mercoledì 8 luglio 2020

Se a Ercolano spunta la lista ecologista Greta

Se nelle prossime settimane, magari a fine agosto, qualche drogat* di politica si trovasse a passare le proprie vacanze nella zona di Ercolano (Na), potrebbe trovare di un certo interesse seguire le elezioni amministrative che si terranno il 20 e 21 settembre prossimi. Nel 2015 era stato eletto sindaco Ciro Bonajuto, con il sostegno principale del Pd (ma anche di Centro democratico, Verdi, Sel, Psi, Idv e della lista civica Rinnovare Ercolano). Nel frattempo, Bonajuto ha aderito a Italia viva; per alcuni giorni era parso che si arrivasse a una sfiducia sostenuta dallo stesso Pd (ma poi i dem, pur abbandonando la giunta, hanno ritirato le loro firme dalla mozione e la sfiducia non è stata approvata) e ora lui stesso si ricandida nel tentativo di ottenere il secondo mandato. 
Non è ancora definita la coalizione che sosterrà questa nuova corsa elettorale del sindaco uscente (anche se pare si sia raggiunto un nuovo accordo tra Pd e Italia viva), in compenso si è già definita quella che al momento appare l'unica guida alternativa per il comune (anche se naturalmente da qui alla metà inoltrata di agosto potrebbero emergere altre candidature). 
Pochi giorni fa, infatti, si è presentata alla stampa Colomba Formisano, dottoressa dell'Asl Napoli 3 Sud, eletta in consiglio comunale nel Pd nel 2015 (fuoriuscita nel 2019) e ora sostenuta da una coalizione civica denominata "Ercolano bella". Questo nome era già circolato negli ultimi mesi dello scorso anno ad opera del consigliere comunale ed ex segretario Pd di Ercolano Piero Sabbarese (in seguito legatosi ad Azione), proponendo allora le primarie per "sfidare" Bonajuto: non stupisce che una delle liste in campo - per quanto abbia come dicitura più evidente Colomba Formisano sindaco - sia effettivamente denominata Ercolano in Azione (senza alcun riferimento grafico alla A "frecciata", ma il fondo è tinto dello stesso blu) e che questa faccia proprio riferimento a Sabbarese. Un'altra formazione in campo è Ercolano in marcia, organizzata da Luigi Reale (imprenditore della ristorazione piuttosto noto in zona, come "Gigino dei panini"): nel simbolo si vede appunto un gruppo di persone in cammino, con le loro orme sul terreno, mentre vanno verso il Vesuvio (per l'occasione tinto di bianco, per fare il tricolore con il cielo rosso).
Si era già vista alle elezioni di cinque anni fa la lista Cambiamo Ercolano, dalla grafica chiaramente legata al centrodestra: nel 2015 era tra le tre formazioni che sostenevano la candidatura di Gennaro Miranda, allora sostenuto soprattutto da Fratelli d'Italia. E in effetti c'è ancora lui a capo di questa lista, che tuttavia questa volta è schierata a sostegno di un progetto civico; il simbolo tuttavia è rimasto lo stesso, con l'arcobaleno tricolore che esce dal cerchio (oppure vi entra, chissà) sovrapponendosi in parte alla corona blu, al di sotto del nome della formazione conservatosi integralmente, quanto a dimensione e tinte cromatiche,
Appare invece di nuovo conio la lista Marittimi per Ercolano, voluta e guidata proprio da un marittimo, Gaetano Romaniello (che è anche vicesegretario Ugl Mare). L'idea di presentare questa formazione è nata dall'esigenza di rappresentare nel consiglio comunale i problemi dei lavoratori marittimi di Ercolano (un numero significativo in quel comune, non pochi dei quali sono giovani): a loro dire quelle difficoltà sono poco considerate dalla politica perché sono poco note, così quella categoria rilevante per il territorio si sente abbandonata e cerca di farsi spazio all'interno della competizione elettorale. Il simbolo della lista ha al centro un'ancora con un cartiglio sopra.
L'attenzione maggiore, tuttavia, viene inevitabilmente attirata dalla lista Gruppo ecologia territorio ambiente, promossa da Giampiero Perna, già assessore della giunta Bonajuto (fino a gennaio di quest'anno, quando il sindaco gli ha revocato le deleghe). La vocazione ecologista si evince pure dal programma (per ora è stato reso noto che si punta innanzitutto su economia circolare, green economy, ciclo dei rifiuti e polo ambientale), ma non può passare inosservato il fatto che il nome sia stato abbreviato nell'acronimo GR.E.T.A., posto sotto alla corolla di un girasole (anche se in parte è stato tagliato proprio per far posto alla sigla). Risulta ben difficile pensare che quell'acronimo sia frutto di una scelta casuale e non crei invece una voluta assonanza con il nome di Greta Thunberg, l'attivista svedese che per molti mesi è finita al centro delle cronache per le sue iniziative a favore dello sviluppo sostenibile e contro i cambiamenti climatici. Non era facile pensare che a qualcuno venisse in mente di chiamare in causa quella figura in una competizione locale (anche se da parte di una coalizione in effetti attenta ai temi che riguardano la "bellezza" del territorio) e per giunta in un periodo in cui - anche a causa del Coronavirus - l'attenzione per le opere di Greta è almeno in parte scemata. Certo, ufficialmente il nome di Greta non è presente sul simbolo, ma il tentativo di trasformare quella figura in un simbolo, evocandola pur senza riferimenti diretti, sembra esserci tutto. Toccherà a elettrici ed elettori di Ercolano dire se questa scelta pagherà oppure no.

