giovedì 3 settembre 2026

Italia Domani, il nuovo progetto alternativo e la visioone di Marco Rizzo

Fin dalla fine di luglio, dopo avere annunciato la sua decisione di lasciare Democrazia sovrana popolare, di cui era coordinatore, Marco Rizzo aveva fatto intendere di essere al lavoro per lanciare un nuovo progetto politico a lui riferibile, pensato "per l'Italia del Domani"; a questo scopo aveva invitato le persone interessate a collaborare a fornire contributi di idee per l'elaborazione del programma. Ieri, nel pomeriggio, è circolato rapidamente l'annuncio di un blitz dello stesso Rizzo che si sarebbe svolto questa mattina nei pressi della Camera dei deputati per presentare il simbolo di questo nuovo progetto, il cui congresso fondativo era già preventivato per l'inizio di ottobre (anche se i tempi di avvio, in origine, sembravano un po' più dilatati). 
Quest'oggi, in effetti, verso le 11 Rizzo e un gruppo di persone erano presenti in via uffici del Vicario, vicino all'ingresso di Palazzo dei Gruppi della Camera: proprio Rizzo ha mostrato a parecchi fotografi e giornalisti il fregio della sua nuova forza politica, Italia Domani; anzi, per l'esattezza, lo statuto (che riporta come fondatori, oltre a Rizzo, Modesto Mario Della Rosa, Alessio Saso, Antonello Cresti, Enzo Pennetta, Antonella D'Angeli, Giuseppe Modafferi, Francesca e Giovanni Antinozzi, nonché Giuseppe Gasparri) indica come denominazione completa dell'associazione politica "Italia Domani - Marco Rizzo". Nella stessa occasione è stato confermato il congresso fondativo, fissato per il 3 ottobre a Roma all'Eur.
Il sito della forza politica, già aperto, indica "7 punti per l'Italia del domani": Pace, Neutralità, Sovranità (con la neutralità e la pace viste come strumento per "tornare protagonista nel mondo" e non "subire gli schemi imposti da UE, NATO e OMS"); Identità, Scuola, Cultura (con la difesa delle "radici laiche e cristiane" dell'Italia e il progetto di investire "prima di tutto nella scuola, nella ricerca, negli insegnanti, nella cultura e nelle nuove generazioni"); Lavoro, Impresa, Moneta Sovrana (l'obiettivo è "Più salari, meno tasse", cercando di difendere lavoratori e le piccole e medie imprese anche grazie a "una moneta sovrana complementare", nota come SIRE, e all'introduzione del contante in Costituzione); Sanità Pubblica e Stato Sociale (per una "sanità pubblica forte" e per tutti, uno Stato sociale attento soprattutto a chi ha più bisogno, "a cominciare dalle persone con disabilità e dai caregiver familiari", anche detassando le pensioni, a fronte di una "trasparenza totale della spesa pubblica" con l'istituzione di un portale pubblico); Casa, Famiglia, Natalità (con una politica di sostegni e premi statali, "in difesa della famiglia e in netto rifiuto dell'ideologia woke"); Sicurezza, Confini, Legalità (avendo come punti chiave "Confini controllati, pena certa e giustizia responsabile, anche civilmente"; con riferimento ai flussi migratori, il partito auspica "il blocco dei flussi migratori sulla base della reale capacità demografica e sociale del Paese", richiedendo a chi è arrivato in Italia di "rispettarne leggi, lingua, cultura e valori, in un rapporto equilibrato tra diritti e doveri"); Sovranità sulle risorse (qualificando energia, agricoltura, infrastrutture e territorio come interesse nazionale e come tali da tutelare, istituendo "una nuova IRI e una Banca Pubblica Italiana", facendo venire meno le sanzioni alla Russia, perseguendo un federalismo solidale a favore delle Province e abbandonando un "ambientalismo ideologico che impoverisce famiglie e imprese").
"Eravamo la quarta potenza economica del mondo,  ora siamo la nona, tra dieci anni saremo al 24° posto" ha dichiarato Rizzo ai giornalisti presenti, lamentando come l'Italia sia un paese "in cui le multinazionali non pagano le tasse, in cui in un giorno si dà un miliardo all'Ucraina e solo 20 milioni agli italiani per il carburante; negli ultimi tre anni le banche italiane hanno guadagnato 143 miliardi di euro e a loro se ne chiedono solo 3 in anticipo; Eni ed Enel l'anno scorso hanno fatto 9,7 miliardi di profitti e a loro non si chiede nulla. Se parliamo di energia e rapporti con le banche pagano sempre i soliti: il ceto medio, il popolo, i lavoratori". Per questo secondo Rizzo "bisogna unire tutti: non c'è più uno scontro orizzontale tra destra e sinistra, non ha più senso parlare di questo, ma serve unire il popolo contro le élites finanziarie, il basso contro l'altro. La sinistra che conoscevo io, quella di Berlinguer ai cancelli della Fiat, non esiste più; ora è sul carro del Gay Pride, non mi interessa. Ci rivolgiamo prevalentemente a quelli che non vanno più a votare perché sono schifati da questa politica, e non hanno torto, e ai tanti delusi, se vogliamo dire così, di destra e di sinistra che non hanno più trovato quello che gli avevano detto e promesso in campagna elettorale". Rizzo conferma "siamo europei", ma il rapporto di chi ha fondato Italia Domani con l'Unione Europea - "da disarticolare, un'Europa della guerra" - resta "pessimo".  
Il nome scelto da Rizzo per il suo progetto riprende evidentemente il motto "Per l'Italia del Domani" utilizzato nella sua comunicazione fin dalla fine di luglio; come tante altre denominazioni in politica, tuttavia, anche questa non può dirsi del tutto nuova. Chi ha una certa militanza nella categoria dei #drogatidipolitica, infatti, ricorderà che nella XVI legislatura era nata l'esperienza dei Popolari di Italia domani, partito politico fondato da Francesco Saverio Romano alla fine del 2010, quando lui uscì dall'Udc (lasciando la segreteria regionale del partito) per avvicinarsi al centrodestra che allora governava a livello nazionale (Romano sarebbe poi divenuto ministro e il Pid - che nel simbolo aveva ripescato il tricolore già impiegato dal Ccd - avrebbe concorso a creare il gruppo Iniziativa responsabile - Coesione nazionale). Curiosamente, proprio "Italia domani" è da un po' di tempo anche il nome-slogan usato per riferirsi al Piano nazionale di ripresa e resilienza (e al relativo portale), creando un involontario cortocircuito per l'impiego di una denominazione che fa riferimento alla "odiata" Europa.   
Quanto al simbolo del nuovo progetto politico di Marco Rizzo (al di là del carattere impiegato, sorprendentemente simile a quello che il citato Pid aveva utilizzato per scrivere "Italia domani" e che avrebbe recuperato nella sua successiva evoluzione, il Cantiere popolare), il cognome del fondatore è enormemente visibile al centro del fregio, che ha colori pressoché identici a quelli dell'ultima versione del simbolo di Dsp: il nome del partito è collocato all'interno della corona blu, interrotta da un segmento tricolore collocato nella parte inferiore. Si può facilmente rilevare che l'emblema era stato depositato come marchio europeo già il 23 luglio scorso, da Francesca Antinozzi - tra i fondatori, in base all'atto costitutivo dell'associazione - in nome e per conto di Rizzo: il deposito è stato effettuato, in base alla classificazione di Nizza, per le classi 41 (Educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici e altro).  
Quanto al futuro elettorale del nuovo soggetto politico, Rizzo ha annunciato che a partire dal congresso del 3 ottobre si articolerà la presenza del partito "nei 49 collegi plurinominali" e che dalla fine di novembre inizierà la raccolta firme per partecipare alle elezioni politiche (ovviamente senza sapere la data del voto, col rischio - ci si permette di rilevare - che le sottoscrizioni non siano più valide ove si votasse alla scadenza naturale della legislatura). Ovviamente tanto Italia Domani quanto gli altri soggetti politici di recente costituzione o nascenti sono interessati a capire se e come cambieranno le norme elettorali, dunque - tra un'iniziativa, una dichiarazione e una raccolta di firme - un occhio rimarrà sempre rivolto alle Camere per controllare il cammino della riforma elettorale, tra condizioni di partecipazione, alleanze e soglie.

