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martedì 17 dicembre 2019

Pd, dopo le modifiche allo statuto è ancora "un partito sbagliato"? (leggendo Floridia)

Giusto un mese fa veniva ufficialmente varato il nuovo statuto del Partito democratico; per l'esattezza, entravano in vigore le modifiche alle norme interne approvate dall'assemblea nazionale - organo che ha il potere di modificare lo statuto in base all'art. 51 (già 42) dello stesso documento - tenutasi a Bologna il 17 novembre. 
Quella da poco compiuta è di fatto la quinta operazione di modifica dello statuto del Pd, nuova (e ultima?) tappa di un percorso travagliato e discusso fin dall'inizio. Proprio al complesso di regole interne dei dem era dedicato un libro uscito all'inizio di quest'anno, molto rilevante per chi studia il funzionamento, l'organizzazione e la "democrazia interna" dei partiti: il volume, Un partito sbagliato (chiaro nella tesi fin dal titolo), è stato scritto da Antonio Floridia, dal 2005 direttore dell'Osservatorio elettorale e del settore "Politiche per la partecipazione" della Regione Toscana, nonché ex presidente della Società Italiana Studi Elettorali (dal 2014 al 2017). 
Certo, un conto è il partito on books, delineato dallo statuto, e un conto è il partito in action, coi suoi comportamenti concreti. Per politologi e giuristi, tuttavia, è fondamentale occuparsi anche di ciò che si dichiara, oltre che di ciò che si fa. Questo è ben chiaro a Floridia, che infatti fin dall'inizio del suo libro chiariva:
Guardare a un modello di partito attraverso il suo statuto può sembrare un approccio riduttivo: e certamente, uno statuto riflette solo in parte l'effettiva vita di un partito e il suo modo di operare e funzionare. Tuttavia, attraverso le regole e la forma che un partito si è dato, è possibile coglierne alcune essenziali caratteristiche. L'insieme delle regole che definiscono la vita e la struttura di un partito contiene una sorta di trama normativa: ossia, un insieme di principi che ne determinano concretamente il profilo e il modo di essere. La "costituzione formale" agisce sulla "costituzione materiale" e interagisce con essa: il quadro delle regole pone dei vincoli e condiziona il modo di lavorare di un partito.
Antonio Floridia
Tutto ciò nella consapevolezza - sempre dall'introduzione - che "le stesse regole possono essere, e sono state, interpretate e 'usate' in modo diverso dalle varie leadership che si sono succedute"; ciò, però, non fa venir meno l'impianto statutario, che restava tale perché "era scritto così", ed era stato "scritto così" sulla base di determinate ispirazioni iniziali. E per Floridia il problema, o almeno una sua parte rilevante, stava proprio lì: "alcune ragioni della crisi di questo partito vanno individuate nel suo stesso impianto fondativo, nell'idea stessa di partito che ne ha segnato la nascita e accompagnato lo sviluppo", un'idea viziata "da alcune tare costitutive, che hanno pesato sulla sua attività e che si sono anzi aggravate con il trascorrere del tempo". Per l'autore, "il Pd è un partito 'sbagliato' (mal concepito e mal funzionante) per le caratteristiche del suo impianto organizzativo e per il modello di democrazia a cui si sono ispirate le sue procedure decisionali (quello della democrazia plebiscitaria che investe un leader, nazionale o locale, nda); ma anche perché ha preteso di poter fare a meno di una propria, specifica identità politica e culturale, di potersi reggere senza un patrimonio comune di idee e di principi".


Questioni di statuto, ma non tutte

A dire il vero, non tutte le criticità originarie del Partito democratico si riflettono direttamente nello statuto. Per Floridia, infatti, occorre considerare alcuni dei "miti fondativi" del Pd, già presenti in parte nel noto "discorso del Lingotto" di Walter Veltroni del 27 giugno 2007. In quelle parole, per esempio, mancava "una qualsiasi indicazione sulle parti della società italiana che il nuovo partito intendeva rappresentare": ci si rivolgeva in modo generico agli "italiani che credono nei valori dell'innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità", senza identificare chiaramente né una base affine a quella dei partiti che hanno concorso alla nascita del Pd (Democratici di sinistra e Margherita), né una nuova base liberal, cui pure quel discorso sembrava tendere. 
