mercoledì 20 ottobre 2021

Simboli sotto i mille (2021): il Centro e il Sud, più qualche curiosità finale (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

È tempo di riprendere i
l nostro viaggio nei comuni italiani sotto i mille abitanti coinvolti da questo turno elettorale: dopo un giro tra le quattro regioni del Nord interessate da questo fenomeno e qualche giorno di pausa, siamo pronti per completare il nostro itinerario visitando vari piccolissimi paesi del Centro e del Sud. Prima di partire con noi, peraltro, è il caso di dare alcune indicazioni preliminari: il panorama elettorale della microItalia centromeridionale è diverso da quello incontrato in quella settentrionale. Nel percorso, infatti, si trovano liste civiche e di partito, ma andando di comune in comune si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un gran numero di liste schierate per motivi piuttosto extraelettorali. Ed è forte la tentazione di pensare che varie candidature siano state presentate soprattutto per ottenere licenze: il pensiero si materializza soprattutto di fronte a certi simboli, a varie denominazioni di liste e anche proprio ad alcuni nomi di candidati, che finiscono per ripetersi negli anni (in un caso una persona ha superato le dieci candidature a sindaco, per di più quasi consecutive). Da parte nostra, ovviamente, c'è solo l'intenzione di registrare ciò che accade e di darne conto, di mappare fenomeni e offrire informazioni a chi può avere interesse: spetta eventualmente ad altre persone approfondire, indagare, svelare e trarre le conclusioni ritenute opportune.

La prima tappa di questa seconda parte del viaggio è nelle Marche, anche se a dire il vero è anche l'unica puntata nella regione. Il comune che ci interessa è Montegallo, in provincia di Ascoli Piceno: ad attirare la nostra attenzione è la presenza sulla scheda - di un comune la cui popolazione "legale" è di 573 abitanti - di ben quattro liste.
 Si sono contese la vittoria Insieme per Montegallo (46,45%) e Radici Montegallesi (45,56%), divise da soli tre voti (157 a 154); accanto a loro però c'erano anche il Movimento civico montegallese (23 voti, pari al 6,80%) e Montegallo comune (scelta solo da 4 elettori, pari all'1,18%). La presenza di queste ultime due liste, in particolare di Montegallo Comune, lascia oggettivamente perplessi; si deve però ammettere che le due liste escluse dal consiglio comunale sono state comunque determinanti ai fini del risultato finale.

Lasciate in fretta le Marche, si fa giusto una capatina in Umbria, anche perché pure qui un solo comune attira la nostra attenzione: si tratta di 
Parrano, in provincia di Terni. Elettrici ed elettori hanno trovato sui manifesti e sulle schede soltanto due liste: Parrano bene comune è risultata nettamente vincitrice (85,52%), mentre l'altra lista con 43 voti (14,48%) si è aggiudicata in automatico i tre consiglieri di minoranza. Questa lista, Noi no (non si trattava né di un varietà di Vianello e Mondaini, né di una canzone di Baglioni o di Me contro te), aveva una grafica piuttosto semplice (nome bianco su fondo azzurro carico e tricolorino obliquo in basso) ma comunque non improvvisata. Il nome scelto non segnalava alcun radicamento locale, ma una generica opposizione (nemmeno a un progetto o a un'istanza particolare), così viene naturale interrogarsi sulle ragioni che hanno portato a presentare la lista: ci si limita a notare che si è recato alle urne il 66,87%, quindi ci si sente di escludere che qualcuno temesse il commissariamento per il mancato raggiungimento del quorum.

Abbandonata l'Umbria, si arriva in Lazio e questa volta ci tratteniamo più a lungo, dando uno sguardo a vari microcomuni. In questi troviamo alcuni simboli che si ripetono: uno di questi è quello del movimento nazionale Italia dei diritti, presieduto da Antonello De Pierro, impegnato nella difesa della legalità e da alcuni anni operante i
n questa regione. La sua presenza sulle schede elettorali laziali non è dunque una novità, né può sorprendere: i comuni che interessano sono tutti in provincia di Roma. La lista ha raccolto 3 voti ad Anticoli Corrado (0,68%), nessuno a Canterano, 14 a Casape (4,75%); è andata male a Filacciano (un solo voto, pari allo 0,35%), malissimo a Jenne e a Vivaro Romano (zero voti), il raccolto è stato scarso a Mandela (8 voti - 1,37%), a Riofreddo (5 voti - 1,02%) e a Rocca di Cave (6 voti - 2,62%) e un po' migliore a Sambuci (29 voti - 4,95%); alcuni di questi comuni, peraltro, meriteranno la nostra attenzione anche tra poco. Tornando a Italia dei diritti, l'esito elettorale è stato migliore a Cineto Romano e a Vallinfreda: in questi paesi le liste in corsa erano solo due e alla lista del partito di De Pierro è bastato ottenere 16 voti a Cineto (3,86%) e 7 voti a Vallinfreda (5,07%) per ottenere in ciascuno dei due comuni i tre seggi di opposizione. I sei consiglieri ottenuti si sono aggiunti a quelli eletti negli anni scorsi, sempre in piccoli centri del Lazio.
Un'altra formazione già nota alle persone affezionate a questi viaggi "sotto i mille", specie nell'Italia centrale e meridionale, è Progetto popolare: il soggetto politico ha base a Colleferro, in precedenza ha presentato liste anche con il simbolo del Movimento sociale italico e ha all'attivo alcuni consiglieri eletti appunto in piccoli centri. Questo turno elettorale ne sono arrivati altri sei: i primi tre sono stati ottenuti a Casape, peraltro con un risultato di tutto rispetto (100 voti tondi tondi, pari al 33,9%), lasciando fuori dal consiglio la terza lista che - come si è visto poco fa - era Italia dei diritti; gli altri tre sono stati ottenuti a Rocca di Cave, dove sono stati sufficienti 19 voti (pari all'8,30%) per ottenere tutti i seggi della minoranza, anche qui non lasciando spazi a Italia dei diritti, di nuovo nella posizione non confortevole di terza lista. Proprio come il movimento di De Pierro, invece, Progetto popolare non ha ottenuto seggi nei comuni di Mandela (3 voti - 0,51%) e Sambuci (1 voto - 0,19%), nei quali partecipavano quattro liste.

Già questo breve excursus ci ha fatto notare che in vari microcomuni c'era più di una lista non radicata in paese (e presentata, assai probabilmente, per cercare di ottenere visibilità "nel piccolo" e costruire prime basi per espandersi): vale dunque la pena tornare sui nostri passi e vedere cos'è accaduto in qualche paese nominato prima. Si parte da Riofreddo e, visto il nome, si è tentati di coprirsi per bene (anche se la 
lista che ha vinto si chiama Alla luce del sole per Riofreddo, contrassegnata da un bel sole infantile con gli occhioni, quindi forse il cappotto non serve...). Lì, con 762 abitanti di popolazione "legale", si sono presentate ben cinque liste: esclusa la vincitrice, l'unica altra formazione riuscita a entrare in consiglio è stata Fare Futuro. Il suo simbolo semplice, ma a suo modo raffinato (un nome che in politica è già stato usato, una stretta di mano dal tratto sottile e caratteri fin troppo fini ed eleganti per le schede elettorali) ha ottenuto 41 voti (8,35%), sufficienti in quel caso a conquistare i seggi di minoranza. Qualche legame con il territorio questa lista sembra averlo avuto; l'affluenza del 79,21% fa escludere che si temessero problemi di quorum, venendo piuttosto da pensare che si volesse evitare l'ingresso in consiglio di figure estranee al paese. E, se lo scopo fosse stato davvero questo, si dovrebbe dire che il tentativo è riuscito.
Chi è rimasto fuori? Se di Italia dei diritti si è già detto prima, l'attenzione è attratta dalle altre due liste, Nuova era per Riofreddo e Finalmente noi: hanno incassato un voto a testa - pari allo 0,2% - su 491 voti validi, quindi per loro non c'era alcuna possibilità di ottenere rappresentanti. Lo scarso risultato ottenuto, i nomi usati (già visti in passato) e la grafica a dir poco essenziale messa in campo per le due liste (i loro simboli, con il nome scritto in carattere Calibri - quello di default su Word - su fondo bianco, parrebbero realizzati dalla stessa mano) fanno però attivare il radar di chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica: a prescindere dal fatto che il caso appena ricordato rientri in questa categoria o meno, sembra arrivato il momento di aprire la rassegna delle "liste per le licenze" (o che almeno così appaiono), fenomeno poco o per niente diffuso al Nord ma piuttosto comune da vari anni nei microcomuni del Centro-Sud (e che abbiamo spiegato molte volte in passato). I segni che aiutano a identificare quelle formazioni (o, per lo meno, che non possono non attirare l'attenzione di chi viaggia "sotto i mille") sono quelli già ricordati più volte: i simboli, come detto, presentano spesso una grafica assai spartana (non di rado si tratta di una semplice scritta nera su fondo bianco); i nomi delle liste si ripetono (nel corso degli anni o dello stesso turno elettorale) o comunque si somigliano; anche guardando tra le candidature - la verifica è più semplice per quelle alla carica di sindaco, sempre consultabili sull'archivio del Viminale, mentre per quelle a consigliere bisogna essersi procurati i manifesti necessari, nel modo già ricordato la volta scorso - si ha una sensazione di déjà vu, leggendo nomi e cognomi di persone che nel corso del tempo si erano già candidate in altri paesini (e che sono, spesso, di varia origine); il riscontro dei pochissimi voti ottenuti (a volte nessuno) è insieme la controprova del mancato legame con il territorio e l'ultimo indizio da considerare nella nostra osservazione.
Passati in rassegna i "ferri del mestiere", il viaggio può continuare (anche se non sempre si segnaleranno solo liste da osservare con attenzione): ci si sposta dunque in provincia di Frosinone, in particolare a Terelle e Vicalvi. In questi due comuni si presenta Alternativa verde: il nome in effetti può far pensare a una formazione ecologista locale (e anche il simbolo, a ben guardare, si presenta piuttosto elaborato, ma lo si era detto anche l'anno scorso); colpisce però che il candidato sindaco a Terelle si sia già proposto come aspirante sindaco in tre microcomuni diversi, con altrettanti contrassegni (Lega Molise a Sant'Angelo del Pesco nel 2015, Basta privilegi politici a Bagnolo del Trigno nel 2016 e Movimento sociale a Valle Agricola nel 2019), raccogliendo un solo voto in tutto, nella consultazione di due anni fa. Questa volta è andata leggermente meglio: a Terelle sono arrivati 3 voti (1,15%, nessun seggio trattandosi della terza lista), mentre a Valcavi ne sono arrivati solo due (e lì le liste erano quattro, a fronte di 806 abitanti in base all'ultimo censimento e 473 votanti).

