giovedì 13 maggio 2021

Coraggio Italia, il progetto di Brugnaro: tre marchi e un nome non nuovo

Una manciata di ore fa la notizia si è diffusa: Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, è pronto a "scendere in campo", a impegnarsi in politica per qualcosa di più ampio rispetto alla città lagunare e con un progetto - un partito? Una semplice associazione? Qualcosa di diverso - denominato Coraggio Italia. Magari insieme a Giovanni Toti, incontrato proprio mercoledì a Roma. A dare la notizia è stata, come spesso accade in questo ambito, l'agenzia Adnkronos, che ha ricondotto a Brugnaro tre domande di marchio, depositate quasi un mese fa - il 15 aprile - a nome dell'Associazione Un'impresa comune.
I primi commentatori hanno già proposto - inevitabili? - collegamenti con il percorso che tra il 1993 e il 1994 aveva riguardato Silvio Berlusconi: la comune matrice imprenditoriale di successo, l'interesse per il centrodestra, la scelta di depositare con un certo anticipo la base per il futuro marchio politico (e non a proprio nome: le prime versioni, ancora acerbe, del simbolo di Forza Italia erano state depositate il 24 giugno e il 13 settembre 1993 a nome di una società milanese denominata Novelty Service) e l'opzione per un nome enfatico ed esortativo. "Coraggio Italia", in fondo, non è molto diverso da "Forza Italia", al punto che la versione veneta di Roberto Benigni, di fronte a un'arzilla signora anziana dal nome Italia Ballarin - sul calco dell'Italia Ceccarini citata dall'attore toscano in Tutto Benigni '95-'96 - potrebbe essere tentato di incoraggiarla dicendole "Energia Ballarin!" invece che "Coraggio Italia!", per non rischiare di essere scambiato per un sostenitore del nuovo, possibile progetto di Brugnaro.
Che Coraggio Italia si possa ricollegare all'attuale sindaco di Venezia
(confermato da una manciata di mesi), per Adnkronos si deduce dal fatto che l'associazione Un'impresa comune, con sede a Mestre, risulta anche aver registrato - il 5 febbraio scorso - il dominio Brugnarosindaco.it (che pure esiste dal 2015, cioè dal tempo della prima candidatura alle elezioni comunali veneziane). Si tratta ovviamente di un indizio, ma piuttosto significativo. E che si stia intanto ragionando su un progetto - politico, partitico, elettorale o cos'altro - con varie declinazioni di uso lo dimostrerebbe anche il fatto che la citata associazione ha depositato tre domande di marchio per lo stesso concetto, espresso in tre maniere diverse.
La prima non è altro che la denominazione scelta, nuda e cruda: "
Una impronta - recita la descrizione - raffigurante la dicitura Coraggioitalia, in caratteri di fantasia, essendo la seconda lettera I della dicitura Coraggioitalia di dimensioni maggiori". La seconda è minimamente più elaborata, cioè "una impronta raffigurante la dicitura 'Coraggio Italia', in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta quadrata". La terza risulta essere l'immagine più affine a un contrassegno elettorale: "il marchio - si legge sempre nella descrizione - consiste in una impronta raffigurante la dicitura 'Coraggio Italia, in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta circolare attorno alla quale è presente una fascia circolare aperta superiormente".
La descrizione oggettivamente non è scritta in modo piano, per giunta non c'è alcuna indicazione di natura cromatica (del resto non è stato rivendicato alcun colore nelle domande); tuttavia, a ben guardare, non è difficile immaginare come il simbolo pronto per le schede elettorali potrebbe risultare in technicolor: la "fascia circolare aperta superiormente", infatti, potrebbe tranquillamente essere tinta con un tricolore nella parte alta (con il bianco a dare l'impressione dell'apertura, ove non ci fosse una circonferenza di chiusura), mentre la parte inferiore della fascia potrebbe essere colorata di blu, giusto per completare gli ingredienti cromatici di un potenziale partito catch all, che voglia rivolgersi in modo rassicurante a tutti i moderati grazie ai quattro colori nazionali. Quanto al cerchio centrale contenente il nome scelto, se la font scelta - Din - per la dicitura "Coraggio Italia" non è troppo lontana dal carattere simil-Gill utilizzato per il simbolo della "lista personale" Luigi Brugnaro sindaco, da quell'esperienza si è seriamente tentati di prendere anche il colore fucsia-magenta, scelto nel 2015 da Mauro Ferrari e Paolo Bettio per la prima campagna elettorale di Brugnaro e confermato cinque anni dopo, sempre con successo. Anche il Gazzettino, in un articolo a firma di Michele Fullin, dà per probabile il dominio del colore fucsia che ha portato fortuna nella città lagunare e si è legato a Brugnaro più che a chiunque altro.
Mentre il sindaco di Venezia - che tale comunque resterebbe - si limita a dire di aver intenzione - magari con il contributo di Toti, che conta su una piccola pattuglia parlamentare - di "dare rappresentanza politica a quel 30% di italiani di centro che oggi non ha un partito di riferimento", è sempre il Gazzettino a ricordare che però il nome non è nuovo. Perché il Movimento Coraggio Italia è stato costituito nel 2014 a Bari: aveva un suo sito (ora non accessibile) e ha tuttora una pagina Facebook (il cui aggiornamento è fermo al marzo 2020). L'idea era di costituire un movimento "
a totale servizio del cittadino": chissà come la prenderanno dopo queste notizie, aderendo al progetto nascente di Brugnaro o rivendicando il loro precedente e prolungato uso del nome...

mercoledì 12 maggio 2021

La disputa sul Partito liberale europeo: i marchi che complicano le cose

A volte non servono lunghi documenti per (tentare di) stroncare un'idea, un progetto, un simbolo per qualche ragione sgraditi: possono bastare, in fondo, poche righe per (cercare di) togliere ogni barlume di legittimità a un'iniziativa. Si prenda, per esempio, la comunicazione che, l'8 maggio, il Partito liberale italiano ha rilasciato ad alcune agenzie di stampa, che l'hanno immediatamente rilanciata:
In merito alla costituzione del Ple è doveroso ricordare che il proprietario del marchio e del simbolo del Pli e del Ple è il Partito Liberale Italiano. Va menzionato altresì che è stata già prodotta una diffida per l’uso fraudolento di tale denominazione.
Il riferimento è alla presentazione ufficiale alla stampa del Partito liberale europeo, in un evento tenutosi a Roma, all'Hotel Nazionale, in piazza di Monte Citorio, proprio nel giorno 8 maggio (e alla vigilia della Festa dell'Europa). In quell'occasione - che ha trovato spazio sui media anche per alcuni interventi di figure di rilievo, quali Matteo Salvini, Vittorio Sgarbi e Giovanni Toti (ma si sono visti anche l'ex M5S Emilio Carelli e l'ex sindaco di Parma Pietro Vignali, riabilitato poco meno di un anno fa - si sono fatti conoscere, tra gli altri, il presidente Francesco Patamia, il segretario Marco Montecchi e il tesoriere Giovanni Antonio Cocco. Il progetto politico, in quell'occasione, è stato definito come "una nuova forza liberale, convintamente europeista, aperta al dialogo con i movimenti riformisti di centro, le iniziative civiche e il mondo moderato di centrodestra già a partire dalle prossime amministrative".
Proprio l'8 maggio, tuttavia, il Pli ha emesso la nota sopra citata. La frase "il proprietario del marchio e del simbolo del Pli e del Ple è il Partito Liberale Italiano", piuttosto circostanziata, merita qualche riflessione. Nessun dubbio sulla titolarità del simbolo del Pli, se non altro perché ormai è utilizzato da oltre quindici anni; se si parla di marchio, tuttavia, corre l'obbligo di notare che i tentativi di registrare come marchio quello stesso simbolo - insieme ad altri già legati al Partito liberale di Stefano De Luca - non sono andati a buon fine. Le domande di marchio datate 2011 e 2014, infatti, dal database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi risultano rifiutate (e non è dato sapere se alla base vi sia il noto atteggiamento ostile del Ministero dell'interno alla registrazione come marchio dei simboli, specie di forma rotonda, che hanno significazione politica e possono essere impiegati come contrassegni elettorali; tanto nel 2011 quanto nel 2014, infatti, il Pli esisteva già da tempo, era approdato anche nelle aule parlamentari e quindi l'emblema poteva essere registrato come segno notorio, com'è avvenuto in passato per il MoVimento 5 Stelle). Curiosamente l'8 marzo è invece stata depositata richiesta di marchio verbale per l'espressione "Partito liberale italiano", ma non dal partito, bensì dal ravennate Gian Luca Lombardi (di cui non è dato sapere se abbia legami con il partito).
Quanto al Ple, compulsando la stessa banca dati si nota che il 26 marzo 2021 risulta depositata domanda di marchio verbale per la dicitura "Partito liberale europeo", con riferimento alla sola classe 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali): il richiedente è proprio il Partito liberale italiano (e come rappresentante è stata indicata la stessa avvocata che si era occupata in precedenza delle procedure per i marchi figurativi). Si tratta della prima domanda per quell'espressione e non risulta alcuna richiesta per una grafica che la contenga. Non pare dunque del tutto congruo dire che il Pli è titolare del marchio del Ple e forse nemmeno del simbolo: il marchio verbale, pur depositato, è ancora sottoposto al vaglio senza essere stato registrato e non risultano marchi antecedenti. L'uso della denominazione "Partito liberale europeo" da parte del Ple è peraltro precedente rispetto a quello fatto valere dal Pli: già solo l'articolo che in questo sito era stato dedicato al simbolo del Ple è datato 8 marzo, ma lo stesso dominio www.partitoliberaleeuropeo.it è stato registrato il 28 settembre 2020; la pagina Facebook è nata il 6 febbraio 2021, tutte date precedenti quella del deposito della domanda di marchio.
E se, al di là di questa domanda di marchio, il Pli rivendicasse altri titoli sull'espressione "Partito liberale europeo", magari ritenendo di poter utilizzare in esclusiva l'aggettivo "liberale"? Se fosse messa in campo, questa spiegazione non basterebbe affatto: da una parte, nessun soggetto politico potrebbe rivendicare l'uso esclusivo di una parola qualificante un orientamento politico, potenzialmente comune a più forze politiche (lo ha ribadito più volte l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione, anche con riferimento proprio all'aggettivo "liberale"); il discorso vale pure per la combinazione "liberale europeo" o "liberali europei", non rivendicabile in esclusiva da alcuno (tanto più che il Pli non risulta essere nemmeno parte dell'Alde). Al più il Pli potrebbe lamentarsi - con qualche ragione - della somiglianza data dall'uso dell'espressione "Partito liberale", sulla quale (anche senza l'aggettivo "italiano") quel soggetto politico ha maturato diritti; la frase del comunicato, tuttavia, lascia intendere altro, cioè che l'esclusiva riguardasse proprio il nome integrale del Ple. Così non è - almeno in base ai dati di cui si è in possesso - e, per non avere scocciature, la neonata forza politica potrebbe semplicemente chiamarsi "Movimento liberale europeo", ma già ora si era cautelata adottando una grafica del tutto diversa, punto che fin qui è stato considerato dirimente nelle controversie sorte in passato quando era in comune una parte del nome (anche se non due terzi dello stesso, come accade ora).
Al di là di tutto ciò, questa vicenda mostra con chiarezza come l'ormai sempre più frequente prassi di depositare nomi e simboli partitici come marchi per sperare di averne dei vantaggi in termini di tutela presenta più difetti che pregi: in questo caso, per esempio, rischia di far prevalere un tentativo di registrazione (non ancora andato in porto) su un uso più risalente, sia pure di poco. Allo stesso tempo, non sarebbe troppo corretto depositare e anche registrare un nome o un simbolo come marchio per "occuparlo", decidendo magari di usarlo solo in seguito se qualcuno - ignorando quel precedente privo di pubblicità - pensasse di distinguere la propria formazione con un nome o un simbolo simili. Per questo e per altri motivi, sarebbe bene smettere una volta per tutte di cercare tutela per un simbolo attraverso la strada del marchio, pensata per altri fini: chi sceglie di percorrerla pensando di proteggersi, in realtà complica solo le cose.

