venerdì 26 giugno 2026

Torna la Lista Pannella con la rosa nel pugno e "Partito radicale"?

Alle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976 - praticamente 50 anni fa - sulle schede elettorali comparve per la prima volta - dopo scaramucce e manrovesci nella fase di deposito delle liste - il simbolo della rosa nel pugno: il Partito radicale lo aveva mutuato dall'esperienza dei socialisti francesi (che, dopo averlo richiesto alla fine degli anni '60, dall'inizio del decennio successivo l'avevano impiegato sempre di più) e nel 1982 - anche a seguito di un contenzioso - ne acquisì la titolarità per l'Italia e la legittimità dell'uso dal creatore, Marc Bonnet. L'uso che ne ha fatto - anche nella veste "listata a lutto" nel 1980 da Aurelio Candido dopo che il congresso di quell'anno volle rendere visibile la partecipazione alla lotta contro lo sterminio per fame e guerra - lo ha reso particolarmente riconoscibile all'interno della politica italiana almeno fino alla fine degli anni '80 (quando il partito assunse la forma transnazionale e scelse di non presentarsi più "in quanto tale e con il proprio simbolo a competizioni elettorali") e volendo fino all'inizio degli anni '90, quando l'azione politica, parlamentare e soprattutto elettorale fu assunta in particolare dalla Lista Marco Pannella, costituita nel 1992 e ancora attiva, pur con una partecipazione elettorale limitata negli ultimi anni, soprattutto dopo la morte di Pannella, avvenuta il 19 maggio 2016. 
Ieri, però, sulla bacheca Facebook di Maurizio Turco, segretario del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, ma anche presidente della Lista Pannella, è comparsa un'immagine che non poteva passare inosservata per i #drogatidipolitica: il simbolo che il Partito radicale aveva impiegato nel 1976, con il nome del partito in carattere Times New Roman disposto ad arco in basso a sinistra e la rosa nel pugno - resa in versione colorata - su fondo bianco, ma con l'aggiunta della dicitura "lista Marco Pannella" (questa volta in carattere bastoni) disposta sempre ad arco, in alto a destra. Il fregio che unisce il nome e il simbolo storici dei radicali alla denominazione dell'associazione politica che dal 1992 ha partecipato alle elezioni per portare avanti le stesse battaglie è stato apposto anche su uno dei manifesti di quella storica campagna del 1976 - opera di Piergiorgio Maoloni - che riportava il disegno della rose au poing anche sullo sfondo, ma con la mano colorata di blu.
Quel simbolo composito indica forse l'intenzione di partecipare alle prossime elezioni politiche? Rivolgo la domanda direttamente a Turco e lui conferma che quelle immagini lanciate in Rete oggi sono il primo passo di un percorso iniziato proprio in questi giorni: "Si vota per il rinnovo del Parlamento tra circa un anno - spiega - e l'obiettivo è che la Lista Pannella possa partecipare a quelle elezioni, presentando proprie liste. Ci muoviamo già adesso perché occorre trovare le persone che vogliano 'mettere la faccia' in un progetto che in effetti è già pronto e già 'scritto': non c'è bisogno di convocare conferenze programmatiche o eventi simili, perché le riforme di cui questo paese ha bisogno sono le stesse da cinquant'anni, non sono mai state realmente fatte e dunque mantengono tutta la loro attualità. La base dell'impegno, quindi, sarà quella". 
Nessuna novità rispetto al passato? "Oggi, in effetti, non abbiamo la struttura che avevamo in passato, soprattutto quando c'era Marco. Ci stiamo quindi orientando a pensare a liste come tribune, con l'idea di dare voce a chi non ce l'ha oppure se l'è vista togliere: penso a persone che hanno avuto disavventure giudiziarie, magari assolte, ma nel frattempo hanno visto distrutto il proprio percorso politico all'interno del loro partito o ne sono state escluse, oppure a chi ha vicende o idee che cerca di diffondere, ma non riceve la possibilità di crescere o di fatto è tenuto nascosto. L'idea è questa, dopodiché per noi come sempre si tratta di una lotta: non so se ce la faremo oppure no, lo scopriremo soltanto alla fine, ma intanto per noi la lotta è iniziata e mettiamo sul tavolo quello che abbiamo per essere riconoscibili".
Quest'ultimo riferimento di Maurizio Turco non è soltanto alle battaglie tematiche storiche del Partito radicale (dalla giustizia giusta al diritto alla conoscenza, passando per molte altre), ma anche e soprattutto ai segni di identificazione del partito e della Lista Pannella: "La scelta di mettere in campo la Lista Marco Pannella nel 1992 - ricorda, come del resto aveva già fatto nel 2022 nel testo scritto come introduzione al libretto contenente le proposte di simbolo inviate trent'anni prima dai militanti - venne fuori perché allora era il solo modo che Marco e noi che eravamo con lui per farci riconoscere e identificare. Di fatto il pensiero di allora è valido tuttora: oggi sono rimasti, oggi restano la Lista Marco Pannella, il nome del Partito radicale e la rosa nel pugno, dunque l'emblema grafico e i due richiami nominali ad altrettanti tempi della stessa storia". Il primo tempo è ovviamente costituito dal Partito radicale, in particolare quello "ricostituito" con il congresso straordinario di Bologna del 1967; il secondo tempo - o, se si vuole, la seconda ondata - è rappresentato dalla Lista Pannella, che ha assicurato la continuazione delle lotte sul piano politico-elettorale. 
Il simbolo mostrato ieri da Turco unisce dunque questi elementi: "Possiamo dire che quel simbolo compendia in sé la storia elettorale dei radicali in Italia, almeno fino al 2012-2013 - puntualizza -. Marco non c'è più da dieci anni e in questo periodo diversi soggetti si sono proposti come continuatori di quella storia; dopo dieci anni possiamo dire che questi soggetti hanno fallito l'obiettivo, ma non vorremmo che, nel fallire il loro obiettivo elettorale, trascinassero con sé la storia del partito. Del resto, per noi le elezioni non sono mai state coincidenti con il risultato elettorale: per noi il vero risultato elettorale è sempre coinciso con la partecipazione, con l'occasione politica per rilanciare le nostre proposte. Si tratta di un obiettivo sempre più difficile da raggiungere con i mezzi d'informazione che abbiamo, ma dobbiamo provarci".
Il progetto, l'idea della lotta c'è, il simbolo - o almeno un'idea di simbolo - pure: proprio per questo, però, potrebbero sorgere un dubbio, da sciogliere subito. L'uso del vecchio simbolo del Partito radicale, pur se integrato con il nome della Lista Pannella, significherebbe che il Partito radicale parteciperebbe alle elezioni? "Assolutamente no - chiarisce Maurizio Turco. - Il Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito è un soggetto giuridico, con le sue disposizioni statutarie, incluso l'art. 1, comma 3, per cui 'Il Partito Radicale, per ribadire il proprio carattere transpartitico e transnazionale, non si presenta in quanto tale e con il proprio simbolo a competizioni elettorali'; l'Associazione politica nazionale Lista Marco Pannella è un diverso soggetto giuridico, con un diverso statuto e diverso codice fiscale. A presentare il contrassegno elettorale e le liste sarebbe sempre e comunque la Lista Marco Pannella e lo farebbe in piena legittimità. Ricordo infatti che i segni identificativi del Partito radicale, in particolare la denominazione e la rosa nel pugno, sono di proprietà della Lista Marco Pannella". La cessione dei segni era già stata annunciata nel 2011 alla prima sessione del 39° congresso del Prntt a Chianciano Terme e - dopo alcune contestazioni sorte negli anni precedenti - era stata ribadita in seguito e formalizzata nel bilancio del 2018 del Partito radicale approvato durante il 41° congresso ordinario del 2019. "Quando il Partito radicale si è evoluto in transnazionale - continua Turco - ha lasciato i suoi 'beni elettorali', che per statuto dal 1989 non poteva utilizzare direttamente e dei quali si è 'disfatto', alla Lista Pannella, cioè il soggetto elettorale dei radicali in Italia, cioè quelli del Partito radicale, come la storia indica". 
La Lista Pannella, dunque, in una prima fase della sua attività ha impiegato la rosa nel pugno - non sempre utilizzata nelle grafiche elettorali: si pensi al 1999, quando fu lanciato il contrassegno con il riferimento a Emma Bonino - con l'assenso del Partito radicale, quando questo ne era ancora titolare (accadde anche, in qualche modo, nel 2005-2006, quando rappresentanti dello Sdi e della Lista Pannella, incluso Turco, costituirono l'associazione "La Rosa nel Pugno - Laici liberali socialisti radicali" e nell'atto costitutivo si scrisse che il simbolo sarebbe stato "concesso in uso all'associazione dal Partito radicale" sino alla fine del 2011). Dopo la cessione, la Lista Pannella ha utilizzato direttamente i simboli ricevuti, impiegandoli anche nei depositi dei contrassegni prima delle elezioni politiche del 2018 e prima delle elezioni europee del 2019 e del 2024 (si trattava dell'emblema con la dicitura "Stati Uniti d'Europa").
In ogni caso, come si diceva prima, il progetto c'è, un'idea di simbolo pure; oltre alle persone da coinvolgere, peraltro, ci sarebbe la questione molto delicata della raccolta delle firme a sostegno delle candidature: rimane infatti la necessità di ottenere tra 1500 e 2000 sottoscrizioni di elettori in ogni collegio plurinominale, tanto con le norme in vigore (che esentano solo le liste con due gruppi parlamentari all'inizio della legislatura in corso), quanto con quelle in discussione (che estenderebbero l'esonero anche alle liste con un gruppo solo, purché - con riferimento alla prima applicazione delle norme - quel gruppo esista alla data del 31 dicembre 2025). "Vedremo esattamente quali saranno le norme in vigore nei pressi del voto e le condizioni politiche - spiega Maurizio Turco -. Certo, allo stato attuale le firme dovrebbero essere raccolte, ma lo stesso onere toccherebbe anche a tanti altri soggetti politici. Ci sarà tempo per occuparsi della questione e per predisporre eventuali campagne per raggiungere il risultato necessario; credo in ogni caso che la selezione delle proposte politiche che devono essere rappresentate in Parlamento dovrebbe essere fatta a valle, cioè dai cittadini, non a monte, con meccanismi come la raccolta firme, mentre sarei più favorevole alla prestazione di garanzie economiche per chi si vuole candidare".
Al di là della questione - certo non irrilevante - della raccolta delle firme, già il fatto che ci sia l'intenzione di far tornare sulle schede un simbolo riconoscibile come la rosa nel pugno, per giunta abbinato ai nomi del Partito radicale e della Lista Pannella, è significativo; si vedrà nei prossimi mesi come quell'intenzione potrà tradursi in iniziative e candidature.

