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giovedì 5 dicembre 2019

Riecco la Destra liberale italiana, con Basini e Diaconale

A volte ritornano. Anche se, per poterlo dire, occorre aver avuto la possibilità di vederli in precedenza o, almeno, essere tra gli "iniziati" che hanno avuto l'opportunità di incrociarli. In ogni caso, il 29 novembre è ufficialmente ritornata la Destra liberale italiana, formazione che già esisteva dal 2001, da quando fu fondata da Giuseppe Basini e Gabriele Pagliuzzi, fino a quel momento eletti in Parlamento con Alleanza nazionale; quella stessa formazione, nel 2004, confluì nel progetto di Partito liberale rimesso in piedi nel 1997 da Stefano De Luca e contribuì al recupero del nome storico di Partito liberale italiano. 
Basini dal 2017 è presidente d'onore del Pli (nonché presidente del consiglio nazionale), ma dal 2018 è anche deputato eletto nelle liste della Lega in Lazio (nonché iscritto al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito). Da quella posizione ha ritenuto di ridare impulso al suo progetto quasi ventennale, sempre nel tentativo di avere, tra le varie esistenti, anche una destra che sia autenticamente e chiaramente liberale. Non stupisce, dunque, che proprio Basini risulti - dopo l'atto costitutivo del 29 novembre - presidente onorario dell'associazione che si è scelto di creare ufficialmente: la forma giuridica è quella dell'associazione, ma ovviamente si tratta di un soggetto collettivo attivo in ambito politico, che si è dato un simbolo praticamente identico a quello delle origini (manca giusto il riferimento ai Liberali per l'Italia, che si vedeva nell'emblema depositato per le elezioni suppletive del 2004), con una bandiera tricolore stilizzata con tanto di asta, che peraltro nella parte superiore porta anche una piccola striscia sventolante blu con le stelle della bandiera europea.   
Se Basini è il presidente onorario, come presidente dell'associazione è stata indicata Anna Cinzia Bonfrisco, europarlamentare eletta con la Lega in quota Pli (dopo aver militato nel Pdl, in Forza Italia e nelle file dei fittiani), mentre il segretario è Arturo Diaconale, dal 1993 direttore dell'Opinione (delle libertà). Tra i promotori dell'associazione politica - che si è presentata già prima della nascita giuridica, il 18 ottobre, in un convegno a Roma - c'è poi l'associazione Stato minimo, attraverso il suo presidente Michele Gelardi: l'ente, "ispirandosi alle dottrine dello Stato minimo, le quali giustificano l'intervento degli apparati pubblici in via sussidiaria rispetto alla libera iniziativa dei privati, si propone di diffondere il pensiero liberale e promuovere la cultura del liberalismo politico e del liberismo economico". 
Si segnala pure la partecipazione (mediante il suo presidente Alessandro Sacchi) dell'Unione monarchica italiana, interessata - oltre che dalle idee che l'associazione intende rimettere in gioco - dalla possibilità che si possa evocare una Costituente, ritenendo che la carta attuale non risponda più alle esigenze dell'Italia e non rispetti la sovranità popolare (anche solo per il fatto che ogni maggioranza finisce per fare la sua legge elettorale). 
L'idea, come sostenuto da Diaconale al convegno di ottobre, è di "dare vita ad una destra liberale in piena sintonia e collaborazione con le altre destre", non moderata e passiva ma "liberale, liberista e libertaria in maniera intransigente, laica, riformista e riformatrice", nemica dello statalismo burocratico e amica del merito e della valorizzazione delle capacità, "che non possa non dirsi crocianamente cristiana ma che non abbia timori reverenziali nel criticare la svolta pauperista e terzomondista di una Chiesa che detesta la modernità occidentale e costituisce un ostacolo oggettivo alla speranza di un'Europa unita e di una Italia artefice del proprio destino" e che si impegni concretamente per gli Stati Uniti d’Europa. Il tutto per fuggire dalla "involuzione della sinistra occidentale, che, pur tra mille contraddizioni, sta assumendo quasi le caratteristiche di quella rabbiosa intolleranza che fu propria del comunismo e senza nemmeno la sua, seppur rozza e totalitaria, fiducia nel progresso".  

