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lunedì 20 novembre 2017

Nicola Storto: Il simbolo Pd nacque senza Ulivo, Renzi cambi pure tutto

L'anniversario è tondo tondo, di quelli che andrebbero festeggiati. Domani, infatti, saranno passati dieci anni dal giorno in cui, con grande gioia del segretario-fondatore Walter Veltroni, fu presentato il simbolo del Partito democratico a Roma. Sulla carta doveva essere l'inizio del sogno di chi voleva archiviare le ostilità tra gli eredi della sinistra, nella sua versione progressista, e il cattolicesimo sociale che rifiutava categoricamente l'idea di allearsi con Silvio Berlusconi. Doveva essere un partito a vocazione maggioritaria, lasciandosi alle spalle le alleanze pletoriche stile Unione; perse invece le elezioni del 2008 e non vinse quelle del 2013, dovendo occuparsi subito delle sue ferite, senza vederle guarite del tutto (riuscendo poi a impantanarsi in infinite discussioni interne e a perdere pezzi per strada).
Se in dieci anni il partito è passato dalle mani di Veltroni a quelle di Franceschini e di Bersani, poi - dopo l'interregno di Epifani - di Matteo Renzi dalla fine del 2013, non è invece mai cambiato il simbolo, costretto al più a convivere con adattamenti grafici più o meno azzeccati (molti dei quali, specie a livello locale, sono stati analizzati in questo sito). A disegnare l'emblema, nel 2007, fu il creativo molisano Nicola Storto, allora solo 25enne: dopo un decennio il simbolo - unica sua vera creazione politica - gli piace ancora, ma riconosce che politicamente si è molto deprezzato, come del resto tutti gli emblemi politici. E il partito di oggi c'entra talmente poco con il Pd delle origini e con l'Ulivo - che in origine nel simbolo nemmeno c'era - che Renzi avrebbe tutte le ragioni di voltare pagina e proporre una grafica del tutto diversa. Questo, però, assieme alla storia del simbolo, ce lo facciamo spiegare direttamente da lui.  

