La sentenza del Tar Sicilia, sezione di Catania relativa alle elezioni comunali di Barcellona Pozzo di Gotto della scorsa primavera è stata già analizzata nei giorni scorsi per il suo essere potenzialmente dirompente: il fatto che un gruppo parlamentare (dell'Assemblea regionale siciliana in questo caso, della Camera o del Senato in prospettiva) possa esonerare dalla raccolta firme più liste, anche in numero teoricamente indefinito - specie in presenza di un sistema elettorale con premio di maggioranza, basato su coalizioni e in cui tutte le liste coalizzate concorrono al raggiungimento della soglia per l'attribuzione del premio stesso - potrebbe portare a coalizioni affollatissime, nel tentativo di ottenere più voti degli altri per vincere e, magari, raggiungere la soglia per conquistare il premio di maggioranza.
La vera attesa, però, era per l'altra vicenda portata all'attenzione del giudice amministrativo, relativa alle elezioni comunali di Messina. Lì, infatti, le liste della coalizione che appoggiava il sindaco dimissionario Federico Basile, espressione di Sud chiama Nord di Cateno De Luca (suo predecessore a Palazzo Zanca), erano addirittura 15 e per nessuna di queste erano state raccolte le sottoscrizioni richieste dalla legge. Ai dubbi sulla legittimità dell'ammissione di quattordici delle quindici formazioni (ritenendo che l'esenzione fosse applicabile solo al primo gruppo di candidati depositato) si affiancavano altre questioni per nulla irrilevanti: alcune riguardavano addirittura la regolarità della stessa convocazione dei comizi elettorali, altre miravano comunque a invalidare e ripetere la procedura elettorale. Come nel caso di Barcellona, tuttavia, il Tar ha respinto il ricorso presentato, anzi, i ricorsi, visto che ne erano stati proposti due, dal contenuto non identico ma in parte sovrapponibile; sarà ovviamente possibile impugnare le sentenze davanti al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana (e se ci sarà la nuova sentenza se ne parlerà), ma intanto si prende atto delle decisioni, che qui si commentano.
I contenuti dei ricorsi
La sezione V della sezione catanese del Tar Sicilia si è dovuta occupare - dopo che la sezione II aveva affrontato il caso di Barcellona - di due ricorsi. Il primo era stato presentato da due cittadini elettori, Salvatore Bucceri (anche candidato nella lista Rinascita Messina, a sostegno di Gaetano Sciacca) e Sebastiano Dibilio, difesi, come i ricorrenti di Barcellona, dall'avvocato Paolo Starvaggi, stavolta affiancato dal collega Angelo Giorgianni; le lamentele erano rivolte contro la Giunta Regionale Siciliana, l'assessorato regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica, la Prefettura di Messina e ovviamente il comune di Messina (difeso, come quello di Barcellona, dall'avvocato Santi Delia). Il secondo ricorso era stato presentato da altri due cittadini, Michele Laghezza e Giuseppe Currò - nella lista Marcello Scurria sindaco per Messina c'era un candidato con lo stesso nome, ma non è dato sapere se si tratti della stessa persona - difesi dagli avvocati Roberto Materia e Giuseppe Losi; il ricorso era rivolto solo contro il comune e l'assessorato regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica.
Salvatore Bucceri e Sebastiano Dibilio, in particolare, nel primo ricorso avevano chiesto di annullare - come chiesto dal codice del processo amministrativo - il verbale di proclamazione degli eletti (e gli atti conseguenti) relativo al voto del 24-25 maggio 2026; con questo sono stati impugnati i "provvedimenti di ammissione delle liste collegate al candidato proclamato eletto" (proprio a causa dell'applicazione estesa dell'esonero dalla raccolta firme) e i verbali di tutte le sezioni elettorali messinesi, insieme a "ogni altro atto presupposto, connesso, consequenziale o comunque attuativo del procedimento elettorale". L'impugnazione ha però riguardato anche la delibera della giunta regionale (n. 88 del 4 marzo 2026) che aveva incluso Messina tra i comuni chiamati a rinnovare gli organi elettivi nel turno di fine maggio, il decreto assessorile (n. 125 del 23 marzo) e la nota della Prefettura messinese che hanno indetto le elezioni in quei giorni e ogni altro atto del Dipartimento delle Autonomie locali funzionale a quello scopo.
