Visualizzazione post con etichetta Angelo Sandri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Angelo Sandri. Mostra tutti i post

giovedì 7 luglio 2022

Dc, il risveglio all'Ergife (2017) sembra salvo. Ma qualche dubbio resta

Chi frequenta assiduamente questo sito ne è pienamente consapevole: prima o poi un articolo sulla Democrazia cristiana (ri)spunta, ampliando ulteriormente la galleria di vicende relative allo scudo crociato e a coloro che se lo contendono (in varie forme e con o senza il vecchio nome). Oggetto di questo nuovo testo è una sentenza che era attesa da parecchio tempo, visto che il relativo processo è durato ben cinque anni (e il suo cammino è stato reso accidentato da varie cause, incluse le conseguenze della pandemia). In particolare, lunedì 4 luglio è stata pubblicata - ma solo ieri se n'è avuta notizia - la decisione di primo grado del tribunale di Roma sulla richiesta di invalidare l'assemblea che si tenne all'hotel Ergife il (25 e il) 26 febbraio 2017 e che è stata considerata il primo passaggio concreto verso la riattivazione della Dc dopo la sua sostanziale inattività ultraventennale. In particolare, il giudice della sezione XVI civile Paolo Goggi ha respinto la domanda con cui si era chiesto di dichiarare nullo o comunque invalido o inefficace ogni atto (anche preparatorio) relativo a quell'assemblea degli iscritti, la cui la cui convocazione era stata disposta alla fine del 2016 sempre dal tribunale di Roma
Il documento, lungo 14 pagine, merita una lettura attenta e varie considerazioni sulla concreta portata della decisione appena presa dal giudice. Gli effetti della sentenza, cioè, non vanno valutati solo alla luce del suo contenuto testuale (che offre alcuni punti fermi e altri sospesi, a patto di voler leggere bene e in modo completo le varie pagine, per ciò che è scritto e anche per ciò che non è scritto), ma anche degli sviluppi successivi della vicenda, tribolati quasi quanto il percorso che aveva portato a convocare l'assemblea che si era chiesto di demolire.

Piccolo riassunto, per cercare di capirci qualcosa

Prima di valutare il contenuto della sentenza, è importante riassumere in breve alcune puntate di questa vicenda - che in passato si è ripercorsa in modo ampio - per permettere di capire cos'è accaduto. Alla base di tutto, come al solito, c'è il percorso con cui, tra il 1993 e il primo mese del 1994, i vertici della Democrazia cristiana avevano scelto di cambiare nome al partito, adottando la denominazione sturziana di Partito popolare italiano. Dalla fine di gennaio 1994 la Dc smise di operare con quel nome e sparì dalla politica italiana. Sul piano giuridico non si volle sciogliere il partito (anche se più di qualcuno, sbagliando, interpretò così determinati atti), ma anche una decisione così delicata come il cambio di nome avrebbe dovuto essere presa da un congresso, che tuttavia non si svolse.
Se nel 2002 lo stesso Ppi scelse di sospendere la sua attività politica (e gli iscritti concorsero alla nascita della Margherita), da alcuni mesi si era intensificata l'azione di alcune persone - ma meglio sarebbe parlare di gruppi - per cercare di riportare in vita o comunque risvegliare la Democrazia cristiana, appunto sulla base del fatto che vari anni prima non si era seguita la procedura corretta nel passaggio da Dc A Ppi. Tra varie fasi e passaggi contraddittori (nonché, a volte, clamorosi), quella vicenda si chiuse alla fine del 2010 con una sentenza delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, che confermò una pronuncia della Corte d'appello di Roma emessa un anno e mezzo prima. La lettura congiunta dei due documenti - da inquadrare rigorosamente nel conflitto tra le parti allora in lite - da un lato confermava che il cambio di nome del 1994 era avvenuto violando lo statuto (che richiedeva un congresso) e quegli atti apparivano pesantemente viziati (ma quelle sentenze non li hanno in concreto invalidati, per cui risultano tuttora validi ed efficaci), quindi il Cdu e l'Udc non potevano vantare diritti di esclusiva sullo scudo crociato; dall'altro chiariva che la sedicente Democrazia cristiana (guidata prima da Angelo Sandri, poi da Giuseppe Pizza, peraltro con un conflitto che dal 2004 ha portato entrambi a rivendicare per sé la segreteria del partito) non aveva titolo per impedire ad altri l’uso del nome e del simbolo contesi, non potendo dimostrare di essere esattamente la Dc "storica" che ha continuato a operare anche dopo il 1994-1995.
Coloro che volevano a ogni costo vedere di nuovo la Democrazia cristiana in attività interpretarono le due sentenze ricordate come la "certificazione" che la Dc non era mai stata sciolta (anche se, come si è detto, nessuno aveva mai detto di volerla sciogliere, ma solo rinominare), che continuava a esistere pur essendo rimasta "in sonno" fino ad allora, in attesa che gli iscritti del 1993 - e solo loro - la ridestassero (nulla di ciò, ovviamente, era scritto in quelle pronunce). Tra la fine del 2011 e il 2012, dunque, si tentò di nuovo la strada della riattivazione, in un primo tempo autoconvocando il consiglio nazionale della Dc (l'ultimo organo a essersi espresso sul cambio di nome del partito), con convocazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale per cercare di raggiungere tutti anche senza gli avvisi personali mandati a ogni componente; da lì uscì eletto segretario Gianni Fontana, confermato dal XIX congresso alla fine del 2012, ma tra il 2013 e il 2014 il tribunale di Roma dichiarò nullo il consiglio nazionale da cui tutto era partito, per il mancato avviso personale a tutti i membri. Si tentò allora un'altra strada: in base all'art. 20 del codice civile, si può ottenere dal presidente del tribunale la convocazione dell'assemblea di un'associazione se ne fa richiesta motivata almeno un decimo degli associati. Come elenco degli associati, tuttavia, non si utilizzò quello dell'ultimo tesseramento valido degli anni '90, ufficialmente non disponibile e comunque non alla portata di chi voleva concretamente rimettere in moto il partito (sarebbe stato necessario raccogliere oltre centomila firme), ma quello delle 1742 persone che in occasione del congresso del 2012 avevano confermato la loro adesione alla Dc. 
Presentata alla metà di maggio del 2016, la richiesta fu accolta dal Tribunale di Roma il 14 dicembre: il giudice Guido Romano dispose che a occuparsi della convocazione dovesse essere il primo firmatario della richiesta, Nino Luciani. L'assemblea del (25 e) 26 febbraio 2017 fu piuttosto concitata e già in quell'occasione emersero le prime avvisaglie dei dissidi e dei ricorsi successivi. Fu eletto alla presidenza Gianni Fontana, che avrebbe dovuto portare di nuovo al XIX congresso (visto che quello precedente era stato invalidato) la Democrazia cristiana. Dopo vari spostamenti di data (e polemiche sulla gestione del partito), l'assise si tenne il 14 ottobre 2018, con l'elezione alla segreteria di Renato Grassi. Quel congresso, tuttavia, è stato a sua volta contestato: chi lo ritiene legittimo riconosce Grassi come segretario; chi invece lo ha ritenuto illegittimo ha seguito altre strade, non meno litigiose (c'è chi riconosce come segretario Luciani, chi si ritiene guidato da Emilio Cugliari, chi invece ha indicato come segretario Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, senza dimenticare chi da anni ritiene che la Dc sia stata già correttamente riattivata e rappresentata da Angelo Sandri).
 