martedì 3 dicembre 2019

Far votare il leone di San Marco in Valle d'Aosta? Nel 1984 Gremmo ci riuscì

Alle elezioni politiche del 1983, inutile negarlo, il vero caso era stato l'exploit della Liga Veneta: nata in concreto nel 1979 e dal notaio l'anno dopo, in quel 1980 aveva mosso i suoi primi passi alle regionali, ma con il suo 0,47% era stata l'unica lista a rimanere a bocca asciutta. Alla sua prima corsa verso il Parlamento, invece, era riuscita nell'impresa di eleggere subito un deputato e un senatore: lo 0,34% a livello nazionale (alla Camera) era diventato almeno il 4% sul territorio e si era tradotto in due seggi per il leone di San Marco finito in evidenza sulle schede. Di questo era ben consapevole, ma con molta amarezza, Roberto Gremmo, convinto autonomista piemontese, impegnato dall'inizio in quelle battaglie.
Il fatto era che in quell'occaasione Gremmo e altri, a partire dal milanese Roberto Bernardelli (futuro cofondatore del Partito pensionati, poi deputato e consigliere regionale della Lega Nord e fondatore di nuovi soggetti politici come Lega Padana - Lombardia e Grande Nord), avevano accettato di candidarsi sotto le insegne della Lista per Trieste, che nel 1979 era riuscita a eleggere come deputata Aurelia Benco Gruber e quindi era esente dall'onere della raccolta firme; fino all'ultimo, però, avevano provato a ottenere dal partito - il cui nome completo era "Associazione per la zona franca integrale a Trieste e nella sua provincia" - la possibilità di modificare parzialmente il simbolo, lasciando ovviamente al centro il "melone con alabarda" triestino ma modificando almeno gli elementi testuali, per rendere l'emblema votabile anche al di fuori del Friuli - Venezia Giulia. Uno dei dirigenti della lista, certo, Gianfranco Gambassini, era però stato irremovibile: la Lista per Trieste in effetti voleva porsi come alternativa ai partiti su scala nazionale, ma - anche se aveva personalmente contattato Gremmo e Bernardelli per fare fronte comune - non voleva in alcun modo snaturare la sua immagine. "Non si poteva dare l'impressione all'elettorato triestino - scrisse Gremmo nel 1992, nel suo libro Contro Roma - i voler rinunciare ai tre punti programmatici che lo caratterizzavano; il riferimento giuliano sarebbe stato l'elemento essenziale per raccogliere i voti di oltre 350mila profughi che erano fuggiti dall'Istria nell'immediato dopoguerra; la contestazione ai partiti non doveva far dimenticare che i gruppi alleati erano degli aggregati mentre il protagonista restava il solo sodalizio triestino". 
Morale della favola, a dispetto della presenza in tutta l'Italia - compresa la Sicilia di Ernesto Di Fresco, deputato Dc uscente non ricandidato da Ciriaco De Mita, i cui emissari, come ricorda tuttora bene Gremmo, si erano distinti per aver aperto bocca al momento di siglare l'alleanza coi triestini soltanto per dire "'u Mellone, dateci 'u Mellone!", prima di andarsene in fretta verso l'aeroporto - la Lista per Trieste si era fermata allo 0,25%, con 92.101 voti in tutto e per un migliaio di voti non aveva riconfermato il seggio alla Camera (anche se Gremmo aveva ottenuto un buon risultato in Piemonte, ma non lo aveva aiutato una campagna elettorale della lista del tutto incentrata su Trieste e sul Carso); la Liga Veneta aveva ricevuto di più, 125.311 voti, che a livello nazionale erano stati pari allo 0,29%, ma essendo arrivati quasi tutti in Veneto lì avevano pesato per oltre il 4% e avevano prodotto un eletto in ogni ramo del Parlamento. Gremmo entrò poi in contatto con uno degli animatori del partito, Franco Rocchetta, dandogli anche negli ultimi mesi del 1983 il richiesto sostegno nella battaglia tutta interna al partito con Achille Tramarin, fondatore e primo segretario, ma nel frattempo divenuto deputato e - in base allo statuto - incompatibile con l'incarico di vertice della Liga. Alla fine prevalse Rocchetta (segretaria della Liga divenne Marilena Marin, futura moglie di Rocchetta) e l'appoggio di Gremmo - che in quel periodo teorizzò il concetto di Nord assai prima di Bossi - fu in qualche modo ripagato l'anno successivo.
Nel 1984, infatti, si celebrarono le seconde elezioni europee. Memore dell'esperienza del 1979, Gremmo aveva proposto all'Union Valdôtaine di ripetere l'alleanza di tutti i gruppi autonomisti di cinque anni prima, quando il simbolo dell'Uv era stato leggermente modificato per essere votato anche al di fuori della Valle d'Aosta; l'Union in teoria aveva accettato, ma - in ossequio alla nuova linea meno "inclusiva" successiva alla morte di Bruno Salvadori - non si era detta disposta a unire i gruppi che non avessero rappresentato minoranze linguistiche: il che equivaleva a sbarrare la strada all'alleanza con autonomisti piemontesi, lombardi e veneti, mentre si era aperto da tempo un canale con il Partito sardo d'azione. Risultata impraticabile per Gremmo la via valdostana, restava quella veneta: anche la Liga, grazie alla rappresentanza parlamentare, avrebbe permesso di correre senza doversi sottoporre di nuovo alla raccolta firme (vero incubo per le formazioni minori di quel periodo) e i rapporti stretti in precedenza potevano consentire un progetto simile.
Union Piemonteisa
In vista di quelle elezioni europee unirono le forze la Liga Veneta, l'Union Piemonteisa di Gremmo, ma anche la Lega lombarda di Umberto Bossi, il Partito federalista europeo e il Partito del popolo trentino tirolese. Anche in quel caso, tuttavia, era necessario trovare un simbolo comune adeguato, che senza snaturare la trazione della Liga Veneta (bisognava pure che si vedesse l'emblema che attribuiva il vantaggio dell'esenzione dalla raccolta firme) inducesse a votarlo anche al di fuori del Veneto (e non solo i molti emigrati veneti che pure in Piemonte e Lombardia c'erano), tenendo anche conto della concorrenza dell'Uv. Pensa che ti ripensa, si escogitò questa soluzione: in primo piano sarebbe rimasto il leone marciano, con il libro aperto e l'invito alla pace; il nome della Liga Veneta sarebbe finito in basso, più piccolo, ma la vera novità sarebbe stata nel nome della lista-confederazione, Unione per l'Europa federalista, con la prima parola in evidenza. 
Nel suo libro Contro Roma, Gremmo ricorda che il primo ad andare su tutte le furie per il simbolo fu Achille Tramarin, che si oppose all'uso del simbolo della Liga da parte di Rocchetta e degli altri, ingaggiando una battaglia legale (persa, come racconta Gremmo); arrivò anche a tentare di depositare per primo il simbolo della Liga Veneta al Ministero dell'interno, presidiando la piazza del Viminale per giorni e ingaggiando una vera e propria scazzottata con Rocchetta e i suoi l'ultima notte prima che i cancelli ministeriali si aprissero. "Al mattino, malconci, Tramarin ed i suoi andarono a farsi medicare ed a presentare denuncia, ma la Liga poté presentare il suo simbolo". Non fece nessun rilievo l'Union Valdôtaine, ma questa fu la principale vittima del nome scelto: il tandem con i sardisti in Valle d'Aosta ottenne 16.676 voti, ma il leone venetista ne ottenne 2.128, pari a un rispettabilissimo 3,16%, probabilmente facilitato dal fatto che il nome della lista conteneva la parola "Unione" e più di qualcuno era forse convinto di votare per il leone dell'Uv. Morale: con i suoi 164.115 voti, l'Unione per l'Europa federalista arrivò a un soffio dall'eleggere un europarlamentare (fu l'unica lista a rimanere senza), obiettivo invece centrato dalla lista Uv-Psd'az che di voti ne aveva presi 193.430; l'eletto, in compenso, era uscito in Sardegna e non si dimise mai per lasciare il posto al primo valdostano della lista.
Pur non essendo arrivati eletti (cosa che non piacque a Rocchetta), il rapporto tra l'Union Piemonteisa e la Liga Veneta proseguì e Gremmo poté inserire la "pulce" (secondo il meccanismo che lui aveva collaudato anni prima) della Liga nel contrassegno della sua Union per partecipare senza firme alle elezioni amministrative e alle regionali del 1985. I risultati furono buoni, anche se l'eletto - lo stesso Gremmo - arrivò solo alle provinciali di Torino. Era ancora pochino, in effetti, ma si trattava pur sempre di uscire dall'anonimato e da qualche parte si doveva iniziare. Sarebbero arrivate altre imprese, momenti molto difficili e rinascite inattese, sempre basate su nuovi simboli, ma meritano di essere ricordate a parte.

