sabato 20 giugno 2026

Rileggere i testi di Farassino per capire (anche) il suo cammino politico

Ci sono persone che non possono essere contenute, limitate in un solo ruolo, men che meno in un'etichetta. Ciò vale senz'altro per "Farassino Giuseppe detto Gipo", nato nel 1934 e spentosi a Torino nel 2013, con tante vite diverse (ma complementari) vissute nel mezzo. Gipo Farassino, infatti, era ed è noto come cantautore, ma è stato anche attore, regista, autore teatrale, scrittore, conduttore televisivo, nonché - e per questo ce ne occupiamo qui - politico. Ma, prima di tutto, è stato "barrierante", nato e cresciuto alla Barriera di Milano, quartiere popolare torinese, uno dei tanti in cui la vita - specie negli anni '50 e '60 - era particolarmente difficile, per chi lavorava alla Fiat (o nelle industrie dell'indotto) e per chi doveva "arrangiarsi". Dalla "barriera", si può dire, Farassino non aveva mai allontanato testa, occhi e soprattutto cuore: alla luce delle sue esperienze e delle tante vite da lui incrociate nel corso degli anni e raccontate in versi (recitati o cantati, in torinese o in italiano) si riesce a capire meglio anche il suo impegno politico successivo.
A marzo è uscito un libro stimolante, pubblicato da Marcovalerio edizioni: Le barriere zingare di Gipo Farassino. Quando il respiro di una città diventa storia cantata; lo ha scritto Roberto Cardaci, sociologo, particolarmente attento a situazioni di disagio sociale, legate soprattutto alla dimensione lavorativa e inquadrate in chiave territoriale. Il volume non è una biografia dell'artista, ma un'analisi sociologica dei suoi testi scritti fino all'inizio degli anni '70, nonché dei torinesi e dei piemontesi di quello stesso periodo sempre attraverso quelle liriche. I punti di contatto con Farassino - lo racconta l'autore nelle prime pagine - erano legati innanzitutto alla crescita (da figlio di immigrati siciliani) in una casa molto simile e alle canzoni di Gipo, incontrate in piena infanzia e poi riproposte con passione da Cardaci stesso alla chitarra (nei luoghi di ritrovo della giovinezza, che fossero le osterie - anzi, le piòle - o la sezione del Pci). All'origine del libro, tuttavia, c'è soprattutto la convinzione di condividere con Farassino l'approccio nei confronti di Torino e dei torinesi da "sociologi scalzi", cioè "coi piedi ben piantati per terra, con la voglia di conoscere la vita della città per migliorarla".
Già, perché sarà pure vero che non per forza a canzoni si fan rivoluzioni o poesia (con la consapevolezza di avere citato un altro artista ben gradito all'autore), ma quelle stesse canzoni contano, anche - e proprio -perché raccontano bene ciò che era, che è e che non è più (e magari invece sarebbe meglio che fosse ancora). Secondo Cardaci, Farassino da cantautore ha agito come un "'sociologo in pectore', appunto per questo capace di raccontare la vita economica e sociale della Torino di quegli anni mediante le sue canzoni che parlano musicalmente di un'epoca nella quale il capoluogo piemontese era la capitale italiana dell'auto, con le sue luci e ombre". Lo avrebbe fatto, sempre secondo l'autore, con una tecnica assimilabile all'osservazione partecipante (sincrona o asincrona), che gli ha permesso di raccontare la vita delle persone e il suo cambiamento, con un continuo raffronto con la propria esperienza e con lo sguardo dello "zingaro di barriera", sufficientemente ribelle e allergico all'ipocrisia. 
Per questo, una prima parte del libro si premura di ricostruire la situazione di Torino - e, in parte, del Piemonte - nel secondo dopoguerra e negli anni dell'industrializzazione spinta, del miracolo economico e delle migrazioni (prima dal Polesine, poi dalle campagne, poi soprattutto dal Meridione): racconta la trasformazione produttiva, economica, urbanistica e sociale della città e del territorio, con i suoi progressi e i suoi problemi, avvertiti nella carne e nella vita quotidiana delle persone, inevitabilmente segnata da un'impostazione "motorecentrica". La seconda parte esplora quel contesto, ricostruendolo nei dettagli e negli anfratti umano attraverso le liriche di Farassino del periodo considerato (riportate nella loro interezza in coda al volume), utilissime per far attraversare i borghi, le barriere, le case e i bar, fino ai luoghi di lavoro, insalubri e alienanti, ma sempre caratterizzati dall'umanità (nei suoi aspetti migliori e deteriori).
Chi scrive è nato e cresciuto in un'altra regione, in un contesto e in anni diversi, ma non fatica a credere che nessuno abbia cantato o narrato più e meglio di Farassino (nelle sue poesie, nei suoi testi e spettacoli) le pagine quotidiane e singolari della gente di Torino, quella degli anni '50 e '60, soprattutto quella povera, delle case di ringhiera, trasmettendo anche a distanza di tempo i rumori dei cortili, le voci dalle ringhiere, l'odor ëd frità (l'odore di frittata), le toppe sui panni stesi (tutte sequenze tratte da Ël 6 ëd via Coni), le tute blu, le scene al bar e le istantanee nei borghi in cui "i furbi giorno e notte dormivano, i gonzi lavoravano" (così pensavano i primi, salvandosi forse dall'alienazione). Ma lo stesso Farassino non ha fatto sconti agli stessi torinesi e piemontesi, per come erano diventati, per come avevano smesso di voler migliorare se stessi e ciò che li circondava, attraverso l'amore e l'amicizia, ma anche mediante la protesta e la convinzione di non dover mollare o arretrare (un concetto riassumibile nell'espressione storica - riferita ai piemontesi - bogia nen, il cui significato "non vi muovete" non va letto come un invito all'immobilismo, ma alla resistenza, possibilmente attiva). 
Nel libro non manca, giustamente, un riferimento alla carriera politica di Farassino: vicino al Pci per molti anni, diventò nel 1987 fondatore - insieme, tra l'altro, al suo regista di sempre, Massimo Scaglione - di Piemont autonomista, forza politica lanciata poco prima delle elezioni politiche di quello stesso anno e finita inevitabilmente in competizione con l'Union Piemontèisa di Roberto Gremmo (a dispetto dei contatti tra loro alcune settimane prima del voto). Nessuno dei due partiti riuscì a ottenere seggi, a causa della competizione, ma da quel momento il Piemont autonomista (che a Pino Torinese elesse Farassino come consigliere) ebbe un rapporto privilegiato con la Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, avendo un ruolo rilevante nelle successive evoluzioni di questo partito.
Nel 1989, infatti, il Piemont autonomista partecipò all'Alleanza Nord, federazione guidata dalla Lega lombarda sotto le insegne di Alberto da Giussano per partecipare alle elezioni europee e anche Farassino fu candidato. A testimonianza dell'esito del processo di federazione, il 4 dicembre di quell'anno lo stesso Farassino - insieme a vari altri esponenti - fu tra i fondatori della Lega Nord, il nuovo partito sempre con la guida carismatica di Bossi, ma creato con un orizzonte territoriale più ampio e non volto a raggiungere una meta elettorale relativamente vicina.
Proprio sotto le insegne della Lega Nord Farassino venne eletto prima consigliere regionale nel 1990, poi deputato nel 1992 (fu il più votato della circoscrizione di Torino-Novara-Vercelli, con oltre 55500 voti). Mancò la rielezione nel 1994 (fu schierato dal Polo delle libertà al collegio senatoriale Torino 1, ottenne quasi 43500 voti ma Franco Debenedetti, candidato dei Progressisti, ne raccolse quasi 48900), ma dopo le dimisssioni di Francesco Speroni divenne europarlamentare e fu confermato a Strasburgo con quasi 60600 preferenze alle elezioni del 12 giugno. Nel 1995, poi, centrò di nuovo l'elezione a consigliere regionale (sempre nella circoscrizione di Torino), sotto le insegne della Lega Nord schierata fuori dai poli e fu uno dei cinque eletti. A luglio del 1999 decise di lasciare la politica e tornare alla canzone (anche se questo non gli impedì di ricoprire da indipendente per un anno e mezzo, da gennaio del 2004, la carica di assessore all'identità piemontese e alla devoluzione nella seconda giunta guidata da Enzo Ghigo).
Se il libro di Cardaci si preoccua soprattutto - e ci riesce bene - di descrivere "la gente" di Farassino (quella di Torino e non solo) attraverso i suoi testi, non manca di proporre una canzone che, più di altre, sembra dare il senso dell'impegno politico dello stesso Farassino. Si tratta di Piemontèis, uscita nel 1985 in un album con lo stesso nome, con un testo esplicito - offerto qui nella traduzione contenuta nel libro - che invita tutta la popolazione del Piemonte a ridestarsi per rivendicare la propria terra:  
Dove sono finiti i Piemontesi / i leggendari «bogianen» / che non hanno tremato / davanti ai Francesi, davanti ai Tedeschi: / quegli uomini fieri, un po' testardi / con il passo pesante dei montanari, / che hanno reso feconda / questa nostra terra tribolata? / Dove sono finiti quei Piemontesi / con la voce dura e il cuore di velluto / che hanno lottato, che hanno sofferto, / che hanno creduto... / Quei lavoratori senza sorriso / che hanno piantato le nostre radici / sotto le nevi, / sotto l'afa, sotto un cielo grigio? / [...] Dove vanno i Piemontesi / con quelle facce da gente fregata / che sembrano aspettare / la mano del prete e del becchino: / e con il culo insaponato da presentare come un mazzo di fiori / al primo imbecille / che mostra ali da galletto? / Dove vanno i Piemontesi / col collo storto e i soldi in mano / per mercanteggiare / un po' d'illusione fino a domani/  con le soprascarpe fuori dall'uscio / per fare più in fretta a tagliare la corda / se un deficiente / grida che è la fine del mondo. / [...] Dove finiranno i Piemontesi / con l’italiano in mezzo ai denti / e con le donne / e il sole dei terroni nella mente: / le brache piene di confusione / grazioso regalo di quei pellegrini / mandati da Roma / nelle nostre vigne, a fare i padroni? / Dove finiranno i Piemontesi / con le mani vuote e le scatole piene / di imposizioni, beffe, gabelle, umiliazioni, / senza una bandiera, senza un destino, / tra pizze, mafia e mandolini, / senza ideale, senza uno sprone, / senza ambizione? / Lontano, lontano, / come un lamento, si leva una canzone, / è il sospiro profondo della tradizione / che sembra sussurrare all'orecchio della nostra gente: / «Svegliati Bogianen, alza la tua fronte, / rivendica la tua terra, il tuo Piemonte!». 
Aveva forse in testa (anche) questo Farassino, quando nella seduta del 3 luglio 1992 fece il suo primo intervento alla Camera - dopo Sergio Castellaneta e prima di Irene Pivetti - per negare la fiducia della Lega Nord al nascente governo di Giuliano Amato:
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nelle dichiarazioni programmatiche del Governo non ho trovato il minimo accenno ad eventuali misure straordinarie finalizzate a contenere, e possibilmente ad arrestare, il preoccupante processo di deindustrializzazione in atto nelle regioni del nord, con particolare riferimento alla regione Piemonte.

