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venerdì 13 giugno 2025

Più Uno, se il progetto di Ruffini richiama subito l'Ulivo

L'effetto del passato che si riaffaccia, o almeno l'impressione che sia così, in francese ha il suono morbido - pure se contratto - del déjà vu. Meno morbida e meno poetica, ma sempre più diffusa è la sensazione di "già visto" in campo politico. Sarà che spesso riappare chi - anche solo per poco tempo - ha fatto parte delle cronache, dei commenti e persino dei "retroscena", sarà che le proposte di programma su vari temi raramente sono originali (ammesso che ciò sia possibile e, soprattutto, ragionevole) e che persino i nomi e le grafiche con cui ci si dovrebbe distinguere finiscono spesso per somigliarsi; sta di fatto che molte persone credono sovente di trovarsi di fronte all'ennesimo politico o partito fotocopia. Quel giudizio, ovviamente, può essere  tanto ingeneroso quanto devastante, potendo minare dall'inizio la strada di un progetto politico. 
In certi casi però la memoria dei #drogatidipolitica si attiva immediatamente ed è difficile lasciare da parte il pensiero che quell'attivazione sia stata espressamente voluta da chi ne ha creato le condizioni. Difficile pensare a qualcosa di diverso, in particolare, guardando la grafica, diffusa solo qualche manciata di ore fa, per il progetto politico legato al nome di Ernesto Maria Ruffini, sino alla fine dello scorso anno direttore dell'Agenzia delle entrate, dimessosi  senza risparmiare polemiche verso chi dipingeva la scelta di combattere l’evasione come "una scelta di parte e addirittura qualcosa di cui vergognarsi". Già prima delle dimissioni si era iniziato a parlare di Ruffini come persona potenzialmente in grado di "riorganizzare un centro, dare forza a un centro del centrosinistra, diventare l'atteso 'federatore' del campo largo" (così aveva scritto Marco Iasevoli su Avvenire). Dopo le smentite, è arrivato un atto concreto: il 1° marzo è stata costituita l'associazione Più Uno, con sede a Roma in viale Carso, avente tra i suoi scopi, come si legge all'art. 3 dello statuto, "attivare, convogliare e catalizzare lo straordinario potenziale civico esistente nel nostro paese e mettere in rete esperienze di impegno civile, impegno che è necessario per dare una prospettiva condivisa alle sorti del nostro sistema democratico", nonché "favorire l'impegno sociale e far riscoprire i legami e le responsabilità verso la comunità, quali fondamento di libertà e orizzonti in grado di superare i confini e destini dei singoli", sostenere "la costruzione di una società improntata al bene comune e al benessere collettivo, impegnandosi fin da subito a creare spazi di confronto e proporre nuove idee" per migliorare la qualità del dibattito politico, riavvicinare i cittadini al confronto civile e alla partecipazione. Tutto ciò vedendo nell'integrazione europea "l'unico percorso perseguibile di pace e benessere del popolo europeo, [...] in cui l'Italia deve tornare ad essere protagonista ai capofila ispirandosi ai principi fondamentali alla base della nostra costituzione" e volendo valorizzare "lo straordinario lavoro di organizzazioni no-profit che ogni giorno sostengono le crepe sociali e le fragilità umane nelle periferie delle città e affrontano anche le problematiche che attraversano i centri della città".
Fin qui e nei molti altri propositi non è difficile ritrovare le caratteristiche di un progetto politico (nel senso più ampio e, volendo, più nobile del termine) di matrice cristiana e democratica: ciò non stupirebbe nemmeno troppo, anche considerando che il padre di Ruffini, Attilio, era stato a lungo deputato della Democrazia cristiana e che uno dei fratelli, Paolo, come giornalista ha avuto una lunga esperienza alla guida - oltre che di Rai3 - di Tv2000 e del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Poi però lo sguardo cade sulla grafica che è stata scelta per il nome dell'associazione: appena si vedono quelle sei lettere in carattere bastoni blu e con l'accento rosso, è quasi impossibile non ripensare subito all'Ulivo concepito visivamente per Romano Prodi da Andrea Rauch nel 1995 (la genesi è stata raccontata a questo sito dallo stesso autore con dovizia di particolari). 
Ancora di più, riesce quasi impossibile credere che quel rimando non sia stato scientemente voluto. Innanzitutto la costituzione dell'associazione Più Uno va di pari passo con la pubblicazione del libro omonimo, edito da Feltrinelli, dal contenuto chiaramente politico. Il carattere impiegato in copertina (New Century Schoolbook), tuttavia, è coerente con quelli impiegati dall'editore per tanti altri suoi volumi; è invece ben diverso dal Futura Black usato ora per comporre il logotipo dell'associazione e anche i colori che tingono il testo somigliano davvero moltissimo al blu e al Rosso senti da Rauch nel 1995. A onor del vero, il sito più.uno riporta una grafica simile a quella della copertina, con i cerchi colorati che si sovrappongono (a qualche drogatodipolitica incallito potrebbe tornare in mente anche il varo grafico di Italia unica di Corrado Passera, ma l'esito un poco felice ne sconsiglierebbe il richiamo).
La sensazione che il rimando alla stagione rivista sia tutt'altro che casuale aumenta considerando le parole pronunciate da Ruffini alla sua ultima partecipazione a DiMartedì, il 10 giugno, intervistato da Giovanni Floris: "Son cresciuto con i comitati per l'Ulivo: sono stati una stagione straordinaria, senza nulla togliere ai partiti". Lo stesso strumento immaginato "per riportare le persone a partecipare, a sentirsi coinvolte, ad essere in qualche modo partecipi di un sogno futuro", vale a dire i Comitati "Più Uno", che Ruffini vorrebbe far nascere in ciascuna delle province italiane per essere promotori "di partecipazione politica, di discussione e di voto consapevole", non possono che ricordare i Comitati per l'Italia che vogliamo alla base dell'esperienza prodiana citati dallo stesso ex direttore dell'Agenzia delle entrate.
Chi conosce e ricorda bene le vicende della politica italiana successiva nel 1994, del resto, sa bene che le parentele grafiche con l'Ulivo non costituiscono certo una novità. Nel 1999, infatti, pochi mesi dopo la caduta per un voto del suo (primo) governo, Romano Prodi si convinse a costituire un proprio partito in tempo per partecipare con una lista alle elezioni europee, un po' per andare alla conta (a dispetto dei piani altrui) e un po' per preparare il futuro. Alla fine si decise - probabilmente su indicazione di Arturo Parisi - di utilizzare l'asinello come simbolo per il nuovo partito-lista e di usare il nome "i Democratici", senza alcun riferimento esplicito all'Ulivo (da ricostruire con il tempo); nonostante questo, all'agenzia Advcreativi di Ancona che fu incaricata di dare forma al simbolo fu abbastanza chiaro fin dall'inizio - come ha dichiarato a questo sito il suo fondatore, Francesco Cardinali - "che il lettering del simbolo doveva restare lo stesso dell'Ulivo".
L'Ulivo fu comunque recuperato nel 2001 per contrassegnare la coalizione guidata da Francesco Rutelli (che non ebbe però la stessa fortuna del 1996) e nel 2004 con una leggera variante - Uniti nell'Ulivo, con il ridisegno del simbolo affidato a Bruno Magno - per distinguere alle europee la lista unitaria di Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei. Nel 2005, però, nell'ultimo anno della legislatura, si iniziarono a scaldare i motori per le regionali dello stesso anno e guardando soprattutto alle politiche dell'anno successivo: si iniziò quindi a preparare una coalizione larga, anzi larghissima, che potesse contenere tanto Fausto Bertinotti quanto Clemente Mastella. La leadership di Prodi sarebbe stata confermata in autunno con le primarie della coalizione, ma già il 10 febbraio fu presentato pubblicamente il simbolo dell'Unione, con l'emiciclo parlamentare tinto dei colori dell'arcobaleno e il nome scritto con lo stesso carattere dell'Ulivo, ma stavolta colorato di verde (ma sempre con un apostrofo rosso, tutto obliquo stavolta).
E se alla scelta del nome pare abbia lavorato Annamaria Testa a Milano, a dare forma al simbolo era stata ancora una volta la Advcreativi di Cardinali, che sull'Unità dell'11 febbraio 2005 (il giorno dopo la presentazione del nuovo emblema) aveva concorso a spiegare la genesi della grafica. Grafica arcobaleno che paradossalmente finì sulle schede delle elezioni regionali del 2005, ma non su quelle delle elezioni politiche del 2006 (tranne che in Alto Adige e nella circoscrizione Estero), visto che la nuova legge elettorale consigliava di colpire in coalizioni multiliste.
Dopo quell'evento elettorale - e il naufragio del secondo governo Prodi - rimase solo il rametto dell'Ulivo, inserito obtorto collo nel simbolo del Partito democratico da Nicola Storto (e mantenuto fino a oggi contro la volontà di colui che lo disegnò, cioè Rauch). Ora che il Pd non è più quello di Matteo Renzi ma continua a essere oggetto di critiche, soprattutto da parte dei moderati, sembra pronto a partire qualcuno che spera di intercettare - come federatore o ricostruttore - varie sensibilità dell'area progressista, magari rievocando lo spirito del 1995-96 anche grazie ai colori. Chissà se Più Uno diventerà partito e se i colori dell'Ulivo conviveranno con quel che resta del rametto in due simboli diversi...

