domenica 26 luglio 2026

L'ultima domenica del Pci (in attesa del nuovo simbolo) rivive con Dondi

Chiunque abbia lavorato per un quotidiano italiano, piccolo o grande, locale, regionale o nazionale, sa che la domenica, se non ci si deve occupare di sport (specialmente di calcio), è una giornata di norma più fiacca delle altre: le pagine a disposizione il giorno dopo per la cronaca di solito sono di meno, in qualche caso il giornale - o il suo "dorso" locale - il lunedì nemmeno esce, quindi le notizie non di primo piano devono attendere i giorni successivi per emergere. Eppure accadde proprio di domenica e si fece largo tra le pagine del giorno dopo una notizia che ha rappresentato "un passaggio cruciale, impossibile da rimuovere. [...] una vera e propria cesura nella vita nazionale, che cambia radicalmente la storia del comunismo italiano e dell'intera sinistra. E non solo". Perché era domenica il 12 novembre 1989, giorno in cui Achille Occhetto, allora segretario del Partito comunista italiano, nella sala del quartiere Navile di Bologna, fece capire che il Pci avrebbe potuto cambiare nome e, di conseguenza, anche il simbolo. In qualche modo, anche se il partito avrebbe continuato ad agire per oltre un anno con quelle insegne, quella fu L'ultima domenica del Pci. Ed è proprio questo il titolo di un libro pubblicato ad agosto dello scorso anno dall'editrice romana Bibliotheka e scritto da Walter Dondi, che quel giorno nella sala di via Pellegrino Tibaldi 17 c'era: era uno dei due giornalisti presenti, anzi, proprio quello che riuscì a fare a Occhetto la domanda giusta per ottenere come risposta tre parole - "Tutto è possibile" - pronte a trasformarsi in una notizia da pubblicare sull'Unità e poi in una svolta, quella della "Bolognina".
Perché è verissimo - come ha scritto nella sua prefazione Luca Bottura - che in Italia la Storia può presentarsi "una domenica mattina, col cielo grigio, in una sala di quartiere, mentre tutti pensano che 'tanto oggi non succede niente'. Poi succede tutto. E ce ne accorgiamo tardi". E merita di essere raccontata la storia "di un giorno preciso - ha annotato ancora Bottura -. Di una frase detta, forse con cautela. Di un titolo scelto con equilibrio. Di un fax che parte e di un direttore che, quella volta, non risponde", in cui ha un ruolo fondamentale proprio Dondi, che oltre a esserci stato, "fortunatamente per noi, ha preso appunti", buoni per ricostruire cos'è accaduto, per capire meglio cos'è successo dopo, a Botteghe Oscure, alla Fiera di Rimini (sede all'inizio di febbraio del 1991 del XX congresso del Pci, quello del cambio di nome) e in tutto il Paese. 
Non è retorico dire che la mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, la storia dell'Italia politica è passata da Bologna, anzi, dalla Bolognina. Per quella personale e professionale di Dondi è stato fondamentale un viaggio, con cui il libro inizia: meno di quattro chilometri, percorsi in taxi con la compagnia di una copia dell'Unità e di un taccuino, da via Barberia 4 (il palazzo Marescotti Brazzetti, oggi sede universitaria, allora sede della federazione del Pci e, in mansarda, della redazione bolognese del quotidiano) alla citata sala di quartiere di via Tibaldi 17, dov'era prevista la celebrazione comunitaria del 45° anniversario della battaglia partigiana della Bolognina. E dove Achille Occhetto, dopo una visita a Mantova, aveva deciso improvvisamente di andare: Dondi era andato là proprio perché il suo caporedattore, Giancarlo Perciaccante, l'aveva avvertito della presenza del segretario Pci. 
 
