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domenica 30 giugno 2013

Fratelli (coltelli) d'Italia: venti giorni come otto anni?

Il ritorno a «Forza Italia» preannunciato in questi giorni da Silvio Berlusconi ha di nuovo messo di cattivo umore i tifosi della Nazione (o, più modestamente, della Nazionale) che vorrebbero poter parteggiare per il loro paese e per le sue squadre senza essere targati politicamente. Ora, in verità, si rischia anche con l’inno nazionale, soprattutto perché a contendersi il suo primo verso, «Fratelli d’Italia», sono due formazioni politiche diverse: una è “famosa”, ma è nata poco prima di avere depositato il suo simbolo; l’altra, pur avendo una storia molto più lunga, è meno nota, non ha potuto partecipare alle ultime elezioni politiche, in compenso le sono stati notificati pacchi di verbali per affissioni abusive effettuate dai “Fratelli” famosi.

A fare la fila al Viminale per consegnare i simboli per partecipare alle elezioni, nei giorni che hanno preceduto l’11 gennaio, c’erano sì i rappresentanti di «Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale», il partito che ufficialmente era nato solo il 21 dicembre 2012 (a conti fatti, venti giorni prima) ad opera di Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. In coda, però, c’erano anche altri Fratelli d’Italia, per l’esattezza «Movimento politico Fratelli d’Italia», costituito invece il 21 ottobre del 2004 a Marsala e rappresentato dal segretario Salvatore Rubbino. Il simbolo attuale del movimento, la sagoma di un cavaliere su destriero su fondo blu ed elemento tricolore in basso, sulle schede per eleggere Camera e Senato non è mai arrivato: lo hanno bocciato prima il Ministero dell’interno, poi l’Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Di tutte le esclusioni operate in quei giorni, quella del Mpfi ha ricevuto meno attenzione da parte dei media (rispetto ai casi dei “cloni” di Grillo, Ingroia e Monti, per dire), eppure è il caso più insidioso, per come certe regole sono state interpretate da chi era chiamato a decidere; dovesse capitare di nuovo, sarebbe addirittura pericoloso.
Cos’era accaduto, dunque, al Viminale? Nelle bacheche si potevano vedere due contrassegni: al numero 10, i Fratelli di Crosetto, con tanto di nodo tricolore tra la parte superiore azzurra (col nome del partito) e quella inferiore bianca; al numero 47, i Fratelli di Rubbino, con l’emblema ricordato. Per il Ministero dell’interno, c’era il rischio di confondere i due emblemi a causa del colore dello sfondo (anche se il blu di Rubbino era molto più scuro dell’azzurro di Crosetto), ma soprattutto per una questione di «identità letterale»: entrambi presentavano la dicitura «Fratelli d’Italia» nel contrassegno, cosa del resto abbastanza ovvia, avendo in comune quella parte del nome.
Una volta individuata la confondibilità, i funzionari del Ministero ritengono di risolverla invitando Rubbino a sostituire il suo emblema, dando preferenza al contrassegno di Crosetto e Meloni, sia perché era stato depositato per primo (al numero 10, contro il numero 47 degli altri Fratelli), sia perché è stato considerato «espressione di una forza politica rappresentata in Parlamento», vale a dire dal gruppo parlamentare formatosi al Senato il 20 dicembre; sempre il Viminale ha precisato che tanto la costituzione di Fd’i di Crosetto quanto l’adozione del suo simbolo «sono stati ampiamente pubblicizzati e diffusi da organi d’informazione e di stampa nazionali nelle ultime settimane». Un ragionamento simile è stato fatto dall’Ufficio elettorale presso la Cassazione, che ha continuato a riconoscere tutela al gruppo della Meloni perché «rappresentato nel disciolto Parlamento»; i magistrati però hanno anche precisato che non rilevano a favore del Mpfi il deposito del simbolo presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi e, soprattutto, l’uso del contrassegno «in competizioni elettorali locali e circoscritte». Morale, Rubbino e i suoi Fratelli (d’Italia) sono fuori dal gioco, ritentino la prossima volta.

