almeno 90000 firme.
Non si può non rilevare, con non poco sconcerto, come né durante la seduta di giovedì, né durante quella di venerdì alcun rappresentante del governo abbia fornito alcuna spiegazione sulla scelta di alzare in modo repentino e consistente il numero di sottoscrizioni richieste ai partiti senza rappresentanza parlamentare - con una decisione che non ha eguali nella storia elettorale, se non con riferimento alle elezioni amministrative nei comuni sopra il milione di abitanti con la riforma attuata con la legge n. 53/1990 - né sulla scelta di farlo attraverso la riformulazione di un emendamento che nulla c'entrava con la fase del procedimento elettorale su cui il governo ha scelto di intervenire. Non lo ha fatto la ministra Alberti, non lo ha fatto alcun sottosegretario (in materia elettorale in passato era intervenuta spesso Wanda Ferro). Se alla Camera di fatto è stato il relatore Angelo Rossi (Fdi), con il proprio parere con richiesta di riformulazione - cui il governo si era conformato - sugli emendamenti in materia di esenzione dalla raccolta firme, a decidere di ampliare l'esonero ai partiti costituiti in gruppo all'inizio della legislatura in una sola Camera invece che in entrambe (decidendo contestualmente chi avrebbe potuto fruire in prima applicazione del beneficio e chi no), in questo caso di fatto è stato il governo a decidere direttamente a quale altezza fissare l'asticella tanto per le forze politiche non rappresentate in Parlamento, quanto per quelle con una rappresentanza meno qualificata rispetto al gruppo formato subito dopo le elezioni (in questo caso Futuro nazionale con Vannacci e +Europa). E, lo si deve ribadire, lo ha fatto senza fornire alcuna spiegazione in aula.
Durante il dibattito di venerdì, motivate critiche sono state avanzate dal Partito democratico (Alessandro Alfieri ha ammesso che, con l'abolizione di ogni norma anti-frammentazione in sede di attribuzione del premio e dei seggi, era legittimo "pensare di dare una forte rappresentatività ai soggetti che si presentano", ma era "assurdo" passare dalle 1500-2000 firme ora richieste alle 9000-10000 della prima riformulazione, che non avrebbero permesso alla Lega di presentarsi in Molise; Dario Parrini ha parlato di "porcheria da regime sudamericano", senza contare che quasi 300000 firme sono più dell'1% dei voti validi - 28 milioni - espressi nel 2022 e che "moltiplicare per quattro, in 24 ore, dalla sera alla mattina, il requisito delle firme" è "una cosa che non si può raccontare, che non si può sopportare: è un abuso"), dal MoVimento 5 Stelle (per Stefano Patuanelli 9000 firme erano pari al 6,53% dei 137000 votanti del Molise nel 2022, percentuale che non può dirsi da "lista civetta", come il 4,37% calcolato su 6000 firme; Luca Pirondini ha definito l'emendamento "una porcheria", aggiungendo che se 9000 firme equivalevano a "tagliare due gambe alla democrazia", scendere a 6000 equivale a tagliarne una sola e si dovrebbe invece "garantire a tutti la possibilità di presentarsi alle elezioni"), Alleanza Verdi e Sinistra (per Peppe De Cristofaro è un "segnale pessimo [...] d'impermeabilità" del Parlamento, facendo capire "che vengano privilegiati quelli che hanno già un piede dentro e vengano invece esclusi quelli che hanno un piede fuori, anzi, che hanno entrambi i piedi fuori" e il numero restava "abnorme" a dispetto della riduzione; e se Ignazio La Russa nell'annunciare l'ultima riformulazione aveva ricordato che "Il numero [di firme], sapete bene, nell'eventualità di elezioni anticipate viene abbattuto del 50%", De Cristofaro ha detto con fermezza che "non può essere che si discute del numero delle firme e l'argomento è: però forse si vota prima"; La Russa ha però negato d'avere detto che ci sarebbero state elezioni anticipate) e persino da Pier Ferdinando Casini (Centristi per l'Europa, indipendente nel gruppo Pd) che ha parlato di un legislatore che "insiste a presentare, con norme irragionevoli, provvedimenti che saranno inevitabilmente al vaglio della Corte costituzionale e, come tali, respinti", finendo per indebolire la "credibilità delle istituzioni parlamentari". 