I giornalisti presenti a quell'evento erano due: Giampaolo Balestrini, giovane cronista dell'Ansa arrivato in tempo (a dispetto del brevissimo preavviso) perché abitava piuttosto vicino al luogo della celebrazione, e appunto Dondi, redattore locale dell'Unità; oltre alla principale agenzia giornalistica nazionale e all'organo del Pci, non c'era nessun'altra testata, cartacea, radiofonica o televisiva, nazionale o locale; anzi, c'erano le telecamere del Tg Regione della Rai, ma senza alcun giornalista al seguito. Nessuno, del resto, si attendeva l'arrivo di Occhetto, da lui stesso qualificato come "improvvisata", compiuta "perché ritengo giusto andare tra la gente che si riunisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà". Il libro ricostruisce l'incedere del discorso del segretario, prima legato alla resistenza, ma presto ricollegato all'attualità, ai "giorni decisivi per l'Europa", dopo il crollo del Muro che per Occhetto rappresentava la vera fine della Seconda guerra mondiale: il suo non era "un intervento di circostanza - spiega ora Dondi -. Bisogna aprire bene le orecchie e scrivere velocemente le sue parole sul taccuino". Una frase che, riletta oggi, dà immediatamente la misura di quanto il mondo sia cambiato: oggi, probabilmente, anche un semplice blogger avrebbe avuto il suo laptop (o almeno un tablet) per prendere appunti, oppure avrebbe usato un registratore insieme a un programma di riconoscimento vocale per ottenere più in fretta il testo grezzo del parlato su cui lavorare; allora, quando lo strumento "portatile" più diffuso era la macchina da scrivere e c'erano i registratori ma mancava il tempo per riascoltare e "sbobinare", occorreva affidarsi interamente alle orecchie, al cervello e alle dita che stringevano la penna/biro/matita e la facevano scorrere sul taccuino.  
l'Unità, 13 novembre 1989, prima pagina
Quelle parole rivolte ai partigiani impiegando un discorso di Mihail Gorbacëv ("Avete vinto la Seconda Guerra mondiale, ma se ora non volete che essa venga nuovamente perduta, non bisogna limitarsi a conservare l'esistente, ma impegnarsi in grandi trasformazioni") già non erano irrilevanti, ma quelle successive - "Da tutto questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. [...] Dal momento che la fantasia politica in questo fine '89 sta galoppando è necessario, nei fatti, andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza" - sembravano non lasciare dubbi sul fatto che qualcosa di grande e, volendo, di grave stesse per avvenire. E non certo riferito alla celenbrazione in cui Occhetto aveva scelto improvvisamente di intervenire.
L'importanza del momento richiede che sia rivissuto, nella sua dinamica, esattamente con le parole di Dondi, anche per assaporare l'atmosfera del dialogo tra colleghi (che si prendono reciprocamente un po' di rischio, non sapendo davvero cosa farà l'altro e come agiranno le rispettive redazioni):   
È necessario capire cosa c'è dietro quelle parole: 'coraggio', 'strade nuove', 'unificare le forze di progresso'Guardo Balestrini e gli dico che dobbiamo parlare con Occhetto prima che se ne vada, chiedergli cosa ha voluto dire con quel discorso. "Secondo me - spiego - c'è l'idea di un cambio del nome al Pci". Ci facciamo largo tra i partigiani che si affollano vicino ad Occhetto per salutarlo e stringergli la mano. Riusciamo a fermarlo per qualche minuto. Nel frattempo, ho concordato con il collega che sia lui a fargli la prima domanda, riservandomi di intervenire successivamente. 
Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?  
"Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni".  
Si è aperta una breccia e bisogna insistere, perciò intervengo.  
Sono Dondi dell'Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci?
Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: "Tutto, lasciano presagire tutto".
Non sono pienamente soddisfatto e ripeto la domanda: Quindi il Pci cambierà nome?  
Occhetto pare non volere replicare, poi si blocca e risponde: «Tutto è possibile». Sta per allontanarsi, ma ho bisogno di una ulteriore conferma, il tema è troppo importante e la sua è una dichiarazione molto forte, inedita. Perciò rifaccio la domanda: Segretario, davvero il Pci cambierà nome?  
Si volta un'ultima volta e dice: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile». A quel punto se ne va davvero. [...]. 
La notizia c'è, mi dico, eccome se c'è. Mentre la sala si svuota, Balestrini e io ci appartiamo e concordiamo il testo virgolettato delle risposte che Occhetto ha dato alle nostre domande. Non c'è dubbio, del resto, che il segretario abbia aperto alla possibilità, concreta, che il Pci cambi nome. La cosa ha del clamoroso; fino a quel momento il tema non era mai stato reso così esplicito. E dal segretario in persona, non da parte di qualche dirigente di livello più o meno elevato. È davvero il caso di chiamare il giornale a Roma. E subito. Voglio parlare con un redattore capo prima che esca il lancio dell'Ansa. Saluto il collega e mi precipito in via Barberia.  
Rinascita, n. 29/1989, p. 35
A Roma Dondi riuscì a parlare con Marco Demarco, allora vicecaporedattore capo centrale (poi divenuto vicedirettore; di recente è stato a lungo direttore del Corriere del Mezzogiorno): convenne che la notizia "c'era tutta" e dovesse andare sul nazionale, raccontata a dovere per come era emersa. Non che la questione del nome da cambiare fosse una novità: nella campagna per le europee si era fatta strada l'espressione "nuovo Pci" (impiegata anche nella campagna del tesseramento del 1989); a fine luglio, poi, su Rinascita era apparso un lungo intervento di Michele Salvati e Salvatore Veca intitolato Cambiare nome. E se non ora, quando?, anticipando in modo autorevole la questione di oltre tre mesi (e addirittura di più di un anno la scelta del nome "Partito democratico della sinistra", indicato come "modesta proposta" in quell'articolo e accolto 
da Fabio Mussi - in un testo pubblicato nelle stesse pagine - come un "buon nome a occhio e croce", ma proposto nel momento sbagliato e senza che ci sia una vera urgenza di cambiare insegne): proprio Salvati, come ricorda Dondi, il 30 novembre 1989 sempre sull'Unità avrebbe confermato la sua posizione, pienamente in linea con la svolta impressa da Occhetto e manifestata quel giorno alla Bolognina.  
"La questione del cambiamento del nome è all'ordine del giorno del Pci", battè subito Dondi sulla sua macchina da scrivere "Olivetti d'ordinanza", poi - dopo aver impiegato parecchio tempo a scrivere, leggere e correggere - inviò il pezzo via fax alla redazione centrale romana. Intanto alle 15.44 era uscito il lancio di Balestrini per l'Ansa - riportato nel libro - ma il titolo era sulle "nuove strade" invocate da Occhetto, parole che a qualcuno saranno suonate simili a quelle che Robin Williams pronunciava nei panni di John Keating nel film L'attimo fuggente (uscito in Italia solo un mese e mezzo prima, quindi verosimilmente ancora in programmazione): la questione del cambio di nome era relegata all'interno del pezzo, peraltro un po' depauperata ("Alla domanda di un giornalista se queste sue frasi lascino presagire un cambio del nome del Pci, ha risposto 'Lasciano presagire tutto'."). Dondi dà perfettamente conto del travaglio vissuto (come giornalista, più che come militante comunista), nell'attesa di sapere se e come i suoi superiori - Piero Sansonetti redattore capo centrale, Renzo Foa condirettore, Massimo D'Alema direttore - avrebbero fatto uscire il pezzo. Il giorno dopo, all'alba, la scoperta: in prima pagina il richiamo alle parole di Occhetto alla Bolognina era in taglio medio, con un titolo simile a quello dell'Ansa (Occhetto ai veterani della Resistenza: "Dobbiamo inventare strade nuove") ma con l'occhiello che non rinunciava a evidenziare la notizia seminascosta dall'agenzia (A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: "Tutto è possibile"); l'articolo di Dondi finì - senza alcun taglio - alla pagina 8 e questa volta il titolo era inequivocabile (Il Pci cambierà nome? "Tutto è possibile"). Rievocando nel libro quel passaggio, l'autore parla di "un'operazione di compromesso e di equilibrismo tra esigenza giornalistica, per non mancare la notizia, e intervento politico che ha teso a ridurre l'impatto delle dichiarazioni di Occhetto". Occhetto che, tra l'altro, proprio il 13 novembre aveva in animo di parlare del suo progetto alla segreteria del partito e il giorno dopo alla direzione.
l'Unità e la Repubblica, prime pagine del 14 novembre 1989
Per chi ama immergersi nelle pagine di allora, per cogliere il più possibile la visione del tempo (ancor più che il suo spirito), non può passare inosservato come quasi tutti i giornali pubblicati il 13 novembre 1989 - esclusi quelli che in quel giorno post-sportivo non uscivano, a partire dalla Repubblica - abbiano dato un rilievo piuttosto ridotto alla notizia bomba del giorno prima, quasi sempre limitandosi a rielaborare il lancio dell'Ansa; tutt'altro trattamento avrebbe avuto la questione del nome del Pci il giorno dopo - dunque il 14 novembre, come spiò vedersi dalle pagine qui riportate - dopo che proprio l'Unità aveva sostanzialmente confermato la notizia che la stessa agenzia nazionale aveva in qualche modo attenuato.
Il Messaggero, pagine 1 e 2 del 13 novembre, prima pagina del 14 novembre
Appare molto interessante la ricerca di Dondi, che nota come solo dalla lettura del Messaggero - in particolare da un articolo firmato da Mario Stanganelli - emerga come le parole di Occhetto, riprese dall'Ansa, siano state "premurosamente chiosate dal portavoce di Botteghe Oscure, per non lasciare dubbi che di almeno un principio di svolta si trattasse". Qualcuno, evidentemente, dal Bottegone doveva essere intervenuto in qualche modo con le varie testate. Dondi, formalmente in pensione ma non certo dalla passione e dal rigore giornalistico, di fatto ha condotto un'inchiesta su quelle ore tra il pomeriggio e la notte del 12 novembre 1989 per capire come possano essere andate le cose.  
Corriere della Sera, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Se Balestrini - anch'egli ormai in pensione - conferma di avere scritto il pezzo riportando precisamente le risposte di Occhetto (fedelmente alla trascrizione fatta con Dondi), senza sapere cosa sia accaduto dopo che il lancio era stato consegnato al caporedattore Ansa a Bologna e poi trasmeesso a Roma, va indagato meglio cosa accadde all'Unità e nel Pci. Nel libro di Roberto Roscani L'Unità. Una storia, tante storie (uscito nel 2024) Claudio Petruccioli raccontava di essere stato contattato dalla redazione dell'Unità e di avere cercato "di smorzare i toni, di riportare tutto alle parole letterali pronunciate" (Petruccioli peraltro disse di aver incontrato Occhetto la sera prima, circostanza smentita dall'ex segretario in un colloquio con Dondi, su cui si tornerà); per parte sua, Federico Geremicca si era fatto dire da Massimo D'Alema che, dopo essere stato con lui quel giorno in barca, dunque non raggiungibile dalla redazione di via dei Taurini, "Una volta rientrato a Roma, il giornale mi trovò. Consigliai prudenza, perché eravamo di fronte, in fondo, soltanto ad una mezza battuta del segretario: facemmo il centropagina della prima…". 
La Stampa, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Dondi ha meritoriamente aggiunto al racconto la versione di Marco Demarco, il suo unico contatto con l'Unità di quel 12 novembre 1989: "Quella domenica, Sansonetti, il caporedattore, era di riposo. Foa, il vicedirettore, risultò irreperibile e D’Alema, come scoprii dopo, veleggiava al largo del Circeo. Inutile dire che allora non c’erano i telefonini. Nella redazione romana eravamo quattro gatti, e io reggevo il timone" (Demarco, per la precisione, ha smentito che D'Alema sia mai stato sentito). L'allora viceredattore capo centrale si assume la responsabilità della scelta dell'impaginazione e del titolo (vista l'irreperibilità dei superiori); ricorda di avere collocato la questione del nome del Pci in apertura della prima pagina, ma di averla spostata più in basso dopo una "telefonata di routine da Botteghe Oscure", in particolare del responsabile di turno Claudio Petruccioli ("Mi spiegò che il momento era delicato, fece appello al senso di responsabilità e alla prudenza, e infine – sempre con grande garbo – mi invitò a soprassedere. Gli dissi che non era possibile, che tutte le verifiche erano state fatte e che sarei stato attento nella titolazione. Ma non si tranquillizzò. Anche perché le agenzie non avevano 'battuto' nulla e questo lo insospettiva. Insistette e mi rimandò a una successiva telefonata") e dopo un consulto con Walter Veltroni, allora responsabile stampa e propaganda del Pci ("Mi ascoltò paziente e si rese conto che ero finito tra l'incudine e il martello, ma anche lui - ignaro della sortita di Occhetto - mi suggerì prudenza e, in ogni caso, di ascoltare Petruccioli").
il Resto del Carlino, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Il lancio dell'Ansa, sia pure nella forma attenuta vista sopra, consentì a Demarco di prendere una decisione: "Alla telefonata successiva da Botteghe Oscure, dissi a Petruccioli che avrei rinunciato all'apertura, ma non alla prima pagina. E che avrei riportato tutto distribuendo i carichi tra occhiello, titolo e sommario. E così feci". Demarco riconosce di avere "scritto titoli migliori" rispetto a quello della prima pagina del 13 novembre 1989, ritenendolo "graficamente sgrammaticato" e poco netto, potendo però spiegare facilmente quelle "contorsioni": "l'Unità era l’organo del Partito comunista; la questione in discussione era la fine stessa del Pci; quella Svolta non era affatto condivisa. Ed era inevitabile che tutte queste tensioni convergessero sulla prima pagina che io stavo chiudendo. Annunciare la Svolta avrebbe messo il partito di fronte al fatto compiuto. Ignorare il discorso di Occhetto o censurarlo avrebbe indebolito il segretario, probabilmente ritardando o compromettendo l'avvio del nuovo corso".
Non sono meno interessanti le pagine del libro in cui Dondi analizza le reazioni del giornale stesso alla notizia "bomba" che aveva dato quasi in solitaria. Colpisce leggere che, di fatto, non ci sia stata "una vera e propria discussione" in redazione (secondo Demarco "l'anticipazione fu bruciata dalla cronaca", visto che tutto sembrava accadere in modo accelerato in quei giorni); colpisce anche che "di quanto si scrisse sulla Bolognina nel giornale del 13 novembre, non si trovi praticamente traccia nei giorni seguenti", mentre la discussione nel partito prendeva sempre più corpo, con una larga parte dei dirigenti favorevole alla svolta promossa da Occhetto e una minoranza significativa che si espresse contro, con lacerazioni pesanti all'interno della base, di cui diede conto anche Nanni Moretti col docufilm La Cosa (anche se poi, alla conta del XIX congresso a Bologna, la mozione di Occhetto ottenne i due terzi dei voti). Il confronto nel e sul giornale, in compenso, arrivò poco dopo (e partì di fatto con il contributo di Michele Serra - Compagni, credetemi, è giusto così - riportato anche nel libro), nei lunghi mesi della transizione, periodo in cui emerge una sostanziale "tensione" tra l'impostazione "romanocentrica" dell'Unità (e forse anche del Pci stesso) e quella dell'Emilia-Romagna, una delle regioni in cui il Partito era più forte, politicamente, culturalmente - ed anche economicamente - ma che non riusciva a ottenere vera voce in capitolo sulle scelte e sulla guida del Pci. "Non c’è dubbio - scrive Dondi - che nel Pci c'era chi si occupava della Grande Politica, di teoria e strategia, che gli emiliano-romagnoli, si diceva in tanta parte del Partito, non erano in grado o non sapevano fare. Troppo impegnati com’erano a fare la politica, quella piccola, quella con la p minuscola: amministrare le città e i comuni, garantire servizi migliori ai loro cittadini; decisamente occupati a costruire asili e scuole per l’infanzia per promuovere l’occupazione femminile; a urbanizzare aree per le case popolari e le zone industriali da cedere a prezzi calmierati agli artigiani, ai piccoli imprenditori e alle cooperative, perché realizzassero botteghe, aziende e fabbriche, creando così le condizioni per dare ai loro cittadini e ai tanti che migravano dal Sud, un lavoro dignitoso e meglio retribuito". Di fatto, è importante notare - come fa anche Dondi - che "gli iscritti delle sezioni dell’Emilia Rossa ebbero un peso assai rilevante nel determinare l’esito congressuale; e in una misura che mai prima si era potuto osservare ed evidenziare in tutta la sua reale dimensione" (il che vale anche di più se si pensa che nelle prime ore - come l'autore non nasconde - i dirigenti dell'Emilia Rossa apparvero spiazzati di fronte all'idea che il nome del Pci potesse essere ammainato).
Il libro di Dondi contiene anche una rilevante intervista ad Achille Occhetto, realizzata dall'autore il 14 gennaio 2025. Tra i vari punti che destano interesse, Occhetto - oltre a ricordare come tutto il 1989 fosse "stato dominato dalla discussione sul nome del Partito" e che il passaggio del XVIII congresso a Roma, a marzo, già parlava di "nuovo Pci" - richiama un passaggio che non può non stare a cuore a chi scrive, oltre che a chi frequenta questo sito: la presentazione del simbolo del Partito democratico della sinistra, creato da Bruno Magno, avvenuta il 10 ottobre 1990. Quelle righe meritano di esssere riportate, insieme ad alcune riflessioni subito successive allo scoop dell'Unità di quel 12-13 novembre 1989:
Quando [...] in quei giorni i giornali cominciarono a titolare che il Pci cambiava nome, si determinò una situazione di grave difficoltà per me. A leggere quei titoli mi si raggelava il sangue. Capivo il dramma dei compagni che si alzavano al mattino e leggevano che il Pci stava per cambiare nome. [...] Nella segreteria avrei posto non la questione del nome, ma l'avvio di una costituente per una nuova formazione politica che, conseguentemente, avrebbe reso necessario porre la questione del nome, di darci un nome diverso. [...] Venne posto subito al centro il tormentone del nome. Ebbi a dire sempre [...] che prima del nome viene la cosa. Una frase che fu anche oggetto di scherno. [...] Naturalmente, il tormentone del nome fu sollevato soprattutto da chi si opponeva, Perché gli conveniva puntare sull'aspetto sentimentale, cui eravamo tutti sensibili. Quel nome lo teniamo tutti nel cuore. Ma nessuno volle tenerne conto e entrare nel merito. Quando, quasi un anno dopo, prima del secondo congresso, quello di Rimini, presentai il nuovo simbolo del Pds con la Quercia, l’accompagnai con una dichiarazione d’intenti che, letta oggi, fa capire chiaramente che il Pds si collocava nettamente a sinistra, molto più di tante forze che oggi si considerano di centro sinistra in Italia. Ma la discussione sulla dichiarazione d'intenti non ci fu, si concentrò tutta sul simbolo. Nel dire questo non do nessun torto al fatto che si sia discusso del nome, né tantomeno a te che mi hai fatto quella domanda…
Quando intervistai Bruno Magno mi parlò di un "limbo" di vari mesi (tra la Bolognina e l'incarico a lui di realizzare il simbolo, dato da Veltroni a giugno del 1990) in cui "non si sapeva bene cosa fare" e, nel grande dibattito all'interno del partito "non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare"; lo stesso Dondi identifica il percorso di cambiamento - iniziato con "l'ultima domenica del Pci" e segnato da due congressi, il XIX in marzo del 1990 a Bologna, il XX tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 1991 a Rimini - come "un tormento un po' troppo lungo"; Occhetto ammette la lunghezza, ma riconosce che fu "la più grande discussione democratica mai realizzata tra tutti i partiti. Un dibattito entrato in tutte le famiglie, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi. Che ha coinvolto la sinistra, ma non solo. È stata un grande evento corale, aldilà del pettegolezzo che all’inizio ha catturato la voracità dei media". Potrebbe dirsi che quell'ultima domenica si sia dilatata durando quasi un anno e mezzo (non senza incidenti di percorso, compresa la mancata elezione di Occhetto come primo segretario del Pds al primo scrutinio); senza il racconto dettagliato e la ricostruzione precisa di quell'ultima domenica, però, mancherebbe un tassello fondamentale.  