mercoledì 24 giugno 2026

Calderisi: 40 anni di passi perduti nelle riforme (e il peso dei simboli)

Che si diceva, circa quarant'anni fa, sulle riforme? A Montecitorio "Iotti Leonilde detta Nilde" il 2 luglio 1987, appena rieletta presidente della Camera all'inizio della X legislatura, così si espresse: "Signori, al Parlamento, sede primaria del potere democratico, espressione diretta della sovranità popolare, devono [...] fare capo il dovere e la responsabilità di guidare lo sviluppo del paese. In questo senso, il suo ruolo deve essere difeso e sviluppato, deve essere accresciuta la capacità del Parlamento di dare risposte efficaci e tempestive ai problemi di oggi e costruire progetti e prospettive per il futuro. Perché questo accada, per superare le inquietudini che circondano l'istituto parlamentare, bisogna avere il coraggio di intraprendere la strada delle riforme istituzionali e regolamentari, superando il ritardo grave che, nonostante le intenzioni, abbiamo registrato nella passata legislatura". 
La "passata legislatura" era quella della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali, organo bicamerale presieduto dal liberale Aldo Bozzi: con tutti i suoi limiti, fu il primo tentativo organico di riformare la Costituzione - inclusa la Parte Prima - con una procedura in deroga rispetto all'art. 138 ma col confronto qualificato tra i maggiori partiti, anche se l'inconciliabilità dei loro disegni (specie di alcune posizioni in materia di voto segreto e sulle norme elettorali) aveva affossato la proposta di riforma. Dopo quattro anni la situazione non era però seriamente cambiata (al di là della riforma dei regolamenti parlamentari che aveva reso il voto palese la regola, non più l'eccezione), a giudicare dalla consistenza dell'articolato messaggio alle Camere inviato il 26 giugno 1991 dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga: alla fine del suo testo si sentì di dover sottolineare che quella delle riforme era "una richiesta civile, morale e sociale di governo, di libertà, di ordine, di progresso da parte della gente comune".
Di anni ne sono passati altri 35: si sono varate riforme costituzionali più limitate, ma dagli effetti certo non irrilevanti (da quella del Titolo V sulle Regioni alla riduzione dei parlamentari, passando per molte altre) e un numero consistente di leggi elettorali (incluse quelle relative a comuni e province), ma le revisioni più ampie della Carta non sono andate in porto, naufragate in Parlamento (o nei suoi pressi) o affondate dal corpo elettorale dopo l'approvazione in aula. Si tratta di una storia lunga, più volte illustrata da studiosi - politologi o costituzionalisti (gli scritti del 2015 di Carlo Fusaro sulle riforme e di Francesco Clementi sulle norme elettorali sono due utili riassunti) - e politici. L'ultimo (per ora) a ripercorrere il quarantennio è un testimone privilegiato, osservatore - se si vuole dire così - molto partecipante a varie fasi del periodo analizzato: si tratta di Giuseppe "Peppino" Calderisi, deputato per sei legislature, per il Partito radicale nelle prime tre (VIII, IX e X), per la Lista Pannella-Riformatori - ospitato nel gruppo di Forza Italia - nella XII, eletto nelle liste di Fi nella XIII e in quelle del Popolo della libertà nella XVI (nel 2006 era stato - lo si ricorda dato l'inguaribile interesse per i partiti che ballarono una sola elezione - il primo non eletto in Emilia-Romagna nella lista forzista alla Camera, in rappresentanza dei Riformatori liberali, di cui era coordinatore) e mai lontano dall'analisi della politica, dei suoi meccanismi e delle sue necessità di riforma (dal proprio punto di vista), anche quando non era tra gli eletti. Laureato in ingegneria civile, è stato riconosciuto - con meriti dimostrati sul campo, fin dalla militanza radicale - come uno dei massimi esperti di tecnica referendaria, forma di governo, sistemi elettorali. Di Calderisi Rubbettino ha pubblicato da poco il volume Storia di una riforma mai nata. Quarant'anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni: in quasi 300 pagine il libro accompagna chi legge in un viaggio tra i progetti di riforma, compiuti ma senza gli effetti voluti, compiuti a metà, incompiuti o del tutto abortiti in quattro decenni di politica italiana. 
Il testo è utilissimo e ghiotto per tante categorie di lettori e per chiunque appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica, a prescindere dalle proprie idee. Non occorre essere avvezzi al diritto pubblico e costituzionale, perché il libro è scritto in modo assolutamente comprensibile e accessibile anche per chi non pratichi quegli studi (e, considerando che le note non sono a piè di pagina ma a fine capitolo, si sente spesso il bisogno di saltare qua e là per non perdere nessuna informazione potenzialmente utile); chi invece frequenta abitualmente quelle materie, nel libro troverà una marea di dettagli e particolari solo apparentemente minori che, per una storia delle tentate riforme in Italia, è inopportuno tralasciare o dimenticare. Così come è bene non scordare il monito che Augusto Barbera - presidente emerito della Corte costituzionale (con un ruolo non irrilevante nella storia che si racconta, anche solo come ex membro delle bicamerali guidate da Bozzi e De Mita-Iotti o come promotore dei referendum elettorali del 1991, del 1993 e del 1999 - offre nella prefazione al libro: "le analisi di diritto costituzionale hanno bisogno di andare al di là del testo costituzionale (al di là, non contro!) e incrociare la pratica politica e sociale. Da qui l’importanza della storia, dei 'fatti'". Per questo non contano solo - eccome se contano! - alcune regole collocate al di fuori della Costituzione, a partire dalle norme elettorali (che danno veste giuridica ai meccanismi di trasformazione dei voti in seggi) e dei regolamenti delle Camere, ma anche la dialettica tra le forze politiche - nelle sedi istituzionali o "ufficiali" nonché all'esterno di queste - fatta pure di incontri informali, "storie segrete" (così le chiama Barbera, negandone la natura eversiva ma marcandone il rilievo, anche solo per mettere tasselli in più al mosaico), retroscena, interviste, dichiarazioni ed "espressioni di stampo giornalistico - riprendo ancora dal testo introduttivo di Barbera - ma fortemente espressive e che hanno contrassegnato il dibattito politico sulle leggi elettorali e sulle tematiche istituzionali". 
 

La storia dei "passi perduti" 

