sabato 24 ottobre 2026

(Pen)ultime notizie sulle Dc, tra dissidi, congressi e incognite

Possono avere qualsiasi idea politica e collocarsi da qualunque parte, i #drogatidipolitica, ma nell'intreccio delle loro vite più o meno uguali - anche se non sono gucciniani di ferro - prima o poi soffia il libeccio di una domanda: che novità ci sono sulla Democrazia cristiana? Da quella domanda ne scaturiscono inevitabilmente altre: qualcun altro vuole usare il nome e lo scudo crociato? Ci sono state altre sentenze o addirittura nuove cause? E, se non ci sono, qualche litigio rischia di degenerare in nuove scissioni con conseguenti mitosi democristiane?
A volte, per soddisfare qualcuna di quelle domande con qualcosa di nuovo, basta davvero poco: un articolo su qualche sito o un post sui social, visto direttamente o - più spesso - segnalato da un amico o da un conoscente, che magari aggiunge "Non mi chieda / Non chiedermi di quale Dc si tratta, perché ho perso il conto!". Questi giorni, in ogni caso, appaiono propizi per trovare risposta ad alcuni dei quesiti già visti, perché - a quanto pare - i "democristiani non pentiti" non riescono davvero a mettere in pratica una massima imperdibile - "Non fate nulla. Nulla. E se proprio non ce la fate a non fare assolutamente niente, fate pochissimo" - che Edmondo Berselli attribuiva ad Aldo Moro.
Ecco dunque che, attraverso i social network (e non solo), si è appreso che il 30 settembre il consiglio nazionale della Democrazia cristiana, per l'esattezza quella di cui era segretario Salvatore Totò Cuffaro fino a novembre dello scorso anno, sostituito come facente funzione del vicesegretario Gianpiero Samorì, avrebbe eletto come nuovo segretario politico nazionale Carmelo Pace, presidente del gruppo della Dc all'Assemblea regionale siciliana. In quella stessa giornata, però, su una pagina Facebook di nuovo conio denominata "Democrazia Cristiana Italia Pagina Ufficiale" è apparsa la seguente nota, in cui si contestava la legittimità di quell'elezione e si annunciava la celebrazione di un nuovo congresso (il XXI) il 24 e il 25 novembre:
Si è svolto oggi un Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana destinato a riaccendere il confronto interno al partito. Al centro della riunione, oltre alle questioni organizzative e politiche, vi è stata l’adozione di una delibera con la quale è stato indicato l’on. Carmelo Pace quale nuovo segretario nazionale. Una decisione che, tuttavia, viene contestata da una parte del partito proprio sotto il profilo della legittimità dell’organismo che l’ha assunta. Secondo i contestatori, infatti, il Consiglio Nazionale sarebbe già decaduto e, pertanto, non avrebbe più titolo per adottare deliberazioni di questa natura. 
La questione è tutt’altro che secondaria. Se la contestazione sulla decadenza dell’organismo trovasse conferma sul piano statutario, si aprirebbe infatti un interrogativo sulla validità della stessa delibera di nomina del nuovo segretario. La scelta di Carmelo Pace assume un peso politico particolare anche alla luce del suo lungo percorso all’interno della DC siciliana e dei rapporti politici con Totò Cuffaro. Pace è stato capogruppo della Democrazia Cristiana all’Assemblea Regionale Siciliana e nel giugno 2026 è stato nuovamente indicato come capogruppo del partito all’ARS, in una riunione alla quale partecipò anche Cuffaro. È quindi inevitabile che la sua designazione alla guida nazionale venga letta anche alla luce degli equilibri politici che attraversano il partito. Per i suoi oppositori, la decisione assunta oggi rappresenterebbe un esercizio di forza, finalizzato a riaffermare il peso dell’area riconducibile a Cuffaro nella Democrazia Cristiana e a riportare sotto il suo controllo gli organismi nazionali del partito. Si tratta, naturalmente, di una lettura politica della vicenda, che dovrà essere confrontata con le motivazioni e con gli atti ufficiali adottati dal Consiglio Nazionale. 
La vicenda assume un significato ancora più particolare considerando che la stessa Democrazia Cristiana ha già avviato formalmente il percorso congressuale. Il regolamento ufficiale del XXI Congresso Nazionale stabilisce infatti che il Congresso si svolgerà a Roma il 24 e 25 ottobre 2026. Lo stesso regolamento prevede espressamente che il segretario politico e le altre cariche statutarie siano eletti dal Congresso, attraverso scrutinio segreto e a maggioranza dei voti. Il Congresso, dunque, rappresenta la sede nella quale dovrà essere definito il nuovo assetto nazionale del partito. Ed è proprio qui che nasce il principale interrogativo politico della giornata: perché procedere oggi alla nomina di un segretario nazionale quando tra poche settimane sarà il Congresso a dover eleggere il nuovo segretario e tutti gli organi statutari? La risposta, evidentemente, non è soltanto organizzativa. La scelta può essere interpretata come il tentativo di arrivare all’appuntamento congressuale con un preciso equilibrio di potere già definito. 
Al di là delle polemiche sulla validità della riunione odierna, il dato politico certo è che la Democrazia Cristiana si avvia verso un Congresso destinato a stabilire la futura leadership del partito. Il regolamento congressuale prevede che le candidature alla segreteria nazionale siano collegate alle liste per il Consiglio Nazionale e che queste debbano essere sottoscritte da almeno il 10% dei delegati appartenenti ad almeno tre regioni. Saranno quindi gli iscritti e i delegati, attraverso il percorso congressuale previsto dallo statuto e dal regolamento, a determinare il prossimo gruppo dirigente. La giornata odierna rischia così di trasformarsi non nella conclusione della partita per la leadership della DC, ma nell’apertura di una fase ancora più aspra. Da una parte c’è chi considera legittima la scelta del Consiglio Nazionale e la necessità di assicurare una guida politica al partito. Dall’altra chi contesta che un organismo ormai decaduto possa assumere decisioni di tale portata. La questione, a questo punto, è soprattutto documentale e statutaria. Occorrerà verificare gli atti relativi alla presunta decadenza del Consiglio Nazionale, il testo della delibera approvata oggi e le disposizioni statutarie che disciplinano i poteri dell’organismo nella fase precedente al Congresso. Solo sulla base di questi elementi sarà possibile stabilire se la nomina di Carmelo Pace abbia piena validità oppure se, come sostengono i suoi contestatori, si tratti di una decisione destinata a essere rimessa in discussione. 
Una cosa, però, appare già evidente: il vero appuntamento per la definizione della nuova leadership della Democrazia Cristiana rimane il Congresso Nazionale del 24 e 25 ottobre. Sarà quella l’assemblea chiamata a eleggere il segretario nazionale e gli altri organi statutari del partito. E sarà in quella sede che gli equilibri interni, oggi oggetto di una crescente contrapposizione, dovranno misurarsi con il voto congressuale.
Cos'è accaduto, dunque? L'unica cosa che sembra potersi dire con certezza è che all'interno della Democrazia cristiana già guidata da Totò Cuffaro c'è un'ampia discordia sul piano politico, procedurale e personale. Lo si intende, per esempio, scorrendo i numeri di Dc Notizie, il settimanale della Dc piemontese diretto da Mauro Carmagnola (responsabile organizzativo del partito, nonché depositante ufficiale del simbolo del "drappo crociato" alle elezioni politiche del 2022) a partire almeno dalla fine di luglio: nel numero del 31 luglio, infatti, si apprende della convocazione, da parte del consiglio nazionale del partito presieduto da Renato Grassi, del XXI congresso "per il 25 ottobre 2026 a Roma", con l'idea di svolgere nelle settimane precedenti le assemblee provinciali e poi regionali per individuare i delegati a partecipare all'assise. L'annuncio precisava che l'idea era di adempiere a "un preciso dettato statutario", ma anche di "preparare per tempo il Partito alle prossime scadenze elettorali nazionali e di molte amministrazioni locali, nonchè della Regione Sicilia dove il drappo conta su una forte rappresentanza in seno all'Ars". Già il 4 settembre, però, era apparso su quel periodico un annuncio: "Consiglieri Nazionali della Democrazia Cristiana richiedono la convocazione del Consiglio Nazionale". Una settimana più tardi, sulle stesse pagine è apparsa la convocazione dello stesso consiglio nazionale, a opera del presidente Grassi, per il 30 settembre 2026 a Roma (presso l'auditorium della Basilica di San Lorenzo in Lucina), con due punti all'ordine del giorno: "1. elezione del Segretario Nazionale; 2. varie ed eventuali". 
Il 18 settembre era stata ripubblicata la convocazione, con una nota di Renato Grassi: "Rilevo con preoccupazione una crescente conflittualità interna che non può non nuocere all'immagine e al consenso elettorale del Partito. Avevamo trovato una formula di gestione unitaria della Segreteria nazionale, largamente disattesa da iniziative, incarichi e, in particolare, nomine di Commissario di competenza per altro della Direzione nazionale. Ritengo la ricerca dell'unità del Partito essenziale in un contesto politico e a breve termine elettorale prevedibilmente complesso. Ho sollecitato una assunzione di responsabilità a tutti. Se si gioca allo sfascio restano solo macerie. Un partito politico non è una banca da scalare con espedienti tecnici e risorse finanziarie" (e l'ultimo periodo sembra - salvo errore - un chiaro riferimento a una delle professioni del vicesegretario facente funzione). Il 25 settembre è apparso un nuovo comunicato di Grassi: "Ho dato esecuzione ad una richiesta di convocazione del Consiglio nazionale firmatari da ben 52 componenti con diritto al voto. Non è stata una decisione discrezionale ma un atto dovuto in riferimento ad una precisa norma statutaria che in caso di inadempienza affida il potere di procedere alla convocazione al primo firmatario della richiesta. Ho fatto, considerata la situazione conflittuale esistente ,al senso di responsabilità di tutti, auspicando che la riunione del Consiglio programmata possa essere, preliminarmente alla trattazione dell'O.d.g., una utile occasione di riflessione sullo stato del Partito e su come ritrovare un percorso politico unitario in vista delle ormai prossime scadenze elettorali". Il numero del 2 ottobre ha riportato la seguente cronaca della riunione del consiglio nazionale del 30 settembre: "Attraverso una votazione plebiscitaria di un Consiglio Nazionale mai così partecipato, riunito a Roma il 30 settembre scorso, Carmelo Pace, capogruppo Dc all'Assemblea Regionale Siciliana e votatissimo sindaco di Ribera, è il nuovo Segretario Nazionale della Democrazia Cristiana. [...] Pace ha puntualizzato le caratteristiche della Democrazia Cristiana anche alla luce di quanto ha vissuto personalmente nelle realtà locali in cui la Dc è protagonista. Ha generosamente offerto la sua disponibilità, pur di favorire la gestione unitaria del Partito, di essere il secondo Vice Segretario Vicario facente fuzioni del Segretario Nazionale e di lasciare ad una corretta assise congressuale il compito di individuare il nuovo personaggio apicale del Partito. Declinata l'offerta da parte dell'attuale Vice Segretario Vicario facente funzioni di Segretario Nazionale si è proceduto a determinare chi avrebbe guidato da quel momento la Dc. Ora è giunto il momento di trasformare l'entusiasmo in azione".
Da allora sembra iniziato un vero e proprio duello: il 7 ottobre Renato Grassi ha fatto sapere che "Nessun congresso nazionale è stato convocato e nessun regolamento congressuale è stato approvato dal Consiglio nazionale. Il tesseramento è oggetto di vari ricorsi che devono essere esaminati dalla commissione di garanzia statutaria. Le eventuali convocazioni di assemblee provinciali e regionali sono statutariamente illegali e saranno oggetto di segnalazione al collegio dei Probi Viri per i provvedimenti di competenza". Il 12 ottobre, per parte sua, Gianpiero Samorì ha invece emesso un comunicato in cui dichiarava l'elezione di Pace alla segreteria nazionale avvenuta "sulla base di una delibera del Consiglio nazionale giuridicamente inesistente, nulla ed illegittima"; sostenendo che erano già stati convocati tutti i congressi regionali in vista del congresso nazionale fissato per il 24 e 25 ottobre - oggi e domani, dunque - all'hotel Ergife a Roma (lo stesso albergo da cui il 26 febbraio del 2017 era ripartito il cammino di quella Dc, con l'assemblea degli iscritti convocata attraverso il Tribunale di Roma), Samorì aveva invitato Pace a comprendere "l'importanza del rispetto delle norme di legge e di statuto di un partito storico che non è più il partito personale del senatore Salvatore Cuffaro anchorché abbia preso parte attiva anche in questa vicenda" (e la stilettata finale appare molto chiara nel delineare un'altra parte del conflitto registrato in questa Dc). 