Addio a Fabio Mussi: creò Sinistra democratica "non con animo leggero"

Le scissioni, nella storia di qualunque partito o area politica, sono sempre - forse inevitabilmente - momenti, passaggi drammatici, proprio perché legati a un trauma politico, ideale e non di rado anche umano. Nei casi più sfortunati sono accompagnate da dispute legali, molto più spesso da eventi e atteggiamenti plateali - in grado di dare la dimensione teatrale, dramatic del passaggio - espressione della tensione che si libera in quelle circostanze (si pensi alle transizioni quasi speculari, avvenute a quattro anni di distanza l'una dall'altra in entrambi i casi con abbandono delle minoranze, dal Pci al Pds - cui David Kertzer ha dedicato un libro fondamentale - e dal Msi-Dn ad An); è pressoché impossibile, in ogni caso, che manchino mozioni dei sentimenti, in grado di trasmettere a chi vede e ascolta quando quel passaggio sia impegnativo, per chi lo compie (cosa che succede assai più di rado, ad esempio, quando due o più progetti politici si fondono, al punto che ormai è istituzionalizzata in politica l'espressione "fusione a freddo"). 
Dovendo pensare a un esempio di "mozione dei sentimenti", nella mente di chi scrive partono subito le immagini finali dell'intervento tenuto il 20 aprile 2007 di Fabio Mussi al 4° e ultimo congresso dei Democratici di sinistra, quello che vide prevalere la mozione del segretario Piero Fassino e la linea sostanziale di Walter Veltroni, diretta alla costituzione del Partito democratico con il concorso della Margherita, una scelta che avrebbe inevitabilmente condotto all'archiviazione dell'esperienza dei Ds. Una linea che alla fine risultò votata da circa il 76% dei delegati, ma non condivisa da coloro che avevano sostenuto la mozione "Per un partito nuovo, democratico e socialista" che aveva candidato alla segreteria Gavino Angius, proponendo un approccio federativo, ma soprattutto da chi si era riconosciuto nella candidatura di Mussi e nella sua mozione "A sinistra. Per il socialismo europeo". Proprio Mussi, che in quel momento era anche ministro dell'Università e della ricerca scientifica nel secondo governo Prodi, nel suo intervento dalla tribuna del Mandela Forum di Firenze, iniziò a parlare richiamando "dopo 40 anni dedicati a questo partito, avendo attraversato, credo con coraggio, tutte le sue profonde trasformazioni" il proprio "diritto di parola. Anzi, il dovere di parlare, prima di tutto a voi", alle persone che stavano davanti a lui. E dopo aver ricordato il percorso di dissenso rispetto all'opzione riformista iniziata con il congresso di Pesaro del 2001 (quando a Fassino era stata opposta dal "correntone", di cui Mussi faceva parte, la candidatura di Giovanni Berlinguer), manifestò con educata nettezza la sua contrarietà alla scelta del costruendo partito unico, più spostato al centro e rinunciando a una forza autonoma di sinistra: "Sono i partiti che fanno i governi - disse - non i governi che fanno i partiti. E i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. E sono soggetti identitari, non solo programmatici. Quando qualcuno ti chiede: 'chi siete?', non basta rispondere: 'siamo tanti'". 
Per Mussi la svolta in preparazione non era in continuità col passaggio da Pci a Pds, cui lui stesso aveva concorso: per lui la nascita del Pd col concorso dei Ds era "figlia di un fallimento, fallimento che sento anche mio. Penso che essa rappresenti il tentativo, sbagliato, di rispondere al problema che fra gli altri ha posto chiaramente [...] Eugenio Scalfari, quando [...] ha scritto che anche il nostro partito 'è arrivato al capolinea, ha perso ruolo e rappresentanza. Con una dimensione quantitativa inadeguata alla società di massa, una dimensione qualitativa e culturale povera'". La strada scelta dalla maggioranza, secondo il ministro, avrebbe portato la sinistra "non a rinnovarsi, come pure è radicalmente necessario, ma a perdersi. 'Sinistra' non è un bagaglio appresso che i dirigenti si portano dietro. Sono valori, programma fondamentale, identità. La retorica dell'oltre - oltre i partiti, oltre le tradizioni, oltre il socialismo - non dice nulla, se non è chiaro dove si va" (per Mussi la costituente del Pd si apriva "al buio", sulla base d'un manifesto "debole, pasticciato, confuso", senza avere "chiarito niente di ciò che è essenziale"). Confessando di non riuscire a rassegnarsi "all'idea che il destino della sinistra italiana possa ridursi a [...] una rete di correnti superpersonalizzate dentro un partito che ammaina i simboli stessi della sinistra e del socialismo, e poi una galassia di partiti più piccoli, verdi, socialisti, comunisti, di sinistra cosiddetta 'radicale'", a conclusione del suo intervento di circa mezz'ora, Fabio Mussi preparò la strada nuova per chi aveva scelto di seguirlo: "Confermo qui... non con animo leggero... l'indisponibilità della minoranza che rappresento a partecipare alla Costituente del Partito Democratico", con due secondi di pausa prima e dopo l'inciso "non con animo leggero" tanto pesanti da apparire interminabili. "Noi ci fermiamo qui", riprese, confermando l'idea di costituire "non un altro piccolo partito. Ma un progetto volto a riunificare forze. A mantenere viva la prospettiva di una forza di sinistra di ispirazione socialista. Laica e di governo. [...] Alleata del Partito Democratico". Augurandosi un doppio successo, per il suo progetto e per quello cui aveva scelto di non concorrere ma col quale sentiva di poter collaborare, Mussi si congedò dalla platea con tre parole, venate di commozione: "Buona fortuna, compagni": la platea lo applaudì per oltre un minuto.
Da quel 20 aprile 2007 iniziò il percorso - cui si unì subito anche Angius - che portò alla nascita di Sinistra democratica - Per il Socialismo Europeo: una nuova forza politica che prendeva il nome dei gruppi del Pds nella XIII legislatura (prima che nascessero i Ds). L'idea era di creare un percorso che si inserisse in pieno nel solco del socialismo europeo e che potesse aderire al Pse, un fronte comune al quale potesse aderire un ampio spettro di forze, dallo Sdi (già membro del Pse) fino a Rifondazione comunista. Per marcare graficamente quel primo passo - che di fatto iniziò il 5 maggio 2007, allo stesso Palacongressi dell'Eur che aveva visto celebrarsi l'assemblea programmatica costituente che preparò la fine politica della Dc e il ritorno al nome del Ppi - si scelse qualche settimana più tardi un simbolo in bilico tra passato e presente: il passato era lo sfondo sfumato bianco-azzurro, che ricordava inevitabilmente quello dell'Ulivo (esperienza che per Mussi era stata fondamentale e irrinunciabile e con cui si sarebbe dovuto continuare), ma anche il nome "Sinistra democratica" scritta in carattere Helvetica rosso grassetto che ricordava molto quello usato nel simbolo dei Ds; il presente che guardava al futuro era quello dell'arcobaleno che tingeva la traccia di pastello simile a quelle usate da Bruno Magno per il fregio dei Progressisti, ma rilette in chiave moderna. La dicitura presa dalla mozione congressuale, "Per il Socialismo Europeo", era disposta su tre righe leggermete in obliquo, con le iniziali PSE colorate di rosso, per indicare l'orizzonte europeo cui si mirava.    
Il percorso, tuttavia, sarebbe stato difficile proprio come preconizzato da Mussi, anche perché incontrò subito idee diverse dei partecipanti. La proposta di Angius, Valdo Spini e Franco Grillini di far nascere una "sezione italiana" del Pse con lo Sdi e altre forze di quell'area fu respinta alla metà di settembre e i suoi sostenitori abbandonarono il progetto, concorrendo con lo Sdi e altre forze politiche alla costituzione del Partito socialista guidato da Enrico Boselli. Successivamente Sinistra democratica fu tra i soggetti politici convocanti degli Stati generali della sinistra e degli ecologisti, con l'idea di costituire una federazione politico-elettorale per essere competitivi con la legge elettorale allora vigente (il Porcellum): da lì l'8 e il 9 dicembre sarebbe nata la Sinistra - l'Arcobaleno, che avrebbe rinunciato a ogni simbolo di partito (con sofferenza di chi, come Oliviero Diliberto, avrebbe voluto mantenere la falce e il martello) per mettere a sistema le tracce colorate, passando dal pastello/gesso ai pastelli a cera. 
A scombinare pesantemente le carte, però, sarebbe arrivata la caduta del secondo governo Prodi e la fine prematurissima della XV legislatura, con conseguenti elezioni politiche. A quell'appuntamento avrebbe corso solo la Sinistra - l'Arcobaleno, ma Sd scelse comunque di depositare - come le altre forze della federazione - il proprio contrassegno, che nel frattempo era cambiato: il fondo era diventato rosso, con una circonferenza sottile attorno al bordo che conteneva tutti gli elementi, con le parti testuali divenute bianche e con la parola "Sinistra" del nome volutamente in evidenza. La Sinistra - l'Arcobaleno, però, non poté allearsi con il Pd (come avrebbe voluto Mussi), visto che la vocazione maggioritaria del partito perseguita da Veltroni si tradusse in una coalizione ridotta all'osso, con la possibilità di apparentarsi concessa solo all'Italia dei valori: la soglia di sbarramento, così, si innalzò improvvisamente dal 2% (con la possibilità del recupero della "miglior perdente") al 4% riservato a tutte le liste non coalizzate. Nonostante le speranze di arrivare all'8%, il gruppo di liste della Sinistra - l'Arcobaleno il 13 e 14 aprile 2008 si fermò al 3,08%, lasciando per la prima volta la sinistra fuori dal Parlamento.
Il cammino della Sinistra democratica, esclusa dalle Camere, continuò con difficoltà, anche per la scelta di alcuni esponenti - in particolare del gruppo della "Sinistra per il Paese" - di abbandonare il progetto per riavvicinarsi al Pd, con una "scissione di ritorno" iniziata già tra gennaio e febbraio del 2008; Mussi si dimise, per poi divenire presidente a luglio dello stesso anno (mentre segretario era diventato Claudio Fava). Il progetto aderì alla lista Sinistra e Libertà alle europee del 2009, sempre rimanendo sotto la soglia di sbarramento del 4%, poi concorse alla nascita di Sinistra ecologia e libertà, scegliendo dunque di sciogliersi. Mussi sarebbe rimasto lì per poi passare, alla fine dell'esperienza di Sel, a Sinistra italiana, dove sarebbe rimasto fino a oggi, giorno della scomparsa. 
Quella di Fabio Mussi è stata una carriera lunga, tanto nei partiti (alveo nel quale va ricondotto anche la posizione di condirettore dell'Unità) quanto nelle istituzioni (deputato per cinque legislature consecutive e vicepresidente della Camera nella XIV legislatura, oltre che - come si è detto - ministro del governo Prodi-bis). A dispetto di una sgradevolissima definizione data il 16 ottobre 1997 da Silvio Berlusconi ("Mussi è davvero simpatico, ha una faccia che è a metà quella di Hitler e a metà quella di un salumiere gioviale. Con una faccia così può permettersi di dire quello che vuole, anche cose nefande, come quando mi ha dato dello spogliarellista politico", cui Mussi rispose "Berlusconi non è un esperto di fisiognomica, non sa distinguere tra le facce delle persone perbene e le altre"), Mussi fu realmente apprezzato per il suo modo di fare politica, come pure per la sua capacità di stare tra le persone (era possibile trovarlo in metropolitana e scambiare qualche parola senza che scorte o staff si mettessero in mezzo). La sua, si diceva, è stata una carriera lunga, con alcuni passaggi di assoluto rilievo: senza nulla togliere all'importanza e alla delicatezza del passaggio dal Pci al Pds, chi scrive si sente di ricordare Mussi proprio attraverso quell'ultimo intervento congressuale del 2007 e la conseguente fondazione di Sd. In quel passaggio, infatti, Mussi si assunse l'onere di farsi simbolo di quella scelta di "fermarsi qui" augurando "buon viaggio", assunta "non con animo leggero" e con la speranza di potere comunque camminare vicini: una decisione in prima persona, che merita rispetto da parte di chiunque.