Le lamentele degli attori e le repliche

La sentenza n. 10564/2022 della XVI sezione civile del Tribunale di Roma si è espressa sull'atto di citazione che nel mese di aprile del 2017 era stato depositato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni. Questi avevano agito come iscritti alla Dc nel 1993 e - rispettivamente - come presidente e vicepresidente dell'associazione degli iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 (nel frattempo De Simoni è stato pure in giudizio come segretario della Democrazia cristiana sulla base del percorso di autoconvocazione curato da lui e da Cerenza nel 2018), chiamando in giudizio i cinque firmatari della richiesta di convocazione dell'assemblea (Luciani, Alberto Alessi, Grassi, Luigi D'Agrò e Renzo Gubert, che agirono in nome di almeno il 10% dei soci della Dc) e Gianni Fontana quale presidente dell'associazione eletto nel 2017.
Nell'atto di citazione, Cerenza e De Simoni avevano innanzitutto negato che l'elenco degli iscritti sulla cui base era stata convocata l'assemblea fosse "l'unico e ultimo elenco degli iscritti alla Democrazia cristiana storica", ritenendolo invece frutto del tesseramento effettuato nel 2012 dopo il consiglio nazionale e prima del congresso, passaggi entrambi dichiarati nulli; in ogni caso, per gli attori coloro che erano stati convocati per l'assemblea del 26 febbraio 2017 erano decaduti dalla qualità di soci del partito, "non avendo essi dato prova della loro iscrizione al partito nel 1993" (anzi, alcuni avrebbero detto di non aver partecipato al congresso del 2012 e di non essere mai stati iscritti alla Dc). Si era poi rilevata la difformità dell'ordine del giorno dell'assemblea fissato da Nino Luciani rispetto a quello indicato nel decreto del giudice Romano (che prevedeva la nomina del presidente pro tempore della assemblea e del verbalizzante, la nomina del presidente dell’associazione e "varie ed eventuali"), essendo state aggiunte la presa d'atto che alla funzione di presidente dell'assemblea "e a tutte le formalità necessarie" era stato designato Luciani e la nomina di un vicepresidente (mentre mancava la nomina degli altri organi previsti dallo statuto Dc). I cinque che avevano chiesto al tribunale di Roma di convocare l'assemblea, poi, non sarebbero stati più regolarmente iscritti, perché erano stati invalidati tutti gli atti seguenti al consiglio nazionale del 2012 e perché alcuni dei cinque avevano aderito ad altri partiti e per lo statuto Dc erano decaduti da soci. Altre critiche riguardavano proprio l'assemblea: vista la ridottissima partecipazione all'evento (un centinaio di persone), non si sarebbe potuta assimilare quella platea a quella degli iscritti. Ciò avrebbe dovuto portare, per gli attori, a far dichiarare nulli o comunque a far invalidare tutti gli atti dell'assemblea del febbraio 2017 (inclusi quelli preparatori) e le loro conseguenze, anche in termini di cariche del partito.
Quattro dei cinque richiedenti la convocazione dell'assemblea (Luciani, Alessi, Grassi, Gubert) e Fontana hanno replicato alle lamentele degli attori: per loro il Tribunale di Roma aveva già valutato l'esistenza e la "bontà" dei presupposti per convocare l'assemblea dei soci della Dc nel decreto con cui era stata disposta la convocazione, dunque non c'era più spazio per contestare la legittimità  dell'assemblea, né la "qualità" dei richiedenti (in più, tanto l'ordine del giorno quanto la convocazione dell'assemblea sarebbero state rispondenti a quanto disposto dal giudice nel suo decreto del 2016); gli stessi attori, poi, non avrebbero dato prova della loro iscrizione alla Dc nel 1993, né del loro interesse ad agire (vista "la natura meramente amministrativa del decreto" del giudice che ha permesso di svolgere l'assemblea). Quanto all'elenco dei soci del 2012 usato per cercare le firme e ottenere la convocazione, questo non sarebbe stato invalido perché nessuno lo aveva impugnato prima e perché in fondo si trattava di una semplice "ricognizione dell'elenco dei soci del 1992 sulla base di un'autocertificazione", un passaggio che le decisioni del Tribunale di Roma sul consiglio nazionale e sul congresso del 2012 non avrebbero privato di validità. Quanto alle altre lamentele degli attori, per i convenuti erano semplicemente prive di rilievo.
A rendere più complessa la situazione ha concorso l'intervento in giudizio di Angelo Sandri, Gabriella Strizzi, Gianfranco Melillo, Palmiro Scalabrin e Graziella Duca. Costoro formalmente hanno sostenuto le stesse tesi fatte valere da Cerenza e De Simoni, anche se lo lo hanno fatto da un diverso punto di vista: loro, infatti, ritengono di essere rispettivamente segretario politico e vicesegretaria, segretario e vicesegretario amministrativo, nonché vicepresidente nazionale vicaria della Democrazia cristiana, vale a dire quella che per convenzione viene definita Dc-Sandri (e che ritiene di avere già correttamente attuato la procedura di riattivazione del partito fin dal 2002-2003 e di essere in opera da allora). 

La sentenza

Come si è visto, la causa è stata particolarmente lunga. I tempi si sono allungati per varie ragioni: tra queste, anche cambi di giudice (almeno un paio), l'intersezione con l'impugnazione degli atti del congresso del 2018 e, ovviamente, gli effetti della pandemia Covid-19 sulla trattazione del processo. In ogni caso, la sentenza è arrivata e merita di essere considerata con attenzione. 
Per prima cosa, il giudice ha ritenuto che Angelo Sandri e gli altri dirigenti della "sua" Dc non avessero titolo per intervenire nel processo, ritenendo che non avessero fornito "alcuna evidenza documentale" a supporto tanto della loro dichiarata iscrizione alla Democrazia cristiana nel tesseramento 1992/1993, quanto delle loro cariche all'interno della Dc (derivanti dal congresso di Perugia del 14-15 dicembre 2013): ciò significa, in sostanza, che la Dc-Sandri non è stata ritenuta coincidente dal giudice con la Dc "storica" o, comunque, con quella che sarebbe stata "riattivata" tra il 2016 e il 2017. Quanto a Cerenza e De Simoni, si è ritenuto che fossero legittimati ad agire in proprio (De Simoni perché ammesso a partecipare dalla stessa assemblea all'Ergife del 2017, Cerenza anche perché riconosciuto come socio della Dc "storica" dalla sentenza del 2015 che ha dichiarato nullo il congresso del 2012); il giudice invece non ha ritenuto ammissibile l'intervento dello stesso De Simoni anche quale segretario politico della Dc (eletto dopo la procedura di riattivazione curata da lui e Cerenza), sia perché non sarebbe stato indicato a tempo debito il titolo alla base di quell'investitura, sia perché voler ritenere che la Dc guidata da De Simoni fosse la stessa di cui lui stesso aveva chiesto di invalidare l'assemblea degli iscritti avrebbe prodotto la situazione "ben singolare – ed anzi abnorme in rapporto al sistema vigente" in base alla quale le delibere di un organo della Dc sarebbero state impugnate da un altro organo del partito in nome e per conto del partito stesso.
Ciò, in ogni caso, non è bastato a far ritenere fondate le domande di Cerenza e De Simoni, che dunque sono state respinte. Il giudice ha innanzitutto richiamato l'art. 23 del codice civile, in base al quale "le deliberazioni dell'assemblea contrarie alla legge, all'atto costitutivo o allo statuto possono essere annullate su istanza degli organi dell'ente" o "di qualunque associato": si tratta di una regola dettata per le associazioni con personalità giuridica, ma che senza dubbio si applica anche a quelle non riconosciute come i partiti (e, oltre che essere annullate, possono essere dichiarate nulle in caso di vizi più gravi ab origine). A dispetto di questa premessa, nessuna delibera è stata ritenuta viziata, per le ragioni che di seguito si riportano.
Il giudice ha innanzitutto ritenuto che la contestazione della validità dell'elenco degli iscritti alla Dc - usato dai cinque richiedenti l'assemblea dei soci per ottenere le firme del 10% degli aderenti e presentato al Tribunale di Roma per ottenere il decreto di convocazione - non riguardasse tanto il modo in cui l'assemblea del (25 e del) 26 febbraio 2017 era stata convocata, ma la legittimazione dei richiedenti a chiedere e ottenere il decreto di convocazione di cui si è detto. Il decreto del giudice Romano non è però stato impugnato in modo esplicito da Raffaele Cerenza e da Franco De Simoni, dunque ogni lamentela relativa all'elenco per il giudice sarebbe affetta da "irrilevanza". In effetti è probabile che la difesa di Cerenza e De Simoni avesse mentalmente incluso il decreto tra gli atti preparatori dell'assemblea del 26 febbraio 2017: per il giudice, invece, non era possibile considerare il decreto del giudice come implicitamente "prodromico" all'assemblea, perché non serviva a preparare l'assemblea, ma al diverso scopo di "superare l'inerzia nella convocazione assembleare su iniziativa di un decimo degli associati" in una "logicamente preliminare e cronologicamente precedente" a quella della convocazione (che invece è davvero atto prodromico all'assemblea) e proprio a quello scopo era stato espressamente chiesto al giudice. Anche le altre lamentele legate direttamente alla legittimazione di Luciani e degli altri a chiedere e ottenere la convocazione dell'assemblea (perché decaduti da soci) per il giudice si devono considerare irrilevanti. 
Quanto alla lamentata difformità dell'ordine del giorno indicato dalla convocazione curata da Nino Luciani rispetto a quanto previsto nel decreto del giudice Romano, secondo la sentenza si trattava di differenze relative a un "contenuto accessorio della delibera" non in grado di pregiudicare i diritti degli attori; quanto alla nomina del vicepresidente - peraltro non avvenuta, per cui già questo rendeva la critica irrilevante - riguardava una "figura ammessa implicitamente dai principi generali dell’ordinamento" (mentre per il giudice era irragionevole lamentare l'inserimento di un punto non previsto nel decreto iniziale e poi dolersi per la mancata inclusione delle altre nomine contemplate dallo statuto). Da ultimo, il fatto che solo un centinaio di persone (su circa 1750 iscritti dichiarati) abbia partecipato all'assemblea sarebbe altrettanto irrilevante, perché i partecipanti avrebbero comunque "votato nel rispetto del principio maggioritario previsto dalle disposizioni statutarie".
Queste osservazioni (e altre, di minore o comunque trascurabile entità) hanno dunque portato il giudice a respingere la richiesta degli attori, condivisa anche da coloro che avevano chiesto di intervenire nel giudizio. Questa decisione, peraltro, non è stata affatto indolore: in base al principio della soccombenza, infatti, attori e terzi intervenuti sono stati condannati - in solido, quindi tutte e tutti insieme dovranno l'intera somma - a pagare le spese processuali dei convenuti, quantificate in 9.275 euro (oltre all'Iva e ad altre spese, senza contare ovviamente le spese processuali che dovranno affrontare in proprio).