martedì 7 luglio 2020

I Giovani Popolari a congresso (con simbolo) dopo vent'anni

Lo si è visto alcune settimane fa: in alcune contrade la voglia di fare politica anche in giovane età non è sfumata, quella di aggregarsi e riconoscersi in un'associazione legata a un partito, magari con un simbolo simile a quello del partito stesso, pure. Giovani comunisti, dunque, ma anche giovani socialisti, repubblicani, liberali, leghisti, forzisti, nazionali (per Fratelli d'Italia), di sinistra, persino monarchici. E, da qualche giorno, di nuovo anche popolari. 
Già, perché domenica 5 luglio si è riunito il Congresso dei Giovani Popolaridopo un silenzio lungo quasi vent'anni. L'ultimo congresso nazionale (straordinario) si era tenuto infatti a Montesilvano dal 9 al 10 dicembre del 2000: lì era uscito eletto l'abruzzese Antonio Iannamorelli, che una manciata di mesi dopo sarebbe diventato primo presidente nazionale dei Giovani della Margherita, per poi intraprendere una lunga attività di lobbista. Da allora, ovviamente, nessun congresso dei Giovani Popolari si è più svolto, visto che il Partito popolare italiano ha deciso di sospendere la propria attività (a partire dall'ultimo congresso, celebrato dall'8 al 10 marzo 2002).
In quell'occasione, tuttavia, la sezione del Ppi di Moncalieri, vicina ad Alberto Monticone, decise di non aderire alla Margherita e volle "restare popolare". Formalmente non poteva intestarsi la continuità giuridica del partito sospeso (che come associazione politica esiste ancora e ha come legali rappresentanti Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio), ma poteva custodire il patrimonio ideale del partito: così nel 2002 la sezione cambiò nome in "Associazione Popolari - Collegio 12", appunto il numero del collegio della Camera - in base alla "legge Mattarella" - corrispondente a Moncalieri. La stessa associazione, nel 2006, si è fatta carico del deposito come marchio del primo simbolo del Ppi (quello con lo scudo inclinato nel gonfalone e con la parola "Popolari"), pur se rivisto graficamente, utilizzandolo poi come base per la nuova formazione guidata da Monticone, Italia popolare. A Moncalieri, dunque, gli appartenenti all'associazione e coloro che hanno gravitato intorno a questa hanno continuato a chiamarsi Popolari: per questo, nel corso del tempo, hanno potuto diffidare in modo autorevole Silvio Berlusconi, Gianni Alemanno, Mario Mauro e Angelino Alfano quando hanno pensato di utilizzare il nome "Popolari" o "Italia popolare" per i loro progetti politici.
Nel corso degli anni, dunque, la "sezione popolare" di Moncalieri non h
I Giovani Popolari negli anni '90
a mai cessato la propria attività e hanno continuato a frequentarla anche ragazze e ragazzi del luogo. In un periodo in cui nell'area cattolica e post-democristiana si registrano movimenti rilevanti e segnalare la propria presenza è significativo, anche attiviste e attivisti iuniores dei Popolari hanno ottenuto il loro spazio e hanno scelto di celebrare il loro congresso, ovviamente a Moncalieri: per l'occasione anche il simbolo dei Popolari - Italia popolare è stato leggermente adattato per i Giovani Popolari, com'era avvenuto negli anni '90 per il Ppi  Alla carica di segretario è stato eletto 
Matteo Pizzonia, giovane studente universitario, già impegnato nel mondo parrocchiale e dei Comitati di Borgata. 
Visto che l'evento, pur se su scala ridotta, ha fatto registrare un ritorno a vent'anni di distanza, al congresso è arrivato anche il saluto di Loredana Vivolo, avvocata ed eletta segretaria nazionale dei Giovani Popolari il 18 gennaio 1998, rimasta in carica fino al 2000. "Ci tengo ad esprimervi sia la mia ammirazione sia il mio più sentito incoraggiamento. Il sapere che ci sono ancora ragazzi pronti a diffondere i principi democratici e sociali del Popolarismo, dà ossigeno anche a chi come me, da più tempo, si sente tradito proprio da uomini e donne che per un periodo della vita ha avuto come compagni di battaglie in cui credeva e crede ancora. Ho aderito ai Giovani Popolari nella fase più buia, quando affermarsi tali significava inimicarsi il mondo intero. Immagino quanta gente penserà che siete strani ed anacronistici. Non lo pensate mai, non rinunciate mai a difendere i vostri e i nostri valori. Studiate, tanto. Soprattutto la storia. Solo così avrete gli strumenti per discernere. Partite sempre dal vostro vicino, siate sempre tesi ad ascoltare gli altri e strumenti a disposizione della collettività. Spero di conoscervi presto. Osate sempre. Buon lavoro e a presto".
Tra le persone soddisfatte c'è ovviamente Giancarlo Chiapello, segretario della sezione-associazione Popolari - Collegio 12, che assieme ad altre persone ha mantenuto viva per anni la presenza popolare a Moncalieri, con un occhio sempre alla situazione nazionale. A livello locale i giovani si occuperanno soprattutto di legalità - promuovendo i valori basilari della buona politica e mantenendo alta l'attenzione verso i fenomeni mafiosi - e di temi ambientali. Tra i primi impegni per i Giovani Popolari spicca la visita (attorno alla metà del mese, in occasione delle feste del patrono di Moncalieri) di una delegazione dei Giovani Democristiani della Repubblica di San Marino, legata dunque al Partito democratico cristiano sammarinese, che si tratterrà per qualche giorno a Moncalieri. Il tutto sempre senza perdere di vista la politica nazionale e gli appuntamenti elettorali che si terranno a settembre, che secondo i ben informati potrebbero anche vedere il ritorno del "simbolo del Partito popolare" sulle schede elettorali della Campania, come dichiarato al Mattino da Ciriaco De Mita sabato. Quale simbolo, lo si vedrà tra qualche giorno.