lunedì 19 aprile 2021

La Superlega? In politica era nata già nel 1990 (con Piacenti)

Da una manciata di ore il calcio europeo - almeno una sua parte - è in subbuglio: la decisione di dodici squadre (incluse, per l'Italia, Juventus, Inter e Milan) di dare vita a una European Super League cui dovrebbero partecipare venti club, un campionato privato d'élite da giocare in turni infrasettimanali, ha scatenato le ire di Uefa e federazioni e leghe nazionali. Del disegno si parla da mesi, ma solo ieri è arrivato il comunicato ufficiale. Perché parlarne qui? Da una parte si potrebbe dire che persino ai #drogatidipolitica può interessare il calcio (anzi, l'archetipo della categoria, a quanto consta a chi scrive, pensa "
solo alla politica, ai film ed al grande calcio. E basta"). Naturalmente, però, c'è dell'altro. Perché se nel pallone se ne parla da vari mesi e in modo spasmodico da poche ore, nella politica italiana era arrivata decisamente in anticipo: qualcuno, infatti, la Superlega l'ha fatta nascere addirittura nel 1990.
Questo "qualcuno", ai #drogatidipolitica, è persona nota: rispondeva infatti al nome di Romeo Piacenti, cioè esattamente la stessa persona - nata a Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1923 - che dal 1976 in avanti aveva presentato alle elezioni un suo Partito democratico, per anni contrassegnato dal profilo severo di Dante Alighieri, poi da un quadrifoglio e poi ancora da un asinello (prima che un disegno più "disneyano" dell'animale fosse adottato dai Democratici di Romano Prodi). Nella sua vita, Piacenti ha probabilmente creato qualunque tipo di associazione - politica e non - che si possa immaginare, generalmente avendo le stesse persone o quasi come compagne di avventura. La storia della Superlega, tuttavia, merita di essere ripercorsa almeno in breve.
Volendo trovare una data di nascita precisa, occorre affidarsi all'atto costitutivo, datato 6 maggio 1990; il luogo di nascita è Bologna, per l'esattezza in via Lino Gucci, al numero 12, in una zona di vari condomini (allora a quell'indirizzo - 
forse si trattava della casa dello stesso Piacenti - c'era la sede del Partito democratico, che in quel periodo si distingueva appunto con un grande quadrifoglio, di solito bianco su fondo nero ma si sono conosciute diverse varianti). 
Quel documento fondativo è mitico fin dalle prime righe: nella sede risultano infatti riuniti "i signori" Partito democratico, in persona del presidente nazionale Piacenti, lo stesso Piacenti, nonché Romano Fabbri e Americo Zingaretti (tutti e tre "a titolo personale"). 
Ci sono poi il
Movimento europeo automobilisti (rappresentato dal presidente Piacenti, lo stesso che alle regionali di quell'anno si sarebbe presentato con un proprio simbolo in qualche regione e che nel 1989 aveva provato addirittura a usare - senza che gli fosse permesso - il cavallino rampante di Baracca e della Ferrari), ma anche Democrazia verde (rappresentata dal "segretario generale Cav. Americo Zingaretti) e il Partito dei pensionati: naturalmente non si trattava della formazione di Carlo Fatuzzo, ma del soggetto quasi omonimo, il cui segretario generale era Romano Fabbri. Chi faceva da tre, dunque, faceva per sette; in quell'occasione, infatti, uno valeva almeno due, se non tre.
Proprio loro decisero di fondare "un Movimento politico nuovo", denominato appunto Superlega, o anche Superlega nazionale, Superlega italiana, Superlega europea o ancora Grande Lega: la sede nazionale era stata collocata a Roma, mentre la direzione nazionale era "provvisoriamente" a Bologna. L'idea di fondo era di "creare una forza nazionale autonoma, alleata del Partito democratico, in grado di sostituire la Lega Lombarda, la Liga Veneta e tutti gli altri Gruppi, Movimenti e Leghe che si richiamano a un loro prescelto periodo storico, come scusa per combattere l'unità nazionale italiana; onde arrivare all'Unione europea in frantumazione statale; con la conseguenza di perdita di prestigio e di benefici e di futuro sviluppo al passo con le maggiori Nazioni. Anziché combattere gli errori e le incapacità dei Partiti tradizionali come punti fondamentali, approfittano dei medesimi per attaccare e distruggere l'unità nazionale, proponendo nuovi errori".
Ma cosa si proponeva davvero, dunque, la Superlega? Lo statuto, allegato all'atto costitutivo, individuava come primo scopo da perseguire la "istituzione di tre Dipartimenti: Nord, Centro e Sud (o Meridione), con poteri amministrativi vari e di coordinamento e indirizzo, sulle Regioni, Provincie e Comuni appartenenti al proprio territorio di competenza"; altri scopi erano la "salvaguardia e difesa dell'unità politica nazionale, nell'ambito di una maggiore e più ampia autonomia dipartimentale", nonché la "difesa del vero concetto di Federalismo, tipo Stati Uniti d'America, Confederazione elvetica, Germania, Francia [sic!] ecc., ove l'autonomia è fondata sulla valorizzazione dell'unità nazionale". Nel disegno rientravano pure il "potenziamento della battaglia per la conquista degli Stati Uniti d'Europa, cui pervenire con una Nazione italiana Libera, Democratica, Unita e Forte" grazie alla sua nuova organizzazione dipartimentale, nonché la "valorizzazione di tutti i Popoli costituenti le singole Regioni o Provincie di ciascun Dipartimento; affinché ciascuno sia amministrativamente sovrano in casa propria". Non mancavano nemmeno la "difesa dipartimentale contro ogni tipo di malavita interna od originata da altro o altri Dipartimenti", la ripartizione dei posti di lavoro pubblici e privati "agli originari e ai regolarmente residenti da periodo da definirsi", con successive aperture a chi proviene dal dipartimento più vicino e poi a quello più lontano solo in caso di piena occupazione di originali e "regolarmente residenti" (mentre i lavoratori stranieri erano ammessi "in caso di occorrenza e soltanto a seguito di contratto di lavoro a tempo determinato e completo di adeguato alloggio", con preferenza per chi aveva origine italiana).
Lo statuto conteneva altre disposizioni programmatiche (in effetti erano la maggioranza) e ben poche norme organizzative, rinviate a un successivo Regolamento interno (ma il presidente Piacenti, da statuto, era "delegato a integrare, ampliare o modificare il presente Statuto, a suo insindacabile giudizio"). Il documento non conteneva nemmeno la descrizione del simbolo, che però era presente in alto a sinistra, sul primo foglio dei documenti fondativi. La raffigurazione era in bianco e nero, ma era facile leggere i colori: era presente, infatti, il profilo dell'Italia, divisa in tre parti, tinte verosimilmente con i colori della bandiera e con l'indicazione di "Nord", "Centro" e "Sud" sovrapposta al rispettivo Dipartimento. Come nella migliore tradizione piacentiana, peraltro, il simbolo ha conosciuto presto le sue varianti: il 24 giugno del 1990, sulla prima pagina dell'atto costitutivo "integrativo" (formato dagli stessi soggetti collettivi e individuali visti prima), apparve lo stesso profilo tripartito dell'Italia, ma assai ridotto e con le scritte a fianco, sormontato dal nome scelto, cioè Superlega, che nel giro di qualche settimana avrebbe mutato anche il carattere.
Nel 1992, alle elezioni politiche, Piacenti e Fabbri si candidarono nel loro 
Movimento europeo automobilisti, ma se si cerca tra i simboli ricusati di quell'anno se ne trova anche uno denominato "Super-Lega". Il dubbio che possa non trattarsi di quella di Piacenti viene, se non altro perché la grafica è del tutto diversa da quella incontrata fino a quel momento: la parola "Lega" - nell'anno di esplosione del Carroccio e soprattutto di esplosione dei simboli contenenti la parola "Lega", sia quelli presentati dai leghisti per occupare il nome (tutti bocciati), sia quelli presentati da altri soggetti per tentare di sfruttare il vento in poppa del leghismo - era evidente, su uno sfondo giallo campito a pastello, alla bell'e meglio.
Si trattava però certamente dell'emblema piacentiano, poiché lo stesso Piacenti provvide a presentare opposizione (scritta rigorosamente a mano, su un foglio a righe) contro la richiesta di sostituire il contrassegno formulata dal Viminale: gli era stato contestato, infatti, l'aver presentato l'emblema della Superlega dopo quello del suo Partito democratico. Piacenti aveva protestato, rimarcando che il suo simbolo non era confondibile né offensivo o lesivo di diritti, era anzi l'unico da due anni a usare il nome "Superlega" e non era nemmeno stato costituito a fini elettorali, mentre quell'esclusione avrebbe violato la libertà di associazione politica. L'Ufficio elettorale centrale nazionale, tuttavia, confermò l'esclusione, notando che questa non dipendeva da una supposta confondibilità (magari con le varie Leghe), ma dal fatto che "non è consentito che una stessa persona fisica assuma la rappresentanza di più partiti o gruppi politici": per i giudici la legge voleva "evitare che una stessa persona fisica assuma la rappresentanza di più partiti o gruppi politici, per l'elementare considerazione che ciascun partito o gruppo politico si pone rispetto agli altri, di fronte al corpo elettorale, come entità non solo autonoma, ma anche e soprattutto come entità concorrente, contrapposta o quanto meno alternativa".
Per evitare simili problemi, solo con la nuova legge elettorale (del 1993) si sarebbe precisato, sia pure in una fonte separata - d.P.R. 5 gennaio 1994, n. 14, "Regolamento di attuazione della legge 4 agosto 1993, n. 277, per l’elezione della Camera dei deputati", all'art. 1 - che "Non è ammesso il deposito presso il Ministero dell'Interno di più di un contrassegno da parte della medesima persona" e che "Non può essere conferito mandato da una medesima persona a depositare più di un contrassegno". Quanto a Piacenti, da quel momento in poi avrebbe lasciato perdere la sua Superlega per dedicarsi di più al suo Partito democratico; bisogna però riconoscere che l'idea dei tre Dipartimenti (Nord, Centro, Sud) elaborata dal bolognese Piacenti nel 1987 e messa per iscritto nel 1990 era arrivata prima dei proclami leghisti e, tra l'altro, prima del noto "Decalogo di Assago" del 1993, redatto da Gianfranco Miglio, nel quale si teorizzava la cosiddetta "Unione italiana", configurata come "libera associazione" delle repubbliche federali del Nord (Padania), del Centro ("Etruria") e del Sud. Tutto anticipato dalla Superlega, l'unica che interessi davvero ai #drogatidipolitica. Altro che il pallone...