Osservazioni sulla sentenza (che va letta bene)

Fin qui il contenuto della sentenza di primo grado, prontamente diffusa da alcuni dirigenti della Democrazia cristiana guidata da Renato Grassi a sostegno delle loro posizioni: c'è chi ha scritto che la pronuncia del tribunale ha "stabilito la continuità tra la Dc di Spataro e De Gasperi del 1943 e l'assemblea del 2017" che sarebbe stata ritenuta "pienamente legittima", contrastando "i sabotatori dell'autentica Dc". Si può comprendere, soprattutto umanamente, l'atteggiamento di coloro che hanno appena ottenuto una vittoria in sede giudiziaria, arrivata dopo essersi difesi per molti anni e dopo aver affrontato in precedenza un percorso lungo e sofferto per cercare di riattivare la Dc; tuttavia, anche a costo di smorzare l'entusiasmo di cui parlano gli stessi estensori dei commenti appena citati, qui si deve suggerire una lettura della sentenza più aderente alla realtà, con riguardo al suo contenuto e ai suoi effetti.
Innanzitutto, anche se questo riguarda solo "di striscio" la pronuncia in sé e per sé, bisogna subito scacciare la tentazione di pensare che questa decisione del giudice ponga fine ai contenziosi tra i vari gruppi di democristiani o perfino alla "diaspora" democristiana. Posto che la decisione potrebbe sempre essere impugnata, si può star certi che le quattordici pagine del tribunale di Roma non ricomporranno nessuna frattura tra coloro che ritengono di incarnare la Dc "storica" in modo giuridicamente corretto, a differenza di altri. Tanto per essere chiari, la sentenza sull'assemblea del 2017 non incide minimamente sui contrasti politico-giuridici successivi sulla validità del congresso del 2018, a seguito dei quali - come si è detto - convivono la Dc guidata da Grassi (che riconosce la validità del congresso) e quelle a guida di Luciani (che ritiene di averlo revocato) e di Cugliari (il quale la pensa allo stesso modo, ma ritiene di essere arrivato in seguito al vertice del partito, dopo la sfiducia a Luciani, da questi non riconosciuta). Per ora non risulta che questi scontri si siano tradotti in contenziosi in tribunale (altri sì, ma non è il caso di complicare il quadro), ma di certo permangono, a dispetto della sentenza analizzata qui. Così come sembra ben difficile che, in seguito a questa decisione, Angelo Sandri o altre persone a lui vicine possano convergere verso la Dc-Grassi, accettandone la "legittimità" (si spiegheranno le virgolette) o comunque non contestandola più.
Venendo a un'analisi più attenta della decisione del giudice Goggi del Tribunale di Roma, non ci sono dubbi sul fatto che quel provvedimento rappresenti una vittoria della Dc-Grassi, sia pure solo con riguardo alle lamentele contenute nell'atto di citazione e per il modo in cui sono state formulate. In questo sito, tuttavia, non si ha l'abitudine di far dire a una sentenza ciò che non dice, né potrebbe dire, dunque occorre fare qualche precisazione. La prima è tanto ovvia quanto necessaria: non c'è un solo punto della sentenza in cui si dica o si faccia capire che la Dc riattivata tra il 2016 e il 2017 è lo stesso soggetto giuridico di Spataro e De Gasperi. Nelle quattordici pagine scritte, infatti, non c'è un solo riferimento alla "bontà", veridicità o affidabilità dell'elenco degli iscritti alla base della convocazione dell'Ergife o del procedimento seguito per compilare quell'elenco: non si dice mai, in particolare, che chi era iscritto nel 1993 è stato correttamente ritenuto iscritto nel 2012 (la sentenza si è limitata a citare la "pronuncia Scerrato" del 2015 con cui si era dichiarato nullo il congresso del 2012 per rilevare che Raffaele Cerenza, in difetto di esclusioni o recesso, doveva essere ritenuto "a tutti gli effetti ancora associato" alla Dc "storica": di più, quelle osservazioni valevano per un diverso procedimento di riattivazione della Dc, peraltro giuridicamente "finito male", fin dall'atto che aveva dato avvio al percorso).
Secondariamente, se nessuno può negare che il giudice abbia dato torto agli attori Cerenza e De Simoni (con riferimento a quelle lamentele e per il modo in cui sono state poste), non si può però dire che la sentenza abbia stabilito la piena legittimità dell'assemblea Dc all'Ergife e, soprattutto, la piena fondatezza del "decreto Romano" che la rese possibile. A ben guardare, infatti, il giudice ha detto con una certa nettezza che la difesa degli attori ha sbagliato a lamentare eventuali vizi del provvedimento giudiziale alla base dell'assemblea senza impugnarlo, ma non ha affatto detto che quelle lamentele fossero infondate. Al contrario - senza pretendere di voler interpretare in modo univoco e magari distorto la sentenza - è lo stesso testo scritto dal giudice a precisare che le questioni legate a eventuali difetti di legittimazione dei presentatori della richiesta di convocazione dell'assemblea (anche con riguardo alla formazione dell'elenco degli iscritti da considerare per la raccolta firme e il raggiungimento del 10%) sono irrilevanti "nel presente giudizio": ciò come a dire che potrebbero invece avere rilievo in un altro processo a monte del quale fosse impugnato anche il decreto del giudice Romano. E, paradossalmente, a suggerire che questo decreto possa forse ancora essere impugnato - a dispetto del decorso del tempo, ormai oltre cinque anni - è la stessa sentenza, quando non esclude in modo tranchant che la facoltà di impugnare il decreto del giudice possa essere considerata ancora attuale "in virtù dell’omessa notifica del provvedimento idonea a far decorrere il termine di cui all'art. 739 secondo comma c.p.c.." (il termine sarebbe di dieci giorni dalla notifica, che però non sarebbe mai avvenuta, essendo il decreto stato semplicemente pubblicato all'epoca).
Non è ovviamente detto che ora Cerenza, De Simoni o altri soggetti decidano di impugnare ora il "decreto Romano" per far valere le lamentele che in quest'occasione non sono state considerate (anche perché non è detto che un altro giudice non contesti loro la tardività della loro azione); in ogni caso ci si sente di dire che la mancata impugnazione del decreto appare determinante per gli esiti di questa vicenda. Il rigetto delle domande degli attori sta portando i rappresentanti della Dc-Grassi a rivendicare la piena legittimità del loro percorso, quando il giudice non ha detto nulla, soprattutto, su un punto molto delicato, forse il più delicato di tutti: era legittimo che la richiesta di convocazione dell'assemblea dei soci Dc fosse fondata su un elenco di iscritti formato - in base a un tesseramento o a una semplice ricognizione delle adesioni mediante autocertificazione, poco importa - nell'ambito delle attività riprese dopo il consiglio nazionale del 2012, prima sospeso e poi dichiarato nulla dal Tribunale di Roma (e, ironia della sorte, proprio dal giudice Guido Romano)? Il giudice non è stato messo in condizione di pronunciarsi su questa domanda - perché nessuno ha impugnato il "decreto Romano" - ma la sua risposta sarebbe stata molto interessante, potendo essere anche sfavorevole alla Dc-Grassi (già guidata da Fontana).
Si vedrà ora come intenderanno procedere Cerenza e De Simoni dopo una sentenza che certamente non li soddisfa. Restano i dubbi sulle domande cui il giudice non ha risposto (perché non ne ha avuto la possibilità), le perplessità sull'ennesima decisione giudiziaria letta in modo parziale o forzato e, soprattutto, una domanda: a quando la prossima lite sul simbolo dello scudo crociato?