Tutto bene? Nemmeno un po’, a ben guardare. Perché in questo modo, in pratica, si finisce per negare una storia lunga anni, dando tra l’altro una “pesante” legittimazione a chi, a ben guardare, non sembra proprio aver agito per meritarla. Sul piano storico, Il Movimento politico Fratelli d’Italia ha partecipato a varie tornate elettorali in Sicilia, dove appunto è nato, sempre su posizioni di centrodestra: prima nel 2007 a Marsala (lì si è formato già da quell’anno un gruppo consiliare e lo stesso Salvatore Rubbino è diventato assessore), nel 2008 a Trapani (anche alle provinciali, con tanto di eletto) e nel 2012 di nuovo alle elezioni comunali di Marsala e Trapani. 

Se nei primi casi era stato utilizzato il simbolo previsto dallo statuto (con anche la scritta «Ettore Fieramosca» e una grafica più risalente), a quelle del 2012 è stato presentato un contrassegno con la denominazione molto più in evidenza, su fondo bianco. Soprattutto, però, Fratelli d’Italia – Rubbino ha preso parte alle ultime elezioni regionali, datate 28 ottobre 2012, dunque inequivocabilmente prima della costituzione del partito di Crosetto e della Meloni: l’emblema con cui il Mpfi è stato rappresentato sulla scheda elettorale è proprio lo stesso (fondo blu) che il Viminale ha respinto a gennaio.
Ora, se qualcuno potrebbe considerare una “competizione locale e circoscritta” quella che si svolge in un comune (sia pure grande, come Marsala o Trapani), certamente non può ricevere lo stesso trattamento la partecipazione alle elezioni regionali siciliane, anche in considerazione della pubblicità che quella consultazione ha avuto a livello nazionale (giornali, tv, rete…). Il deposito degli emblemi, tra l’altro, è stato fatto presso l’assessorato competente anche a beneficio dell’ufficio elettorale centrale presso la Corte d’appello di Palermo, chiamata a fare le veci delle sezioni regionali della Cassazione (mai costituite) e il simbolo del Mpfi, come gli altri, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale siciliana: per lo speciale livello di autonomia concesso alla Sicilia, se non si vuole riconoscere a questi atti un valore quasi pari a quelli compiuti a livello nazionale, è certamente impossibile fare il paragone con il rinnovo di un consiglio comunale qualunque.