domenica 19 luglio 2026

Padri in Movimento, un simbolo per trasformare la rabbia in programma

"C'è un momento nella storia di ogni grande cambiamento in cui la protesta smette di urlare nel vuoto e diventa progetto. In cui la rabbia si trasforma in programma, il dolore in piattaforma, la solitudine in comunità. Quel momento, per centinaia di migliaia di padri separati italiani, è adesso". Iniziava così un post pubblicato il 3 giugno sulla pagina dell'associazione culturale Padri in Movimento, fondata il 1° agosto 2018 con l'intento di "tutelare il principio della bigenitorialità, promuovendo l'importanza del ruolo di entrambi i genitori nella crescita e nell'educazione dei figli": per questo l'associazione - presieduta da uno dei fondatori, Jakub Stanislaw Golebiewski - ha scelto di agire promuovendo l'equa distribuzione di diritti e doveri dei gentitori, offrendo ai padri separati supporto legale in materia di affidamento, nonché supporto emotivo e psicologico, e impegnandosi a sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di riformare le norme in materia di affidamento dei figli e combattere contro i pregiudizi culturali che, secondo quanto è dichiarato nel sito, "penalizzano i padri nelle decisioni di affidamento".
Ma quale momento sarebbe arrivato, quale progetto, quale comunità sarebbero stati avviati, oltre a quelli già relativi all'associazione? L'idea, il progetto è di diventare una forza politica nazionale, denominata semplicemente Movimento politico Padri in movimento. Un'idea lanciata poco prima dell'inizio dell'estate e da concretizzare subito dopo la sua fine. "A fine settembre - si legge sempre nell'articolo - verrà depositato lo Statuto del Movimento Politico Padri in Movimento. Un atto formale, sì, ma anche un atto rivoluzionario: per la prima volta nella storia repubblicana, i genitori separati avranno un partito che li rappresenta, uno statuto che li tutela, una struttura che li organizza da Nord a Sud". L'idea è di tenere una Costituente, un'assemblea fondativa a Roma in ottobre: lì dovrebbero essere "presentati i membri del direttivo, l'Ufficio legislativo, la Segreteria, l'Ufficio stampa", con tanto di nomina di coordinatori nazionali, per il Nord, il Centro, il Sud, quelli regionali e i responsabili territoriali di "una rete vastissima e capillare, radicata nel territorio, presente in ogni angolo del Paese. [...] Nessuna città, paese o borgo escluso". Gli autori del testo avvertono fin d'ora: "Non sarà una cerimonia. Sarà una dichiarazione di guerra politica all'indifferenza istituzionale". Una "guerra politica" sui generis, ovviamente, condotta proponendo "una piattaforma chiara, identitaria, non negoziabile", costituita da alcuni punti fondamentali: traguardo della bigenitorialità "reale e garantita per legge", una riforma profonda del sistema dell'affidamento (che non preveva prelievi coatti, non consenta l'"affidamento esclusivo mascherato da condiviso come regola di fatto", praticando invece la "custodia condivisa come diritto inviolabile dei figli"), dell'assegno di mantenimento (rendendolo "proporzionale, sostenibile, aggiornato alle reali condizioni economiche) e dei servizi sociali (ritenuti dai promotori "troppo spesso arbitri non neutrali, strumenti di discriminazione di genere nei tribunali") e la previsione di una tutela abitativa per i padri separati ("un padre senza casa non può essere genitore, e nessun bambino dovrebbe crescere sapendo che il suo papà dorme a casa dei nonni o in macchina").
La campagna politica si rivolge, oltre che "ai quasi quattro milioni di padri separati italiani", pure "alle madri che credono nella famiglia equa, ai nonni a cui è stato negato il nipote, agli avvocati che ogni giorno combattono in aule sorde, ai figli adulti che ricordano cosa significa crescere senza un genitore", nonché "a chiunque, in questo Paese, abbia subito l'ingiustizia silenziosa di un sistema che separa invece di unire, che punisce invece di proteggere, che dimentica il superiore interesse del minore non appena quest'ultimo smette di fare notizia".
Il progetto, oltre che un nome, ha già un simbolo, perché - sono sempre i promotori a dirlo - "Ogni movimento che si rispetti ha un volto. Un simbolo non è mai solo grafica: è manifesto, è riconoscimento, è appartenenza".  Il comunicato lo descrive così: "Un padre, una madre, un figlio al centro. Il tricolore sotto. Un cerchio che non divide, ma abbraccia. [...] è il simbolo di milioni di italiani che hanno subito in silenzio, che hanno pianto da soli, che si sono sentiti dire 'ci dispiace, ma non possiamo fare nulla, purtroppo funziona così'. Quando lo vedrete sui manifesti, sulle schede elettorali, nelle piazze d'Italia, saprete cosa significa: che qualcuno si è alzato, ha smesso di soffrire ed aspettare e ha deciso di cambiare le cose dall'interno delle istituzioni". Qualche giorno prima, il 19 maggio, sulla pagina Facebook il simbolo era già apparso corredato da queste parole: "Non è solo un logo. È una dichiarazione politica. Due figure adulte. Un bambino al centro. Mani che si toccano, che proteggono, che camminano insieme. È la famiglia che lo Stato italiano ha troppo spesso ignorato, frammentato, abbandonato a se stessa, padri che ogni giorno si alzano e lottano per restare nella vita dei propri figli".
In effetti, il fregio non nasce dal nulla: si tratta della rielaborazione del logo adottato dall'associazione il 22 giugno 2025, dunque praticamente un anno prima. In quell'occasione, sulla stessa pagina Fb era comparso un lungo post in cui l'associazione illustrava ogni elemento del suo nuovo emblema distintivo, in gran parte conservato nel fregio del nascente movimento politico (a parte il riferimento alla natura del nuovo soggetto, la novità principale è data dall'inserimento del tricolore e dalla scomparsa del colore giallino). Essendo raro che un'associazione spieghi così nel dettaglio il suo segno identificativo, si riporta di seguito il testo illustrativo quasi per intero:

La Figura Centrale del Bambino con le Braccia Alzate: Questo è il cuore pulsante del nostro logo e, in un certo senso, della nostra missione. Il bambino, con le braccia aperte verso l'alto, rappresenta la gioia, la speranza, la libertà e il potenziale illimitato. Simboleggia il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli, un futuro in cui possano crescere sereni, sicuri e pienamente realizzati. Le braccia alzate esprimono anche un senso di protezione e accoglienza, l'essenza stessa dell'essere genitore.
 
Le Figure Laterali (Padre e Madre/Accompagnatore): Le due figure che affiancano il bambino rappresentano i genitori. Sebbene il nostro nome sia "Padri in Movimento", abbiamo voluto che il simbolo riflettesse la realtà e l'importanza di entrambi i ruoli genitoriali, o di chiunque si prenda cura del bambino. La loro postura dinamica, con una figura che sembra "muoversi" e l'altra che offre un punto di riferimento, simboleggia il movimento che è intrinseco al nostro nome: il movimento verso una genitorialità più consapevole, partecipativa e responsabile. Rappresentano il supporto, la guida e l'amore che i genitori offrono costantemente ai loro figli.
L'Unione e il Cerchio: Le tre figure sono interconnesse, formando un'unica entità all'interno di un cerchio. Il cerchio è un simbolo universale di totalità, unità, inclusione e protezione. In questo contesto, rappresenta la famiglia come nucleo fondamentale, unita e protetta. Sottolinea anche il nostro impegno a creare una comunità inclusiva per tutti i padri e le famiglie che desiderano intraprendere questo percorso con noi. 
Il Colore Blu: Il blu, tradizionalmente associato alla fiducia, alla stabilità, alla calma e all'affidabilità, è stato scelto per riflettere i valori su cui si fonda "Padri in Movimento". Vogliamo essere un punto di riferimento affidabile per i padri, un luogo dove trovare supporto, comprensione e strumenti per affrontare al meglio la genitorialità. 
Il Testo "PADRI IN MOVIMENTO": Il nome della nostra associazione è chiaramente leggibile e circonda il simbolo iconico. La sua posizione circolare rafforza il concetto di inclusione e di un movimento continuo e in espansione. 
Questo nuovo simbolo è più di un semplice logo; è una dichiarazione visiva della nostra identità e delle nostre aspirazioni. Rappresenta l'amore incondizionato per i nostri figli, il dinamismo della genitorialità moderna, la forza dell'unità familiare e l'impegno di "Padri in Movimento" a supportare e responsabilizzare i padri in ogni fase del loro viaggio.