Come dimostrava pure il noto mantra della "vocazione maggioritaria", che rendeva la nuova creatura politica assai più affine alla Dc di un tempo (per comprendere la genesi e le criticità di quel concetto, è utile leggere le parole di Alfredo Reichlin che il libro riporta), si era scelto un modello di partito catch-all: diventava decisivo conquistare il voto dei moderati "mediani", categoria in cui non era facile inserire l'elettorato di uno dei due partiti fondatori (e forse neanche una parte della base dell'altro). Era in effetti dichiarata la volontà di un nuovo inizio rispetto alle culture rappresentate nei Ds e nella Margherita: parlare, come fece Veltroni, di "un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo" di fatto collocava i suoi retroterra culturali nettamente alle spalle, come se a essi si dovesse guardare, ma mai da troppo vicino, per non farsi ingabbiare dagli "schemi tradizionali" (parole del primo discorso del neosegretario, già incline al "ma anche").
Si sarebbero invece tradotte presto in norme statutarie (o comunque in regole interne) le affermazioni legate alle primarie come strumento e momento fondativo del Pd, partito nuovo cui "chiunque" poteva "iscriversi e candidarsi": viene da qui la definizione del Pd come "costituito da elettori e iscritti", tuttora presente nell'art. 1 dello statuto. Nelle intenzioni di Veltroni, tutti avrebbero potuto "nello stesso momento, formare un nuovo partito e decidere gli organi dirigenti e il leader nazionale"; di fatto, però, dall'inizio le regole concrete fissate dagli organi formati ad hoc (in particolare la possibilità che un candidato alla segreteria fosse sostenuto da una o più liste e che queste liste comunque fossero bloccate) posero le conduzioni per riprodurre "la struttura correntizia e sub-correntizia dei vecchi partiti", nonché la possibilità che gruppi locali forti contrattassero il sostegno a un candidato alla segreteria continuando a "comandare" il territorio.
Consegnando al passato "la forma partito che abbiamo conosciuto nel Novecento" (Veltroni, 27 ottobre 2007), per Floridia si rinunciò a determinare "un'appartenenza politica e culturale, una visione della società e delle possibili forme del suo sviluppo": ciò per la scelta di non rivolgersi a un elettorato definito e, sul piano strumentale, paradossalmente per la decisione di individuare un modello in cui "la partecipazione viene prima dell'appartenenza", indicando il "cittadino-elettore attivo" come "vero protagonista della fondazione del Pd". Da una parte, infondendo l'idea che l'elettore partecipante contasse almeno quanto l'iscritto, non si incentivarono di certo le iscrizioni; dall'altra, la vita concreta del partito dimostrò subito che l'unico vero spazio di partecipazione per i non iscritti erano le "primarie", che fossero per la scelta del segretario (nazionale o regionale) o dei candidati alle cariche politiche e amministrative (le uniche vere primarie, in realtà). Si poteva concorrere alla decisione, ma gli spazi per far partecipare gli elettori alla discussione erano ridotti al minimo. Un partito di elettori, dunque, ma "senza popolo", secondo le parole di Reichlin.


Lo statuto sotto la lente

L'art. 1 dello statuto s'intitola "Principi della democrazia interna" da quando l'assemblea costituente nazionale l'approvò il 16 febbraio 2008 (tempi duri: il 24 gennaio Prodi era caduto al Senato, il 4 febbraio Franco Marini aveva rimesso il mandato esplorativo). La scelta fu coraggiosa: il dibattito sull'attuazione dell'art. 49 della Costituzione e sul "metodo democratico" da applicare anche alle procedure decisionali interne ai partiti era sopito, ma non azzerato. Soprattutto, le prime norme di legge volte a dettare requisiti minimi di "democrazia interna" sarebbero arrivate solo alla fine del 2013: la consapevolezza di doversi dare un'organizzazione ispirata a principi democratici - e non solo per il nome del partito - era chiara dall'inizio, come la scelta di dichiararlo fin dal primo articolo dello statuto.
