venerdì 11 settembre 2026

Emma Bonino e Raffaele Costa, momenti "simbolici" da ricordare

Appartiene pienamente alla natura del mondo la morte delle persone, così come il decadimento del loro corpo e (spesso, ma non sempre) delle loro energie; nonostante questo, non ci si abitua mai davvero a quei passaggi e a quel momento che in tante versioni di latino era indicato come dies supremus. L'ultimo giorno, sì, ma volendo anche quello più alto, perché da lì - anche per chi non crede - si possono contemplare tutti i giorni precedenti; quello decisivo, perché permette un primo bilancio sul percorso della vita di una persona, lasciando che altri in seguito si occupino di come quel percorso è stato ricordato, valorizzato, trasmesso.
Queste osservazioni, certamente valide per la vita quotidiana di chiunque, valgono a maggior ragione in politica: un ambito in cui, per giunta, capita non di rado che alcune figure particolarmente riconoscibili abbiano un cursus honorum lungo, a volte lunghissimo, tanto da far sospettare - specialmente, come sia ricordato più volte, in area democristiana, forse più predisposta di altre a questi pensieri - una sorta di tensione all'eternità da parte di costoro. A ricordare che il tempo per ciascun essere umano è comunque definito, anche quando è molto dilatato, provvede puntualmente l'incontro inesorabile con la "nera signora", dopo il quale occorre arrendersi all'idea che quella persona non sarà mai più candidata o eletta, non rilascerà più dichiarazioni e interviste, anche se verosimilmente sarà sufficiente attingere alle tante parole dette in passato e consegnate ai media per immaginarne il pensiero in varie circostanze (a costo di strattonarlo, in modo più o meno vistoso). Tutto questo vale anche, naturalmente, per Emma Bonino e per Raffaele Costa, morti oggi alla rispettiva età di 78 e 90 anni; entrambi piemontesi (anzi, della provincia di Cuneo: di Bra lei, di Mondovì lui), hanno vissuto resistenze completamente diverse, accomunate però da una lunghissima militanza politica, da una consistente presenza nelle aule parlamentari e nelle istituzioni (entrambi hanno ricoperto incarichi ministeriali) e dalla chiara riconducibilità a un'area politica - quella radicale per Bonino, quella liberale per Costa - anche se entrambi i cammini sono stati legati a più sigle partitiche e a più simboli.
In queste ore, in questi giorni saranno moltissimi i ricordi, gli articoli, le testimonianze, ovviamente anche gli interventi critici, sicuramente rispettabili in quanto rispettosi (diversamente dai commenti francamente inaccettabili che puntualmente, quando la vita di un politico finisce, e non di rado anche prima, è sempre più frequente leggere). In questo sito, data la particolarità del punto di osservazione che si adotta, invece che ripercorrere per intero le biografie di chi non c'è più si preferisce concentrarsi su alcuni momenti, alcuni passaggi cruciali che hanno avuto un valore simbolico, anche in senso letterale

Quando divenne segretario del Partito liberale italiano dopo Renato Altissimo (dimessosi dopo essere finito nell'elenco degli "avvisati" di "Mani pulite"), il 27 maggio 1993, Raffaele Costa era alla sua quinta legislatura e alla sua terza esperienza da ministro: era alla guida del dicastero dei trasporti, nella compagine del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. Era già da tempo innescato il processo che stava squassando la politica italiana - lo stesso governo Ciampi era nato dopo il successo travolgente dei referendum del 18-19 aprile, incluso quello che aveva trasformato il sistema elettorale del Senato in senso maggioritario, e Giuliano Amato aveva lasciato Palazzo Chigi proprio perché aveva letto quel risultato referendario come un avviso di sfratto per chi stava governando - e probabilmente lo stesso Costa dovette avere la sensazione che la sua segreteria del Pli sarebbe stata l'ultima, un po' perché il sistema politico stava cambiando, anche per gli effetti delle inchieste sulla corruzione, un po' perché i debiti del partito avrebbero impedito di continuare giuridicamente quella storia. Così in effetti fu: dal 4 al 6 febbraio 1994 si tenne all'hotel Ergife di Roma il XXII congresso del Pli, l'ultimo, perché alla fine la platea congressuale decise - forse illegittimamente, perché secondo alcuni non si raggiunse la maggioranza indicata allora dallo statuto - lo scioglimento del partito, avviandolo alla liquidazione, per poi fondare subito dopo la Federazione dei liberali (inizialmente con quasi tutti gli ex delegati del Pli, poi essenzialmente con coloro che erano meno legati al centrodestra), sotto la guida di Raffaello Morelli.  
Nello stesso periodo in cui venne scelto come segretario del Pli, tuttavia, lo stesso Costa fondò con Alfredo Biondi e - tra gli altri - Stefano De Luca, allora sottosegretario alle finanze del governo Ciampi, l'Unione di centro, formazione politica cbiaramente alternativa alla sinistra, nata per mano di liberali, ma potenzialmente pronta ad accogliere altri soggetti moderati, con diverse sensibilità. In un convegno organizzato dal Pli il 13 agosto 1993 Biondi definì l'Udc "una speranza di proposta e non di protesta"; per Costa era soprattutto frutto di un pensiero ben chiaro, legato alla riforma elettorale politica appena approvata, le "leggi Mattarella": "Noi dobbiamo pensare - si ascolta nell'intervento, riproposto da Radio Radicale - che nel futuro ci troveremo di fronte a un Paese che elettoralmente si spaccherà [...] e buon per noi se si dividerà in due tronconi e non in un troncone della sinistra e in una miriade di tronconi al centro e al centrodestra. Noi abbiamo davanti una scenario in cui la sinistra aspira legittimamente e persino con dignità a guidare il nostro Paese, ma lo fa con delle idee che sono molto diverso dalle nostre [...]. E allora noi, che pur riconosciamo ad altre forze politiche la possibilità, la dignità, la legittimità di guidare il nostro Paese, abbiamo [...] il dovere di batterci affinché le nostre idee prevalgano". Nella necessità di guardarsi intorno per sapere con chi collaborare, sulla base dei programmi, Costa disse di avere avviato un sondaggio "per cominciare timidamente a saggiare il polso della situazione, a sentire i nostri 18500 iscritti e anche molti amici vicini a noi [...]. Gran parte degli amici ci ha chiesto di collaborare esclusivamente fra le forze politiche di centro; una modesta quota ha chiesto di collaborare con le forze politiche di centrodestra; qualcuno ci ha chiesto - non pochi, ma non moltissimi - di aprire un discorso con la Lega; molti ci hanno invece chiesto di combattere la battaglia da liberali. Io vi devo dire che combatte la battaglia da liberali è sicuramente utile, sicuramente bello e sicuramente in cima ai miei pensieri ma [...] neppure la Democrazia cristiana, neppure il Pds sono in grado di combattere una battaglia da soli".
L'Unione di centro iniziò a mettere radici sui territori, partecipò ad alcune elezioni amministrative nell'autunno del 1993 (ma lo fece con simbolo disomogenei, di cui varrà la pena parlare in seguito), poi, sciolto il Pli, emerse come principale soggetto politico dichiaratamente liberale finito in naturale dialogo con la compagine che si stava creando attorno alla figura di Silvio Berlusconi: alla conferenza di presentazione del Polo delle libertà Costa definì la "sua" Udc "il filone liberale più tradizionale" di quella coalizione. Sfruttando la possibilità di mostrare fino a cinque contrassegni accanto al nome di ciascun candidato nei collegi uninominali (strategia spiegata a fondo da Peppino Calderisi), anche l'Unione di centro schierò sulle schede rosa il proprio simbolo, nel frattempo consolidatosi: un nastro tricolore (composto da due bande rosse e due verdi alternate tra loro e separate da strisce bianche) annodato e delimitato da una corona circolare blu riportante il nome del partito. Accompagnato anche da quel simbolo, Costa riuscì a farsi rieleggere deputato nel collegio di Fossano - rioccupando anche la carica di ministro della sanità nel primo governo Berlusconi - e si fece confermare pure nelle due legislature successive. Nel frattempo, però, l'Udc - diventata Unione liberale di centro - aveva di fatto aderito a Forza Italia; anche in seguito, in ogni caso, Costa non rinunciò a proporre iniziative liberali all'interno di quel partito, come l'area Liberalismo popolare (con la fondazione delle Case del cittadino). Nessuna, tuttavia, ebbe la forza di quel logo voluto da Raffaele Costa, decisamente nazionale ed elitario insieme, elegante, istituzionale eppure poco tradizionale dell'Udc, che tuttavia ballò per poco più di un'elezione; la sigla, in compenso, nel giro di qualche anno avrebbe traslocato dai post-liberali ai post-democristiani, facendo dimenticare a più di qualcuno quell'episodio precedente, tutto meno che irrilevante.
 