Il 14 ottobre si è scatenato un duello, con risposte politico-giuridiche colpo su colpo. Prima sui profili social gestiti dal gruppo legato a Pace e Grassi si è letto che "La Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana, riunitasi a Roma, ha deliberato il deferimento di Gianpiero Samorì al Collegio dei Probiviri in relazione alla sua carica di Vicepresidente nazionale. La Direzione ha inoltre ribadito che le iniziative congressuali e i cosiddetti pre-congressi promossi da Samorì non sono riconosciuti dagli organi nazionali competenti e non impegnano in alcun modo il partito. Il Presidente nazionale, On. Renato Grassi, ha precisato che nessun Congresso nazionale è stato convocato e nessun regolamento congressuale è stato approvato dal Consiglio nazionale. Le eventuali convocazioni territoriali saranno sottoposte agli organi statutari competenti. A tutela del nome, del simbolo e dell’integrità della Democrazia Cristiana, la Presidenza nazionale ha già incaricato i propri legali di fiducia di intraprendere ogni opportuna iniziativa nelle sedi competenti". Lo stesso giorno, sul profilo della Dc guidata da Samorì appariva questo comunicato: "Il Segretario nazionale facente funzioni della Democrazia Cristiana, Gianpiero Samorì, ha disposto, in data 13 ottobre 2026, la sospensione cautelare urgente degli onorevoli Renato Grassi e Carmelo Pace da tutti gli incarichi ricoperti all’interno del partito. I provvedimenti sono stati adottati ai sensi del combinato disposto degli articoli 121 e 76 dello Statuto della Democrazia Cristiana, per gravissime, documentali e comprovate ragioni, dettagliatamente comunicate ai diretti interessati. In ottemperanza all’articolo 121 dello Statuto, è stato inoltre disposto l’immediato deferimento di entrambi al Collegio dei Probiviri e convocata la Direzione nazionale per la convalida dei provvedimenti. Per effetto delle sospensioni, Renato Grassi e Carmelo Pace sono sospesi da tutti gli incarichi e dalle funzioni ricoperte negli organismi del partito, con effetto immediato.". Manco a dirlo, il 17 ottobre sul profilo della Dc guidata provvisoriamente da Pace è apparso il seguente comunicato: "Il Collegio dei Probiviri della Dc ha accertato, oggi, la carenza assoluta di poteri in capo al vicesegretario facente funzioni Gianpiero Samorì in relazione ai provvedimenti di sospensione dal Partito adottati nei confronti del sottoscritto, Segretario Nazionale, e del Presidente del Consiglio Nazionale, Renato Grassi  Il Collegio ha pertanto dichiarato tali provvedimenti nulli, invalidi e inefficaci, sancendo la necessità dell'immediato ripristino delle funzioni del Segretario Nazionale e del Presidente del Consiglio Nazionale".
Ieri Samorì sulla propria pagina ha presentato il seguente comunicato-lettera:
Cari amici, domani, sabato 24, e domenica 25 ottobre ci attende un appuntamento fondamentale per la Democrazia Cristiana: il ventunesimo Congresso nazionale, che si terrà a Roma, all’Ergife. Siamo tutti legati da un profondo sentimento di spontanea adesione alla DC, alla sua storia, ai suoi ideali e a tutto quello che ha rappresentato e che vogliamo torni a rappresentare. Uniti siamo un’anima in un corpo. Mi auguro di poter incontrare il presidente Grassi, che ho sempre chiamato Renato, per abbracciarci e perché accetti di continuare a ricoprire le prestigiose cariche che nel tempo lo hanno visto protagonista. Sarei altrettanto felice di ritrovare l’onorevole Carmelo Pace, per me semplicemente Carmelo, come io sono Giampiero per lui, per stringerci la mano e costruire insieme un percorso condiviso nei ruoli, nelle idee, nei programmi e nel futuro. Desidero inoltre avere l’occasione di confrontarmi con l’amico Marco Zambuto e con tutti i dirigenti del partito, in particolare quelli della Sicilia, che tanto hanno contribuito alla ripresa di vigore della Democrazia Cristiana. In ogni caso, qualora fossi nominato Segretario nazionale, mi adopererò fin dal primo giorno per ricreare quell’unità del partito che ci ha contraddistinti nell’ultimo anno, che ci ha consentito di superare momenti assai complessi e che rappresenta una necessità imprescindibile per garantire alla Democrazia Cristiana un futuro importante. Aspetto quindi tutti sabato e domenica al Congresso nazionale, grazie di cuore per tutto quello che ognuno di voi ha fatto per il partito nel passato e, ancor più, per quello che vorrà fare in futuro. Con sincero affetto, un cordiale saluto. 
Non è dato sapere se il XXI congresso si svolgerà in un contesto sereno o se, com'è avvenuto in passato (e si spera non ricapiti), l'Ergife sarà teatro di discussioni non necessariamente civili; molto probabile è invece che dopo l'assise si riapra lo spazio per le carte bollate, per iniziativa di una parte o dell'altra. O, volendo, dell'altra ancora. Perché chi segue la saga della Democrazia cristiana - che chi scrive ha cercato di condensare in vari articoli e nel podcast Scudo (in)crociato - lo sa bene: a volte i contenziosi iniziano dalla parte che non ti aspetti, ma sempre con l'idea che il modo corretto di riattivare o dare continuità alla Dc sia diverso da quello che altri hanno seguito. Il 20 ottobre, per esempio, sotto uno dei post di Gianpiero Samorì era apparso questo commento di Raffaele Lisi, impegnato a lungo in varie operazioni di riattivazione democristiana: "Come premessa , si rammenta che attualmente esistono ben 7 altre D.C. che ritengono di essere la 'storica' e che sono pronti a convocare a 'turno' la propria assemblea nazionale per eleggere ciascuna gli organi nazionali!!!! Si avranno 7 Segretari nazionali... Fasulli! Illegali!!! Nessuno vuole prendere atto che esistono le sentenze del Tribunale di Roma, della Corte d'Appello, della Cassazione a Sezioni Unite... e il Tribunale di Roma che autorizza l'Assemblea dei soci a celebrare il 19° Congresso per eleggere gli organi previsti dallo Statuto!!!!!".
Il conto attuale fa emergere dunque sette Democrazie cristiane operanti?
Vediamo. Quella guidata temporaneamente da Samorì - e prima da Cuffaro, Grassi e Fontana - era una e, benché al momento paia essersi "sdoppiata" (anche se ovviamente ciascuna parte ritiene che l'altra sia illegittima e inesistente), continuiamo a contarla come una, distinta dal drappo crociato coniato all'epoca di Cuffaro (prima ancora della sua segreteria nazionale). Poi c'è la Dc guidata da Nino Luciani, eletto alla segreteria dal XIX congresso svolto online nel 2020, confermato nel 2025 e rivendicante la piena continuità giuridica con la Dc di cui ottenne come primo firmatario la riconvocazione dell'assemblea nel 2017 (non riconoscendo validità ai passaggi successivi che hanno portato a Grassi, Cuffaro etc.) e di cui avrebbe riottenuto il codice fiscale (Luciani insieme al segretario amministrativo Carlo Leonetti ha depositato il simbolo dello scudo crociato al Viminale nel 2002 e nel 2024, pur vedendoselo bocciare): il sito del partito intende preparare le elezioni del 2027, informando peraltro che nei prossimi giorni dovrebbe esserci una sentenza d'appello sulla titolarità del simbolo (ne daremo conto a tempo debito). Nel frattempo continua a ritenersi segretario della Dc (sia pure "facente funzione") Emilio Cugliari, il quale riconosce la validità della prima parte del percorso di Luciani ma solo fino al luglio 2020, quando lui stesso sarebbe stato indicato come nuova guida del partito. Non manca poi chi - come il citato Lisi - ritiene che unico legittimo rappresentante della Dc sia ancora Gianni Fontana, eletto all'Ergife nel 2017, dovendosi riprendere da lì il percorso giuridicamente corretto in base alle sentenze emesse dalla magistratura (citate da tutti, anche contro gli altri "compagni di scudo crociato") e alla riconvocazione dell'assemblea dei soci disposta dal Tribunale di Roma. Troviamo poi la Dc di cui si ritiene segretario politico Franco De Simoni, a partire dall'assemblea costituente tenuta il 12 ottobre 2019 a Roma e dal successivo XIX congresso del 12 settembre 2020, con la sede nazionale a Roma in via Gioberti 54. Il simbolo utilizzato, come nei casi di Luciani, Cugliari e Fontana, è lo scudo crociato rettilineo su fondo blu, lo stesso simbolo che era stato della Dc guidata da Giuseppe Pizza.
Abbiamo finito l'elenco? Ma no, ovviamente! C'è il tentativo avviato nel 2022 - anche con il deposito del fregio presso il Viminale - da Sabatino Esposito, che aveva portato ad eleggere alla segreteria prima Antonio Cirillo, poi l'ex ministra Elisabetta Trenta, poi Raffaele De Rosa (parlamentare di Forza Italia) e - dopo un nuovo XXI congresso il 16 maggio a Caserta - proprio Esposito, partendo sempre dalle sentenze della magistratura ma ritenendo che si dovesse seguire un altro percorso, a partire da una commissione di garanzia per il tesseramento. Come si può vedere, qui lo scudo ha il bordo superiore arcuato ed è colocato su fondo bianco, mentre il nome del partito è riportato a lato dello scudo, diviso in due parti e in colore blu.
Lo scudo utilizzato, peraltro, somiglia moltissimo a quello della Democrazia cristiana che si riconosce nella segreteria nazionale di Angelo Sandri, il quale si ritiene in carica ininterrottamente dal 2004 e, da ultimo, sulla base del XXIV congresso tenuto a Roma il 15-16 dicembre 2023 (sempre che, nel frattempo, non sia sfuggita qualche nuova tappa del percorso di questa Dc, che nel frattempo ha indicato come presidente d'onore Angelo La Russa, tra coloro che si impegnarono di più al tempo della Rinascita della Democrazia cristiana nel 1996, prima cioè che Flaminio Piccoli si muovesse per far tornare a modo suo il partito di cui era stato segretario (cioè fondandone un altro con lo stesso nome).
Ovviamente non si può non ricordare l'esistenza di almeno un'altra Dc, questa volta costituita alla fine del 2023 e denominata subito Democrazia cristiana con Rotondi, essendo stata promossa da Gianfranco Rotondi, che tuttora ne è presidente dopo aver ottenuto alla fine del 2004 da coloro che ancora rappresentavano il Partito popolare italiano - ex Democrazia cristiana (Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio) il permesso di utilizzare il nome della Dc per il suo partito costituito poco dopo, denominato appunto Democrazia cristiana. All'inizio il simbolo comprendeva una bandiera italiana e una europea; ora - dopo le esperienze intermedie di Rivoluzione cristiana e Verde è Popolare - c'è la stilizzazione di una balena bianca (dopo che un rapido tentativo di utilizzare lo scudo crociato è stato subito accantonato per evitare problemi in sede elettorale).
Verrebbe voglia di fermarsi qui, visto che siamo arrivati a sette, ma il conto in realtà prosegue, visto che ci sono altre, tra associazioni e comitati, a portare il nome di Democrazia cristiana (incluso quello guidato da Francesco Petrino e Francesco Mortellaro, che ha tentato di presentare il proprio simbolo alle elezioni politiche del 2013 e del 2022). Si apprende persino che c'è una Confederazione Democrazie Cristiane 2026, guidata da Vittorio Adelfi (depositante della Dc a guida Petrino-Mortellaro nel 2022) volta a considerare il consenso "non come il punto di arrivo di una campagna elettorale, ma come inizio di un mandato di sorveglianza e partecipazione", per "restituire dignità alla matita copiativa, trasformandola nello strumento con cui il cittadino non solo sceglie, ma indirizza concretamente l'agenda del Paese".
L'elenco potrebbe continuare, ma nel frattempo - mentre inizia il programma del congresso all'Ergife, con gli interventi di Samorì e del presidente di Unione cristiana, vale a dire l'ex parlamentare Domenico Scilipoti Isgrò, si apprende che "La Direzione nazionale della Democrazia Cristiana, riunitasi il 23 ottobre 2026, ha preso atto della decisione del Collegio dei Probiviri che ha confermato Carmelo Pace nelle funzioni di segretario nazionale, sconfessando i provvedimenti adottati da Gian Piero Samorì. Ha quindi deliberato la sospensione cautelare di Samorì e il suo deferimento al Collegio dei Probiviri, chiedendone l'espulsione dal partito. Il provvedimento è motivato dalle gravissime violazioni statutarie contestate a Samorì. La Direzione nazionale lo diffida dall'utilizzare la denominazione e il simbolo della Democrazia Cristiana e disconosce l'iniziativa annunciata per domani come congresso, che ritiene illegittima e nulla perché promossa in violazione dello Statuto. Quello annunciato non è un congresso della Democrazia Cristiana, ma un'iniziativa che impegna esclusivamente Samorì e i suoi sostenitori. Nessuna decisione o nomina assunta in quella sede potrà impegnare il partito. Restano nel pieno delle proprie funzioni gli organi della Democrazia Cristiana, con l’On Carmelo Pace segretario nazionale e l’On. Renato Grassi presidente del Consiglio nazionale". La tentazione di urlare disorientati - magari implorando, contro il nostro interesse, di smetterla di contendersi nomi e simboli storici per non aumentare il mal di testa in chi legge - è forte, ma si cercherà di tenerla a freno, in attesa delle prossime puntate che non tarderanno ad arrivare.