Restando nel frusinate, facendo una capatina a Viticuso (poco più di 400 elettori) ci si imbatte in SiAmo Italia, un simbolo che nel 2020 si era già incontrato nella stessa provincia a Belmonte Castello (e anche allora si era dubitato che i presentatori avessero qualche vicinanza all'entourage di Vittorio Sgarbi, al quale un simbolo con quel nome è riconducibile). Questa volta la lista contrassegnata con i colori nazionali ha rimediato 3 voti (1,14%) e, risultando la terza di tre liste, non ha avuto accesso al consiglio comunale. Nell'ancor più piccola Acquafondata, invece, si trova Insieme per vincere: a dispetto del nome, la lista ha racimolato un solo voto (pari allo 0,47%) e di certo il simbolo, con nome scritto addirittura in Times New Roman, ha attratto ben pochi sguardi.

Il tour nei piccoli centri del Lazio è quasi finito, ma vale la pena di restare per un attimo in provincia di Frosinone a Casalattico, visto che elettrici ed elettori hanno trovato sulla scheda la lista del MoVimento 5 Stelle (una vera rarità "sotto i mille"): si è però trattato di una conferma, visto che la lista era già presente nel 2016 con lo stesso candidato sindaco, Piero Angelo Morelli, eletto cinque anni fa in consiglio e rieletto questa volta, anche se con qualche voto in meno (67 nel 2016, diventati ora 56, pari all'11,18%). Non si tratta peraltro dell'unico dettaglio curioso in questo piccolo comune: a fronte di una popolazione "legale" (2011) di 641 abitanti, infatti, le persone aventi diritto al voto risultavano essere 
ben 1229: se ci fosse stata una sola lista, con un'affluenza del 41,01% si sarebbe evitato il commissariamento solo grazie alla norma introdotta una tantum per le elezioni amministrative del 2021, ma la presenza di tre liste ha evitato alla radice ogni problema. Da ultimo, anche un confronto con le elezioni precedenti merita un po' di attenzione: nel 2016 risultò vincitore Giuseppe Benedetti con la lista la Primavera, prevalendo su Angelantonio Macari candidato, della lista Casalattico Futura; questa volta è diventato sindaco Francesco Antonio Di Lucia (per la lista Viva Casalattico, 279 voti) e il secondo arrivato, con 166 voti, è risultato ancora Macari... ma stavolta era lui a guidare la lista La Primavera (e il sindaco uscente, che lo aveva sconfitto cinque anni prima, era addirittura il capolista). La dinamica oggettivamente è curiosa e induce a domandarsi se i candidati si aspettassero il ritorno della terza lista o se avessero pensato a una competizione "a due".

Se in Lazio ci si è trattenuti un po' di più, in Abruzzo occorre restare ancora più tempo: di liste che richiedono la nostra attenzione (con relativi indizi da monitorare) se ne incontrano a bizzeffe e di ogni sorta. 
Partendo dalla provincia di Chieti, a Dogliola si trova L'Alternativa (simbolo molto semplice, simile a quelli visti in passato - cambia soprattutto il colore - ma con in più il disegno geometrico di un fiorellino, simile a quello dell'editore Bompiani ma ovviamente non è lo stesso): dalle urne è arrivato solo un voto (0,4%), ma è andata peggio a Vivere insieme (simbolo con stretta di mano e gemelli al polso già visto molte volte in diversi comuni, candidato che si era già proposto come sindaco tre volte - 2008, 2013 e 2018 - in due comuni diversi) che a Pietraferrazzana non ha preso nemmeno un voto. Nessun rappresentante sarebbe riuscito a entrare, dunque, anche se non ci fosse stata la seconda lista, Pietraferrazzana nel cuore (tre seggi ottenuti con 10 voti, pari al 12,35%): il suo simbolo, curiosamente, non mostra una grafica molto diversa da quello della lista vincente, Per Pietraferrazzana.

Non ci si può fermare però troppo da quelle parti, perché è già tempo di andare in provincia dell'Aquila. A Calascio - 137 abitanti stando al censimento del 2011, 275 elettori - sulla scheda c'erano addirittura quattro liste (praticamente una ogni aventi diritto). Le più elaborate graficamente (con tanto di profilo inconfondibile del castello di Rocca Calascio) sono entrate in consiglio e hanno raccattato tutti i voti disponibili: per 
Finalmente Noi e Insieme per Calascio - dalla grafica oggettivamente più elaborata rispetto al solito - non ne è rimasto neppure uno.
Anche a Cocullo - popolazione "legale" di 265 abitanti, 340 elettori - erano state presentate quattro liste: dando un rapido sguardo al manifesto e alla pagina dei risultati elettorali sul portale Eligendo, non ci si stupisce a notare che a prevalere è stata la lista Insieme per il progresso (114 voti, pari all'80,28%), l'unica a dimostrare un radicamento sul territorio anche grazie all'immagine di una pala eolica nel contrassegno, evidente richiamo al parco eolico situato sul territorio comunale. Gli altri tre seggi sono andati - grazie ai 27 voti espressi (19,01%) - a Insieme per voi: il simbolo - scritta nera su sfondo arancione, un'accoppiata inedita finora - susciterebbe qualche pensiero, ma il manifesto permette di rilevare che alcuni candidati della lista (piuttosto corta) sono nati nel paese, senza contare che cinque anni fa una lista dal nome simile (Insieme con voi, sfondo giallo in quel caso) aveva ottenuto i tre seggi della minoranza grazie a 32 voti, pari al 20,51%, in più due consiglieri uscenti erano tra i candidati di quest'anno. Nessun dubbio, invece, nel qualificare come esterne al paese le liste a grafica minimal
 Finalmente noi (un voto) e Nuova Era (nemmeno quello).
Se ci si sposta a Ofena, gli abitanti "ufficiali" (2011) diventano 527 e gli elettori salgono a 668, ma sembrano comunque pochi per giustificare la presenza di ben cinque liste. Due sicuramente erano locali (Uniti per Ofena, la vincitrice, e Progetto comune, che si aggiudicano nel complesso il 98,29% dei voti e tutti i seggi consiliari); accanto a loro si sono presentate Voliamo tutti insieme (4 voti), Catena Sindaco (un voto) e La Novità, cui però non è parso interessato nessuno, visto che il suo contatore è rimasto a zero. Il mix di nomi delle liste e scelte grafiche (leggermente più elaborate rispetto ad altri luoghi, ma davvero con poco sforzo), manco a dirlo, si commenta da sé, quanto il risultato.

A questo punto del viaggio, già un po' inoltrato, sorge spontanea una domanda: e la Lista Alfa? Poteva forse mancare? Assolutamente no! Eccola, infatti, spuntare a Ortona dei Marsi - con un carattere diverso dal consueto, più "precario" del solito - e proprio lì è riuscita nell'impresa di eleggere due consiglieri raccogliendo 25 voti (pari all'8,25%) e si è pure collocata al secondo posto su tre liste; il terzo seggio di minoranza è toccato a Ortona biodiversa, cui sono andati i 15 voti residui (4,95%). Considerando che l'affluenza è stata del 60,19%, le ragioni alla base della presenza di quest'ultima lista (che come simbolo aveva un favo di api con le caratteristiche celle esagonali) restano piuttosto misteriose.
A Villalago le liste erano tre, tra le quali c'era La Nuova Svolta (nome già visto, stavolta il testo nero era su sfondo giallo): ha raccolto 2 voti in tutto (0,47%). 
A Sant'Eufemia a Maiella, nel pescarese, si sono presentate quattro liste, due delle quali erano certamente locali: Per Sant'Eufemia (138 voti, 83,64%) ha vinto e il candidato sindaco si è potuto insediare a dispetto di un'affluenza bassissima (solo il 27,59%) proprio grazie alla presenza di più liste, a partire da Sant'Eufemia rinasce, che con 27 voti (16,36%) ha ottenuto tutti e tre i seggi di minoranza. Considerando che hanno votato 165 persone, una rapida somma fa concludere che L'Alternativa e la Lista Alfa non hanno raccolto nemmeno un voto: è probabile che non avessero alcun legame con il paese, così come è ben possibile che Sant'Eufemia rinasce sia stata schierata proprio per evitare problemi di quorum.
Le liste erano quattro anche a Pietracamela, piccolo centro del teramano. Le formazioni locali, anche in questo caso, erano soltanto due, Insieme possiamo - La Pietracamela del futuro (la lista vincitrice, col 54,07%) e CambiaMenti (la lista del sindaco uscente, votata dal 45,93% degli elettori): se si fossero presentate soltanto queste, negli anni scorsi, le elezioni sarebbero state salve per un pelo, visto che si è recato alle urne il 49,86% degli aventi diritto (quest'anno, come detto, il quorum è comunque stato abbassato al 40%). Le due liste locali, in ogni caso, hanno fatto man bassa e non hanno lasciato nemmeno un voto a Pietracamela Tradizione e Progresso e a L'Altra Italia nella sua unica presenza abruzzese.

Tornando in provincia di Chieti, si scopre che a Carunchio si è verificata una situazione singolare. La lista locale, Carunchio per le libertà, ha ottenuto un gran bel risultato (243 voti, pari all'84,08% dei voti validi), ma si sono recate alle urne solo 326 persone delle 938 aventi diritto, pari al 34,75%: a dispetto della percentuale bassissima, è probabile che il quorum sarebbe stato comunque raggiunto, visto che ai fini del calcolo del 40% non si sarebbe dovuto tener conto degli elettori iscritti all'anagrafe Aire. Il problema, in ogni caso, non si è posto, visto che sulla scheda elettorale c'erano altre due liste dalla grafica decisamente minimal: UxC, cioè Uniti per Carunchio (35 voti, 12,11%) e Scegli Carunchio (11 voti, 3,81%).

