venerdì 21 agosto 2026

"Visto da Nord", lo sguardo di Noccetti (leghista sui generis) sulla Lega

I libri sul "fenomeno delle Leghe", poi sulla Lega Nord e sulla successiva Lega per Salvini premier di certo non mancano (come sono molti i libri su Umberto Bossi, che si uniscono a quelli che portano la sua firma): se ne sono occupati storici, politologi, sociologi, antropologi, linguisti, giuristi e - soprattutto - giornalisti, ciascuno con scopi differenti (approfondire, ricercare, denunciare); occorre poi considerare i libri scritti da coloro che nella Lega - anzi, in una delle Leghe - hanno militato e ricoperto cariche di rilievo (nel partito e/o nelle istituzioni), in qualche caso però allontanandosene, magari in modo fragoroso. Nel mese di febbraio alla biblioteca esistente si è aggiunto un altro volume, autopubblicato mediante Amazon, intitolato Visto da Nord. Storia della Lega: lo ha scritto Gianluca Noccetti (anzi, "Gianluca Leonello Noccetti", come si legge sulla copertina), classe 1973, che nella biografia si presenta come "consulente strategico e risk manager, con una lunga esperienza nei campi della governance, della sicurezza, dell'intelligence e della comunicazione istituzionale". Siede tuttora nel consiglio comunale di Barbaresco per una lista civica, con la quale si era candidato come sindaco nel 2021 (dopo essere stato membro del gruppo della Lega nella consiliatura precedente); la sua carriera da consigliere comunale, in realtà, è assai più lunga, essendo iniziata - salvo errore - nel 1995 nel comune di Lombriasco (To) ed essendo continuata, con qualche pausa, per oltre vent'anni fino a oggi. 
Il volume di cui si parla ripercorre in breve e a suo modo la storia della Lega (anzi, delle Leghe) senza adottare formalmente nessuno degli sguardi citati sopra, ma ha alla base il punto di vista senz'altro peculiare dell'autore, che nel corso della sua esperienza ha conosciuto bene e da vicino la Lega (anzi, le Leghe) pur non potendosi identificare in pieno nella figura del militante storico, magari in camicia verde, o nell'immagine del turbomilitante salviniano contemporaneo, sovranista e ostile all'attuale Unione Europea. In ogni caso, Noccetti sa bene che è impossibile capire l'origine e l'evoluzione delle Leghe se non si fa i conti con la storia dell'autonomismo italiano, "un fiume sotterraneo che riemerge ciclicamente nella storia del Nostro Paese, ogni volta che il rapporto tra Stato centrale e territori diventa troppo teso per essere ignorato". Il libro, quindi, inizia con un "prologo", in cui si passa molto rapidamente dal pensiero ottocentesco di Carlo Cattaneo alla "Carta di Chivasso" del 1943 e alle "Repubbliche partigiane", fino alla tardiva e assai lenta attuazione delle autonomie locali; non si manca di sottolineare il peso della "questione linguistica" (quindi degli idiomi locali come elemento identitario delle popolazioni e dei loro territori, da valorizzare e difendere, come emerge anche nel secondo capitolo, "Un'Italia troppo stretta") nella nascita e nello sviluppo dei movimenti autonomisti - non solo al Nord ma soprattutto lì - nel corso della storia repubblicana italiana, fino al bisogno di "una voce unica" per esprimere le istanze di territori che avvertono come ormai "insostenibile" la "distanza da Roma", dallo Stato centrale.
Noccetti identifica le più vicine origini del leghismo nel malessere radicato tra la fine degli anni '60 e la prima metà del decennio successivo in "un Paese che si racconta come unitario, ma vive già come diviso", profondamente modificato prima dal "miracolo economico" e poi dalle crisi emerse in seguito. Il Nord, che in quel tempo "continua a lavorare, ma scopre di essere vulnerabile", secondo l'autore "ha pochissima voglia di sentirsi spiegare da Roma cosa deve fare": ciò perché "lavora molto, viaggia poco, paga tanto. E si accorge che lo Stato, quello che dovrebbe rappresentarlo e proteggerlo, è lontano". Emergono le peculiarità territoriali delle origini del leghismo: il Veneto, terra in cui "la trasformazione è quasi brutale", offriva l'idea che l'autonomia fosse innanzitutto una questione "profondamente fiscale", di risorse che dovevano restare sui territori, amministrate da questi ultimi; in Lombardia, similmente, a generare insoddisfazione è "la sensazione di essere, fiscalmente, il motore di un sistema che distribuisce altrove i benefici"; il Piemonte, che "non si riconosce più né nella Torino monarchica né in quella operaia", è indicato come "terra dell'autonomismo intellettuale e culturale". E se per la Lombardia si cita l'apporto dato al dibattito federalista e confederalista - ben prima del sorgere del leghismo - da Gianfranco Miglio e in Veneto si indica come soggetto rilevante Franco Rocchetta (anche se, per gli inizi, si dovrebbe citare anche Achille Tramarin), in Piemonte - terra dell'autore - le figure da cui non poter prescindere secondo Noccetti sono addirittura tre: la prima, ben nota a chi frequenta questo sito, è Roberto Gremmo, studioso i cui movimenti autonomisti sono qualificati come "piccoli, litigiosi, spesso in polemica con chiunque", ma col pregio di mettere "nero su bianco che il Piemonte non è solo una regione amministrativa, è una comunità storica, con una sua lingua, una sua tradizione giuridica, una sua dignità politica"; la seconda è Gipo Farassino - di cui ci si è occupati poche settimane fa - "non un teorico, ma un artista", che "quando decide di fare il salto in politica, lo fa portando con sé il suo pubblico, la sua ironia, la sua capacità di parlare direttamente alla gente", per dire che "il Piemonte viene prima di tutto". 
E la terza figura? Risponde al nome di Renzo Rabellino: qui ciascun appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica dovrebbe fare un balzo sulla sedia, per il ruolo dimostrato "sul campo" nella produzione di liste, candidature e simboli da ricordare. L'occhio, dunque, si fa più attento nel vedere come Rabellino, ben noto all'autore del libro, sia tratteggiato da Noccetti: 
A differenza di Gremmo, che vive di archivi e biblioteche, e di Farassino, che viene dai palcoscenici e dai microfoni, Rabellino è un politico puro. Ha l’istinto del territorio, la capacità di fiutare l’umore delle piazze, la concretezza di chi sa che uno slogan conta quanto un programma. Nei primi anni di militanza, si muove dentro e attorno a queste esperienze autonomiste, imparando molto su come si parla al malcontento del Nord. La sua vera esplosione arriverà solo negli anni Novanta, quando sarà eletto consigliere regionale sotto le insegne della Lega Nord. Ma le sue radici affondano tutte qui: in quel Piemonte che si sente progressivamente scavalcato da Milano e dimenticato da Roma.
Le parole probabilmente sono centrate, ma chi legge potrebbe facilmente rimanere un po' deluso: d'accordo, gl'inizi autonomisti, va bene l'esplosione all'interno della Lega Nord (per la quale nel 1990 fu eletto consigliere regionale), ma poi? Nemmeno una parola su tutte le esperienze successive, che Noccetti conosce bemissimo e da molto vicino? Nessun riferimento alle candidature andate a segno e a quelle non coronate dall'elezione ma spesso comunque produttive di effetti, ai simboli sperimentati e a quelli rodati e riproposti? La speranza che magari qualcosa possa comparire più tardi rimane, pur con molti dubbi.
Umberto Bossi fa la sua comparsa reale in Visto da Nord quando Noccetti indica come le varie esperienze sparse sui territori avessero bisogno di qualcuno, di un partito che le coagulasse e catalizzasse. Quel qualcuno si sarebbe materializzato anni dopo il primo incontro fortuito con l'autonomismo, grazie - secondo la versione ufficiale bossiana - a un volantino dell'Union Valdôtaine affisso in una bacheca dell'Università di Pavia nel 1979, al successivo contatto con la sua figura di riferimento di allora, Bruno Salvadori, e la sua idea di "Europa dei popoli". La fondazione dell'Unolpa, la nascita del foglio Lombardia Autonomista e poi, dopo le prime iniziative "fatte a piedi", la fondazione della Lega autonomista lombarda (il 12 aprile 1984 a Varese) sono solo le prime tappe di "uno dei fenomeni più sorprendenti e divisivi della storia repubblicana"; il tutto mentre, come recita il titolo del quarto capitolo, "il mondo cambia, Roma no" (inteso come governo centrale "lento, pesante, ideologizzato", a fronte delle trasformazioni europee e non solo). Proprio in quel contesto va collocata la proposta federativa (di varie anime autonomiste del Nord) di Bossi, senatore dal 1987, concretizzata per la prima volta nel 1989 con la lista Alleanza Nord alle elezioni europee, e corroborata dall'apporto di Gianfranco Miglio, interessato alla possibilità di vedere realizzato sul piano politico il federalismo.
La nascita della Lega Nord nel 1991 per Noccetti è "la prima vera insurrezione politica del Nord contro un modello statuale considerato inefficiente, ingiusto e lontano". Nel 1992, dopo le elezioni politiche e con l'inizio delle inchieste sulla corruzione (che, a dire il vero, non risparmiarono del tutto nemmeno la Lega, a dispetto della "patina di purezza" conquistata all'inizio di "Mani pulite"), Bossi tornò in Parlamento "come leader di un partito che ha ormai superato la dimensione della protesta locale", mentre iniziò il percorso di costruzione della classe dirigente attraverso la nascita della "macchina territoriale della Lega"; l'anno dopo l'adozione di un sistema elettorale a prevalenza maggioritaria basato sui collegi uninominali dovette sembrare perfetta per un partito che "vive in simbiosi con un territorio", così come la nascente Forza Italia ritenne che l'accordo con il Carroccio sarebbe stato essenziale per vincere al Nord (però la foto dell'incontro tra Bossi "in canottiera" e Silvio Berlusconi, citata da Noccetti, va riferita ai mesi successivi alle elezioni, non al tempo in cui si stipulò l'accordo per il Polo delle libertà). 
Lo stesso autore riconosce che il primo governo Berlusconi nacque anche grazie a Bossi (che però, diversamente da quanto scritto, non divenne ministro): la rottura della "strana coppia" arrivò proprio perché Bossi temeva che il Nord, in quel disegno, potesse essere trasformato "in una semplice pedina di un progetto nazionale guidato da Roma - sia pure una diversa Roma", facendo andare il federalismo in secondo piano e costringendo la Lega Nord ad "accettare compromessi che mettono alla prova la coerenza del suo messaggio originario" (inclusi quelli in materia di giustizia). Da quel conflitto - e in un certo senso dal "patto delle sardine", dicitura peraltro interpretata in modo "originale" - sarebbe nata la scelta di correre in autonomia alle elezioni politiche del 1996 (con un risultato importante e determinante al Nord, ma insufficiente per pesare a livello nazionale) e di alzare il tiro in seguito, parlando di autodeterminazione e indipendenza della Padania, irrobustendo il rito dei raduni sul pratone di Pontida (con la nascita delle "camicie verdi"), fino a concepire, "a metà tra politica e scenografia", la dichiarazione d'indipendenza della Padania e "il simbolo forse più iconico dell'intera storia leghista: il Parlamento del Nord. [...] Tutto volutamente teatrale, tutto profondamente identitario. [...] Non ha valore giuridico, ma ha valore emotivo. Serve a dire che il Nord esiste, che ha un popolo, che questo popolo ha una voce". Nel frattempo, continuò e si ampliò l'esperienza leghista nell'amministrazione dei territori, riempiendo "i comuni e le province del Nord di nuovi amministratori. Uomini e donne che non intendono abbandonare la dimensione concreta del governo per tornare solo alla protesta": proprio le radici territoriali profonde, secondo Noccetti, in seguito avrebbero permesso alla Lega Nord "di sopravvivere alle sue stesse contraddizioni e di reinventarsi ancora, in forme nuove, in altri contesti, in altre stagioni politiche".
