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martedì 16 giugno 2020

Zarlenga Omnia, il mondo di calcio che non finì sulla scheda

Il legame tra calcio e politici (conclamati o aspiranti tali), lo si è visto nei giorni scorsi parlando del libro La Repubblica nel pallone, è stato consistente ma di solito non molto felice, per una ragione o per l'altra. Eppure nel 2006 il pallone - in senso letterale - avrebbe potuto seriamente finire sulle schede elettorali, nazionali o almeno romane. Non si poteva pensare nulla di diverso guardando il simbolo di Zarlenga Omnia, tra i contrassegni depositati al Ministero dell'interno in vista delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile di quell'anno.
Il 24 febbraio, primo giorno riservato alla presentazione dei contrassegni, nelle bacheche del Viminale non poteva non attirare l'attenzione dei presenti anche un curioso emblema a metà tra il globo e il planisfero - che probabilmente non si vedeva dai tempi della Federazione laburista di Valdo Spini e del Movimento Diritti civili di Franco Corbelli - in cui colpiva tanto l'evidenza del cognome Zarlenga (un po' per l'accostamento cromatico mattone-su-verde-e-blu non tra i più gradevoli, ma certo appariscente, un po' per la forma biconcava del testo, di quelle che un tempo si facevano con le Wordart di Publisher), quanto per la presenza di cinque tradizionali palloni da calcio - quelli con gli esagoni bianchi e i pentagoni neri - collocati uno in Europa, uno in Africa, uno in Asia e uno per ciascuna delle Americhe (l'Oceania, semplicemente, non entrava nel simbolo).
Proprio questo accorgimento grafico poteva far pensare con una certa facilità che il simbolo di Zarlenga Omnia potesse essere utilizzato soprattutto per la circoscrizione estero, magari facendo leva sul potere unificante del calcio per gli italiani che vivevano oltre i confini nazionali. Questo, tuttavia, rischiava di far perdere di vista un dettaglio importante: il primo interesse di Mario Zarlenga riguardava proprio l'Italia e, soprattutto, la capitale.
Già, perché Zarlenga, ingegnere, imprenditore del settore delle costruzioni, era presidente di una polisportiva del quartiere Portuense e anche della locale squadra di calcio, chiamata appunto Zarlenga Portuense. Il 10 febbraio 2006 aveva rilasciato un comunicato legato al suo simbolo, in base al quale Zarlenga Omnia era "un altro modo di vivere il calcio". La sua ideale campagna elettorale era iniziata con un appello "alle migliaia di squadre dilettantistiche, alle centinaia di migliaia fra atleti, dirigenti, genitori e famiglie che respirano il calcio vero: quello dei campi di terra rossa, della sveglia presto la domenica mattina e del tifo genuino, lontano da business e politica ma fatto di affetto e sfottò. Il tifoso va salvaguardato e non stressato". 
Quell'appello-comunicato, pur se con un po' di fatica, si può ancora trovare in rete e si può scoprire che il programma del gruppo politico si basava soprattutto sul pallone dei "dilettanti": per Zarlenga i presidenti e i consiglieri dei comitati provinciali e regionali, assieme ai presidenti, dirigenti e collaboratori delle società dilettantistiche, erano "il motore del calcio italiano, di cui quello patinato non è altro che un'inutile sovrastruttura": per cui toccava a loro far valere "i diritti del dilettantismo", senza accontentarsi delle briciole lasciate dai professionisti. Secondo il capo politico di Zarlenga Omnia c'erano tre priorità: "1) Autonomia del calcio dilettante, con il riconoscimento dei dirigenti come operatori sociali e delle società come associazioni di base; 2) Il diritto ai giovani oltre diciotto anni, che giocano e percepiscono un rimborso, al riconoscimento di un contributo da parte dello stato, evitando così sperpero ed evasione e dando lavoro riconosciuto; 3) Il gioco del calcio come collante per superare i problemi sociali, non solo da noi ma anche dove a calcio non si può giocare, poiché mancano i beni di prima necessità, creando quindi una rete di solidarietà che non sia la vergognosa passerella degli artisti nelle partite del cuore".
Il comunicato si chiudeva con uno slogan che somigliava piuttosto a una professione di fede: "Il calcio è uno stile di vita, un collante sociale, una 'religione'. Ha una sua etica e una sua morale ed è altro rispetto a quello che ogni giorno vive sui media". Un credo che Zarlenga avrebbe voluto propagare soprattutto a Roma perché c'era anche la sua candidatura a sindaco della Capitale, accanto a quelle presentate per il turno che vide affrontarsi soprattutto Walter Veltroni (in cerca di una conferma, puntualmente ritrovata) e Gianni Alemanno. L'avventura del difensore del calcio dilettantistico durò poco, perché l'ufficio elettorale escluse la lista per carenza di firme; Zarlenga aveva fatto ricorso al Tar del Lazio, ma non era arrivata alcuna decisione perché poi l'ingegnere aveva rinunciato, chiedendo ai suoi candidati - come scrisse la Repubblica all'epoca - di sostenere Veltroni.