In effetti, come si era già accennato nell'articolo che presentava i simboli della competizione messinese, i ricorrenti avevano già presentato un ricorso prima del voto, per contestare la legittimità del provvedimento con cui erano state indette le elezioni (a seguito delle dimissioni di Federico Basile dalla carica di sindaco il 7 febbraio scorso, divenute irrevocabili venti giorni dopo): quel loro ricorso era stato dichiarato inammissibile "per difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti e per carenza di interesse". Nel ricorso post-elettorale, i ricorrenti hanno chiesto innanzitutto di annullare il primo atto della procedura, cioè l'indizione della competizione elettorale, ritenendo violato il termine previsto dall'art. 2 della legge n. 182/1991 (norma nazionale, in base alla quale le elezioni dei consigli comunali da rinnovare "per motivi diversi dalla scadenza del mandato" secondo le regole ordinarie - la domenica tra il 15 aprile ed il 15 giugno dello stesso anno - se le condizioni alla base del rinnovo si sono verificate entro il 24 febbraio, oppure nello stesso periodo dell'anno successivo se l'evento si sono compiute dopo quella data), per cui si sarebbe dovuto votare nel 2027. Secondo i ricorrenti, in particolare, il fatto che le dimissioni di Basile siano divenute irrevocabili il 27 febbraio, dunque dopo la data indicata dalla disposizione ricordata (e ritenuta "norma fondamentale dell’ordinamento elettorale", foriera di una disciplina uniforme a livello nazionale e da applicare anche in Sicilia) non avrebbe dovuto portare all'indizione delle elezioni nell'anno in corso; in ogni caso, un atto amministrativo - come il decreto assessorile che ha indetto la procedura elettorale - non avrebbe dovuto o potuto disapplicare una norma statale.
Sulla questione della presentazione delle liste senza firme, su cui hanno insistito entrambi i ricorsi, quello presentato a nome di Bucceri e Dibilio aveva ritenuto illegittima l'ammissione di 14 delle 15 liste presentate a sostegno di Basile. L'articolo 7, comma 3 della legge regionale n. 7/1992 (dopo la riforma del 1997) prevede sì l'esenzione dalla raccolta firme (a Messina ne occorrerebbero tra 700 e 2000 per lista) "per i partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli", ma quella previsione inciderebbe "sulla rappresentatività" e richiederebbe dunque una "stretta interpretazione", legittimante la presentazione senza firme di una sola lista in ogni competizione per ciascun partito esonerato, mentre ammettere la "multiesenzione" a favore di "un numero indeterminato di liste collegate allo stesso centro di imputazione politica trasformerebbe una norma di semplificazione in uno strumento per alterare la parità competitiva". Il ricorso aveva speso, tra l'altro, un argomento testuale, ritenendo che il riferimento alla presentazione di "liste" esonerate dalla raccolta firme fosse plurale solo perché relativo ai "partiti o gruppi politici" citati nella stessa disposizione, non potendo in alcun modo legittimare "un'esenzione seriale, reiterabile senza limiti": una lettura estensiva, infatti, avrebbe di fatto consentito "un vantaggio competitivo strutturale e sproporzionato a danno degli altri concorrenti" (in termini di voti apportati alla coalizione e, indirettamente, al candidato sindaco), soprattutto ove l'esito elettorale dovesse dimostrare l'inconsistenza di parte delle liste presentate senza firme (nel caso messinese, dieci delle quindici liste a sostegno di Brasile non hanno superato la soglia del 5% e sei di queste sono rimaste sotto l'1%).