lunedì 6 luglio 2020

Dipende da Noi, una stretta di mano per far germogliare le Marche

Tra le regioni chiamate al voto nel turno elettorale di settembre ci sono anche le Marche, che certamente cambieranno la propria guida: il presidente uscente, Luca Ceriscioli, ha infatti deciso di non ricandidarsi. Se il centrosinistra proporrà agli elettori Maurizio Mangialardi (sindaco di Senigallia), una parte significativa della sinistra . a partire da Sinistra italiana, di cui è segretario regionale Giuseppe Buondonno - assieme a varie componenti della società civile da mesi è orientata a mettere in campo una proposta alternativa. Il progetto civico porta il nome di Dipende da Noi e fin da febbraio ha schierato come candidato alla presidenza Roberto Mancini, ordinario di filosofia teoretica all'università di Macerata e già docente di culture della sostenibilità all'Accademia di Architettura dell'Università della Svizzera Italiana a Mendrisio. 
"Molti sono scoraggiati e convinti che non possono fare nulla per una politica diversa. La sfiducia è la base emotiva per lasciare campo libero alle politiche peggiori. Bisogna uscire da questa trappola. Dipende da noi se le prossime elezioni del Consiglio Regionale delle Marche e del nuovo Presidente saranno l'occasione per cominciare a liberare la regione dall'inerzia politica". Inizia così il manifesto che i fondatori del gruppo hanno diffuso e al quale sono arrivate varie adesioni di consiglieri comunali, studiosi, formatori, avvocati, sindacalisti e altri esponenti della società civile.
Per coloro che hanno redatto e sottoscritto l'appello, la giunta uscente "ha governato male, soprattutto aggravando la crisi del sistema sanitario e favorendone la privatizzazione, lasciando a se stessi i cittadini colpiti dal terremoto del 2016, mancando al compito di coordinare il rilancio dell’economia regionale". Se oggi la regione è da loro avvertita come lontana, "dipende da noi portare nel circuito asfittico dell'istituzione regionale la forza di un movimento democratico fatto da cittadini, associazioni, reti, comunità e liste civiche comunali, tutti soggetti al servizio del progetto di fare delle Marche una regione abitabile volentieri e con dignità. Una regione dove nessuno viene abbandonato e dove il futuro non viene lasciato agli interessi di pochi a scapito della collettività". 
Promotori e promotrici di Dipende da noi indicano come priorità la revisione - concordata con cittadini e amministratori - del piano di interventi per la ricostruzione nelle zone terremotate, una sanità pubblica efficiente ma soprattutto in grado di garantire a chiunque il diritto alla salute (senza togliere presidi sanitari sui territori), l'attenzione all'infanzia e alle persone giovani attraverso la collaborazione con scuole, università, associazioni giovanili e di volontariato, servizi sociali attenti alle fragilità delle persone e senza mentalità aziendalista, un'economia "che valorizzi le risorse produttive, artistiche e ambientali, che difenda posti e qualità del lavoro  generando opportunità occupazionali, che trovi maggiore forza (e non un limite) nella salvaguardia della natura, a partire dallo sviluppo della bioagricoltura e dalla tutela del paesaggio", la riorganizzazione dei trasporti e dell'acqua in mano pubblica e "un piano di inclusione democratica per le persone migranti".
Pur non escludendo successive collaborazioni con altre forze politiche democratiche (purché "si siano rinnovate per rendere giustizia ai sacrificati dalla vecchia politica regionale: donne, lavoratori, disoccupati, giovani, anziani, migranti e persone rese marginali per le cause più disparate"), alle elezioni la netta intenzione fin dall'inizio è di allearsi solo coi cittadini, senza aderire ad alcuna coalizione (c'era stato un incontro con il Pd ma si sarebbe consumata una rottura definitiva sul nome del candidato di coalizione: Dipende da noi avrebbe voluto una figura civica in discontinuità con l'amministrazione uscente). Promotori e promotrici della lista si definiscono "di sinistra", ma per loro quell'espressione va usata con attenzione: "La parola 'sinistra' - si legge nel sito - è ricca di storia, ma indubbiamente è stata utilizzata come un vessillo identitario provocando un rigetto trasversale tra le vecchie e le nuove generazioni. Fermo restando che 'sinistra è chi sinistra fa', pensiamo che il centro del nostro progetto non sia affatto quello di ricostruire la sinistra nelle Marche, bensì di restituire ai marchigiani la loro Regione, di favorire legami di solidarietà, sostenere lotte emancipative, sviluppare soluzioni creative al disagio, rafforzare un senso di unità nelle differenze (di genere, di etnia, di storia personale ecc.). [...] Per Dipende da Noi il superamento dell'orizzonte neoliberista, dunque del primato del mercato e della crescita 'infinita' su tutti i bisogni concreti delle persone, è un obiettivo di principio che coniughiamo con il massimo rispetto per tutti gli umani oppressi dagli odierni rapporti di potere. Rifiutiamo la retorica brutale del 'prima gli italiani' e abbracciamo una parola ricca di vita e di saggezza: insieme".
In questa fase si sta lavorando per affinare la bozza del programma (anche a seguito di vari incontri virtuali svolti in questo periodo): questo sarà deliberato in assemblea il 25 luglio, insieme alle candidature di cui in questi giorni è iniziata la valutazione. Era stato invece definito fin dall'inizio il simbolo del progetto civico, subito trasformato in contrassegno elettorale: si tratta della stretta di mano, antico e consolidato segno della cooperazione e di tanti tra movimenti e liste che si richiamano alla sinistra e al civismo; proprio dalle mani che si stringono spunta un germoglio, come segno della nuova vita che la lista intende imprimere alla regione. Un germoglio del quale occorre prendersi cura fin dall'inizio: non a caso il contrassegno si completa con lo slogan "prenderci cura delle Marche".