Per  Floridia, la definizione del Pd come partito "costituito da elettori e iscritti" (art. 1, comma 1 all'inizio; dopo l'ultimo ritocco, art. 1, comma 4) è la "chiave di volta [...] per definire il modello di partito", insieme alla scelta di affidare "alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l'indirizzo politico, l'elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali" (comma 2 originario). L'ultima affermazione è tuttora presente al comma 5 dell'art. 1, così come non sono cambiate le definizioni di iscritti ed elettori, per i quali l'art. 4 (originariamente art. 2) prevede "gradi diversificati e [...] molteplici forme di partecipazione": gli iscritti sottoscrivono il manifesto dei valori, lo statuto e il codice etico; gli elettori dichiarano "di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni", accettando di essere iscritti in elenchi diversi (solo l'Albo pubblico delle elettrici e degli elettori i secondi, anche l'Anagrafe degli iscritti e delle iscritte i primi). Floridia rileva che "l'Albo degli elettori non avrà mai una propria vita, né avrà una vita stabile"
Già parlare di "elettori" per queste persone è problematico: se ci si riferisce non a chi si limita a votare Pd, ma a chi dice di riconoscersi nel partito e di votarlo, è più opportuno un nome che dia conto del quid pluris, anche ricorrendo alle note categorie dei simpatizzanti o dei sostenitori. Profili più delicati riguardano diritti e doveri di iscritti ed elettori. Nel 1948 Leopoldo Elia, costituzionalista di pregio, allievo di Costantino Mortati e futuro presidente della Consulta, sulla rivista Cronache sociali (I partiti italiani visti attraverso i loro Statuti) scrisse che tra i "principi generali [che] caratterizzano in modo inconfondibile la fisionomia instituzionale e politica di un partito" c'era "la concezione della disciplina in rapporto ai diritti e ai doveri degli iscritti" (l'altro riguardava la possibilità per gli iscritti di influire sulla selezione dei candidati: altro punto chiave che qui rileva).  
All'art. 4, dunque, lo statuto indica diritti e doveri degli elettori del Pd (commi 4 e 6) e diritti e doveri ulteriori in capo agli iscritti dem (commi 5 e 7). Per iniziare, parlare di "doveri" in capo agli elettori appare poco coerente: questi appaiono difficilmente giustiziabili (quale verifica potrà farsi in alcuni casi? Che sanzioni si potrebbero prevedere, al di là dell'ininfluente cancellazione dall'Albo delle elettrici e degli elettori?), ma soprattutto configurano - specie nell'impegno a favorire l'ampliamento dei consensi verso il partito - una condotta che non è quella del semplice elettore, ma - di nuovo - ha un quid pluris
Per Floridia, soprattutto, non si riesce a tracciare un confine netto tra i diritti degli elettori dem e quelli degli iscritti: l'art. 4, comma 4, lettera a) dà agli elettori il diritto di "partecipare alla scelta dell'indirizzo politico del partito mediante l'elezione" del segretario e dell'assemblea. Qui si è tentato di differenziare un po': dal 2015 gli statuti regionali del Pd non potevano più consentire agli elettori di partecipare all'elezione dei dirigenti inferiori a quelli regionali; la riforma statutaria del 2019 ha riservato agli iscritti la scelta del segretario e la formazione dell'assemblea regionali, pur restando (art. 21, comma 6) la possibilità per gli statuti regionali dem di derogare e far partecipare gli elettori. Che questo sia avvenuto per dare più rilievo agli iscritti o per il disinteresse degli elettori per la scelta dei segretari regionali, è da valutare; di certo ciò non risolve la criticità indicata dall'autore.
Si deve dire poi del diritto alla candidatura a cariche istituzionali (non interne) col simbolo del Pd. La revisione statutaria di novembre ha eliminato l'ambiguità (rilevata da Floridia) per cui si esplicitava che ogni elettore aveva diritto di "avanzare la propria candidatura a ricoprire incarichi istituzionali", ma non si diceva altrettanto per l'iscritto, che avrebbe potuto genericamente "sottoscrivere le proposte di candidatura a ricoprire incarichi istituzionali". Nell'art. 4, comma 5, lettera h) ora si legge che ogni iscritto ha il diritto di "candidarsi e sottoscrivere le proposte di candidatura"; si riscontra però l'uso di due espressioni diverse, "avanzare la propria candidatura" per gli elettori e "candidarsi" per gli iscritti. Queste potrebbero essere equivalenti, configurando un identico regime per iscritti ed elettori (a poter sottoscrivere le proposte di candidatura degli elettori sarebbero comunque solo gli iscritti); poiché però lo statuto di un partito è pur sempre un testo normativo (e il giurista si interroga sempre sugli effetti di una differenza di formule, senza attribuirla in automatico all'inaccortezza o alla sciatteria del redattore), la non concordanza testuale potrebbe prefigurare un regime di candidatura più lieve per gli iscritti. Questi nelle procedure interne per la scelta dei candidati alle elezioni potrebbero proporsi direttamente, senza bisogno di  sottoscrizioni, oppure dovendone ottenere meno rispetto ai meri elettori. 
