lunedì 14 settembre 2026

Riforma elettorale: verso ostacoli abnormi a nuove liste e a forze locali?

Giovedì si è conclusa in aula al Senato la discussione generale sulla riforma elettorale promossa dal centrodestra, di cui oggi è prevista l'approvazione da parte dell'aula di Palazzo Madama. Inevitabilmente gran parte dell'attenzione si è concentrata su alcuni degli aspetti cui i media e il dibattito pubblico hanno riservato più spazio - dalla reintroduzione delle preferenze al tramonto dell'ipotesi del ballottaggio - ma in questo spazio è necessario concentrarsi, come si è già fatto alla Camera, sulle norme che regolano l'accesso alla competizione elettorale. Questo anche perché tra giovedì e venerdì si è verificato un fatto significativo e che difficilmente può non colpire chi studia a fondo le procedure della democrazia: il notevole - anche se per ora solo potenziale - aggravamento delle condizioni per presentare le liste per le formazioni politiche non presenti in Parlamento, peraltro non dovuta a un emendamento diretto della maggioranza, ma frutto della riformulazione di quello stesso emendamento richiesta dal governo.
Si parla di una proposta di modifica a firma della senatrice di Fratelli d'Italia Antonella Zedda, nata per eliminare gli effetti della "norma anticespugli" introdotta dalla Camera tramite un emendamento a prima firma del deputato forzista Paolo Emilio Russo (e andare anche un po' oltre); il governo aveva subordinato il proprio parere favorevole a una riformulazione, la cui portata sarebbe stata pesantissima. Il testo suggerito dall'esecutivo, infatti, moltiplicava per sei il numero minimo delle firme da raccogliere per presentare una lista in un collegio plurinominale; la presentazione di una lista, peraltro, era resa ancora più difficile dall'aumento del numero minimo di circoscrizioni in cui presentare le proprie liste, da un terzo (condizione peraltro non prevista dalle norme in vigore, ma proposta dal disegno di legge proposto a Montecitorio da Fratelli d'Italia e approvato dalla Camera) alla metà, pena la ricusazione delle candidature. Un'ulteriore riformulazione presentata venerdì, poi effettivamente sottoposta al voto dell'aula di Palazzo Madama, ha ridotto le firme richieste, che comunque sono il quadruplo di quelle ora richieste, sempre con l'introduzione dell'obbligo di presentare la lista in almeno metà delle circoscrizioni previste.
Se l'aumento abnorme delle sottoscrizioni richieste rende difficilissimo a chi non è già in Parlamento presentare liste, l'obbligo di presentare candidature in almeno metà delle circoscrizioni italiane rischia di sbarrare l'accesso alle schede elettorali persino a simboli di forze politiche concentrate in alcune aree del paese e non legate a minoranze linguistiche tutelate. Se la Camera confermasse la disposizione approvata al Senato, ciò potrebbe avere conseguenze enormi sulla conformazione del sistema partitico italiano, per lo meno di quello che riesce ad affacciarsi alle elezioni. E, fermo restando il rispetto dovuto a chi rappresenta le istituzioni, ci si permette di dire che, più che una semplificazione, si sarebbe di fronte a un estremo impoverimento, che nessuna persona che abbia a cuore la democrazia e le sue procedure potrebbe accogliere con soddisfazione.

Il dibattito in Commissione

Prima di concentrarsi sull'emendamento della discordia, vale la pena fare qualche passo indietro per ripercorrere l'iter della legge al Senato. La commissione Affari costituzionali aveva iniziato a occuparsi della riforma elettorale il 21 luglio scorso, dedicando le sedute sino alla fine del mese a un nuovo ciclo di audizioni di esperti; era stato poi fissato al 1° settembre il termine per la presentazione degli emendamenti da parte delle forze politiche e proprio in quel giorno è ripreso l'esame del testo trasmesso dalla Camera, interrotto il 5 agosto.
Come le cronache hanno narrato, l'esame in Commissione si è concluso la mattina di mercoledì 9 settembre senza mandato al relatore (che era il presidente dell'organo, Andrea De Priamo di Fdi), perché gli emendamenti non sono stati tutti votati in quella sede: già in quella sede, peraltro, era stato approvato l'emendamento 1.6, a prima firma del senatore di Fdi Lisei - come si vedrà più tardi - volto a reintrodurre le preferenze (tre) con capolista "bloccato" il cui inserimento non era riuscito alla Camera, soluzione di compromesso ritenuta dai proponenti idonea "a contemperare l'esigenza di scelta dell'elettore con quella, dei partiti, di poter candidare figure di particolare profilo istituzionale o tecnico" (così lo stesso Lisei, in base al resoconto sommario); non erano mancate parecchie discussioni sugli effetti in materia di equilibrio di genere delle preferenze proposte.
Non sono mancati, peraltro, passaggi in cui si è discusso dell'esenzione dalla raccolta firme (Ilaria Cucchi, per Avs, aveva invitato a eliminare ogni riferimento a date già trascorse per valutare il requisito di presenza parlamentare alla base dell'esonero, ancorando questo "a un criterio sostanziale, e non meramente formale, di effettiva rappresentanza parlamentare, verificando che essa non derivi da operazioni strumentali") e della raccolta delle firme in formato digitale, proposta da Pd e Avs coome "rilevante ai fini della piena democraticità per l'esercizio dei diritti degli elettori" (già in quella sede la ministra Alberti aveva fatto conoscere il suo invito a trasfondere il contenuto degli emendamenti in un ordine del giorno da presentare in aula, vista "l'intenzione di procedere con decisione nel percorso di digitalizzazione").
 

La norma sulle firme spuntata con la riformulazione 

Giovedì in Senato è terminata la discussione generale, anche se il giorno prima l'evento politicamente più rilevante era stato il ritiro, da parte dell'ex presidente del Senato Marcello Pera (Fdi), del suo emendamento 1.322 sul ballottaggio (con assegnazione del premio solo se una lista/coalizione avesse superato il 48% dei voti al primo turno - oppure il 42% se la seconda classificata non fosse arrivata al 38% - oppure al ballottaggio, purché al primo turno la lista avesse superato il 38%). A suo dire il centrodestra, "tradizionalmente e storicamente contrario al sistema del ballottaggio, stava maturando posizioni diverse", al punto che nella prima versione del disegno di legge il ballottaggio era incluso, quindi c'era "materia di discussione, di riflessione e di dibattito"; nessuno in commissione e in aula, però, era tornato sul ballottaggio, in più "il Governo ha pensato di tacere sul punto e tutti hanno fatto finta di dimenticarsi anche delle posizioni sulle quali ieri erano d'accordo" (mentre al di fuori dell'aula l'iniziativa di Stefano Ceccanti e Gaetano Quagliariello - per Libertà euguale e Fondazione Magna Carta - era stata oggetto di dibattito). Per Pera il ballottaggio continuava a essere una buona soluzione per scongiurare "la palude [...] quando nessuno vince palesemente le elezioni e la maggioranza si trova alla maniera in cui si trova in Parlamento, con tutti i giochi tipici che si fanno in Parlamento" e le maggioranze aritmetiche, per indicare "un chiaro vincitore e una chiara opposizione" e permettere di non far condizionare la maggioranza di governo dalle forze politiche radicali senza eliminare partiti; vista la situazione "di colui che ha presentato un emendamento e che si trova di fronte 200 colleghi che gli dicono di no", Pera ha scelto di ritirare formalmente la sua proposta, ritenendo però che quella sia stata una "occasione perduta, gravemente perduta, in un momento molto grave per l'Europa e che potrebbe diventare molto grave anche per l'Italia", a fronte di "una legge che ha notevoli [...] problemi di carattere tecnico, che invece avrebbero potuto facilmente essere superati, se avessimo avuto il coraggio [...] della democrazia di ascoltare i cittadini italiani e non soltanto il nostro piccolo recinto, che è solo quello parlamentare". 
Nel primo pomeriggio di giovedì, finita la discussione generale, la ministra per riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti in Casellati ha espresso poco prima delle ore 15 i pareri del Governo sugli emendamenti relativi all'art. 1. Il parere era ovviamente favorevole sull'emendamento 1.6, a prima firma di Marco Lisei (Fdi), ma cofirmato da esponenti degli altri partiti del centrodestra - Daisy Pirovano per la Lega, Roberto Rosso per Forza Italia, Mariastella Gelmini per Noi moderati, Antonio De Poli per l'Udc - volto a introdurre le preferenze secondo il modello già proposto dall'emendamento presentato alla Camera da Galeazzo Bignami (Fdi), Francesco Saverio Romano (Nm) e Lorenzo Cesa (Udc) e respinto per un voto - anzi due - dall'aula di Montecitorio, cioè con il capolista "bloccato" e la possibilità di indicare da una a tre preferenze apponendo una croce accanto ai nomi prestampati dei candidati di lista, alternati per genere; su altre proposte il parere era contrario, mentre l'esecutivo aveva scelto - dopo le polemiche di chi aveva lamentato l'inopportunità di prevedere il capolista "bloccato" - di rimettersi all'assemblea per altri subemendamenti presentati dalle opposizioni che avrebbero invece introdotto la doppia preferenza di genere, "libera" (cioè da indicare a mano) o "agevolata" (con i nomi prestampati), senza alcun candidato bloccato o modificato la tripla preferenza di genere "agevolata" eliminando il capolista bloccato. 
Era invece stato chiesto il ritiro degli emendamenti volti ad abbassare 41% la soglia per far scattare il premio di maggioranza al primo turno (firmato da Paola Ambrogio, di Fdi), a cancellare la "norma antiframmentazione" introdotta alla Camera (presentati dalle opposizioni per intero) o ad ammorbidire la stessa, abbassando la "soglia di utilità" al 2%, rendendo comunque utilizzabili i voti della migliore lista di coalizione sotto il 3% anche se avesse preso meno del 2% (firmato da Matteo Gelmetti, Fdi) o riportandola all'1%, sempre però salvando la lista "migliore perdente" anche se la sua percentuale fosse risultata inferiore perfino all'1% (caso piuttosto improbabile, con una soglia di sbarramento al 3%). Poiché quest'ultimo emendamento - il numero 1.212 - portava la firma di Lisei (Fdi), Pirovano (Lega) e Gelmini (Nm), prima dell'espressione del parere da parte del Governo si era pensato che potesse essere questa la soluzione di compromesso trovata all'interno della coalizione, tornando indietro rispetto all'emendamento approvato alla Camera a luglio e proposto da Forza Italia (l'avevano firmato Paolo Emilio Russo e Davide Bellomo) e, anzi, precisando che i voti della migliore lista della coalizione sotto al 3% sarebbero stati utili alla compagine e si sarebbero eventualmente trasformati in seggi anche se la lista non avesse raggiunto l'1%; certo, Forza Italia non aveva firmato il nuovo testo, per ragioni intuibili - visto che si stava provvedendo a cancellare una norma proposta da quel partito - ma era più che lecito immaginare che il centrodestra si sarebbe compattato intorno a quella proposta. 
L'invito al ritiro dell'emendamento Lisei-Pirovano-Gelmini, invece, aveva colto più di qualcuno di sorpresa, soprattutto considerando che era stato emesso parere favorevole su un altro emendamento - il numero 1.321 - firmato dalla senatrice di Fdi Antonella Zedda, che formalmente appariva ancora più "permissivo" dal punto di vista delle liste minori: questo, infatti, avrebbe semplicemente eliminato dall'art. 83, comma 1, lettera c) ogni riferimento alla "soglia di utilità", per cui avrebbe concorso alla cifra di coalizione - utile sia per provare a conquistare il premio di maggioranza, sia per determinare il numero di seggi da assegnare alla coalizione stessa - ciascuna delle liste della compagine, quale che fosse stata la sua percentuale (pur rimanendo ovviamente escluse dal riparto dei seggi le liste rimaste sotto il 3%, fatta eccezione per la "miglior perdente"). Il parere favorevole, tuttavia, era stato legato alla riformulazione di quello stesso emendamento, il cui testo, consegnato evidentemente ai senatori in quell'occasione e appreso dai media che ne hanno parlato, è stato reso pubblico per intero soltanto venerdì. Lo si riporta di seguito, per intero, sottolineando le parti aggiunte in sede di riformulazione:   