domenica 5 luglio 2020

Unione democratici cristiani, ecco il simbolo per le elezioni di settembre

Sembra tutto fatto o quasi: il 2 luglio, per chi ha partecipato alla nuova assemblea della Federazione popolare dei democratici cristiani, la scelta di presentare liste comuni sotto l'egida dello scudo crociato alle prossime elezioni - regionali e amministrative - si sarebbe ormai concretizzata. Di più, quel passo sarebbe il primo e importante momento di confronto e "prova su strada" in vista di un traguardo più ambizioso: la costituzione di un soggetto politico nuovo per chi si riconosce nell'eredità politica democratica cristiana e popolare (o, almeno, per una parte significativa di queste persone).
Certamente restano vari dettagli - anche non secondari - da definire, ma quelli fondamentali, simboli compresi, ci sono. A quanto si apprende, sarebbero state soprattutto le ultime due riunioni della Federazione popolare Dc, coordinata da Giuseppe Gargani, a essere determinanti per arrivare al risultato. Un esito che vedrebbe unite alcune tra le sigle più citate dell'area che si rifà all'eredità politica della Democrazia cristiana (innanzitutto l'Unione di centro guidata da Lorenzo Cesa, poi la Democrazia cristiana che riconosce come suo segretario Renato Grassi, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e la Fondazione Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi), ma anche una serie nutrita di movimenti, associazioni e gruppi (comprese le realtà citate in un articolo di alcuni mesi fa) che porterebbero a ben 65 il numero dei soggetti contraenti il patto.
Va sgombrato subito il campo da un dubbio o, comunque, da una legittima domanda che potrebbe sorgere. Le liste in arrivo alle prossime elezioni e il nuovo soggetto politico che potrebbe sorgere entro la fine dell'anno non si possono etichettare in modo sbrigativo come "rifare la Dc": non autorizza a pensarlo - anche se sarebbe facile - il fatto che gran parte di coloro che prendono e prenderanno parte a questo progetto siano stati e continuino a considerarsi "democratici cristiani"; non basta nemmeno notare, come pure è possibile fare, che alcuni tra i protagonisti di questo percorso abbiano nel corso del tempo dato vita a partiti denominati Democrazia cristiana (a partire da Rotondi) o che altri (come coloro che fanno riferimento alla Dc-Grassi) abbiano cercato per anni di riattivare la Democrazia cristiana "storica", partendo dalla constatazione che nel 1994 il passaggio dalla Dc al Ppi era avvenuto irritualmente, senza la celebrazione di un congresso. Si tratta, casomai, di un progetto che mira a costruire uno soggetto politico cui possa riferirsi (aderendovi o votandolo) chiunque si riconosca in "una politica di centro autonoma, alternativa alla destra e alla sinistra" e, più in generale, al popolarismo di don Luigi Sturzo e a quello europeo: un esito che, peraltro, ha richiesto e richiederà che camminino insieme, dialogando e collaborando, forze che in un passato anche recente hanno compiuto scelte politiche diverse e, in certi casi, si sono anche scontrate duramente tra loro (in particolare sulla titolarità e sull'uso dei segni distintivi della Democrazia cristiana).  
Nella riunione (a distanza) del 24 giugno l'assemblea della Federazione popolare dei democratici cristiani avrebbe stabilito ufficialmente - come si legge nel sito della Dc-Grassi - che il superamento della diaspora politica democristiana sarebbe passato innanzitutto attraverso il progetto denominato Unione dei democratici cristiani, da schierare al primo appuntamento elettorale rilevante, costituito dal turno di elezioni regionali e amministrative previsto per il 20 e il 21 settembre. In questa fase le forze politiche e culturali impegnate in questo progetto mantengono "piena e ampia indipendenza al fine di condurre il proprio rispettivo percorso"; si sono tuttavia impegnate "in una intesa convinta e fattiva" per presentare liste unitarie (i cui candidati, per Gianfranco Rotondi, dovrebbero essere scelti entro l'8 agosto), raccordarsi tra loro attraverso "coordinamenti regionali e/o locali" e magari estendere gli accordi fin qui maturati (ma sempre e solo attraverso il "metodo democratico"). Come contrassegno elettorale si era individuato quello - già anticipato nei giorni scorsi - a fondo blu, con lo scudo crociato democristiano apportato dall'Udc e circondato da un arco di dodici stelle e, in basso, la dicitura "Unione dei democratici cristiani" (magari con le iniziali dell'Udc marcate in rosso); Lorenzo Cesa, in quanto segretario nazionale dell'Udc, avrebbe accettato il nome (che peraltro è parte della denominazione completa del suo partito, "Unione dei democratici cristiani e democratici di centro") e il simbolo scelti, proponendo solo di inserire anche il riferimento alla regione interessata dalla singola lista. Si era peraltro sottolineato - da parte di Mario Tassone e Renato Grassi - che, in sede locale, si sarebbero dovute valutare le condizioni politiche avendo come obiettivo la presentazione di "liste di centro democratico e popolare alternative sia alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, sia alla sinistra radicale e senza identità". Ogni azione volta a costruire il nuovo soggetto politico centrista sarebbe stata valutata e decisa dopo le elezioni, anche sulla base del risultato di queste.
Il nuovo incontro si è svolto, come si diceva, giovedì 2 luglio a Roma (su proposta di Cesa) e lì le decisioni prese pochi giorni prima sono state perfezionate. Ribadita la volontà di perseguire come Federazione "una politica di centro autonoma, alternativa alla destra e alla sinistra", si è precisato che la Federazione avrà "una autonoma linea politica e programmatica che deve essere verificata e sperimentata con liste autonome, ove possibile, sopratutto in occasione delle elezioni comunali"; non sono escluse alleanze con altri movimenti e partiti politici - pensando anche al fatto che nei giorni scorsi l'Udc ha annunciato accordi di coalizione in alcune regioni, in particolare con il centrodestra - ma si è precisato che tali alleanze "debbono essere verificate e decise caso per caso".
L'appuntamento elettorale di settembre, tuttavia, è tuttora visto come una semplice tappa di un percorso più lungo: le liste unitarie presentate sotto l'egida della Federazione saranno presentate con "la prospettiva di poter, attraverso un'Assemblea costituente a fine anno, dar vita ad un soggetto politico nuovo", che si richiami espressamente alla tradizione democratica cristiana e pienamente inserita nel popolarismo europeo. Per questo, per il momento la Federazione ha deciso di darsi "un simbolo che si richiama allo scudo crociato e al Partito popolare europeo", il cui deposito dovrebbe avvenire - a cura di Giuseppe Gargani - nei prossimi giorni "presso gli uffici competenti" (non è dato sapere se si pensi a una domanda di marchio o ad altri depositi, magari presso il Ministero dell'interno a scopo puramente notiziale). Nell'emblema, oltre allo scudo e al fondo azzurro - direttamente mutuati dal simbolo dell'Udc, che li apporta - ci sono il nome integrale della federazione e, nella parte inferiore, il riferimento al Ppe (a sinistra il cuore giallo con le stelle e a sinistra la sigla minuscola rossa), il tutto racchiuso in una circonferenza rossa.
Nel frattempo, tuttavia, per le elezioni regionali si è immaginato un contrassegno un po' diverso: esso nella parte inferiore ha la dicitura "Unione democratici cristiani" (senza più "dei"), mentre la parte superiore è occupata - invece che dalle stelle d'Europa immaginate prima - da un segmento rosso con la dicitura "Popolari", accompagnata al nome della regione interessata. Si tratta, come si vede, di un emblema del tutto simile a quello ufficiale dell'Udc (con il riferimento regionale ai "Popolari" al posto di "Italia" sul segmento rosso, la dicitura "Unione democratici cristiani" invece di "Unione di centro" e, ovviamente, senza riportare le vele di Ccd e Democrazia europea): è probabile che la scelta grafica - e anche nominale - serva a mettere maggiormente in luce l'apporto dell'Udc a questo progetto elettorale (senza che peraltro questo si traduca in un'incorporazione in quel partito degli altri soggetti politici) e, forse, anche per evitare ogni tipo di contestazione simbolica e sperare di ottenere più facilmente l'esonero dalla raccolta firme di cui godrebbero liste dell'Udc in alcune regioni (in particolare in Liguria, Marche, Campania e Puglia). Si può probabilmente leggere in questo modo il mandato dato al comitato direttivo della Federazione perché valuti "la compatibilità di questo ultimo simbolo con le leggi elettorali regionali".
L'idea, dopo i risultati raggiunti fin qui, è di allargare il dialogo, in particolare a coloro che fanno riferimento al manifesto elaborato da Stefano Zamagni, già noto come Rete Bianca e ora come Parte Bianca. Secondo Ettore Bonalberti, presidente dell'Associazione liberi e forti e tra i dirigenti della Dc-Grassi, anche loro possono "concorrere alla ricomposizione più vasta della realtà politico sociale cattolico democratica e cristiano sociale dell'Italia": piuttosto che "un centro che guarda a sinistra" scacco di un permanente "ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano", per lui - come ha scritto pochi giorni fa sul sito di Alef - sarebbe meglio "costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al Ppe". Proprio come quello che potrebbe nascere dalla Federazione popolare dei democratici cristiani.