mercoledì 2 settembre 2026

Suppletive a Reggio Calabria, simboli e curiosità sulla scheda

Il 27 e il 28 settembre 2026 ci saranno giorni da segnare sul calendario per coloro che appartengono alla famiglia dei #drogatidipolitica: come ha già ottimamente ricordato su queste pagine qualche giorno fa il collega e amico Giuseppe Lauri, si terrà quella che senz'altro è l'ultima elezione suppletiva di questa legislatura, ma che potrebbe essere anche l'ultima suppletiva per parecchio tempo se dovesse completare il suo iter parlamentare la riforma della legge elettorale di cui è appena ripreso l'esame da parte della commissione Affari costituzionali del Senato. 
Com'è noto, l'elezione riguarda la Camera dei deputati, precisamente il collegio uninominale 05-Reggio di Calabria della XXIII Circoscrizione Calabria.  Il voto si è reso necessario perché Il deputato lì eletto nel 2022, il segretario regionale di Forza Italia Francesco Cannizzaro, alle ultime elezioni amministrative è diventato sindaco del capoluogo reggino e ha optato per quella carica. Le candidature per il collegio uninominale potevano essere presentate tra il 23 e il 24 agosto; a sfidarsi per ottenere quel seggio saranno 4 persone, affiancate da altrettanti contrassegni, depositati per l'occasione presso gli uffici della Corte d'Appello di Catanzaro. I simboli saranno indicati in ordine di sorteggio sulla scheda: come si vedrà, in due casi si tratta di emblemi compositi, riferiti a un'intera coalizione, mentre altri due riproducono quello delle rispettive forze politiche di riferimento, non senza sorprese.
 
* * *
 

1) Francesco Toscano

 

La sorpresa maggiore arriva già con la prima candidatura, quella di Francesco Toscano. A colpire, a dire il vero, non è la partecipazione alle elezioni suppletive reggine dello stesso Toscano, cofondatore e presidente di Democrazia sovrana popolare, ma soprattutto nato a Gioia Tauro, comune di cui è stato assessore; del resto, proprio lui era stato candidato alla presidenza della giunta calabrese in occasione delle ultime elezioni regionali, tenutesi ad ottobre dell'anno scorso. Non passa certamente inosservato, invece, l'impiego di un simbolo del tutto nuovo, che mantiene il nome della forza politica e la sua sigla in evidenza, resa però con un carattere bastoni bianco su un fondo colore amaranto (che potrebbe persino ricordare la tinta storicamente legata alla Reggina), fondo sul quale si staglia anche il disegno stilizzato di una colonna scanalata; il nome del partito è collocato su un tracciato circolare intorno e sopra la colonna, mentre tutti gli elementi sono racchiusi all'interno di una sottile circonferenza tricolore (in cui il bianco corrisponde alle due estremità della colonna stessa). 
La scelta di presentare un emblema completamente nuovo rispetto a quelli utilizzati in precedenza da Dsp sembra da contestualizzare all'interno degli ultimi eventi che hanno caratterizzato la vita del partito, con il congresso straordinario celebrato a Roma (Auditorium Seraphicum) il 26 luglio scorso, a seguito dei concretizzarsi di un consistente dissidio politico (non privo di risvolti giuridici) all'interno del partito. Se le decisioni prese in quell'appuntamento hanno escluso ogni possibilità di trattativa con centrodestra, centrosinistra o con la nuova forza politica legata a Roberto Vannacci, scegliendo posizioni nettamente alternative a queste aree politiche, il 31 luglio Marco Rizzo - che aveva cofondato Dsp dopo le elezioni politiche del 2022 - ha pubblicato un post in cui ha dichiarato di aver "rassegnato, con effetto immediato, le dimissioni dall'incarico di coordinatore nazionale di Democrazia sovrana popolare" per "andare avanti senza ambiguità, compromessi e zavorre", ritenendo impossibile "proseguire un percorso comune con chi ha assunto posizioni ambigue sulla globalizzazione liberista, sull'immigrazione incontrollata, sulla sicurezza e sul ruolo dei lavoratori delle Forze dell'Ordine" ("L'Africa deve essere libera, sovrana e governata dagli africani, non sfruttata [...] Ma l'Italia ha il diritto e il dovere di proteggere i propri cittadini") e scegliendo di avviare un nuovo percorso politico. Il 28 luglio, però, lo stesso Rizzo in un altro post aveva preso atto della frattura concretizzatasi in quel periodo, aggiungendo "Correttezza vorrebbe che entrambi gli schieramenti interni al partito rinunciassero a simbolo e nome, che appartiene ad entrambi e che non sarebbe legale né equo venisse usurpato da una sola delle parti. Circostanza che ovviamente determinerebbe scontate azioni legali": è presumibile che Toscano abbia scelto di non rinunciare al nome, essendo lui rimasto all'interno di Dsp, ma di utilizzare un emblema del tutto diverso per evitare contestazioni efficaci in sede elettorale: nell'opportunità di mutare segno distintivo, potrebbe "pagare" di più farlo con un certo anticipo rispetto alle elezioni generali.
 

2) Domenico Giannetta

 

La seconda sorpresa arriva subito dopo la prima, con la comparsa del simbolo di Futuro nazionale con Vannacci. Qui la situazione è opposta a quella vista con Toscano: nessuna novità relativa al contrassegno utilizzato (si tratta della seconda versione dell'emblema, quella che ha ingrandito le scritte "futuriste" all'interno del cerchio blu sfumato), mentre assai più scalpore ha destato - al momento in cui la candidatura è stata divulgata - il fatto che la prima uscita elettorale politica di Fnv abbia il volto di Domenico Giannetta, che fino al momento dell'annuncio era capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale (gruppo dal quale è stato escluso subito dopo l'ufficializzazione della candidatura: ora è il solo membro del gruppo misto, anche se la sua biografia - mentre si scrive - non è stata aggiornata).
 
 

3) Antonio Francesco Benedetto detto Frank Benedetto 

 

Il terzo posto sulle schede è occupato dalla candidatura di Antonio Francesco Benedetto, noto come Frank Benedetto: cardiologo e angiologo, direttore della cardiologia del Grande Ospedale Metropolitano "Bianchi-Melacrino-Morelli" di Reggio Calabria, è la persona scelta per rappresentare il "campo largo". Il contrassegno depositato comprende tre simboli, disposti a triangolo: in alto quello del Partito democratico (stranamente il logo elaborato da Nicola Storto è "compresso" in verticale rispetto al solito), in basso quelli del MoVimento 5 Stelle e di Casa riformista - Italia viva (senza riferimenti alla Calabria com'era stato alle scorse regionali). Se si guarda il materiale di propaganda del candidato, però, si trovano anche i simboli del Psi, di Centro democratico, di +Calabria in Europa, di Rifondazione comunista, del Pri, di Possibile, di Alleanza Verdi e Sinistra, di Più Uno e di i Riformisti - Progetto riformista (gruppo promosso dal sindaco di Rende, Sandro Principe). 
  