Al comma 21 sostituire la lettera b) con la seguente:
           b) al comma 1, lettera c), il terzo periodo è soppresso;
Conseguentemente, al comma 8, lettera a), aggiungere, in fine, le seguenti parole: «e le parole da: "almeno 1.500 e da non più di 2.000" sono sostituite dalle seguenti: "almeno 9.000 e da non più di 10.000"» e dopo il primo periodo sono inseriti i seguenti: «La previsione di cui al periodo precedente non trova applicazione per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare o componente politica di gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, alla data di pubblicazione del decreto di indizione dei comizi elettorali, per i quali il numero delle sottoscrizioni richieste deve essere di almeno 1.500 e non più di 2.000. Resta comunque ferma l'esenzione prevista dal comma 2.» e alla lettera b) sostituire le parole: «un terzo» con le seguenti: «la metà»; dopo il comma 8 inserire il seguente: «8-bis. In sede di prima applicazione, i requisiti previsti dall'articolo 18-bis, comma 1, secondo periodo, del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, inserito dalla lettera a) del comma 8, devono sussistere per le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge.».
All'articolo 2, al comma 9, sostituire la lettera b) con la seguente:
          b) al comma 1, lettera c), il terzo periodo è soppresso.
 
Chiunque, anche solo con uno sguardo, può rendersi conto che il governo aveva subordinato il suo parere favorevole all'eliminazione totale della "soglia di utilità" (dunque legato a una fase successiva allo scrutinio) a un aggravamento pesantissimo delle condizioni per la valida presentazione di una lista (quindi ad adempimenti del procedimento preparatorio, che non hanno nulla di "conseguente", come invece la formulazione del testo suggeriva). Da un lato aveva aumentato di sei volte il numero minimo di sottoscrizioni richieste (da 1500 a 9000) in ognuno dei collegi plurinominali previsti - 48 alla Camera, 26 al Senato - per le liste di formazioni politiche non presenti in Parlamento, mantenendo la quota attualmente prevista di 1500 firme per i partiti costituiti in gruppo parlamentare o componente politica (anche se formati in corso di legislatura) al momento in cui le elezioni fossero state indette - ma escludendo di alleggerire l'onere per gruppi o componenti sorti dopo l'entrata in vigore della riforma elettorale - e confermando l'esonero dalla raccolta delle sottoscrizioni per le forze politiche in grado di formare un gruppo almeno in una Camera all'inizio della legislatura. Dall'altro lato aveva aggravato una norma introdotta dal disegno di legge in esame, che alla necessità di presentare una lista in almeno due terzi dei collegi uninominali di una circoscrizione aveva aggiunto l'obbligo di coprire almeno un terzo delle circoscrizioni previste, pena la ricusazione delle candidature presentate: l'emendamento riformulato, infatti, aveva innalzato la quota di presenza obbligatoria nelle circoscrizioni da un terzo alla metà. 
Quell'emendamento, in concreto, avrebbe reso necessario raccogliere - oltre alle almeno 300 sottoscrizioni per la Valle d'Aosta - almeno 441000 firme per la Camera e - fatta eccezione per la Valle d'Aosta e il Trentino - Alto Adige, i cui collegi uninominali richiedono da 300 a 600 firme ciascuno - almeno 234000 firme per il Senato (queste, come si è già ricordato, potrebbero anche essere di sottoscrittori che hanno firmato anche per la Camera, visto che formalmente si tratta di due elezioni diverse e non c'è un divieto esplicito). D'altro canto, una forza politica che, pur non volendo seriamente concorrere per ottenere seggi, avesse puntato al minimo sforzo per presentare liste alla Camera nel numero minimo di circoscrizioni richiesto dalla legge (13, la metà di 26, escludendo la circoscrizione del Trentino - Alto Adige), avrebbe dovuto coprire tutte le circoscrizioni con un solo collegio plurinominale (Lombardia 4, Veneto 1, Friuli - Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna) e due delle altre circoscrizioni aventi da 2 a 4 collegi plurinominali, sapendo che per interpretazione costante dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, quando i collegi plurinominali di una circoscrizione sono due, perché la lista sia ammissibile va presentata in entrambi: la presenza obbligatoria in 15 collegi plurinominali alla Camera si sarebbe tradotta in almeno 135000 firme da raccogliere.
 

