giovedì 16 luglio 2026

La guida al Parlamento (tra storia, problemi e futuro) firmata da Curreri

Ciò che è accaduto negli ultimi giorni alla Camera, con il primo passaggio parlamentare della riforma elettorale voluta dal centrodestra, quasi improvvisamente riportato l'attenzione sul Parlamento. Ciò dovrebbe essere naturale, considerando che la discussione riguardava le regole per accedere alla competizione e per trasformare i voti in seggi, ma la bocciatura per un voto dell'emendamento di Fratelli d'Italia in materia di preferenze (anzi, per due voti, perché anche in caso di pareggio sarebbe stato respinto, come prevede la procedura alla Camera), con il ritorno alla caccia ai franchi tiratori, ha costretto più di qualcuno a ricordare che l'istituzione parlamentare non va data per scontata, anche quando la logica dei numeri sembra dire tutt’altro. 
Proprio per approfondire meglio la conoscenza delle nostre Camere, inclusi i loro evidenti problemi di funzionamento, è molto utile un libro uscito da poche settimane. Il Parlamento: marginale o centrale? è stato scritto da Salvatore Curreri, professore ordinario di diritto costituzionale all'università "Kore" di Enna; il volume fa parte della collana del Mulino "Riscoprire le istituzioni", diretta dal comparatista Francesco Clementi è volta a presentare in modo accessibile è adeguato le istituzioni principali, nazionali ma anche europee (un volume, scritto da Claudio Martinelli, è per esempio dedicato al Parlamento Europeo). Il libro sul Parlamento è interessante anche e soprattutto per chi non ha all'attivo studi di diritto costituzionale, ma esercita con continuità la curiositas per il funzionamento della cosa pubblica, senza rassegnarsi nel vedere ciò che non va (o che, ai suoi occhi, sembra funzionare male); anche chi è avvezzo al diritto pubblico, però, trova senz'altro dettagli rilevanti per completare il quadro e le opinioni dell'autore contribuiscono a stimolare la riflessione.
 

Qualche passo nella storia 

Curreri offre opportunamente in apertura una breve storia dell'istituzione parlamentare, partendo dalle assemblee medievali che non è corretto assimilare ai Parlamenti di oggi (per la loro scarsa rappresentatività e stabilità ed essendo sprovviste di reali poteri). L'emersione di organi composti da delegati (delle comunità territoriali, dei ceti o ambiti sociali) conobbe una battuta d'arresto con l'avvento dello Stato assoluto, ma all'emergere della crisi di questo riguadagnò terreno: il Parlamento, sempre più di chiara natura elettiva, divenne un elemento fondamentale del nuovo Stato liberale, in tempi, modi e forme diverse nei vari territori (per rendersene conto basta confrontare le esperienze e le "rivoluzioni" del Regno Unito, degli Stati Uniti d'America e della Francia). In Europa il rafforzamento delle assemblee parlamentari si connotò per due aspetti fondamentali: il venir meno del vincolo di mandato (anzi, il consolidarsi del divieto di prevedere che le persone elette debbano o possano agire attenendosi strettamente alle direttive degli elettori) e il costituirsi - e il consolidarsi - del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, non essendo più sufficiente - divenendo quasi irrilevante - il rapporto tra esecutivo e capo dello Stato (si trattasse di un Sovrano o di un Presidente della Repubblica). 
Il libro si concentra poi sull'origine delle istituzioni parlamentari italiane, prima nel regno di Sardegna, poi nel regno d'Italia sempre sotto la dinastia dei Savoia: la struttura bicamerale nacque allora, ma con significative differenze rispetto all'assetto attuale; queste riguardavano soprattutto il Senato (allora di nomina regia e con mandato a vita, per questo destinato ad avere via via meno potere rispetto alla Camera - ma anche le competenze e aspetti organizzativi rilevanti. Già guardando a quelle origini, peraltro, emerge con chiarezza il peso delle norme sulla formazione delle assemblee, in altre parole della legge elettorale, dalle regole sul diritto di voto (che all'inizio escludevano, oltre alle donne, i soggetti analfabeti o con ridotta capacità economica) e poi a quelle sulla trasformazione dei voti in seggi (in origine basate su competizioni tra singoli in collegi uninominali a doppio turno, sul calco dell'esperienza francese). In quel periodo il Parlamento si rafforzò a scapito del Re, ma si assistette anche al rafforzamento del Governo, soprattutto attraverso istituti quali la questione di fiducia (allora allo stato embrionale), il decreto-legge (allora "ordinanza di necessità o di urgenza") e la delega legislativa, tutti ancora ben noti a chi studia il diritto costituzionale o semplicemente si accosta alle cronache politiche (come, del resto, l'ostruzionismo e il trasformismo parlamentare, nati in Italia proprio nell’800). 
L'ampliamento della composizione della Camera, anche per la progressiva estensione del Regno d'Italia, e le riforme che via via allargarono il novero degli aventi diritto al voto (fino al suffragio quasi-universale maschile del 1912 e a quello universale maschile del 1918), insieme all'avvento del sistema proporzionale (nel 1919) cambiarono sensibilmente il volto del Parlamento, aprendo le porte ai primi veri partiti di massa, alle idee da questi professate e, in via mediata, ai cittadini che si riconoscevano in quei partiti e nei loro simboli: questi ultimi, non a caso, vennero previsti dalla legge elettorale nel 1912 e divennero obbligatori nel 1919, per contrassegnare i candidati vicini o "iscritti a un partito di cui - scrive Curreri - condividono il programma politico, per questo raggruppati nelle corrispondenti liste elettorali e, in forza di tale appartenenza partitica, eletti in collegi plurinominali grazie ai voti di preferenza ricevuti dagli elettori; elettori che, prima ancora che per la persona, votano [...] per il partito e le sue idee politiche". 
Non è dunque un caso che, tra il 1920 e il 1922, il regolamento della Camera sia stato modificato per organizzare la struttura e i lavori dell'assemblea sulla base dei neonati gruppi parlamentari, sorti su base politica: fin da allora si iniziò a familiarizzare con il loro valore e con le regole per la loro costituzione (deroghe incluse), tuttora oggetto di dibattito, come si è visto anche assai di recente; la frammentazione politica del Paese e della rappresentanza parlamentare, però, generò una grave instabilità politica che finì per indebolire il Parlamento stesso, spianando di fatto la strada all'avvento del fascismo, che via via annichilì ed esautorò del tutto il circuito parlamentare. Deposto Mussolini, stipulato il "patto di Salerno" di tregua istituzionale e - dopo la Liberazione - impostata la "ripartenza" dell'Italia con la decisione di scegliere il nuovo regime (monarchia o repubblica) con un referendum e al contempo di eleggere l'Assemblea costituente, l'istituzione parlamentare rivisse in parte in quest'ultimo organo, quanto alla natura di luogo di confronto tra gli eletti riferiti a forze politiche diverse (il potere legislativo era ancora temporaneamente nelle mani del governo) e riprese del tutto vigore dopo le elezioni del 18 aprile 1948.
 

Il Parlamento in Italia 

Ripercorse le origini dell'istituzione parlamentare, Salvatore Curreri apre il secondo capitolo prendendo in analisi il tratto caratteristico della nostra esperienza, vale a dire il bicameralismo paritario indifferenziato, con "le due Camere poste sullo stesso piano e dotate degli stessi poteri". L'autore ripercorre le ragioni che portarono a quella scelta (maggiore ponderazione nelle decisioni e reciproco controllo, ma anche evitare che una forza politica o un blocco conquistasse l'unica aula eventualmente prevista), mentre altrove il bicameralismo oggi si giustifica soprattutto con l'esigenza di rappresentare al centro e in un'assemblea le autonomie territoriali - specie negli Stati federali - ma con una posizione differenziata tra le due assemblee; in Italia, invece, i due rami del Parlamento si distinguevano per poche differenze (alcune delle quali - come la diversa durata e l'età minima degli elettori - sono state rimosse con riforme costituzionali e altre, come l'elezione su base regionale, non sono state valorizzate e sviluppate dal legislatore stesso. Secondo Curreri, le ragioni alla base della scelta compiuta dai costituenti "sono ora superate, ora ingiustificate": niente più rischi di "tirannide" di una Camera sull'altra, a fronte di un concreto appesantimento dei procedimenti parlamentari (senza un miglioramento della qualità delle disposizioni) e di problemi seri in caso di maggioranze disomogenee tra Montecitorio e Palazzo Madama; non può però ritenersi una soluzione a quei problemi il monocameralismo di fatto, per cui spesso su un testo normativo - anche di gran rilievo, come un decreto-legge da convertire o una legge di bilancio - un'assemblea si esprime apportando modifiche e l'altra si limita a ratificare senza toccare palla.
Il libro prosegue con le pagine - assolutamente da non tralasciare - sui caratteri fondamentali del Parlamento (in Italia, certo, ma anche altrove), a partire dalla sua autonomia, iniziando da quella di stabilire le proprie norme di funzionamento, tutto meno che "solo tecniche", anzi, realmente determinanti (al punto che le modifiche di queste "regole del gioco" vanno approvate a maggioranza assoluta, anche se la facilità nel raggiungerla dipende molto, ancora una volta, dalle leggi elettorali): Curreri cita giustamente l'impostazione filo-consociativa dei regolamenti parlamentari del 1971, la limitazione del voto segreto nel 1988, l'introduzione del contingentamento dei tempi nel 1990 e le prime forme di "statuto dell'opposizione" delineate nei secondi anni '90, ma gli esempi in cui il peso delle norme è risultato e risulta fondamentale possono essere molti altri (basti pensare, di nuovo, alle norme dei regolamenti sulla formazione di gruppi e componenti politiche, spesso citate qui per le varie riforme e per alcuni episodi notevoli - ben noti all'autore del libro, a chi scrive e a chi frequenta questo sito - di cui il sorgere della componente di Futuro nazionale è solo l'ultimo episodio). Ricorda giustamente Curreri come spesso le norme regolamentari siano state riformate senza toccarle, semplicemente in via interpretativa (per opera della Giunta per il regolamento o del Presidente in carica): ciò mostra in modo tangibile la natura intrinsecamente politica del diritto parlamentare, ma palesa anche i rischi di deroghe decise di fatto a maggioranza, non necessariamente a favore delle opposizioni (e - ci si permette - nemmeno della prevedibilità e ragionevolezza delle soluzioni giuridiche). Non meno importanti sono l'autonomia nella convalida degli eletti (la "verifica dei poteri", onde evitare intromissioni indebite, anche se a volte ciò è avvenuto a prezzo di qualche forzatura), l'autonomia amministrativa e di bilancio, l'autodichia (cioè il potere di giudicare i contenziosi riguardanti i propri dipendenti, cercando di garantire - e non è proprio semplice - il massimo d'imparzialità e terzietà possibile) e l'immunità di sede (nemmeno le forze dell'ordine possono entrare se non sono autorizzate dal Presidente). 
Curreri ricorda poi le prerogative dei singoli membri delle Camere, negando che si tratti di privilegi ingiustificati, ma di strumenti per esercitare in pieno la funzione parlamentare: a questo, e non ad altro (al netto di ogni valutazione politica che comunque c'è), dovrebbero servire l'insindacabilità (un deputato o un senatore non sono responsabili - in nessuna sede - per le opinioni espresse e per i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni, tutelando la libertà di critica e denuncia politica della persona eletta, purché ci sia un "nesso funzionale" tra le opinioni espresse o gli atti compiuti e l'attività parlamentare), l'inviolabilità penale (mentre il singolo parlamentare è in carica, la sua Camera di appartenenza è chiamata a esprimersi quando è in discussione la libertà personale, di domicilio o di comunicazione di quello stesso eletto; dal 1993 non è più prevista l'autorizzazione per sottoporre un parlamentare a procedimento penale), l'indennità parlamentare (fondamentale perché un parlamentare non sia facilmente condizionabile) e il già citato divieto di mandato imperativo. Questa prerogativa consente ai deputati e ai senatori di rappresentare la Nazione e agire per conto di questa (e di scegliere secondo ciò che è ritenuto opportuno per la stessa), non di coloro che lo hanno votato: votare in modo difforme dalle indicazioni del partito o del gruppo oppure lasciare il gruppo stesso - dando corpo al fenomeno, ben noto a Curreri, del transfughismo - senza che si debba perdere il seggio o pagare una penale non è di per sé sun tradimento degli elettori, ma un modo per consentire un esercizio più libero del mandato. 
Pagine rilevanti sono dedicate anche ai Presidenti delle Camere (cui spetta un ruolo di garanzia e imparzialità - lo mostra anche l'obbligo di consultazione da parte del capo dello Stato prima dell'esercizio del potere di scioglimento parlamentare - pur essendo spesso espressione della maggioranza: l'autore giustamente segnala i poteri che più esprimono il ruolo politico di tali cariche, come la predisposizione del calendario dei lavori o l'interpretazione dei regolamenti) e ai gruppi parlamentari, "anima dell'organizzazione e del funzionamento delle Camere", pensati come proiezione dei partiti in Parlamento e con vantaggi legati alla loro costituzione (perciò le norme sulla loro nascita, sopravvivenza e scioglimento, più o meno coordinate con le leggi elettorali, sono così rilevanti). Non si trascura nemmeno l'organizzazione interna dei lavori, tra commissioni (permanenti, temporanee o speciali, monocamerali o bicamerali), giunte e comitati, nonché il ruolo della Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari ("capigruppo"), specie nella programmazione dei lavori.
 

