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martedì 22 ottobre 2019

Dialogo con Giovanni Sasso (Proforma): "Così Italia Viva ha spiegato le ali"

Occorre riconoscerlo: nessun varo di simbolo di un nascente partito politico ha ricevuto tanta attenzione mediatica quanta ne ha ottenuta quello di Italia Viva. La presentazione "monumentale" sabato durante la Leopolda10 da parte di Matteo Renzi, preceduta dal voto online di una settimana su tre proposte scelte da Renzi con il nucleo fondante della nuova forza politica, ha tenuto banco per giorni, tra cronache, commenti e sberleffi di varia natura. 
Ora che la selezione è completata e il simbolo è ufficiale, è il caso di capire meglio come si è arrivati a quell'emblema: al momento non è dato sapere chi ha realizzato le due grafiche che non si sono aggiudicate il contest (la prima a fondo fucsia e la terza basata solo sul lettering), ma si sa che la grafica vincitrice è stata elaborata da Proforma, l'agenzia di comunicazione barese che nel corso degli anni si è occupata di molte campagne di comunicazione politica a livello nazionale e locale (oltre che per Renzi e per il Pd, per Michele Emiliano, Nichi Vendola, Mario Monti, Antonio Decaro, Raffaella Paita, per i Ds, Rifondazione comunista, Sel e tanti altri), oltre che per altri soggetti istituzionali, produttivi e associativi. Della genesi del simbolo di Italia Viva parliamo con Giovanni Sasso, direttore creativo di Proforma; l'occasione è ghiotta anche per ricordare il precedente di Scelta civica, il simbolo concepito da Proforma per l'avventura elettorale del 2013 di Mario Monti (anche in quel caso ci fu molta attesa per la presentazione, anche se nel giro di un anno gli esiti non furono esaltanti) e di altri emblemi di cui l'agenzia si è occupata nel corso degli anni. Perché disegnare simboli, anche ora che realizzarli è molto più facile, è sempre una questione delicata, da maneggiare con cura.


* * *

Giovanni Sasso, ormai possiamo dire che Proforma ha al suo attivo non più un solo simbolo di partito nazionale, ma due.
Esatto, dopo gli esiti del contest sul simbolo di Italia Viva, possiamo dire che i brand nazionali da noi curati sono due. 
Quando siete stati contattati per realizzarlo, se è andata così?
In effetti le cose non sono andate proprio così. Il rapporto con Matteo Renzi dura dal 2013, da quando abbiamo concepito e realizzato per lui la campagna Cambia verso per le "primarie" per la segreteria del Partito democratico. Da allora il rapporto è proseguito, anche se non è stato sempre formalizzato: alcune volte abbiamo espressamente lavorato a campagne del Pd o sue personali, altre volte il tutto si è svolto in modo più informale, in ogni caso siamo sempre rimasti in contatto. In questo caso non c'è stata una vera commessa e lo stesso vale per gli altri due emblemi che erano stati inseriti nella terna di proposte da votare nel contest: abbiamo fatto una proposta in nome del rapporto cordiale e consolidato con Renzi e questa è stata selezionata per partecipare al contest. 
Questo è un modo per confermare che solo la proposta numero 2 era stata elaborata da Proforma, non anche le altre, giusto?
Assolutamente sì, questo è certo (sorride), ma è anche un modo per dire che non c'è stato un vero brief, non ci si è mai incontrati con un ipotetico committente per chiarire cosa volesse e su cosa si volesse puntare, anche magari in gara con altri soggetti. Diciamo che il brief lo abbiamo ricavato dalle parole d'ordine del nuovo partito, che per noi erano abbastanza chiare.
Già che ci siamo, mi confermi anche che il nome "Italia Viva" era già stato fissato prima? Ricordo di aver visto un tuo status di Facebook non proprio entusiasta... 