La tesi di Calderisi appare subito chiara già nell'introduzione: l'idea che si possa cambiare in modo significativo la Costituzione solo con un accordo tra maggioranza e opposizione simile a quello alla base del testo del 1947, "convinzione in astratto condivisibilissima, in concreto rappresenta però un problema". Essendo sempre mancato un vero, reciproco riconoscimento (e della conseguente legittimazione) tra gli schieramenti in campo, il "grande e nobile compromesso" che in condizioni eccezionali aveva portato all'approvazione della Carta di fatto non è replicabile: secondo l'autore, dunque, "affermare che la Costituzione si cambia soltanto insieme, equivale quasi a stabilire che non la si può cambiare", risultando "sempre più agevole mettere insieme le diverse ragioni del No", a prescindere dall'eventuale bontà delle proposte, ma con il rischio di trasformare alla lunga il "patriottismo costituzionale" in "conservatorismo costituzionale". Eppure, secondo Calderisi, "di fronte ai profondi cambiamenti geopolitici, economici e tecnologici in corso, che stanno determinando una crisi strutturale delle democrazie occidentali, l'Italia non può più permettersi il costo delle mancate riforme". E per capire meglio da dove ripartire, per l'autore è importante ripercorrere quarant'anni di cammino, fatto di passi avanti, mezzi passi, passi incoerenti, passi falsi e soprattutto passi perduti (non sarà un caso - come mi è capitato di ricordare in un saggio pubblicato su Nomos - che lo spazio adiacente all'aula parlamentare, adibito a eventi, abboccamenti tra eletti e dialoghi coi giornalisti, in Italia noto solitamente come "Transatlantico", abbia in realtà come nome originario "Galleria dei passi perduti" e in Spagna lo si chiama salón de los pasos perdidos, anche qui seguendo l'originale francese salle des pas perdus...).
Alcuni "passi perduti" sono anticipati nel prologo, per poi essere analizzati a fondo in seguito: Calderisi colloca un importante punto di svolta mancato negli anni 1991-1994, quando i referendum elettorali avrebbero potuto "cercare di riformare quel sistema politico-istituzionale (in crisi da oltre dieci anni) in direzione di un bipolarismo di tipo europeo", ma gli effetti di "Mani pulite" portarono il Paese a una competizione anomala tra due poli (gli eredi del Pci avrebbero perseguito la "via giudiziaria" senza fare i conti col riformismo; l'area raccolta intorno a Silvio Berlusconi avrebbe scontato il peso del conflitto d'interessi di quest'ultimo), senza possibilità di reciproca legittimazione e senza le condizioni per compiere il passaggio alla "democrazia maggioritaria". A quell'occasione persa ne sarebbero seguite altre, ma le radici erano ben più profonde, legate alla mancata attuazione - già da parte dell'Assemblea costituente - dell'ordine del giorno di Tomaso Perassi (se ne parlò recensendo il libro di Andrea Manzella Elogio dell'assemblea, tuttavia), volto a evitare le degenerazioni del parlamentarismo e a stabilizzare il governo: per Calderisi (e, tra molti, per Barbera) i problemi nascevano dal bicameralismo paritario ("ingombrante" per il suo funzionamento), da un peso ridotto del Governo in materia di indirizzo politico e dal non avere detto chiaramente che di fatto il Presidente del Consiglio avrebbe deciso quando sciogliere le Camere (la materia del potere di scioglimento è delicata: chi legge sarà così cortese da tollerare il rinvio a un altro libro, dedicato a quel tema da chi scrive alla fine del 2024). Il sistema delineato dalla Costituente resse finché si mantenne "la forza unificante dei partiti", ma questa venne meno dopo il dramma del sacrificio di Aldo Moro. Il cammino tracciato dal "decalogo Spadolini" del 1982 e dalla "Bicamerale Bozzi" del 1983-85, seguito dalla "Bicamerale De Mita-Iotti" del 1992-93 (preceduta dalla valanga di Sì al referendum sulla preferenza unica del 1991 e dal citato messaggio sulle riforme di Cossiga, atto da medecine man sui generis pressoché ignorato) non produsse nel breve periodo effetti tangibili, mentre l'idea socialista della "grande riforma" (con l'elezione diretta del capo dello Stato) fu di fatto abbandonata.
L'analisi del volume inizia con la storia dei referendum elettorali previsti nel 1993, ripresentati e rivisti dopo che la Corte costituzionale li aveva bocciati nel 1991. Quello per estendere a tutte le elezioni comunali il maggioritario (concepito nel 1990 dopo la quadrupla fiducia dell'ultimo governo Andreotti per evitare che si introducesse con emendamenti l'elezione diretta dei sindaci; il libro ricorda il ruolo avuto da Mino Martinazzoli, allora capogruppo Dc alla Camera ma favorevole alla riforma) non si tenne, dopo l'approvazione della legge n. 81/1993; la consultazione per rendere (quasi) del tutto maggioritario a collegi uninominali il sistema elettorale del Senato - concepito in origine da Serio Galeotti, bocciato nel 1991, ma ammesso due anni dopo con una soluzione normativa escogitata da Calderisi e Barbera, come già spiegato dall'autore del libro -  si celebrò con altri sette quesiti (incluso quello per abrogare il finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari) e vide il trionfo del Sì. Calderisi coglie l'occasione per interpretare l'esito in modo autentico (il numero di collegi uninominali previsti per legge, fissato nel 1948 in 238, faceva sì che dei 315 seggi definiti a livello costituzionale nel 1963 ne rimanessero 77 per forza da assegnare col proporzionale, ma i promotori non avevano scelto di conservare tale quota del 25% e di mantenerla pure per la Camera) e indica i mezzi individuati dalla Dc in procinto di divenire Ppi - specie dal relatore della nuova legge elettorale, Sergio Mattarella - per salvare il salvabile, ma che avrebbero rappresentato i limiti del Mattarellum: rifiuto del doppio turno sui collegi uninominali (che diede molto peso a partiti come Lega Nord e Rifondazione comunista e attentò alla stabilità), adozione della doppia scheda alla Camera (che conservò spazi e identità ai partiti medi, a danno della stabilità delle coalizioni), possibilità di alleanze diverse tra circoscrizioni (che avrebbe permesso coalizioni "a geometria variabile" e meno nette) e mantenimento dello scorporo dei voti dei candidati vincitori di collegi da quelli delle rispettive liste proporzionali (Calderisi ne spiega l'origine referendaria, ignota ai più, ma nota che ha indebolito i vincitori e reso meno stabilizzante il sistema, almeno fino all'invenzione del trucco delle "liste civetta").
La possibilità di coalizioni "a geometria variabile" fu sfruttata nel 1994 da Silvio Berlusconi, che utilizzò sé stesso come elemento unificante. Il suo risultato alle prime elezioni politiche della seconda fase della Repubblica (non "seconda Repubblica", in mancanza di riforme costituzionali-ordinamentali organiche) fu per Calderisi un "capolavoro politico-istituzionale", perché "riuscì a dare rappresentanza a gran parte degli italiani che ne erano rimasti privi" dopo "Mani pulite", impresse "una 'curvatura' maggioritaria e bipolare allo stesso Mattarellum che [...] non era stato affatto concepito a questo fine" e per giunta evitò che - in nome della stessa geometria variabile possibile tra una circoscrizione e un'altra, che dunque non prevedeva una competizione su scala nazionale - l'Italia si spezzasse in tre (coi collegi uninominali del Nord dominati dalla Lega, quelli del Sud da Alleanza nazionale e da ciò che restava di Dc e Psi e quelli delle "regioni rosse" egemonizzati dal Pds). Le bozze di riforme elaborate dal "comitato di studio" (il primo) guidato da Francesco Speroni, all'insegna del semipresidenzialismo o del premierato, così come l'elezione diretta dei vertici regionali da inserire in Costituzione non ebbero sbocco, a seguito delle bordate di Umberto Bossi, degli effetti del "patto delle vongole" (Buttiglione e D'Alema a Gallipoli) e dell'affossamento della riforma delle pensioni, nonché dell'orientamento del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro contrario allo scioglimento delle Camere (manifestato già a novembre del 1994, anticipando quindi l'intenzione di non ritenere determinante il cambio di sistema elettorale). 
Le dimissioni di Berlusconi, non più sostenuto da Bossi dopo il "ribaltone", e il successivo "patto delle sardine" a Roma tra D'Alema, Buttiglione e lo stesso Bossi, aprirono la strada al governo guidato da Lamberto Dini, sotto il quale si approvò la nuova legge elettorale regionale (il Tatarellum, con l'elezione di un quinto dei consiglieri regionali con liste di coalizione bloccate e il resto con liste provinciali concorrenti: tale coesistenza, per Calderisi, esasperava la competizione più del Mattarellum); in compenso, un altro referendum per applicare pure ai comuni con oltre 15mila abitanti l'elezione diretta del sindaco a turno unico, con la possibilità di una sola lista per ciascun candidato, vide prevalere i "No" di pochissimo. Esaurito il programma predefinito del governo Dini, a dicembre del 1995 Berlusconi, come ricordato da Calderisi, iniziò "a esplorare l'ipotesi di un'intesa tra le maggiori forza politiche" e si rivolse soprattutto al Pds, con l'idea di far nascere un governo per supportare quella fase. In gennaio l'orizzonte si fece più concreto attraverso l'incontro tra tecnici di parte, i politologi Giuliano Urbani (per Forza Italia e, in qualche modo, anche in rappresentanza della Lega) e Domenico Fisichella (per Alleanza nazionale) e i giuristi Cesare Salvi e Franco Bassanini (in rappresentanza di due anime del Pds): ne uscì un testo concordato riservato (uscito più in là sulla rivista Appunti di cultura e di politica) che aveva trovato un equilibrio su una forma di governo quasi "neoparlamentare", con scioglimento automatico delle Camere dopo la sfiducia al governo guidato da un Primo Ministro (di fatto indicato già prima del voto, ma non eletto direttamente e, in caso di sfiducia, non immediatamente ricandidabile) e depotenziamento del Presidente della Repubblica; varie incertezze sul sistema elettorale e sulla forma di governo costituivano punti deboli della "bozza Fisichella" secondo Calderisi - che, a quanto scrissero i giornali, lesse il testo poco dopo che fu terminato - ma l'accordo saltò il 24 gennaio 1996, perché Gianfranco Fini in quel testo non trovò alcuna traccia di elezione diretta del capo dello Stato o del Governo (e il fatto che parte rilevante di quella bozza fosse stata svelata sulle pagine del Giornale di quel giorno, accostata a parole quali "accordo segreto del governissimo", "ammucchiata" e "papocchio" non facilitò le cose).
Fallito il tentativo di Antonio Maccanico di formare un governo, con l'idea d'introdurre l'elezione diretta del capo dello Stato nell'impianto parlamentare classico "secondo il modello definito semipresidenziale dalla dottrina giuridica e politologica" (espressione fumosa e senza riferimenti al modello francese, che invece aveva fatto parte degli accordi e che avrebbe dovuto far parte delle dichiarazioni di Maccanico, ma per il centrodestra sarebbe sparita su indicazione di Scalfaro per non scontentare il Ppi: un vero "giallo della Vetrata"), si tornò al voto e vinse l'Ulivo di Romano Prodi, grazie anche alla "desistenza" con Rifondazione comunista, alla corsa solitaria della Lega Nord, ai primi tentativi di elusione dello scorporo e anche - lo si vedrà dopo - a errori tattici del centrodestra. Prodi ribadì l'urgenza delle riforme, Berlusconi (come Cossiga) avrebbe preferito una costituente elettiva, ma si scelse di nuovo la via della commissione bicamerale, presieduta da Massimo D'Alema (Pds): Calderisi ne fece parte e ricorda bene l'incedere dei lavori (mentre naufragò alla Camera il progetto di legge proposto da Giorgio Rebuffa - colpevolmente sfuggito a chi scrive - per evitare vuoti normativi in materia elettorale e consentire nuovi referendum per eliminare la quota proporzionale). D'Alema preferiva il premierato (ipotesi su cui anche Calderisi lavorò); Berlusconi lo avrebbe accettato solo con l'elezione diretta del Premier, altrimenti avrebbe preferito il semipresidenzialismo (opzione che avrebbe consentito di accettare anche il doppio turno elettorale, molto caro a D'Alema). A dispetto di ogni previsione, prevalse proprio la soluzione francese grazie al repentino sostegno - cui Calderisi non fu estraneo - della Lega Nord (che poco dopo lanciò il progetto dell'elezione del Parlamento della Padania e intanto aveva sparato a zero contro l'ipotesi di legge elettorale con premio di maggioranza che l'avrebbe messa all'angolo); qualche giorno dopo, però, il "patto della crostata" a casa Letta (ammesso che il dolce fosse quello e non un altro, come si legge nello Stomaco della Repubblica di Filippo Ceccarelli) sulla legge elettorale con premio di maggioranza iniziò a cambiare le carte in tavola e, dopo vari colpi di scena, a maggio del 1998 sui frutti della Bicamerale - soprattutto per decisione di Berlusconi, ma anche per Calderisi le ombre erano ben più delle luci - calò il sipario.
Il 1999 per l'autore del libro fu l'anno di un altro grande passo perduto: al referendum che avrebbe abolito la seconda scheda per l'elezione della Camera (per cui i seggi del 25% sarebbero stati assegnati ai "migliori perdenti" nei collegi uninominali) stravinsero i Sì, ma il quorum fu mancato per un soffio (anche perché i residenti all'estero non potevano votare ancora per corrispondenza, ma solo tornando a casa, e le liste elettorali non erano ancora state "ripulite" a dovere, anche solo dai defunti), dunque si perse l'occasione per rafforzare e rilegittimare il bipolarismo (e magari per farlo evolvere con partiti "a vocazione maggioritaria"). Nella XIII legislatura si approvarono comunque varie riforme costituzionali: ll'elezione diretta del presidente della giunta regionale (con la regola del simul stabunt simul cadent), l'introduzione dei principi del giusto processo nell'art. 111, la previsione della Circoscrizione estero (con tutte le contraddizioni che ha portato con sé) e la nota riforma del Titolo V sulle competenze delle Regioni e degli enti locali (approvata a maggioranza assoluta e confermata col referendum, ma rimase per Calderisi una "modifica costituzionale frettolosa e mal concepita" foriera di non pochi problemi, tanto relativi al contenzioso costituzionale, quanto ai desideri di "autonomia differenziata" di varie Regioni). Non mancarono proposte di riforma delle norme elettorali, ma nessuna di queste andò in porto: nel 2001 si votò quindi ancora conl Mattarellum, ma il ritorno della Lega Nord nel centrodestra e la mancata desistenza del Prc con il centrosinistra ridiede a Berlusconi la vittoria (nonostante la ripetizione di errori tattici nel maggioritario, di cui si dirà); l'uso sistematico delle "liste civetta" per eludere lo scorporo alla Camera impedì però l'assegnazione di 11 seggi, visto che Forza Italia aveva ottenuto più scranni che candidati).