Nicola Storto (dal profilo Linkedin)
Nicola, dieci anni fa esatti veniva presentato il simbolo del Pd, il "tuo" simbolo. Con che occhio lo guardi adesso?
Lo vedo come un simbolo che ha poco valore, nel senso che non si parla più di emblemi, ma di personaggi. Invece che alla sinistra o alla destra si fa riferimento esclusivamente ai leader politici.
Ovviamente non è colpa del simbolo, ma della dinamica in cui questo è inserito.
Assolutamente sì. Se ci pensi, lo stesso Renzi quando fa le convention non espone il simbolo, ma la comunicazione della propria campagna promozionale: le grafiche, da "cambia verso" al trolley, non hanno più nulla a che fare con il Pd. Un po' dispiace, nel senso che i simboli dei partiti non hanno più la forza che avevano un tempo, proprio perché il partito si identifica con il personaggio e non con il simbolo.
Dal sito www.nicolastorto.com
Com'eri arrivato a disegnarlo?
Dieci anni fa lavoravo in un'agenzia, Inarea, una realtà molto forte su Roma, tra le più grandi, che si occupava esclusivamente di branding, dunque di loghi e sistemi d'identità. 
Inarea, lo stesso soggetto che nel 2001, quando si chiamava ancora AReA, curò gli ultimi aggiustamenti per la grafica della Margherita, concepita da Andrea Rauch. 
Esattamente, proprio loro. In quel periodo Inarea lavorava molto con il comune di Roma, di cui era sindaco Walter Veltroni, e ha prodotto tanto materiale di comunicazione. Quando la candidatura di Veltroni come leader del Pd e aspirante Presidente del Consiglio emerse con nettezza, fu lui a chiedere ad Antonio Romano, titolare dello studio Inarea, di realizzare il simbolo per il nascente Partito democratico: fu lì che la commessa arrivò in agenzia. Io lavoravo per Inarea da pochissimo, ero entrato a settembre e a ottobre già finii a occuparmi di quel logo, mentre alla presentazione si arrivò circa un mese dopo.
Cosa vi era stato chiesto esattamente?
Il brief era abbastanza chiaro: dovevamo realizzare un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani. Da quel momento in poi abbiamo fatto un benchmark, dunque ricerche sullo "stato dell'arte" sui vari simboli italiani ed europei, intuendo l'indirizzo grafico che si stava muovendo in quel periodo; uno dei simboli più forti era Forza Italia, il must come comunicazione, come impatto visivo, totalmente duttile, facilmente riconoscibile
Ma si può escludere che qualcuno di voi, nel concepire il logo del Pd, si sia ispirato a Forza Italia?
No, non lo possiamo escludere: in fondo i colori sono quelli della bandiera italiana. Al di là di questo, fatto quel benchmark si è iniziato a lavorare in team: eravamo molti ragazzi e ognuno portava avanti le proprie idee; ogni due o tre giorni ci si incontrava e si faceva il punto della situazione. Da lì è nato il simbolo, partendo dalle semplici iniziali. 
Dal sito www.nicolastorto.com
Tu come entrasti in gioco? 
Io ebbi l'intuizione di usare la tecnica del disegno a completamento amodale, con la lettera D che si legge dalla sua assenza. Il simbolo piacque all'interno dell'agenzia e fu portato ai dirigenti del nascente partito per una prima presentazione, assieme a varie altre proposte che erano state elaborate all'interno del team. Dopo quell'incontro ci fu una prima scrematura delle proposte sul tavolo, se ben ricordo la rosa si ridusse a tre o quattro alternative. 
Ricordi quali altre proposte erano in ballo?
C'era un simbolo che poteva ricordare un disco circolare, che si apriva e lasciava vedere all'interno una bandiera tricolore;  altri, non entrati nella shortlist, erano essenzialmente tipografici. Dopo la prima presentazione, in ogni caso, affinammo alcune delle idee in campo e formulammo altre proposte, fino a una seconda presentazione, nella quale fu scelto il mio simbolo.
Insomma ha vinto la tua idea del tratto amodale. Ma il simbolo era già come quello di adesso?
Non del tutto: il logo era costituito dalla sigla PD con sotto la scritta "Partito Democratico", era nato dunque senza l'Ulivo. Questo è stato aggiunto dopo, poco prima della presentazione ufficiale alla stampa, perché fu una richiesta espressa del cliente.
Era stato Veltroni a volere l'Ulivo?
No, in realtà non ricordo chi fosse stato ma non era stato Veltroni a insistere. Certamente fu qualcuno dei dirigenti o dei massimi esponenti del nascente Pd; poteva essere lo stesso Prodi, chissà.
Voi eravate contrari?
Non eravamo pienamente convinti, perché ritenevamo potesse "sporcare" la grafica: avevamo difficoltà a inserire questo ramoscello d'ulivo perché aveva tratto e colori diversi, nonché forme non propriamente geometriche. Dopo una serie di prove grafiche, trovammo la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole.
Tornando al nome del partito, come sceglieste il carattere?
E' una font Univers, stile condensed [dunque compresso in orizzontale, ndb]. Lo scelsi io: durante i miei studi allo Iuav di Venezia frequentai diversi corsi in cui l'aspetto tipografico era rilevante; questi mi diedero conoscenze approfondite e le misi in pratica anche in quell'occasione. Individuai così un tipo di carattere classico, non abusato, ma con una storia importante: lo aveva disegnato Adrian Frutiger, uno dei type designer più importanti del '900, autore di tante altre font rilevanti che utilizziamo ancora oggi, magari senza saperlo [come President, Egyptienne e Avenir, ndb].
A prescindere dal testo, penso che il logo che avevi ideato per il Pd sia nato e cresciuto "fuori dal cerchio", o sbaglio?
Assolutamente sì. Ovviamente l'uso principale del simbolo di partito è sulla scheda elettorale, con la necessità dunque di dargli forma circolare o, almeno, di poterlo inscrivere in un cerchio, ma volevamo comunque creare qualcosa di diverso da quello che già c'era nel panorama di allora. La nostra creazione nasceva all'interno di una griglia rettangolare, ma poteva essere inscritta in un cerchio. In questo layout il simbolo ha dei limiti per i vuoti che si creano, ma eravamo convintissimi del risultato e andammo comunque avanti così, perché il logo restava unico nel panorama di allora ed estremamente leggibile anche a distanza.