Quanto a Emma Bonino, ci sarebbe l'imbarazzo della scelta a ricordare episodi della sua vita, tutti intrecciati strettamente con la storia radicale (anche dopo gli ultimi dissidi con Marco Pannella, che avevano portato a dividere le loro strade); eppure almeno un paio di passaggi hanno un valore simbolico imprescindibile.
Il primo si colloca nel 1999, dopo la campagna "Emma for President", con cui Bonino - allora commissaria europea per la cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi - fu proposta come potenziale Presidente della Repubblica per succedere al Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro. Di voti dal Parlamento in seduta comune - che elesse invece Ciampi al primo scrutinio - ne avrebbe ottenuti soltanto 15, ma la campagna capillare con tavolini e gazebo in giro per l'Italia aveva lasciato il segno e, al momento delle elezioni europee, la commissaria dimissionaria Bonino (che di legislature - sia pure non intere, a seguito della prassi radicale delle dimissioni anticipate - ne aveva già attraversate 6, fino all'ultima in cui era stata eletta nel 1994 per il Polo della libertà nel collegio uninominale della Camera di Selvazzano Dentro) era la radicale più nota in assoluto tra chi questa volta avrebbe potuto votarla davvero. Così, in occasione della seconda assemblea nazionale dei Radicali per la Rivoluzione liberale e gli Stati Uniti d'Europa, tenuta a Monastier di Treviso il 10 e l'11 aprile 1999 (quando ancora non si era votato per il Quirinale), al secondo giorno dell'assemblea Marco Pannella fece una proposta chiara, netta: "Per l'Europa, con la riprova dei questi ultimi quattro-cinque anni, con non solo la vox populi, ma con i riconoscimenti politici e giornalistici di tutta l'Europa e non solo, che cosa d'altro e di meglio può essere proposto 'for Europe' se non 'Emma for Europe'? [...] La cosa semplice per la quale prendo la parola è per proporre a Emma, innanzitutto a tutti noi di annunciare sin d'ora che per le elezioni europea gli elettori del popolo italiano potranno anche scegliere le liste Emma Bonino, anche - se necessario - come voto di appello al voto 'for president' che fosse ispirato ancora una volta semplicemente a calcoli e a tristezza di Palazzo. [...] Nel '92 inventammo, dovemmo inventare per la prima volta in Italia delle liste con il nome di una ditta e la ditta era Marco Pannella; oggi, per gli stessi motivi, ma con la crescita delle ragioni e con una posta infinitamente più importante - storicamente, per il Paese, per noi e per l'Europa - adesso è il momento nel quale dovresti guidare le liste Emma Bonino". La sua risposta - ascoltabile, come l'intervento di Pannella, su Radio Radicale - fu la seguente:
Succederà che in questi giorni sentiamo dibattiti dei più vari, sulla necessità della riforma dell'Europa [...] o di come metterci tutti in grado di meglio prevenire, di meglio guidare, di meglio... e fiumi, fiumi di parole e righe per dire quanto l'Europa sia inadeguata, impreparata, di quanto il trattato che entra in vigore il primo maggio sia obsoleto, si riferisca praticamente a un mondo che non esiste più. Credo che sia nostra responsabilità - insieme ad altri, ma intanto nostra - fare in modo che, passata l'emergenza, passata l'emozione, non si vada tutti col cervello in vacanza o anche magari fisicamente in vacanza e che di queste profonde necessità di riforma - italiana, europea e del Consiglio di sicurezza - rimanga non testimonianza, ma azione. E so perfettamente quanto sia importante - Jean Monnet ce l'ha detto tanto tempo fa, 'Nulla è possibile senza le persone, niente dura senza le istituzioni' [...] -che chi ha una visione federalista e politica dell'Europa riesca a mettere al prossimo Parlamento europeo una testa di ponte di deputati determinati e convinti [...] della necessità di rivedere i trattati con assoluta urgenza e di far incardinare, per esempio, quell'Unione diplomatica e militare che sommessamente mi ero permessa... E quindi so perfettamente quanto sia importante incardinare al Parlamento una testa di ponte determinata, federalista, che non fa del turismo internazionale, ma sa fare dell'attività politica transnazionale [...]. E se, per meglio esplicitare questo programma politico, se "Emma for Europe" o "Bonino for Europe" evoca, esplicita meglio oggi di "Pannella for Europe" o di "Radicali for Europe" questo nostro programma politico, se meglio e più direttamente evoca non solo la nostra storia, i nostri ideali, le nostre battaglie, la nostra voglia di dare un'anima politica liberale all'Europa e alle sue istituzioni - quello che in realtà ho cercato di testimoniare nel modo migliore possibile per me col mio mandato di commissario europeo, mettendoci tutta me stessa - allora, se questo si ritiene, che questo nome, questa faccia sia immediatamente più evocativa, che non ha bisogno di tanti giri di parole [per dire] 'Questa è l'Europa che vogliamo', allora, in questo contesto, allora il mio nome, la mia faccia, che sono patrimonio di tutti coloro che da cinquant'anni federalisti sono - patrimonio radicale ma non solo - allora il mio nome, la mia faccia sono a disposizione.
 
Le parole di Emma Bonino, come già la precedente proposta di Pannella, scatenarono un applauso incredibile: lei aveva accettato di farsi simbolo e contestualmente era già pronto il simbolo per le elezioni europee, curato presumibilmente da Aurelio Candido. Il cognome di Bonino era l'ingrediente fondamentale su fondo giallo, disposto su un tracciato curvilineo simile a quello che Candido aveva creato nel 1992 per la Lista Pannella; al cognome erano aggiunti il nome "Emma" in carattere Mistral (com'era scritta la parola "lista" nel 1992) e il simbolo della pace rosso e bianco, il tutto racchiuso in una corona blu con le stelle d'Europa (simile a quella delle europee del 1994, ma più consistente). Quel contrassegno fu depositato al Viminale - anche se formalmente a presentarlo fu sempre l'Associazione politica nazionale 'Lista Marco Pannella' - e fu tradotto in liste, che toccarono l'8,45%, la più alta percentuale mai raggiunta dall'area radicale. Nel 2001 fu ripresentato il simbolo della "Lista Bonino" (ma il nome divenne "crescente" e si aggiunse in rosso il sito www.radicali.it); nel 2006 i radicali parteciparono con i socialisti alla Rosa nel Pugno (contrassegno con cui Emma Bonino fu eletta alla Camera, per poi diventare ministra del commercio estero), mentre nel 2008 fu depositato - ma non utilizzato, viste le candidature nelle liste del Pd, che garantirono a Bonino il seggio al Senato e la successiva elezione a vicepresidente di Palazzo Madama - il simbolo Lista Bonino per Pannella presidente; nel 2010 il simbolo della Lista Bonino del 2001 fu inserito in un altro cerchio giallo, con la dicitura "Lista Marco Pannella", vivendo così ancora per una stagione (quella in cui Bonino non riuscì a essere eletta presidente della giunta regionale del Lazio).
Emma Bonino ovviamente c'era anche nel 2013, candidata della Lista Amnistia Giustizia Libertà, non coalizzata e ben lontana dall'ottenere voti sufficienti per superare lo sbarramento del 4%; ciò non le impedì, fallito il tentativo di Pier Luigi Bersani, di diventare comunque ministra degli esteri del governo guidato da Enrico Letta. Tra il 2014 e il 2015 divenne particolarmente evidente la distanza tra Pannella e Bonino, distanza che parve essere la stessa misurata tra il Partito radicale, da un lato, e Radicali italiani dall'altro (e in quel clima, subito prima della morte di Marco Pannella, maturò la presentazione del simbolo delle liste "radicali" alle elezioni comunali di Milano e Roma del 2016, alla cui conferenza stampa di lancio era presente la stessa Bonino).  
Tempo un anno e mezzo e Bonino fu pronta a farsi nuovamente simbolo, sia pure per un nuovo progetto politico (in qualche modo in coerenza con il concetto di "biodegradabilità" dei soggetti politici e dei loro simboli praticata in area radicale o post-radicale). Il 23 novembre 2017 fu presentato il logo - creato da Stefano Gianfreda - di +Europa, soggetto politico-elettorale frutto dell'impegno di Forza Europa e Radicali italiani: con Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi c'era anche lei. Fin dall'inizio si pose il grave problema della raccolta delle firme, unito alla difficoltà di indicare prima della ricerca dei sottoscrittori - in base all'interpretazione della legge elettorale - tanto le candidature quanto le eventuali alleanze. Fu in ogni caso subito chiaro che il nome di Bonino avrebbe assicurato, ancora una volta, riconoscibilità e maggiori possibilità di superare lo sbarramento del 3%: nel simbolo presentato a novembre nemmeno un mese più tardi fu aggiunto - su un segmento giallo, colore già impiegato dalla lista Bonino - il riferimento "con Emma Bonino", leggermente spostato in alto e forse rimpicciolito per fare posto alla "pulce" di Centro democratico, dopo che fu accolta - il 4 gennaio 2018 - l'offerta di Bruno Tabacci di un apparentamento tecnico per sfruttare l'esenzione dalla raccolta firme spettante a Cd. già impiegato necessariamente e dovendo anche  L'associazione-partito fu fondata il 10 gennaio (anche con l'apporto di Centro democratico e di Gianfranco Spadaccia) e il nome ufficiale fu +Europa, ma con atto separato Bonino mise a disposizione il proprio nome e altrettanto fece nel 2022, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate: in nessuno dei due casi le liste riuscirono a superare il 3%, ma i loro voti concorsero all'elezione di un numero non irrilevante di parlamentari delle coalizioni di centrosinistra e, comunque, alla vittoria in alcuni collegi uninominali (incluso quello che nel 2018 riportò Bonino al Senato per l'ultima volta).  
Fa una certa impressione che "Emma" - tra le poche persone del mondo politico per cui il solo nome sia sufficiente a evocare una figura e la sua azione - se ne sia andata proprio nel giorno in cui l'aula di Palazzo Madama, la sua ultima casa istituzionale, ha approvato una norma (su cui bisognerà tornare molto presto) che moltiplica per quattro il numero di firme che i partiti non presenti in Parlamento dovrebbero raccogliere per presentare liste: chissà che ne pensa lei ora, là dove "non arrivano gli ordini / a insegnarti la strada buona", magari avvolta nel fumo delle sue sigarette.

Lotta sul sole nascente: dal tribunale di Roma nuova ordinanza sul Psdi

Si era avvertito, qualche settimana fa, che la disputa sul "sole nascente" non era affatto terminata. Non solo perché l'ordinanza emessa alla fine di luglio dal tribunale di Milano su ricorso del Partito socialista democratico italiano che si riconosce nella segreteria di Paolo Preti, pronuncia che aveva accolto le richieste del ricorrente di inibire l'uso dei segni distintivi del Psdi e la spendita del titolo di segretario dello stesso a Mario Calì - era una decisione per sua natura provvisoria, che poteva essere oggetto di reclamo (come pare in effetti che sia avvenuto) e che comunque attendeva una successiva sentenza. Ma anche perché c'era almeno un altro processo cautelare in corso, di cui era opportuno attendere l'esito: si trattava, in particolare, del processo cautelare iniziato a metà luglio davanti al tribunale di Roma con un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, presentato dal Psdi che si riconosce nella segreteria di Calì direttamente contro Preti, con cui dovrebbe essere stata chiesta - si suppone, non avendo a disposizione l'atto introduttivo - tutela del "diritto al nome" del partito attraverso l'inibitoria all'uso dei segni distintivi del Psdi. La decisione, dopo l'udienza del 20 agosto, è arrivata il 7 settembre: la giudice Maria Pia De Lorenzo ha respinto le domande del Psdi-Calì, con tanto di condanna alle spese (comprensive di una condanna per "lite temeraria").
Vale innanzitutto la pena rilevare che, leggendo in maniera sistematica questa ordinanza e quella precedente (relative di fatto agli stessi soggetti, sia pure a parti invertite; a Milano il Psdi-Preti contro Calì, a Roma il Psdi-Calì contro Preti), si è di fronte a un contenzioso che ricade in pieno nel "diritto dei partiti", a fronte peraltro non di un conflitto su chi, all'interno della medesima associazione, possa dirsi legittimamente titolato a rappresentare un partito, ma di un conflitto tra due diverse associazioni che hanno nomi identici e simboli simili, pur intendendo riferirsi alla medesima storia politica e, in parte, giuridica. Si propone questa ricostruzione se non altro sulla base dell'esistenza di due diversi codici fiscali (80204410585 per il Psdi-Calì, 13654040966 per il Psdi-Preti), anche se - va riconosciuto - detti codici non sono di per sé prova di autonoma e distinta soggettività giuridica, ma solo di autonoma soggettività fiscale. In ogni caso, i simboli delle due distinte associazioni sono sovrapponibili per oltre tre quarti, accendo identica l'immagine del sole stilizzato che sorge dal mare mosso, entrambi rossi su fondo bianco, con la sigla non puntata collocata nella parte inferiore; a cambiare è soltanto l'elemento testuale disposto ad arco nella parte superiore del fregio ("Socialismo democratico" per il Psdi-Calì, "Socialdemocrazia" - come il Psdi storico dal 1992 in poi - per il Psdi-Preti).
 