4) Fabio Roscioli

 

Chiude il quadro dei candidati Fabio Roscioli, avvocato civilista (molto legato a Mediaset), amministratore nazionale di Forza Italia e candidato dall'intero centrodestra, anche se non ha mancato di sollevare perplessità la scelta di schierare a queste suppletive reggine un candidato non legato al territorio (Roscioli è romano, ma il deputato uscente e sindaco di Reggio Cannizzaro rivendica di avere "imposto" lui la candidatura dell'avvocato, ritenendola capace e in grado di proseguire il cammino volto a portare in Parlamento le istanze di Reggio Calabria). Nel contrassegno "a cinque" (il più complesso di questa competizione) ci sono, proprio come nelle ultime suppletive in Veneto, le miniature dei simboli di Fratelli d'Italia, Forza Italia, Lega per Salvini premier, Noi moderati e Unione di centro disposte a pentagono; è interessante notare come, rispetto al precedente appuntamento veneto, Fdi abbia mantenuto la sua posizione in alto a sinistra, mentre a fianco - in posizione più evidente rispetto ai fregi posizionati sotto - sia stato collocato il simbolo di Forza Italia, dunque del partito del candidato, mentre in Veneto al suo posto c'era quello della Lega (che appunto aveva espresso i candidati nei due collegi interessati).  
 

martedì 1 settembre 2026

Lega Nord, tra richieste di congresso e il simbolo registrato all'estero

Mentre riprende la discussione sulla legge elettorale, con vari emendamenti rilevanti sul tavolo, in grado di modificare profondamente l'impianto della legge (dalla proposta reintroduzione del ballottaggio per l'attribuzione del premio, con la modifica della soglia per farlo scattare al primo turno, al superamento dell'emendamento "tagliacespugli" - proposto alla Camera da Paolo Emilio Russo e approvato dall'assemblea - che aveva escluso dal computo dei voti delle coalizioni quelli attribuiti alle liste coalizzate al di sotto del 3%, salvando solo i consensi della migliore "sotto soglia" per ogni coalizione sopra al 10%), un riflettore si accende più o meno improvvisamente sulla Lega. Ma non tanto - se non di riflesso - sulla Lega per Salvini premier, quanto piuttosto sulla Lega Nord
In mattinata, infatti, Sky Tg24 aveva dato notizia del sorgere di un Comitato volto a chiedere al commissario della Lega Nord per l'indipendenza della Padania, Igor Iezzi, la convocazione del congresso federale, la cui ultima convocazione risale al 21 dicembre 2019: fu in quell'occasione, tra l'altro, che fu modificato in varie parti lo statuto del partito, prevedendo tra l'altro che "Il Consiglio Federale può concedere, anche ai fini elettorali, l’utilizzo del simbolo, in tutto o in parte, alle nazioni regolarmente costituite ai sensi del presente Statuto, nonché ad altri Movimenti politici le cui affinità con gli obiettivi di Lega Nord sono rimesse alla valutazione del Consiglio Federale. La concessione del simbolo può essere revocata dal Consiglio Federale". Lo scopo, per nulla nostalgico, sarebbe disporre di un partito politico già esistente, con una sua storia politica ed elettorale e potenzialmente riattivabile (sia pure con una grave incognita economica, quella dei famigerati 49 milioni di euro da restituire gradualmente). 
Tra le figure che si stanno muovendo per la riattivazione attraverso la convocazione congressuale c'è l'ex deputato forlivese Gianluca Pini, un nome che a chi segue questo sito dovrebbe essere già noto, risalendo al 2020 le prime iniziative sue (e di Gianni Fava) per rendere di nuovo utilizzabile elettoralmente il simbolo della Lega Nord. Pini, intervistato da Adnkronos, ha dichiarato che la richiesta di convocazione del congresso federale sarebbe volta essenzialmente a rinnovare le cariche del partito (e, in quel contesto, "cambiare chiaramente un commissario che fa melina da sei anni, con giustificazioni assurde, per non convocare [il congresso], solo ed esclusivamente per tenere ostaggio i militanti del movimento della Lega Nord"), rendere di nuovo disponibile il simbolo e "ridare dignità a un movimento che ha ancora tanto da dare, che potrebbe essere un contenitore interessante per il proseguo della politica italiana". La costituzione del comitato pro-congresso ("in una maniera molto semplice come si costituiscono tutti i comitati che hanno un unico scopo"), risale al 28 agosto - fondatori sono Pini, "promotore fondatore e presidente", e altri due soci ordinari militanti - poi il passaparola tra chi era stato militante avrebbe fatto aumentare le adesioni. 
Bisognerebbe ricordare, per completezza, che a giugno del 2022 Pini aveva già tentato di riottenere la convocazione del congresso della Lega Nord attraverso un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile presso il tribunale di Milano. Il consiglio federale era stato convocato per il 20 settembre, anche per discutere del congresso federale, ma l'assise non è stata mai convocata anche perché a luglio il giudice cui il processo cautelare era stato affidato aveva dichiarato inammissibile il ricorso, essenzialmente per ragioni formali o quasi: da un lato non si sarebbe dovuto utilizzare il ricorso ex art. 700 c.p.c. per far valere un'azione di volontaria giurisdizione, basata sull'art. 20, comma 2 del codice civile (quello che permette a un decimo dei soci di convocare l'assemblea dell'associazione e, qualora gli amministratori non vi provvedano, consente di chiedere al presidente del tribunale di convocare l'assemblea stessa, in pratica un'autoconvocazione); dall'altro, Pini non avrebbe rappresentato il 10% dei soci, perché la platea dei soci ordinari militanti non sarebbe stata pari ai sette reiscritti, ma sarebbe stata coincidente con chi aveva già la tessera della Lega, rinnovata gratuitamente.
L'esito negativo di quell'azione giudiziaria, tuttavia, potrebbe essere diverso se il comitato di Pini si allargasse al punto da raggiungere potenzialmente il 10% degli iscritti alla Lega Nord: un'operazione per nulla semplice, se solo si considera che per conteggiare la quota minima di soci ordinari militanti da raggiungere si dovrebbe avere a disposizone l'elenco degli iscritti. Certo, se la richiesta di convocazione fosse avanzata (in modo formale) al commissario federale Igor Iezzi e, in mancanza di una sua risposta, partisse la richiesta ex art. 20 c.c. al presidente del tribunale di Milano (o di altra sede ritenuta idonea, ma la Lega Nord ha sede a Milano), il giudice potrebbe disporre la convocazione dell'assemblea che, in teoria potrebbe nominare un nuovo consiglio federale e quest'ultimo potrebbe poi a sua volta revocare l'uso del simbolo alla Lega per Salvini premier (non certo il nome "Lega", essendo questo stato ritenuto più volte un nome generico e non "privatizzabile"). Appare altrettanto chiaro che un risultato simile verrebbe quasi certamente osteggiato sul piano giuridico dagli attuali vertici della Lega Nord, che potrebbero anche solo limitarsi a dimostrare che non è stato raggiunto il 10% degli aventi diritto.
La situazione, ovviamente, si presenta come molto delicata per l'originalità della dinamica di un simbolo messo a disposizione di una forza politica operante da un partito giuridicamente esistente, ma politicamente inattivo. Resta naturalmente, come si accennava prima, un grosso dubbio sulla sostenibilità del tentativo. Al di là del fatto che al momento non risultano coinvolte nel comitato figure di primo piano (incluse quelle che - da Attilio Fontana a Massimiliano Romeo, senza tralasciare Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Riccardo Molinari - nell'ultimo periodo hanno manifestato riserve pesanti sull'attuale attività della Lega per Salvini premier), rimane da considerare la pesante questione del debito con l'erario che la Lega Nord ha tuttora e il cui pagamento via via continua (guardando l'ultimo rendiconto, quello del 2025, rimarrebbero da saldare - se ben si legge - circa 18 milioni di euro). "Coloro che hanno rischiato di uccidere la Lega - dichiarano ad Adnkronos persone 'dell'entourage di Salvini' - ora si rifanno vivi in cerca di una poltrona. Chi ha patteggiato per corruzione è disposto anche a farsi interamente carico dei 49 milioni di debiti che la Lega per Salvini Premier ha trovato in eredità e che sta tuttora pagando?". Non spetta ovviamente a chi scrive rispondere a questa domanda, ma il problema del debito è serio e potenzialmente in grado di paralizzare ogni attività politica e soprattutto elettorale.
L'ultimo simbolo della Lega Nord, quello con il "Sole delle Alpi" vicino ad Alberto da Giussano e il riferimento alla Padania nella parte inferiore, ha anche un'altra storia da raccontare. Proprio oggi, infatti, Antonio Atte di Adnkronos ha scovato la registrazione come marchio di quel simbolo presso il Benelux Office for Intellectual Property, l'equivalente del nostro Ufficio italiano brevetti e marchi. Nella sua banca dati, infatti, emerge una domanda di marchio presentata in francese per il Benelux in data 22 dicembre 2019 e pubblicata il 3 gennaio 2020, a nome di Marco Ambrosetti: la registrazione risale al 18 marzo 2020 e il titolo scadrà il 22 dicembre 2029. Va segnalato che la domanda, oltre a essere valida per il sistema Benelux, dunque in un ambito territoriale non confliggente con l'Italia, riguarda classi di servizi legate al collocamento del personale, quindi un ambito piuttosto diverso da quello strettamente politico.
Non può non colpire come in alcuni stati europei diversi dall'Italia sia stato depositato e registrato un simbolo di partito italiano; la cosa colpisce anche di più se solo si ricorda che nel frattempo, cioè a metà giugno del 2018, in Italia Matteo Salvini aveva depositato tre domande di marchio relative al simbolo elettorale della Lega per Salvini premier, ad Alberto da Giussano sotto la parola "Lega" e al solo guerriero nella circonferenza blu, immagine che ovviamente è il "nucleo" del marchio registrato in Benelux. Quelle domande sono state accolte all'inizio del 2025, dopo un percorso davvero molto lungo; non dovrebbero esserci conflitti tra il marchio registrato in Benelux e quelli registrati in Italia, ma un caso come questo mostra e dimostra una volta di più come l'idea di tutelare i simboli politici e soprattutto di partito attraverso la loro registrazione come marchi è del tutto impropria, perché possono crearsi conflitti di ogni tipo. Al di là dei titolari diversi in Paesi diversi, i veri conflitti sono tra la disciplina dei marchi (segni distintivi di natura commerciale) e quella del "diritto al nome" di un soggetto politico collettivo (che, come tale, non è commerciabile ed è riferibile a chi appartiene a quel soggetto), ma soprattutto tra la disciplina del marchio e quella elettorale, che rispondono a criteri e scopi completamente diversi. Per questo servirebbe una disciplina molto più netta, ma soprattutto occorrerebbe non ammettere la registrazione come marchi di simboli di partiti o contrassegni elettorali e, a monte, avere il buon senso di non depositarli. Nella consapevolezza che il valore e lo scopo del simbolo politico - si tratti di un'immagine consolidata come Alberto da Giussano, di un altro fregio storico (come lo scudo crociato, la falce col martello, la fiamma tricolore, la foglia d'edera, il garofano, la rosa, il sole) o di un logo di più recente creazione - va ben oltre l'eventuale produzione di gadget con la stessa foggia.