lunedì 15 luglio 2019

Scudo crociato, ricorso di Sandri respinto in Cassazione. Ma non finisce qui

Ogni tanto alle storie bisogna mettere un punto, o almeno cercare di farlo. Questo vale, per esempio, per una delle tante diatribe giudiziarie legate alla Democrazia cristiana e ai suoi segni distintivi (nome e simbolo, per capirci): tre giorni fa - giusto in coincidenza con l'evento di presentazione della Fondazione Democrazia cristiana - infatti, è stata depositata in Corte di cassazione l'ordinanza (n. 18746/2019) con cui è stata decisa in via definitiva - nell'udienza del 208 maggio scorso - la causa che a febbraio del 2006 era stata iniziata da Angelo Sandri, che riteneva di rappresentare (come segretario politico nazionale) la Dc, assieme al segretario amministrativo Palmiro Scalabrin. 
Loro avevano citato in giudizio varie sigle politiche che nel corso degli anni avevano utilizzato il nome della Dc (la Democrazia cristiana guidata da Gianfranco Rotondi, poi ribattezzata Democrazia cristiana per le autonomia) o lo scudo crociato (il Ccd, il Ppi - nelle versioni del 1994 e del Ppi-gonfalone del 1995 - il Cdu e l'Udc), chiedendo che fosse inibito loro ogni ulteriore uso dei segni identificativi, nonché la condanna delle stesse (tranne la Dc-Rotondi) "alla restituzione, anche per equivalente, di tutti i beni mobili ed immobili indebitamente sottratti all'attrice e/o al risarcimento del danno, da quantificarsi per equivalente", o alla peggio, all'indennizzo pari alla "diminuzione patrimoniale subita a seguito dell'arricchimento senza causa dei convenuti" dall'attrice. Ove l'attrice era la Dc-Sandri che riteneva di coincidere in pieno con la Dc "storica" che aveva operato con certezza fino al gennaio del 1994, anche sulla base della nullità - o almeno dell'inefficacia - degli atti di trasformazione della Dc in Ppi (e degli atti successivi, compresi quelli dispositivi del patrimonio).  
In questo sito ci si era già occupati, poco meno di due anni fa, di questa vicenda, quando la Dc-Sandri aveva impugnato la sentenza d'appello che a febbraio del 2017 aveva respinto il suo ricorso anche in secondo grado e Rotondi aveva fatto sapere alla stampa che una sentenza gli aveva a suo dire riconosciuto la titolarità del nome della Dc (con la possibilità di abbinarlo allo scudo crociato usato da oltre quindici anni dall'Udc). Ora alla terza sezione della Corte di cassazione (presieduta da Roberta Vivaldi e avente come giudice relatore Augusto Tatangelo) è bastata un'ordinanza di cinque pagine per respingere quel ricorso della Dc-Sandri (al quale ha resistito soltanto il Ppi), contenendo in una pagina scarsa le ragioni che hanno fatto ritenere l'impugnazione inammissibile.
Chi si aspettasse di trovare nella sentenza l'ennesima rivisitazione della storia infinita della diaspora democristiana, con tanto di spiegazioni circa l'infondatezza del ricorso, resterebbe sostanzialmente deluso. Come si è anticipato poche righe sopra, il gravame è stato ritenuto addirittura inammissibile e, come tale, nemmeno considerato in modo approfondito. I giudici, infatti, hanno notato che le censure contenute nel ricorso erano volte non "a contestare direttamente la decisione impugnata, ma la sentenza di primo grado, di cui viene chiesta la riforma" (come se si fossero semplicemente riprodotte le critiche contenute nell'atto d'appello); per il collegio di cassazione, in più, mancavano "una adeguata ed intelligibile esposizione dei fatti di causa" e, appunto, "specifiche censure avverso la decisione impugnata e la stessa prospettazione di motivi di ricorso per cassazione riconducibili alle previsioni di cui all'art. 360 c.p.c.". 
Tanto è bastato per ritenere inammissibile il ricorso, senza nemmeno valutare i singoli punti in esso contenuti: com'è noto, le sentenze di secondo grado possono essere impugnate solo per "errori di diritto", vale a dire per motivi attinenti alla giurisdizione o per violazione delle norme sulla competenza, per "violazione o falsa applicazione di norme di diritto", per "per nullità della sentenza o del procedimento" (dunque per violazioni di particolare gravità) o "per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti".
Stando così le cose, è il caso di riprendere il contenuto della sentenza di primo grado del tribunale di Roma (c.d. "sentenza Vannucci", dal nome del giudice relatore), che assai meglio di quella d'appello chiarisce i motivi che hanno portato a respingere il ricorso della Dc-Sandri già nel 2009. In quell'occasione si disse che la decisione di cambiare il nome della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano (presa "in tre tempi" tra il 18, 21 e 29 gennaio 1994 da tre diversi organi del partito, anche se - come si è ricordato più volte - nessuno dei tre era competente a fare quella modifica) non poteva in alcun modo essere tradotta come volontà di costituire un nuovo partito denominato Ppi (e, per i giudici, non si poteva nemmeno parlare di inesistenza della decisione di cambiare il nome da Dc a Ppi, anche se nel 2009 la Corte d'appello di Roma ha detto l'esatto contrario); la nascita del Ccd nel 1994 e del Cdu nel 1995, d'altra parte, dovevano considerarsi un recesso collettivo dal Ppi - ex Dc; il Cdu aveva contestualmente ricevuto l'uso dello scudo crociato prima sulla base degli "accordi di Cannes" del 1995 stipulati tra Gerardo Bianco e Rocco Buttiglione, poi in seguito alla transazione del 1999 - a soluzione di una delle numerose cause sorte tra le due fazioni - tra i legali rappresentanti di Ppi-gonfalone e Cdu. Lo stesso Cdu avrebbe poi conferito - senza sostanziali reazioni da parte degli altri soggetti politici interessati - l'uso dello scudo crociato all'Udc, dalla quale nel 2004 si è scissa la Dc-Rotondi (poi Dca), alla quale il Ppi nel 2004 aveva concesso l'uso del vecchio nome.
Ricostruite così le vicende storiche, il tribunale di Roma rilevò che, al di là delle "'scaramucce' in sede solo giudiziaria", tra il 1994 e il 2004 nessun partito aveva partecipato alle elezioni con il nome della Dc: il che non è del tutto vero, se non altro perché almeno alle amministrative qualche tentativo era stato fatto ed era anche riuscito (così come non era andata in porto per poco la partecipazione della Dc alle regionali del Friuli del 1998) e alle europee del 2004 aveva regolarmente partecipato al voto la lista Democrazia cristiana - Paese nuovo (anche se nel contrassegno non c'era traccia del nome della Dc, dopo che il Viminale non ne aveva ammesso l'uso). Questa mancata partecipazione, però, per i giudici era sufficiente a rendere "quanto mai problematico affermare che 'Dc-Sandri' sia lo stesso partito denominato 'Democrazia cristiana'".attivo fino al 1994 e, dunque, possa reclamare diritti sul patrimonio; quanto all'uso di nome e simbolo della Dc, il loro uso fatto in quel momento rispettivamente da Dc-Rotondi e dall'Udc avveniva con il consenso di tutti i partiti "di ispirazione 'cattolica', raggruppanti persone che avevano avuto significative esperienze politiche in seno" alla Dc, quindi anche in questo caso la Dc-Sandri - che per il giudice risultava essere esistente solo dagli anni 2000 - non avrebbe avuto alcun titolo per rivendicare diritti sui segni distintivi democristiani (in quella sede peraltro erano state respinte anche le censure del Ppi contro la Dc-Sandri, perché per il giudice il Ppi aveva "volontariamente dismesso" il nome della Dc a favore di Rotondi).
L'ordinanza di cassazione - che, oltre a respingere il ricorso della Dc-Sandri, decide di compensare le spese del giudizio di legittimità viste "le peculiarità della vicenda sostanziale e processuale nonché dei rapporti tra i soggetti giuridici coinvolti" - conclude dunque almeno quel filone litigioso. "A venticinque anni dalla fine della Democrazia cristiana la Cassazione scrive la parola (forse) definitiva nella disputa tra gli eredi del partito che ha governato l’Italia per quasi mezzo secolo", ha scritto il giorno stesso del deposito della decisione - incredibilmente quasi in tempo reale - Riccardo Ferrazza sul Sole 24 Ore: difficile però dargli ragione, perché per due vicende giudiziarie definitivamente chiuse con pronuncia di cassazione (questa e quella conclusa con la famosa sentenza n. 25999/2010) altre, molto più recenti, sono ancora aperte, a partire da quelle con cui si contesta tanto l'assemblea della Dc del 26 febbraio 2017, quanto la celebrazione del congresso del 14 ottobre 2018. E queste, se si dovessero concludere in un certo modo, porrebbero una pietra quasi tombale sul tentativo di riportare in vita la Dc. Quasi, perché chi finora ha voluto e tuttora vuole vedere nome e simbolo dei democratici cristiani di nuovo in azione sulla scena politica - pur nell'ampia differenza di vedute sul modo per tornare in attività - ha dimostrato una tenacia e una resistenza invidiabili. Democristiani erano, democristiani vogliono rimanere...