sabato 1 ottobre 2022

Per fare il nuovo Pd ci vuole un simbolo (ma serve un'identità chiara)

Nessuno dei commenti sul risultato elettorale del 25 settembre ha classificato il Partito democratico tra i vincitori di questa chiamata alle urne; ne, del resto, poteva essere altrimenti. Il 19,07% ottenuto alla Camera è ben più basso del 33,18% del Pd di Walter Veltroni del 2008 (che perse) e del 25,43% del Pd di Pierluigi Bersani del 2013 (che "non vinse"); è di poco più alto del 18,76% ottenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi nel 2018, ma allora quella percentuale era frutto di 
6.161.896 voti, mentre ora le schede con la croce sul Pd sono state 5.356.180.
Nella prima conferenza stampa seguita al voto, il segretario dem Enrico Letta ha parlato di risultato insoddisfacente (pur nella sostanziale tenuta, a fronte delle flessioni significative di altri partiti di rilievo) e della necessità di un percorso accelerato verso il nuovo congresso, con lui che non si candiderà alla segreteria. Si è trattato del primo segno di rinnovamento, che ne preparava altri, in forma di auspicio e non solo. Questi ieri sono stati condensati nella lettera rivolta alle iscritte e agli iscritti "sul Congresso Costituente del Nuovo Pd" (così si legge nel sito del partito) e diffusa attraverso i canali demDi seguito il testo della lettera, che sembra opportuno riportare per intero:

Carissime e carissimi,
sono passati pochi giorni dal voto che ha sconvolto gli equilibri politici italiani ed europei e sento la necessità di rivolgermi a ciascuno di voi per ringraziarvi dello straordinario impegno profuso in questa durissima campagna elettorale.
Abbiamo perso. Ne usciamo con un risultato insufficiente, ma ne usciamo vivi. E sulle nostre spalle c’è oggi la responsabilità di organizzare un’opposizione seria alla destra. 
Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi. Le basi per ripartire ci sono. Pur avendo subito la concorrenza di chi ci ha preso di mira con inusitata asprezza, con il dichiarato obiettivo di mettere in discussione la nostra stessa esistenza in vita, siamo il secondo partito italiano, la forza guida dell’opposizione e uno tra i maggiori partiti riformisti e progressisti europei. E ciò in un contesto nel quale tutte le forze politiche principali, tranne FdI, hanno perso molti o moltissimi consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche. Oppure ottenuto risultati molto inferiori rispetto ai proclami. 
L'esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità - non torno qui sulle responsabilità - di presentarci con un quadro vasto di alleanze. La legge elettorale, profondamente sbagliata e che abbiamo provato invano a cambiare, favorisce chi le realizza. La destra, pur con tutte le sue divisioni, si è coalizzata e ha prevalso nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, ottenendo così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ad essa non corrisponde una maggioranza nel Paese: ciò accresce il nostro dovere di organizzare una opposizione dura e intransigente sui valori e sulle politiche, sempre nell’interesse generale dell’Italia e delle istituzioni repubblicane.
Allo stesso tempo, in questa campagna scandita da insidie e veleni, si sono manifestati evidenti i limiti della nostra proposta ed è emersa una mancanza molto grave di capacità espansiva nella società italiana. Sono limiti che ci obbligano a un confronto serissimo e sincero tra di noi. 
Perché il Pd, per sua stessa natura, deve essere un partito espansivo e largo. Se manca questa aspirazione entra in crisi la sua ragione d’essere. Per questo dobbiamo essere pronti a rimettere tutto in discussione. Ora possiamo farlo, dopo potrebbe essere troppo tardi. 
Fermarsi a enunciare le tante, pur legittime, ragioni consolatorie per un risultato che comunque ci assegna il ruolo di guida dell’alternativa sarebbe sbagliato. Non è questo l’atteggiamento col quale ho voluto interpretare il mio compito di guida del PD. E non sarà questo il modo con cui vivrò questa fase. 
Quel che vi propongo è di accettare di entrare in profondità nei problemi per risolvere i nodi che ci bloccano e poi, a partire da questo sforzo genuino e determinato, di scegliere insieme la nuova leadership e il nuovo gruppo dirigente.
Abbiamo bisogno di un vero Congresso Costituente. Per questo vi chiedo di partecipare con passione e impegno, accanto ad altri che spero vorranno raggiungerci per fare insieme un percorso che, come proporrò alla Direzione convocata per la prossima settimana, dovrebbe essere articolato in quattro fasi. 
La prima sarà quella della "chiamata". Durerà alcune settimane perché chi vuole partecipare a questa missione costituente, che parte dall’esperienza della lista "Italia Democratica e Progressista", possa iscriversi ed essere protagonista in tutto e per tutto. 
La seconda fase sarà quella dei "nodi". Consentirà ai partecipanti di confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere. Quando dico tutte, intendo proprio tutte: l’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione. E quando parlo di dibattito profondo e aperto, mi riferisco al lavoro nei circoli, ma anche a percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche. 
La terza fase sarà quella del "confronto" sulle candidature emerse tra i partecipanti al percorso costituente. Un confronto e una selezione per arrivare a due candidature tra tutte, da sottoporre poi al giudizio degli elettori. 
Infine, la quarta fase, quella delle "primarie". Saranno i cittadini a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto. 
Tutto può svolgersi a regole vigenti. E quindi può iniziare rapidamente. È un percorso aperto che può e deve coinvolgere, oltreché i nostri mondi di riferimento, anche il paese intero, dimostrando a tutti la forza e l’utilità di un partito-comunità, contrapposto ai tanti partiti personali che abitano oggi la nostra scena politica. 
Infine, è un percorso che concilia l’urgenza di affrontare i nostri problemi con la indispensabile rigenerazione del gruppo dirigente. Contenuti forti e volti nuovi sono entrambi necessari. Gli uni senza gli altri rischiano di trasformare il Congresso in un casting e in una messa in scena staccata dalla realtà e lontana dalle persone. Se non li bilanciamo con attenzione, ci trasformiamo definitivamente nelle maschere pirandelliane che evocai nel mio ormai lontano discorso del 14 marzo 2021. 
So che vogliamo tutti evitare questo epilogo. So che vogliamo tutti arrivare presto a un nuovo Pd e a una nuova leadership. 
Se ci muoviamo insieme in questa direzione, con coraggio e tempismo, dimostreremo di essere capaci di tornare in sintonia con le attese del Paese. 
Vi chiedo di credere in questo progetto e di esserne protagonisti attivi seguendo le indicazioni che usciranno dal dibattito della Direzione convocata per giovedì 6 ottobre. 
Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel "noi collettivo" che è molto meglio della somma dei tanti io. Questa è la grande forza del Partito Democratico. Questa è la nostra missione.