giovedì 27 agosto 2026

Da Aosta a Reggio Calabria. Elogio - semiserio ed emozionale - delle elezioni suppletive (di Giuseppe Lauri)

"Parola d'ordine: #suppletive." "Ne facciamo sempre troppo poche." "Si avvicinano le ultime della legislatura... ma forse saranno proprio le ultime. Ti va di scrivere per il mio sito un elogio delle suppletive?" Il 4 agosto questo dialogo - solo in apparenza surreale - si è svolto su Whatsapp tra un losco figuro, per giunta amministratore di questo sito, e Giuseppe Lauri, studioso di diritto costituzionale (è dottore di ricerca in Scienze giuridiche - indirizzo Giustizia costituzionale e diritti fondamentali presso l'Università degli Studi di Pisa), autore tra l'altro di un contributo importante su
Forum di Quaderni costituzionali (dal titolo molto califanesco) sul "ritorno" delle suppletive, ma soprattutto membro a pieno titolo della categoria dei #drogatidipolitica. Non poteva essere che lui la persona più indicata per fare un elogio delle suppletive: sono contento che abbia accettato la proposta e che abbia inviato l'articolo che segue. Un testo molto bello, che merita di essere letto dall'inizio alla fine, con attenzione, ma senza far mancare una certa dose d'ironia. 
 
 
Per noi, ragazzi dello zoo di Berlin…, pardon, #drogatidipolitica, questi sono giorni di discreto travaglio, nonché di moderata emozione. Il 24 agosto, infatti, si sono chiusi i termini per la presentazione delle candidature alle elezioni suppletive per il collegio uninominale della Camera di Reggio Calabria (candidature - simboli inclusi - su cui il curatore di questo blog avrà modo di scrivere più e meglio di me). Discreto travaglio e moderata emozione, si è scritto, e non deve stupire. Per chi è nato col bernoccolo dei sistemi elettorali, delle procedure, dei simboli, dei verbali e, dunque, di tutto il bailamme che ruota intorno al rutilante mondo delle elezioni, le suppletive italiane sono sempre un appuntamento peculiare.
Al di là dei dati politici, intanto, come la cometa di Halley, una suppletiva non capita mica tutti i giorni. Alla base deve esserci anzitutto un sistema elettorale che le preveda, e, cioè, che assicuri una discreta quota di seggi attribuiti con metodo maggioritario sulla base di collegi uninominali. Nella storia recente, è stato il caso del periodo 1993-2005 (vigenza del Mattarellum), e 2018-2026 (e cioè i giorni nostri, regolati dal Rosatellum-bis). Secondariamente, deve esserci un evento che dia luogo alla famigerata vacanza del seggio attribuito in quel collegio, vale a dire il venir meno - per decesso, dimissioni, opzione per altra carica, decadenza - del deputato o del senatore eletto in sede uninominale nell'ambito della tornata generale. E già questo secondo aspetto è interessante. 
Se guardiamo all’attuale legislatura repubblicana, che pure non è stata la più prolifica da questo punto di vista – il primato, infatti, è tuttora detenuto dalla XIII legislatura, con ben diciassette deputati e senatori eletti in seconda battuta tra il 1996 e il 2000 – il campionario presenta tre sostituzioni resesi necessarie in ragione di incompatibilità sopravvenute (elezione a presidente di Regione o a sindaco, nomina ad assessore regionale) e una a un evento non particolarmente felice, ma di innegabile significato: la morte di Silvio Berlusconi, eletto nel 2022 senatore per il collegio uninominale senatoriale di Monza, con l'elezione al suo posto - grazie alle suppletive del 22-23 ottobre 2023 - di Adriano Galliani. 
Prima ancora, quando chi scrive non aveva escluso il ritorno delle suppletive all'indomani dell'entrata in vigore del Rosatellum-bis (e, per inelegante che appaia, mi sia consentito il rimando a questo mio testo), esse avevano avuto modo di ri-debuttare all’esito delle controverse dimissioni del deputato sardo Andrea Mura, eletto a Cagliari per il MoVimento 5 Stelle e non particolarmente presente a Montecitorio. Memorabile la sua dichiarazione per giustificare le sue plurime assenze alla Camera: "L'attività politica non si svolge solo in Parlamento, si può svolgere anche su una barca. Io l'ho detto fin dall'inizio, anche in campagna elettorale, che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani"; com'è, come non è, il Nostro(mo) regalò al centrosinistra - all'epoca all'opposizione del governo Conte I - il collegio cagliaritano e a noi fan del genere le prime suppletive dopo un'astinenza forzata durata quattordici anni (sia consentita al riguardo una nuova, scarsamente elegante autocitazione).
Si diceva dunque della moderata emozione, ma anche del discreto travaglio, misto a una nota di velata malinconia: le suppletive calabresi previste per il 27 e 28 settembre prossimi, infatti, non sono solo le ultime di questa legislatura (da sempre - dove per "sempre" intendiamo il 1976 - la normativa è categorica nel prevedere che le suppletive si tengano purché manchi non meno di un anno tra l'evento che ha causato la vacanza del collegio e la fine naturale della legislatura); ma, verosimilmente, saranno le ultime per un arco di tempo indefinitivamente lungo laddove venga approvata la proposta di legge elettorale attualmente all’esame del Senato. Lo Stabilicum/Melonellum, infatti, prevede l'abolizione dei collegi uninominali. 
E dunque? Niente più poesia? Niente più "Eh, signora mia, qui una volta era tutto 6% di affluenza" (già, essendo le elezioni suppletive italiane, per antonomasia, le consultazioni meno frequentate dagli elettori, fino all'acme della tornata per il rinnovo del collegio senatoriale di Marino del 2003, quando si recò a votare, per l’appunto, appena il 6,66% degli aventi diritto - e qui si sfiora la demonologia - con un "giovane" Luigi Zanda candidato per l'Ulivo e unico concorrente in corsa, ovviamente eletto, vista l'esclusione del potenziale avversario di centrodestra per un problema legato alle sottoscrizioni presentate)? Niente più simboli che devono tenere difficoltosamente insieme più partiti all'esito di accordi altrettanto difficoltosamente raggiunti?
Sì, e no. Anche la (potenziale) nuova legge elettorale, infatti, come tutte le precedenti deve fare i conti con la peculiare situazione di Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige, in cui la tutela delle minoranze linguistiche impone la presenza di collegi uninominali (necessariamente uno per ciascun ramo del Parlamento nella Vallée, qualcuno in più nel secondo caso). E del resto, è proprio dalla Valle d'Aosta che iniziò la storia delle suppletive italiane repubblicane per esigenze tanto tragiche quanto pratiche. Tra il 1966 e il 1971, infatti, per ben tre volte la rappresentanza valdostana in Parlamento fu dimezzata o addirittura azzerata a causa della scomparsa, in corso di legislatura, degli eletti espressione della Regione. Le Giunte delle elezioni di Camera e Senato si limitarono a prendere atto dell’assenza di una disposizione legislativa che regolasse il subentro per gli eletti della Valle d'Aosta, spingendosi - al più - a raccomandare un intervento legislativo sul punto. 
La questione si avviò a risoluzione solo a partire dal 1972. Nell'aprile di quell’anno, infatti, di ritorno da un comizio a due settimane dalle politiche, perirono in un incidente stradale Germano Ollietti e Oreste Marcoz, rispettivamente candidati alla Camera e al Senato, e che peraltro risultarono formalmente eletti nella tornata del maggio successivo: l'avvio di legislatura senza rappresentanza parlamentare della Regione fece comprendere come non fosse più rinviabile prendere una decisione. Nell'agosto del 1972, la legge n. 471 dettò disposizioni contingenti, permettendo la celebrazione, nel successivo novembre, delle prime elezioni suppletive della Repubblica. Solo nel 1976, con la legge n. 136, nell'ambito di una generale manutenzione della normativa in materia di procedimento elettorale, furono emanate disposizioni specifiche per la surroga degli eletti uninominali valdostani
Storia finita? No. Dieci anni dopo, la scomparsa del senatore altoatesino Peter Brugger fece sì che con la legge n. 31 del 1987 le disposizioni dettate per la sola Valle d'Aosta fossero estese a tutti i collegi uninominali previsti dalla legge elettorale politica del 1946 per l'elezione di palazzo Madama – senza però venire mai applicata per la fine anticipata della legislatura, che fece venire meno l'esigenza di rivotare nel collegio di Bressanone. Da lì, la normativa transitò nel c.d. Mattarellum, e non verrebbe toccata dalla proposta di legge attualmente in discussione al Senato, in virtù di una serie di continui rimandi legislativi. Il che è poco meno di una magra consolazione per noi #drogatidipolitica, perché, per un curioso scherzo del destino – che su queste cose sa essere, come noto, cinico e baro – le uniche elezioni suppletive effettivamente tenutesi nelle due Regioni a Statuto speciale sono proprio quelle valdostane del lontano 1972. E questo nonostante una sequela di eventi luttuosi da fare invidia a Game of Thrones!
Nell'attesa di capire cosa sarà dello Stabilicum/Melonellum, godiamoci il voto calabrese di inizio autunno, reso friccicarello dall'esordio di una rocambolesca candidatura espressione di Futuro Nazionale. E chissà che l'imprevedibile corso degli eventi non ci regali per la XX legislatura repubblicana, previo naufragio del sistema elettorale in corso di approvazione, scontri epici come quello - consumatosi il 13 agosto scorso, con una scheda elettorale lunga quasi 90 centimetri per la presenza di 34 candidati - tra Nigel Farage e Count Binface per il collegio di Clacton. Sognare non costa nulla, amici #drogatidipolitica.
 