La chiusura annunciata degli stabilimenti FIAT di Chivasso, che colpisce i livelli occupazionali eliminando migliaia di posti di lavoro con la falsa prospettiva di destinare le maestranze in cassa integrazione ad altri stabilimenti del gruppo FIAT - falsa prospettiva [...], in quanto voci bene informate danno per scontata la volontà del gruppo FIAT di chiudere anche gli stabilimenti di Rivalta e parte degli stabilimenti di Mirafiori - ci inducono a pensare che il processo di deindustrializzazione in atto in Piemonte sia decisamente irreversibile. Tale processo involutivo, se non viene arrestato con immediata fermezza, provocherà un effetto a catena sia sull'indotto FIAT, sia sulla struttura demografica della regione, con conseguente caduta di tutto il comparto produttivo e commerciale piemontese.

Ci troviamo, sostanzialmente, di fronte ad un ulteriore atto di filibusteria politico-economica del capitalismo industriale che negli anni '50-'70 ha accentrato la produzione attraverso l'immigrazione, invece di esportare il lavoro, scaricando i costi sociali di tale operazione sulla collettività ed incassando da parte sua gli utili al netto di diseconomie esteme. Le immigrazioni selvagge, non controllate e tanto meno gestite, di quegli anni hanno causato enorme malessere sociale alla popolazione piemontese, che ha rischiato di vedere completamente distrutta la propria identità collettiva di popolo, nel tentativo disperato di integrare centinaia di migliaia di persone che arrivavano nelle nostre terre.

Ora che dopo trent'anni tale integrazione, attraverso passaggi di conflittualità etniche, culturali e sociali, pareva avere raggiunto un livello soddisfacente di consolidamento, il capitalismo industriale, con l'aiuto di una politica economica compiacente ed assistenziale, decide una strategia diametralmente opposta, investendo migliaia di miliardi di fonte pubblica in stabilimenti esclusivamente localizzati nel Mezzogiorno, smobilitando contro ogni principio di logica economica strutture produttive validamente collaudate da oltre un trentennio nell'Italia settentrionale.

Si chiude così un ciclo di sfruttamento perverso, naturale ed economico, i cui costi saranno nuovamente sopportati dalla nostra gente. E quando dico «nostra gente» non mi riferisco soltanto alla popolazione originaria piemontese, ma anche e soprattutto a quelle centinaia di migliaia di persone che con la loro disperazione hanno trasferito in Piemonte la loro volontà di integrazione, di lavoro, di affrancamento da condizioni di povertà endemica; persone che hanno deciso un giorno di affidare alla nostra terra il loro destino e l'avvenire dei loro figli.

Se poi alla situazione che ho descritto aggiungiamo le offerte sostanziali ed economicamente affascinanti che giungono ai piccoli e medi imprenditori piemontesi dalla vicina Savoia - offerte che si traducono in abbattimento del 30% dei costi energetici, fiscalizzazione degli oneri sociali, terreni in uso gratuito per la costruzione di capannoni, compiacenti imposizioni fiscali, mutui bancari a tasso agevolatissimo - e che invogliano all'emigrazione tanto gli imprenditori quanto le maestranze specializzate, si può ben comprendere la preoccupazione della regione per un impoverimento tecnologico, demografico e reddituale.