Il ricorso, peraltro, aveva sostenuto che la nota n. 4543 del 16 marzo 2026 del Dipartimento regionale delle Autonomie Locali, con cui - su richiesta di Sud chiama Nord - era stato emesso un parere sull'applicabilità della "multiesenzione" (possibile, secondo il parere stesso) fosse "inutilizzabile e comunque illegittima", a maggior ragione considerando che una nota successiva - prot. n. 7092 del 23 aprile - sarebbe stata invece di segno negativo (richiamando "l'obbligo di ricusazione delle liste e un approccio rigoroso alla disciplina") e un terzo documento - il parere dell'11 febbraio, reso dall'Ufficio legislativo su richiesta del Dipartimento regionale delle Autonomie Locali - era inaccessibile in quanto "secretato" (ma, volendo dare credito ad alcune anticipazioni di stampa, sarebbe stato sfavorevole alla "multiesenzione"). In sostanza, la Regione avrebbe assunto un atteggiamento contraddittorio, che non avrebbe potuto portare all'ammissione di tutte le liste a sostegno di Basile. Negli atti successivi del processo, in più, i ricorrenti avevano richiesto anche l'esibizione del parere, dopo alcune anticipazioni uscite sui media locali (in particolare sulla Gazzetta del Sud).
Le doglianze - come per Barcellona Pozzo di Gotto - avevano riguardato pure il comportamento della commissione elettorale circondariale, e non solo per l'ammissione di 14 delle 15 liste di Basile (limitando l'esenzione alla prima di queste): l'organo aveva chiesto di sostituire i contrassegni di tutte le liste della coalizione - chiedendo il rispetto puntuale della disposizione regionale che esenta il "contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli", non ammettendo che fosse "diversamente collocato all’interno del contrassegno" - ma non aveva preteso che fossero depositate le nuove dichiarazioni di accettazione della candidatura da parte di coloro che erano stati inseriti in lista. In più, la commissione non avrebbe tenuto in conto né "l'effetto cumulativo e l'impatto complessivo che tale pletora di simboli, inevitabilmente legati da un fil rouge politico e grafico, produce sulla scheda elettorale e, di conseguenza, sulla capacità di discernimento dell'elettore", né il fatto che la "multiesenzione" avrebbe consentito allo stesso soggetto - inteso come rappresentante regionale del partito - di presentare più liste, violando il presunto "principio di unicità del presentatore" (fatto discendere dal fatto che nessun elettore può sostenere più di una lista e se firma due volte può essere denunciato all'autorità giudiziaria.
Il secondo ricorso, presentato dai cittadini elettori Michele Laghezza e Giuseppe Currò, senza lamentare vizi della convocazione dei comizi legati all'inclusione di Messina tra gli enti chiamati al voto la scorsa primavera, si rivolgeva invece solo contro l'ammissione di 14 delle 15 liste a sostegno di Basile e gli atti conseguenti, chiedendo comunque l'annullamento (e dunque la ripetizione) di tutta la procedura elettorale. Il problema era sempre costituito dalla "multiesenzione", per cui "è stato consentito - si cita dalla sentenza, non disponendo di altri atti - ad un gruppo politico di partecipare alla competizione elettorale con ben 15 liste, tutte distinte con il suo contrassegno tradizionale, affiancato ad altri simboli, e, in ragione di ciò, tutte illegittimamente esentate dalle sottoscrizioni di regola richieste".
Ricordato che la norma in tema di presentazione delle liste è la raccolta firme - per "selezionare la serietà della candidatura" e "dimostrare che la lista dei candidati [ha] un radicamento nel territorio e nella comunità interessata dal voto", evitando "la presentazione di liste [...] costituite con il solo scopo di turbare la competizione elettorale" - mentre l'esonero da essa è l'eccezione, a detta dei ricorrenti "il divieto di più sottoscrizioni da parte di ciascun elettore vale a garantire l'effettivo raggiungimento" della verifica preventiva di rappresentatività: lo stesso principio dovrebbe portare a consentire a ogni rapppresentante di partito costituito in gruppo all'Assemblea Regionale siciliana di presentare senza altre firme una sola lista (con simbolo tradizionale, magari affiancato ad altri). La "multiesenzione", invece, "tradirebbe, violandola, la ratio sottesa alle disposizioni" sulla presentazione delle liste: "significherebbe attribuire alla relativa sottoscrizione un valore maggiore rispetto a quello suo proprio, invece, equivalente al numero di sottoscrizioni che la legge prescrive per la presentazione di una lista, con conseguente violazione anche del principio della par condicio". Accettata la prima lista presentata a nome di Sud chiama Nord, la Commissione elettorale circondariale "avrebbe dovuto escludere tutte le altre": il fatto che siano state ammesse, oltre che non rispettare - per i ricorrenti - le regole, avrebbe pure alterato la competizione, perché "delle 26 liste partecipanti, le 15 presentate senza sottoscrizioni, collegate al candidato sindaco poi risultato eletto, e composte [...] da circa 480 aspiranti consiglieri comunali, hanno monopolizzato la campagna elettorale ed inciso sul convincimento dei disorientati elettori".
