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giovedì 25 febbraio 2016

Primarie di Nichelino: i candidati si fanno (il loro) simbolo

A rigore di logica, a Nichelino, paese in provincia di Torino (qualche anno fa noto essenzialmente ai drogati di calcio, essendo la città della sezione arbitri cui si riferiva Pierluigi Pairetto, tra i fischietti più quotati negli anni '90), non si sarebbe dovuto votare quest'anno: le elezioni si erano già svolte nel 2014, dunque l'amministrazione uscita dalle urne avrebbe avuto altri tre anni davanti a sé. All'inizio di dicembre invece, il consiglio comunale ha sfiduciato Angelino Riggio e la città si è preparata al nuovo voto alla prima occasione utile.
I veleni, in realtà, precedevano l'inizio della consiliatura: Riggio aveva vinto (di poco) le primarie del centrosinistra, ma il Pd locale (all'epoca guidato dall'ex parlmentare Salvatore Buglio) aveva cercato un'altra candidatura "non divisiva" per vincere le elezioni. Riggio l'aveva presa male e si era presentato comunque ai nichelinesi, sostenuto dal Pdci e liste civiche: aveva portato al ballottaggio il candidato "ufficiale" della coalizione di centrosinistra - che comprendeva anche Sel, socialisti e Moderati - Santo Cistaro e al secondo turno proprio Riggio aveva vinto per un soffio (51% contro 49%). Le ruggini, tuttavia, non erano scomparse, anzi ne erano sorte di nuove, che hanno coinvolto il vicesindaco della giunta Riggio, Franco Fattori (anch'egli candidato nel 2014, appoggiò lo stesso Riggio al ballottaggio): la sfiducia al primo cittadino è stata solo l'ultimo atto.
La storia, ovviamente, non poteva finire lì: per questo, nei giorni scorsi, la coalizione di centrosinistra "Non fermiamo il cambiamento", già sostenitrice di Riggio, ha deciso di ricorrere di nuovo alle primarie. Stavolta "contro il Pd", come si legge nel blog Patria del Ribelle (che ripercorre anche la storia delle primarie sconfessate e della fine della giunta Riggio) e contro la mutazione genetica che lo strumento stesso delle primarie sembra avere subito ("Se vince il candidato 'prescelto' dai soliti politicanti, le primarie sono un sano esercizio democratico. Se vince il candidato 'dissidente' o non gradito, le primarie non vengono riconosciute e si sovverte l'esito democratico o si rompe l'alleanza sul nascere"): i componenti della coalizione invece "non temono le primarie, e saranno gli unici a riproporle. Dare voce ai cittadini, nella scelta del candidato sindaco, nella scelta del programma. Un esercizio di democrazia, sincero".
Anche in questo caso, ai nichelinesi il 13 marzo sarà sottoposta una scheda che riporterà solo i nomi dei candidati; ognuno di loro, tuttavia, si è comunque dotato di qualcosa che somiglia a un simbolo e che non verrà utilizzato in seguito. Giampiero Tolardo, per esempio, un emblema tondo non lo ha nemmeno preparato, ma un suo segno grafico soprattutto testuale ce l'ha: nel nome - Democratici per la Sinistra Nichelino - e nella grafica richiama chiaramente i Ds, cui Tolardo apparteneva prima di essere cofondatore del Pd a Nichelino; il nome (e la stessa struttura essenziale del logo), peraltro, rimandano anche al vecchio contrassegno di Democratici per Nichelino, lista in appoggio a Riggio nel 2014, di cui è stato capogruppo proprio Tolardo.
Qualcosa di più simile a un simbolo invece la candidata Sara Sibona ce l'ha, anche se è molto semplice e lo si vede solo in parte del materiale promozionale: né più né meno che il suo nome, scritto in una font aggraziata e simil-manuale, e sotto il suo claim, "Agire per cambiare". Il tutto è giocato sul colore rosso, quello della sinistra, ma anche della grinta femminile e della nettezza ("Niente trucchi" è l'altro motto della candidata). In effetti, una grafica come questa potrebbe essere buona per la costruzione di una lista civica aperta anche ad altre componenti, quindi non è affatto detto che questo simbolo molto bianco (come non se ne vedono da tempo nell'agone politico) sparisca rapidamente dalla circolazione.   
L'unico simbolo almeno già in parte noto, essendo circolato nelle scorse settimane, è quello adottato per la propaganda da Fiodor Verzola. Lui è membro del Partito comunista d'Italia e, non a caso, sceglie di contrassegnarsi con lo smiley sorridente, modificato come falce e martello, adottato a gennaio per la celebrazione del Giubileo Comunista a Roma. La sua è "la sinistra dell'impegno, della responsabilità", una sinistra seria ma non austera né polverosa, come il sorriso in fondo vuole dimostrare.
Sempre nell'articolo sulla Patria del Ribelle si legge che le primarie sono state convocate "sfidando tutti, a partire dal Partito Democratico, che ha già dichiarato che chiunque si candiderà contro il partito sarà cacciato via". Si vedrà col tempo se sarà davvero così; la coalizione di sinistra, in ogni caso, non si ferma. 