Con la fine degli anni '90 "la stagione secessionista" iniziò a declinare, scontrandosi "con la realtà politica e istituzionale": Noccetti nota che la parola d'ordine da "secessione" passò a "devoluzione" (e a "federalismo fiscale"): i "figli di quella stagione" rimasero attivi - inevitabilmente l'autore cita più volte Matteo Salvini - ma con parole d'ordine diverse, pur volte comunque a far contare di più il Nord in uno Stato riformato (senza più volerlo distruggere). L'alleanza con Berlusconi fu riannodata, pur se tra varie "condizioni", se non altro perché questi per vincere al Nord aveva bisogno della Lega ed essa avrebbe potuto ottenere come contropartita proprio il federalismo fiscale: nel 2001. Fu così che Bossi ottenne il ministero (senza portafoglio) per le riforme istituzionali e la devolution, mentre Berlusconi tentò con gli altri alleati di minimizzare i potenziali effetti conflittuali di quest'ultima. La presenza stabile al governo per l'intera legislatura (frutto, per Noccetti, di una "maturazione politica accelerata") e l'approvazione parlamentare a maggioranza assoluta della riforma costituzionale furono un traguardo importante per la Lega Nord, ma la bocciatura della stessa riforma al referendum ("con percentuali particolarmente alte al Sud, ma significative anche in molte regioni del Nord") fu "un colpo durissimo" per il partito - che all'interno del centrodestra aveva perso di un soffio le elezioni del 2006 e si era scoperta poco incisiva - e l'anticipo di una vittoria si mutò in una sconfitta; già prima, l'ictus che colpì Bossi tra il 10 e l'11 aprile 2004 fece vacillare e comunque vulnerò una leadership "fisica, totale, spesso eccessiva", per cui da allora "cambia il ritmo, cambia la presenza, cambia il modo di esercitare il comando" e si formò "una struttura di protezione e di mediazione", nata per "decidere, organizzare, proteggere, filtrare", ma che di fatto trasformò la Lega Nord - scopertasi vulnerabile, come il suo leader carismatico - in un partito "più verticale, più strutturato, più chiuso". 
La doppia sconfitta del 2006 fece capire al partito che occorreva "tornare a fare ciò che la Lega sa fare meglio quando sente il pericolo: radicamento, collegi, amministrazioni, forza territoriale trasformata in potere contrattuale nazionale". L'opposizione in Parlamento, dunque, dal 2006 fece il paio con l'opera di riorganizzazione per mano di "sindaci, assessori, feste di partito, reti locali": tale opera avvenne in tempo utile per le elezioni molto anticipate del 2008, cui la Lega Nord partecipò da unica alleata del berlusconiano Popolo della libertà (mentre tutte le altre forze politiche minori dovettero confluire in quelle liste) e che videro la vittoria netta del centrodestra, con nuove parole d'ordine - sicurezza, contrasto all'immigrazione, identità, introdotte già dopo l'11 settembre 2001 - seguite da un Carroccio decisamente rinnovato. Il 2008 coincide, secondo Noccetti, con il "momento di massima maturità politica" della storia della Lega Nord, ma anche con l'inizio di una delle stagioni più difficili: il partito, assai più potente che in passato all'interno dell'ultimo governo Berlusconi, scontò presto il peso dello "scarto tra promessa e realtà", soprattutto in materia di attuazione del federalismo fiscale, e dovette fare i conti con "una distanza crescente tra il vertice e il territorio" dovuta alle condizioni di Bossi. La caduta dell'esecutivo riportò il partito all'opposizione e in quelle condizioni emerse lo scandalo dei "rimborsi elettorali", in grado di produrre una crisi identitaria e la "perdita dell'innocenza" all'emergere del coinvolgimento della famiglia di Umberto Bossi, a seguito del quale questi si dimise da segretario federale.
Se la Lega Nord delle elezioni del 2008 era diversa da quella del voto di due anni prima, quella del 2013 non era più "la Lega di Bossi": scelse di restare nel centrodestra (evitando l'azzardo di una corsa solitaria), ma oltre che come partito di protesta fu punita "come partito che è stato anche potere, e che non è riuscito a tradurre in risultati tangibili l'investitura ricevuta nel 2008". Noccetti riassume così l'esito elettorale del 2013: "il radicamento non è morto, è in crisi di rappresentanza e di linguaggio", una crisi affrontata dai banchi dell'opposizione al neonato governo di larghe intese di Enrico Letta, nel tentativo di "riconquistare voce" (mentre il nuovo segretario Roberto Maroni conquistò la guida della Lombardia, unendosi a Zaia presidente della giunta veneta dal 2010). La riconquista della voce partì alla fine dell'anno, con l'elezione alla segreteria federale di Matteo Salvini: lo fece scegliendo di "parlare un linguaggio che attraversi il Paese, non solo il Po", concentrandosi su sicurezza (da garantire) confini (da tutelare dall'immigrazione), Europa ed euro (da combattere), spostando "in secondo piano l'immaginario padano". Lo si capì con nettezza col lancio del progetto politico di Noi con Salvini, un "cambio di pelle" non immaginabile solo pochi anni prima: l'esito non fu felice, ma anticipò la svolta del partito nazionale, cioè la Lega per Salvini premier varata alla fine del 2017, anche per poter continuare ad agire senza subire le conseguenze delle sentenze sull'uso indebito dei rimborsi elettorali (che avrebbero affondato la Lega Nord). Per Noccetti quella fu "una metamorfosi fatta sotto pressione", che il partito affrontò "perché nel 2013 ha visto l’abisso" e scelse la strada di "tradire una parte di sé per salvarne un'altra": sulla "doppia Lega", l'autore del libro riconosce pragmaticamente che "un partito non è soltanto un simbolo. È anche un soggetto che firma contratti, ha conti correnti, sedi, dipendenti, obblighi. Se su quel soggetto grava un sequestro, la sua operatività può essere condizionata. [...]  la Lega Nord resta la custode della storia e del marchio, ma la Lega per Salvini Premier diventa il contenitore moderno e nazionale con cui presentarsi agli italiani", il tutto nel tentativo di "sopravvivere, espandersi, riposizionarsi", tutto questo insieme.
Gli ultimi capitoli sono dedicati agli anni recenti, iniziati col sorpasso della Lega per Salvini premier su Forza Italia alle elezioni politiche del 2018, col partito nazionale divenuto "un fatto politico misurabile", e l'esperimento del "contratto di governo" tra Lega (la forza politica più votata della prima coalizione) e Movimento 5 Stelle (il partito più votato, che espresse il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte). Il tentativo di Salvini, nuovo ministro dell'interno, di "governare, ma senza perdere il linguaggio dell’opposizione" (facendo apparire il suo partito coerente) si tradusse nel 34,26% ottenuto dalla Lega alle elezioni europee del 2019: un apice che, però, secondo Noccetti "contiene già il germe dell'azzardo". Azzardo che prese la forma del discorso dei "pieni poteri" dell'8 agosto 2019 a Pescara: pochi giorni dopo, Conte si dimise senza che al Senato si votasse sulla mozione di sfiducia leghista, ma presto tornò a Palazzo Chigi a capo del "governo giallo-rosso", con la Lega per Salvini premier che finì all'opposizione, perché "essere forti nel Paese e essere decisivi nei numeri parlamentari" non è la stessa cosa e il consenso non si tramuta per forza in potere stabile. Il libro rimarca la distanza tra i toni forti del segretario e l'approccio pragmatico e istituzionale dei presidenti leghisti delle giunte regionali (Fontana e Zaia); ciò non ha impedito alla Lega di accettare di partecipare al governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, senza rinunciare alle critiche su temi ritenuti cruciali (scelta non appagante per il consenso). Le elezioni del 2022 hanno visto un'ulteriore versione della Lega, parte della coalizione vincitrice e del nuovo governo ma non in grado di dettare l'agenda: "si entra nella stanza dei bottoni - sintetizza Noccetti - ma il tavolo lo apparecchiano altri" (e dopo la scomparsa di Berlusconi nel 2023 lo stesso centrodestra appare "è più rigido, più ideologico, più verticale"). Salvini, vice di Meloni, al ministero dei trasporti deve "dimostrare di saper governare nel senso più concreto [...], con la fatica dei tempi lunghi e con il rischio [...] che la politica del fare non produca lo stesso clamore della politica del dire"; Giancarlo Giorgetti al ministero dell'economia e delle finanze è il lato più istituzionale, mentre Roberto Calderoli (successore di Bossi al ministero nel 2004) ripropone il tema dell'autonomia, stavolta a Costituzione invariata.
Secondo Noccetti, la pietra miliare più recente è rappresentata dall'ultimo congresso federale della Lega per Salvini premier (5-6 aprile 2025): esso, oltre a confermare Salvini - unico candidato alla segreteria - sarebbe stato pensato per "stabilizzare" e sancire che il partito deve imparare a essere territoriale e nazionale insieme, senza contraddirsi (facendo emergere la figura-ponte tra governo, Parlamento e territori del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, piemontese come l'autore del libro); nello stesso anno, si assiste alla fondamentale partita delle elezioni regionali venete, con la vittoria del giovanissimo Alberto Stefani e la consacrazione del consenso di Luca Zaia (sommerso di preferenze e assurto al ruolo di "garante della transizione") e alle prime mosse del disegno di autonomia differenziata, segno del "capitale politico profondo" ancora a disposizione della Lega nei territori. Curiosamente - ma probabilmente è tutto meno che un caso - nel libro non c'è alcuna citazione di Roberto Vannacci, della sua candidatura voluta da Salvini alle europee del 2024 inondata di preferenze e della sua ascesa a vicesegretario della Lega: la pubblicazione, come si è detto, risale a febbraio, quando era già stato reso noto il simbolo di Futuro nazionale, ma il fatto che non ci sia nemmeno una riga dedicata a quegli eventi fa apparire il transito leghista di Vannacci come l'esperienza di un corpo estraneo rispetto alla storia - o, se si vuole, alle storie - del partito. 
Di fronte ai vari cambiamenti visti in oltre quarant'anni di leghismo, voluti, tentati o imposti dal "mondo che le ha bussato alla porta, più volte, in forme diverse", secondo Gianluca Noccetti "la Lega che sopravvive non è quella che urla più forte, è quella che riesce a contare quando non comanda". E se "governare l'Italia significa misurarsi anche con territori che non condividono la stessa storia fiscale, produttiva e istituzionale del Nord", appare inevitabile anche una trasformazione nell'immagine del Centro-Sud "visto da Nord": una visione in cui "alcune istanze storiche della Lega - autonomia, responsabilità amministrativa, differenziazione territoriale - trovano un terreno di ascolto inatteso. Non come rivendicazione identitaria, ma come richiesta di strumenti", per rendere efficiente la spesa e far funzionare a dovere i rapporti con il centro. "Se la Lega riesce a parlare al Mezzogiorno senza rinnegare le proprie radici - conclude Noccetti - dimostra di essere uscita definitivamente dalla fase del movimento. Se fallisce, resta prigioniera di una geografia politica che non esiste più". Per l'autore, in ogni caso, resta centrale il ruolo di Salvini, soprattutto per avere trasformato la Lega Nord in "una forza capace di parlare a pezzi d'Italia che prima la guardavano con diffidenza o ostilità" e che oggi appare impegnata a "tenere insieme identità e governo, comunicazione e amministrazione, piazza e istituzioni". 
 