I contenuti politici sono certamente rilevanti in questa lettera aperta. A chi frequenta questo spazio, tuttavia, non può sicuramente sfuggire quanto scritto da Letta parlando della seconda fase del percorso costituente, quella dei nodi: quella in cui coloro che parteciperanno potranno "confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere", includendo "l'identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l'organizzazione". Sì, anche il simbolo. Una discussione e un confronto, peraltro, da non limitare agli organi rappresentativi nazionali del partito, ma da portare con un "dibattito profondo e aperto" nei circoli dem, come pure in "percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche". Già questo sarebbe oggettivamente un tratto di novità: fino a questo momento si era parlato in modo sommario, non diretto, di possibili cambi di nome o di simbolo, ma sempre come operazioni interamente gestite dal vertice, senza discussione con la base. Giusto per rinfrescare la memoria, se n'era parlato all'inizio del 2020, poco prima delle regionali in Emilia-Romagna, quando l'allora segretario Nicola Zingaretti aveva dichiarato alla Repubblica "Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito", lasciando presagire che ci si doveva aspettare una denominazione e un fregio politico nuovi; il deflagrare dell'era Covid-19 ha suggerito di mettere da parte questi progetti per occuparsi di altro, senza che per questo la vita del Pd sia stata meno travagliata (lo stesso arrivo di Letta alla segreteria è figlio di quella stagione).
Anche in precedenza, del resto, più di una voce - a volte con nome e cognome, più spesso indistinta e legata a rumors - si era levata per suggerire di mettere mano al nome e, già che ci si era, di ritoccare poco o molto anche il simbolo (in modo permanente e non solo con riferimento alla singola tornata elettorale). Su questo sito, ad esempio, tra il 2016 e il 2017 si era parlato almeno in un paio di occasioni della possibilità di dimezzare il nome del partito, chiamandolo solo "Democratici", anche se quell'etichetta non era affatto nuova. Nessuna persona che appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica, infatti, può seriamente avere dimenticato che i Democratici era la creatura politica di Romano Prodi e Arturo Parisi, nata nel 1999 in vista delle elezioni europee: come simbolo Francesco Cardinali (AdvCreativi) aveva realizzato un asinello che guardava all'iconografica classico-satirica dei dem degli Stati Uniti, ma nello stile ricordava piuttosto l'asinello cartoon di Pinocchio nella versione Disney. Ancora prima, a metà del 2010, quando non erano ancora passati tre anni dalla fondazione del Pd, Debora Serracchiani sul Post aveva bollato quello del suo partito come un "asettico marchio-logo" che aveva sostituito "simboli identitari di fortissimo impatto" (scudo e falce-martello), di cui frattanto avevano preso il posto "gentili e rassicuranti simboli vegetali" (ci torniamo tra poco).
Ora, qui si sta parlando di rinnovare il Partito democratico e la sua guida - si può, per una volta, evitare di parlare di leadership? - insieme alla classe dirigente, e non di costituire un nuovo soggetto politico (anche se le persone più scaramantiche avrebbero preferito questa soluzione, nella speranza che fosse necessario darsi una casa nuova per lasciare dietro le spalle tutte le storture e i difetti di quella vecchia); l'intenzione comunicata da Letta, in ogni caso, non sembra meramente "di facciata" e, soprattutto, non deve essere così se vuole sperare di avere qualche effetto positivo per il partito stesso. 
Certamente i confronti sul nome e sul simbolo riguardano gli aspetti più legati all'immagine del partito, dunque quelli più visibili e delicati: il fatto che proprio il segretario dichiari pubblicamente che i segni distintivi del Pd possono essere messi in discussione dalla base del partito stesso sembra dimostrare che la fase di cambiamento, di passaggio è autentica. Se negli ultimi anni le modifiche ai simboli sono state sostanzialmente frutto di scelte 'dall'alto', operazioni pensate e volute dai vertici per un riposizionamento politico (con un coinvolgimento della base ridottissimo o pressoché nullo), forse la situazione in cui ora versa il Pd ricorda di più quelle - assai travagliate - che hanno interessato il Pci e il Msi, anche se in entrambi questi casi si era di fronte a un radicale mutamento ideale, i cui impulsi erano venuti interamente dai vertici, anche in materia simbolica.
Tornando alla transizione che riguarderà il Partito democratico, nei pensieri scritti da Debora Serracchiani dodici anni fa si ritrovano due parole chiave su cui concentrarsi ora per capire meglio la situazione, cioè "simbolo" e "identitario". Non è un mistero che, nel corso degli anni, si siano registrati vari segni di insoddisfazione nei confronti dell'emblema realizzato nel 2007 da Nicola Storto, allora 25enne creativo da poco entrato nell’agenzia Inarea di Antonio Romano. Quando fu intervistato da questo sito, Storto spiegò che il committente - il Pd di Veltroni - aveva espressamente chiesto "un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani". Per assurdo, l'aver rispettato in pieno quelle 'regole d'ingaggio' creando un fregio basato sul lettering delle iniziali del partito e sul tricolore ha comportato un problema: quello del Pd, infatti, è sempre stato vissuto come marchio o come logo, non come simbolo, per la mancanza al suo interno di un'immagine definita, un soggetto in cui riconoscersi. 
Un'immagine, a dire il vero, c'era e c'è, per quanto piccola: ci si riferisce, ovviamente, al rametto di ulivo posto sotto al logo tricolore, assente nei primi studi del simbolo di Storto, ma inserito su pressante invito dei committenti (sempre l'autore spiegò al sottoscritto che si trovò "la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole"). Quelle richieste, in fondo, si possono capire: la scelta di richiamare nel fregio politico del Partito democratico 'l'antenato' all'origine di quella forza politica - dunque l'Ulivo che Romano Prodi aveva voluto nel 1995 - finiva per ricordare un altro passaggio storico precedente (che pure fu realizzato in condizioni diverse, come evoluzione di un unico partito e non con la sostanziale unione di due strade politiche diverse). Quando infatti il Partito comunista italiano, tra il 1990 e il 1991, scelse di trasformarsi nel Partito democratico della sinistra, non aveva abbandonato del tutto il fregio tradizionale: era stato un modo per rendere chiaro che il Pds era lo stesso soggetto politico (e giuridico) che si chiamava prima Pci e per impedire a chi non condivideva il nuovo corso ideale di appropriarsi degli antichi segni (come in effetti tentò di fare il gruppo che poi si sarebbe denominato Rifondazione comunista). La doppia bandiera con falce e martello, tuttavia, era stata posta da Bruno Magno - come ha raccontato lui stesso anche su questo sito - alla 'base' di un vero simbolo, cioè l’albero della sinistra, che pure da più parti fu subito 'battezzata' come una quercia: si era trattato di un'immagine chiara, che aveva avuto un ruolo e un impiego nella storia della sinistra e nel corso degli anni tante persone si sono riconosciute e identificate, anche sul piano ideale. 
Com'è noto, il simbolo del Pci smise di coprire parte del tronco della 'quercia' nel 1998: in quell'anno il cammino di evoluzione conobbe un'altra tappa con la costituzione dei Democratici di sinistra e fu sempre Magno a sostituire falce e martello con la rosa del Partito socialista europeo, nel quale i Ds - in continuità con il Pds - si collocarono. Tornando al Partito democratico invece, è facile notare che il Pd di oggi non è identico al Pd delle origini per idee, posizioni e guida (anche se non mancano tratti comuni e varie persone sono rimaste, le modifiche conosciute in quindici anni di attività sono parecchie) e non è nemmeno identico all'Ulivo del 1996 o del 2006, eppure il rametto è rimasto dov'era stato collocato nel 2007. Non è affatto un caso, come sa chi conosce da anni questo sito, che alla fine del 2013 Andrea Rauch, vale a dire colui che aveva creato il simbolo dell'Ulivo per Romano Prodi (poi 'narrato' insieme ad Alessandro Savorelli) basandosi su un ramoscello di ulivo che aveva personalmente strappato da un albero vicino alla sua casa di campagna, avesse chiesto all'allora segretario dem Matteo Renzi di rimuovere il rametto dal simbolo, un po' per la perdita di legame tra Pd e Ulivo, un po' perché quella miniatura era quasi illeggibile all'interno del nuovo logo (che anzi ne veniva 'sporcato'). La richiesta di Rauch non è stata esaudita, né da Renzi, né da chi è venuto dopo di lui.
Volendo tirare le somme (e parafrasando Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo e Gianni Rodari), per fare il "nuovo Pd" ci vuole un simbolo, ma un simbolo vero, ben identificabile - anche sul piano figurativo - e in cui potersi riconoscere, in grado di suscitare emozioni e non 'sacrificato' all'interno di un logo più anonimo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi e non solo perché creare un simbolo per un partito - come si è visto abbondantemente nel corso degli anni - è un lavoraccio. Il fatto è che, continuando sul sentiero rodarian-endrighiano, "per fare un simbolo ci vuole un'identità", per giunta definita con una certa chiarezza (nei suoi contenuti e nei suoi confini), altrimenti la missione di chi deve creare il segno grafico diventa praticamente impossibile. Qui si tocca indubbiamente un tasto assai dolente, perché l'identità rappresenta un problema con cui il Partito democratico ha fatto i conti fin dalla sua nascita (e, se possibile, anche prima) e che ciclicamente - tra "ma anche", battaglie sui valori e cambi di vertice - si è ripresentato. Se non si affronta seriamente e con senso di responsabilità la questione, diventa impossibile dare un simbolo al "nuovo Pd"; di più, sarebbe inutile persino cambiare del tutto il contenitore, perché ci si porterebbe dietro il 'difetto di fabbricazione' maggiore del Partito democratico. In un caso o nell'altro, si rischierebbe una sconfitta - grafica e ideale - in partenza: almeno in politica, prima di decidere la foto da mettere sulla carta d'identità, è essenziale mettersi bene d'accordo su come riempire il documento.