Concludo dicendo, come ho esordito, che non mi pare di aver assolutamente rilevato nelle linee programmatiche del Governo una ben che minima evidenziazione della particolare situazione economica piemontese. Anche per questo motivo il nostro voto non potrà che essere negativo. 
In quel discorso, che lo si condivida o meno (in tutto o in parte), è davvero facile individuare - oltre che alcune parole d'ordine della Lega Nord di allora - molto del mondo di Gipo Farassino, riversato nelle sue canzoni e non solo. A 34 anni da quel discorso e a poco più di vent'anni dall'abbandono definitivo della politica da parte di Farassino, merita di essere considerata una riflessione che Cardaci affida a una delle note del libro, ma che qui si vuole enfatizzare: "Resta da capire che cosa potrebbe pensare Gipo oggi, che la politica è cambiata rispetto a quella dei suoi tempi e non è più passione, militanza, servizio ai cittadini e alla propria terra e, in definitiva, al Paese Italia, ma [...] scelta professionale di chi decide di entrare nell'agone politico - amministrativo a tutti i livelli istituzionali e nei partiti perché meno rischioso rispetto ad avviare attività professionali o imprenditoriali o per consolidarle. Cosa avrebbe pensato di professionisti della politica che, a differenza di lui, non conoscono i luoghi, ma soprattutto le donne e gli uomini di cui dovrebbero interpretare, come lui faceva efficacemente cantandone le condizioni di vita quotidiane, i bisogni, le necessità, le aspettative, le idee per migliorare il futuro?".

martedì 16 giugno 2026

Simboli sotto i mille (2026): seconda parte, dalla Sardegna alla Calabria (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

Dopo aver esaminato le competizioni elettorali amministrative nei comuni con meno di mille abitanti nelle regioni del Nord Italia e in Toscana, è tempo di passare ai microcomuni del Centro-Sud e della Sardegna. Prima di rimetterci in viaggio, però, una premessa sembra doverosa (o, almeno, opportuna).
Come si accennava nella prima parte del nostro percorso di quest'anno, quando dieci anni fa è iniziata questa serie di articoli, con cadenza annuale, l’idea era di raccontare storie di micropolitica, portando all’attenzione le liste di morvimenti piccoli e anche (in qualche caso) meno piccoli, nazionali o locali, che sfruttavano - in modo del tutto legittimo - l'esclusione dalla raccolta delle firme nei comuni con meno di mille abitanti per cercare visibilità anche a quel livello, ottenere magari qualche eletto (potenzialmente utile come presidio sul territorio) e, perché no, anche per puro gusto di competere elettoralmente e "piazzare" proprio simbolo su qualche scheda. 
Purtroppo noi per primi riconosciamo che da vari anni una parte rilevante del nostro itinerario - e non più con riguardo solo a una porzione del territorio italiano - si è trasformata in una rassegna di "liste per le licenze". Chiunque ci legga - e frequenti con costanza questo sito - comprende subito a cosa ci stiamo riferendo: partiti più o meno immaginari, liste "civiche" con lo stesso logo (o con nomi e grafiche simili) presenti dal Piemonte alla Campania (e anche oltre), simboli improbabili per la loro povertà (anche di significato) e il cui raccolto di voti è spesso vicino allo zero (se non pari a zero), ma soprattutto candidati che quasi ogni anno ritroviamo in comuni e regioni diverse (quest'anno, va detto, meno rispetto al passato). Che si sia da tempo individuata la causa principale di questo fenomeno non più ignorabile nell'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 ("Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile") è cosa nota. Sembra fuori luogo pensare che il numero di liste presentate in gran parte d'Italia, con lo stesso simbolo o con nomi ed emblemi simili, sia reso possibile dall'esistenza di una regia nazionale, cioè da uno o più gruppi organizzati in grado di raccogliere l'adesione e i dati delle persone interessate, preparare i (pochi) documenti necessari e provvedere alla presentazione presso i comuni via via individuati? Probabilmente no; non è certo compito di chi scrive individuare obiettivi o fini di quest'attività organizzata, lasciando che chi legge - se ritiene che tale organizzazione esista - formi da sé le proprie idee.
In tutta franchezza, anche se questo significherebbe il sostanziale svuotamento - se non proprio la fine - dei nostri viaggi "sotto i mille", riteniamo sia necessario intervenire in qualche modo per porre fine a questo fenomeno, formalmente legittimo, ma che nulla ha a che fare. Sappiamo già - e lo sa la stessa politica, che almeno dal 2019, di fronte ad alcuni casi incredibili, si è trovata a discutere del disegno di legge inizialmente presentato dall'ex senatore leghista Luigi Augussori e portato avanti dalla collega Daisy Pirovano, approvato dal Senato ma ancora in attesa che il plenum della Camera si esprima - che per eliminare o ridimensionare di molto il problema basterebbe introdurre la richiesta di un minimo di firme (anche solo cinque, nei comuni più piccoli): quell'adempimento le liste locali lo sbrigherebbero in mezz'ora (basterebbe, in fondo, portare in comune per la firma e la sua autentica i familiari residenti in paese di qualcuno dei candidati), ma anche i movimenti veri potrebbero riuscire senza troppa difficoltà a patto di avere almeno una persona di riferimento sul territorio.

Esaurita la premessa, è tempo di ripartire, questa volta - e per una volta - dalla Sardegna, regione insulare meravigliosa in cui si è votato - in effetti il 7 e l'8 giugno, giorni in cui altrove si sono svolti i ballottaggi - in moltissimi comuni, dei quali oltre 50 avevano meno di mille abitanti (ma non si è votato a Curcuris, nell'oristanese, perché non sono state presentate liste). Di norma la regione non è molto interessata da questo fenomeno, però questa volta troviamo, nella città metropolitana di Cagliari, una lista di Progetto popolare e una della Civica Insieme a Ballao, mentre solo la Lista civica Insieme - stranamente "orfana" di Progetto popolare - è comparsa a Goni: in entrambi i microcomuni erano presenti anche due liste locali. La presenza di liste estranee ai paesi ha puntualmente suscitato molte polemiche, ma come spesso accade gli allarmismi sono stati del tutto immotivati: in entrambe i comuni le due liste locali hanno fatto, come prevedibile, il pieno di consensi. A Ballao le due esterne hanno totalizzato un voto a testa; a Goni un solo elettore ha crociato il simbolo di Civica Insieme.

Tornando all'Italia peninsulare, si fa giusto una capatina in Umbria, perché solo un comune "sotto i mille" era interessato dal voto. A Scheggino, in provincia di Perugia, é l’unico comune sotto i mille al voto, oltre alle due locali si presentano Alleanza per l'Italia, Progetto popolare e Umbria autonoma, unica lista di questo movimento che troviamo quest’anno (ma il simbolo lo abbiamo già visto nel 2024): è finita 217 a 61 tra le due locali (con la vittoria di Uniti per Scheggino), mentre tra le liste esterne ha ottenuto un voto soltanto Progetto popolare, le altre due sono rimaste a zero.
 
Nelle Marche erano in tutto sette i microcomuni chiamati a rinnovare la loro amministrazione: in tutti questi si sono presentate due liste locali, tranne a Ussita, comune in cui ha partecipato alla competizione una sola lista, quella della sindaca uscente. 
Come in passato, facciamo un salto a Monteleone di Fermo, comune in cui nel 2020 la Lista civica (proprio così, senza altra specificazione) aveva ottenuto 76 voti, pari al 30,4%, e i tre seggi di minoranza; questa volta, oltre alla lista del sindaco uscente, si è presentata un'altra lista locale (Monteleone bene comune) ma è ricomparsa anche la Lista civica, schierando come candidata sindaca una consigliera di minoranza uscente eletta con lo stesso contrassegno. Questa volta, però, il simbolo con il nome blu su fondo bianco e un piccolo tricolore ha raccolto solo 3 voti (1,11%), mentre la competizione tra le liste locali è finita 135 a 132 (e il sindaco uscente non è stato confermato): senza la Lista civica come "terzo incomodo" si sarebbe andati al ballottaggio? A dispetto del nome scelto dalla formazione elettorale, non è inutile fare un giretto sul sito dell'Anagrafe degli Amministratori Locali e Regionali del Ministero dell'interno per dare uno sguardo alla professione della candidata sindaca non confermata in consiglio (e, già che ci si è, degli altri due consiglieri uscenti) della Lista civica, lasciando a ciascuno ogni valutazione.
Aveva fatto un certo scalpore già prima del voto il caso di Muccia, comune del maceratese tornato anticipatamente al voto per le dimissioni di sei consiglieri nel luglio 2025. Lì, oltre alle due liste civiche locali, si è presentata Insieme per... il futuro, nome e simbolo già visto in passato in giro per l'Italia. Alla fine dello spoglio è risultato un solo voto per quella lista, mentre la competizione tra le due formazioni locali è finita 353 voti a 179 (a favore della lista La Torre); uno sguardo nemmeno troppo approfondito, peraltro, mostra che i simboli e i caratteri delle due civiche locali hanno qualche carattere di similitudine e questo induce qualche riflessione sulla loro potenziale genesi.
Si è riscontrata la presenza di due liste esterne al paese anche a Isola del Piano (anche qui dobbiamo mostrare il fac simile della scheda elettorale per poter fare vedere i simboli che hanno concorso). Oltre a Progetto popolare, che alla fine ha raccolto un solo voto, lì si è presentata anche Alleanza per l'Italia, che è andata lievissimamente meglio: il risultato definitivo parla di una messe di due voti, del tutto ininfluenti però su un totale di 368 schede (incluse 8 nulle e 4 bianche, che raramente mancano anche in competizioni come queste) infilate nell'urna dell'unica sezione elettorale costituita nel comune.  