In effetti (ride)... Ti confermo che il nome non è farina del nostro sacco. Quanto al mio post, era molto sincero nel senso che, sì, il nome non mi entusiasmava, ma faccio fatica a pensare che potesse esserci un nome davvero entusiasmante. Ma lo direi di qualunque nome o marchio: è difficile che entusiasmi, è una categoria poco professionale, diciamo... "Italia Viva" è comunque facile da ricordare e mostra una certa coerenza con ciò che il fondatore dice e fa, quindi ci può stare. Se dovessi sforzarmi per trovare un nome alternativo "entusiasmante", ora non ci riuscirei; al massimo si sarebbe potuto osare un po' di più togliendo "Italia", lasciando solo "Viva"...
Però già da circa sei mesi esisteva èViva di Francesco Laforgia e Luca Pastorino, che tra l'altro si era sempre rivolta alla Rete per la scelta del simbolo, quindi la convivenza sarebbe stata molto problematica, sotto vari punti di vista... 
Lo immagino. Comunque, dicevo, si sarebbe forse potuto osare di più e qualcuno altrove l'ha fatto. Per farti un esempio, quando sulla scena politica spagnola è apparso Podemos, è probabile che ci sia stato qualche mugugno: oggettivamente è complicato vedere un partito politico il cui nome è un verbo alla prima persona plurale; poi alla fine la scelta è apparsa adeguata, il brand ha preso piede e si è rafforzato, anche se molto dipende naturalmente dai contenuti con cui lo si riempie. Di certo all'inizio scelte simili possono spaventare; diciamo che comunque, per il tipo di progetto che Matteo ha in mente, alla fine Italia Viva ci sta.  
In ogni caso, si può dire che a Renzi avete fatto una proposta grafica "secca", senza vostre alternative?
Sì, esatto, abbiamo fatto questa proposta "secca" e lui pochi giorni prima di lanciare il contest ci aveva fatto capire che l'idea era di suo gradimento e sarebbe entrata nella terna di quelle su cui si sarebbe votato.
Quando avete fatto la proposta?
Una ventina di giorni prima che si aprisse ufficialmente il contest per la scelta del simbolo.
Per arrivare alla proposta che avete presentato, da quali punti fermi, da quali concetti chiave siete partiti? 
Il primo, essenziale punto di forza, inutile negarlo, doveva essere la discontinuità: mi pare evidente che questo progetto di Matteo Renzi voglia caratterizzarsi innanzitutto come cesura rispetto al passato, che sia quello del Pd o, più in generale, della politica italiana, vista come tradizionale e ideologica. Per questo, il marchio doveva essere in qualche modo "di rottura": da qui è venuta anche la scelta dei colori da utilizzare.
Di questo parleremo tra poco: diciamo che è un "cambia verso" in altra forma...
Esatto, un "cambia verso" grafico. E quel claim di quella campagna, di cui vado molto orgoglioso, era proprio nostro.
Oltre alla discontinuità, su cosa avete lavorato?
Beh, il nome stesso "Italia Viva" suggeriva la necessità di un simbolo vivace, nel segno e nei colori. Volevamo poi tenere insieme la concretezza e gli ideali e abbiamo cercato di farlo con l'elemento grafico più riconoscibile del simbolo: quella "spunta" che emerge su fondo bianco e "vola alto" vuole simboleggiare un partito riesce a mantenere un riferimento ideale e valoriale "alto" ma, contemporaneamente, riesce a "fare", a decidere, a cambiare le sorti della vita reale delle persone. Certo dire tutto questo è facile, magari in una campagna, mentre è molto più complicato lavorare su un simbolo, proprio per l'estremo lavoro di sintesi che occorre fare: si chiede a un segno di sintetizzare molte cose, quindi il prodotto è inevitabilmente sottoposto a critiche.
Chi ha lavorato materialmente ai simboli?
Abbiamo sostanzialmente lavorato in tre: io, come direttore creativo di Proforma, e due designer della mia azienda, Daniele Guido e Miki De Benedictis.
Il tricolore non è mai entrato in ballo?