venerdì 23 ottobre 2026

Rifondazione comunista e Italia Domani, meno firme con le componenti; +Europa cerca il gruppo (con Tabacci) e l'esenzione grazie alla Corte

Ricordate la pagina Facebook "Marxisti per Tabacci" e il "Compagno Br1"? Erano i tempi delle primarie della coalizione Italia. Bene Comune e Bruno Tabacci, sfidando in modo quasi temerario Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola e Laura Puppato col suo slogan "Italia concreta", per qualcuno era improvvisamente diventato - et ioci causa, ma nemmeno troppo - la persona maggiormente in grado di "spianare il terreno all'avvento del socialismo in Italia", avendo come ricco biglietto da visita "i suoi trascorsi da democristiano di sinistra, la cura che sempre ha avuto per il sociale e per la famiglia, il suo naturale rappresentare, per essenza stessa, la gloriosa Prima Repubblica con il suo corollario di piena occupazione, disavanzo di bilancio e gestione assistenzialistica dello Stato". All'epoca, bisogna ricordarlo, Tabacci non aveva ancora avviato la sua attività di nocchiero elettorale volta a esentare nuove forze politiche dalla raccolta delle firme, anche se stava già preparando la sua barca da traghettatore, denominata Centro democratico, messa in acqua alla fine del 2012.
Dopo quattordici anni si parla ancora di Tabacci, ma i traghettatori si moltiplicano, se non per esonerare dalla raccolta delle firme, almeno per ridurre di . Così, quando oggi è circolata la notizia che in Senato, dopo la componente del Progetto civico Italia nata grazie al "prestito" del senatore Luigi Nave (eletto col MoVimento 5 Stelle e al passaggio attraverso la componente di Alleanza Verdi e Sinistra) e al sostegno tecnico di Avanti - Psi, sarebbe stata pronta a nascere la componente del Partito della Rifondazione comunista grazie al sostegno di una formazione di livello regionale (Open FVG) e a un senatore che ha abbandonato il gruppo del Partito democratico su richiesta della stessa segretaria Elly Schlein, al Foglio è venuto spontaneo parlare del "compagno Crisanti". Già, perché il senatore "prestato" dal Pd non è una figura di secondo o terzo piano, poco nota ai più, ma è Andrea Crisanti, microbiologo che deve gran parte della sua fama al suo operato al tempo del Covid-19 ed è stato eletto a Palazzo Madama nel 2022 nella lista presentata dal Pd nella ripartizione Europa della circoscrizione Estero. Il fatto è che il solo "compagno Andrej" (che pure ha dichiarato di avere militato da giovane nell'associazione Potere Operaio) non sarebbe stato sufficiente per condurre a termine l'operazione, occorrendo la necessaria collaborazione del "compagno Furio" e ovviamente del "compagno Maurizio", ma anche l'indispensabile apporto di un altro trasportatore, il "compagno Peppe". 
Il "compagno Maurizio" in questione è chiaramente Maurizio Acerbo, segretario del Prc dal 2017. "Venerdì - spiega - dopo avere assistito alla nascita della componente di Progetto civico Italia e avere approfondito la materia che il partito studiava da tempo, io ho scritto una lettera ai segretari dei partiti dell'area progressista presenti in Senato, chiedendo loro la disponibilità di una tra le persone elette a Palazzo Madama a formare, all'interno del gruppo misto, una componente politica che rappresentasse anche il Prc, in modo da poter beneficiare della riduzione del numero di firme da raccogliere alle elezioni politiche". Prima di rivolgersi ai segretari dei partiti di opposizione, a dire il vero, Acerbo ha voluto verificare la fattibilità del percorso per ottenere quel beneficio, rivolgendosi direttamente al presidente del Senato, Ignazio La Russa, al quale spetta la decisione circa la costituzione della componente: "Mi sono messo in contatto con lui dopo la nascita della componente PcI-Avanti Psi, chiedendogli come quella componente fosse sorta: lui mi ha spiegato e gli ho detto che il Prc era collegato a varie liste regionali che aveva sostenuto e avevano riportato eletti, chiedendo se fosse possibile seguire per noi lo stesso ragionamento fatto per il partito fondato da Onorato. Lui ha preso tempo per riflettere, poi mi ha richiamato: in armonia con il precedente, sarebbe stato possibile autorizzare anche una nostra componente attraverso una delle liste che avevano ottenuto eletti a livello regionale, se avessimo avuto in tempo utile la disponibilità di un senatore o di una senatrice. Devo dire che La Russa si è comportato correttamente e lo ringrazio per avermi fornito tempestivamente le risposte di cui avevo bisogno, così come sono grato a Enzo Maraio, segretario del Psi, per avermi ulteriormente chiarito la procedura che era stata seguita per la nascita della loro componente".
Quali erano queste liste regionali che avrebbero potuto fornire il sostegno necessario alla nascita della componente al Senato? "Come Partito della Rifondazione comunista - chiarisce Acerbo - avevamo acquisito la disponibilità di tre liste che avevano eletto consiglieri alle regionali celebrate nel corso di questa legislatura: c'era Open FVG - Sinistra con Honsell, che aveva corso in Friuli - Venezia Giulia nel 2023 anche con nostri candidati ed era legata all'ex sindaco di Udine Furio Honsell, che noi conosciamo e stimiamo da molto tempo; c'erano anche le liste Abruzzo insieme, che nel 2024 aveva sostenuto la candidatura a presidente di Luciano D'Amico, e Tridico Presidente, che lo scorso anno aveva appoggiato la candidatura dell'europarlamentare Pasquale Tridico alla presidenza della giunta della Calabria. La disponibilità del senatore, peraltro, è arrivata solo ieri sera e avevamo poco tempo per preparare tutti i documenti necessari: ho optato dunque per formalizzare il sostegno di una sola lista regionale, appunto Open FVG, per non complicare troppo la procedura". 
Nel frattempo, infatti, occorreva un senatore o una senatrice disponibile a uscire dal proprio gruppo per costituire la componente e il tutto doveva svolgersi entro la data di entrata in vigore della legge n. 180/2026, cioè il 24 ottobre. "Dopo la lettera di venerdì scorso aveva risposto la segretaria del Pd Elly Schlein, dicendo che si sarebbe valutata la disponibilità di uno dei membri del gruppo. Ieri ci è stato comunicato che aveva accettato di rappresentare Rifondazione comunista il senatore Crisanti, con cui peraltro abbiamo già collaborato varie volte; è stato anche ospite alla nostra festa nazionale, sulla sanità ha posizioni molto affini alle nostre, possiamo dire che con lui c'è anche una sintonia programmatica. Naturalmente, però, quando ci eravamo rivolti agli altri partiti democratici chiedendo di mettere a disposizione un senatore non avevamo chiesto che quella persona, nel resto della legislatura, portasse in aula le posizioni di Rifondazione comunista, ma solo che svolgesse un ruolo di servizio al fine di superare almeno in parte l'ostacolo posto da una riforma elettorale assolutamente antidemocratica approvata dal Parlamento su impulso del governo Meloni, con la spada di Damocle delle elezioni anticipate se il testo non fosse passato".
Oltre all'appoggio di un partito che aveva ottenuto eletti almeno alle elezioni regionali e alla disponibilità di un partito a privarsi fino alla fine della legislatura di un membro del proprio gruppo parlamentare, infine occorreva anche l'appoggio di un ulteriore "nocchiero" disposto a traghettare il senatore "migrante", poiché il regolamento vigente del Senato non consente più il passaggio diretto di un eletto dal suo gruppo al gruppo misto, ma permette il trasferimento con l'ingresso in una componente già formata. "Appena si è saputo della disponibilità di Crisanti - continua Acerbo - il presidente del gruppo misto, nonché rappresentante di Alleanza Verdi e Sinistra, Peppe De Cristofaro, peraltro caro amico che per anni ha militato nel Prc, ha subito dato la disponibilità ad accogliere il senatore nella componente di Avs, per poi consentire l'uscita di Crisanti per la costituzione della nuova componente, proprio come ha fatto con il senatore Luigi Nave, uscito dal gruppo del M5S per dare rappresentanza al PcI". Viene spontaneo tornare indietro di due anni e mezzo, quando nel 2024 fu proprio De Cristofaro a difendere tanto in commissione Affari costituzionali quanto in aula a Palazzo Madama gli emendamenti di Avs per cercare di allentare la norma "strozzaesenzioni" presentata dal centrodestra per ridurre di molto gli spazi per l'esenzione dalla raccolta firme alle elezioni europee (e contestata, tra l'altro, anche da Rifondazione comunista con una lettera al Presidente della Repubblica). 
Ottenuta la formazione della componente e il conseguente taglio delle sottoscrizioni da raccogliere, Rifondazione comunista continua peraltro a impegnarsi anche sul fronte giuridico-contenzioso: "Noi ovviamente sosteniamo la battaglia contro le disposizioni di questa legge elettorale che appaiono non rispettose della Costituzione, incluse le disposizioni sulla raccolta firme e sull'esenzione: siamo, in particolare, tra i firmatari dei ricorsi che lunedì saranno presentati presso i tribunali civili, volti a far arrivare varie questioni di legittimità alla Corte costituzionale. Come Prc siamo tra i sottoscrittori proprio perché i giuristi coordinati da Roberto Zaccaria, Enrico Grosso e Pietro Adami, hanno individuato anche noi tra i partiti danneggiato dalle norme introdotte dalla legge". 
Nel frattempo, come si è visto nei giorni scorsi, il Prc si prepara a partecipare alle elezioni suppletive di novembre nel collegio camerale di Chieti, sostenendo la candidatura di Luciano D'Amico insieme a Pd, Avs, MoVimento 5 Stelle, Casa riformista e Avanti Psi. Non è passato inosservato il ritorno del simbolo del Prc su una scheda delle elezioni politiche vent'anni dopo la volta precedente, avvenuta nel 2006, peraltro l'unico simbolo che non ha subito variazioni dal 2005 ("Ma se ci pensi - precisa Acerbo - il nucleo centrale, con la bandiera rossa con falce, martello e stella, stilizzata a parallelogramma e unita a un tricolore c'era già nel 1991-1992"); allo stesso tempo, è stata oggetto di commenti, anche sarcastici (e oltre), la presenza nella stessa compagine che comprende l'evoluzione politico-elettorale di Italia viva. "Posto che in un contesto di suppletive il sostegno è dato innanzitutto al candidato e Luciano D'Amico è senz'altro persona stimabile, segnalo che il Partito della Rifondazione comunista non fa parte organicamente del cosiddetto 'campo largo': proponiamo invece un fronte costituzionale, sulla base di un programma minimo volto a difendere la Costituzione e con punti programmatici che vadano in quella direzione. Certamente una cosa era il Pd del 2014 guidato da Matteo Renzi, che superava il 40%, altra cosa è il Pd di oggi guidato da Elly Schlein, forza maggioritaria di una coalizione in cui hanno un peso rilevante partiti come il MoVimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, i cui eletti al Parlamento europeo fanno parte del gruppo della Sinistra, con il Prc che cofondò il Partito della Sinistra europea. Come nessuna persona di buonsenso potrebbe affermare che un accordo con Rifondazione comunista renda quella coalizione anticapitalista, è impossibile pensare che la presenza di Casa riformista - Italia viva, data intorno al 2%, sia assimilabile a quella del passato". 
Di certo c'era già chi si domandava se l'eventuale elezione di D'Amico alle suppletive, realizzata anche con il concorso di Rifondazione comunista, avrebbe potuto fornire al Prc (che, tra l'altro, aveva concorso alle candidature di Unione popolare) un primo tassello per costuire una componente nel gruppo misto; la componente, però, sarebbe potura nascere solo dopo l'entrata in vigore della legge n. 180/2026 e la riduzione delle firme da raccogliere sarebbe stata inapplicabile (potendo costituire, al più, un sospetto trattamento irragionevolmente diverso da sottoporre ai giudici e, magari, alla Corte costituzionale), obiettivo invece raggiunto col sorgere della componente in Senato. "Dopo il 2006, in effetti, alle elezioni politiche non abbiamo più presentato il nostro simbolo. All'ultimo congresso ho proposto di rivedere questa posizione, perché i tentativi di aggregare tutta l'area a sinistra del Pd oggettivamente non possono dirsi riusciti, nonostante i nostri sforzi e pur avendo scelto di sacrificare la nostra visibilità: in tutte quelle occasioni, tra l'altro, noi abbiamo concorso in modo determinante alla raccolta delle firme, per cui senza il nostro sforzo non sarebbero arrivati sulle schede Unione popolare nel 2022, Potere al Popolo! nel 2018 e la Sinistra - l'Arcobaleno nel 2008 e sicuramente avrebbe faticato di più nella raccolta firme Rivoluzione civile nel 2013, che pure contava anche sul sostegno dell'Italia dei valori. Altrove la scelta di costruire aggregazioni oggettivamente più forti, come in Spagna, aveva senso e ha portato risultati rilevanti; in Italia, a guardare i risultati, non mi pare avesse senso continuare così, quindi tanto vale riprendere il nostro simbolo e impegnarci perché arrivi sulle schede. Del resto, se perfino negli Stati Uniti per qualcuno è possibile dirsi socialista e addirittura essere eletto, non vedo perché nel paese di Gramsci, Pertini e Berlinguer non si possa orgogliosamente presentare il simbolo dei comunisti e quello dei socialisti, ovviamente inserito nel contesto di oggi". 
Anche 1500 sottoscrizioni da raccogliere in ogni collegio pluirnominale, però, possono essere un ostacolo consistente. "Il nostro è un partito di militanti e attivisti - conclude Acerbo - e sono convinto che ce la faremo: abbiamo circa 10mila iscritti e centinaia di circoli diffusi in tutta l'Italia. Non abbiamo ancora discusso in quale forma pensare alla raccolta e alle candidature: il nostro è un partito democratico e non leaderistico, faremo una consultazione delle iscritte e degli iscritti per decidere la nostra collocazione e immagino che avremo altre soggettività individuali e collettive che condividono la nostra idea di fronte costituzionale e parteciperanno alla costruzione delle liste. Certo, tanto nella fase della raccolta delle firme quanto nella campagna elettorale e i giorni del voto ci sarà bisogno sicuramente del concorso di tutte le antifasciste e tutti gli antifascisti, per evitare che la coalizione di centrodestra, ottenendo più voti delle altre e superando la soglia per ottenere il premio di maggioranza, sia nella condizione di ottenere tutte le cariche, sovvertendo gli equilibri costituzionali". 