Arriva il tempo di entrare in Lazio, per occuparci dei dieci microcomuni che ci interessano, in tutti o quasi qualcosa da dire, troviamo anche simboli già visti in passato ma finora non ancora incontrati.
A Belmonte Castello, nel frusinate, oltre alle due formazioni locali si presentano Destra sociale (formazione autenticamente politica, come si è già ricordato in passato) e +Verde Cuore ambientalista (presente anche nel 2020, quando era riuscita a raccogliere un voto), così come ritroviamo Progetto popolare e la Lista civica Insieme: nessuna delle loro proposte, tuttavia, è stata scelta dagli elettori (che probabilmente le hanno sentite estranee al loro sentire o al loro territorio), perché tutte queste quattro liste sono rimaste a zero.
In provincia di Rieti sono piuttosto anomale rispetto a quanto visto in questo articolo comuni come Cottanello e Montebuono, visto che lì si sono presentate soltanto due liste locali. Non basta certo questo per rendere quelle sfide meno interessanti: a Cottanello, per esempio, Noi & Voi per Cottanello, lista del sindaco uscente, si è confermata 178 voti a 177, superando la concorrente per un solo voto, quando tra le schede consegnate (oltre l'85% degli aventi diritto) ce n'erano anche sei nulle e due bianche... una competizione veramente tirata.
Sulle schede elettorali si sono viste due sole liste anche a Marcetelli, comune con 57 elettori. A colpire non è tanto il risultato (44 votanti, il 77,19% degli aventi diritto, divisi tra i 35 sostenitori del vicesindaco uscente, appoggiato dalla lista Il Ponte, e i 9 supporter dell'altra lista), quanto piuttosto il fatto che i contrassegni delle due liste - Il Ponte e Siamo Marcetelli - sembrino strettamente imparentati, per impostazione, colore e carattere impiegati. E se si considera che Il Ponte già esisteva, ma la grafica è stata profondamente rivista, viene da domandarsi se le due grafiche e, più in generale, le due liste non siano state in qualche modo concordate.  
L'attenzione si concentra, per strani motivi, forse di natura logistica vista la vicinanza con il capoluogo, sul comune di Montenero Sabino: lì, infatti, le liste erano ben cinque. Oltre alle due formazioni locali, compaiono Italia dei Diritti (si tratta della prima comparsa nel viaggio di quest'anno del partito fondato da Antonello De Pierro), Progetto popolare e Fiamma tricolore. Nessuno dei tre simboli di lista, tuttavia, è stato votato da almeno un elettore (eppure i voti validi erano 209).
Spostandoci nella città metropolitana di Roma, a Camerata Nuova si è votato in anticipo rispetto alla scadenza naturale per le dimissioni di oltre metà dei consiglieri (tre di maggioranza e tre di minoranza), qui non poteva certo mancare la lista di Destra sociale (peraltro costretta al cambio del simbolo dopo i rilievi della sottocommissione elettorale circondandiale,  optando per tre spighe tricolori su fondo blu); c'erano anche Italia dei Diritti e +Verde Cuore Ambientalista. C'erano però soprattutto anche tre liste locali, proprio come nel 2022, quando le tre esterne - tra queste Italia dei Diritti - non totalizzarono nemmeno un voto. Tra le formazioni locali la competizione è stata tiratissima, in cui Insieme per Camerata Nuova è prevalsa su Rinascita per Camerata Nuova 116 voti a 114 (35,47% contro 34.86%); al terzo posto si è classificata Camerata si rinnova, che con 97 voti (29,66%) è riuscita a entrare in consiglio con un eletto, al punto che di fatto la maggioranza consiliare è minoranza nel paese. Ovviamente, con uno scenario del genere, nessun elettore ha scelto di dare il voto alle tre esterne.
Per giusta equità sono comparse sei liste anche a Marano Equo: oltre alle due liste locali sono apparse Destra sociale (anche qui con simbolo sostitutivo) Italia dei Diritti, Progetto popolare e - alla prima apparizione in questo viaggio - Movimento Democrazia sociale. Anche nel 2020 le formazioni finite sulla scheda erano sei (e già allora si presentarono Italia dei Diritti e Progetto popolare) e le quattro esterne presero in tutto due voti, una media di mezzo voto a testa. Questa volta, se possibile, le esterne sono riuscite a fare peggio, non raccogliendo nemmeno un voto in quattro.
Appare interessante la situazione a Percile: nel 2020 era presente una sola lista locale e i seggi di minoranza andarono a Italia dei Diritti, che ottenne un discreto risultato, cioè 47 voti, pari a quasi il 30% (il comune in effetti è molto piccolo); Progetto popolare, Noi Patrioti e Alternativa in Comune, in quella stessa competizione, ottennero solo 2 voti a testa. Nel 2026 la situazione si è in qualche modo ripetuta, ma con meno liste in campo: oltre a quella locale (che ha conservato il proprio simbolo), infatti, si è ripresentata Italia dei Diritti, mentre la novità era rappresentata dalla Fiamma tricolore. La sfida tra le liste di minoranza è finita 2 a 2: nessun risultato calcistico, come potrebbe sembrare, ma l'indicazione che le liste hanno raccolto due voti ciascuna (1,92%). Ciò ha portato ad assegnare un seggio a ciascuna lista, ma per attribuire il terzo seggio di minoranza è stato necessario il sorteggio: è quasi inutile ribadire che sembra assurdo che 4 voti su 104 si traducano in tre consiglieri (e probabilmente, considerando che il comune é molto piccolo, forse non era così scontato nemmeno pensare a una seconda lista di comodo "anti esterni". Il sorteggio, in ogni caso, ha favorito la Fiamma Tricolore che, quindi, con soli 2-diconsi-due voti ha eletto due consiglieri. 
A Riofreddo si era votato nel 2021, ma purtroppo è mancato il sindaco, dunque è stato necessario andare al voto anticipato. Nel segno della continuità si era presentato il vice con lo stesso simbolo (Alla luce del sole per Riofreddo, con tanto di sole sorridente); l'altra locale ha proposto un candidato sindaco con lo stesso cognome del primo cittadino scomparso. Al di fuori delle liste locali, come nel 2021 si è presentata anche Italia dei Diritti, ma era l'unica altra formazione, mentre nel 2021 sulle schede erano comparsi due dei classici simboli con cerchio bianco e scritta in nero. Il duello elettorale è stato vinto (337 voti a 163) dal vicesindaco uscente, mentre a Italia dei Diritti è arrivato un solo voto.
Resta da dire del microcomune di Roiate: anche lì le liste locali erano due e non potevano mancare Progetto popolare, Lista civica Insieme e - visto che si è in Lazio - Italia dei Diritti. Nel 2020 i tre seggi di minoranza erano andati al Popolo della Famiglia grazie a 42 voti (9,15%) mentre erano rimaste senza eletti Federazione per le politiche del territorio, Progetto popolare, Italia dei Diritti e Protesta con noi: in tutto le avevano scelte in 8 elettori. Nel 2026 le tre esterne sopra citate hanno raccolto solo tre voti: 2 liha presi Progetto popolare, uno lo ha ricevuto Insieme, mentre Italia dei Diritti è rimasta a zero. Per dovere di cronaca va detto che Progetto Popolare si è presentata anche a Montelanico, altro comune della città metropolitana di Roma, ma con oltre 2000 abitanti, dunque con la necessità di raccogliere le firme: lì ha ottenuto 71 voti (7,52%), ma essendosi presentata solo un'altra lista è riuscita a eleggeretre consiglieri.