mercoledì 22 novembre 2017

Dc, la sentenza di Rotondi vale molto meno del previsto

Qualche giorno fa, nel parlare del possibile ritorno della Democrazia cristiana (con nome e simbolo insieme) sulle schede elettorali, era rimasta in sospeso una domanda: che sentenza a lui favorevole sostiene di avere in mano Gianfranco Rotondi? Per tanto tempo ha detto (non di rado a sproposito) di essere ancora lui a tutelare giuridicamente gli interessi di ciò che resta della Dc; poco più di un mese fa, però, aveva fatto un salto di qualità. 
Il 16 ottobre, infatti, aveva dichiarato: "Mi è stata notificata una sentenza di Appello, che inibisce l’uso del nome Democrazia cristiana a uno dei tanti movimenti, che lo hanno rivendicato. Il preuso ed i patti sottostanti per i Giudici di Secondo Grado confermano il nostro diritto all'uso del nome del partito"; con "nostro", evidentemente, poteva solo riferirsi al partito non più operante Democrazia cristiana per le autonomie (nato solo Democrazia cristiana) che lui aveva fondato nel 2004. Una manciata di giorni dopo, sempre Rotondi era andato oltre: "una sentenza della Corte di Appello stabilisce che il nome è nostro". Dunque la Democrazia cristiana è lui? Dirlo sarebbe piuttosto azzardato, per tante ottime ragioni. 
Certo, è vero che tutto questo lo ha dichiarato proprio Rotondi, in più tempi e in più sedi, dunque verrebbe la tentazione di pensare che sia vero. Forse però è opportuno applicare alle sue parole una massima espressa da lui stesso in un'intervista concessa quattro anni fa all'autore di queste righe: "Bisogna avere il coraggio di credere a un politico, ma anche la prudenza di dubitare: non prendere per oro colato tutto quello che dice, fare qualche verifica ed essere anche un po' tolleranti". La tolleranza con lui non è mai stata lesinata, vista la sua presenza parlamentare lunga cinque legislature e le sue innumerevoli dichiarazioni spesso filoberlusconiane e sempre molto democristiane: passare alle verifiche, a questo punto, è assolutamente legittimo.
Così, avendo cura e pazienza di fare qualche indagine, si scopre che non c'è alcuna sentenza di ambito democristiano emessa a ottobre o poco prima. Rotondi ha bluffato? Ovviamente no, una sentenza c'è, ma è stata depositata lo scorso febbraio, una manciata di giorni prima che all'Ergife si riunissero gli irriducibili Dc nel tentativo di riattivare il partito con una sorta di "nulla osta" dal Tribunale di Roma; quella vicenda - tutt'altro che chiusa e risolta, come è noto - non c'entra però nulla con la decisione di cui il leader di Rivoluzione cristiana parla (né ovviamente lui ha detto che c'entrasse, giustamente).
Di che sentenza si tratta allora? Quando Rotondi ha parlato di Corte d'appello, pensando alle cause in cui era coinvolto anche lui come Democrazia cristiana per le autonomie, veniva da individuare soltanto una causa, iniziata nel 2006 dalla Democrazia cristiana, per lo meno da quella che si riteneva rappresentata dal segretario politico Angelo Sandri. Lui si era rivolto al tribunale di Roma per chiedere l'accertamento della nullità di tutti gli atti con cui si era "archiviata" l'esperienza della Democrazia cristiana e se ne era gestito il patrimonio (da restituire), nonché per ottenere l'inibizione dell'uso del vecchio nome e del simbolo a chi ne faceva ancora uso (sul presupposto che questi spettassero alla Dc-Sandri, che si riteneva continuatrice della Dc "storica"): l'azione era rivolta contro il Ccd (che allora ancora esisteva), il Cdu (che aveva sospeso la sua attività, ma di cui Rotondi figurava ancora come tesoriere), il Ppi (anch'esso in sonno, ma giuridicamente esistente), l'Udc e, appunto, la "Associazione Partito Politico Democrazia Cristiana", che poi si sarebbe chiamata Democrazia cristiana per le autonomie.
La sentenza di primo grado (c.d. "sentenza Vannucci") arrivò nel 2009 e fu interamente sfavorevole a chi aveva intrapreso l'azione: il giudice disse che non c'era stata alcuna volontà di costituire nuovi partiti nel 1994, che la Dc aveva semplicemente cambiato nome in Ppi (nel modo sbagliato, come si sarebbe appreso in seguito) e che certamente la Dc-Sandri non era in continuità giuridica con il partito storico; sulla base di questo, il tribunale respinse tutte le domande di quest'ultima. Sull'uso della denominazione "Democrazia cristiana", in particolare, nella sentenza si disse che quel nome era stato abbandonato da tempo da Ppi e Cdu ed era usato "in via esclusiva da DC-Rotondi fin dalla relativa costituzione [...] col consenso degli altri partiti" derivati dalla Dc, dunque anzi era il partito di Rotondi a ottenere che alla Dc-Sandri fosse inibito l'uso dell'antico nome e della sigla.
Quella decisione fu impugnata dalla Dc di Sandri: l'appello iniziò nel 2010, ma la sentenza - la n. 805/2017 - è arrivata solo dopo sette anni (mese più, mese meno). La decisione di qualche mese fa di fatto ha confermato integralmente - al di là delle parti della sentenza relative a questioni di rito - quanto era stato detto nel 2017, soprattutto perché chi aveva impugnato aveva di fatto omesso di presentare documenti a suffragio delle proprie tesi (non versando nel processo i documenti del primo grado). Sulla questione del nome "Democrazia cristiana", la Corte d'appello di Roma sostenne che il titolo riconosciuto a Rotondi non derivava (tanto) da una concessione rilasciata dal Ppi all'impiego di quella denominazione (documento effettivamente esistente e datato 21 dicembre 2004, ma che secondo la Dc-Sandri non contava nulla, perché il Ppi non avrebbe potuto disporre del nome della Dc), ma da "una situazione di fatto, ossia [d]all'oggettiva utilizzazione esclusiva di tale denominazione da parte della DC-Rotondi; di modo che la stessa aveva acquisito, in forza alla percezione che di essa si aveva tra quanti condividessero gli ideali di ispirazione cattolica, una forza distintiva". 
Questa decisione, evidentemente, non dev'essere piaciuta alla Dc-Sandri che nelle settimane scorse deve avere presentato ricorso in Cassazione: in seguito a questo, probabilmente a Gianfranco Rotondi è tornata in mente quella sentenza di qualche mese prima e ha pensato che potesse essere utile in questo periodo pre-elettorale, anche solo per muovere un po' le acque a suo favore. Tutto legittimo, ovviamente, ma a questo punto è il caso di guardare con un minimo di attenzione in più al contenuto di quella sentenza, per capire cosa dica davvero a favore di Rotondi.
Gli dà ragione? Certamente sì, nel senso che respinge completamente, tra l'altro, l'appello della Dc-Sandri nei suoi confronti. Dice che Rotondi - assieme alla "sua" Dca - è il solo titolare del nome della Democrazia cristiana? Questo no. La decisione si limita a dire che in primo grado si era riconosciuto che il suo partito era l'unico a utilizzare quel nome e quindi, come tale, era stato identificato; del valore della concessione della denominazione da parte dei rappresentanti del Ppi nulla si dice (lo stesso Rotondi, in più di un'occasione, ha ricordato che nel 2005, dopo aver partecipato alle elezioni regionali e ad almeno una suppletiva con il nome Dc, gli stessi rappresentanti del Ppi gli avevano cortesemente chiesto di non utilizzare più quell'etichetta così com'era, portandolo a integrare il nome in Dca). 
A questo si deve peraltro aggiungere che, a dire il vero, almeno dal 2002 un partito denominato Democrazia cristiana ha tentato di presentarsi alle elezioni con nome e simbolo tradizionali, riuscendoci solo a livello locale (fatta eccezione per la lista Dc-Paese nuovo alle europee del 2004, dalla quale però era stato fatto sparire il nome dal simbolo, e per la Dc-Pizza presente come "pulce" nel simbolo della Lista consumatori nel 2006). Questo elemento, in effetti, sembra sfuggito a tutti i giudici che si sono occupati di questo filone della vicenda e non sarebbe stato male approfondirlo meglio, se non altro per evitare di lasciare punti potenzialmente in ombra. 
Di certo, però, la Dca di Rotondi è stato il solo partito a riuscire a partecipare con quel nome a consultazioni elettorali di rilievo e a ottenere anche eletti (nel 2006, grazie al simbolo condiviso con il Nuovo Psi). Probabilmente si è ritenuto che questo fosse sufficiente a far ritenere più "degno di protezione" l'interesse di Rotondi all'uso di quel nome e a evitare che altri lo impiegassero. Certamente oggi l'ex ministro per l'attuazione del programma berlusconiano potrebbe riprendere l'uso della sua vecchia Dca (ammesso che gli convenga) senza disturbi; al limite potrebbe anche tentare di unire quel nome allo scudo dell'Udc, se quel partito fosse d'accordo. Da qui a dire, però, che nome e scudo sono suoi, per giunta in forza di una sentenza, ce ne corre parecchio. Rotondi certamente lo sa e, magari, potrebbe leggere queste righe allargando le mani e ammiccando lievemente, come a dire: "io ci ho provato, se qualcuno mi crede, perché no?"