domenica 28 marzo 2021

La Dc mai morta e i documenti mai letti abbastanza

Appare davvero infinita, la saga della Democrazia cristiana e dello scudo crociato: alle volte ad alimentarla sono le stesse persone che cercano di raccontarla, quando la incontrano sulla loro strada per caso o per scelta. Non è certo una novità, succede ormai da tanto tempo: quando, alla fine di novembre del 2005, Sebastiano Messina volle far vivere plasticamente ai lettori della Repubblica il disorientamento che si poteva provare tra un numero già allora imprecisato di democrazie cristiane e affini, gli bastò fare una passeggiata a piazza del Gesù e un po' di scale in un Palazzo Cenci Bolognetti piuttosto buio e in ristrutturazione. Lo mise per iscritto e ne uscì un passaggio intermedio memorabile, all'interno di un articolo intitolato Sta in un codicillo nascosto il destino elettorale della Dc che merita di essere riletto oggi, immaginando di stare davanti a quel palazzo (che oggi di democristiano non ha più nulla) con l'idea di cercare la Democrazia cristiana (per le autonomie) di Gianfranco Rotondi:
Sulla facciata, una sola targa: "Partito dei democratici cristiani". Sarà questo? Saliamo al secondo piano, dove una volta c'era lo studio del segretario, e bussiamo. Scusi, è qui il partito di Rotondi? "No, questo è il partito di Prandini". Torniamo indietro e troviamo, sulla scala di fronte, il vecchio, inconfondibile scudo crociato. "Democrazia Cristiana". Dev'essere qui. E invece no. "Questa è la Dc, certo, ma non è il partito di Rotondi" spiega un po' seccato il professor Giuseppe Pizza, consegnandomi un biglietto da visita sul quale c'è scritto: "Segretario della Democrazia Cristiana". Siamo in quello che fu, subito dopo la guerra, l'appartamento di De Gasperi: oggi è la sede di una delle tre Democrazie Cristiane.
Magari fossero state solo tre, allora e in seguito: sarebbe stato più facile capirci qualcosa. Ora sarebbero invece otto secondo 
Nino Luciani, 83 anni, un nome che i frequentatori di questo sito e gli appassionati delle vicende democristiane (o ri-democristiane) conoscono bene. Ieri mattina il Corriere della Sera gli ha dedicato l'intera pagina 25, occupata da un'intervista di Stefano Lorenzetto (sotto la rubrica Confessioni): del "neosegretario della 'vera' Dc" (così lo chiama il giornalista) si ripercorre la storia personale e politica, cercando di capire come sia arrivato a ricoprire quel ruolo e chiedendogli anche qualche commento sulla politica di oggi (potrebbe forse esimersi un segretario della Dc?). Tempo qualche mezz'ora e il traffico si è fatto rovente tra i telefoni e le e-mail dei "democristiani non pentiti": sono più di quelli che si potrebbe immaginare, spesso hanno molta voglia di parlare, puntualizzare e scrivono, parlano e postano. Per esempio, sul sito della Democrazia cristiana (il cui segretario politico è Renato Grassi) c'è un espresso invito al Corriere perché rettifichi, firmato da Grassi e dal segretario amministrativo e legale rappresentante Mauro Carmagnola; Alberto Alessi (già parlamentare Dc, figlio di Giuseppe, nel cui studio nacque il simbolo del partito storico, e tra le figure apicali del partito ora guidato da Grassi) ha mandato ai suoi contatti un giudizio severo sul contenuto dell'intervista; uno status Facebook di Emilio Cugliari, che della Dc si qualifica come "presidente facente funzione", inizia con "Ogni tanto qualcuno si sveglia al mattino e dice di essere Napoleone" (il resto ognuno può leggerlo da sé). Lo stesso Luciani, invece, nel diffondere il contenuto della medesima "ai Membri del CN della DC; agli On.li Parlamentari; ai Vescovi italiani" ha tenuto a precisare che "La credibilità e il risultato raggiunto è merito del duro lavoro e sacrificio di tanti, dentro e fuori".
La Dc, insomma, fa ancora notizia, eccome, a oltre ventisette anni da quel gennaio 1994 che ne sancì la fine politica. Solo politica, naturalmente: sul piano giuridico continuava a esistere. Lo sostiene da anni chiunque si proclami segretario, presidente, coordinatore, legale rappresentante del partito che fu di Alcide De Gasperi. In effetti non è per nulla sbagliato sostenerlo, ma se si chiede a queste persone cosa questo significhi davvero e chi rappresenti ora la Dc, il coro si sfrangia in coretti, a volte può persino trasformarsi in un'unione di solisti. Ognuno dei quali canta una melodia democratica e cristiana leggermente diversa, che finisce quasi sempre in "io"; altre volte in "noi", ma in ottave diverse (nel senso che il "noi" di una persona non coincide con quello detto da un'altra, anche se magari c'è chi è passato da un "noi" all'altro nel corso degli anni, a seconda del tentativo che sembrava più prossimo alla riuscita, causando inevitabilmente l'aumento della confusione).
Per cercare di capire qualcosa di questo coro a molte voci (non proprio armoniche), è bene cogliere anche occasioni come questa, per capire se effettivamente si apprende qualcosa di nuovo rispetto a quello che si sa, qualche tassello in più che può rendere il quadro più completo, avendo magari l'accortezza di non prendere per oro colato ogni informazione e dettaglio, se non altro perché provengono da una persona che è naturalmente "parte in causa". Un'operazione che - a scanso di equivoci - dovrebbe essere fatta qualunque fosse l'interlocutore, concedendogli peraltro sempre la buona fede: tra i molti, Renato Grassi (e i suoi, come Alessi e Carmagnola), Emilio Cugliari, Angelo Sandri, Publio Fiori, Giuseppe Pizza, Pierluigi Castagnetti, Alessandro Duce, Mario Tassone, Gianni Fontana, Franco De Simoni, Raffaele Cerenza, Raffaele Lisi e ovviamente Gianfranco Rotondi. Era stato proprio lui, del resto, di fronte al sottoscritto che gli aveva chiesto se fosse più grave credere o non credere a un politico, a rispondere "Bisogna avere il coraggio di credergli, ma anche la prudenza di dubitare. Non prendere per oro colato tutto quello che dice, fare qualche verifica ed essere anche un po' tolleranti".
Che ha detto dunque nell'intervista Luciani? Ha iniziato ricordando che la Dc non è mai morta: "Martinazzoli il 21 gennaio 1994 convocò a piazza del Gesù il consiglio nazionale. Con lui, erano in 27. [...] Deliberarono all'unanimità che la Dc assumesse la denominazione di Partito popolare italiano, mantenendo il simbolo dello scudocrociato. Ma non potevano farlo [...] La Cassazione ha sancito che lo scioglimento doveva essere decretato dall'assemblea dei soci, non dal consiglio nazionale. Pertanto sono da considerarsi nulli tutti i successivi tentativi di autoconvocazione di altri consessi decisionali e dei congressi. Infatti tali richieste andavano rivolte al consiglio nazionale. Che però nel frattempo era decaduto".
L'ultimo simbolo della Dc
Già qui è il caso di fermarsi un momento. Che la Dc non sia mai morta è vero, ma semplicemente perché nessuno l'ha mai sciolta. Mai. In quella seduta di consiglio nazionale (tenuto al centro studi De Gasperi alla Camilluccia il 29 gennaio 1994, non il 21, giorno in cui invece si tenne la direzione nazionale della Dc) non si decise alcuno scioglimento, ma "soltanto" il cambio di nome da Dc a Ppi, già dichiarato nell'assemblea fondativa del 18 gennaio presso l'Istituto Sturzo. Del cambio di nome in effetti ha parlato anche Luciani e ha ragione quando dice che quel passaggio - anche se non si trattò di scioglimento - non poteva spettare al consiglio nazionale: spettava infatti al congresso (si deve intendere così l'assemblea dei soci), se non altro perché il nome faceva parte dello statuto e le modifiche statutarie toccavano - appunto per statuto - al congresso. 
Questa cosa, in effetti, non l'ha detta direttamente la Corte di cassazione, bensì la Corte d'appello nel 2009, in una corposa sentenza (n. 1305) in cui, in effetti, si è detto pure che l'atto di cambio di nome ad opera dal consiglio nazionale era così viziato (essendo stato compiuto da organo incompetente) da essere "inesistente". La sentenza di Cassazione cui fa riferimento Luciani (la n. 25999/2010) in effetti si è limitata a respingere tutti i ricorsi delle varie parti, ritenendoli inammissibili o infondati. Ovviamente, fino ad allora, per la maggior parte delle persone comuni e per molti di coloro che erano stati democristiani la Dc era morta e sepolta; qualcuno ha anche agito sul suo patrimonio, ma questa è un'altra storia (talmente complicata e delicata che l'emicrania potrebbe sembrare poca cosa; peraltro, lo stesso Luciani dice che per la "sua" Dc il patrimonio "non è un problema attuale").
Dopo la sentenza della Cassazione, in ogni caso, c'era stato almeno un tentativo reso noto dalle cronache di rifare la Dc partendo dal consiglio nazionale, cercando di riconvocarlo a norma di statuto, per poi svolgere un congresso, il tutto nel 2012: l'anno dopo quei passaggi furono sospesi dal tribunale di Roma e in seguito dichiarati nulli, per il mancato rispetto delle forme prescritte (dalla legge o dallo statuto).
Il simbolo usato ora da varie Dc
Finito nel nulla quel tentativo, Luciani tentò di seguire un'altra strada, suggerita probabilmente dai suoi "amici dell’Università di Bologna, giuristi di razza che discendono dagli antichi glossatori dell'Alma Mater Studiorum": quella di agire non attraverso lo statuto, ma mediante il codice civile, unica via potenzialmente praticabile visto il decorso del tempo che aveva fatto decadere le cariche ("
I partiti sono associazioni: articolo 36 del codice civile. Quando manca l’amministratore, nel caso della Dc il presidente, il segretario o il consiglio, per le convocazioni ci si deve rivolgere al tribunale: articolo 20. Ho seguito la via maestra"). Il primo tentativo - di cui non c'è traccia nell'intervista, ma non era fondamentale dirlo - era datato 2014, ma non andò a buon fine perché a chiedere la convocazione dell'assemblea degli associati della Democrazia cristiana erano state solo tre persone, con Luciani primo firmatario; due anni dopo, invece, il tentativo venne ripetuto su scala decisamente più ampia. Quella richiesta di convocare l'assemblea fu presentata al presidente del tribunale di Roma; il 14 dicembre 2016, in effetti, un giudice di quel tribunale (Guido Romano) dispose la convocazione di quell'assemblea nelle date e nel luogo indicato dai richiedenti (Hotel Ergife, 25-26 febbraio 2017), designando Luciani - primo firmatario della richiesta - convocatore e presidente di quella riunione di soci. Riunione che in effetti, in una giornata a dir poco tumultuosa, elesse presidente Gianni Fontana (già indicato come segretario dal congresso del 2012 dichiarato nullo).