Il Movimento politico Fratelli d’Italia, insomma, ha fatto esattamente quello che la legge e le stesse «Istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature» redatte dal Ministero dell’interno richiedono, per cui «I partiti che notoriamente fanno uso di un determinato simbolo sono tenuti a presentare le loro liste con un contrassegno che riproduca quel simbolo»: il gruppo ha sempre utilizzato l’espressione «Fratelli d’Italia» nel simbolo, dunque l’avevano inserita anche a gennaio, accanto alla sagoma del cavaliere. «Fratelli d’Italia» di Meloni, Crosetto e La Russa, invece, non vantava alcun uso tradizionale, né avrebbe potuto farlo, visto che il gruppo era nato venti giorni prima. Le istruzioni ministeriali sono precise nell’affermare che ai partiti che non abbiano un simbolo tradizionale «è fatto assoluto divieto di presentare contrassegni identici o confondibili con quelli […] che riproducono simboli, elementi e diciture» tradizionalmente usati da altri partiti (chi non ci crede, si legga uno dopo l’altro i commi 3 e 4 dell’articolo 14 del d.lgs. 361/1957). A stretta logica, Meloni & co. non avrebbero proprio potuto usare l’espressione (ben identificabile) «Fratelli d’Italia»; né potevano dire di non sapere dell’esistenza di Rubbino e soci, visto che erano stati puntualmente diffidati, perché non usassero quel nome (non a caso, nei documenti presentati in Cassazione dal gruppo neocostituito non c'era nulla che fosse davvero a loro favore, anzi, c'erano persino documenti che davano ragione agli esclusi).
Crea ancora più problemi, però, l’altra osservazione del Ministero, quella sulla tutela privilegiata al simbolo di Crosetto per la rappresentanza parlamentare e la “notorietà”. Sul primo punto, è per lo meno curioso che si possa considerare rappresentata in Parlamento la “forza politica” Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale, il cui il gruppo di senatori era stato costituito solo il 20 dicembre (ma la dicitura «Fratelli d’Italia» è stata inserita addirittura il giorno successivo): non solo il simbolo non ha partecipato alla consultazione politica del 2008, non venendo sottoposto al controllo del Viminale e al giudizio degli elettori, ma addirittura per il gruppo di Meloni e Crosetto questo era il primo uso in assoluto, senza che dunque si potesse far valere alcun test elettorale di altra natura (elezioni europee o regionali). Nonostante la loro esigua vita di venti giorni, ai Fratelli d’Italia nati per secondi è stata accordata una tutela pari a quella su cui avrebbero potuto contare Pdl e Pd, se ne avessero avuto bisogno.
Forse anche per questo, il Ministero dell’interno aveva sentito il bisogno di “rafforzare” la sua decisione sottolineando l’ampia pubblicità data alla nascita del soggetto politico e al suo emblema. La stessa affermazione, del resto, ha “salvato” gli emblemi legati a Mario Monti e quello di Rivoluzione Civile, che certamente non potevano vantare alcuna rappresentanza parlamentare in senso stretto. In quei casi, tuttavia, la posizione del Viminale era del tutto ragionevole, visto che i simboli “cloni” erano stati fatti con l’evidente scopo di ostacolare la partecipazione di determinati soggetti politici (oltre che di mettere in luce varie falle della normativa elettorale); nel caso di Fratelli d’Italia, invece, il riferimento alla pubblicità e, indirettamente, alla notorietà del segno spiega sì la decisione, ma apre una falla potenzialmente letale. Se un soggetto politico del tutto nuovo può prevalere su un partito (di molto) preesistente, con varie esperienze elettorali sia pure di livello regionale, non tanto perché il suo simbolo è stato depositato prima – Meloni & co. avrebbero dovuto comunque astenersi dall’usare nomi altrui consolidati – ma grazie al battage pubblicitario che ha messo in campo, si rischia di far passare il messaggio che chi dispone di mezzi ingenti e può permettersi una promozione adeguata può tranquillamente far pesare un uso di una manciata di giorni più di un uso continuo e documentato lungo anni, mentre chi non è in grado di pagarsi la pubblicità comunque soccombe. 
Un messaggio chiaramente inaccettabile e, come si diceva, pericoloso. Senza contare che, sull’effettiva notorietà dei Fratelli di Crosetto, si potrebbe avere da ridire: per le amministrative di maggio, qualche prefettura ha invitato a riunioni preparatorie i rappresentanti delle forze politiche in corsa alle elezioni, includendo nell’indirizzario tanto Fd'I quanto il Mpfi, anche se magari uno dei due non si presentava affatto. È andata decisamente peggio quando alla segreteria del movimento di Rubbino si son visti recapitare la notifica di circa 400 verbali di affissione elettorale abusiva relative alle elezioni politiche nella maggiore città del Nord: i manifesti, manco a dirlo, erano di Meloni & Co., ma avvisi e verbali, chissà perché, sono finiti a Marsala. 
 

Un’applicazione rigorosa delle regole, dunque, avrebbe dovuto portare all’esclusione temporanea dei Fratelli di Crosetto (fino a che non avessero trasformato l’emblema), senza alcuna tutela privilegiata per la presenza in Parlamento. Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo politicamente se, dopo la campagna pubblicitaria, Meloni e gli altri avessero dovuto presentarsi con un altro emblema; eventualità, del resto, tutt’altro che assurda, visto che graficamente i richiami al contrassegno di Alleanza nazionale erano davvero troppi (il blu per più di metà del segno e la corda tricolore usata nelle campagne degli ex An nel Pdl) e già questo poteva bastare per non ammettere l’emblema, anche se nessuno della Fondazione An pare abbia protestato.
Anche concedendo al Viminale il beneficio di aver voluto tutelare l’affidamento degli elettori che avevano già conosciuto l’emblema attraverso i media (scelta comunque comprensibile), è davvero inaccettabile che sia stato chiesto al movimento di Rubbino di sostituire il simbolo intervenendo (anche) sul nome. Al più sarebbe bastato chiedere di modificare il colore di fondo, tornando al bianco, ma rinunciare al nome sempre utilizzato in tutta l’attività politica sembra una richiesta del tutto priva di senso. 
Per questo giro ormai (purtroppo) i giochi sono fatti e conclusi, ma alle prossime elezioni sarà cosa ottima e giustissima che le decisioni abbiano un segno diverso: nessuno, men che meno nel terzo millennio, può essere più “uguale” di altri.

venerdì 18 gennaio 2013

Fratelli d'Italia. Ma quali?