lunedì 19 dicembre 2016

Democrazia cristiana, la parola "fine" è ancora lontana

Basta fare un rapido giro su questo sito per rendersi conto di quanto la querelle infinita relativa alla Democrazia cristiana sia una fonte continua di notizie e di spunti per l'approfondimento, non solo - ovviamente - di questioni "simboliche", ma più in generale di problemi legati al "diritto dei partiti": un terreno fino a qualche tempo fa quasi inesplorato dal legislatore, ma talmente litigioso da richiedere per forza l'intervento dei giudici (che, a loro volta, avevano come primo problema la scelta delle regole da applicare).
Dopo la notizia - che questo sito ha dato per prima giovedì scorso - della fissazione dell'assemblea degli iscritti alla Dc per il 25 e 26 febbraio prossimi da parte del Tribunale di Roma, su richiesta di oltre il 10% degli iscritti risultanti dagli elenchi dei soci della Dc-Fontana (tentativo peraltro bloccato dallo stesso giudice che ora ha disposto la convocazione dell'assemblea), era inevitabile attendersi reazioni da alcuni dei personaggi a vario titolo coinvolti in questa complicatissima vicenda giuridica e giudiziaria.
Il Tempo, nel dare conto venerdì della decisione del giudice Guido Romano, in un ampio servizio di Carlantonio Solimene ha raccolto l'interesse di Gianfranco Rotondi (che persevera nel definirsi "ultimo rappresentante legale dello Scudo Crociato", ma dovrebbe dire almeno che lo sarebbe tutt'al più come ultimo tesoriere del Cdu, alla pari dei legali rappresentanti del Ppi, Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio) e il parere nettamente contrario di Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario politico del Ppi-gonfalone, ossia il soggetto giuridico che appare maggiormente in continuità con la Dc che nel 1994 cambiò il nome (appunto) in Partito popolare italiano. E se Rotondi annunciava (avendo dalla propria anche Rocco Buttiglione e forse il segretario Udc Lorenzo Cesa) di non voler ostacolare il tentativo di Alberto Alessi, Nino Luciani e altri, ritenendo che il percorso iniziato da loro "debba essere portato avanti in armonia con tutti coloro che ritengono di far parte in qualche modo della storia democristiana", Castagnetti parlava senza mezzi termini di "una cosa semplicemente assurda" - soprattutto per il fondamento sugli elenchi degli iscritti relativi a un precedente tentativo bloccato dai giudici - e dava per certa "una reazione legale".  
Venerdì è intervenuto pure Ettore Bonalberti, tra i più attivi nel percorso che nel 2012 aveva portato al consiglio nazionale e al congresso (poi demoliti dal Tribunale di Roma) che avevano portato Gianni Fontana alla segreteria. Scrivendo su Formiche.net, di cui è contributore, Bonalberti ha sostenuto che il decreto del giudice "permette, finalmente, di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010" in base alla quale "la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta" (il che è vero, ma con conseguenze diverse da quelle sostenute da Bonalberti). Ottima notizia per chi ha "dal 1993 [...] operato, tra mille difficoltà e incomprensioni, per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, popolare e liberale" e, dopo la Cassazione, di avere "concorso a riaprire nel 2012 il tesseramento alla Dc di tutti i soci che erano stati iscritti allo scudo crociato nel 1992, data ultima del tesseramento della Dc storica". Bonalberti si è detto grato a "quanti in tutti questi anni della dolorosa diaspora democristiana, hanno sofferto e si sono battuti per dare pratica attuazione alla sentenza della Suprema Corte", compresi Luciani, Alessi e Pellegrino Leo, "tra i principali protagonisti di quest’ultima fase nei rapporti con il tribunale di Roma e nei primi adempimenti da esso richiesti". Per Bonalberti il ritorno della Dc sarebbe una mossa "contro le logiche dell’imperante capitalismo che determina l’asservimento dell’economia reale e della politica ai propri fini speculativi": servirebbero "forze giovani e cristianamente ispirate" per creare una nuova classe dirigente "attraverso una nuova Camaldoli programmatica, da tenersi a primavera, con le espressioni migliori della cultura cattolica e popolare, della vasta e articolata realtà sociale" dei laici, pure in prospettiva elettorale.
Qualche cautela in più è stata espressa da Franco De Simoni, altro iscritto alla Dc nel 1992-1993 e parte dell'associazione-comitato omonimo (guidato e rappresentato da anni da Raffaele Cerenza), il quale ha affidato a una nota alcune riflessioni. Richiamata anch'egli la sentenza del 2010 della Cassazione, De Simoni ha ricordato che "negli anni molti amici hanno cercato di ridare vita organizzativa alla Dc ma, mancando il rispetto dello Statuto e del codice civile, non sono mai riusciti nell'impresa": facile citare la sentenza n. 14046/2014 del Tribunale di Roma, dichiarativa della nullità del Consiglio nazionale "convocato dall'on. Fontana e presieduto dall'on. Darida nel 2012" per la mancata convocazione di tutti i componenti "mediante avviso personale", come richiederebbero le disposizioni attuative del codice civile. Il timore di De Simoni è che, anche dopo il decreto del Tribunale di Roma sulla convocazione dell'assemblea degli associati alla Dc, "ancora una volta, in mancanza del coinvolgimento di tutti gli iscritti del 1992/1993, e senza la massima pubblicità nelle forme previste dallo Statuto della Dc e dal Codice Civile, anche questo tentativo sarà destinato al fallimento, come i precedenti": per questo, "il Comitato Democrazia cristiana - iscritti 1992/1993", nato per "creare le condizioni per lo svolgimento del XIX Congresso nel rispetto dello Statuto del Partito approvato nel 1984 e tuttora in vigore [...] esprime la massima disponibilità ad organizzare un coordinamento nazionale di tutte le associazioni che si richiamano alla storia della Dc e a trovare tutte le forme di pubblicità dell'iniziativa, per fare in modo che si arrivi finalmente a organizzare il XIX Congresso in modo corretto".
Una voce decisamente contraria alla decisione, infine, è arrivata sabato dal Consiglio nazionale della Democrazia cristiana: ovviamente non quella che Alessi e gli altri vogliono riconvocare, ma quella che si riconosce nella segreteria politica del friulano Angelo Sandri. Durante la riunione dell'organo, al teatro Testaccio di Roma, "si è anche dibattuto - così si legge in un testo pubblicato nel gruppo Facebook "Il Popolo della Democrazia cristiana" - su un articolo pubblicato dal Tempo [...] riguardante la convocazione di un'Assemblea di Iscritti ad un fantomatica Associazione della Democrazia Cristiana prevista per fine Febbraio 2017" (peraltro inserendo un riferimento a Gianfranco Rotondi, del tutto fuori luogo). Il punto sarebbe stato illustrato dallo stesso Sandri, "che ha ribadito le tappe dl un percorso politico-giuridico che ha segnato una continuità della mai decaduta Democrazia Cristiana, dal 1994 ad oggi e che non può più essere messo in discussione da chicchessia". Non solo: ben lungi dall'idea di preparare la celebrazione del XIX congresso, il gruppo legato a Sandri sempre sabato ha annunciato l'indizione del XXIII congresso, che si terrà a metà febbraio a Roma, dunque pochi giorni prima dell'assemblea disposta dal Tribunale. 
A dispetto della comune appartenenza ai valori della Dc, dunque, a dividere i "riattivatori" democristiani ci sono ancora molte cose - compresa la numerazione delle assise congressuali - e c'è da scommettere che la vicenda vedrà di nuovo le aule di tribunale. E i mille pezzi dello scudo, invece che riunirsi, potrebbero frantumarsi ancora di più.

giovedì 10 marzo 2016

Roma, per i democristiani l'imbarazzo della scelta?

Alla fine, se tutto andrà secondo le aspettative (e, soprattutto, se chi di dovere sarà in grado di raccogliere le firme), i democristiani a Roma avranno solo l'imbarazzo della scelta. Accanto al Movimento politico Libertas, che vuole candidare a sindaco l'avvocato Giovanni Maria Morani, ci dovrebbe essere anche la Democrazia cristiana che ha come segretario politico Angelo Sandri (e potrebbe essere cosa diversa, anche sul piano grafico, rispetto alla Dc che voleva rimettere in moto a Roma Pellegrino Leo). 
L'operazione politica della Dc-Sandri non è limitata alla capitale, ma prevede la presentazione di liste in varie altre città, da quelle grandi come Napoli ai centri più piccoli (da Santa Maria Capua Vetere e Aversa). Per avere l'idea di come potrebbe essere il nuovo sbarco della Dc all'ombra del Colosseo, vale la pena di leggere l'articolo pubblicato pochi giorni fa da Fabio Carosi su Affari Italiani: c'è l'intervista a Claudio Lozzi, candidato sindaco per lo scudo crociato, ma anche qualche considerazione più generale:
Un tuffo nel passato tra i ricordi di piazza del Gesù, una lite per il marchio e per i beni che si trascina da anni e che ha riempito di faldoni una dozzina di Procure sparse per tutta Italia e il sogno di riportare lo scudocrociato in auge, addirittura con un candidato sindaco a Roma.Ritorna la Democrazia Cristiana, "forte" di 2000-2500 tessere (anche nella Dc del Terzo Millennio la conta è affare complicato) e un sogno: portare quello che si autoproclama come uno degli eredi di Alcide De Gasperi direttamente in Campidoglio.Nome e marchi sono quelli storici della Balena Bianca: lo scudocrociato. A chiedere un voto nel segno del passato e con la speranza di un futuro è Claudio Lozzi, 43 anni, dipendente dell'Anas, sindacalista di Fit-Cisl, socialmente impegnato con la onlus Altemeridia, con la quale cerca di salvare dalla povertà assoluta un migliaio di romani che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, spesso non hanno vestiti e molti di loro senza casa. Famiglie, gente "normale" che ha perso il lavoro e che è ad un passo dal perdere anche la dignità."Mi candido perché è necessario riportare in auge il simbolo nobile sulla scena politica - spiega Lozzi -; mi candido perché la mia è una battaglia per difendere cioò che ha rappresentatato e rappresenta questo simbolo per il nostro Paese. Sento ogni giorno l'adagio "si stava meglio quando si stava peggio", ed è vero la Dc ha dato da mangiare a tutti, chi è venuto dopo ha affamato molti e dato ricchezza a pochi".Romanissimo, faccione simpatico e cordiale, ha fato via alla sua democristianissima corsa al Campidoglio con un bel congresso "alla romana", a La Rustica, e da lì è decollato la sua campagna elettorale "porta a porta". "Partiamo con i gazebo in tre Municipi da lunedì prossimo  spiega - ci saremo in IV, V e VI per raccogliere le firme necessarie alla candidatura, poi ci sposteremo piano piano in tutta Roma. In verità non abbiamo un soldo ma tecnicamente stiamo aspettando di rientrare in possesso del patrimonio della Dc che fu, a partire dal palazzo di piazza del Gesù. Abbiamo una sentenza che dice chiaramente che il patrimonio è dei tesserati del 1993 e li stiamo cercando tutti per fare il congresso".Ascoltare le sue parole è come sfogliare un libro di storia che non ha mai l'ultima pagina, tant'è che ammette di essere il candidato di un partito dove resistono ancora le correnti "che sono un patrimonio di democrazia". Nato nella scuola di Giacomo Troja, per anni sulla scena nazionale e regionale o ora lucido sindaco ottantenne di Arcinazzo Romano, Lozzi è quanto di più verace Roma possa produrre. E il programma è una sintesi brutale: "Roma ha bisogno di una riqualificazione, Roma è nel degrado, Roma è in mano ai Rom; vogliamo telecamere per proteggere i nostri bimbi negli asili e gli anziani nei Centri; dove arrivano i soldi del Comune arriva Mafia Capitale e abolizione delle Coop malsane salvando i dipendenti".Semplice, che parla alla pancia del popolo persino più della Lega e sostenuto dalla sua "macchina della solidarietà", la Onlus che assiste un migliaio di "senza niente" e che aderisce al Banco Alimentare, ha un sogno: "Spiegare ai giovani che non sanno e che hanno letto una storia fuorviante, cosa era la Dc e quali erano i valori che hanno costruito l'Italia del Dopoguerra". Quando i ragazzini invece della playstation e di Whatsapp andavano all'oratorio di di Don Bosco.Nostalgico, lineare, qualcuno direbbe preistorico, fatto sta che fa sul serio per diventare sindaco di Roma. Chi vuole capire qual'è il suo elettorato di riferimento può guardare il suo video: in stile ortogonale alla tv-denuncia e con "stile libero" è entrato in alcune case dove abitano i romani "ai limiti della civiltà".

mercoledì 10 febbraio 2016

"Restituite il patrimonio (e lo scudo crociato) alla Dc!"