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Rifondazione comunista, dunque, ha ottenuto la riduzione delle firme alle prossime elezioni politiche con la formazione della componente. Occorre segnalare che - come ipotizzato meno di un mese fa da chi scrive e da Marco Chiumarulo - la strada delle componenti firmate "per via regionale" allo scopo di ridurre il numero di firme da raccogliere è già stata battuta anche da altri negli stessi giorni. Il 21 ottobre, due giorni fa dunque, è entrato a far parte del gruppo misto Antonio Guidi, già eletto con Fratelli d'Italia e "prestato" all'inizio della legislatura per consentire la nascita del gruppo di Noi moderati; ieri ha fondato la componente Civici Marche, lista presentata nel 2025 a sostegno del candidato presidente del centrodestra Francesco Acquaroli) e con un eletto in consiglio.
La stessa componente di cui è parte Guidi oggi risulta essere stata ridenominata Italia domani - Marco Rizzo: evidentemente, dunque, anche il nuovo partito promosso da Rizzo e guidato da Francesca Antinozzi come segretaria aspira a presentare liste (magari pescando dai voti finora attribuiti a Futuro Nazionale) e il diretto impegno di un esponente riconoscibile del centrodestra rivela un aiuto significativo volto a rendere più semplice la raccolta firme. Merita di essere sottolineato anche che il passaggio di Guidi al gruppo misto è avvenuto tramite l'adesione alla componente neocostituita Progetto civico Italia - Avanti Psi: può sembrare assurdo o incomprensibile questo passaggio, considerando che si tratta di un parlamentare riferito a tutt'altro schieramento politico rispetto a quello di PcI-Avanti Psi, ma è probabile che si sia trattato di un gesto di cortesia istituzionale (rifiutare ospitalità dichiaratamente temporanea a Guidi dopo aver ottenuto la possibilità di costituire la componente a valle di un percorso pressoché identico sarebbe stato un comportamento poco commendevole). 
Le componenti di Rifondazione comunista e Italia domani si aggiungono a quelle create in precedenza: oltre a quella di Progetto civico Italia (e a quella più risalente di Futuro Nazionale), infatti, va ricordata anche quella di Sud chiama Nord, sorta il 12 ottobre grazie all'adesione di due deputati di Fratelli d'Italia, Manlio Messina e Luca Sbardella (commissario Fdi in Sicilia), unitisi al deputato di ScN Francesco Gallo (unico esponente della Camera eletto per il partito guidato da Cateno De Luca). Ma se c'è chi si "accontenta" di vedere ridotto l'impegno richiesto dalla raccolta firme, c'è anche chi punta a qualcosa di decisamente più consistente, sia pure attraverso un percorso tutt'altro che privo di incognite (e che, anche per questo, merita di essere osservato con una certa attenzione).  
Ci si riferisce, in particolare, all'annuncio dato giovedì da Riccardo Magi circa il deposito la sera precedente della "richiesta di formazione di un gruppo parlamentare denominato '+Europa-Centro Democratico, Stati Uniti d'Europa'" e composto dallo stesso Magi, Benedetto Della Vedova e Luca Pastorino (cioè i tre membri della componente del gruppo misto di +E-SUE), nonché da altri due membri del gruppo misto, Bruno Tabacci (rieccolo!) e Aboubakar Soumahoro, fuoriuscito dal gruppo di Avs a gennaio del 2023. Secondo Magi i criteri indicati dall'art. 14, comma 2 del regolamento della Camera perché l'Ufficio di Presidenza (vale a dire l'organo composto dal Presidente, dai quattro Vicepresidenti, dai tre deputati Questori e dai quattordici deputati Segretari indicati in questa legislatura) possa autorizzare la costituzione del gruppo pur in assenza del numero minimo di 20 membri sarebbero tutti soddisfatti: in particolare, la disposizione citata richiede che il gruppo rappresenti "un partito organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati" e che abbia "ottenuto almeno un quoziente in un collegio" e "una cifra elettorale nazionale di almeno trecentomila voti di lista validi". Ora, a ben guardare, tanto +Europa quanto Centro democratico (insieme a Impegno civico) hanno presentato liste con lo stesso contrassegno almeno in venti collegi plurinominali;  l'autorizzazione sono soddisfatti: sicuramente +Europa ha ampiamente superato i 300mila voti validi (ne ha avuti quasi 800mila) e tanto +E quanto Cd hanno eletto almeno un parlamentare. Altrettanto vero è, però, che sembra difficile assimilare automaticamente quegli eletti all'ottenimento di un quoziente in un collegio: al tempo in cui il regolamento venne scritto, il quoziente era il risultato del rapporto tra il totale dei voti validi espressi in un collegio e il numero dei seggi in palio e il seggio scattava in quel collegio quando una lista aveva ottenuto almeno quel numero di voti; oggi, però, questo non è più scontato, perché esiste la clausola di sbarramento nazionale al 3% e né +Europa (col 2,83%) né Impegno civico - Centro democratico (con lo 0,62%) hanno raggiunto quella soglia, motivo per cui hanno ottenuto eletti solo nei collegi uninominali.
Occorre dire che è altrettanto vero che la decisione sulla formazione del gruppo "in deroga" è rimessa, come detto, all'Ufficio di Presidenza della Camera, il quale "può autorizzare" la costituzione del gruppo: ciò significa non solo che non è tenuto ad autorizzarla, paradossalmente anche in presenza di tutti i requisiti (ciò magari per motivi di opportunità, legati all'articolazione della rappresentanza parlamentare o al contenimento delle spese), ma anche che il testo può essere interpretato in modo evolutivo, guardando al sistema elettorale vigente. Così avvenne, per esempio, nel 2001, quando fu autorizzato il gruppo di Rifondazione comunista con 11 membri perché, pur non potendosi parlare di quoziente da ottenere, era comunque stata superata la soglia del 4% (precedente che non tornerebbe utile a +Europa); durante le legislature del Porcellum, invece, ci si è accontentati della presenza elettorale diffusa e dell'accesso alla ripartizione dei seggi (ottenuto da chi superava le soglie di sbarramento del 4% per le liste non coalizzate e del 2% per le liste coalizzate, ma anche dalle liste "migliori perdenti" di ciascuna coalizione). A ciò si deve aggiungere il parere della Giunta per il regolamento del 26 ottobre 2022, che ha ritenuto sussistenti i requisiti per la costituzione del gruppo in deroga anche qualora una forza politica che abbia partecipato alle elezioni, "pur non avendo raggiunto la soglia per l'accesso alla ripartizione proporzionale dei seggi sul territorio nazionale, avendovi comunque presentato proprie liste con lo stesso contrassegno in almeno venti circoscrizioni, abbia conseguito almeno un eletto in un collegio uninominale, purché univocamente riconducibile, al momento della consultazione elettorale, alla medesima forza politica": su tale base, a seguito di apposita deliberazione dell'Ufficio di Presidenza del 26 ottobre 2022 sorse il gruppo in deroga di Noi Moderati, che non avendo superato l'1% non aveva certo avuto accesso alla ripartizione dei seggi. 
L'Ufficio di Presidenza, dunque, con una decisione indubbiamente dal valore più politico che tecnico, potrebbe continuare ad applicare il citato parere della Giunta per il regolamento; del resto, se il requisito del quoziente intero circoscrizionale aveva, secondo quanto espresso dal costituzionalista Salvatore Curreri in un suo corposo saggio del 2015 (ripreso nel 2021 da chi scrive in un altro ponderoso contributo sulla costituzione delle componenti del gruppo misto), il fine di vedere verificato per la singola forza politica "il radicamento in una data circoscrizione territoriale", allora non è assurdo pensare che la vittoria in un collegio uninominale di figure di primo piano di un partito testimoni quel radicamento. Quanto alla notevole distanza della consistenza del gruppo di cui si chiede la formazione (5 invece di 20), occorre ricordare che nel 1976 fu ammessa la costituzione del gruppo del Partito radicale con quattro soli deputati (Marco Pannella, Emma Bonino, Mauro Mellini, Adele Faccio), quando addirittura il plenum dell'aula era di 630 persone.
Non è dato sapere se l'Ufficio di Presidenza autorizzerà la formazione del gruppo; se lo farà, in ogni caso, ciò avverrà dopo l'entrata in vigore della legge n. 180/2026, dunque oltre il termine indicato per la costituzione di nuovi gruppi o componenti in grado di ridurre il numero di firme da raccogliere. La componente di +Europa presente alla Camera alla data di domani, 24 ottobre, sarebbe comunque già in grado di ridurre le firme da raccogliere, quindi perché cercare di costituire un gruppo? Lo si legge in un'intervista di Riccardo Magi pubblicata il 20 ottobre su Corriere.it: "Insieme possiamo hackerare il Melonellum", si legge nella copertina del post che riporta il testo. L'idea di base è la presentazione di un nuovo ricorso al tribunale civile di Roma, volto a "portare davanti alla Corte costituzionale la battaglia contro la nuova legge elettorale, contestando le norme che ostacolano il pluralismo e l'accesso alla partecipazione democratica". Nel mirino c'è la disposizione che limita il beneficio dell'esonero totale dalla raccolta firme ai partiti costituiti in gruppo alla data del 31 dicembre 2025, ritenuta irragionevole: se però +Europa riuscisse a far trasformare al tribunale le sue censure in una questione di costituzionalità, rischierebbe di vederla dichiarare infondata o inammissibile dalla Corte costituzionale, poiché l'eventuale rimozione del termine del 31 dicembre 2025 non gioverebbe a +Europa, non essendo il partito costituito in gruppo ma solo in componente parlamentare. Qualcosa di simile era già accaduto con la sentenza n. 48/2021, in occasione del precedente ricorso di +Europa al tribunale di Roma e da questo portato all'attenzione del giudice delle leggi: per evitare che anche la nuova sortita non finisca bene, insomma, occorrerebbe un gruppo parlamentare. Per questo Magi si è rivolto "innanzitutto alle opposizioni che hanno combattuto con noi questa legge e alle forze del centrosinistra che, alle elezioni del 2022, hanno beneficiato in termini di parlamentari eletti anche del 2,9% conquistato da +Europa. Ma l’appello è rivolto a tutti i parlamentari che considerano inaccettabile che le regole elettorali diventino uno strumento per restringere il pluralismo", consentendo tra l'altro che sia esonerato dalla raccolta delle firme un partito - Noi Moderati - che non ha raggiunto l'1% e che invece debba comunque raccoglierle +Europa che ha sfiorato il 3%, in barba alla ratio che richiede un minimo di consenso e serietà per partecipare alle elezioni, da provare con la raccolta firme o con la presenza parlamentare qualificata.
In un articolo di Ruggiero Montenegro sul Foglio quotidiano di oggi si legge che dal "campo largo" non sarebbe arrivato il sostegno sperato ("Non sono stati così sensibili...", si suppone con riferimento a chi è stato eletto grazie ai voti apportati da +Europa alla coalizione e trasformati in seggi per questa nei collegi plurinominali, senza che il partito abbia potuto goderne essendo rimasto sotto la soglia del 3%), quindi gli altri due membri del potenziale gruppo sono stati individuati tra gli iscritti al gruppo misto ma non aderenti ad alcuna componente, dunque Soumahoro e Tabacci (sono rimasti fuori Luigi Marattin, che con il Partito liberaldemocratico non ha escluso di guardare al centrodestra, e Lorenzo Cesa, che già ne fa parte). Il nome di Brown Tabax ha scosso più di qualcuno, anche perché giorni fa si parlava della possibilità che con altri due deputati potesse nascere la componente di Centro democratico, per poi alleggerire eventualmente la raccolta firme di Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli: la componente, però, non risulta essersi mai costituita e quindi l'effetto "tagliafirme" svanirebbe.
Certo, il discorso potrebbe cambiare, e di molto, se - attraverso il ricorso al tribunale di Roma e l'eventuale incidente di costituzionalità, al limite anche uno di quelli provocati dagli altri ricorsi che si depositeranno lunedì - la Corte si esprimesse e ritenesse tanto irragionevole e arbitrario da essere incostituzionale il limite del 31 dicembre 2025. Certo, il termine da proporre come tertium comparationis (l'altra disposizione da utilizzare per il test di ragionevolezza della norma che si ritiene incostituzionale) non dovrebbe essere la data di entrata in vigore della nuova legge (che sarebbe comunque già superata qualora il gruppo di +Europa fosse autorizzato nei prossimi giorni), bensì la data di convocazione dei comizi, prevista "a regime" per gruppi sorti in corso di legislatura e componenti. Ciò sicuramente gioverebbe a +Europa, ma ancora di più rimuoverebbe un aspetto palesemente irragionevole, tanto in prima applicazione delle nuove norme sul procedimento elettorale quanto per le consultazioni successive. I ricorsi, ovviamente, potrebbero non limitarsi ai giudici nazionali, ben potendosi arrivare - ma con tempi più lunghi - alla Corte europea dei diritti umani (la stessa chiamata a decidere sul ricorso presentato ndl 2023 da Mario Staderini e altri contro l'Italia, sulla ritenuta instabilità delle leggi elettorali in Italia e la potenziale violazione del diritto a libere elezioni). La partita sulla raccolta firme e sulle sue esenzioni parziali o totali, quando ancora non si sa quando si voterà, non sembra affatto terminata.