Le posizioni a confronto

Leggendo l'ordinanza, emerge che il Psdi guidato da Mario Calì, nel suo ricorso, aveva rivendicato la titolarità esclusiva del nome del Psdi e del suo simbolo del sole nascente e, per questo motivo, aveva ritenuto che le condotte di Preti - la spendita online e nell'attività politica della carica di segretario e l'uso non autorizzato di nome, fregio e sigla del partito - avessero leso il proprio "diritto al nome e al segno distintivo" (invocando tanto l'art. 7 del codice civile, quanto gli articoli del codice della proprietà industriale in materia di segni distintivi, nonché l'art. 2598 c.c. che individua la "fattispecie di concorrenza sleale", ritenendo che potesse rientrare in quest'ipotesi la "confusione nell'opinione pubblica e nel corpo elettorale"); la richiesta di tutela cautelare era fondata, tra l'altro, sull'esistenza di un pericolo imminente e irreparabile "di confusione tra gli elettori, di sviamento di consenso politico, di danno all’immagine e alla credibilità del Psdi". 
Preti, contro cui il ricorso era rivolto a titolo personale - ovviamente, essendo dal ricorrente disconosciuta la sua rappresentanza di un qualunque soggetto legittimamente denominato Psdi - aveva a sua volta sollevato alcune eccezioni formali (da un lato, la stessa causa sarebbe stata, a suo dire, già pendente presso il tribunale di Milano; dall'altro, non sarebbe stato competente né il tribunale di Roma - essendo Preti residente a Novara - né la sezione specializzata in materia di imprese, visto che delle controversie sul diritto al nome dovrebbe occuparsi la sezione civile ordinaria); aveva, però, soprattutto contestato la tesi del Psdi-Calì, ritenendo che il tribunale di Milano avesse già rilevato che lo stesso Calì non appariva essere segretario del partito (e, come tale, titolato a impiegarne nome e simbolo) e che, comunque non ci fossero prove adeguate per dimostrare che lo stesso fosse titolato ad agire come segretario e a usare i segni distintivi del Psdi.
Sembra di poter dire, in buona sostanza, che le due parti hanno riprodotto a Roma argomenti pressoché identici a quelli già visti a Milano; per giunta, erano sicuramente identici i difensori (Salvatore Frisenda per il Psdi-Calì, Sabrina Lardieri per Preti).  
 

La decisione

La giudice ha innanzitutto rigettato le eccezioni in rito di Paolo Preti. Da un lato, i due procedimenti non erano pendenti nello stesso grado (evidentemente perché a Milano si era già in fase di reclamo) e, anche se non espressamente richiesto dalle disposizioni in materia, secondo la Corte di Cassazione, in caso di gradi differenti non è possibile far valere la litispendenza (cioè ottenere la cancellazione di un processo le cui parti e il cui oggetto siano uguali a quelli di un altro processo in corso davanti a un diverso giudice); in questo caso, evidentemente, si è ritenuto che i gradi fossero diversi pur essendo entrambe le cause davanti a tribunali, credendosi sufficiente distinguere tra trattazione di prime cure e trattazione in sede di reclamo. Dall'altro lato, per la giudice non era errata né la sede del ricorso (perché Preti non avrebbe provato "di aver fissato la propria residenza in Novara" o nei dintorni, né avrebbe potuto invocare la competenza di Milano perché parte resistente era lui e non l'associazione da lui guidata), né la scelta della sezione specializzata in materia di imprese: "il nome e il simbolo di un soggetto, indipendentemente dalla sua natura giuridica e perciò dalla sua collocazione all’interno o all’esterno di un mercato, costituiscono segni di identificazione del soggetto [...] - si legge nell'ordinanza - e, dunque, la paventata violazione del diritto esclusivo all'uso del simbolo (il sole nascente) e della denominazione 'Partito socialista democratico italiano' o del suo acronimo 'PSDI' [...] allude a una condotta usurpativa di segni distintivi che fa scattare la speciale tutela prevista in materia dall’art. 20 c.p.i."; si rispetta la posizione della giudice, ma colpisce pensare all'applicazione a un partito di una disposizione in base alla quale "I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facoltà di fare uso esclusivo del marchio" e "Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica" segni identici per beni/servizi identivi, segni anche simili per prodotti/servizi anche affini (se ciò crea rischi di confusione per il pubblico) o anche per prodotti/servizi non affini, se il marchio registrato gode di rinomanza e l'uso altrui crea indebiti vantaggi a chi lo usa o pregiudizi ai titolari.
Queste valutazioni non hanno però impedito alla giudice di negare che il Psdi-Calì sembri avere ragione; la valutazione prescinde dalle considerazioni fatte già dal tribunale di Milano, ma si basa - se ben si è compreso - sugli elementi introdotti nel solo procedimento romano. In particolare, finora Mario Calì non sarebbe "riuscito a dimostrare la propria legittimazione a spendere pubblicamente il nome del partito politico [...], a utilizzarne lo storico simbolo identificativo nonché a ostentare presso l'opinione pubblica, davanti al corpo elettorale e nei rapporti con le altre forze politiche la qualità di Segretario Generale". In particolare, il solo elemento offerto - o, probabilmente, ritenuto di qualche valore da chi ha redatto l'ordinanza - per dare prova della titolarità del partito e dei suoi segni distintivi sarebbero i "dati anagrafici estratti dall'Anagrafe Tributaria gestita dall'Agenzia delle Entrate", per cui Calì risulta legale rappresentante dell'associazione "Partito socialista democratico italiano" con codice fiscale 80204410585: si tratta di un elemento già incontrato anche nell'analisi della decisione di Milano (insieme a un invito a partecipare a una cerimonia quale segretario del partito), offerto da Calì nella veste di resistente; era lecito immaginare che in un procedimento in cui lo stesso Calì vestiva i panni del ricorrente potesse offrire argomenti ulteriori per suffragare in modo consistente le proprie domande.
Secondo la giudice, però, da un lato l'estratto dall'anagrafe tributaria impedisce di far coincidere l'associazione di cui Calì è legale rappresentante con "il partito di antica memoria fondato l'11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini": quei dati anagrafici farebbero iniziare l'attività politica "a decorrere dal 31/12/2021", una data che non collimerebbe con "la notoria storicità" del Psdi di Giuseppe Saragat. Dall'altro lato - ed è il solo realmente da considerare in questa sede - rileva il fatto che le informazioni anagrafiche contenute nel database dell'Agenzia delle entrate "sono unilateralmente comunicate dal contribuente all’agenzia fiscale, la quale si limita a recepirle senza neppure svolgere alcuna indagine, quantomeno preventiva, finalizzata a verificarne la veridicità: non si potrebbe quindi attribuire a queste un valore probatorio superiore a "quello di una semplice presunzione", che cederebbe di fronte a circostanze di segno opposto.
In concreto, la difesa di Preti avrebbe ripetuto a Roma da resistente ciò che aveva già affermato a Milano da ricorrente (meglio: da rappresentante del ricorrente): Preti, nello specifico, sarebbe stato confermato come segretario da un congresso nazionale il 24 maggio 2025 dopo essere stato eletto in quel ruolo in un'assemblea il 14 dicembre 2023, al posto di Carlo Vizzini eletto da un'analoga assemblea il 9 maggio 2022; Vizzini, a sua volta, sarebbe stato eletto a seguito delle dimissioni di Renato D'Andria, riconosciuto segretario del partito dalla sentenza n. 13540/2011 del tribunale di Roma (la cui "inconferenza" sarebbe stata lamentata durante il procedimento - visto che quella decisione non aveva riconosciuto genuini gli atti che avevano portato D'Andria alla segreteria nel 2006, ma aveva solo respinto le domande di chi non aveva titolo per invalidarle - ma quella stessa sentenza non è stata impugnata e quindi la nomina di D'Andria a segretario ha continuato a produrre effetti, fino alle sue dimissioni e alla successione sopra ricordata (in più, l'elezione di Vizzini prima e di Preti poi non sarebbe stata impugnata).
Tanto è bastato alla giudice De Lorenzo per ritenere "prima facie sussistenti [...] la carenza di legittimazione in capo a Mario Calì" all'uso dei segni distintivi del Psdi e alla spendita della carica di segretario e la legittimazione invece di Paolo Preti. Il Psdi-Calì, in quanto totalmente soccombente, è stato condannato a rifondere le spede del giudizio cautelare, ma anche - come la difesa di Preti aveva chiesto - a pagare al resistente vittorioso un'ulteriore somma a norma dell'art. 96, comma 3 del codice di procedura penale, c.p.c., disposizione introdotta nel 2009 per "sanzionare l'abuso dello strumento processuale a tutela della funzionalità della giurisdizione e del principio di ragionevole durata del processo": per la giudice, infatti, il ricorso del Psdi-Calì è parso volto "al palese ed elusivo tentativo di superare per via obliqua le statuizioni già adottate dal Tribunale di Milano" riproponendo a Roma "istanze ed esiti già vagliati ed esclusi" dall'altro giudice, al punto da far qualificare l'iniziativa giudiziaria come "pretestuosa e temeraria".
 