Da 9000 a 6000 firme per collegio: il testo votato 

La portata dell'emendamento Zedda riformulato dal governo - peraltro senza che alcuna spiegazione sia stata fornita in aula durante la seduta di giovedì - dev'essersi fatta via via più chiara e deve avere ingenerato le proteste di gran parte delle opposizioni: lo si può intuire leggendo il resoconto stenografico della seduta di venerdì, giorno in cui la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli (Fi) ha avvertito che, "per le vie brevi, è arrivata anche la richiesta di accantonamento" dell'emendamento Zedda (relativo pure al numero di firme da raccogliere a causa della riformulazione richiesta dal Governo) dopo che il senatore Pd e costituzionalista Andrea Giorgis aveva chiesto e ottenuto di accantonare il suo emendamento 1.100, volto a introdurre la raccolta delle sottoscrizioni in formato digitale, nell'auspicio che le due proposte di modifica venissero discusse insieme.  
Dopo il voto sui vari emendamenti d'opposizione (tutti respinti) volti a modificare il sistema di preferenze introdotto il giorno prima dall'emendamento a prima firma Lisei, il funzionamento e l'attribuzione del premio (includendovi, tra l'altro, i voti del Trentino - Alto Adige) - ma anche sull'ordine del giorno del M5S (respinto, conformemente al parere del Governo) volto a estendere il voto a chi avesse compiuto almeno sedici anni - era arrivato il momento di votare l'emendamento Zedda riformulato, che peraltro nel frattempo era stato nuovamente modificato: non solo era stato corretto un probabile errore formale nella disposizione sulla prima applicazione della riduzione delle sottoscrizioni (forchetta tra 1500 e 2000 firme), precisando che il gruppo parlamentare sorto in corso di legislatura o la componente del gruppo misto dovevano sussistere "alla data di entrata in vigore della presente legge" (e non più "per le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge": precisazione ridondante, essendosi già chiarito che si trattava della prima applicazione), ma soprattutto le firme richieste in ciascun collegio plurinominale per le liste prive di gruppi o componenti parlamentari erano state ridotte a un minimo di 6000 e un massimo di 7000, praticamente moltiplicando per quattro - e non più per sei - il minimo richiesto dalle norme vigenti. Il che vorrebbe dire, riprendendo i numeri di prima, Quell'emendamento, in concreto, avrebbe reso necessario raccogliere - oltre alle almeno 300 sottoscrizioni per la Valle d'Aosta - almeno 294000 firme per la Camera e - fatta eccezione per la Valle d'Aosta e il Trentino - Alto Adige, i cui collegi uninominali richiedono da 300 a 600 firme ciascuno - almeno 156000 firme per il Senato (anche "sovrapposte" a quelle della Camera); in più, una forza politica interessata a raccogliere il minimo indispensabile di firme su scala territoriale, coprendo tutte le circoscrizioni con un solo collegio plurinominale e due delle altre circoscrizioni (essendo presente in ciascuna in almeno due collegi plurinominali), avrebbe dovuto raccogliere almeno 90000 firme.
Non si può non rilevare, con non poco sconcerto, come né durante la seduta di giovedì, né durante quella di venerdì alcun rappresentante del governo abbia fornito alcuna spiegazione sulla scelta di alzare in modo repentino e consistente il numero di sottoscrizioni richieste ai partiti senza rappresentanza parlamentare - con una decisione che non ha eguali nella storia elettorale, se non con riferimento alle elezioni amministrative nei comuni sopra il milione di abitanti con la riforma attuata con la legge n. 53/1990 - né sulla scelta di farlo attraverso la riformulazione di un emendamento che nulla c'entrava con la fase del procedimento elettorale su cui il governo ha scelto di intervenire. Non lo ha fatto la ministra Alberti, non lo ha fatto alcun sottosegretario (in materia elettorale in passato era intervenuta spesso Wanda Ferro). Se alla Camera di fatto è stato il relatore Angelo Rossi (Fdi), con il proprio parere con richiesta di riformulazione - cui il governo si era conformato - sugli emendamenti in materia di esenzione dalla raccolta firme, a decidere di ampliare l'esonero ai partiti costituiti in gruppo all'inizio della legislatura in una sola Camera invece che in entrambe (decidendo contestualmente chi avrebbe potuto fruire in prima applicazione del beneficio e chi no), in questo caso di fatto è stato il governo a decidere direttamente a quale altezza fissare l'asticella tanto per le forze politiche non rappresentate in Parlamento, quanto per quelle con una rappresentanza meno qualifcata rispetto al gruppo formato subito dopo le elezioni (in questo caso Futuro nazionale con Vannacci e +Europa). E, lo si deve ribadire, lo ha fatto senza fornire alcuna spiegazione in aula.
Durante il dibattito di venerdì, motivate critiche sono state avanzate dal Partito democratico (Alessandro Alfieri ha ammesso che, con l'abolizione di ogni norma anti-frammentazione in sede di attribuzione del premio e dei seggi, era legittimo "pensare di dare una forte rappresentatività ai soggetti che si presentano", ma era "assurdo" passare dalle 1500-2000 firme ora richieste alle 9000-10000 della prima riformulazione, che non avrebbero permesso alla Lega di presentarsi in Molise; Dario Parrini ha parlato di "porcheria da regime sudamericano", senza contare che quasi 300000 firme sono più dell'1% dei voti validi - 28 milioni - espressi nel 2022 e che "moltiplicare per quattro, in 24 ore, dalla sera alla mattina, il requisito delle firme" è "una cosa che non si può raccontare, che non si può sopportare: è un abuso"), dal MoVimento 5 Stelle (per Stefano Patuanelli 9000 firme erano pari al 6,53% dei 137000 votanti del Molise nel 2022, percentuale che non può dirsi da "lista civetta", come il 4,37% calcolato su 6000 firme; Luca Pirondini ha definito l'emendamento "una porcheria", aggiungendo che se 9000 firme equivalevano a "tagliare due gambe alla democrazia", scendere a 6000 equivale a tagliarne una sola e si dovrebbe invece "garantire a tutti la possibilità di presentarsi alle elezioni"), Alleanza Verdi e Sinistra (per Peppe De Cristofaro è un "segnale pessimo [...] d'impermeabilità" del Parlamento, facendo capire "che vengano privilegiati quelli che hanno già un piede dentro e vengano invece esclusi quelli che hanno un piede fuori, anzi, che hanno entrambi i piedi fuori" e il numero restava "abnorme" a dispetto della riduzione; e se Ignazio La Russa nell'annunciare l'ultima riformulazione aveva ricordato che "Il numero [di firme], sapete bene, nell'eventualità di elezioni anticipate viene abbattuto del 50%", De Cristofaro ha detto con fermezza che "non può essere che si discute del numero delle firme e l'argomento è: però forse si vota prima"; La Russa ha però negato d'avere detto che ci sarebbero state elezioni anticipate) e persino da Pier Ferdinando Casini (Centristi per l'Europa, indipendente nel gruppo Pd) che ha parlato di un legislatore che "insiste a presentare, con norme irragionevoli, provvedimenti che saranno inevitabilmente al vaglio della Corte costituzionale e, come tali, respinti", finendo per indebolire la "credibilità delle istituzioni parlamentari". 
Qualche spiegazione è arrivata da due esponenti di maggioranza. Da un lato, per Forza Italia, Stefania Craxi ha detto che "in questi tempi sciagurati si è consentito di entrare in Parlamento non a chi avesse ricevuto i voti, né a chi fosse stato scelto dai partiti - perché i partiti hanno la responsabilità anche di scegliere la classe dirigente in questo Paese [...], ma a chi ha preso solamente 50 like sul suo profilo Facebook" (posto che nel 2013 il M5S aveva raccolto le firme) e che "la democrazia si difende innanzitutto dimostrando di essere seri", anche attraverso una "norma di buonsenso, atta a non far proliferare liste che sono solo di disturbo", con la citazione espressa delle liste "Forza Roma" e "Forza Lazio" - anche se in effetti di solito è stata "Avanti Lazio" - come "vergogna democratica" (forse dimenticando che con quella "vergogna democratica" anche il centrodestra si è alleato in alcuni casi, per esempio nel 2003 alle elezioni provinciali di Roma). Dall'altro lato, per Fratelli d'Italia, Lucio Malan ha rilevato che le "soglie di utilità" erano state eliminate per "fare in modo che la voce di ciascuno di coloro che esprime il suo voto a favore di una certa coalizione possa partecipare alla determinazione dell'eventuale attribuzione del premio di maggioranza a quella coalizione", ma ritenendo che questo comportasse l'esigenza di "evitare di avere delle schede infinite, enormi, con le liste più pittoresche e meno rappresentative" attraverso l'aumento del numero delle firme richieste, ritenendo la quota minima di 6000 come "una cifra opportuna". In ogni caso, l'emendamento è stato approvato, finendo per precludere vari emendamenti successivi. 

Riflessioni, a partire da qualche numero

Nell'attesa di capire cosa accadrà alla Camera, chiamata a votare sulle modifiche apportate dal Senato al testo approvato in prima battuta a metà luglio da Montecitorio, qualche riflessione sull'emendamento che ha fatto lievitare il numero delle firme richieste per chi non ha una rappresentanza elettorale qualificata appare necessaria. E occorre riflettere dando i numeri, o almeno qualche numero. 
 