lunedì 19 ottobre 2026

Suppletive a Chieti, simboli e curiosità sulla scheda per "a long goodbye"

Un mese e mezzo fa, nel presentare l'elezione suppletiva che si è tenuta il 27 e 28 settembre nel collegio senatoriale di Reggio Calabria, in chi scrive e nell'ottimo Giuseppe Lauri era radicata la convinzione che non si sarebbero svolte altre elezioni suppletive in questa legislatura e che, se fosse stata approvata la riforma elettorale allora all'esame del Parlamento, non se ne sarebbero più svolte per parecchio tempo. Occorre senz'altro ammettere che, se quasi certamente la seconda affermazione troverà adeguato riscontro nella realtà, la prima in effetti non era corretta: il 15 settembre scorso si è dimesso dalla Camera Alberto Bagnai, dopo la sua nomina - più di un mese prima - come membro dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Dal momento che Bagnai era stato eletto (in quota Lega) per la coalizione di centrodestra nel collegio uninominale 01 - Chieti della XVII circoscrizione (Abruzzo) della Camera dei deputati, proprio in quel collegio - visto che le dimissioni del deputato sono arrivate con più di un anno di anticipo rispetto alla fine della XIX legislatura - occorre procedere a quella che stavolta indiscutibilmente sarà l'ultima elezione suppletiva, fissata per il 15 e il 16 novembre 2026.
A contendersi il seggio lasciato libero da Bagnai saranno quattro candidati, proprio come a Reggio Calabria, ma gli schieramenti in campo non sono pienamente sovrapponibili a quelli della precedente suppletiva. Analizziamo quindi i quattro contrassegni, cogliendo l'occasione di quest'appuntamento elettorale inatteso - anche se, in effetti, lo si poteva immaginare, sapendo della nomina di Bagnai all'autorità antitrust - per celebrare questa sorta di long goodbye per uno degli appuntamenti di culto per i #drogatidipolitica e che quasi certamente non si ripeterà per lungo tempo (a meno che, come aveva spiegato sempre Giuseppe Lauri, non si verifichi qualche vacanza di seggio in Valle d'Aosta o in Trentino - Alto Adige.
 
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1) Massimo Pasqualone

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la candidatura di Massimo Pasqualone, critico letterario e docente di lettere di scuola secondaria di secondo grado (ma anche professore a contratto in varie università); nel 2024 si era candidato come sindaco a Torrevecchia Teatina (Ch) con una lista civica, con cui è entrato in consiglio comunale. Attualmente Pasqualone è il segretario regionale per l'Abruzzo del partito Dimensione Bandecchi ed è proprio per la formazione politica guidata dal sindaco di Termi che Pasqualone si candida. Si tratta della prima partecipazione a elezioni di livello nazionale per Dimensione Bandecchi, che per l'occasione sembra avere lievemente modificato il suo simbolo: il cognome del sindaco di Termi è collocato sempre sul fondo blu, ma al di sotto del tricolore fatto di tre frecce; sotto a quello stesso cognome, peraltro, dall'inizio dell'anno occhieggia anche la dicitura "presidente", il che fa pensare che il contrassegno sarà presto impiegato anche in altre sedi, con Stefano Bandecchi già pronto a essere candidato a cariche di maggiori rilievo.
 