Anche il ricorso di Laghezza e Currò, peraltro, negava ogni valore ai pareri del Dipartimento regionale delle autonomie locali "sui quali la commissione elettorale circondariale sembrerebbe aver fondato la propria decisione", non potendo questi essere efficaci di fronte al disposto delle leggi vigenti. L'argomento linguistico speso nel ricorso Bucceri-Dibilio (la disposizione sulle esenzioni parla di "liste", al plurale, solo perché subito dopo si parla di "partiti o gruppi politici"), tra l'altro, è stato sviluppato, per cui la stessa disposizione "parla anche di 'contrassegno tradizionale' (simbolo utilizzabile solo una volta e non suscettibile, nella stessa competizione elettorale, di duplicazione, al fine di non ingenerare confusione nell’elettore)". Da ultimo, in base agli argomenti riassunti nella sentenza, secondo i ricorrenti "la tempestiva ricusazione delle liste indebitamente ammesse avrebbe inciso non solo sulla distribuzione dei seggi consiliari ma anche sull’individuazione della lista e del candidato sindaco vincitori dell’elezione", poiché con l'ammissione di una sola lista a sostegno di Basile sarebbe stato potenzialmente annullato con ampiezza lo scarto di quasi 30000 voti tra Basile e il sindaco secondo classificato, Marcello Scurria (presentato dal centrodestra). ribaltando anzi l'esito delle elezioni.
Il comune di Messina aveva chiesto il rigetto dei due ricorsi, di fatto sostenendo che l'amministrazione comunale non aveva alcuna competenza sulla fissazione della data delle elezioni (essendo la disciplina del procedimento elettorale comunale di totale spettanza della Regione) e sostenendo che l'esonero previsto dalla legge regionale per i partiti costituiti in gruppo all'Assemblea Regionale Siciliana "vale a prescindere dal numero di liste presentate, come si evince dalla formulazione letterale del secondo periodo della disposizione", mentre la sua lettura restrittiva non avrebbe potuto trovare fondamento nel testo. Con riferimento ai pareri emessi dall'assessorato regionale, questi non sarebbero stati in contrasto, perché quello "rigoroso" del 23 aprile 2026 avrebbe riguardato "non [...] la questione della sottoscrizione delle liste, bensì la diversa tematica della confondibilità tra simboli" e gli altri pareri sarebbero stati univoci, tali da "ingenerare il legittimo affidamento sulla correttezza dell’interpretazione dell’art. 7, comma 3, della legge regionale n. 7 del 1992 adottata in sede di ammissione delle liste".
Quanto all'Avvocatura dello Stato, ha lamentato come il ricorso Bucceri-Dibilio non fosse stato notificato alla Commissione elettorale circondariale, organo che aveva ammesso le liste e autonomo rispetto alla Prefettura, che invece avrebbe dovuto essere estromessa (si segnala che in questo caso la difesa erariale non ha sostenuto la correttezza della "multiesenzione" anche a nome dell'Ufficio Territoriale del Governo, come aveva fatto invece nel processo sulle elezioni di Barcellona Pozzo di Gotto); sulla data delle elezioni ha negato che la legge statale sulla data delle elezioni (anticipate) fosse un principio generale dell'ordinamento da applicare anche in Sicilia, dovendosi invece applicare l'art. 11 della legge regionale n. 35/1997 ("La cessazione dalla carica di sindaco [...] per decadenza, dimissioni, [...] comporta la cessazione dalla carica delle rispettive giunte ma non dei rispettivi consigli che rimangono in carica fino a nuove elezioni che si svolgono contestualmente rispettivamente alle elezioni del sindaco [...] da effettuare nel primo turno elettorale utile"); l'amministrazione regionale, invece, non avrebbe avuto alcuna competenza in materia di ammissione delle liste.