Il simbolo, a dire, il vero non finì nemmeno sulle schede elettorali delle elezioni politiche (probabilmente perché raccogliere le firme sarebbe stato troppo oneroso) e lo stesso accadde nel 2008, dopo che il simbolo finì comunque nelle bacheche del Viminale. Chissà come sarebbe andata, alla prima tribuna elettorale, da trasformare in vetrina di una sorta di rinnovato "calcio totale" (così sembrava a guardare il simbolo). Dalla sua poltroncina, Zarlenga avrebbe potuto sfoggiare un nuovo slogan che sarebbe stato perfetto per lui: "Siamo dei dilettanti e ne siamo fieri". 

martedì 9 giugno 2020

Dalla Repubblica nel pallone: L'Italia morale che i romani non poterono votare

Quella delle elezioni amministrative del 2016 non è stata, a memoria di persona, la scheda elettorale più affollata vista alle comunali di Roma. 13 candidature al ruolo di sindaco, 34 liste a sostegno erano certo grandi numeri, ma mai quanto i 19 aspiranti sindaci del 2013 (con 40 liste) e anche in altri casi si sono contate più liste o più candidature. Qualcuno nel 2016 aveva ironizzato sulla possibile candidatura di Antonia Colasante a "sindaco de Roma" (con una campagna elettorale veramente falsa, ma assolutamente credibile e al profumo di cornetti alla crema), eppure c'è stato davvero un periodo in cui ad aspirare alla poltrona più importante dell'amministrazione capitolina sembrava fossero in quattordici, invece che in tredici. Il nome in più era quello di Mario Auriemma, che sarebbe stato pronto a mettersi in gioco con il simbolo del suo movimento, Italia morale
A quattro anni da quel voto anticipato romano, questa pagina potenziale mai diventata attuale era pressoché finita nel dimenticatoio, soprattutto per chi non era romano e non aveva aderenza con il calcio: il nesso lo si vedrà tra poco. A strappare all'oblio quella vicenda sono stati Fabio Belli e Marco Piccinelli, due giornalisti con una passione più o meno equamente distribuita per il calcio e per la politica. Dopo aver pubblicato nel 2017 Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista (raccontando a modo loro il calcio oltrecortina), i due autori hanno proposto - sempre per i tipi di Rogas edizioni - La Repubblica nel pallone, uscito a dicembre. Nelle intenzioni di Belli e Piccinelli, il volume racconta in circa 130 pagine varie storie di "un amore non corrisposto", quello tra calcio e politici. Anche se, a dire il vero, sfogliando il libro non sembra essere stato sempre così.
Si deve dire, peraltro, che proprio in quell'amore non corrisposto può farsi rientrare la vicenda del citato Mario Auriemma. Il movimento Italia morale, fondato da lui (come segretario) e da Massimiliano Metalli (come presidente), fece la sua prima uscita il 14 ottobre 2015 in un albergo romano e intendeva proporsi fin dall'inizio "come alternativa contro l’inerzia del Governo" (che allora era quello di Matteo Renzi, ma forse faceva riferimento anche all'amministrazione Marino). A febbraio del 2016 si fece più concreta la notizia della possibile candidatura, ma il programma del movimento e il suo statuto erano noti già da prima: non si tratta di capolavori letterari o giuridici, ma meritano una lettura (armandosi di pazienza): fine del movimento  è "la rappresentanza delle problematiche reali dei cittadini e dell'industria, esso è rivolto e aperto anche a tutti gli italiani che desiderano seriamente impegnarsi in una missione moralizzatrice della politica"; il soggetto politico si pone come "la casa di tutti quegli italiani che si sentono moderati e liberali, che credono nella libertà e vogliono rimanere liberi e che si riconoscono nei valori del movimento", vale a dire "la dignità della persona, la solidarietà generale, nella costante adesione ai principi fondamentali democratici, la centralità della famiglia, la legalità e nei valori cristiani". E come tralasciare, qualche riga più tardi sempre nello statuto, i passaggi in cui non ci si accontenta di dire che il sistema politico italiano "deve fare grande affidamento nella possibilità di riattivare lo sviluppo nel mezzogiorno definendo le condizioni che abbiano con una immediata efficacia anticongiunturale il respiro di una azione mirata ad obiettivi strategici di valenza nazionale" (urca!), ma si aggiunge che occorre "una condizione essenziale di salvaguardia e una innovativa politica del Welfer (!) che non si limiti alla previdenza, agli ammortizzatori sociali, alla salute; ma che individui servizi sociali, scuola ed educazione"?