I compiti del Parlamento 

Il terzo capitolo si occupa dei compiti del Parlamento, a partire dalla necessità di "dare rappresentanza alle opinioni politiche degli elettori": inevitabilmente Curreri richiama l'importanza essenziale, oltre che della conoscenza del sistema politico, delle norme elettorali e della formula che trasforma i voti espressi in seggi, sottolineando pure - di nuovo, il volume è arrivato provvidenzialmente al tempo giusto - la portata dei cambiamenti di quelle regole (e l'emergere di "paletti" fissati dalla giurisprudenza costituzionale). Quanto al rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, in sede costituente si pensò di "razionalizzarlo" per ridurre l'instabilità, ma in concreto si rafforzò assai poco l'esecutivo e il ruolo del Presidente del Consiglio, per timore dello strapotere di una sola parte politica; certamente legge elettorale e regolamenti parlamentari - al pari delle norme costituzionali - incidono molto sulla forma di governo e sul contesto e sul funzionamento del rapporto di fiducia (vale ciò che è scritto e anche ciò che non è scritto: l'autore nota che la motivazione della mozione di sfiducia nella prassi avrebbe potuto assumere un valore costruttivo, se avesse contenuto l'indicazione di una nuova maggioranza e di un nuovo Presidente del Consiglio, ma così non è stato, così come dedica spazio all'evoluzione della questione di fiducia). Quanto al Parlamento come "fabbrica delle leggi", rileva la considerazione per cui nelle materie esplicitamente riservate alle Camere ci si attende che favorevoli e contrari "possano in modo aperto e trasparente confrontare le loro ragioni, assumendosene le responsabilità dinanzi agli elettori": per questo, quando una proposta, un emendamento o le ragioni alla base del sostegno o della contrarietà a questi non sono davvero esplicitate, a rimetterci è l'intera democrazia. Il capitolo prende in considerazione i vari procedimenti in cui il Parlamento è coinvolto, inclusi quelli più delicati (come la legge di bilancio) o che sempre più spesso richiedono un'interazione con l'Unione europea, così come passa in rassegna gli strumenti di controllo, inchiesta, attività informativa e ispettiva a disposizione di organi e singoli parlamentari, nonché degli atti di indirizzo (mozioni, risoluzioni e ordini del giorno), dal valore politico ma spesso - soprattutto gli ordini del giorno "che non si negano a nessuno" - assai poco incisivi. 
 

Ma cos'è questa crisi? 

Il capitolo più stimolante del libro, tuttavia, è inevitabilmente il quarto, intitolato "Anatomia di una crisi". Se già nelle pagine precedenti sono emersi alcuni contorni di ciò che non funziona (o non gira più per il verso giusto), è innegabile che occuparsi delle storture e delle patologie  per quanto poco edificante - sia sempre più sfidante rispetto alle ricostruzioni e alle illustrazioni, a patto di farlo in modo approfondito e non superficiale. Curreri ci riesce, anche perché mette in luce subito come la critica ai "limiti del Parlamento" sia tutto meno che una novità, così come non lo sono alcuni temi oggetto delle critiche; di più, l'età dell'oro della centralità delle Camere probabilmente non c'è mai stata, a meno di considerare tale - con qualche ragione, beninteso - i due decenni abbondanti del consociativismo e della conventio ad includendum (con il Pci "non utilizzabile" per i governi ma ben deciso a far valere il proprio peso in sede parlamentare, col riconoscimento delle forze di maggioranza pronte ad accordi e reciproche concessioni, non di rado costose). Certo, se in gran parte dell'occidente i Parlamenti hanno perso terreno rispetto agli esecutivi, anche a causa di un sistema politico assai più frammentato rispetto al passato (e comunque scollegato rispetto alla società) e di dinamiche di globalizzazione difficili da afferrare, in Italia ci sono ragioni e sintomi peculiari, che meritano attenzione e sforzi per migliorare il quadro.
Curreri insiste innanzitutto sulla trasformazione dei partiti - già evidenziata nell'intervista resa lo scorso anno a partire dalla sua contrarietà al voto disgiunto alle elezioni comunali - non di rado degenerata in una reale crisi: partiti d'opinione (quando va bene), spesso legati alla loro figura di guida, "con sempre meno iscritti e un elettorato sempre più volatile", attenti più alla comunicazione mediatica (non sempre fatta bene) che alla costruzione del consenso "attraverso la ramificazione territoriale" e spesso con un discreto deficit democratico interno. Ciò ha finito per aumentare sempre di più il tasso di astenuti (che si somma all'astensionismo involontario), per far emergere criteri discutibili nella scelta delle candidature, per indebolire la maggioranza parlamentare (che spesso è diretta dal governo, quando dovrebbe essere l'inverso) e per favorire il già citato fenomeno del transfughismo, al quale più di un governo deve la nascita, la sopravvivenza o la fine (i regolamenti parlamentari hanno cercato di scoraggiare almeno i suoi lati deteriori attraverso riforme apposite - per rendere più difficile la nascita di nuove articolazioni e penalizzare anche economicamente chi migra - in passato poco efficaci, più incisive ora). 
Uno spazio rilevante è occupato anche dalla decadenza del "Parlamento legislatore", sia per l'emergere di altre sedi di produzione normativa (Unione europea, Regioni, Province autonome, corpo elettorale coi referendum, Autorità indipendenti e - in un certo senso - Corte costituzionale), sia soprattutto per il ruolo intestatosi dal Governo: questo non è solo il promotore assolutamente predominante delle leggi approvate dalle Camere, ma è anche un instancabile emanatore di decreti-legge (erroneamente "normalizzati", anche quando è discutibile l'avverarsi di "casi straordinari di necessità ed urgenza") e spesso ricorre alla questione di fiducia (anche solo per accelerare i tempi), magari apposta a maxi-emendamenti che stravolgono - non di rado con una tecnica normativa discutibile - un testo già discusso, per non parlare dei decreti-matrioska che finiscono per contenere i testi di altri decreti non convertiti in tempo (una variante della reiterazione stroncata dalla Corte costituzionale negli anni '90). Tutto ciò, insieme alla prassi ricordata del monocameralismo (alternato) di fatto, non può che mortificare il Parlamento nella sua funzione principale (anche col concorso dell'opposizione che, più che ostacolare in tutti i modi possibili l'abuso della decretazione d'urgenza, cerca di inserirvisi per far approvare le proprie proposte sotto forma di emendamenti); lo stesso Parlamento, peraltro, fa la sua parte nell'approvare leggi di delega sostanzialmente "in bianco".
Non va trascurato nemmeno l'indebolirsi delle Camere come luogo in cui di fatto il Governo nasce, favorito da leggi elettorali che hanno messo almeno in parte nelle mani dei cittadini la formazione di una maggioranza: continua giustamente a non esistere un governo "votato dai cittadini", ma è vero che, come ricordato da Curreri, in concreto spesso il Parlamento - e, prima ancora, il Presidente della Repubblica - si è trovato a ratificare l'arrivo a Palazzo Chigi della figura di vertice della coalizione vincitrice (l'autore ha giustamente indicato come caso paradigmatico le elezioni del 2001, quando i simboli dei due poli principali contenevano il nome del rispettivo leader e qualcosa di simile sarebbe accaduto nel 2008, con i due partiti "a vocazione maggioritaria" delle due coalizioni in campo - Pdl per il centrodestra, Pd per il centrosinistra - che avevano inserito i cognomi di Berlusconi e Veltroni, indicati come capi delle coalizioni stesse). Quel principio è stato messo in crisi o all'origine, se dal risultato non emergeva un vincitore chiaro (come nel 2013 o nel 2018), o a valle, quando una crisi di governo non si risolveva in un ritorno alle urne (chiesto dal Presidente del Consiglio dimissionario) ma nella nascita di un nuovo esecutivo, non di rado di natura diversa dal precedente: pur trattandosi di soluzioni pienamente rispettose della Costituzione, sono state avvertite come "tradimenti della volontà popolare", concorrendo ingiustamente a far perdere popolarità al Parlamento (Curreri mette in guardia, invece, dal rischio di irrigidimento del sistema che si avrebbe con la revisione costituzionale per consentire l'elezione diretta del Presidente del Consiglio). 
L'autore giustamente segnala anche la necessità di recuperare la funzione espressiva ed educativa, oltre che di controllo, del Parlamento: il ruolo di "forum in cui gli interessi collettivi e i temi all'attenzione del Paese trovano espressione e diventano oggetto di confronto tra le forze politiche" non può spettare alla televisione - men che meno a singoli programmi, anche quando qualcuno li ha ribattezzati "la terza Camera" - o alla Rete, così come sarebbe giusto che le aule di Montecitorio e Palazzo Madama seguissero regole e tendenze diverse rispetto a quelle del piccolo o grande schermo o degli altri media, in cui sempre più spesso si grida e magari ci si cazzotta (e allora quanto aveva ragione Filippo Ceccarelli a parlare di "teatrone della politica"...). Non veicolerà concetti di diritto costituzionale, ma "Se non ci si parla, non ci si ascolta" è una delle frasi più importanti del libro. E se fare è quasi sempre più utile che parlare, qualche volta "sarebbe bastato parlare", ma nelle sedi giuste, per difendere il Parlamento: c'è chi - come il Presidente della Repubblica - in più occasioni pubbliche o riservate l'ha fatto, altri - come i Presidenti delle Camere e, in certe occasioni, la Corte costituzionale - avrebbero potuto farlo di più e meglio. 
 