Il contenuto delle sentenze
Entrambi i ricorsi, come detto in precedenza, sono stati respinti, con argomentazioni almeno in parte sovrapponibili: le due sentenze - decise il 20 ottobre e pubblicate il 23 ottobre - sono del resto state emesse dallo stesso collegio giudicante, presieduto da Agnese Anna Barone e composto da Giovanni Giuseppe Antonio Dato e Salvatore Ermete Massimo Accolla (la sentenza sul ricorso Bucceri-Dibilio è stata redatta dalla presidente Barone, quella sul ricorso Laghezza-Currò ha avuto come estensore Dato). La ritenuta infondatezza dei ricorsi ha fatto sì che i giudici non analizzassero varie eccezioni di rito fatte valere dal Comune o dall'Avvocatura dello Stato.
Con riguardo al tema della legittimità dell’indizione delle elezioni nella data del 24-25 maggio (trattata solo nel ricorso Buggeri-Dibilio), i giudici hanno ricordato che "in materia elettorale, la potestà legislativa della Regione Siciliana differisce da quella delle Regioni ordinarie", visto che in base allo statuto speciale "la Regione Siciliana è titolare di potestà legislativa di tipo primario che non incontra limiti eguali a quelli che, ai sensi dell’art. 122 Cost., si impongono alle Regioni a statuto ordinario". E se certamente - ex artt. 3, comma 1 e 9, comma 3 dello Statuto - la Regione ha potestà normativa totale sulle elezioni regionali (dovendo solo la legge regionale essere "in armonia con la Costituzione ed i principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica e con l'osservanza di quanto stabilito dal presente Statuto"), è ancora lo Statuto a stabilire la potestà legislativa esclusiva regionale sul "regime degli enti locali e delle circoscrizioni relative" (art. 14, lett. o St.), materia in cui rientrano le elezioni comunali (già in passato il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana aveva notato che il procedimento elettorale "in ambito regionale ben può differenziarsi - come storicamente è sempre avvenuto - senza necessità che siano esplicitate le concrete situazioni locali che giustificano lo scostamento dalla disciplina del procedimento in sede nazionale". Quanto all'art. 2 della legge n. 182/1991 (per cui, se una causa di fine anticipata della consiliatura si verifica dopo il 24 febbraio di ciascun anno, le elezioni si tengono l'anno dopo), per i giudici esprime solo una norma "regolatrice del procedimento elettorale nazionale" e non può essere considerata un principio fondamentale della legislazione statale, da applicare per forza direttamente in una Regione a statuto speciale (e che, dunque, tecnicamente non è nemmeno stato "disapplicato" e non si poteva invocarne l'applicazione per legittimo affidamento), anche perché la legge regionale regola l'ipotesi del rinnovo degli organi per motivi diversi dalla scadenza naturale del mandato - prevedendo di votare nel primo turno elettorale utile per non attendere troppo nel dare una nuova amministrazione all'ente - dunque non c'è alcuna lacuna normativa da colmare.
Il punto che qui più interessa, ovviamente, è quello legato alla "multiesenzione" delle 15 liste presentate da Sud chiama Nord in appoggio a Federico Basile: entrambe le sentenze, peraltro, hanno citato la decisione emessa pochi giorni prima relativamente al caso di Barcellona Pozzo di Gotto, rinviando almeno in parte a questa "quale precedente cui [...] conformarsi".