sabato 4 luglio 2020

Cittadini pugliesi per Conca, Puglia Verde e solidale con Emiliano

Si è affollata la corsa alla presidenza della regione Puglia, con l'andare delle settimane. Non ci sono infatti solo Michele Emiliano che cerca la riconferma con il sostegno di buona parte del centrosinistra, Raffaele Fitto che - dopo la sua presidenza dal 2000 al 2005 e la sconfitta in quell'anno nella sfida contro Nichi Vendola - ci riprova come candidato del centrodestra (ma questa volta come aderente a Fratelli d'Italia) e Antonella Laricchia che come nel 2015 si presenta per il MoVimento 5 Stelle: a loro si è aggiunto Ivan Scalfarotto, candidato di Italia viva sostenuto anche da Azione e +Europa, così come si è fatto avanti Mario Conca. Eletto cinque anni fa come consigliere per il M5S nella circoscrizione di Bari (oltre 4mila preferenze, il più votato dopo la candidata alla presidenza), ora si candida autonomamente, sostenuto dalla lista Cittadini pugliesi
La sua candidatura è stata presentata pubblicamente il 26 giugno, in una conferenza stampa in cui Conca ha contestualmente presentato il simbolo con cui vorrebbe distinguere le sue liste: con lui c'era Antonio Tasso, deputato eletto nel 2018 con il MoVimento 5 Stelle e da febbraio del 2019 appartiene alla componente Maie del gruppo misto. In quella sede Conca ha rivendicato l'impegno messo negli ultimi cinque anni su più fronti ("Ho preso denunce, ma l'ho fatto per politica di servizio ai cittadini") e ha spiegato le ragioni alla base della sua corsa autonoma: a febbraio lo staff del M5S aveva comunicato il rigetto della sua proposta di candidatura alle "regionarie" "a seguito della decisione del capo politico" (dopo che nel voto online per indicare chi avrebbe corso per la presidenza era prevalsa comunque Laricchia, figura con cui Conca ha avuto vari scontri). 
"La mia - ha spiegato l'aspirante presidente - è stata una scelta naturale. Non potendo stare né con il centrosinistra né con il centrodestra, è maturata la volontà di essere presente a queste elezioni, anche grazie al grande sostegno che ho ricevuto. L'alternativa era tornare alla vita privata e lavorativa, oppure massimizzare e dare ascolto ai tanti che mi chiedevano di rimanere per trovare una motivazione per andare a votare dopo essersi rivisti nella politica che ho portato avanti sui temi".
Tanto il nome della lista, quanto il suo emblema sono stati scelti ponendo mente alla specifica esperienza di Conca, come lui stesso ha spiegato: "Cittadini pugliesi nasce perché l’azione politica fin qui svolta è stata fatta da me, cittadino al servizio dei cittadini. Nel simbolo ci sono persone perché la politica deve ruotare solo intorno a loro. La cittadinanza attiva prescinde dall'appartenenza politica. Non sono i brand che contano o le etichette di destra, sinistra, centro. Contano solo le persone con i fatti e le loro azioni politiche. Non gli slogan, ma sono importanti l’ascolto e la dedizione per difendere i diritti dei cittadini". Di certo il simbolo non contiene slogan: unici elementi testuali sono il nome della lista e il riferimento al candidato presidente. In più, come detto da Conca, "nel simbolo ci sono persone", anzi: il cerchio è ricco di persone, rappresentate nell'atto di compiere varie attività. Su una sorta di strada tricolore, che separa il cielo azzurro dalla terra verde, ci sono - da destra - due ragazzini che vanno in bicicletta (con lei in equilibrio forse non troppo stabile a livello della ruota posteriore), una coppia con due figli, due persone che si baciano sotto un albero, poi - dall'altra parte del tronco - un uomo che zappa, una persona in carrozzina con la sua accompagnatrice e una donna anziana con borsa e bastone. Tante figure quotidiane, dunque, per quanto non siano facili da leggere nella versione del contrassegno sulla scheda elettorale, visti i suoi tre centimetri di diametro (e anzi, a dire il vero, l'emblema per com'è congegnato risulta fin troppo pieno); il candidato presidente, in ogni caso, voleva richiamare cittadine e cittadini in generale, dando idea di una moltitudine ampia e varia.