Tale soluzione non sarebbe del tutto irragionevole: lo stesso Floridia avrebbe visto di buon occhio l'idea di prevedere proposte collettive di candidatura, magari con soglie più esigenti di firme. La possibilità per i soci di candidarsi più facilmente come "prerogativa esclusiva", non condivisa coi simpatizzanti, potrebbe incentivare a iscriversi al partito, se affiancata ad altri poteri specifici degli associati; senza incentivi - nota l'autore - è difficile capire "perché mai un cittadino dovrebbe iscriversi al partito, se i poteri di cui può godere sono del tutto simili a quelli di un qualsiasi altro elettore", magari senza legami organizzativi coi militanti. E perché, una volta iscritto, quello stesso cittadino sarebbe incentivato a restare pagando la tessera, pur avendo pochi poteri in più rispetto a quelli che avrebbe pagando solo il "contributo dei gazebo". Certo, consentire agli iscritti candidature più facili non basta, perché rischia di trasformare ancor più il partito in un mezzo per arrivare alle cariche: già ora, notava Floridia, il Pd "si è sempre più trasformato in un partito di eletti o di aspiranti eletti" (quindi servirebbero pure altri incentivi, possibilmente più "nobili").
Di fatto, comunque, si è consolidata l'idea che "per contare bisogna contarsi" o, volendo, "è essenziale contarsi", con una concezione plebiscitaria e aggregativa della democrazia interna che ha messo sullo sfondo la partecipazione all'elaborazione della proposta politica. Tra l'altro, lo statuto originario del partito non citava mai il congresso, momento irrinunciabile nella vita dei partiti della Prima Repubblica e spesso della Seconda (certamente di quelli che hanno costituito il Pd): la scelta dell'indirizzo politico si esprimeva "mediante elezione diretta del Segretario e dell'Assemblea", cioè solo con un "procedimento elettorale". Le modifiche approvate un mese fa cambiano le cose: nella rubrica dell'art. 12 (già art. 9) torna la parola "Congresso" (anche la maiuscola di stile acquista peso) e si prevede di nuovo lo svolgimento di un "procedimento congressuale", che il comma 3 articola in due fasi. Nella prima le assemblee di circolo discutono "documenti politici" e "contributi tematici"; nella seconda ci si confronta e si vota sulle piattaforme che ogni candidato alla segreteria ha presentato (resta il "filtro" del voto degli iscritti e il ballottaggio tra i due candidati più votati - prima erano tre - affidato agli elettori dem).
Sparisce così l'istituto della "convenzione", similamericano e con pochissimo spazio per il confronto politico slegato dalla competizione interna (tra l'altro, potranno firmare le candidature alla segreteria e all'assemblea nazionale solo gli iscritti che abbiano sottoscritto i documenti politici messi al voto nella prima fase) e si restituisce agli iscritti la titolarità della discussione sull'indirizzo politico, che precede quella sulla guida del partitoCerto, pure con le nuove regole il partito "affida interamente il compito di eleggere la propria massima carica politica non alla propria base associativa, ma a un corpo esterno e indifferenziato di elettori" (che ora "aderiscono all'Albo [...] direttamente nelle sedi di seggio ed esclusivamente per via telematica e digitale"). 
Toccherà ai regolamenti evitare - come? - che ci si trovi ancora "di fronte alla più assoluta indeterminatezza: può votare il primo che passa, e chiunque accetti di versare un modesto obolo" e pesino gli "elettori mossi soprattutto da altri legami, [...] che li connettono al singolo esponente politico, o al dirigente che aspira al controllo del partito" di cui parla Floridia. Nel frattempo, così ha scritto Stefano Ceccanti sulle nuove procedure di scelta del segretario: "a differenza della normativa [pre]vigente in cui agli elettori si potevano presentare anche più di due candidati e in cui quindi il voto degli elettori poteva non essere decisivo, rinviando la decisione finale ad accordi in Assemblea, ora le primarie aperte diventano sempre decisive".
Un'altra modifica significativa riguarda l'assemblea nazionale (il cui presidente è anche presidente del partito): le candidature restano collegate alla candidatura alla segreteria, ma ora ogni aspirante segretario può collegarsi a una sola lista. Sparisce, dunque, per i gruppi dirigenti sul territorio "uno spazio per una competizione interna che misuri i rapporti di forze esistenti a livello locale"; le liste restano però "bloccate", senza possibilità di indicare preferenze. Il numero dei membri elettivi poi è calato (da 1000 a 600); sono aumentati quelli di diritto o indicati tra i parlamentari, che però - ad eccezione dei segretari regionali - non votano sulla fiducia o per sostituire il segretario. L'assemblea resta pletorica, come la direzione nazionale (anche se aumenta la quota dei membri "indicati dai livelli regionali [...] tra amministratori locali e rappresentanti delle federazioni provinciali e dei circoli"), quindi non svanisce il rischio che tali organi siano, come notato da Floridia, "di mera ratifica, o luoghi di una mera esposizione tribunizia dei vari orientamenti". Non sono cambiate, soprattutto, le regole sulla cessazione dalla carica di vertice e sui poteri assembleari: se il segretario si dimette l'assemblea può eleggere una nuova guida del partito ma solo pro tempore (fino alla data naturale del congresso) o autosciogliersi; in caso di dimissioni polemiche contro decisioni del partito, il nuovo segretario pro tempore deve avere la maggioranza dei due terzi dell'assemblea elettiva (e il risultato si raggiunge solo se collabora parte degli eletti nella lista del segretario dimissionario); se il segretario non si dimette, i componenti elettivi dell'assemblea possono sfiduciarlo a maggioranza assoluta, ma allora l'organo si scioglie e riparte il meccanismo congressuale. L'assemblea, dunque, sembra restare di fatto senza legittimazione autonoma anche nel nuovo testo dello statuto.