Scrive l'europarlamentare leghista (di Busto Arsizio, al suo secondo mandato) Isabella Tovaglieri nella sua prefazione al libro che la Lega - senza altre precisazioni - "con il suo linguaggio nuovo, la sua forza dirompente, l'origine regionalistica e il radicamento territoriale, ha stravolto le logiche e i riti della politica italiana, ma da essa è stata a sua volta condizionata e costretta, nel corso del suo lungo cammino, a modificare le alleanze, adeguare le forme di lotta, aggiustare gli obiettivi per difendere sempre al meglio dapprima gli interessi del Nord produttivo, e in seguito anche le istanze di quell'Italia - comprese le aree più avanzate del Mezzogiorno - che non si sentiva rappresentata da una classe dirigente chiusa nei palazzi e da un modello amministrativo considerato ingiusto, inefficiente, incurante delle specificità territoriali e lontano dai veri bisogni di lavoratori, famiglie e imprese". Non si entra ovviamente nel merito del giudizio espresso da Tovaglieri, che è assolutamente lecito non condividere (soprattutto nella sua ultima parte); è certamente vero, però, che la Lega, nelle sue varie declinazioni, ha cambiato profondamente l'Italia ed è mutata a sua volta e, probabilmente, dovrà cambiare ancora. "La Lega - scrive Noccetti in una delle ultime pagine - nasce guardando il Paese da Nord. Se vorrà continuare a essere protagonista, dovrà imparare a guardarlo tutto, senza dimenticare da dove viene. Perché solo chi conosce le proprie radici può permettersi di crescere ancora".
Va sicuramente apprezzato lo sforzo di Gianluca Noccetti di ripercorrere quarant'anni di politica leghista e italiana, alla ricerca dei fili - interni, nazionali e internazionali - che, più o meno manifesti, vi si possono individuare e come punto di partenza per riflessioni sugli snodi del passato e sulle prospettive. Alcune parti appaiono meno approfondite di quanto sarebbe opportuno (penso ad esempio al capitolo sul rapporto tra Lega e Quirinale, pur essendo di certo valida l'intuizione che la profonda trasformazione di quelle relazioni "racconta meglio di qualsiasi congresso l’evoluzione del partito"); allo stesso modo, chi esercita la ricerca e la curiosità soffre un po' per la mancanza di dettagli, di note a piè di pagina e di una bibliografia più approfondita e dettagliata. Chi però si accosta solo da poco alla storia della Lega può trovare un riassunto efficace e un'analisi piuttosto attenta, con letture non banali dei passaggi più delicati, senza nascondere le criticità di alcune scelte e posizioni.
Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, peraltro, non può non leggere con attenzione e curiosità una parte del testo conclusivo di Noccetti, soprattutto le parti sottolineate:
Scrivere Visto da Nord è stato, prima di tutto, un atto di onestà. Verso la politica, verso la Lega, verso me stesso. [...] Nasce per capire. E per raccontare una storia che ho vissuto da dentro, anche quando non ne facevo formalmente parte. Nel 2026 compio trentacinque anni di militanza leghista. Trentacinque anni sono una vita politica intera. E in questi anni non sono sempre stato "dentro" la Lega nel senso stretto dell’appartenenza organizzativa. Ma la Lega, questo sì, non è mai uscita dal mio cuore. È stata un riferimento, un orizzonte, a volte una casa, a volte una distanza dolorosa. Mai un capitolo chiuso. Perché la militanza vera non coincide sempre con una tessera. Coincide con un’appartenenza più profonda: culturale, emotiva, territoriale. Sono stato leghista quando essere leghisti non portava consenso, quando significava spiegare, giustificare, resistere. Sono stato leghista quando la Lega era un movimento ruvido, imperfetto, ma vivo. Quando sbagliava, quando esagerava, quando si chiudeva in se stessa. E sono rimasto leghista anche quando la Lega è cambiata, perché cambiare non significa tradire, se si resta fedeli a un'idea di fondo. Quell'idea è semplice, ed è la stessa che attraversa tutto questo libro: che i territori contano. Che le comunità non sono un dettaglio amministrativo. Che la politica non nasce nei palazzi, ma nelle vite concrete delle persone. Essere leghista, per me, non è mai stato un fatto identitario chiuso. È stato un atto di fiducia nei territori, nelle persone che tengono in piedi le comunità senza clamore. È stato credere che la politica potesse tornare a essere comprensibile, concreta, persino umana. Oggi, dopo trentacinque anni, avverto una distanza matura dalle rivendicazioni e dalle bandiere da sventolare. Resta, più profondo, il bisogno di affermare un legame che resiste al tempo, perché questa storia continua a appartenermi. [...] Perché la militanza autentica non si consuma con il tempo. Si trasforma. E quando è vera, resta. Visto da Nord, sempre. Con la Lega nel cuore, per sempre.
Ora, è sufficiente scorrere i dati immagazzinati nell'Anagrafe degli Amministratori Locali e Regionali per rendersi conto che formalmente Noccetti nella sua sua esperienza di amministratore, è stato sicuramente eletto in liste autonomiste, ma mai sotto il simbolo della Lega Nord o della Lega per Salvini premier (pur essendo stato candidato nel 2021 al consiglio comunale di Torino effettivamente per la Lega per Salvini premier e - come si diceva sopra - avendo costituito il gruppo leghista a Barbaresco dopo il 2016). Non sfugge, anzi, che le prime due esperienze da consigliere, nei comuni torinesi di Lombriasco (1995-1999) e Rivalba (1999-2004), si sono svolte sotto le insegne della lista Piemonte nazione d'Europa. Non era una forza politica qualunque: si trattava dell'evoluzione del progetto politico-elettorale Lega per il Piemonte, varato alle elezioni del 1994 dal gruppo vicino a Renzo Rabellino, di cui evidentemente Noccetti ha fatto parte a lungo. Quel gruppo ha certamente "radici" leghiste, ma dal 1993 - anno della cesura traumatica con il partito guidato da Bossi e da Gipo Farassino in Piemonte - ha senza dubbio combattuto la Lega Nord (si pensi, guardando alle elezioni comunali di Torino, alle candidature di Claudio Pioli con la Lega per Torino nel 1993 e dello stesso Rabellino nel 1997, entrambi sfidanti del leghista Domenico Comino, candidato per la Lega Nord anche alle regionali del 1995 e avversato pure da Rabellino con Piemonte nazione d'Europa) o le coalizioni di cui il Carroccio faceva parte (si pensi, sempre guardando alle amministrative di Torino, alle candidature di Gianfranco Rosso nel 2001, di Denis Martucci - con la lista Franco Buttiglione - nel 2006, di Domenico Coppola nel 2013 e proprio di Noccetti nel 2016, nonché alla candidatura regionale di Rabellino nel 2010).
Come mai, allora, del percorso post-Carroccio di Rabellino e della stessa "vita precedente" di Noccetti nel libro non c'è traccia? Lo chiediamo direttamente a Noccetti: "Faccio una premessa: il mio libro, in un certo senso, nasce proprio dai discorsi che facevamo con Renzo Rabellino, quando spesso ci dicevamo 'Ah, un giorno dovremo scrivere di tutte queste cose...'. Ecco, io non ho raccontato quelle vicende, ma la storia di un partito che ritengo abbia sempre rappresentato anche per Renzo, nel bene o nel male, la stella polare. Quando abbiamo spesso presentato simboli che avrebbero potuto danneggiare la Lega Nord, l'abbiamo sempre fatto dal punto di vista dell'autonomismo: quando presentammo candidature con Piemonte nazione d'Europa, per esempio, discutemmo non poco sul riferimento all'Europa, ma usammo quel contrassegno con l'idea di sottolineare la valenza autonomista che secondo noi avrebbe dovuto avere un simbolo elettorale: per noi era la Lega, dalla quale eravamo fuori, a sbagliare. Un ragionamento simile ci ha accompagnato quando operammo con il Partito federalista di Gianfranco Miglio, così come quando vari anni dopo fondammo la Lega Padana". 
Dunque perché nel libro non si parla della fase successiva di Rabellino e dello stesso Noccetti? "Perché sono personalmente convinto che Renzo anche dopo il 1993 sia rimasto leghista e che lo sia tuttora, la stessa cosa che dico di me, mentre penso che sia la Lega a essere cambiata. Non voglio comunque sembrarti ipocrita, quindi ti dico che oggi per me fare politica o portare avanti le ideologie autonomiste come facevamo noi dagli anni '90 in poi è assolutamente fuori dal tempo: non posso immaginare un partito come poteva essere il nostro Piemonte nazione d'Europa o, al limite, anche la Lega Nord di quegli anni che vada a professare quei temi. Penso che, all'interno della politica mondiale per come si sta svolgendo, oggi dire 'Piemonte nazione' sia qualcosa che non sta assolutamente in piedi. Quello che secondo me ha un grandissimo senso, come esplicito nell'ultima parte del libro, è una Lega fortemente dei territori, che di per sé non si va a collocare né a destra né sinistra, ma che, per rendere concretamente praticabili le sue istanze, svolge all'interno della coalizione del centrodestra una rivalutazione ed enfatizzazione delle grandi peculiarità territoriali italiane, tra cui ovviamente anche quelle piemontese: mi sento sempre un patriota piemontese, infatti vado all'Assietta, tengo alla nostra bandiera, il drapó. Per chiudere, Rabellino per quanto mi riguarda era ed è leghista; forse lui non si riconosce più in quell'area, almeno nell'ultimo periodo, ma questo è il mio pensiero".
Volendo comunque cercare di ricostruire le ultime puntate della saga rabellinesca, si può dire senza troppi dubbi che le ultime due sortite davvero rilevanti siano state condotte nel 2016, alle elezioni comunali di Torino proprio con la candidatura di Gianluca Noccetti (fu sostenuto da Lega padana, Forza Toro, Amici a 4 zampe, Movimento difesa automobilisti e Disoccupati precari esodati; l'esito però fu almeno in parte penalizzato dall'esclusione, da parte dei giudici amministrativi, della Lista del Grillo parlante, senza che venisse data al gruppo la possibilità di sostituire ex post il contrassegno) e a quelle di Roma, con il supporto della Lista del Grillo parlante e altre formazioni dell'orbita rabelliniana alla candidatura di Dario Di Francesco (con alcuni contrassegni in pieno "Rab-style" che dovettero essere sostituiti su invito della commissione elettorale). In quel momento Noccetti, fino ad allora in carica come consigliere a Frabosa Soprana (per la Lista dei Grilli
 parlanti, ovviamente, che proprio lì aveva candidato a sindaco quel Samuele Monti che nel 2013 si era messo in fila al Viminale...) e comunque rieletto consigliere a Barbaresco (sempre Lista dei Grilli parlanti, candidato sindaco Franco Grillo), aveva ancora i capelli lunghi, proprio come due anni prima, quando il sottoscritto lo aveva incontrato un tentativo sulle scale di Piazza del Viminale e nel ventre della balena - vabbè, nei corridoi giganteschi e austeri del piano terra del Ministero dell'interno - in quell'occasione delegato da Luigina Staunovo Polacco al deposito del contrassegno dei Pensionati e invalidi - Giovani insieme alla vigilia delle elezioni europee del 2014.
Proprio dopo quei due "botti" del 2016, tuttavia, è iniziato un lungo silenzio, un po' perché nelle città principali le cose non erano andate come previsto e sperato, un po' per altre ragioni "contingenti": "Dopo quelle elezioni del 2016, contrassegnate da una campagna molto violenta e provante, con strascichi piuttosto sgradevoli anche successivi al voto - ricorda e spiega Noccetti - ci fu un momento di 8 settembre, di "rompete le righe", di "liberi tutti"; Renzo si è ritirato in montagna, io invece in quella fase, potrei dire per ragioni di salute personale, ho deciso di cambiare la mia vita sotto diversi aspetti e punti di vista. L'ho fatto sul piano professionale, innanzitutto, poi sul piano personale, tra l'altro tagliandomi i capelli, che tenevo lunghi da quando di anni ne avevo quaranta; l'altro cambiamento importante, infine, è stato sul piano politico, approdando in Lega Nord nell'autunno del 2016, lì sono rimasto e ci sono tuttora. All'epoca, io ero consigliere nella circoscrizione 5 di Torino, ero stato eletto nel 2011 con la Lega padana: in quegli anni avevo fatto amicizia con quello che poi è diventato segretario cittadino di Torino, Fabio Tassone, gli parlai del mio interesse a entrare nel partito e lui mi disse, 'Ma sì, vieni a parlare con Alessandro Benvenuto', che era segretario provinciale della Lega Nord e poi sarebbe diventato commissario provinciale della Lega per Salvini premier. Lì è iniziato il mio nuovo percorso, che mi ha fatto acquisire la tessera appunto alla fine del 2016, l'anno dopo sono diventato militante e lo sono tuttora, arrivando a far parte del direttivo cittadino". 
Ma quello del 2016 è stato un approdo o un ritorno? "La prima tessera della Lega Nord - continua Noccetti - l'ho avuta nel 1991 e me l'ha data proprio Rabellino: sono stato tesserato nel 1991 e nel 1992, e poi tutti noi ce ne siamo andati l'anno dopo quando abbiamo presentato la lista Lega per Torino, con Renzo capolista, nella primavera del 1993: da lì è iniziato il nostro percorso comune che è proseguito fino al 2016, quando è successo quello che ti ho raccontato. Renzo in quell'occasione mi aveva detto che non dovevo tornare nella Lega, che lui non condivideva questo tipo d'impostazione, ma io gli ho detto che era quello che volevo e l'ho fatto". 
Per la verità, nel 2021 ci fu un'operazione interessante, non sfuggita a questo sito e a chi lo frequenta. In occasione delle elezioni amministrative di Torino - le più recenti - nella lista della Lega per Salvini premier - Piemonte per il consiglio comunale di Torino erano candidati, tra gli altri virgola proprio Noccetti e Roberto Cermignani (allora consigliere circoscrizionale leghista uscente, con un passato nell'Italia dei valori e in Centro democratico, ma soprattutto mancato candidato presidente alle regionali piemontesi del 2014, dopo aver presentato al Viminale, prima delle europee, il simbolo Chiamiamolo per il Piemonte); in più, nelle liste leghiste presentate nelle circoscrizioni era possibile trovare anche alcuni candidati storicamente legati a Renzo Rabellino (Marco Di Silvestro, Giuseppe Franchi, Massimo Calleri - sì, proprio il sindaco eletto a Sambuco nel 2004...) e addirittura Luciana Pronzato e Marco Rabellino, moglie e figlio del demiurgo di No euro, Lega padana e Lista del Grillo parlante. "In effetti - ricorda Noccetti - si è trattato di un'operazione nata su richiesta di Alessandro Benvenuto, che avrebbe voluto riportare ufficialmente il 'gruppo Rabellino' all'interno dell'alveo leghista. Lui in effetti non si è voluto candidare, ma ha lasciato che gli altri lo facessero. Possiamo dire che quelle candidature sono state un punto di passaggio importante anche per me: fino ad allora avevo militato nella Lega, ma con il freno a mano tirato; dopo le amministrative del 2021 sono stato inserito nel direttivo cittadino, carica in cui sono stato confermato poche settimane fa".
Anche alla luce di tutto questo percorso, viene spontaneo domandarsi se quei vent'anni - dal 1995, con la prima candidatura con elezione in consiglio comunale a Lombriasco, fino al 2016, con la citata campagna elettorale a Torino, passando per tante altre esperienze, incluse quelle localissime (come le liste "Vive" del 2015) e le sortite fuori regione della Lega Centro per Storace nel 2013 in Lazio e della Lista del Grillo parlante nel 2016 a Roma, con l'autore di Visto da Nord presente in entrambi i casi - vissuti, secondo Noccetti, da leghisti fuori dalla Lega Nord, siano stati la scelta giusta o almeno la migliore possibile, attingendo al proverbiale "senno di poi". "Ripensandoci - risponde Noccetti - credo che abbiamo sbagliato tutto, uno dei motivi per cui, dopo il terremoto del 2016, tra smettere di fare politica, continuare a farla come prima e farla in un altro modo ho scelto la terza opzione. Più in generale e a monte, penso che l'errore sia stato la nostra uscita dalla Lega Nord dopo il 1992, anche se probabilmente allora quella scelta era stata ritenuta inevitabile da quel gruppo, anche a causa di scontri pesantissimi che c'erano stati tra Renzo e Umberto Bossi. Se fossimo rimasti all'interno, probabilmente la Lega Nord sarebbe rimasta più autonomista, meno secessionista e, alla lunga, anche meno sovranista".
Il bilancio del ventennio da leghista fuori dal Carroccio di Noccetti, tuttavia, non sarebbe completo senza una domanda cruciale: sarà stato un errore, visto a posteriori, ma in questo periodo quando ti sei divertito? "Ah, guarda - risponde sorridendo - mi sono divertito tantissimo e ho accumulato tantissima esperienza. Ti racconto un episodio: nel 2006 partecipammo alle elezioni politiche a livello nazionale all'interno della coalizione di centrodestra con la lista No Euro, che avevamo già presentato alle europee di due anni prima; Renzo, però, detestava Silvio Berlusconi e agli incontri con lui non voleva partecipare, quindi alle riunioni a Palazzo Grazioli aveva mandato me. Bene, probabilmente ricorderai che il simbolo in quell'occasione fu lievemente modificato e diventò 'No Euro iniquo', perché dall'entourage di Berlusconi era arrivato l'invito a smorzare in quel modo un po' la potenza del messaggio portato dal nome. Facemmo, non troppo convinti, quello che ci era stato richiesto, il contrassegno fu presentato al Viminale, poi ci fu l'ultima riunione per definire vari dettagli. Partecipai di nuovo io e Berlusconi, non appena mi vide, mi affrontò: 'Ma che diavolo avete scritto sotto 'No Euro'? Così fa schifo!', anche se in realtà aveva usato parole più dirette; dovetti spiegargli, un po' stupito e un po' divertito, che pensavamo fosse stato proprio lui a volere quella modifica... Quindi, per risponderti, mi sono divertito tantissimo e ho accumulato un'esperienza incredibile, ma questo non mi impedisce di riconoscere che lasciare la Lega Nord in quel momento fu un errore".
Sarà per questo, forse, che dopo il rientro in Lega (prima Nord, poi per Salvini premier) Noccetti si è impegnato, oltre che direttamente nel partito, pure nella promozione di iniziative politico-elettorali territoriali, anch'esse finite all'attenzione di questo sito nel censimento annuale - curato in primis da Massimo Bosso - delle elezioni nei comuni "sotto i mille": le liste Piemont del 2021, Impegno per Frabosa nel 2022 e Civici per il tuo Territorio nel 2026). "L'idea, già chiara ma da perfezionare, è di creare un contenitore elettorale che sia organico alla Lega, ma che valorizzi di più le peculiarità territoriali. Per me si tratta di un ritorno alle origini, ma appunto federato all'interno della Lega che così può tenere insieme meglio azione-visione nazionale e presenza locale e microlocale. Penso che l'abbinamento delle parole 'Civici', 'tuo' e 'Territorio' comunichi una forte aderenza territoriale, da valorizzare soprattutto grazie a chi si affaccia alla politica nei piccoli centri, ma credo anche che sia pienamente compatibile con un raggio d'azione nazionale che la Lega ora ha". La storia della Lega, vista da Nord (insieme a quella del Paese), deve avere portato anche qui.