Come parlamenteremo? 

Il volume si chiude guardando avanti, domandandosi come potrebbe il Parlamento reggere "alla prova dei tempi e [...] reagire alla pericolosa tendenza" che ne ha eroso la centralità. Certamente, secondo Curreri, non dovrebbe restare uguale a se stesso. Sul piano delle riforme - continuando un discorso avviato su questo sito recensendo l'ultimo libro di Peppino Calderisi - occorre valutare soluzioni che colmino il "deficit di governabilità" originato dalla mancata attuazione del ben noto "ordine del giorno Perassi" (da cui era partito, tra gli altri, Andrea Manzella per una sua riflessione qualche anno fa): nel libro però si sottolinea l'importanza di non trasformare il rafforzamento dei poteri del Governo il baricentro del sistema compromettendone l'equilibrio (a danno delle Camere), così come nessuna riforma elettorale - pur volendo legittimamente ridurre la frammentazione e l'instabilità - dovrebbe mai sacrificare la rappresentatività sull'altare della governabilità. Nell'ottica di rafforzare, oltre al Governo, anche i contropoteri, Curreri propone di far instaurare il rapporto di fiducia con una sola Camera (con un ruolo di controllo maggiore per le opposizioni), trasformando l'altra assemblea in sede di rappresentanza delle autonomie territoriali (molto più "pubblica" e "trasparente" dell'attuale Conferenza Stato-Regioni e maggiormente in grado di "federare" livello nazionale e locale, come la prima Camera dovrebbe continuare a fare con il livello europeo). 
Non sarebbe inutile fare altri passi per regolare in modo più consistente per legge la "democrazia nei partiti" (anche se non sarebbe risolutivo), ma occorrerebbe soprattutto lavorare sul "problema della scelta degli eletti da parte degli elettori" (non si tratta solo della disputa sulle preferenze o su altre forme di scelta, ma di un tema di qualità del personale politico), sul finanziamento ai partiti (che andrebbe "coraggiosamente sottratto all'onda populista che ne ha travolto la natura costituzionale") e su ulteriori strumenti di partecipazione (incluso il referendum propositivo). Quanto ai regolamenti parlamentari, occorrerebbe dividere nettamente i compiti della maggioranza (sostenere e pungolare il governo) e dell'opposizione (controllare e prepararsi, eventualmente, a governare), "in un'ottica di contestuale e bilanciato rafforzamento dei loro rispettivi poteri": costituzionalizzare i limiti alla decretazione d'urgenza, prevedere il voto a data certa per i disegni proposti dal Governo, più spazi riservati e strumenti di controllo per l'opposizione permetterebbero di giungere al risultato. Non manca una riflessione sul possibile impiego ulteriore delle tecnologie (inclusa l'intelligenza artificiale) nella vita parlamentare, anche solo per migliorare l'accessibilità per i cittadini a documenti e informazioni. 
Resta, su tutto, la necessità di un "salto culturale": per Curreri, al Parlamento si chiede di "trasformarsi dal principale detentore del potere legislativo in organo di indirizzo legislativo e di controllo sull'attività normativa e sull'azione del Governo, privilegiando la qualità sulla quantità della legislazione". Occorre che tanto la maggioranza quanto l'opposizione s'impegnino per raggiungere questo risultato, per non rischiare di essere (ulteriormente) complici dell'inabissarsi dell'istituzione parlamentare. Chi frequenta queste pagine per interesse verso i simboli di partito e i contrassegni elettorali non può non avere a cuore la salute e il destino del Parlamento, vale a dire l'istituzione alla cui base ci sono le elezioni e lo spazio in cui l'azione dei soggetti politici che si distinguono coi simboli dovrebbe essere maggiore. Le riforme di cui Salvatore parla meritano di essere considerate con attenzione, senza paura e con uno sguardo lungo: sarebbe utile per tutti inaugurare una stagione di riflessione per assicurare un futuro migliore al Paese che accomuna persone che la pensano in modo molto diverso, ma ha bisogno di tutte loro.

lunedì 13 luglio 2026

Regionali 1980, un (nuovo) pugno sulla scheda (di Anselmo Roveda)

Ricevo e volentieri pubblico l'articolo che segue, inviato da Anselmo Roveda: oltre a qualificarsi come #drogatodipolitica, mi ha spiegato di amare "indagare gli intrecci tra immaginario, rappresentazione e realtà", il tutto principalmente dal punto di osservazione della letteratura. Lo ringrazio per l'attenzione dedicata a questo sito - oltre che all'argomento - e auguro buona lettura.  
 
L'8 e il 9 giugno 1980 sulle schede per le elezioni regionali di quell'anno - all'epoca le consultazioni per le assemblee dei diversi livelli amministrativi locali, cioè Regioni e gran parte di Province e Comuni, si tenevano contemporaneamente su tutto il territorio nazionale - le elettrici e gli elettori trovarono un simbolo inedito, almeno nelle sue peculiarità: un pugno chiuso, della mano sinistra, stilizzato e arrotondato, in un nero pieno; polso e palmo erano ben staccati dalle dita serrate, pollice compreso. Era il simbolo della Lega socialista rivoluzionaria, una piccola ma agguerrita formazione comunista, di tradizione trotzkista, nata su scala nazionale nel 1976 dando continuità a esperienze di dissidenza rispetto al percorso dei Gcr, cioè i Gruppi comunisti rivoluzionari. 
Questi ultimi erano la principale organizzazione trotzkista italiana, attiva fin dal secondo dopoguerra con dirigente Livio Maitan; i gruppi nel 1979 cambiarono nome in Lega comunista rivoluzionaria     per poi confluire, dieci anni dopo, nell'esperienza di Democrazia proletaria (e quindi, con quest'ultima, concorrrere alla nascita di Rifondazione comunista). 
Le esperienze di dissidenza alla base della Lega socialista rivoluzionaria, invece, avevano preso avvio dal napoletano Gruppo rivoluzione permanente, sorto qualche anno prima, e dall'incontro di quest’ultimo con altri militanti e gruppuscoli.
Il pugno di Lsr fu presentato solo in quattro Regioni, tra le più popolose d'Italia (Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania), e riuscì a raccogliere su scala nazionale circa 6000 voti; così ripartiti: 1143 in Piemonte (0,04%), 1086 in Lombardia (0,02%), 2140 in Lazio (0,07%) e 1651 in Campania (0,05%), senza peraltro ottenere nessun eletto, perché lo 0,02% a livello nazionale anche nelle varie regioni rimase lontanissimo da percentuali utili per l'ottenimento di un seggio (come si può notare scorrendo i dati offerti dall'Archivio Eligendo, messo a disposizione dal Ministero dell'Interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali - Direzione centrale per i servizi elettorali). Ad eccezione di sporadiche apparizioni a consultazioni comunali - per esempio a Torino - degli stessi anni, quella alle regionali del 1980 fu l'unica apparizione di qualche rilievo del pugno stilizzato sulle schede elettorali, sebbene l'organizzazione sia vissuta fino al 1990 per poi trasformarsi in Sr - Socialismo Rivoluzionario e allontanarsi presto dal trotzkismo.
Il pugno chiuso di Lsr, come detto, presentava peculiarità tali da differenziarlo da altri "pugni" comparsi sulle schede elettorali o nei simboli dei partiti. Il pugno chiuso, infatti, da sempre connotava la storia e la simbologia del movimento operaio e socialista internazionale, nonostante godesse - se non come saluto - meno fortuna di altri simboli d'area (falce e martello, con o senza libro; rose o altri fiori; tre frecce; globo terrestre; sole nascente; stretta di mano) finiti in grafica. Per l’esperienza italiana basti pensare allo storico utilizzo della "rosa nel pugno", segno perfettamente mutuato dal partito socialista francese, da parte del Partito radicale e da cartelli elettorali d'area. 
Oppure, spostandosi decisamente più a sinistra, si può pensare al simbolo di Lotta continua: il suo nucleo grafico era costituito da un pugno alzato composto dalle stesse lettere del nome dell’organizzazione. La mente può andare anche al pugno chiuso alzato, realistico e di mano destra, che contraddistinse per tutta la sua esperienza politico-elettorale - insieme a un globo terrestre reticolare e a falce e martello, anche se all'inizio al posto di quest'ultimo era stata utilizzata una tenaglia - il simbolo di Democrazia proletaria
Si può anche evocare, volendo, il pugno destro serrato che aveva contraddistinto l'esperienza del cartello elettorale Nuova sinistra unita, organizzato proprio da Dp e altre forze politiche per presentare liste alle elezioni parlamentari del 1979 o, ancora, il simbolo della citata Lcr, peraltro presente anche sulle stesse schede elettorali regionali del 1980: qui i pugni inseriti nel cerchio erano addirittura due e brandivano, rispettivamente, uno la falce e l'altro il martello, insolitamente raffigurati in prospettiva.
Le peculiarità del pugno della Lega socialista rivoluzionaria, con la sua stilizzazione, vanno ricercate nelle relazioni che l’organizzazione italiana intratteneva sul piano internazionale. La Lsr, infatti, era allora strettamente in dialogo con la corrente trotzkista del dirigente argentino Nahuel Moreno (1924-1987): sia i partiti sudamericani (per esempio i due distinti Partido Socialista de los Trabajadores, uno in Colombia e l’altro in Argentina) sia l'organizzazione internazionale (Lit-Ci, Liga internacional de los trabajadores - Cuarta internacional) che facevano a lui riferimento adottavano un analogo pugno sinistro stilizzato. Tempo qualche anno e sarebbe sbarcato in Italia, per emergere in modo netto da schede e manifesti.