Qualche spiegazione è arrivata da due esponenti di maggioranza. Da un lato, per Forza Italia, Stefania Craxi ha detto che "in questi tempi sciagurati si è consentito di entrare in Parlamento non a chi avesse ricevuto i voti, né a chi fosse stato scelto dai partiti - perché i partiti hanno la responsabilità anche di scegliere la classe dirigente in questo Paese [...], ma a chi ha preso solamente 50 like sul suo profilo Facebook" (posto che nel 2013 il M5S aveva raccolto le firme) e che "la democrazia si difende innanzitutto dimostrando di essere seri", anche attraverso una "norma di buonsenso, atta a non far proliferare liste che sono solo di disturbo", con la citazione espressa delle liste "Forza Roma" e "Forza Lazio" - anche se in effetti di solito è stata "Avanti Lazio" - come "vergogna democratica" (forse dimenticando che con quella "vergogna democratica" anche il centrodestra si è alleato in alcuni casi, per esempio nel 2003 alle elezioni provinciali di Roma). Dall'altro lato, per Fratelli d'Italia, Lucio Malan ha rilevato che le "soglie di utilità" erano state eliminate per "fare in modo che la voce di ciascuno di coloro che esprime il suo voto a favore di una certa coalizione possa partecipare alla determinazione dell'eventuale attribuzione del premio di maggioranza a quella coalizione", ma ritenendo che questo comportasse l'esigenza di "evitare di avere delle schede infinite, enormi, con le liste più pittoresche e meno rappresentative" attraverso l'aumento del numero delle firme richieste, ritenendo la quota minima di 6000 come "una cifra opportuna". In ogni caso, l'emendamento è stato approvato, finendo per precludere vari emendamenti successivi. 

Riflessioni, a partire da qualche numero

Nell'attesa di capire cosa accadrà alla Camera, chiamata a votare sulle modifiche apportate dal Senato al testo approvato in prima battuta a metà luglio da Montecitorio, qualche riflessione sull'emendamento che ha fatto lievitare il numero delle firme richieste per chi non ha una rappresentanza elettorale qualificata appare necessaria. E occorre riflettere dando i numeri, o almeno qualche numero, ricordando sempre che la raccolta firme in Italia è il solo modo per dare dimostrazione di un minimo di consistenza e serietà di una forza politica (altrove, com'è noto, si prevede il deposito di una cauzione), per escludere le frivolous candidatures (come ricordava Giuseppe Ferrari nella sua voce dell'Enciclopedia del diritto denominata Elezioni (Teoria generale)). ma non è certo stato concepito come un sistema di sbarramento all'ingresso della competizione elettorale. 
 

La tabella sopra riportata indica, per ciascuno dei collegi plurinominali previsti per la Camera, a quale percentuale corrispondono rispettivamente 9000 e 6000 sottoscrittori, considerando tanto gli elettori quanto i votanti del 2022. Si scopre così che in Molise 6000 firme corrispondono al 2,46% del corpo elettorale e in Basilicata all'1,34%: la quota è altissima, la più alta mai riscontrata in Italia. Basti pensare che, come si è già ricordato su questo sito nel 2019, in vista delle elezioni dell'Assemblea costituente servivano almeno 500 e non più di 1000 firme di elettori per ciascuno dei 32 collegi previsti in quell'occasione: nel collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone 500 firme equivalevano allo 0,028%, in quello di Potenza e Matera (il meno popoloso) erano pari allo 0,155%. Nel 1948, alle prime elezioni politiche, era rimasto uguale il requisito delle sottoscrizioni, ma 500 pesavano lo 0,208% nel collegio di Campobasso e lo 0,027% in quello di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone; negli stessi collegi, nel 1963 - a causa dell'aumento della popolazione - nel collegio di Campobasso 500 firme erano pari allo 0,197%, percentuale scesa ulteriormente allo 0,020% del collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone. 
Nel 1976, quando la legge n. 136/1976 introdusse le prime esenzioni dalla raccolta firme e si era abbassato il requisito di rappresentatività (si dovevano raccogliere tra 350 e 700 sottoscrizioni per collegio plurinominale), a fronte di un aumento della platea elettorale anche a causa del voto ai diciottenni, il valore minimo di 350 schede pesava per lo 0,141% nel collegio di Campobasso-Isernia e per lo 0,01% a Roma-Viterbo-Latina-Frosinone. Posto che durante la vigenza delle "leggi Mattarella" tutte le forze politiche dovettero raccogliere le firme, senza alcuna eccezione (se ne parlerà tra poco), nel 2006 l'asticella si alzò in modo sensibile: in Molise - sotto i 500mila abitanti - servivano almeno 1500 firme, pari allo 0,57% del corpo elettorale; in Umbria - come circoscrizione con oltre 500mila abitanti e sotto il milione - occorrevano almeno 2500 sottoscrittori, pari allo 0,36%; in Lombardia 1 (Milano e Monza), con ben oltre un milione di abitanti, servivano almeno 4000 firme, pari allo 0,13% degli aventi diritto al voto. Con il sistema in vigore, che richiede in ciascun collegio uninominale almeno 1500 sottoscrittori, quel numero - secondo i dati del 2022 - è pari allo 0,61% in Molise, allo 0,34% in Basilicata e allo 0,097% in Lombardia 1 - 01 (Rozzano - Legnano - Milano Loreto, Bande Nere, Buenos Aires-Venezia).
Basta uno sguardo anche rapido alla tabella riportata sopra per rendersi conto di quanto l'emendamento proposto faccia lievitare la quota di firme richieste nei vari territori Per giunta, la mancata previsione di un numero di sottoscrizioni variabile in base alla popolazione - problema già presente nella legge in vigore e accennato dalla sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale - aumenta la difficoltà nella ricerca dei sottoscrittori nei collegi meno popolosi.