lunedì 8 febbraio 2016

Il nuovo Pci del Giubileo Comunista

D'accordo, in senso stretto non siamo di fronte a un nuovo simbolo, ma poteva questo sito farsi sfuggire l'occasione di parlare di un vero Giubileo Comunista, convocato proprio mentre il 90% degli italiani pensava all'altro giubileo, con base a Roma ed esteso a tutte le diocesi; qui, più che di diocesi, si potrebbe parlare di sezioni e federazioni, se solo esistessero ancora. Ed è proprio per riportarle in vita che il 23 gennaio, sempre a Roma, un gruppo di persone si è ritrovato proprio in nome del comunismo "perché l'Italia - questa è la convinzione di fondo - ha bisogno dei comunisti" e perché, se i fedeli cattolici partecipano al loro giubileo con la mente al paradiso, "noi il paradiso lo vogliamo in terra".
Ma chi sono queste persone che si sono date appuntamento - hashtag #ioPCIsono - in un circolo del Quadraro, per visitare una mostra di foto e materiale storico sul Pci, discutere, (ri)evocare e ascoltare musica? "Siamo compagni e compagne, iscritti e non iscritti a partiti comunisti e di sinistra - si legge nel loro sito - che vogliono costruire il nuovo Partito Comunista Italiano. Un soggetto non nostalgico ma nuovo, che vuole raccogliere l'esperienza del PCI e riproporla in maniera totalmente rinnovata ma con lo stesso spirito di un tempo. Un partito unico e unitario, comunista e di sinistra. Un partito dove tutti devono sentirsi a casa: lavoratori, studenti, casalinghe, disoccupati, commercianti, intellettuali, precari...".
Al fondo delle riflessioni dei promotori, che hanno iniziato a muoversi e organizzarsi a novembre, c'è una certezza: dopo la fine del Pci, "tutti i diritti e le conquiste dei lavoratori, ottenuti dopo anni di lotta durissima, sono scomparsi. Costruire un nuovo Partito Comunista Italiano è la via, per noi, maestra per tornare a lottare e a conquistare quei diritti". In un mondo in cui "ci sono tanti comunisti non comunisti (provate a parlare con la base del Pd) e altrettanti non comunisti convintamente 'comunisti' (provate a parlare con la base M5S) perché comunista per loro è solo un 'aggettivo'" c'è molto da fare. Anche perché, parafrasando Qualcuno era comunista di Gaber e Luporini, "qualcuno è comunista perché quella necessità, quella spinta, verso un mondo migliore, nuovo, non si è mai spenta". Vale per chi ha sempre seguito la falce e il martello, ma anche per alcuni di quelli che si sono riconosciuti nel Crocifisso: "Don Camillo in cor suo è un comunista, come lo è Peppone - dicono - [...] vogliamo dire a voi, cattolici che guardano con sconcerto alla falce e martello, che forse siete comunisti ma ancora non lo sapete". 
Punto primo del progetto, unirsi e non dividersi: "Non pensava forse Guzzanti, quando imitò in modo eccelso Fausto Bertinotti, che le sue parole ironiche e amare potevano essere prese alla lettera dalla sinistra italiana. Ma, incredibile, è accaduto proprio questo. La linea politica del "dividiamoci sempre di più" di Guzzanti - Bertinotti è stata presa alla lettera per anni dalla sbandata sinistra italiana. Il Giubileo Comunista vuole porre fine a questa infausta politica della divisione. Noi parliamo solo di costruire, mai di dividere. Costruire il nuovo Partito Comunista Italiano, senza nostalgie, senza settarismi, per un nuovo popolo comunista che punti al governo del paese". 
Per dare corpo al progetto del nuovo Pci occorreva naturalmente trovarsi e magari in una data significativa. Il 23 gennaio, in effetti, è stato scelto perché vicino al 21, in occasione del 95° anniversario della nascita - a Livorno - del Pci, anzi del Partito comunista d'Italia (quello originale di Gramsci e Bordiga naturalmente, non quello di Procaccini e Diliberto appena ritornato in scena). Ovviamente è stato recuperato il simbolo tradizionale del Pci, con le aste delle due bandiere in versione nera; per il Giubileo, tuttavia, è stato coniato un nuovo emblema, più marchio effimero che altro, ma pur sempre di impatto. Allo scopo, è stato preso uno smiley sorridente e l'arco del sorriso è stato debitamente taroccato, trasformato in una falce-martello, quasi a voler ricordare che il comunismo non va a braccetto con la tristezza e che non dev'essere per forza consegnato alla storia o al passato, ma può convivere con il nuovo, a modo suo.
Per sapere come sarà il nuovo Pci, se davvero nascerà, si possono ascoltare gli interventi del Giubileo; di sicuro, per qualcuno falce e martello non sono affatto arrugginiti. E, se lo sono, è ora di rimetterli in sesto.