Doveva essere un "nuovo inizio", che però ha continuato a essere accidentato, tra ricorsi, un nuovo XIX congresso contestato (nel 2018 e, secondo Luciani, poi "revocato") e purtroppo pure la malattia che ha colpito Fontana. Questi si sarebbe dimesso dal suo ruolo di presidente e per opera di Luciani si sarebbe rimessa in moto la "macchina congressuale" (sia pure su scala ridotta), che avrebbe celebrato (via Skype) un nuovo XIX congresso il 24 ottobre 2020 che avrebbe eletto lo stesso Luciani segretario politico.
Quest'esito, in realtà, non è esattamente incontestato: il gruppo che fa capo a Renato Grassi (eletto segretario nel XIX congresso del 2018, quello che per Luciani è stato "revocato") rivendica come pienamente legittimo il proprio percorso, contestato invece da altri soggetti, ad esempio da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni (che hanno impugnato gli atti del 2017 e del 2018 e, nel frattempo, avrebbero provveduto a un'autoconvocazione degli iscritti Dc che avrebbe portato a riattivare per altra via il partito); altri ancora contestano proprio gli ultimi passaggi che avrebbero portato Luciani alla segreteria (come Emilio Cugliari, che come detto si proclama presidente facente funzione della stessa Dc dallo scorso 1° luglio). Erano e sono tuttora in piedi varie cause: alcune si trascinano da anni, relative a eventi che in certi casi hanno perso del tutto valore anche per chi vi ha partecipato. Altre sono molto più recenti come quella iniziata da Mauro Carmagnola come segretario amministrativo e rappresentante legale della Dc contro Nino Luciani, per tentare di bloccare il XIX congresso telematico che avrebbe eletto lo stesso Luciani: in effetti il tribunale di Roma (di nuovo nella persona del giudice Romano) il 25 gennaio ha rigettato la domanda, come dice Luciani, ma in effetti si trattava solo di un procedimento cautelare, nel quale non sono stati riconosciuti gli estremi del "pregiudizio grave e irreparabile" nella celebrazione di quel "congresso" (che tra l'altro nel frattempo si era già svolto). Va detto anche che in effetti - e salvo errore - è ancora sotto giudizio l'assemblea del 2017 convocata da Luciani su disposizione del tribunale di Roma, così come finora manca un provvedimento giudiziario che abbia dichiarato nullo, annullato o sospeso il congresso del 2018 che aveva eletto Grassi (non lo ha impugnato nemmeno Luciani e probabilmente direbbe che non ce n'è nemmeno bisogno, ritenendo lui di averlo "revocato" già nel 2019.
In effetti Luciani cita altre decisioni contrarie a Grassi: in particolare, quelle relative alla bocciatura del contrassegno contenente lo scudo crociato presentato in occasione delle elezioni europee del 2019. Il Viminale in effetti ne chiese la sostituzione, sia per la presenza dello scudo crociato, sia per l'uso senza autorizzazione della grafica del Ppe (al quale la Dc-Grassi non è affiliata) e, quando i delegati della Dc si opposero rivolgendosi all'Ufficio elettorale nazionale, si videro bocciata la loro opposizione; non ebbero miglior esito i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, presentati per cercare di vedersi riconosciuto l'uso legittimo del simbolo. Va detto però, per correttezza, che il problema del simbolo era legato soprattutto al contemporaneo deposito del simbolo da parte dell'Udc (presente in Parlamento), anche se in effetti le decisioni parlavano della cessata attività della Dc dal 1993, notando che non si era fatta valere alcuna continuità giuridica rispetto a quell'esperienza (altrove Luciani aveva notato che ciò sarebbe stato possibile, esistendo almeno il verbale dell'assemblea del 2017 e quello del congresso del 2018 - allora non ancora "revocato" - ma forse quei documenti non furono prodotti).
Nell'articolo c'è poi un interessante campionario di nomi che non lascia indifferenti i "malati di politica": Giuseppe Pizza, abilissimo nel far e lasciar credere di essere diventato titolare legittimo ed esclusivo dello scudo crociato (ma da tempo scomparso dai riflettori); Angelo Sandri, infaticabile segretario della "sua" Dc da molti anni (almeno dal 2004 in modo ininterrotto), per qualcuno privo di ogni legittimità, per altri colui che negli anni ha presentato più liste con lo scudo crociato in molte parti d'Italia (e Luciani gli riconosce "il merito di averla tenuta in piedi con orgoglio"); Gianfranco Rotondi, cui Luciani attribuisce Rivoluzione cristiana (che certamente esiste ancora, non risultando sciolta, ma probabilmente è "in sonno", ad aspettare tempi migliori); Publio Fiori, tra i primi a far valere - già nel 1994 - l'argomento della mancanza di un congresso e in seguito fondatore di Rifondazione Dc (poi Rinascita popolare). L'elenco potrebbe continuare, nella consapevolezza che "s’è provato di tutto per metterli d’accordo, ma non c’è stato verso. Vogliono comandare. Benedetta gente! Non è meglio essere primi in provincia che secondi a Roma?".
Sicuramente è vero che la sede di Piazza del Gesù (cioè Palazzo Cenci-Bolognetti) è "dei suoi proprietari" (cioè l'istituto Pasteur - Fondazione Cenci-Bolognetti) e che all'interno non c'è più nessun partito che si richiama alla Dc ("Fontana la affittò per tre anni, ma costava troppo"). Luciani ha parlato anche di "Dc regionali" in via di organizzazione, mail spedite con "reazioni entusiastiche" (si noti che dalle parti della Dc-Grassi si parla da settimane, mesi di adesioni di decine di sindaci e consiglieri, con l'organizzazione in Sicilia affidata a Totò Cuffaro). E se anche ora non ci sono notabili tra i soci, per Luciani "sono dietro le quinte. Mario Segni è informato. Nel 2002 combattei con lui per la politica pulita. Al momento giusto penso che si farà vivo anche Rotondi". Cioè giusto in tempo per le elezioni politiche del 2023 da affrontare "da soli, secondo la linea di Fontana. Niente pastette con Forza Italia o Udc. Siamo un partito di centro che guarda a sinistra, come sosteneva Alcide De Gasperi".
Nell'intervista c'è ancora spazio per qualche microstoria notevole di un "democristiano da sempre" ("Dal 1975 al 1980 fui consigliere a Comacchio. La maggioranza Pci-Psi sollecitava il dialogo, ma non ci ascoltava. Così il pittore Remo Brindisi, con me all’opposizione, durante le sedute disegnava per noia pecorelle e pastori e mi regalava i dipinti con le dediche"), che rivendica il merito di aver trasformato "Giorgio Guazzaloca da macellaio in sindaco" e che vorrebbe avere "altri due anni di vita solo per vederla correre, la mia Dc. Sapesse quante sofferenze m’è costata! Ma ho fiducia. Altrimenti non avrei cominciato".
In tutta la chiacchierata, peraltro, mancano due particolari importanti, ben noti a chi frequenta questo sito. Innanzitutto, il fondamento del ruolo che oggi Nino Luciani rivendica è rappresentato dal decreto del giudice Romano del 14 dicembre 2016 che dispone la convocazione dell'assemblea dei soci della Democrazia cristiana del 25-26 febbraio 2017, affidandone la materiale organizzazione allo stesso Luciani. Per poter ottenere quel risultato, tuttavia, occorreva - ex art. 20, comma 2 del codice civile - il 10% degli associati alla Dc. La richiesta per il giudice risultava "legittimamente formulata" perché era stata superata quella quota del 10% degli iscritti "risultante dall'ultimo elenco disponibile". Un elenco che però era stato "ricostruito per autodichiarazione [...] dei soci che erano stati iscritti negli anni 1992 o dintorni [...] e che, nel 2012, hanno rinnovato la condivisione delle finalità, dei valori di riferimento della Democrazia cristiana ai fini della celebrazione al XIX Congresso, in Roma 11-12 novembre 2012". Quell'ultimo elenco dei soci, dunque, era stato ricostruito nel periodo tra il consiglio nazionale della Dc riconvocato il 30 marzo 2012 e il congresso di novembre: gli atti del primo e del secondo, tuttavia, sono stati prima sospesi e poi dichiarati nulli e a demolire gli effetti del consiglio nazionale del 2012 (dunque l'atto in base al quale si è potuta effettuare la ricognizione dei soci) era stato proprio il giudice Romano. Lui, peraltro, alla fine del 2016 non aveva approvato espressamente l'elenco degli iscritti: si era limitato a dire che l'istanza "appar[iva] legittimamente formulata", ma in seguito sarebbe stato possibile far valere ogni altra questione "in via contenziosa". E in effetti - salvo errore - gli atti dell'assemblea disposta dal giudice Romano e convocata da Luciani sarebbero ancora al centro di una causa civile, andata decisamente per le lunghe.
Naturalmente è possibile che quella causa si estingua o che si concluda a favore di Luciani. Resterebbe però la questione legata al valore delle sentenze del 2009 e del 2010, soprattutto nei confronti del Partito popolare italiano (ancora esistente sul piano giuridico, pur inattivo da molti anni). Perché quelle due pronunce dicono anche, a volerle leggere bene, che gli atti che hanno trasformato la Dc in Ppi erano viziati, ma non sono stati dichiarati nulli, anche perché il Ppi non era parte del processo in cui i giudici hanno rilevato quei vizi, quindi non si era nemmeno potuto difendere. Questo significa che i giudici hanno notato che quegli atti del 1994 erano viziati come passaggio intermedio per poter dire che nessuno tra i litiganti di quei processi (Cdu, Udc, Dc-Pizza, Dc-Sandri e altri) aveva titolo per dirsi titolare esclusivo del nome e del simbolo della Dc, ma quegli stessi atti sono ancora pienamente validi per il Ppi. Se volesse, dunque, il Ppi potrebbe ancora agire per difendere la titolarità di nome e simbolo. Lo farà? E, nel caso, a chi toccherà raccontarlo?