Il fregio adottato lo scorso anno ha sostituito la grafica precedente, il cui nucleo era costituito da varie figure umane stilizzate (figli e genitori), rese in vari colori e accostate per formare tre coppie con un figlio che si tenevano per mano tra loro. Senza dubbio il logo del 2025 appare di più immediata lettura; in più, la forma rotonda si prestava già allora a una conversione all'uso politico-elettorale, con o senza l'aggiunta di altri elementi.
Naturalmente il percorso verso le schede elettorali sarà tutto meno che agevole: la raccolta firme, infatti, comporterà anche per i Padri in Movimento la ricerca di almeno 1500 sottoscrittori per ogni collegio plurinominale, con la necessità di essere presenti validamente in almeno un terzo delle circoscrizioni per poter finire sulle schede (senza contare la necessità che le liste siano composte non solo da "padri", ma anche anche da almeno il 40% di donne, come le norme prevedono). La sfida, in ogni caso, è iniziata. La battaglia, la si condivida o meno, ha diritto di misurarsi sul terreno della ricerca del consenso, alla pari delle altre e merita rispetto. Lo stesso rispetto che i promotori certamente sapranno avere per l'opinione di persone - e ci sono, come ci sono quelle di cui parla il nascente movimento politico - che hanno conosciuto come figli o figlie il dolore prodotto dalla separazione (e non lo augurerebbero ad altre), ma sarebbero cresciute certamente peggio (con più dolore, più ipocrisia, più tensioni) se in quel caso si fosse ritenuto di misurare col bilancino diritti (quelli rivendicati dai genitori, anche per conto dei figli che magari non la pensavano così), doveri, tempo - in qualità o quantità - e prestazioni, magari senza tenere conto del loro pensiero o del loro sentire (o ritenendolo certamente viziato).

giovedì 16 luglio 2026

La guida al Parlamento (tra storia, problemi e futuro) firmata da Curreri

Ciò che è accaduto negli ultimi giorni alla Camera, con il primo passaggio parlamentare della riforma elettorale voluta dal centrodestra, quasi improvvisamente riportato l'attenzione sul Parlamento. Ciò dovrebbe essere naturale, considerando che la discussione riguardava le regole per accedere alla competizione e per trasformare i voti in seggi, ma la bocciatura per un voto dell'emendamento di Fratelli d'Italia in materia di preferenze (anzi, per due voti, perché anche in caso di pareggio sarebbe stato respinto, come prevede la procedura alla Camera), con il ritorno alla caccia ai franchi tiratori, ha costretto più di qualcuno a ricordare che l'istituzione parlamentare non va data per scontata, anche quando la logica dei numeri sembra dire tutt’altro. 
Proprio per approfondire meglio la conoscenza delle nostre Camere, inclusi i loro evidenti problemi di funzionamento, è molto utile un libro uscito da poche settimane. Il Parlamento: marginale o centrale? è stato scritto da Salvatore Curreri, professore ordinario di diritto costituzionale all'università "Kore" di Enna; il volume fa parte della collana del Mulino "Riscoprire le istituzioni", diretta dal comparatista Francesco Clementi è volta a presentare in modo accessibile è adeguato le istituzioni principali, nazionali ma anche europee (un volume, scritto da Claudio Martinelli, è per esempio dedicato al Parlamento Europeo). Il libro sul Parlamento è interessante anche e soprattutto per chi non ha all'attivo studi di diritto costituzionale, ma esercita con continuità la curiositas per il funzionamento della cosa pubblica, senza rassegnarsi nel vedere ciò che non va (o che, ai suoi occhi, sembra funzionare male); anche chi è avvezzo al diritto pubblico, però, trova senz'altro dettagli rilevanti per completare il quadro e le opinioni dell'autore contribuiscono a stimolare la riflessione.
 

Qualche passo nella storia 

Curreri offre opportunamente in apertura una breve storia dell'istituzione parlamentare, partendo dalle assemblee medievali che non è corretto assimilare ai Parlamenti di oggi (per la loro scarsa rappresentatività e stabilità ed essendo sprovviste di reali poteri). L'emersione di organi composti da delegati (delle comunità territoriali, dei ceti o ambiti sociali) conobbe una battuta d'arresto con l'avvento dello Stato assoluto, ma all'emergere della crisi di questo riguadagnò terreno: il Parlamento, sempre più di chiara natura elettiva, divenne un elemento fondamentale del nuovo Stato liberale, in tempi, modi e forme diverse nei vari territori (per rendersene conto basta confrontare le esperienze e le "rivoluzioni" del Regno Unito, degli Stati Uniti d'America e della Francia). In Europa il rafforzamento delle assemblee parlamentari si connotò per due aspetti fondamentali: il venir meno del vincolo di mandato (anzi, il consolidarsi del divieto di prevedere che le persone elette debbano o possano agire attenendosi strettamente alle direttive degli elettori) e il costituirsi - e il consolidarsi - del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, non essendo più sufficiente - divenendo quasi irrilevante - il rapporto tra esecutivo e capo dello Stato (si trattasse di un Sovrano o di un Presidente della Repubblica). 
Il libro si concentra poi sull'origine delle istituzioni parlamentari italiane, prima nel regno di Sardegna, poi nel regno d'Italia sempre sotto la dinastia dei Savoia: la struttura bicamerale nacque allora, ma con significative differenze rispetto all'assetto attuale; queste riguardavano soprattutto il Senato (allora di nomina regia e con mandato a vita, per questo destinato ad avere via via meno potere rispetto alla Camera - ma anche le competenze e aspetti organizzativi rilevanti. Già guardando a quelle origini, peraltro, emerge con chiarezza il peso delle norme sulla formazione delle assemblee, in altre parole della legge elettorale, dalle regole sul diritto di voto (che all'inizio escludevano, oltre alle donne, i soggetti analfabeti o con ridotta capacità economica) e poi a quelle sulla trasformazione dei voti in seggi (in origine basate su competizioni tra singoli in collegi uninominali a doppio turno, sul calco dell'esperienza francese). In quel periodo il Parlamento si rafforzò a scapito del Re, ma si assistette anche al rafforzamento del Governo, soprattutto attraverso istituti quali la questione di fiducia (allora allo stato embrionale), il decreto-legge (allora "ordinanza di necessità o di urgenza") e la delega legislativa, tutti ancora ben noti a chi studia il diritto costituzionale o semplicemente si accosta alle cronache politiche (come, del resto, l'ostruzionismo e il trasformismo parlamentare, nati in Italia proprio nell’800). 
Dettaglio dalla Statistica delle elezioni generali politiche
 per la 26a legislatura: 15 maggio 1921
 
L'ampliamento della composizione della Camera, anche per la progressiva estensione del Regno d'Italia, e le riforme che via via allargarono il novero degli aventi diritto al voto (fino al suffragio quasi-universale maschile del 1912 e a quello universale maschile del 1918), insieme all'avvento del sistema proporzionale (nel 1919) cambiarono sensibilmente il volto del Parlamento, aprendo le porte ai primi veri partiti di massa, alle idee da questi professate e, in via mediata, ai cittadini che si riconoscevano in quei partiti e nei loro simboli: questi ultimi, non a caso, vennero previsti dalla legge elettorale nel 1912 e divennero obbligatori nel 1919, per contrassegnare i candidati vicini o "iscritti a un partito di cui - scrive Curreri - condividono il programma politico, per questo raggruppati nelle corrispondenti liste elettorali e, in forza di tale appartenenza partitica, eletti in collegi plurinominali grazie ai voti di preferenza ricevuti dagli elettori; elettori che, prima ancora che per la persona, votano [...] per il partito e le sue idee politiche". 
Non è dunque un caso che, tra il 1920 e il 1922, il regolamento della Camera sia stato modificato per organizzare la struttura e i lavori dell'assemblea sulla base dei neonati gruppi parlamentari, sorti su base politica: fin da allora si iniziò a familiarizzare con il loro valore e con le regole per la loro costituzione (deroghe incluse), tuttora oggetto di dibattito, come si è visto anche assai di recente; la frammentazione politica del Paese e della rappresentanza parlamentare, però, generò una grave instabilità politica che finì per indebolire il Parlamento stesso, spianando di fatto la strada all'avvento del fascismo, che via via annichilì ed esautorò del tutto il circuito parlamentare. Deposto Mussolini, stipulato il "patto di Salerno" di tregua istituzionale e - dopo la Liberazione - impostata la "ripartenza" dell'Italia con la decisione di scegliere il nuovo regime (monarchia o repubblica) con un referendum e al contempo di eleggere l'Assemblea costituente, l'istituzione parlamentare rivisse in parte in quest'ultimo organo, quanto alla natura di luogo di confronto tra gli eletti riferiti a forze politiche diverse (il potere legislativo era ancora temporaneamente nelle mani del governo) e riprese del tutto vigore dopo le elezioni del 18 aprile 1948.
 