Già nel dibattito in Senato alcuni parlamentari hanno fornito altri numeri interessanti; qui pare opportuno continuare. Le almeno 294000 firme necessarie per presentare una lista alla Camera su tutto il territorio nazionale (con la Valle d'Aosta si arriva quasi a 300mila) sono più di metà delle firme che servono per sostenere validamente una richiesta di referendum, un numero oggettivamente altissimo. Persino per le elezioni europee il numero minimo di firme a livello nazionale (30mila in ciascuna delle cinque circoscrizioni, quindi almeno 150mila in tutto), quasi inaccessibile per tutti, è più basso di quello richiesto in base all'emendamento da chi non ha una presenza parlamentare qualificata. A quest'ultimo proposito, bisogna anche dire che le ultime riforme dei regolamenti di Camera e Senato, che rendono più difficile la formazione di gruppi e componenti parlamentari in corso di legislatura a loro volta complicano di molto la possibilità che un partito nato dopo le elezioni possa sperare anche solo di abbassare l'asticella a 1500 firme.
La necessità di raccogliere un numero di sottoscrizioni quattro volte superiore a quello ora previsto dalla legge metterà certamente in difficoltà le liste di nuova formazione che cercano di radicarsi sul territorio ma non sono ancora consolidate, oppure i partiti minori che non hanno più la solidità di un tempo. Qualcosa di simile, del resto, sarebbe accaduto in passato se il requisito delle firme fosse stato inasprito invece che allentato, il che avrebbe messo in difficoltà varie formazioni, a iniziare dal Partito radicale (come del resto ha ricordato in aula Maria Domenica Castellone (M5S), invitando a onorare la memoria di Emma Bonino "non a parole, ma con i fatti", dunque non approvando una norma che non avrebbe permesso al Partito radicale di presentare liste e di eleggere deputati - inclusa Bonino - nel 1976).
Lo stesso emendamento, peraltro, rischia di tenere lontani dalla scheda elettorale vari simboli depositati al Viminale e - a differenza di quelli depositati per mera "dimostrazione di esistenza in vita" - spesso seguiti dalla presentazione di alcune liste in un numero limitato di circoscrizioni. A volte si è trattato di presenze soprattutto di testimonianza (si pensi, nel corso del tempo, a partiti quali il Pri, il Pli, il Movimento politico Pensiero e Azione, 10 volte meglio, Tutti insieme per l'Italia, oppure qualcuna delle creature politiche di Giuseppe Cirillo), che però sono ampiamente tornate utili al momento di prestare il proprio simbolo a partiti nuovi che volevano creare alla Camera una componente del gruppo misto (è accaduto anche poche settimane fa, quando Futuro nazionale ha potuto costituire la sua componente grazie a Free, formazione che, essendosi presentata in una sola circoscrizione, in base all'emendamento approvato sarebbe stata esclusa dalle elezioni). La stessa norma, però, non consentirebbe a un partito diffuso soltanto al Sud o soltanto al Nord di presentarsi validamente soltanto in quelle zone: tanto per fare un esempio concreto, la Lega Lombarda presentata nel 1987 (alla pari dell'Union Piemontèisa e del Piemont Autonomista in quello stesso anno o della Liga Veneta nel 1983) non avrebbe mai potuto partecipare alle elezioni in queste condizioni; lo stesso potrebbe dirsi oggi per Sud chiama Nord di Cateno De Luca (a meno che tentasse di presentarsi un po' dappertutto con un cartello simile a Libertà) oppure per Noi Di Centro legato a Clemente Mastella, poco presente al di fuori della Campania. Va solo precisato che la norma introdotta al Senato non riguarda le liste espressione di minoranze linguistiche, comunque non interessate dalla raccolta delle firme.
Se già da queste considerazioni non può che emergere un giudizio severo nei confronti della disposizione inserita con l'emendamento Zedda pluri-riformulato, resta ancora qualche numero da dare e analizzare. Già, perché non si può evitare di domandarsi: le forze politiche della maggioranza che ora richiede alle nuove forze politiche di raccogliere le firme quando l'hanno fatto per l'ultima volta e quante ne hanno raccolte (limitando il dato a quelle necessarie per presentare liste alla Camera)?
