Si parlava da almeno un paio di settimane con insistenza di una modifica del simbolo della Lega per Salvini premier che non prevedesse più il riferimento al suo leader, Matteo Salvini: precisamente da quando, il 12 ottobre scorso, lui stesso aveva rassegnato le sue dimissioni da segretario federale del partito e aveva annunciato, tra l'altro, "sicuramente aggiorneremo anche il simbolo, perché il mondo cambia". La candidatura alla segreteria di Massimo Garavaglia aveva contribuito almeno in parte a rendere più movimentato il cammino verso il congresso federale straordinario, tenutosi ieri e oggi presso l'Allianz MiCo di Milano.
Ora che l'atto più importante si è compiuto - con Salvini riconfermato segretario con 465 voti, a fronte dei 146 consensi ottenuti da Garavaglia - ciascuno può concentrarsi su vari aspetti del congresso, inclusa - per quanto interessa qui - la proposta di cambio di simbolo avanzata dallo stesso Salvini alla fine del proprio discorso. Di proposta ovviamente si tratta, visto che formalmente per l'adozione del nuovo emblema dovrà attendersi almeno il prossimo consiglio federale; l'aggiornamento proposto, in ogni caso, c'è stato. La struttura è la stessa adottata dalla fine del 2017 per il contrassegno elettorale leghista (quando si era rinunciato al riferimento al Nord): nel segmento blu al di sotto di Alberto da Giussano è stato rimosso il riferimento "Salvini premier", sostituito con "Italia federale", con la prima parola gialla in evidenza e la seconda molto più piccola, al di sotto.
Degli oltre 40 minuti del discorso di Matteo Salvini, gli ultimi otto minuti sono stati dedicati in buona parte al percorso che ha portato alla proposta di modifica del fregio, a partire dall'idea di fare un "passo indietro". Questo si dovrebbe tradurre nella creazione di una segreteria politica, in una revisione dello statuto, nell'istituzione di un coordinamento delle segreterie regionali e anche nella modifica del simbolo, "primo perché ce lo imponeva la legge elettorale, se è questa la legge elettorale...". Salvini non ha dato ulteriori spiegazioni su questo (preferendo precisare che saranno candidate "tutte le persone che meritano di essere candidate e verranno eletti coloro che hanno più consenso dei militanti, dei cittadini"), ma viene da pensare che il riferimento sia alla sostituzione, da parte della legge n. 180/2026, dell'obbligo di indicare la persona "indicata come capo della forza politica" con l'obbligo di determinare all'atto del deposito del contrassegno "la persona da indicare come proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio dei ministri": considerando che quel nome dev'essere identico per le liste coalizzate, sarebbe difficile all'interno del centrodestra indicare in modo omogeneo il nome di Giorgia Meloni come proposta per Palazzo Chigi e poi lasciare nel contrassegno il riferimento a "Salvini premier" (la questione, a dire il vero, sarebbe sicuramente più politica che formale, anche se in linea non si potrebbe escludere qualche rilievo del Viminale, almeno sul piano della coerenza tra quanto dichiarato sui documenti e ciò che emergerebbe attualmente dal simbolo).
Richiamando una mozione sull'identità e sull'orgoglio come carattere distintivo della Lega (probabilmente quella a prima firma di Riccardo Molinari), Salvini ha detto "Io non riesco a uscire di casa la mattina - sarà una mia tara! - io non riesco a fare un'intervista televisiva, io non riesco ad andare in Parlamento o a un assemblea se sul bavero della giacca non ho l'Alberto da Giussano, perché per me è orgoglio, per me è identità, è quello che ci differenzia rispetto a tutti gli altri". Il disegno del guerriero a spada sguainata, che riprende il profilo del monumento di Legnano, non è dunque stato messo in discussione, anzi: oltre a essere stato impiegato come emblema del congresso della "Lega di lotta e di governo", è stato richiamato come uno dei due elementi realmente identificativi del partito, insieme al nome. A chi, all'interno del partito e magari del suo staff aveva notato che sarebbe stato opportuno eliminare solo la parola "premier" senza togliere il cognome del leader ("Sennò cosa scrivono i giornali lunedì? [...] Salvini ri-vince il congresso, ma [...] in ogni caso l'ha data vinta a quelli che fanno polemica da un anno"), il segretario uscente ed entrante ha risposto dalla tribuna congressuale: "Il simbolo dev'essere chiaro, lineare e riconoscibile. Perché uno in cabina elettorale o sui manifesti sceglie la Lega? Perché c'è l'Alberto da Giussano e perché c'è la Lega: poi... C'è Salvini... Non Salvini... quello è di più".