Ha avuto meno risalto rispetto alle vicende legate ai contrassegni "clonati" di Movimento 5 Stelle e Rivoluzione civile (i primi presentatori degli emblemi quasi identici, Massimiliano Foti e Max Loda, hanno rinunciato a modificare il contrassegno, così come a opporsi alla sostituzione richiesta dal Viminale, per cui il loro emblema non potrebbe comunque finire sulle schede elettorali) e a quello di Monti (Samuele Monti, invece, ha scelto di rivolgersi all'Ufficio elettorale centrale nazionale), ma merita un po' di attenzione specifica la questione "Fratelli d'Italia". Fratelli-coltelli, verrebbe da dire, considerando che si tratta di una disfida tutta interna al centrodestra.
Ricapitolando le puntate: il 20 dicembre dell'ormai trascorso 2012 Giorgia Meloni, assieme a Guido Crosetto e Ignazio La Russa, fonda "Fratelli d'Italia - Centrodestra nazionale". Il simbolo, molto ma molto debitore del vecchio emblema di Alleanza nazionale, era stato sfornato qualche settimana prima dal Pdl ed ex An Massimo Corsaro (per i "Circoli del Centrodestra nazionale"), ma all'ultimo minuto la scritta è finita alla base del simbolo, per lasciare il posto più evidente al primo verso del Canto degli Italiani di Mameli. Vari elettori di sinistra non sono contenti (perchè qualcuno dovrebbe mettere le mani su un inno che è anche loro?) ma, nel centrodestra, c'è chi è ancora meno contento.
Si tratta degli aderenti al "Movimento politico Fratelli d'Italia", che ha in Maurizio Cammalleri il suo portavoce. Il movimento in questione è stato fondato nel 2007 a Marsala, ha operato a vario titolo in varie regioni d'Italia e negli anni ha partecipato a elezioni di vario livello, assumendo incarichi istituzionali di vario tipo. Presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi è depositato il primo emblema del gruppo politico (che risale già al 2006, anche se il marchio è stato registrato con effetto successivo): all'interno del cerchio campeggia chiaramente l'effigie di Ettore Fieramosca a cavallo (che brandisce una spada con bandierina tricolore), mentre un profilo tricolore dell'Italia fa capolino sullo sfondo.
Il simbolo si è poi leggermente modificato, con una striscia tricolore alla base dell'immagine e la denominazione del partito in alto a destra, più visibile di prima. Poco dopo il contrassegno cambia ancora: alla base, un'ondina tricolore (a bande verticali) e, su fondo blu, il cavaliere appare in tutta la sua figura, tracciata in bianco senza più dettagli e identità.
Saputo che Crosetto e Meloni volevano costituire Fratelli d'Italia, il movimento li ha diffidati perché l'uso del nome cessasse immediatamente e, vedendo che nulla è cambiato, ha scelto di presentare comunque il proprio simbolo alle elezioni. FdI-Meloni è stato depositato per primo, FdI-Cammalleri diverse posizioni dopo: l'esame del Ministero dell'interno, dando quasi certamente atto a Crosetto e Meloni della notorietà conquistata nei giorni precedenti grazie ai media, ha ammesso quel contrassegno, invitando il movimento a cambiare il proprio. A nulla è valso che il movimento Fratelli d'Italia sia stato fondato prima, non è bastato che la grafica dei due emblemi sia del tutto diversa.  
"Nelle pubblicazioni rilasciate dal Ministero degli Interni - mi spiega ora Cammalleri - si legge che l'esame è rigoroso e si deve basare sulla storicità del simbolo, non importa se esso sia stato usato o meno in Parlamento. La notorietà di 'Fratelli d'Italia - Centrodestra nazionale' deriva da quella dei suoi fondatori, ma il loro movimento non ha storicità; noi non abbiamo notorietà, ma la storicità. Abbiamo partecipato ad elezioni comunali e provinciali eleggendo consiglieri, avendo assessorati ecc. In poche parole, abbiamo i requisiti di legge. Può la legge, davanti a queste evidenze, decidere di applicare una sorta di regola del più forte?"
Dire che il Movimento Fratelli d'Italia ha genericamente torto non sembra corretto: per quanto mi riguarda, non ci sarebbe alcun problema a mantenere entrambi gli emblemi, se non altro per rispetto alla storia certamente precedente del movimento e per l'assoluta non confondibilità grafica dei due emblemi. In passato in effetti è stato ammesso che contrassegni graficamente diversi potessero convivere senza troppi problemi. Nel mezzo, tuttavia, si è inasprita la legge: il testo dell'art. 14 comma 3 del testo unico per l'elezione della Camera ora precisa che "Non è ammessa la presentazione di contrassegni identici o confondibili (...) con  quelli riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti"; se si aggiunge che per il comma 4 (o 3-bis) sono elementi di confondibilità anche "le parole o le effigi costituenti elementi  di  qualificazione  degli orientamenti o finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica", il quadro si completa. Lo stesso nome, in sostanza, non garantirebbe comunque la non confondibilità, almeno secondo le nuove regole. 
Se il Movimento Fratelli d'Italia fosse riuscito a presentarsi per primo, probabilmente sarebbe stato possibile un tentativo di convivenza tra omonimi (o, comunque, nessuno avrebbe potuto accusare il movimento di aver depositato il simbolo solo per arrecare disturbo a Meloni & co., proprio in ragione della sua attività); l'ordine che in effetti c'è stato non ha potuto che tutelare il partito di Crosetto. Anche se, per farlo, ha sacrificato un'aspirazione legittima di un gruppo sociale. 