Tocca ora portarsi in Abruzzo, una regione storicamente interessata dal fenomeno delle liste "esterne": anche nel 2026 c'è qualcosa da dire, anche grazie al cospicuo numero di microcomuni chiamati al voto. Iniziamo da Guilmi, in provincia di Chieti. Al di là della scontata conferma del sindaco uscente (con 206 voti sui 225 voti validi espressi), l'attenzione viene attratta dal risultato di Insieme per Guilmi che ha raccolto 17 voti (7,56%) e con questi si è aggiudicata tre seggi: qui il candidato sindaco era consigliere di maggioranza uscente, tuttavia i giornali locali hanno parlato di lista composta da esterni, il risultato lo confermerebbe. Completa il quadro il Movimento Civico Prima Guilmi, fermo a 2 voti (0,89%): il risultato rende evidente la estraneità della lista rispetto al territorio, anche se il simbolo appare graficamente più elaborato dei soliti utilizzati (anzi, sembra quasi essersi scambiato il ruolo della grafica elementare con Insieme per Guilmi).
La concentrazione maggiore di microcomuni in una provincia, forse addirittura su scala nazionale, si è tuttavia registrata in provincia dell'Aquila: lì si è votato in ben 28 comuni con meno di mille abitanti e in molti di questi erano presenti liste esterne; stranamente, invece, non si sono presentati extra muros negli unici due comuni con una sola lista locale, cioè Navelli ed Opi.
L'itinerario aquilano inizia con Acciano, comune in cui si sono presentate tre liste: al di là dell'ovvio successo della formazione locale, non passa inosservata la partecipazione di Nuove idee in Comune (21 voti, pari all'11,17%, e 3 seggi): con tutta probabilità questa è stata presentata per sbarrare l'ingresso eventuali ulteriori liste, chiaramente esterne al paese: difatti si è puntualmente presentata La Novità - simbolo già visto, ormai sempre più spesso il fondo di questi contrassegni si è colorato - ma è rimasta a zero.
Una situazione molto simile si è prodotta a Cansano: tre liste, senza che ci sia stata davvero partita tra loro. Ha trionfato Tutti per Cansano, la lista del sindaco uscente (102 voti, l'82,26%), mentre la lista Vivi Cansano, fermandosi a 22 voti (17,74%), ha ottenuto i 3 seggi della minoranza. Così facendo, Insieme si può (stessa struttura della Novità, si è passati solo dal fondo verde a quello arancione) è rimasta a quota zero: probabilmente anche qui vale lo stesso ragionamento fatto per Acciano, con una lista presentata per neutralizzare altre presenze.
Lo schema della sfida elettorale a tre si è ripetuto anche a Capestrano. Le due liste locali erano assolutamente riconoscibili, anche per l'identità dei cognomi: la "sfida" tra loro è finita 314 a 217 (le tre spige di Antonio D'Alfonso, sindaco uscente, hanno battuto le tre sorgenti di Alfonso D'Alfonso: non sembra assurdo pensare che anche qui la presenza sia stata in qualche modo concertata). Oltre alle 531 schede valide, nelle due urne del paese se ne sono trovate 8 nulle e 2 bianche, ma proprio nessuna da attribuire a Uniti per Crescere (solita struttura, ma sfondo azzurro).
La scheda era decisamente più affollata a Cappadocia: lì, infatti, le liste in campo erano ben sette. Quasi non c'è stata partita per la vittoria, ottenuta da Radici per il futuro con il 74,41%; al secondo posto troviamo L'Alternativa per Cappadocia (78 voti, 20,37%, trasformatisi nei 3 seggi di minoranza): è rimasta senza eletti, ma è comunque arrivata sul podio Cappadocia nel Cuore (19 voti, 4,96%), mentre è decisamente staccata Destra sociale (1 voto, pari allo 0,26%, ottenuto con il simbolo ufficiale) e sono rimasste del tutto a zero Progetto Italia, Progetto Futuro (stesso carattere, cambiava solo il fondino da bianco ad azzurrino) e +Verde Cuore ambientalista. Di tutti i risultati di Cappadocia, colpisce più di tutti l'esito della lista terza classificata, curiosamente elevato in una competizione a sette liste, con due locali e quattro del tutto esterne.
La competizione era nuovamente a tre liste a Castel del Monte. La vittoria se l'è curiosamente aggiudicata una lista denominata Insieme per il futuro, stesso nome incontrato a Muccia, ma in questo caso si trattava a tutti gli effetti di una lista di paese (la grafica, del resto, era tutt'altro che improvvisata, come si può vedere dal fac-simile della scheda). La lista vincitrice ha portato a casa ben 176 voti, molto di più di Per la Comunità (10 voti, 5,13%), che ha ottenuto due eletti, e di Castel del Monte domani (9 voti, 4,62%), cui è andato l'ultimo seggio di opposizione. Il risultato elettorale, a prima vista, ha qualcosa di strano: le due formazioni di minoranza sembrerebbero civiche locali al pari della vincitrice (anche in questo caso le grafiche sono ben lontane da quelle ultraminimal cui siamo abituati nei comuni "sotto i mille"), ma obiettivamente il loro risultato è veramente deludente o comunque difficile da spiegare.
A Castelvecchio Subequo le liste locali competitive erano invece certamente tre: ciò ha fatto che in questo microcomune si verificasse uno dei rari casi di sindaco e lista vincente con meno del 50% dei consensi (cosa che nei comuni inferiori è comunque tutt'altro che impossibile). Tra queste tre formazioni, in ogni caso, la sfida è finita con la vittoria di SiAmo Castelvecchio con 235 voti, mentre Civica Castelvecchio si è fermata a 209 consensi, mentre Radici e futuro ne ha raccolti 133. Di fronte a uma competizione così tirata, non c'è da stupirsi nel notare che la lista esterna Uniti si può (stavolta con lo sfondo giallo) non abbia pigliato neppure un voto.
Ma - domanda repentina - tra le liste già viste in passato poteva forse mancare la Lista Beta? Ovviamente no: la troviamo a Collepietro, piccolissimo comune in cui il corpo elettorale era di 353 persone, delle quali solo 109 sono andate a votare (l'affluenza ha sfiorato il 31%, ma certamente scomputando gli iscritti Aire non votanti il quorum del 40% è stato raggiunto). Alla Lista Beta sono arrivati 5 voti su 105 schede valide (ce n'erano anche 4 nulle), ma le liste in campo erano solo due, quindi - proclamata senza alcun dubbio vincitrice la lista Per Collepietro - alla Lista Beta sono andati i tre consiglieri di opposizione con 5 voti. Le curiosità, peraltro, non finiscono qui e possono far ripensare alla natura della Lista Beta: il candidato sindaco, Aurelio Marrama, si era già candidato nel 2015 con Uniti per Collepietro, ottenendo 20 voti (16,39%) e riuscendo a tenere fuori dal consiglio la lista La nuova svolta; il vicesindaco uscente, peraltro, allora era Mauro Colangeli, già eletto sindaco di Collepietro nel 1999 e nel 2004, ma soprattutto sindaco uscente prima di queste elezioni (è sua la firma in calce al manifesto) e ricandidato, ma come capolista proprio della Lista Beta. E il nuovo sindaco - eletto con la lista Per Collepietro - di cognome fa comunque Colangeli.
Mentre si continua a riflettere (e ci si domanda che fine abbia fatto la Lista Alpha), ci trasferiamo a Fagnano Alto: qui le liste in gioco erano soltanto due. Data per scontata la vittoria della Lista civica per Fagnano, l'altra formazione - Lista Insieme, testo nero maiuscolo su fondo verdino - ha raccolto soltanto 6 voti (2,67%), ma quei pochi consensi sono stati sufficienti per eleggere tre consiglieri. Va detto che, avendo votato il 44% degli aventi diritto (una quota dunque superiore al quorum previsto), le elezioni sarebbero state valide anche senza la presenza di questa lista, ma naturalmente non era possibile sapere già prima della presentazione delle candidature quante persone si sarebbero recate ai seggi. 
Passiamo a Gagliano Aterno, altro microcomune in cui si sono presentate soltanto due liste. Nessun dubbio, anche qui, sulla natura autenticamente locale della lista Gagliano Vive!, mentre va guardato con più attenzione il risultato elettorale di Gagliano Insieme, che con 8 voti (pari al 5,41%) si è automaticamente aggiudicata i 3 seggi destinati alla minoranza. Il simbolo bianco con testo nero somiglia abbastanza a quello di liste "esterne", ma ci sono elementi che se ne distanziano (incluso l'uso del nome del comune all'interno del contrassegno): sembrerebbe dunque di trovarsi piuttosto davanti a una seconda lista "di comodo" per evitare problemi con il quorum - ma hanno votato 154 persone su 404 aventi diritto (38,12%) e, considerando che gli abitanti reali sono 225, non ci sarebbero stati reali problemi di validità della consultazione - o magari per neutralizzare potenziali inteferenze.
La competizione era ridotta a due sole liste anche a Goriano Sicoli. Finale a senso unico per il risultato elettorale "maggiore", nel senso che Uniti per Goriano del sindaco uscente è stata confermata con il 90,75% dei voti (imperdibile il simbolo in bianco e nero, che porta decisamente indietro nel tempo). Quanto alla lista Per il Territorio (32 voti, 9,25%, tradotto nei 3 seggi di minoranza), è opportuno non fermarsi al contrassegno - testo nero su fondo bianco - e notare che il candidato sindaco era un consigliere di maggioranza uscente.
Ci trasferiamo a Molina Aterno e lì invece si scopre che le liste erano 3 (tra l'altro, come si può vedere, anche in questo caso tocca mostrare il fac-simile della scheda, perché in provincia dell'Aquila sono stati parecchi i casi in cui non è stato possibile reperire - nel sito del comune o del rispettivo albo pretorio - il manifesto delle candidature). Scontata la conferma del sindaco uscente con la lista Progresso e libertà (91,06%), ma sono molto più interessanti gli altri risultati. La lista La Nuova Scelta ha raccolto 18 voti (7,66%), trasformatisi nei tre seggi di minoranza; vale la pena segnalare che il candidato sindaco si era presentato anche nel 2020, guidando la lista L'Alternativa (che aveva ottenuto tutti i seggi di minoranza con 20 voti, essendo l'unica altra lista). Comunque la si pensi, vista anche la professione del candidato, La Nuova Scelta ha impedito che ottenesse consiglieri l'immancabile Lista Alfa - eccola!!! - votata solo da tre elettori.
Si ritorna in qualche modo alla normalità trasferendoci a Rocca di Botte: qui le liste locali erano due e la competizione tra loro è finita 302 a 278 a favore di Tradizione e progresso (mentre Il tempo è adesso ha ottenuto tutti i consiglieri di minoranza). Le liste esterne +Verde Cuore ambientalista e Destra sociale (con simbolo ufficiale) hanno raccolto due voti a testa (0,34%), del tutto privi di influenza sul risultato finale delle elezioni. E pensare che nel 2020 proprio 4 voti erano quelli che era riuscito a conquistare a Rocca di Botte uno dei nomi più ricorrenti nei nostri viaggi nella microItalia (soprattutto del Centro-Sud) che vota...  
Erano solo due, invece, le liste in corsa a Roccacasale. Ha ottenuto la conferma il sindaco uscente con la lista Tra la gente per cambiare (stesso nome e simbolo schierati nel 2020); quanto alla seconda lista,  L’orologio (grafica molto semplice e retro), ha ricevuto solo 15 voti,  pari al 4,49% ma si è aggiudicata i 3 seggi di minoranza. L'impressione è che la lista possa essere stata presentata soprattutto per evitare problemi con il quorum (anche se, con il 46,84% raggiunto, il superamento della soglia del 40% anche in caso di una sola lista non sembrava in discussione), ma sarebbe stata utile anche per arginare gli effetti di liste "esterne" se solo si fossero presentate.
Altro microcomune, altra coppia di liste offerta agli elettori: a Tione degli Abruzzi ha stravinto la formazione Unità rinnovamento progresso (quella della sindaca uscente, confermata), con ben oltre il 90% dei consensi; all'altra lista, Lattanzi sindaco - nome nero su fondo giallo, struttura già vista in altri casi, ma con la particolarità dell'inserimento del cognome del candidato - di voti ne sono rimasti soltanto 10 (6,37%), sufficienti comunque per aggiudicarsi tutti i seggi di minoranza, in mancanza di altre liste nella contesa. Da un certo punto di vista, l'operazione sembra simile a quella appena vista a Roccacasale (e con gli stessi dubbi sullo scopo effettivo della presentazione della seconda lista).
Approdiamo a Villa Santa Lucia degli Abruzzi e finalmente, nel nostro peregrinare, ci imbattiamo in una lista di partito, precisamente quella di Forza Nuova. Questa prende solo 6 voti che, comunque, in questo piccolo comune equivalevano all'11,54% (tra l'altro, hanno votano solo 52 dei 210 aventi diritto, ma gli abitanti reali sono solo 90): con un solo voto in più sarebbe riuscita a entrare in consiglio, ma in questa condizione i seggi di minoranza sono andati tutti a Uniti per Santa Lucia e Carruffo che ha avuto 18 voti (34,62%).
L'itinerario abruzzese e aquilano termina a Vittorito: in questo caso le liste erano 4. Tra le due formazioni locali la competizione è finita 300 a 75 (con la conferma del sindaco uscente, Carmine Presutti, e del suo Progetto Vittorito e del suo grappolo d'uva); ben altro raccolto è stato fatto da L'Alternativa (15 voti, 3,84%) e La Nuova Svolta (1 voto 0,26%), ovviamente senza ottenere nemmeno un seggio.