Il Parlamento in Italia 

Ripercorse le origini dell'istituzione parlamentare, Salvatore Curreri apre il secondo capitolo prendendo in analisi il tratto caratteristico della nostra esperienza, vale a dire il bicameralismo paritario indifferenziato, con "le due Camere poste sullo stesso piano e dotate degli stessi poteri". L'autore ripercorre le ragioni che portarono a quella scelta (maggiore ponderazione nelle decisioni e reciproco controllo, ma anche evitare che una forza politica o un blocco conquistasse l'unica aula eventualmente prevista), mentre altrove il bicameralismo oggi si giustifica soprattutto con l'esigenza di rappresentare al centro e in un'assemblea le autonomie territoriali - specie negli Stati federali - ma con una posizione differenziata tra le due assemblee; in Italia, invece, i due rami del Parlamento si distinguevano per poche differenze (alcune delle quali - come la diversa durata e l'età minima degli elettori - sono state rimosse con riforme costituzionali e altre, come l'elezione su base regionale, non sono state valorizzate e sviluppate dal legislatore stesso. Secondo Curreri, le ragioni alla base della scelta compiuta dai costituenti "sono ora superate, ora ingiustificate": niente più rischi di "tirannide" di una Camera sull'altra, a fronte di un concreto appesantimento dei procedimenti parlamentari (senza un miglioramento della qualità delle disposizioni) e di problemi seri in caso di maggioranze disomogenee tra Montecitorio e Palazzo Madama; non può però ritenersi una soluzione a quei problemi il monocameralismo di fatto, per cui spesso su un testo normativo - anche di gran rilievo, come un decreto-legge da convertire o una legge di bilancio - un'assemblea si esprime apportando modifiche e l'altra si limita a ratificare senza toccare palla.
Il libro prosegue con le pagine - assolutamente da non tralasciare - sui caratteri fondamentali del Parlamento (in Italia, certo, ma anche altrove), a partire dalla sua autonomia, iniziando da quella di stabilire le proprie norme di funzionamento, tutto meno che "solo tecniche", anzi, realmente determinanti (al punto che le modifiche di queste "regole del gioco" vanno approvate a maggioranza assoluta, anche se la facilità nel raggiungerla dipende molto, ancora una volta, dalle leggi elettorali): Curreri cita giustamente l'impostazione filo-consociativa dei regolamenti parlamentari del 1971, la limitazione del voto segreto nel 1988, l'introduzione del contingentamento dei tempi nel 1990 e le prime forme di "statuto dell'opposizione" delineate nei secondi anni '90, ma gli esempi in cui il peso delle norme è risultato e risulta fondamentale possono essere molti altri (basti pensare, di nuovo, alle norme dei regolamenti sulla formazione di gruppi e componenti politiche, spesso citate qui per le varie riforme e per alcuni episodi notevoli - ben noti all'autore del libro, a chi scrive e a chi frequenta questo sito - di cui il sorgere della componente di Futuro nazionale è solo l'ultimo episodio). Ricorda giustamente Curreri come spesso le norme regolamentari siano state riformate senza toccarle, semplicemente in via interpretativa (per opera della Giunta per il regolamento o del Presidente in carica): ciò mostra in modo tangibile la natura intrinsecamente politica del diritto parlamentare, ma palesa anche i rischi di deroghe decise di fatto a maggioranza, non necessariamente a favore delle opposizioni (e - ci si permette - nemmeno della prevedibilità e ragionevolezza delle soluzioni giuridiche). Non meno importanti sono l'autonomia nella convalida degli eletti (la "verifica dei poteri", onde evitare intromissioni indebite, anche se a volte ciò è avvenuto a prezzo di qualche forzatura), l'autonomia amministrativa e di bilancio, l'autodichia (cioè il potere di giudicare i contenziosi riguardanti i propri dipendenti, cercando di garantire - e non è proprio semplice - il massimo d'imparzialità e terzietà possibile) e l'immunità di sede (nemmeno le forze dell'ordine possono entrare se non sono autorizzate dal Presidente). 
Curreri ricorda poi le prerogative dei singoli membri delle Camere, negando che si tratti di privilegi ingiustificati, ma di strumenti per esercitare in pieno la funzione parlamentare: a questo, e non ad altro (al netto di ogni valutazione politica che comunque c'è), dovrebbero servire l'insindacabilità (un deputato o un senatore non sono responsabili - in nessuna sede - per le opinioni espresse e per i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni, tutelando la libertà di critica e denuncia politica della persona eletta, purché ci sia un "nesso funzionale" tra le opinioni espresse o gli atti compiuti e l'attività parlamentare), l'inviolabilità penale (mentre il singolo parlamentare è in carica, la sua Camera di appartenenza è chiamata a esprimersi quando è in discussione la libertà personale, di domicilio o di comunicazione di quello stesso eletto; dal 1993 non è più prevista l'autorizzazione per sottoporre un parlamentare a procedimento penale), l'indennità parlamentare (fondamentale perché un parlamentare non sia facilmente condizionabile) e il già citato divieto di mandato imperativo. Questa prerogativa consente ai deputati e ai senatori di rappresentare la Nazione e agire per conto di questa (e di scegliere secondo ciò che è ritenuto opportuno per la stessa), non di coloro che lo hanno votato: votare in modo difforme dalle indicazioni del partito o del gruppo oppure lasciare il gruppo stesso - dando corpo al fenomeno, ben noto a Curreri, del transfughismo - senza che si debba perdere il seggio o pagare una penale non è di per sé sun tradimento degli elettori, ma un modo per consentire un esercizio più libero del mandato. 
Pagine rilevanti sono dedicate anche ai Presidenti delle Camere (cui spetta un ruolo di garanzia e imparzialità - lo mostra anche l'obbligo di consultazione da parte del capo dello Stato prima dell'esercizio del potere di scioglimento parlamentare - pur essendo spesso espressione della maggioranza: l'autore giustamente segnala i poteri che più esprimono il ruolo politico di tali cariche, come la predisposizione del calendario dei lavori o l'interpretazione dei regolamenti) e ai gruppi parlamentari, "anima dell'organizzazione e del funzionamento delle Camere", pensati come proiezione dei partiti in Parlamento e con vantaggi legati alla loro costituzione (perciò le norme sulla loro nascita, sopravvivenza e scioglimento, più o meno coordinate con le leggi elettorali, sono così rilevanti). Non si trascura nemmeno l'organizzazione interna dei lavori, tra commissioni (permanenti, temporanee o speciali, monocamerali o bicamerali), giunte e comitati, nonché il ruolo della Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari ("capigruppo"), specie nella programmazione dei lavori.
 

I compiti del Parlamento 

Il terzo capitolo si occupa dei compiti del Parlamento, a partire dalla necessità di "dare rappresentanza alle opinioni politiche degli elettori": inevitabilmente Curreri richiama l'importanza essenziale, oltre che della conoscenza del sistema politico, delle norme elettorali e della formula che trasforma i voti espressi in seggi, sottolineando pure - di nuovo, il volume è arrivato provvidenzialmente al tempo giusto - la portata dei cambiamenti di quelle regole (e l'emergere di "paletti" fissati dalla giurisprudenza costituzionale). Quanto al rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, in sede costituente si pensò di "razionalizzarlo" per ridurre l'instabilità, ma in concreto si rafforzò assai poco l'esecutivo e il ruolo del Presidente del Consiglio, per timore dello strapotere di una sola parte politica; certamente legge elettorale e regolamenti parlamentari - al pari delle norme costituzionali - incidono molto sulla forma di governo e sul contesto e sul funzionamento del rapporto di fiducia (vale ciò che è scritto e anche ciò che non è scritto: l'autore nota che la motivazione della mozione di sfiducia nella prassi avrebbe potuto assumere un valore costruttivo, se avesse contenuto l'indicazione di una nuova maggioranza e di un nuovo Presidente del Consiglio, ma così non è stato, così come dedica spazio all'evoluzione della questione di fiducia). Quanto al Parlamento come "fabbrica delle leggi", rileva la considerazione per cui nelle materie esplicitamente riservate alle Camere ci si attende che favorevoli e contrari "possano in modo aperto e trasparente confrontare le loro ragioni, assumendosene le responsabilità dinanzi agli elettori": per questo, quando una proposta, un emendamento o le ragioni alla base del sostegno o della contrarietà a questi non sono davvero esplicitate, a rimetterci è l'intera democrazia. Il capitolo prende in considerazione i vari procedimenti in cui il Parlamento è coinvolto, inclusi quelli più delicati (come la legge di bilancio) o che sempre più spesso richiedono un'interazione con l'Unione europea, così come passa in rassegna gli strumenti di controllo, inchiesta, attività informativa e ispettiva a disposizione di organi e singoli parlamentari, nonché degli atti di indirizzo (mozioni, risoluzioni e ordini del giorno), dal valore politico ma spesso - soprattutto gli ordini del giorno "che non si negano a nessuno" - assai poco incisivi. 
 

Ma cos'è questa crisi? 