sabato 27 marzo 2021

Firme ed esenzioni: nulla cambia, ma si apre la via per i ricorsi pre-voto

Per il momento le regole sulla raccolta delle firme per le elezioni politiche e sull'esenzione da questa restano uguali (anche se qualche chiarimento importante, con possibili ricadute anche in materia di simboli, è arrivato). Ieri la Corte costituzionale ha pubblicato la sentenza n. 48/2021, con cui ha deciso le questioni di legittimità sollevate nella causa di accertamento dell'integrità del diritto di elettorato politico passivo promossa nel 2019 da Riccardo Magi e da +Europa: il giudice delle leggi doveva valutare l'eventuale incostituzionalità di alcuni passaggi del procedimento elettorale preparatorio, in particolare relativi alla raccolta delle firme a sostegno delle candidature e alle esenzioni da quell'onere. 
Se ci si limita al dispositivo della sentenza, si deve appunto dire che nulla è cambiato: alcune questioni sono state dichiarate infondate (quelle che puntavano a una riduzione a un quarto del numero delle sottoscrizioni da raccogliere), altre inammissibili (quelle sulla mancata estensione dell'esonero dalla raccolta firme). Guardando con più attenzione, in realtà, si scopre che qualche profilo di novità interessante questa sentenza lo presenta; conviene però percorrere con attenzione i vari passaggi della pronuncia.