venerdì 10 luglio 2026

Nomi, simboli e grafiche: discussioni sganciate dalla legge elettorale?

Sarà che in politica di poesia e di eleganza ce n'è sempre meno (mentre di drammi di qualunque tipo c'è crescente abbondanza), ma viene spontaneo richiamare almeno per la terza volta in questo sito una delle frasi centrali del soliloquio di Giulietta immaginato da Shakespeare, "What's in a name?", per cercare di riflettere questa volta sulla scelta dell'etichetta che dovrebbe darsi la principale coalizione alternativa al centrodestra italiano. A tacere del fatto che, procedendo con la citazione shakespeariana - "Quella che chiamiamo rosa, anche con altro nome avrebbe il suo profumo", per usare la traduzione di Salvatore Quasimodo - si finisce subito in ambito simbolico, pensando a radicali, socialisti, (pi)diessini e dintorni, quindi il terreno si fa subito insidioso.
In ogni caso, basta avere dato uno sguardo anche distratto agli articoli o ai servizi proposti dai media nei giorni scorsi, ma anche sui profili e sulle pagine social, per essersi imbattuti in dichiarazioni, prime dispute, commenti, analisi e retrospettive sulle possibili denominazioni della traduzione politico-elettorale del centrosinistra a trazione Pd-Avs-M5S, con un necessario punto di ancoraggio anche al centro. Se da tempo l'etichetta "campo largo" viene usata e rimbalzata "a ondate", tra mille dubbi (amche sulla sua effettiva larghezza, dunque su quali forze ne facciano parte), la proposta di Giuseppe Conte (MoVimento 5 Stelle) di chiamare la coalizione "Alleanza per la Costituzione e la democrazia", con il verde Angelo Bonelli che ha subito proposto due alternative ("Alleanza per la pace e per il lavoro" o "Alleanza per la pace e l'ambiente"), ha acceso immediatamente le discussioni e i colpi d'ironia, come se peraltro fossero mancati prima (il "camposanto" ne era solo uno degli esempi più noti). 
Allo stesso modo, lo sguardo e la memoria di chi segue il teatrone della politica italiana scena dopo scena si sono rapidamente tradotti in lunghi articoli che sono manna per i #drogatidipolitica, sempre pronti a cogliere occasioni per rievocare, riscoprire, confermare memorie e sentirsene sbloccare altre ("non ce la faccio, troppi ricordi!"). Per dire, il 2 luglio Tommaso Labate sul Corriere della Sera ha ripercorso i capitoli più significativi della "toponomastica interna" del centrosinistra italiano, "re-inaugurata con le coalizioni della Seconda Repubblica dopo lo sventurato precedente del Fronte popolare (in realtà si chiamava 'Fronte democratico popolare', comunisti e socialisti più qualche formazione minore) agli albori della Prima, nel 1948". E, a voler vedere la complessità per intero, bisognerebbe ricordare che il nome completo della lista del 1948 - almeno quello depositato al Ministero dell'interno - era "Fronte democratico popolare per la libertà, la pace, il lavoro".
Labate evoca lo "psicodramma in cui a sinistra si è sprofondati dalla caduta del Muro in poi ogniqualvolta toccava mettersi alla ricerca di un nome e mettere d'accordo tutti", richiamando innanzitutto la trasformazione del Pci in Pds e il lungo periodo in cui - prima che fosse svelato il nuovo futuro nome, Partito democratico della sinistra, e il simbolo realizzato da Bruno Magno - il partito in transizione era semplicemente "La Cosa" (mentre la Dc pochi anni dopo sarebbe tornata allo storico Partito popolare italiano, ma Labate lambisce con un cenno il destino dello scudo crociato, "finito nella matassa inestricabile di sentenze e controsentenze con protagonisti due carneadi della politica a cavallo tra i due millenni, Angelo Sandri e il leggendario Giuseppe Pizza detto 'Pino', che della difesa del baluardo aveva fatto una ragione di vita": qui le alleanze e i campi c'entravano poco, ma per i #drogatidipolitica sulle dispute sullo #scudoincrociato si torna sempre volentieri). Sempre nel centrosinistra si colloca la lunga stagione botanica, tra piante e fiori: se edera, rosa e garofano erano parte della storia, come lo divenne presto la quercia - o, a voler essere filologici, l'albero della sinistra - del Pds, arrivarono poi le alleanze e le federazioni-fusioni sotto le insegne dell'Ulivo, della Margherita, della Rosa (nel Pugno); eppure, come nota Labate, "nell'epoca in cui l’ambientalismo torna a ruggire quantomeno nelle coscienze dei più giovani, la botanica che ha soccorso il centrosinistra dagli anni Novanta scompare dai radar".
Al mondo dell'ambiente, in effetti, era legato anche l'arcobaleno a forma di emiciclo dell'Unione, vale a dire il simbolo - disegnato da AdvCreativi, la stessa agenzia che nel 1999 aveva concepito l'asinello dei Democratici - sotto le cui insegne il centrosinistra allargatissimo (una ventina di sigle) era riuscito a vincere le elezioni. Eppure... ricorda Labate che il nome e il simbolo dell'Unione non finirono sulle schede, tranne che "in una mini tornata di elezioni suppletive per la Camera andata in scena nel 2005 (gli eletti furono il romano Michele Meta e il calabrese Nicodemo Oliverio). In quello stesso giorno, nella stessa tornata di suppletive, si contesero due seggi per il Senato, vinti dall’allora dalemiano Nicola Latorre e dal dipietrista Massimo Donadi. Ma lì, per baruffe interne, avevano ripescato 'l'Ulivo', per l’ultima volta nella storia". 
In effetti l'Ulivo sarebbe tornato anche alle elezioni politiche del 2006 (alla Camera, come unione di Ds e Margherita che invece al Senato corsero separati), mentre la presenza più capillare dell'Unione era stata alle regionali dell'aprile del 2005 - dunque prima delle suppletive citate - anche se non in tutte le Regioni chiamate al voto: il simbolo, con o senza riferimenti alle singole regioni o ai candidati alla presidenza, si vide come contrassegno del "listino" regionale in Piemonte, in Lombardia, nelle Marche, in Abruzzo, in Campania, in Basilicata, in Calabria (e perfino in Liguria, ma con i colori dell'arcobaleno che tingevano la sagoma della Regione, senza traccia dell'emiciclo). 
Com'è possibile che il simbolo della coalizione fosse presente come "test" alle regionali del 2005 e non alle politiche del 2006 (fatta eccezione - bisognerebbe ricordarlo - per i collegi dell'Alto Adige in tandem con la Svp e nella circoscrizione Estero, peraltro con l'aggiunta del riferimento a Prodi)? Ciò non accadde per dimenticanza, ma - è tempo di entrare nel mood di chi per capire la realtà sa che occorre conoscere o ricordare le regole - semplicemente perché la legge elettorale approvata nel 2005 prevedeva solo l'uso dei simboli di lista, non anche delle coalizioni. Quando si era pensato al simbolo, lo spazio per utilizzarlo alle elezioni politiche c'era (soprattutto al Senato), qualche mese dopo è sparito e tanti saluti agli sforzi profusi. 
Poi è il caso di occuparsi dei nomi lasciando perdere i simboli, nel senso che tali non sono mai diventati (e anche con buone ragioni tecniche, come si vedrà più avanti). Così il fatto che la proposta di Conte usi la categoria dell'Alleanza riporta indietro di una ventina d'anni, a "un nome ufficializzato e poi scartato" e a una disputa, quella "tra Fed e Gad", sorta nel bel mezzo della XIV legislatura: da un lato la Fed, "la federazione dell’Ulivo", prosecuzione della lista Uniti nell'Ulivo che alle europee del 2004 aveva unito Ds, Margherita e Sdi (e anche i Repubblicani europei, a dirla tutta) e che per Labate era "embrione di quello che sarebbe diventato il Pd"; dall'altro lato la Gad, "Grande alleanza democratica", intesa come coalizione allargata dall'Udeur a Rifondazione comunista, ben lontana dall'idea di fondare un partito unico e di rendere omogeneo ciò che mai avrebbe potuto esserlo. Per Labate quella disputa "finì in un pareggio perché la Fed di fatto non si fece e la Gad cambiò nome in 'Unione', con cui poi il centrosinistra vinse le elezioni del 2006" (senza che, come detto, il simbolo apparisse). 
E sempre a proposito di nomi, per Labate "ci sono i nomi che finiscono nel dimenticatoio anche se sono formalmente utilizzati", come Italia. Bene comune, cioè la coalizione che ebbe Pierluigi Bersani come leader dopo le primarie del 25 novembre 2012: i #drogatidipolitica lo ricordano sicuramente, anche se - per lo stesso motivo visto prima - non avrebbero potuto trovarlo sulla scheda, visto che il sistema era imperniato sulla presentazione di liste o coalizioni di liste concorrenti, senza bisogno che le coalizioni avessero nomi o fregi visibili. 
Ci sono poi amche - sempre secondo Labate - i nomi "che restano nella storia pur essendo non ufficiali", a partire dalla "Cosa rossa" che nel 2008 aveva scelto Fausto Bertinotti come capo della forza politica, ma che sulle schede figurava come La Sinistra - l'Arcobaleno: questa sarebbe stata dimenticata da più di qualcuno forse anche per il suo essere rimasta fuori dal Parlamento, dando avvio a nuovi, continui cambi di nome e simbolo nell'area della "sinistra-sinistra" (come a suo tempo aveva gia ben raccontato Francesco Cundari nel suo libro Déjà-vu - all'interno della "tendenza spezzatino" - e come aveva lucidamente indicato Roberto Capizzi su questo sito). 