Tenuti fermi gli ingredienti fondamentali (quelli contenuti in uno dei simboli depositati come marchio per conto di Matteo Salvini alla metà di giugno del 2018 e registrati a gennaio dello scorso anno), rimaneva da arricchire il simbolo con qualche altro elemento, con l'obiettivo di comunicare l'immagine di un partito "nazionale e non nazionalista", come dichiarato da Salvini all'inizio della parte del discorso più legata al simbolo stesso. Lui stesso ha dichiarato che il suo pensiero ricorrente delle ultime settimane, anzi, degli ultimi mesi, è stato "tenere insieme la scelta di cui sono straconvinto, quella nazionale, non a un articolo dello statuto, ma al mio istinto, alla mia carne, alla mia pelle. Perché io sono convinto che il federalismo sia il passato, il presente e il futuro del nostro paese, per il Nord, per il Centro e per il Sud. Fa bene alla Lombardia e alla Puglia, fa bene al Leone e fa bene alla Campania". Ecco rispuntare la parola "federalismo", che da qualche tempo sembrava essere finita in secondo piano rispetto al concetto di "autonomia" (che certamente pesca nello stesso ambito, ma non è pienamente sovrapponibile) e alle prese di posizione su temi quali la sicurezza.
Se la riemersione del federalismo appare in linea con la scelta di voler conservare o recuperare l'identità leghista (a seconda di quanto si ritenga mutato il partito nel corso di questi anni, a partire dalla sua nuova natura nazionale avviata alla fine del 2017, dopo l'esperimento di Noi con Salvini) anche in un tempo non semplice per il partito come questo, se è vero che il consenso odierno non è assimilabile a quello del 2018 o del 2019 e quindi - come immaginato a suo tempo anche da Gianluca Passarelli e Dario Tuorto nel loro libro La Lega di Salvini - il ritorno ai "temi dell'anima" che avevano fatto presa nella prima fase del percorso (quella della Lega Lombarda e soprattutto della Lega Nord) è un modo di agire bringing it all back home, occorreva trovare anche una sua traduzione nominale e grafica. A fronte del "passo indietro" dal simbolo (immaginando che in seguito possa essere mutato anche il nome del partito da statuto, anche se non è obbligatorio), Salvini ha ritenuto di proporre "un'idea che era già nella storia della Lega, che secondo me dà la risposta nazionale ma non nazionalista. Federale ma senza escludere, includendo". Un'idea di Umberto Bossi, il cui riferimento ha suggerito a Salvini un'immediata precisazione, sottolineata dagli applausi, in parte sollecitati ma in buona parte spontanei: "Perdonatemi l'errore madornale: è il primo congresso che celebriamo senza Umberto e se siamo qua è grazie a Umberto e chiedo l'applauso anche in piedi del congresso federale della Lega per ringraziare Umberto Bossi e Roberto Maroni per averci accompagnati fino a qua, perché se siamo qua oggi è grazie a Bossi e grazie a Maroni che hanno cominciato quando non c'era nulla. Lo sappiamo noi lombardi, ma lo sanno anche gli amici del Sud, perché se stiamo vincendo questa incredibile battaglia è grazie a quando a mani nude abbiamo cominciato".