Di cosa si discuteva

Vale innanzitutto la pena ricordare, sia pure in breve, su cosa era chiamata a decidere la Corte costituzionale. il 7 novembre 2019 Riccardo Magi e +Europa avevano presentato un ricorso contro il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministero dell'interno, chiedendo al Tribunale civile di Roma di accertare l'integrità del diritto di elettorato passivo (con riferimento alle prossime elezioni politiche, immaginando che si tengano con la legge ora in vigore), con particolare riguardo all'applicazione dell'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957, modificato nel 2017), che regola la raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature e le esenzioni da tale onere; i ricorrenti dubitavano della costituzionalità della norma sotto vari profili. 
Il 1° settembre 2020 la giudice del Tribunale civile di Roma Carmen Bifano ha ritenuto che due di quei dubbi fossero "non manifestamente infondati", dunque li ha sottoposti alla Corte. Le questioni di legittimità costituzionale riguardavano i commi 1 e 2 dell'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera, potenzialmente in contrasto con gli artt. 1, comma 2; 3; 48, comma 2; 51, comma 1; 117, comma 1 Cost. (quest'ultimo con riferimento all'art. 3 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Parigi il 20 marzo 1952).
Con riguardo al comma 1, la giudice sospettava che fosse incostituzionale nella parte in cui "richiede per la presentazione delle candidature per il rinnovo della Camera dei deputati un numero minimo di 1500 sottoscrizioni per ogni collegio plurinominale, ovvero di 1500 ridotto della metà in caso di scioglimento della Camera dei deputati che ne anticipi la scadenza di oltre centoventi giorni": tale scelta sarebbe stata irragionevole se confrontata alla riduzione a un quarto delle firme previste, operata nel 2013 e nel 2018 (come a dire che c'era stata la consapevolezza che sarebbe stato impossibile rispettare i requisiti ordinari per presentare le candidature). Quanto al comma 2, il vizio sarebbe stato nell'esentare dalla raccolta firme solo i partiti o gruppi che contavano su un gruppo dall'inizio della legislatura in entrambe le Camere e non anche in un solo ramo del Parlamento (come invece era stato previsto - sia pure con riferimento a una data precisa - per le prime elezioni successive al 2013, per cui il parametro per ritenere "seria" una candidatura era stato allora meno restrittivo). Per il Tribunale il problema non stava tanto nella richiesta di un numero consistente di firme o nella previsione di ipotesi di esonero dalle sottoscrizioni, ma nel "congiunto e concreto effetto di una pluralità di limiti all'esercizio del diritto di candidarsi" (tante firme da raccogliere in circoscrizioni ristrette e in pochi giorni; pochissimi partiti esonerati dalla raccolta, tra l'altro sulla base di norme contenute nei regolamenti parlamentari; incertezza dovuta a prassi deleterie per cui i requisiti in materia di firme ed esenzioni sono puntualmente resi più accessibili dalle forze presenti in Parlamento solo a ridosso dello scioglimento delle Camere) e tali effetti negativi sarebbero amplificati per le forze interessate a coalizzarsi, ma non esenti dalla raccolta firme.

venerdì 26 marzo 2021

Ancora Italia, un Dante tricolore per Vox Italia (dopo la scissione)

Se poche ore fa si è parlato delle pagine quasi dimenticate del Partito democratico di Romeo Piacenti che, nei primi anni di attività, schierava come proprio simbolo, il profilo di Dante Alighieri. Nell'anno in cui ricorrono i settecento anni dalla morte del poeta, però, era già stato lanciato nelle scorse settimane un altro progetto politico: per qualcuno è una novità, per altri l'evoluzione di qualcosa che già c'era, per altri ancora è frutto di una scissione - o, se si preferisce, di una separazione consensuale - appunto relativa a un progetto già esistente. La novità è rappresentata da Ancora Italia, soggetto politico che si pone come "maturazione" di Vox Italia, di cui ci si è già occupati in passato.
A dare notizia che qualcosa all'interno di quel soggetto politico era stato proprio Diego Fusaro, saggista, studioso di filosofia, già noto come "ideologo" di Vox Italia (anche se lui ha sempre tenuto a impiegare la denominazione "Vox Italiae") pur restando esterno al partito ("l'avevo chiarito fin dall'inizio con i fondatori, quando sono venuti a incontrarmi nel 2019: chi si dice insoddisfatto o deluso per il mio mancato ingresso diretto nell'agone politico, magari anche come candidato, si è erroneamente illuso perché io sono stato coerente"). In un filmato diffuso su YouTube il 23 febbraio Fusaro dava notizia di un'assemblea che si sarebbe (e si è effettivamente) svolta il 27 febbraio a Roma (alla presenza dei dirigenti del partito e con i militanti connessi a distanza): "è il segno che si sta crescendo, che si comincia a maturare, a prendere il mare aperto dopo un anno e mezzo di lavoro con zelo nel porto". 
Il primo simbolo di Vox
In questi mesi si sono aperti vari circoli di Vox Italia in gran parte del paese, raggiungendo - lo ha detto sempre Fusaro - i 3mila iscritti "pur avendo costantemente contro il circo mediatico e il clero giornalistico"; l'assemblea doveva servire appunto a fare ulteriori passi avanti, tra l'altro verso un congresso (magari da svolgere in primavera) che avrebbe dovuto rinnovare l'ufficio di presidenza. Quell'assemblea, però, serviva anche e soprattutto per presentare il nuovo nome e il nuovo simbolo del soggetto che fino a quel momento si è chiamato Vox Italia. 
Pur mantenendo ferma l'identità politica e soprattutto la personalità giuridica - cosa su cui Fusaro ha insistito molto, richiamando la delibera firmata pochi giorni prima dai tre membri (uscenti) dell'ufficio di presidenza (il segretario Giuseppe Sottile, il tesoriere Marco Pipino e il presidente Francesco Toscano, fondatori del partito) - la denominazione, com'è detto, sarebbe diventata Ancora Italia, mentre il simbolo, oltre a riportare il nome in grande evidenza il nuovo nome (e, al di sotto, in un segmento blu, la dicitura "per la Sovranità democratica"), avrebbe incluso "la figura stilizzata di Dante Alighieri con i tre colori della bandiera italiana", come si legge nello statuto che sarà approvato nell'assemblea del 2-3 aprile convocata anche per l'approvazione dei documenti economico-finanziari del partito. Proprio nel #Dantedì di ieri, sulla pagina Facebook di Ancora Italia si è illustrata la scelta del simbolo: "Oggi è la giornata dedicata a Dante Alighieri. Noi di "Ancora Italia" abbiamo scelto di consacrare a lui, con devozione e rispetto, il nostro simbolo. Siamo infatti convinti che solo dalla grande cultura italiana, di cui Dante è somma espressione, si possano creare davvero le condizioni per una rinascenza della Patria. Il sommo poeta ci ha magnificamente ricordato che non siamo stati creati per vivere come bruti, come cioè il neoliberismo vorrebbe che vivessimo: siamo, invece, stati creati per seguire la virtù e la conoscenza, cioè per diventare esseri umani in senso pieno, creando una società all'altezza di questo fondamentale compito".