2) Luciano D'Amico

Al secondo posto sulla scheda elettrici ed elettori del collegio di Chieti troveranno la candidatura di Luciano D'Amico, un nome già incontrato in questo sito. D'Amico, infatti, oltre a essere professore ordinario di Economia aziendale presso l'università di Teramo (ateneo di cui è stato rettore), nel 2024 era stato l'aspirante presidente della giunta abruzzese, candidato dal "campo largo" per sfidare Marco Marsilio. Anche in questo caso D'Amico si presenta sostenuto dal "campo largo", anzi larghissimo. Il contrassegno elettorale depositato con la candidatura, infatti, contiene sei simboli disposti a esagono (risultando così il contrassegno più affollato delle suppletive visto finora, insieme a quelli dell'Alleanza democratica autonomista visti in Trentino per le suppletive di maggio del 2019): oltre a quelli del Partito democratico, di Alleanza Verdi e Sinistra, di Casa riformista - Italia viva, di Avanti - Partito socialista italiano (alla prima apparizione a livello politico nazionale, dopo il sorgere al Senato della componente del gruppo misto formata grazie al M5S Luigi Nave) e del MoVimento 5 Stelle, non può proprio passare inosservato il simbolo in miniatura del Partito della Rifondazione comunista. Non perché sia stato modificato rispetto alla foggia che ha ormai da 20 anni (quasi un record, di questi tempi), ma perché di fatto si assiste al ritorno del fregio del Prc sulle schede di un'elezione politica a vent'anni dall'ultima volta (9-10 aprile 2006), eccezion fatta - se si vuole - per la Lista anticapitalista presentata alle europee del 2009, il cui contrassegno si basava comunque sul fregio del Prc. Per di più, questo avviene per la prima volta in una coalizione capeggiata dal Pd. "Per tanti anni - ha spiegato in una nota il segretario del Prc Maurizio Acerbo, peraltro abruzzese - abbiamo con coerenza rifiutato accordi con il Pd alle elezioni politiche, pagando un duro prezzo di esclusione dalle assemblee elettive e conseguente invisibilità mediatica. Abbiamo ritenuto doveroso farlo per contrastare politiche che consideravamo contrarie agli interessi delle classi lavoratrici e popolari che hanno prodotto delusione, astensionismo e infine la vittoria della destra. Con la segreteria di Elly Schlein e la collocazione progressista del MoVimento 5 Stelle di Conte si è aperta la possibilità di un dialogo unitario".

3) Mario Colantonio

In terza posizione sulla scheda si collocherà Mario Colantonio, capogruppo in carica della Lega a Chieti dopo esserne stato il candidato sindaco alle elezioni comunali della scorsa primavera (la coalizione comprendeva anche Udc e la lista Azione politica; tutte hanno poi appoggiato al ballottaggio Cristiano Sicari, sconfitto da Giovanni Legnini). Il contrassegno composito contiene i simboli di tutte e cinque le principali forze del centrodestra, che corre unito come nelle ultime suppletive è accaduto: nel cerchio si vedono dunque Fratelli d'Italia, Lega per Salvini premier, Forza Italia, Noi moderati e Unione di centro; la disposizione delle miniature è la stessa riscontrata alle suppletive nei due collegi uninominali veneti della scorsa primavera (mentre a Reggio Calabria Lega e Forza Italia si erano scambiate il posto).
 

4) Danilo Ranieri

Il quadro delle candidature si chiude con Danilo Ranieri, avvocato, vicesindaco del comune di Lanciano, con un passato leghista. In quest'occasione Ranieri si candida sotto le insegne di Italia Domani, vale a dire il nuovo soggetto politico promosso da Marco Rizzo e di cui è segretaria nazionale Francesca Antinozzi (mentre alle suppletive calabresi, come si è visto, si è presentata Democrazia sovrana popolare - partito che lo stesso Rizzo aveva concorso a promuovere nel 2023 - attraverso la candidatura del suo leader Francesco Toscano). Il simbolo di Italia Domani è esattamente identico a quello presentato all'inizio di settembre da Rizzo e dagli altri promotori; vale la pena sottolineare che, com'è avvenuto nelle citate suppletive reggine, nessun contrassegno è stato personalizzato con il riferimento al candidato, mentre sono stati mantenuti i cognomi già presenti nei rispettivi simboli di partito.

mercoledì 14 ottobre 2026

Raccolta firme, un simbolo può esentare più liste? Per il Tar Catania sì

Esiste un fatto che potrebbe risultare allo stesso tempo un sogno per i #drogatidipolitica e un vero incubo per tutti i coloro che si occupano per lavoro di procedure elettorali? Quasi certamente sarebbe la moltiplicazione dei simboli sulle schede, qualora i partiti rappresentati in Parlamento, oltre che la loro lista, potessero presentarne senza firme un numero potenzialmente infinito, magari sperando in quel modo di far conquistare alla propria coalizione il premio di maggioranza o comunque di aumentare i seggi a favore di questa. In un tempo in cui è inevitabile discutere - e molto - di esenzioni dalla raccolta firme o di stratagemmi volti anche solo ad alleggerire l'onere della ricerca dei sottosrittori, dopo la quadruplicazione delle firme richieste alle forze politiche senza presenza parlamentare qualificata, è assai probabile che qualcuno (probabilmente in tutti gli schieramenti politici) abbia sognato almeno per un attimo uno scenario simile, per il desiderio di presentarsi agli elettori senza rischiare di vedersi ricusare le liste per avere mancato - magari di poco - l'obiettivo della raccolta firme o senza perdersi d'animo di fronte a un'asticella apparsa fin dall'inizio troppo alta.
Sarebbe interessante conoscere le reazioni di costoro alla lettura di una recentissima sentenza del Tar Sicilia, sezione staccata di Catania - seconda sezione (pubblicata due giorni fa), relativa alle elezioni amministrative tenutesi a Barcellona Pozzo di Gotto (Me) il 24 e 25 maggio di quest'anno e, in particolare, alla possibilità che una forza politica rappresentata con proprio gruppo all'Assemblea regionale siciliana potesse esonerare più di una lista, in base alle norme elettorali valide in Sicilia: il ricorso presentato, che aveva messo in dubbio questa possibilità, è stato respinto. La decisione, ovviamente, è impugnabile, ma appare particolarmente rilevante, soprattutto se si considera che analoghi ricorsi pendono davanti allo stesso tribunale amministrativo con riferimento alle elezioni comunali di Messina: se a Barcellona le liste esentate attraverso la "pulce" dello stesso simbolo erano quattro (e hanno concorso, come si vedrà, a portare alla vittoria la candidata sindaca), a Messina - come si è visto nell'articolo con cui era stata presentata a suo tempo la competizione elettorale - erano addirittura 15, risultando determinanti per la rielezione del sindaco Federico Basile. Quando il Tar si pronuncerà su quella vicenda (si parla del 20 ottobre come data della prima udienza), se ne darà debitamente conto; per ora è importante commentare la sentenza già emessa e valutare eventuali suoi riflessi anche al di fuori della Sicilia, soprattutto sulle elezioni politiche nazionali.
 

La vicenda 

Come si anticipava, alla base della sentenza del Tar Catania c'era un ricorso promosso da un gruppo di cittadini elettori (uno di loro, Michele Mandanici, era anche anche candidato consigliere della lista Fuori dal Coro, di cui si dirà più avanti) contro la proclamazione degli eletti e gli atti precedenti del procedimento elettorale circa il voto amministrativo di Barcellona Pozzo di Gotto. I ricorrenti, che si erano rivolti all'avvocato Paolo Starvaggi - già candidato sindaco a Sant'Agata di Militello, lo stesso che ha curato con altri professionisti, a quanto si apprende dai media, i ricorsi relativi alle elezioni di Messina - avevano contestato fin dall'inizio la legittimità dell'ammissione di tre delle cinque liste presentate a sostegno di Melangela Scolaro, non essendo state queste sostenute dal numero di sottoscrittori previsto dalla legge elettorale siciliana per le elezioni amministrative (legge regionale n. 7/1992), venendo invece considerate esenti da tale onere grazie alla presentazione delle liste da parte del partito Sud chiama Nord, costituito in gruppo presso l'Assemblea regionale siciliana. 
L'invalidazione di quegli atti avrebbe dovuto portare, in prima battuta, non ad annullare le elezioni, ma a correggerne l'esito, portando a proclamare come sindaco non Scolaro (che aveva ottenuto 9676 voti), ma Nicola Maria Barbera (sostenuto, tra l'altro, dal centrodestra e votato da 9528 elettori) e a una diversa conformazione del consiglio comunale in conseguenza della riduzione delle liste e dei voti validi; lo stesso ricorso contemplava anche - oltre all'annullamento della competizione, chiesto in subordine - la possibilità che (dopo il riconteggio delle schede contestate o dichiarate nulle in alcune sezioni e la verifica "della corretta attribuzione dei voti disgiunti" o dei voti annullati) venisse proclamato eletto sindaco Barbera o si accedesse al ballottaggio in base ai risultati corretti (riammettendo, tra l'altro, al riparto dei seggi la lista Fuori dal Coro, della coalizione di Barbera, finora esclusa per avere solo sfiorato la soglia di sbarramento del 5% dei voti validi, prevista a livello regionale: questo punto è stato anche oggetto di un ricorso incidentale del più votato dei candidati consiglieri della lista, Tindaro Grasso, che lamentava l'annullamento o l'omesso conteggio di vari voti a favore suo e della lista in cui era inserito, responsabile del mancato accesso di Fuori dal Coro alla distribuzione dei seggi).

La questione dell'esenzione dalla raccolta firme (e dei simboli sostituiti) 