Il 17 giugno, invece, è stata presentata una delle liste della coalizione a sostegno di Michele Emiliano. Si tratta, in particolare, di Puglia solidale e verde, cartello elettorale e progetto politico che riunisce il Partito socialista italiano, Verdi, Sinistra italiana e il movimento civico La forza della Puglia: l'intenzione manifestata è di "portare nel consiglio regionale la voce fervente dei territori" e di impersonare "una politica che possa essere nuovamente generativa di consapevolezze, di identità, di appartenenza, che possa perseguire una via che contrasti il pessimismo dilagante e trasformi la disaffezione politica in attivismo coerente e costante: abbiamo l’obbligo morale di riportare i cittadini e i giovani al centro del processo decisionale", puntando soprattutto su sanità, welfare, tutela dell’ambiente e lotta per la legalità.
Il simbolo impiegato ha come matrice grafica il nuovo emblema di Europa Verde, con il quale condivide il colore di fondo (in questo caso giusto un po' più scuro) e la font con cui il nome della lista è scritto; spicca in qualche modo la "e" corsiva posta su un pallino rosso. La parte inferiore è occupata da un arcobaleno (vista la disposizione e visto il numero dei colori, più che il concetto di pace sembrano essere richiamate le battaglie LGBTI) e, lungo la curva di questa, sono disposte le quattro "pulci" delle forze politiche partecipanti. Da sinistra, il primo simbolo è quello della Forza della Puglia (con il territorio regionale diviso nelle sei province e tinto d'arcobaleno), seguono poi Sinistra italiana (una delle rare occasioni in cui l'emblema ormai è visibile), Europa Verde Puglia (ormai il simbolo utilizzato è questo, più che quello semplice dei Verdi) e il Psi. 
Il contrassegno appare relativamente armonico e con un certo studio - anche la particolarità della circonferenza bianca interna dà un tocco originale al simbolo - per quanto l'inserimento di un gran numero di miniature non concorra mai alla buona riuscita grafica di un marchio elettorale. L'ampio uso dei colori, in ogni caso, faciliterà sicuramente la riconoscibilità sulla scheda.

venerdì 3 luglio 2020

La Buona Destra di Filippo Rossi, nemica di Salvini e Meloni (di Antonio Folchetti)