Inutile negarlo: occuparsi della Democrazia cristiana, o di ciò che ne resta, non consente mai di annoiarsi. Oggi, per dire, Il Tempo dedica l'intera pagina 2 e il soppalco della prima al patrimonio immobiliare (scomparso) della Dc "finito in procura". La Procura della Repubblica è quella di Roma: settimane fa ricevuto un esposto da parte di chi ha "il fondato timore che buona parte dei beni e delle risorse patrimoniali della storica e vivente Dc siano confluiti nei partiti di successiva formazione, i cui dirigenti hanno così potuto disporre d’ingenti cespiti, senza dichiararli né riportarli nei rispettivi rendiconti/bilanci".
Prime due pagine del Tempo, 10 febbraio 2016
Finora, come sa chi frequenta questo sito, non ho quasi mai scritto della questione del patrimonio immobiliare della Dc. Le ragioni sono diverse: innanzitutto quella vicenda giuridica e giudiziaria, già trattata da varie inchieste giornalistiche di carta stampata e televisive (pure il direttore del Tempo, Gian Marco Chiocci, se ne occupò per il Giornale), è "un casino di pazzi che la metà basta", parole usate da Gianfranco Rotondi (che citava Rocco Buttiglione) per descrivere la situazione della gestione patrimoniale post-democristiana. Quel "casino di pazzi", peraltro, si traduce in una quantità enorme di carte, processuali e non, di cui dispongo solo in minima parte: scriverne ugualmente sarebbe per lo meno incauto (c'è chi soffre di querelite acuta) e ingiusto verso chi quella storia la conosce meglio. Stavolta, però, occuparsi del patrimonio immobiliare permette di tornare sulla questione della "malatrasformazione" della Dc in Partito popolare italiano del 1994, che ha coinvolto anche il simbolo dello scudo crociato: vale dunque la pena di farsi un giro di "Monopoli diccì" (l'immagine, è giusto dirlo, è stata usata per la prima volta all'inizio di A pensar male..., la puntata di Report curata da Sabrina Giannini e andata in onda poco prima delle elezioni europee del 2014, la stessa trasmissione da cui viene la citazione rotondiana di qualche riga fa) e cercare di capire esattamente cosa stia succedendo.  
L'esposto, presentato a Roma e in varie altre procure, risulta firmato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni. Il primo si autodefinisce "presidente dell’Associazione degli iscritti alla Democrazia cristiana del 1993, nella qualità d’iscritto al Partito [...] nell'ultimo tesseramento regolarmente effettuato (1993)". Quell'associazione di fatto esiste almeno dall'inizio degli anni Duemila, quando mosse i primi passi per sostenere che la Dc non era in realtà mai stata sciolta e chi era iscritto all'ultimo tesseramento (1993) aveva mantenuto la qualità di socio del partito: una delle prime azioni, nel 2001, fu l'invito ad Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo Dc, a riconvocare gli organi del partito e, nel frattempo, a compiere tutti gli atti idonei a "evitare la dispersione incontrollata dell'insieme di beni materiali, politici, intellettuali e ideali del partito". Sempre Cerenza, tra l'altro, era stato tra coloro che, con un ricorso al Tribunale di Roma, tra il 2013 e il 2014 era riuscito prima a far sospendere, poi a far dichiarare nulli gli atti del "consiglio nazionale" con cui si era tentato, il 30 marzo 2012, di far ripartire l'attività della Dc, eleggendo alla segreteria Gianni Fontana.
De Simoni, invece, figura come "Coordinatore della Segreteria Politica Nazionale e Segretario Regionale (con poteri commissariali) della Democrazia cristiana del Lazio". La Dc in questione, è bene dirlo subito, è quella che si riconosce nella segreteria politica di Angelo Sandri: lo stesso, come scrive Valeria Di Corrado sul Tempofigura anche come firmatario dell'esposto alla Procura di Roma, in qualità di "segretario nazionale pro tempore" del partito. Non è certo la prima volta che Sandri compie azioni legate al patrimonio della Dc (si era già rivolto in passato al Tribunale civile di Roma, sperando di far riconoscere alla "sua" Dc la titolarità dei beni che erano stati democristiani fino all'inizio del 1994, facendo invalidare ogni atto dispositivo sugli stessi successivo a quel periodo), ma stavolta il tentativo viene portato avanti insieme a soggetti che non si rifanno direttamente al partito guidato da Sandri.   

mercoledì 26 agosto 2015

Nuova Democrazia cristiana, un nuovo progetto?

A volte basta un dettaglio, anche molto piccolo, per creare qualcosa di nuovo, anche se magari se ne accorgono in pochi: così, da qualche settimana, gli appassionati ai dettagli politici potrebbero essersi accorti che è spuntato un nuovo simbolo dell'area Dc. Si tratta, per l'esattezza, di quello della Nuova Democrazia cristiana, gruppo che fa riferimento a Lidio Palumbo e - come segretario organizzativo per le Marche - a Stefano Ravagnani: non si tratta - a quanto si capisce - di un partito, ma di un "laboratorio politico democristiano" nato già nel 2014 che in quella stessa regione ha formato gruppi locali di ispirazione democristiana, arrivando a presentare liste in occasione di alcune elezioni comunali e soprattutto alla recente tornata di elezioni regionali (nelle province di Ancona, Macerata e Fermo).
In effetti, se da una parte il nome del laboratorio non è nuovo - si contano almeno due precedenti "Nuova Democrazia cristiana", la prima fondata da Giulio Giuseppe Negri e poi portata avanti da Salvatore Giraldi, la seconda guidata da Salvatore Platania - il contrassegno ricorda da vicino quello che è stato ammesso alle regionali in due province marchigiane su tre (Macerata e Fermo): in prima battuta gli uffici elettorali provinciali avevano bocciato lo scudo crociato arcuato bianco e rosso su fondo bianco in circonferenza blu, cioè l'emblema classico della Dc che si riconosce nella segreteria di Angelo Sandri, cui in quel momento Palumbo e Ravagnani erano ufficialmente legati; lo stesso simbolo tradizionale, invece, era stato ammesso nella circoscrizione di Ancona e alle elezioni comunali.
A livello regionale il contrassegno ha ottenuto lo 0,83%, ma il dato relativo alle singole province è maggiore: 0,91% ad Ancona (con il logo tradizionale), l'1,57% e l'1,83% rispettivamente a Fermo e Macerata, con l'emblema a fondo blu, con scudo blu e croce bianca. Il tutto, precisano coloro che hanno partecipato alla campagna elettorale, praticamente senza fondi, con una minima copertura dei media, insomma "quasi da sconosciuti": con quelle cifre non poteva arrivare nemmeno un consigliere, ma a pensarci bene il risultato non è stato nemmeno così trascurabile.
Ora che le elezioni sono archiviate da un po', partendo dal contrassegno "di riserva" usato alle regionali è stato creato quello della Nuova Dc: stesso fondo blu, lo scudo a croce bianca allargato e più centrale (al posto della scritta "Spacca presidente") e, in alto, per marcare l'identità, l'inserimento dell'aggettivo "nuova", che starebbe a indicare anche le differenze di metodo seguite dal gruppo. Il laboratorio, in particolare, come si legge in un comunicato a firma Palumbo-Ravagnani diffuso a maggio, vuole perseguire "lo svecchiamento e l’innovazione rispetto al passato, e cioè rispetto ad altre formazioni politiche democristiane che in precedenza , in questi venti anni, avevano saputo presentarsi soltanto alle elezioni di qualche Comune ma non si era mai affacciata in uno scenario più ampio come quello offerto oggi delle elezioni Regionali delle Marche.
Se pure in qualche caso liste della Democrazia cristiana si sono viste anche in realtà territoriali piuttosto importanti (ad esempio la provincia di Milano nel 2009 e il comune di Genova nel 2012, benché in quei casi il simbolo fosse quello della Dc-Pizza), il "caso Marche" rappresenta la prima partecipazione autonoma della Dc alle elezioni regionali negli ultimi anni (fatta eccezione, ovviamente, per il caso della Dc di Rotondi del 2005 e per le liste Dc-Adc del 2010). 
Nello stesso comunicato di maggio si prospettava la convocazione "entro settembre" del congresso costitutivo dell'associazione Ndc, con lo scopo di proseguire ed estendere su più ampia scala quanto realizzato nelle Marche. Si tratta dunque di un percorso autonomo rispetto a quello della Dc-Sandri? Stefano Ravagnani non lo dice espressamente: "in linea generale tutti i gruppi DC presenti in Italia credo debbano considerarsi, soprattutto dopo la sentenza di Cassazione a sezioni unite n. 25999/2010, come se fossero varie correnti di un unico partito in fase di riorganizzazione, dal basso, che molto presto troverà unità, anche organizzativa". 
Su un punto, però, Ravagnani rimarca l'attenzione: "Quante liste elettorali di livello sono state presentate in venti anni? Solo quella delle regionali Marche e del comune capoluogo di Fermo, stop; altre liste riguardano comuni di secondo e terzo piano o situazioni particolari, come Reggio Calabria. Ciò deriva dalla mancata considerazione di un principio fondamentale: il diritto sorge dal fatto. Se la Dc vuole esistere, deve anzitutto essere voluta". Come a dire che per esistere giuridicamente, senza che le altre forze politiche o gli uffici elettorali creino problemi, occorre prima presentare le liste a livello nazionale e farsi votare. Vedremo se quella "unità, anche organizzativa" auspicata si tradurrà in realtà nei prossimi mesi. 