[L'Autore ringrazia il "maestro Maestri", curatore di questo prezioso blog, per l’opportunità che ha voluto concedergli.] 

mercoledì 26 agosto 2026

Europeisti italiani, l'identità nel tulipano (ibridato col tridente ucraino)

Ancora prima che il manifesto della Federazione dei Riformatori - di cui si è detto ieri - fosse pubblicato, il progetto della Federazione socialista riformista è stato accostato a un altro progetto nascente, che aveva mosso i suoi passi già prima: quello del Movimento degli Europeisti italiani, più noto con la denominazione abbreviata Europeisti.eu (che è anche il sito della piattaforma collegata). Promossa, tra gli altri, da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (e qui i #drogatidipolitica fino all'ultima goccia non possono che essere colti da un colpo fortissimo, dato dallo sblocco improvviso di un ricordo: quello della Sinistra liberale - con tanto di ape stilizzata su fondo cielo - poi Sinistra delle Libertà, del 1995), il movimento europeista - nulla a che vedere con il gruppo parlamentare degli Europeisti della scorsa legislatura - è nato "per trasformare un europeismo ormai maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano", volto a proporre non "una retorica identitaria, ma una linea di azione pragmatica: difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere". 
Se l'evento realmente fondativo - "Operazione Polo Europeista" - è del 18 luglio e si è svolto a Roma al centro congressi Cavour (oltre ai promotori nazionali sono intervenuti Bianca Hermanin, Aldo Torchiaro, Fabrizio Cicchitto, Ettore Rosato di Azione, Raffaele Nevi di Forza Italia, l'ex ministo Mario Mauro, Alessandro Maran, Alessandro Sterpa e vari ospiti, incluse alcune figure rilevanti della Federazione dei Riformatori), l'evento di presentazione si era tenuto un mese prima, il 15 giugno a Milano (teatro Franco Parenti: lì hanno partecipato, tra gli altri, Mario Monti, Elena Bonetti, Gianni Vernetti, Sofia Ventura, Filippo Rossi - direttore editoriale della testata L'Europeista - Giuseppe De Mita, Andrea Marcucci, Pina Picierno e Carlo Cottarelli), ma già il 9 maggio sul sito era stato pubblicato il manifesto degli Europeisti italiani. E anche questo lo mettiamo per intero: 

L'Italia si vanta spesso di essere Paese fondatore dell'Unione Europea. Oggi però non basta rivendicarlo: occorre candidarsi a essere un Paese «rifondatore» dell'Europa, a contribuire alla sua trasformazione invece di subirla. Questa responsabilità richiede innanzitutto un salto di qualità nel dibattito politico nazionale. Le due principali coalizioni che si contenderanno nel 2027 il governo del Paese sono in larga misura infiltrate e condizionate da forze apertamente ostili al progetto dell'UE. Movimenti che, nel momento più pericoloso per la democrazia europea, hanno legittimato la strategia di potenza di Vladimir Putin, giustificato l'aggressione russa in Ucraina come reazione a una minaccia occidentale, ostacolato il progetto di difesa comune in nome di un pacifismo ipocrita e tenuto l'Italia in una posizione ambigua, anche quando Parigi, Berlino e Londra promuovevano l'iniziativa dei Volenterosi per rimediare al disimpegno americano. Il risultato è che milioni di italiani europeisti — che sono maggioranza nei sondaggi — non trovano rappresentanza politica adeguata. Votano turandosi il naso, si astengono, o si rassegnano a una scelta tra schieramenti incapaci di dire con chiarezza da che parte sta l'Italia. Il 2027 è l'occasione per cambiare.

Perché una rivoluzione, non una riforma

Non vogliamo riformare l'Europa. Vogliamo che viva la sua rivoluzione e la stagione della sua vera indipendenza. Il tempo che stiamo attraversando richiede un salto di qualità — nella visione, nelle istituzioni, nella volontà politica — che nessuna riforma parziale è in grado di produrre.

Cosa vogliamo

Non siamo affezionati alle istituzioni di Bruxelles, ma all'Europa come civiltà: lo spazio politico in cui libertà, stato di diritto, laicità, creatività e tolleranza hanno trovato la loro forma più stabile. La nostra bussola è semplice: vogliamo un'Europa che sappia difendersi e innovare. 
Crediamo che la sovranità, oggi, si eserciti insieme o non si eserciti affatto. Nessuno Stato europeo da solo ha la dimensione per garantire sicurezza militare, autonomia energetica, competitività tecnologica o protezione dei propri lavoratori dalla pressione dei mercati globali. La guerra in Ucraina, la dipendenza energetica dai regimi autoritari e la concentrazione tecnologica nelle mani di pochi colossi extra-europei hanno reso tutto questo evidente.
Per questo sosteniamo una difesa comune europea credibile, perché la pace si costruisce con la forza e non con le intenzioni. Sosteniamo il pieno supporto all'Ucraina, perché difendere Kyiv oggi significa non dover difendere Roma domani. Vogliamo un'Europa che realizzi e governi la propria infrastruttura tecnologica — intelligenza artificiale, dati, semiconduttori — invece di dipendere da scelte prese altrove. Che costruisca la propria indipendenza energetica come precondizione di qualsiasi autonomia politica. Che governi i flussi migratori con metodo e pragmatismo, sottraendo questo tema alla strumentalizzazione populista di destra e di sinistra. Che semplifichi le regole per liberare l'iniziativa economica, favorire la crescita dimensionale delle imprese, abbattere la pressione fiscale su lavoro e innovazione. Che difenda senza ambiguità la laicità dello Stato e la società aperta da ogni forma di estremismo, antisemitismo e islamismo politico. E che affronti la crisi delle nascite per quello che è: non una questione ideologica, ma un problema di condizioni materiali — salari, alloggi, servizi, conciliazione tra lavoro e famiglia. Non è un programma visionario. È una lista di priorità per il prossimo decennio.
 

L'appello per il 2027 e oltre

Le elezioni del 2027 non sono un appuntamento come gli altri. L'Italia arriverà a quel voto in un'Europa che o avrà accelerato la propria trasformazione in una potenza capace di decidere, o si sarà ulteriormente frammentata sotto la pressione delle guerre ibride, dei ricatti energetici e delle divisioni interne alimentate dall'esterno. 
Chiediamo a chi condivide questa visione — indipendentemente dalla propria storia politica — di fare una scelta concreta: non basta essere europeisti nei valori, bisogna esserlo nell'azione. Ci proponiamo di costruire adesso un movimento politico organizzato, impegnato su pochi chiari obiettivi, capace di portare questa voce in Parlamento e di far pesare l'Italia in Europa con il protagonismo che un Paese rifondatore deve avere. Nel 2027 e oltre.
La maggioranza silenziosa degli italiani europeisti esiste già. Manca solo la volontà di darle una casa.
 