lunedì 2 dicembre 2019

Il caso del fascio, ammesso nel 1996 alle regionali in Sicilia, senza obiezioni

Si è parlato molto, negli ultimi due anni, della vicenda dei Fasci italiani del lavoro, che nel 2017 avevano conquistato un seggio alle elezioni comunali di Sermide e Felonica (dopo aver partecipato con lo stesso simbolo in cui campeggiava un fascio repubblicano a tre elezioni precedenti nello stesso paese, senza ricevere alcuna contestazione): proprio la loro presenza con quel risultato aveva suscitato varie reazioni indignate, un ricorso per far annullare quelle elezioni (esito raggiunto nel 2018 con una sentenza del Consiglio di Stato) e un'indagine per riorganizzazione del partito fascista e apologia del fascismo; in aprile, però, il tribunale di Mantova aveva assolto gli imputati dalle accuse (sebbene la notizia non abbia avuto la stessa risonanza delle puntate precedenti).  
Chi ha una discreta conoscenza delle vicende elettorali aveva immediatamente collegato la questione legata ai Fasci italiani del lavoro a quella che, a partire dal 1992, aveva interessato il Movimento Fascismo e libertà, formazione cui peraltro appartenevano alcuni dei fondatori dei Fasci. Alle elezioni amministrative in varie occasioni il partito fondato nel 1991 da Giorgio Pisanò era riuscito a partecipare, se non con il simbolo originale integrale, almeno con il fascio interamente visibile, sulla scorta del parere che il Consiglio di Stato aveva rilasciato al Viminale nel 1994 (in base al quale, vista l'origine più risalente del fascio repubblicano e il suo significato non univoco, un contrassegno elettorale che avesse contenuto il fascio senza riferimenti alla parola "fascismo" non sarebbe parso illegittimo). 
Con il passare del tempo - ne do conto anche, per quanto riguarda il contesto piemontese, in M'imbuco a Sambuco assieme a Massimo Bosso - anche il metro delle commissioni elettorali locali si è inasprito, adeguandosi a quello del Ministero dell'interno che non ha praticamente mai ammesso simboli con un fascio ben visibile, pur non accompagnato dalla parola "fascismo": anche nel 2006, quando il contrassegno del partito fu ammesso, due "pecette" avevano coperto tanto la parola "fascismo", quanto il fascio di verghe, lasciando in vista solo la scure posta al centro (anche se l'immagine restava in qualche modo riconoscibile). Dopo il "caso Sermide", peraltro, l'aggiunta di un passaggio ad hoc nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature sembra aver sbarrato del tutto la strada alla presenza di simboli che possano anche solo lontanamente evocare tanto il fascismo, quanto il nazismo. 
Eppure sarebbe sbagliato dire che l'ammissione del fascio ha avuto sempre e solo una dimensione puramente locale. Mentre ero impegnato a ricostruire in modo approfondito la vicenda giuridico-elettorale dei Fasci italiani del lavoro (per un saggio giuridico da poco pubblicato su Democrazia e sicurezza), mi è stato fatto notare che nel 1996 si era verificato un episodio di cui quasi non si trova più traccia, ma che sarebbe stato addirittura determinante per parlare di una "legalizzazione" del simbolo di Fascismo e libertà. Incuriosito, mi sono messo in cerca e qualcosa, in effetti, ho trovato. Il 1996 è stato un anno elettoralmente interessante, non solo per le elezioni politiche che si svolsero in quell'anno, ma anche per le regionali siciliane che si svolsero poco più tardi, il 16 giugno. Spulciando la Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, quella del 15 maggio del 1996, si trovano tutti i simboli ammessi per quella competizione elettorale. Il drogato di politica, innanzitutto, non può che restare ammirato in contemplazione: in quell'occasione i contrassegni ammessi furono ben 119, considerando anche le varianti e le federazioni tra varie sigle. In quella galleria, rigorosamente in bianco e nero, appaiono emblemi notissimi, simboli sconosciuti, altri di rilevanza solo locale e altri ancora familiari solo ai politics addicted del tutto incurabili (compreso il Partito esecutivo nazionale SOS del compianto Armando Piano Del Balzo da Valguarnera Caropepe). 
Sfogliando le pagine "illustrate" di quell'anno, tuttavia, al numero 42 ci si imbatte proprio nel simbolo del Movimento fascismo e libertà: la descrizione ufficiale, presumibilmente fornita dagli stessi depositanti (se n'era occupato il gruppo palermitano di Mfl), recitava "Cerchio nero su carta lucida recante all'interno la scritta circolare 'Fascismo e libertà' con al centro raffigurato un fascio littorio". Era dunque impossibile equivocare tanto la descrizione, quanto la grafica: non solo il nome del partito era riportato integralmente, comprensivo della parola "incriminata", ma in quell'occasione era stato reso con una font ancora più marcata rispetto all'originale, tanto da non poter passare inosservato. Ciò nonostante, il contrassegno fu ammesso, dal momento che figura tra quelli stampati nella GURS
Una piccola postilla nell'elenco degli emblemi accettati, in effetti, potrebbe far pensare che la scelta di ammettere quel simbolo non fosse stata pacifica e unanime, magari proprio per la presenza contemporanea di "Fascismo" e fascio: si precisa, infatti, che l'emblema è stato inserito tra gli ammessi "a seguito della delibera dell'Ufficio centrale per l'elezione dell'Assemblea regionale siciliana", organo costituito presso la Corte d'appello di Palermo. Uno stralcio del provvedimento, datato 12 maggio e riportato nello stesso numero della Gazzetta ufficiale siciliana, dà in effetti conto di un reclamo proposto da certo Lorenzo Valle contro l'esclusione del simbolo, salvo poi riportare anche la decisione di ammettere proprio quel contrassegno, con tanto di descrizione. Purtroppo non è stato conservato l'originale di quell'atto, quindi non se ne può conoscere l'esatto contenuto; il decreto 11 maggio 1996 dell’Assessorato degli enti locali, con cui si era deliberata l'ammissione dei simboli, si era però limitato a dire che il contrassegno del Mfl in prima battuta era stato sì ritenuto inammissibile, ma solo perché non risultava documentata la qualità di segretario regionale del depositante. In mancanza di altre indicazioni, si può presumere che l'Ufficio centrale elettorale presso la Corte d’appello di Palermo si sia pronunciato solo sulla questione della legittimazione a presentare l'emblema, senza che la legittimità dell’uso del nome o del simbolo del fascio fosse stata minimamente messa in dubbio in alcun momento
Ora, non è più accaduto in seguito che il contrassegno contenente nome completo e fascio venisse ammesso. Anche se si tratta di un episodio oggettivamente isolato, però, questo dev'essere conosciuto e deve generare qualche riflessione: il fatto che - in base ai documenti che ancora sono consultabili - non si sia allora messa in discussione la legittimità di quel contrassegno ha fatto dedurre a qualcuno che il suo uso fosse di fatto ormai possibile. Di più, le particolari condizioni in cui ciò era avvenuto potevano far scaturire altri pensieri: è vero che il reclamo del depositante probabilmente verteva solo sulla sua qualità di segretario, quindi non è detto che l'Ufficio elettorale centrale abbia discusso della legittimità del simbolo, ma è anche vero che controdeduzioni in tal senso potrebbero essere state fatte, ad abundantiam, dalla Regione per sostenere la scelta della ricusazione. Ora c'è chi sostiene che il deposito del simbolo presso l'assessorato regionale competente anche a beneficio dell'Ufficio elettorale centrale presso la Corte d’appello di Palermo e il fatto che che lo stesso Ufficio abbia riammesso l’emblema senza eccepire nulla potrebbero davvero avere l'effetto di una "legalizzazione" non limitabile ai confini siciliani. In base allo statuto regionale (art. 23, comma 1), avrebbero dovuto essere istituite le sezioni regionali della Corte di cassazione: quell'istituzione non si è mai compiuta, per cui la Corte d’appello di Palermo, massimo organo giurisdizionale siciliano, ne farebbe sostanzialmente le veci. Ciò servirebbe a sostenere, in sostanza, che l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione "non poteva non sapere" di quel precedente. 
In realtà, nel 2001, quando il Mfl depositò per le elezioni politiche il contrassegno con il fascio e la sola sigla del partito e il Viminale ne chiese la sostituzione, il delegato al deposito effettivamente si oppose e si rivolse all'Ufficio elettorale nazionale, che però confermò l'esclusione. Dalla decisione dell'organo, in effetti, non risulta alcun riferimento al precedente siciliano del 1996, visto che il depositante aveva fatto leva sul parere del Consiglio di Stato del 1994, ma per i giudici la presenza della sigla del partito dimostrava che il collegamento con la parola "fascismo" permaneva. Non è dato sapere cosa avrebbe deciso l'ufficio se avesse avuto davanti un precedente di ammissione non limitato a competizioni puramente locali (queste sono state sempre considerate di scarso valore in sede nazionale), così come non risultano in seguito opposizioni in seguito al deposito di contrassegni contenenti il solo fascio (quindi non si sa come quel collegio si sarebbe potuto pronunciare).
Sta di fatto che oggi, dopo il "caso Sermide", il precedente delle regionali siciliane del 1996 sembra lontanissimo. In un certo senso lo è, ma è esistito, anzi, esiste. Si può non concordare con l'ammissione del contrassegno, così come mettere in luce i limiti di quel caso per l'impossibilità di ricostruire ogni dettaglio per intero; l'unica cosa che non si può fare è ignorarlo o ragionare come se non si fosse verificato. La tentazione di agire così è forte, a maggior ragione per chi è antifascista, in tempi di allarmi contro il neofascismo (etichetta che, peraltro, forse è impropria: studiosi del fascismo - si veda, per esempio, il consistente volume L'identità fascista, scritto da Marco Piraino e Stefano Fiorito nel 2007 e ripubblicato due anni fa - hanno messo in luce come numerose formazioni qualificate o anche autoqualificatesi come neofasciste, a partire dal Msi fino a Forza Nuova e CasaPound, abbiano finito in realtà "col boicottare e abbandonare progressivamente l'ideologia fascista (mai proclamata dai fascisti come ideale di destra, ma al contrario rivoluzionario e totalitario), per sostituirla con battaglie politiche conservatrici e reazionarie"). Eppure, quando si ragiona di "riorganizzazione del partito fascista" e ipotesi affini, bisogna farlo avendo tutti gli elementi in mano, senza ragionare "in buona sostanza" o "per tagliare corto", per rabbia o per paura. Si può capire che lo faccia la persona comune o chi ha un vissuto particolare alle spalle; non può farlo il giurista e nemmeno il drogato di politica, che hanno e devono avere altri strumenti nel loro armamentario, la conoscenza innanzitutto.

sabato 30 novembre 2019

M'imbuco a Sambuco! 25 anni di elezioni nel Piemonte "sotto i mille"