venerdì 14 agosto 2026

Pli, nuova ordinanza del tribunale di Roma. Cosa può cambiare?

Pochi giorni fa ci si è occupati delle ultime vicende all'interno di +Europa e delle decisioni emesse nel giro di pochi giorni dal tribunale di Roma, una sentenza a sostanziale conferma degli atti precongressuali (e di conseguenza delle delibere del congresso del 2025) e un'ordinanza che - su richiesta della maggioranza dell'organo - ha richiesto di inserire l'elezione del nuovo presidente dell'assemblea del partito al primo punto all'ordine del giorno della prima riunione (dopo un periodo di vacatio in seguito alle dimissioni di Agnese Balducci). Lo stesso tribunale, però, nei giorni scorsi è intervenuto un'altra volta nelle vicende travagliate del Partito liberale italiano, aggiungendo un'ulteriore decisione - anche se si tratta dell'ennesima ordinanza, di per sé provvisoria - all'articolato quadro litigioso avviato nell'estate del 2022, alla vigilia delle elezioni politiche e del rispettivo deposito dei contrassegni (con le relative decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale), e proseguito con vari procedimenti cautelari fino al 2025, sino all'ordinanza emessa all'inizio di luglio del 2, l'ultima di cui chi scrive abbia notizia.
L'8 agosto scorso, infatti, la XVI sezione civile del tribunale di Roma ha emesso un'ordinanza - firmata dalla giudice Cristina Pigozzo, già autrice della prima ordinanza di prime cure sul contenzioso relativo al Pli, emessa alla fine di febbraio del 2023 - con cui ha rigettato il ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile presentato dal Pli, attraverso Stefano De Luca quale presidente e legale rappresentante - contro Marco D'Amico, Piero Cafasso, Diego Di Pierro e Davide Belli, i quali rivendicano per sé rispettivamente le cariche di presidente nazionale, segretario nazionale, coordinatore nazionale organizzazivo e presidente del consiglio nazionale del Pli (immaginando una diversa ricostruzione delle vicende giuridiche circa la "vita del partito"). Per comprendere meglio tali rivendicazioni sembra inevitabile tornare a quanto si scrisse già all'inizio dell'anno, quando si diede notizia della diffusione di un comunicato stampa in cui gli estensori davano notizia dell'elezione di un nuovo gruppo dirigente del Pli, a seguito prima del XXXIII congresso nazionale del partito (tenutosi il 4 ottobre 2025, dopo che era stato "rinviato per 'gravi motivi'" rispetto alla data originaria del 4 luglio 2025) e del consiglio nazionale del 13 dicembre 2025: proprio in quelle occasioni sarebbero stati eletti Cafasso alla segreteria, D'Amico alla presidenza, Di Pierro al coordinamento organizzativo e Belli alla guida del consiglio nazionale. 
De Luca e Trufolo hanno contestato la legittimità di quel percorso (ritenendo tra l'altro di avere già svolto il XXXIII congresso il 27 e 28 giugno 2025, dal quale erano appunto usciti eletti rispettivamente presidente e segretario) e a metà gennaio - per quanto emerge consultando il materiale pubblicato sul profilo Facebook di Piero Cafasso - avevano inviato una diffida a Cafasso, D'Amico, Di Pierro e Belli. Alla fine del mese i diffidati avevano replicato, negando che De Luca e Trufolo fossero legittimi rappresentanti del Pli, riconoscendo piuttosto legittimità al percorso che aveva portato alla loro elezione: a loro dire, il congresso originariamente previsto il 4 luglio 2025 non si era tenuto per rispettare l'ordinanza di reclamo emessa il giorno prima dal tribunale di Roma, ma De Luca e Trufolo avrebbero tenuto una "assoluta inerzia", non riconvocando l'assemblea nei tre mesi successivi (ritenendo ovviamente di averla già celebrata pochi giorni prima): ciò avrebbe provocato il sollecito a De Luca e Trufolo di Di Pierro - che avrebbe dovuto presiedere il congresso di luglio - con tanto di avvertimento che avrebbe proceduto direttamente alla convocazione del congresso in caso di ulteriore inerzia, a difesa della legalità statutaria e dei diritti degli iscritti. 
Non avendo ottenuto con la diffida i risultati attesi, verso la fine di febbraio il Pli-De Luca-Trufolo (si usa questa dicitura per comodità, senza che alcuno si senta sminuito) si era rivolto nuovamente al tribunale di Roma, chiedendo di inibire a Cafasso, D'Amico, Di Pierro e Belli tanto la spendita delle rispettive cariche rivendicate, quanto l'impiego dei segni distintivi del Partito liberale italiano (chiedendo anche di applicare un'astreinte, cioè il pagamento di una somma di denaro per ogni nuova violazione dell'inibitoria). Il partito, in base a quanto si legge nell'ordinanza, fondava le sue richieste sulle ordinanze precedenti (già richiamate in quest'articolo) che - soprattutto in sede di reclamo - avrebbero "già accertato che unico presidente e legale rappresentante del PLI è Stefano De Luca, escludendo invece la legittimazione di Francesco Pasquali e Roberto Sorcinelli", il che avrebbe tolto legittimità al percorso politico-giuridico all'interno del quale si collocava il congresso previsto in origine per il 4 luglio 2025 e poi rinviato al successivo 4 ottobre (al termine del quale sarebbero state eletti Cafasso, D'Amico e gli altri), ma promosso "da soggetti già dichiarati privi di legittimazione e destinatari dell'inibitoria pronunciata con l'ordinanza del 3 luglio 2025".
Lo stesso ricorso - curato, come in precedenza, dagli avvocati Nicola De Luca e Giuseppe Ardone - oltre a chiedere che Cafasso, D'Amico, Di Pierro e Belli non spendessero più i titoli legati alle cariche del Pli, aveva invocato la tutela dei segni distintivi del Pli, lamentando tra l'altro che "l'utilizzo della denominazione 'Nuovo Partito Liberale Italiano' e di simboli sostanzialmente sovrapponibili a quelli del PLI integri un'ipotesi di usurpazione dell'identità associativa ai sensi dell'art. 7 c.c. e della giurisprudenza in tema di tutela del nome delle associazioni e dei partiti politici". La dicitura Nuovo Pli, in effetti, era stata utilizzata innanzitutto da Cafasso, anche perché era stato proprio lui a depositare a metà agosto una domanda di marchio per il simbolo con il tricolore che usciva da un faro collocato su fondo blu (anzi ,"turchese", per seguire la proposta grafica che lo stesso Cafasso aveva avanzato il 4 luglio dello scorso anno al "non congresso" alla Capranichetta). 
Marco D'Amico, Piero Cafasso, Diego Di Pierro e Davide Belli si sono a loro volta costituiti - difesi dall'avvocato Andrea Lucchi - ritenendo che le ordinanze citate dal Pli-De Luca-Trufolo a proprio sostegno si fondassero "su travisamento di fatto". Per loro, in particolare, De Luca non era legittimato ad agire come legale rappresentante del Pli: questi - sempre in base a quanto si legge nell'ordinanza - sarebbe stato prima "destituito" dal consiglio nazionale il 30 luglio 2022, poi espulso il 2 agosto (senza che il provvedimento sia stato impugnato nei termini indicati dal codice civile); un successivo congresso nazionale il 23 settembre 2022 avrebbe eletto i nuovi organi del partito, ulteriormente rinnovati con il congresso del 2025. Se i giudici del tribunale avevano ritenuto che il 5 agosto 2022 il consiglio nazionale avesse revocato la "destituzione" di De Luca, questi non avevano tenuto conto degli effetti dell'espulsione (non impugnata) dello stesso De Luca e del successivo congresso del 2022 che avrebbe legittimato le cariche ivi elette (Roberto Sorcinelli segretario, Francesco Pasquali presidente, Diego Di Pierro presidente del consiglio nazionale), senza che quegli stessi atti siano stati impugnati a loro volta. Allo stesso tempo, il tribunale non avrebbe riconosciuto il valore del consiglio nazionale convocato da Di Pierro per il 23 giugno 2023 per disconoscere il verbale del 5 agosto 2022 (con cui si era revocata la "destituzione" di De Luca) e revocarne comunque la deliberazione (revocando, in sostanza, la revoca della "destituzione" per far rivivere quest'ultima): se per i giudici in precedenza la delibera del 23 giugno 2023 non era riconducibile al Pli "in quanto adottata integralmente da soggetti espulsi o non iscritti a detto partito", per i resistenti la tesi non era corretta e, rileggendo i fatti - anche grazie a nuovi documenti depositati, relativi agli iscritti, ai delegati congressuali, ai tesseramenti e ai congressi provinciali del 2025, volti a dimostrare che il congresso del 4 ottbre 2025 "rappresenterebbe la reale espressione della base associativa del partito" - si sarebbe tolto fondamento alle ordinanze emesse dal 2023 al 2025. 
 