Cos'ha portato a quei cambiamenti? "Il nome 'Vox Italia' - ha detto sempre Fusaro - era sicuramente suggestivo e seducente, ma al tempo stesso problematico: in Spagna c'è un altro movimento politico che ha scelto di chiamarsi Vox ed è sideralmente distante dalla visione del mondo che difendiamo, un partito che si iscrive nell'ordine della destra liberista e che poco o nulla ha a che vedere con la nostra concezione saldamente democratica e socialista. Ci è parso dunque di grande importanza mutare il nome: quando si cresce occorre fare chiarezza, fare un salto di qualità, trovando un nome che non ci ponga in ogni volta in condizione di debolezza e ci costringa a spiegare chi siamo e chi non siamo". 
Al di là di questo, è stato lo stesso Fusaro a richiamare due ragioni per il cambio di nome (ma non di rotta): un dissidio all'interno dell'ufficio di presidenza e, soprattutto, differenze di visione maturate nel corso del tempo e del processo di maturazione. Avrebbero dunque preso forma, abbastanza presto in realtà, due diverse prospettive  "ugualmente legittime e degne", legate anche al fatto che il progetto sarebbe cresciuto "troppo in fretta". Ha scomodato Hegel e la sua Fenomenologia dello spirito per spiegare cosa fosse accaduto in Vox: "Un partito si rivela dunque vincitore solo perché si scinde a sua volta in due partiti: così infatti esso mostra di possedere in se stesso il principio che prima combatteva e di avere quindi rimosso l'unilateralità che lo caratterizzava all'inizio". Il primo "partito" è stato definito da Fusaro "elettorale" ed è quello che vorrebbe massimizzare sul piano elettorale gli sforzi nell'immediato, credendo che la situazione di emergenza che si vive non conceda tempo per le lungaggini culturali e organizzative, essendo necessario solo tradurli in piazze mobilitate e partecipazione elettorale "con tutti coloro i quali hanno una visione grossomodo simile a quella di Vox, anche a costo di perdere parte dell'identità pur di portare a casa il risultato della sovranità monetaria". Il secondo partito - quello cui lo stesso Fusaro si sente più vicino - è invece quello "culturale", che ritiene indispensabile un'organizzazione spirituale e culturale: essa richiede un lavoro paziente, un progetto "che senza fretta si sviluppi molecolarmente nel tempo e cresca egemonizzando uno spazio politico e dialogando con le forze politiche "di area", che ritengono imprescindibile la sovranità nazionale per la democrazia e per i diritti sociali".
Il conflitto tra le due correnti ha portato a separare le proprie strade: chi ha scelto la strada dell'impegno innanzitutto culturale, a partire da Fusaro ("Senza una teoria rivoluzionaria difficilmente si può avere un partito rivoluzionario") e dal presidente Francesco Toscano, ha conservato la continuità giuridica del partito (e il codice fiscale) ma ha scelto un nome e un simbolo diversi, meno "problematici" e più consoni al meglio precisato corso, quello del "Pensare altrimenti". Chi invece ha preferito concentrarsi sulla via elettorale e di un "agire altrimenti" ha mantenuto - evidentemente in base a un accordo tra i fondatori, rendendo possibile ciò che non potrebbe mai accadere secondo le norme civilistiche - il nome Vox Italia, gli account dei social network e anche il vecchio simbolo, sia pure leggermente aggiornato (al di sotto è comparsa la dicitura "Costituzione e futuro"), pur avendo formalmente la necessità di costituire un soggetto giuridico nuovo e autonomo. Si tratterebbe, come comunicato da esponenti di quella linea, di "oltre i due terzi dei dirigenti nazionali e regionali e due dei tre soci fondatori", cioè Giuseppe Sottile e Marco Pipino; tra gli altri nomi rilevano - per chi frequenta questo sito - soprattutto quelli di Marco Mori, già leader di Riscossa Italia, Orlando Iannotti, tra i riferimenti dei Forconi, e Sabrina Banzato, già candidata alla presidenza della Regione Marche per Vox. Per la separazione occorrerà attendere l'assemblea del 2-3 aprile di Vox Italia, che muterà il nome in Ancora Italia e approverà il nuovo statuto e i rendiconti; a quel punto potrà costituirsi una nuova associazione, con nuovo statuto ma mantenendo nome, simbolo e programma. 
"L'emergenza di questo paese - si legge in un post sulla pagina Facebook di Vox Italia - ci impone di agire pacificamente ma con urgenza ed immediatezza nella costruzione del fronte unico più grande per l'uscita dall'Euro e dall'Unione Europea, che è anche il primo punto del programma di Vox Italia. In una parola l'emergenza di questo paese ci impone azioni coerenti con i nostri obiettivi. Ogni altra forma del dissenso del pensiero che non si traduca in azione, oggi risulta oramai sterile, fine a sé stessa, fuori tempo massimo, se non la forma più raffinata di gate-keeping". Un altro post, di inizio marzo, chiarisce ancora meglio la questione: "Secondo un antico procedimento per separare il grano dalla paglia, dopo la battitura, bisognava attendere che l’aria si muovesse. Allora il contadino lanciava in aria le spighe e il vento separava il grano, facendo volare via la paglia. É quello che é avvenuto in Vox Italia. Abbiamo separato il grano dalla paglia. In un momento così buio abbiamo bisogno di valorosi, di operai, di uomini liberi, generosi e altruisti".
Le due linee emerse, peraltro, si traducono anche nella scelta di guardare a forze politiche diverse: se il soggetto nascente che manterrà il nome Vox Italia, "in nome di ciò che 'accomuna' tutte le componenti della stessa 'galassia', ovvero la sovranità politica, monetaria e costituzionale", ritiene "imprescindibile l'unione di tutte le nascenti forze sovraniste presenti sul campo, a partire da quelle (come ItalExit di Gianluigi Paragone) che abbiano concrete probabilità di uscire dall'irrilevanza e svolgere un ruolo parlamentare effettivo"; si è già detto invece della propensione per le forze propugnatrici di una "sovranità democratica e socialista" della linea "culturale" che si chiamerà Ancora Italia.
Le prossime settimane serviranno a capire come evolverà questa "distinzione" e se ci saranno altri aggiustamenti simbolici; per il momento si registra il ritorno di Dante in politica (dopo il Pd "piacentiano"). Con la certezza che l'Italia che il rinnovato soggetto politico auspica è ben lontana dal laio "Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!" tratto dal VI canto del Purgatorio della Commedia. E forse, ironia della sorte, nessuna delle due anime che si trovavano in Vox Italia vuole quell'esito; su come evitare di arrivarci, però, la pensano diversamente.