Elezioni (non sempre) primarie e candidati naturali

Particolare attenzione Floridia dava alle procedure elettorali previste nello statuto del Pd, iniziando con una doverosa precisazione: la vulgata chiama "primarie" consultazioni che non lo sono. Sono primarie, infatti, solo le procedure volte a selezionare i candidati alle cariche pubbliche, non quelle per individuare il leader del partito. In questo senso, l'unico ad aver vinto le primarie nazionali nella storia del Pd (escludendo dunque Prodi) è Pierluigi Bersani nel 2012 per le politiche dell'anno; quelle che hanno visto prevalere Veltroni nel 2007, Bersani nel 2009, Renzi nel 2013 e nel 2017, nonché Zingaretti nel 2019 non erano primarie, ma consultazioni aperte agli elettori per indicare il segretario del partito.
La tendenza a usare indiscriminatamente l'etichetta "primarie", oltre che dalla tendenza diffusa dei media a semplificare, pare sia stata generata da una disposizione che fin qui aveva caratterizzato la vita del Partito democratico: in base all'art. 5 (già art. 3), comma 1 dello statuto, "il Segretario nazionale [...] è proposto dal Partito come candidato all'incarico di Presidente del Consiglio dei ministri". Al di là della formulazione costituzionalmente poco felice - tecnicamente non ci sono candidature ma, appunto, solo proposte, nel rispetto dell'art. 92, comma 2 della Costituzione - si comprende che, per gli elettori dem e anche per molti iscritti, votare per il segretario volesse dire anche scegliere la persona che si vorrebbe alla guida del governo; la "vocazione maggioritaria" rivendicata dal Pd e i netti rapporti di forza all'interno delle coalizioni elettorali hanno completato l'opera. 
La necessaria ed esplicita identità tra il leader del Pd e l'aspirante naturale alla Presidenza del Consiglio era già stata teorizzata dal politologo Salvatore Vassallo nell'ottobre 2006, al convegno di Orvieto che aveva posto le basi del partito (ma allora si pensava a tempi di gestazione più distesi). Il suo discorso, tra l'altro, aveva preso a modello le primarie che il 16 ottobre 2005 avevano indicato Prodi come leader dell'Unione: da quell'esperienza volle trarre l'opportunità di offrire agli elettori interessati una partecipazione che "non implica[sse] una "appartenenza" troppo impegnativa" e però nel contempo avesse "un'efficacia immediata, riconoscibile, rilevante". In sostanza, si trattava di esprimere un voto diretto, puntuale e influente sulle singole candidature o su questioni tematiche, senza che ciò implicasse partecipare alla fase di discussione (di fatto riservata agli iscritti e soprattutto ai dirigenti).
L'epoca di quella sovrapposizione automatica, tuttavia, è finita. Se, com'è noto, nel 2012 l'assemblea nazionale approvò una deroga all'art. 20, comma 5 - "Qualora il Partito Democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito Democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale" - per consentire pure a Matteo Renzi di candidarsi (ne approfittò anche Laura Puppato), il voto di un mese fa ha cancellato la stessa norma (frattanto spostata all'art. 18, comma 8). In base all'art. 3, comma 1, il segretario è sempre proposto di default dal partito come aspirante capo del governo, ma - come recita un'aggiunta di novembre - il segretario, ove ritenga "che questa soluzione tuteli meglio gli interessi del Paese e del Partito", può proporre alla direzione nazionale che si indichi un diverso aspirante presidente del Consiglio; di più, in caso di primarie di coalizione per individuare il leader da proporre come presidente, "l'Assemblea nazionale stabilisce le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del Segretario nazionale, che saranno ammesse e successivamente presentate alla coalizione". Dunque il segretario potrà non essere l'unico candidato dem in caso di primarie di coalizione (anche se toccherà all'assemblea stabilire gli oneri a carico degli altri candidati), ma viene meno l'automatismo nella proposta dell'aspirante inquilino di palazzo Chigi anche nei casi in cui il Pd corra da solo o come forza trainante di una coalizione: si tratta di una modifica rilevante, ma è ancora presto per valutarne la portata.