Anche in questo caso, il progetto si è dato un segno identificativo grafico, a fondo color carta da zucchero. La sua interpretazione autentica ce la facciamo dare da Piercamillo Falasca: "Abbiamo voluto riprendere l’uso di un fiore come simbolo politico. Abbiamo cercato un fiore tipicamente europeo che rappresentasse lo spirito del continente e abbiamo pensato che il tulipano è stato a lungo un oggetto di scambio, commercio: i suoi bulbi hanno creato un vero e proprio mercato, persino una bolla... In più abbiamo ibridato il tulipano con il tridente ucraino, addolcendo il tridente". Il colore del tulipano, non a caso, è azzurro come uno dei due colori della bandiera ucraina (l'altro è il giallo, che tinge l'estensione ".eu").
Da qui alle elezioni, l'area centrista subirà di certo altre evoluzioni, tenendo conto anche degli altri attori politici, a partire da Spazio Pubblico di Pina Picierno, del Partito liberaldemocratico guidato da Luigi Marattin e - inevitabilmente - da Azione guidata da Carlo Calenda, unico partito al di fuori dei due poli principali a godere dell'esenzione dalla raccolta firme. Sempre che non scelga di guardare a quell'area un'altra formazione riformista, Italia viva. 

martedì 25 agosto 2026

R come Riformatori, aggregare per creare l'alternativa al bipolarismo

Manca un anno e un mese al compiersi del quinquennio dalle elezioni politiche e inevitabilmente, anche sulla base della riforma elettorale in discussione, si preparano aggregazioni soprattutto nell'area moderata e riformista, create pure allo scopo di favorirne altre, più grandi e strutturate. Sembra il caso della Federazione dei Riformatori, il cui manifesto è stato pubblicato giusto un mese fa - il 24 luglio - a pagina 5 del Riformista. Non sempre documenti di questo tipo trovano spazio su quotidiani, anche di area, dunque ci si permette di riportare il testo per intero di seguito.

PREAMBOLO

L’Italia attraversa una stagione di profonde trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche. La crisi delle culture politiche tradizionali, la crescente sfiducia nelle istituzioni e il progressivo impoverimento del confronto democratico impongono la costruzione di una nuova proposta riformatrice.
La Federazione dei Riformatori nasce per riunire le grandi culture politiche che hanno edificato la Repubblica e accompagnato lo sviluppo democratico del Paese. Non nasce per alimentare nostalgie né per aggiungere un nuovo simbolo al panorama politico italiano. Nasce per ricostruire una cultura di governo capace di coniugare libertà, giustizia sociale, responsabilità, competenza ed europeismo.
L’obiettivo è superare il bipolarismo degenerato in bipopulismo e restituire centralità alla politica, alle istituzioni e all’interesse nazionale.

 

I. LE NOSTRE RADICI

«Il fiume ritorna alla sorgente» scriveva Pietro Nenni. Quel ritorno rappresenta oggi il senso della nostra iniziativa politica. 
La Federazione dei Riformatori si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo sociale, del popolarismo democratico e della cultura laica dello Stato. Le nostre radici affondano nell’opera di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Claudio Signorile e Rino Formica. Una tradizione che ha difeso la democrazia liberale, il garantismo, l’europeismo, la libertà individuale e la giustizia sociale contro ogni forma di totalitarismo. Nel segno di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini intendiamo ricostruire l’incontro tra le grandi culture riformatrici italiane.

II. PERCHÉ NASCE LA FEDERAZIONE

La lunga diaspora socialista e la crisi del riformismo hanno lasciato un vuoto politico che nessuno è riuscito a colmare. La Federazione nasce per dare rappresentanza a quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nella destra sovranista né nella sinistra massimalista. Non nasce contro qualcuno, ma per restituire centralità alla cultura di governo. 
Il nostro avversario politico è il bipopulismo, che ha sostituito il confronto con la propaganda, la responsabilità con la demagogia, il governo con la comunicazione permanente.

III. UN NUOVO RIFORMISMO PER L’ITALIA

L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di riforme. Occorre ricostruire il ceto medio, rilanciare il lavoro, rafforzare lo Stato sociale, ridurre le disuguaglianze, sostenere imprese, innovazione e ricerca.
Il riformismo significa crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale. Non esiste libertà senza sviluppo, né sviluppo senza equità.

IV. SICUREZZA, IMMIGRAZIONE E LEGALITÀ

La sicurezza è un diritto fondamentale.
L’immigrazione deve essere governata attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, controllo dei flussi, rimpatri per chi non ha diritto a restare e reali percorsi di integrazione per chi entra legalmente.
Accoglienza e legalità non sono alternative. Sono due principi che devono procedere insieme.

V. ENERGIA, INDUSTRIA E TRANSIZIONE ECOLOGICA

La transizione ecologica non può trasformarsi in deindustrializzazione. L’Italia deve perseguire un mix energetico fondato sulle fonti rinnovabili, sul nucleare di nuova generazione e sul rafforzamento delle infrastrutture strategiche. L’ambiente va tutelato senza compromettere competitività, occupazione e sviluppo.
 

VI. L’EUROPA CHE VOGLIAMO

L’Europa deve diventare una vera Unione politica. Occorre rafforzare il Parlamento europeo, costruire una politica estera e di difesa comune e superare progressivamente il diritto di veto nelle materie strategiche.
L’europeismo non può convivere con il sovranismo. L’Italia deve tornare a essere protagonista del processo di integrazione europea.

VII. LE RIFORME DELLA REPUBBLICA

La Federazione dei Riformatori considera indispensabile una nuova stagione di riforme istituzionali e costituzionali. Da oltre trent’anni il Paese discute della necessità di modernizzare l’assetto della Repubblica. Dai progetti promossi dai governi di Silvio Berlusconi alla revisione costituzionale proposta da Matteo Renzi, fino al premierato sostenuto dal governo di Giorgia Meloni, tutti i tentativi sono falliti perché trasformati in uno scontro politico e in un referendum sul governo del momento. Le riforme costituzionali non possono appartenere alla maggioranza di turno. Devono nascere dal più ampio consenso parlamentare e culturale possibile.
La Federazione propone istituzioni più efficienti, un Parlamento restituito alla sua centralità, una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza e governabilità, il rafforzamento dei contrappesi democratici, una giustizia autonoma e imparziale e un equilibrio tra i poteri dello Stato coerente con i principi della Costituzione repubblicana. Le regole della democrazia appartengono all’intera comunità nazionale e non possono diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.

VIII. UNA NUOVA CULTURA DI GOVERNO

La Federazione dei Riformatori vuole contribuire al rinnovamento della politica italiana. Non intende essere una forza di testimonianza né una semplice aggregazione elettorale. Vuole costruire una nuova cultura di governo fondata sulla libertà, sulla responsabilità, sulla competenza, sul garantismo, sulla laicità dello Stato, sull’europeismo e sulla giustizia sociale.
Il socialismo riformista non guarda al passato con nostalgia. Guarda alla storia come patrimonio da cui ripartire. La sua ambizione è costruire il riformismo del XXI secolo. Superare il bipopulismo. Restituire dignità alle istituzioni. Rimettere al centro la persona, il lavoro, la libertà e la Repubblica. Questa è la ragione della nascita della Federazione dei Riformatori.
 