Leggendo Calderisi si scopre che una riforma costituzionale (in senso materiale) rilevamte sarebbe potuta iniziare in via convenzionale già l'11 marzo 2001 (ma si trattava, come il sito del QuirinaleRadio Radicale provano, del 21 marzo): l'autore e Marco Taradash, rappresentanti del Polo laico, avevano invitato il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a ritenere sostanzialmente governativo il potere di scioglimento delle Camere in caso di crisi della maggioranza uscita dalle elezioni e il capo dello Stato sarebbe stato disponibile a rinunciare alla prerogativa presidenziale (mentre l'allora segretario generale, Gaetano Gifuni, sarebbe stato contrario). In Parlamento, invece, la revisione costituzionale sulla devoluzione di poteri alle Regioni  conflui presto in un disegno più ampio, comportante una profonda modifica della Parte Seconda della Costituzione (concepita dai "quattro saggi" del centrodestra a Lorenzago di Cadore, anche sulla scorta dei lavori del secondo Comitato di studio voluto da Umberto Bossi, ministro per le riforme): oltre alla devolution, il nuovo disegno di legge presentato dal governo mirava a introdurre la forma di governo del Primo Ministro, a superare il bicameralismo paritario (anche istituendo il Senato federale, anche se non di federazione si trattava) e a rimettere mano all'ordinamento regionale. Calderisi - allora consigliere del presidente del Senato Marcello Pera - riconosce che la scelta del centrodestra di proporre direttamente il disegno di legge, "guardando solo all'esigenza dell'intesa all'interno della maggioranza [...] senza esperire alcun serio tentativo per individuare con l'opposizione [...] alcuni contenuti o almeno il metodo per realizzare la riforma", compromise il cammino della riforma; essa peraltro avrebbe avuto vari difetti (soprattutto relativi al Senato, per il mancato raccordo con le Regioni e il rischio di paralizzare la funzione di governo, e al potere di scioglimento). Rilevante era stato il tentativo bipartisan (con due testi diversi, a prima firma di Giorgio Tonini ed Enrico Morando dei Ds e del forzista Lucio Malan) volto a introdurre il governo del Primo Ministro (col potere di decidere lo scioglimento anche in caso di sfiducia) e lo statuto dell'opposizione: i testi ebbero breve vita propria (confluirono nella discussione sul progetto governativo), ma meritano attenzione, considerando i successivi ritorni sul tema.
Com'è noto, l'ampia riforma costituzionale del centrodestra fu respinta dagli elettori (e per Calderisi fu un errore aver completato il percorso parlamentare troppo presto, perché questo fece cadere il il referendum costituzionale poco dopo le elezioni politiche e fu influenzato dall'esito di queste ultime). Uno degli ultimi atti della XIV legislatura fu invece l'approvazione della nuova legge elettorale, mossa soprattutto dall'avversione di Berlusconi per i collegi uninominali (visti i risultati delle ultime due elezioni politiche), per la doppia scheda alla Camera e per lo scorporo: dopo mesi di stallo, a settembre del 2005 si fece strada la proposta di un sistema proporzionale con premio di maggioranza e indicazione del capo della forza politica o della coalizione, successivamente nota come Porcellum. Calderisi avrebbe preferito emendare il Mattarellum, ma rivendica di avere cercato coi suoi consigli di rendere meno problematico il nuovo sistema: ottenne che come formula di trasformazione dei voti in seggi si usasse di fatto quella della "legge truffa" del 1953 ("aveva almeno il pregio di essere formulato matematicamente in modo corretto", ma non riuscì a far inserire un tetto massimo al premio o una soglia minima per accedervi, a far aumentare le circoscrizioni per ridurre la lunghezza delle liste, a far aumentare la soglia di sbarramento e a rendere nazionale il premio di maggioranza al Senato (a dispetto delle obiezioni avanzate dal Quirinale, non condivise da Calderisi per vari aspetti sottolineati in nota nel libro). Tutti quei punti sarebbero poi stati censurati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 1/2014. In quel momento, però, ci si limitò a prendere atto della vittoria di strettissima misura dell'ultraeterogenea Unione guidata da Prodi alla Camera (in una "notte dei conteggi" sconsigliata ai deboli di cuore, che avrebbe poi fatto sospettare brogli da tutte le parti politiche) e del prevalere del centrodestra al Senato - a causa dei premi regionali - ma con una fragile maggioranza per il centrosinistra apportata dai senatori eletti all'estero.
La XV legislatura fu troppo breve e travagliata perché disegni riformatori potessero compiersi. Calderisi ricorda però la "bozza Violante", volta soprattutto a innovare il bicameralismo (facendo votare la fiducia solo alla Camera e trasformando il Senato in assemblea di rappresentanza di Regioni ed enti locali) e a introdurre i disegni di legge governativi a data certa, meno a introdurre meccanismi per rendere più stabile il Governo (la cosiddetta "razionalizzazione", in questo caso debole), le proposte di Dario Franceschini di adottare il semipresidenzialismo o il governo di Primo Ministro, nonché i tentativi più o meno bipartisan di perseguire una riforma elettorale proporzionale selettiva (il testo proposo da Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, rivisto da Enzo Bianco in commissione Affari costituzionali alla Camera). La nuova caduta di Prodi in Parlamento - insieme al fallimento del mandato esplorativo a Franco Marini - portò a elezioni anticipate con le stesse norme applicate nel 2006, ma in un contesto assai diverso, in cui la riforma principale pareva avvenuta sul piano dei fatti, con la ristrutturazione del sistema partitico: il sorgere di due forze "a vocazione maggioritaria" (Partito democratico nel centrosinistra, Popolo della libertà nel centrodestra), con l'idea di non presentare più vaste coalizioni eterogenee ma solo alleanze minime, offrì un quadro bipolarizzante e un diverso rendimento della legge elettorale. L'atteggiamento di Berlusconi e Walter Veltroni, tuttavia, oltre che tardivo (gli effetti di un bipartitismo nel 1993-1994 sarebbero stati ben altri), per Calderisi fu poco coraggioso: alleandosi rispettivamente con la Lega Nord (e col Movimento per l'autonomia al Sud) e con l'Italia dei valori di Di Pietro, avrebbero lasciato "a queste due formazioni un rilevante vantaggio politico-elettorale, anche a proprio danno. Infatti, i due junior partner usufruirono della possibilità di differenziarsi dai rispettivi alleati maggiori senza però subire gli effetti della tendenza al 'voto utile'" (e, senza tali alleanze, avrebbero potuto ottenere percentuali più alte del 37,4% del Pdl e del 33,2% del Pd, contando ben di più e facendo funzionare diversamente il sistema).
La XVI legislatura, con la vittoria schiacciante del Pdl, avrebbe potuto portare frutti in materia di riforme (vista pure la scelta del Pd di costituire un "governo ombra" in stile britannico); in realtà si inserì solo lo sbarramento del 4% alle elezioni europee - divenuta subito un incubo per le forze politiche minori e una fucina di alleanze spesso improduttive - e non raggiunsero il quorum i tre referendum elettorali promossi nel 2007 dal comitato guidato dal costituzionalista Giovanni Guzzetta, volti a eliminare le coalizioni (col premio assegnato alla lista più votata) e la possibilità di candidature multiple. Agli esiti scarsi in materia di riforme concorse il rapido inizio del tramonto del modello dei partiti "a vocazione maggioritaria": lo avviò il Pdl, travolto dagli scandali legati al fondatore e dilaniato dagli scontri con il gruppo vicino a Gianfranco Fini. Secondo Calderisi, avere favorito l'elezione di Fini allo scranno più alto di Montecitorio per il Pdl era stato un errore (per il rilevante potere d'indirizzo politico di fatto detenuto dal Presidente della Camera e per l'assenza di sedi di confronto nel nuovo partito); non meno inopportuna sarebbe stata la scelta di Berlusconi, usciti dalla maggioranza i finiani di Futuro e libertà, di reggersi sul sostegno dei "responsabili" (transfughi) invece che chiedere lo scioglimento delle Camere per dare subito al paese un governo più stabile, in grado di affrontare la crisi economico-finanziaria. A novembre del 2011 le pressioni internazionali e le defezioni nel Pdl portarono Berlusconi a dimettersi: il capo dello Stato Giorgio Napolitano non sciolse le Camere, preferendo la strada del governo tecnico affidato al neosenatore a vita Mario Monti (ma per Calderisi sarebbe stato meglio tornare al voto e, in generale, compiere una scelta netta per un governo di Primo Ministro o, in alternativa, per il semipresidenzialismo). La fase finale della legislatura rianimò vari tentativi di approvare revisioni costituzionali parziali - per ridurre i parlamentari, modificare il bicameralismo e stabilizzare il governo - e di modificare la legge elettorale per archiviare il "Parlamento di nominati" (nonché, ci si permette di aggiungere, di regolare finalmente i partiti), ma si centrò solo la costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio (e la Corte bocciò i quesiti referendari a trazione Morrone-Parisi-Palumbo per far rivivere il Mattarellum).
Le elezioni politiche del 2013, dunque, si celebrarono ancora con il Porcellum: oltre al centrodestra guidato da Berlusconi e al centrosinistra a guida di Pierluigi Bersani, concorsero il MoVimento 5 Stelle legato a Beppe Grillo e la coalizione legata al presidente del Consiglio uscente Monti, che - come Dini nel 1996 - fondò una lista col proprio cognome nel simbolo (il patronimico non finì pure sui contrassegni di Udc e Fli alla Camera anche per il timore - instillato proprio da una dichiarazione dell'allora deputato Pdl Calderisi alle agenzie, non condivisa allora dall'autore di questo articolo - che i fregi fossero ritenuti confondibili). Le elezioni non indicarono una coalizione in grado di avere la maggioranza in entrambe le Camere, né di orientare l'elezione di un diverso Presidente della Repubblica: si dovette così cercare una soluzione diversa, con il governo di "larghe intese" guidato da Enrico Letta. Il volume ripercorre gli esiti del gruppo di lavoro dei "saggi" nominati da Napolitano (prima della sua rielezione) e del doppio tentativo - con una commissione di esperti, che stilò un corposo documento finale, e un comitato parlamentare ad hoc, che avrebbe dovuto occuparsi della revisione costituzionale con una procedura in deroga all'art. 138 Cost. - esperito dal governo di Enrico Letta, ma bloccatosi per il venir meno del sostegno di Forza Italia (risvegliata per raccogliere parte dell'esperienza del Pdl, mentre Angelino Alfano col Nuovo centrodestra rinnovò l'appoggio). Il sistema, di fatto impantanato, ricevette una doppia frustata dalla citata sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale - che colpì il premio di maggioranza (nazionale alla Camera e regionale al Senato) e le liste bloccate lunghe, restituendo una legge elettorale proporzionale (con soglie di sbarramento differenziate) con preferenza unica - e dalla sequenza con cui il nuovo segretario del Pd Matteo Renzi strinse con Berlusconi (frattanto dichiarato decaduto da senatore) il "patto del Nazareno" sulle riforme e, un mese dopo, fu proiettato dal suo partito verso Palazzo Chigi per sostituire Letta
Da quella posizione Renzi ottenne prima l'approvazione di una nuova legge elettorale per la sola Camera - il c.d. Italicum, nelle varie versioni assunte nell'iter parlamentare - con la clausola sull'efficacia delle norme dal 1° luglio 2016, che avrebbe di fatto reso impossibile votare prima di allora e prima della riforma costituzionale (nel volume non poco spazio è dedicato agli effetti dell'approvazione al Senato dell'emendamento ex-Sposetti che aveva richiesto il deposito al Viminale, oltre che del contrassegno elettorale, dello statuto ritenuto conforme ai requisiti minimi di "democrazia interna" determinati dal d.l. n. 149/2013, con cui il governo Letta aveva profondamente modificato la disciplina del finanziamento ai partiti) e poi l'approvazione a maggioranza assoluta proprio dell'ampia riforma costituzionale, di cui il libro ripercorre puntualmente la genesi. La strada, tuttavia, era divenuta improvvisamente ripida dopo l'elezione al Quirinale di Sergio Mattarella, ottenuta a dispetto di Forza Italia (che, in ritenuta armonia col "patto del Nazareno", aveva indicato un'altra persona, cioè Giuliano Amato): quel passaggio per Calderisi fu un errore e fu dannoso per le riforme, perché i forzisti cambiarono del tutto atteggiamento e iniziarono a ostacolare il cammino delle proposte in discussione alle Camere (con interventi, emendamenti e algoritmi per produrre questi ultimi); in seguito, anche chi aveva sostenuto governo e riforme fino a quel momento - come Gaetano Quagliariello, che nel volume ha non poco spazio - espose ragioni per non farlo più. Con l'ultrapersonalizzazione del referendum costituzionale da parte di Renzi (che lo fece richiedere ai parlamentari e tra gli elettori, precisando fin dall'inizio che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso, anzi, avrebbe lasciato la politica) iniziò il progressivo cammino - riccamente ripercorso nel libro - verso la consultazione del 4 dicembre 2016 (con Calderisi schierato per il Sì), con i contrari alla riforma che si sommarono ai contrari - anche all'interno del Pd - a Renzi e al suo operato, facendo vincere i No. 
Saltata la riforma costituzionale, la nuova sentenza della Corte costituzionale (n. 35/2017) che ritenne illegittimi due elementi rilevanti della non ancora applicata legge elettorale - il ballottaggio e la possibilità per il capolista multieletto di scegliere il collegio d'elezione - rese ancora più magro il bilancio delle riforme della XVII legislatura; emerse comunque la necessità di rimettere mano in fretta alle norme elettorali, vista la disomogeneità di quelle residue, e si arrivò quasi a fine legislatura alla nuova legge (il c.d. Rosatum-bis) col riparto proporzionale prevalente rispetto ai seggi attribuiti in collegi uninominali e con l'impossibilità di voto disgiunto (e, secondo Calderisi, non si rifletté sul "rischio che le forze antisistema, nel loro complesso, avrebbero potuto conquistare la maggioranza assoluta dei seggi e rendere pertanto impossibile anche un governo di larghe (o più ristrette) intese"). L'esito delle elezioni del 2018, di nuovo senza che una maggioranza predeterminata emergesse, è noto; l'avvicendarsi prima del governo "giallo-verde" guidato da Giuseppe Conte, poi dell'esecutivo "giallo-rosso" sempre a guida Conte è altrettanto conosciuto. In quel periodo andarono in porto varie revisioni costituzionali, la più consistente delle quali fu la riduzione dei parlamentari (con l'età dell'elettorato attivo uniformata tra le due Camere), votata a maggioranza assoluta e confermata con referendum a settembre del 2020 dal corpo elettorale. Il resto - nel periodo che va dalle elezioni anticipate del 2022 alla vittoria del No al referendum costituzionale in materia di ordinamento della giustizia - è storia di ieri. 
 