Il capitolo più stimolante del libro, tuttavia, è inevitabilmente il quarto, intitolato "Anatomia di una crisi". Se già nelle pagine precedenti sono emersi alcuni contorni di ciò che non funziona (o non gira più per il verso giusto), è innegabile che occuparsi delle storture e delle patologie  per quanto poco edificante - sia sempre più sfidante rispetto alle ricostruzioni e alle illustrazioni, a patto di farlo in modo approfondito e non superficiale. Curreri ci riesce, anche perché mette in luce subito come la critica ai "limiti del Parlamento" sia tutto meno che una novità, così come non lo sono alcuni temi oggetto delle critiche; di più, l'età dell'oro della centralità delle Camere probabilmente non c'è mai stata, a meno di considerare tale - con qualche ragione, beninteso - i due decenni abbondanti del consociativismo e della conventio ad includendum (con il Pci "non utilizzabile" per i governi ma ben deciso a far valere il proprio peso in sede parlamentare, col riconoscimento delle forze di maggioranza pronte ad accordi e reciproche concessioni, non di rado costose). Certo, se in gran parte dell'occidente i Parlamenti hanno perso terreno rispetto agli esecutivi, anche a causa di un sistema politico assai più frammentato rispetto al passato (e comunque scollegato rispetto alla società) e di dinamiche di globalizzazione difficili da afferrare, in Italia ci sono ragioni e sintomi peculiari, che meritano attenzione e sforzi per migliorare il quadro.
Curreri insiste innanzitutto sulla trasformazione dei partiti - già evidenziata nell'intervista resa lo scorso anno a partire dalla sua contrarietà al voto disgiunto alle elezioni comunali - non di rado degenerata in una reale crisi: partiti d'opinione (quando va bene), spesso legati alla loro figura di guida, "con sempre meno iscritti e un elettorato sempre più volatile", attenti più alla comunicazione mediatica (non sempre fatta bene) che alla costruzione del consenso "attraverso la ramificazione territoriale" e spesso con un discreto deficit democratico interno. Ciò ha finito per aumentare sempre di più il tasso di astenuti (che si somma all'astensionismo involontario), per far emergere criteri discutibili nella scelta delle candidature, per indebolire la maggioranza parlamentare (che spesso è diretta dal governo, quando dovrebbe essere l'inverso) e per favorire il già citato fenomeno del transfughismo, al quale più di un governo deve la nascita, la sopravvivenza o la fine (i regolamenti parlamentari hanno cercato di scoraggiare almeno i suoi lati deteriori attraverso riforme apposite - per rendere più difficile la nascita di nuove articolazioni e penalizzare anche economicamente chi migra - in passato poco efficaci, più incisive ora). 
Uno spazio rilevante è occupato anche dalla decadenza del "Parlamento legislatore", sia per l'emergere di altre sedi di produzione normativa (Unione europea, Regioni, Province autonome, corpo elettorale coi referendum, Autorità indipendenti e - in un certo senso - Corte costituzionale), sia soprattutto per il ruolo intestatosi dal Governo: questo non è solo il promotore assolutamente predominante delle leggi approvate dalle Camere, ma è anche un instancabile emanatore di decreti-legge (erroneamente "normalizzati", anche quando è discutibile l'avverarsi di "casi straordinari di necessità ed urgenza") e spesso ricorre alla questione di fiducia (anche solo per accelerare i tempi), magari apposta a maxi-emendamenti che stravolgono - non di rado con una tecnica normativa discutibile - un testo già discusso, per non parlare dei decreti-matrioska che finiscono per contenere i testi di altri decreti non convertiti in tempo (una variante della reiterazione stroncata dalla Corte costituzionale negli anni '90). Tutto ciò, insieme alla prassi ricordata del monocameralismo (alternato) di fatto, non può che mortificare il Parlamento nella sua funzione principale (anche col concorso dell'opposizione che, più che ostacolare in tutti i modi possibili l'abuso della decretazione d'urgenza, cerca di inserirvisi per far approvare le proprie proposte sotto forma di emendamenti); lo stesso Parlamento, peraltro, fa la sua parte nell'approvare leggi di delega sostanzialmente "in bianco".
Non va trascurato nemmeno l'indebolirsi delle Camere come luogo in cui di fatto il Governo nasce, favorito da leggi elettorali che hanno messo almeno in parte nelle mani dei cittadini la formazione di una maggioranza: continua giustamente a non esistere un governo "votato dai cittadini", ma è vero che, come ricordato da Curreri, in concreto spesso il Parlamento - e, prima ancora, il Presidente della Repubblica - si è trovato a ratificare l'arrivo a Palazzo Chigi della figura di vertice della coalizione vincitrice (l'autore ha giustamente indicato come caso paradigmatico le elezioni del 2001, quando i simboli dei due poli principali contenevano il nome del rispettivo leader e qualcosa di simile sarebbe accaduto nel 2008, con i due partiti "a vocazione maggioritaria" delle due coalizioni in campo - Pdl per il centrodestra, Pd per il centrosinistra - che avevano inserito i cognomi di Berlusconi e Veltroni, indicati come capi delle coalizioni stesse). Quel principio è stato messo in crisi o all'origine, se dal risultato non emergeva un vincitore chiaro (come nel 2013 o nel 2018), o a valle, quando una crisi di governo non si risolveva in un ritorno alle urne (chiesto dal Presidente del Consiglio dimissionario) ma nella nascita di un nuovo esecutivo, non di rado di natura diversa dal precedente: pur trattandosi di soluzioni pienamente rispettose della Costituzione, sono state avvertite come "tradimenti della volontà popolare", concorrendo ingiustamente a far perdere popolarità al Parlamento (Curreri mette in guardia, invece, dal rischio di irrigidimento del sistema che si avrebbe con la revisione costituzionale per consentire l'elezione diretta del Presidente del Consiglio). 
L'autore giustamente segnala anche la necessità di recuperare la funzione espressiva ed educativa, oltre che di controllo, del Parlamento: il ruolo di "forum in cui gli interessi collettivi e i temi all'attenzione del Paese trovano espressione e diventano oggetto di confronto tra le forze politiche" non può spettare alla televisione - men che meno a singoli programmi, anche quando qualcuno li ha ribattezzati "la terza Camera" - o alla Rete, così come sarebbe giusto che le aule di Montecitorio e Palazzo Madama seguissero regole e tendenze diverse rispetto a quelle del piccolo o grande schermo o degli altri media, in cui sempre più spesso si grida e magari ci si cazzotta (e allora quanto aveva ragione Filippo Ceccarelli a parlare di "teatrone della politica"...). Non veicolerà concetti di diritto costituzionale, ma "Se non ci si parla, non ci si ascolta" è una delle frasi più importanti del libro. E se fare è quasi sempre più utile che parlare, qualche volta "sarebbe bastato parlare", ma nelle sedi giuste, per difendere il Parlamento: c'è chi - come il Presidente della Repubblica - in più occasioni pubbliche o riservate l'ha fatto, altri - come i Presidenti delle Camere e, in certe occasioni, la Corte costituzionale - avrebbero potuto farlo di più e meglio. 
 

Come parlamenteremo? 

Il volume si chiude guardando avanti, domandandosi come potrebbe il Parlamento reggere "alla prova dei tempi e [...] reagire alla pericolosa tendenza" che ne ha eroso la centralità. Certamente, secondo Curreri, non dovrebbe restare uguale a se stesso. Sul piano delle riforme - continuando un discorso avviato su questo sito recensendo l'ultimo libro di Peppino Calderisi - occorre valutare soluzioni che colmino il "deficit di governabilità" originato dalla mancata attuazione del ben noto "ordine del giorno Perassi" (da cui era partito, tra gli altri, Andrea Manzella per una sua riflessione qualche anno fa): nel libro però si sottolinea l'importanza di non trasformare il rafforzamento dei poteri del Governo il baricentro del sistema compromettendone l'equilibrio (a danno delle Camere), così come nessuna riforma elettorale - pur volendo legittimamente ridurre la frammentazione e l'instabilità - dovrebbe mai sacrificare la rappresentatività sull'altare della governabilità. Nell'ottica di rafforzare, oltre al Governo, anche i contropoteri, Curreri propone di far instaurare il rapporto di fiducia con una sola Camera (con un ruolo di controllo maggiore per le opposizioni), trasformando l'altra assemblea in sede di rappresentanza delle autonomie territoriali (molto più "pubblica" e "trasparente" dell'attuale Conferenza Stato-Regioni e maggiormente in grado di "federare" livello nazionale e locale, come la prima Camera dovrebbe continuare a fare con il livello europeo). 
Non sarebbe inutile fare altri passi per regolare in modo più consistente per legge la "democrazia nei partiti" (anche se non sarebbe risolutivo), ma occorrerebbe soprattutto lavorare sul "problema della scelta degli eletti da parte degli elettori" (non si tratta solo della disputa sulle preferenze o su altre forme di scelta, ma di un tema di qualità del personale politico), sul finanziamento ai partiti (che andrebbe "coraggiosamente sottratto all'onda populista che ne ha travolto la natura costituzionale") e su ulteriori strumenti di partecipazione (incluso il referendum propositivo). Quanto ai regolamenti parlamentari, occorrerebbe dividere nettamente i compiti della maggioranza (sostenere e pungolare il governo) e dell'opposizione (controllare e prepararsi, eventualmente, a governare), "in un'ottica di contestuale e bilanciato rafforzamento dei loro rispettivi poteri": costituzionalizzare i limiti alla decretazione d'urgenza, prevedere il voto a data certa per i disegni proposti dal Governo, più spazi riservati e strumenti di controllo per l'opposizione permetterebbero di giungere al risultato. Non manca una riflessione sul possibile impiego ulteriore delle tecnologie (inclusa l'intelligenza artificiale) nella vita parlamentare, anche solo per migliorare l'accessibilità per i cittadini a documenti e informazioni. 
Resta, su tutto, la necessità di un "salto culturale": per Curreri, al Parlamento si chiede di "trasformarsi dal principale detentore del potere legislativo in organo di indirizzo legislativo e di controllo sull'attività normativa e sull'azione del Governo, privilegiando la qualità sulla quantità della legislazione". Occorre che tanto la maggioranza quanto l'opposizione s'impegnino per raggiungere questo risultato, per non rischiare di essere (ulteriormente) complici dell'inabissarsi dell'istituzione parlamentare. Chi frequenta queste pagine per interesse verso i simboli di partito e i contrassegni elettorali non può non avere a cuore la salute e il destino del Parlamento, vale a dire l'istituzione alla cui base ci sono le elezioni e lo spazio in cui l'azione dei soggetti politici che si distinguono coi simboli dovrebbe essere maggiore. Le riforme di cui Salvatore parla meritano di essere considerate con attenzione, senza paura e con uno sguardo lungo: sarebbe utile per tutti inaugurare una stagione di riflessione per assicurare un futuro migliore al Paese che accomuna persone che la pensano in modo molto diverso, ma ha bisogno di tutte loro.

lunedì 13 luglio 2026

Regionali 1980, un (nuovo) pugno sulla scheda (di Anselmo Roveda)

Ricevo e volentieri pubblico l'articolo che segue, inviato da Anselmo Roveda: oltre a qualificarsi come #drogatodipolitica, mi ha spiegato di amare "indagare gli intrecci tra immaginario, rappresentazione e realtà", il tutto principalmente dal punto di osservazione della letteratura. Lo ringrazio per l'attenzione dedicata a questo sito - oltre che all'argomento - e auguro buona lettura.  
 