Sempre il 2 luglio, stavolta sulla Repubblica, è stata la sensibilità di Filippo Ceccarelli a cercare di raccontare - e non è facile, in effetti - "la smania di cambiare il nome" che si riscontrerebbe a sinistra e nel centrosinistra. Con una considerazione prognostica iniziale che lascia pochi dubbi: "Se è vero che i nomi sono conseguenza delle cose, la coalizione di centrosinistra, o l'ineffabile entità che con disperata pigrizia si continua a identificare in tal modo, è messa maluccio". Anche perché, se la proposta nominale di Conte non pareva pronta al decollo o "irresistibile", Ceccarelli ha provato ad avventurarsi - grazie anche ai suoi preziosi annales - in una ricerca nel recente passato, basandosi "sulla mancanza di originalità che grava in ambito progressista". Si riscopre così che proprio Bersani, due anni e mezzo prima di vincere le primarie, avrebbe coniato l'espressione "Alleanza per la Costituzione" nell'estate 2010, "con l'obiettivo di far fronte comune e liberarsi una buona volta da Berlusconi", ma che "solo a Rosy Bindi piacque l'idea"; l'espressione sarebbe tornata in qualche modo nei progetti di Giuseppe Fioroni, di Cesare Salvi e - dall'altra parte - di Margherita Boniver (stavolta contro la crisi economica); nel 2013 l'espressione sarebbe ritornata pronunciata da Stefano Fassina (al congresso di Sinistra italiana) e poi sarebbe stata impiegata contro le riforme costituzionali proposte dai "saggi" nominati dal governo Letta. 
Per Filippo, già da anni "a colpi di Ulivo, Gad, Fed, Unione, Italia bene comune e con simili titoli, l'opinione pubblica di sinistra veniva periodicamente sfiancata da un incessante vorticare di smanie auto-qualificative, sigle, ideuzze e paturnie di varia e prolungabile persistenza". E se qualcuno potrebbe non ricordare - si abbia una certa indulgenza, please - come il "dibattito filosofico tra il nome e la cosa" sia passato dal Cratilo di Platone fino a Le parole e le cose di Michel Foucault, non si può dimenticare come nel 2017 Antonio Ingroia avesse promosso - con Giulietto Chiesa - una sorta di "Alleanza per la Costituzione", chiamata però Lista del Popolo per la Costituzione ("contro Renzi - annota Ceccarelli - ma aperta al grillismo a quel tempo affluente e promettente").
Filippo nel suo articolo auspica che il nome dello schieramento elettorale di centrosinistra possa venire "da sé, o dal basso, o almeno dalla base, come si diceva in anni ormai lontani", ma riconoscendo ciò come impresa quasi impossibile, in tempi in cui ormai "la distanza con il vertice si è fatta vertiginosa, i partiti sono strutture ormai definitivamente oligarchiche, oppure personali, o di clan, o misteriose ed evanescenti, per cui ogni decisione è impossibile, troppi impicci, troppi rancori, troppe gelosie, troppi galli a cantare, figurarsi la fatica di scegliere un nome o l'altro". Il cocktail tossico tra "serio vuoto di ideali, parole e progetti" e "un deficit di creatività e di trovate" non destinate a consumarsi dopo la pubblicazione di un post renderebbe "la ricerca del nome una delle più noiose e inconcludenti pratiche su cui di tanto in tanto si accapiglia, nel desolato e nauseato disinteresse degli elettori, la ben nutrita tribù dei comunicatori" (e quella dei #drogatidipolitica non sta certo a guardare).
A parte che dai versi ottonari vergati da Michele Serra alla fine del 2025 e riportati pazientemente da Ceccarelli ("Per non dare l'impressione/ della prevaricazione/ ogni leader tocca temi/ che non destino problemi. [...] Quanto è buono il pollo al forno./ Però piace anche in padella./ Se si fredda lo riscaldo./ È un accordo molto saldo") qualcuno potrebbe cavare l'idea balzana di piazzare un polletto - come elemento unificante - nel mezzo di un simbolo circolare, che ricorderebbe subito una pietanza che sbuca dalla ruota del Pranzo è servito, il rischio di azzeccare nomi poco originali è sempre e comunque in agguato. 
All'inizio di dicembre, per dire, Bonelli aveva proposto Alleanza per l'Italia, eppure l'aveva fatto "dimenticando forse - ha sottolineato Labate - che il nome era stato usato da Francesco Rutelli per il suo ultimo partito". Nel cui simbolo, peraltro, coesistevano api (poi volate via) e fiori d'arancio, che forse Bonelli avrebbe apprezzato. Al di là di questo, però, l'aspetto più rischioso è proprio quello di apparire "forze concentrate sull’utilizzo dei vessilli, che siano Costituzione, pace o ambiente, con 'titoli' finalizzati troppo spesso contro qualcuno (che andrebbe anche bene, almeno relativamente), senza spiegare però per fare che cosa". Lo ha scritto ieri Antonio Bompani in un suo articolo su Linkiesta, rilevando quanto sia problematico trovarsi di fronte a un "grattacapo programmatico, composto di formule difensive da contrapporre ad avversari impliciti non meglio specificati, evitando di iniziare dal presentare un’idea di Paese che l’elettore possa immaginare concretamente", senza contare il rischio di richiamarsi alla Costituzione: "il terreno più unificante e meno divisivo possibile, condiviso almeno formalmente da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione", finirebbe per ridursi "a bandiera dell’approssimazione, da sventolare quando si è a corto di proposte" (oltre che per far passare il messaggio che chi sta al di fuori di quel recinto è contro la Costituzione).
Certamente gli stendardi e gli emblemi non stanno solo nei nomi (Bompani ne individua alcuni anche nell'ambito delle politiche pubbliche e sono altrettanto problematici), ma per il centrosinistra la questione dei nomi sembra davvero il modo più irragionevole di autosabotare ogni tentativo - gradito o meno - di costruire qualcosa. Posto che, come ha segnalato Bompani, "il vuoto di comunicazione positiva dettato da stendardi ed emblemi favorisce formazioni che si muovono agli estremi e che intercettano mancate risposte in senso positivo e propositivo" (ed è qualcosa di cui devono occuparsi anche nell'area della maggioranza di governo, temendo che avanzi chi parla "con un linguaggio diretto, riconoscibile, quasi fisico, a un elettorato che si sente escluso", a prescindere dalle soluzioni che offre), è un fatto che - come ha notato una settimana fa Chiara Geloni - la coalizione di centrodestra non abbia un nome e nessuno, a quanto pare, glielo chiede o ne sente il bisogno. 
Negli altri schieramenti le cose vanno diversamente, con accenti più o meno marcati (del resto, in passato c'è chi non ha mai accettato di essere etichettato come "terzo polo"); l'attenzione per il nome dell'alleanza nuova, però, potrebbe scemare del tutto - spostando quelle energie, magari, solo sui contenuti - se solo si considerasse che la legge elettorale in vigore lascia spazio solo per i contrassegni di lista e altrettanto fa quella in discussione alla Camera (abolendo per giunta i collegi uninominali, che comunque dal 2018 non prevedono i contrassegni dei singoli candidati, visto che questi sono legati a doppio filo alla lista o alle liste della coalizione). 
Diverso era il discorso alle elezioni regionali (quando la legge prevedeva la possibilità che un candidato presidente avesse tutti i simboli della coalizione o un contrassegno ad hoc) o alle elezioni politiche regolate dalla "legge Mattarella", che - come ha ben spiegato Peppino Calderisi nel suo libro Storia di una riforma mai nata - nelle schede dei collegi uninominali della Camera permetteva di inserire fino a cinque simboli accanto al candidato (ma poteva starcene anche uno solo, come avevano fatto i Progressisti e il Patto per l'Italia nel 1994 e come aveva fatto anche il centrodestra nel 1996 con il Polo per le libertà, un nome che - secondo Calderisi - non ha portato fortuna), mentre al Senato poteva starcene uno solo (e a volte certi nomi sono rimasti famosi anche senza finire sulle schede: provate a cercare le parole "Polo delle libertà" e "Polo del buon governo" sulle schede gialle del 1994 e non le troverete, ma i loro simboli c'erano eccome).  
Esclusa l'improbabilissima ipotesi che il centrosinistra - stretto, medio, largo o larghissimo che sia - scelga di correre con una sola lista (e unicamente in quel caso potrebbe anche avere senso immaginare un nome da inserire in un contrassegno), la corsa a più punte, cioè con più liste, rende poco utile continuare a discutere di nomi. Un nome non fa l'identità, elemento decisamente più importante. Per vincere, ma anche solo per esistere e agire meglio.

giovedì 9 luglio 2026

Firme digitali, esenzioni e simboli: intervista a Riccardo Magi (+Europa)

Martedì 14 luglio è prevista la ripresa dell'esame della riforma elettorale nell'aula della Camera, dopo la - finora unica - seduta del 26 giugno scorso, dedicata alla discussione sulle linee generali. Proprio in quella seduta, non è passata inosservata la protesta di Riccardo Magi, deputato e segretario di +Europa, richiamato all'ordine (e in seguito espulso dall'aula) per avere mostrato e poi strappato una maxi-riproduzione del fac simile della scheda elettorale cui era stata aggiunta la dicitura "Il tuo voto non conta". L'osservazione del deputato riguardava soprattutto le liste medio-lunghe bloccate e le multicandidature, ma uno degli ultimi passaggi del suo intervento riguardava la questione dell'accesso alla competizione elettorale, in particolare l'effetto combinato della scelta di non consentire la raccolta delle firme anche in formato digitale e di rimodellare le norme sull'esenzione dalla raccolta firme stessa. 
Nei prossimi giorni si discuterà di molti emendamenti al testo approvato dalla commissione Affari costituzionali il 24 giugno; anche Magi ha ripresentato i propri, in materia di raccolta digitale delle sottoscrizioni (emendamento segnalato) e di esonero dalla stessa. In attesa che il dibattito in aula riprenda, parliamo direttamente con lui delle proposte in materia, dei riflessi che potrebbero avere sui simboli e delle perplessità emerse finora, ma anche di altri aspetti non meno rilevanti della riforma elettorale in discussione. 
 