Nella stessa provincia si deve registrare, nel comune di Pennadomo, la presenza della lista I Veri che - pur essendo stata sorteggiata per prima sulle schede, ottenendo così una certa visibilità - ha ottenuto un solo voto sui 170 consensi validi; è giusto peraltro riconoscere che la lista in questione ha comunque presentato un emblema legato al territorio, che ha ripreso il profilo della "pietra madre" di Pennadomo (e c'è anche la miniatura della croce innalzata lassù, probabilmente sfuggita alla sottocommissione elettorale circondariale o ritenuta un semplice segno territoriale, senza implicazioni religiose). In ogni caso, le altre due liste, Uniti con Pennadomo (la lista di Domenico D'Angelo, sindaco uscente e riconfermato con 
119 voti, pari al 70%) e Noi con Pennadomo (50 voti, 29,41%) si dividono tutti gli altri voti e, in un certo modo, i loro simboli possono sembrare concepiti dalla stessa mente.
Il tempo del giro in Abruzzo, comunque, è quasi scaduto. C'è giusto lo spazio per un giro a Pescosansonesco, in provincia di Pescara: lì si erano presentate solo due liste: la prima (Sempre uniti per Pescosansonesco, che tra l'altro ha usato la stretta di mano vista prima, con aggiunta di volatili) ha ottenuto 283 voti, mentre la seconda lista - Nuovo Progetto, nome giallo su fondo azzurro - ha avuto solo 14 voti (4,71%), un po' pochi per attribuirle un reale radicamento sul territorio. L'impressione, guardando all'affluenza registrata (48,19%), è che la lista sia stata presentata, come altrove, per evitare all'origine seccature legate al quorum.

Dopo l'Abruzzo era inevitabile attendersi il Molise ed è proprio lì, dove si arriva ora, che l'attenzione di gran parte dei #drogatidipolitica era andata fin dall'inizio, visto che finora quella regione si è dimostrata una vera e propria "terra di meraviglie" per quanto accadeva nei suoi comuni "sotto i mille". Anche quest'anno, ovviamente, c'è qualcosa di interessante da raccontare, benché forse la messe appaia meno ricca del solito. 
L'itinerario molisano, comunque, inizia da San Biase, in provincia di Campobasso. Lì, non appena sono state rese note le liste in corsa, si è appreso di un ritorno dopo molti anni di assenza nei comuni "sotto i mille": il Movimento sociale Fiamma tricolore, infatti, ha presentato una propria lista (dopo averne presentate parecchie, soprattutto in Piemonte, nell'arco del quarto di secolo abbondante di elezioni senza bisogno di firme nei microcomuni), facendo la propria ricomparsa anche in località in cui le firme erano invece necessarie (incluso un capoluogo di provincia, cioè Latina). Tornando a San Biase, di voti alla Fiamma ne sono arrivati solo 2, che peraltro sono risultati pari al 2,13%, su un totale di 94 voti validi; l'affluenza è stata pari al 20,58%, decisamente bassa, ma non ci sarebbe stato alcun rischio di commissariamento, sia perché si sono affrontate addirittura 5 liste (una ogni 96 elettori, una ogni 20 votanti), sia perché due di queste erano chiaramente locali, vale a dire Insieme per San Biase (55 voti, 58,51%) e la Lista civica (35 voti, 37,23%: una formazione relativamente legata al territorio, a dispetto del nome comune e della stretta di mano bidimensionale). A conti fatti, ad Ancora insieme (dove abbiamo già visto quella stretta di mano?) e a Sanniti è toccato soltanto un voto a testa.
A Civitacampomarano, invece, devono aver tirato un sospiro di sollievo. La presenza di due liste ha infatti evitato un commissariamento altrimenti assicurato, essendo andati a votare 195 aventi diritto su 569 (pari al 34,27%): lì nemmeno il quorum ribassato una tantum avrebbe salvato le elezioni (a meno di sorprese riservate dagli iscritti Aire). Il sindaco espresso dalla lista Democratica Mente Civita deve la sua vittoria e il suo insediamento alla seconda formazione in campo, Per Civita, che con i suoi 17 voti (pari al 9,04%) si è aggiudicata i tre seggi riservati all'opposizione.  
Non hanno certo avuto o rischiato problemi di quorum a Guardiaregia, visto che le liste presentate in questo turno elettorale sono state ben quattro, a fronte di 906 elettori. Il sindaco uscente, Fabio Iuliano, è stato confermato con il 63,79% dei voti, ma tutti gli altri consensi validi sono andati alla lista civica Guardi...amo avanti, che con la lista vincitrice Liberi di volare ha condiviso il livello di elaborazione grafica dei contrassegni (e, a quanto si vede, il radicamento locale). Nemmeno un voto è toccato invece a Vivere insieme (con il simbolo delle due figure che abbracciano il globo già visto in passato) e Insieme per... il futuro: il suo candidato sindaco, peraltro, si configura come un vero recordman delle competizioni elettorali "sotto i mille", poiché questa per lui è - salvo errore - la dodicesima candidatura a sindaco dal 2009 in avanti (il suo nome, in base all'Archivio storico delle elezioni del Viminale, ricorre due volte a Gildone, due a Torella del Sannio, due a Ripabottoni, due a Casalciprano, una a Spinea e a San Giovanni in Galdo; quanto a Guardiaregia, si era già presentato - con lo stesso simbolo - anche cinque anni fa, ottenendo 8 voti).
Anche a San Massimo elettrici ed elettori avevano trovato sulle schede quattro liste, due delle quali - San Massimo unita e Progetto comune - sono apparse legate 
chiaramente al territorio, come dimostrano i risultati ottenuti (la prima ha raccolto 420 voti, pari al 76,78%, mentre la seconda, con 114 voti e il 20,84% dei consensi, si è assicurata i seggi dell'opposizione). Il raccolto delle altre due formazioni in corsa è stato oggettivamente magro, ma Fare politica (già nota scritta nera, qui in corsivo, su fondo bianco) e Verso la libertà (con la sagoma di un aeroplano su fondo giallo) qui almeno hanno ricevuto rispettivamente 7 e 6 voti, superando la soglia "psicologica" dell'1%. Sicuramente il risultato è stato migliore di quello ottenuto dalla lista Sanniti - con la grafica già vista - a Morrone del Sannio (dove sennò, altrimenti?), dove ha convinto solo un elettore dei 415 recatisi alle urne (e dei 405 che hanno espresso voti validi).
Passando in provincia di Isernia, a Pescolanciano si rileva che è stata presentata la lista La nuova svolta, con il classico simbolo del tutto minimal con la denominazione scritta in nero su sfondo bianco: quel contrassegno ha ottenuto 39 voti pari al 6,66% dei consensi validi espressi. Il consenso raccolto è stato decisamente ridotto, ma a Pescolanciano le liste erano soltanto due e, se non c'è stata nessuna vera concorrenza per la lista che ha espresso il sindaco (Andiamo oltre, votata da oltre il 90% dei votanti), La nuova svolta ha comunque ottenuto i tre seggi della minoranza (e i suoi occupanti, per i prossimi cinque anni, dovrebbero restare fuori dal giro delle elezioni amministrative).

Se - nella stessa provincia - ci si sposta a Castel San Vincenzo, comune dalla popolazione "legale" di 545 abitanti e con 638 aventi diritto al voto, si scopre che sulla scheda erano finite tre liste. Se Insieme per San Vincenzo, la formazione con il contrassegno più elaborato, ha vinto le elezioni (con il 59,18%) sulla lista Orgoglio per San Vincenzo, soltanto due voti sono rimasti a disposizione per la lista  … Per Castel San Vincenzo (con tanto di puntini nel nome, sovrapposto nel simbolo a una striscia tricolore). Con quello 0,55% di voti, naturalmente, la lista è rimasta fuori dal consiglio comunale. 
Il giro molisano si conclude con una visita d'obbligo a Capracotta, dove nel 2016 era risultata vincitrice (su un totale di tre formazioni, inclusa la Lista Beta) la lista Capracotta viva, un nome che non poteva non restare impresso. Anche questa volta la lista si è presentata, portando alla conferma del sindaco uscente; questa volta però le liste presenti erano soltanto due. I tre seggi della minoranza sono toccati dunque alla lista Insieme, grazie ai 66 voti raccolti (pari al 13,81%): l'affluenza è stata del 51,86% e forse questo potrebbe spiegare la presenza di una seconda formazione. Non si può passare da 
Chiauci, invece, perché nessuna lista è stata presentata.