In effetti era stata una delle prime idee che avevamo valutato: quella V a metà tra la spunta e il volatile, che all'inizio non aveva l'idea di tridimensionalità che si vede nel risultato finale, in una prima versione iniziava verde e finiva rossa in campo bianco. Ho però scartato quasi subito quella soluzione, proprio per il discorso di prima sulla discontinuità: nonostante tutto il mio affetto per la bandiera, nel nome c'era già la parola "Italia" e non mi pareva il caso di sfornare l'ennesimo simbolo partitico con il tricolore all'interno.
Rimanendo all'aspetto cromatico, mi pare innegabile che il simbolo richiami direttamente Instagram, per lo meno in buona parte.
In effetti manca l'azzurro, che però è nel nome. Si tratta di una scelta voluta, anche se non è una copiatura: l'idea originaria era di usare colori vivaci in sfumatura, richiamando un linguaggio cromatico nuovo. Qualcosa di simile si trova anche, per esempio, nel nuovo marchio di Sky, anche se la palette che abbiamo impiegato è più simile a quella di Instagram, La stessa scelta cromatica, tra l'altro, come qualcuno ha notato, si vede nel logo della Leopolda10, che abbiamo fatto sempre noi.
Ecco, questa scelta sembrerebbe quasi un self-spoiler, come se si fosse voluto rivelare in anticipo l'esito della votazione sul simbolo, come Makkox e io avevamo ipotizzato a Propaganda Live...
In realtà no, perché noi non sapevamo che la nostra grafica avrebbe vinto il contest del simbolo. Sì, la nostra proposta ha avuto il 63% dei voti, ma quando abbiamo avuto da Renzi l'incarico di realizzare il logo della Leopolda, i risultati non si conoscevano ancora: ovviamente, per il logo della manifestazione, abbiamo usato la stessa palette cromatica.
Quindi parlare di self-spoiler è sbagliato, perché è semplicemente stata la stessa mano a produrre la proposta vincente e la grafica per la Leopolda.
Esatto, la stessa mano che ha pensato "se il nostro simbolo vincesse, sarebbe carino che nel brand della Leopolda ci fosse la stessa nuance di colori", però onestamente non eravamo affatto sicuri di vincere. Certamente credevamo nel nostro lavoro, in quello che avevamo fatto, ma non immaginavo che avrebbero votato circa 40mila persone e che la nostra proposta ottenesse circa 24mila voti, quindi la sorpresa è stata positiva; potevamo al massimo notare che, tra i commenti al post che annunciava il contest, quelli favorevoli alla nostra proposta erano più o meno nella stessa proporzione poi segnalata dal voto online, assieme ovviamente ai tanti che preferivano altre opzioni e a quelli che le bocciavano tutte senza appello. Ma siamo abituatissimi a questi verdetti, fanno parte del gioco. 
Torniamo un attimo alla "spunta", cioè al segno del tick che contrassegna le cose già fatte o quelle positive. Eppure lo stesso comunicato ufficiale di Italia Viva, a quanto si legge sul sito, parla di un "gabbiano in volo": avevate pensato qualcosa di simile?
Ah, parla di un gabbiano? Renzi nel suo discorso finale ha notato: "Qualcuno dice che è un gabbiano, ma io ci vedo una spunta, come quella di Whatsapp, o anche un'ala, un invito a non restare ancorati ai chiacchiericci". Cosa che corrisponde a quello che abbiamo detto a Renzi quando gli abbiamo illustrato la nostra proposta.
Allora diamo l'interpretazione autentica di Proforma di quel segno.
L'interpretazione ruota intorno a tre idee. Si parte dalla "spunta", quindi da un segno di concretezza, che indica le cose fatte, dunque l'idea di voler decidere e fare; c'è poi l'idea del volo, anche se io ho lavorato sull'idea delle ali per dare il concetto di ideale che vola alto, senza che questo avesse le forme di un uccello in particolare. Tieni conto che quel logo non era nato rinchiuso in un cerchio, era nato come brand con qualche ambizione in più delle forme imposte dalle leggi elettorali: nelle applicazioni di merchandising che avevamo proposto per presentare la nostra opzione, infatti, si sfuggiva quasi sempre dalla dimensione circolare. Quando, in ogni caso, abbiamo dovuto fare i conti con il cerchio, abbiamo deciso di aggiungere quel segmento colorato in basso, per dare ancora di più l'impressione dello spazio del volo, come se fosse un pezzo di pianeta stilizzato che facesse risaltare ancora di più il volo in alto dell'uccello. La terza idea, ovviamente, è quella della V di "Viva": c'è chi vede la tridimensionalità della lettera, c'è chi non la vede, ma si tratta comunque di evidenziare la parola fondamentale del nome.