Nella sentenza sul ricorso Bucceri-Dibilio i giudici hanno rilevato che la disposizione che esonera dalla raccolta firme le liste dei "partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell’ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli" (prevedendo che tali liste siano "sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale del partito o del gruppo politico o da una o più persone dallo stesso delegate, con firma autenticata") è formulata al plurale (si parla di "liste dei candidati") e "non contiene alcun limite numerico, né altra limitazione di corrispondenza biunivoca da cui poter ragionevolmente desumere che [...] l'esonero possa essere esercitato da ciascun partito o gruppo politico, una sola volta per singola competizione comunale". Su questa base, dunque, la "multiesenzione" costituirebbe "legittima applicazione della norma summenzionata"; al contrario, se la commissione elettorale circondariale avesse perseguito la lettura restrittiva del testo invocata dai ricorrenti, avrebbe finto, "in mancanza di parametri oggettivi fissati dal legislatore (che, anzi, [...] si esprime al plurale alle “liste”), per determinare incertezza contravvenendo anche ai requisiti di linearità, semplificazione e puntuale scansione degli adempimenti che devono connotare la consultazione elettorale a salvaguardia dei diritti di elettorato attivo e passivo".
Il collegio, poi, ha interamente richiamato la "sentenza Barcellona" su due punti. Il primo, quando sostenva che "ogni lista che rechi nel proprio contrassegno il simbolo del partito parlamentare [...] non è un soggetto estraneo, ma costituisce una articolazione organizzativa e identitaria del partito esentato" e quindi "l'esenzione dalle firme inerisce [...] l'intera proposta elettorale promossa da quella forza politica sul territorio, indipendentemente dal numero di liste in cui essa scelga di strutturarsi"; il secondo, quando notava che limitare l'esenzione a una sola lista sarebbe stato "in insanabile contrasto anche con la ratio profonda del sistema elettorale" imperniato sulle coalizioni, sul premio di maggioranza e sulla possibilità di conquistare la vittoria al primo turno anche grazie a una "frammentazione strategica delle liste".
Il giudizio di legittimità sulla "multiesenzione", per i giudici, supera ogni contestazione relativa al possibile contenuto contraddittorio dei pareri dell'amministrazione regionale sul punto: del resto, come già indicato dal Tar Catania sempre nella "sentenza Barcellona", eventuali indicazioni provenienti da quegli uffici "non sono idonee a modificare la disciplina legislativa applicabile, né a introdurre deroghe o limitazioni non previste dalla legge" (vale tanto per i pareri pubblici, quanto per quello "secretato", oggetto - come si diceva - di un'esplicita richiesta di acquisizione, respinta dal collegio proprio perché l'atto, a prescindere dal suo contenuto, non poteva essere considerato rilevante ai fini della decisione).
Sulla parte della decisione più legata ai contrassegni effettivamente presentati e alla loro sostituzione, il collegio ha ribadito che sono le norme regionali stesse a rendere possibile la sanatoria di "vizi formali" entro il termine stabilito dalla commissione elettorale circondariale, senza che ciò richieda "la rinnovazione delle dichiarazioni di accettazione delle candidature". Le stesse modifiche ai contrassegni richieste dall'organo e apportate dai presentatori non potevano comunque ritenersi sostanziali - come già notato dalla "sentenza Barcellona" - essendo stata giudicata necessaria "solo una diversa collocazione grafica del simbolo (che è rimasto immutato) al fine di affiancarlo al contrassegno del movimento politico 'Sud Chiama Nord', senza comportare alcuna modifica della denominazione della lista, della sua identità politica o dei nominativi dei candidati": la modifica, che ha riconfigurato graficamente tutti i contrassegni con la "pulce" o "lenticchia" di Sud chiama Nord affiancata al simbolo della lista e non integrato in esso, è stata intesa come "un intervento di regolarizzazione formale del contrassegno, diretto a renderne più chiara e immediata la riconoscibilità da parte dell'elettorato". Quanto, poi, alla presenza della citata "pulce" di ScN in tutti i contrassegni della coalizione (oltre al riferimento al candidato sindaco Basile), considerata dai ricorrenti "catalizzatore di confusione anziché [...] elemento distintivo, annacquando le differenze marginali tra i vari contrassegni", per i giudici il fatto che tutte le 15 formazioni fossero "collegate al soggetto politico titolare del contrassegno" avrebbe evitato ogni rischio di confondibilità (fondata sull'uso di un simbolo da chi non ne ha diritto), rischio già escluso dalla previsione di legge che ammette la presentazione di "liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli".