sabato 23 dicembre 2017

Insieme, dell'Ulivo restano solo le foglie (per prudenza)

Una regola non scritta in materia di contrassegni elettorali? "Partita finisce quando arbitro fischia"La massima del venerato maestro Vujadin Boškov è già stata ospite in questo sito, generalmente per dire che i simboli presentati prima che la campagna elettorale inizi sul serio possono dissolversi anzitempo; in questo caso, tuttavia, si intende sottolineare che gli emblemi - pur resistendo - possono essere ritoccati fino all'ultimo momento disponibile, ossia quello del deposito presso gli uffici elettorali competenti (e a volte anche dopo, se a chiederlo sono gli stessi uffici o i giudici). 
Alla presentazione dei fregi elettorali mancano ancora meno di tre settimane, ma qualcuno ha già pensato di cambiare il simbolo di Insieme, quello presentato da Psi, Verdi, Area civica e ulivisti. La notizia è stata data sui siti della lista "Insieme 2018" e del Partito socialista, con tanto di nota ufficiale diramata dai promotori del progetto politico-elettorale:
I promotori della Lista di ispirazione ulivista 'Insieme', Angelo Bonelli, Riccardo Nencini e Giulio Santagata hanno oggi visionato ed approvato il piccolo restyling del simbolo della lista: "Abbiamo pensato che il ramoscello avrebbe potuto ingenerare confusione al momento del voto, per questo abbiamo deciso che il richiamo all'esperienza dell'ulivo potessimo lasciarlo con le foglie. In questo caso per noi le foglie sono sostanza e contenuto. Ma stanno lì anche per indicarci la strada: lavorare per l'unita del centrosinistra, come auspicato da Romano Prodi anche nell'ultimo suo messaggio, nel quale ci ha incoraggiato sottolineando che 'conta l'ispirazione ulivista' e aggiungendo di essere sicuro 'che questa iniziativa possa dare un utile contributo'.""Siamo consapevoli che l'obiettivo comune di tutti i nostri compagni di strada sia quello di sconfiggere il populismo e la destra. 'Insieme' è nata per influenzare le politiche di governo del centrosinistra e siamo convinti che la coalizione sia l'unica strada percorribile e giusta". Lo hanno spiegato Bonelli, Nencini e Santagata licenziando il simbolo definitivo. 
Si temeva, dunque, una possibile confusione al momento del voto e, dunque, anche possibili accuse di avere messo in campo una "furbata" per recuperare qualche voto in più. Senza bisogno che si arrivasse alla fase del voto, tuttavia, la scelta di non presentare esattamente lo stesso ramo che aveva caratterizzato l'Ulivo evita fin dall'inizio che possa sorgere qualche controversia presso il Viminale sull'eventuale confondibilità tra contrassegni. Si era detto che l'uso del rametto disegnato da Andrea Rauch era stato concesso direttamente dall'associazione I Democratici, di cui è legale rappresentante Arturo Parisi (ma forse no, visto che tre giorni fa su Repubblica si leggeva in un articolo di Giovanna Casadio che "è assai probabile che non ci sia neppure il ramoscello d'Ulivo, che è il marchio politico della lista, dal momento che l'Associazione che ne detiene il brand, costituita da Romano Prodi, Arturo Parisi, Franco Monaco e Marina Magistrelli, presieduta dall'avvocato Mario Epifani, ha diffidato i neo ulivisti dall'uso"); soprattutto, però, il Pd è presente in Parlamento dal 2008 e da allora ha sempre avuto il rametto ulivista nell'emblema, dunque qualche problema di confondibilità (non lamentato dal Pd, ma sollevato dal Ministero nell'interesse dell'elettore, a norma dell'art. 14, comma 6 del testo unico per l'elezione della Camera) si sarebbe potuto porre.
Oltre a togliere il ramo, si è deciso di spostare le foglie nella parte destra del contrassegno, ponendole sopra la "e" di "insieme": in questo modo, tra l'altro, sulla seconda "i" (che nascondeva in parte il rametto, per cui la rinuncia a questo non è nemmeno troppo pesante) è diventato necessario ripristinare il puntino, colorato di rosso come per quello della prima lettera. Si deve in ogni caso ammettere che, anche senza legnetto, ridotto di dimensioni e decentrato, l'Ulivo è comunque visibile (benché sulla scheda finisca per misurare pochi millimetri) e l'equilibrio generale della composizione non risulta alterato. Altri problemi non ce ne dovrebbero essere, dunque il simbolo di Insieme può considerarsi definitivo: unica preoccupazione, ora, sarà raccogliere voti e portarli alla coalizione.