Iniziamo da Forza Italia, visto che alcuni degli interventi più accalorati nei confronti delle "liste farlocche" sono venuti da due suoi esponenti, Stefania Craxi in aula e Antonio Tajani al di fuori ("è una vergogna giocare con la democrazia cercando di presentare liste finte o liste civetta. Per concorrere alle elezioni serve il consenso di base, per andare in Parlamento, non basta mettere un simbolo, qual è la garanzia di serietà e di affidabilità? Serve ci sia un consenso, credo sia giusto mettere delle firme per dimostrare che chi partecipa rappresenta qualche cosa"). Salvo errore, il partito fondato da Silvio Berlusconi ha raccolto per l'ultima volta le firme a livello nazionale prima delle elezioni del 2001, perché la legge elettorale allora vigente (il Matterellum) non prevedeva alcuna ipotesi di esenzione e metteva tutte le forze politiche - nuove e consolidate - in condizioni di uguaglianza: in base all'articolo 18-bis della legge elettorale allora vigente occorreva raccogliere almeno 1500 firme nelle circoscrizioni fino a 500.000 abitanti, almeno 2500 sottoscrizioni nelle circoscrizioni fino a un milione di abitanti, almeno 4000 firme nelle circoscrizioni la cui popolazione superava il milione (basta osservare quest'ultimo requisito per rendersi conto che l'emendamento approvato pretendo dalle nuove viste un impegno in tutti i collegi maggiore di quello che era richiesto tra il 1994 e il 2001 nelle circoscrizioni più popolose). Occorre considerare che delle 26 circoscrizioni previste dalla "legge Mattarella", una sola si collocava nella fascia più bassa (Molise), 3 nella fascia mediana (Trentino - Alto Adige, Umbria, Basilicata) e le altre 22 circoscrizioni nella fascia superiore. Un conto rapido indica dunque la necessità di raccogliere almeno 97000 firme; a queste, naturalmente, dovevano aggiungersi quelle per la presentazione dei candidati nei collegi uninominali (tra 500 e 1000 per collegio), ma era la stessa legge a indicare che i sostenitori delle candidature nei collegi e delle liste nelle circoscrizioni potevano coincidere, senza contare che nei collegi uninominali chi si candidava era espresso da tutta la coalizione, quindi non sembra il caso di sommare quelle firme a quelle richieste alle liste. Nel 2006 fu reintrodotto l'esonero per i partiti costituiti in gruppo parlamentare dall'inizio della legislatura in entrambe le Camere, quindi Forza Italia ne beneficiò; nel 2008 il beneficio si trasferì al Popolo della libertà, che fu esentato anche nel 2013; nel 2018 e nel 2022 la riattivata Forza Italia poté contare sul doppio gruppo dall'inizio della legislatura (anche quando si era formato con un nome diverso) e quindi non dovette raccogliere le firme.
Il discorso fatto per Forza Italia - con l'ultima raccolta di almeno 97000 firme fatta nel 2001 - vale anche per la Lega, con la precisazione che nel 2018 la Lega per Salvini premier beneficiò dell'esenzione ottenuta grazie al doppio gruppo della Lega Nord nella XVII legislatura (anche perché formalmente a presentare le nuove liste, col nuovo simbolo, fu proprio la Lega Nord). Quanto a Fratelli d'Italia, invece, dovette raccogliere le firme nel 2013, poco dopo la sua costituzione, perché ovviamente non poteva avere alcuno dei requisiti per l'esenzione fissati dalla legge (doppio gruppo parlamentare dall'inizio della legislatura o lista coalizzata con "almeno due partiti o gruppi politici" col doppio gruppo e che però avesse avuto ottenuto almeno un eletto alle ultime elezioni europee con lo stesso simbolo presentato alle politiche): lo stesso presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel dibattito di venerdì ha ricordato che "quando mi sono occupato di raccolta di firme, quando nasceva Fratelli d'Italia, andai a parlare con il Ministro dell'interno. Chiesi se bastava costituirsi in Gruppo in una delle Camere e rispose positivamente. L'ultimo giorno dissero invece di no e che dovevano essere in due Camere, e noi raccogliemmo le firme in tutta Italia, senza esenzioni e senza dimezzamento". Esenzioni no, vero, ma occorre ricordare che anche Fratelli d'Italia nel 2013 fruì - come tutte le altre forze politiche non esonerate - di una riduzione generalizzata a un quarto delle firme necessarie: alla Camera - se i conti sono giusti - ne bastavano 23625 (ovviamente le firme raccolte potevano essere di più, perché la riduzione non riguardava certo la quota massima delle sottoscrizioni da raccogliere). 
Resta da dire di Noi moderati, che a rigore le firme non le ha mai raccolte alle elezioni politiche: nel 2018, infatti, Noi con l'Italia poté sfruttare - insieme all'Udc - l'esenzione apportata da Cittadini per l'Italia (ex Scelta civica), mentre nel 2022 fu proprio Noi con l'Italia - grazie all'emendamento Magi-Costa al "decreto elezioni 2022" - ad apportare la sua esenzione dovuta all'aver superato l'1% all'interno di una coalizione a permettere al cartello Noi moderati - che univa anche Italia al centro, Coraggio Italia e Udc - di non dover raccogliere le firme. A proposito, quanto all'Unione di centro (nata nel 2002), nel 2013 non dovette raccogliere le firme perché aveva il doppio gruppo parlamentare, nel 2008 un decreto aveva dichiarato sufficiente avere due parlamentari che facevano riferimento a quella forza politica, mentre nel 2006 avrebbe potuto sfruttare l'esenzione legata all'essere coalizzata con almeno due liste con doppio gruppo parlamentare e all'aver eletto almeno un europarlamentare nel 2004, ma formalmente il simbolo era lievemente diverso rispetto a quello di due anni prima quindi non è certo che l'Udc sia stata esonerata nel 2006.
