Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo -
inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme
istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per
il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore
non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione.
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua:
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano).
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano).
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno:
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà.
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale.
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente").
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti,
non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione
imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania
solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero
l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati -
che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si
facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i
primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di
vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista
(La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere.
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier.
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione. A più di qualcuno mancherà (magari anche a chi si è sentito, a torto o a ragione, tradito), altri non lo rimpiangeranno; difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.


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