Nemmeno il tempo di salutare l'Abruzzo e già si freme, perché è il turno del Molise, la regione che chi scrive e chi legge aspetta, per il suo ruolo glorioso di "terra di meraviglie" elettorali: anche quest'anno, lo vedrete, non ci ha deluso. Posto che nel 2026 erano solo 13 i microcomuni al voto, oltre alle 26 liste locali - due per paese - si sono presente 23 liste esterne, che in teoria dovevano essere 24, perché a Provvidenti c'era anche una lista di Progetto popolare, tuttavia ricusata dopo l'estromissione di un candidato che aveva fatto scendere la consistenza della lista sotto il minimo di legge, cioè sette candidati (il fatto è piuttosto anomalo, per un movimento che in genere presenta liste complete).
In quale comune si sono presentate più liste esterne? La gara è stata vinta senza dubbio da Conca Casale, che di simboli sulla scheda ne ha contati 9, 7 dei quali estranei al paese (che ha 177 elettori). Va detto che al fenomeno delle liste esterne (e quasi mai espressione di partiti) gli elettori molisani sono piittosto abituati da tempo, per cui l'invasione a Conca non ha fatto notizia più di tanto.
Troviamo qui, oltre al poker Progetto popolareLista civica InsiemeMovimento democrazia sociale - Dms e Uniti per cambiare (entrambi alla prima comparsa quest'anno), una lista Vincere insieme con un simbolo stranamente più graficamente elaborato del solito, cui fa da contrappeso il classico cerchio bianco con scritta nera di La nuova scelta; si registra poi l'unica presenza dei Cittadini delle culture e colture d'Italia. Tutte queste formazioni sono rimaste a zero voti: tra le due locali la sfida è finita 95 a 32 per Conca Casale viva (con la conferma del sindaco uscente), evidentemente le Sentinelle del Borgo, opportunamente schierate, sono riuscite a impedire "invasioni straniere".
La scheda elettorale era decisamente meno affollata a Montenero Val Cocchiara: delle tre liste presenti, ha vinto a mani basse Insieme per Montenero (293 voti, 90,71%), peraltro avendo schierato solo 7 candidati, chiaro segno di non voler escludere nessuno; Progetto Comune, la seconda classificata, ha ottenuto 26 voti (8,05%) e si è aggiudicata i 3 seggi di minoranza, mentre Montenero Val Cocchiara nel Cuore si è fermata a 4 voti (1,24%). Vale la pena notare che ha votato il 41,5% e, anche con un'affluenza maggiore, con lo scorporo degli iscritti Aire non votanti il quorum non sarebbe stato a rischio.
Il confronto elettorale era a tre anche a Poggio Sannita: lì oggettivamente si è registrata una competizione vera tra le due liste locali, terminata con uno scarto ridotto. La sfida, infatti, è terminata 204 voti a 193, con Poggio al centro che ha battuto Idee nuove - Radici forti: entrambi i contrassegni erano piuttosto elaborati e lasciavano pochi dubbi sul legame delle liste con il paese. In una situazione simile, in cui hanno votato 401 elettori su 883 aventi diritto (45,41%), 4 di loro hanno scelto di annullare la scheda (è davvero difficile pensare che l'esito della scheda nulla sia frutto di un errore, in una competizione in cui l'espressione del voto è molto facile), ma nessuno ha voluto dare il proprio consenso a Uniti per cambiare, nonostante il sorteggio avesse collocato il contrassegno in posizione mediana, tra quelli delle due liste più votate, con l'occhio che dunque doveva per forza caderci sopra.
Anche a Roccasicura le liste locali erano due e il risultato finale della competizione è stato di 222 voti a 109, con La Rocca nel cuore che è riuscita a prevalere su Leale insieme per Roccasicura. Dei 339 elettori (su 722 aventi diritto) che si sono recati ai seggi, 2 hanno lasciato bianca la scheda e sei l'hanno resa nulla: nessuno di loro, invece, ha ritenuto di dovere sostenere il trio costituito da Progetto popolare, Lista civica Insieme e Movimento democrazia sociale. Nessun roccolano - così si chiamano gli abitanti del microcomune molisano - sembra avere dato fiducia a uno di questi tre simboli, ritenendo probabilmente una delle due liste chiaramente locali come una scelta sicura (visto il nome del paese).  
A Santa Maria del Molise la scheda elettorale è stata decisamente meno affollata: gli elettori che si sono recati ai seggi (367 su 885, il 41,47% degli aventi diritto) hanno trovato soltanto due contrassegni. Quasi totale la vittoria della lista Insieme per il bene comune (che ha confermato il sindaco uscente, il cui contrassegno del 2020 era diverso); la seconda lista, La Svolta, ha raccolto 15 voti (4,24%), sufficienti però in queste condizioni per eleggere i 3 consiglieri di minoranza. Non sembra inutile notare che il simbolo della lista La Svolta (con pino marittimo) era stato avvistato un anno fa, nelle affollatissime elezioni del microcomune abruzzese di Bisegna (e il suo candidato sindaco aveva lo stesso nome e quasi lo stesso cognome, cioè Mercore e non Mercone: errore di battitura o si tratta di persone diverse?).
Sembra quasi incredibile che a Sant’Angelo del Pesco - comune in precedenza interessato dalla presenza di formazioni elettorali estranee al paese - alle ultime elezioni abbiano partecipato solo due liste locali: un caso davvero anomalo (e non dovrebbe esserlo), vista la tendenza riscontrata nella provincia di Isernia e nell'intero Molise. Rientra in pieno nella tendenza vista sin qui invece Casalciprano: accanto a due liste autenticamente locali (tra le quali la competizione è finita 172 voti a 138, con l'albero fanciullesco di Crescere insieme, legato al sindaco uscente, che ha battuto Progresso in comune), si trovavano le liste Italia (1 voto), Voliamo insieme (1 voto, con la lista - è giusto notarlo - quasi interamente composta da persone nate in comuni molisani) e Svolta comune (nemmeno un voto, per un autentico simbolo in grafica 0.0, con il testo nero in Times New Roman corsivo su fondo bianco).
Se vi sembrano poche cinque liste, rimediamo subito e ci trasferiamo a Cercepiccola, dove i simboli  sulla scheda erano sette (anche se, come si è visto, il record di quest'anno appartiene a Conca Casale): due formazioni erano chiaramente locali (Giovani cercepiccolesi, la lista del sindaco uscente, ha battuto Insieme per Cercepiccola 278 voti a 151), mentre le altre cinque - Fiamma tricolore, Progetto popolare, Movimento Democrazia sociale, Lista civica Insieme e Rinnoviamo insieme - non le ha votate nessuno, nemmeno i due elettori che hanno annullato la scheda o quello che l'ha infilata nell'urna senza alcun segno.
Per chi ama competizioni più contenute, ci si sposta a Lupara, in provincia di Campobasso: lì ha vinto CambiAmo Lupara ("perché questa non spara bene!": sarebbe facile fare la battuta... e infatti la facciamo, perché a certe cose non si può resistere!) prendendo 200 voti (69,93%), gli altri voti sono andati a Lupara per il Futuro (86 voti, 30,07%), con un simbolo che fa molto "il vecchio e il bambino" (e presuppone, ovviamente, che la lupara non spari). Progetto popolare, in tutto ciò è rimasta completamente a secco (e dire che nel comune ci sono state 4 schede nulle e - udite udite! - una contestata).
Si erano presentate due liste locali anche a Pietracupa; per la precisione, le due formazioni hanno simboli molto simili nella struttura e nella grafica, quindi non apparirebbe fuori luogo pensare che la presentazione sia stata in qualche modo concertata; in realtà i simboli nel 2020 erano gli stessi, Con i giovani per Pietracupa c'era anche nel 2015 e Insieme per Pietracupa nel 2010. Ha vinto in ogni caso con nettezza (92 voti a 29) Con i giovani per Pietracupa, lasciando le liste esterne - le anonime Orizzonte 2031 e Partecipa il Paese - a secco (ma visto che il paese non è mai stato immune dalle liste esterne, che nel 2015 erano state addirittura tre, meglio non rischiare...).
Resta da dire di Provvidenti (225 elettori e 65 votanti, meno del 30%, ma gli abitanti reali sono solo 96): lì - come si è anticipato - era stata esclusa la lista di Progetto popolare ed era rimasta la "gemellata" Uniti per cambiare. Questa ha preso solo 2 voti, ma sono bastati per eleggere un consigliere perché, al netto della vincente con il 88,52% (che ha confermato il sindaco uscente), l'altra lista del luogo, Uniti per Provvidenti, ha raccolto solo 5 voti (pari all'8,20%) e la titanica sfida finita 5 voti a 2 si è tradotta in due seggi di minoranza per Uniti per Provvidenti e uno per Uniti per cambiare. 
Facevano eccezione al quadro visto fin qui, essendosi presentate unicamente le due liste locali, i microcomuni di San Giuliano del Sannio e Roccavivara (che, dopo il caso delle "liste alfabetiche" rimaste a zero voti nel 2015, non ha riservato altre sorprese).