![]() |
| Simbolo comunali Roma 1993 |
Ora, sembra opportuno fare subito qualche precisazione, a costo di sentirsi accusare di pignoleria ma con l'idea semplicemente di ristabilire la realtà, per chi volesse approfondire l'argomento in modo pienamente corretto. Innanzitutto la proposta di cambiare il nome e il simbolo della Lega Nord non fu avanzata da Bossi nel 1994, ma nel 1993: l'articolo (non firmato) dell'Unità cui si riferisce Salvini, mostrato per estratto sugli schermi del congresso e titolato Bossi toglie il "Nord" di Lega, Miglio non ci sta, uscì a pagina 4 dell'edizione del 24 aprile 1993. Chiunque, accedendo all'archivio online del quotidiano (all'indirizzo https://archivio.unita.news/), può verificare che la data sia proprio quella appena dichiarata.
Chi non si accontentasse di quella pagina e ritenesse non troppo affidabile quella fonte, potrebbe limitarsi a dare un'occhiata agli archivi dei due principali quotidiani, Corriere della Sera e la Repubblica, per verificare assai facilmente che la notizia era presente nella stessa data, peraltro con grande rilievo (sulla Repubblica addirittura con una "civetta" in prima pagina). Sempre nel 1993 ci fu il primo momento di visibilità per quel simbolo, alle elezioni comunali di Roma, il cui primo turno si celebrò il 21 novembre: per la prima elezione diretta del sindaco - quella che vide arrivare al ballottaggio Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, lasciando fuori Carmelo Caruso: chi sia curioso di conoscere tutti i simboli di allora li può trovare consultando questo articolo scientifico, opera di chi scrive - la Lega Italia Federale scelse di candidare Maria Ida Germontani (divenuta parlamentare molto più tardi, ma sotto le insegne di Alleanza nazionale e poi del Pdl).
Non è poi esatto dire che nel 1994 il simbolo della Lega Italia Federale abbia partecipato alle elezioni europee: sulle schede finì il simbolo della Lega Nord e, scorrendo la raccolta dei simboli ammessi (e in base alle ricerche tra quelli ricusati), quello della Lega Italia Federale non fu nemmeno depositato. Alle elezioni politiche di poche settimane prima, invece, venne depositato il fregio Lega Italia Federale (non ammesso), che abbinava al nome alla riproduzione di uno dei Bronzi di Riace: si trattava della rielaborazione dei simboli utilizzati dalla Lega Nord (con la "pulce" della Lega Lombarda per evitare la raccolta firme) alle elezioni regionali del 1990 nelle regioni del Sud.
Nel 1995 - come ha subito notato Andrea Vezzaro, che quel periodo l'ha studiato molto bene, nell'inquadrare "la caduta" del principale partito dei cattolici italiani - la Lega Nord scelse invece di adottare Lega Nord Italia Federale come propria denominazione ufficiale al congresso straordinario del 10-12 febbraio 1995 a Milano (anche se lo statuto di quell'anno indica come data il 5 marzo 1995; il nome, incidentalmente, sarebbe rimasto fino al congresso del Palavobis del 14-16 febbraio 1997, quando fu sostituito con "Lega Nord per l'Indipendenza della Padania"). Era di certo un periodo molto delicato per il Carroccio: dopo la scelta di togliere a dicembre la fiducia al governo guidato da Silvio Berlusconi (esecutivo nel quale avevano preteso e ricevuto un ministero pesantissimo, il ministero dell'Interno affidato a Roberto Maroni) e le dimissioni del Presidente del Consiglio, una parte del partito e della sua rappresentanza parlamentare - tra i nomi più noti, Luigi Negri e Sergio Cappelli - aveva manifestato un disaccordo su quella scelta, fondando per questo un partito denominato Lega Italiana Federalista; adottò come emblema prima una stella tricolore su fondo blu stellato, poi un diamante, ma non ebbe particolare fortuna. Evidentemente, però, la Lega Nord guidata da Bossi ritenne del tutto inopportuno lasciare in altre mani l'idea del federalismo: proprio in quel 1995, infatti, il simbolo della Lega Italia Federale conobbe il suo uso maggiore.