Qualche riflessione

Il verdetto romano, dunque, è sostanzialmente sovrapponibile a quello milanese (anche se si avverte nella decisione sopra ripercorsa una mano più pesante, legata alla condanna per lite temeraria). Ovviamente, come si è detto con riferimento alla prima ordinanza, la decisione della giudice del tribunale di Roma è per sua natura provvisoria, anche perché questa quasi certamente sarà oggetto di reclamo, come lo è stata - lo si è visto - l'ordinanza di prime cure emessa a Milano a fine luglio.
Nel frattempo, peraltro, il 1° settembre l'ufficio stampa del Psdi-Calì aveva diffuso una nota in cui si dava contro, tra l'altro, dell'avvio "della fase per la celebrazione del XXX Congresso Nazionale del PSDI nell'ottantesimo anniversario della fondazione a Palazzo Barberini", ricordando che il precedente - il XXIX - si sarebbe svolto il 4 maggio 2023 a Catania. Nella stessa nota si citava una "lunga battaglia conclusa il 31 dicembre del 2021 con il riconoscimento ufficiale della titolarità politica e legale di Mario Calì alla guida della storica formazione nata a Palazzo Barberini in conformità con la sua designazione a Segretario Nazionale facente funzioni", precisando subito dopo che l'arrivo alla segreteria di Calì sarebbe stato "riconosciuto già il 17 novembre 2012 da parte del Consiglio Nazionale del Psdi presieduto dal prof. Angelo Scavone dopo delle dimissioni di Magistro, del quale Calì era Vice Segretario Vicario eletto durante il XXVIII Congresso Nazionale di Barletta": questo - ricostruendo con le informazioni in possesso di chi scrive - si sarebbe svolto dal 22 al 24 ottobre 2010, con la conferma alla segreteria di Mimmo Magistro, eletto a sua volta il 7 ottobre 2007, ultimo giorno del XXVII congresso a Bellaria. Entrambi questi appuntamenti congressuali (come pure quelli successivi), tuttavia, dovrebbero considerarsi "rimossi" sulla base della precedente e già citata sentenza n. 13540/2011 del tribunale di Roma, che peraltro aveva demolito anche la validità del XXVII congresso già svolto dal 26 al 28 gennaio 2007 (e che aveva confermato alla segreteria D'Andria); si ricordi pure che Magistro, quando aveva scelto di lasciare il partito - costituendo I Socialdemocratici - lo aveva fatto dopo la sentenza del 2011 che di fatto aveva ristabilito D'Andria come segretario, quindi in effetti sembra difficile immaginare lo spazio per immaginare la nomina di un "segretario facente funzione" dopo l'abbandono di Magistro.
In seguito, ove se ne abbia notizia, si darà conto dell'esito del procedimento di reclamo di Milano, come pure dell'eventuale gravame relativo all'ordinanza appena emessa a Roma (e dell'ulteriore procedimento in corso in Calabria); nel frattempo, il Psdi-Calì sembra voler continuare il suo corso verso il "suo" XXX congresso e il Psdi-Preti seguita il dialogo con Spazio pubblico, Europeisti e altre forze politiche (inclusa Azione) per costruire una nuova area riformista. Nel frattempo, è probabile che le dispute sul sole nascente - magari sormontato da scritte diverse - non si fermino, almeno per un po'.

giovedì 10 settembre 2026

Area liberale federalista, al centro tra pragmatismo ed europeismo

In queste settimane uno spazio sempre maggiore delle cronache politiche è occupato dalle vicende relative al mondo leghista, tra i malesseri manifestati all'interno della Lega per Salvini premier circa la guida e la linea del partito e la costituzione di un comitato volto a chiedere e ottenere la riconvocazione del congresso della Lega Nord (i promotori, tra l'altro, hanno aperto un sito per raccogliere le sottoscrizioni della richiesta di riconvocazione). Nel frattempo, però, il 19 agosto è stata data notizia della costituzione di un'associazione politica denominata Area liberale federalista: tra i promotori sono espressamente indicati gli ex parlamentari Jonny Crosio (dal 2008 al 2018), Raffaele Volpi (dal 2008 al 2022) e Walter Togni (dal 2008 al 2013), eletti tutti con la Lega Nord e il secondo anche con la Lega per Salvini premier (anzi, Volpi era stato indicato come referente di Noi con Salvini, progetto intermedio pensato per coinvolgere potenziali simpatizzanti ed elettori delle regioni non comprese nell'attività statutaria della Lega Nord). Crosio, indicato come segretario nazionale di Alf, fino all'inizio dell'estate era peraltro indicato come vicesegretario federale di Patto per il Nord
Il nome del'associazione, in effetti, somiglia almeno un po' a quello del "Partito liberale federalista italiano" di cui Il Foglio aveva parlato all'inizio di agosto, così come alcuni valori indicati nella Carta associativa, datata "luglio 2026"; non tornano però vari dettagli tra quelli anticipati negli articoli di Carmelo Caruso (a partire dal numero di articoli dello statuto - registrato il 10 agosto scorso - e da alcuni contenuti citati), quindi Alf potrebbe non essere la continuazione di quel progetto allora svelato e finito per sbaglio in una vecchia chat leghista in cui stava anche Matteo Salvini.
L'associazione si qualifica come "un’area politica e culturale liberale, riformista e federalista, con sede a Milano, promossa da amministratori e parlamentari con esperienza di governo locale e nazionale", che "si riconosce nei valori europeisti e atlantici e opera per una rappresentanza fondata sulla competenza, sulla responsabilità e sui risultati verificabili"; occorre subito notare, tuttavia, che è lo stesso statuto dell'associazione a richiamare il decreto-legge n. 149/2013, la fonte che regola i partiti politici sul piano della "democrazia interna", dell'accesso alle provvidenze pubbliche e della trasparenza economico-finanziaria, dunque l'associazione intende qualificarsi e agire a tutti gli effetti come partito.
Lo statuto, non a caso, prevede anche un simbolo, allegato e così descritto: "un cerchio con sfondo blu, riportante nella parte centro-superiore la sigla 'ALF' in colore giallo e carattere corsivo, affiancata sulla destra da dieci stelle a cinque punte di colore giallo disposte a semicerchio. Sotto la sigla è posizionata una sottile linea orizzontale recante i colori della bandiera italiana (verde, bianco e rosso). Nella parte inferiore del cerchio è riportata la denominazione "AREA LIBERALE FEDERALISTA" in colore bianco, disposta su due righe e centrata". Un logo che comunica messaggi politici profondamente diversi rispetto a quelli della Lega Nord e della Lega per Salvini premier: colori da partito catch all, con il tricolore abbinato al blu, dunque sguardo "nazionale", rassicurante, moderato e - come mostrano le stelle d'Europa - nettamente europeista
Il comunicato diffuso il 19 agosto precisava che l'associazione non era nata "contro qualcuno", ma "per dare rappresentanza a chi produce, a chi lavora e a chi chiede allo Stato risposte verificabili al posto degli annunci" ed era qualificata come "una comunità costruita da chi ha amministrato e legiferato, e sa quanto costa la distanza fra ciò che la politica promette e ciò che realmente realizza", facendo valere il percorso istituzionale dei promotori non com "titolo da rivendicare", ma come "capitale di esperienza messo a disposizione di un'area centrale, moderata e pragmatica che nel Paese esiste già, ma non ha ancora una casa politica capace di rappresentarla con serietà". Nel sito di Alf si indica che l'associazione, ponendosi come "centro di raccordo politico e civico" e come "un laboratorio di idee, un facilitatore di connessioni, un’infrastruttura organizzativa a disposizione della società reale", si rivolge "a chi nutre passione civile e possiede competenza", in particolare "agli amministratori locali che ogni giorno praticano il buon governo" (sembra essere questo il primo "serbatoio" per la costituzione del soggetto politico), "alle imprese, agli artigiani, agli agricoltori e ai professionisti che creano valore" (anzi, nel comunicato iniziale si diceva che l'associazione avrebbe assunto "la rappresentanza del mondo produttivo come parte costitutiva della propria identità", proponendo subito di trasformare "centinaia di miliardi fermi sui conti correnti" in "capitale paziente per le imprese" attraverso "una finanza di prossimità, di distretto e di filiera [...] con lo Stato nel ruolo di facilitatore e garante") e "ai lavoratori e ai giovani che chiedono mobilità sociale e un futuro non fondato sul debito" (non è dato sapere se l'elencazione dei destinatari sia gerarchica, ma non sembra senza significato che imprenditori e professionisti vengano prima dei lavoratori, dipendenti pubblici inclusi) e "alle forze civiche e all'associazionismo che operano ogni giorno nei territori e cercano uno spazio politico aperto e plurale in cui essere protagonisti".
Nel comunicato si indicavano i punti cardine del nuovo progetto politico: liberalismo ("Difendiamo la libertà della persona e dell'impresa da uno Stato che pretende di sostituirsi a entrambe, e chiediamo allo stesso tempo un apparato pubblico capace di fare bene le poche cose che gli competono: sicurezza, giustizia, regole certe, opere pubbliche"), riformismo ("Non è un’eredità ideologica: è la volontà di cambiare ciò che non funziona - pubblica amministrazione, fisco, giustizia, formazione - con proposte verificabili e tempi certi, senza aspettare il crollo del sistema") e ovviamente - vista la storia politica - federalismo ("una forma di organizzazione efficiente dello Stato, non una rivendicazione territoriale né una spinta separatista. Significa attribuire competenze a chi sa esercitarle, misurare i risultati, premiare la capacità amministrativa e compensare i divari, superando il metodo delle intese concesse a pezzi e bocconi").
Tra i pilastri del progetto (Libertà e Responsabilità; Federalismo della Responsabilità; Europa Protagonista e Occidente Sicuro; Ricchezza e il Lavoro come Beni Comuni) non sfugge il riferimento alla collocazione "saldamente ancorat[a] all'Alleanza Atlantica e al fianco dell'Ucraina, perché non vi è libertà senza sicurezza e difesa del diritto internazionale" (nel comunicato iniziale si annunciava anche l'iniziativa "Antenna Ucraina", vale a dire "una presenza stabile nel Paese, con una propria delegazione e corrispondenti permanenti [...] per costruire relazioni durature, ascoltare e raccontare senza filtri ciò che accade", nella convinzione che dall'Ucraina passi "una parte decisiva del futuro dell’Europa, la frontiera della sicurezza euro-atlantica e il luogo dove si misura il diritto di un popolo a difendere la propria indipendenza". Non appare affatto un caso, quindi, che il neonato simbolo di Alf sia apparso sul manifesto della manifestazione "Per l'indipendenza ucraina" - svoltasi a torino il 29 agosto scorso - accanto a quello di forze politiche nettamente schierate a favore dell'Ucraina, in particolare Spazio Pubblico, Azione, +Europa, Partito liberaldemocratico, Italia viva, Ora!, Europa radicale e Volt, insieme all'associazione Adelaide Aglietta (in seguito una nuova locandina ha aggiunto i simboli di Pd, Europeisti, Psdi-Preti, Avanti-Psi e Federazione giovani socialisti). 
Quando il 3 settembre Claudio Velardi, direttore del Riformista, ha pubblicato un editoriale-apppello in cui ha dichiarato elettoralmente morto il centro (soprattutto a causa dell'impostazione della legge elettorale in discussione e della presenza, in alternativa ai due principali schieramenti, di "ceto politico rissoso e diviso, impegnato più a contarsi che a contare, più a cercare una collocazione che a elaborare una proposta") mentre ha sottolineato il perdurante valore di un centro come "punto in cui spinta e mediazione si incontrano. Un centro senza nostalgie democristiane e senza partiti da fondare, senza federatori e senza federati. Un luogo di elaborazione, non di collocamento", la prima risposta è arrivata da Andrea Marcucci del Partito liberaldemocratico: tra due coalizioni in cui "comandano gli estremi, mentre i cosiddetti moderati sono relegati in secondo piano, spesso con le marsine", il primo invito è stato rivolto a Luigi Marattin, Carlo Calenda e Pina Picierno ("smentiamo Claudio Velardi con i fatti"), proponendo "una linea di buon senso, dichiaratamente occidentale ed europeista; [...] una politica economica liberale e rigorosa; [...] una giustizia equilibrata, civile e garantista", facendolo al centro, senza "continuare a dividerci o, peggio ancora, accomodarci altrove". 
 