Lasciato il Molise, si va in Campania, partendo dalla provincia di Avellino. Si segnala innanzitutto una lista 
Movimento Forconi a Monteverde, che ha raccolto 20 voti (pari al 3,73%) proponendo come aspirante sindaca Barbara Rinaldi (anche se in un primo momento era stata annunciata la candidatura di Giuseppe Del Giudice, segretario nazionale del movimento); vale la pena sottolineare che è l'ennesima variante del simbolo, con sfondo sfumato dal verde al rosso (in lista c'erano anche Sergio Angrisano, candidato presidente della regione Campania per il Terzo Polo nel 2020, e Orlando Iannotti, tra i dirigenti dei Forconi). A Sant’Angelo a Scala sono state presentate tre liste (come a Monteverde): tra queste c'era anche Sant'Angelo a Scala bene comune, in grado di attirare solo due voti (pari allo 0,43%), con un simbolo che sfoggiava insolitamente il carattere Cooper Black. A Petruro Irpino le liste invece erano quattro: oltre alle due formazioni locali sulle schede erano arrivate Petruro rinasce (9 voti, pari al 6,00%) e Progetto popolare, che lì non è riuscita a convincere neanche un elettore.
Quest'ultimo soggetto politico ha presentato liste anche altrove in Campania: almeno a San Nazzaro, nel beneventano, la lista ha raccolto 9 voti (1,96%), mentre a Giano Vetusto, nel casertano, non ne ha ottenuto nemmeno uno. In questo comune, peraltro, le liste erano ben sei: oltre alle due locali (Il Paese che vogliamo e Janus 2.0, a patto di riuscire a leggere questo nome sul contrassegno) e alla citata Progetto popolare, sulla scheda elettorale si ritrovavano Alternativa in comune (simbolo già visto in passato), SiAmo Italia (già incontrato prima) e Progetto comune (grafica base, giusto più colorata di altre). Solo Alternativa in comune ha raccolto un voto; le altre sono rimaste a bocca asciutta e la cosa, chissà come mai, non stupisce.
Un'altra lista di Progetto popolare è comparsa anche a San Pietro 
Infine, comune della provincia di Caserta con 1153 elettori ma che - in base all'ultimo censimento del 2011 - aveva 949 abitanti, dunque si sono applicate le regole previste per le elezioni "sotto i mille" (dunque senza la necessità di raccogliere le sottoscrizioni a sostegno delle candidature). Lì Progetto popolare è riuscita a raccogliere soltanto 4 voti (pari allo 0,60%): un risultato magro, obiettivamente, ma è andata ancora peggio alla lista Protesta con noi, che con il suo fulmine su sfondo rosso - già visto almeno l'anno scorso in qualche microcomune - non è riuscita a ottenere per sé nemmeno uno dei 668 voti validi.
Il record di liste "sotto i mille" per il 2021 spetta indubbiamente al comune di Tora e Piccilli: qui si sono presentate ben sette formazioni, delle quali tre risultano legate al territorio. Si tratta oggettivamente di un evento piuttosto anomalo in centri così piccoli, ma il risultato dello scrutinio non lascia dubbi: Continuità per Tora e Piccilli ha vinto con 
256 voti (42,04%), Tora e Piccilli protagonista si è fermata a 192 voti (31,53%, trasformati in due seggi di minoranza), mentre In movimento per Tora e Piccilli ha ottenuto 158 voti (25,94%, sufficienti a ottenere l'ultimo seggio disponibile). Le quattro liste rimaste fuori dal consiglio si sono divise letteralmente le briciole: 2 voti a Progetto Popolare, uno per +Verde Cuore Ambientalista (il cui simbolo è stato visto nel 2020 a Belmonte Castello, mentre il candidato dal 2014 al 2020 si è candidato sette volte in sette diversi comuni), neanche un consenso per Uniti per Tora e Piccilli e per Noi Patrioti. Si noti che, in questo caso, si è trattato di elezioni anticipate: si era votato nel 2019, ma in quell'occasione c'era una sola lista locale, al punto che i tre seggi di minoranza erano andati a Forza Sociale con il 10,58%.
In provincia di Salerno, a Controne, la lista Controne al Centro ha ottenuto soltanto 14 voti (pari al 3,61%), ma le sono stati sufficienti per eleggere comunque tre consiglieri. Si può notare che si è recato alle urne il 52,27% degli aventi diritto, cosa che - soprattutto se non fosse stata emanata, con la conversione del "decreto elezioni", la disposizione una tantum per abbassare al 40% il quorum di validità - potrebbe forse spiegare la presentazione "per prudenza" della seconda lista. Non si dimentichi, tra l'altro, che nel 2016 aveva partecipato al voto anche la lista Democrazia corporativa (che aveva ottenuto soltanto 5 voti, indice piuttosto chiaro di nulli legami con il territorio), dunque la seconda lista potrebbe essere stata presentata per evitare a forze estranee di entrare in consiglio comunale. Il sindaco uscito da questo voto è Ettore Poti, lo stesso che aveva vinto nel 2016 (con la medesima lista, Nuovi orizzonti); cinque anni fa, in compenso, aveva dovuto affrontare un avversario con il suo stesso cognome, Mario Poti.
Il cammino campano si chiude con una capatina a Tortorella, piccolo comune del salernitano (563 abitanti in base al censimento del 2011, 805 elettori)
: lì si è ripetuta una situazione fotocopia rispetto a quella vissuta nel 2016. Allora come quest'anno si sono presentate due liste, che non hanno mutato né il nome né il simbolo: Insieme per Tortorella e Per il mio paese. Anche i risultati sono cambiati poco: Insieme per Tortorella aveva vinto nel 2016 con il 94,41%, quest'anno con il 95,32%. Unico dettaglio a essere cambiato è il nome del candidato sindaco della lista di minoranza; per inciso, l'affluenza è stata del 39,25%, dunque la presenza di due liste ha evitato ogni seccatura di quorum.

I nostri viaggi in passato hanno toccato relativamente poco la Puglia e anche quest'anno c'è piuttosto poco da dire. Per l'esattezza, l'unico comune davvero interessante è Panni, in provincia di Foggia: gli abitanti nel 2011 erano 858, dunque il comune si è considerato "sotto i mille" anche se gli elettori risultavano essere 1436. Le liste locali erano due, Rinascita @Panni_idee (con la grafica mal copiata da Cambiamo!), vincitrice con 309 voti (52,91%) e Uniti per Panni (275, 47,09%). Come indicano le percentuali, non è rimasto nemmeno un voto per Panni al centro (il cui simbolo è leggermente più colorato e curato rispetto ad altri visti fin qui) e L'Altra Italia: eppure quest'ultima lista ha base soprattutto in Puglia e in questo turno ha partecipato, tra l'altro, alle elezioni di Cerignola.

Se fino all'anno scorso la wonderland delle elezioni "sotto i mille" è stata sempre certamente il Molise (insieme al Piemonte, sia pure per ragioni molto diverse), dal 2020 l'attenzione è caduta inevitabilmente anche sulla Basilicata, in particolare dopo il caso di Carbone, con la disputa tra due liste tutte esterne (per l'esclusione dell'unica formazione locale) e le dimissioni del neosindaco subito dopo l'elezione che hanno portato il paese a una notorietà di cui avrebbe probabilmente fatto a meno. Dopo il commissariamento, quest'anno a Carbone si è rivotato e questa volta ha vinto una lista certamente locale, Carbone radici future, aggiudicandosi il 
96,94% dei voti (349 voti su 360). Gli 11 consensi restanti sono andati alla seconda lista, che come l'anno scorso era L'Altra Italia  (il candidato sindaco risiede nel foggiano, dovrà prepararsi a macinare chilometri). Colpisce anche il dato dell'affluenza, molto basso (35,33%): la validità della consultazione sarebbe stata certamente a rischio, ma scorporando i molti iscritti Aire forse si sarebbe evitato il commissariamento. 
Un salto va fatto anche a Teana, sempre nel potentino: anche qui le liste erano due, tra l'altro tutte e due realizzati a base fotografica e si ha tutta l'impressione che siano stati realizzati dalla stessa mano (o per lo meno da mani molto vicine). Ha vinto le elezioni la lista Per Teana (con arcobaleno chiaramente aggiunto), facendo man bassa di voti, ma a colpire di più è l'altra lista, denominata La Civetta (omen nomen? Un modo elegante di dichiarare la natura della candidatura): con 10 voti (2,87%) è entrata in consiglio con tre eletti e ha azzerato i rischi di commissariamento, oggettivamente corsi a causa dell'affluenza limitata al 41,52%. Da antologia anche la sfida tra candidati sindaci: il vincitore, Vincenzo Marino, se l'è dovuta vedere con Vincenzo Pesce (non male, per un paese per niente vicino al mare...).


Tra la Basilicata e la Calabria la distanza non è un granché e i comuni da considerare sono sei. Quello con più liste - tre in tutto - è Aieta, in provincia di Cosenza. Lì la lista vincente, Il Paese che vogliamo, ha fatto il pieno, raccogliendo 402 voti (pari al 77,76%), mentre 
Aieta nel cuore (anche qui nomen omen, con la stretta di mano a forma di cuore) è riuscita a ottenere i tre seggi di minoranza con un dignitosissimo 21,08% (109 voti). Inutile dire che incuriosisce molto di più il risultato di Unità popolare per Aieta, che ottiene solo 6 voti (1,16%), peraltro con un simbolo - la tromba impugnata - molto datato, a dispetto dello sfondo rosso sfumato.
Negli altri cinque comuni da considerare hanno concorso soltanto due liste: in ciascuno di quei casi la presenza della seconda formazione (che in genere ha ottenuto pochi voti) potrebbe spiegarsi come misura anti commissariamento. Così troviamo ad Altilia la lista La Torre, destinataria di 24 voti, pari al 5,23% (ha votato il 47,54%); a San Pietro in Amantea la lista Insieme per San Pietro ha ottenuto 11 voti, cioè 3,43%, (e qui, dove ha votato il 27,22%, il rischio si è corso davvero). A Ferruzzano (Rc) la lista Colomba ha ottenuto 40 voti (10,39%): lì, tra l'altro, nel 2017 la minoranza era andata al Pci (e il candidato, Domenico Romeo, aveva lo stesso cognome di Giovanni, attuale candidato sindaco sconfitto). A Sant'Agata del Bianco la lista Sant'Agata Futura aveva ottenuto 21 voti, pari al 6,80% (anche nel 2016 si era verificata una situazione simile e questa volta ha votato il 54,61%), mentre a  Brognaturo, nel vibonese, la lista Noi per Brognaturo ha ottenuto 17 voti (pari al 4,20%, con un'affluenza del 53,13%).
Da ultimo, merita di essere segnalato il caso di San Lorenzo, comune della provincia di Reggio Calabria di 2800 abitanti circa (qui le firme servono). Si sarebbe dovuto votare nel 2020, ma nessuna lista si presentò; quest'anno in teoria erano state depositate tre liste, due civiche e una della Fiamma Tricolore, con qualche candidato locale; ma sulla scheda, tuttavia, sono arrivati solo due simboli, perché la civica San Lorenzo domani è stata ricusata dalla Sottocommissione elettorale circondariale. 
La sfida è finita 922 voti (92,22%) a 80 per la civica Democrazia e Partecipazione, ma a scrutinio ultimato è arrivata la doccia fredda: il sindaco eletto... era incandidabile per colpa di un'antica condanna non seguita da riabilitazione, per cui la gestione commissariale prosegue (e pure i tre seggi della Fiamma Tricolore sono sfumati). La curiosità è anche un'altra: incredibilmente il sito del Viminale ha sbagliato l'abbinamento dei simboli, utilizzando per la lista vincitrice il contrassegno della lista esclusa.


Resta da dire della Sardegna, regione nella quale si è 
votato il 10 e l'11 ottobre: in genere questa bellissima isola non è interessata dal fenomeno ma questa volta un paio di casi sono emersi. A Borutta, in provincia di Sassari - la lista Borutta 2021, simbolo con scritta bianca su sfondo verdolino, ha preso solo 7 voti (3,78%), ma sono stati sufficienti per eleggere 3 consiglieri; ha votato il 74,70% degli aventi diritto quindi il quorum non dovrebbe essere stato un problema (anzi, pare che sia stata la prima volta che il sindaco confermato per il terzo mandato, Silvano Arru, si è dovuto misurare con un concorrente). Nessun problema di quorum nemmeno a Genuri (Sud Sardegna): lì Terra e Tradizione, movimento per la sovranità nazionale in difesa delle autonomie locali e della tradizione italiana dal simbolo ben fatto (e con una freccia ricurva che ricorda quella della Destra sociale), ha però attirato solo 17 elettori (8,13%).
Non si è contato nessun voto invece a Gonnosodina (Or), Seneghe (Or), Zerdaliu (Or) e Sorgono (Nu: in questi comuni, infatti, non si è presentata alcuna lista. Lo stesso è accaduto a Mombello di Torino; non si è votato nemmeno a Bienno, nel bresciano, per vizi di forma nella presentazione delle liste elettorali.