Chi da tempo segue I simboli della discordia sa che un appuntamento fisso della tarda primavera - o dell'inizio dell'estate, in base a quando è fissata la data del voto - è costituito da Simboli sotto i mille: si tratta del viaggio nelle elezioni amministrative dei comuni che hanno meno di mille abitanti e nei quali, con la riforma elettorale del 1993, la presentazione delle liste non richiede alcuna raccolta delle firme. A tenere la rubrica su questo sito, dal 2016, è Massimo Bosso, appassionato di politica, militante e candidato di lungo corso: da quella rubrica è appena nato un libro, M'imbuco a Sambuco!, firmato da lui e dal sottoscritto (edito da Youcanprint, disponibile in edizione cartacea e ora anche in versione e-book Pdf). In 190 pagine si snoda un percorso lungo 25 anni - gli ultimi - tra vicende e grafiche elettorali ai limiti dell'incredibile, pur se limitate a una sola regione, il Piemonte.   
Quando il Parlamento, nello scrivere la legge n. 81/1993 (quella che ha introdotto l'elezione diretta del sindaco e il ballottaggio per i comuni superiori), decise di eliminare il requisito della sottoscrizione delle liste nei comuni minuscoli, lo fece per ragioni ben precise: in centri così piccoli era difficile raccogliere anche solo poche firme, anche solo perché i residenti potevano provare diffidenza verso proposte elettorali nuove o temere di rovinare rapporti all'interno del paesino, se avessero aiutato a presentarsi una lista che sarebbe risultata perdente. Di questa situazione, però, hanno approfittato in molti, soprattutto alcuni partiti - generalmente di destra - che cercavano di radicarsi a livello locale: nei comuni in cui era probabile che venisse presentata una sola lista locale, bastava anche solo un voto per prendere tutti i seggi riservati all'opposizione. Varie formazioni hanno dunque presentato candidature qua e là, a volte con poca logica, altre volte con una strategia più ragionata (ma non sempre vincente).
I comunelli sono sparsi in tutta l'Italia, ma risultano concentrati soprattutto in alcune zone: a conti fatti, il Piemonte è la regione più ricca di comuni con meno di mille abitanti e già questo era un ottimo motivo per scegliere quell'area come caso di studio. Il pubblico di questo sito, poi, sa bene che in terra piemontese vari personaggi dalla mente elettorale fervida o in perenne ricerca di visibilità si sono specializzati nel partecipare con costanza alle elezioni nei comuni minori (e non solo in quelli). Massimo Bosso, poi, è piemontese Doc e ha messo a frutto la sua lunga esperienza di responsabile elettorale nazionale di uno dei partiti che più hanno praticato la via "sotto i mille": naturale che conosca benissimo le vicende elettorali del territorio, compresi gli eccessi e le storture.
In effetti - anche ai #drogatidipolitica tocca ammetterlo - a volte si è esagerato: nel 2000 a Vistrorio si contarono sette aspiranti sindaci (per 436 aventi diritto al voto) e altrettanti furono nel 2005 a Isolabella e nel 2011 a Castelletto Cervo (rispettivamente 339 e 727 elettori). Per non parlare di ciò che è accaduto in un piccolissimo centro del cuneese, Sambuco (non a caso scelto per il titolo): nel 2007 le uniche due liste sulla scheda erano del tutto estranee al comune, mentre dieci anni prima si recarono ai seggi solo 22 elettori (su 102 aventi diritto) e nessuno di loro votò l'unica lista in corsa, tutta fatta di "forestieri". E pensare che loro avevano scelto di mettersi in gioco per dare almeno una possibilità di scelta ai sambucani; altri, di solito autoctoni, si erano presi la briga di presentare una seconda lista "di comodo", spesso di scarso appeal anche grafico, giusto per scongiurare il rischio che le elezioni potessero risultare nulle perché non aveva votato almeno il 50% degli elettori (lo richiede la legge quando c'è una sola lista in corsa).
Il libro - che è già disponibile, in cartaceo, anche su Ibs ed è in arrivo anche su Amazon - accompagna il lettore in un viaggio alla scoperta di uno degli angoli più interessanti della microItalia che vota, ricco di contraddizioni, controversie, soluzioni discutibili e colpi di genio. Una miniera di storie da raccontare e di simboli da sfogliare, uno dopo l'altro (dai Verdi Verdi ad Amare Sambuco), anche grazie alla pazienza di decine di persone interpellate e disturbate per raccogliere tutto il materiale. A chiunque voglia incamminarsi con noi, buona lettura!

venerdì 29 novembre 2019

Racconti d'autore: In alto a sinistra (di Bruno Magno)

Il post di oggi non dà notizie, non analizza una novità, non contiene un'intervista. Racconta invece una storia, anzi, le storie di tre persone che agiscono e di tante altre che possono o potevano riconoscersi nella scena tracciata con le parole. A narrare questa storia, queste storie è Bruno Magno, che solo poche settimane fa ha fatto vivere a me e a chiunque segua questo spazio ogni momento della nascita del simbolo del Partito democratico della sinistra, con falce e martello rimpiccioliti ai piedi dell'albero che per tutti sarebbe stato una quercia. Ora Bruno ci fa un altro dono, permettendomi di pubblicare un suo racconto, decisamente autobiografico, relativo a un episodio della campagna elettorale verso le elezioni politiche del 19 e 20 maggio 1968, avvenuto a Manfredonia. Più che in molti commenti e analisi, qui si tocca davvero il valore e la forza che un simbolo - soprattutto questo - aveva e portava con sé. E dover parlare al passato, inevitabilmente, ha un retrogusto amaro. Buona lettura.  