 
All'appello di Marcucci avrebbe risposto Calenda con un'apertura, come si deduce dal post di Crosio sui canali social di Alf: il riferimento all'offerta del "federalismo della responsabilità", della "cultura di chi sa che ogni decisione ha un costo, tempi certi e un responsabile" e della "vicinanza a chi produce, lavora e rischia ogni giorno in proprio", insieme al netto schieramento a fianco dell'Ucraina, sembra avvicinare davvero molto il nuovo soggetto politico ad Azione e al suo leader. Quasi a rimarcare ulteriormente la distanza tra queste posizioni e quelle della Lega per Salvini premier, ma anche una parte significativa di quelle della Lega Nord (potendosi trovare più affinità - ma non sempre e non su tutto - con quelle della Lega nelle amministrazioni locali). Non è scontato che il simbolo dell'Area liberale federalista finisca sulle schede, ma di certo sta concorrendo a farsi notare (non certo dal punto di vista visivo, essendo la grafica tanto pulita quanto elementare) agli occhi di chi osserva l'evolversi della politica con attenzione.

lunedì 7 settembre 2026

Nuovo partito monarchico nazionale, "dignità e spazio a storia e cultura"

A volte una notizia giunta da un territorio consente di conoscere una realtà più ampia, nata da poco e in via di strutturazione. Il riferimento è al servizio di un'emittente televisiva locale (Telesveva) che ha informato della nomina della referente regionale per la Puglia del Nuovo partito monarchico nazionale, progetto politico di recentissima formazione.
Per saperne di più, è opportuno fare un salto su Facebook e visitare il gruppo del partito. Lì si può leggere innanzitutto la presentazione del progetto, strettamente legato alla figura del fondatore e promotore: "il Conte Nicola Filippo Giorni Sisi - si legge - pone al centro del proprio impegno politico la volontà di riunire le forze monarchiche italiane, superare le divisioni e costruire una presenza politica nazionale organizzata e democratica. La sua proposta nasce dalla convinzione che la tradizione monarchica non debba essere relegata alla memoria storica, ma possa continuare a offrire un contributo al dibattito culturale e politico italiano. Con questo progetto intende dare vita a una comunità politica fondata su identità nazionale, tradizione, libertà, responsabilità, solidarietà e servizio alla Nazione. Il suo appello è rivolto a tutti coloro che vogliono partecipare alla costruzione di una nuova forza monarchica nazionale, capace di confrontarsi con i problemi concreti dell'Italia e di guardare al futuro con ambizione e senso dello Stato". Una presentazione che si chiude con il motto "Non è il momento di dividerci. È il momento di costruire".
Formalmente, a quanto si può vedere, non c'è ancora uno statuto, ma c'è un programma piuttosto definito. Nella premessa si legge che il Nuovo Partito monarchico nazionale "nasce per dare una rappresentanza politica organizzata e democratica ai cittadini che condividono i valori e la cultura monarchica": la forza politica "considera la tradizione monarchica italiana parte integrante della storia nazionale e intende valorizzarne il patrimonio storico, culturale e istituzionale", ribadendo comunque il fermo proposito di operare "nel pieno rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana, delle leggi vigenti e dei principi democratici" (dunque anche della forma istituzionale repubblicana scelta nel 1946). 
Capisaldi del programma sono l'identità nazionale (per difendere "una comunità costruita attraverso secoli di storia, cultura, lingua, tradizioni e sacrifici", specie "l'unità nazionale; la lingua italiana; la storia nazionale; il patrimonio artistico e culturale; le tradizioni dei territori; la solidarietà tra le diverse aree del Paese; la valorizzazione delle identità locali all'interno dell'unità nazionale"), la tradizione e cultura monarchica (cui si vuole "restituire dignità e spazio", promuovendo - sempre "nel rispetto della legge" - lo studio e la tutela della storia nazionale e della monarchia italiana, iniziative e convegni, nonché "un confronto culturale serio e documentato"), l'attenzione a Stato, istituzioni e legalità (perché si rispettino le norme nella certezza del diritto, offrendo istituzioni efficienti e trasparenti, promuovendo la responsabilità della classe dirigente e il contrasto alla corruzione), come pure alla sicurezza ("condizione essenziale della libertà", attraverso una maggiore presenza delle forze dell'ordine, il contrasto alle varie forme di criminalità e al degrado urbano, la tutela delle vittime dei reati, una giustizia più efficiente), a politiche migratorie fondate su "legalità, controllo, responsabilità e integrazione" ("accoglienza e legalità non sono concetti opposti: hanno bisogno l'una dell'altra"), al sostegno alla famiglia e alla natalità, al lavoro (inclusa l'imprenditoria) come "principale strumento di autonomia e dignità". C'è poi l'impegno per un sistema fiscale "comprensibile, proporzionato e sostenibile" ("il cittadino deve sapere quanto paga e perché"), per un sistema d'istruzione e universitario che formi "cittadini consapevoli" e prepari "i giovani al futuro" (valorizzando il merito tra studenti e insegnanti, puntando su storia ed educazione civica, migliorando i legami tra scuola, università, ricerca e imprese), per una sanità che valorizzi e gestisca meglio le risorse (umane ed economiche) mettendo al centro la persona, per la politica abitativa (case accessibili per i giovani, recupero degli edifici inutilizzati, valorizzazione di centri storici e piccole realtà), per la tutela ambientale (che non penalizzi l'agricoltura), per la cultura (tra conservazione e valorizzazione dei beni culturali e delle tradizioni locali, perché "la tradizione non è immobilità: è memoria che diventa futuro") e il turismo (tra promozione del Paese e delle sue realtà e sostegno alle imprese), per la mobilità (facendo coesistere manutenzione e potenziamento delle infrastrutture e miglioramento dei servizi, con un occhio alla logistica). Quanto alla politica estera, il programma mira ad avere "un'Italia forte, autorevole e protagonista", che difenda "i propri interessi nazionali nel quadro delle alleanze e degli obblighi internazionali", si rafforzi nell'UE e nel Mediterraneo e promuova la pace, la sicurezza e la cooperazione internazionali; non sono trascurate la difesa (per avere forze armate moderne, formate e tutelate, ma anche un sistema di protezione civile adeguato) e le politiche giovanili.
Non passa inosservata l'intenzione di costituire e far radicare un soggetto politico monarchico - il cui nome ricorda quello del Partito nazionale monarchico, fondato nel 1946 e contrassegnato da Stella e Corona, ma si tratta ovviamente di enti diversi - in un contesto in cui esistono già altre sigle di orientamento monarchico (si pensi all'Unione monarchica italiana o a Italia reale): "La scelta di promuovere un nuovo soggetto politico monarchico - spiega Nicola Filippo Giorni Sisi, che del partito sarà il presidente - nasce esclusivamente dalla volontà di costruire uno spazio politico nuovo, autonomo e democratico, aperto a tutti coloro che condividono determinati valori e che intendono portare il tema monarchico nel confronto politico nel pieno rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato e delle istituzioni della Repubblica. Il fatto che esistano o siano esistiti altri movimenti o formazioni monarchiche non impedisce, naturalmente, la nascita di una nuova iniziativa politica, purché essa sia autonoma, non si appropri dell'identità altrui e operi nel rispetto delle norme vigenti. È precisamente questa la nostra impostazione. Tengo inoltre a precisare che il nuovo soggetto politico non è un'organizzazione della Casa Savoia, non pretende di rappresentarla e non intende attribuirsi alcuna prerogativa che appartenga a soggetti terzi. Eventuali rapporti personali, culturali o di stima non modificano in alcun modo questa autonomia. Il nostro obiettivo è molto semplice: dare vita a un movimento monarchico nazionale che possa esprimere le proprie idee attraverso gli strumenti della democrazia, senza confondere il piano politico con quello dinastico o istituzionale.".
Si distingue dunque da quello delle altre formazioni anche il simbolo del Nuovo partito monarchico nazionale, "un emblema che racchiude in sé identità, storia, tradizione e futuro: non un semplice logo, ma un segno di appartenenza e di impegno verso l’Italia". Nel gruppo Fb del partito si legge che i segni monarchici rappresentano "il legame con la storia nazionale e con la tradizione monarchica italiana, mentre il blu e l’oro esprimono autorevolezza, continuità e istituzionalità". La stella blu ha otto punte, una forma diversa da quella a cinque punte che tradizionalmente connota le esperienze politiche monarchiche: "Abbiamo scelto - continua a spiegare Giorni Sisi - colori e segni grafici propri, elaborati per identificare il nuovo progetto e distinguerlo da soggetti politici, associazioni, istituzioni o Case dinastiche già esistenti. La stella, in particolare, è stata concepita come elemento grafico e identificativo del progetto politico e non come simbolo dinastico, araldico o rappresentativo della Corona d'Italia o di Casa Savoia". 
Quanto allo scudo collocato in primo piano rispetto alla stella, sotto la corona e sopra due rametti dorati, ha la croce bianca in campo blu, senza alcun riferimento alla precedente casa regnante ("Il simbolo del Nuovo Partito Monarchico Nazionale non ha nulla a che vedere con alcuna Casa Reale. - si legge sul gruppo - Non rappresenta, non identifica e non vuole rappresentare nessuna specifica dinastia o Casa Reale. È un simbolo unico, autonomo e pensato esclusivamente per il nostro progetto politico e culturale. Noi non siamo l'espressione di una Casa Reale. Non siamo emanazione di una dinastia. Non siamo rappresentanti di interessi dinastici. Rappresentiamo un'idea: la Monarchia come ideale politico, storico e culturale"); nella corona circolare blu che racchiude gli elementi principali, inoltre, figurano due gigli dorati, che rimandano comunque alla regalità (sia pure di matrice francese). Si vedrà se, nel processo di consolidamento del partito e diffusione a livello territoriale, il simbolo resterà questo o cambierà.
Appare interessante notare come sia lo stesso partito nascente a segnalare di fare uso nella propria comunicazione di contenuti creati con l'intelligenza artificiale: "Lo facciamo perché crediamo che la politica debba saper guardare al futuro, senza paura dell’innovazione. L'AI ci permette di elaborare più rapidamente testi e comunicati, realizzare contenuti grafici e informativi, migliorare la chiarezza dei nostri messaggi, raggiungere più persone sui social, sperimentare nuovi strumenti di comunicazione. Ma una cosa deve essere chiara: l’AI è uno strumento, non è il partito e non prende decisioni politiche al posto delle persone. Le idee, i valori, le responsabilità e le decisioni appartengono alle persone che compongono il nostro progetto. Utilizziamo la tecnologia per comunicare meglio, non per nascondere chi siamo".
Va infine segnalato che nello stesso gruppo Fb si vede un fregio precedente, con un nodo tricolore ben visibile sullo sfondo, che avrebbe dovuto rappresentare il movimento Nicola Sisi per il Cambiamento, pensato dal fondatore per "restituire stabilità e prestigio all'Italia", promuovere "un dibattito aperto sul futuro delle nostre istituzioni, ponendo al centro la proposta di una Monarchia Costituzionale". Con il passare del tempo il progetto politico sembra essersi evoluto in qualcosa di più ampio, ancora da strutturare nel dettaglio e da fondare giuridicamente; nelle prossime settimane si vedranno gli sviluppi dell'idea che via via sta prendendo forma. 