In quell'anno, infatti, l'emblema comparve alle elezioni di primavera, in particolare alle regionali, con Alberto da Giussano abbinato al nuovo nome, ma con l'aggiunta del riferimento alle regioni via via interessate. In tre casi su quattro (Lazio, Puglia, Calabria) il simbolo apparve all'interno delle coalizioni di centrosinistra, formate a norma della nuova legge - il Tatarellum - che penalizzava coloro che avessero preferito correre in solitaria, cosa che in effetti la Lega Italia Federale fece in Campania. Il risultato non fu particolarmente soddisfacente (0,48% in Lazio, 0,33% in Campania, 0,35% in Puglia, 0,45% in Calabria), ma i 13516 voti raccolti in Lazio furono pesantissimi nella sfida regionale, perché Piero Badaloni, come primo candidato della sua lista regionale, ottenne 1582897 voti e il suo sfidante di centrodestra, Alberto Michelini, ne ebbe 1577521 e - pur essendo possibile il voto disgiunto, che non permette ora di dire con certezza come sarebbero potute andare le cose - un'eventuale corsa solitaria della Lega Italia Federale anche in Lazio avrebbe potuto fare la differenza.
Il simbolo della Lega Italia Federale apparve poi - salvo errore - per l'ultima volta sulle schede della Camera il 22 ottobre 1995, nel collegio uninominale di Napoli-Vomero (Campania 1 - 02), per le elezioni suppletive volte a sostituire Antonio Rastrelli, neopresidente della Regione Campania candidato dal centrodestra. Vinse per il centrosinistra (Con Napoli per l'Italia che vogliamo) con Vincenzo Siniscalchi, che sconfisse Maurizio De Tilla per il centrodestra; se Marco Pannella (con il simbolo Per la Grande Napoli) ottenne un dignitosissimo 17%, si fermò allo 0,5% Gianfranco Vestuto, l'anno dopo fondatore della Lega Sud Ausonia. (A proposito, nota per i #drogatidipolitica malati di dettagli: i simboli delle elezioni suppletive non si trovano facilmente in Rete e il sottoscritto, dopo averli scansionati nell'archivio del Viminale nel 2015, ritenne opportuno ritoccarli o ricostruirli, per migliorare la loro resa grafica: a guardare l'immagine proiettata sugli schermi, chi scrive ha una vaga idea della fonte di quella grafica...). Nel 1996 sulle schede delle elezioni politiche tornò ancora una volta il fregio della Lega Nord, stavolta collocato fuori dai poli per cercare di massimizzare il più possibile il proprio consenso contro Roma-Polo e Roma-Ulivo (sarebbe poi arrivata la stagione padanista e secessionista, quella delle elezioni del Parlamento della Padania).
Il simbolo della Lega Italia Federale apparve poi - salvo errore - per l'ultima volta sulle schede della Camera il 22 ottobre 1995, nel collegio uninominale di Napoli-Vomero (Campania 1 - 02), per le elezioni suppletive volte a sostituire Antonio Rastrelli, neopresidente della Regione Campania candidato dal centrodestra. Vinse per il centrosinistra (Con Napoli per l'Italia che vogliamo) con Vincenzo Siniscalchi, che sconfisse Maurizio De Tilla per il centrodestra; se Marco Pannella (con il simbolo Per la Grande Napoli) ottenne un dignitosissimo 17%, si fermò allo 0,5% Gianfranco Vestuto, l'anno dopo fondatore della Lega Sud Ausonia. (A proposito, nota per i #drogatidipolitica malati di dettagli: i simboli delle elezioni suppletive non si trovano facilmente in Rete e il sottoscritto, dopo averli scansionati nell'archivio del Viminale nel 2015, ritenne opportuno ritoccarli o ricostruirli, per migliorare la loro resa grafica: a guardare l'immagine proiettata sugli schermi, chi scrive ha una vaga idea della fonte di quella grafica...). Nel 1996 sulle schede delle elezioni politiche tornò ancora una volta il fregio della Lega Nord, stavolta collocato fuori dai poli per cercare di massimizzare il più possibile il proprio consenso contro Roma-Polo e Roma-Ulivo (sarebbe poi arrivata la stagione padanista e secessionista, quella delle elezioni del Parlamento della Padania).