Il punto principale del ricorso era costituito proprio dalla doglianza di "violazione e falsa applicazione dell'art. 7, commi 1 e 3, della legge regionale siciliana 26 agosto 1992, n. 7" e "dell'art. 18 del d.lgs.P.Reg. 20 agosto 1960, n. 3": si tratta, in particolare, delle norme che disciplinano la presentazione e l'ammissione delle candidature nei comuni sopra i 15000 abitanti, applicabili a Barcellona Pozzo di Gotto (e anche, a maggior ragione, a Messina).
L'articolo 7 (nel testo vigente, modificato nel 1997), in particolare, al comma 1 prescrive che la dichiarazione di presentazione delle liste dei candidati al consiglio comunale e delle collegate candidature a sindaco debba essere sottoscritta da un certo numero di elettori, che per il comune di Barcellona - e gli altri compresi nella fascia tra 40001 e 100000 abitanti - possono oscillare tra un minimo di 400 e un massimo di 1500. Come eccezione alla regola, il comma 3 prevede che: 
Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli. In tali ipotesi le liste dei candidati saranno sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale del partito o del gruppo politico o da una o più persone dallo stesso delegate, con firma autenticata.
La legge elettorale comunale siciliana, dunque, diversamente da quella nazionale prevede la possibilità per una lista di essere esonerata dalla raccolta delle firme in virtù della presenza qualificata - con un gruppo o con un proprio eletto diretto - all'Assemblea regionale siciliana (la legge elettorale comunale nazionale, com'è noto a chi frequenta questo sito, prevedeva l'esenzione per i partiti rappresentati in Parlamento dal 1976, ma la riforma elettorale del 1993 - che aveva introdotto l'elezione diretta del sindaco - l'ha cancellata).
A essere contestata non è stata l'esenzione dalla raccolta firme in sé, ma la sua applicazione concreta al caso in esame (suggerita, come per Messina, da Giuseppe Lombardo, deputato regionale di Sud chiama Nord). Delle cinque liste presentate a sostegno della candidatura di Melangela Scolaro, in particolare, una ha sicuramente raccolto le firme (Barcellona Pozzo di Gotto in Comune), mentre le altre quattro (Scolaro sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, De Luca sindaco di Sicilia, Avremo cura di te Barcellona e Una marcia in più per Barcellona) sono state sottoscritte e presentate dal partito Sud chiama Nord, costituito in gruppo - come si diceva - all'Assemblea regionale siciliana: secondo i ricorrenti, il beneficio dell'esenzione dalla raccolta delle firme, "in quanto eccezionale rispetto alla regola generale della necessaria raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature", doveva essere letto restrittivamente e dunque poteva riguardare una sola lista per ogni partito rappresentato all'Ars, senza potersi ritenere accettabile "un'applicazione seriale e reiterata dell’esenzione - si legge, come prima, dalla sentenza, non disponendo del ricorso - in favore di una pluralità di liste riconducibili al medesimo centro politico di imputazione nell’ambito della stessa consultazione elettorale". Nel caso specifico, dunque, solo la prima lista delle quattro presentate a nome di Sud chiama Nord avrebbe potuto essere ritenuta esonerata, mentre le altre si sarebbero dovute sottoporre alla raccolta delle firme: mancando sottoscrittori in numero idoneo, quelle tre liste ulteriori sarebbero state da ricusare. Ciò sulla base della ratio della raccolta firme (assicurare e dimostrare "un minimo di rappresentatività delle candidature", nonché, secondo i ricorrenti, la parità di accesso alla competizione elettorale).
Il ricorso, peraltro, contestava anche un altro punto, legato alla sostituzione dei contrassegni elettorali. Anche a Barcellona - come a Messina e in altri comuni, ma non in altre province siciliane, come Agrigento ed Enna - la (sotto)commissione elettorale circondariale aveva infatti chiesto di modificare gli emblemi delle liste, che in un primo momento contenevano il riferimento a ScN in forma solo testuale: a quanto è dato sapere, l'organo di verifica avrebbe aderito a un'interpretazione letterale della disposizione che trasmette l'esonero spettante al partito rappresentato all'Ars a "liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli", richiedendo quindi la sostituzione dei contrassegni con altri che affiancassero effettivamente il simbolo di Sud chiama Nord a quello degli emblemi nuovi. Per i ricorrenti, però, la modifica degli emblemi avrebbe dovuto essere seguita da "una nuova e formale manifestazione di volontà da parte dei soggetti interessati" (in particolare i candidati e i delegati di lista): in mancanza di questa, le liste non avrebbero dovuto essere ammesse. Altre lamentele, incluse nel ricorso, avrebbero riguardato ritenuti "plurimi vizi delle operazioni di scrutinio, spoglio e registrazione dei voti", in particolare sull'interpretazione dei segni delle schede - anche sul piano del "voto disgiunto" - nonché sulla compilazione dei verbali e delle tabelle di scrutinio: queste doglianze non vengono analizzate qui, ma avevano rilevanza nel caso in esame - insieme a quelle che meritano attenzione in questo articolo - perché la vincitrice aveva superato la soglia del 40% (con cui, va ricordato, nei comuni superiori in Sicilia si vince al primo turno) per soli 104 voti, superando Barbera, secondo candidato più votato, soltanto di 148 voti.
Tornando alla questione dell'esenzione dalla raccolta firme, al centro della disputa c'era anche un parere, reso dall'Ufficio legislativo e legale della Regione Siciliana e acquisito dal sull'interpretazione del citato art. 7, comma 3, della legge regionale n. 7/1992: quel parere - già evocato durante il procedimento elettorale relativo alle elezioni di Messina come probabilmente contrario all'ammissibilità dell'esenzione di più liste tramite lo stesso partito - era stato dichiarato "non ostensibile", dunque i ricorrenti avevano chiesto che fosse acquisito dal collegio del Tar, ove fosse stato ritenuto necessario.
Se l'aspirante sindaco Barbera, con proprio ricorso incidentale, aveva sostanzialmente aderito alle tesi dei ricorrenti (notando, tra l'altro, che alcune delle liste esentate, pur non avendo raggiunto il 5% necessario a ottenere seggi, avevano comunque concorso al superamento della soglia del 40% per la vittoria al primo turno di Scolaro), ben altra posizione era stata tenuta dal comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Esso aveva sollevato alcune questioni procedurali, sostenndo, tra l'altro, che ad alcuni consiglieri comunali controinteressati il ricorso era stato notificato oltre i termini previsti e che - soprattutto - non fossero stati impugnati in tempo utile altri documenti, sia dell'Assessorato regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica (del 16 marzo e del 16 aprile), sia della Prefettura di Messina (del 30 marzo e del 20 aprile 2026), sollecitati dal gruppo parlamentare siciliano di Sud chiama Nord: quei documenti, favorevoli all'esenzione "multipla", avrebbero "ingenerato un legittimo affidamento sulla correttezza dell’interpretazione dell’art. 7, comma 3, della legge regionale n. 7 del 1992 adottata in sede di ammissione delle liste" e dunque, secondo il comune, avrebbero dovuto essere oggetto di ricorso autonomo. Oltre a non ritenere ammissibili le lamentele sullo scrutinio (perché non era stata proposta querela di falso nei confronti di quegli atti, ritenuta necessaria vista la qualifica di pubblico ufficiale dei presidenti di seggio, e perché non si poteva pensare che il collegio del Tar procedesse a "un'indiscriminata riapertura delle schede, trasformandosi in uno scrutinatore di secondo grado"), il comune aveva ritenuto che le tre liste contestate fossero invece state legittimamente ammesse, credendo corretto il riconoscente dell'esenzione dalla raccolta firme "a una pluralità di liste riconducibili al medesimo gruppo parlamentare". Nell'eventualità in cui i giudici avessero aderito all'interpretazione restrittiva della disposizione sull'esonero, però, il comune aveva chiesto che fosse sollevata questione di costituzionalità della stessa disposizione "per contrasto con gli artt. 3, 48, 51, 97 e 101" della Costituzione.

La decisione del Tar

Dopo avere affrontato alcune questioni di natura rituale e formale (il ricorso principale non è stato considerato tardivo e le note dell'assessorato regionale favorevoli all'esenzione "multipla", non essendo atti lesivi del diritto a partecipare alle elezioni, non dovevano essere impugnate direttamente e autonomamente prima del voto), il collegio del Tar Catania si è espresso innanzitutto sul valore dei documenti interpretativi sulla possibilità di esentare più liste attraverso lo stesso partito rappresentato all'Ars, inclusa una nota dell'Ufficio elettorale provinciale della Prefettura di Messina (del 20 aprile 2026), con cui si dava conto del parere espresso dall'Assessorato regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica (non dunque dalla Prefettura, che sul punto non si è formalmente espressa), favorevole all'interpretazione proposta da Cateno De Luca, cioè alla "esenzione dall'obbligo di raccolta delle sottoscrizioni per tutte le liste contenenti il contrassegno del gruppo parlamentare 'Sud chiama Nord - Per le autonomie' anche qualora lo stesso fosse affiancato ad ulteriori simboli civici".
Per i giudici, "le indicazioni amministrative, pur potendo rilevare ai fini della ricostruzione del contesto procedimentale e della valutazione della condotta degli interessati, non sono idonee a modificare la disciplina legislativa applicabile, né a introdurre deroghe o limitazioni non previste dalla legge": contano solo le disposizioni vigenti e l'interpretazione che i giudici ne danno, non gli "orientamenti espressi dagli uffici amministrativi", che dunque non possono essere invocate per fondare un legittimo affidamento di chi ha presentato le liste convinto che la "multiesenzione" fosse legittima, né per decidere la controversia; lo stesso sarebbe valso per eventuali pareri di segno opposto (che formalmente non ci sono, anche perché i giudici non hanno ritenuto necessario - proprio per l'osservazione appena riportata - richiedere il parere dell'Ufficio legislativo della Regione, finora non mostrato).
Dovendo dunque interpretare l'articolo 7 della legge regionale n. 7/1992, così come modificata nel 1997, i giudici hanno sottolineato che la disposizione sull'esenzione dalla raccolta firme "non introduce alcuna limitazione numerica, né alcun vincolo di corrispondenza biunivoca ('una forza politica, una sola lista')": un limite c'è solo nell'individuazione dei soggetti politici esentanti (devono essere costituiti in gruppo parlamentare o - ipotesi qui non considerata - avere eletto almeno un deputato regionale), mentre la disposizione "non contiene alcun limite numerico espresso all’operatività dell'esenzione". Applicando evidentemente Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, il collegio ha precisato che "se il legislatore regionale avesse voluto circoscrivere il beneficio dell'esonero alla presentazione di un'unica lista per ciascun contrassegno d'origine, avrebbe dovuto inserire espressamente una clausola limitativa": quella limitazione non è stata esplicitata, quindi "l'estensione dell'esonero a tutte le liste (espressione del medesimo movimento o della medesima coalizione promossa dal gruppo parlamentare) costituisce piana applicazione della lettera della legge". Questo perché "ogni lista che rechi nel proprio contrassegno il simbolo del partito parlamentare [...] non è un soggetto estraneo, ma costituisce una articolazione organizzativa e identitaria del partito esentato", arrivando perfino a sostenere che "l'esenzione dalle firme inerisce (si estende e riguarda) l'intera proposta elettorale promossa da quella forza politica sul territorio, indipendentemente dal numero di liste in cui essa scelga di strutturarsi". 
Al contrario, ritenere in modo restrittivo che il beneficio dell'esenzione riguardi una sola lista sarebbe "in insanabile contrasto anche con la ratio profonda del sistema elettorale introdotto" dalla legge elettorale comunale siciliana: il sistema, infatti, presupporrebbe e prediligerebbe "la polarizzazione delle forze attorno a ampie coalizioni per raggiungere la soglia di elezione al primo turno o l'attribuzione del premio di maggioranza", quindi "costringere un partito radicato e rappresentato all'Ars a presentare una sola lista (esentata), precludendogli la facoltà di articolarsi in più liste collegate (civiche o di scopo) dotate del medesimo esonero" equivarrebbe a "comprimere sensibilmente la capacità competitiva della forza politica, costringendola a defatiganti adempimenti burocratici (rectius la raccolta firme per le liste civiche collegate) non previsti per la lista principale". Si legge ancora nella sentenza: "la legge non può prima incentivare la creazione di ampie coalizioni collegate al Sindaco e poi interpretare le norme di semplificazione (rectius le esenzioni) in modo da ostacolare quella stessa frammentazione strategica delle liste" (forse, più che di "frammentazione", sarebbe meglio parlare di "moltiplicazione").
La lettura "estensivista" dell'art. 7, comma 3 della legge regionale n. 7/1992 - che, dunque, non ha creato le condizioni per mettere in dubbio la costituzionalità di quella disposizione, come richiesto dal comune di Barcellona - ha privato di fondatezza anche i dubbi sulla validità dei voti alla candidata sindaca Scolaro attraverso i voti espressi alle liste contestate. Di più, per i giudici non c'era alcun bisogno di rinnovare l'accettazione delle candidature (e dell'indicazione a delegato a presentare le liste) a seguito della modifica dei contrassegni elettorali richiesta dalla (sotto)commissione elettorale circondariale: tali modifiche, infatti, non avrebbero inciso "sugli elementi essenziali della presentazione della lista", attenendo "alla mera conformazione grafica del contrassegno, senza alterare l'identità della formazione politica, la composizione della lista o la volontà originariamente manifestata dai presentatori e dai candidati".
In particolare, la (sotto)commissione elettorale circondariale avrebbe rilevato "profili di irregolarità nella rappresentazione grafica dei contrassegni", assegnando ai presentatori delle liste un termine (a norma di legge) per sostituire i contrassegni e le loro descrizioni, senza che tali operazioni comportassero "una modifica della denominazione della lista, della sua identità politica o dei nominativi dei candidati". Volendo essere completi, è lo stesso Tar a sostenere che "la trasmissione del beneficio" dell'esenzione spettante al partito rappresentato all'Ars "avviene mediante l'incorporazione o l'affiancamento del contrassegno, legalmente autorizzato dall'organo centrale del partito", quindi ritenendo sufficiente che la "pulce" (o la "lenticchia", come la chiama De Luca) sia inserita nel corpo del contrassegno, senza necessità di affiancare i due simboli nel cerchio (come del resto si è visto, per esempio, a Ribera, per la lista Sud chiama Nord il cui contrassegno non è stato sostituito). Punto centrale del ragionamento dei giudici, in ogni caso, è che la lettura restrittiva, proposta dai ricorrenti, non sarebbe "desumibile con immediatezza dalla disposizione, e pretende di ricavare dalla ratio della norma un limite non positivizzato", mentre "in materia elettorale il sindacato del giudice non può risolversi nell’introduzione di cause di invalidità ulteriori rispetto a quelle ricavabili dal quadro normativo vigente". 
A completamento del quadro, i giudici del Tar hanno ribadito la necessità dell'attivazione di un procedimento di querela di falso per negare la verità è, dunque, la validità dei dati contenuti all'interno dei verbali delle sezioni, non potendo essere sufficienti allo scopo "dichiarazioni sostitutive dell'atto notorio quando queste siano dirette a smentire i fatti attestati dal pubblico ufficiale". Quando invece sia contestato il modo di procedere allo scrutinio dei componenti del seggio, le dichiarazioni sostitutive ex art. 47 del d.P.R. 455/2000 possono, "costituire un principio di prova idoneo a sollecitare l'esercizio dei poteri istruttori del giudice", purché "la contestazione riguardi l'illegittimità delle determinazioni assunte dal seggio e sia sufficientemente specifica da consentire l'individuazione delle operazioni da verificare"; spetterebbe comunque ai ricorrenti indicare, "con sufficiente precisione, la natura dell'irregolarità denunciata, le sezioni interessate e, ove possibile, il numero e le caratteristiche delle schede contestate". Secondo i giudici, in vari casi le dichiarazioni allegate erano volte a contestare il contenuto dei verbali (a fronte delle correzioni che vi erano state apportate), quando per farlo sarebbe servito lo strumento della querela di falso (non esperito), per cui quelle contestazioni erano da ritenersi inammissibili; le altre contestazioni mosse con il ricorso, invece, oltre a non essere state ritenute abbastanza precise da fondare un supplemento istruttorio, riguardavano un numero di voti non sufficiente per mettere in discussione il risultato elettorale ufficializzato a maggio, anche solo con riguardo alla vittoria al primo turno della proclamata sindaca Scolaro (per superare, dunque, la cosiddetta "prova di resistenza"); allo stesso modo non è stato considerato probante un numero ridotto di schede nulle o di voti alla sola candidata Scolaro in certe sezioni, rispetto alla media riscontrata altrove.
In conclusione, il ricorso dei cittadini elettori è stato respinto: lo stesso è avvenuto per quelli incidentali di Barbera (che per chiedere, in sostanza, di sovvertire l'esito elettorale di pochi mesi fa avrebbe dovuto impugnare autonomamente e nei termini previsti la proclamazione degli eletti e gli atti precedenti, posto che comunque secondo i giudici il ricorso incidentale non conteneva censure specifiche, ben precisate è in grado di ribaltare realmente, numeri alla mano, i risultati del voto) e di Grasso (per motivi in gran parte sovrapponibili a quelli relativi all'altro ricorso incidentale). Merita di essere sottolineato, comunque, che il collegio ha ritenuto opportuno compensare integralmente le spese di giudizio per la "peculiarità della controversia", la "complessità delle questioni giuridiche esaminate" e, soprattutto, la "difficoltà interpretativa della disciplina applicabile": i giudici stessi, infatti, hanno riconosciuto che la disposizione in materia di esonero "si presta [...] a differenti opzioni ermeneutiche, non risultando dal dato testuale una soluzione del tutto univoca in ordine ai limiti di operatività dell'esenzione dall’obbligo di sottoscrizione delle liste elettorali" e che la questione sottoposta al Tar presentava "profili di obiettiva novità, non risultando precedenti giurisprudenziali specifici che abbiano affrontato la medesima questione interpretativa nei termini prospettati nel presente giudizio", ammettendo perfino "incertezze del quadro normativo di riferimento".