Il nostro viaggio "sotto i mille" sarebbe finito, ma non possiamo concluderlo davvero senza raccontare in breve i microballottaggi. Già, perché se per i comuni sopra i 15mila abitanti il secondo turno è previsto ogni volta che al primo manchi un candidato sindaco che superi la metà dei voti validi, nei comuni inferiori si va al ballottaggio solo quando i due candidati più votati (o gli unici due presentatisi) al primo turno ottengono lo stesso numero di voti e occorre rivotare per individuare chi vince. La regola vale dunque anche per i comuni con meno di mille abitanti; anzi, paradossalmente più sono contenuti i numeri dei votanti, meno è improbabile che si abbia un pareggio. 
A Rondanina, in provincia di Genova, era finita 22 a 22 tra Gaetanino Giovanni Tufaro e Claudio Agostino Casazza (che il doppio nome, o prenome a voler essere precisi, sia una condizione necessaria per fare il sindaco o almeno accedere al ballottaggio?): al secondo turno l'ha spuntata  Tufaro di poco, 26 voti a 23. Rispetto al primo turno hanno  votato quattro persone in più e anche l'unica scheda bianca vista al primo turno non si è ritrovata al ballottaggio: evidentemente si è trasformata in un voto valido, anche se non si sa per chi…

A Torricella Verzate, nel pavese, era invece finita 243 pari (una quota di voti in cui il pareggio è più difficile da aversi) tra Giovanni Delbò e Marco Sensale, con un contorno di 5 schede nulle e 7 schede bianche. Al ballottaggio è riuscito a prevalere Sensale 265 voti a 253: chi si è recato alle urne è apparso più deciso e responsabile, visto che sono calate le schede nulle (da 5 a 2) e anche le bianche (da 7 a 5). Soprattutto, però, al ballottaggio hanno raggiunto i seggi 525 elettori contro i 498 che avevano votato il 3 e il 4 ottobre: e poi dicono che al secondo turno l'astensionismo aumenta sempre...

(2 - fine)

lunedì 18 ottobre 2021

"Regolamento invalido, Nuti sospeso dal M5S illegittimamente": quali effetti della sentenza di Palermo, per vicende di vari simboli fa?

In questo turno elettorale, al di là dell'attenzione attirata dalle persone elette alla carica di sindaco nei vari comuni coinvolti e delle coalizioni che le hanno sostenute, più di un commento è stato dedicato ai risultati del MoVimento 5 Stelle, alla prima prova elettorale importante dopo l'arrivo alla guida di Giuseppe Conte. Se però da più parti si sono analizzati i numeri usciti dalle urne, merita una certa attenzione anche l'esito (temporaneo, riguardando il primo grado) dell'ennesima vicenda contenziosa, legata questa volta a un atto di citazione presentato nel 2017 da Riccardo Nuti, già deputato del M5S (nonché capogruppo alla Camera da luglio a settembre del 2013): una recentissima sentenza del Tribunale civile di Palermo (la decisione risale al 10 giugno, ma è stata pubblicata solo l'11 ottobre) ha infatti dichiarato illegittimi i provvedimenti di sospensione dell'allora parlamentare dal MoVimento emessi nel 2017. Il decisum del giudice non si è però limitato a spiegare i suoi effetti nei confronti di Nuti, "dichiarando" l'invalidità anche del Regolamento del M5S del 2014 e del voto che ha adottato nel 2016 le modifiche al "non statuto" e il nuovo Regolamento: vale la pena di analizzare a fondo la sentenza, anche se a prima vista può sembrare che questa influisca poco o nulla sul MoVimento che opera attualmente. Altra osservazione preliminare: qui i simboli non c'entrano nulla, ma sono utili come "marcatempo" per segnare i vari passaggi nella storia del Movimento (anzi, dei MoVimenti) 5 Stelle.

I fatti alla base del processo

Per cercare di capire la portata della decisione, occorre tornare indietro di alcuni anni. Nuti, tra i primi aderenti (la sua adesione è datata 22 dicembre 2009) al MoVimento 5 Stelle, quando ancora era qualificato come "non associazione" dotata di "non statuto" e non aveva presentato candidature alle elezioni (alle amministrative del 2009 si erano presentate le Liste ciViche a 5 Stelle, ma formalmente si trattava di soggetti giuridici distinti), ma lo avrebbe fatto a partire dall'anno successivo, con il simbolo che conteneva l'indirizzo del sito Beppegrillo.it. In base all'accordo stipulato tra lo stesso Nuti e Beppe Grillo (di identico contenuto rispetto a quello stretto con le altre persone candidate nelle liste del M5S), il futuro deputato si era obbligato a dimettersi dall'eventuale carica in caso di condanna (anche solo) in primo grado, restando una sua facoltà decidere se dimettersi o meno in caso di rinvio a giudizio. 
In tale contesto, nel 2016 - quando ormai il M5S aveva deciso di sostituire il riferimento al sito di Grillo con il nuovo indirizzo Movimento5stelle.it - il Collegio dei probiviri aveva disposto la sospensione cautelare di Nuti dopo che questi era risultato indagato a proposito delle firme (ritenute false) che avevano sostenuto la sua candidatura a sindaco di Palermo nel 2012: per l'organo la scelta dell'allora deputato di avvalersi della facoltà di non rispondere era "suscettibile di pregiudicare l'immagine del MoVimento". Nuti aveva scelto di rimandare l'interrogatorio alla ricezione dell'avviso di conclusione delle indagini, ritenendo comunque opportuno autosospendersi dal gruppo M5S della Camera (soggetto a sua volta distinto dal MoVimento); sempre il Collegio dei probiviri, però, nel 2017 prima aveva sospeso per sei mesi Nuti per non aver accolto l'invito ad autosospendersi anche dal M5S (oltre che, di nuovo, per la scelta di avvalersi in un primo tempo della facoltà di non rispondere), poi l'aveva di nuovo sospeso per lo stesso periodo basandosi sulla notizia della richiesta di rinvio a giudizio (ritenuta dal Collegio dei probiviri in grado di pregiudicare in modo irreparabile l'immagine e l'azione del MoVimento "a prescindere dalla eventuale sussistenza dei reati ipotizzati"). 
A quel punto, non avendo dato frutti il tentativo di far tornare sui propri passi i vertici del M5S e i componenti del Collegio, Nuti - difeso dall'avvocato Lorenzo Borrè - aveva scelto di impugnare i due provvedimenti di sospensione, ritenendo innanzitutto che il Collegio dei probiviri e i suoi poteri si fondassero su disposizioni del "non statuto" e del regolamento invalide, perché adottate sulla base di procedimenti non legittimi (difformi da quanto previsto dalle disposizioni del codice civile applicabili anche alle associazioni non riconosciute: in questo le tesi dell'attore non erano lontane da quelle sostenute nei ricorsi che nel 2016 avevano impugnato varie espulsioni - per vizi legati all'adozione del regolamento del 2014 e alla sua "incompetenza" a regolare quella materia - e che alcuni tribunali, incluso quello di Napoli, avevano accolto almeno in sede di cognizione sommaria) o perché credute illegittime nel loro contenuto. In ogni caso, per la difesa di Nuti i due provvedimenti di sospensione emessi nel 2017 erano comunque illegittimi e "macroscopicamente vessatori": con riguardo al primo, avvalersi della facoltà di non rispondere doveva ritenersi il mero esercizio di un diritto (ed era comunque contestata la tesi della mancata collaborazione con la magistratura) e analoga sospensione dal M5S non era stata comminata ad altre figure di rilievo del M5S risultate indagate (e che non si erano autosospese); quanto alla seconda sospensione, la difesa riteneva che le ricadute mediatiche della richiesta di rinvio a giudizio non si potessero considerare "mancanze" in grado di giustificare una sospensione e comunque in sede di candidatura era previsto che in caso di rinvio a giudizio la persona eletta avrebbe potuto decidere se dimettersi o meno.

Prima della sentenza

Come si diceva, la decisione - presa dalla giudice Claudia Turco, della V sezione civile del Tribunale di Palermo - risale al 10 giugno di quest'anno ed è stata pubblicata solo lo scorso 11 ottobre. Già prima che il processo iniziasse, in ogni caso Riccardo Nuti (insieme a Giulia Di Vita) aveva lasciato il gruppo del M5S della Camera, aderendo al gruppo misto, senza entrare a far parte in seguito di alcuna componente politica; il processo penale sulla questione delle firme false a Palermo è poi andato avanti, arrivando all'inizio del 2020 alla condanna in primo grado di una dozzina di persone (incluso Nuti), anche se i reati si sarebbero prescritti nel giro di poche settimane. 
Alla fine del 2017, in ogni caso, com'è noto era stata fondata una nuova associazione denominata MoVimento 5 Stelle (la terza, dopo la prima - "non associazione" - del 2009 e la seconda, fondata nel 2012 come soggetto presentatore di candidature da Beppe Grillo, dal nipote Enrico Grillo e da Enrico Maria Nadasi), associazione alla quale non risulta che Nuti abbia aderito: certamente Nuti non figurava tra i candidati alle elezioni politiche del 2018, alle quali il MoVimento ha partecipato con una nuova variante simbolica, stavolta recante il sito Ilblogdellestelle.it (benché, in base allo statuto, il M5S-3 avesse ottenuto dal M5S-2 - fondato nel 2012 - la possibilità di usare il simbolo con il sito Movimento5stelle.it). Da ultimo, rispetto a quello della fondazione del 2017, è nel frattempo di nuovo cambiato lo statuto di questo "terzo" M55, essendo stato adottato quest'estate il testo studiato e proposto da Giuseppe Conte (insieme al nuovo simbolo "alternativo", senza più sito e con il riferimento al 2050).  
Dal momento in cui la difesa di Riccardo Nuti si è rivolta al Tribunale di Palermo nel 2017, insomma, sono cambiate molte cose, soprattutto con riguardo alla soggettività giuridica del MoVimento 5 Stelle e alle norme interne che lo reggono. Il processo, tuttavia, è proseguito (anche dopo che la giudice di Palermo a gennaio del 2018 aveva negato, in sede cautelare, la sospensione dell'efficacia tanto dei provvedimenti di sospensione, quanto delle norme interne in base alle quali erano stati irrogati): a dispetto del tempo passato, infatti, era rimasto l'interesse di Nuti a sapere se le sanzioni comminategli fossero state legittime o meno.
A questo proposito, occorre correttamente dare conto anche delle tesi del MoVimento 5 Stelle, ossia del soggetto politico sorto nel 2009, rappresentato da Beppe Grillo (quale garante) e Luigi Di Maio (quale capo politico eletto nel 2017): si riportano le posizioni così come si possono evincere dalla sentenza. Gli avvocati del M5S (Andrea e Paola Ciannavei) avevano innanzitutto rilevato come Riccardo Nuti non avesse più interesse a vedere invalidate le due sospensioni, perché all'inizio di dicembre 2017 "avevano già esaurito la loro efficacia, essendosi caducato anche lo stesso procedimento disciplinare, in quanto non concluso nel termine di 180 giorni dall’invio della contestazione all’interessato, come previsto dall’art. 4 del Regolamento". Ritenuto poi che fosse Roma e non Palermo la sede giudiziaria competente a occuparsi del ricorso, la difesa del MoVimento ha ribattuto alle tesi di Nuti. 
Da una parte è stata rivendicata la natura di "non associazione" per il M5S, al quale non sarebbero state applicabili le norme del codice civile dettate per le associazioni (riconosciute o meno); dall'altra si è negato che il regolamento del M5S pubblicato sul sito di Beppe Grillo nel 2014 dovesse essere approvato con le forme previste dal codice civile per le modifiche statutarie (sia perché "non modificava il 'non statuto', ma aggiungeva regole nel primo non previste, essendo norma interna di rango inferiore", sia perché comunque nel "non statuto" non era previsto l'organo "assemblea" né si indicavano le norme per la modifica di quel documento fondativo). Quanto alle modifiche al regolamento apportate nel 2016, per la difesa del M5S si trattava di innovazioni che nel merito "avevano aumentato la democraticità del movimento e, predeterminando le ragioni di espulsione e le modalità del procedimento disciplinare, avevano apportato un contributo di chiarezza e trasparenza alla vita del movimento stesso"; quanto al metodo, erano state respinte le contestazioni alla validità del voto online come strumento di deliberazione, essendo questo previsto dal "non statuto" e normato dal regolamento del 2014, le cui previsioni - in materia di convocazione dell'assemblea per la votazione, formulazione dei quesiti, espressione del voto e quorum di partecipazione e votazione - sarebbero state rispettate dal M5S.
 