mercoledì 12 agosto 2015

Libertas, la colomba crociata figlia della Dc


Dare attenzione alle vicende collegate direttamente o indirettamente allo scudo crociato dà sempre soddisfazione: piaccia o no, quell'emblema sembra una fonte inesauribile di storie e di sigle. Una delle ultime - non certo l'ultima, si intende, è proprio impossibile mettere la parola "fine" in questo ambito - porta il nome di Movimento politico Libertas, che fin dal nome richiama l'antica ispirazione democristiana, senza però utilizzare ufficialmente né il nome né il simbolo storici. Il movimento, nato a settembre del 2014, ha come presidente Antonio Fierro, ex dirigente dell'Iri e già alla guida di un altro movimento dal nome latino e di matrice cristiana, Veritas.
Anche chi segue seriamente la politica e i suoi movimenti, a questo punto, potrebbe essere colto da dubbi. D'accordo, Fierro da presidente del Movimento politico Veritas aveva indicato sé stesso come capo della forza politica alle elezioni del 2013 (anche se poi in nessuna circoscrizione corsero liste con quel simbolo). Poco più di un anno dopo, tuttavia, esattamente al primo mattino del 6 aprile 2014, mentre due giovani donne da almeno un giorno avevano tenuto il posto nella fila davanti al Viminale proprio a nome di Veritas - posso testimoniarlo personalmente, avendo dato io il numero alle signore al posto di Mirella Cece, che mi aveva chiesto di sostituirla per un po' - a prendere la loro posizione era stata la Democrazia cristiana che si riconosceva nella segreteria politica di Angelo Sandri. 
Europee 2014: Fierro al Viminale
A depositare l'emblema dello scudo crociato arcuato su fondo bianco, nella "delegazione" guidata dallo stesso Sandri, a fianco dell'allora presidente del consiglio nazionale Anna Ciammetti c'era proprio Antonio Fierro, visto che il suo movimento Veritas nei mesi precedenti aveva stretto un accordo con la Dc-Sandri: quel giorno, probabilmente, Fierro aveva in animo di presentare anche il suo simbolo, anche se poi deve aver cambiato idea (non a caso, in bacheca, dopo lo scudo "sandriano", nello spazio con il n. 11 rimasto a lungo vuoto è apparso un foglietto con la scritta "non presentato").
Cosa ha portato, nel giro di poco tempo, Fierro da una collaborazione con la Dc-Sandri (nella quale ha rivestito incarichi apicali, compreso quello di vicesegretario nazionale) al varo di una nuova formazione politica? Ce lo spiega lui stesso: "Ricordo che nel 2013 fui chiamato da Sandri che aveva letto un mio articolo, alla fine di quell'anno partecipai anche al congresso di Perugia con cui "riabilitai" Sandri come segretario, ma in seguito compresi che non poteva ricoprire quel ruolo, tant'è che alle regionali di fatto finì per dare sostegno a Fratelli d'Italia. Per quanto riguardava me, io ero un iscritto alla Dc del 1992-1993, come coordinatore del comitato avevo avuto la delega a riportare all'interno delle Camere la Democrazia cristiana e su questo non ho mai cambiato idea".
Se al momento Fierro non milita all'interno di un partito che abbia quel nome storico, c'è un motivo ben preciso: "Ho capito che con la Dc non si può fare assolutamente nulla, dopo gli approfondimenti che sono stato costretto a fare: in pratica, tutti i deputati e senatori che hanno preso i soldi o gli immobili, dopo la fine del partito avevano e hanno tutto l'interesse affinché la Dc non cammini più". Occorreva un sistema per far rivivere la Dc senza la Dc, ma come?
Una possibile soluzione venne riguardando al passato: "Va ricordato che un gruppo nutrito di persone che ai tempi aderivano alla Dc giovanile era iscritto anche alle organizzazioni sportive che la Dc aveva nelle varie città, il cui nome era Libertas - nota Fierro -. Un giorno questi vecchi iscritti si sono riuniti e sono venuti a prendermi, mentre ancora stavo analizzando il "problema" della Dc. Quando ho capito che non c’era modo di arrivare in Parlamento in quelle condizioni, chiamai questa cinquantina di persone e ci rivedemmo: spiegai loro che con nome e simbolo tradizionali non ci si poteva candidare, così abbiamo costituito il Mpl, facendo nascere una realtà cui per decenni nessun altro era riuscito a dar vita". a che è quello che non erano riuscito a fare per decenni". 
Di cosa parla Fierro? "Da quando abbiamo iniziato le nostre attività, a settembre del 2014, abbiamo raccolto iscritti in tutta l’Italia: ci sono regioni in cui potremmo essere tranquillamente il primo partito, come in Campania, Sicilia, Lucania, molti consiglieri e assessori stanno passando con noi. Abbiamo costituito una squadra valida a livello nazionale, ma non abbiamo alcuna intenzione di dare voce a senatori e deputati del passato: chi vuole partecipare può farlo solo come persona per bene".
Il primo simbolo adottato
"Se la Democrazia cristiana dovesse avere un figlio, dovrebbe chiamarsi Movimento politico Libertas", aveva dichiarato ad aprile uno degli aderenti del nuovo soggetto politico a un quasi incredulo Franco Bechis, che ad aprile a Roma si era imbattuto in un banchetto del Mpl e non si capacitava di avere scoperto la nascita dell'ennesimo movimento. "Oggi fare politica è una vocazione - dichiarava in modo risoluto il giovane - se ce l'hai prendi i voti, se non ce l'hai non li prendi". In effetti a Somma Lombardo non è andata benissimo (Massimiliano Bersi, candidato sindaco, ha preso 70 voti, lo 0,95%), ma si è trattato pur sempre dell'esordio. 
In quel caso, tuttavia, il gruppo non ha potuto avvalersi del simbolo che inizialmente era stato ideato, che si basava pur sempre su una rielaborazione dello scudo crociato, sia pure con colori diversi e il tocco di due uccelli stilizzati ad ali spiegate: "In effetti avevamo elaborato un primo simbolo - spiega Antonio Fierro - ma sono andato direttamente al Ministero dell'interno, ho chiesto una sorta di parere preventivo a chi si occupa normalmente dei contrassegni e mi è stato detto che alcuni particolari erano da cambiare, così ci siamo regolati di conseguenza". Ogni accenno diretto allo scudo crociato è sparito, per cui ora l'emblema è così descritto: "Cerchio bordato di blu a fondo azzurro sfumato verso il bianco, contenente al centro uno scudo riportante alla testa convessa di colore blu la scritta 'Movimento Politico Libertas'; al centro dello scudo la colomba bianca e rossa su fondo azzurro sfumato sovrapposta alla fascia arcuata tricolore nazionale; alla punta dello scudo l'acronimo MPL verde, grigio chiaro e rosso". 
Con il nuovo emblema il gruppo intende fare politica attiva ("Sapesse quante pressioni ho per non andare avanti", assicura Fierro) e ha in mente qualcosa di ben preciso per far saltare il banco: "Il movimento Politico Libertas - si legge sul sito del Mpl - sta preparando un attacco concentrico alle istituzioni che non intendono portare il Paese alle elezioni politiche in brevissimo tempo, nonostante le due sentenze della Corte di Cassazione n.8878 del 04/04/2014 [quella che ha riconosciuto la lesione del diritto di voto a causa dell'applicazione del Porcellum, ndb] e della Corte Costituzionale [si tratta della nota sentenza n. 1/2014, con cui la stessa legge elettorale è stata parzialmente dichiarata incostituzionale e su cui si è appoggiata la Cassazione nella pronuncia vista prima]. Il Movimento Politico Libertas scriverà in breve tempo a tutti i Paesi della C.E. perché non riconoscano i rappresentanti politici italiani in quanto non eletti legittimamente. Sarà comunicato alla Comunità Europea che, qualora e in qualsiasi momento dovesse avvenire un cambiamento politico nel Paese, gli atti firmati dai governanti non eletti o eletti illegittimamente non saranno assolutamente riconosciuti per cui nulli. Lo stesso dicasi per gli atti firmati in Italia".
Sarà interessante capire come andrà a finire (e sapere, tra l'altro, come il movimento Libertas legga la sentenza della Consulta nella parte in cui "salva" la legittimità del Parlamento in carica); nel frattempo, la colomba crociata del Mpl continuerà a volare, altezza e meta la decideranno iscritti ed elettori.