La tabella sopra riportata indica, per ciascuno dei collegi plurinominali previsti per la Camera, a quale percentuale corrispondono rispettivamente 9000 e 6000 sottoscrittori, considerando tanto gli elettori quanto i votanti del 2022. Si scopre così che in Molise 6000 firme corrispondono al 2,46% del corpo elettorale e in Basilicata all'1,34%: la quota è altissima, la più alta mai riscontrata in Italia. Basti pensare che, come si è già ricordato su questo sito nel 2019, in vista delle elezioni dell'Assemblea costituente servivano almeno 500 e non più di 1000 firme di elettori per ciascuno dei 32 collegi previsti in quell'occasione: nel collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone 500 firme equivalevano allo 0,028%, in quello di Potenza e Matera (il meno popoloso) erano pari allo 0,155%. Nel 1948, alle prime elezioni politiche, era rimasto uguale il requisito delle sottoscrizioni, ma 500 pesavano lo 0,208% nel collegio di Campobasso e lo 0,027% in quello di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone; negli stessi collegi, nel 1963 - a causa dell'aumento della popolazione - nel collegio di Campobasso 500 firme erano pari allo 0,197%, percentuale scesa ulteriormente allo 0,020% del collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone. 
Nel 1976, quando la legge n. 136/1976 introdusse le prime esenzioni dalla raccolta firme e si era abbassato il requisito di rappresentatività (si dovevano raccogliere tra 350 e 700 sottoscrizioni per collegio uninominale), a fronte di un aumento della platea elettorale anche a causa del voto ai diciottenni, il valore minimo di 350 schede pesava per lo 0,141% nel collegio di Campobasso-Isernia e per lo 0,01% a Roma-Viterbo-Latina-Frosinone. Posto che durante la vigenza delle "leggi Mattarella" tutte le forze politiche dovettero raccogliere le firme, senza alcuna eccezione (se ne parlerà tra poco), nel 2006 l'asticella si alzò in modo sensibile: in Molise - sotto i 500mila abitanti - serivano almeno 1500 firme, pari allo 0,57% del corpo elettorale; in Umbria - come circoscrizione con oltre 500mila abitanti e sotto il milione - occorrevano almeno 2500 sottoscrittori, pari allo 0,36%; in Lombardia 1 (Milano e Monza), con ben oltre un milione di abitanti, servivano almeno 4000 firme, pari allo 0,13% degli aventi diritto al voto. Con il sistema in vigore, che richiede in ciascun collegio uninominale almeno 1500 sottoscrittori, quel numero - secondo i dati del 2022 - è pari allo 0,61% in Molise, allo 0,34% in Basilicata e allo 0,097% in Lombardia 1 - 01 (Rozzano - Legnano - Milano Loreto, Bande Nere, Buenos Aires-Venezia).
Basta uno sguardo anche rapido alla tabella riportata sopra per rendersi conto di quanto l'emendamento proposto faccia lievitare la quota di firme richieste nei vari territori Per giunta, la mancata previsione di un numero di sottoscrizioni variabile in base alla popolazione - problema già presente nella legge in vigore e accennato dalla sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale - aumenta la difficoltà nella ricerca dei sottoscrittori nei collegi meno popolosi.
Già nel dibattito in Senato alcuni parlamentari hanno fornito altri numeri interessanti; qui pare opportuno continuare. Le almeno 294000 firme necessarie per presentare una lista alla Camera su tutto il territorio nazionale (con la Valle d'Aosta si arriva quasi a 300mila) sono più di metà delle firme che servono per sostenere validamente una richiesta di referendum, un numero oggettivamente altissimo. Persino per le elezioni europee il numero minimo di firme a livello naizonale (30mila in ciascuna delle cinque circoscrizioni, quindi almeno 150mila in tutto), quasi inaccessibile per tutti, è più basso di quello richiesto in base all'emendamento da chi non ha una presenza parlamentare qualificata. A quest'ultimo proposito, bisogna anche dire che le ultime riforme dei regolamenti di Camera e Senato, che rendono più difficile la formazione di gruppi e componenti parlamentari in corso di legislatura a loro volta complicano di molto la possibilità che un partito nato dopo le elezioni possa sperare anche solo di abbassare l'asticella a 1500 firme.
La necessità di raccogliere un numero di sottoscrizioni quattro volte superiore a quello ora previsto dalla legge metterà certamente in difficoltà le liste di nuova formazione che cercano di radicarsi sul territorio ma non sono ancora consolidate, oppure i partiti minori che non hanno più la solidità di un tempo. Qualcosa di simile, del resto, sarebbe accaduto in passato se il requisito delle firme fosse stato inasprito invece che allentato, il che avrebbe messo in difficoltà varie formazioni, a iniziare dal Partito radicale (come del resto ha ricordato in aula Maria Domenica Castellone (M5S), invitando a onorare la memoria di Emma Bonino "non a parole, ma con i fatti", dunque non approvando una norma che non avrebbe permesso al Partito radicale di presentare liste e di eleggere deputati - inclusa Bonino - nel 1976).
Lo stesso emendamento, peraltro, rischia di tenere lontani dalla scheda elettorale vari simboli depositati al Viminale e - a differenza di quelli depositati per mera "dimostrazione di esistenza in vita" - spesso seguiti dalla presentazione di alcune liste in un numero limitato di circoscrizioni. A volte si è trattato di prresenze soprattutto di testimonianza (si pensi, nel corso del tempo, a partiti quali il Pri, il Pli, il Movimento politico Pensiero e Azione, 10 volte meglio, Tutti insieme per l'Italia, oppure qualcuna delle creature politiche di Giuseppe Cirillo), che però sono ampiamente tornate utili al momento di prestare il proprio simbolo a partiti nuovi che volevano creare alla Camera una componente del gruppo misto (è accaduto anche poche settimane fa, quando Futuro nazionale ha potuto costituire la sua componente grazie a Free, formazione che, essendosi presentata in una sola circoscrizione, in base all'emendamento approvato sarebbe stata esclusa dalle elezioni). La stessa norma, però, non consentirebbe a un partito diffuso soltanto al Sud o soltanto al Nord di presentarsi validamente soltanto in quelle zone: tanto per fare un esempio concreto, la Lega Lombarda presentata nel 1987 (alla pari dell'Union Piemontèisa e del Piemont Autonomista in quello stesso anno o della Liga Veneta nel 1983) non avrebbe mai potuto partecipare alle elezioni in queste condizioni; lo stesso potrebbe dirsi oggi per Sud chiama Nord di Cateno De Luca (a meno che tentasse di presentarsi un po' dappertutto con un cartello simile a Libertà) oppure per Noi Di Centro legato a Clemente Mastella, poco presente al di fuori dlela Campania.
Se già da queste considerazioni non può che emergere un giudizio severo nei confronti della disposizione inserita con l'emendamento Zedda pluri-riformulato, resta ancora qualche numero da dare e analizzare. Già, perché non si può evitare di domandarsi: le forze politiche della maggioranza che ora richiede alle nuove forze politiche di raccogliere le firme quando l'hanno fatto per l'ultima volta e quante ne hanno raccolte (limitando il dato a quelle necessarie per presentare liste alla Camera)?
Iniziamo da Forza Italia, visto che alcuni degli interventi più accalorati nei confronti delle "liste farlocche" sono venuti da due suoi esponenti, Stefania Craxi in aula e Antonio Tajani al di fuori ("è una vergogna giocare con la democrazia cercando di presentare liste finte o liste civetta. Per concorrere alle elezioni serve il consenso di base, per andare in Parlamento, non basta mettere un simbolo, qual è la garanzia di serietà e di affidabilità? Serve ci sia un consenso, credo sia giusto mettere delle firme per dimostrare che chi partecipa rappresenta qualche cosa"). Salvo errore, il partito fondato da Silvio Berlusconi a raccolto per l'ultima volta le firme a livello nazionale prima delle elezioni del 2001, perché la legge elettorale allora vigente (il Matterellum) non prevedeva alcuna ipotesi di esenzione e metteva tutte le forze politiche - nuove e consolidate - in condizioni di uguaglianza: in base all'articolo 18-bis della legge elettorale allora vigente occorreva raccogliere almeno 1500 firme nelle circoscrizioni fino a 500.000 abitanti, almeno 2500 sottoscrizioni nelle circoscrizioni fino a un milione di abitanti, almeno 4000 firme nelle circoscrizioni la cui popolazione superava il milione (basta osservare quest'ultimo requisito per rendersi conto che l'emendamento approvato pretendo dalle nuove viste un impegno in tutti i collegi maggiore di quello che era richiesto tra il 1994 e il 2001 nelle circoscrizioni più popolose). Occorre considerare che delle 26 circoscrizioni previste dalla "legge Mattarella", una sola si collocava nella fascia più bassa (Molise), 3 nella fascia mediana (Trentino - Alto Adige, Umbria, Basilicata) e le altre 22 circoscrizioni nella fascia superiore. Un conto rapido indica dunque la necessità di raccogliere almeno 97000 firme; a queste, naturalmente, dovevano aggiungersi quelle per la presentazione dei candidati nei collegi uninominali (tra 500 e 1000 per collegio), ma era la stessa legge a indicare che i sostenitori delle candidature nei collegi e delle liste nelle circoscrizioni potevano coincidere, senza contare che nei collegi uninominali chi si candidava era espresso da tutta la coalizione, quindi non sembra il caso di sommare quelle firme a quelle richieste alle liste. Nel 2006 fu reintrodotto l'esonero per i partiti costituiti in gruppo parlamentare dall'inizio della legislatura in entrambe le Camere, quindi Forza Italia ne beneficiò; nel 2008 il beneficio si trasferì al Popolo della libertà, che fu esentato anche nel 2013; nel 2018 e nel 2022 la riattivata Forza Italia poté contare sul doppio gruppo dall'inizio della legislatura (anche quando si era formato con un nome diverso) e quindi non dovette raccogliere le firme.
Il discorso fatto per Forza Italia - con l'ultima raccolta di almeno 97000 firme fatta nel 2001 - vale anche per la Lega, con la precisazione che nel 2018 la Lega per Salvini premier beneficiò dell'esenzione ottenuta grazie al doppio gruppo della Lega Nord nella XVII legislatura (anche perché formalmente a presentare le nuove liste, col nuovo simbolo, fu proprio la Lega Nord). Quanto a Fratelli d'Italia, invece, dovette raccogliere le firme nel 2013, poco dopo la sua costituzione, perché ovviamente non poteva avere alcuno dei requisiti per l'esenzione fissati dalla legge (doppio gruppo parlamentare dall'inizio della legislatura o lista coalizzata con "almeno due partiti o gruppi politici" col doppio gruppo e che però avesse avuto ottenuto almeno un eletto alle ultime elezioni europee con lo stesso simbolo presentato alle politiche): lo stesso presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel dibattito di venerdì ha ricordato che "quando mi sono occupato di raccolta di firme, quando nasceva Fratelli d'Italia, andai a parlare con il Ministro dell'interno. Chiesi se bastava costituirsi in Gruppo in una delle Camere e rispose positivamente. L'ultimo giorno dissero invece di no e che dovevano essere in due Camere, e noi raccogliemmo le firme in tutta Italia, senza esenzioni e senza dimezzamento". Esenzioni no, vero, ma occorre ricordare che anche Fratelli d'Italia nel 2013 fruì - come tutte le altre forze politiche non esonerate - di una riduzione generalizzata a un quarto delle firme necessarie: alla Camera - se i conti sono giusti - ne bastavano 23625 (ovviamente le firme raccolte potevano essere di più, perché la riduzione non riguardava certo la quota massima delle sottoscrizioni da raccogliere). 
Resta da dire di Noi moderati, che a rigore le firme non le ha mai raccolte alle elezioni politiche: nel 2018, infatti, Noi con l'Italia poté sfruttare - insieme all'Udc - l'esenzione apportata da Cittadini per l'Italia (ex Scelta civica), mentre nel 2022 fu proprio Noi con l'Italia - grazie all'emendamento Magi-Costa al "decreto elezioni 2022" - ad apportare la sua esenzione dovuta all'aver superato l'1% all'interno di una coalizione a permettere al cartello Noi moderati - che univa anche Italia al centro, Coraggio Italia e Udc - di non dover raccogliere le firme. Colpisce, insomma, che chi difende in toto la scelta di moltiplicare per quattro il numero delle firme da raccogliere, per giunta senza contemplare la possibilità di rendere possibile già ora la raccolta in formato digitale (il che potrebbe rendere accettabile il nuovo numero di sottoscrizioni richieste) non raccolga da anni le firme a livello nazionale per le elezioni politiche o europee, così come a livello regionale (lo fa solo a livello locale perché dal 1993 non sono più previste esenzioni). Ovviamente l'elezione di un numero di parlamentari ampiamente sufficiente a costituire gruppi nelle Camere può certamente dimostrare una consistenza rilevante, ma non sembra un motivo sufficiente né accettabile per imporre di fatto alle forze politiche che stanno fuori dal Parlamento uno sbarramento all'ingresso mai visto in tutta la storia repubblicana italiana e, come tale, francamente non giustificabile, nemmeno dicendo di voler prendere sul serio la democrazia.

venerdì 11 settembre 2026

Emma Bonino e Raffaele Costa, momenti "simbolici" da ricordare

Appartiene pienamente alla natura del mondo la morte delle persone, così come il decadimento del loro corpo e (spesso, ma non sempre) delle loro energie; nonostante questo, non ci si abitua mai davvero a quei passaggi e a quel momento che in tante versioni di latino era indicato come dies supremus. L'ultimo giorno, sì, ma volendo anche quello più alto, perché da lì - anche per chi non crede - si possono contemplare tutti i giorni precedenti; quello decisivo, perché permette un primo bilancio sul percorso della vita di una persona, lasciando che altri in seguito si occupino di come quel percorso è stato ricordato, valorizzato, trasmesso.
Queste osservazioni, certamente valide per la vita quotidiana di chiunque, valgono a maggior ragione in politica: un ambito in cui, per giunta, capita non di rado che alcune figure particolarmente riconoscibili abbiano un cursus honorum lungo, a volte lunghissimo, tanto da far sospettare - specialmente, come sia ricordato più volte, in area democristiana, forse più predisposta di altre a questi pensieri - una sorta di tensione all'eternità da parte di costoro. A ricordare che il tempo per ciascun essere umano è comunque definito, anche quando è molto dilatato, provvede puntualmente l'incontro inesorabile con la "nera signora", dopo il quale occorre arrendersi all'idea che quella persona non sarà mai più candidata o eletta, non rilascerà più dichiarazioni e interviste, anche se verosimilmente sarà sufficiente attingere alle tante parole dette in passato e consegnate ai media per immaginarne il pensiero in varie circostanze (a costo di strattonarlo, in modo più o meno vistoso). Tutto questo vale anche, naturalmente, per Emma Bonino e per Raffaele Costa, morti oggi alla rispettiva età di 78 e 90 anni; entrambi piemontesi (anzi, della provincia di Cuneo: di Bra lei, di Mondovì lui), hanno vissuto resistenze completamente diverse, accomunate però da una lunghissima militanza politica, da una consistente presenza nelle aule parlamentari e nelle istituzioni (entrambi hanno ricoperto incarichi ministeriali) e dalla chiara riconducibilità a un'area politica - quella radicale per Bonino, quella liberale per Costa - anche se entrambi i cammini sono stati legati a più sigle partitiche e a più simboli.
In queste ore, in questi giorni saranno moltissimi i ricordi, gli articoli, le testimonianze, ovviamente anche gli interventi critici, sicuramente rispettabili in quanto rispettosi (diversamente dai commenti francamente inaccettabili che puntualmente, quando la vita di un politico finisce, e non di rado anche prima, è sempre più frequente leggere). In questo sito, data la particolarità del punto di osservazione che si adotta, invece che ripercorrere per intero le biografie di chi non c'è più si preferisce concentrarsi su alcuni momenti, alcuni passaggi cruciali che hanno avuto un valore simbolico, anche in senso letterale