venerdì 4 settembre 2026

Cittadini in Rete, proporre il pragmatismo civico tra liberali e riformatori

Poco più di due mesi fa a Roma ha mosso i suoi primi passi un nuovo movimento politico, denominato Cittadini in Rete, presentato come "movimento che intende rappresentare la speranza di rinnovamento del Paese per riaffermare, insieme alla battaglia per nuovi diritti, l'etica dei doveri e delle responsabilità in un processo che abbia come approdo un rinnovato civismo".
Formalmente l'evento fondativo del nuovo soggetto si è tenuto il 26 giugno scorso: un'assemblea si è svolta a Roma, a Palazzo Grassi in via Merulana, con l'idea di confederare vari movimenti civici che nel frattempo erano sorti e in quell'occasione è stato eletto il comitato direttivo dell'associazione: come presidente è stato scelto Enzo Rosario Magaldi; ci sono due vicepresidenti, Ubaldo Livolsi e Raimondo Grassi; ricopre i ruoli di segretario politico e tesoriere Riccardo Ronchitelli, mentre risultano co-fondatori Carmela Bianco, Alecs Bianchi, Alessandro Singetta, Mattia Gottardi e Giuliano Fosser.
Il 26 giugno, però, oltre a essere un punto di partenza è stato anche un punto di arrivo di un percorso più lungo e articolato, che merita di essere ripercorso. A illustrarlo espressamente a questo sito è Riccardo Ronchitelli, padovano, già militante socialista, poi entrato nella Federazione laburista di Valdo Spini (e come tale candidato nel 1994 alla Camera per i Progressisti nel collegio uninominale di Albignasego, ma a vincere fu il forzista Riccardo Perale), poi entrato a far parte - portando con sé, tra gli altri, Ferdinando Imposimato - dei Socialisti democratici italiani, con i quali si candidò a sindaco di Padova nel 1999, salvo poi diventare assessore della giunta guidata dalla futura parlamentare Fi-Pdl Giustina Mistrello Destro.
"Possiamo dire - spiega Ronchitelli - che il percorso che ha condotto a Cittadini in Rete è iniziato vari anni fa, addirittura prima della pandemia Covid-19. Il punto d'inizio, se vogliamo, è stata la creazione da parte di Ubaldo Livolsi, già ceo di Fininvest e fondatore della società di consulenza industriale e finanziaria Livolsi & Partners, di Semplice Italia, un'associazione politico-culturale di cui lui era ed è tuttora presidente: si trattava di un ente aperto a chiunque fosse interessato al tema del rilancio e dello sviluppo del Paese: agli eventi di quest'associazione hanno partecipato, tra gli altri, l'economista Nicola Rossi e il fondatore di unie-Campus e cofondatore della Link Campus University Francesco Polidori".
Se dunque l'inizio del percorso è stato essenzialmente associativo e propositivo, successivamente sarebeb arrivato il momento di tradurre le idee in proposte politiche: "Semplice Italia - continua Ronchitelli - decise di delegare a un'altra associazione il brand politico, per cui venne messa in piedi FuturOggi". Nel sito, ancora visibile, si legge che l'associazione puntava a "coinvolgere, ove necessario, i diversi ambiti che mira a sviluppare e realizzare tramite le idee e i progetti in tutti gli ambiti della Polis, al fine di intercettare i bisogni della comunità e porsi come punto di riferimento per il cittadino"; presidente era l'ex giornalista Rai e deputato forzista Maurizio Bertucci, tra i consiglieri c'era l'ex direttrice generale della Rai Lorenza Lei. "L'idea avrebbe avuto effettive possibilità di costruire progetti politici - prosegue Ronchitelli - ma il perdurare della pandemia ha complicato le cose e le elezioni anticipate del 2022 non hanno permesso di consolidare quel progetto, che è in qualche modo finito in un cassetto". 
La scelta di non portare avanti Futuroggi, tuttavia, non coincise con l'abbandono dell'impegno civico e politico di coloro che si erano avvicinati a quel cammino. "Nel corso degli anni sono state create alcune associazioni politico-culturali, il cui scopo principale era tenere unite persone che magari in passato avevano avuto ruoli nei partiti della "Prima Repubblica", soprattutto nell'area del cosiddetto 'pentapartito', ma poi si erano staccate dai partiti o avevano messo in piedi liste civiche, senza perdere interesse per la politica generalmente intesa. Una di queste associazioni, il Movimento civico Italia sceglie, è stato promosso da Raimondo Grassi". Lo statuto di Italia sceglie qualifica questa realtà come "un’aggregazione di liste civiche locali, regionali, movimenti, reti, confederazioni, associazioni di cittadini e singoli individui", i quali "si riconoscono negli ideali propri delle tradizioni democratiche liberali, cattolico liberali, laiche e riformiste europee". Il nome di Raimondo Grassi potrebbe non suonare sconosciuto a chi segue questo sito: ben prima di costituire Italia sceglie, lui aveva fondato Roma sceglie Roma, movimento civico che sembrava pronto per partecipare direttamente alle elezioni del 2021, ma così non andò.
Ancora prima Ronchitelli aveva costituito una propria associazione, che in quel caso si chiamava Semplicemente Cittadini. Nel sito si legge che Sc era "un 'movimento di cultura politica confederata' che si propone di realizzare, con forme adeguate ai tempi e per via democratica nella partecipazione dei cittadini, una società che sia retta da valori di libertà, di uguaglianza, di giustizia, di responsabilità e di solidarietà". Semplicemente Cittadini aveva iniziato a organizzarsi su base territoriale in vista delle elezioni amministrative del 2021, alle quali ha finito per partecipare in alcuni territori, cercando di riunire "sensibilità riformiste liberali e cattoliche"; a quella realtà avevano partecipato varie associazioni locali, tra cui Progetto Italia, Federazione delle Liste Civiche del Nord-Est, Onda Patriottica, La Calabria che vogliamo, Rinascimento Partenopeo,Sardegna Attiva, Movimento Nuova Repubblica Basilcata.
Tra i partecipanti a Semplicemente Cittadini c'era pure Italia Solidale, promossa già nel 2009 da Enzo Rosario Magaldi, anch'egli proveniente dal Psi (campano), approdato nel 1998 nei Ds, poi candidato alle europee nel 2004 per i Verdi: Italia Solidale è presentato dal suo stesso creatore come "movimento di cultura politica teso alla riaggregazione e alla formazione di una classe politica dinamica ed adeguata alle sfide dei nostri  tempi". Le relazioni costruite nel corso del tempo tra alcune delle persone delle associazioni qui ricordate sono state dunque alla base dei passi del cammino comune percorso fin qui: "Riflettendo insieme, abbiamo pensato di provare a mettere in piedi un movimento politico: le nostre realtà associative rimangono, continuano a esistere, ma il loro comune denominatore è il nostro nuovo progetto". 
La fattibilità del percorso politico è stata saggiata in un paio di riunioni preparatorie, una per il Nord a Milano e una per il Centro-Sud a Roma (questa si è svolta sempre a Palazzo Grassi, sede ufficiale di Italia Sceglie, il 23 aprile): "Volevamo vedere - chiarisce Ronchitelli - se questo progetto, questa prospettiva poteva interessare a soggetti, individuali o collettivi, con cui ciascuna delle nostre realtà aveva rapporti: io stesso, già in precedenza, avevo rapporti con amici dal Piemonte alla Sicilia, che ho sempre mantenuto, poi altre relazioni si sono aggiunte. Questa fase di scouting ha dato risultati positivi: da lì abbiamo messo in piedi il nostro movimento Cittadini in Rete, che intende iniziare le sue attività in autunno, organizzando degli eventi". 
Che movimento è, dunque, Cittadini in Rete? Si qualifica come "soggetto federale" che si colloca "naturalmente nel campo dei liberali e dei riformatori"; il suo scopo è "realizzare, con forme adeguate ai tempi e per via democratica con la partecipazione dei cittadini, una società che sia retta da valori di libertà, di uguaglianza, di giustizia, di responsabilità e di solidarietà. Il movimento crede nella libertà e nelle libertà intese come diritto che va esercitato sempre sulla base delle proprie responsabilità". 
Nel comunicato di presentazione Ronchitelli dichiara: "Affinché si possa proficuamente lavorare per il Paese, è necessario riconsiderare la persona elemento centrale dei principi oggi tanto evocati, ma spesso disattesi. Discutere del rapporto tra diritti e doveri è per Cittadini in Rete - movimento animato da donne e da uomini provenienti da realtà culturali, politiche e associative e impegnati per il bene comune sui propri territori - assolutamente essenziale perché la scelta di tale portata implica una determinata tendenza etica: affermare l’egemonia degli interessi particolari su quelli generali significa imporre corrispettivamente dei doveri, sottraendoli alla sfera morale, rendendoli, cioè, obblighi verso terzi. Al centro del progetto ci sono, appunto, i cittadini: individui, prima di tutto, titolari di diritti e doveri, che devono essere tutelati e devono possedere reali possibilità di partecipazione alle scelte di interesse pubblico".
Il progetto pone alla propria base l'idea di civismo, per cui "le esperienze si esprimono proficuamente nel governo degli enti locali", perché lì prevalgono gli aspetti propositivi e costruttivi, nonché - spesso, anche se purtroppo non sempre - "uno spirito di etica pubblica che altrove sembra scomparso": l'idea è di portare a livello più ampio lo "spirito del 'rimboccarsi le maniche', dell'attivarsi per far fronte ai bisogni nella loro immediatezza". In questo senso il movimento Cittadini in Rete non intende essere né alternativo né antagonista rispetto alle forze politiche che attualmente operano nel Paese, ma si propone di "contribuire allo sforzo di quanti sinceramente sperano di riportare i cittadini a sentirsi rappresentati nelle istituzioni cosìr come avviene nei comuni e nelle province italiane, di fatto immettendo nel sistema una nuova linfa di fiducia e di credibilità politica". 
Per questo progetto, ovviamente, non viene considerata praticabile ogni collocazione e interlocuzione politica: "Il nostro primo scopo - spiega Ronchitelli - è tenere unite tutte queste persone che nel corso del tempo hanno maturato esperienze sui territori; contestualmente, vogliamo creare contatti e relazioni in vista delle prossime elezioni politiche. Il nostro perimetro è legato a quell'area di centro liberale, riformista e riformatore, in particolare le forze moderate che si rifanno al Partito popolare europeo: non fanno ovviamente parte di questo orizzonte Pd e Avs, ma nemmeno le forze populiste che fanno parte dell'attuale maggioranza o che sono nate al di fuori di essa".
Le insegne al di sotto delle quali si svolgeranno le attività di Cittadini in Rete corrispondono in gran parte al simbolo depositato come marchio il 20 luglio scorso proprio a nome di Riccardo Ronchitelli, la cui descrizione recita cosi: "elemento grafico di forma circolare, delimitato da un bordo blu, contenente nella parte superiore la rappresentazione stilizzata del profilo urbano di una città e, nella parte centrale, la dicitura 'Cittadini in Rete' in caratteri maiuscoli di colore blu, disposta su due righe. Nella parte inferiore è rappresentato un nastro ondulato nei colori verde, bianco e rosso"; rispetto a quel disegno, il fregio attuale ha aggiunto nella parte superiore l'espressione "La Persona al Centro". Potrebbe finire su qualche scheda a livello locale; nell'attesa, sarà legato a eventi organizzati a Roma e altrove, nel tentativo di far valere all'interno di forze politiche moderate e riformiste la concretezza dell'impegno per i territori e chi li abita.