Imparando dai "passi perduti"

Per Calderisi, nel tirare le somme dei quarant'anni ripercorsi, emerge "il fallimento di un'intera classe dirigente che ha sprecato tante occasioni, in particolare nei momenti che avrebbero potuto essere fondativi del nuovo sistema politico-istituzionale". Se manca ancora la "maturità per la democrazia dell'alternanza" invocata da Napolitano circa un decennio fa, per l'autore del libro dipende soprattutto dall'occasione persa tra 1993 e 1994: si costruì non uno schieramento con due alternative mature, ma una contrapposizione tra una sinistra che non aveva fatto "i conti con la propria storia e con il riformismo" e Berlusconi che scontava la zavorra del conflitto di interessi; "sparute componenti liberali e riformatrici" da una parte e dall'altra hanno cercato di "animare il processo riformatore", ma con esiti limitati.
Oltre ai "passi perduti" nel 1993-1994 (quando non si fece la riforma verso la "democrazia maggioritaria", ritoccando in modo coerente Costituzione e sistema elettorale), ci sono quelli del 1996 (quando, durante il "tentativo Maccanico", parve concreto lo spazio per virare verso il semipresidenzialismo) e quelli del 1997-1998, quando fu affossato il frutto della "Bicamerale D'Alema" e subito dopo fallì il referendum elettorale per eliminare la seconda scheda. Per Calderisi "la seconda grande occasione sprecata" si colloca nella XVII legislatura, con il fallimento prima del disegno di Enrico Letta (con riferimento al governo di "grande coalizione" e al progetto riformatore), poi del percorso governativo di Matteo Renzi - specie dopo l'arretramento dell'ondata populista alle elezioni europee del 2014 - e del progetto di riforma da lui voluto.
Si può concordare sulla collocazione dei "passi perduti" (anche se è lecito non concordare in pieno sugli effetti positivi che sarebbero arrivati, soprattutto con l'ultimo dei passi citati), come si possono guardare con attenzione le analisi di Calderisi per individuare "le ragioni costanti dei fallimenti". Da un lato ci sarebbe il mai venuto meno "complesso del tiranno" (per cui fin dall'incubazione della Repubblica si evitò di rafforzare il governo nel rimore che potesse essere troppo forte), che si ripropone quasi a ogni tentativo di riforma costituzionale consistente, mentre a essersi conservati in salute sarebbero soprattutto "i poteri di veto e di interdizione esercitati dai vari gruppi e componenti parlamentari minori" (in un quadro in cui è tutto il panorama politico a scontare una certa debolezza). Per Calderisi è stato anche difficile - se non impossibile - tenere separati senza ripercussioni il piano della maggioranza di governo e quello della discussione sulle riforme (le compagini potevano essere diverse e l'andamento di un tavolo o la variazione dei "commensali" poteva influenzare in modo determinante l'altro). L'autore non manca di rilevare tra le cause anche l'eccesso di ideologismi propagandistici (specie in materia di autonomia) e di tatticismi (piegando l'uso di determinate posizioni a "obiettivi di politica contingente", a volte sbagliando in modo clamoroso le prognosi) e, da ultimo, un eccesso di confidenza da parte dei leader nella loro forza politica.
In un ottica di bilancio, per Calderisi il quadro sulle riforme è "sconfortante": la forma di governo è la stessa del 1948 - al di là dei rafforzamenti dovuti all'acquisito ruolo dei governi nel Consiglio europeo e alle riforme parziali dei regolamenti parlamentari - senza alcuna razionalizzazione del parlamentarismo (l'autore nota che si tratta dell'unico caso in Europa). Da ciò deriva che il Presidente del Consiglio sarebbe "solo un primus inter pares", sprovvisto di sostanziali poteri di scioglimento parlamentare ("fattore decisivo per assicurare la stabilità e l'incisività dell'azione di governo, nonché l'omogeneità e l'unità del suo indirizzo politico"); il bicameralismo paritario (altro unicum europeo) è poi rimasto intatto a dispetto dell'occasione fornita dal "taglio" dei parlamentari e continua a funzionare in modo inefficace (anche il "monocameralismo alternato di fatto", per cui un'assemblea decide e l'altra ratifica senza toccare palla, sarebbe un esempio di malfunzionamento), mentre le Camere stesse continuano a essere svilite dall'abuso dei decreti-legge, dei maxi-emendamenti e della fiducia da parte di Governi di ogni colore (privi, come sono, di strumenti per attuare il proprio indirizzo politico). Anche con il medesimo elettorato attivo non è scongiurato il rischio di risultati elettorali difformi tra i due rami del Parlamento (per le differenze nella sua formazione scritte nella Carta); quanto alla legge elettorale, più volte modificata, anche con le migliori intenzioni (e Calderisi ha evidenziato limiti e difetti di tutte le riforme, anche del Mattarellum che pure sarebbe "la migliore") non basterebbe ad assicurare la stabilità di governo e resta l'anomalia consistente della circoscrizione estero (le procedure attuali non garantiscono personalità e segretezza del voto).
E se Calderisi valuta positivamente l'inserimento del principio del pareggio di bilancio in Costituzione (valido anche per gli enti territoriali), la riforma del Titolo V sulle competenze regionali per l'autore resta "mal concepita" e produttiva di "gravissime incongruenze e lacune" (solo in parte risolte dalla Corte costituzionale), anche per la mancanza di "una sede parlamentare di raccordo tra Stato e Regioni, i due soggetti titolari della potestà legislativa" (sede che possa anche costituire la ragionevole base per differenziare i gradi di autonomia senza creare squilibri); è invece positivo il giudizio sull'elezione diretta dei Presidenti delle giunte regionali con tanto di clausola simul stabunt simul cadent (introdotta in Costituzione nel 1999), così come viene apprezzato l'analogo meccanismo elettorale che già dal 1993 aveva dato "stabilità e rappresentatività alle istituzioni comunali" (e si condivide in pieno il rilievo di Calderisi per cui il disegno di legge che mira a introdurre a livello nazionale la vittoria al primo turno per il sindaco che raggiunge il 40% al primo turno comprometterebbe il grado di rappresentatività raggiunto, "come se un sindaco possa credibilmente rappresentare un comune avendo il 60% degli elettori contrari").
Non stupisce così la valutazione dell'autore del libro in base alla quale, rispetto a quarant'anni fa o poco meno, "le esigenze di riforma si sono rafforzate". Calderisi sottolinea subito la persistente necessità di "consentire agli elettori di scegliere direttamente chi deve guidare il Governo e la relativa maggioranza", per rendere concreta la responsabilità politica: un intento che mosse già Roberto Ruffilli con la sua proposta - fatta propria dalla Dc di Ciriaco De Mita - di attribuire al cittadino il ruolo di "arbitro ultimo", consentendogli attraverso le norme elettorali di scegliere una lista ma anche una compagine o coalizione di governo, sulla base di accordi pre-elettorali; ciò dovrebbe essere completato da una diversa regolazione del potere di scioglimento parlamentare (da rendere sostanzialmente governativo) e dalla previsione di uno "statuto dell'opposizione". Occorrerebbe però "considerare forma di governo e legge elettorale come parti di un insieme inscindibile, da regolare contestualmente" e lasciare la tentazione di rincorrere un sistema che restituisca una maggioranza chiara e consistente a ogni costo, pure in un sistema politico pluriframmentato: anche per questo, per l'autore è giusto designare prima del voto il potenziale Presidente del Consiglio, ma non eleggerlo formalmente in modo diretto, per conservare margini di flessibillità utili in condizioni di ampia frammentazione altrimenti paralizzante o di emergenze di vario tipo. Calderisi riconosce pure "l'attuale crisi del sistema della V Repubblica francese" e sconsiglia di virare verso l'elezione diretta del Presidente della Repubblica tipica del sistema presidenziale francese: meglio il "premierato" immaginato dalla Bicamerale D'Alema - e accantonato dopo il voto leghista a favore del semipresidenzialismo - mentre la versione di quella forma di governo proposta dal centrodestra, nella versione sostanzialmente elettiva, per Calderisi sembrerebbe "segnata da forti criticità". 
Per la trasformazione dei voti in seggi, l'autore preferirebbe "una legge elettorale uninominale maggioritaria con ballottaggio tra i primi due candidati al primo turno (eventualmente prevedendo che una quota minoritaria di seggi sia assegnata ai 'migliori perdenti' negli stessi collegi, al fine di evitare esiti elettorali troppo sbilanciati)", affidando agli "elettori di mezzo" (non per forza centristi, ma probabilmente moderati) il compito di "de-radicalizzare" il sistema politico e di indirizzarne via via la conformazione col sorgere di "due grandi formazioni, una liberalconservatrice, l'altra riformista". Pare che l'idea, però, non convinca nessun partito, così la seconda scelta sarebbe un "sistema a base proporzionale con premio di maggioranza": si tratterebbe di una soluzione legittima, pure alla luce della giurisprudenza costituzionale - purché rispetti alcuni punti: il non superamento del 55% dei seggi per chi vince, la previsione di una soglia minima almeno del 40% per assegnare il premio al primo turno, la fissazione di un sistema omogeneo per le due Camere che faccia scattare il premio solo se vince la stessa lista o coalizione in entrambe le assemblee, la previsione di un ballottaggio che garantisca omogeneità e non alteri troppo la proporzionalità - ma per l'autore continuerebbe a "rafforzare i poteri di veto e di coalizione delle formazioni minori", quindi si dovrebbe riequilibrare la situazione rendendo sostanzialmente governativo il potere di scioglimento parlamentare. La prima tesi è interessante, senz'altro più auspicabile della seconda, e aprirebbe a scenari sconosciuti alla Repubblica italiana (e magari a nuove pronunce della Corte costituzionale in contesti molto diversi da quelli visti finora); quanto alla legge in vigore, Calderisi non nasconde i rischi di "pareggio" o comunque di vittoria non netta, non verificatisi nel 2022 a causa di un quadro frammentato in quattro poli, ma possibile di fronte a "una dinamica bipolare in cui non c'è un grande divario di consensi tra le due coalizioni", per giunta disomogenee in politica estera e sulla difesa.
Al di là delle norme che determinano la composizione delle Camere, per Calderisi resta - in modo certamente condivisibile - da ripensare profondamente il sistema bicamerale. Posto che rimane la resistenza del Senato a perdere il suo ruolo di assemblea politica che vota la fiducia al governo, l'avvenuta riduzione del numero dei parlamentari suggerisce all'autore di creare "una sola Assemblea legislativa nazionale di 600 membri (con sede in entrambi i palazzi di Montecitorio e Madama, e con la riunificazione del personale)", prevedendo nel contempo "una sede parlamentare di raccordo tra Stato e Regioni [...] di 100 membri, composta dai Presidenti delle giunte regionali, da consiglieri regionali e da un numero limitato di sindaci"; l'alternativa - riprendendo una proposta di Barbera ed Enzo Cheli - potrebbe essere "valorizzare il ruolo del Parlamento in seduta comune [...] per accordare e revocare la fiducia al Governo, per l'esame delle leggi di bilancio, del documento di economia e finanza e degli atti di indirizzo" e magari per valutare i decreti-legge da convertire (ma Calderisi non nasconde i problemi legati alla scelta di porre questioni di fiducia e alla perdurante mancanza di un'assemblea di raccordo Stato-Regioni). Per evitare, poi, la mortificazione delle Camere con l'abuso dei decreti-legge, con cui di fatto il Governo cerca di guadagnare terreno, per l'autore non basta costituzionalizzare determinati paletti già normati dalla legge sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio, ma dovrebbe individuarsi uno spazio parlamentare proprio per l'esecutivo, con il disegno di legge "a data certa" regolato in Costituzione che offra una corsia preferenziale per attuare il programma di governo senza comprimere gli spazi per l'opposizione (e restituisca il decreto-legge alla natura originaria di fonte per i "casi straordinari di necessità e urgenza").
Perché le proposte di Calderisi (come pure qualunque altra che si intenda avanzare) siano attuate, tuttavia, occorre che chi è chiamato a esprimersi su di esse (votando in aula o all'eventuale referendum costituzionale) abbia un atteggiamento attento al contenuto e alle implicazioni del testo proposto, senza influenze indebite da parte del "contesto" (senza che il giudizio si trasferisca "dalla proposta ai proponenti", spesso sovrapponibili al governo in carica e a chi lo sostiene), come è sempre più facile che ciò accada in caso di riforme perseguite e approvate a maggioranza; allo stesso tempo, occorre evitare ogni rischio di "feticismo costituzionale" (sono parole di Guzzetta), che si ha ritenendo che il testo della Costituzione approvata nel 1947 sia intoccabile, magari perché lo si ritiene - o, peggio, lo si assume, quasi come un dogma o un postulato - perfetto. Naturalmente ciò non significa che tutte le proposte di cambiamento siano buone o che sia obbligatorio condividere il giudizio sul merito di un progetto di riforma, così come non è giusto che sia considerato "feticista costituzionale" chi si schiera per il No perché avrebbe preferito nel merito una riforma piuttosto diversa da quella in discussione (e magari è poco propenso ad accogliere il principio guareschiano "Beh, meglio che niente!"). Sembra però importante che chiunque accolga il monito con cui Calderisi chiude il suo libro: "per un'Italia più moderna ed efficiente c'è ancora domani". Purché il domani non si collochi nell'anno del mai.
 