L'8 e il 9 giugno 1980 sulle schede per le elezioni regionali di quell'anno - all'epoca le consultazioni per le assemblee dei diversi livelli amministrativi locali, cioè Regioni e gran parte di Province e Comuni, si tenevano contemporaneamente su tutto il territorio nazionale - le elettrici e gli elettori trovarono un simbolo inedito, almeno nelle sue peculiarità: un pugno chiuso, della mano sinistra, stilizzato e arrotondato, in un nero pieno; polso e palmo erano ben staccati dalle dita serrate, pollice compreso. Era il simbolo della Lega socialista rivoluzionaria, una piccola ma agguerrita formazione comunista, di tradizione trotzkista, nata su scala nazionale nel 1976 dando continuità a esperienze di dissidenza rispetto al percorso dei Gcr, cioè i Gruppi comunisti rivoluzionari. 
Questi ultimi erano la principale organizzazione trotzkista italiana, attiva fin dal secondo dopoguerra con dirigente Livio Maitan; i gruppi nel 1979 cambiarono nome in Lega comunista rivoluzionaria     per poi confluire, dieci anni dopo, nell'esperienza di Democrazia proletaria (e quindi, con quest'ultima, concorrrere alla nascita di Rifondazione comunista). 
Le esperienze di dissidenza alla base della Lega socialista rivoluzionaria, invece, avevano preso avvio dal napoletano Gruppo rivoluzione permanente, sorto qualche anno prima, e dall'incontro di quest’ultimo con altri militanti e gruppuscoli.
Il pugno di Lsr fu presentato solo in quattro Regioni, tra le più popolose d'Italia (Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania), e riuscì a raccogliere su scala nazionale circa 6000 voti; così ripartiti: 1143 in Piemonte (0,04%), 1086 in Lombardia (0,02%), 2140 in Lazio (0,07%) e 1651 in Campania (0,05%), senza peraltro ottenere nessun eletto, perché lo 0,02% a livello nazionale anche nelle varie regioni rimase lontanissimo da percentuali utili per l'ottenimento di un seggio (come si può notare scorrendo i dati offerti dall'Archivio Eligendo, messo a disposizione dal Ministero dell'Interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali - Direzione centrale per i servizi elettorali). Ad eccezione di sporadiche apparizioni a consultazioni comunali - per esempio a Torino - degli stessi anni, quella alle regionali del 1980 fu l'unica apparizione di qualche rilievo del pugno stilizzato sulle schede elettorali, sebbene l'organizzazione sia vissuta fino al 1990 per poi trasformarsi in Sr - Socialismo Rivoluzionario e allontanarsi presto dal trotzkismo.
Il pugno chiuso di Lsr, come detto, presentava peculiarità tali da differenziarlo da altri "pugni" comparsi sulle schede elettorali o nei simboli dei partiti. Il pugno chiuso, infatti, da sempre connotava la storia e la simbologia del movimento operaio e socialista internazionale, nonostante godesse - se non come saluto - meno fortuna di altri simboli d'area (falce e martello, con o senza libro; rose o altri fiori; tre frecce; globo terrestre; sole nascente; stretta di mano) finiti in grafica. Per l’esperienza italiana basti pensare allo storico utilizzo della "rosa nel pugno", segno perfettamente mutuato dal partito socialista francese, da parte del Partito radicale e da cartelli elettorali d'area. 
Oppure, spostandosi decisamente più a sinistra, si può pensare al simbolo di Lotta continua: il suo nucleo grafico era costituito da un pugno alzato composto dalle stesse lettere del nome dell’organizzazione. La mente può andare anche al pugno chiuso alzato, realistico e di mano destra, che contraddistinse per tutta la sua esperienza politico-elettorale - insieme a un globo terrestre reticolare e a falce e martello, anche se all'inizio al posto di quest'ultimo era stata utilizzata una tenaglia - il simbolo di Democrazia proletaria
Si può anche evocare, volendo, il pugno destro serrato che aveva contraddistinto l'esperienza del cartello elettorale Nuova sinistra unita, organizzato proprio da Dp e altre forze politiche per presentare liste alle elezioni parlamentari del 1979 o, ancora, il simbolo della citata Lcr, peraltro presente anche sulle stesse schede elettorali regionali del 1980: qui i pugni inseriti nel cerchio erano addirittura due e brandivano, rispettivamente, uno la falce e l'altro il martello, insolitamente raffigurati in prospettiva.
Le peculiarità del pugno della Lega socialista rivoluzionaria, con la sua stilizzazione, vanno ricercate nelle relazioni che l’organizzazione italiana intratteneva sul piano internazionale. La Lsr, infatti, era allora strettamente in dialogo con la corrente trotzkista del dirigente argentino Nahuel Moreno (1924-1987): sia i partiti sudamericani (per esempio i due distinti Partido Socialista de los Trabajadores, uno in Colombia e l’altro in Argentina) sia l'organizzazione internazionale (Lit-Ci, Liga internacional de los trabajadores - Cuarta internacional) che facevano a lui riferimento adottavano un analogo pugno sinistro stilizzato. Tempo qualche anno e sarebbe sbarcato in Italia, per emergere in modo netto da schede e manifesti.

venerdì 10 luglio 2026

Nomi, simboli e grafiche: discussioni sganciate dalla legge elettorale?