Con cui non a caso c'è la maggiore somiglianza cromatica. Tornando al gabbiano, certamente quello del simbolo non lo è, ma a chi ricorda impieghi precedenti di volatili in politica, viene in mente essenzialmente il simbolo dell'Italia dei valori che all'interno aveva proprio un gabbiano, per giunta a colori sfumati. Tant'è che il suo segretario, Ignazio Messina, sul suo profilo aveva segnalato la somiglianza (anche per l'acronimo Iv simile a Idv), persino l'area è sempre quella dei libdem...
In effetti è vero che l'Italia dei valori aveva usato un uccello ad ali spiegate, ma quello era tinto dei colori dell'arcobaleno, dunque erano diversi; quello dell'Idv era proprio conformato proprio come un gabbiano. Ognuno ovviamente può vedere in quelle ali stilizzate quello che vuole: c'è persino chi ha voluto vedere in quel segno la V del Vagisil... (sorride)
Beh, al di là della forma, quest'accostamento può essere stato facilitato dal fatto che il nome "Italia Viva" è scritto con colori molto simili, che possono facilmente rimandare alle tavolozze cromatiche da "igiene intima"... Ennesima dimostrazione che, come abbiamo detto a Propaganda Live, il nuovo non esiste, nemmeno nella grafica.
In effetti (ride)... Ma non escludo che ci possa essere da qualche parte un emblema ancora più simile a quello che abbiamo prodotto noi. Pensa che mi è capitato in più di un caso di imbattermi addirittura in campagne identiche o quasi. Un giorno avevamo fatto una campagna multisoggetto per gli Internazionali di Tennis, con vari spot diversi; dopo un paio d'anni ho trovato uno spot precedente spagnolo che aveva quasi lo stesso concept nostro di uno dei nostri soggetti, tra l'altro anche abbastanza complesso... c'era una similitudine tra le strisce del parcheggio di un auto con le strisce di un campo da tennis, l'auto parcheggiava fuori dalle strisce e un giudice di linea rilevava che la ruota era fuori, come se fosse stata una pallina da tennis. Se io avessi detto a qualcuno che io non avevo visto quello spot precedente, non ci avrebbe creduto nessuno e avrebbero pensato che avevamo copiato: sono quindi abbastanza fatalista su questo. Del resto, se si digita su Google "logo V", "logo B" o qualunque altra lettera, esce una marea di marchi in tema: una stilizzazione della lettera simile a quella che si ha in testa la si trova sicuramente... 
Scartata l'igiene intima (e anche il tricolore), la scelta di quelle tinte per il nome del partito da dove è venuta?
Avevamo scelto quei colori perché ci siamo fatti influenzare da quest'idea diarchica più volte ripetuta da Matteo, per cui ogni ruolo sarà ricoperto da un uomo e da una donna. Azzurro e rosa dunque si abbinano per questo; in più l'azzurro è anche colore nazionale, senza bisogno di citare il tricolore.
Al di là dell'abbandono immediato del tricolore, ci sono state altre trasformazioni dell'emblema che hanno portato alla sua forma definitiva?