Dopo la scorpacciata molisana, è tempo di passare in Campania, regione in cui questa volta i comuni "sotto i mille" chiamati al voto erano pochi, il che deve avere favorito una certa concentrazione di liste. Partendo dalla provincia di Avellino, con il microcomune di Sorbo Serpico: al solito, le liste locali erano due, cui si sono sommate cinque formazioni esterne (almeno a giudicare dal risultato), anche se in queste si nota un minimo di impegno grafico da parte dei promotori (sebbene alcuni simboli siano già stati visti in passato). La competizione vera e propria tra le due locali è finita 233 voti a 157 (con la lista della sindaca uscente, Uniti insieme vicini, vittoriosa su Orizzonte Sorbo Serpico); quanto alle altre liste, è arrivato un voto a testa per Una nuova Prospettiva e Noi Oltre; sono invece rimaste a zero Noi Sorbo Serpico (che nel 2020 aveva raccolto un voto), La mia Città e la La scelta giusta (che però nessuno deve avere condiviso).
Castelfranco in Miscano
, nel beneventano, eguaglia il primato di Conca Casale con nove liste. Ha stravinto (ma meno che altrove) col 68,28% Insieme per Castelfranco; guardando ai seggi dell'opposizione, due sono toccati a Castelfranco in comune (il simbolo minimal potrebbe ingannare, ma il 20,07% è inequivocabile) e il terzo se l'è aggiudicato Impegno e Collaborazione con 59 voti (10,57%). E le altre sei liste? PROgresso e Noi Oltre (stesso simbolo di Sorbo Serpico) hanno ottenuto 2 voti a testa; L'Alternativa civica e l'immancabile Progetto popolare hanno ricevuto ciascuna un voto, sono rimaste invece a zero Una nuova prospettiva (altro simbolo visto a Sorbo Serpico) e Insieme ancora
Un saltino lo facciamo anche a Lustra, in provincia di Salerno, che in effetti ha 1009 abitanti ma, in base all'ultimo dato del censimento, sono ancora 994, quindi non occorreva raccogliere le firme. Questo ha facilitato la presenza di Italia dei Diritti che ha raccolto solo 3 voti (mentre tra le due civiche è finita 536 a 220). Meno popolosa è Pertosa, comune in cui Pertosa Futura ha stravinto con il 84,70%, Pertosa Bene comune (69 voti, 14,87%) si è aggiudicata tutti i seggi di minoranza, mentre a Italia dei Diritti sono rimasti soltanto 2 voti.