giovedì 3 settembre 2026

Italia Domani, il nuovo progetto alternativo e la visioone di Marco Rizzo

Fin dalla fine di luglio, dopo avere annunciato la sua decisione di lasciare Democrazia sovrana popolare, di cui era coordinatore, Marco Rizzo aveva fatto intendere di essere al lavoro per lanciare un nuovo progetto politico a lui riferibile, pensato "per l'Italia del Domani"; a questo scopo aveva invitato le persone interessate a collaborare a fornire contributi di idee per l'elaborazione del programma. Ieri, nel pomeriggio, è circolato rapidamente l'annuncio di un blitz dello stesso Rizzo che si sarebbe svolto questa mattina nei pressi della Camera dei deputati per presentare il simbolo di questo nuovo progetto, il cui congresso fondativo era già preventivato per l'inizio di ottobre (anche se i tempi di avvio, in origine, sembravano un po' più dilatati). 
Quest'oggi, in effetti, verso le 11 Rizzo e un gruppo di persone erano presenti in via uffici del Vicario, vicino all'ingresso di Palazzo dei Gruppi della Camera: proprio Rizzo ha mostrato a parecchi fotografi e giornalisti il fregio della sua nuova forza politica, Italia Domani; anzi, per l'esattezza, lo statuto (che riporta come fondatori, oltre a Rizzo, Modesto Mario Della Rosa, Alessio Saso, Antonello Cresti, Enzo Pennetta, Antonella D'Angeli, Giuseppe Modafferi, Francesca e Giovanni Antinozzi, nonché Giuseppe Gasparri) indica come denominazione completa dell'associazione politica "Italia Domani - Marco Rizzo". Nella stessa occasione è stato confermato il congresso fondativo, fissato per il 3 ottobre a Roma all'Eur.
Il sito della forza politica, già aperto, indica "7 punti per l'Italia del domani": Pace, Neutralità, Sovranità (con la neutralità e la pace viste come strumento per "tornare protagonista nel mondo" e non "subire gli schemi imposti da UE, NATO e OMS"); Identità, Scuola, Cultura (con la difesa delle "radici laiche e cristiane" dell'Italia e il progetto di investire "prima di tutto nella scuola, nella ricerca, negli insegnanti, nella cultura e nelle nuove generazioni"); Lavoro, Impresa, Moneta Sovrana (l'obiettivo è "Più salari, meno tasse", cercando di difendere lavoratori e le piccole e medie imprese anche grazie a "una moneta sovrana complementare", nota come SIRE, e all'introduzione del contante in Costituzione); Sanità Pubblica e Stato Sociale (per una "sanità pubblica forte" e per tutti, uno Stato sociale attento soprattutto a chi ha più bisogno, "a cominciare dalle persone con disabilità e dai caregiver familiari", anche detassando le pensioni, a fronte di una "trasparenza totale della spesa pubblica" con l'istituzione di un portale pubblico); Casa, Famiglia, Natalità (con una politica di sostegni e premi statali, "in difesa della famiglia e in netto rifiuto dell'ideologia woke"); Sicurezza, Confini, Legalità (avendo come punti chiave "Confini controllati, pena certa e giustizia responsabile, anche civilmente"; con riferimento ai flussi migratori, il partito auspica "il blocco dei flussi migratori sulla base della reale capacità demografica e sociale del Paese", richiedendo a chi è arrivato in Italia di "rispettarne leggi, lingua, cultura e valori, in un rapporto equilibrato tra diritti e doveri"); Sovranità sulle risorse (qualificando energia, agricoltura, infrastrutture e territorio come interesse nazionale e come tali da tutelare, istituendo "una nuova IRI e una Banca Pubblica Italiana", facendo venire meno le sanzioni alla Russia, perseguendo un federalismo solidale a favore delle Province e abbandonando un "ambientalismo ideologico che impoverisce famiglie e imprese").
"Eravamo la quarta potenza economica del mondo,  ora siamo la nona, tra dieci anni saremo al 24° posto" ha dichiarato Rizzo ai giornalisti presenti, lamentando come l'Italia sia un paese "in cui le multinazionali non pagano le tasse, in cui in un giorno si dà un miliardo all'Ucraina e solo 20 milioni agli italiani per il carburante; negli ultimi tre anni le banche italiane hanno guadagnato 143 miliardi di euro e a loro se ne chiedono solo 3 in anticipo; Eni ed Enel l'anno scorso hanno fatto 9,7 miliardi di profitti e a loro non si chiede nulla. Se parliamo di energia e rapporti con le banche pagano sempre i soliti: il ceto medio, il popolo, i lavoratori". Per questo secondo Rizzo "bisogna unire tutti: non c'è più uno scontro orizzontale tra destra e sinistra, non ha più senso parlare di questo, ma serve unire il popolo contro le élites finanziarie, il basso contro l'altro. La sinistra che conoscevo io, quella di Berlinguer ai cancelli della Fiat, non esiste più; ora è sul carro del Gay Pride, non mi interessa. Ci rivolgiamo prevalentemente a quelli che non vanno più a votare perché sono schifati da questa politica, e non hanno torto, e ai tanti delusi, se vogliamo dire così, di destra e di sinistra che non hanno più trovato quello che gli avevano detto e promesso in campagna elettorale". Rizzo conferma "siamo europei", ma il rapporto di chi ha fondato Italia Domani con l'Unione Europea - "da disarticolare, un'Europa della guerra" - resta "pessimo".  
Il nome scelto da Rizzo per il suo progetto riprende evidentemente il motto "Per l'Italia del Domani" utilizzato nella sua comunicazione fin dalla fine di luglio; come tante altre denominazioni in politica, tuttavia, anche questa non può dirsi del tutto nuova. Chi ha una certa militanza nella categoria dei #drogatidipolitica, infatti, ricorderà che nella XVI legislatura era nata l'esperienza dei Popolari di Italia domani, partito politico fondato da Francesco Saverio Romano alla fine del 2010, quando lui uscì dall'Udc (lasciando la segreteria regionale del partito) per avvicinarsi al centrodestra che allora governava a livello nazionale (Romano sarebbe poi divenuto ministro e il Pid - che nel simbolo aveva ripescato il tricolore già impiegato dal Ccd - avrebbe concorso a creare il gruppo Iniziativa responsabile - Coesione nazionale). Curiosamente, proprio "Italia domani" è da un po' di tempo anche il nome-slogan usato per riferirsi al Piano nazionale di ripresa e resilienza (e al relativo portale), creando un involontario cortocircuito per l'impiego di una denominazione che fa riferimento alla "odiata" Europa.   
Quanto al simbolo del nuovo progetto politico di Marco Rizzo (al di là del carattere impiegato, sorprendentemente simile a quello che il citato Pid aveva utilizzato per scrivere "Italia domani" e che avrebbe recuperato nella sua successiva evoluzione, il Cantiere popolare), il cognome del fondatore è enormemente visibile al centro del fregio, che ha colori pressoché identici a quelli dell'ultima versione del simbolo di Dsp: il nome del partito è collocato all'interno della corona blu, interrotta da un segmento tricolore collocato nella parte inferiore. Si può facilmente rilevare che l'emblema era stato depositato come marchio europeo già il 23 luglio scorso, da Francesca Antinozzi - tra i fondatori, in base all'atto costitutivo dell'associazione - in nome e per conto di Rizzo: il deposito è stato effettuato, in base alla classificazione di Nizza, per le classi 41 (Educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici e altro).  
Quanto al futuro elettorale del nuovo soggetto politico, Rizzo ha annunciato che a partire dal congresso del 3 ottobre si articolerà la presenza del partito "nei 49 collegi plurinominali" e che dalla fine di novembre inizierà la raccolta firme per partecipare alle elezioni politiche (ovviamente senza sapere la data del voto, col rischio - ci si permette di rilevare - che le sottoscrizioni non siano più valide ove si votasse alla scadenza naturale della legislatura). Ovviamente tanto Italia Domani quanto gli altri soggetti politici di recente costituzione o nascenti sono interessati a capire se e come cambieranno le norme elettorali, dunque - tra un'iniziativa, una dichiarazione e una raccolta di firme - un occhio rimarrà sempre rivolto alle Camere per controllare il cammino della riforma elettorale, tra condizioni di partecipazione, alleanze e soglie.