«Questa volta gli facciamo un culo così!», disse Ciccillo, quando uscirono da una casa dove erano stati accolti con particolare simpatia. Accennò anche al gesto che solitamente completa la frase. Con difficoltà, perché aveva le mani impegnate: era carico – come il giovane compagno che era con lui, uno studente timido e di poche parole – di stampati di propaganda elettorale che, in quella calda domenica di maggio, andavano distribuendo casa per casa.
Appariva euforico, Ciccillo. Forse anche per i bicchierini di rosolio che in diverse case gli avevano offerto. Egli era convinto di avere riscontrato nelle case visitate un clima favorevole, un’accoglienza più affettuosa che in occasione di altre campagne elettorali. E questo era un ottimo segno, riguardo ai risultati delle prossime votazioni.
Il suo compagno era invece poco incline agli entusiasmi, e non solo perché beveva meno. Ricordava bene, lui, la grande delusione delle votazioni precedenti, quando in ultimo arrivarono i dati degli scrutini dai seggi del centro storico e da quelli dei quartieri abitati prevalentemente da pescatori, a vanificare i risultati davvero esaltanti delle zone periferiche del paese.
Era, quello a loro assegnato, un quartiere di braccianti, e da qualche anno anche di emigranti. Lì il Partito raccoglieva percentuali di voti straordinarie. In quelle strade le decine di attivissime bizzoche impegnate – anche loro, naturalmente per il partito avverso – a fare propaganda casa per casa, nemmeno avevano il coraggio di farsi vedere. Qualcuna che ci aveva provato era stata scacciata in malo modo e – così si raccontava – persino minacciata con la scopa e rincorsa per le strade, inseguita da turbe di ragazzini sghignazzanti.
Ciccillo e lo studente stavano percorrendo quelle strade da alcune ore, e il caldo e la fatica cominciavano a farsi sentire, quando arrivarono davanti a quella casa, un sottano dal muro imbiancato di fresco. Fuori dell’uscio una giovane donna era intenta a stendere il bucato su una cordicella fissata al muro con due chiodi. Era visibilmente incinta e questa condizione la costringeva a muoversi con faticosa lentezza. Per evitare di doversi chinare ogni volta, teneva la tinozza con il bucato sopra uno sgabello accanto a sé.
I due si avvicinarono e lei girò gli occhi verso di loro, continuando ad appendere i panni con le mollette. Ciccillo la guardò, e poi sporse lateralmente la testa per poterla vedere bene in viso. «Ma tu non sei la figlia di Concetta?» «Sì. Io pure vi conosco», disse lei, asciugandosi con un lembo del sinale le mani, che apparivano arrossate sulle nocche. «Aspetta, che mi ricordo: sì, tu ti chiami Giovanna. Come tua nonna. Sicché, è qui che sei venuta ad abitare... Eh, io e tuo padre buonanima per quanti anni abbiamo lavorato insieme nelle masserie, sott’acqua e sotto vento! Andavamo sempre insieme. Se un caporale ingaggiava uno, doveva prendere pure l’altro. E come sta tua madre? Da quanto tempo non la vedo...!» «Sta bene. Adesso sta bene. Vive con Francesca, la mia sorella grande», rispose lei con un sorriso timido, le mani appoggiate sul grembo. «Volete entrare?», aggiunse iniziando a slacciarsi il sinale. Poi scostò la rete dell’uscio e i due entrarono.
La casa, arredata con mobili evidentemente economici ma nuovissimi, era linda e ordinata, e odorava di varechina.
«Accomodatevi», disse scostando un poco due sedie dal tavolo al centro dell’unica stanza. «Vi posso offrire qualcosa?»
«Non ti disturbare», rispose Ciccillo. «Se continuiamo a bere, la strada di casa non la troviamo più...». Poi ripiegò un lembo del centrino di pizzo e depositò i suoi pacchi sul tavolo. Il suo compagno non se la sentì di prendersi una tale confidenza e preferì invece posare il suo carico sulla sedia che gli era accanto.
I due si accomodarono e poi anche la donna si sedette a un angolo.
«Mi ricordo che eri piccola così, e dalla campagna tuo padre ti portava i bastoncini di liquirizia e le carrube... E quando ti sei sposata?», chiese Ciccillo. «Fanno otto mesi fra una settimana», rispose lei. «E sapete chi è il marito mio? Antonio Rigninesi, penso che lo conoscete: il padre è un compagno vostro, Michele Rigninesi, faceva il cavamonti. Li chiamano “i Furnacelli”. Abitano dietro la chiesa della Croce...»
«Ah, sì... è gente onesta, faticatori», disse lui, annuendo.
«Quanto manca?», domandò ancora Ciccillo, indicando la pancia della donna con un breve movimento della testa. «Deve uscire alla fine del mese entrante», rispose lei abbassando gli occhi.
Lo studente approfittò del loro dialogare per lanciare uno sguardo intorno. Tutte quelle case erano uguali. Gli stessi mobili laccati, i centrini di pizzo sul piano del tavolo e sui comodini, il grande letto addossato alla parete di fondo. E, in capo al letto, la Madonna col bambino, in bassorilievo di gesso smaltato. E al centro tra i cuscini, seduta sulla coperta di raso, una bambola vestita di organza, con le braccine protese in avanti. Come quella che anche sua madre teneva sul letto.
«Antonio fa il manovale in Olanda. È partito a novembre. Sono quasi sei mesi... Però a Pasqua è stato qua tre giorni», sentì che diceva la donna, e il ragazzo tornò con lo sguardo al modellino in legno di un mulino a vento che aveva visto sopra una piccola mensola. Lei si sollevò dalla sedia e si avvicinò alla parete dove era un mobiletto con una piccola radio e, affissa al muro, una grande stampa oleografica raffigurante Dante che da dietro una colonna spia Beatrice. Sfilò una delle cartoline che erano inserite tra il vetro e la cornice di legno intagliato e dal mobiletto sottostante prese un piccolo vassoio con una bottiglia di rosolio e due bicchierini.
La donna versò il liquore e sedendosi porse la cartolina a Ciccillo. Era la fotografia di un caratteristico paesino olandese, con i tetti a cuspide e i muri in mattoni.
«Beh, sono proprio contento che ti sei sistemata. Alla salute!», disse Ciccillo buttando giù il liquore con un sol sorso.
«Non ti voglio far perdere tempo. Come sai, fra due settimane ci sono le elezioni. Ti abbiamo portato un po’ di materiale. In questo si parla dei vent’anni di governo democristiano», disse sfogliando le prime pagine di un fascicolo illustrato. «Eccoli qua, questi sono i signori che hanno rovinato l’Italia.» Chiuse il fascicolo e lo spostò vicino alla donna. «Qui, invece, c’è la storia di un lavoratore che poi è costretto a emigrare. È fatto come un fotoromanzo. Questo è veramente bello, è meglio di Grandotel. Mia moglie mentre lo leggeva si è fatta tutta una tirata di pianto. Leggilo, perché è fatto veramente bene... Tieni, ti do pure un volantino sulle pensioni, così lo leggi a tua madre.»
Poi prese e spiegò due schede elettorali in facsimile e le pose davanti a sé, orientate però verso la donna. «Quando sarai nel seggio elettorale ti daranno due schede. Sulla scheda gialla devi solo mettere una croce qua, sul simbolo nostro... Anzi no, che sto dicendo! Tu sei troppo giovane. Tu voti solo per la Camera. A te daranno solo la scheda grigia, una scheda grigetta come questa. Qui si possono mettere anche le preferenze. Le preferenze sono quattro e le devi scrivere su queste righe, come le vedi qua. Questi che vedi già scritti sono i numeri dei candidati indicati dal Partito. Comunque, se non sai scrivere o hai paura di sbagliare, fai solo la croce sul simbolo, che è la cosa importante.» Lei annuiva con un sorriso lieve, senza soffermarsi troppo a guardare, per significare che sapeva già tutto.
«Allora, hai capito? – riprese Ciccillo cominciando ad alzarsi dalla sedia – Devi mettere una bella croce qui, sulla lista numero uno. Ricorda, il primo simbolo!» E, battendo l’indice sull’angolo alto della scheda, ribadì con forza: «Non ti sbagliare: è il primo simbolo in alto a sinistra!». La donna, piegandosi un poco in avanti sul tavolo, seguì con gli occhi il gesto e poi fermò lo sguardo sul cerchietto con le due bandierine e la falce e martello. Rimase immobile per un lungo momento, poi quella piccola immagine si confuse e si sciolse nei suoi occhi. Allora chinò un poco la testa e cominciò a piangere in silenzio.
I due, in piedi, rimasero a guardarla imbarazzati, muti e immobili. Lei estrasse da sotto il polsino del vestito un fazzoletto e se lo premette sugli occhi. «Proprio così mi ha detto lui quando è partito…», mormorò con voce rotta, stropicciando il fazzoletto tra le mani.


Un grazie, non misurabile, a Bruno Magno per aver condiviso questa memoria e grazie ad Antonio Folchetti per avere condiviso anche questo passaggio. Le immagini sono tratte da vari numeri dell'Unità del 1968; il fac simile della scheda è stato ricostruito a partire dall'ordine delle liste riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno

giovedì 28 novembre 2019

Simbolo M5S, esclusiva negata al primo MoVimento. E ora?

Ci è voluto oltre un anno e mezzo per arrivare a una prima sentenza nel procedimento iniziato a febbraio del 2018 davanti al tribunale di Genova dal curatore speciale del MoVimento 5 Stelle nato nel 2009 contro le associazioni omonime (costituite nel 2012 e nel 2017): la richiesta di ottenere la disponibilità del sito www.movimento5stelle.it e di vedersi riconoscere l'esclusiva titolarità del nome e del simbolo del M5S, con tanto di risarcimento dei danni, è stata respinta. La notizia è di una settimana fa  - la sentenza, datata 4 novembre, è stata resa pubblica il 21 - ma non ha avuto troppo spazio sui media (pur essendo stata diffusa da Adnkronos), probabilmente perché di fatto nulla cambia sul piano politico e giuridico; non per questo, tuttavia, la pronuncia non merita di essere analizzata con attenzione. 