giovedì 14 dicembre 2017

Psi, Verdi e civici "Insieme" e rispunta l'Ulivo

Dopo il ritiro di Giuliano Pisapia e del suo Campo progressista - e in attesa di sapere se Emma Bonino e Riccardo Magi riusciranno a raccogliere le firme per presentare la loro lista di PiùEuropa - da oggi accanto all'emblema del Pd c'è almeno un altro simbolo quasi certo: quello della lista Insieme, che si propone di raccogliere il consenso degli elettori socialisti, ambientalisti e persino - cosa che non mancherà di suscitare interesse - di coloro che ancora si ritengono o sono definiti "prodiani".
A parlare è proprio il contrassegno elettorale in sé, che è stato presentato questa mattina a Roma. I drogati di elezioni potrebbero facilmente ricordare che per la prima volta si appresta a comparire sulle schede elettorali nazionali, anche se miniaturizzato, il simbolo del Partito socialista italiano di Riccardo Nencini (l'ultima apparizione nel 2008, a dire il vero non troppo fortunata - poco al di sotto dell'1% - era stata del quasi identico simbolo del Partito socialista, ancora guidato da Enrico Boselli, con un nome più corto e senza tricolore): proprio la presenza della "pulce" del Psi, tra l'altro, dovrebbe consentire alla lista di essere esentata dalla raccolta firme, vista la presenza consolidata al Senato del gruppo Per le autonomie - Psi - Maie (sperando che il Maie non ambisca allo stesso beneficio); mancava invece dalle europee del 2009 il simbolo della Federazione dei Verdi, quando fu utilizzato - accanto alla rosa del Ps-Pse - per esentare dalle firme la (non fortunata) lista Sinistra e libertà, ma al successivo turno elettorale per l'Europarlamento il sole che ride era comunque presente all'interno della lista Verdi europei (altrettanto sfortunata).
Al di là dei simboli appena citati (accanto a quello dell'Area civica volta a rappresentare le candidature di sindaci ed esponenti della società civile, a partire da Massimo Zedda: si tratta di ciò che resta dell'area Pisapia e il colore arancione non è scelto a caso), anche chi non si ritenesse a ogni effetto un election addicted, tuttavia, non potrebbe non rimanere colpito dalla decisa connotazione "prodiana" della lista - che ha tra i suoi promotori l'ex ministro Giulio Santagata - e dello stesso contrassegno elettorale. Lo dice forte e chiaro il rametto di ulivo, anzi, proprio quel rametto di Ulivo (rigorosamente con la maiuscola) creato alla fine del 1995 da Andrea Rauch e ora posto in decisa evidenza, lo dice il riferimento all'Europa nel simbolo, lo dice anche in qualche modo il nome scelto, "Insieme" - scritto tra l'altro in blu con il puntino rosso della "I", ricordando sia l'apostrofo dell'Ulivo sia la I dei Democratici, successiva reincarnazione dei prodiani. "Insieme", accanto alla parola "Italia", finisce per ricordare lo slogan "Insieme per l'Italia" posto nel simbolo dell'Ulivo nel 2001 (e chissà se è stato lasciato da parte per evitare rimandi alla sconfitta rutelliana, visto che per qualcuno inizialmente il nome usato per la nascente lista era proprio quello).
Potrebbe sembrare strano per qualcuno vedere l'Ulivo "duplicato", in miniatura nel simbolo del Pd (dove sta dal 2007 e dov'è tuttora, a dispetto delle richieste di rimuoverlo da parte del suo creatore) e molto più grande in quello della lista Insieme, al punto che i funzionari del Ministero dell'interno potrebbero anche chiedere alla lista di rimuovere il rametto, per non ingenerare confusione tra le due listeL'ipotesi è estrema, ma non del tutto infondata, visto il metro di giudizio severo impiegato in alcuni casi: alle europee del 2009, per dire, il Viminale si era impuntato anche per far rimuovere una fiammella alta tre millimetri dal contrassegno del cartello L'Autonomia, in cui era presente anche La Destra (in un anno in cui Alleanza nazionale nemmeno si presentava più), così come nel 2013 aveva momentaneamente ricusato il simbolo della Lega perché il cognome di Giulio Tremonti (nella pulce di 3L) era stato scritto con la M in evidenza e avrebbe potuto confondersi con le liste di Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente.
Il fatto che l'ipotesi sia fondata, tuttavia, non la rende comunque plausibile: dal momento che la lista sosterrà proprio con il Pd gli stessi candidati all'interno dei collegi uninominali, è molto probabile che il Ministero dell'interno scelga di non ricusare un simbolo verosimilmente concordato con i vertici dem (non è da escludere che vi sia un accordo formalizzato sulla coesistenza dei due Ulivi). Proprio il Pd, del resto, dalla lista Insieme avrebbe tutto da guadagnare: i voti dati a questa, infatti, andranno a vantaggio dei comuni candidati uninominali, mentre la lista stessa rischia di non capitalizzare i consensi ottenuti (la soglia del 3% non è proprio alla portata di questo progetto, ma non si può mai sapere). Ironia della sorte, colpisce vedere rispuntare l'Ulivo in una lista dei prodiani diversa dal Pd (nelle cui candidature si libererebbero tra l'altro dei posti), quando nell'associazione L'Ulivo il rappresentante dei prodiani - e legale rappresentante della stessa, nonché titolare del simbolo assieme al Ppi Nicodemo Oliverio e al (P)Ds Lorenzo Simula - era Stefano Ceccanti, oggi convinto sostenitore del Pd e di Matteo Renzi. Ma dal costituzionalista, a differenza di quanto capitato nei giorni scorsi dopo la comparsa di Liberi e Uguali - certamente questa volta non arriveranno moniti al non uso dell'antico simbolo creato da Rauch.