Colpisce, insomma, che chi difende in toto la scelta di moltiplicare per quattro il numero delle firme da raccogliere, per giunta senza contemplare la possibilità di rendere possibile già ora la raccolta in formato digitale (il che potrebbe rendere accettabile il nuovo numero di sottoscrizioni richieste) non raccolga da anni le firme a livello nazionale per le elezioni politiche o europee, così come a livello regionale (lo fa solo a livello locale perché dal 1993 non sono più previste esenzioni). Ovviamente l'elezione di un numero di parlamentari ampiamente sufficiente a costituire gruppi nelle Camere può certamente dimostrare una consistenza rilevante, ma non sembra un motivo sufficiente né accettabile per consentire a chi ha ottenuto quei parlamentari di imporre di fatto alle forze politiche che stanno fuori dal Parlamento uno sbarramento all'ingresso mai visto in tutta la storia repubblicana italiana e, come tale, francamente non giustificabile, nemmeno dicendo di voler prendere sul serio la democrazia.

venerdì 11 settembre 2026

Emma Bonino e Raffaele Costa, momenti "simbolici" da ricordare

Appartiene pienamente alla natura del mondo la morte delle persone, così come il decadimento del loro corpo e (spesso, ma non sempre) delle loro energie; nonostante questo, non ci si abitua mai davvero a quei passaggi e a quel momento che in tante versioni di latino era indicato come dies supremus. L'ultimo giorno, sì, ma volendo anche quello più alto, perché da lì - anche per chi non crede - si possono contemplare tutti i giorni precedenti; quello decisivo, perché permette un primo bilancio sul percorso della vita di una persona, lasciando che altri in seguito si occupino di come quel percorso è stato ricordato, valorizzato, trasmesso.
Queste osservazioni, certamente valide per la vita quotidiana di chiunque, valgono a maggior ragione in politica: un ambito in cui, per giunta, capita non di rado che alcune figure particolarmente riconoscibili abbiano un cursus honorum lungo, a volte lunghissimo, tanto da far sospettare - specialmente, come sia ricordato più volte, in area democristiana, forse più predisposta di altre a questi pensieri - una sorta di tensione all'eternità da parte di costoro. A ricordare che il tempo per ciascun essere umano è comunque definito, anche quando è molto dilatato, provvede puntualmente l'incontro inesorabile con la "nera signora", dopo il quale occorre arrendersi all'idea che quella persona non sarà mai più candidata o eletta, non rilascerà più dichiarazioni e interviste, anche se verosimilmente sarà sufficiente attingere alle tante parole dette in passato e consegnate ai media per immaginarne il pensiero in varie circostanze (a costo di strattonarlo, in modo più o meno vistoso). Tutto questo vale anche, naturalmente, per Emma Bonino e per Raffaele Costa, morti oggi alla rispettiva età di 78 e 90 anni; entrambi piemontesi (anzi, della provincia di Cuneo: di Bra lei, di Mondovì lui), hanno vissuto resistenze completamente diverse, accomunate però da una lunghissima militanza politica, da una consistente presenza nelle aule parlamentari e nelle istituzioni (entrambi hanno ricoperto incarichi ministeriali) e dalla chiara riconducibilità a un'area politica - quella radicale per Bonino, quella liberale per Costa - anche se entrambi i cammini sono stati legati a più sigle partitiche e a più simboli.
In queste ore, in questi giorni saranno moltissimi i ricordi, gli articoli, le testimonianze, ovviamente anche gli interventi critici, sicuramente rispettabili in quanto rispettosi (diversamente dai commenti francamente inaccettabili che puntualmente, quando la vita di un politico finisce, e non di rado anche prima, è sempre più frequente leggere). In questo sito, data la particolarità del punto di osservazione che si adotta, invece che ripercorrere per intero le biografie di chi non c'è più si preferisce concentrarsi su alcuni momenti, alcuni passaggi cruciali che hanno avuto un valore simbolico, anche in senso letterale

Quando divenne segretario del Partito liberale italiano dopo Renato Altissimo (dimessosi dopo essere finito nell'elenco degli "avvisati" di "Mani pulite"), il 27 maggio 1993, Raffaele Costa era alla sua quinta legislatura e alla sua terza esperienza da ministro: era alla guida del dicastero dei trasporti, nella compagine del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. Era già da tempo innescato il processo che stava squassando la politica italiana - lo stesso governo Ciampi era nato dopo il successo travolgente dei referendum del 18-19 aprile, incluso quello che aveva trasformato il sistema elettorale del Senato in senso maggioritario, e Giuliano Amato aveva lasciato Palazzo Chigi proprio perché aveva letto quel risultato referendario come un avviso di sfratto per chi stava governando - e probabilmente lo stesso Costa dovette avere la sensazione che la sua segreteria del Pli sarebbe stata l'ultima, un po' perché il sistema politico stava cambiando, anche per gli effetti delle inchieste sulla corruzione, un po' perché i debiti del partito avrebbero impedito di continuare giuridicamente quella storia. Così in effetti fu: dal 4 al 6 febbraio 1994 si tenne all'hotel Ergife di Roma il XXII congresso del Pli, l'ultimo, perché alla fine la platea congressuale decise - forse illegittimamente, perché secondo alcuni non si raggiunse la maggioranza indicata allora dallo statuto - lo scioglimento del partito, avviandolo alla liquidazione, per poi fondare subito dopo la Federazione dei liberali (inizialmente con quasi tutti gli ex delegati del Pli, poi essenzialmente con coloro che erano meno legati al centrodestra), sotto la guida di Raffaello Morelli.  