Grafica e simboli contano: i casi del 1994, 1996 e 2001 

Come si è già anticipato, Storia di una riforma mai nata è un libro davvero utile, per il viaggio che fa compiere e per i riferimenti che contiene (soprattutto alle fonti puntualmente citate - atti parlamentari inclusi, ma anche articoli e interviste hanno un ruolo rilevante - che chiunque può trovare ed eventualmente approfondire). Il volume, tuttavia, è stato segnalato e recensito in questo sito anche per lo spazio dedicato in vari punti a una questione cruciale per chi frequenta queste pagine: gli effetti della presenza o dell'assenza di determinati contrassegni sulle schede elettorali, in un modello di scheda individuato dalla legge. Il racconto dettagliato di Calderisi, fondato anche sulle esperienze personali, è in grado di spazzare via in un attimo qualunque obiezione che tenti di derubricare le questioni legate alla composizione delle schede elettorali o all'uso dei simboli come di scarsa importanza o comunque minori.
Il racconto inizia ovviamente dal 1994, con tanto di premessa per rendere più chiaro il discorso anche a chi non avesse memoria di come era fatta la scheda. 
Per le elezioni del 1994 Berlusconi fece un utilizzo ingegnoso del
Mattarellum non solo per la realizzazione delle due diverse alleanze politiche (il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo), ma anche sul piano specifico delle "tecnicalità" elettorali. In particolare, scelse di utilizzare più contrassegni, anziché uno solo, accanto ai nomi dei candidati nei collegi uninominali stampati sulle schede elettorali. In questo modo si curò anche dell'aspetto grafico delle schede di votazione e quindi della loro immediata lettura e comprensione da parte degli elettori, un fattore che può essere decisivo per l'esito delle elezioni [L'aspetto grafico delle schede di votazione riveste molta importanza, a volte può essere decisivo anche più dello stesso sistema elettorale propriamente detto (cioè dell’algoritmo di trasformazione dei voti in seggi).]. 
Candidati e simboli del collegio di Vigonza (ricostruzione)
Infatti, nelle schede per l'elezione dei candidati nei collegi uninominali della Camera (dove il Mattarellum consentiva l'utilizzo fino a cinque contrassegni) i candidati del centrodestra furono contraddistinti non solo dai contrassegni delle liste collegate (Forza Italia e Lega al Centro-Nord, Forza Italia e Alleanza Nazionale al Centro-Sud), ma anche dai contrassegni di altre formazioni che non avevano presentato liste nel proporzionale come il Ccd (Centro Cristiano-Democratico di Casini e Mastella) e l'Udc (Unione di Centro di Biondi e Costa, i cui candidati si presentarono nelle liste di Forza Italia), e in alcuni collegi del Nord anche il simbolo dei Riformatori radicali [Pannella non volle che candidati radicali fossero presenti nei collegi uninominali delle circoscrizioni dove Forza Italia era coalizzata con Alleanza Nazionale, mentre nel proporzionale, come è noto, presentò la Lista Pannella collegata a propri candidati uninominali.]. 
In questo modo gli elettori di tutte le formazioni che facevano parte dell'alleanza berlusconiana trovarono e votarono il proprio contrassegno nella scheda per l’uninominale. Si trattò di una scelta che risultò in consonanza con una delle caratteristiche di fondo della coalizione di centrodestra, cioè essere costituita da partiti con forte identità politica i cui elettori, pur apprezzando l’alleanza, non sono portati a votare i candidati di altri partiti, a meno che non vi siano indotti attraverso la presenza sulla scheda del contrassegno del proprio partito. Proprio per questa ragione nel 1994 anche gli elettori della Lega Nord votarono a favore dei candidati di Forza Italia nell’uninominale, nonostante la campagna fortemente antiberlusconiana condotta da Bossi, fino all'uso dell'epiteto “Berluskaiser”
La presenza di tutti i contrassegni consentì di fare il pieno dei voti degli elettori di tutti i partiti alleati. Tanto è vero che il centrodestra ottenne 764 mila voti in più nella scheda uninominale rispetto a quella proporzionale (dove non erano presenti le liste delle formazioni minori).