Tornando alle primarie, lo statuto già nel 2015 aveva precisato che esse erano solo quelle relative alle "cariche monocratiche istituzionali", che ora equivalgono alle posizioni di sindaco e presidente di regione (a novembre si è eliminato il riferimento al presidente della provincia). Queste primarie possono essere di coalizione (evidentemente se richieste e consigliate dalle circostanze; l'ultima modifica ha elevato dal 20% al 30% la quota di iscritti che deve sostenere la candidatura alla competizione); ove queste non si svolgano, lo statuto prevede le primarie di partito, ma si conferma la modifica introdotta nel 2015, che non le rende obbligatorie. Anche l'ultima revisione, infatti, ha conservato la clausola per cui non si procede alle primarie ove "la decisione di utilizzare un diverso metodo, concordato con la coalizione, per la scelta di un candidato comune [...] sia approvata con il voto favorevole dei tre quinti dei componenti dell'Assemblea del livello territoriale corrispondente": resta dunque la scelta di valutare caso per caso l'opportunità di non svolgere le primarie ove ci sia l'accordo su un candidato o quello strumento possa esacerbare la conflittualità, specie a livello locale. 
Assai significativa, nonché indice di un ulteriore affievolimento del ruolo assegnato alle primarie nel Pd, è una delle modifiche apportate a novembre: qualora, dopo il primo mandato, il sindaco o il presidente di regione uscente (ovviamente dem) intenda ricandidarsi, si possono prevedere le primarie di partito solo se eventuali sfidanti raccolgono una quota di adesioni ben maggiori rispetto al passato (si passa dal 30% al 50% dei componenti dell'assemblea comunale o regionale e dal 15% al 30% degli iscritti dello stesso livello territoriale). Questo sembra poter arginare i gravi problemi portati da guerre interne, sottolineati da Floridia nel suo volume; certo, nulla può impedire a chi non sia riuscito a raccogliere il sostegno necessario per presentarsi alle primarie di abbandonare il partito e candidarsi ugualmente magari con una veste "civica".
Si tratta di riflessi "collaterali" di un partito che nelle intenzioni dei fondatori doveva essere "contendibile": l'aggettivo si legge ancora all'art. 1, comma 9 dello statuto. Nei fatti, il Partito democratico è stato soprattutto conteso "tra gruppi e cordate, potentati e filiere di potere", senza che ciò migliorasse o innovasse davvero la politica del partito; il Pd, anzi, è finito spesso vittima - come idea e soggetto - di quelle contese, con intere aree e circoli "caduti per primarie" e non sempre riusciti a rimettersi in piedi. Nell'analizzare i diversi tipi di primarie esistenti, legate alla natura del singolo partito che le pratica (e al "grado di autonomia e di controllo che un partito esercita sulle procedure di selezione dei propri candidati"), Antonio Floridia - pur riconoscendo che le competizioni svolte in Italia riconducibili al Pd sono state molte e diversificate - ha riconosciuto una prevalenza del modello di primarie aperte e office-seeking, volto soprattutto a trovare un candidato (potenzialmente) vincente interpellando "una platea quanto più larga e indifferenziata di elettori, potenzialmente rappresentativa [...] dell'intera platea dei futuri votanti alle elezioni"; spesso peraltro si è demandato a quella platea votante il compito di regolare i conflitti interni che il partito non è riuscito a risolvere autonomamente. Anche per questo, non è detto che chi vince le primarie aperte sia in automatico avvantaggiato nelle secondarie, così come non è affatto scontato che il partito si (ri)compatti intorno al risultato. 


Altri strumenti in un "partito ipotetico"

Il punto, secondo Floridia, è che le primarie possono essere un vero fattore di democrazia se il soggetto che le usa ha "un qualche collante ideale e politico sufficientemente robusto e capace di reggere alle tensioni di una competizione interna" e se le votazioni non sono il solo strumento di partecipazione. Sotto quest'ultimo profilo, lo statuto del Pd ha promosso fin dalla nascita "la circolazione delle idee e delle opinioni, l'elaborazione collettiva degli indirizzi politico‐programmatici, la formazione di sintesi condivise, la crescita di competenze e capacità di direzione politica, anche attraverso momenti di studio e di formazione" (già art. 1, comma 10, poi 11); l'ultima revisione statutaria, però, ha cancellato questa disposizione. Sono invece rimaste quelle sui Forum tematici (ora art. 30) e sui referendum (ora art. 34), anzi, non sono minimamente state toccate: si può pensare che siano state ritenute valide o che non abbiano mai dato problemi, ma non è troppo malizioso notare che i problemi non si siano creati perché questi istituti non hanno mai avuto particolare rilievo concreto nella vita del Pd (lo dimostra, tra l'altro, il fatto che sia rimasta nello statuto persino la possibilità che a chiedere l'attivazione di un Forum siano almeno dieci cittadini, purché la direzione nazionale approvi la loro proposta a maggioranza assoluta...; il referendum, addirittura, non è mai stato impiegato). 