Non avevamo vagliato all'inizio altre proposte grafiche, molto distanti da quella finale, quindi le trasformazioni hanno riguardato gli elementi che si possono vedere anche nella versione definitiva. Penso soprattutto alla forma della V: all'inizio, come accennavo, non aveva quest'idea di tridimensionalità, quindi con lo spazio bianco "vuoto" che c'è ora e dà maggiormente quell'impressione. I due tratti della V inizialmente erano attaccati, con giusto un po' di ombra, un po' come il nuovo logo di Netflix; in seguito abbiamo cominciato a ragionare su una tridimensionalità ricavata dagli spazi negativi, dunque con il bianco, passando da un iniziale rosa - in omaggio alla professione di femminismo del nuovo partito di Renzi - a uno sfumato che comunque tenesse il rosa come dominante, mentre le ali si sono modificate via via, acquistando slancio e dinamismo. Poi, come dicevo, si è pensato di aggiungere il pianeta nel momento in cui ci si è dovuti adattare alla dimensione del cerchio: si è trattato, di fatto, dell'ultima correzione. Prima la V era tutta spostata a destra sul nome "Viva", per dare slancio al logo e per sottolineare la parola più importante, mentre nella riduzione in cerchio non era più possibile tenere lì l'elemento grafico, perché si sarebbero dovute ridurre troppo le dimensioni. 
Ammetto che non avevo percepito quel segmento colorato come un pianeta: mi era parso solo un modo per non avere troppo bianco nel simbolo, cosa che negli ultimi anni sembra diventata una vera ossessione...
Pensa che invece a me il bianco di fondo piace, ne lasciamo spesso anche nelle presentazioni dei nostri marchi. In effetti, in questo caso, senza quell'elemento forse il simbolo sarebbe risultato un po' sbilanciato, quindi il pianeta di fatto fa da contrappeso: non disturba e "funziona". In altre applicazioni, invece, non c'è e il logo è ugualmente efficace: prendi ad esempio il sito di Italia Viva: nella testata il logo è riprodotto "in negativo", in bianco su fondo sfumato, senza i limiti del cerchio e senza pianeta, ma si regge senza problemi. Può essere curioso che già il sito si apra con una versione diversa da quella ufficiale: è segno, per noi, della versatilità del logo e pensiamo possa essere abbastanza forte per essere ricordato anche se riprodotto in altre versioni.
Pur in assenza di una commessa e di un brief prima della realizzazione dell'emblema, puoi confermarmi che quello di cui Renzi aveva bisogno era un simbolo di partito e non un contrassegno elettorale?
Diciamo che dalla comunicazione fatta da Renzi su questo nuovo soggetto abbiamo dedotto che cercasse proprio un simbolo, così abbiamo lavorato su un brand trasversale, che potesse parlare un po' a tutti e fosse declinabile ovunque. Certo, è fatto anche per finire sulla scheda elettorale, si spera tra molto tempo (sorride), ma nel frattempo ci sarà stato modo di familiarizzare con l'emblema in molte altre occasioni. 
Te l'ho chiesto perché ho avuto l'impressione che invece, quando realizzaste l'emblema di Scelta civica - Con Monti per l'Italia, vi fosse stato chiesto proprio di realizzare un contrassegno elettorale, non un simbolo di partito...

Diciamo che quella fu una gestazione piuttosto complicata, in cui fin dall'inizio - confermo - dovemmo misurarci con la forma circolare e ci fu chiesto di lavorare anche sul nome. Facemmo le nostre proposte, inizialmente molto libere sul nome e sul marchio; in seguito però ci è stato chiesto di realizzare un simbolo che puntasse verso l'alto, che contenesse il tricolore, il nome della lista e il riferimento ben visibile a Mario Monti, con molto spazio da dedicare al lettering. A quel punto, di margini per la creatività ne rimanevano pochi e proprio l'essere obbligati dall'inizio a rispettare le forme richieste dalla leggere elettorale non ci rese la vita facile.   
Se non sbaglio, la commessa arrivò attraverso Lelio Alfonso, giornalista e con una grande esperienza nella comunicazione a vari livelli.
Sì, esatto: con lui c'è un rapporto straordinario, anche se lui ovviamente doveva poi fare da tramite per le richieste che arrivavano dal vertice di quel gruppo. 
Hai parlato di iniziale libertà anche sul nome: ricordi qualche opzione?
Ricordo che a un certo punto lavorammo su "Futura", nome che ci sembrava adatto, e il logo giocava sull'idea del fast forward, sui due triangoli per far avanzare velocemente una traccia audio o video. Era una soluzione stilizzata e poco ingombrante, all'inizio sembrava piacere ma alla fine fu accantonata e le richieste diventarono piuttosto stringenti. 