lunedì 20 novembre 2017

Nicola Storto: Il simbolo Pd nacque senza Ulivo, Renzi cambi pure tutto

L'anniversario è tondo tondo, di quelli che andrebbero festeggiati. Domani, infatti, saranno passati dieci anni dal giorno in cui, con grande gioia del segretario-fondatore Walter Veltroni, fu presentato il simbolo del Partito democratico a Roma. Sulla carta doveva essere l'inizio del sogno di chi voleva archiviare le ostilità tra gli eredi della sinistra, nella sua versione progressista, e il cattolicesimo sociale che rifiutava categoricamente l'idea di allearsi con Silvio Berlusconi. Doveva essere un partito a vocazione maggioritaria, lasciandosi alle spalle le alleanze pletoriche stile Unione; perse invece le elezioni del 2008 e non vinse quelle del 2013, dovendo occuparsi subito delle sue ferite, senza vederle guarite del tutto (riuscendo poi a impantanarsi in infinite discussioni interne e a perdere pezzi per strada).
Se in dieci anni il partito è passato dalle mani di Veltroni a quelle di Franceschini e di Bersani, poi - dopo l'interregno di Epifani - di Matteo Renzi dalla fine del 2013, non è invece mai cambiato il simbolo, costretto al più a convivere con adattamenti grafici più o meno azzeccati (molti dei quali, specie a livello locale, sono stati analizzati in questo sito). A disegnare l'emblema, nel 2007, fu il creativo molisano Nicola Storto, allora solo 25enne: dopo un decennio il simbolo - unica sua vera creazione politica - gli piace ancora, ma riconosce che politicamente si è molto deprezzato, come del resto tutti gli emblemi politici. E il partito di oggi c'entra talmente poco con il Pd delle origini e con l'Ulivo - che in origine nel simbolo nemmeno c'era - che Renzi avrebbe tutte le ragioni di voltare pagina e proporre una grafica del tutto diversa. Questo, però, assieme alla storia del simbolo, ce lo facciamo spiegare direttamente da lui.  