Nel 1996 le cose andarono in tutt'altra maniera, come riconosciuto più avanti dallo stesso Calderisi, evidenziando ancora una volta il peso della grafica e dei simboli (presenti e, soprattutto, assenti): 

[La] vittoria dell’Ulivo dipese anche da un altro fattore decisivo: i gravi errori commessi dal centrodestra proprio sul piano di quelle tecnicalità elettorali che erano state alla base [...] del grande successo di Berlusconi nel 1994, in particolare l'utilizzo dei contrassegni di tutti i partiti della coalizione nella scheda uninominale, fattore essenziale per non disperdere i voti dei potenziali elettori del centrodestra. 
Queste modalità di presentazione delle candidature non vennero ripetute per le elezioni del 1996, nonostante Berlusconi fosse stato consigliato dal sottoscritto, durante numerose riunioni preparatorie ad Arcore, di non cambiare nulla rispetto al 1994. L'unica modifica suggerita, dato che la Lega non era coalizzata con il centrodestra, fu quella di aggiungere un contrassegno autonomista/federalista, con la dicitura "Autonomia e federalismo Sì, Secessione No", in relazione a una campagna politico-mediatica che sarebbe stato necessario condurre in modo mirato nei confronti degli elettori potenziali della Lega. 
Berlusconi inizialmente accolse questi consigli facendo preparare dai suoi grafici appositi contrassegni a questo fine, ma all'ultimo momento aderì alla soluzione proposta da La Russa in una riunione a Milano (alla quale non partecipai) di presentare un contrassegno unico come il centrosinistra di Prodi (ignorando che il centrosinistra era caratterizzato, al contrario del centrodestra, da identità partitiche deboli, i cui elettori si riconoscevano più facilmente nel simbolo della coalizione piuttosto che nei simboli partitici). [Il contrassegno della coalizione di centrodestra che fu utilizzato recava la dicitura "Polo per le Libertà" (leggermente diversa dalla denominazione "Polo delle Libertà" dell'alleanza Forza Italia-Lega Nord del 1994). Il contrassegno fu predisposto all'ultimo momento e non poté essere neppure oggetto di una specifica campagna di comunicazione in quanto il decreto legge sulla "par condicio" vietava del tutto l'utilizzo degli spot televisivi dalla data di convocazione dei comizi elettorali.]
Accadde così che i candidati della Fiamma Tricolore di Pino Rauti ottennero, in media, nei collegi uninominali dove furono presentati, quasi il 5% dei voti, a fronte dell’1% circa ottenuto dalla lista proporzionale. Infatti, molti elettori di An, non trovando il contrassegno di Fini sulla scheda uninominale, votarono “sentimentalmente” quello di Rauti, anche solo per mero errore. Analogamente, altri voti furono perduti dai candidati uninominali del centrodestra per l’assenza, a fianco del loro nome, dei contrassegni degli altri partiti alleati. Nel complesso, la differenza di voti tra scheda proporzionale e scheda uninominale risultò di 745 mila voti. Ovviamente, non è possibile quantificare con precisione il numero di seggi che il centrodestra perse per questo motivo, ma certamente si è trattato di diverse decine di seggi. Basta considerare che la differenza di voti tra uninominale e proporzionale della sola Fiamma Tricolore risultò superiore alla differenza di voti con la quale i candidati dell'Ulivo sconfissero quelli del centrodestra in ben 26 collegi uninominali.
 
Da qui il risultato negativo delle elezioni che avrebbe potuto essere ben diverso, una sorta di "pareggio", dato che la scelta della Lega di correre da sola aveva sostanzialmente precluso la possibilità di vittoria da parte del centrodestra. E da qui, la sera delle elezioni, gli strali telefonici di Berlusconi nei miei confronti («tutta colpa dei tuoi collegi uninominali»), avendo del tutto rimosso di aver effettuato scelte diametralmente opposte rispetto a quelle da me suggerite, che poi erano le stesse del 1994.

E se quanto raccontato da Calderisi finora non bastasse a far convincere chi legge dell'importanza dei simboli sulle schede, sia sufficiente aggiungere che nel 2001, sempre secondo i calcoli di Calderisi, "mentre l'Ulivo ottenne più voti nell'uninominale rispetto al proporzionale, per la Casa delle libertà accadde il contrario, con una differenza negativa tra le due schede di ben 1,5 milioni di voti". Questo perché, esattamente come cinque anni prima, il centrodestra sulla scheda rosa per i collegi uninominali accanto al nome dei suoi candidati aveva scelto di mettere solo il simbolo della coalizione e non quelli delle singole forze politiche. 
Anche in quel caso, dunque, il centrodestra scontò una dispersione di voti notevole (per quanto la Casa delle Libertà si sia aggiudicata 282 dei 475 collegi uninominali, dunque ben più della metà). Ciò accadde, come rilevato puntualmente da Calderisi nella sua analisi, soprattutto con riferimento alle schede sulle quali comparivano candidature legate a "contrassegni caratterizzati da uno scudo crociato (Democrazia Europea di D'Antoni), una fiamma tricolore (di Rauti e non solo) e da simboli leghisti (Liga Veneto e altre leghe locali)". Segno che conoscere bene le regole e imparare dagli errori sarebbe importante per continuare a giocare e magari vincere (o vincere meglio, o vincere con più facilità). 
A questo proposito, ci sarebbe infine da dire dei simboli, destinati alla scheda grigia del proporzionale, nati per non essere votati ma solo per "scaricare" lo scorporo con un collegamento fittizio, ma delle "liste civetta" si è già parlato. Merita solo di essere indicato il nome intero della lista del centrodestra: "Per l'abolizione dello scorporo, per la stabilità di governo. No ai ribaltoni - Movimento per l'abolizione dello scorporo e per il rispetto della sovranità popolare". Non facilissimo da leggere in cerchi di due centimetri di diametro - a meno di fermarsi vicino al manifesto del proporzionale, guardando con attenzione la versione da dieci centimetri - ma quasi trasparente, se così si può dire... 