Già a metà ottobre del 2015, insomma, Auriemma si era proposto come concorrente alla poltrona di sindaco e si fece conoscere ai più a partire dalla fine di marzo del 2016, quando alla presentazione ufficiale delle candidature mancava più o meno un mese e mezzo. Anche in quell'occasione, non poté passare inosservata la sua pronuncia - è nato a Montesarchio, nel beneventano - al pari di alcune delle sue proposte (tra queste "I frocë hann’ da sta a Pomezië e Civitavecchë, così com’ i zincarë”, lasciando a ciascuno l'ardito compito di tradurre; da rimarcare anche la chiusura delle metropolitane, il confino degli autobus in periferia e il dominio assoluto dei taxi in centro, senza contare le crociate contro i turisti: "tutt'a casa lore, io facesse veni' quelli che c'hanno i sorde, chi nun c'ha i sorde nun po' veni' a Roma"). Profonda anche l'analisi dei suoi potenziali competitor: "A Forza Italia ho detto no, la sinistra è tutta corrotta, Giachetti è fuori moda, la Meloni e Bertolaso pure". L'unico politico di cui sentiva la mancanza era Giulio Andreotti (o "Andreotto"), il quale peraltro aveva insignito Auriemma del titolo di Cavaliere. 
Inutile dire che il soggetto in questione era diventato il personaggio preferito di determinati programmi radiofonici e televisivi - dalla Zanzara alle Iene - ai quali non mancava di consegnare dichiarazioni preziose, raccolte nel libro da Belli e Piccinelli: "Bisogna essere puliti - diceva a proposito della "fedina" degli aspiranti candidati - a tutti coloro che vorranno entrare nel movimento chiediamo il certificato penale. Se è pulito lo accettiamo, altrimenti va a casa: anche se ha ricevuto una contravvenzione con la macchina non lo accettiamo"; memorabile anche il proposito, in periodo di "Mafia capitale", di risolvere il problema dei faccendieri alla radice mandando ""tre-quattro persone per strada che vanno negli alberghi per vedere chi fa i bisiniss”. La moralizzazione della politica era un pallino del Cavaliere beneventan-romano da tempo, già a metà degli anni '90: questa pagina, tuttavia, merita di essere approfondita altrove.
Va bene, ma il calcio cosa c'entra? C'entra, perché tra i motivi per cui Auriemma - che tra l'altro in una pagina del sito del suo movimento riesce a essere indicato come "Augemma", errore memorabile come la sentenza in base alla quale "L'Italia, vista come un faro nel mondo, è stata spenta dallo tsunami dell'immortalità (!), travolgendo quelli che sono i valori dell'uomo" - aveva deciso di candidarsi nella Capitale sostenendo di avere "fatto il calcio a Roma: sono stato presidente del Pomezia, del Civitavecchia e del Frosinone". Le cose non stavano proprio così, sia perché nessuna delle tre squadre c'entra con il calcio vissuto realmente dai romani, sia perché in effetti Auriemma non risulta essere stato dirigente o patron della squadra frusinate, mentre - come annotano gli autori - è stato "dirigente dell’Avellino negli anni '80, nonché amministratore delegato del Giorgione Calcio", squadra di Castelfranco Veneto. Si può dire, insomma, che "Il pallone è un elemento onnipresente nella vita professionale del Cav., sebbene non sia sempre legato a successi sportivi": sempre Belli e Piccinelli annotano come dalle cronache emergano tracce di provvedimenti disciplinari e dissesti finanziari (perfino replicati a distanza di anni in luoghi diversi), non proprio un ottimo biglietto da visita per un aspirante sindaco di Roma. 
Alla fine non arrivò sulle schede il simbolo di Italia morale, una sinfonia dei quattro colori nazionali, che peraltro - ci si permette di aggiungere qui - nella struttura ricordava non poco il simbolo di (Noi) SiAmo Italia di Sauro Moretti, figura vicinissima a Vittorio Sgarbi. Non è dato sapere se a fermare la candidatura siano state le firme da raccogliere, un'intenzione non troppo ferma di partecipare a quella competizione elettorale (ma allora perché muovere tutta quella confusione, spendendo anche non poco?) o chissà cos'altro. Quel che è certo è che, con la sua avventura di alcuni mesi, Auriemma ha contribuito a trasmettere l'immagine che tra calcio e politici (o aspiranti tali) l'amore non sia esattamente corrisposto.