La decisione 

La giudice Pigozzo ha ricordato innanzitutto il valore e il "senso" del ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, volto a "garantire la fruttuosità della decisione di merito" (per evitare - come si è visto ogni volta che si è dato notizia di un procedimento di questo tipo - che il preteso diritto del ricorrente durante il tempo necessario per ottenere la tutela sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile). Posto che l'art. 700 c.p.c. è il solo modo, anche per la giudice, per ottenere "in campo associativo la tutela del nome e quindi della protezione dell’identità del partito" e che in ogni caso il Pli aveva annunciato che avrebbe intrapreso un'azione di merito sul punto (nelle more della quale era appunto stata chiesta la tutela cautelare), il primo passo da compiere era "accertare, pur nei limiti della delibazione sommaria propria della presente fase, se il ricorrente sia titolato a richiedere l'inibizione in capo ad altri del riconoscimento di cariche rappresentative con i conseguenti poteri di utilizzo del nome e del simbolo, tenendo conto del rinnovo delle cariche elettive nelle more realizzatosi".
Se fino al mese di luglio del 2022 Roberto Sorcinelli e Stefano De Luca sono di certo "stati parti della medesima associazione politica", gli eventi successivi - in gran parte richiamati in questo sito - hanno portato a una netta divaricazione delle strade. La giudice in particolare cita il consiglio nazionale autoconvocato per il 30 luglio 2022 (con verbale redatto da notaio), in cui sarebbe stata decisa la "destituzione" di Stefano De Luca (e del co-segretario Nicola Fortuna) e la sua successiva esclusione dal novero dei soci, atti notificati via Pec a De Luca e - si legge sempre nell'ordinanza - impugnati da lui stesso "solo in via riconvenzionale" (senza che di tale impugnazione, ancora secondo la giudice) si conosca l'esito. La stessa giudice ha ricordato pure come il consiglio nazionale del 5 agosto 2022, convocato da De Luca, abbia deliberato "la revoca [...] di ogni decisione assunta – sebbene allo stato non documentata da un verbale regolarmente tenuto – da una illegittima seduta del Consiglio Nazionale, convocata dal cosegretario Sorcinelli per la data 30 luglio 2022" e come l'ordinanza collegiale del 12 giugno 2023 del tribunale di Roma (che, in sede di reclamo, aveva riformato la prima "ordinanza Pigozzo") avesse ritenuto efficace la delibera del 5 agosto 2022 "perché non revocata o non invalidata con provvedimento giurisdizionale". La stessa giudice, peraltro, ha citato un passaggio di quell'ordinanza - (presidente del collegio Giuseppe Di Salvo, relatice Flora Mazzaro - in cui si dice che "se non basta una votazione, purchessia, per potere configurare l'esistenza di una deliberazione societaria, è di contro necessario e sufficiente che la stessa provenga da un organo della società che sia effettivamente qualificabile e riconoscibile come tale. E tanto si verifica, in quanto abbia partecipato alla sua riunione almeno uno dei suoi membri". Applicando il principio alle associazioni, la deliberazione di un organo non può considerarsi inesistente - ma tutt'al più annullabile o nulla, con un diverso regime probatorio e con effetti "minori" - se vi hanno partecipato persone che effettivamente risultavano iscritte all'associazione, rendendola comunque riconducibile.
Come segnalato dalla giudice, non sarebbero stati impugnati da De Luca o da altri la convocazione e gli atti del XXXII congresso del Pli (tenutosi il 22-23 settembre 2023) e, considerando che a quell'assise hanno partecipato varie persone risultanti iscritte nel 2022 (secondo un elenco non contestato dal Pli-De Luca-Trufolo), "utilizzando la medesima chiave di lettura" dell'ordinanza di cui era stata relatrice Mazzaro, "gli esiti di detto congresso devono essere imputati al Pli", al di là di ogni valutazione sulla legittimità di quegli atti, che non sarebbe stata contestata nello specifico. Quanto alla riunione del consiglio nazionale del Pli-Sorcinelli (anche qui si usa la dicitura per comodità, senza che alcuno si senta sminuito) del 23 giugno 2023, convocata dal presidente dell'organo Di Pierro e che formalmente avrebbe revocato la sua delibera del 5 agosto 2022 (al fine di far rivivere la "destituzione" di De Luca), la giudice nota che precedenti ordinanze del tribunale - in particolare quella del collegio presieduto da Flora Mazzaro e con Guido Romano come estensore - avevano ritenuto inesistente la sua delibera "sull'asserito postulato che alla stessa riunione non avesse partecipato alcuna persona iscritta in quel momento al Pli", ma solo espulsi o non più iscritti. Gli elenchi degli iscritti del 2022 e del 2023 messi a disposizione dai resistenti, tuttavia, avrebbero permesso di sostenere che invece alla contestata riunione del consiglio nazionale del 23 giugno 2023 erano presenti varie persone inserite in entrambe le liste (e lo stesso valeva per la riunione della direzione nazionale del 21 giugno 2023): ciò sarebbe sufficiente per far ritenere esistente e riconducibile al Pli - e, di conseguenza, produttiva di effetti - la revoca della revoca della "destituzione" di De Luca dalla presidenza del partito, i cui effetti rivivrebbero (al di là di ogni considerazione sulla sua espulsione). La giudice riconosce che la nuova delibera del consiglio nazionale del Pli potrebbe essere tutt'al più invalida (il che - si aggiunge qui - avrebbe comunque conseguenze rilevanti sui suoi effetti), ma "allo stato degli atti non è predicata la sospensione della sua efficacia".
Quanto alle vicende congressuali del 2025, per la giudice Pigozzo "la parte si contrappone" a De Luca "ha voluto in qualche modo almeno provvisoriamente fare acquiescenza" all'ordinanza del 3 luglio 2025 "per quanto non condivisa, tanto che il congresso organizzato per il 04.07.2025 [...] è divenuto una 'riunione tra liberali' e gli stessi hanno deciso di soprassedere e di riconvocare il congresso ad altra data, sussistendo l’ipotesi statutaria dei gravi motivi". Da lì sarebbe sorta la decisione del presidente facente funzione Di Pierro "pro bono pacis e sperando in una ricomposizione formale", di chiedere a De Luca di convocare di nuovo il congresso entro tre mesi, per poi provvedere direttamente alla convocazione "stante l'inerzia" dello stesso De Luca, fino alla celebrazione del congresso il 4 ottobre 2025 e al successivo consiglio nazionale - non congresso, com'è scritto nell'ordinanza - del 13 dicembre 2025, eventi dai quali sono usciti eletti i soggetti cui era rivolto il ricorso del Pli-De Luca-Trufolo. Per la giudice, le delibere congressuali di luglio sarebbero da considerare esistenti e riconducibili al Pli per la presenza tra i delegati al XXXIII congresso di ottobre di iscritti al partito nel 2022, 2023, 2024 e 2025 secondo gli elenchi forniti dai resistenti (oltre che alle riunioni di giugno del 2023): ciò basterebbe a provare "per tabulas la continuità associativa e la corretta riconducibilità al PLI dei resistenti, che risultano essere stati eletti all’esito di delibere esistenti, nel senso sopra ricordato, perché riconducibili effettivamente agli associati del Partito Liberale Italiano"; il ricorrente, invece, non avrebbe prodotto alcun documento per provare lo svolgimento del XXXIII congresso del Pli del 27-28 giugno 2025, per cui non si sarebbe potuta verificare la legittimazione di De Luca, sostenuta in questa sede - secondo quanto ricostruito dalla giudice - solo dalla "pedissequa ripetizione di pronunce giudiziali che, tuttavia, oggi risultando smentite documentalmente".
 