Quando divenne segretario del Partito liberale italiano dopo Renato Altissimo (dimessosi dopo essere finito nell'elenco degli "avvisati" di "Mani pulite"), il 27 maggio 1993, Raffaele Costa era alla sua quinta legislatura e alla sua terza esperienza da ministro: era alla guida del dicastero dei trasporti, nella compagine del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. Era già da tempo innescato il processo che stava squassando la politica italiana - lo stesso governo Ciampi era nato dopo il successo travolgente dei referendum del 18-19 aprile, incluso quello che aveva trasformato il sistema elettorale del Senato in senso maggioritario, e Giuliano Amato aveva lasciato Palazzo Chigi proprio perché aveva letto quel risultato referendario come un avviso di sfratto per chi stava governando - e probabilmente lo stesso Costa dovette avere la sensazione che la sua segreteria del Pli sarebbe stata l'ultima, un po' perché il sistema politico stava cambiando, anche per gli effetti delle inchieste sulla corruzione, un po' perché i debiti del partito avrebbero impedito di continuare giuridicamente quella storia. Così in effetti fu: dal 4 al 6 febbraio 1994 si tenne all'hotel Ergife di Roma il XXII congresso del Pli, l'ultimo, perché alla fine la platea congressuale decise - forse illegittimamente, perché secondo alcuni non si raggiunse la maggioranza indicata allora dallo statuto - lo scioglimento del partito, avviandolo alla liquidazione, per poi fondare subito dopo la Federazione dei liberali (inizialmente con quasi tutti gli ex delegati del Pli, poi essenzialmente con coloro che erano meno legati al centrodestra), sotto la guida di Raffaello Morelli.  
Nello stesso periodo in cui venne scelto come segretario del Pli, tuttavia, lo stesso Costa fondò con Alfredo Biondi e - tra gli altri - Stefano De Luca, allora sottosegretario alle finanze del governo Ciampi, l'Unione di centro, formazione politica cbiaramente alternativa alla sinistra, nata per mano di liberali, ma potenzialmente pronta ad accogliere altri soggetti moderati, con diverse sensibilità. In un convegno organizzato dal Pli il 13 agosto 1993 Biondi definì l'Udc "una speranza di proposta e non di protesta"; per Costa era soprattutto frutto di un pensiero ben chiaro, legato alla riforma elettorale politica appena approvata, le "leggi Mattarella": "Noi dobbiamo pensare - si ascolta nell'intervento, riproposto da Radio Radicale - che nel futuro ci troveremo di fronte a un Paese che elettoralmente si spaccherà [...] e buon per noi se si dividerà in due tronconi e non in un troncone della sinistra e in una miriade di tronconi al centro e al centrodestra. Noi abbiamo davanti una scenario in cui la sinistra aspira legittimamente e persino con dignità a guidare il nostro Paese, ma lo fa con delle idee che sono molto diverso dalle nostre [...]. E allora noi, che pur riconosciamo ad altre forze politiche la possibilità, la dignità, la legittimità di guidare il nostro Paese, abbiamo [...] il dovere di batterci affinché le nostre idee prevalgano". Nella necessità di guardarsi intorno per sapere con chi collaborare, sulla base dei programmi, Costa disse di avere avviato un sondaggio "per cominciare timidamente a saggiare il polso della situazione, a sentire i nostri 18500 iscritti e anche molti amici vicini a noi [...]. Gran parte degli amici ci ha chiesto di collaborare esclusivamente fra le forze politiche di centro; una modesta quota ha chiesto di collaborare con le forze politiche di centrodestra; qualcuno ci ha chiesto - non pochi, ma non moltissimi - di aprire un discorso con la Lega; molti ci hanno invece chiesto di combattere la battaglia da liberali. Io vi devo dire che combatte la battaglia da liberali è sicuramente utile, sicuramente bello e sicuramente in cima ai miei pensieri ma [...] neppure la Democrazia cristiana, neppure il Pds sono in grado di combattere una battaglia da soli".
L'Unione di centro iniziò a mettere radici sui territori, partecipò ad alcune elezioni amministrative nell'autunno del 1993 (ma lo fece con simbolo disomogenei, di cui varrà la pena parlare in seguito), poi, sciolto il Pli, emerse come principale soggetto politico dichiaratamente liberale finito in naturale dialogo con la compagine che si stava creando attorno alla figura di Silvio Berlusconi: alla conferenza di presentazione del Polo delle libertà Costa definì la "sua" Udc "il filone liberale più tradizionale" di quella coalizione. Sfruttando la possibilità di mostrare fino a cinque contrassegni accanto al nome di ciascun candidato nei collegi uninominali (strategia spiegata a fondo da Peppino Calderisi), anche l'Unione di centro schierò sulle schede rosa il proprio simbolo, nel frattempo consolidatosi: un nastro tricolore (composto da due bande rosse e due verdi alternate tra loro e separate da strisce bianche) annodato e delimitato da una corona circolare blu riportante il nome del partito. Accompagnato anche da quel simbolo, Costa riuscì a farsi rieleggere deputato nel collegio di Fossano - rioccupando anche la carica di ministro della sanità nel primo governo Berlusconi - e si fece confermare pure nelle due legislature successive. Nel frattempo, però, l'Udc - diventata Unione liberale di centro - aveva di fatto aderito a Forza Italia; anche in seguito, in ogni caso, Costa non rinunciò a proporre iniziative liberali all'interno di quel partito, come l'area Liberalismo popolare (con la fondazione delle Case del cittadino). Nessuna, tuttavia, ebbe la forza di quel logo voluto da Raffaele Costa, decisamente nazionale ed elitario insieme, elegante, istituzionale eppure poco tradizionale dell'Udc, che tuttavia ballò per poco più di un'elezione; la sigla, in compenso, nel giro di qualche anno avrebbe traslocato dai post-liberali ai post-democristiani, facendo dimenticare a più di qualcuno quell'episodio precedente, tutto meno che irrilevante.
 
Quanto a Emma Bonino, ci sarebbe l'imbarazzo della scelta a ricordare episodi della sua vita, tutti intrecciati strettamente con la storia radicale (anche dopo gli ultimi dissidi con Marco Pannella, che avevano portato a dividere le loro strade); eppure almeno un paio di passaggi hanno un valore simbolico imprescindibile.
Il primo si colloca nel 1999, dopo la campagna "Emma for President", con cui Bonino - allora commissaria europea per la cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi - fu proposta come potenziale Presidente della Repubblica per succedere al Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro. Di voti dal Parlamento in seduta comune - che elesse invece Ciampi al primo scrutinio - ne avrebbe ottenuti soltanto 15, ma la campagna capillare con tavolini e gazebo in giro per l'Italia aveva lasciato il segno e, al momento delle elezioni europee, la commissaria dimissionaria Bonino (che di legislature - sia pure non intere, a seguito della prassi radicale delle dimissioni anticipate - ne aveva già attraversate 6, fino all'ultima in cui era stata eletta nel 1994 per il Polo della libertà nel collegio uninominale della Camera di Selvazzano Dentro) era la radicale più nota in assoluto tra chi questa volta avrebbe potuto votarla davvero. Così, in occasione della seconda assemblea nazionale dei Radicali per la Rivoluzione liberale e gli Stati Uniti d'Europa, tenuta a Monastier di Treviso il 10 e l'11 aprile 1999 (quando ancora non si era votato per il Quirinale), al secondo giorno dell'assemblea Marco Pannella fece una proposta chiara, netta: "Per l'Europa, con la riprova dei questi ultimi quattro-cinque anni, con non solo la vox populi, ma con i riconoscimenti politici e giornalistici di tutta l'Europa e non solo, che cosa d'altro e di meglio può essere proposto 'for Europe' se non 'Emma for Europe'? [...] La cosa semplice per la quale prendo la parola è per proporre a Emma, innanzitutto a tutti noi di annunciare sin d'ora che per le elezioni europea gli elettori del popolo italiano potranno anche scegliere le liste Emma Bonino, anche - se necessario - come voto di appello al voto 'for president' che fosse ispirato ancora una volta semplicemente a calcoli e a tristezza di Palazzo. [...] Nel '92 inventammo, dovemmo inventare per la prima volta in Italia delle liste con il nome di una ditta e la ditta era Marco Pannella; oggi, per gli stessi motivi, ma con la crescita delle ragioni e con una posta infinitamente più importante - storicamente, per il Paese, per noi e per l'Europa - adesso è il momento nel quale dovresti guidare le liste Emma Bonino". La sua risposta - ascoltabile, come l'intervento di Pannella, su Radio Radicale - fu la seguente:
Succederà che in questi giorni sentiamo dibattiti dei più vari, sulla necessità della riforma dell'Europa [...] o di come metterci tutti in grado di meglio prevenire, di meglio guidare, di meglio... e fiumi, fiumi di parole e righe per dire quanto l'Europa sia inadeguata, impreparata, di quanto il trattato che entra in vigore il primo maggio sia obsoleto, si riferisca praticamente a un mondo che non esiste più. Credo che sia nostra responsabilità - insieme ad altri, ma intanto nostra - fare in modo che, passata l'emergenza, passata l'emozione, non si vada tutti col cervello in vacanza o anche magari fisicamente in vacanza e che di queste profonde necessità di riforma - italiana, europea e del Consiglio di sicurezza - rimanga non testimonianza, ma azione. E so perfettamente quanto sia importante - Jean Monnet ce l'ha detto tanto tempo fa, 'Nulla è possibile senza le persone, niente dura senza le istituzioni' [...] -che chi ha una visione federalista e politica dell'Europa riesca a mettere al prossimo Parlamento europeo una testa di ponte di deputati determinati e convinti [...] della necessità di rivedere i trattati con assoluta urgenza e di far incardinare, per esempio, quell'Unione diplomatica e militare che sommessamente mi ero permessa... E quindi so perfettamente quanto sia importante incardinare al Parlamento una testa di ponte determinata, federalista, che non fa del turismo internazionale, ma sa fare dell'attività politica transnazionale [...]. E se, per meglio esplicitare questo programma politico, se "Emma for Europe" o "Bonino for Europe" evoca, esplicita meglio oggi di "Pannella for Europe" o di "Radicali for Europe" questo nostro programma politico, se meglio e più direttamente evoca non solo la nostra storia, i nostri ideali, le nostre battaglie, la nostra voglia di dare un'anima politica liberale all'Europa e alle sue istituzioni - quello che in realtà ho cercato di testimoniare nel modo migliore possibile per me col mio mandato di commissario europeo, mettendoci tutta me stessa - allora, se questo si ritiene, che questo nome, questa faccia sia immediatamente più evocativa, che non ha bisogno di tanti giri di parole [per dire] 'Questa è l'Europa che vogliamo', allora, in questo contesto, allora il mio nome, la mia faccia, che sono patrimonio di tutti coloro che da cinquant'anni federalisti sono - patrimonio radicale ma non solo - allora il mio nome, la mia faccia sono a disposizione.
 