L'idea del nastrino tricolore invece era un'idea vostra?
Sì, nel senso che ci era stato chiesto un segno che interpretasse prima una fase di discesa e poi una risalita: noi, sempre con l'impegno grafico di Daniele Guido, dovendo anche citare il tricolore, pensammo di unire le due cose così, in un segno che tra l'altro non doveva essere particolarmente estroso nel tratto.
Anche in quel nastrino, tra l'altro, c'era una sorta di piega. E pensare che anche la "spunta", in fondo, è una discesa e una risalita. E l'evoluzione di Scelta civica, Cittadini per l'Italia, usò proprio una "spunta", sia pure in una casella...
Pensa un po' (sorride). Al di là di questo, posso dire che con Italia Viva non abbiamo mai pensato a un segno che rappresentasse la risalita dopo la discesa, ma a quelle tre idee che ho ricordato prima. Tornando all'emblema per Monti, anche quel segno probabilmente in una prima fase "respirava" di più, del resto in una prima fase si era valutata anche l'ipotesi di non inserire il cognome del Presidente del Consiglio uscente o che avesse dimensioni più ridotte, cosa che poi non è stata. Quell'impresa fu interessante e stimolante per noi, proprio perché si doveva cercare di riassumere nell'emblema il progetto del capo del governo in carica; ho solo il rammarico di non aver avuto più libertà creativa in quell'occasione.
In effetti il compito era reso più complesso anche dal fatto che lo stesso contrassegno alla Camera conteneva il nome di Scelta civica, che allora era solo una lista e non un partito, mentre al Senato quel nome non c'era perché l'emblema di fatto era comune per montiani, Udc e Futuro e libertà, per cui era difficile dire se ci fosse un simbolo più pieno e l'altro più vuoto o uno più completo e l'altro incompleto. Ti aspettavi che durasse così poco? In fondo la partenza non lo lasciava pensare.
Dovrei riportarmi a quell'epoca, anche se le mie capacità predittive sulla politica non sono grandiose, del resto negli ultimi anni molte previsioni sono state disattese nel giro di pochi mesi; ammetto però che allora il progetto mi era parso molto più solido di quello che poi si è rivelato. Non mi aspettavo quell'esito, con una perdita di consenso nel giro di un anno o poco più, un modello che peraltro altre figure avrebbero interpretato in seguito.
Al di là delle esperienze con le forze politiche nazionali, Proforma ha curato spesso le campagne elettorali per candidati a vari livelli, dai Comuni alle Regioni. Non è ovviamente detto che, curando la campagna, vi siate dovuti occupare anche dei simboli legati ai candidati, soprattutto se le liste erano espressione dei partiti. Vi è capitato però qualche caso interessante sul piano simbolico?
Penso soprattutto al caso di Michele Emiliano quando si candidò per la prima volta come sindaco di Bari: fu tra l'altro la nostra prima campagna elettorale, nel 2004 eravamo davvero dei neofiti e lo era anche Emiliano, al suo esordio politico. Allora fummo piuttosto coraggiosi a mettere manifesti 6x3 in vari punti della città: erano per il 90% bianchi, con sopra soltanto quello che sarebbe poi diventato il simbolo della lista civica a sostegno di Emiliano, ma senza il limite del cerchio. Si trattava di una "e" rossa, come se fosse anche qui un nastro, ma senza pieghe; c'erano le sfumature alle estremità perché, interpretando la "e" non tanto come iniziale di Emiliano ma come congiunzione, volevamo dare l'idea che unisse e ricucisse tutte le parti della città, per cui non ne mostravamo né l'inizio né la fine; sotto alla "e" c'era la scritta "Emiliano sindaco.", con il punto, e una piccola onda blu in basso. 
Voleva rappresentare il mare?