La sentenza 

Su queste basi, la giudice ha emesso la propria sentenza, ritenendosi innanzitutto competente a trattare e decidere la causa: lei ha argomentato che, pur mancando una sede fisica per il MoVimento 5 Stelle, non si poteva affermare la competenza del Tribunale di Roma essendo questa la città in cui "il convenuto svolge attività continuativa", dal momento che il M5S è presente e svolge attività politica in tutto il territorio nazionale, Palermo inclusa.
Nella sentenza poi si è preso atto che i provvedimenti disciplinari di sospensione di cui Riccardo Nuti era stato destinatario avevano ormai esaurito la loro efficacia (ed è il motivo per cui non si era concessa alcuna sospensione in sede cautelare), ma si è riconosciuto che Nuti aveva ancora interesse a far accertare se questi atti fossero stati legittimi, un giudizio che per la magistrata sarebbe stato "eventualmente utilizzabile anche in altra sede ed in funzione di domande differenti" (il che fa pensare subito alla richiesta di eventuali risarcimenti).
Per poter valutare la legittimità dei provvedimenti di sospensione, però, era necessario prima esprimersi sulla validità del regolamento del 2014 e delle modifiche regolamentari e "non statutarie" datate 2016. Nel fare questo anche questa pronuncia ha precisato, una volta di più che le norme del codice civile sulle associazioni non riconosciute (e quelle comunque applicabili ad esse) dovevano e devono applicarsi anche al MoVimento 5 Stelle, a dispetto delle forme di partecipazione "fluide e innovative" che questo si era dato: anzi, qualificare il MoVimento secondo gli schemi e gli istituti praticati dal diritto civile sarebbe il solo modo per "legittimarne l'esistenza stessa e l'operato, scopo tanto più necessario poiché il Movimento da alcuni anni concorre attivamente alla vita politica del nostro Paese" (il che è come dire che, secondo la giudice, non sarebbe possibile partecipare alla vita politica con forme giuridiche non riconducibili a quelle esistenti o previste). In base alla sentenza, avevano valore di statuto, dunque di norme fondamentali stabilite dalle persone associate per regolare la vita del soggetto giuridico associativo, tanto il "non statuto" del 2009, quanto il regolamento del 2014 che integrava il "non statuto": quel regolamento, in particolare, proprio perché - come detto dalla stessa difesa del M5S - integrava il contenuto del "non statuto" con previsioni "coessenziali a regolare la vita dell’associazione" (normando, in particolare, organi e "modalità di funzionamento" del soggetto associativo), doveva essere considerato modificativo delle norme statutarie del MoVimento e, come tale, doveva essere approvato nel rispetto delle norme sulla modifica delle stesse, contenute nello statuto (ma il "non statuto" taceva in materia) o nel codice civile.
Stabilito questo, la giudice non ha escluso che, in generale, il confronto attraverso un blog o altre piattaforme internet e il voto espresso online possano avere caratteristiche tali da renderle idonee a rispettare i requisiti fissati per la discussione e il voto di un'assemblea "diffusa" in tutto il territorio nazionale (con "l'incontro virtuale degli aderenti, identificati mediante specifiche credenziali di accesso, su una piattaforma internet", su cui si possa discutere scambiando commenti e si possa votare "attraverso la selezione di una fra più possibili opzioni"). All'atto della verifica, in concreto, del rispetto delle prescrizioni ex art. 21, comma 2 del codice civile (per cui sono necessari "la presenza di almeno tre quarti degli associati e il voto favorevole della maggioranza dei presenti"), non è risultato però alcun voto sull'adozione del regolamento del 2014, che anzi sarebbe stato adottato con urgenza con pubblicazione sul sito Beppegrillo.it il 23 dicembre 2014: in questo modo, le modifiche apportate dal regolamento al "non statuto" (cioè allo statuto del MoVimento) sono state ritenute annullabili.
Privato di validità e di efficacia il regolamento del 2014, non potevano considerarsi valide ed efficaci nemmeno le norme contenute in esso circa la validità delle deliberazioni (per cui di norma occorreva solo la maggioranza dei votanti senza alcun quorum costitutivo, mentre per le votazioni su modifiche al regolamento o al programma era richiesta anche la partecipazione al voto di almeno un terzo degli iscritti). Anche il voto svoltosi tra il 27 settembre e il 26 ottobre 2016 sulle modifiche al "non statuto" e al regolamento (con la scelta tra la versione con espulsioni - opzione poi risultata prevalente - o senza) era dunque regolato dalle norme del codice civile e, per essere valido, doveva vedere la partecipazione di almeno tre quarti delle persone associate (e l'opzione prevalente doveva ottenere almeno la maggioranza dei voti delle persone partecipanti); in più, la quota dei tre quarti doveva essere calcolata sul totale delle persone associate al MoVimento "fino all’inizio delle predette consultazioni". Anche volendo considerare come aventi diritto al voto le sole persone iscritte alla fine del 2015, peraltro, in base ai dati pubblicati sul sito avevano partecipato a quella consultazione 87213 persone associate su 135.023, pari al 64,6%, dunque meno dei tre quarti prescritti dal codice civile: per la giudice, in particolare, non si poteva equiparare la mancata partecipazione al voto a un'astensione (che presupponeva invece l'aver partecipato all'assemblea). In mancanza del quorum costitutivo, non aveva valore il fatto che il voto favorevole alla proposta di regolamento contenente le espulsioni avesse comunque superato la metà delle persone presenti, non essendosi regolarmente costituita quell'assemblea ai fini della deliberazione sulle modifiche statutarie: il voto per la modifica del "non statuto" e l'adozione del (nuovo) testo del regolamento, aperto dal 27 settembre al 26 ottobre 2016, dunque, non era valido (e questo non ha reso necessario valutare altri profili di illegittimità del voto sollevati dalla difesa di Nuti).
Accertata e dichiarata l'invalidità del regolamento del 2014 e delle modifiche "non statutarie" e regolamentari del 2016, il destino delle sospensioni comminate a Riccardo Nuti era segnato: a irrogare le sanzioni era stato un organo - il Comitato d'appello - previsto dalle norme di cui è stata accertata l'invalidità e le stesse norme prevedevano il rilievo disciplinare di determinati comportamenti, per cui le sospensioni sono risultate "a cascata" illegittime

Dopo la sentenza

"Tanto tempo per piccole soddisfazioni" ha twittato Riccardo Nuti dopo la pubblicazione della sentenza, che ha accolto le sue domande, inclusa la condanna del M5S alle spese per il giudizio di merito (mentre quelle del giudizio cautelare - nel quale, come si è visto, si è negata la sospensione dei provvedimenti sanzionatori - sono state compensate). Naturalmente la vicenda contenziosa non si è di certo esaurita: da una parte il MoVimento 5 Stelle potrebbe impugnare la sentenza, sperando di vedersi dare ragione in appello; dall'altra parte, sulla base di questa decisione, Nuti potrebbe a sua volta agire per chiedere di essere risarcito dal M5S per aver subito queste sospensioni illegittime che indubbiamente hanno segnato l'ultima parte del suo mandato parlamentare e ne hanno pregiudicato l'eventuale ricandidatura. Al di là di questa singola vicenda, non si può escludere che - soprattutto ove la sentenza analizzata dovesse passare in giudicato - i giudici di altri processi tuttora in corso relativi o alla validità del regolamento del 2016 (ce n'è uno a Roma tuttora in corso) o a sanzioni irrogate sulla base delle medesime norme regolamentari possano basarsi sul decisum di Palermo e dichiarare a loro volta invalido il regolamento o accogliere le domande di chi avesse nel frattempo impugnato eventuali sanzioni e il cui processo fosse ancora pendente.
Ovviamente la sentenza di Palermo non ha effetti diretti sul MoVimento 5 Stelle costituito con atto notarile nel 2017
. Lo statuto già allora, infatti, precisava all'art. 7, lettera g) che "Le votazioni aventi ad oggetto le modifiche del presente Statuto sono valide, in prima istanza, solamente qualora vi abbia partecipato almeno la maggioranza assoluta degli iscritti, in seconda istanza qualunque sia il numero dei partecipanti, e in ogni caso sono assunte a maggioranza dei voti espressi", dunque a condizioni più favorevoli rispetto a quanto previsto dal codice civile (lo stesso articolo, alla lettera c), precisava che occorreva un preavviso di convocazione di almeno 15 giorni in caso di votazioni su modifiche statutarie). Il testo attuale dello statuto - lo statuto che propone il simbolo con il riferimento al 2050 - ha ridotto il preavviso minimo a 8 giorni, mentre le altre norme sono pressoché immutate (ora si parla di un quorum costitutivo n prima istanza della "maggioranza assoluta degli iscritti aventi diritto di voto", nulla cambia invece per la seconda istanza e con riguardo alla necessità che la proposta ottenga la maggioranza dei voti espressi). 
Altrettanto ovviamente, però, il fatto che la sentenza di Palermo non abbia effetti sul "nuovo" M5S non significa che non possano essersi verificati altri passaggi giuridicamente critici, in particolare nell'adozione dello statuto proposto da Giuseppe Conte. Se la validità di quella fonte sarà contestata in sede giudiziaria e qualche giudice si pronuncerà in materia, naturalmente se ne parlerà anche qui.