Le parole di Emma Bonino, come già la precedente proposta di Pannella, scatenarono un applauso incredibile: lei aveva accettato di farsi simbolo e contestualmente era già pronto il simbolo per le elezioni europee, curato presumibilmente da Aurelio Candido. Il cognome di Bonino era l'ingrediente fondamentale su fondo giallo, disposto su un tracciato curvilineo simile a quello che Candido aveva creato nel 1992 per la Lista Pannella; al cognome erano aggiunti il nome "Emma" in carattere Mistral (com'era scritta la parola "lista" nel 1992) e il simbolo della pace rosso e bianco, il tutto racchiuso in una corona blu con le stelle d'Europa (simile a quella delle europee del 1994, ma più consistente). Quel contrassegno fu depositato al Viminale - anche se formalmente a presentarlo fu sempre l'Associazione politica nazionale 'Lista Marco Pannella' - e fu tradotto in liste, che toccarono l'8,45%, la più alta percentuale mai raggiunta dall'area radicale. Nel 2001 fu ripresentato il simbolo della "Lista Bonino" (ma il nome divenne "crescente" e si aggiunse in rosso il sito www.radicali.it); nel 2006 i radicali parteciparono con i socialisti alla Rosa nel Pugno (contrassegno con cui Emma Bonino fu eletta alla Camera, per poi diventare ministra del commercio estero), mentre nel 2008 fu depositato - ma non utilizzato, viste le candidature nelle liste del Pd, che garantirono a Bonino il seggio al Senato e la successiva elezione a vicepresidente di Palazzo Madama - il simbolo Lista Bonino per Pannella presidente; nel 2010 il simbolo della Lista Bonino del 2001 fu inserito in un altro cerchio giallo, con la dicitura "Lista Marco Pannella", vivendo così ancora per una stagione (quella in cui Bonino non riuscì a essere eletta presidente della giunta regionale del Lazio).
Emma Bonino ovviamente c'era anche nel 2013, candidata della Lista Amnistia Giustizia Libertà, non coalizzata e ben lontana dall'ottenere voti sufficienti per superare lo sbarramento del 4%; ciò non le impedì, fallito il tentativo di Pier Luigi Bersani, di diventare comunque ministra degli esteri del governo guidato da Enrico Letta. Tra il 2014 e il 2015 divenne particolarmente evidente la distanza tra Pannella e Bonino, distanza che parve essere la stessa misurata tra il Partito radicale, da un lato, e Radicali italiani dall'altro (e in quel clima, subito prima della morte di Marco Pannella, maturò la presentazione del simbolo delle liste "radicali" alle elezioni comunali di Milano e Roma del 2016, alla cui conferenza stampa di lancio era presente la stessa Bonino).  
Tempo un anno e mezzo e Bonino fu pronta a farsi nuovamente simbolo, sia pure per un nuovo progetto politico (in qualche modo in coerenza con il concetto di "biodegradabilità" dei soggetti politici e dei loro simboli praticata in area radicale o post-radicale). Il 23 novembre 2017 fu presentato il logo - creato da Stefano Gianfreda - di +Europa, soggetto politico-elettorale frutto dell'impegno di Forza Europa e Radicali italiani: con Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi c'era anche lei. Fin dall'inizio si pose il grave problema della raccolta delle firme, unito alla difficoltà di indicare prima della ricerca dei sottoscrittori - in base all'interpretazione della legge elettorale - tanto le candidature quanto le eventuali alleanze. Fu in ogni caso subito chiaro che il nome di Bonino avrebbe assicurato, ancora una volta, riconoscibilità e maggiori possibilità di superare lo sbarramento del 3%: nel simbolo presentato a novembre nemmeno un mese più tardi fu aggiunto - su un segmento giallo, colore già impiegato dalla lista Bonino - il riferimento "con Emma Bonino", leggermente spostato in alto e forse rimpicciolito per fare posto alla "pulce" di Centro democratico, dopo che fu accolta - il 4 gennaio 2018 - l'offerta di Bruno Tabacci di un apparentamento tecnico per sfruttare l'esenzione dalla raccolta firme spettante a Cd. già impiegato necessariamente e dovendo anche  L'associazione-partito fu fondata il 10 gennaio (anche con l'apporto di Centro democratico e di Gianfranco Spadaccia) e il nome ufficiale fu +Europa, ma con atto separato Bonino mise a disposizione il proprio nome e altrettanto fece nel 2022, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate: in nessuno dei due casi le liste riuscirono a superare il 3%, ma i loro voti concorsero all'elezione di un numero non irrilevante di parlamentari delle coalizioni di centrosinistra e, comunque, alla vittoria in alcuni collegi uninominali (incluso quello che nel 2018 riportò Bonino al Senato per l'ultima volta).  
Fa una certa impressione che "Emma" - tra le poche persone del mondo politico per cui il solo nome sia sufficiente a evocare una figura e la sua azione - se ne sia andata proprio nel giorno in cui l'aula di Palazzo Madama, la sua ultima casa istituzionale, ha approvato una norma (su cui bisognerà tornare molto presto) che moltiplica per quattro il numero di firme che i partiti non presenti in Parlamento dovrebbero raccogliere per presentare liste: chissà che ne pensa lei ora, là dove "non arrivano gli ordini / a insegnarti la strada buona", magari avvolta nel fumo delle sue sigarette.

Lotta sul sole nascente: dal tribunale di Roma nuova ordinanza sul Psdi

Si era avvertito, qualche settimana fa, che la disputa sul "sole nascente" non era affatto terminata. Non solo perché l'ordinanza emessa alla fine di luglio dal tribunale di Milano su ricorso del Partito socialista democratico italiano che si riconosce nella segreteria di Paolo Preti, pronuncia che aveva accolto le richieste del ricorrente di inibire l'uso dei segni distintivi del Psdi e la spendita del titolo di segretario dello stesso a Mario Calì - era una decisione per sua natura provvisoria, che poteva essere oggetto di reclamo (come pare in effetti che sia avvenuto) e che comunque attendeva una successiva sentenza. Ma anche perché c'era almeno un altro processo cautelare in corso, di cui era opportuno attendere l'esito: si trattava, in particolare, del processo cautelare iniziato a metà luglio davanti al tribunale di Roma con un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, presentato dal Psdi che si riconosce nella segreteria di Calì direttamente contro Preti, con cui dovrebbe essere stata chiesta - si suppone, non avendo a disposizione l'atto introduttivo - tutela del "diritto al nome" del partito attraverso l'inibitoria all'uso dei segni distintivi del Psdi. La decisione, dopo l'udienza del 20 agosto, è arrivata il 7 settembre: la giudice Maria Pia De Lorenzo ha respinto le domande del Psdi-Calì, con tanto di condanna alle spese (comprensive di una condanna per "lite temeraria").
Vale innanzitutto la pena rilevare che, leggendo in maniera sistematica questa ordinanza e quella precedente (relative di fatto agli stessi soggetti, sia pure a parti invertite; a Milano il Psdi-Preti contro Calì, a Roma il Psdi-Calì contro Preti), si è di fronte a un contenzioso che ricade in pieno nel "diritto dei partiti", a fronte peraltro non di un conflitto su chi, all'interno della medesima associazione, possa dirsi legittimamente titolato a rappresentare un partito, ma di un conflitto tra due diverse associazioni che hanno nomi identici e simboli simili, pur intendendo riferirsi alla medesima storia politica e, in parte, giuridica. Si propone questa ricostruzione se non altro sulla base dell'esistenza di due diversi codici fiscali (80204410585 per il Psdi-Calì, 13654040966 per il Psdi-Preti), anche se - va riconosciuto - detti codici non sono di per sé prova di autonoma e distinta soggettività giuridica, ma solo di autonoma soggettività fiscale. In ogni caso, i simboli delle due distinte associazioni sono sovrapponibili per oltre tre quarti, accendo identica l'immagine del sole stilizzato che sorge dal mare mosso, entrambi rossi su fondo bianco, con la sigla non puntata collocata nella parte inferiore; a cambiare è soltanto l'elemento testuale disposto ad arco nella parte superiore del fregio ("Socialismo democratico" per il Psdi-Calì, "Socialdemocrazia" - come il Psdi storico dal 1992 in poi - per il Psdi-Preti).
 

Le posizioni a confronto

Leggendo l'ordinanza, emerge che il Psdi guidato da Mario Calì, nel suo ricorso, aveva rivendicato la titolarità esclusiva del nome del Psdi e del suo simbolo del sole nascente e, per questo motivo, aveva ritenuto che le condotte di Preti - la spendita online e nell'attività politica della carica di segretario e l'uso non autorizzato di nome, fregio e sigla del partito - avessero leso il proprio "diritto al nome e al segno distintivo" (invocando tanto l'art. 7 del codice civile, quanto gli articoli del codice della proprietà industriale in materia di segni distintivi, nonché l'art. 2598 c.c. che individua la "fattispecie di concorrenza sleale", ritenendo che potesse rientrare in quest'ipotesi la "confusione nell'opinione pubblica e nel corpo elettorale"); la richiesta di tutela cautelare era fondata, tra l'altro, sull'esistenza di un pericolo imminente e irreparabile "di confusione tra gli elettori, di sviamento di consenso politico, di danno all’immagine e alla credibilità del Psdi". 
Preti, contro cui il ricorso era rivolto a titolo personale - ovviamente, essendo dal ricorrente disconosciuta la sua rappresentanza di un qualunque soggetto legittimamente denominato Psdi - aveva a sua volta sollevato alcune eccezioni formali (da un lato, la stessa causa sarebbe stata, a suo dire, già pendente presso il tribunale di Milano; dall'altro, non sarebbe stato competente né il tribunale di Roma - essendo Preti residente a Novara - né la sezione specializzata in materia di imprese, visto che delle controversie sul diritto al nome dovrebbe occuparsi la sezione civile ordinaria); aveva, però, soprattutto contestato la tesi del Psdi-Calì, ritenendo che il tribunale di Milano avesse già rilevato che lo stesso Calì non appariva essere segretario del partito (e, come tale, titolato a impiegarne nome e simbolo) e che, comunque non ci fossero prove adeguate per dimostrare che lo stesso fosse titolato ad agire come segretario e a usare i segni distintivi del Psdi.
Sembra di poter dire, in buona sostanza, che le due parti hanno riprodotto a Roma argomenti pressoché identici a quelli già visti a Milano; per giunta, erano sicuramente identici i difensori (Salvatore Frisenda per il Psdi-Calì, Sabrina Lardieri per Preti).  
 