* * *

Non è inutile ricordare che il 12 gennaio il tribunale di Genova aveva nominato un curatore speciale per il MoVimento 5 Stelle fondato nel 2009 (d'ora in avanti M5S-1), accogliendo il ricorso con cui un gruppo di iscritti della prim'ora aveva rilevato l'esistenza di un conflitto di interessi di Beppe Grillo per il ruolo apicale rivestito nei tre MoVimenti, soggetti non coincidenti tra loro (nelle regole interne e nei programmi), dunque confondibili. Il curatore, l'avvocato Luigi Cocchi, alla fine di febbraio si era rivolto sempre al tribunale di Genova, chiedendo che fosse inibito l'uso del nome e del simbolo a Grillo nonché alle associazioni denominate MoVimento 5 Stelle, fondate nel 2012 (M5S-2) e nel 2017 (M5S-3, fondato tra l'altro il 20 dicembre 2017 solo da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, come si è appreso durante questo processo, dopo il deposito dell'atto costitutivo): secondo il curatore i segni spettavano solo alla "non associazione" del 2009 (il M5S-1), perché altrimenti questa non avrebbe visto tutelata la propria identità personale e la sua possibilità di agire (a che serve chiamarsi in un modo se i propri segni identificativi vengono usati da altri?). Cocchi aveva anche chiesto che Grillo consegnasse al M5S-1 le banche dati degli iscritti alla "non associazione", così da permettere ai nuovi rappresentanti del soggetto nato nel 2009 di ricostituire i rapporti di comunicazione e informazione con i loro iscritti.
La questione era già stata affrontata dai giudici in sede cautelare: il curatore temeva che i diritti del M5S-1 potessero essere pregiudicati irreparabilmente dalla confondibilità delle tre associazioni tutte chiamate M5S. In prima battuta, il 27 marzo, le richieste di Cocchi erano state respinte, ritenendo che ci fosse una differenza tra la "non associazione" del 2009 ("destrutturata") e quelle nate in seguito, qualificabili come partiti dunque "con una indubbia evidenza di rilievo pubblico"; in più, lì si sostenne che il M5S-1 non aveva provato di essere titolare del nome e del simbolo o anche solo del diritto a usarli e si ritenne che la pretesa di ottenere i dati degli iscritti fosse "sproporzionata e sbilanciata, in rapporto alle esigenze di tutela della privacy [...] per essere supportata da una quarantina di iscritti all'associazione, a fronte di circa 150mila". 
Cocchi, tuttavia, presentò reclamo: il 24 maggio dello scorso anno un collegio di giudici emise un'ordinanza con conclusioni in parte diverse. In effetti il verdetto rimase identico sulla parte dei segni distintivi: per i magistrati non c'erano indizi a suffragio della titolarità esclusiva del nome e del simbolo in capo alla "non associazione" del 2009 (anche il M5S-2 risultava titolare del diritto al nome e la contrarietà all'uso del nome da parte di 45 persone su 150mila iscritti non sarebbe stata indicativa di una contrarietà generale). In compenso, il collegio di reclamo ritenne di non doversi occupare in sede cautelare delle richieste sull'accesso esclusivo al sito (riconoscendo la complessità della questione), ma decise che per poter aprire un nuovo sito che assicuri l'operatività dell'associazione (come "sede" della stessa) la "non associazione" doveva disporre dei dati degli iscritti, quindi Grillo doveva consegnarli (e ciò era conforme alle norme sulla privacy). 