Nicola Storto (dal profilo Linkedin)
Nicola, dieci anni fa esatti veniva presentato il simbolo del Pd, il "tuo" simbolo. Con che occhio lo guardi adesso?
Lo vedo come un simbolo che ha poco valore, nel senso che non si parla più di emblemi, ma di personaggi. Invece che alla sinistra o alla destra si fa riferimento esclusivamente ai leader politici.
Ovviamente non è colpa del simbolo, ma della dinamica in cui questo è inserito.
Assolutamente sì. Se ci pensi, lo stesso Renzi quando fa le convention non espone il simbolo, ma la comunicazione della propria campagna promozionale: le grafiche, da "cambia verso" al trolley, non hanno più nulla a che fare con il Pd. Un po' dispiace, nel senso che i simboli dei partiti non hanno più la forza che avevano un tempo, proprio perché il partito si identifica con il personaggio e non con il simbolo.
Dal sito www.nicolastorto.com
Com'eri arrivato a disegnarlo?
Dieci anni fa lavoravo in un'agenzia, Inarea, una realtà molto forte su Roma, tra le più grandi, che si occupava esclusivamente di branding, dunque di loghi e sistemi d'identità. 
Inarea, lo stesso soggetto che nel 2001, quando si chiamava ancora AReA, curò gli ultimi aggiustamenti per la grafica della Margherita, concepita da Andrea Rauch. 
Esattamente, proprio loro. In quel periodo Inarea lavorava molto con il comune di Roma, di cui era sindaco Walter Veltroni, e ha prodotto tanto materiale di comunicazione. Quando la candidatura di Veltroni come leader del Pd e aspirante Presidente del Consiglio emerse con nettezza, fu lui a chiedere ad Antonio Romano, titolare dello studio Inarea, di realizzare il simbolo per il nascente Partito democratico: fu lì che la commessa arrivò in agenzia. Io lavoravo per Inarea da pochissimo, ero entrato a settembre e a ottobre già finii a occuparmi di quel logo, mentre alla presentazione si arrivò circa un mese dopo.
Cosa vi era stato chiesto esattamente?
Il brief era abbastanza chiaro: dovevamo realizzare un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani. Da quel momento in poi abbiamo fatto un benchmark, dunque ricerche sullo "stato dell'arte" sui vari simboli italiani ed europei, intuendo l'indirizzo grafico che si stava muovendo in quel periodo; uno dei simboli più forti era Forza Italia, il must come comunicazione, come impatto visivo, totalmente duttile, facilmente riconoscibile
Ma si può escludere che qualcuno di voi, nel concepire il logo del Pd, si sia ispirato a Forza Italia?
No, non lo possiamo escludere: in fondo i colori sono quelli della bandiera italiana. Al di là di questo, fatto quel benchmark si è iniziato a lavorare in team: eravamo molti ragazzi e ognuno portava avanti le proprie idee; ogni due o tre giorni ci si incontrava e si faceva il punto della situazione. Da lì è nato il simbolo, partendo dalle semplici iniziali. 
Dal sito www.nicolastorto.com
Tu come entrasti in gioco? 
Io ebbi l'intuizione di usare la tecnica del disegno a completamento amodale, con la lettera D che si legge dalla sua assenza. Il simbolo piacque all'interno dell'agenzia e fu portato ai dirigenti del nascente partito per una prima presentazione, assieme a varie altre proposte che erano state elaborate all'interno del team. Dopo quell'incontro ci fu una prima scrematura delle proposte sul tavolo, se ben ricordo la rosa si ridusse a tre o quattro alternative. 
Ricordi quali altre proposte erano in ballo?
C'era un simbolo che poteva ricordare un disco circolare, che si apriva e lasciava vedere all'interno una bandiera tricolore;  altri, non entrati nella shortlist, erano essenzialmente tipografici. Dopo la prima presentazione, in ogni caso, affinammo alcune delle idee in campo e formulammo altre proposte, fino a una seconda presentazione, nella quale fu scelto il mio simbolo.
Insomma ha vinto la tua idea del tratto amodale. Ma il simbolo era già come quello di adesso?
Non del tutto: il logo era costituito dalla sigla PD con sotto la scritta "Partito Democratico", era nato dunque senza l'Ulivo. Questo è stato aggiunto dopo, poco prima della presentazione ufficiale alla stampa, perché fu una richiesta espressa del cliente.
Era stato Veltroni a volere l'Ulivo?
No, in realtà non ricordo chi fosse stato ma non era stato Veltroni a insistere. Certamente fu qualcuno dei dirigenti o dei massimi esponenti del nascente Pd; poteva essere lo stesso Prodi, chissà.
Voi eravate contrari?
Non eravamo pienamente convinti, perché ritenevamo potesse "sporcare" la grafica: avevamo difficoltà a inserire questo ramoscello d'ulivo perché aveva tratto e colori diversi, nonché forme non propriamente geometriche. Dopo una serie di prove grafiche, trovammo la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole.
Tornando al nome del partito, come sceglieste il carattere?
E' una font Univers, stile condensed [dunque compresso in orizzontale, ndb]. Lo scelsi io: durante i miei studi allo Iuav di Venezia frequentai diversi corsi in cui l'aspetto tipografico era rilevante; questi mi diedero conoscenze approfondite e le misi in pratica anche in quell'occasione. Individuai così un tipo di carattere classico, non abusato, ma con una storia importante: lo aveva disegnato Adrian Frutiger, uno dei type designer più importanti del '900, autore di tante altre font rilevanti che utilizziamo ancora oggi, magari senza saperlo [come President, Egyptienne e Avenir, ndb].
A prescindere dal testo, penso che il logo che avevi ideato per il Pd sia nato e cresciuto "fuori dal cerchio", o sbaglio?
Assolutamente sì. Ovviamente l'uso principale del simbolo di partito è sulla scheda elettorale, con la necessità dunque di dargli forma circolare o, almeno, di poterlo inscrivere in un cerchio, ma volevamo comunque creare qualcosa di diverso da quello che già c'era nel panorama di allora. La nostra creazione nasceva all'interno di una griglia rettangolare, ma poteva essere inscritta in un cerchio. In questo layout il simbolo ha dei limiti per i vuoti che si creano, ma eravamo convintissimi del risultato e andammo comunque avanti così, perché il logo restava unico nel panorama di allora ed estremamente leggibile anche a distanza.
Veltroni alla presentazione del simbolo Pd
Parlavi di limiti: non sarà un caso che in seguito nei contrassegni elettorali siano stati aggiunti spesso segmenti circolari o fascette in cui magari inserire il nome del candidato.
Già, poi quando i simboli vengono utilizzati a livello locale spesso si creano disastri, perché ognuno interpreta il simbolo a modo proprio. Facemmo un manuale di identità visiva e preparammo anche alcune simulazioni che prevedevano la presenza del nome del candidato accanto al logo, ma non furono prese in considerazione. 
Cosa ricordi della presentazione del 21 novembre 2007? 
La presentazione si fece allo spazio Etoile a Roma, fui chiamato a illustrare il simbolo assieme ad Antonio Romano; ricordo che c'erano Veltroni, Anna Finocchiaro ed Ermete Realacci. Di quell'occasione ricordo vari complimenti, tante foto, pacche, abbracci e qualche intervista a emittenti locali: un momento di gloria assoluto (ride)
Non male, per chi aveva iniziato da pochissimo...
Vero, ero al mio primo incarico importante e non avrei mai immaginato di arrivare in fondo. Incarico che, in un certo senso, era arrivato del tutto a caso, poteva capitare a me come a qualunque altra persona: sono stato molto fortunato ad azzeccare la soluzione che poi sarebbe piaciuta a Veltroni, rispetto ad altre soluzioni più "costruite" e meno logiche.
Vi è stato chiesto di rimettere le mani sul simbolo o siete usciti di scena?
Usciti totalmente, ricordo che demmo tutti i materiali all'ufficio comunicazione del Pd e tutto è stato gestito lì in autonomia. Ricordo che in seguito mi chiamò soltanto un esponente Pd, molisano come me, proprio in qualità di autore del simbolo, per partecipare ad alcune iniziative sue, ma mi rifiutai.
Prima hai detto di ritenerti fortunato per la scelta della tua idea: pensi che disegnare il simbolo del Pd ti abbia portato più benefici o più problemi in seguito, magari sentendoti dire "Così giovane e già piddino"?
A parte che l'hanno detto, in effetti direi danni. Ci furono grosse critiche a livello nazionale: una delle più brutte venne da Oliviero Toscani, che disse che mi avevano regalato la tessera del Pd per fare quel simbolo, ma fu una critica del tutto gratuita. 
Ci fu poi un fatto molto spiacevole: online qualcuno, presumo della mia università, fece circolare la voce secondo la quale io, per fare il logo del Pd, avrei copiato quello di una testata online olandese, Ad New Media. Anche quella era un'insinuazione davvero gratuita, visto che l'unica somiglianza poteva essere vista in quella D amodale su fondo quadrato arancio. Da lì però ci fu il caos, il panico, sembrava fosse crollato il mondo, ma poi passò tutto e amen; io, che ero giovanissimo, subii un colpo molto forte da quella vicenda, ma ogni volta che in questo ambito della comunicazione si crea qualcosa, c'è sempre qualcuno che lamenta somiglianze o copie, un vero campo minato.
Dopo questa commessa per il Pd, ti è capitato di disegnare altri simboli o loghi politici?
Sul piano politico feci il logo per la Fondazione Craxi e, volendo allargare l'ambito, curai la brand identity per la Cisl; dopo aver lasciato Inarea, però, non me ne sono più occupato, ho fatto proprio altro.
Come hai visto cambiare i simboli dei partiti in questi dieci anni, con l'occhio del creativo?
Alcune volte in peggio, altre in meglio, nel senso che quando i dettagli sono stati più curati, il segno grafico è risultato più gradevole. Il fatto è che è molto facile arricchire di vezzi grafici i simboli, ma si rischia di perdere il concetto: tutto sta a togliere il più possibile, rendere il simbolo essenziale, asciutto e pulito, perché sia subito identificabile. Ho l'impressione che questo ultimamente manchi.
In questo decennio qualche simbolo ti è sembrato graficamente efficace?
Mi ha molto colpito per originalità il simbolo di Fare per Fermare il declino. Durò poco, nel senso che il leader si "suicidò" politicamente, però fu molto interessante con quella freccia bianca su fondo rosso. Mi è poi sempre piaciuta molto l'identity di Rifondazione comunista, per la semplicità nel segno pur nella complessità della comunicazione.
Per contro, qualche fallimento clamoroso sul piano grafico?
Francamente non mi viene in mente nulla di particolare.
Mesi fa Andrea Rauch mi disse di aver chiesto nel 2013 a Renzi, fresco segretario del Pd, di togliere dal simbolo il rametto di ulivo che aveva disegnato lui nel 1995, perché era un disturbo grafico e non c'era più legame tra Pd e Ulivo. Che ne pensi?
Credo sia una cosa giusta, giustissima. L'Ulivo non ha nulla a che fare col Pd, è un retaggio culturale di qualcosa che non esiste più.
Nelle ultime settimane erano circolate voci sulla possibilità di rinnovare in parte o cambiare del tutto il simbolo del Pd. Come la vedi?
Secondo me è giusto che si faccia un simbolo nuovo, secondo le esigenze politiche e personali di chi guida il Pd, cioè di Matteo Renzi. Lui non crede più in quel Pd, dunque ha bisogno di una comunicazione che sia più in linea con la sua posizione. 
Quali regole dovrebbe seguire chi si cimentasse nella creazione di un nuovo logo?
Credo esistano solo regole del buon gusto, unendo anche una buona conoscenza della storia della comunicazione, cosa e come è stato fatto, l'uso dei colori e delle font.
Al di là di tutto, il tuo simbolo di dieci anni fa ti piace ancora?
Sì, mi piace ancora, almeno per quanto riguarda la P e la D: il resto lo eliminerei.
E il nome?
Via anche quello: solo il logotipo tricolore, basta.