Sarà che in politica di poesia e di eleganza ce n'è sempre meno (mentre di drammi di qualunque tipo c'è crescente abbondanza), ma viene spontaneo richiamare almeno per la terza volta in questo sito una delle frasi centrali del soliloquio di Giulietta immaginato da Shakespeare, "What's in a name?", per cercare di riflettere questa volta sulla scelta dell'etichetta che dovrebbe darsi la principale coalizione alternativa al centrodestra italiano. A tacere del fatto che, procedendo con la citazione shakespeariana - "Quella che chiamiamo rosa, anche con altro nome avrebbe il suo profumo", per usare la traduzione di Salvatore Quasimodo - si finisce subito in ambito simbolico, pensando a radicali, socialisti, (pi)diessini e dintorni, quindi il terreno si fa subito insidioso.
In ogni caso, basta avere dato uno sguardo anche distratto agli articoli o ai servizi proposti dai media nei giorni scorsi, ma anche sui profili e sulle pagine social, per essersi imbattuti in dichiarazioni, prime dispute, commenti, analisi e retrospettive sulle possibili denominazioni della traduzione politico-elettorale del centrosinistra a trazione Pd-Avs-M5S, con un necessario punto di ancoraggio anche al centro. Se da tempo l'etichetta "campo largo" viene usata e rimbalzata "a ondate", tra mille dubbi (amche sulla sua effettiva larghezza, dunque su quali forze ne facciano parte), la proposta di Giuseppe Conte (MoVimento 5 Stelle) di chiamare la coalizione "Alleanza per la Costituzione e la democrazia", con il verde Angelo Bonelli che ha subito proposto due alternative ("Alleanza per la pace e per il lavoro" o "Alleanza per la pace e l'ambiente"), ha acceso immediatamente le discussioni e i colpi d'ironia, come se peraltro fossero mancati prima (il "camposanto" ne era solo uno degli esempi più noti). 
Allo stesso modo, lo sguardo e la memoria di chi segue il teatrone della politica italiana scena dopo scena si sono rapidamente tradotti in lunghi articoli che sono manna per i #drogatidipolitica, sempre pronti a cogliere occasioni per rievocare, riscoprire, confermare memorie e sentirsene sbloccare altre ("non ce la faccio, troppi ricordi!"). Per dire, il 2 luglio Tommaso Labate sul Corriere della Sera ha ripercorso i capitoli più significativi della "toponomastica interna" del centrosinistra italiano, "re-inaugurata con le coalizioni della Seconda Repubblica dopo lo sventurato precedente del Fronte popolare (in realtà si chiamava 'Fronte democratico popolare', comunisti e socialisti più qualche formazione minore) agli albori della Prima, nel 1948". E, a voler vedere la complessità per intero, bisognerebbe ricordare che il nome completo della lista del 1948 - almeno quello depositato al Ministero dell'interno - era "Fronte democratico popolare per la libertà, la pace, il lavoro".
Labate evoca lo "psicodramma in cui a sinistra si è sprofondati dalla caduta del Muro in poi ogniqualvolta toccava mettersi alla ricerca di un nome e mettere d'accordo tutti", richiamando innanzitutto la trasformazione del Pci in Pds e il lungo periodo in cui - prima che fosse svelato il nuovo futuro nome, Partito democratico della sinistra, e il simbolo realizzato da Bruno Magno - il partito in transizione era semplicemente "La Cosa" (mentre la Dc pochi anni dopo sarebbe tornata allo storico Partito popolare italiano, ma Labate lambisce con un cenno il destino dello scudo crociato, "finito nella matassa inestricabile di sentenze e controsentenze con protagonisti due carneadi della politica a cavallo tra i due millenni, Angelo Sandri e il leggendario Giuseppe Pizza detto 'Pino', che della difesa del baluardo aveva fatto una ragione di vita": qui le alleanze e i campi c'entravano poco, ma per i #drogatidipolitica sulle dispute sullo #scudoincrociato si torna sempre volentieri). Sempre nel centrosinistra si colloca la lunga stagione botanica, tra piante e fiori: se edera, rosa e garofano erano parte della storia, come lo divenne presto la quercia - o, a voler essere filologici, l'albero della sinistra - del Pds, arrivarono poi le alleanze e le federazioni-fusioni sotto le insegne dell'Ulivo, della Margherita, della Rosa (nel Pugno); eppure, come nota Labate, "nell'epoca in cui l’ambientalismo torna a ruggire quantomeno nelle coscienze dei più giovani, la botanica che ha soccorso il centrosinistra dagli anni Novanta scompare dai radar".
Al mondo dell'ambiente, in effetti, era legato anche l'arcobaleno a forma di emiciclo dell'Unione, vale a dire il simbolo - disegnato da AdvCreativi, la stessa agenzia che nel 1999 aveva concepito l'asinello dei Democratici - sotto le cui insegne il centrosinistra allargatissimo (una ventina di sigle) era riuscito a vincere le elezioni. Eppure... ricorda Labate che il nome e il simbolo dell'Unione non finirono sulle schede, tranne che "in una mini tornata di elezioni suppletive per la Camera andata in scena nel 2005 (gli eletti furono il romano Michele Meta e il calabrese Nicodemo Oliverio). In quello stesso giorno, nella stessa tornata di suppletive, si contesero due seggi per il Senato, vinti dall’allora dalemiano Nicola Latorre e dal dipietrista Massimo Donadi. Ma lì, per baruffe interne, avevano ripescato 'l'Ulivo', per l’ultima volta nella storia". 
In effetti l'Ulivo sarebbe tornato anche alle elezioni politiche del 2006 (alla Camera, come unione di Ds e Margherita che invece al Senato corsero separati), mentre la presenza più capillare dell'Unione era stata alle regionali dell'aprile del 2005 - dunque prima delle suppletive citate - anche se non in tutte le Regioni chiamate al voto: il simbolo, con o senza riferimenti alle singole regioni o ai candidati alla presidenza, si vide come contrassegno del "listino" regionale in Piemonte, in Lombardia, nelle Marche, in Abruzzo, in Campania, in Basilicata, in Calabria (e perfino in Liguria, ma con i colori dell'arcobaleno che tingevano la sagoma della Regione, senza traccia dell'emiciclo). 
Com'è possibile che il simbolo della coalizione fosse presente come "test" alle regionali del 2005 e non alle politiche del 2006 (fatta eccezione - bisognerebbe ricordarlo - per i collegi dell'Alto Adige in tandem con la Svp e nella circoscrizione Estero, peraltro con l'aggiunta del riferimento a Prodi)? Ciò non accadde per dimenticanza, ma - è tempo di entrare nel mood di chi per capire la realtà sa che occorre conoscere o ricordare le regole - semplicemente perché la legge elettorale approvata nel 2005 prevedeva solo l'uso dei simboli di lista, non anche delle coalizioni. Quando si era pensato al simbolo, lo spazio per utilizzarlo alle elezioni politiche c'era (soprattutto al Senato), qualche mese dopo è sparito e tanti saluti agli sforzi profusi. 
Poi è il caso di occuparsi dei nomi lasciando perdere i simboli, nel senso che tali non sono mai diventati (e anche con buone ragioni tecniche, come si vedrà più avanti). Così il fatto che la proposta di Conte usi la categoria dell'Alleanza riporta indietro di una ventina d'anni, a "un nome ufficializzato e poi scartato" e a una disputa, quella "tra Fed e Gad", sorta nel bel mezzo della XIV legislatura: da un lato la Fed, "la federazione dell’Ulivo", prosecuzione della lista Uniti nell'Ulivo che alle europee del 2004 aveva unito Ds, Margherita e Sdi (e anche i Repubblicani europei, a dirla tutta) e che per Labate era "embrione di quello che sarebbe diventato il Pd"; dall'altro lato la Gad, "Grande alleanza democratica", intesa come coalizione allargata dall'Udeur a Rifondazione comunista, ben lontana dall'idea di fondare un partito unico e di rendere omogeneo ciò che mai avrebbe potuto esserlo. Per Labate quella disputa "finì in un pareggio perché la Fed di fatto non si fece e la Gad cambiò nome in 'Unione', con cui poi il centrosinistra vinse le elezioni del 2006" (senza che, come detto, il simbolo apparisse). 
E sempre a proposito di nomi, per Labate "ci sono i nomi che finiscono nel dimenticatoio anche se sono formalmente utilizzati", come Italia. Bene comune, cioè la coalizione che ebbe Pierluigi Bersani come leader dopo le primarie del 25 novembre 2012: i #drogatidipolitica lo ricordano sicuramente, anche se - per lo stesso motivo visto prima - non avrebbero potuto trovarlo sulla scheda, visto che il sistema era imperniato sulla presentazione di liste o coalizioni di liste concorrenti, senza bisogno che le coalizioni avessero nomi o fregi visibili. 
Ci sono poi amche - sempre secondo Labate - i nomi "che restano nella storia pur essendo non ufficiali", a partire dalla "Cosa rossa" che nel 2008 aveva scelto Fausto Bertinotti come capo della forza politica, ma che sulle schede figurava come La Sinistra - l'Arcobaleno: questa sarebbe stata dimenticata da più di qualcuno forse anche per il suo essere rimasta fuori dal Parlamento, dando avvio a nuovi, continui cambi di nome e simbolo nell'area della "sinistra-sinistra" (come a suo tempo aveva gia ben raccontato Francesco Cundari nel suo libro Déjà-vu - all'interno della "tendenza spezzatino" - e come aveva lucidamente indicato Roberto Capizzi su questo sito). 
Sempre il 2 luglio, stavolta sulla Repubblica, è stata la sensibilità di Filippo Ceccarelli a cercare di raccontare - e non è facile, in effetti - "la smania di cambiare il nome" che si riscontrerebbe a sinistra e nel centrosinistra. Con una considerazione prognostica iniziale che lascia pochi dubbi: "Se è vero che i nomi sono conseguenza delle cose, la coalizione di centrosinistra, o l'ineffabile entità che con disperata pigrizia si continua a identificare in tal modo, è messa maluccio". Anche perché, se la proposta nominale di Conte non pareva pronta al decollo o "irresistibile", Ceccarelli ha provato ad avventurarsi - grazie anche ai suoi preziosi annales - in una ricerca nel recente passato, basandosi "sulla mancanza di originalità che grava in ambito progressista". Si riscopre così che proprio Bersani, due anni e mezzo prima di vincere le primarie, avrebbe coniato l'espressione "Alleanza per la Costituzione" nell'estate 2010, "con l'obiettivo di far fronte comune e liberarsi una buona volta da Berlusconi", ma che "solo a Rosy Bindi piacque l'idea"; l'espressione sarebbe tornata in qualche modo nei progetti di Giuseppe Fioroni, di Cesare Salvi e - dall'altra parte - di Margherita Boniver (stavolta contro la crisi economica); nel 2013 l'espressione sarebbe ritornata pronunciata da Stefano Fassina (al congresso di Sinistra italiana) e poi sarebbe stata impiegata contro le riforme costituzionali proposte dai "saggi" nominati dal governo Letta. 
Per Filippo, già da anni "a colpi di Ulivo, Gad, Fed, Unione, Italia bene comune e con simili titoli, l'opinione pubblica di sinistra veniva periodicamente sfiancata da un incessante vorticare di smanie auto-qualificative, sigle, ideuzze e paturnie di varia e prolungabile persistenza". E se qualcuno potrebbe non ricordare - si abbia una certa indulgenza, please - come il "dibattito filosofico tra il nome e la cosa" sia passato dal Cratilo di Platone fino a Le parole e le cose di Michel Foucault, non si può dimenticare come nel 2017 Antonio Ingroia avesse promosso - con Giulietto Chiesa - una sorta di "Alleanza per la Costituzione", chiamata però Lista del Popolo per la Costituzione ("contro Renzi - annota Ceccarelli - ma aperta al grillismo a quel tempo affluente e promettente").
Filippo nel suo articolo auspica che il nome dello schieramento elettorale di centrosinistra possa venire "da sé, o dal basso, o almeno dalla base, come si diceva in anni ormai lontani", ma riconoscendo ciò come impresa quasi impossibile, in tempi in cui ormai "la distanza con il vertice si è fatta vertiginosa, i partiti sono strutture ormai definitivamente oligarchiche, oppure personali, o di clan, o misteriose ed evanescenti, per cui ogni decisione è impossibile, troppi impicci, troppi rancori, troppe gelosie, troppi galli a cantare, figurarsi la fatica di scegliere un nome o l'altro". Il cocktail tossico tra "serio vuoto di ideali, parole e progetti" e "un deficit di creatività e di trovate" non destinate a consumarsi dopo la pubblicazione di un post renderebbe "la ricerca del nome una delle più noiose e inconcludenti pratiche su cui di tanto in tanto si accapiglia, nel desolato e nauseato disinteresse degli elettori, la ben nutrita tribù dei comunicatori" (e quella dei #drogatidipolitica non sta certo a guardare).
A parte che dai versi ottonari vergati da Michele Serra alla fine del 2025 e riportati pazientemente da Ceccarelli ("Per non dare l'impressione/ della prevaricazione/ ogni leader tocca temi/ che non destino problemi. [...] Quanto è buono il pollo al forno./ Però piace anche in padella./ Se si fredda lo riscaldo./ È un accordo molto saldo") qualcuno potrebbe cavare l'idea balzana di piazzare un polletto - come elemento unificante - nel mezzo di un simbolo circolare, che ricorderebbe subito una pietanza che sbuca dalla ruota del Pranzo è servito, il rischio di azzeccare nomi poco originali è sempre e comunque in agguato. 
All'inizio di dicembre, per dire, Bonelli aveva proposto Alleanza per l'Italia, eppure l'aveva fatto "dimenticando forse - ha sottolineato Labate - che il nome era stato usato da Francesco Rutelli per il suo ultimo partito". Nel cui simbolo, peraltro, coesistevano api (poi volate via) e fiori d'arancio, che forse Bonelli avrebbe apprezzato. Al di là di questo, però, l'aspetto più rischioso è proprio quello di apparire "forze concentrate sull’utilizzo dei vessilli, che siano Costituzione, pace o ambiente, con 'titoli' finalizzati troppo spesso contro qualcuno (che andrebbe anche bene, almeno relativamente), senza spiegare però per fare che cosa". Lo ha scritto ieri Antonio Bompani in un suo articolo su Linkiesta, rilevando quanto sia problematico trovarsi di fronte a un "grattacapo programmatico, composto di formule difensive da contrapporre ad avversari impliciti non meglio specificati, evitando di iniziare dal presentare un’idea di Paese che l’elettore possa immaginare concretamente", senza contare il rischio di richiamarsi alla Costituzione: "il terreno più unificante e meno divisivo possibile, condiviso almeno formalmente da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione", finirebbe per ridursi "a bandiera dell’approssimazione, da sventolare quando si è a corto di proposte" (oltre che per far passare il messaggio che chi sta al di fuori di quel recinto è contro la Costituzione).
Certamente gli stendardi e gli emblemi non stanno solo nei nomi (Bompani ne individua alcuni anche nell'ambito delle politiche pubbliche e sono altrettanto problematici), ma per il centrosinistra la questione dei nomi sembra davvero il modo più irragionevole di autosabotare ogni tentativo - gradito o meno - di costruire qualcosa. Posto che, come ha segnalato Bompani, "il vuoto di comunicazione positiva dettato da stendardi ed emblemi favorisce formazioni che si muovono agli estremi e che intercettano mancate risposte in senso positivo e propositivo" (ed è qualcosa di cui devono occuparsi anche nell'area della maggioranza di governo, temendo che avanzi chi parla "con un linguaggio diretto, riconoscibile, quasi fisico, a un elettorato che si sente escluso", a prescindere dalle soluzioni che offre), è un fatto che - come ha notato una settimana fa Chiara Geloni - la coalizione di centrodestra non abbia un nome e nessuno, a quanto pare, glielo chiede o ne sente il bisogno. 
Negli altri schieramenti le cose vanno diversamente, con accenti più o meno marcati (del resto, in passato c'è chi non ha mai accettato di essere etichettato come "terzo polo"); l'attenzione per il nome dell'alleanza nuova, però, potrebbe scemare del tutto - spostando quelle energie, magari, solo sui contenuti - se solo si considerasse che la legge elettorale in vigore lascia spazio solo per i contrassegni di lista e altrettanto fa quella in discussione alla Camera (abolendo per giunta i collegi uninominali, che comunque dal 2018 non prevedono i contrassegni dei singoli candidati, visto che questi sono legati a doppio filo alla lista o alle liste della coalizione). 
Diverso era il discorso alle elezioni regionali (quando la legge prevedeva la possibilità che un candidato presidente avesse tutti i simboli della coalizione o un contrassegno ad hoc) o alle elezioni politiche regolate dalla "legge Mattarella", che - come ha ben spiegato Peppino Calderisi nel suo libro Storia di una riforma mai nata - nelle schede dei collegi uninominali della Camera permetteva di inserire fino a cinque simboli accanto al candidato (ma poteva starcene anche uno solo, come avevano fatto i Progressisti e il Patto per l'Italia nel 1994 e come aveva fatto anche il centrodestra nel 1996 con il Polo per le libertà, un nome che - secondo Calderisi - non ha portato fortuna), mentre al Senato poteva starcene uno solo (e a volte certi nomi sono rimasti famosi anche senza finire sulle schede: provate a cercare le parole "Polo delle libertà" e "Polo del buon governo" sulle schede gialle del 1994 e non le troverete, ma i loro simboli c'erano eccome).  
Esclusa l'improbabilissima ipotesi che il centrosinistra - stretto, medio, largo o larghissimo che sia - scelga di correre con una sola lista (e unicamente in quel caso potrebbe anche avere senso immaginare un nome da inserire in un contrassegno), la corsa a più punte, cioè con più liste, rende poco utile continuare a discutere di nomi. Un nome non fa l'identità, elemento decisamente più importante. Per vincere, ma anche solo per esistere e agire meglio.