Si può ora analizzare il contenuto della sentenza di primo grado, dopo aver ricordato che, a sostegno delle posizioni del curatore speciale del M5S-1, sono intervenuti 23 iscritti alla "non associazione" del 2009 (legati al "Comitato per la Difesa dei Diritti dell'Associazione M5S", che nel 2018 era riuscito a ottenere dal presidente del tribunale di Genova la nomina del curatore speciale, e difesi tra l'altro dall'avvocato Lorenzo Borrè). In prima battuta, la giudice Paola Luisa Bozzo Costa - la stessa che aveva emesso la prima ordinanza di rigetto totale ha dovuto sciogliere varie questioni preliminari, tra le quali le contestazioni di Grillo e dei M5S-2 e 3 relative alla nomina del curatore speciale. Da una parte le parti interessate non avrebbero impugnato nei termini il decreto di nomina del curatore ritenuto viziato; dall'altra è risultato indubbio il ruolo di Grillo come capo politico dell'associazione del 2009, così come era evidente l'esistenza di un conflitto di interessi, visto che Grillo, quale legale rappresentante del M5S-2, avrebbe compiuto "comportamenti contrari agli interessi dell'associazione 2009". 
Nel merito, il tribunale ha confermato la condanna di Beppe Grillo a consegnare al M5S-1 le banche dati degli iscritti a quell'associazione, come aveva deciso il collegio di reclamo (e a differenza di quanto sostenuto nella sua ordinanza dalla stessa giudice Bozzo Costa). Per il tribunale non c'è la prova che l'associazione del 2009 sia titolare del sito e del dominio www.movimento5stelle.it (il M5S-2 è registrant del dominio dal 16 novembre 2015: questo l'avrebbe ricevuto dalla Casaleggio associati che, a sua volta, il 9 novembre 2010 l'aveva acquistato dal privato che lo aveva creato il 9 ottobre 2009); emergerebbe però che il soggetto che ha esercitato il servizio di hosting per il sito "ha offerto tale servizio, asseritamente, a titolo di cortesia e, ad un certo punto, ha deciso di fornirlo solo all’Associazione 2017, 'sfrattando' di fatto l'Associazione 2009". Al M5S-1, dunque, "in assenza del sito è obiettivamente impedita qualsiasi attività": da "non statuto" la sua sede coincide con l'indirizzo www.movimento5stelle.it. E se pure non si è dimostrata l'esistenza di un accordo perché quello spazio web fosse assicurato alla sola associazione del 2009 (non potendosi obbligare il gestore o il M5S-3 a dare al M5S-1 l'accesso esclusivo al sito), la "non associazione" poteva continuare la sua attività - registrando un altro dominio e ricreando un sito simile a quello da cui è stata "sfrattata" - solo disponendo dei dati essenziali degli iscritti per poterli contattare: questi sono stati consegnati dopo l'udienza di prima comparizione al curatore speciale, anche se pare che questi non li abbia ancora usati perché - sbagliando, secondo la giudice - riteneva che non gli fosse ancora consentito
Il tribunale ha però confermato l'ordinanza emessa a seguito del reclamo anche quanto alla titolarità del nome e del simbolo del MoVimento 5 Stelle, negando dunque che i segni identificativi del M5S spettassero in esclusiva alla "non associazione" operante dal 2009. Posto che la causa verteva in materia di diritti della personalità (e non di diritti di utilizzo economico di segni distintivi: il simbolo del M5S è stato registrato come marchio, ma qui si discute dell'uso del segno come elemento di identificazione di uno o più soggetti), si è chiarito dall'inizio che "nessuna delle parti convenute ha mai contestato a parte attrice il diritto di fare uso del nome (e neppure del contrassegno) descritto in giudizio": qui però si discuteva della richiesta del M5S-1 di essere dichiarato unico titolare dei segni di identificazione, censurando l'uso da parte delle altre associazioni come usurpazione. 
Per la giudice qui non ci sono state scissioni in seguito a trasformazioni radicali di partiti (inevitabili pensare alle vicende di "falce e fiammella" relative al Pci-Pds e al Msi-An; le parti hanno citato anche il caso - o, volendo, la saga - della Dc) per cui si è discusso del diritto all'uso di nomi e simboli. Qui c'è invece - torna un'osservazione fatta dalla giudice nella sua prima ordinanza di rigetto - un contenzioso tra "una associazione non riconosciuta che, pur svolgendo principalmente attività politica finalizzata alle competizioni elettorali, esclude espressamente di essere un partito politico (così come di poterlo diventare in futuro) e rifiuta di farsi imbrigliare dalle regole ordinamentali limitando al minimo anche le proprie", ossia la "non associazione" del 2009 (M5S-1) e "due associazioni che, invece, hanno svolto e stanno svolgendo attività politica in quanto partito, avendo struttura e regolamentazioni in conformità alle prescrizioni ordinamentali", cioè le associazioni costituite nel 2012 (M5S-2) e nel 2017 (M5S-3). La prima sarebbe un'associazione "destrutturata, nella quale la comunità degli aderenti si è riconosciuta per l'assenza di intermediazioni, di apparati, di organi di rappresentanza, di gerarchie"; le altre sono "strutturate, regolamentate e svolgono [...] attività politica in qualità di partiti, con una indubbia evidenza e rilevanza pubblica". ll sorgere delle associazioni del 2012 o del 2017 per il tribunale non ha comportato scissioni: ciò non emerge dagli atti costitutivi del M5S-2 e del M5S-3 (risulterebbe anzi l'intento "di proseguire l'impegno ed indirizzo politico intrapreso dall'associazione 2009") e le parti non hanno mai detto nulla di simile in giudizio.
La giudice riconosce, come aveva fatto nella sua prima ordinanza, che l'uso del nome e del simbolo da parte del M5S-2 e (soprattutto) del M5S-3 appare "astrattamente idoneo a svilire la funzione identificativa del nome e del simbolo dell’Associazione 2009": i soggetti operano nello stesso contesto socio-politico e il M5S costituito nel 2017 partecipa direttamente alle elezioni, cosa che il M5S del 2009 non poteva fare. Mancherebbe però la prova che la "non associazione" sia "titolare in via esclusiva di nome e simbolo e che le controparti ne abbiano fatto uso indebito": le scarne regole del "non statuto", in particolare, parlano all'art. 3 del nome "abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti di uso dello stesso". Altri documenti avrebbero provato la titolarità del simbolo (registrato da Grillo anche come marchio, ma qui inteso come segno identificativo) in capo a Grillo, come l'annuncio - il 17 novembre 2015 - di voler togliere sul suo nome dall'emblema e l'apertura del voto per decidere come sostituirlo e le indicazioni del "non statuto" sulla necessità di specifica autorizzazione del titolare per usare il marchio. 
Non è poi stato provato che ad autorizzare detto uso alle elezioni sia stato, in qualunque fase, il M5S-1, in quanto titolare esclusivo di quel diritto: deporrebbe in tal senso la nuova versione del "non statuto" del 2015 (che attribuisce la titolarità dell'emblema all'associazione M5S, quella costituita nel 2012 in vista della partecipazione alle elezioni e che nel frattempo aveva ricevuto da Grillo i diritti sull'emblema, come risulta dall'atto costitutivo). Anche nel regolamento del MoVimento, adottato nel 2016 - oggetto di un altro contenzioso civile, ancora in corso presso il tribunale di Roma - si ribadisce il potere del capo politico - Grillo - di autorizzare e di fatto di inibire l'uso del simbolo; proprio Grillo, del resto, come legale rappresentante del M5S-2 ha depositato il contrassegno al Viminale.
Lo stesso uso, nel simbolo del M5S, della V maiuscola "con grafia di fantasia" e delle 5 stelle nel cerchio era stato mutuato dall'emblema creato per la "Lista CiVica a 5 Stelle", progetto direttamente legato a Beppe Grillo fin dal lancio dell'iniziativa "comuni a 5 Stelle" nel 2007, proseguito con le prime liste civiche (senza nome e immagine coordinata) nel 2008, fino alla presentazione delle Liste CiViche I'8 marzo 2009, tutto mediante il blog www.beppegrillo.it. Per inciso, nella parte che richiama le tappe che hanno preceduto la nascita del MoVimento la sentenza riproduce quasi per intero un mio articolo giuridico, che la rivista Federalismi.it pubblicò nel 2013; si riconosce bene la stessa ispirazione, al di là di inevitabili - e non sempre appropriate - variazioni testuali, nella parte relativa alla natura giuridica del M5S-1, che a dispetto dei nomi usati ("non associazione" e "non statuto") si configura come una vera e propria associazione dotata di un vero statuto (non di un atto costitutivo, a quanto si sa), ma ha richiesto la costituzione di associazioni distinte per concorrere alle elezioni locali nei primi anni. Tutto ciò fa dire al tribunale che nome e simbolo non rientrano "nel patrimonio comune ed esclusivo dell'associazione 2009", essendo stati condivisi "con altre associazioni locali che si sono fatte carico di partecipare formalmente alle consultazioni elettorali quanto meno fino al 2012" ed essendo il simbolo registrato a nome di Grillo, il quale avrebbe avuto il potere di "decidere sull'uso dell'emblema [...] (e, di riflesso, anche sul nome)" con riguardo a militanti ed eletti M5S.
Circa la progressiva coesistenza di tre soggetti denominati MoVimento 5 Stelle, per la giudice sarebbe indice non di un conflitto politico, ma di "una progressiva trasformazione dell'associazione 2009 nei suoi aspetti organizzativi interni e soprattutto strutturali ed istituzionali", mentre sarebbe stata evidenziata una "continuità nel solco con la tradizione politica dell'associazione 2009": mancherebbe il "rischio di sviamento per gli elettori" e, secondo il tribunale, pure "la lamentata perdita di democraticità diretta che sarebbe stata la cifra esclusiva dell'associazione 2009" (mentre, in base agli atti prodotti nella causa, essa sarebbe stata messa in ombra dall'inizio dalla "forte centralizzazione del potere decisionale nelle mani del leader"; la stessa titolarità esclusiva del simbolo in capo a Grillo sarebbe stata "in sostanziale contrasto con la filosofia dell'orizzontalità (uno vale uno) e dell’assenza di un leader"). Al contrario, atto costitutivo e statuto dell'associazione del 2017 (M5S-3) "prevedono le procedure relative alla selezione delle candidature ed alla definizione dei programmi e delle politiche da sostenere in parlamento, la possibilità per iscritti di esprimersi rispetto alle decisioni interne", indicano altre procedure per eleggere gli organi interni e sfiduciare il capo politico; sono invece venute meno le prerogative della leadership e "l'infrastruttura informatica deputata alla gestione dei processi decisionali [...] risulta [...] chiaramente identificata e soggetta a controlli da un organismo indipendente ad evidente vantaggio della democrazia diretta".
Mancherebbe infine il presupposto per parlare di usurpazione di nome e simbolo da parte delle associazioni costituite nel 2012 e nel 2017, perché non ci sarebbe un uso contro la volontà della "non associazione" del 2009: per il tribunale il numero di iscritti al M5S-1 che hanno formalmente lamentato l'uso confusorio dei segni identificativi del Movimento (anche aderendo all'iniziativa giudiziaria in esame) è troppo contenuto per potersi parlare di contrarietà della maggioranza (o almeno di una consistente minoranza) di soci della "non associazione" all'uso del nome e del simbolo fatto dai MoVimenti costituiti in seguito.