Addio a Fabio Mussi: creò Sinistra democratica "non con animo leggero"

Le scissioni, nella storia di qualunque partito o area politica, sono sempre - forse inevitabilmente - momenti, passaggi drammatici, proprio perché legati a un trauma politico, ideale e non di rado anche umano. Nei casi più sfortunati sono accompagnate da dispute legali, molto più spesso da eventi e atteggiamenti plateali - in grado di dare la dimensione teatrale, dramatic del passaggio - espressione della tensione che si libera in quelle circostanze (si pensi alle transizioni quasi speculari, avvenute a quattro anni di distanza l'una dall'altra in entrambi i casi con abbandono delle minoranze, dal Pci al Pds - cui David Kertzer ha dedicato un libro fondamentale - e dal Msi-Dn ad An); è pressoché impossibile, in ogni caso, che manchino mozioni dei sentimenti, in grado di trasmettere a chi vede e ascolta quando quel passaggio sia impegnativo, per chi lo compie (cosa che succede assai più di rado, ad esempio, quando due o più progetti politici si fondono, al punto che ormai è istituzionalizzata in politica l'espressione "fusione a freddo"). 
Dovendo pensare a un esempio di "mozione dei sentimenti", nella mente di chi scrive partono subito le immagini finali dell'intervento tenuto il 20 aprile 2007 di Fabio Mussi al 4° e ultimo congresso dei Democratici di sinistra, quello che vide prevalere la mozione del segretario Piero Fassino e la linea sostanziale di Walter Veltroni, diretta alla costituzione del Partito democratico con il concorso della Margherita, una scelta che avrebbe inevitabilmente condotto all'archiviazione dell'esperienza dei Ds. Una linea che alla fine risultò votata da circa il 76% dei delegati, ma non condivisa da coloro che avevano sostenuto la mozione "Per un partito nuovo, democratico e socialista" che aveva candidato alla segreteria Gavino Angius, proponendo un approccio federativo, ma soprattutto da chi si era riconosciuto nella candidatura di Mussi e nella sua mozione "A sinistra. Per il socialismo europeo". Proprio Mussi, che in quel momento era anche ministro dell'Università e della ricerca scientifica nel secondo governo Prodi, nel suo intervento dalla tribuna del Mandela Forum di Firenze, iniziò a parlare richiamando "dopo 40 anni dedicati a questo partito, avendo attraversato, credo con coraggio, tutte le sue profonde trasformazioni" il proprio "diritto di parola. Anzi, il dovere di parlare, prima di tutto a voi", alle persone che stavano davanti a lui. E dopo aver ricordato il percorso di dissenso rispetto all'opzione riformista iniziata con il congresso di Pesaro del 2001 (quando a Fassino era stata opposta dal "correntone", di cui Mussi faceva parte, la candidatura di Giovanni Berlinguer), manifestò con educata nettezza la sua contrarietà alla scelta del costruendo partito unico, più spostato al centro e rinunciando a una forza autonoma di sinistra: "Sono i partiti che fanno i governi - disse - non i governi che fanno i partiti. E i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. E sono soggetti identitari, non solo programmatici. Quando qualcuno ti chiede: 'chi siete?', non basta rispondere: 'siamo tanti'". 
Per Mussi la svolta in preparazione non era in continuità col passaggio da Pci a Pds, cui lui stesso aveva concorso: per lui la nascita del Pd col concorso dei Ds era "figlia di un fallimento, fallimento che sento anche mio. Penso che essa rappresenti il tentativo, sbagliato, di rispondere al problema che fra gli altri ha posto chiaramente [...] Eugenio Scalfari, quando [...] ha scritto che anche il nostro partito 'è arrivato al capolinea, ha perso ruolo e rappresentanza. Con una dimensione quantitativa inadeguata alla società di massa, una dimensione qualitativa e culturale povera'". La strada scelta dalla maggioranza, secondo il ministro, avrebbe portato la sinistra "non a rinnovarsi, come pure è radicalmente necessario, ma a perdersi. 'Sinistra' non è un bagaglio appresso che i dirigenti si portano dietro. Sono valori, programma fondamentale, identità. La retorica dell'oltre - oltre i partiti, oltre le tradizioni, oltre il socialismo - non dice nulla, se non è chiaro dove si va" (per Mussi la costituente del Pd si apriva "al buio", sulla base d'un manifesto "debole, pasticciato, confuso", senza avere "chiarito niente di ciò che è essenziale"). Confessando di non riuscire a rassegnarsi "all'idea che il destino della sinistra italiana possa ridursi a [...] una rete di correnti superpersonalizzate dentro un partito che ammaina i simboli stessi della sinistra e del socialismo, e poi una galassia di partiti più piccoli, verdi, socialisti, comunisti, di sinistra cosiddetta 'radicale'", a conclusione del suo intervento di circa mezz'ora, Fabio Mussi preparò la strada nuova per chi aveva scelto di seguirlo: "Confermo qui... non con animo leggero... l'indisponibilità della minoranza che rappresento a partecipare alla Costituente del Partito Democratico", con due secondi di pausa prima e dopo l'inciso "non con animo leggero" tanto pesanti da apparire interminabili. "Noi ci fermiamo qui", riprese, confermando l'idea di costituire "non un altro piccolo partito. Ma un progetto volto a riunificare forze. A mantenere viva la prospettiva di una forza di sinistra di ispirazione socialista. Laica e di governo. [...] Alleata del Partito Democratico". Augurandosi un doppio successo, per il suo progetto e per quello cui aveva scelto di non concorrere ma col quale sentiva di poter collaborare, Mussi si congedò dalla platea con tre parole, venate di commozione: "Buona fortuna, compagni": la platea lo applaudì per oltre un minuto.
Da quel 20 aprile 2007 iniziò il percorso - cui si unì subito anche Angius - che portò alla nascita di Sinistra democratica - Per il Socialismo Europeo: una nuova forza politica che prendeva il nome dei gruppi del Pds nella XIII legislatura (prima che nascessero i Ds). L'idea era di creare un percorso che si inserisse in pieno nel solco del socialismo europeo e che potesse aderire al Pse, un fronte comune al quale potesse aderire un ampio spettro di forze, dallo Sdi (già membro del Pse) fino a Rifondazione comunista. Per marcare graficamente quel primo passo - che di fatto iniziò il 5 maggio 2007, allo stesso Palacongressi dell'Eur che aveva visto celebrarsi l'assemblea programmatica costituente che preparò la fine politica della Dc e il ritorno al nome del Ppi - si scelse qualche settimana più tardi un simbolo in bilico tra passato e presente: il passato era lo sfondo sfumato bianco-azzurro, che ricordava inevitabilmente quello dell'Ulivo (esperienza che per Mussi era stata fondamentale e irrinunciabile e con cui si sarebbe dovuto continuare), ma anche il nome "Sinistra democratica" scritta in carattere Helvetica rosso grassetto che ricordava molto quello usato nel simbolo dei Ds; il presente che guardava al futuro era quello dell'arcobaleno che tingeva la traccia di pastello simile a quelle usate da Bruno Magno per il fregio dei Progressisti, ma rilette in chiave moderna. La dicitura presa dalla mozione congressuale, "Per il Socialismo Europeo", era disposta su tre righe leggermete in obliquo, con le iniziali PSE colorate di rosso, per indicare l'orizzonte europeo cui si mirava.    
Il percorso, tuttavia, sarebbe stato difficile proprio come preconizzato da Mussi, anche perché incontrò subito idee diverse dei partecipanti. La proposta di Angius, Valdo Spini e Franco Grillini di far nascere una "sezione italiana" del Pse con lo Sdi e altre forze di quell'area fu respinta alla metà di settembre e i suoi sostenitori abbandonarono il progetto, concorrendo con lo Sdi e altre forze politiche alla costituzione del Partito socialista guidato da Enrico Boselli. Successivamente Sinistra democratica fu tra i soggetti politici convocanti degli Stati generali della sinistra e degli ecologisti, con l'idea di costituire una federazione politico-elettorale per essere competitivi con la legge elettorale allora vigente (il Porcellum): da lì l'8 e il 9 dicembre sarebbe nata la Sinistra - l'Arcobaleno, che avrebbe rinunciato a ogni simbolo di partito (con sofferenza di chi, come Oliviero Diliberto, avrebbe voluto mantenere la falce e il martello) per mettere a sistema le tracce colorate, passando dal pastello/gesso ai pastelli a cera. 
A scombinare pesantemente le carte, però, sarebbe arrivata la caduta del secondo governo Prodi e la fine prematurissima della XV legislatura, con conseguenti elezioni politiche. A quell'appuntamento avrebbe corso solo la Sinistra - l'Arcobaleno, ma Sd scelse comunque di depositare - come le altre forze della federazione - il proprio contrassegno, che nel frattempo era cambiato: il fondo era diventato rosso, con una circonferenza sottile attorno al bordo che conteneva tutti gli elementi, con le parti testuali divenute bianche e con la parola "Sinistra" del nome volutamente in evidenza. La Sinistra - l'Arcobaleno, però, non poté allearsi con il Pd (come avrebbe voluto Mussi), visto che la vocazione maggioritaria del partito perseguita da Veltroni si tradusse in una coalizione ridotta all'osso, con la possibilità di apparentarsi concessa solo all'Italia dei valori: la soglia di sbarramento, così, si innalzò improvvisamente dal 2% (con la possibilità del recupero della "miglior perdente") al 4% riservato a tutte le liste non coalizzate. Nonostante le speranze di arrivare all'8%, il gruppo di liste della Sinistra - l'Arcobaleno il 13 e 14 aprile 2008 si fermò al 3,08%, lasciando per la prima volta la sinistra fuori dal Parlamento.
Il cammino della Sinistra democratica, esclusa dalle Camere, continuò con difficoltà, anche per la scelta di alcuni esponenti - in particolare del gruppo della "Sinistra per il Paese" - di abbandonare il progetto per riavvicinarsi al Pd, con una "scissione di ritorno" iniziata già tra gennaio e febbraio del 2008; Mussi si dimise, per poi divenire presidente a luglio dello stesso anno (mentre segretario era diventato Claudio Fava). Il progetto aderì alla lista Sinistra e Libertà alle europee del 2009, sempre rimanendo sotto la soglia di sbarramento del 4%, poi concorse alla nascita di Sinistra ecologia e libertà, scegliendo dunque di sciogliersi. Mussi sarebbe rimasto lì per poi passare, alla fine dell'esperienza di Sel, a Sinistra italiana, dove sarebbe rimasto fino a oggi, giorno della scomparsa. 
Quella di Fabio Mussi è stata una carriera lunga, tanto nei partiti (alveo nel quale va ricondotto anche la posizione di condirettore dell'Unità) quanto nelle istituzioni (deputato per cinque legislature consecutive e vicepresidente della Camera nella XIV legislatura, oltre che - come si è detto - ministro del governo Prodi-bis). A dispetto di una sgradevolissima definizione data il 16 ottobre 1997 da Silvio Berlusconi ("Mussi è davvero simpatico, ha una faccia che è a metà quella di Hitler e a metà quella di un salumiere gioviale. Con una faccia così può permettersi di dire quello che vuole, anche cose nefande, come quando mi ha dato dello spogliarellista politico", cui Mussi rispose "Berlusconi non è un esperto di fisiognomica, non sa distinguere tra le facce delle persone perbene e le altre"), Mussi fu realmente apprezzato per il suo modo di fare politica, come pure per la sua capacità di stare tra le persone (era possibile trovarlo in metropolitana e scambiare qualche parola senza che scorte o staff si mettessero in mezzo). La sua, si diceva, è stata una carriera lunga, con alcuni passaggi di assoluto rilievo: senza nulla togliere all'importanza e alla delicatezza del passaggio dal Pci al Pds, chi scrive si sente di ricordare Mussi proprio attraverso quell'ultimo intervento congressuale del 2007 e la conseguente fondazione di Sd. In quel passaggio, infatti, Mussi si assunse l'onere di farsi simbolo di quella scelta di "fermarsi qui" augurando "buon viaggio", assunta "non con animo leggero" e con la speranza di potere comunque camminare vicini: una decisione in prima persona, che merita rispetto da parte di chiunque.