"Multiesenzione" solo in Sicilia e solo alle amministrative?

Fin qui la decisione del Tar Catania. Sentenza che, come si è detto, è ovviamente impugnabile e quasi certamente sarà impugnata dai ricorrenti davanti al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana. Formalmente la decisione sulle elezioni di Messina nelle prossime settimane arriverà in un processo diverso e quindi non è scontato che l'esito - di cui senz'altro si parlerà in questo sito - sia identico a quello relativo al voto di Barcellona Pozzo di Gotto; non sarebbe però sbagliato attendersi un ragionamento di fondo molto simile, almeno con riguardo alla lettura estensiva dell'esenzione dalla raccolta delle firme.
Al di là della soluzione dei singoli casi, però, è legittimo domandarsi che effetti potrebbe avere la decisione del Tar Catania al di fuori della Sicilia e in elezioni di livello superiore rispetto a quelle comunali. L'interrogativo è inevitabile, se si considera che, nelle premesse in "fatto" della sentenza, si legge tra l'altro che si erano costituiti in giudizio tanto il Ministero dell’Interno quanto la Prefettura di Messina e che - pur ritenendosi non legittimati a essere parte del processo, con riferimento all'impugnazione degli atti conclusivi delle operazioni elettorali - nel merito avevano "difeso la correttezza dell’operato degli uffici, richiamando le indicazioni trasmesse dall'Assessorato regionale e sostenendo l’infondatezza delle censure concernenti la fase di ammissione delle liste". Leggendo queste righe della sentenza, sarebbe forte la tentazione di pensare che perfino il Viminale sia d'accordo nel ritenere che la stessa forza politica possa esentare più liste.
Ciò detto, occorre procedere con cautela, se non altro perché occorre ricordare che alle elezioni comunali in Sicilia si applica una legge speciale, diversa da quella nazionale - che non prevede più esenzioni - e quindi non sarebbe corretto estendere in automatico questo precedente giurisprudenziale (ammesso che sia confermato nel caso messinese e, soprattutto, nell'eventuale secondo grado di giudizio). La recente approvazione della riforma elettorale politica, tuttavia, rende troppo ghiotta l'occasione per non coglierla: e se qualcuno pensasse di moltiplicare le esenzioni anche alle elezioni della Camera e del Senato, quante possibilità di successo avrebbe? Per tentare di dare una prima risposta - precaria e provvisoria quanto si vuole - è il caso di leggere l'art. 18-bis, comma 2 del d.lgs. n. 361/1957, così com'è stato modificato dalla legge n. 180/2026 (non ancora in vigore): 
Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle Camere all'inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi. In tali casi, la presentazione della lista deve essere sottoscritta dal presidente o dal segretario del partito o gruppo politico ovvero da uno dei rappresentanti di cui all'articolo 17, primo comma [quelli incaricati di depositare le liste di candidati nei collegi plurinominali al rispettivo Ufficio centrale circoscrizionale, ndb]. Il Ministero dell'interno provvede a comunicare a ciascun Ufficio elettorale circoscrizionale che la designazione dei rappresentanti comprende anche il mandato di sottoscrivere la dichiarazione di presentazione delle liste. La firma del sottoscrittore deve essere autenticata da un notaio o da un cancelliere di tribunale. [...].
Ora, è vero che la legge elettorale politica non prevede più da anni l'esenzione per i partiti che, avendo partecipato alle ultime elezioni, abbiano eletto almeno un parlamentare, così com'è altrettanto vero che per le stesse norme elettorali nazionali il gruppo parlamentare, per essere in grado di esentare la rispettiva forza politica, deve esistere dall'inizio della legislatura (al di là della prima applicazione della riforma del 2026, per cui - secondo la lettura sistematica delle sue disposizioni, comunque non scontata, anche sul piano logico - il gruppo deve esistere al 31 dicembre 2025). Al di là di queste due differenze non irrilevanti, però, la formulazione dell'art. 18-bis, comma 2 del d.lgs. n. 361/1957 è molto simile a quella dell'art. 7, comma 3 della legge regionale siciliana n. 7/1992: ciò autorizzerebbe a pensare che anche per le elezioni politiche dovrebbe ritenersi, come scritto nella sentenza del Tar Catania, che "l'estensione dell'esonero a tutte le liste (espressione del medesimo movimento o della medesima coalizione promossa dal gruppo parlamentare) costituisce piana applicazione della lettera della legge". Ciò a maggior ragione se si considera che anche la riforma elettorale appena approvata prevede, proprio come in Sicilia per le elezioni comunali, un premio che scatta al raggiungimento di una soglia, risultato al quale concorrono tutte le liste, senza la previsione di una "soglia di utilità": in queste condizioni, sarebbe a quel punto fortissima la tentazione di ripetere il ragionamento dei giudici amministrativi catanesi, per cui la legge non potrebbe "prima incentivare la creazione di ampie coalizioni [...] e poi interpretare le norme di semplificazione (rectius le esenzioni) in modo da ostacolare quella stessa frammentazione strategica delle liste".
Occorre naturalmente non dimenticare un particolare per nulla secondario, ricordato dalla Corte costituzionale fin dalla sentenza n. 1/2014: non è corretto trattare automaticamente nello stesso modo le elezioni politiche e quelle amministrative, visto che "le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della 'rappresentanza politica nazionale' (art. 67 Cost.), si fondano sull'espressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di 'una caratterizzazione tipica ed infungibile' (sentenza n. 106 del 2002)". La Corte precisò questo per spiegare, sia pure implicitamente che distorsioni del voto - attraverso un premio di maggioranza - ritenute accettabili nella formazione dei consigli comunali o regionali non lo erano con riferimento alle Camere; altra differenza non da poco, nel caso che interessa, è che le liste coalizzate, nelle elezioni comunali, sono espressamente presentate a sostegno dello stesso candidato sindaco, mentre nelle elezioni politiche non esiste un "candidato Presidente" - anche se com'è noto la riforma elettorale richiede alle forze politiche e alle coalizioni di precisare, a pena di esclusione delle liste, la persona "da indicare come proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio dei ministri" - e non c'è nessuna elezione diretta. 
Allo stesso modo, va ricordato che a decidere in concreto sull'ammissibilità degli eventuali tentativi di "multiesenzione" nelle elezioni politiche non sarebbero i Tar o il Consiglio di Stato, ma gli Uffici centrali circoscrizionali e, in seconda battuta (in caso di ricusazione delle liste), l'Ufficio elettorale centrale nazionale, vale a dire organi composti da magistrati. Costoro potrebbero confermare la tesi del Tar Catania, così come potrebbero preferire una lettura restrittiva - adottata nel lontano 1990 dal Tar di Torino e confermata l'anno dopo dal Consiglio di Stato nel noto caso delle "due Dc" a Pinerolo, avvenuto però quando ancora il sistema elettorale era proporzionale, non basato su coalizioni e senza elezione diretta del sindaco - non consentendo a un partito (e alla sua figura di vertice) di presentare più liste senza firme, così come un elettore non può sottoscrivere due liste. Magari a livello nazionale nessun partito rischierà di presentare più liste senza firme, se non altro per evitare di vedersele definitivamente escludere; magari, invece, qualche partito sceglierà consapevolmente di correre il rischio, anche solo per verificare la praticabilità di quella soluzione a livello nazionale. Del resto, se raccogliere 1500 firme per collegio è meglio che doverne raccogliere 6000, meglio ancora è non doverle raccogliere affatto...