* * *
 
Riccardo, c'è qualche speranza che alle prossime elezioni politiche le firme per le liste si possono raccogliere anche in forma digitale o dovremmo limitarci ancora una volta alle firme raccolte ai banchetti o in comune? 
Per risponderti partirei dal traguardo raggiunto nel 2021, quando siamo riusciti a fare approvare, con un emendamento al "decreto semplificazioni", la raccolta firme in formato digitale senza bisogno di ulteriori autenticazioni per le richieste di referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare. E ci eravamo riusciti quando nessuno ci sperava: vado molto fiero di quel risultato perché siamo riusciti a ottenere l'approvazione all'unanimità di quell'emendamento in commissione nonostante l'avviso contrario del governo, che aveva chiesto una riformulazione del testo a mia prima firma che non accettai. Mi sento di dire che in quell'occasione il Parlamento ha fatto davvero il Parlamento, nel senso che ha valutato una proposta senza essere condizionato dal parere dell'esecutivo e di fatto il Parlamento ha avuto ragione: il modo in cui le cose sono andate ha dimostrato ha dimostrato che quell'innovazione che avevamo proposto non solo era opportuna, se non necessaria, ma era anche concretamente realizzabile. Allora c'era chi aveva paventato chissà quali cataclismi o coperture con quell'innovazione, invece si è dimostrato che la firma digitale è un sistema assolutamente sicuro, certificato, trasparente e legale. Per tornare alla tua domanda, posso dirti che +Europa e io personalmente speriamo davvero che si possa arrivare a questo sistema di sottoscrizione delle liste: vogliamo raggiungere questo obiettivo e stiamo lottando per questo, cercando di coinvolgere tutti, a partire dalle altre forze di opposizione, perché  si tratta di una questione di apertura del processo democratico, nella fase fondamentale dell'accesso alla competizione democratica, un momento che prescinde da ogni considerazione tecnica sulle formule elettorali da adottare, come sai molto bene. 
Lo sa bene anche chi frequenta questo sito...
Per noi la questione fondamentale è questa: chi può partecipare alla procedura elettorale e a quali condizioni. Noi siamo una democrazia parlamentare disgraziata, in cui la raccolta delle firme, pensata perché chi intende partecipare alle elezioni dimostri di non essere una lista di disturbo, viene puntualmente invece utilizzata come un ostacolo, di fatto segando le gambe a determinati avversari e soprattutto a chi sta fuori dal Parlamento, rendendo molto difficile anche solo l'accesso alla competizione. Con questo strumento, in pratica, alcuni partiti che stanno dentro le Camere si chiudono dentro e nascondono bene la chiave: si tratta di uno scenario inaccettabile, in nessun paese funziona così.
Andiamo per gradi, nel senso che la questione di cui parli presenta due aspetti, ugualmente problematici. Da un lato c'è la questione della raccolta firme, o meglio, del modo in cui le firme si raccolgono, ed è la considerazione da cui siamo partiti. Dall'altro lato ci sono le disposizioni che esentano alcune forze politiche dall'onere di cercare sottoscrittori e gli effetti sul grado di accessibilità alla competizione della combinazione civile delle regole sulla raccolta firme e sull'esonero da questa.
Da quest'ultimo punto di vista, noi come +Europa siamo un caso di scuola che fa emergere quanto le scelte in materia siano discrezionali e irragionevoli. Abbiamo partecipato con il nostro simbolo, da soli o in riviste composite, alle ultime due elezioni politiche e alle ultime due elezioni europee, ottenendo sempre ben più di 700000 voti, quasi sempre più di 800000, con una quota che a seconda dei casi è stata sopra il 3% o poco al di sotto, eppure con le modifiche introdotte dal disegno di legge in discussione ci viene chiesto di dimostrare la nostra consistenza, di provare con la raccolta firme che non siamo una lista di disturbo; in compenso, ci sono partiti come Noi moderati, contro i quali naturalmente non ho nulla, ma è un fatto che pur avendo raccolto meno di un terzo dei nostri voti, hanno avuto la possibilità di formare due gruppi parlamentari grazie agli eletti nei collegi uninominali e al prestito di parlamentari da altre forze politiche di maggioranza...
... Soprattutto al Senato...
Già, con il risultato che, pur avendo Noi moderati raccolto molti meno voti rispetto a +Europa, a loro non è richiesto di dimostrare la serietà della candidatura mentre a noi sì. Ecco perché contesto l'avere adottato la formazione di un gruppo parlamentare all'inizio della legislatura come criterio per esonerare dalla raccolta delle firme: potrebbe andare bene con un sistema proporzionale puro, ma ha molto meno senso, anzi, diventa perfino problematico in un sistema basato almeno in parte sui collegi uninominali e in cui è possibile il prestito dei parlamentari. Ecco perché noi, accanto alla raccolta delle firme in formato digitale, avevamo proposto di affiancare alla costituzione del gruppo anche altri criteri, basati sui voti ottenuti alle ultime elezioni politiche, vale a dire un parametro assolutamente oggettivo.
Hai parlato anche in commissione della questione del prestito dei parlamentari, ma lì qualcuno ti ha fatto notare implicitamente che la componente di +Europa è nata anche grazie all'adesione di Luca Pastorino, che faceva riferimento a èViva: come commenti quest'osservazione? In più, come criterio per l'esenzione potrebbe andare bene anche l'iscrizione al Registro dei partiti politici con presenza in Parlamento al momento dell'indizione del voto, come proposto in un emendamento di Futuro nazionale?
Ti rispondo che servirebbe soprattutto un criterio che si basi sul consenso raccolto alle ultime elezioni politiche, unico dato certo e oggettivo: se si vuole esonerare chi ha costituito un gruppo lo si faccia pure, ma si esoneri anche chi ha preso almeno 500000 voti veri, cioè una lista il cui simbolo è stato scelto inequivocabilmente da almeno 500000 persone. Quanto a Pastorino, ricordo è stato eletto in un collegio uninominale e non era candidato in una lista del riparto proporzionale. Motivo di più per ritenere che il criterio dei voti già ottenuti sia il più oggettivo per considerare già provata la consistenza di una forza politica.
Al di là dei dettagli delle proposte, sembra che anche in questo caso emerga la tossicità del cocktail tra forme di raccolta delle sottoscrizioni ed esenzione dalla raccolta delle firme, che produce di fatto uno sbarramento all'ingresso. Ti ritrovi in questa tesi?
Per noi la via maestra da perseguire è la riforma della disciplina a regime, con l'introduzione della raccolta firme in formato digitale per tutti. Per noi si tratta di un modo chiaro, trasparente e che offre una vera legalità: il vero problema, e tu lo sai bene, si può produrre con le firme cartacee, visto che puntualmente si scopre che hanno firmato persone morte o inconsapevoli; ogni volta ci sono inchieste giornalistiche e giudiziarie. Da questo punto di vista, è veramente assurdo che, tanto in commissione quanto in Transatlantico, parlando con i giornalisti, la ministra Alberti Casellati abbia completamente travisato il contenuto di una sentenza della Corte costituzionale, attribuendole una presunta valutazione di insufficienti garanzie circa la sicurezza delle firme digitali, cosa che la Corte assolutamente non ha detto.
Ti riferisci alla sentenza n. 3 del 2025 che ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale del Lazio nella parte in cui non prevede che possa sottoscrivere una candidatura in formato digitale una persona con disabilità grave o con diritto al voto domiciliare. Immagino che il punto controverso sia il passaggio in cui i giudici costituzionali sostengono che, di fronte all'"alto tasso di politicità" della materia elettorale, va riconosciuta "ampia discrezionalità" al legislatore, che in materia di innovazione tecnologica nel procedimento elettorale è "chiamato a bilanciare le opportunità offerte dalla modernizzazione non solo con i rischi che questa può, in ipotesi, comportare, ma anche con l’esigenza di una partecipazione politica il più possibile meditata e consapevole".  
Esattamente. La ministra soprattutto sbaglia quando attribuisce alla Corte dubbi circa le garanzie che pone il sistema della firma in forma digitale: la Corte, lo ripeto, non ha mai detto questo. Ha sicuramente riconosciuto che per le persone con disabilità il sistema della sottoscrizione in forma digitale va bene, anche perché garantisce tutte le caratteristiche richieste per questo tipo di adempimento, mentre spetta al Parlamento nella sua discrezionalità decidere sull'estensione di questo sistema alla raccolta di tutte le altre firme. Sostenere che la corte avrebbe messo in dubbio o anche solo messo in guardia circa la sicurezza del sistema delle sottoscrizioni in forma digitale è una cosa gravissima, anche perché a questo punto noi dovremmo chiedere immediatamente al governo di venire in aula a riferire circa la sicurezza di milioni di transazioni effettuate quotidianamente dai cittadini con la pubblica amministrazione attraverso lo Spid o altri sistemi simili. Si tratta di operazioni che riguardano i rapporti con INPS, con le ASL, l'Agenzia delle entrate, con moltissimi altri uffici pubblici: in questo modo si sta dicendo che queste operazioni non sono sicure, ma di che parliamo? Oppure dobbiamo intendere che l'uso dello Spid per queste ipotesi è sicuro, perfino per la sottoscrizione delle richieste di referendum è sicuro, mentre invece non lo è per sottoscrivere una candidatura? È completamente assurdo, quindi ti anticipo che io interverrò in aula per chiedere al governo di rettificare queste affermazioni, oltre che di chiedere scusa per averle pronunciate, perché queste frasi travisano il senso della pronuncia della corte e soprattutto rischiano di trarre in inganno il Parlamento, facendo pensare in buona fede ai parlamentari che devono esprimersi che la Corte abbia invitato alla cautela, il che non è assolutamente vero.
Scorrendo il resoconto sommario della seduta della commissione Affari costituzionali in cui sono stati respinti gli emendamenti sulle firme digitali, colpisce sia il riferimento di Giovanni Donzelli agli influencer che potrebbero alterare le condizioni delle procedure elettorali, sia il fatto che uno dei co-relatori, Angelo Rossi di Fratelli d'Italia, abbia citato la fase di deposito dei contrassegni: non l'ha detto chiaramente, ma l'impressione è che si tema un afflusso massiccio di liste, portando sulla scheda molti dei simboli che per ora restano nelle bacheche del Viminale. Credi sia plausibile?