Da ultimo, non potrebbe applicarsi per analogia il divieto per l'elettore di sottoscrivere più liste, al fine di impedire allo stesso rappresentante di un partito esonerato dalla raccolta firme di presentare più formazioni: per i giudici, "nessuna norma dell’ordinamento regionale prevede il divieto ipotizzato dai ricorrenti", perché è la stessa disposizione oggetto di ricorso a precisare che il rappresentante del partito rappresentato all'Ars (inteso quale persona singola) può sottoscrivere e presentare le liste, oppure delegare a farlo più persone o - di nuovo - anche una sola. Non esisterebbe comunque "un principio generale dell’ordinamento nel senso del divieto di presentazione di più liste da parte di una persona fisica": il divieto a un elettore di sottoscrivere più liste (per non vanificare la dimostrazione di "un radicamento minimo dell’organismo politico nella comunità di riferimento") risponderebbe a tutt'altra logica rispetto alla "presentazione" delle liste - "già sottoscritte dal numero di elettori richiesti o, come nel caso in esame, esonerate dalla sottoscrizione" - da parte dello stesso rappresentante del partito (o da un suo delegato), comportamento che garantisce "l'attendibilità della provenienza e del collegamento delle liste".
Quanto alla sentenza emessa in risposta al ricorso Laghezza-Currò, questa ha espressamente ripreso la "sentenza Barcellona" nella parte in cui negava l'esistenza di "alcuna limitazione numerica" o di "alcun vincolo di corrispondenza biunivoca" tra partiti esonerati dalla raccolta firme e liste presentabili dagli stessi, dovendosi ritenere quell'esenzione estesa a tutte le liste presentate dalla medesima forza politica titolare del beneficio. La decisione ha comunque ritenuto che l'uso del plurale nella disposizione sull'esenzione ("liste") dovesse far ritenere "moltiplicabile" l'esonero senza limiti, a dispetto del riferimento singolare al "contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli”; “liste dei candidati”); la "sentenza Barcellona" è stata citata di nuovo nella parte in cui ha individuato "il criterio della ratio profonda del sistema elettorale" applicabile alle elezioni nei comuni superiori (favorevole alla presentazione di coalizioni per ottenere il premio di maggioranza, magari al primo turno), criterio che sarebbe contraddetto da un eventuale limite alla "moltiplicazione" delle esenzioni.
Anche per la seconda pronuncia, poi, "non trova alcun addentellato - né testuale né nella ratio della disciplina normativa - la tesi" volta a limitare la possibilità, per il rappresentante regionale del partito costituito in gruppo all'Ars, di sottoscrivere la presentazione di liste esonerate a una formazione soltanto: si rivelerebbe, in particolare, "fallace l’accostamento fra la sottoscrizione dell'elettore e quella del rappresentante legale di un soggetto politico esentato", esistendo una "radicale ed ontologica differenza fra la funzione della sottoscrizione dell’elettore e quella del rappresentante del soggetto politico esentato" (messa in luce proprio dalla disposizione in base alla quale, per le liste espressione del partito costituito in gruppo, "Nessuna sottoscrizione è richiesta"). Ancora più rapidamente, infine, è liquidata la questione dei pareri regionali sulla praticabilità della "multiesenzione", risultando questi "ininfluenti a fronte della corretta applicazione della norma".