Destra e sinistra sono, "rispetto all'universo cui si riferiscono, reciprocamente esclusivi e congiuntamente esaustivi". È quanto si legge nelle prime righe di uno degli scritti più celebri di Norberto Bobbio, dall'emblematico titolo Destra e sinistra (edito da Donzelli nel 1994), che molti lettori abituali di questo blog conosceranno. E c'è da scommettere che tanti di loro conoscano anche Filippo Rossi, che in questa torrida mattinata romana presenterà ufficialmente la Buona Destra, il movimento da lui fondato con il dichiarato obiettivo di aprire un nuovo spazio politico nell'ambito del centrodestra italiano, ma in aperta contrapposizione con il sovranismo di Salvini e Meloni.
La nascita del nuovo soggetto politico arriva, a dire il vero, non del tutto inaspettata. Lo scorso settembre, infatti, Rossi aveva pubblicato un saggio, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, in cui gettava le basi "ideologiche" del movimento. Nel volume, Rossi passava in rassegna vari pensatori del secolo scorso (e non solo), tra i quali appunto Bobbio, ma anche Tocqueville e Ortega y Gasset, per definire i tratti di una destra liberale, antipopulista ed europeista che in Italia ha sempre faticato ad emergere. Salvini e Meloni - che rappresentano Mr. Hide, in un'originale riproposizione del racconto di Robert Louis Stevenson in chiave filosofico-politica - vengono definiti "plebei più che populisti, orgogliosamente estremisti. Gutturali". Jekyll, invece, incarnerebbe "la destra sana, laica, concreta, pacata, decisionista e affidabile".
La pubblicazione del suddetto libro, che ha acceso un dibattito vivo e interessante non solo tra e per gli addetti ai lavori, ha anche permesso all'autore di incrementare molto la sua notorietà. 
Personalità poliedrica, Filippo Rossi è stato tra i consiglieri di Gianfranco Fini ai tempi di Futuro e libertà per l'Italia, ha diretto la rivista web di FareFuturo (il think tank riconducibile all'ex leader di Alleanza nazionale) e, nel 2007, ha fondato il festival culturale Caffeina di Viterbo. Sempre nel capoluogo della Tuscia, Rossi è stato candidato a sindaco con la lista civica Viva Viterbo nel 2013 e nel 2018, riuscendo solo a centrare l’elezione in consiglio comunale e ricoprendo – dal 2013 al 2015 – la presidenza dello stesso: quella carica, peraltro, era stata ottenuta come "contropartita" per l'appoggio fornito al centrosinistra nel ballottaggio da parte di Viva Viterbo. Inoltre, in occasione delle ultime elezioni regionali del Lazio, l'ex direttore di Farefuturo Web Magazine si è candidato sotto le insegne di +Europa: le oltre 1400 preferenze ottenute lo hanno fatto risultare il più votato della lista in tutta la regione, ma non sono state sufficienti per farlo eleggere. Nello scorso autunno, poi, Rossi ha apertamente appoggiato il Movimento delle Sardine, addirittura scendendo in piazza in occasione della manifestazione romana del 9 dicembre scorso.
E come per ogni varo di movimento politico che si rispetti, non può mancare il simbolo ufficiale: questo, a dire il vero, presenta tratti piuttosto essenziali. Su sfondo blu, spicca la scritta "Buona Destra", in bianco, maiuscolo, carattere Impact compresso; l'accostamento dei colori ricorda molti simboli presentati negli anni da varie formazioni legate al centrodestra, sia a livello nazionale che locale. In basso, a parziale copertura della parola "Destra", si trova un cuore tricolore, leggermente inclinato verso destra (ovviamente): questo potrebbe far storcere il muso al gruppo che si riconosceva in Cuori italiani (promosso da Andrea Augello, nel frattempo accasatosi tra i Fratelli d'Italia) e a chi ha militato tra gli Innamorati dell'Italia di Simone Berni e Diego Volpe Pasini
Il movimento aspira a diventare presto un partito e, in tal senso, sembrerebbe aver raccolto già le adesioni di vari amministratori locali. Rispondendo alle immancabili domande dei giornalisti in merito alla futura collocazione e alle possibili alleanze, il fondatore della Buona Destra è stato piuttosto chiaro: "È indubbio che possibili convergenze ci potranno essere in quell'area politica che va da Mara Carfagna a Carlo Calenda, passando per Stefano Parisi, Flavio Tosi e amministratori fuori dagli schemi come Federico Pizzarotti"; sicuramente le porte saranno chiuse - anzi sbarrate - alla Lega e a Fratelli d'Italia. D'altra parte, è sufficiente visitare la pagina Facebook di Filippo Rossi (che conta oltre 135mila fan) per constatare la forte avversione che egli nutre nei confronti dei due attuali leader del sovranismo italiano: non vengono risparmiate loro critiche veementi (in particolare verso l'ex ministro dell'interno, definito "il niente", "Capitan Cafone", "un bestemmiatore", ecc.). 
Non mancano nemmeno gli appelli di Rossi agli elettori di destra: "Parlo a chi vota Salvini e Meloni. Ma davvero pensate che l'unica destra possibile debba essere questa roba qui? Siete così succubi che non riuscite ad alzare la testa e guardare oltre? Davvero la destra deve essere pura e semplice propaganda? Io combatterò fino alla fine perché non sia così!" A molti, poi, non sono sfuggiti i continui ammiccamenti di Rossi verso Giuseppe Conte, considerati da più parti eccessivi per quello che potrebbe essere giudicato come un "male minore" rispetto ai due nemici giurati. E non sembra un caso che, stando alle indiscrezioni giornalistiche (non si sa fino a che punto veritiere) emerse qualche settimana fa, nell'operazione che porterebbe alla nascita di un ipotetico partito personale dell'attuale presidente del Consiglio, oltre a rodati democristiani come Bruno Tabacci e Angelo Sanza (attualmente legati ancora a Centro democratico), si sia vociferato anche della presenza di ex esponenti finiani.