Si deve peraltro riconoscere che, tra le modifiche approvate a novembre di cui più si è parlato, c'è l'introduzione, all'art. 30, commi 7 e seguenti, di una "piattaforma deliberativa on-line per l’analisi, il confronto, l’informazione, la partecipazione e la decisione, ovvero per la fase della discussione e del dialogo che precede e accompagna le decisioni assunte dagli organi rappresentativi e di direzione del partito". Questo strumento sarebbe l'erede del "Sistema informativo per la partecipazione" previsto dal previgente statuto, ma in effetti mai entrato in uso in quella forma (il nuovo testo, per esempio, non chiede più che dirigenti ed eletti Pd usino quel sistema per rendere pubbliche le loro attività, ritenendo sufficiente che lo facciano con gli strumenti telematici e digitali del Partito, compresi evidentemente il sito e i canali social). La piattaforma, "aperta a iscritti ed elettori" (e qui si ripropone il problema già visto), dovrebbe servire anche come "strumento essenziale di coordinamento e attivazione degli iscritti e dei circoli PD sul territorio, nonché di interazione con tutti gli elettori" ed è individuata dallo statuto come "strumento esclusivo per costituire l’Albo degli iscritti e l’Albo degli elettori secondo le norme vigenti per la tutela della privacy". Sulla carta si tratta di qualcosa di più di uno strumento di partecipazione che implica (solo) un voto; anche qui, però, occorrerà giudicare in concreto l'effettiva operatività di questa piattaforma (non solo) deliberativa.
Sul piano invece del "collante ideale e politico", Antonio Floridia non aveva dubbi: il Pd si è dimostrato sempre di più un "partito ipotetico", secondo una felicissima formula coniata da Edmondo Berselli nel 2008. Lui pensava ai troppi "se" che emergevano nel tentativo di fare prognosi sul futuro del Pd; in generale, l'etichetta si adattava bene ai troppi punti indefiniti sulla natura e sulla posizione del partito, per la - voluta - mancata creazione di un'identità condivisa, anche solo per non creare divisioni laceranti, sul nascere o in itinere. Si rimanda al libro per conoscere meglio le approfondite riflessioni dell'autore, che sfuggono ai temi di norma trattati qui ma aiutano a capire perché per Floridia il Pd sia nato e cresciuto come "partito sbagliato"; si nota solo che neanche l'ultima riforma statutaria ha toccato la disposizione (ora art. 33) che prevede la Conferenza programmatica annuale come sede per la discussione su temi individuati dalla direzione nazionale su proposta del segretario, uno strumento quasi inutilizzato in oltre dieci anni di vita del Pd. A dire il vero, da novembre lo statuto prevede la Fondazione Costituente come "soggetto nazionale di riferimento per le attività di formazione politica e culturale", promosso e sostenuto economicamente dal Pd: scelta utile e interessante da monitorare, ma di certo tardiva. Altre riflessioni nel volume, su cui qui non ci si sofferma, riguardano i modelli organizzativi del Partito democratico, in cui la tradizione democristiana è in parte sopravvissuta (impoverita, ma ancora fortemente imperniata sulle reti relazioni personali), mentre quella postcomunista (basata sull'adesione ideologica e sull'integrazione sociale) è semplicemente evaporata": questo, viene da aggiungere, nonostante i primi due segretari scelti da iscritti ed elettori fossero di chiara provenienza Ds e, prima ancora, Pds e (soprattutto) Pci. 