Guarda, se il timore è questo, posso dire che non è assolutamente fondato. Premesso che un conto è depositare un simbolo e un conto è voler raccogliere le firme a sostegno di una candidatura con quel simbolo, è del tutto inconsistente l'idea che la raccolta firme con Spid o altri sistemi simili di per sé faccia lievitare il numero delle liste in campo. Ho già detto in commissione che firmare una candidatura non può essere assimilato al gesto di mettere un like su un social network. Ti ricorderai che una questione molto simile era già emersa dopo l'apertura alle firme digitali per il referendum e il rapido raggiungimento del numero di firme richieste per i primi quesiti: anche alcuni costituzionalisti avevano temuto che si preparasse un diluvio di referendum, che invece non c'è stato. Questo passaggio di innovazione tecnologica e giuridica semplicemente  amplia e rende effettivo, in modo sicuro, trasparente e legale il diritto dei cittadini di sostenere allora una proposta di referendum o una progetto di legge di iniziativa popolare, ora - se passasse l'emendamento - una candidatura alle elezioni: penso a chi non vive nelle aree metropolitane e magari non sa che una forza politica di suo interesse ha allestito un banchetto per la raccolta delle firme, oppure non ha occasione di recarvisi o anche solo di trovarlo per caso...
... Oppure lo trova, firma, ma magari in quel momento l'autenticatore non c'è e la firma rischia di essere la raccolta in modo invalido.
Esatto. Quello che mi preme sottolineare è che questa innovazione non è fatta per andare incontro a chi promuove un referendum o vuole presentare una lista, ma per rendere effettivo il diritto di ogni cittadino a sostenere un quesito o un gruppo di candidature. È necessario ribaltare la prospettiva; ovviamente si può anche non essere d'accordo nell'ampliamento dei diritti dei cittadini, ma allora occorre dirlo chiaramente e non utilizzare altri argomenti privi di fondamento.
Può essere che la maggioranza non abbia voluto accogliere l'innovazione della raccolta firme in formato digitale non tanto per una contrarietà totale a quello strumento, quanto piuttosto perché questo avrebbe comportato, per quelle forze politiche, l'opportunità o la necessità di rivedere anche altri aspetti della presentazione delle liste, a partire dal numero delle firme da raccogliere, probabilmente aumentandolo, e non c'era stato il tempo di discutere di questo? 
Sinceramente non lo so, tutto può essere, ma bisognerebbe chiederlo a loro... Personalmente un minimo di 1500 firme e un massimo 2000 firme per collegio plurinominale, ovviamente di persone che siano effettivamente residenti in quel territorio, non mi sembrano pochissime, soprattutto se le moltiplichi per il numero di collegio previsti. 
Torniamo al problema della presentazione delle candidature nella sua interezza, includendo l'esonero dalla raccolta firme. È incredibile rilevare che il testo della riforma, come emendato in commissione, di fatto prolunga lo stato di emergenza o di eccezione che riguarda le elezioni politiche dal 2006: da allora non si è mai votato con la disciplina "a regime" della presentazione delle candidature, ma ogni volta si è previsto un taglio eccezionale delle sottoscrizioni da raccogliere oppure una disciplina una tantum dell'esenzione. Come va interpretato questo dato? Semplicemente i partiti non hanno più voglia di raccogliere le firme oppure, peggio, anche le forze politiche maggiori non sono più in grado di farlo in modo capillare?
La deriva anticostituzionale e antidemocratica che il nostro paese vive, anche nelle forme di quello che il professor Fulco Lanchester ha chiamato "ipercinetismo elettorale", per cui l'Italia è decisamente un pessimo esempio per la stabilità delle norme sulle elezioni, si riverbera anche sulle regole in materia di accesso alla competizione elettorale. Non solo capita spesso che una maggioranza riformi le regole per cercare di essere ancora maggioranza in seguito, ma avviene che quelle stesse forze politiche impieghino discrezionalmente le norme per favorire gli amici e sfavorire gli avversari. Che si provi a condizionare le scelte politiche, comprese quelle sulle alleanze, anche attraverso lo strumento dell'esenzione dalla raccolta firme è una cosa odiosa, oltre che profondamente illiberale.
In questo senso, ti va dato atto di avere presentato un emendamento volto ad abolire tutte le esenzioni, così ogni lista avrebbe dovuto raccogliere le firme: a quel punto sarebbe stato interesse di tutti accogliere il passaggio al digitale.
Di fatto i partiti maggiori non raccolgono da anni le firme per le elezioni politiche e, sinceramente, non so nemmeno se sarebbero in grado di raccoglierle in modo efficace su tutti i territori, soprattutto quelli più periferici. La questione, in ogni caso, tornerà all'attenzione della Camera, insieme a quella della raccolta firme in formato digitale, perché ho ripresentato gli emendamenti.
Va peraltro notato che l'unico emendamento accolto in materia di esenzione dalla raccolta firme, dopo la riformulazione del governo, ha lievemente ridotto lo sbarramento all'ingresso, accontentandosi di un solo gruppo parlamentare formato l'inizio delle legislature e non richiedendone più due, come prevede la legge ora. Potremmo dire che è l'unica cosa accettabile?
Secondo me no, credo che sia proprio sbagliato il sistema. Ribadisco che la strada maestra è quella della raccolta delle sottoscrizioni in forma digitale e, se proprio si vuole mantenere l'istituto dell'esonero, occorre trovare un sistema che tenga conto del consenso effettivo ottenuto in sede elettorale. Poi, a mio modo di vedere, le firme da raccogliere dovrebbero essere ridotte, non aumentate: la nostra democrazia ha bisogno di partecipazione, ha bisogno di aprirsi, ha bisogno di nuove proposte di cittadini che vogliano cimentarsi con la democrazia elettorale. Vista l'affluenza, non dovremmo avere nulla da temere: il punto di vista di chi è in parlamento e vuole chiudersi dentro nascondendo le chiavi non può diventare il punto di vista della democrazia, che va piuttosto spalancata.
Hai iniziato la risposta alla mia domanda ricordando l'introduzione della raccolta in firme in forma digitale per i referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare, ottenuta nel 2021 con un tuo emendamento, elaborato con il contributo l'impegno fondamentale di Mario Staderini (come coordinatore del ricorso presso la Corte EDU nel procedimento n. 6235/23 in materia di diritto elettorale), credo sia importante ricordarlo...
Certo, assolutamente, come va sottolineato l'impegno di Mario, di Marco Gentili e di altre persone per arrivare alla sentenza della Corte costituzionale sulla sottoscrizione digitale delle candidature. 
Certamente. Dicevo, dopo l'approvazione di quell'emendamento tu in più di un'occasione hai cercato di far introdurre la raccolta digitale delle sottoscrizioni anche per le elezioni politiche, immagino per poi estenderla anche agli altri tipi di elezioni; ma quegli emendamenti sono stati respinti, addirittura in un'occasione il voto era finito in pareggio e quindi l'approvazione è comunque mancata. Perché per i referendum era andata bene e per le candidature no? 
Evidentemente ci sono grandissime resistenze da parte, devo dire, della maggior parte delle forze politiche, come se volessero custodire questo privilegio di decidere chi può accedere alla competizione elettorale e come; la riforma digitale, invece, può rendere tutta la pricedura più trasparente, meno discrezionale, più aperta.
Se passasse il tuo emendamento, l'Italia sarebbe il primo paese a prevedere la sottoscrizione digitale delle firme per presentare le candidature, giusto?
Sì, sarebbe il primo paese. Tieni però anche presente che, anche nei Paesi in cui è richiesta la raccolta delle firme, le sottoscrizioni richieste non di rado sono molte meno.
Oppure c'è una  cauzione da depositare e che viene restituita se si ottiene una certa quantità o quota di voti. Come vedresti questo sistema?
Penso semplicemente che, se la ratio dei meccanismi di accesso alla competizione elettorale è individuare chi ha una certa consistenza sul territorio per evitare un proliferare incontrollato di liste, la tecnologia della firma digitale ci venga incontro: non necessariamente la cauzione evita che si presentino liste o candidature che hanno effettivamente un seguito.
Pensi che l'introduzione della raccolta delle firme in formato digitale potrebbe portare a un'evoluzione dei simboli delle liste, favorendo l'elaborazione di proposte attente - anche sul piano della grafica - a istanze particolari, di scopo, territoriali?
Penso proprio di sì e sarebbe, secondo me, un grande arricchimento, perché comporterebbe un'apertura alla società, a forze che esistono ma che percepiscono comprensibilmente il circuito elettorale come un ambito sbarrato. Questa però non è democrazia, o almeno non le somiglia.
A proposito di simboli, in un'intervista al Fatto quotidiano, il deputato del Pd Federico Fornaro ha manifestato dubbi sul fatto che nei contrassegni elettorali possano permanere elementi quali "Salvini premier" o "Berlusconi presidente". Condividi?
Il problema vero sta nel nome che sulla scheda non c'è, perché questa riforma introduce un'innovazione che a mio avviso è chiaramente incostituzionale: se al momento ogni forza politica, mentre deposita il simbolo, deve indicare il proprio "capo", il testo in discussione obbligherebbe ciascuno a indicare la persona proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio, un nome che dev'essere uguale per tutte le liste che si presentano in coalizione; di più, le liste che non abbiano indicato il proprio candidato naturale alla Presidenza del Consiglio vengono ricusate, quindi quell'indicazione risulta obbligatoria.
Stai dicendo che, quasi quasi, sarebbe stato meglio che il nome di quella persona fosse scritto sulla scheda?
No, ti sto dicendo che, anche se questo passaggio è stato in qualche modo minimizzato, in realtà la questione è molto più pervasiva dell'indicazione di un nome nel simbolo elettorale: quello è un fatto politico, quello che si vuole introdurre ora è un fatto giuridico. Con le norme vigenti non è prevista una sanzione per chi non indica il capo della forza politica e, se pensi ai simboli sulla scheda, nel 2022 avevamo "Berlusconi presidente" e "Salvini premier", mentre il governo è guidato da Giorgia Meloni che aveva messo il suo cognome nel contrassegno senza indicare altro. La riforma ora in discussione, invece, non consente di presentare validamente liste a chi, non condividendo che si debba indicare la persona da proporre come capo del Governo, sceglie di non depositare quel nome. In sostanza, il destino delle persone indicate sulla scheda, peraltro in liste non brevi e bloccate, dipende dall'unico nome che sulla scheda non viene indicato: a quel punto è inutile scrivere che si fanno salve le prerogative del Presidente della Repubblica, come fa a non tenere conto di un elemento dal quale dipende addirittura l'ammissibilità delle liste? Questo per me è davvero incostituzionale. 
Almeno, però, il testo in discussione non prevede che i candidati delle liste circoscrizionali, che devono coincidere per le forze politiche della stessa coalizione, siano per forza indicati sullo stesso modulo per raccogliere le firme a sostegno della lista nei collegi plurinominali: ciò non rende la vita impossibile a chi non è esonerato dalla ricerca dei sottoscrittori, come di fatto invece accadeva con le norme approvate alla fine del 2017. Non dovrebbe riprodursi la situazione di allora, sperando che i modelli di dichiarazione di presentazione delle liste di collegio che il Viminale predisporrà per allegarli alle Istruzioni per il 2027 non contengano anche i nomi delle liste circoscrizionali... 
Vedremo come interpreteranno loro le disposizioni, ma il testo in discussione non dice questo.  