La decisione

La giudice ha innanzitutto rigettato le eccezioni in rito di Paolo Preti. Da un lato, i due procedimenti non erano pendenti nello stesso grado (evidentemente perché a Milano si era già in fase di reclamo) e, anche se non espressamente richiesto dalle disposizioni in materia, secondo la Corte di Cassazione, in caso di gradi differenti non è possibile far valere la litispendenza (cioè ottenere la cancellazione di un processo le cui parti e il cui oggetto siano uguali a quelli di un altro processo in corso davanti a un diverso giudice); in questo caso, evidentemente, si è ritenuto che i gradi fossero diversi pur essendo entrambe le cause davanti a tribunali, credendosi sufficiente distinguere tra trattazione di prime cure e trattazione in sede di reclamo. Dall'altro lato, per la giudice non era errata né la sede del ricorso (perché Preti non avrebbe provato "di aver fissato la propria residenza in Novara" o nei dintorni, né avrebbe potuto invocare la competenza di Milano perché parte resistente era lui e non l'associazione da lui guidata), né la scelta della sezione specializzata in materia di imprese: "il nome e il simbolo di un soggetto, indipendentemente dalla sua natura giuridica e perciò dalla sua collocazione all’interno o all’esterno di un mercato, costituiscono segni di identificazione del soggetto [...] - si legge nell'ordinanza - e, dunque, la paventata violazione del diritto esclusivo all'uso del simbolo (il sole nascente) e della denominazione 'Partito socialista democratico italiano' o del suo acronimo 'PSDI' [...] allude a una condotta usurpativa di segni distintivi che fa scattare la speciale tutela prevista in materia dall’art. 20 c.p.i."; si rispetta la posizione della giudice, ma colpisce pensare all'applicazione a un partito di una disposizione in base alla quale "I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facoltà di fare uso esclusivo del marchio" e "Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica" segni identici per beni/servizi identivi, segni anche simili per prodotti/servizi anche affini (se ciò crea rischi di confusione per il pubblico) o anche per prodotti/servizi non affini, se il marchio registrato gode di rinomanza e l'uso altrui crea indebiti vantaggi a chi lo usa o pregiudizi ai titolari.
Queste valutazioni non hanno però impedito alla giudice di negare che il Psdi-Calì sembri avere ragione; la valutazione prescinde dalle considerazioni fatte già dal tribunale di Milano, ma si basa - se ben si è compreso - sugli elementi introdotti nel solo procedimento romano. In particolare, finora Mario Calì non sarebbe "riuscito a dimostrare la propria legittimazione a spendere pubblicamente il nome del partito politico [...], a utilizzarne lo storico simbolo identificativo nonché a ostentare presso l'opinione pubblica, davanti al corpo elettorale e nei rapporti con le altre forze politiche la qualità di Segretario Generale". In particolare, il solo elemento offerto - o, probabilmente, ritenuto di qualche valore da chi ha redatto l'ordinanza - per dare prova della titolarità del partito e dei suoi segni distintivi sarebbero i "dati anagrafici estratti dall'Anagrafe Tributaria gestita dall'Agenzia delle Entrate", per cui Calì risulta legale rappresentante dell'associazione "Partito socialista democratico italiano" con codice fiscale 80204410585: si tratta di un elemento già incontrato anche nell'analisi della decisione di Milano (insieme a un invito a partecipare a una cerimonia quale segretario del partito), offerto da Calì nella veste di resistente; era lecito immaginare che in un procedimento in cui lo stesso Calì vestiva i panni del ricorrente potesse offrire argomenti ulteriori per suffragare in modo consistente le proprie domande.
Secondo la giudice, però, da un lato l'estratto dall'anagrafe tributaria impedisce di far coincidere l'associazione di cui Calì è legale rappresentante con "il partito di antica memoria fondato l'11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini": quei dati anagrafici farebbero iniziare l'attività politica "a decorrere dal 31/12/2021", una data che non collimerebbe con "la notoria storicità" del Psdi di Giuseppe Saragat. Dall'altro lato - ed è il solo realmente da considerare in questa sede - rileva il fatto che le informazioni anagrafiche contenute nel database dell'Agenzia delle entrate "sono unilateralmente comunicate dal contribuente all’agenzia fiscale, la quale si limita a recepirle senza neppure svolgere alcuna indagine, quantomeno preventiva, finalizzata a verificarne la veridicità: non si potrebbe quindi attribuire a queste un valore probatorio superiore a "quello di una semplice presunzione", che cederebbe di fronte a circostanze di segno opposto.
In concreto, la difesa di Preti avrebbe ripetuto a Roma da resistente ciò che aveva già affermato a Milano da ricorrente (meglio: da rappresentante del ricorrente): Preti, nello specifico, sarebbe stato confermato come segretario da un congresso nazionale il 24 maggio 2025 dopo essere stato eletto in quel ruolo in un'assemblea il 14 dicembre 2023, al posto di Carlo Vizzini eletto da un'analoga assemblea il 9 maggio 2022; Vizzini, a sua volta, sarebbe stato eletto a seguito delle dimissioni di Renato D'Andria, riconosciuto segretario del partito dalla sentenza n. 13540/2011 del tribunale di Roma (la cui "inconferenza" sarebbe stata lamentata durante il procedimento - visto che quella decisione non aveva riconosciuto genuini gli atti che avevano portato D'Andria alla segreteria nel 2006, ma aveva solo respinto le domande di chi non aveva titolo per invalidarle - ma quella stessa sentenza non è stata impugnata e quindi la nomina di D'Andria a segretario ha continuato a produrre effetti, fino alle sue dimissioni e alla successione sopra ricordata (in più, l'elezione di Vizzini prima e di Preti poi non sarebbe stata impugnata).
Tanto è bastato alla giudice De Lorenzo per ritenere "prima facie sussistenti [...] la carenza di legittimazione in capo a Mario Calì" all'uso dei segni distintivi del Psdi e alla spendita della carica di segretario e la legittimazione invece di Paolo Preti. Il Psdi-Calì, in quanto totalmente soccombente, è stato condannato a rifondere le spede del giudizio cautelare, ma anche - come la difesa di Preti aveva chiesto - a pagare al resistente vittorioso un'ulteriore somma a norma dell'art. 96, comma 3 del codice di procedura penale, c.p.c., disposizione introdotta nel 2009 per "sanzionare l'abuso dello strumento processuale a tutela della funzionalità della giurisdizione e del principio di ragionevole durata del processo": per la giudice, infatti, il ricorso del Psdi-Calì è parso volto "al palese ed elusivo tentativo di superare per via obliqua le statuizioni già adottate dal Tribunale di Milano" riproponendo a Roma "istanze ed esiti già vagliati ed esclusi" dall'altro giudice, al punto da far qualificare l'iniziativa giudiziaria come "pretestuosa e temeraria".
 

Qualche riflessione

Il verdetto romano, dunque, è sostanzialmente sovrapponibile a quello milanese (anche se si avverte nella decisione sopra ripercorsa una mano più pesante, legata alla condanna per lite temeraria). Ovviamente, come si è detto con riferimento alla prima ordinanza, la decisione della giudice del tribunale di Roma è per sua natura provvisoria, anche perché questa quasi certamente sarà oggetto di reclamo, come lo è stata - lo si è visto - l'ordinanza di prime cure emessa a Milano a fine luglio.
Nel frattempo, peraltro, il 1° settembre l'ufficio stampa del Psdi-Calì aveva diffuso una nota in cui si dava contro, tra l'altro, dell'avvio "della fase per la celebrazione del XXX Congresso Nazionale del PSDI nell'ottantesimo anniversario della fondazione a Palazzo Barberini", ricordando che il precedente - il XXIX - si sarebbe svolto il 4 maggio 2023 a Catania. Nella stessa nota si citava una "lunga battaglia conclusa il 31 dicembre del 2021 con il riconoscimento ufficiale della titolarità politica e legale di Mario Calì alla guida della storica formazione nata a Palazzo Barberini in conformità con la sua designazione a Segretario Nazionale facente funzioni", precisando subito dopo che l'arrivo alla segreteria di Calì sarebbe stato "riconosciuto già il 17 novembre 2012 da parte del Consiglio Nazionale del Psdi presieduto dal prof. Angelo Scavone dopo delle dimissioni di Magistro, del quale Calì era Vice Segretario Vicario eletto durante il XXVIII Congresso Nazionale di Barletta": questo - ricostruendo con le informazioni in possesso di chi scrive - si sarebbe svolto dal 22 al 24 ottobre 2010, con la conferma alla segreteria di Mimmo Magistro, eletto a sua volta il 7 ottobre 2007, ultimo giorno del XXVII congresso a Bellaria. Entrambi questi appuntamenti congressuali (come pure quelli successivi), tuttavia, dovrebbero considerarsi "rimossi" sulla base della precedente e già citata sentenza n. 13540/2011 del tribunale di Roma, che peraltro aveva demolito anche la validità del XXVII congresso già svolto dal 26 al 28 gennaio 2007 (e che aveva confermato alla segreteria D'Andria); si ricordi pure che Magistro, quando aveva scelto di lasciare il partito - costituendo I Socialdemocratici - lo aveva fatto dopo la sentenza del 2011 che di fatto aveva ristabilito D'Andria come segretario, quindi in effetti sembra difficile immaginare lo spazio per immaginare la nomina di un "segretario facente funzione" dopo l'abbandono di Magistro.
In seguito, ove se ne abbia notizia, si darà conto dell'esito del procedimento di reclamo di Milano, come pure dell'eventuale gravame relativo all'ordinanza appena emessa a Roma (e dell'ulteriore procedimento in corso in Calabria); nel frattempo, il Psdi-Calì sembra voler continuare il suo corso verso il "suo" XXX congresso e il Psdi-Preti seguita il dialogo con Spazio pubblico, Europeisti e altre forze politiche (inclusa Azione) per costruire una nuova area riformista. Nel frattempo, è probabile che le dispute sul sole nascente - magari sormontato da scritte diverse - non si fermino, almeno per un po'.

