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lunedì 11 aprile 2016

Napoli in comune, a sinistra con rosso e bandiera

Avevano detto che il simbolo sarebbe stato scelto dai napoletani e così è stato: Napoli in comune, uno dei gruppi - si è parlato di una vera e propria infornata di liste - che sosterranno la ricandidatura a sindaco di Luigi De Magistris, tra il 20 e il 23 marzo ha messo in votazione quattro alternative grafiche per il proprio contrassegno (il primo giorno, domenica, si è votato nel gazebo di Piazza Dante, nei giorni successivi si è utilizzata una procedura di voto online). La scelta della maggioranza, alla fine, è caduta sul cerchio rosso che contiene la dicitura "Napoli in Comune A SINISTRA" e, tra la seconda e la terza riga, la stilizzazione di una bandiera rossa al vento, appena messa in evidenza da un'ombra e dalla sua duplicazione bianca, retrostante.
Quasi un votante su due ha scelto questa raffigurazione (per l'esattezza, il 47%, anche se non ci sono dati assoluti sul numero dei votanti). Certo, le alternative in gioco avevano alcuni elementi comuni e, probabilmente, indefettibili: si trattava della denominazione e del fondo rosso, caratteri imprescindibili della "comunità politica di donne è uomini" che si è riconosciuta nel percorso esplicitato nel documento A Sinistra per rafforzare la sfida del cambiamento. Visto il titolo appena citato, non stupisce che l'opzione meno votata (ha raccolto solo l'8% dei consensi) fosse l'unica che non conteneva il riferimento esplicito alla sinistra, come a voler dire che i potenziali elettori della lista vogliono che sia ben chiaro da quale parte stiano.
Sono andate un po' meglio le versioni che contenevano anche il nome di De Magistris: quella solo testuale ha ottenuto il 20%, quella con anche la bandiera è arrivata al 25%, pur essendo graficamente più "affollata" e avendo costretto a ridurre le dimensioni di tutti gli elementi del contrassegno. 
Anche sommando questi due risultati, tuttavia, si ottiene un consenso sempre minore rispetto alla proposta risultata vincitrice: segno, questo, che per i napoletani che hanno partecipato al voto non era fondamentale l'indicazione personale del candidato sindaco. Per riconoscersi bastavano il nome. la parola "Sinistra" e la bandiera: il vessillo, ovviamente, non è uno qualunque, ma quello di Syriza, il partito greco guidato da Alexis Tsipras che da più di qualcuno in Italia è guardato come esempio interessante.
Immagine tratta da sdz.aiap.it
Certo, graficamente forse ci si è complicati la vita proprio con la bandiera e con le font piuttosto sottili, che nella stampa delle schede rischiano di non avere un'ottima resa. Eppure, quella bandiera rossa con la parola "Sinistra" scritta sotto ha messo in moto qualche ingranaggio della memoria: dalla redazione, infatti, Arturo Famiglietti ha ripescato l'immagine elaborata nel 1991 da Andrea Rauch (che in seguito avrebbe disegnato il simbolo dell'Ulivo) in seguito a una ricerca condotta assieme allo storico di araldica e simbologia Alessandro Savorelli: l'idea, ironica ma non troppo, era di rielaborare due icone 'sacre' per i movimenti progressisti - scriveva nel 2008 Gianni Sinni su Social Design Zine - quali la bandiera rossa e la colomba della pace di Picasso. Ridendo e scherzando, il risultato grafico rimane a tutt'oggi d'impatto: chissà come mai nessuno ha pensato di riprenderlo in mano, anche solo per un attimo...  