Gli effetti

Per la giudice Pigozzo, dunque, De Luca non avrebbe "provato la propria legittimazione attiva e la titolarità della legittima rappresentanza del Partito Liberale Italiano che, di contro, pare sussistere in capo ai resistenti": ciò è stato ritenuto sufficiente a rigettare le domande cautelari del Pli-De Luca-Trufolo (circa la spendita delle cariche e l'uso dei segni distintivi del partito da parte dei resistenti. Le spese del processo cautelare, però, sono state compensate, slla base della "sussistenza di pronunce contrastanti della presente sezione".
L'ordinanza, dunque, ha respinto le richieste del Pli guidato da Stefano De Luca, ritenendo che questi non abbia provato di rappresentare in modo legittimo il partito; ha sostenuto che la stessa legittimazione sembrano averla i resistenti (Cafasso, Di Pierro, D'Amico e Belli), anche se non ha detto - né avrebbe potuto, in base alle richieste di cui si è a conoscenza - che De Luca e Trufolo non possono spendere il titolo di presidente e segretario Pli. Tale richiesta probabilmente sarà avanzata in seguito, ma al momento c'è chi non può impedire agli altri di utilizzare un titolo e i segni distintivi, senza che venga meno la propria possibilità di spendere titoli e utilizzare nomi e simboli. 
L'ordinanza cautelare, come si è già ricordato anche di recente, è un provvedimento di per sé provvisorio e a cognizione non piena, formata sulla base dei documenti che le parti hanno fornito in quella sede: è sicuramente necessario prenderne compiutamente atto - come del resto si è fatto per le decisioni precedenti relative ai contenziosi avviati nel 2022, aventi tutte, come si diceva, la forma dell'ordinanza - ma la decisione va correttamente contestualizzata dal punto di vista giuridico. Appare allo stato assai probabile che l'ordinanza dell'8 agosto venga impugnata dal Pli-De Luca-Trufolo, per cui la questione verrebbe sottoposta in sede di reclamo a un collegio di tre giudici dello stesso tribunale di Roma: in quella sede potranno essere apportati nuovi documenti (diversi elenchi di iscritti, verbali e provvedimenti) e offerte nuove letture dei documenti a disposizione e i giudici si esprimeranno, potendo confermare in tutto o in parte il verdetto di prime cure oppure riformarlo, in modo più o meno consistente.
Nell'attesa dell'eventuale reclamo e dell'ordinanza collegiale che potrebbe essere emessa, il contenzioso - e ha dimostrato che nel corso dei mesi l'attività di coloro che intendevano riferirsi al Partito liberale italiano è proseguita, nel corso di questi mesi. Anche alcuni di coloro che avrebbero voluto continuare la propria attività politica con il Pli quando era guidato da Roberto Sorcinelli e Francesco Pasquali hanno poi scelto di non smettere di sentirsi liberali e di agire come tali, pur evitando di usare il nome e il simbolo del Pli per non incorrere nelle conseguenze dell'ordinanza del 3 luglio 2025. Oltre all'Unione liberale di cui si era parlato mesi fa (guidata da Francesco Pasquali, Claudio Gentile e Alberto Aschelter), vale la pena citare l'esperienza dei Liberali sardi autonomisti, già evocata da Carlo Murru e Simone Paini alla Capranichetta il 4 luglio 2025 e che ora ha un proprio simbolo (con i Quattro Mori con un lieve tocco tricolore al di sotto del nome e di un sole che sorge).
Altri tentativi di riorganizzazione vanno segnalati: a fine luglio si segnalava l'adesione di Diego Di Pierro e del suo Faro Liberale al progetto I Liberali (stesso nome, ma si suppone soggetto diverso da quello un tempo legato a Renato Altissimo), guidato da Giuseppe Gullo, che solo pochi giorni fa ha rivendicato "Il liberalismo non è conservazione di una poltrona, non è gestione del simbolo, non è culto dell'apparato. Il liberalismo è conflitto con ogni rendita di posizione, è difesa della libertà, della concorrenza, del merito, della responsabilità individuale e delle istituzioni democratiche”. L'ordinanza dell'8 agosto cambierà qualcosa e rimescolerà le carte?

mercoledì 12 agosto 2026

Partito liberale federalista italiano: se nascerà, il simbolo non sarà così...

Una settimanella. Tanto è trascorso da quando Il Foglio, per opera di Carmelo Caruso, ha fatto sapere - il 4 agosto - che tra le mani di Atti­lio Fon­tana, presidente della giunta regionale della Lombardia, era passata la bozza di uno statuto di associazione politica, denominata Partito liberale federalista italiano, "e­la­bo­rata da un giu­ri­sta, che lo stesso Fon­tana ha visio­nato e che ha girato in una vec­chia chat della Lega", informando contestualmente che secondo lo stesso Fontana "Un nuovo par­tito non è all'ordine del giorno ma è neces­sa­rio avere più con­fronto den­tro e fuori la Lega; è il segno del males­sere". Il giorno dopo - il 5 agosto quindi - lo stesso Caruso è tornato sulla "storia più bella di un partito mai nato (forse)", anche per la gaffe quasi imperdonabile di avere inoltrato la bozza di statuto in "una vec­chia chat con pre­senti Sal­vini e il suo brac­cio destro, Andrea Paga­nella".
In fondo non c'è nulla di cui ci si dovrebbe stupire: la compattezza non è una caratteristica scontata dei partiti, men che meno nel tempo che si vive. Pensare che all'interno di un partito certo non piccolo tutti siano perfettamente d'accordo con il leader - per carismatico che sia stato, sia e possa essere - senza che ci sia qualcuno che pensi di dare vita a qualcosa di diverso, di alternativo, all'interno del partito o anche al di fuori, è puramente utopico. Certo, meno facile è che qualcuno si metta anche a scrivere uno statuto - come si legge nell'articolo del 5 agosto - di 22 arti­coli (aperto da un preambolo di matrice salveminiana: "Il fede­ra­li­smo è un modello isti­tu­zio­nale in grado di favo­rire l’avvi­ci­na­mento dei cit­ta­dini allo Stato, e per­tanto, di garan­tire per­sino ai ceti popo­lari una mag­giore par­te­ci­pa­zione alla vita sociale"), indicando i valori del potenziale partito (libe­ra­li­smo demo­cra­tico, fede­ra­li­smo com­pe­ti­tivo, libera con­cor­renza), esplicitando il favore per il sorgere di "di tre grandi aree fede­rali dotate di auto­no­mia fiscale e legi­sla­tiva" senza per questo disconoscere la dimensione europea (in particolare la Carta dei diritti e la Convenzione europea dei diritti umani) e immaginando già l'organizzazione del partito (prevedento assem­blea nazio­nale, pre­si­dente e segre­ta­rio nazio­nale).
Difficile dire se alla fine per mano di Fontana (e di altre figure come potrebbe essere l'assessore regionale lombardo Massimo Sertori, presentato da Caruso come "il leghista di preferenze, della Valtellina") nascerà davvero il "par­tito dei gover­na­tori" - si spera di no, se non altro perché in Italia non esistono governatori, se non a capo della Banca d'Italia e in altre istituzioni, non certo nelle Regioni - o "un'altra Lega con Zaia, Fedriga e Fugatti", come risposta al "malessere della Lega" il cui nucleo sarebbe in Lombardia (nel suo capoluogo e non solo), ma probabilmente anche in Veneto, ponendo sempre mente a Luca Zaia, presidente della giunta regionale per quindici anni e ora presidente del consiglio regionale dopo avere fatto lo strapieno di preferenze l'anno scorso (203101, un record assoluto). Di certo da alcune delle figure più vicine a Matteo Salvini non arriva sostegno all'iniziativa: il nome del potenziale partito "è impronunciabile" per il coordinatore federale del Movimento Giovanile, la Lega Giovani, Luca Toc­ca­lini ("un'onomatopea", per altri leghisti, quasi a ricordare il topolinesco o paperinesco "Pfui": Partito federalista dell'Unione italiana?). Ieri, senza commentare direttamente l'idea attribuita a Fontana e altri, Andrea Paganella, senatore e membro del consiglio federale (oltre che, come si diceva, persona vicinissima a Matteo Salvini) sui suoi canali social ha voluto evidenziare un paio di concetti chiave: "Primo. Per dettare la linea della Lega bisogna avere i numeri e vincere un regolare congresso. Secondo. In politica la riconoscenza non è mai stata di moda, si sa, ma a Matteo Salvini come a Umberto Bossi va detto prima di tutto GRAZIE. Perché senza Umberto la Lega non sarebbe mai nata, senza Matteo sarebbe scomparsa 13 anni fa"; oltre che alla gratitudine, Paganella ha lanciato un appello alla coesione ("Per tutti noi leghisti: non ho mai visto un partito che litiga sui giornali prendere voti, solo uniti si vince").
Se il giudizio sul ruolo determinante di Salvini per la sussistenza del partito - anche se in una forma diversa, essendo la Lega per Salvini premier un soggetto politicamente e giuridicamente distinto dalla Lega Nord - può essere condiviso anche da chi leghista non è (e magari avrebbe preferito vedere quello stesso partito assai ridimensionato o addirittura sparito), è altrettanto vero che in politica gli inviti alla coesione, come quelli alla gratitudine (o alla generosità), sono quasi sempre indice di problemi e malesseri reali, non facili da ridimensionare. Tuttavia, il compito di chi dovesse mettere in piedi un progetto alternativo non è semplice: chi abbandona un marchio storico all'interno del quale ha avuto seguito non sempre riesce a mantenerlo (ovviamente ci sono eccezioni rilevanti); l'impresa sembra anche più ardua se non si riesce a trovare un nome e un simbolo che facciano presa.
Ovviamente non esiste una ricetta per azzeccare il segno distintivo "giusto", anzi: è molto più facile tratteggiare ciò che è sbagliato o non produttivo. Così può essere utile, almeno, capire se qualcuno ha già registrato o depositato quei segni o ne ha registrati di affini. Si dia uno sguardo, tanto per dire, nel catalogo dell'Ufficio italiano brevetti e marchi per vedere quanti potenziali emblemi politici sono stati presentati negli ultimi anni contenenti la parola "federale" o "federalista": esce di tutto, ma davvero di tutto, con il tricolore che appare essere l'elemento più ricorrente. Si incontra dal "Polo federale" al "polo federalista" (e i simboli, tricolore a parte, non si somigliano), alla "Lega federalista" (ora del Lazio, con le spighe, ora della Calabria, progetti che a guardarli non appaiono minimamente parenti), da un leone stante di San Marco di "Civica federalista" al Mezzogiorno di "Popolari Europei Sud Federale", fino a "Unione federalista per l'Italia" (con cinque stelle), così come non mancano la "Lega italia federale" e la "Lega Italia federalista" (a forma di gagliardetto).
A proposito, qualcuno ha detto "Lega Italia federale" o "Lega italia federalista"? No, perché come si fa a dimenticare che all'inizio degli anni '90 si era già fatto un primo tentativo di estendere a tutto il territorio italiano l'esperienza della Lega Nord, creando appunto la Lega Italia federale (sempre con Alberto da Giussano al centro), che ebbe il suo primo momento di gloria partecipando al voto amministrativo di Roma del 1993 (il primo nella capitale a tenersi con l'elezione diretta del sindaco), per poi ricomparire essenzialmente alle regionali del 1995; curioso, a pensarci ora, che fondatore della Lega Centro e coordinatore della Lega Italia federale sia stato Cesare Crosta, fondatore del Partito monarchico nazionale e rifondatore del Fronte dell'Uomo qualunque... Un nome molto simile, Lega italiana federalista, ricorda invece la prima stagione di grande crisi della Lega Nord, quella successiva alla scelta di Umberto Bossi di togliere l'appoggio al primo governo di Silvio Berlusconi: il primo partito degli "scontenti",  fondato il 13 febbraio 1995 da Luigi Negri, Enrico Hüllweck, Giorgio Vido, Sergio Cappelli e altri ex leghisti, fu proprio la Lif, che scelse di distinguersi con un diamante all'interno del simbolo. Già prima, a dire il vero, si erano mossi Gianfranco Miglio e Umberto Giovine, che alla fine di ottobre del 1994 (evidentemente dopo l'insoddisfazione per il trattamento che Bossi aveva riservato al costituzionalista e studioso di scienze dell'amministrazione) avevano costituito l'Unione federalista; un annetto più tardi quell'esperienza con un'evoluzione nel partito federalista, che - come la Lif - fece una fugacissima comparsa dalle elezioni politiche del 1996.
Quelle stesse elezioni partecipò anche, finendo su non troppe schede elettorali, un simbolo che faceva chiaramente il verso al mondo dei conservatori americani, declinati però in versione italiana: i Federalisti liberali, evoluzione partitica del gruppo parlamentare Federalisti e liberaldemocratici (che nel frattempo aveva perso parecchi pezzi), riuscirono ad avere qualche eletto nei collegi uninominali'interno del centrodestra (come le altre sigle già viste, tutte alternative alla Lega Nord che si presentava da sola), poi nel giro di qualche tempo scomparvero come la Lif e il Pf. Il loro elefantino tricolore stellato, in compenso, era forse uno degli emblemi più efficaci di quel periodo: si dubita, però, che possa andare bene per il Plfi, a dispetto del nome piuttosto somigliante (anche nella potenziale collocazione politica).

venerdì 7 agosto 2026

Ancora sul "diritto dei partiti", a partire dall'ultima sentenza su +Europa (ma per il tribunale l'assemblea deve avere un nuovo presidente)