giovedì 10 settembre 2026

Area liberale federalista, al centro tra pragmatismo ed europeismo

In queste settimane uno spazio sempre maggiore delle cronache politiche è occupato dalle vicende relative al mondo leghista, tra i malesseri manifestati all'interno della Lega per Salvini premier circa la guida e la linea del partito e la costituzione di un comitato volto a chiedere e ottenere la riconvocazione del congresso della Lega Nord (i promotori, tra l'altro, hanno aperto un sito per raccogliere le sottoscrizioni della richiesta di riconvocazione). Nel frattempo, però, il 19 agosto è stata data notizia della costituzione di un'associazione politica denominata Area liberale federalista: tra i promotori sono espressamente indicati gli ex parlamentari Jonny Crosio (dal 2008 al 2018), Raffaele Volpi (dal 2008 al 2022) e Walter Togni (dal 2008 al 2013), eletti tutti con la Lega Nord e il secondo anche con la Lega per Salvini premier (anzi, Volpi era stato indicato come referente di Noi con Salvini, progetto intermedio pensato per coinvolgere potenziali simpatizzanti ed elettori delle regioni non comprese nell'attività statutaria della Lega Nord). Crosio, indicato come segretario nazionale di Alf, fino all'inizio dell'estate era peraltro indicato come vicesegretario federale di Patto per il Nord
Il nome del'associazione, in effetti, somiglia almeno un po' a quello del "Partito liberale federalista italiano" di cui Il Foglio aveva parlato all'inizio di agosto, così come alcuni valori indicati nella Carta associativa, datata "luglio 2026"; non tornano però vari dettagli tra quelli anticipati negli articoli di Carmelo Caruso (a partire dal numero di articoli dello statuto - registrato il 10 agosto scorso - e da alcuni contenuti citati), quindi Alf potrebbe non essere la continuazione di quel progetto allora svelato e finito per sbaglio in una vecchia chat leghista in cui stava anche Matteo Salvini.
L'associazione si qualifica come "un’area politica e culturale liberale, riformista e federalista, con sede a Milano, promossa da amministratori e parlamentari con esperienza di governo locale e nazionale", che "si riconosce nei valori europeisti e atlantici e opera per una rappresentanza fondata sulla competenza, sulla responsabilità e sui risultati verificabili"; occorre subito notare, tuttavia, che è lo stesso statuto dell'associazione a richiamare il decreto-legge n. 149/2013, la fonte che regola i partiti politici sul piano della "democrazia interna", dell'accesso alle provvidenze pubbliche e della trasparenza economico-finanziaria, dunque l'associazione intende qualificarsi e agire a tutti gli effetti come partito.
Lo statuto, non a caso, prevede anche un simbolo, allegato e così descritto: "un cerchio con sfondo blu, riportante nella parte centro-superiore la sigla 'ALF' in colore giallo e carattere corsivo, affiancata sulla destra da dieci stelle a cinque punte di colore giallo disposte a semicerchio. Sotto la sigla è posizionata una sottile linea orizzontale recante i colori della bandiera italiana (verde, bianco e rosso). Nella parte inferiore del cerchio è riportata la denominazione "AREA LIBERALE FEDERALISTA" in colore bianco, disposta su due righe e centrata". Un logo che comunica messaggi politici profondamente diversi rispetto a quelli della Lega Nord e della Lega per Salvini premier: colori da partito catch all, con il tricolore abbinato al blu, dunque sguardo "nazionale", rassicurante, moderato e - come mostrano le stelle d'Europa - nettamente europeista
Il comunicato diffuso il 19 agosto precisava che l'associazione non era nata "contro qualcuno", ma "per dare rappresentanza a chi produce, a chi lavora e a chi chiede allo Stato risposte verificabili al posto degli annunci" ed era qualificata come "una comunità costruita da chi ha amministrato e legiferato, e sa quanto costa la distanza fra ciò che la politica promette e ciò che realmente realizza", facendo valere il percorso istituzionale dei promotori non com "titolo da rivendicare", ma come "capitale di esperienza messo a disposizione di un'area centrale, moderata e pragmatica che nel Paese esiste già, ma non ha ancora una casa politica capace di rappresentarla con serietà". Nel sito di Alf si indica che l'associazione, ponendosi come "centro di raccordo politico e civico" e come "un laboratorio di idee, un facilitatore di connessioni, un’infrastruttura organizzativa a disposizione della società reale", si rivolge "a chi nutre passione civile e possiede competenza", in particolare "agli amministratori locali che ogni giorno praticano il buon governo" (sembra essere questo il primo "serbatoio" per la costituzione del soggetto politico), "alle imprese, agli artigiani, agli agricoltori e ai professionisti che creano valore" (anzi, nel comunicato iniziale si diceva che l'associazione avrebbe assunto "la rappresentanza del mondo produttivo come parte costitutiva della propria identità", proponendo subito di trasformare "centinaia di miliardi fermi sui conti correnti" in "capitale paziente per le imprese" attraverso "una finanza di prossimità, di distretto e di filiera [...] con lo Stato nel ruolo di facilitatore e garante") e "ai lavoratori e ai giovani che chiedono mobilità sociale e un futuro non fondato sul debito" (non è dato sapere se l'elencazione dei destinatari sia gerarchica, ma non sembra senza significato che imprenditori e professionisti vengano prima dei lavoratori, dipendenti pubblici inclusi) e "alle forze civiche e all'associazionismo che operano ogni giorno nei territori e cercano uno spazio politico aperto e plurale in cui essere protagonisti".
Nel comunicato si indicavano i punti cardine del nuovo progetto politico: liberalismo ("Difendiamo la libertà della persona e dell'impresa da uno Stato che pretende di sostituirsi a entrambe, e chiediamo allo stesso tempo un apparato pubblico capace di fare bene le poche cose che gli competono: sicurezza, giustizia, regole certe, opere pubbliche"), riformismo ("Non è un’eredità ideologica: è la volontà di cambiare ciò che non funziona - pubblica amministrazione, fisco, giustizia, formazione - con proposte verificabili e tempi certi, senza aspettare il crollo del sistema") e ovviamente - vista la storia politica - federalismo ("una forma di organizzazione efficiente dello Stato, non una rivendicazione territoriale né una spinta separatista. Significa attribuire competenze a chi sa esercitarle, misurare i risultati, premiare la capacità amministrativa e compensare i divari, superando il metodo delle intese concesse a pezzi e bocconi").
Tra i pilastri del progetto (Libertà e Responsabilità; Federalismo della Responsabilità; Europa Protagonista e Occidente Sicuro; Ricchezza e il Lavoro come Beni Comuni) non sfugge il riferimento alla collocazione "saldamente ancorat[a] all'Alleanza Atlantica e al fianco dell'Ucraina, perché non vi è libertà senza sicurezza e difesa del diritto internazionale" (nel comunicato iniziale si annunciava anche l'iniziativa "Antenna Ucraina", vale a dire "una presenza stabile nel Paese, con una propria delegazione e corrispondenti permanenti [...] per costruire relazioni durature, ascoltare e raccontare senza filtri ciò che accade", nella convinzione che dall'Ucraina passi "una parte decisiva del futuro dell’Europa, la frontiera della sicurezza euro-atlantica e il luogo dove si misura il diritto di un popolo a difendere la propria indipendenza". Non appare affatto un caso, quindi, che il neonato simbolo di Alf sia apparso sul manifesto della manifestazione "Per l'indipendenza ucraina" - svoltasi a torino il 29 agosto scorso - accanto a quello di forze politiche nettamente schierate a favore dell'Ucraina, in particolare Spazio Pubblico, Azione, +Europa, Partito liberaldemocratico, Italia viva, Ora!, Europa radicale e Volt, insieme all'associazione Adelaide Aglietta (in seguito una nuova locandina ha aggiunto i simboli di Pd, Europeisti, Psdi-Preti, Avanti-Psi e Federazione giovani socialisti). 
Quando il 3 settembre Claudio Velardi, direttore del Riformista, ha pubblicato un editoriale-apppello in cui ha dichiarato elettoralmente morto il centro (soprattutto a causa dell'impostazione della legge elettorale in discussione e della presenza, in alternativa ai due principali schieramenti, di "ceto politico rissoso e diviso, impegnato più a contarsi che a contare, più a cercare una collocazione che a elaborare una proposta") mentre ha sottolineato il perdurante valore di un centro come "punto in cui spinta e mediazione si incontrano. Un centro senza nostalgie democristiane e senza partiti da fondare, senza federatori e senza federati. Un luogo di elaborazione, non di collocamento", la prima risposta è arrivata da Andrea Marcucci del Partito liberaldemocratico: tra due coalizioni in cui "comandano gli estremi, mentre i cosiddetti moderati sono relegati in secondo piano, spesso con le marsine", il primo invito è stato rivolto a Luigi Marattin, Carlo Calenda e Pina Picierno ("smentiamo Claudio Velardi con i fatti"), proponendo "una linea di buon senso, dichiaratamente occidentale ed europeista; [...] una politica economica liberale e rigorosa; [...] una giustizia equilibrata, civile e garantista", facendolo al centro, senza "continuare a dividerci o, peggio ancora, accomodarci altrove". 
 
 
All'appello di Marcucci avrebbe risposto Calenda con un'apertura, come si deduce dal post di Crosio sui canali social di Alf: il riferimento all'offerta del "federalismo della responsabilità", della "cultura di chi sa che ogni decisione ha un costo, tempi certi e un responsabile" e della "vicinanza a chi produce, lavora e rischia ogni giorno in proprio", insieme al netto schieramento a fianco dell'Ucraina, sembra avvicinare davvero molto il nuovo soggetto politico ad Azione e al suo leader. Quasi a rimarcare ulteriormente la distanza tra queste posizioni e quelle della Lega per Salvini premier, ma anche una parte significativa di quelle della Lega Nord (potendosi trovare più affinità - ma non sempre e non su tutto - con quelle della Lega nelle amministrazioni locali). Non è scontato che il simbolo dell'Area liberale federalista finisca sulle schede, ma di certo sta concorrendo a farsi notare (non certo dal punto di vista visivo, essendo la grafica tanto pulita quanto elementare) agli occhi di chi osserva l'evolversi della politica con attenzione.