P.S. (19/01/2013) Anche l'Ufficio elettorale centrale nazionale, cui il movimento si era rivolto, ha bocciato il simbolo con Ettore Fieramosca: i due emblemi, pur non simili graficamente, sono confondibili per la parte testuale. Nessun simbolo in più sulla scheda, dunque; non è escluso che Meloni & co. stiano tirando un sospiro di sollievo.

venerdì 21 dicembre 2012

Fratelli d'Italia, La Russa s'è desto...

Alla fine hanno beffato tutti (me compreso, ovviamente). Dall'inizio avevamo notato come quel possibile contrassegno di "Centrodestra nazionale" avrebbe immediatamente rimandato alla simbologia di An, senza nemmeno troppa fantasia, con quel "nazionale" già nel posto in cui era prima e le corde tricolori inserite più per vezzo, che per artificio grafico. Mancava la fiamma, ma la paternità del simbolo era ben chiara.
Invece poche ore fa Ignazio La Russa, Guido Crosetto e Giorgia Meloni hanno tirato fuori qualcosa di diverso, come se ci si aspettasse un fante di picche e ci si trovasse scodellato un re, sia pure dello stesso seme. Nel simbolo del loro nuovo soggetto politico, infatti, sono rimaste le corde ( “Tre corde legate, una verde, una bianca e una rossa, in un nodo che non si può slegare”, ha detto lo stesso Crosetto) e la parte superiore azzurra; anche la dicitura "Centrodestra nazionale" è rimasta, ma è adagiata sottilmente sulla parte inferiore del bordo del contrassegno, nel segmento bianco. Il posto più evidente, nella parte superiore, se l'è conquistato il nuovo nome del soggetto politico, "Fratelli d'Italia", scritto con lo stesso font, su per giù, usato per il Pdl.
Forse qualcuno doveva avere notato che il termine "Nazionale", nella posizione precedente, era a rischio di bocciatura da parte del Ministero dell'Interno e il rischio da correre era decisamente troppo;  forse non si voleva quella somiglianza così forte, visto che Crosetto non veniva certo da An ma non può non colpire il ragionamento possibile di La Russa & co.: non bastava il tricolore, occorreva anche mettere le mani sul primo verso dell'inno nazionale italiano. Il comportamento, in sé, è lecito, non sembra proprio che vi siano ostacoli giuridici: l'opera, in sé, si chiama Canto degli Italiani e, in ogni caso, è caduta in pubblico dominio (difficilmente Goffredo Mameli potrebbe dolersene, se non in un'improbabile seduta spiritica). La scelta, tuttavia, mostra che - forse anche su ispirazione dello stesso Crosetto - la lezione del Cavaliere e del suo staff è stata pienamente assimilata: lui, infatti, nel 1994 ha chiamato il suo movimento "Forza Italia" appropriandosi dell'esultanza calcistica dei tifosi degli azzurri (e non a caso i forzisti si facevano chiamare "azzurri", sebbene non ce ne fosse traccia nel simbolo). La Russa, Meloni e Crosetto fanno qualcosa di molto simile, rivendicando in qualche modo la propria identificazione con uno dei simboli ufficiosi della Repubblica (e, guarda caso, uno degli elementi immancabili delle partite della Nazionale di calcio e non solo).
Un rischio, piccolo o grande che sia, comunque c'è: dopo la fondazione di Forza Italia, chi non era seguace di Berlusconi ebbe vergogna o per lo meno difficoltà a pronunciare di nuovo quelle due parole, anche solo allo stadio o davanti a una partita dei mondiali. E se, a questo punto, si allargasse la schiera di coloro che hanno in antipatia l'inno di Mameli? I Fratelli, in quel caso, potrebbero assottigliarsi molto: praticamente, dei figli unici.