Qualche osservazione finale
Nel respingere i ricorsi presentati contro l'esito delle elezioni messinesi, il Tar Catania ha comunque ritenuto che le spese di lite potessero essere compensate integralmente tra le parti, "in ragione della peculiarità della fattispecie e della novità della questione" (sentenza Bucceri-Dibilio), in particolare "non risultando precedenti decisioni giurisprudenziali - pubblicate in data anteriore alla proposizione del ricorso - che abbiano affrontato la medesima questione interpretativa nei termini prospettati nel presente giudizio" (sentenza Laghezza-Currò). La stessa conclusione, lo si ricorderà, era stata raggiunta dal collegio che aveva sentenziato sulle elezioni a Barcellona Pozzo di Gotto, anche se in quel caso i giudici si erano diffusi almeno in parte sulla "difficoltà interpretativa della disciplina applicabile", citando le "differenti opzioni ermeneutiche" consentite dal testo, nonché alcune "incertezze del quadro normativo di riferimento": nelle due nuove sentenze un riferimento simile non c'è, forse proprio perché un altro collegio dello stesso Tribunale amministrativo regionale si era già preso la briga di cercare di spiegare i motivi della compensazione a dispetto del rigetto totale delle doglianze dei ricorrenti.
I giudici della sezione V, peraltro, non hanno mancato di segnalare - in un passaggio della sentenza emessa a seguito del ricorso Bucceri-Dibilio - una "dialettica processuale, particolarmente accesa nel giudizio in discussione", nonché una produzione di "scritti sovrabbondanti (di entrambe le parti, ricorrenti e amministrazione comunale)", soprattutto sulla questione dei pareri resi dalla Regione: al di là dell'esito del giudizio, l'impressione è che il collegio - attraverso la voce della presidente - abbia voluto lasciare una traccia (contenuta ma tangibile) di un giudizio poco positivo circa l'atteggiamento tenuto dalle parti nel processo.
Appare probabile che le due sentenze sulle elezioni a Messina, come pure quella sul voto a Barcellona Pozzo di Gotto, vengano impugnate dai ricorrenti, nella speranza che il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana valuti diversamente le questioni. Il collegio di secondo grado potrebbe confermare le decisioni del Tar, così come potrebbe ribaltarle, anche solo nell'ottica di non incoraggiare la moltiplicazione delle liste presentate dai partiti esonerati dalla raccolta delle firme. Riprendendo le considerazioni svolte all'indomani della "sentenza Barcellona", anche se le disposizioni nazionali e regionali sull'esonero non sono molto diverse nella formulazione da quella siciliana, non è scontato che, al di fuori della Sicilia, gli uffici elettorali incaricati di esaminare le candidature per le elezioni politiche, regionali o comunali - cioè tutte le elezioni che consentono la presentazione di coalizioni, diversamente da quelle europee - ragionerebbero come la commissione elettorale circondariale di Messina e come il Tar Catania: pur in assenza di casi simili in un contesto di leggi elettorali maggioritarie, è diffusa la tendenza a considerare l'esonero dalla raccolta firme come un'eccezione, che come tale poco si presta a essere "moltiplicata" o anche solo estesa, salvo che sia espressamente la legge a prevederlo - ampliando le ipotesi in cui essa ricorre - o che, com'è avvenuto prima delle elezioni europee del 2024, le disposizioni siano state modificate a ridosso del voto in modo tale da rendere opportuna un'interpretazione costituzionalmente conforme.
Certo, ora che è scaduto il termine per formare le componenti del gruppo misto - sia pure attraverso passaggi dell'ultim'ora, propiziati soprattutto dalla disponibilità al "prestito" delle forze politiche maggiori e da letture molto generose del regolamento del Senato - che daranno diritto alla riduzione del minimo di firme da raccogliere in ogni collegio plurinominale da 6000 a 1500, non è escluso che qualcuno tra i partiti più grandi ed esenti dall'onere di cercare sottoscrittori si voglia prendere il rischio di presentare più liste con la propria "pulce", nella speranza di portare più voti alla propria coalizione e magari di far raggiungere a questa il 42% facendo scattare il premio. Il tentativo potrebbe non essere ritenuto legittimo dagli uffici elettorali, ma se riuscisse si sarebbe di fronte al "colpo" più clamoroso nella storia del diritto elettorale italiano.
















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