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Le parti e ogni interprete non possono far altro che prendere atto del contenuto della sentenza; non è improbabile che il curatore del M5S-1, essendosi visto rigettare tutte le sue richieste in materia di nome e simbolo, decida di impugnare la decisione e rivolgersi alla corte d'appello (non possono invece farlo gli iscritti intervenuti, potendo limitarsi a intervenire nell'eventuale giudizio di secondo grado instaurato da Cocchi). Per quanto rileva qui, alcuni punti devono essere rapidamente analizzati. 
Innanzitutto, stupisce che ancora si sottolinei la differenza tra il M5S-1, "non partito destrutturato" e le due associazioni omonime, che si sono comportate come partiti, facendo discendere riflessioni e decisioni da tale differenza. Sul piano giuridico - più rilevante di quello organizzativo - i tre soggetti sono identici, essendo tutte associazioni non riconosciute (anche il M5S-1, che si qualifica come "non associazione"); di più, tanto il M5S-2 (2012), quanto il M5S-3 (2017) non hanno mai assunto la qualifica giuridica di "partiti politici" per scelta, non avendo mai sottoposto - a quanto si sa e almeno fino ad ora - il loro statuto all'esame della Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici, istituita dal decreto-legge n. 149/2013 e incaricata di valutare la rispondenza degli statuti ai requisiti di legge. Anche dopo le modifiche fatte per adeguare gli statuti a molte delle previsioni normative, il MoVimento non ha mai avviato quel procedimento, probabilmente per non essere in condizione di fruire del denaro pubblico e delle agevolazioni che la legge riserva ai partiti i cui requisiti di democraticità sono stati verificati; tuttavia, se di partiti si parla, lo si deve fare in termini tecnici (certo, il M5S-2 e il M5S-3 hanno presentato e presentano i rendiconti e gli altri documenti economici legati alla partecipazione alle elezioni sovralocali, ma ciò non rende il M5S un partito). Di più, tuttora vari eletti del M5S rivendicano come il MoVimento non sia un partito e mai lo diventerà: un conto sono le parole e un conto sono le forme giuridiche, ma occorrerebbe intendersi e chiarirsi una volta per tutte.     
Nella sentenza poi, pur riconoscendo il conflitto di interessi in capo a Grillo per i ruoli rivestiti nelle tre associazioni denominate MoVimento 5 Stelle, si risolve la questione dei rapporti tra i M5S inquadrandola come "progressiva trasformazione dell'associazione 2009 nei suoi aspetti organizzativi interni e soprattutto strutturali ed istituzionali", connotata da "continuità nel solco con la tradizione politica dell'associazione 2009". Di continuità giuridica ovviamente non si può parlare: c'è un atto costitutivo di un nuovo soggetto e non risulta nemmeno siano stati attivati i meccanismi di trasformazione previsti dall'art. 42-bis del codice civile. Si è visto in passato come la continuità politica tra il M5S-1 e il M5S-3 non sia piena, anche solo per la questione delle alleanze, prima non contemplate mentre ora queste sono possibili (e si sono verificate, come nel caso dell'Umbria); è però noto che al giudice sono preclusi giudizi di natura politica, dunque non si può chiedere al tribunale di valutare quanta continuità politica (o di "ortodossia") vanti l'uno o l'altro soggetto. Alcune cose però si possono dire. Innanzitutto, utilizzare il metro della continuità politica per avallare l'uso di un segno identificativo è in parte pericoloso: si rischia di consentire a chiunque voglia porsi in continuità con un soggetto associativo/politico esistente l'uso del nome e della grafica di quel soggetto, senza che questo possa opporsi. Chiaramente qui tutto si complica perché il nome del M5S-1 era anche contenuto in un marchio poi registrato, quindi i due piani di fatto si sono confusi... e forse per questo si dovrebbe evitare di registrare un emblema politico presente o futuro come marchio, proprio come auspica il Ministero dell'interno) e perché i soggetti in posizione di comando in quelle associazioni erano pochissimi e in accordo tra loro; il problema, tuttavia, va posto. 
Occorre poi aggiungere un'altra questione. Dopo la nascita del M5S-3 alla fine del 2017 (tra l'altro a opera di due soggetti - Di Maio e Davide Casaleggio - che non avevano cariche né nel M5S-1 né nel M5S-2, salvo poi trovarsi nella disponibilità esclusiva del sito-sede della "non associazione": nella sentenza non si trova nulla sul punto), l'operatività di questa è parsa configurarsi a tutti gli effetti come una "migrazione" di iscritti dal M5S-1 al M5S-3. In altre parole, si era immaginato un vero e proprio travaso, che avrebbe dovuto portare alla fine allo "svuotamento" del M5S-1, ritenuto evidentemente non più idoneo dal punto di vista giuridico e organizzativo per operare. Ora, si può discutere sul fatto che il M5S-3 abbia oggetto e finalità contrastanti con il M5S-1 (paradossalmente è la stessa giudice a rilevare importanti differenze sul piano della leadership e della democrazia diretta tra le due associazioni); se però quei contrasti ci sono, è chiaro che - come recita il "non statuto" - l'iscrizione al M5S-3 non è compatibile con quella al M5S-1, comportando perdita dei requisiti di ammissione e, dunque, il venir meno della qualità di socio. Ciò ha gli stessi effetti di un recesso, con ciò che ne consegue quanto alla possibilità che altri utilizzino il nome e il simbolo dell'associazione. 
Già, perché a quel punto si porrebbe un problema serio. Dice la giudice che nessuno ha mai contestato al M5S-1 il diritto a usare il nome o il simbolo (senza il dominio di Grillo, ma forse anche senza quello del M5S, di cui non dispone più... e che dire del simbolo senza sito, registrato come marchio da Grillo?). Se è così, occorre porsi alcune domande: che accadrebbe se il curatore speciale organizzasse una manifestazione di rilievo nazionale con nome e simbolo del M5S, essendo incontestato il suo diritto a usarlo? Il M5S-3 (come utente) e il M52-2 (come titolare) non reagirebbero, oppure lamenterebbero un rischio di confusione, non trattandosi più di un uso limitato e poco visibile? 
Altra questione finora non presentatasi e, volendo, ancor più grave: che succederebbe se, a fronte di una congrua raccolta firme, il curatore speciale presentasse o facesse presentare liste nazionali con quel contrassegno? Qualcuno invocherebbe e applicherebbe le norme elettorali che, per tutelare gli elettori, vietano l'uso di simboli usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento (nel 2013 il M5S-2, dal 2018 il M5S-3), ma allora che ne sarebbe del diritto del M5S-1 a utilizzare nome e simbolo (pur se non in via esclusiva), fin qui non contestato? Si chiederebbe una semplice modifica per differenziarlo formalmente dall'altro emblema o, più probabilmente, verrebbe imposto un cambio totale di grafica, magari non accettando neanche minimi rimandi grafici all'esperienza del M5S (una stella, un carattere rosso di una parola nera), adducendo che - come si è ampiamente visto - il diritto elettorale è lex specialis rispetto a quello dei segni identificativi ed le sentenze sul piano civile non rilevano in sede di elezioni? Non toccava ovviamente occuparsi di questo alla giudice qui impegnata, ma evidentemente si tratta di conseguenze della sentenza su cui gli studiosi sono chiamati a interrogarsi: che senso ha riconoscere a un soggetto di natura politica il diritto al nome, se poi in sede elettorale non può farne uso?
Quanto all'argomento numerico per confutare l'esistenza di una volontà dell'associazione M5S-1 contraria all'uso di nome e simbolo da parte degli altri due soggetti omonimi, pare che il tribunale non abbia minimamente tenuto in conto - perché non se ne trova traccia nella motivazione - il fatto che la situazione giuridica soggettiva dell'associazione è autonoma da quella degli associati: l'esistenza dei diritti dell'associazione, difatti, prescinde da un semplice computo numerico degli associati favorevoli o contrari a una determinata decisione (anche se, naturalmente, l'argomento non sarebbe stato inserito dalla giudice nella sentenza se il numero delle lamentele fosse stato ben più consistente).       
Sulla questione del sito, infine, senza entrare nei dettagli sulla titolarità dello stesso - i primi passaggi nella sentenza non sono chiarissimi e da quel testo non ci sono tutti gli elementi per analizzare a fondo il trasferimento del dominio dal creatore alla Casaleggio associati - è opportuno almeno notare che, come ha rilevato la stessa giudice nella sentenza, la sede del MoVimento 5 Stelle nato nel 2009 è fissata nel sito www.movimento5stelle.it, ma lì si dice anche che "i contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente" grazie a una pagina-form interna a quello stesso sito. Ciò significa che, pur disponendo di nuovo dei dati degli iscritti, il M5S-1 non sarebbe in grado di rispettare uno dei pochi contenuti del suo stesso "non statuto"; per poterlo cambiare, dovrebbe comunque modificare lo statuto stesso, secondo procedure indicate per relationem dal regolamento del M5S e che comunque richiedono la disponibilità del sito da cui il M5S-1 è stato "sfrattato". Si tratta di problemi di non poco conto, che in un modo o nell'altro sono stati sollevati dagli iscritti intervenuti; nella sentenza, però, non c'è traccia di riflessioni sul punto. 
Non è giusto concludere la riflessione senza ammettere che qualunque decisione in materia doveva, deve e dovrà fare i conti con un problema concreto: un conto è mettere in dubbio decisioni dei vertici del M5S con effetto limitato a poche persone o a livello locale (ciò ha riguardato, ad esempio, le vicende processuali di Roma, Napoli e Genova, i cui ricorsi sono stati vittoriosi in sede cautelare, anche solo di reclamo); ben altro conto è attaccare decisioni di rilievo nazionale, che possono avere effetti sull'attività generale del soggetto politico. In altre parole, nel giudizio richiesto ai magistrati sulla validità di atti del M5S non può non avere un peso il fatto che eventuali vizi o comportamenti attaccabili sul piano giuridico potrebbero minare la legittimità della forza politica che nel 2018 era risultata più votata e attualmente comunque gode di una percentuale a due cifre: a prescindere da come stiano realmente le cose, i giudici chiamati a esprimersi vengono caricati di una responsabilità pesante, con cui è inevitabile fare i conti in qualunque senso. Per questo, nell'analizzare le decisioni - mettendone in luce punti di forza e di debolezza - occorre non perdere mai di vista il rispetto per le persone e la comprensione per la delicatezza della situazione che si trovano tra le mani.