Eppure non è sempre stato così. Il primo capitolo della Repubblica nel pallone, per esempio, si concentra sulle figure istituzionali che meno si sarebbe tentati di collegare al calcio e al tifo, vale a dire i Presidenti della Repubblica. Eppure lo si dovrebbe fare: se in effetti si sa poco della passione calcistica di Enrico De Nicola, Giovanni Gronchi, Giuseppe Saragat e Oscar Luigi Scalfaro (mentre si sa qualcosina di più per Sergio Mattarella, tifoso prima del Palermo e poi dell'Inter, come detto dal fratello) e se Sandro Pertini è passato alla storia per la sua esultanza alla finale vittoriosa di Spagna '82 e per lo scopone sull'aereo di ritorno, sono rimasti più che impressi il tifo di Giovanni Leone e Giorgio Napolitano - non a caso due napoletani, provenienti da una terra che fa del pallone una religione, quanto il Brasile - così come era nota la fede juventina di Francesco Cossiga, tanto quanto quella amaranto (per il Livorno) di Carlo Azeglio Ciampi.
Allo stesso modo, non verrebbe facile pensare che il calcio rientrasse tra le passioni dei leader del Partito comunista italiano o dei partiti che ne hanno costituito la continuazione. Belli e Piccinelli ci ricordano invece che - al di là dei falsi storici su Antonio Gramsci - Palmiro Togliatti era juventino (con aneddotica annessa), così come Luciano Lama (da notare il suo rapporto singolare con Giovanni Agnelli), Berlinguer (ma per lui prima veniva la Torres) e Walter Veltroni. Non sarebbe d'accordo sul legame tra comunismo e attaccamento ai colori bianconeri Marco Rizzo, al quale il padre, operaio della Fiat, diceva con convinzione: "'m raccumandu: comunista, dal Tor e basa mai la testa"; non a caso Rizzo è stato anche "uno dei capi ultras", con il nome di "Marco il biondo" e una convinzione: "La Juve è la squadra dei padroni. O meglio, a Torino la Juve era vista come la squadra dei padroni perché era la compagine dell'Avvocato Agnelli, per cui gli operai tifavano Toro. Ma la Fiat voleva dividere la classe operaia che lavorava nella fabbrica e iniziava a organizzarsi distinguendo fra l’operaio 'di mestiere' (comunista e del Toro) e l’operaio 'massa', quello della grande immigrazione dal Sud Italia", per cui la Juve "nacque per separare questi due corpi dentro la fabbrica e inventò l'acquisto dei giocatori appartenenti a ogni regione del meridione [pensando ai lavoratori che] vivevano un processo alienante di lavoro (la catena di montaggio), abitavano in case sovraffollate ma che il lunedì potevano gioire per la vittoria della squadra del padrone".
Oltre alla testimonianza diretta di Rizzo, il volume contiene i ritratti calcistici di altri personaggi chiave della politica italiana: Achille Lauro (due volte presidente del Napoli), Ciriaco De Mita (la cui permanenza alla segreteria della Democrazia italiana coincise quasi per intero con la permanenza dell'Avellino in Serie A e viceversa), Bettino Craxi (di stretta fede torinista, fino a muoversi per tentare di rianimare la squadra alla fine degli anni '80) e ovviamente Silvio Berlusconi (che prima di comprare il Milan aveva fatto un pensierino sull'Inter). Non si può poi dimenticare Giulio Andreotti, la cui fede romanista era ben conosciuta, mentre meno noto era il suo essersi attivato quando la Lazio - di cui peraltro è tifosissimo il figlio Stefano - navigava in pessime acque. Al di là del "divo Giulio", non manca un capitolo dedicato all'intreccio tra elezioni amministrative romane e calcio (al di là del già ricordato Auriemma), con la partecipazione straordinaria dell'ultima bandiera autenticamente romana - Francesco Totti - e con un'incursione "simbolica" (anche se un po' da rivedere, in realtà) in una delle presenze "civiche" più longeve della storia elettorale romana recente, quella di Forza Roma / Avanti Lazio.
Si legge in fretta La Repubblica nel pallone, anche se a costruirla così com'è ci sono voluti quasi tre quarti di secolo. Tra episodi noti, pagine più nascoste, notizie recuperate e testimonianze curiose, il binomio politici-pallone viene sviscerato in alcune delle sue possibili sfaccettature. Altre sicuramente ce ne potrebbero essere: a ognuno completare il suo mondo politico-calcistico, come scacchi di un pallone personalizzato.