Concludendo, con postilla simbolica

Guardando al tentativo (solo parzialmente riuscito) di riforma del partito e del suo statuto proposto da Pierluigi Bersani, all'atteggiamento rottamatorio (ma senza una vera pars construens, con conseguente e progressivo collasso dell'organizzazione territoriale) mostrato da Matteo Renzi e, infine, il progetto "Luoghi idea(li)" di Fabrizio Barca (ultimo tentativo organico di riforma, ma sostanzialmente non incisivo e non per colpa del suo promotore), Floridia concludeva che un'altra idea di partito (democratico) era possibile, lasciando intendere che potesse esserci speranza anche per il Pd, a patto di iniziare una seria riflessione sulla forma organizzativa (superando l'idealizzazione del partito "liquido" e "leggero", se non "gassoso e leggerissimo"), sulla necessità di spazi di confronto ed elaborazione politica e di non affidarsi esclusivamente alla supposta bontà di una leadership solitaria. Ne guadagnerebbe il partito e, come sottolinea nella sua postfazione anche Nadia Urbinati, l'intera società politica nazionale, che fin qui ha sofferto per una "esclusiva natura elettoralistica" del Pd.
Con le modifiche statuarie di un mese fa, un procedimento di riflessione nel partito sembra iniziato. Peraltro, su uno dei punti su cui l'assemblea è intervenuta si è concentrata poco l'attenzione nel dibattito pubblico: la questione del simbolo. Lo statuto approvato nel 2008 non parlava mai dell'emblema del partito; la sua descrizione fu aggiunta solo il 14 dicembre 2014, quando l'entrata in vigore della legge n. 13/2014 e delle sue norme sul contenuto minimo degli statuti imposero di inserire quel punto. In quell'occasione si precisò anche che le modifiche del simbolo, alla pari di quelle del nome e - com'era già previsto - dello statuto, spettavano all'assemblea nazionale a maggioranza assoluta; soprattutto, però, si fissò la regola (allora all'art. 3, comma 4) in base alla quale "Il Segretario nazionale è titolare del simbolo del Partito Democratico e ne gestisce l’utilizzo, anche ai fini dello svolgimento di tutte le attività necessarie alla presentazione delle liste nelle tornate elettorali". Nulla di strano e di scandaloso ovviamente, ma si trattava di mettere le cose in chiaro (in altri partiti è il tesoriere che ne gestisce l'uso sul piano elettorale) e, come disse l'allora tesoriere Bonifazi, "di regolarizzare una cosa che esisteva già per prassi". La riforma approvata un mese fa, tuttavia, si è preoccupata anche di regolare i periodi transitori nella guida del partito, a seconda delle varie situazioni che possono verificarsi. 
L'attuale art. 5 innanzitutto interviene sulla disposizione di prima (ora contenuta al comma 6), precisando che il segretario "è titolare, responsabile del simbolo del Partito Democratico e ne cura l’utilizzo": il lessico impiegato ora rinvia all'immagine di un amministratore responsabile di un patrimonio comune, più che a quella di un padrone che dispone della sua roba. Soprattutto, però, l'art. 5, comma 7 prevede che "in caso di dimissioni o di cessazione del mandato per scadenza naturale, il Segretario nazionale continua a curare l’utilizzo del simbolo ai soli fini dello svolgimento di tutte le attività necessarie alla presentazione delle liste nelle tornate elettorali, oltre a svolgere gli adempimenti previsti dall’art. 2, comma 1, del D.P.R. 132/93", mentre "in caso di sfiducia al Segretario nazionale o impedimento, la gestione del simbolo, ai soli fini della presentazione delle liste nelle tornate elettorali, è affidata al Presidente del Partito". In caso di scadenza del mandato o di dimissioni ("pacifiche" o "polemiche" che siano), dunque, al segretario dimissionario è riconosciuto un potere solo per gli usi urgenti (e comunque con un notevole peso politico), legati alla presentazione delle liste e alla "certificazione" delle liste locali per consentire l'uso del simbolo nazionale; quel potere, invece, si è ritenuto non potesse spettare al segretario sfiduciato - dunque "indegno" - con la scelta di attribuirlo all'unica altra figura singola di vertice, il presidente del partito. 
Se quest'ultima ipotesi è chiaramente patologica e si spera non debba mai trovare applicazione, si sono probabilmente volute chiarire le responsabilità di chi è alla guida del partito in momenti delicati come questi. L'esperienza accumulata fin qui, del resto, ha dimostrato che eventi elettorali o di particolare gravità possono materializzarsi all'improvviso, anche in fasi di transizione per un partito complesso come il Pd: sarebbe deleterio farsi trovare impreparati, senza che si sappia a chi spettano certi compiti o con il rischio che si discuta la legittimità di decisioni di rilievo, come l'assegnazione del simbolo alle elezioni. Benché più di qualcuno lo consideri ormai privo di appeal, se non addirittura un fattore che fa perdere voti, è fondamentale che "il marchio della ditta" (come qua e là viene chiamato anche nel libro da Floridia) sia in mani certe e che si sappia chi può concederlo.e con quali procedure. Diversamente, un partito rischia di essere ancor più "sbagliato". 

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