sabato 20 giugno 2026

Rileggere i testi di Farassino per capire (anche) il suo cammino politico

Ci sono persone che non possono essere contenute, limitate in un solo ruolo, men che meno in un'etichetta. Ciò vale senz'altro per "Farassino Giuseppe detto Gipo", nato nel 1934 e spentosi a Torino nel 2013, con tante vite diverse (ma complementari) vissute nel mezzo. Gipo Farassino, infatti, era ed è noto come cantautore, ma è stato anche attore, regista, autore teatrale, scrittore, conduttore televisivo, nonché - e per questo ce ne occupiamo qui - politico. Ma, prima di tutto, è stato "barrierante", nato e cresciuto alla Barriera di Milano, quartiere popolare torinese, uno dei tanti in cui la vita - specie negli anni '50 e '60 - era particolarmente difficile, per chi lavorava alla Fiat (o nelle industrie dell'indotto) e per chi doveva "arrangiarsi". Dalla "barriera", si può dire, Farassino non aveva mai allontanato testa, occhi e soprattutto cuore: alla luce delle sue esperienze e delle tante vite da lui incrociate nel corso degli anni e raccontate in versi (recitati o cantati, in torinese o in italiano) si riesce a capire meglio anche il suo impegno politico successivo.
A marzo è uscito un libro stimolante, pubblicato da Marcovalerio edizioni: Le barriere zingare di Gipo Farassino. Quando il respiro di una città diventa storia cantata; lo ha scritto Roberto Cardaci, sociologo, particolarmente attento a situazioni di disagio sociale, legate soprattutto alla dimensione lavorativa e inquadrate in chiave territoriale. Il volume non è una biografia dell'artista, ma un'analisi sociologica dei suoi testi scritti fino all'inizio degli anni '70, nonché dei torinesi e dei piemontesi di quello stesso periodo sempre attraverso quelle liriche. I punti di contatto con Farassino - lo racconta l'autore nelle prime pagine - erano legati innanzitutto alla crescita (da figlio di immigrati siciliani) in una casa molto simile e alle canzoni di Gipo, incontrate in piena infanzia e poi riproposte con passione da Cardaci stesso alla chitarra (nei luoghi di ritrovo della giovinezza, che fossero le osterie - anzi, le piòle - o la sezione del Pci). All'origine del libro, tuttavia, c'è soprattutto la convinzione di condividere con Farassino l'approccio nei confronti di Torino e dei torinesi da "sociologi scalzi", cioè "coi piedi ben piantati per terra, con la voglia di conoscere la vita della città per migliorarla".
Già, perché sarà pure vero che non per forza a canzoni si fan rivoluzioni o poesia (con la consapevolezza di avere citato un altro artista ben gradito all'autore), ma quelle stesse canzoni contano, anche - e proprio -perché raccontano bene ciò che era, che è e che non è più (e magari invece sarebbe meglio che fosse ancora). Secondo Cardaci, Farassino da cantautore ha agito come un "'sociologo in pectore', appunto per questo capace di raccontare la vita economica e sociale della Torino di quegli anni mediante le sue canzoni che parlano musicalmente di un'epoca nella quale il capoluogo piemontese era la capitale italiana dell'auto, con le sue luci e ombre". Lo avrebbe fatto, sempre secondo l'autore, con una tecnica assimilabile all'osservazione partecipante (sincrona o asincrona), che gli ha permesso di raccontare la vita delle persone e il suo cambiamento, con un continuo raffronto con la propria esperienza e con lo sguardo dello "zingaro di barriera", sufficientemente ribelle e allergico all'ipocrisia. 
Per questo, una prima parte del libro si premura di ricostruire la situazione di Torino - e, in parte, del Piemonte - nel secondo dopoguerra e negli anni dell'industrializzazione spinta, del miracolo economico e delle migrazioni (prima dal Polesine, poi dalle campagne, poi soprattutto dal Meridione): racconta la trasformazione produttiva, economica, urbanistica e sociale della città e del territorio, con i suoi progressi e i suoi problemi, avvertiti nella carne e nella vita quotidiana delle persone, inevitabilmente segnata da un'impostazione "motorecentrica". La seconda parte esplora quel contesto, ricostruendolo nei dettagli e negli anfratti umano attraverso le liriche di Farassino del periodo considerato (riportate nella loro interezza in coda al volume), utilissime per far attraversare i borghi, le barriere, le case e i bar, fino ai luoghi di lavoro, insalubri e alienanti, ma sempre caratterizzati dall'umanità (nei suoi aspetti migliori e deteriori).
Chi scrive è nato e cresciuto in un'altra regione, in un contesto e in anni diversi, ma non fatica a credere che nessuno abbia cantato o narrato più e meglio di Farassino (nelle sue poesie, nei suoi testi e spettacoli) le pagine quotidiane e singolari della gente di Torino, quella degli anni '50 e '60, soprattutto quella povera, delle case di ringhiera, trasmettendo anche a distanza di tempo i rumori dei cortili, le voci dalle ringhiere, l'odor ëd frità (l'odore di frittata), le toppe sui panni stesi (tutte sequenze tratte da Ël 6 ëd via Coni), le tute blu, le scene al bar e le istantanee nei borghi in cui "i furbi giorno e notte dormivano, i gonzi lavoravano" (così pensavano i primi, salvandosi forse dall'alienazione). Ma lo stesso Farassino non ha fatto sconti agli stessi torinesi e piemontesi, per come erano diventati, per come avevano smesso di voler migliorare se stessi e ciò che li circondava, attraverso l'amore e l'amicizia, ma anche mediante la protesta e la convinzione di non dover mollare o arretrare (un concetto riassumibile nell'espressione storica - riferita ai piemontesi - bogia nen, il cui significato "non vi muovete" non va letto come un invito all'immobilismo, ma alla resistenza, possibilmente attiva). 
Nel libro non manca, giustamente, un riferimento alla carriera politica di Farassino: vicino al Pci per molti anni, diventò nel 1987 fondatore - insieme, tra l'altro, al suo regista di sempre, Massimo Scaglione - di Piemont autonomista, forza politica lanciata poco prima delle elezioni politiche di quello stesso anno e finita inevitabilmente in competizione con l'Union Piemontèisa di Roberto Gremmo (a dispetto dei contatti tra loro alcune settimane prima del voto). Nessuno dei due partiti riuscì a ottenere seggi, a causa della competizione, ma da quel momento il Piemont autonomista (che a Pino Torinese elesse Farassino come consigliere) ebbe un rapporto privilegiato con la Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, avendo un ruolo rilevante nelle successive evoluzioni di questo partito.
Nel 1989, infatti, il Piemont autonomista partecipò all'Alleanza Nord, federazione guidata dalla Lega lombarda sotto le insegne di Alberto da Giussano per partecipare alle elezioni europee e anche Farassino fu candidato (anzi, c'era anche lui al Viminale per il deposito dei simboli, ma è una storia che merita di essere raccontata a parte e verrà il momento per farlo). A testimonianza dell'esito del processo di federazione, il 4 dicembre di quell'anno lo stesso Farassino - insieme a vari altri esponenti - fu tra i fondatori della Lega Nord, il nuovo partito sempre con la guida carismatica di Bossi, ma creato con un orizzonte territoriale più ampio e non volto a raggiungere una meta elettorale relativamente vicina.
Proprio sotto le insegne della Lega Nord Farassino venne eletto prima consigliere regionale nel 1990, poi deputato nel 1992 (fu il più votato della circoscrizione di Torino-Novara-Vercelli, con oltre 55500 voti). Mancò la rielezione nel 1994 (fu schierato dal Polo delle libertà al collegio senatoriale Torino 1, ottenne quasi 43500 voti ma Franco Debenedetti, candidato dei Progressisti, ne raccolse quasi 48900), ma dopo le dimisssioni di Francesco Speroni divenne europarlamentare e fu confermato a Strasburgo con quasi 60600 preferenze alle elezioni del 12 giugno. Nel 1995, poi, centrò di nuovo l'elezione a consigliere regionale (sempre nella circoscrizione di Torino), sotto le insegne della Lega Nord schierata fuori dai poli e fu uno dei cinque eletti. A luglio del 1999 decise di lasciare la politica e tornare alla canzone (anche se questo non gli impedì di ricoprire da indipendente per un anno e mezzo, da gennaio del 2004, la carica di assessore all'identità piemontese e alla devoluzione nella seconda giunta guidata da Enzo Ghigo).
Se il libro di Cardaci si preoccua soprattutto - e ci riesce bene - di descrivere "la gente" di Farassino (quella di Torino e non solo) attraverso i suoi testi, non manca di proporre una canzone che, più di altre, sembra dare il senso dell'impegno politico dello stesso Farassino. Si tratta di Piemontèis, uscita nel 1985 in un album con lo stesso nome, con un testo esplicito - offerto qui nella traduzione contenuta nel libro - che invita tutta la popolazione del Piemonte a ridestarsi per rivendicare la propria terra:  
Dove sono finiti i Piemontesi / i leggendari «bogianen» / che non hanno tremato / davanti ai Francesi, davanti ai Tedeschi: / quegli uomini fieri, un po' testardi / con il passo pesante dei montanari, / che hanno reso feconda / questa nostra terra tribolata? / Dove sono finiti quei Piemontesi / con la voce dura e il cuore di velluto / che hanno lottato, che hanno sofferto, / che hanno creduto... / Quei lavoratori senza sorriso / che hanno piantato le nostre radici / sotto le nevi, / sotto l'afa, sotto un cielo grigio? / [...] Dove vanno i Piemontesi / con quelle facce da gente fregata / che sembrano aspettare / la mano del prete e del becchino: / e con il culo insaponato da presentare come un mazzo di fiori / al primo imbecille / che mostra ali da galletto? / Dove vanno i Piemontesi / col collo storto e i soldi in mano / per mercanteggiare / un po' d'illusione fino a domani/  con le soprascarpe fuori dall'uscio / per fare più in fretta a tagliare la corda / se un deficiente / grida che è la fine del mondo. / [...] Dove finiranno i Piemontesi / con l’italiano in mezzo ai denti / e con le donne / e il sole dei terroni nella mente: / le brache piene di confusione / grazioso regalo di quei pellegrini / mandati da Roma / nelle nostre vigne, a fare i padroni? / Dove finiranno i Piemontesi / con le mani vuote e le scatole piene / di imposizioni, beffe, gabelle, umiliazioni, / senza una bandiera, senza un destino, / tra pizze, mafia e mandolini, / senza ideale, senza uno sprone, / senza ambizione? / Lontano, lontano, / come un lamento, si leva una canzone, / è il sospiro profondo della tradizione / che sembra sussurrare all'orecchio della nostra gente: / «Svegliati Bogianen, alza la tua fronte, / rivendica la tua terra, il tuo Piemonte!». 
Aveva forse in testa (anche) questo Farassino, quando nella seduta del 3 luglio 1992 fece il suo primo intervento alla Camera - dopo Sergio Castellaneta e prima di Irene Pivetti - per negare la fiducia della Lega Nord al nascente governo di Giuliano Amato:
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nelle dichiarazioni programmatiche del Governo non ho trovato il minimo accenno ad eventuali misure straordinarie finalizzate a contenere, e possibilmente ad arrestare, il preoccupante processo di deindustrializzazione in atto nelle regioni del nord, con particolare riferimento alla regione Piemonte.

La chiusura annunciata degli stabilimenti FIAT di Chivasso, che colpisce i livelli occupazionali eliminando migliaia di posti di lavoro con la falsa prospettiva di destinare le maestranze in cassa integrazione ad altri stabilimenti del gruppo FIAT - falsa prospettiva [...], in quanto voci bene informate danno per scontata la volontà del gruppo FIAT di chiudere anche gli stabilimenti di Rivalta e parte degli stabilimenti di Mirafiori - ci inducono a pensare che il processo di deindustrializzazione in atto in Piemonte sia decisamente irreversibile. Tale processo involutivo, se non viene arrestato con immediata fermezza, provocherà un effetto a catena sia sull'indotto FIAT, sia sulla struttura demografica della regione, con conseguente caduta di tutto il comparto produttivo e commerciale piemontese.

Ci troviamo, sostanzialmente, di fronte ad un ulteriore atto di filibusteria politico-economica del capitalismo industriale che negli anni '50-'70 ha accentrato la produzione attraverso l'immigrazione, invece di esportare il lavoro, scaricando i costi sociali di tale operazione sulla collettività ed incassando da parte sua gli utili al netto di diseconomie esteme. Le immigrazioni selvagge, non controllate e tanto meno gestite, di quegli anni hanno causato enorme malessere sociale alla popolazione piemontese, che ha rischiato di vedere completamente distrutta la propria identità collettiva di popolo, nel tentativo disperato di integrare centinaia di migliaia di persone che arrivavano nelle nostre terre.

Ora che dopo trent'anni tale integrazione, attraverso passaggi di conflittualità etniche, culturali e sociali, pareva avere raggiunto un livello soddisfacente di consolidamento, il capitalismo industriale, con l'aiuto di una politica economica compiacente ed assistenziale, decide una strategia diametralmente opposta, investendo migliaia di miliardi di fonte pubblica in stabilimenti esclusivamente localizzati nel Mezzogiorno, smobilitando contro ogni principio di logica economica strutture produttive validamente collaudate da oltre un trentennio nell'Italia settentrionale.

Si chiude così un ciclo di sfruttamento perverso, naturale ed economico, i cui costi saranno nuovamente sopportati dalla nostra gente. E quando dico «nostra gente» non mi riferisco soltanto alla popolazione originaria piemontese, ma anche e soprattutto a quelle centinaia di migliaia di persone che con la loro disperazione hanno trasferito in Piemonte la loro volontà di integrazione, di lavoro, di affrancamento da condizioni di povertà endemica; persone che hanno deciso un giorno di affidare alla nostra terra il loro destino e l'avvenire dei loro figli.

Se poi alla situazione che ho descritto aggiungiamo le offerte sostanziali ed economicamente affascinanti che giungono ai piccoli e medi imprenditori piemontesi dalla vicina Savoia - offerte che si traducono in abbattimento del 30% dei costi energetici, fiscalizzazione degli oneri sociali, terreni in uso gratuito per la costruzione di capannoni, compiacenti imposizioni fiscali, mutui bancari a tasso agevolatissimo - e che invogliano all'emigrazione tanto gli imprenditori quanto le maestranze specializzate, si può ben comprendere la preoccupazione della regione per un impoverimento tecnologico, demografico e reddituale.

Concludo dicendo, come ho esordito, che non mi pare di aver assolutamente rilevato nelle linee programmatiche del Governo una ben che minima evidenziazione della particolare situazione economica piemontese. Anche per questo motivo il nostro voto non potrà che essere negativo. 
In quel discorso, che lo si condivida o meno (in tutto o in parte), è davvero facile individuare - oltre che alcune parole d'ordine della Lega Nord di allora - molto del mondo di Gipo Farassino, riversato nelle sue canzoni e non solo. A 34 anni da quel discorso e a poco più di vent'anni dall'abbandono definitivo della politica da parte di Farassino, merita di essere considerata una riflessione che Cardaci affida a una delle note del libro, ma che qui si vuole enfatizzare: "Resta da capire che cosa potrebbe pensare Gipo oggi, che la politica è cambiata rispetto a quella dei suoi tempi e non è più passione, militanza, servizio ai cittadini e alla propria terra e, in definitiva, al Paese Italia, ma [...] scelta professionale di chi decide di entrare nell'agone politico - amministrativo a tutti i livelli istituzionali e nei partiti perché meno rischioso rispetto ad avviare attività professionali o imprenditoriali o per consolidarle. Cosa avrebbe pensato di professionisti della politica che, a differenza di lui, non conoscono i luoghi, ma soprattutto le donne e gli uomini di cui dovrebbero interpretare, come lui faceva efficacemente cantandone le condizioni di vita quotidiane, i bisogni, le necessità, le aspettative, le idee per migliorare il futuro?".