Tornando al discorso di Salvini, ha sottolineato come per lui la Lega "è carne, è passione; è economia, ma è radici, è fango, è gazebo, è il Po, è il Monviso, ma è anche la soddisfazione di combattere da lombardo per esserci anche in Abruzzo e vincere in Abruzzo": su queste basi, il miglior modo possibile per riassumere "32 anni di battaglie, una Lega nuova, forte, protagonista in Italia e in Europa" è la formula "Lega Italia Federale", che a suo dire "tiene insieme il passato, il presente, il futuro: siamo la Lega, siamo guerrieri, se serve da soli contro tutti, Davide contro Golia, il partito dei dimenticati dalla sinistra [...]. Lega: battaglia da Nord a Sud, perché il centralismo che una volta era nei palazzi romani adesso è traslocato più a Nord, però Fe-de-ra-le, per tenere insieme tutte le splendide anime di questo congresso".
Come si è già detto, la struttura del fregio è la stessa in uso dal 2017: al posto di "Salvini" c'è l'Italia, al posto del "premier" c'è il federalismo, un'idea e un progetto al posto di una persona. Rispetto al 1993, il simbolo presenta alcune differenze: se allora il riferimento all'Italia aveva lo stesso peso di quello al federalismo, ora l'Italia è decisamente in primo piano e nel fregio - grazie al carattere bastoni enfatizzato e al colore giallo - spicca quanto la parola "Lega", mentre il riferimento al federalismo appare quasi defilato con la nuova grafica. Curiosamente, "Italia" con lo stesso carattere (ma in bianco) fu inserita nel simbolo dell'Udc al posto del riferimento a Pier Ferdinando Casini nel 2012, anche se poi alle elezioni l'anno dopo tornò (anche per suggerimento di Mario Monti) il cognome dell'ex presidente della Camera, rimasto leader del partito pur non essendo più da tempo segretario: si potrebbe essere tentati di dire che Salvini ha agito come Casini, ma le condizioni oggettivamente sono diverse. Un'altra differenza, meno visibile ma riconoscibile da chi guarda con attenzione i simboli, si riscontra sulla figura di Alberto da Giussano: nel 1993 il leone era quello della Liga Veneta collocato nel 1989 sullo scudo del guerriero, con il libro dei Vangeli aperto; ora invece c'è il leone "da guerra", con la spada e il libro chiuso, introdotto dopo lo stesso congresso del 1997 che cambiò il nome al partito.
I simboli non dicono tutto, ovviamente, ma dicono: conta quello che c'è, quello che non c'è più, quello che ritorna e il rilievo che ciascun elemento ha. La Lega (Nord) del 1993 difficilmente avrebbe potuto mettere l'Italia in primo piano; certamente non lo avrebbe fatto la Lega (Nord) padanista e secessionista degli anni successivi; oggi, dopo la diffusione su tutto il territorio italiano della Lega, con il cuore rimasto al Nord (e ben rappresentato da Alberto da Giussano) ma i voti che arrivano anche da altre zone del Paese, ha senso cercare di "tenere insieme" tutto questo. Col rischio di scontentare chi avrebbe voluto più federalismo - meno defilato - e magari un po' più di Nord (senza avere dimenticato il tempo della secessione, ma avendolo messo da parte), ma con la consapevolezza che parlare al Paese richiede inclusione. Saranno il tempo, il numero degli iscritti e le urne a dire se la scelta sarà stata vincente; nel frattempo si registra il cambiamento che guarda alla storia forse meno ricordata del Carroccio. Uno sguardo che chi scrive aveva in qualche modo immaginato già dieci anni fa, sia pure solo con l'espressione "Lega Federale".











.jpg)