giovedì 2 luglio 2020

"Il Veneto che vogliamo", per Lorenzoni col simbolo scelto dal basso

Anche il Veneto si prepara alle elezioni regionali di settembre, che vedranno la ricandidatura di Luca Zaia alla presidenza della giunta (per la terza volta: ciò è possibile perché il suo primo mandato è iniziato nel 2010, prima cioè che fosse introdotto il limite dei due mandati consecutivi da presidente)
Tra coloro che intendono sfidare il presidente uscente c'è Arturo Lorenzoni, professore di Economia dell’Energia ed Electricity Market Economics alla Scuola di Ingegneria Industriale dell'Università di Padova e dal 2017 vicesindaco sempre di Padova: lui è stato scelto come candidato alla guida del Veneto dal centrosinistra, con il sostegno di componenti civiche. Tra queste, si annuncia anche la formazione Il Veneto che vogliamo, un progetto nato dopo il lancio di un appello l'11 dicembre, che nel giro di alcune settimane ha ricevuto un numero significativo di adesioni.
"Il Veneto che vogliamo - si legge nel sito - è nato come un percorso di ascolto, in tutto il territorio, partendo dai temi e non dai nomi o dalle identità. Negli ultimi mesi abbiamo fatto moltissimi incontri, e sette assemblee in tutta la regione, una per provincia. Abbiamo incontrato una quantità grande ed insperata di veneti attivi e radicati nel territorio, convinti che il futuro non sia scritto e che serva mettersi in gioco tutti assieme per disegnarlo. Abbiamo capito che in questo momento è veramente possibile rimettere al centro le grandi questioni della Regione, connettere e riconnettere le persone e le esperienze che hanno saputo individuare risposte concrete sul territorio. Per farlo serve costruire un progetto politico ampio, generoso, alternativo, concreto e reale, che metta al centro i contenuti e i temi da cui è necessario partire per costruire una regione più equa, pulita, sana e innovativa".
L'appello, che contiene il nucleo del programma politico, si snoda su alcuni punti fondamentali (riconversione ecologica ed energetica al posto di grandi opere e consumo di suolo, investimenti nel trasporto pubblico e sostenibile, sanità pubblica accessibile a tutti, valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, politiche attive del lavoro e innovazione, riduzione delle diseguaglianze e lotta alla povertà, contrasto alla criminalità organizzata); questi caratterizzeranno l'impegno della lista, che nel frattempo era chiamata a darsi un'identità, anche visiva.
Per questo, il 5 e il 6 giugno i firmatari dell'appello sono stati invitati a scegliere online il contrassegno. All'evento è stato dato un nome significativo, Vanti col logo! ... che l'elesion se 'ngruma: "In Veneto - spiegano dal gruppo comunicazione del Veneto che vogliamo - si usa dire 'Vanti col Cristo che la procesion se 'ngruma', che significa 'avanti col Cristo che la processione si blocca': un modo per dire 'Muoviamoci che dobbiamo andare avanti". Abbiamo modificato quel detto per intendere, appunto: sbrighiamoci a decidere il logo che abbiamo un'elezione da vincere".
A coloro che hanno votato sono state presentate quattro opzioni (elaborate da Leonardo "Dodo" Nicolai, grafico freelance che collabora con Quorum). Elementi fissi erano ovviamente il nome della lista e il riferimento al candidato presidente: una prassi ormai codificata alle elezioni regionali e spesso seguita tanto dai partiti quanto dalle formazioni civiche. Quanto alle soluzioni grafiche, sono state proposte sostanzialmente due coppie di emblemi, ciascuna legata a un'idea visiva e sviluppata in due varianti, per sviluppo e impiego dei colori.
In particolare, due potenziali simboli avevano come elemento grafico caratterizzante la silhouette della regione: il primo si basava sulle tonalità di verde (più scuro per la sagoma, intermedio per la sua proiezione, più chiaro per il fondo) e con la dicitura "Lorenzoni presidente" assai più chiara, (il verde e il giallo) e il nome della lista scritto in bianco; il secondo emblema presentava invece la regione in colore bianco, contenente per intero il nome della lista, colorato come lo sfondo di un singolare "verde laguna", mentre il riferimento al candidato presidente era collocato in basso su un grande segmento arancione, che finiva per abbracciare l'intero cerchio.
La seconda coppia di loghi, invece, si basava sui "segni del territorio", cercando di abbracciare tutto il Veneto senza citarne la forma geografica. Il primo emblema conteneva i profili della Specola (Padova), dell'Arena di Verona, di piazza Vittorio Emanuele II di Rovigo, del Ponte di Rialto (Venezia), della Basilica palladiana (Vicenza) e della torre civica di Piazza dei Signori (Treviso); sullo sfondo si stagliava il profilo delle Dolomiti per rappresentare anche la provincia di Belluno; i monumenti erano rappresentati in azzurro, fusi all'elemento che conteneva il cognome del candidato, mentre sul fondo verde pino emergeva in bianco (e in minuscolo) il nome della lista. Il secondo logo conteneva invece il solo profilo dei monumenti ma come se fosse stato visto dal basso, guardando il cielo (e quindi, metaforicamente, verso le cime montuose): non a caso il fondo qui era azzurro, mentre il nome della lista si tingeva di giallo.
Alla fine coloro che hanno votato hanno preferito il simbolo con il Veneto bianco su fondo "verde laguna" bordato di arancione (lo ha scelto il 31,6%); sono risultate vicine tra loro le proposte "monumentali", con una leggera preferenza per quella con il profilo montuoso (27,1%) rispetto a quella senza montagne (25,9%); ha riscosso meno gradimento il Veneto a gradazioni di verde (lo ha indicato il 15,4%). 
La scelta dell'emblema è stata accolta con soddisfazione da coloro che guidano Il Veneto che vogliamo: "In questo logo - ha spiegato la portavoce del movimento civico, Elena Ostanel - il Veneto è il Mondo, il Mondo è Veneto! È un logo ambizioso, perché vediamo un Mondo, che è anche il Veneto: quello che vogliamo rappresentare, quello impegnato, lavoratore, ecologista, innovatore, solidale. Un Mondo verde laguna contornato di arancione, quello delle più belle e importanti esperienze civiche della nostra Regione. E su questo Mondo si staglia 'Lorenzoni presidente': il Presidente che abbiamo scelto, che vogliamo e che il Veneto merita". "Con un logo riusciamo a rappresentare insieme il Veneto e i veneti - ha aggiunto l'altro portavoce, Giorgio De Zen -. Il simbolo, che si contraddistingue per l’uso di un colore unico nel panorama politico veneto (il verde…laguna!), è stato scelto all'esito di una bella sfida dal risultato non scontato, che ha dimostrato come la partecipazione per noi sia uno dei valori che ci contraddistingue, pur con tutte le difficoltà incontrate per trovarsi in questi mesi fisicamente." Ha commentato positivamente l'emblema lo stesso candidato alla presidenza della regione Lorenzoni: "Questo logo rappresenta bene la freschezza del movimento che oggi si presenta e comunica insieme l’idea di un Veneto che vuole tornare centrale a livello internazionale, nel mondo del sociale, della cultura e del terzo settore".
Scelto il simbolo - che è stato presentato il 13 giugno - è ripreso l'impegno per le elezioni, in attesa che queste siano effettivamente indette, una volta stabilita la data. Ci sarà tempo per vedere la composizione delle coalizioni che si affronteranno; i tasselli,in ogni caso, si aggiungono via via e pare che anche in Veneto la scheda sarà piuttosto affollata.