Va fatta una breve tappa anche in Puglia perché, anche se lì a essere interessato dal voto era un solo comune "sotto i mille", la concentrazione di liste è stata notevole: anche a Monteleone di Puglia, infatti, si sono presentate ben nove liste, sette delle quali esterne. Il fatto ha provocato molte polemiche (già in fase di presentazione delle candidature), forse anche perché in quella regione il fenomeno delle liste esterne é poco diffuso.
Ingiustamente tutte le liste esterne sono state bollate dai locali come "liste licenze"; tra esse, invece, c'erano anche movimenti politici. Tra questi, anche la Fiamma tricolore, alla quale però la sottocommissione elettorale circondariale ha chiesto di sostituire il simbolo, ritenendolo evidentemente confondibile con quello di Fratelli d'Italia. Ci si permette di dire che la decisione appare del tutto incomprensibile, vista la storicità ormai consolidata di quel simbolo (utilizzato dal 2004); per salvare la partecipazione, il partito ha impiegato un vecchio simbolo sostitutivo già usato in passato (e francamente piuttosto bruttino) che non ha aiutato la riconoscibilità del soggetto politico. In ogni caso, posto che il sindaco uscente non è stato riconfermato (perché l'arcobaleno della sua Primavera di Monteleone è stato battuto dal Tiglio 313 voti a 374), al di là di Sì Impegno civico, che ha ricevuto un voto, le altre liste esterne (PROgresso, Uniti si vince, Alleanza per l'Italia, Sanniti, Diamo l'esempio e la citata Fiamma tricolore) non hanno ottenuto nemmeno una scheda a favore (a fronte di 7 nulle e 2 bianche). Se ci sfugge il senso di chiamare Sanniti una lista in Puglia, notiamo la ricomparsa di PROgresso (già visto in Campania) e concludiamo che la presenza massiccia di liste esterne non influisce sul voto (l’elettorato dei piccoli comuni vota le persone, spesso amici o parenti, e ben difficilmente non commette errori); perfino Alleanza per l'Italia, che in Puglia gioca in casa, non ha totalizzato voti.
 
Lasciata la Puglia, qualcosa va detto anche sulla Basilicata (a cinque anni e mezzo dal caso eclatante di Carbone, con la partecipazione di due liste esterne su due e le dimissioni immediate del vincitore). A Cersosimo, per esempio, la tirata competizione tra le due liste locali finisce 185 a 181 (e la sindaca uscente è riuscita per un soffio a riconfermarsi, con la sua Cersosimo Bene comune che ha avuto la meglio su Disegniamo insieme nuovi orizzonti): in queste condizioni, non è rimasto alcuni spazio per Italia dei Diritti, che non ha preso neppure un voto. Da notare anche come all'albo pretorio sia stato pubblicato un Pdf orizzontale contenente la foto verticale del manifesto delle candidature...
Le liste erano tre anche a Castronuovo di Sant’Andrea, ma lì la sfida si è rivelata meno aperta (ed è finita infatti 414 voti a 237 tra le due liste locali); in compenso a Italia dei Diritti sono rrivati 4 voti (pari allo 0,61%). Il terzo comune "sotto i mille" interessato dalle elezioni era Craco, in provincia di Matera: lì, oltre alle due locali (la sfida è finita 228 a 134), c'erano Italia dei Diritti e Progetto popolare, che si sono divise gli unici due voti rimasti.
Resta da dire, infine, di San Giorgio Lucano: in effetti la presenza unicamente delle due liste locali non dovrebbe attirare la nostra attenzione ma ci incuriosisce il risultato della seconda formazione classificata, Volenterosi San Giorgio Lucano, che ha raccolto solo 9 voti (pari all'1,52%), sufficienti comunque per eleggere tre consiglieri. Si noti che ha votato il 52,20%, quindi il quorum non rappresentava certo un problema, visto anche il discreto numero di iscritti Aire.

Il viaggio "sotto i mille" del 2026 si conclude in Calabria, una regione storicamente poco interessata al fenomeno delle liste esterne (in effetti lo scorso anno negli unici due microcomuni chiamati al voto non ci furono liste "sospette"). Anche questa volta l'impressione è confermata; merita però di essere segnalata a Papasidero la presenza assolutamente genuina, accanto alle due liste locali, di Alleanza sociale italiana, movimento politico-culturale già visto in passato, radicato principalmente in Calabria, in particolare nell'area di Castrovillari e del Pollino. In questo comune ha ottenuto solo tre voti (0,65%) e nessun seggio, visto che tra le due locali la competizione è finita 252 a 210. La sortita elettorale però, in questo caso, oltre che essere legittima aveva anche molto più senso di molte altre viste sin qui.