Aggiornamento dell'11 agosto 2026: proprio nel giorno in cui questo articolo era stato pubblicato - il 7 agosto - il tribunale di Roma ha emesso un'altra ordinanza (la n. 210/2026), questa volta su ricorso presentato da 52 membri dell'assemblea di +Europa (un numero esattamente pari a coloro che il 19 aprile avevano appoggiato la mozione con cui si era chiesto di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario): in particolare, ha ordinato al partito - condannato, peraltro, alle spese del giudizio cautelare - di porre come primo punto all’ordine del giorno della riunione già convocata il 10 e 11 giugno (per discutere di nuovo e votare il consuntivo) l'elezione del nuovo presidente dell'assemblea stessa, adottando tutte le misure necessarie per far rispettare le norme interne (soprattutto relative alla tempestiva informazione sulle questioni da trattare durante l'assemblea).
I ricorrenti avevano presentato il ricorso dopo le dimissioni dalla presidenza dell'assemblea di Agnese Balducci (il 29 aprile). Nella riunione successiva del 18 maggio (quella che ha bocciato il rendiconto 2025), l'assemblea - guidata temporaneamente dal vicepresidente vicario Michele Di Lorenzo - non aveva provveduto a eleggere il nuovo presidente: la maggioranza dell'organo, ritenendo che fossero state violate le regole, ha chiesto a norma dell'art. 10.8 dello statuto di convocare un'assemblea straordinaria, innanzitutto per eleggere il nuovo presidente e discutere di nuovo sul rendiconto. L'assemblea è stata convocata, ma senza il punto sul bilancio e comunque differita al 12-13 dicembre (oltre sette mesi dopo le dimissioni di Balducci): le richieste di anticipare la riunione e integrarne l'ordine del giorno non avevano sortito effetti e i futuri ricorrenti avevano ritenuto che fossero state compiute varie violazioni statutarie (sulla durata della guida dell'organo da parte del vicario, sui diritti delle minoranze in materia di convocazione dell'assemblea straordinaria e fissazione dell'ordine del giorno), puntando a ottenere il ritorno a "un assetto organico e procedurale conforme al patto associativo".
+Europa aveva chiesto il rigetto completo del ricorso (ritenuto peraltro inammissibile dal partito), contestando che esistesse il fumus boni iuris e che i diritti dei ricorrenti e del partito stesso potessero subire pregiudizi gravi e irreparabili senza l'intervento del giudice. La giudice della "sezione feriale promiscua" del tribunale di Roma, Clelia Buonocore, ha peraltro subito notato che il 2 agosto (il ricorso era stato depositato l'8 luglio) il vicepresidente vicario dell'assemblea aveva convocato l'organo per il 10-11 agosto per la discussione e approvazione del consuntinvo 2025 (dopo che la Commissione di garanzia degli Statuti per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici aveva rilevato che il rendiconto non era stato ancora depositato e che, se ciò non fosse avvenuto entro la fine di ottobre, il partito sarebbe stato cancellato dal registro); le richieste cautelari dei ricorrenti, dunque, si sono ridotte all'aggiunta dell'elezione del nuovo presidente dell'assemblea come primo punto della nuova riunione.
Per la giudice quest'ultima richiesta appare fondata a norma dell'art. 10.5 dello Statuto di +Europa ("[…] In caso di morte, di dimissioni, di impedimento o di cessazione dalla carica, subentra nelle sue funzioni il Vicepresidente vicario fino all’elezione del nuovo Presidente dell’Assemblea nella prima Assemblea successiva alla cessazione della carica"). Sarebbe lo stesso documento normativo interno al partito a stabilire il carattere "necesariamente precario e del tuttto provvisorio" della presidenza provvisoria dell'assemblea affidata al suo vicepresidente vicario: se la ratio delle disposizioni statutarie è che la direzione dei lavori dell'assemblea, spettante al suo presidente, sia svolta "dal soggetto eletto a tale carica ed espressione della maggioranza dei componenti l'organo assembleare". Secondo la giudice, dunque, era "onere del Vicepresidente vicario [...] attivarsi affinché già nel corso dell’assemblea convocata per il 18 maggio 2026 si provvedesse, in via del tutto preliminare, alla elezione del nuovo Presidente" (come, del resto, aveva chiesto più di un terzo dei membri dell'assemblea); di più, la discrezionalità riconosciuta al presidente nella fissazione della data di un'adunanza non farebbe venire meno i "doveri di diligenza e buona fede" e la necessità di rispettare lo spirito e la "ratio delle regole di funzionamento dell'Ente", cosa che non si sarebbe verificata fissando la nuova riunione dell'assemblea oltre sette mesi dopo le dimissioni della presidente e permettendo "al Vicepresidente vicario di mantenere l’esercizio delle funzioni assunte per circa otto mesi". Essendo stata nel frattempo convocata l'assemblea per il 10-11 agosto, in quell'occasione si sarebbe sicuramente dovuta inserire come primo punto dell'ordine del giorno l'elezione del nuovo presidente (anche sulla base delle reiterate richieste dei ricorrenti); proprio la nuova mancata previsione di quel punto, secondo la giudice, esporrebbe "al pericolo di lesione grave e certamente irreparabile i diritti associativi e partecipativi spettanti agli odierni istanti in qualità di associati e di componenti dell’Assemblea, oltre a compromettere il regolare funzionamento dell’organo assembleare".
L'ordinanza, dunque, ha ordinato a +Europa di integrare l'ordine del giorno della riunione dell'assemblea del 10-11 agosto con l'elezione del nuovo presidente, "adottando tutti i provvedimenti atti ad assicurare l’osservanza delle disposizioni statutarie e regolamentari, in particolare in punto di tempestiva informazione sulle questioni da trattare". L'assemblea, svoltasi oggi, si sarebbe conclusa - in base a quanto si legge sul profilo social di Valerio Federico - con l'elezione di Tommaso Rotella (lista Operazione Millennium) come nuovo presiddente dell'organo. Ciò, ovviamente, non comporta automaticamente l'avvio di un percorso "verso il congresso anticipato", essendo necessaria per il congtesso straordinario - sempre in base allo statuto - la sfiducia da parte dei due terzi dell'assemblea appositamente convocata (art. 13.6), oppure che si verifichino la morte, le dimissioni, l'impedimento permanente o la cessazione dalla carica del Segretario (art. 13.5).

 
 
Il "diritto dei partiti", come si sa, è una materia piuttosto delicata
, sia per il rilievo pubblicistico dei soggetti di cui si occupa (appunto i partiti politici), sia per la necessità di tenere conto tanto di norme giuridiche nazionali (quelle sulle associazioni e quelle espressamente dettate per i partiti), quanto di regole "specialissime", contenute soprattutto - ma non solo - negli statuti dei soggetti collettivi di volta in volta considerati. Tutte queste norme vanno considerate ovviamente nella vita "normale", ordinaria dei soggetti politici, ma finiscono per assumere un particolare rilievo nei - purtroppo frequenti, almeno in Italia - casi in cui viene messo in discussione il loro rispetto e qualcuno si rivolge ai giudici per rimuovere atti ritenuti illegittimi e i loro effetti. Non si tratta certo di una novità: in queste pagine ci si è occupati più volte di contenziosi, in vari casi riferiti all'uso dei simboli (circa la loro titolarità o confondibilità), ma più spesso relativi al rispetto delle norme interne (statutarie o congressuali) o di legge, con effetti che non di rado producono conseguenze su chi rappresenti effettivamente il partito e, di riflesso, su chi abbia il potere di disporre dei suoi segni distintivi. Solo pochi giorni fa si è parlato dell'ordinanza (per natura provvisoria e quasi certamente oggetto di un reclamo a breve) del tribunale di Milano relativa all'uso del nome e del simbolo del Psdi, ma le scissioni e ricomposizioni dei partiti hanno generato un numero imprecisato di contenziosi finiti in carta bollata. Volendo limitarci alla "Seconda Repubblica", al di là della storia pressoché infinita delle liti sulla Democrazia cristiana e sullo scudo crociato, nel corso del tempo si sono viste schermaglie tribunalizie in area socialista (per esempio nel Nuovo Psi e nell'attuale Psi), repubblicana, liberale (dal 2021 e ancor più dal 2022 in poi), leghista (con riferimento alla "vecchia" Lega Nord) ed ex missina (con varie puntate nel corso del tempo)
Con riferimento alle forze politiche di più recente costituzione, ci si è occupati più volte delle cause che hanno visto coinvolto il MoVimento 5 Stelle, anzi, le varie associazioni con quello stesso nome nelle loro evoluzioni statutarie (si approfitta anzi dell'occasione per segnalare che su queste pagine, dopo avere a lungo discusso di tale eventualità, si è volutamente evitato di parlare del contenzioso avviato a fine marzo da Beppe Grillo e dal M5S-2012 contro il M5S-2017 per rivendicare la titolarità di nome e simbolo del MoVimento e di cui a fine luglio si è celebrata un'udienza a Roma: il tema è di sicuro interesse, ma la delicatezza della questione suggerisce di non scrivere altro solo sulla base delle notizie circolate, senza disporre di documenti su cui poter ragionare in modo ampio), ma ci si è occupati anche di +Europa: al di là delle polemiche legate al primo congresso del 2019 (per l'andamento e i suoi esiti), un contenzioso si avviò a proposito del secondo congresso del 2021, chiuso in parte con una transazione e in parte - per gli intervenuti che avevano scelto di continuare il loro percorso - con un'ordinanza che a maggio del 2022 aveva sospeso gli atti precongressuali, fino a un'ulteriore transazione avvenuta in ottobre, prima che si celebrasse la terza assise nazionale nel 2023 (caratterizzata tra l'altro dall'episodio del deposito della domanda di marchio per il simbolo, ritirata dopo le polemiche sollevate da Federico Pizzarotti).
Quando su questo sito ci si è occupati ex post del quarto congresso di +Europa, svoltosi tra il 7 e il 9 febbraio 2025, si era dato conto di polemiche circa la validità di un numero rilevante di iscrizioni "in zona Cesarini" e sugli effetti sulle decisioni congressuali, precisando che probabilmente sarebbero stati presentati ricorsi sul punto; così in effetti è avvenuto proprio a febbraio dello scorso anno. Dopo un anno e mezzo, il 30 luglio scorso le agenzie hanno diffuso una nota di +Europa con cui si dava notizia di una "sentenza con cui il Tribunale di Roma ha respinto integralmente i ricorsi promossi da Angelo Cenicola e Valerio Federico contro le deliberazioni dell'assemblea nazionale del 19 gennaio 2025, del congresso Nazionale del 7-9 febbraio 2025 e gli atti conseguenti". 
 

La sentenza su +Europa (e il contenuto dei ricorsi) 