venerdì 3 luglio 2026

Spazio Pubblico di Picierno, dal logo al papavero e all'arancione del Pde

Tiene a qualificarsi non come partito, ma come "movimento aperto, europeista, democratico, transnazionale": Spazio Pubblico si definisce "non un contenitore, ma un progetto. Non un altro microcosmo, ma una comunità politica che prende sul serio il futuro". La stessa promotrice Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha precisato che quello cui ha dato vita "non è un partito, è un comitato che serve proprio a riunire la frammentazione", "un movimento aperto, con l'obiettivo di unire un fronte troppo spesso frammentato e di costruire un polo europeista e democratico, mettendo insieme culture europeiste e riformiste". 
Non si mette certamente in dubbio l'intenzione espressa (e, in qualche modo, già dimostrata). Eppure il soggetto/progetto collettivo promosso da Picierno dopo la scelta di abbandonare il Partito democratico (di cui era stata una delle prime persone elette alla Camera, nel 2008), arrivata dopo un disagio lungamente manifestato in scelte e posizioni difformi da quelle del Pd guidato da Elly Schlein - in particolare con riguardo alle idee sulla politica estera, tra Ucraina e Medio Oriente, e al sostegno al "Sì" in occasione del referendum costituzionale in materia di giustizia - ha già finito per acquisire, nei pochi giorni trascorsi dal suo annuncio, alcuni caratteri "visibili" che guardano, se non alla forma partito, almeno a un posizionamento chiaro anche in vistao di eventuali elezioni. 
Posto che la notizia dell'abbandono del Pd da parte di Picierno risale a un mese fa, più esattamente al 4 giugno, tre giorni più tardi lei stessa ha dato notizia della "nascita" di Spazio Pubblico, "un movimento aperto, europeista, democratico. Non una corrente, non un'etichetta, uno spazio per tutti quelli che credono ancora che libertà, diritti e giustizia sociale siano il futuro, non il passato - si leggeva sull'account X dell'europarlamentare. Serve una proposta seria, riformista, pragmatica. Per chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro. Per chi vuole un'Europa libera, forte, giusta e un’Italia che non sia condannata alla perpetua irrilevanza. Spazio Pubblico nasce per unire i liberi e i forti, per riunire coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura". 
In quell'occasione è stato lanciato il sito di Spazio Pubblico, con il blu e il rosso come colori dominanti. Il logo scelto, di forma rettangolare, era quasi interamente verbale - con il nome minuscolo diviso tra blu e rosso e un angolino rosso in alto a sinistra - a prima vista, a dispetto dell'uso di un carattere diverso, per l'uso dei colori ricordava almeno in parte l'ultima versione del segno distintivo di Libertà eguale, associazione riformista legata al centrosinistra italiano, nata nel 1999 e oggi guidata da Enrico Morando (presidente) e Stefano Ceccanti (vicepresidente vicario): proprio il sito di quest'associazione, peraltro, nel corso del tempo ha dedicato vari articoli alla posizione di Pina Picierno (occupandosi anche del suo addio al Pd e del lancio del progetto Spazio Pubblico) valutando il suo ruolo nell'area riformista.
Più o meno contemporaneamente, tuttavia, su alcuni social network è apparsa anche un'altra versione del logo, adeguata alla forma circolare. Il carattere impiegato - Unit Slab - era lo stesso, ma i colori iniziali (blu scuro e rosso carico) tingevano solo le iniziali delle due parole, fuse nella sigla maiuscola posta al centro, mentre il nome - altrettanto maiuscolo e stavolta virato al grigio - era disposto ad arco, in alto e in basso, prestandosi a essere inscritto perfettamente in un cerchio. In effetti non sono mancate - era quasi inevitabile, dato il periodo che non risparmia il varo di alcun progetto politico - ironie su quella grafica "fatta con WordArt invece che con ChatGPT" (copyright: Federico D'Ambrosio); per Giacomo Cervo (Si-Avs) si tratta di un logo "fatto con Canva in 15 minuti, che roba è?" (provocando la risposta di Sp: "Magari ad averci Canva. Siamo biologici e a km zero, dovresti apprezzare, siamo contro l'estetica borghese del capitalismo digitale"). Tra i vari commenti, spicca quello di Makkox a Propaganda Live nella puntata dell'8 giugno ("Fuori città, zona capannone, trovi quei discount che c'hanno 'sti loghi, vojo di'... 'spendo poco'... e il logo è funzionale, perché quando è fatto così tu dici 'veramente qua spendi poco, guarda che logo c'hanno questi!'): il testo, ripreso dall'account @nonleggerlo, ha visto ovvimente l'ulteriore replica di Spazio Pubblico ("Vorremmo dirle che abbiamo passato ore e ore a fare briefing ma la verità è che siamo solamente poveri. Ma belli"), replica che ha anche raggiunto chi ha proposto altre versioni più o meno sarcastiche o ironizzava sul numero di follower e si è visto rispondere "loghi belli, urne vuote". 
C'è anche chi - Lorenzo Cianti - ha accusato l'operazione di scarsa originalità e orbitante à gauche, notando l'assonanza del nome con quello di Place Publique (partito francese "umanista, ecologista ed europeista") e avendo ravvisato una somiglianza del logo con quello di Partito socialdemocratico britannico (ma l'account ufficiale dl Sp ha ribattuto "ti concenti molto sul contenitore e non sul contenuto, una vecchia abitudine che non passa mai").
Che quello circolato fosse un logo provvisorio, tuttavia, sembra dimostrarlo la sostituzione - avvenuta il 30 giugno - su tutti i canali social (ma non ancora sul sito) delle precedenti grafiche con una nuova, anch'essa di forma rotonda, questa volta in modo voluto. Naturalmente inevitabilmente influenzata dal fatto che le immagini profilo su Facebook, X, Instagram sono altrettanto rotonde, ma non sembra esserci solo una spiegazione legata all'attività sui social network. Il cambio d'immagine, avvenuto alla vigilia dell'evento di presentazione di Spazio Pubblico il 1° luglio (con Picierno intervistata da Flavia Fratello a Torino), offre ora un simbolo arancione, che reca più o meno al centro il nome del progetto in bianco, disposto su due righe, collocato a destra di un disegno dal tratto esile, raffigurante un papavero (oppure un anemone); sotto al nome si legge il riferimento - piccolo di dimensioni - all'European Democratic Party, di cui è tuttora presidente l'ex primo ministro francese e cofondatore del partito (con Francesco Rutelli) François Bayrou, mentre segretario è Sandro Gozi. Va ricordato, infatti, che il 17 giugno Picierno ha lasciato il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, approndando invece al gruppo Renew Europe, che unisce gli eletti che fanno riferimento all'Alde Party e, appunto, al Partito democratico europeo. E proprio dalla nuova grafica del Pde (adottata alla fine del 2024) provengono il colore arancione e anche il carattere utilizzato (probabilmente Causten).
Alla forma tonda, dunque, si aggiunge un riferimento partitico europeo ben preciso (si ricordi che fanno parte del Partito democratico europeo Italia viva, guidata da Matteo Renzi, e Tempi nuovi - Popolari uniti di Giuseppe Fioroni). Si tratta di un progetto politico che inevitabilmente si colloca in uno spazio in cui si stanno muovendo, tra gli altri, Azione guidato da Carlo Calenda, il Partito liberaldemocratico di cui è segretario Luigi Marattin, il Movimento socialista liberale (guidato da Oreste Pastorelli e Mauro Del Bue) e altre forze politiche, con cui sono in corso interlocuzioni (si pensi anche a Europeisti.eu, progetto promosso da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli). Questo senza contare chi, pur collocandosi al centro, vorrebbe comunque rimanere in un'orbita di centrosinistra per costruire una coalizione vincente o almeno competitiva (ma per farlo avrebbe comunque bisogno di rivolgersi allo stesso potenziale serbatoio di voto del "terzo" polo). Ci sarà tempo per vedere se il tentativo di federazione, di reductio ad unum, riuscirà (e, nel caso, sotto quale simbolo). Nel frattempo Picierno mira a coinvolgere nel progetto "donne e uomini che vengono da culture riformiste ed esperienze democratiche diverse", non uniti da "una sigla del passato né una famiglia partitica preconfezionata" ma dall'urgenza di "rimettere in moto l'Italia e costruire un'Europa all'altezza del proprio momento storico", volendo che la politica sia di nuovo "un luogo, non uno scontro perpetuo, non uno spettacolo, non una guerra di identità. Un luogo dove si ragiona, si costruisce, si decide, distante dall'inseguimento delle emozioni più elementari, dalla perdita dell’etica e dei fondamenti della razionalità e dall'annullamento del vero nel trionfo della post-verità". Per un orizzonte nettamente alternativo ai populisti e ai sovranisti.