martedì 12 ottobre 2021

"Sciogliere i movimenti di chiara ispirazione neofascista", con o senza simboli fascisti: qualche riflessione giuridica (e non solo)

I fatti gravissimi di sabato a Roma, con l'assalto alla sede nazionale della Cgil e al pronto soccorso del policlinico Umberto I (e il progettato accesso a sedi istituzionali) ha riportato al centro del dibattito pubblico la discussione sulla necessità e sull'opportunità di sciogliere formazioni politiche "di stampo fascista", attraverso le norme vigenti in Italia. Ora si parla (e non è la prima occasione) di Forza Nuova, in passato di CasaPound Italia e di altre sigle. Più voci hanno chiesto al Governo di procedere - magari in fretta - allo scioglimento di Fn e di altri soggetti politici affini, applicando la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni (specie l'art. 3) della legge n. 645/1952 ("legge Scelba"). Le richieste sono state formalizzate in mozioni parlamentari, a partire da quelle a prima firma di esponenti del Partito democratico (Simona Malpezzi e Dario Parrini al Senato, Debora Serracchiani ed Emanuele Fiano alla Camera), sostenute pure dal MoVimento 5 Stelle,  Liberi e Uguali e Italia Viva a Montecitorio (a conclusioni simili arriva la mozione 
di Iv e Psi al Senato e le altre presentate sempre a Palazzo Madama da M5S e Leu).
Stavolta la discussione non si incentra direttamente sull'uso di simboli fascisti: nel corso della sua storia, infatti, Forza Nuova non si è mai distinta con simboli o contrassegni elettorali che richiamassero espressamente il fascismo (vale per la coccarda tricolore, per la sigla tricolore a forma di fiamma, per il romboide rosso e bianco con le iniziali e anche per l'attuale rondine; era di certo più evocativo il colore nero, ma di per sé non è etichettabile come "fascista"). Più che di simboli (partitici o elettorali), qui si discute evidentemente di azioni e di condotte; la materia resta però rilevante, poiché le mozioni chiedono che lo scioglimento riguardi, oltre a Forza Nuova, anche "tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista" (così si legge nelle mozioni del Pd), ad alcuni dei quali si imputa anche l'uso di emblemi fascisti nella loro attività o come segni di identificazione politica o (fino a quando questo è stato tollerato) elettorale, ritenendo anzi che proprio quest'uso possa fondare lo scioglimento.

Le disposizioni rilevanti, per chiarire il quadro 

Prima di procedere, è bene mettere fissare alcuni punti, rilevanti per il ragionamento. Com'è noto, la XII disposizione finale della Costituzione (e non transitoria, come si capisce dai lavori della Costituente) sancisce al primo comma che "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"; si è già ricordato su questo sito che quella "riorganizzazione" può avere qualunque forma (partito, associazione, comitato...), ma perché ci sia violazione della disposizione si deve voler riorganizzare quel "disciolto partito fascista", come lo si è conosciuto nella storia, non qualcosa che gli somigli (e neanche, ad esempio, un generico partito autoritario). Coloro che scrissero la Costituzione, tuttavia, non scelsero la forma della "democrazia protetta" o "militante", indicando già nella legge fondamentale - come sarebbe avvenuto, ad esempio, in Germania - quali condizioni consentissero di parlare di "riorganizzazione del partito fascista", a chi toccasse accertare e dichiarare quest'ultima e come reagire a ciò (lo scioglimento o altri provvedimenti) a tutela dei valori e del funzionamento della democrazia: lasciarono che a fare questo fosse il legislatore ordinario. 
Il Parlamento ha agito "a rate", in vari momenti, a partire dalla citata "legge Scelba" nel 1952. Questa stabilì che c'è riorganizzazione del partito fascista quando un'associazione o un movimento persegue "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista" (art. 1); la legge n. 152/1975 ("legge Reale") precisò che per il reato di riorganizzazione basta anche solo "un gruppo di persone non inferiore a cinque". L'art. 3 della "legge Scelba" si occupa dello scioglimento del soggetto collettivo (e della confisca dei beni): il primo comma prevede l'ipotesi "normale", per cui occorre una sentenza penale (anche non definitiva, come avvenne con il Movimento politico Ordine nuovo nel 1973) che accerti la riorganizzazione perché il ministro dell'interno, sentito il Consiglio dei ministri, ne ordini lo scioglimento; il secondo comma propone invece un'ipotesi eccezionale per cui, "nei casi straordinari di necessità e di urgenza", il Governo può provvedere allo scioglimento e alla confisca con decreto-legge, anche senza una condanna, se ritenga di essere di fronte al perseguimento collettivo di "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" (il decreto è efficace immediatamente, ma va convertito entro 60 giorni dal Parlamento perché non decada).
Per un'interpretazione più compiuta della "legge Scelba", poi, bisogna tenere conto delle sentenze della Corte costituzionale in materia, specie della sentenza n. 1/1957 e della sentenza n. 74/1958, relative ai reati di apologia del fascismo e di manifestazioni fasciste, ma applicabili anche alla fattispecie di riorganizzazione del disciolto partito fascista (perché, come si è visto nella definizione dell'ipotesi, l'apologia del fascismo e le manifestazioni fasciste sono tra i possibili modi per perseguire "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista"). Le due pronunce precisarono - e non c'è stata alcuna sentenza di segno diverso in seguito - che quelle norme erano legittime perché punivano (solo) l'apologia "tale da potere ricondurre alla riorganizzazione del partito fascista" (sentenza del 1957) e (solo) le manifestazioni "usuali del disciolto partito che [...] possono determinare il pericolo che si è voluto evitare", che cioè trovino "nel momento e nell'ambiente in cui" sono compiute circostanze che le rendano idonee "a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste" (sentenza del 1958).
Da ultimo, nel 1993 il decreto-legge n. 122/1993, convertito dalla legge n. 205/1993 ("legge Mancino") è rilevante da vari punti di vista. Innanzitutto con l'art. 3 ha introdotto - modificando la "legge Reale" - un ulteriore divieto, bandendo "ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Secondariamente, ha previsto - all'art. 7 - che se c'è un processo per violazione del divieto appena citato, il giudice competente possa disporre la sospensione cautelativa del soggetto collettivo (su richiesta del pubblico ministero, anche sollecitato dal Governo) e, qualora si arrivi a una sentenza irrevocabile che abbia accertato che l'attività di quei soggetti collettivi ha favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (inclusa l'agevolazione di attività di associazioni e simili con quei fini), il titolare del Viminale (dopo decisione in tal senso del Consiglio dei ministri) ordina lo scioglimento dell'associazione o comunque del soggetto collettivo. In questo modo, nel 2000, si è arrivati allo scioglimento del Fronte nazionale di Franco Freda; allo stesso tempo, si nota che non è previsto qui lo scioglimento eccezionale con decreto-legge (quindi non si può sciogliere un movimento in condizioni di necessità e urgenza anche ove risulti fomentatore di violenza o discriminazioni, in mancanza di una sentenza).

Cosa non si può fare

Fissata la cornice normativa entro la quale ci si può muovere, si ritorna alla domanda di questi giorni: si può sciogliere Forza Nuova? Occorre innanzitutto tenere a freno l'istinto - comprensibile, dopo le scene inaccettabili viste sabato - di dichiarare a bruciapelo, come a voler premere il pulsante in un quiz per rispondere a una domanda non ancora terminata, che "Forza Nuova e le altre organizzazioni fasciste vanno sciolte", magari aggiungendo "perché lo dice la Costituzione" (anche perché questa risposta, restando in tema di quiz, non sarebbe esatta). Allo stesso modo, va messa da parte la tentazione di seguire il principio "fascista è chi il fascista fa": anche questa è comprensibile, per chiunque sia antifascista, ma il giurista -  costituzionalista, penalista o di altra disciplina -  non può accettare che ci si accontenti di questo ragionamento, specie se in ballo c'è l'uso di strumenti "forti" come lo scioglimento.
Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci di natura politica. Innanzitutto dev'essere chiaro che la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni della "legge Scelba", inclusa quella sullo scioglimento (attivabile anche in forma eccezionale dal Governo), valgono esclusivamente per la riorganizzazione del partito fascista: lo dicono con chiarezza i lavori della Costituente, i lavori parlamentari del 1952 e persino il tribunale di Roma nella sentenza che ha riconosciuto la riorganizzazione del partito fascista nell'attività del Movimento politico Ordine nuovo (negando ad esempio l'applicabilità delle disposizioni a Lotta continua o a Potere operaio). Non si tratta, dunque, di norme polivalenti, ma di norme unidirezionali, che non si possono usare per sciogliere movimenti o associazioni di sinistra, anarchiche o, comunque, non fasciste. E questo perché, piaccia o no, la Costituzione ha le sue radici nell'antifascismo, il che ha avuto come logica conseguenza disposizioni "asimmetriche" come quelle viste: questo è e chiunque deve prenderne atto. Si può ovviamente proporre di rimuovere la XII disposizione finale o di integrarla ampliandone l'efficacia a partiti di altra natura (come a quelli che "si propongano l'instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista", secondo la proposta del deputato di Fratelli d'Italia Edmondo Cirielli in questa legislatura), in modo poi da regolare l'ipotesi sullo stile della "legge Scelba": per fare questo, però, occorre una legge di revisione costituzionale, con i suoi tempi e le sue ampie maggioranze e, finché il percorso non si compie, occorre essere consapevoli che la manifestazione (o l'eventuale apologia) di certe idee politiche è punibile, quella di altre no. 
Anche la proposta di approvare una mozione (più o meno unitaria) contro tutti i totalitarismi, nessuno escluso, come chiesto da Forza Italia, non può servire per sciogliere soggetti politici che non costituiscano "riorganizzazione del disciolto partito fascista". Bisogna anche aggiungere, in più, che lo strumento dello scioglimento appare adeguato per un'associazione, un movimento o comunque un soggetto che abbia un'organizzazione e soprattutto atti fondativi; è molto più difficile pensare a uno scioglimento con qualche effetto per realtà informali, senza atto costitutivo o magari tenute insieme da strumenti "impalpabili" come una chat o un gruppo sui social network (che ovviamente però si possono limitare o chiudere d'autorità, ma lo scioglimento è un'altra cosa).