mercoledì 24 dicembre 2014

Simboli fantastici (2): "Tanta luce" con il salvagente di Proloche

Una delle poche certezze della politica italiana, almeno secondo gli esperti tradizionali, dovrebbe riassumersi in una frase: se c'è un candidato alle elezioni, avrà anche un simbolo con cui presentarsi. L'idea era buona, anzi ottima anche e soprattutto nel 1994, quando la nuova legge elettorale - il Mattarellum - per la quota di seggi affidata al sistema maggioritario favorì come non mai la proliferazione di contrassegni e si arrivò al record assoluto di emblemi depositati, sfondando non di poco quota 300.
Durante quella campagna elettorale, l'acutissima banda di Avanzi - con a capo la futura sempreverde Serena Dandini, già ben rodata con la Tv delle ragazze - aveva messo in piedi la nuova trasmissione satirica di Raitre, Tunnel, schierando in video larga parte degli attori che avevano già animato le tre stagioni del programma precedente. Tra loro, non poteva mancare Pier Francesco Loche, che in Avanzi aveva vestito i panni di un fino mezzobusto, infaticabile annunciatore di notizie ufficiose e mormorate. Quella volta era tempo di osare di più, addirittura con una candidatura, proprio come a voler partecipare alle elezioni politiche, previste per fine marzo. 
C'era innanzitutto da inventare un partito: ecco allora Proloche, pronto a supportare degnamente la campagna elettore di un candidato unico, l'autodefinitosi "Uomo Venuto dal Mare", trattandosi di uomo sardo. E se ogni città che toccava con i suoi improbabili comizi - pronunciati a bordo del suo camion-palco a fianco di un inespressivo assistente - era invariabilmente "il paese che io amo!", il motto imprescindibile della sua campagna era ed è rimasto "SALVALITALIA", ovviamente tutto attaccato e proclamato tutto d'un fiato, nella foga di trarre in salvo il Paese e cercare consenso. 
Anche Proloche, però, non poteva sfuggire alla logica emblematica: per affrontare quei "putribondi figuri" degli avversari, occorreva un simbolo. E, se c'era l'Italia da salvare, quale immagine migliore di un salvagente tricolore per comunicare il concetto; il verde, il bianco e il rosso, accompagnati all'altrettanto italianissimo (e protoberlusconiano, in quelle settimane) azzurro dello sfondo, erano poi un'anticipazione dell'epidemia di colori nazionali che stava già infestando buona parte delle multidecine di simboli depositati al Viminale e si sarebbe propagata negli anni fino alla pandemia odierna. 

martedì 3 luglio 2012

Maneschi, marinari e bestiali. Simboli per tutti i gusti

Il miglior tentativo di classificazione dei simboli apparsi sulle schede o anche solamente presentati in occasione delle elezioni risale al 1994, quando i due creativi ed esperti di design Carlo Branzaglia (oggi docente all'Accademia di Belle Arti di Bologna) e Gianni Sinni (grafico, per anni gestore del sito SocialDesignZine) diedero alle stampe per l'editore Tosca il volume Partiti! Guida alla grafica politica della Seconda Repubblica.
I due esperti colsero, certamente con cognizione di causa, un momento chiave della storia politica italiana, ma anche di quella dei simboli politici in Italia: quell'anno si registrò il primato mai eguagliato di simboli presentati e ammessi alle elezioni politiche (ben 312, senza contare anche quelli non accettati o sostituiti), dopo che l'introduzione del colore nella stampa delle schede, avvenuta due anni prima, aveva già fatto lievitare il numero degli emblemi presentati.
Branzaglia e Sinni, con la complicità di altre figure di primo piano del loro mondo (Giovanni Anceschi, Renato Barilli, Giovanni Baule, Aldo Colonetti, Gianni Lombardi, Mario Piazza, Oliviero Toscani), si presero la briga di analizzare i simboli principali, per poi dividere gli altri in categorie tra l'acuto e il geniale: «vegetali», «bestiali», «W la gente», «maneschi» (per la presenza di mani), «creativi», «naïf» (disegnati a mano), «architettonici» (per la presenza di elementi architettonici), «Bell’Italia» (riferimenti a singole parti del Paese), «cartografici», «marinari», «arcobaleni», «stellari», «bilanciati», «tipografici» e «informali».
La tassonomia simbolico-politica è proseguita nel 2008, quando il solo Gianni Sinni, sul sito SDZ, ha aggiunto alle categorie già viste quelle denominate «Grilli per la testa» (che citano più o meno a sproposito Beppe Grillo), «Special FX» (realizzati riproducendo immagini fotografiche) e «tecnologici» (per il loro riferimento alla Rete o a materiali reperibili su Internet). Ce n'è per tutti i gusti. E anche i disgusti, qualora prevalgano.