giovedì 25 marzo 2021

Quando Dante divenne il simbolo del Partito democratico (di Piacenti)

Come da copione, il "Dantedì" è riuscito ancora una volta ad attirare l'attenzione - almeno per qualche manciata di ore - sulla figura di Dante Alighieri, tanto più nell'anno in cui si ricordano i sette secoli trascorsi dalla morte del poeta. Eppure, al di là delle rime, delle strofe, di fieri pasti, virtute-e-canoscenza e riveder-le-stelle, a qualche appartenente alla categoria del #drogatidipolitica è riaffiorata inesorabile una domanda. E non riguarda tanto la carriera politica di "Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante" (come forse oggi lo si dovrebbe indicare sui manifesti e sui documenti delle candidature), quanto una sua apparizione poco nota nella politica italiana del Novecento: ma quella volta in cui Dante si è fatto votare in Emilia-Romagna?. Già, perché per almeno due volte, alle elezioni politiche, gli elettori emiliano-romagnoli sulle schede trovarono il profilo del "Sommo Poeta", con tanto di cappuccio e serto d'alloro.
Quel simbolo fece la sua prima comparsa ufficiale nel 1976, alle elezioni politiche: nella sola circoscrizione Emilia-Romagna al Senato, unicamente nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì alla Camera. Si trattava, probabilmente, degli unici territori in cui l'ideatore di quel progetto politico, Romeo Piacenti - nato a Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1923 - era riuscito a raccogliere le firme necessarie per partecipare alla consultazione elettorale. Alla Camera arrivarono 2797 voti (lo 0,12% nella circoscrizione, lo 0,01% a livello nazionale), mentre al Senato di schede votate per Dante se ne raccolsero 3074 (grazie alla presenza in tutta la regione, così da colmare anche gli eventuali voti dei minori di 25 anni venuti meno: a livello regionale e nazionale le percentuali erano esattamente le stesse, 0,12% e 0,01%). Le persone candidate erano sempre le stesse: Piacenti, Romano Fabbri (nato a Porretta Terme il 28 ottobre 1937), Maria Bastoni, Giuseppe Dolfin, Alfredo Genazzano, Bianca Pasqualini Mariotti e Giuliano Lapillo era la squadra su cui Dante poteva contare per la sua prima avventura elettorale.
Non è dato sapere per quale motivo Piacenti avesse scelto il profilo di Dante (forse per la sua capacità di rappresentare l'Italia e per la tendenza a considerarlo un "moderato", per aver parteggiato per i guelfi bianchi), anche se nel 1983, quando il simbolo venne depositato al Viminale in occasione delle elezioni politiche, la redazione romana della Stampa scrisse che "il simbolo, non si capisce bene, forse è Dante o forse è Petrarca" (tradizionalmente incoronato d'alloro sopra il cappuccio proprio come Alighieri); già, perché nei corridoi del Ministero dell'interno il simbolo "dantesco" sarebbe apparso per lungo tempo. Anzi, a dire il vero per la prima volta era comparso nel 1972, esattamente identico a quello che sarebbe finito sulle schede quattro anni dopo. Profilo di Dante piuttosto severo, il nome molto piccolo al di sotto e, di fianco, le iniziali P e D puntate e rese in modo decisamente geometrico.
Nel 1979 Piacenti ritentò con il suo progetto elettorale, sperando di avere qualche chance in più per spiegarlo e farlo conoscere: per l'occasione fece qualche ritocco al simbolo, lasciando quasi intatto il profilo di Dante (ma schiarendo in modo piuttosto artigianale il collo della tunica), rendendo più visibile il nome della lista (spostandolo in alto e disponendolo ad arco) e portando le lettere della sigla sotto al volto di Dante (stavolta rimpicciolendole e rendendole più regolari, meno "artigianali"). Mise in campo lo stesso sforzo umano del 1976, raccogliendo le firme nelle medesime circoscrizioni e addirittura candidando le stesse persone, senza nessun cambiamento. Nella stessa circoscrizione della Camera in cui si era presentato tre anni prima arrivarono 3108 voti, pari allo 0,19%: un po' meglio del 1976, ma insufficienti per schiodarsi dalla posizione di lista meno votata (e dallo 0,01% a livello nazionale). Anche al Senato i voti aumentarono, diventando 3748, pari allo 0,15%, ma i simboli del Partito democratico rimasero i meno votati nella circoscrizione emiliano-romagnola. 
Nel frattempo si era cominciato a votare anche per il consiglio regionale: se nel 1970 e nel 1975 Piacenti non aveva partecipato, nel 1980 era ben deciso a farlo. Anche in quell'anno, ovviamente, c'era il problema delle firme, ma era anche spuntata una soluzione: da tempo, infatti, Roberto Gremmo e Roberto Bernardelli erano riusciti a stabilire buoni rapporti con l'associazione Lista per Trieste (nota come "lista del Melone") guidata da Manlio Cecovini e questa, dopo l'elezione alla camera di Aurelia Gruber Benco nel 1979, era in grado di presentare liste senza raccogliere firme e di estendere il beneficio alle formazioni che avessero presentato candidature insieme a questa. In quel 1980, dunque, i triestini si dichiararono disposti a esentare dalle sottoscrizioni liste autonomiste (come quelle di Gremmo) e pure altri progetti di respiro soprattutto locale. Quello di Piacenti era proprio tra questi: in quelle condizioni, avrebbe provato a presentarsi in tutta l'Emilia-Romagna e anche un po' più in là: persino alle elezioni in Toscana, nella sola circoscrizione di Pistoia, il simbolo finì sulle schede. Si trattava di una versione ancora diversa rispetto all'anno precedente: gli elettori videro una "bicicletta", con la "ruota destra" triestina e quella sinistra con il volto di Dante, circondato dalle espressioni "Democrazia diretta", "Autonomia" ed "Ecologia". Niente "Partito democratico" stavolta, chissà perché; in tutta la regione arrivarono 2396 voti, pari allo 0,08%; a Pistoia, per il suo sbarco, il simbolo ottenne 221 voti (0,12% a livello circoscrizionale, il solito 0,01% a livello regionale).
Il rapporto stretto con il "melone" non terminò con quell'esperienza: nel 1983 Piacenti si ritrovò candidato direttamente per la Lista per Trieste con Fabbri e altri, sotto un simbolo che non corrispondeva proprio all'orizzonte spaziale del fondatore di quel Partito democratico. Erano stati depositati comunque il simbolo del 1979 e quello con il nome più complesso intravisto alle regionali, ma probabilmente allora Piacenti preferì non impegnarsi nella raccolta firme. Quella volta, in compenso, nella solita circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì alla Camera la Lista per Trieste ottenne solo 1200 voti, meno della metà di quanto ottenuto nel 1979 (al Senato i voti furono ancora meno e non andò meglio nella circoscrizione delle Marche), segno che la lista era assai meno riconoscibile da quelle parti rispetto al volto di Dante.
Alle elezioni europee del 1984 Piacenti depositò comunque l'emblema del 1979, pur senza impegnarsi a farlo finire sulle schede. Fu però l'ultima volta, perché dal 1987 il Partito democratico made in Bononia conobbe una prima rivoluzione grafica: l'immagine di Dante Alighieri fu sostituita con un enorme quadrifoglio e, all'occorrenza, alla denominazione ufficiale fu affiancato un riferimento ai "pensionati" (con la minuscola perché non si trattava ancora del futuro Partito pensionati). In ogni caso, Piacenti venne candidato proprio nelle liste della Liga Veneta - Pensionati uniti, stavolta nella circoscrizione Parma-Modena-Piacenza-Reggio Emilia, prendendo 40 voti.
A dire il vero, la svolta era già stata anticipata nel 1985, quando alle regionali Piacenti aveva presentato varie liste del Partito democratico in diverse regioni, stavolta utilizzando l'esenzione dell'Union Valdôtaine - non si sa come, vista la scarsa propensione del partito, dopo la morte di Bruno Salvadori, a collaborare con altri progetti politici - per presentare una sorta di cartello elettorale autoprodotto. Il quadrifoglio era lo stesso che si sarebbe visto in seguito e, oltre a contenere la "pulce" dell'Uv, c'era anche la sigla del "P.D." ultima maniera; le altre due "foglie" erano occupate da due misteriosi simboli della galassia "piacentiana". Né il nome ufficiale delle liste aiuta a capire meglio: Union Valdôtaine-Partito Democratico-Upap-Ecologia (Upap potrebbe essere la sigla di Unione pensionati - Alleanza pensionati, ma non c'è da esserne certi). In Emilia-Romagna, peraltro, peggio del Partito democratico (4815 voti, 0,16%) fece il Partito nazionale pensionati, con meno della metà dei consensi. 
Piacenti sarebbe ritornato alla sua precedente circoscrizione (più romagnola che emiliana) nel 1992, candidato questa volta - e di nuovo con Fabbri - nella sua lista Movimento europeo automobilisti, dal simbolo decisamente artigianale (così com'era artigianale la variante presentata per il solo Senato, ma non utilizzata, che al posto dell'automobile inseriva addirittura il cavallino rampante passato da Francesco Baracca alla Ferrari); nella circoscrizione arrivarono 2107 voti (0,12%). Nelle bacheche del Viminale finì comunque anche il simbolo del Partito democratico - Pensionati con il quadrifoglio, benché non sia stato usato nemmeno in quell'occasione (avendo corso dunque solo alle regionali del 1985). Nel frattempo, Piacenti aveva lavorato a un progetto di Superlega, a una divisione dell'Italia in tre dipartimenti (già teorizzata nel 1987 e arrivata ben prima del pensiero di Gianfranco Miglio) e a una marea di altre aggregazioni politiche e sociali, che meriterebbero più spazio altrove.
Tempo due anni e Romeo Piacenti cambiò di nuovo orizzonte grafico alla sua creatura: nel 1994 convertì anche il Partito democratico al colore, rimpicciolendo di molto il quadrifoglio (ora verde su fondo giallo) e aggiungendo l'immagine di un asinello scalciante nella parte inferiore del simbolo, guardando ovviamente alla politica statunitense. Con quell'emblema Piacenti si candidò alle elezioni politiche (indimenticabile una sua partecipazione all'appello al voto di Tribuna elettorale sulla Rai - ancora rintracciabile su Radio Radicale - in cui comunicava di "aver impartito ai vicepresidenti nazionali del mio partito, residenti negli Stati Uniti d'America, di attivare quanto necessario per informare personalmente il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton e il presidente delle Nazioni Unite sulle discriminazioni elettorali attuata contro il Partito democratico") e, nella circoscrizione Emilia-Romagna alla Camera, ottenne 7675 voti (0,25%), ma al Senato i voti lievitarono a 37533 (1,41%).
Quella, a quanto consta, fu l'ultima partecipazione elettorale diretta di Piacenti, che però non smise di frequentare il Viminale anche solo per il deposito dei simboli. Tanto per dire, la prese male - anzi, malissimo - quando nel 1999 alle europee Romano Prodi e Arturo Parisi misero in piedi il progetto dei Democratici, utilizzando proprio l'asinello (sia pure nel disegno differente di Francesco Cardinali): per l'occasione depositò di nuovo il simbolo, ma rimpicciolendo il quadrifoglio e ingrandendo l'asinello, giusto per mettere in chiaro che lui era arrivato prima (anche se non avrebbe poi presentato alcuna lista, visto che la raccolta delle firme per le elezioni europee era già allora proibitiva; meglio, le avrebbe presentate senza firme, vedendosele bocciare); tentò anche di opporsi all'ammissione del contrassegno prodiano, ma senza successo.
Il simbolo (ormai senza più quadrifoglio) sarebbe comparso nelle bacheche del Viminale ancora nel 2001 e nel 2004, poi non se n'è più avuto notizia; da allora non si sa più nulla dello stesso Piacenti, deceduto ma non è dato sapere quando. A vedere la storia elettorale del suo Partito democratico viene in mente, almeno in parte, quella vecchia battuta di Roberto Benigni, ripetuta da lui anche una manciata di ore fa al Quirinale: "Dante ha fatto il politico per tanto tempo, è stato prima nei guelfi, poi quando i guelfi son diventati bianchi e neri è diventato guelfo bianco, ha cambiato opinione. Poi lo hanno esiliato, ingiustamente condannato, ed è diventato ghibellino [...]. Alla fine non ne poteva più, non si fidava più di nessuno e ha detto 'basta con la politica, faccio parte per me stesso' e ha fatto un partito in cui c'era solo lui, 'Per Dante', Pd. Non vinse mai". Un regalo, in compenso, lo ha fatto a tutti i #drogatidipolitica (che sarebbero felici di possedere l'intera collezione dei suoi simboli, da quelli effimeri a quelli duraturi): fu proprio Piacenti, nel 1994 - esattamente il 25 aprile - mentre era in fila al Viminale, a trasformare Mirella Cece nella presidente del Sacro romano impero cattolico. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia.