venerdì 20 marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, un Senatur a spada sguainata per la sua Lega

Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo - inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione. 
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno  nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano). 
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno: 
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà. 
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale. 
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente"). 
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti, non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati - che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista (La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.  
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto (ritenendolo evidentemente credibili) e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere. 
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier. 
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). 
Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione: di certo ha intercettato per anni istanze presenti tra gli elettori e le ha rappresentate, in qualche modo incanalandole e impedendo che esplodessero in altri modi. A più di qualcuno mancherà: sicuramente a chi - come si è vociferato spesso dello stesso Bossi - ha apprezzato poco il corso leghista degli ultimi anni (pur rimanendo malvolentieri nel partito o abbandonandolo), ma magari mancherà anche a chi si è sentito - a torto o a ragione - tradito dalla mancata realizzazione di certi progetti. Altri certamente non rimpiangeranno Bossi, le sue parole e i suoi gesti. Difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.

giovedì 19 marzo 2026

Suppletive in Veneto, simboli e curiosità sulle schede

Si è già ricordato che il 22 e 23 marzo, contestualmente al voto per il referendum costituzionale "in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare", si terranno due elezioni suppletive per altrettanti collegi uninominali della Camera collocati nella circoscrizione Veneto 2: si tratta dei collegi U01 (che include la provincia di Rovigo e 36 comuni padovani) e U02 (che comprende Selvazzano Dentro e altri 40 comuni della provincia di Padova), resi vacanti dalle dimissioni dei leghisti Alberto Stefani e Massimo Bitonci, attualmente presidente e assessore della giunta regionale veneta attualmente in carica.
A contendersi i seggi saranno 7 candidati, 3 nel collegio U01 e 4 nel collegio U02; i contrassegni in corsa, invece, di fatto saranno soltanto 5, perché 2 di questi sono perfettamente identici nei due collegi (ed entrambi hanno un aspetto "a palle di biliardo"). Di seguito si indicano i candidati per ciascun collegio in ordine di sorteggio, anche se i contrassegni identici verranno riportati solo la prima volta.
 

Collegio Veneto 2 - U01 (Rovigo) 

1) Giacomo Bovolenta

Nel collegio uninominale di Rovigo il sorteggio ha collocato in prima posizione Giacomo Bovolenta, originario di Adria, attivo tra Porto Tolle e Porto Viro, avvocato civilista, già candidato sindaco di Porto Tolle e aspirante deputato nel 2022 per Azione e Italia viva nello stesso collegio uninominale in cui ora si ripresenta (all'epoca aveva ottenuto il 6,64%). In questo caso a sostenerlo è un contrassegno composito "a triciclo", che comprende i simboli di Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e - appunto - Italia viva (di cui Bovolenta è presidente provinciale); il sostegno, tuttavia, è garantito anche da altre forze politiche (quali Psi e +Europa, ma non il M5S, che ha lamentato la scarsità di confronto alla base della scelta) e da soggetti civici.
 

2) Giuseppe Padoan

La seconda candidatura estratta - nonché la sola che abbia avuto bisogno di raccogliere le firme a sostegno, stante l'assenza di rappresentanza parlamentare - è quella di Giuseppe Padoan, consulente patrimoniale e previdenziale, attivo a Lendinara e già consigliere comunale nel piccolo comune di Bosaro in due diverse consiliature (1999-2001; 2009-2014). Sul sito della sua candidatura Padoan spiega di essersi riavvicinato alla partecipazione politica in epoca Covid-19, partecipando al Partito 3V e candidandosi nel 2025 alle regionali venete con la lista Resistere Veneto a sostegno dell'aspirante presidente Riccardo Szumski. Paroan si presenta del tutto al di fuori delle coalizioni principali, con il contrassegno non legato a un partito, ma al personale progetto di candidatura: Italia resiste libera. Il nome è riportato su tre righe (ricreando il tricolore nel testo) su fasce bianche e blu con una leggera inclinazione (un po' sullo stile dei contrassegni legati a Cateno De Luca: al cartello Libertà aveva aderito anche Vita, cui a sua volta aveva concorso 3V); nel segmento inferiore blu è riportato il cognome del candidato, in dimensioni minori. "La parola RESISTE - spiega Padoan nel suo sito - coinvolge tutti coloro che vogliono resistere a quella che è la completa digitalizzazione della società, in stile Agenda2030, alla cosiddetta società del controllo di orwelliana memoria, che vogliono resistere ad un certo pensiero unico che da decenni cerca di distruggere la cellula della società che è la famiglia, fonte primaria di educazione e di sviluppo della personalità dei bambini: ogni essere umano è unico e irripetibile! La parola LIBERA vuole significare il fatto che lo Stato deve garantire le libertà sancite dalla Carta Costituzionale ed essere al servizio del cittadino per il pieno sviluppo della personalità che si estrinseca nel lavoro perché è con il lavoro che si arriva alla dignità della persona, sia esso frutto del salario o del lavoro di impresa: lo Stato non deve essere un oppressore ma servire!".
 

3) Alberto Di Rubba

Terza e ultima candidatura presentata ed estratta è quella di Alberto Di Rubba, commercialista, amministratore federale della Lega per Salvini premier da quasi tre anni. Su di lui, bergamasco di origine candidato in Veneto, converge l'intero centrodestra. Lo dimostra il contrassegno utilizzato in quest'occasione, probabilmente il più affollato che la coalizione abbia mai utilizzato nelle competizioni elettorali (e decisamente in "stile biliardo"): il cerchio, infatti, contiene le miniature dei cinque simboli dei partiti maggiori del centrodestra, tutte della stessa dimensione, disposte su un tracciato pentagonale e ciascuna tangente ad altre due. Partendo dal primo emblema in alto a sinistra, si trovano i fregi di Fratelli d'Italia (nella versione utilizzata alle europee del 2024), della Lega per Salvini premier, di Noi moderati, dell'Unone di centro e di Forza Italia.  
 
 

Collegio Veneto 2 - U02 (Selvazzano Dentro)

1) Andrea Paccagnella

Nel collegio uninominale di Selvazzano Dentro il sorteggio fa aprire le schede ad Andrea Paccagnella, padovano, commercialista e revisore legale. La sua è la prima candidatura alle elezioni politiche per Ora!, il partito di cui è segretario Michele Boldrin e presidente Alberto Forchielli. Il contrassegno - non ancora finito al Viminale, anche perché il movimento Drin Drin era nato nel 2024 dopo le elezioni europee e il congresso si è svolto ad ottobre dello scorso anno - riproduce il simbolo ufficiale del partito, così descritto: "logo circolare con al centro, sovrapposte, il nome “ORA!” e, a ciascun lato, tre semicerchi di arco e spessore progressivamente crescenti verso l’esterno, di colore nero su sfondo giallo". 
 

2) Giulio Centenaro

In seconda posizione nel sorteggio è stato collocato Giulio Centenaro, già consigliere comunale a Santa Giustina in Colle, consigliere provinciale di Parova e - nella scorsa legislatura - consigliere regionale nella lista Zaia presidente (primo dei non eletti della Lega - Liga Veneta nelle ultime elezioni a novembre). Anche Centenaro è sostenuto dall'intero centrodestra e accanto al suo nome ci sarà lo stesso contrassegno che gli elettori del collegio di Rovigo troveranno sulla scheda per distinguere la candidatura di Di Rubba (dunque con le miniature di Fdi, Lega, Noi moderati, Udc e Fi).
 

3) Antonino Stivanello

Terzo tra i pretendenti al seggio camerale di Selvazzano Dentro è Antonino Stivanello, imprenditore nell'ambito del brokeraggio assicurativo, già sindaco del comune padovano di Vigonza dal 2002 al 2007 per il centrosinistra (ma sconfitto alle elezioni successive) e attualmente capogruppo del Partito democratico nello stesso comune. Anche in questo caso, il contrassegno presentato è lo stesso utilizzato nel collegio uninominale di Rovigo, con i simboli di Pd, Avs (unica forza che non ha espresso direttamente un candidato) e Iv disposti a triangolo.
 

4) Mario Adinolfi

Il quarto e ultimo candidato alle suppletive nel collegio di Selvazzano Dentro è anche la figura più nota a livello nazionale: si tratta di Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia che ha scelto di candidarsi (raccogliendo le firme, così come ha dovuto fare Paccagnella) proprio in quel collegio nel decennale di attività del partito da lui fondato. Il contrassegno schierato riproduce, come in tutte le partecipazioni precedenti, il simbolo ufficiale del partito a fondo blu, con il disegno della famiglia con padre, madre e due figli nella parte inferiore, il nome del soggetto politico al centro e in alto la dicitura "No gender nelle scuole". 
 
 

mercoledì 18 marzo 2026

Referendum costituzionale, i simboli che non vedrete sulla scheda

Sta ormai per concludersi la campagna per il referendum costituzionale "in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare", per cui elettrici ed elettori potranno esprimersi domenica (dalle 7 alle 23) e lunedì (dalle 7 alle 15). Manca ancora qualche manciata di ore, ma non è sbagliato dire che il clima di questa campagna è risultato davvero pesante, non troppo dissimile da quello respirato dieci anni prima, in occasione della consultazione - indetta sempre a norma dell'art. 138 Cost. - relativa alla conferma della vasta riforma costituzionale proposta allora dal governo guidato da Matteo Renzi. Non è ovviamente questa la sede per esaminare le cause di quel clima assai poco sostenibile (le accuse incrociate non mancano di certo), men che meno per esprimere giudizi o attribuire responsabilità. Chi scrive - al di là delle proprie idee personali, che giustamente non hanno cittadinanza qui - si limita a rilevare che anche nella comunità delle studiose e degli studiosi di diritto pubblico e costituzionale (oltre che in quelle relative ad altre aree del diritto e tra coloro che esercitano professioni giuridiche) si sono registrate posizioni profondamente diverse, in alcuni casi apparentemente inconciliabili: il tema merita pertanto rispetto e prudenza, ingredienti non sempre riscontrati da una parte e dall'altra dello schieramento (con tifoserie che non di rado hanno arruolato anche tecnici che dovrebbero avere ben altro ruolo).  
Com'è noto, è difficile immaginare una consultazione più lontana dai simboli di partito del referendum (abrogativo o costituzionale che sia). L'art. 20 della legge n. 352/1970 (la fonte che regola, oltre che l'iniziativa legislativa popolare, tutti i tipi di referendum previsti dalla Costituzione: quello costituzionale, quello abrogativo e quello sul territorio delle Regioni), nel disciplinare il contenuto delle schede per il referendum costituzionale, si limita a dire che i bollettini devono essere "di carta consistente, di tipo unico e di identico colore" (comma 1) e conformati a due modelli grafici allegati alla legge stessa, contenenti il quesito e due caselle, riportanti le opzioni "SI" (senza accento) e "NO"; circa l'espressione del voto, "L'elettore vota tracciando sulla scheda con la matita un segno sulla risposta da lui prescelta o, comunque, nel rettangolo che la contiene". 
Nonostante questo, proprio come nel 2016 a sostegno delle due opzioni sono nati vari comitati di diversa estrazione e quasi tutti si sono dotati di un proprio emblema, certamente non destinato alle schede ma ai materiali di propaganda o alle locandine delle iniziative organizzate: pur non essendo destinati alla competizione, alcuni fregi - specie quelli legati a ai comitati costituiti da forze politiche o da figure a queste vicine - hanno mantenuto la classica forma rotonda, mentre altri hanno preferito altre fogge. Per questa ragione non è inutile fare - proprio come si era fatto dieci anni fa per chi aveva sostenuto e chi aveva avversato la riforma costituzionale renziana - una breve carrellata dei fregi che sono comparsi in queste settimane. Unirsi e organizzarsi a favore di una posizione politica (in senso lato) è sempre un fenomeno positivo. Anche perché, riprendendo ciò che mi capitò di scrivere dieci anni fa, chiuse le urne e finito lo spoglio "l'Italia dovrà riprendere a vivere 'normalmente', che vinca il Sì o il No e questo non è il clima migliore. C’è solo da sperare che, nella post-Italia, il paese costantemente provvisorio teorizzato da Edmondo Berselli, questa pagina e i suoi veleni siano lasciati presto alle spalle".
 
 

I comitati del Sì

Il primo comitato a favore della riforma di cui ci si occupa è Sì riforma, di natura - se così si vuole dire - "civile-tecnica": si qualifica esso stesso come "promosso da magistrati, componenti di organi rappresentativi delle giurisdizioni, docenti universitari, avvocati, esponenti della società civile e del mondo della comunicazione". Come presidente è stato scelto il costituzionalista e presidente emerito della Corte costi​tuzionale Nicolò Zanon, il portavoce è Alessandro Sallusti (già direttore del Giornale e di Libero); tra i fondatori spiccano i nomi dei giuristi Alberto Gambino, Tommaso Edoardo Frosini, Cesare Placanica, Fabio Cintioli, Giovanni Doria e Mario Esposito e i membri "laici" in carica del Csm Isabella Bertolini (già parlamentare di Forza Italia) e Claudia Eccher. Come simbolo ha scelto un grande "Sì" bianco - con la "spunta" manoscritta a fare da accento - su fondo verde, con le parole "Comitato" e "Riforma" a completare il logo, rispettivamente in alto e in basso; esiste anche la variante su fondo bianco, con tutte le scritte nere e la "spunta" verde.
C'è poi - anche se è stato costituito successivamente ad altre realtà di cui si dirà tra poco - il comitato nazionale Cittadini per il Sì, presentato come un'aggregazione di natura più civile-civica, presieduto da Francesca Scopelliti, già compagna di Enzo Tortora, e avente tra i fondatori magistrati o ex magistrati (Giuseppe Cioffi), giuristi, giornalisti e vittime di errori giudiziari (Antonio Lattanzi, Diego Olivieri); in pratica, però, un sostegno rilevante arriva da Forza Italia, soprattutto grazie ai parlamentari Pierantonio Zanettin (già membro "laico" del Csm) ed Enrico Costa. Il cuore del simbolo ha forma rotonda - come se dovesse finire sulle schede, ma pronto soprattutto per le spillette - con un grande "Sì" blu al centro su fondo giallo e il nome integrale riprodotto in bianco nella corona blu di contorno; il cerchio è collocato in una struttura tricolore, con un quadrato color panna tendente al bianco e due bande verdi e rosse, contenenti le parole "Referendum" e "Giustizia".
Benché, come si vedrà facilmente, i sostenitori della riforma abbiano scelto di costituire un gran numero di comitati, sono decisamente pochi quelli che portano dichiaratamente l'impronta di un partito. Il solo partito di maggioranza che abbia scelto di dar vita a un proprio comitato, per esempio, è Noi moderati, promotore insieme al Maie - con cui forma il gruppo alla Camera - del comitato Moderati per il Sì. Il simbolo, non a caso, ha forma circolare e ha gli stessi colori del partito guidato da Maurizio Lupi, sia pure disposti in modo diverso: pure in questo caso il "Sì" ha un rilievo enorme ed è inserito in una struttura tricolore, con due segmenti circolari la cui base ha la stessa inclinazione delle lettere (anche i caratteri sono uguali a quelli di Nm, tranne la sigla del Maie che è riportata con lo stesso font del simbolo). Presidente del comitato è l'avvocato Gaetano Scalise; tra i promotori ci sono molti avvocati, alcuni docenti universitari (come la costituzionalista Lorenza Violini e il penalista Roberto Borgogno) e non mancano figure politiche note, come l'ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini.  
Altro comitato dichiaratamente a trazione partitica, senza però essere riconducibile alle forze che appoggiano il governo, è Giustizia Sì!, promosso dal Partito liberaldemocratico: non c'è il nome della forza politica all'interno del logo, ma l'ala stilizzata gialla su fondo azzurro-blu che contrassegna il partito guidato da Luigi Marattin è perfettamente identificabile da qualunque appartenente alla schiera dei #drogatidipolitica. Il comitato, presieduto dall'avvocato Gianmarco Brenelli (a capo del dipartimento giustizia del Pld), ha come simbolo un cerchio azzurro-blu sfumato che, oltre al nome del comitato stesso, ha in evidenza un filo bianco che disegna un martelletto da giudice (anche se in Italia a dire il vero non è in uso, essendo tipico degli ordinamenti anglosassoni e risultando noto per vari telefilm o per la trasmissione Forum).
Altri comitati, pur non essendo promossi da partiti, risultano chiaramente riconducibili a determinate aree politiche o ad associazioni. Si pensi, ad esempio, al comitato Sì separa, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, dunque riferito all'area liberal-radicale (ma non solo). Il presidente è l'avvocato Gian Domenico Caiazza, già presidente dell'Unione Camere Penali italiane; tra i fondatori, oltre a varie figure legate alla fondazione stessa (il presidente Giuseppe Benedetto, il consigliere d'amministrazione Andrea Pruiti Ciarello, i membri del comitato scientifico Massimiliano Annetta, Andrea Bitetto, Valter Militi, Enzo Palumbo e Piero Tony), ci sono giornalisti (Alessandro Barbano, Pierluigi Battista, Flavia Fratello, Claudio Velardi e l'ex parlamentare di Forza Italia - nonché segretario generale della Fle - Andrea Cangini), docenti universitari di varie discipline (Carlo Alberto Carnevale Maffè, Ernesto Galli della Loggia, Ludovico Mazzarolli, Riccardo Puglisi, Sofia Ventura e Federico Tedeschini, membro del cda della Fle), esponenti politici riconducibili a varie anime dell'area liberal-radicale, ma non solo (Pier Camillo Falasca, Matteo Hallissey, Michele Magno, Tiziana Maiolo, Stefano Parisi, Anna Paola Concia); spicca la presenza, tra gli altri, di Antonio Di Pietro. Il simbolo, molto bianco, riporta il nome al centro (di colore giallo - storicamente legato all'area liberale, con un carattere quasi handwriting - e blu, stessa tinta del fregio della Fle), con la denominazione-descrizione riportata ad arco nella parte alta del cerchio e il logo della fondazione collocato nella parte inferiore.
Si riconducono all'area cattolico-popolare almeno due comitati. Il primo, Comitati civici per un giusto Sì, ha come presidente onoraria l'ex parlamentare Paola Binetti, come presidente Gaetano Armao (amministrativista e già vicepresidente della giunta regionale siciliana) e vicepresidente vicario l'ex parlamentare Domenico Menorello. Il nome richiama l'esperienza dei Comitati Civici di Luigi Gedda creati in vista delle elezioni del 1948; il simbolo - anch'esso di forma circolare - dà particolare rilievo come altri già visti al "Sì" posto al centro, tutto maiuscolo e blu scuro, tranne che per l'accento reso in rosso; il resto del nome è collocato in parte sul tracciato della circonferenza (sostituendola in due punti) e in parte al centro del "Sì", tagliato a metà.
Abbandona invece la forma rotonda il logo scelto dal comitato Popolari per il Sì, presieduto dal civilista ed ex giudice costituzionale Giulio Prosperetti (la sede è stata fissata nel suo studio romano) e avente tra i fondatori il giornalista ed ex parlamentare Giorgio Merlo e il cassazionista Cesare San Mauro (tra i promotori del referendum abrogativo che produsse l'avvento della preferenza unica alla Camera nel 1991). Il logo riporta semplicemente la denominazione del comitato, scritta in un carattere a stampa graziato scuro, tranne che per la parola "Sì", scritta in rosso, stesso colore con cui è stata resa la "spunta" all'interno di un cerchio collocata a sinistra del nome.
Può essere accostata ai comitati di natura politica - ma non partitica - in un certo senso anche l'associazione Libertà eguale, nata nel 1999 "per opera di riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell'ambito del centrosinistra italiano" (presidente Enrico Morando, vicepresidente vicario Stefano Ceccanti), ma che per l'occasione si è ribattezzata Libertà eguale - Sinistra del Sì, segnalando una posizione ben distinta da quella tenuta dai partiti di riferimento di quell'area politica (soprattutto questo comitato ha dato spazio alle adesioni al Sì del costituzionalista e presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera e dell'ex ministro Arturo Parisi). Anche il logo blu e rosso dell'associazione in questo periodo è stato aggiornato, con l'aggiunta della seconda parte colorata di rosso al di sotto. 
Certamente di natura politica è il comitato Giuliano Vassalli per il Sì, di chiara impronta socialista, presieduto da Claudio Signorile, il cui vice è Fabrizio Cicchitto, mentre il comitato scientifico è guidato da Salvo Andò. Il fregio del comitato ha forma rettangolare ed è il solo a contenere una foto, quella dello stesso Vassalli, promotore quando era ministro della giustizia della riforma del codice di procedura penale in senso accusatorio. I colori dominanti sono il grigio - per fare pendant con la foto in bianco e nero - e il giallo che tinge, oltre che l'ombra proiettata del logo, la parola "Sì" (in carattere graziato corsivo e sottolineata di rosso) e il nome dello stesso giurista, riportato in basso.
Può assimilarsi a quelli di natura politica anche il Comitato per il Sì Pannella Sciascia Tortora, promosso dal Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito: lo presiede Giorgio Spangher, già ordinario di procedura penale, mentre coordinatore è l'avvocato Fabio Federico. Anche in questo caso il "Sì" (maiuscolo) è al centro del fregio, molto in evidenza per il colore rosso (mentre l'accento è tinto di nero); il fregio si sviluppa normalmente in orizzontale, impiegando il carattere Futura, dando particolare rilievo ai cognomi delle persone al cui lascito politico-morale i partecipanti intendono rifarsi (Marco Pannella, Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora).
Non va trascurato nemmeno un altro comitato di natura politica, sorto già nel mese di ottobre del 2025 e collocato essenzialmente nell'area di centrodestra. Il Comitato Sì Referendum giustizia è presieduto da Carlo Scala; il segretario è Pietro Giubilo (ex sindaco democristiano di Roma), ma tra i promotori ci sono anche l'avvocato Romolo Reboa e l'ex parlamentare Domenico Gramazio. Il logo in versione ridotta è costituito semplicemente dal "Sì" reso con due colori, blu e sabbia, dando quasi l'impressione che la "S" si ripieghi su se stessa in una visione tridimensionale; nella versione più ampia il fregio contiene l'intero nome proposto con gli stessi colori. 
Non si può assolutamente tralasciare il Comitato Camere Penali per il "Sì", promosso appunto dall'Unione delle Camere Penali italiane e dalla Fondazione dell'Ucpi, presieduto da Francesco Petrelli (segretario Rinaldo Romanelli, tesoriere Alessandra Palma): a questo aderiscono varie associazioni, tra cui Europa Radicale, Extrema Ratio, Nessuno tocchi Caino, Radicali italiani, Rete nazionale forense e l'Unione nazionale Camere civili. Il simbolo è tondo a fondo blu: la prima versione conteneva il nome del comitato, con il "Sì" incluso in un quadrato entrambi rossi, con tanto di "spunta" ribaltata collocata a cavallo del bordo della casella, mentre in basso si riconosceva il logo dell'Ucpi. La versione attuale rende il fondo sfumato radialmente, reca in alto la dicitura (poco visibile) "Referendum Giustizia", mentre al centro si vede in grande evidenza e su tre righe lo slogan maiuscolo "Vota Sì è giusto!" (con il "Sì" incasellato, ma stavolta maiuscolo e con la "spunta" dritta, di un rosso tendente all'arancione); il nome del comitato appare decisamente ridotto nella parte inferiore del cerchio, a fianco del logo dell'Ucpi quasi illeggibile.
Sembra significativo segnalare anche un altro contributo dell'avvocatura a sostegno del referendum, citando il comitato Giovani avvocati per il Sì!, diretta emanazione dell'Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) e coordinato dal presidente della stessa associazione, Luigi Bartolomeo Terzo, che a dicembre a nome di Aiga ha espresso "convintamente la propria adesione alla riforma che ha come punto focale la Separazione delle Carriere dei magistrati" (posizione condivisa dal suo predecessore Carlo Foglieni); vicepresidenti sono Elisa Davanzo e Giuseppe Murone, segretaria è Francesca Romana Graziani. Gli account ufficiali mostrano come logo due frecce divergenti (una blu e una arancione) tra le quali è suddiviso il nome del comitato (con il "Sì!" ospitato nella freccia arancione di destra).
I colori utilizzati sono praticamente gli stessi del logo di un'altra aggregazione legata al mondo forense, vale a dire il Comitato Sì alla riforma costituzionale - Art. 111, guidato da Antonino La Lumia, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano. Anche in questo caso il logo è circolare, con al centro il "Sì" (anche se, a ben guardare, l'accento utilizzato è acuto, quando in italiano quello corretto sarebbe grave); si segnala, nella parte inferiore del fregio, il riferimento all'articolo 111 della Costituzione, riformato nel 1999 per introdurre i principi del "giusto processo", da svolgersi "nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale" e con una ragionevole durata.
L'elenco dei comitati creati a favore della riforma, pur molto consistente, non è comunque esaustivo: altri ne sono stati creati a livello settoriale o su scala locale (tra questi, anche il comitato Progressisti per il Sì, legato al territorio della Città metropolitana di Milano e con la costituzionalista Marilisa D'Amico tra i suoi esponenti più noti, ma si è dato spazio anche alle posizioni affini dell'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia), probabilmente nel tentativo di mobilitare a favore dell'esito positivo al referendum costituzionale ampli settori della società al di là delle appartenenze politiche (o proprio in aree che potevano essere considerate più facilmente riconducibili al "No") o comunque per mostrare l'ampiezza del fronte del "Sì".
 
 
 

I comitati del No

Se il sostegno all'opzione del "Sì" al referendum costituzionale ha visto, come emerge con evidenza dalla rassegna appena condotta, la creazione di molti comitati, sul fronte del "No" si contano poche aggregazioni, probabilmente con l'intento di far apparire più compatto quello schieramento. Il primo a sorgere è stato il Comitato nazionale a difesa della Costituzione per il No al referendum", più brevemente noto come comitato "Giusto dire NO": si tratta del comitato sorto "su iniziativa dell'Associazione nazionale magistrati per tutelare il diritto dei cittadini a una magistratura indipendente" e "per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi della riforma costituzionale prevista dalla Legge Nordio". Il comitato, aperto a tutti i cittadini "ma non a esponenti di partito, a ex politici o a persone che svolgano, non occasionalmente, attività politica in partiti o associazioni di stampo politico", ha come presidente esecutivo Antonio Diella e come presidente onorario il costituzionalista Enrico Grosso (vicepresidente vicaria Marinella Graziano, vicepresidente e segretario Gerardo Giuliano, tesoriera Giulia Locati). Il fregio, di forma rettangolare verticale, è basato sullo slogan "Giusto dire NO" di colore verde scuro, collocato su tre righe e con il "NO" quasi manoscritto e inserito in un fumetto, mentre al di sotto appare una sorta di ombra retinata.
A dicembre è poi nato il comitato Società civile per il NO al referendum costituzionale, promosso soprattutto da Cgil, Acli, Anpi (presente col suo presidente Gianfranco Pagliarulo), Arci e Libera, ma anche da altre associazioni: lo presiede Giovanni Bachelet (fisico, figlio dell'amministrativista Vittorio ucciso dalle Brigate Rosse alla Sapienza nel 1980) e nel direttivo siedono, tra l'altro, politici (come Rosy Bindi), sindacalisti (come Alfiero Grandi), giornalisti e scrittori (come Benedetta Tobagi e Daniela Padoan), costituzionalisti (come Gaetano Azzariti, Maria Agostina Cabiddu, Francesco Pallante), magistrati (come Silvia Albano) e avvocati (come Roberto Lamacchia); gran parte delle forze politiche ha fatto riferimento a questo comitato. Il simbolo è rotondo e porta al centro l'espressione "Vota NO", ben visibile in rosso; subito al di sotto si legge "per difendere" (con il "per" reso con una croce manoscritta) e, nel segmento giallo, il riferimento a "Giustizia, Costituzione e democrazia".
Ha senso ricordare anche il comitato 15 per il No, vale a dire quello costituito dai 15 presentatori della richiesta di referendum costituzionale sostenuta da oltre 500mila elettori e che ha ottenuto che fosse rivisto/integrato il quesito che verrà sottoposto al corpo elettorale il 22 e il 23 marzo (senza invece riuscire a ottenere anche un rinvio della consultazione). Il presidente del comitato è l'ex presidente di sezione della Corte di cassazione (ed ex presidente dell'Ufficio elettorale centrale nazionale) Giuseppe Salmè, mentre i vicepresidenti sono Nunzia D'Elia (vicaria), Antonella Di Florio, Stefano Olivieri, Andrea Padalino Morichini (segretario); gli altri componenti sono Antonietta Carestia, Annamaria Bianchi, Nadia Crocetta Cuffaro, Pierluigi Panici, Isabella Necci, Elena Bianca Di Gioia, Giuliana Quattromini, Liliana Valli, Carlo Guglielmi, Vincenzo Lavecchia. Il simbolo del comitato ha come elemento dominante il numero 15 tinto di verde, accanto l'espressione maiuscola "per il", mentre al di sotto la parola maiuscola "No" sta in un cartiglio rosso; il cerchio di fondo, bordato tricolore, mostra una bilancia in filigrana visibile sul fondo grigio sfumato radiale. 
Tra gli altri comitati costituiti può essere segnalato - se non altro come contraltare alla nutrita presenza degli avvocati sul fronte del "Sì" - il Comitato Avvocati per il No, costituito da alcuni avvocati per avversare una riforma costituzionale che - a detta dei promotori - "non merita il sostegno dell'Avvocatura" perché mirerebbe a "raggiungere l'alterazione dell'equilibrio tra i Poteri dello Stato attraverso l'illusione di una giustizia più giusta". Presidente di questo comitato è Franco Moretti, vicepresidenti sono Isabella De Angelis e Giovanni Dore; altri componenti sono Salvo Battaglia e Claudia Mattioli. Il simbolo, rotondo a fondo verde, mette in evidenza le parole "Avvocati" e "No", con il nome e il riferimento al referendum stretti tra due elementi tricolori ad arco, quasi pennellati.
 
 Si ringrazia Niccolò Bertorelle per la fondamentale collaborazione prestata.

lunedì 16 febbraio 2026

Decennale del Popolo della Famiglia, suppletive guardando alla Camera (per formare una componente con Futuro nazionale di Vannacci)

Il 22-23 marzo prossimi, oltre che per il referendum con cui il corpo elettorale potrà scegliere se confermare oppure no la legge di revisione costituzionale che interviene su vari articoli della Carta in materia di giustizia e ordinamento giurisdizionale (art. 87, comma 10; art. 102, comma 1; artt. 104 e 105; art. 106, comma 3, art. 107, comma 1; art. 110), si voterà per le elezioni suppletive relative a due collegi uninominali della Camera, entrambi situati in Veneto, precisamente nella circoscrizione Veneto 2: si tratta dei collegi U01 (Rovigo, includente anche 36 comuni padovani) e U02 (Selvazzano Dentro, esteso ad altri 40 comuni della provincia di Padova), rimasti vacanti dopo che gli ormai ex deputati della Lega per Salvini premier Alberto Stefani e Massimo Bitonci a dicembre hanno optato per le cariche rispettivamente di presidente della giunta regionale del Veneto e di assessore della stessa giunta. 
La finestra temporale per il deposito delle candidature in entrambi i collegi presso l'Ufficio elettorale centrale circoscrizionale costituito presso la Corte d'appello di Venezia si è aperto ieri alle 8 e si chiuderà questa sera alle 20. Mentre si scrive, dunque, il quadro elettorale è potenzialmente ancora da completare; di certo si può dire che la prima candidatura presentata, con riferimento al collegio Veneto 2 - U02, è stata quella di Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia. Alle ore 11.04, infatti, lui stesso e il presentatore ufficiale, Gianpaolo Furlan, sono comparsi davanti all'ufficio elettorale, depositando i documenti relativi alla candidatura, incluse 311 firme a sostegno (con relativi certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori) e il contrassegno, la cui descrizione - riportata sul verbale di deposito - è la seguente: "Campo circolare blu con al centro la scritta "IL POPOLO DELLA FAMIGLIA" in bianco, sovrastata nell'arco alto della circonferenza dalla scritta più piccola in rosa "NO GENDER NELLE SCUOLE" mentre nell'arco basso sono disegnate quattro figure rappresentanti un papà e una mamma che tengono per un mano un figlio maschio e una figlia femmina".
I giorni del voto in Veneto cadono in un momento particolare per il Popolo della Famiglia: da un lato, infatti, la forza politica di cui Adinolfi è da poco ritornato presidente compie dieci anni (la data di nascita ufficiale risulta essere l'11 marzo 2016; il simbolo comparve per la prima volta alle elezioni comunali di quell'anno); dall'altro, si parla con sempre maggiore insistenza del Pdf come possibile "strumento" che consentirebbe a Futuro nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci, di costituirsi alla Camera come componente del gruppo misto, ottenendone contestualmente i relativi vantaggi (tempi di intervento, spazi, risorse). Di tutto questo parliamo direttamente con Mario Adinolfi, alla vigilia della campagna elettorale:
 
Mario Adinolfi, hai appena presentato la tua candidatura alle elezioni suppletive previste per il 22 e 23 marzo, proprio nei giorni in cui il Popolo della Famiglia compie dieci anni...
Per l'esattezza, dieci anni a partire dall'11 marzo 2016, giorno dell'assemblea costituente al palazzetto delle Carte Geografiche a Roma: in quell'occasione fu svelato il simbolo e 300 delegati da tutta l'Italia nominarono per acclamazione i candidati sindaci dei principali comuni chiamati al voto, cioè io a Roma, Mirko De Carli a Bologna, Luigi Mercogliano a Napoli, Vitangelo Colucci a Torino e Alberto Orrù a Cagliari.
Hai parlato del simbolo, che di fatto da allora - al di là dei casi in cui è stato inserito in contrassegni compositi - non è mai stato ritoccato, cosa piuttosto rara. Come nacque l'idea di comporlo proprio così?
La scritta "il Popolo della Famiglia" nacque da un mio bozzetto, che metteva insieme vari elementi della mia storia: da una parte la mia radice popolare, visto che vengo dal Partito popolare italiano e il primo quotidiano su cui ho iniziato a scrivere nel 1989, quando ero ancora minorenne, è stato Il Popolo, con la testata scritta in maiuscolo, come nel simbolo, la mia "nave scuola" giornalistica cui sono molto legato; dall'altra parte il Family Day [quello del 2015, ndb]. Proprio in quell'occasione, tra l'altro, erano stati realizzati manifesti, striscioni e cartelli con i disegni di una mamma e di un papà che si davano la mano e tenevano per mano i figli e chiesi a un ragazzo di farmi un disegno in quello stile e il nostro mi pare ancora più bello.
In effetti probabilmente è l'ultimo disegno rimasto nei simboli noti a livello nazionale, l'ultimo sopravvissuto. Un simbolo "ingenuo", si potrebbe dire.
Beh, in un certo senso eravamo bambini, eravamo neonati e volevamo che emergesse la nostra "ingenuità".
Era anche il modo di visualizzare la tua idea di famiglia?
Sì, era anche la mia famiglia, pensando ai miei genitori e a mia sorella. Al disegno di cui ti ho detto aggiunsi l'espressione che si legge in alto nel simbolo "No gender nelle scuole", un'intuizione che allora era un po' "hard", se vogliamo: la battaglia sulle "carriere alias" nelle scuole era di là da venire, allora, ma intuimmo che ci sarebbe stato da combattere, in linea con i tre principi non negoziabili indicati da Benedetto XVI, cioè la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, la difesa della famiglia naturale e la difesa della libertà educativa. 
Perdonami, non se ne erano persi per strada tre, rispetto a quelli indicati nel 2002 nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, in particolare libertà religiosa, giustizia sociale e pace?  
Mi riferisco ai principi enunciati da Benedetto XVI nel suo famoso discorso del 30 marzo 2006 davanti ai partecipanti a un convegno del Partito popolare europeo.
Hai ricordato prima che tra i primi candidati sindaci del Popolo della Famiglia c'era Mirko De Carli, lanciato dal PdF come candidato nella suppletiva di Rovigo: di fatto è una sorta di ritorno alle origini.
Mirko allora tra l'altro fece un buon risultato a Bologna, arrivando all'1,19% mentre la lista prese l'1,23%. Il PdF dunque intende partecipare a queste suppletive con le sue due cariche principali, il presidente Adinolfi e il segretario nazionale De Carli.
Esatto, sono le prime suppletive per Mirko, mentre io avevo già partecipato: nel 2020 ho avuto l'onore di candidarmi nel mio quartiere, nel collegio Lazio 1 - U01 del centro storico di Roma, ottenendo l'1,32%, il nostro record alle elezioni per un seggio parlamentare.
Restando sul tema delle elezioni suppletive, tu ti sei candidato nel collegio di Selvazzano dentro e per i #drogatidipolitica scatta subito il ricordo di una delle prime suppletive celebrate nella "seconda Repubblica": quelle del 9 aprile 1995, rese necessarie dalle dimissioni di Emma Bonino, chiamata a ricoprire l'incarico di commissaria europea. Il collegio, pur divesamente disegnato, è lo stesso in cui Giovanni Saonara vinse la sfida contro Giovanni Negri: ci avevi pensato?
Se ci pensi bene, quello fu il laboratorio politico dal quale nacque l'Ulivo, con la sperimentazione dell'aggregazione tra Pds e Popolari, prima ancora delle regionali di quell'anno. Quello è un territorio molto particolare, ovviamente anche per i cattolici, essendo impregnato della figura di Sant'Antonio di Padova, che ne fa una meta di pellegrinaggio a livello mondiale: posso dire di non avere scelto a caso di candidarmi in quel collegio. Quanto a Emma Bonino, ti ricordo che mi scontrai proprio con lei, candidata del centrosinistra, nel collegio senatoriale Lazio 1 - U01 alle elezioni politiche del 2018.
Delle partecipazioni elettorali del Popolo della Famiglia in questi dieci anni di vita, ce n'è qualcuna di cui sei meno soddisfatto?
Penso alle elezioni politiche del 2022. Quando il Popolo della Famiglia non si veste del suo simbolo "in purezza", quello con il quale siamo di norma andati meglio, è forse meno riconoscibile. In quell'anno, come ricorderai, presentammo la lista Alternativa per l'Italia con Exit: in quell'occasione alcuni dei nostri sostenitori si persero, senza contare che la necessità di raccogliere le firme in pieno agosto generò una situazione oggettivamente difficilissima. Per questo non ricordo con particolare felicità quell'occasione, anche se riuscimmo a partecipare.
Hai un ricordo peggiore di quell'esperienza rispetto alla candidatura a sindaco a Ventotene nel 2022?
Beh, per me Ventotene è sempre stata una medaglia, perché dimostra che la nostra attività politica è per prendere il governo del Paese oppure zero voti, ma con lo stesso modo "arrembante", diciamo così; in altri comuni siamo andati decisamente meglio, penso al 20,43% ottenuto da una nostra lista ad Averara, in provincia di Bergamo. Tornando a Ventotene, sapevamo di andare in un contesto molto "blindato", un'isola in cui tutti si conoscono, e penetrarvi era praticamente impossibile; eppure considero quella sortita elettorale una tappa decisiva del percorso del Popolo della Famiglia, anche consideranto che in tanti se la ricordano e quell'esito elettorale finì anche su un giornale in Brasile...
C'è chi non sarebbe contento di questa fama...
Io dico sempre che, anche se siamo stati molto denigrati, irrisi e perfino insultati, è questa la destinazione di chi crede in Cristo, come lui stesso ha detto nel Vangelo, quindi per me va benissimo.
Dopo la citazione del finale del discorso della Montagna sulle beatitudini, torno al tuo giudizio sulle elezioni politiche del 2022. Dicevi che non ricordi quell'esperienza con particolare felicità, eppure proprio quelle elezioni in questi giorni hanno fatto puntare i riflettori sul Popolo della Famiglia, per la possibilità che questo soggetto che ha partecipato alle elezioni politiche del 2022 consenta ai deputati che attualmente hanno aderito a Futuro nazionale di costituirsi in componente del gruppo misto. Vogliamo spiegare come sono andate le cose?
Non possiamo spiegare com'è andata perché dobbiamo dire "come sta andando". Come sempre quando ci sono passaggi politici molto delicati, che non si possono fare di corsa, ci sono "le diplomazie al lavoro". Ci sono ovviamente implicazioni se si sceglie un campo politico. Ai miei "ambasciatori" presso Roberto Vannacci, in particolare Mirko De Carli, ho spiegato che preferisco avere prima idea della "consistenza" del nostro simbolo, cioè quanto vale elettoralmente attraverso questa partecipazione alle suppletive in una terra particolare e delicata, dove l'unico credo che domina non è il leghismo ma lo zaismo. Detto questo, sicuramente con Vannacci c'è una sintonia valoriale, come ha detto lui stesso: non ci sono difficoltà sui valori, ma c'è una questione politica da comprendere. Io, per esempio, sono contrario all'idea di votare la fiducia a questo governo: come sai, il simbolo del Popolo della Famiglia si è presentato contro questo centrodestra nelle competizioni di rilievo. Lo spazio per un dialogo col centrodestra penso che ci sia, ma prima bisogna strutturare bene una forza esterna al centrodestra e darle un senso politico.
Possiamo però dire che siete stati voi a essere contattati per la questione della componente, giusto?
Certo: io parlo con i deputati ora vicini a Vannacci, lui parla con De Carli, il dialogo è aperto. Vannacci ha detto esplicitamente che si riconosce nei valori che esprimo, io esprimo la mia grande stima per Vannacci e per il suo percorso, che mi intersssa; da qui a dire "uniamo i simboli", beh, direi che prima di arrivare al matrimonio occorre pensarci un po', una fase di fidanzamento ci vuole.
La questione della componente, accanto a valutazioni politiche, presenta però anche aspetti tecnici, diciamo. Il primo, di cui si è parlato di più sui media, riguarda i vantaggi che Futuro nazionale ricaverebbe, in termini di spazi e risorse. Sul punto ti sei già espresso, ma per qualcuno potrebbe essere difficile pensare che il partito di Vannaggi possa ottenere questi vantaggi senza che il Popolo della Famiglia ottenga a sua volta qualcosa.
Io non sono interessato ai denari: se questo passaggio può servire al partito di Vannacci a ottenere determinati vantaggi economici, preciso che non è in corso alcuna trattativa di natura economica. L'unica trattativa è politica e a costo zero, nel senso che io non chiedo un euro. Se qualcuno vuole pensare diversamente lo pensi pure, ma la realtà è questa.
L'aspetto tecnico più rilevante, per questo sito, riguarda però i presupposti per la formazione della componente. La disposizione del regolamento che ne permette la formazione, introdotta nel 1997, in effetti serviva per consentire il sorgere di componenti a partiti che avevano effettivamente partecipato alle elezioni politiche e avevano ottenuto pochi deputati, magari nei collegi uninominali. Poi, tra la fine del 2004 e l'inizio del 2005, grazie a due signori chiamati Gianfranco Rotondi...
... Bravo, persona intelligente lui, nonché mio amico...
... democristiana, dai! Lo stesso meccanismo applicato per Italia viva quando costituì il gruppo a Palazzo Madama grazie al Partito socialista italiano, per te che conosci bene quelle vicende.
Beh, quel caso fu anche peggiore, perché di fatto aggirò una disposizione del regolamento del Senato appena modificata proprio con l'intento di non permettere la nascita di gruppi legati a partiti di nuova costituzione... Comunque, tornando alla Camera, dopo il 2005 ci sono stati vari casi di componenti del gruppo misto legate a partiti nuovi e sorte grazie al supporto di partiti che avevano concorso alle elezioni senza eleggere nessuno: sarà pure una soluzione democristiana, come dici tu, ma non ti sembra comunque una furbata?
Ti rispondo che è una soluzione che ricade comunque nell'ambito dei regolamenti e della prassi. 
Particolare non irrilevante: il regolamento della Camera attribuisce espressamente la decisione sul sorgere della componente "minore", cioè costituita da almeno tre deputati (e non da dieci) al Presidente della Camera. Che in questo caso è Lorenzo Fontana, esponente della stessa Lega per Salvini premier che Roberto Vannacci ha lasciato.
Credo che intelligenza politica vorrà che si riconosca, senza dubbi, la rappresentatività del Popolo della Famiglia e di Futuro nazionale. Non farlo sarebbe una grave lesione per la democrazia e sono sicuro che Fontana non vorrebbe addossarsela, facendo pensare a ragioni di bottega.
La nascita della componente "Futuro nazionale - il Popolo della Famiglia", tra l'altro, permetterebbe a entrambi i soggetti politici di chiedere l'iscrizione al Registro dei partiti politici, ottenendo pure l'accesso alle provvidenze pubbliche, incluso il due per mille Irpef. Giustpo? 
Esattamente; l'esito che hai appena citato ci interessa.