Proprio il 30 luglio, in effetti, è stata pubblicata la sentenza n. 11740/2026 con cui la XVI sezione civile del Tribunale di Roma ha deciso in primo grado sul ricorso citato, nonché su un ulteriore ricorso presentato in seguito dagli stessi ricorrenti "contro la delibera di ratifica della Commissione di Garanzia Congressuale del 24.1.2025". Incidentalmente, il giudice che ha deciso la controversia in primo grado, Giuseppe Di Salvo, è lo stesso che ha presieduto nel 2022 il collegio che si è pronunciato sul reclamo sugli atti precongressuali del 2021 (e lo stesso che sentenziò in uno dei contenziosi tra Cdu e Alessandro Duce sulla riattivazione della Dc e fu presidente di altri due collegi di reclamo nei processi cautelari legati al Pli).
In particolare, come si diceva, a febbraio del 2025 Cenicola e Federico avevano depositato un ricorso a norma dell'art. 281-diecies del codice di procedura civile (la disposizione regola il cosiddetto "procedimento semplificato di cognizione", applicabile quando delle cause civili si occupa un giudice monocratico - e da applicare per forza "quando i fatti di causa non sono controversi, oppure quando la domanda è fondata su prova documentale, o è di pronta soluzione o richiede un'istruzione non complessa" - e che si introduce non con un atto di citazione, ma appunto con un ricorso): in quell'atto avevano chiesto di "accertare e dichiarare la nullità o, in subordine, annullare o comunque dichiarare l’invalidità e/o l'inefficacia" della delibera dell'assemblea nazionale di +Europa - organo di cui al tempo e al momento del ricorso erano parte - del 19 gennaio 2025 e della successiva delibera del quarto congresso nazionale del partito, al quale avevano partecipato come candidati della lista Operazione Millennium.
La delibera contestata dell'assemblea nazionale del 19 gennaio 2025 riguardava l'approvazione di una proposta di modifica al regolamento congressuale, con l'introduzione di disposizioni una tantum sulla consistenza della platea dei delegati (ridotta a 300 unità, invece che il 10% degli iscritti) e sul "peso" del voto degli associati a seconda, oltre che della continuità di militanza, della regione di domicilio (diminuendo lievemente il peso dei singoli iscritti nelle regioni in cui la concentrazione di tesserati appariva maggiore). A quanto si apprende, i ricorrenti ritenevano che l'assemblea non potesse modificare di fatto il regolamento congressuale a ridosso dell'evento (visto che, in base all'art. 9.2 dello statuto, il regolamento doveva essere approvato "almeno tre mesi prima della data di convocazione del Congresso", come in effetti in prima battuta era avvenuto il 27 ottobre 2024), mentre eventuali modifiche del regolamento - in base all'art. 2, par 5 dello stesso - avrebbero potuto essere apportate dalla commissione di garanzia congressuale "in presenza di circostanze eccezionali e di esigenze che lo rendano inevitabile"); d'altra parte, si lamentava pure come la modifica fosse avvenuta mentre ormai si stavano sottoscrivendo le liste dei delegati per il congresso, alterandone di fatto le condizioni.
La ritenuta illegittimità della delibera dell'assemblea del 19 gennaio 2025, sempre secondo i ricorrenti, avrebbe inficiato pure la legittimità delle delibere del 4° congresso di +Europa: esso, infatti, si sarebbe svolto (con particolare riguardo al numero dei delegati e alla ponderazione dei voti) sulla base di regole non approvate entro i termini previsti dallo statuto; i ricorrenti devono probabilmente aver ritenuto che le norme che hanno modificato il regolamento congressuale avessero spiegato i loro effetti unitamente al numero consistente di nuove iscrizioni pervenute negli ultimi giorni del 2024 - con un peso rilevante della Campania - la cui regolarità era stata messa in dubbio (quanto alla personalità del pagamento e alla non coincidenza del mezzo di pagamento per più di tre persone co-residenti). 
Il giudice Di Salvo, il 10 maggio dello scorso anno, aveva già rigettato con ordinanza in sede cautelare la richiesta di sospendere le delibere impugnate. Nel provvedimento si legge che non sembrava giusto ritenere che l'assemblea nazionale di +Europa potesse solo "approvare" e non anche “modificare” il regolamento del congresso: se l'assemblea era "la principale articolazione maggiormente rappresentativa dell’associazione" e la commissione di garanzia - "espressione dell'assemblea" - il 24 gennaio 2025 aveva ratificato la decisione della stessa assemblea, per il giudice la situazione doveva ritenersi legittima; quanto alle "circostanze eccezionali idonee a giustificare una modifica del Regolamento Congressuale", per Di Salvo sarebbero state da individuare proprio nell'"anomalo incremento delle iscrizioni campane in vista del Congresso", riconosciuto dagli stessi ricorrenti. 
Quanto al periculum in mora, per il giudice non si dovevano considerare solo le lesioni irreparabili che - senza intervento giudiziario - avrebbero potuto subire i diritti dei ricorrenti (e solo loro, non di altri soggetti terzi), ma anche "il pregiudizio che viceversa potrebbe subire l'associazione [...] da un eventuale provvedimento di sospensione dell’efficacia esecutiva della delibera impugnata" (un punto che forse nei contenziosi passati non aveva avuto lo stesso peso); nell'ordinanza si era sostenuto che non esistevano "gravi motivi" per sospendere cautelativamente l'efficacia delle delibere impugnate (o, per lo meno, i ricorrenti non li avevano "compiutamente argomentati"). Quanto alla richiesta di sospendere gli atti congressuali, era stata respinta perché quelle delibere non erano state direttamente contestate per vizi propri e alle stesse non sembravano essersi comunicati altri vizi, visto che la delibera dell'assemblea del 19 gennaio 2025 non era stata sospesa e, anzi, era stata ratificata dalla commissione di garanzia del 24 gennaio, allora non impugnata. Non a caso, dopo l'ordinanza, i ricorrenti  il 15 maggio 2025 - hanno impugnato anche la ratifica emessa dalla commissione di garanzia. 
Anche in sede di cognizione piena, tuttavia, le richieste di Cenicola e Federico sono state respinte: il giudice, in particolare, ha ritenuto che i ricorrenti non fossero legittimati a impugnare in base all'art. 23 del codice civile le delibere contestate, senza nemmeno valutare gli altri profili di contestazione in base al principio noto come "della ragione più liquida" (desunto dagli artt. 24 e 111 Cost. e confermato in varie occasioni dalla Corte di cassazione), per cui se risolvere una delle questioni in campo risulta, oltre che più facile, "assorbente" - cioè assicura la definizione del giudizio - non occorre prendere in esame le altre (anche se, magari, logicamente dovrebbero essere affrontate prima), garantendo così il miglior risultato con uno sforzo minore e in tempi più rapidi. 
In base all'art. 23, comma 1 del codice civile, "Le deliberazioni dell'assemblea contrarie alla legge, all'atto costitutivo o allo statuto possono essere annullate su istanza degli organi dell'ente, di qualunque associato o del pubblico ministero". Il giudice ha riconosciuto - come è ampiamente condiviso - che la norma vale anche per le associazioni non riconosciute e per organi diversi dall'assemblea, ma ha ritenuto di dover ripetere quanto già sostenuto nell'ordinanza cautelare - dunque la possibilità che l'assemblea potesse anche modificare il regolamento congressuale, a maggior ragione con la ratifica di quella delibera da parte della commissione di garanzia, viste le "circostanze eccezionali" legate all'incremento anomalo di iscrizioni precongressuali in una regione - ritenendo che non fosssero "emersi mutamenti nel corso del processo": si tratta, com'è facile notare, di un consistente copia-incolla della parte motiva dell'ordinanza (inclusa la parte, già non del tutto comprensibile nel primo provvedimento, riferita all'art. 24 del codice civile, non pertinente al caso). Le conclusioni sono rimaste le stesse - e sono state riportate "ad colorandum", com'è espressamente scritto nella sentenza - anche con riferimento alla validità delle delibere del congresso: non erano state sollevate contestazioni dirette alle delibere congressuali e, per giunta, la precedente delibera dell'assemblea, peraltro ratificata dalla commissione di garanzia (la sentenza riporta ancora il riferimento alla non impugnazione di questa, nonostante nel frattempo fosse stato presentato un ricorso ad hoc, analizzato in seguito in modo stringato), non era stata sospesa prima che il congresso deliberasse. Al ragionamento già svolto nell'ordinanza, il giudice ha aggiunto un'ulteriore considerazione: il fatto che i ricorrenti abbiano partecipato al 4° congresso, promuovendo al suo interno "documenti politici, liste congressuali" e risultando candidati ed eletti ad alcune cariche statutarie, "priva di consistenza giuridica le censure da essi mosse in ordine alla legittimità delle deliberazioni impugnate".
Poiché, come si diceva, nel frattempo i ricorrenti avevano impugnato anche la delibera con cui la commissione di garanzia il 24 gennaio 2025 aveva ratificato la decisione presa dall'assemblea cinque giorni prima, il giudice si è espresso anche sul secondo ricorso. Nella sentenza, tuttavia, si legge solo che l'assemblea il 19 gennaio 2025 aveva provveduto a reintegrare il plenum della commissione di garanzia con un componente e dunque la stessa commissione, ratificando la delibera assembleare il 24 gennaio, aveva confermato "confermando, attraverso un ulteriore passaggio democratico, la decisione già legittimamente presa dall’Assemblea", con tanto di pubblicazione immediata della notizia della ratifica sul sito congressuale di +Europa. Tanto è bastato, per il giudice, a negare ogni profilo d'illegittimità delle delibere impugnate.
 

Riflessioni sul testo e sul contesto

La sentenza del tribunale di Roma, dunque, ha integralmente respinto i ricorsi, con condanna dei ricorrenti alle spese di lite. Subito dopo la pubblicazione della pronuncia il partito ha diramanto una nota in cui ha sostenuto che la sentenza avrebbe confermato "la correttezza dell'operato degli organi del partito, democraticamente eletti, e la piena legittimità del percorso congressuale che ha portato al regolare svolgimento del congresso nazionale del febbraio 2025" e che la decisione avrebbe permesso di "archiviare una stagione di contestazioni giudiziarie sullo svolgimento dell'ultimo congresso". Non è dato sapere se i ricorrenti abbiano intenzione di impugnare la sentenza; qualche considerazione, però, si può fare ugualmente.
La decisione del Tribunale di Roma rimuove - almeno per ora: lo farebbe del tutto con il passaggio in giudicato, ma occorre capire cosa faranno i ricorrenti soccombenti - il rischio che siano invalidati gli atti dell'ultimo congresso, inclusa l'elezione delle varie cariche (che tra l'altro ha determinato la composizione della direzione, organo che decide sull'impiego del simbolo del partito), ma di certo è arrivata in un momento delicato per +Europa. Lo si vede già solo scorrendo le cronache politiche degli ultimi dodici mesi: il 19 aprile si è appreso che l'assemblea del partito, dopo aver respinto la mozione del segretario Riccardo Magi, ne avrebbe approvata (52 voti su 100) un'altra, proposta da Matteo Hallissey (presidente del partito) e dall'ex segretario Benedetto Della Vedova, in cui si chiedeva di azzerare la segreteria e convocare il congresso del partito (la stessa allora presidente dell'organo, Agnese Balducci, avrebbe però ritenuto "non legittima" quella mozione, visto che lo statuto prevede un congresso straordinario in caso di sfiducia del segretario votata dai due terzi dell'assemblea, di morte, di dimissioni o di impedimento permanente dello stesso); il 28 maggio si è assistito a una "occupazione" della sede di +Europa da parte degli stessi Della Vedova e Hallissey (nonché di altre persone), con la nuova richiesta di avvio del percorso congressuale (possibile secondo il parere del collegio di garanzia, non invece secondo Magi, per il quale occorrerebbe la sfiducia da parte dei due terzi dell'assemblea); nel frattempo la stessa assemblea - attualmente priva di presidente eletto e la cui convocazione sarebbe stata chiesta con un ricorso ex art. 700 c.p.c. al Tribunale di Roma - alla metà di maggio non ha approvato il rendiconto 2025, mossa che mette a rischio la percezione del 2 per mille e delle altre provvidenze pubbliche.
Andando a ritroso, c'è chi aveva lamentato una scarsa partecipazione di +E (in particolare del segretario) alle iniziative e alla comunicazione a sostegno del "Sì" al referendum costituzionale sulla giustizia, ma già da prima si erano manifestate posizioni molto diverse sulle alleanze (in particolare con l'alternativa tra partecipare al "campo largo" o a un'aggregazione centrista); già alla fine dell'estate del 2025 il collegio di garanzia (dopo l'emersione del caso di una candidata all'assemblea nazionale che si sarebbe trovata inserita nella lista Operazione Millennium) aveva deciso - a fronte della richiesta del segretario di escludere l'intera lista dagli organi del partito - di sospendere i candidati di punta di Millennium, inclusi Federico e Cenicola, per un determinato periodo e di dichiarare la loro decadenza dalle rispettive cariche e l'assemblea nazionale ha confermato la decisione.
Difficile parlare, in queste condizioni, di archiviazione di una "stagione di contestazioni giudiziarie". Sarebbe in generale auspicabile, oltre che una vita più ordinata all'interno dei partiti, anche un minor ricorso ai tribunali per dirimere questioni interne. Da un lato, è fondamentale il rispetto delle regole -statutarie e regolamentari - che ci si è dati o che si sono accettate con l'adesione al partito e con la partecipazione ai suoi eventi fondamentali, ma occorrerebbe sicuramente riflettere di più nel momento in cui queste regole si discutono e si scrivono, visto che poi devono essere applicate e in qualche caso sembrano invecchiare male in fretta; dall'altro, il ricorso alla carta bollata, pur possibile a norma di legge, rischia ogni volta di più di far somigliare i partiti - a dispetto delle norme emanate negli ultimi 15 anni - ancora ad associazioni o società qualunque, i cui atti possano essere impugnati, sospesi o invalidati, come se ciò non avesse effetti circa la posizione costituzionale dei partiti, a maggior ragione se presenti in Parlamento come +Europa. Per quanto siano in difficoltà, i partiti non meritano questo destino.