Nello stesso periodo in cui venne scelto come segretario del Pli, tuttavia, lo stesso Costa fondò con Alfredo Biondi e - tra gli altri - Stefano De Luca, allora sottosegretario alle finanze del governo Ciampi, l'Unione di centro, formazione politica cbiaramente alternativa alla sinistra, nata per mano di liberali, ma potenzialmente pronta ad accogliere altri soggetti moderati, con diverse sensibilità. In un convegno organizzato dal Pli il 13 agosto 1993 Biondi definì l'Udc "una speranza di proposta e non di protesta"; per Costa era soprattutto frutto di un pensiero ben chiaro, legato alla riforma elettorale politica appena approvata, le "leggi Mattarella": "Noi dobbiamo pensare - si ascolta nell'intervento, riproposto da Radio Radicale - che nel futuro ci troveremo di fronte a un Paese che elettoralmente si spaccherà [...] e buon per noi se si dividerà in due tronconi e non in un troncone della sinistra e in una miriade di tronconi al centro e al centrodestra. Noi abbiamo davanti una scenario in cui la sinistra aspira legittimamente e persino con dignità a guidare il nostro Paese, ma lo fa con delle idee che sono molto diverso dalle nostre [...]. E allora noi, che pur riconosciamo ad altre forze politiche la possibilità, la dignità, la legittimità di guidare il nostro Paese, abbiamo [...] il dovere di batterci affinché le nostre idee prevalgano". Nella necessità di guardarsi intorno per sapere con chi collaborare, sulla base dei programmi, Costa disse di avere avviato un sondaggio "per cominciare timidamente a saggiare il polso della situazione, a sentire i nostri 18500 iscritti e anche molti amici vicini a noi [...]. Gran parte degli amici ci ha chiesto di collaborare esclusivamente fra le forze politiche di centro; una modesta quota ha chiesto di collaborare con le forze politiche di centrodestra; qualcuno ci ha chiesto - non pochi, ma non moltissimi - di aprire un discorso con la Lega; molti ci hanno invece chiesto di combattere la battaglia da liberali. Io vi devo dire che combatte la battaglia da liberali è sicuramente utile, sicuramente bello e sicuramente in cima ai miei pensieri ma [...] neppure la Democrazia cristiana, neppure il Pds sono in grado di combattere una battaglia da soli".
L'Unione di centro iniziò a mettere radici sui territori, partecipò ad alcune elezioni amministrative nell'autunno del 1993 (ma lo fece con simbolo disomogenei, di cui varrà la pena parlare in seguito), poi, sciolto il Pli, emerse come principale soggetto politico dichiaratamente liberale finito in naturale dialogo con la compagine che si stava creando attorno alla figura di Silvio Berlusconi: alla conferenza di presentazione del Polo delle libertà Costa definì la "sua" Udc "il filone liberale più tradizionale" di quella coalizione. Sfruttando la possibilità di mostrare fino a cinque contrassegni accanto al nome di ciascun candidato nei collegi uninominali (strategia spiegata a fondo da Peppino Calderisi), anche l'Unione di centro schierò sulle schede rosa il proprio simbolo, nel frattempo consolidatosi: un nastro tricolore (composto da due bande rosse e due verdi alternate tra loro e separate da strisce bianche) annodato e delimitato da una corona circolare blu riportante il nome del partito. Accompagnato anche da quel simbolo, Costa riuscì a farsi rieleggere deputato nel collegio di Fossano - rioccupando anche la carica di ministro della sanità nel primo governo Berlusconi - e si fece confermare pure nelle due legislature successive. Nel frattempo, però, l'Udc - diventata Unione liberale di centro - aveva di fatto aderito a Forza Italia; anche in seguito, in ogni caso, Costa non rinunciò a proporre iniziative liberali all'interno di quel partito, come l'area Liberalismo popolare (con la fondazione delle Case del cittadino). Nessuna, tuttavia, ebbe la forza di quel logo voluto da Raffaele Costa, decisamente nazionale ed elitario insieme, elegante, istituzionale eppure poco tradizionale dell'Udc, che tuttavia ballò per poco più di un'elezione; la sigla, in compenso, nel giro di qualche anno avrebbe traslocato dai post-liberali ai post-democristiani, facendo dimenticare a più di qualcuno quell'episodio precedente, tutto meno che irrilevante.
 
Quanto a Emma Bonino, ci sarebbe l'imbarazzo della scelta a ricordare episodi della sua vita, tutti intrecciati strettamente con la storia radicale (anche dopo gli ultimi dissidi con Marco Pannella, che avevano portato a dividere le loro strade); eppure almeno un paio di passaggi hanno un valore simbolico imprescindibile.