Veltroni alla presentazione del simbolo Pd
Parlavi di limiti: non sarà un caso che in seguito nei contrassegni elettorali siano stati aggiunti spesso segmenti circolari o fascette in cui magari inserire il nome del candidato.
Già, poi quando i simboli vengono utilizzati a livello locale spesso si creano disastri, perché ognuno interpreta il simbolo a modo proprio. Facemmo un manuale di identità visiva e preparammo anche alcune simulazioni che prevedevano la presenza del nome del candidato accanto al logo, ma non furono prese in considerazione. 
Cosa ricordi della presentazione del 21 novembre 2007? 
La presentazione si fece allo spazio Etoile a Roma, fui chiamato a illustrare il simbolo assieme ad Antonio Romano; ricordo che c'erano Veltroni, Anna Finocchiaro ed Ermete Realacci. Di quell'occasione ricordo vari complimenti, tante foto, pacche, abbracci e qualche intervista a emittenti locali: un momento di gloria assoluto (ride)
Non male, per chi aveva iniziato da pochissimo...
Vero, ero al mio primo incarico importante e non avrei mai immaginato di arrivare in fondo. Incarico che, in un certo senso, era arrivato del tutto a caso, poteva capitare a me come a qualunque altra persona: sono stato molto fortunato ad azzeccare la soluzione che poi sarebbe piaciuta a Veltroni, rispetto ad altre soluzioni più "costruite" e meno logiche.
Vi è stato chiesto di rimettere le mani sul simbolo o siete usciti di scena?
Usciti totalmente, ricordo che demmo tutti i materiali all'ufficio comunicazione del Pd e tutto è stato gestito lì in autonomia. Ricordo che in seguito mi chiamò soltanto un esponente Pd, molisano come me, proprio in qualità di autore del simbolo, per partecipare ad alcune iniziative sue, ma mi rifiutai.
Prima hai detto di ritenerti fortunato per la scelta della tua idea: pensi che disegnare il simbolo del Pd ti abbia portato più benefici o più problemi in seguito, magari sentendoti dire "Così giovane e già piddino"?
A parte che l'hanno detto, in effetti direi danni. Ci furono grosse critiche a livello nazionale: una delle più brutte venne da Oliviero Toscani, che disse che mi avevano regalato la tessera del Pd per fare quel simbolo, ma fu una critica del tutto gratuita. 
Ci fu poi un fatto molto spiacevole: online qualcuno, presumo della mia università, fece circolare la voce secondo la quale io, per fare il logo del Pd, avrei copiato quello di una testata online olandese, Ad New Media. Anche quella era un'insinuazione davvero gratuita, visto che l'unica somiglianza poteva essere vista in quella D amodale su fondo quadrato arancio. Da lì però ci fu il caos, il panico, sembrava fosse crollato il mondo, ma poi passò tutto e amen; io, che ero giovanissimo, subii un colpo molto forte da quella vicenda, ma ogni volta che in questo ambito della comunicazione si crea qualcosa, c'è sempre qualcuno che lamenta somiglianze o copie, un vero campo minato.
Dopo questa commessa per il Pd, ti è capitato di disegnare altri simboli o loghi politici?
Sul piano politico feci il logo per la Fondazione Craxi e, volendo allargare l'ambito, curai la brand identity per la Cisl; dopo aver lasciato Inarea, però, non me ne sono più occupato, ho fatto proprio altro.
Come hai visto cambiare i simboli dei partiti in questi dieci anni, con l'occhio del creativo?
Alcune volte in peggio, altre in meglio, nel senso che quando i dettagli sono stati più curati, il segno grafico è risultato più gradevole. Il fatto è che è molto facile arricchire di vezzi grafici i simboli, ma si rischia di perdere il concetto: tutto sta a togliere il più possibile, rendere il simbolo essenziale, asciutto e pulito, perché sia subito identificabile. Ho l'impressione che questo ultimamente manchi.
In questo decennio qualche simbolo ti è sembrato graficamente efficace?
Mi ha molto colpito per originalità il simbolo di Fare per Fermare il declino. Durò poco, nel senso che il leader si "suicidò" politicamente, però fu molto interessante con quella freccia bianca su fondo rosso. Mi è poi sempre piaciuta molto l'identity di Rifondazione comunista, per la semplicità nel segno pur nella complessità della comunicazione.
Per contro, qualche fallimento clamoroso sul piano grafico?
Francamente non mi viene in mente nulla di particolare.
Mesi fa Andrea Rauch mi disse di aver chiesto nel 2013 a Renzi, fresco segretario del Pd, di togliere dal simbolo il rametto di ulivo che aveva disegnato lui nel 1995, perché era un disturbo grafico e non c'era più legame tra Pd e Ulivo. Che ne pensi?
Credo sia una cosa giusta, giustissima. L'Ulivo non ha nulla a che fare col Pd, è un retaggio culturale di qualcosa che non esiste più.
Nelle ultime settimane erano circolate voci sulla possibilità di rinnovare in parte o cambiare del tutto il simbolo del Pd. Come la vedi?
Secondo me è giusto che si faccia un simbolo nuovo, secondo le esigenze politiche e personali di chi guida il Pd, cioè di Matteo Renzi. Lui non crede più in quel Pd, dunque ha bisogno di una comunicazione che sia più in linea con la sua posizione. 
Quali regole dovrebbe seguire chi si cimentasse nella creazione di un nuovo logo?
Credo esistano solo regole del buon gusto, unendo anche una buona conoscenza della storia della comunicazione, cosa e come è stato fatto, l'uso dei colori e delle font.
Al di là di tutto, il tuo simbolo di dieci anni fa ti piace ancora?
Sì, mi piace ancora, almeno per quanto riguarda la P e la D: il resto lo eliminerei.
E il nome?
Via anche quello: solo il logotipo tricolore, basta.

Un ringraziamento di cuore a Nicola Storto per il tempo concesso e anche per aver messo a disposizione il file di presentazione del simbolo e dell'identità visiva del Pd (2007), dal quale sono tratte le immagini prive di altra indicazione.

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