Cosa si può fare (ma potrebbe non accadere)

Fatte queste precisazioni, si torna alla domanda: dopo i fatti di sabato, si può allora sciogliere Forza Nuova? Ammesso che esista una risposta giusta, questa potrebbe essere forse: "Dipende", nel senso che occorre compiere valutazioni di natura giuridica e politica.
Il simbolo precedente di Fn
Bisogna dire con chiarezza che, al momento, per Forza Nuova non esiste alcuna sentenza (nemmeno di primo grado) che riconosca con riguardo a questa la riorganizzazione del partito fascista, benché in passato vari episodi siano stati caratterizzati da violenza; si ricorda anzi almeno un procedimento penale (presso il Tribunale di Castrovillari, iniziato nel 2001 e conclusosi nel 2005) che pur avendo riconosciuto Fn come "movimento 
tradizionalista, di matrice cristiana, volto all’affermazione di determinati valori tipicamente conservatori" e avendo rilevato il "forte richiamo ai simboli e motti propri del regime fascista", ha negato che le azioni di Fn censurate fossero "volte ad annullare o menomare la dialettica democratica, ad impedire il confronto politico, ad annientare […] gli avversari". Allo stesso modo, non risulta che ci sia per lo stesso soggetto politico alcuna sentenza penale, men che meno irrevocabile, che abbia accertato come l'attività di Fn abbia favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, dunque la fattispecie ex "legge Mancino" non pare applicabile.
Sembra opportuno aggiungere che, sempre fino a questo momento (e stando a ciò che è noto a chi scrive), una sentenza di accertamento della riorganizzazione del partito fascista manca anche con riguardo ad altri soggetti politici, a partire da CasaPound Italia. Non sono mancate in effetti condanne a persone legate a Cpi essenzialmente per il reato di manifestazioni fasciste, ma si tratta di cosa diversa dalla citata riorganizzazione: dunque manca il requisito fondamentale per poter applicare la fattispecie "normale" di scioglimento di quei soggetti collettivi, essendo appunto richiesta una sentenza di accertamento (anche se ancora non irrevocabile)
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Vale anzi la pena ricordare che ogni procedimento penale volto ad accertare, tra l'altro, la riorganizzazione del disciolto partito fascista si è chiuso o con l'archiviazione o con l'assoluzione per il Movimento fascismo e libertà, costituito nel 1991 da Giorgio Pisanò, che nel nome ospita il riferimento diretto al fascismo e nel simbolo impiega il fascio romano. In effetti la pratica ha dimostrato che un conto è la non illiceità dell'associazione, un altro è l'uso elettorale di quel nome e di quel simbolo: per un parere reso al Viminale nel 1994 dal Consiglio di Stato, in effetti, il riferimento esplicito al Fascismo non era ammissibile in sede elettorale, mentre l'uso del solo fascio, purché disgiunto dalla parola "fascismo", si poteva ammettere visto che la storia del fascio non si limitava al Ventennio ma era ben più risalente. In realtà, con il passare degli anni (e fatta eccezione per un caso assai importante di ammissione alle regionali del 1996 in Sicilia), il metro di giudizio delle commissioni elettorali e dello stesso Consiglio di Stato si è parecchio inasprito, anche in assenza di norme nuove in materia.
Si è avuto prova tangibile di questo soprattutto dopo il "caso Sermide", vale a dire dopo che il movimento Fasci italiani del lavoro nel 2017 era riuscito a conquistare un seggio nel consiglio comunale di Sermide e Felonica (Mn), peraltro dopo aver partecipato indisturbato a varie elezioni locali. Com'è noto - anche a chi segue questo sito - i giudici amministrativi hanno ritenuto illegittima la presenza di quella lista con quel contrassegno alle elezioni e (in secondo grado) si è annullato il voto; nel frattempo si era aperto il fronte penale della vicenda, ma tutti gli imputati sono stati assolti tanto dal Tribunale di Mantova, quanto dalla Corte d'appello di Brescia. Va rimarcato che il giudizio si era basato essenzialmente sullo statuto del partito, sui suoi documenti programmatici (che certamente condividevano parte dei profili ideologici del fascismo e dei suoi obiettivi, ma per la Cassazione rileva la condivisione totale e non parziale) e comunque sulle azioni svolte, ritenute in concreto non pericolose, nell'ottica della riorganizzazione di quel partito fascista: per riprendere le parole della sentenza di appello, un conto è "ricostituire il disciolto partito di Mussolini" (cosa non consentita), un conto è "riscattarne, senza evidente finalizzazione, soltanto la memoria" (e questo non è illegittimo).
Insomma, se una sentenza che accerti la riorganizzazione del disciolto partito fascista manca, non si può sciogliere per via ordinaria né Forza Nuova, né altri soggetti politici di quella che altrove è stata chiamata "galassia nera". Naturalmente è facile notare che, se fino a pochi giorni fa per vari gruppi analizzati fin qui non ci sono stati episodi di gravità tale da far scaturire una simile sentenza, il discorso potrebbe cambiare dopo i fatti di sabato a Roma. C'è un'indagine in corso e il procedimento potrebbe concludersi con una sentenza penale che accerti la riorganizzazione con riguardo a Forza Nuova: in quel caso si arriverebbe allo scioglimento "ordinario" (il provvedimento, ovviamente, riguarderebbe solo Fn e altri soggetti collettivi per i quali risultasse dimostrata l'ipotesi di riorganizzazione, non in modo generico tutti i movimenti e le associazioni di una certa area).
Non si può certo escludere, peraltro, che quanto accaduto sabato a Roma - in particolare le violenze, i danneggiamenti, i ferimenti - e ciò che eventualmente le indagini dovessero svelare (o che il Governo dovesse apprendere in base a proprie fonti) porti lo stesso Governo a percorrere la via eccezionale dello scioglimento con decreto-leggecome richiesto nelle mozioni citate all'inizio. Le condizioni giuridiche oggettivamente ci sarebbero (nessun caso precedente che abbia riguardato Forza Nuova o CasaPound può dirsi grave come quelli avvenuti sabato); resterebbe in effetti problematico sciogliere con lo stesso decreto-legge soggetti collettivi che non risultino aver partecipato alla manifestazione di sabato e la cui adesione al fascismo sia ideologica ma non concreta. Perché se diventa concreta o c'è - si perdoni il bisticcio - il rischio concreto che lo diventi allora il fascismo è certamente un crimine; se resta sul piano ideologico il fascismo è un'idea, che si ha tutto il diritto di criticare con nettezza e di combattere politicamente - con piena ragione, a parere di chi scrive - ma non ha varcato la soglia del crimine.
Analizzato il piano giuridico, resta però quello politico, che poi non è davvero distinto da quello giuridico. Come si è detto, l'eventuale scioglimento dei soggetti politici che si ritenga perseguano "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" seguirebbe a un decreto-legge del governo, deliberato da questo e adottato sotto la sua responsabilità. Il che significa che, inevitabilmente, la deliberazione circa l'adozione del decreto si presenta come un atto di enorme valore e peso politico, si sarebbe anzi tentati di chiamarlo "atto politicissimo". Già qui si avverte la delicatezza assoluta della questione, non certo diminuita dal fatto che a presiedere l'esecutivo in carica sia un tecnico di pregio come Mario Draghi. Gran parte dei ministri che compongono il Consiglio, infatti, sono di designazione politica ed è evidente che una deliberazione così importante cui, per manifestare il loro dissenso, non partecipassero i ministri di una determinata forza politica partirebbe già con il piede sbagliato. Anche perché, come si è detto, il decreto-legge di scioglimento dovrebbe poi il percorso stabilito in Costituzione per quella fonte, dunque essere presentato immediatamente alle Camere e convertito in legge entro sessanta giorni per non perdere efficacia fin dall'inizio, cosa che non solo riporterebbe giuridicamente in vita il soggetto sciolto, ma avrebbe effetti politici e istituzionali incalcolabili. Se questo è lo scenario più drammatico tra quelli immaginabili, altri non sarebbero comunque agevoli: si pensi alla conversione del decreto avvenuta con una maggioranza risicatissima, per giunta senza l'appoggio di una o più forze politiche della compagine che ora sostiene l'esecutivo in Parlamento. Se Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia si esprimessero chiaramente contro lo scioglimento, potendo contare anche sul sostegno di una parte rilevante del gruppo misto (si pensi soprattutto alla situazione del Senato), semplici conteggi potrebbero sconsigliare l'azione di un decreto simile.
Tirando le somme, se si vuole sciogliere Forza Nuova o altri "movimenti di chiara ispirazione fascista" senza che questo costituisca un problema giuridico e politico, occorre attendere una sentenza che accerti la riorganizzazione del partito fascista, che al momento non c'è. Se invece si ritiene che la situazione sia pericolosa e non ci si possa permettere di aspettare, occorre che il Governo si prenda la responsabilità (politica innanzitutto) di decidere lo scioglimento, confidando che il Parlamento "ratifichi" quella scelta con la conversione in legge e possibilmente non con una maggioranza ristretta, per evitare che la decisione appaia delegittimata (pur restando formalmente legittima) e che il Governo ne risenta. Altre vie non ci sono. Il presidente Draghi, stando alle notizie diffuse nelle ore scorse, avrebbe detto che il Governo valuterà l'ipotesi dello scioglimento: si vedrà quanto tempo occorrerà e cosa deciderà in merito. Nel frattempo, chi prova indignazione (e magari paura) per quanto è accaduto ha il diritto di manifestarlo e, se ritiene di poterlo fare, di impegnarsi per contrastare idee e pratiche che non condivide. Può continuare a farlo, magari con più forza e convinzione di prima, oppure può iniziare a farlo ora se in passato non l'aveva fatto, facendo attenzione a ciò che fa e a ciò che dice e impegnandosi perché le altre persone facciano altrettanto. Il primo passo per non vedere mai più scene vergognose e inaccettabili come quelle di sabato 9 ottobre inizia sempre da lì.