Il primo si colloca nel 1999, dopo la campagna "Emma for President", con cui Bonino - allora commissaria europea per la cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi - fu proposta come potenziale Presidente della Repubblica per succedere al Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro. Di voti dal Parlamento in seduta comune - che elesse invece Ciampi al primo scrutinio - ne avrebbe ottenuti soltanto 15, ma la campagna capillare con tavolini e gazebo in giro per l'Italia aveva lasciato il segno e, al momento delle elezioni europee, la commissaria dimissionaria Bonino (che di legislature - sia pure non intere, a seguito della prassi radicale delle dimissioni anticipate - ne aveva già attraversate 6, fino all'ultima in cui era stata eletta nel 1994 per il Polo della libertà nel collegio uninominale della Camera di Selvazzano Dentro) era la radicale più nota in assoluto tra chi questa volta avrebbe potuto votarla davvero. Così, in occasione della seconda assemblea nazionale dei Radicali per la Rivoluzione liberale e gli Stati Uniti d'Europa, tenuta a Monastier di Treviso il 10 e l'11 aprile 1999 (quando ancora non si era votato per il Quirinale), al secondo giorno dell'assemblea Marco Pannella fece una proposta chiara, netta: "Per l'Europa, con la riprova dei questi ultimi quattro-cinque anni, con non solo la vox populi, ma con i riconoscimenti politici e giornalistici di tutta l'Europa e non solo, che cosa d'altro e di meglio può essere proposto 'for Europe' se non 'Emma for Europe'? [...] La cosa semplice per la quale prendo la parola è per proporre a Emma, innanzitutto a tutti noi di annunciare sin d'ora che per le elezioni europea gli elettori del popolo italiano potranno anche scegliere le liste Emma Bonino, anche - se necessario - come voto di appello al voto 'for president' che fosse ispirato ancora una volta semplicemente a calcoli e a tristezza di Palazzo. [...] Nel '92 inventammo, dovemmo inventare per la prima volta in Italia delle liste con il nome di una ditta e la ditta era Marco Pannella; oggi, per gli stessi motivi, ma con la crescita delle ragioni e con una posta infinitamente più importante - storicamente, per il Paese, per noi e per l'Europa - adesso è il momento nel quale dovresti guidare le liste Emma Bonino". La sua risposta - ascoltabile, come l'intervento di Pannella, su Radio Radicale - fu la seguente:
Succederà che in questi giorni sentiamo dibattiti dei più vari, sulla necessità della riforma dell'Europa [...] o di come metterci tutti in grado di meglio prevenire, di meglio guidare, di meglio... e fiumi, fiumi di parole e righe per dire quanto l'Europa sia inadeguata, impreparata, di quanto il trattato che entra in vigore il primo maggio sia obsoleto, si riferisca praticamente a un mondo che non esiste più. Credo che sia nostra responsabilità - insieme ad altri, ma intanto nostra - fare in modo che, passata l'emergenza, passata l'emozione, non si vada tutti col cervello in vacanza o anche magari fisicamente in vacanza e che di queste profonde necessità di riforma - italiana, europea e del Consiglio di sicurezza - rimanga non testimonianza, ma azione. E so perfettamente quanto sia importante - Jean Monnet ce l'ha detto tanto tempo fa, 'Nulla è possibile senza le persone, niente dura senza le istituzioni' [...] -che chi ha una visione federalista e politica dell'Europa riesca a mettere al prossimo Parlamento europeo una testa di ponte di deputati determinati e convinti [...] della necessità di rivedere i trattati con assoluta urgenza e di far incardinare, per esempio, quell'Unione diplomatica e militare che sommessamente mi ero permessa... E quindi so perfettamente quanto sia importante incardinare al Parlamento una testa di ponte determinata, federalista, che non fa del turismo internazionale, ma sa fare dell'attività politica transnazionale [...]. E se, per meglio esplicitare questo programma politico, se "Emma for Europe" o "Bonino for Europe" evoca, esplicita meglio oggi di "Pannella for Europe" o di "Radicali for Europe" questo nostro programma politico, se meglio e più direttamente evoca non solo la nostra storia, i nostri ideali, le nostre battaglie, la nostra voglia di dare un'anima politica liberale all'Europa e alle sue istituzioni - quello che in realtà ho cercato di testimoniare nel modo migliore possibile per me col mio mandato di commissario europeo, mettendoci tutta me stessa - allora, se questo si ritiene, che questo nome, questa faccia sia immediatamente più evocativa, che non ha bisogno di tanti giri di parole [per dire] 'Questa è l'Europa che vogliamo', allora, in questo contesto, allora il mio nome, la mia faccia, che sono patrimonio di tutti coloro che da cinquant'anni federalisti sono - patrimonio radicale ma non solo - allora il mio nome, la mia faccia sono a disposizione.