Un ringraziamento di cuore a Nicola Storto per il tempo concesso e anche per aver messo a disposizione il file di presentazione del simbolo e dell'identità visiva del Pd (2007), dal quale sono tratte le immagini prive di altra indicazione.

martedì 24 gennaio 2017

Serve un nuovo Ulivo, anzi c'è già (ma non dovrebbe esserci)

"Quella del centrosinistra unito non penso sia un'esperienza irripetibile. Non penso sia irripetibile, soprattutto dopo quello che sta succedendo. Io vedo che la gente ha bisogno di sentirsi unita in questo mondo che si disgrega, con Trump, con la Brexit, con le crepe che arrivano dappertutto. Io vedo che c'è un naturale desiderio di riunirsi ma è uno sforzo che non mi sembra impossibile". Sono bastate queste parole di Romano Prodi, tre giorni fa, nella sua Bologna, per far parlare da più parti di un possibile Ulivo 2.0: lo ha evocato il vicesegretario dem Lorenzo Guerini, unitamente al ventilato ritorno alla "legge Mattarella" ("Il Pd ritiene il Mattarellum lo strumento migliore per corrispondere alla sfida dell'Ulivo") e lo ha auspicato Pier Luigi Bersani, ritenendo che quelle siano "parole sacrosante e che sia l'ora, per chiunque la pensi così, di metterci impegno e generosità".
A dispetto di questa dichiarata coincidenza d'intenti, tuttavia, ciascuna delle due parti del Partito democratico sembra leggere l'orizzonte dell'Ulivo a modo suo: così, se per Roberto Speranza l'unità del centrosinistra si può perseguire se si rimette al centro la questione sociale e si archivia "la stagione dell'uomo solo al comando", non mancano gli interventi di chi ritiene che il disegno (neo)ulivista dei cosiddetti "nemici di Matteo Renzi" rappresenti un passo indietro rispetto a quanto già c'è, decisamente da evitare. L'ultimo in ordine di tempo è Fabrizio Rondolino, che oggi sul sito dell'Unità ha aperto con convinzione un suo articolo con queste parole: "L'Ulivo esiste già, e si chiama Partito democratico". 
In quel commento, il giornalista ricorda come lo stesso Manifesto dei valori del Pd, approvato all'inizio del 2008, dicesse con chiarezza che il partito rappresentava "lo sviluppo e la realizzazione dell’Ulivo, come soggetto e progetto di centrosinistra nel quadro di un bipolarismo maturo", ma lo faceva impegnandosi a costruire "un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario". Certamente qualcosa di diverso da quello che fu l'Unione del 2006, che fece vincere di nuovo Prodi "salvo poi sfarinarsi in meno di due anni", come dice correttamente Rondolino. 
Non si può dire però che l'Ulivo del 1996 fosse davvero eterogeneo. Il primo governo Prodi cadde col ritiro della fiducia di Rifondazione comunista, ma questa non faceva parte del "progetto Ulivo": al massimo il noto accordo di desistenza con Bertinotti può far parlare di carenza di "chiare alleanze per il governo". Era invece molto più promettente il rapporto tra i due principali attori dell'Ulivo, il Partito democratico della sinistra e il Partito popolare italiano (assieme ai "prodiani doc" dell'associazione L'Ulivo - I Democratici: non a caso, la legale rappresentanza della coalizione e ogni decisione sull'uso del simbolo era affidata congiuntamente a Stefano Ceccanti per i prodiani, Giovanni Lorenzo Simula per il Pds e Nicodemo Oliverio per il Ppi): benché si guardassero ancora un po' (troppo) con sospetto tra loro, gli eredi diretti di Pci e Dc avevano già intuito che le loro "grandi tradizioni" erano inadeguate "da sole, a costituire un nuovo quadro politico di riferimento", mentre insieme avrebbero potuto "elaborare una visione condivisa del mondo, costruendo su questa base il progetto di una nuova Italia". Le parole vengono ancora dal Manifesto dei valori del Pd, ma potevano applicarsi già agli sforzi fatti nel 1996, benché allora non si pensasse a costruire una nuova casa comune duratura.
L'Ulivo alle politiche del 1996
Questo Rondolino non lo dice, ma non sembra smentirlo, nel ricordare che l'assemblea costituente del Pd - Milano, 27 ottobre 2007 - elesse come presidente proprio Prodi; sbaglia invece nel dire che le due "principali forze politiche che avevano dato vita all'Ulivo" erano Ds e Margherita, visto che come si è detto i due protagonisti dell'Ulivo furono il Pds e il Ppi, principali "azionisti" rispettivamente dei Ds e della Margherita (per inciso, l'Unità farebbe bene a controllare ciò che pubblica, visto che una sua firma "storica" come Roberto Roscani oggi ha scritto in prima pagina che "l’ultima volta che il simbolo dell’Ulivo è comparso su una scheda delle elezioni politiche era il 2001, sedici anni fa", dimenticando clamorosamente che l'emblema è apparso sulle schede della Camera anche nel 2006). 
Tornando a Rondolino, per lui "il Pd nasce per dare forma e continuità politica" all'esperienza dell'Ulivo, "eliminandone tuttavia gli aspetti più critici (a cominciare dalla frammentazione esasperata), e ancorandosi saldamente nella democrazia del maggioritario", mentre i nemici di Renzi sembrerebbero voler costruire qualcosa che somiglia molto al contrario dell'Ulivo, alludendo "a tutto ciò che ha contribuito al fallimento di quell'esperienza, e che è stato giustamente messo da parte proprio con la nascita del Pd: la frammentazione esasperata del quadro politico, il moltiplicarsi dei 'cespugli', le 'coalizioni omnibus' che prendono i voti ma non riescono a governare, la debolezza di un leader senza partito prigioniero dei partiti che lo sostengono, una certa aria di proporzionale, le sante alleanze contro qualcuno (ieri Berlusconi, oggi Grillo) anziché per il Paese, e una cronica, strutturale incapacità a decidere per via dei veti reciproci".
Tutto ciò per Rondolino va evitato, così a maggior ragione non serve creare un nuovo Ulivo, perché ci sarebbe già. E per sostenere la coincidenza tra Ulivo (2.0?) e Pd, il giornalista suggerisce di dare "uno sguardo al simbolo per averne contezza: il ramoscello che fa capolino fra 'Partito' e 'Democratico' è lo stesso che adornava il simbolo della coalizione guidata da Romano Prodi nel 1996". Il problema, però, sta proprio in questo. Dimentica forse Rondolino che già alla fine del 2013 Andrea Rauch, il creativo che nel 1995 aveva disegnato il simbolo dell'Ulivo (a partire da un rametto di una pianta di casa sua), aveva scritto a Matteo Renzi chiedendogli di togliere dall'emblema del Pd concepito da Nicola Storto il vecchio ramo d'ulivo: questo soprattutto perché rappresentava un elemento di disturbo di pochi millimetri sula scheda elettorale, ma anche perché "Il Partito democratico di oggi è molto diverso dall'Ulivo del 1996 per intenti, strategia, programmi". A distanza di qualche anno, lo scorso giugno, Rauch ha ribadito su questo blog il suo pensiero, segno che evidentemente - a dispetto di quanto detto da Rondolino - tutta questa coincidenza tra Pd e Ulivo non c'è e non basta la permanenza del rametto nel simbolo a garantirla.