Il termine "Riformatori" non è di frequente uso nella politica italiana recente - a dispetto del termine "riformisti" - come denominazione di un soggetto collettivo: fatta eccezione per i Riformatori sardi (tuttora esistenti), si possono ricordare il Movimento dei Club Pannella - Riformatori (e il simbolo della lista Riformatori) del 1994, i Riformatori liberali di Marco Taradash, Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi nati oltre dieci anni dopo e i Popolari europeisti riformatori di Ettore Rosato ed Elena Bonetti (usciti da Italia viva e approdati in Azione).  
Chi è parte di questo progetto? Innanzitutto la Federazione socialista riformista, raggruppamento erede del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì (sorto tra figure di sensibilità socialista e garantista in occasione del referendum costituzionale in materia di giustizia celebrato a marzo). In un articolo del 26 giugno scorso, scritto da Aldo Torchiaro e pubblicato sul Riformista, Stefano Venturini - uno dei rappresentanti di quell'area - aveva dichiarato che occorreva "la costituente di una federazione tra tutti coloro che si richiamano all'area riformista", indicando quali interlocutori privilegiati Carlo Calenda (con il suo progetto di Azione), Pina Picierno (con Spazio Pubblic) e Luigi Marattin (con il Partito liberaldemocratico). Questa formazione, nata "dall'incontro tra socialismo liberale, liberalismo democratico, solidarismo cattolico ed europeismo riformatore, per sottrarsi alla logica dei due poli", ha scelto come emblema un'imbarcazione navigante, con vele blu sfumate connotate da un elemento rosso, in un cerchio bianco racchiuso da una circonferenza nera e rossa.
Un altro contributore rilevante alla federazione appena nata è il Movimento socialista liberale, evoluzione dell'Associazione socialista liberale, fondata a dicembre del 2022 e guidata da Oreste Pastorelli, a lungo tesoriere del Partito socialista italiano (2008-2022), fino a quando scelse di dimettersi a novembre del 2022 (ritenendo che fosse più coerente costruire un "terzo polo", piuttosto che rimanere legati al Pd); insieme a Pastorelli ci sono figure di rilievo, come gli ex parlamentari Mauro Del Bue e Giovanni Crema. Pastorelli, che ora è sindaco di Forano (Ri), ha scritto in un testo le ragioni alla base della Federazione: "Il bipolarismo italiano è morto. O meglio: è vivo, ma ci sta uccidendo. Da 30 anni la politica italiana è un pendolo. Ogni 2-3 anni si va da una parte, poi si torna indietro. Ogni governo cancella il precedente. Ogni maggioranza governa col fiato sul collo dell’opposizione. Risultato: zero riforme strutturali, debito al 140%, crescita zero, istituzioni delegittimate. È il momento di archiviare questa stagione e costruire un grande centralità politica. Una federazione dei riformatori. Non per fare il terzo polo. Ma per fare il primo partito del Paese reale. [...] Questa grande federazione non può essere un contenitore vuoto. Deve avere una spina dorsale ideale fatta di valori. [...] E deve avere un metodo: niente veti, niente tabù. Governare con chi vuole bene all’Italia, dall’opposizione al governo. Ma la vera difficoltà è culturale: convincere gli italiani che esiste una terza via tra la paura del cambiamento e la paura del passato. L’alternativa al bipolarismo non è l’ingovernabilità. È la responsabilità. Se la politica non costruisce questa casa, la costruiranno i cittadini da soli, votando sempre meno e delegando sempre di più a poteri non eletti. Tocca a noi riformatori. Prima che sia troppo tardi".
Altro promotore legato alla stessa area politica, o per lo meno affine, è Socialdemocrazia, formazione politica sorta nel 2022 (quando depositò il contrassegno al Viminale per le elezioni politiche) "sulle orme di Turati, Matteotti, Saragat e tanti altri che hanno creduto nell'idea di una società migliore, bandendo estremismi di ogni tipo e recuperando le battaglie sociali senza sostituirle a quelle civili". Il partito, guidato da Umberto Costi come segretario e Antonio Esposito come presidente, ha da poco celebrato il suo terzo congresso (considerando pure quello costitutivo) che ha innovato lo statuto; non è stato però innovato il simbolo, che oggi come alle origini è una versione aggiornata del sole nascente dal mare, su fondo rosso, con la sigla "SD" in enorme evidenza. 
Sulla base delle notizie circolate in rete partecipano al progetto federativo anche realtà locali riferite alla medesima area politica, quali ad esempio il movimento Risorsa Umbria, qualificato come "Associazione di libera informazione e libero pensiero" e guidato da Federico Novelli, già segretario regionale del Partito socialista italiano per l'Umbria, uscito dal Psi poco più di un anno fa in disaccordo con la linea del partito. Il simbolo, molto bianco al suo interno, è dominato dalle iniziali del nome (la "R" nera, con gamba allungata, e la "U" rossa), collocate sopra il nome verde dell'associazione.
Non va trascurata nemmeno la presenza di un altro soggetto politico di recente costituzione, denominato Popolari Socialisti Liberali, che nel simbolo a fondo azzurro ha collocato una rosa rossa su una bandiera italiana pennellata. Il varo si è verificato a metà aprile a Napoli, non come "sommatoria di storie differenti, ma [con] la volontà di ricondurre a unità le grandi tradizioni politiche, quella popolare, quella socialista e quella liberale. Per costruire una proposta politica alta, seria, organizzata sul presente. La tradizione popolare, primato della comunità, delle autonomie, dei corpi intermedi e del radicamento territoriale. La tradizione socialista rimette al centro il lavoro, la dignità della persona, la giustizia sociale e la tutela dei diritti. La tradizione liberale richiama il principio della libertà, il senso dello Stato, il merito, la necessità di una classe dirigente competente. Tre culture, rilette con spirito riformatore per una proposta di governo per Napoli e per l’intera regione Campania. Non un’operazione di testimonianza, né sentimentale, sfuggendo alla nostalgia. Al contrario, costruire una presenza moderna, concreta, unendo radicamento e progetto, partecipazione e competenza, libertà e giustizia sociale, organizzazione e slancio ideale". Tra i promotori ci sono Salvatore Sannino e l'ex parlamentare e sottosegretario Felice Iossa
Tra il firmatari nel manifesto fondativo della federazione, peraltro, non sfugge la presenza di Corrado De Rinaldis Saponaro e di Luciana Sbarbati, segretari rispettivamente del Partito repubblicano italiano e del Movimento Repubblicani europei. Se la seconda formazione era nata nel 2001 proprio con l'idea di distinguersi dal Pri, alla fine di giugno i due leader hanno firmato un documento comune, volto a superare definitivamente la diaspora prodottasi un quarto di secolo prima, "ricongiunti sotto l’unico simbolo della gloriosa Edera del Partito Repubblicano Italiano".
L'ex parlamentare socialista Biagio Marzo, già tra i promotori del comitato Vassalli, ha sottolineato come quella varata da un mese sia una "federazione politica, aperta e pluralista, nella quale possono convivere partiti, associazioni culturali e politiche, movimenti civici, club e singoli cittadini", un progetto che "non nasce dalla somma di nostalgie, ma dall’incontro delle grandi culture politiche che hanno costruito la Repubblica: il socialismo democratico, il repubblicanesimo laico, il liberalismo sociale, il cattolicesimo popolare e il riformismo europeo. Tradizioni diverse, unite da un principio comune: la libertà senza giustizia sociale è privilegio, mentre la giustizia sociale senza libertà rischia di trasformarsi in autoritarismo". E se "negli ultimi anni il Partito Democratico ha progressivamente abbandonato la cultura riformista" (tanto da provocare "l'allontanamento di numerosi esponenti riformisti, che hanno preferito lasciare il partito piuttosto che rinunciare alla propria cultura politica") e "nemmeno il centrodestra può rivendicare una superiorità sul terreno della moderazione" (per la presenza di "pulsioni sovraniste e populiste che spesso privilegiano la propaganda alla capacità di governo"). Entrambi gli schieramenti finiscono "per alimentare quello che può essere definito il bipopulismo, il vero tratto dominante della politica italiana. È un sistema che ha paralizzato il Paese e reso sempre più difficile affrontare le grandi riforme". La missione della Federazione dei Riformatori, invece, sarebbe "non limitarsi a occupare uno spazio politico, ma proporre un diverso paradigma culturale. Costruire un'opposizione che non viva soltanto di tattica quotidiana, ma sappia elaborare una strategia, una visione del Paese e una nuova cultura di governo": non sarebbe nata "per aggiungere una sigla alle tante già presenti sulla scena politica", ma "per ricostruire una classe dirigente, una cultura di governo e una visione dell’Italia nel XXI secolo".
Che la citata Federazione dei Riformatori non intenda essere un nuovo partito lo conferma Mauro Del Bue, tra i promotori del Movimento socialista liberale e direttore del periodico online La Giustizia: "Non nasce un nuovo partito - ha scritto - e men che meno dunque nasce un nuovo partito socialista. [...] Il Psi può rinascere, e mai sarà quello del passato, solo se verrà restaurato il vecchio sistema identitario, che peraltro non è affatto stato distrutto nelle altre nazioni europee. E l’unità dei socialisti é un sogno che rimanda ai rimpianti della nostra giovinezza. [...] Se si pensa invece ad una collocazione di un'area più vasta, dove anche la componente socialista é presente, che é rappresentata da un pensiero che unisce socialismo liberale, democratico e riformista, radici risorgimentali, riformismo laico e cattolico, allora questo è il momento di una scelta. Perché è scelta di autonomia, perché è coraggiosa e coerente lotta per l’Europa politica, perché si contrappone al bipolarismo malato e oggi anche pericoloso. Malato perché a un bipolarismo di stampo anglosassone, tra liberali e riformisti, si oppone un bipolarismo in cui in un polo i liberali sono esigua minoranza e se il generale suona la carica sono destinati alla fuga e dall’altro i riformisti non solo non vengono invitati a cena, a pranzo e a colazione ma sono oggetto di discriminazione politica e destinati o ad essere marginali o a uscire dal campo ristretto a tre. Pericoloso perché la politica estera che è la madre di tutte le politiche trova i due poli lacerati. [...] Noi non siamo un partito e neanche una lista elettorale. Noi siamo il contributo disinteressato e sincero alla nascita di una alternativa a questo bipolarismo bastardo. E se il premio di maggioranza della nuova legge elettorale dovesse essere non troppo basso, diciamo non sotto il 45%, rappresenteremmo, con tutti coloro che si schierano su questa posizione e formando un’unica lista, anche il perno per disgregare il bipolarismo e costruire un governo riformista e liberale". Anche se non c'è l'idea di costituire un partito, tuttavia, non si può non notare che il segno distintivo scelto per identificare questo progetto federativo è rotondo e somiglia davvero molto a quelli utilizzati da partiti e liste: in basso c'è un segmento tricolore pur di linea, in alto una piccola fila di stelle disposte ad arco, ma l'elemento grafico principale è costituito dalla "R" (carattere graziato elegante, blu e azzurra) che evoca la parola "Riformatori" e il concetto che essa esprime.