 
Le parole di Emma Bonino, come già la precedente proposta di Pannella, scatenarono un applauso incredibile: lei aveva accettato di farsi simbolo e contestualmente era già pronto il simbolo per le elezioni europee, curato presumibilmente da Aurelio Candido. Il cognome di Bonino era l'ingrediente fondamentale su fondo giallo, disposto su un tracciato curvilineo simile a quello che Candido aveva creato nel 1992 per la Lista Pannella; al cognome erano aggiunti il nome "Emma" in carattere Mistral (com'era scritta la parola "lista" nel 1992) e il simbolo della pace rosso e bianco, il tutto racchiuso in una corona blu con le stelle d'Europa (simile a quella delle europee del 1994, ma più consistente). Quel contrassegno fu depositato al Viminale - anche se formalmente a presentarlo fu sempre l'Associazione politica nazionale 'Lista Marco Pannella' - e fu tradotto in liste, che toccarono l'8,45%, la più alta percentuale mai raggiunta dall'area radicale. Nel 2001 fu ripresentato il simbolo della "Lista Bonino" (ma il nome divenne "crescente" e si aggiunse in rosso il sito www.radicali.it); nel 2006 i radicali parteciparono con i socialisti alla Rosa nel Pugno (contrassegno con cui Emma Bonino fu eletta alla Camera, per poi diventare ministra del commercio estero), mentre nel 2008 fu depositato - ma non utilizzato, viste le candidature nelle liste del Pd, che garantirono a Bonino il seggio al Senato e la successiva elezione a vicepresidente di Palazzo Madama - il simbolo Lista Bonino per Pannella presidente; nel 2010 il simbolo della Lista Bonino del 2001 fu inserito in un altro cerchio giallo, con la dicitura "Lista Marco Pannella", vivendo così ancora per una stagione (quella in cui Bonino non riuscì a essere eletta presidente della giunta regionale del Lazio).
Emma Bonino ovviamente c'era anche nel 2013, candidata della Lista Amnistia Giustizia Libertà, non coalizzata e ben lontana dall'ottenere voti sufficienti per superare lo sbarramento del 4%; ciò non le impedì, fallito il tentativo di Pier Luigi Bersani, di diventare comunque ministra degli esteri del governo guidato da Enrico Letta. Tra il 2014 e il 2015 divenne particolarmente evidente la distanza tra Pannella e Bonino, distanza che parve essere la stessa misurata tra il Partito radicale, da un lato, e Radicali italiani dall'altro (e in quel clima, subito prima della morte di Marco Pannella, maturò la presentazione del simbolo delle liste "radicali" alle elezioni comunali di Milano e Roma del 2016, alla cui conferenza stampa di lancio era presente la stessa Bonino).  
Tempo un anno e mezzo e Bonino fu pronta a farsi nuovamente simbolo, sia pure per un nuovo progetto politico (in qualche modo in coerenza con il concetto di "biodegradabilità" dei soggetti politici e dei loro simboli praticata in area radicale o post-radicale). Il 23 novembre 2017 fu presentato il logo - creato da Stefano Gianfreda - di +Europa, soggetto politico-elettorale frutto dell'impegno di Forza Europa e Radicali italiani: con Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi c'era anche lei. Fin dall'inizio si pose il grave problema della raccolta delle firme, unito alla difficoltà di indicare prima della ricerca dei sottoscrittori - in base all'interpretazione della legge elettorale - tanto le candidature quanto le eventuali alleanze. Fu in ogni caso subito chiaro che il nome di Bonino avrebbe assicurato, ancora una volta, riconoscibilità e maggiori possibilità di superare lo sbarramento del 3%: nel simbolo presentato a novembre nemmeno un mese più tardi fu aggiunto - su un segmento giallo, colore già impiegato dalla lista Bonino - il riferimento "con Emma Bonino", leggermente spostato in alto e forse rimpicciolito per fare posto alla "pulce" di Centro democratico, dopo che fu accolta - il 4 gennaio 2018 - l'offerta di Bruno Tabacci di un apparentamento tecnico per sfruttare l'esenzione dalla raccolta firme spettante a Cd. già impiegato necessariamente e dovendo anche  L'associazione-partito fu fondata il 10 gennaio (anche con l'apporto di Centro democratico e di Gianfranco Spadaccia) e il nome ufficiale fu +Europa, ma con atto separato Bonino mise a disposizione il proprio nome e altrettanto fece nel 2022, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate: in nessuno dei due casi le liste riuscirono a superare il 3%, ma i loro voti concorsero all'elezione di un numero non irrilevante di parlamentari delle coalizioni di centrosinistra e, comunque, alla vittoria in alcuni collegi uninominali (incluso quello che nel 2018 riportò Bonino al Senato per l'ultima volta).  
Fa una certa impressione che "Emma" - tra le poche persone del mondo politico per cui il solo nome sia sufficiente a evocare una figura e la sua azione - se ne sia andata proprio nel giorno in cui l'aula di Palazzo Madama, la sua ultima casa istituzionale, ha approvato una norma (su cui bisognerà tornare molto presto) che moltiplica per quattro il numero di firme che i partiti non presenti in Parlamento dovrebbero raccogliere per presentare liste: chissà che ne pensa lei ora, là dove "non arrivano gli ordini / a insegnarti la strada buona", magari avvolta nel fumo delle sue sigarette.