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Appendice del 22 dicembre
A parziale correzione di quanto già scritto, devo dare atto che più probabilmente il contrassegno ufficiale del partito non sia quello mostrato sopra, bensì uno dei due riportati qui a fianco, in particolare il secondo (è quello che effettivamente si vede nelle mani di Crosetto, della Meloni e di La Russa all'atto della presentazione).
Naturalmente, stando così le cose, non si può più dire che il font utilizzato per la dicitura "Fratelli d'Italia" sia affine a quello che è ancora utilizzato dal Pdl. Al contrario, il carattere è relativamente simile a quello usato nel contrassegno di Alleanza nazionale, come la foggia di alcune lettere dimostra agevolmente (sebbene mancasse nell'emblema di An l'ombra nera al di sotto dei caratteri).
Al più, viene spontaneo dire che è entrata pesantemente in gioco la componente del "fai-da-te", nel senso che ogni gruppo locale, in attesa del contrassegno "ufficiale", ha voluto provvedere in modo autonomo e rapido, volendo imitare il simbolo mostrato alla stampa avvicinandosi il più possibile a quell'immagine. Merito (o colpa, a seconda) dell'inventiva dei singoli e di Photoshop. 

martedì 18 dicembre 2012

La scissione di La Russa e l'amnistia di Pannella

Alla fine è andata esattamente come pensavamo: il simbolo quadrato che Massimo Corsaro ha presentato solo pochi giorni fa, per definire i "Circoli del centrodestra nazionale", è già pronto per dare voce alla scissione guidata da Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure non hanno intenzione di allontanare troppo la loro strada dal Pdl. Cancellate la parola "Circoli" e "nel Pdl", proprio come avevamo ipotizzato una manciata di giorni fa, il contrassegno del Centrodestra nazionale sembra bell'e pronto. 
A La Russa e Gasparri dovrebbero (a detta loro) aggiungersi anche gli antimontiani di Crosetto e della Meloni, mentre in tutta l'Italia gruppuscoli con la nuova sigla piuttosto debitrice della vecchia Alleanza nazionale sorgono come (piccoli) funghi, pronti ad allearsi con il Popolo della libertà o per lo meno quello che ne resta. Dicono che in politica 2 più 2 non faccia mai 4, al massimo 3 e mezzo, per cui qui probabilmente si tenta la strada opposta, di ritornare a 4 spacchettando un Pdl ormai fiacco. Staremo a vedere che succederà.

Potrebbe essere questo il simbolo
della lista invocata da Pannella
Colpisce, invece, l'appello straziante e straziato di Marco Pannella, che continua il suo cammino non violento di sciopero della fame e della sete per chiedere che si arrivi quanto prima all'amnistia «come unica soluzione per la fuoriuscita dalla condizione di flagranza criminale dello Stato italiano, che con i suoi 5 milioni di processi pendenti nel solo settore penale nega qualsiasi possibilità di amministrare la giustizia e, con essa, l'appendice carceraria»
Pannella si rivolge anche a persone di spicco e comuni cittadini perché sostengano la proposta portata avanti con il suo corpo anche in sede elettorale, manifestando fin d'ora la disponibilità a candidarsi nelle liste "Amnistia, Giustizia, Libertà". Il simbolo utilizzato per identificare le liste è ancora la Rosa nel Pugno, utilizzato per la prima volta in Italia nel 1976 dal Partio radicale (nel 1969 Marc Bonnet aveva disegnato la rose au poing per il Partito socialista francese) e ripreso più volte, fino all'ultimo uso intensivo nel 2006, per la lista presentata insieme ai socialisti di Boselli. Le parole scelte questa volta per accompagnare l'immagine molto forte ed evocativa della rosa sono forse le più "imponenti" che i radicali abbiano mai utilizzato: meritano, se non altro, rispetto da parte di tutti.