Sì, anche se noi la chiamammo "onda Emiliano", soprattutto quando lui in campagna elettorale girava molto nei mercati cittadini - una cosa che allora non era consueta e ora invece fanno quasi tutti - e noi per ogni visita realizzammo un video da diffondere sul sito. Sorrido ora al pensare che quello, per l'uso del rosso e del blu, forse per la forma dell'onda che ricordava la bandiera di Forza Italia, fu accusato di essere un logo berlusconiano o comunque di destra: chissà poi perché...
L'idea della "e" fu ripresa anche nel 2015, quando Emiliano si candidò alla presidenza della regione Puglia tanto alle primarie quanto alle elezioni vere e proprie: in quel caso la lettera - che accompagnò le due campagne di Emiliano, fino alla "lista del presidente" - si ingrandì, divenne più regolare, acquisì un po' di ombra diventando tridimensionale e si sfrangiò a sinistra in un tricolore, forse per ricordare l'esperienza del sindaco (e non a caso il claim era "sindaco di Puglia"). Ammetto che però la grafica, quando la analizzai a prima vista prima del voto, a me ricordò piuttosto un marchio da supermercato, stile Auchan...
Non ci avevo pensato (sorride)... L'onda di Emiliano, tra l'altro, nel 2014 era passata al suo successore, Antonio Decaro, ma in quell'occasione facemmo anche un'altra lista che come simbolo aveva un hashtag, che allora andava molto di moda, persino con vari eccessi: durante la campagna elettorale ne usammo diversi, anche ironici, proprio per prendere in giro questa mania. Al momento di elaborare un segno visivo per la campagna e anche per la lista Decaro sindaco, trasformammo il "cancelletto" in una sorta di mappa della metropolitana, con i colori delle linee della metro di Bari e finte stazioni ricavate qua e là.  
Non esiste la ricetta per fare un buon simbolo, possibilmente duraturo; c'è però il modo di evitare che sia un flop?
La mia idea è che, più che una ricetta sul piano del design, sia necessario seguire una ricetta di coerenza, che è un po' quello che si chiede alla politica: un simbolo perde forza quando chi lo utilizza perde credibilità. Più un simbolo è coerente con la persona che deve interpretare e, viceversa, più la persona da interpretare riesce a essere credibile e coerente con gli obiettivi che si è prefissata, più quel simbolo dura. Nessuno si sarebbe sognato o si sognerebbe di dare giudizi grafici sulla falce e martello, sullo scudo crociato o anche sulla bandierina di Forza Italia: magari c'è un simbolo che al primo sguardo fa sorridere, ma se sa interpretare il sentire di una parte di elettori per un tempo lungo diventa vincente a prescindere dalla resa grafica dei suoi elementi.
In un'epoca in cui i valori nei partiti sono sempre meno e ormai i simboli politici sono sostituiti dai loghi e dai marchi (come voi stessi li chiamate, il che è significativo), il compito di chi deve disegnarli è più facile o più difficile?
Diciamo che realizzarli è più facile, farli durare e far affezionare le persone è molto più difficile, per un fatto di frammentazione politica, ma soprattutto dei messaggi. Oggi non so a quanti messaggi visivi sono sottoposto in una giornata media, probabilmente mille volte in più rispetto a quelli che riceveva mio padre quarant'anni fa: qualunque progetto di comunicazione oggi ha un grado di obsolescenza molto più elevato. 
Dunque creare per un partito è un lavoraccio? E ne vale la pena?
Vale la pena perché è necessario; il fatto che magari un simbolo muoia dopo pochi mesi lascia l'amaro in bocca ma il lavoro mi piace molto perché amo riuscire a fare sintesi, a patto che rispetti la verità e il valore delle cose, se banalizza non mi interessa. Tutto ciò che riesce a fare sintesi per chi fa comunicazione è sempre divertente ed entusiasmante.
Questione anche di fortuna?
A volte sì, come pure di abilità di chi utilizza il frutto di ciò che fai. 

Grazie a Giovanni Sasso, oltre che per la disponibilità all'intervista, per aver fornito le immagini di lavorazione di Italia Viva (le due relative all'immagine coordinata provengono dal sito di Proforma). Grazie anche a Lelio Alfonso per aver autorizzato la pubblicazione del simbolo intermedio della Futura Scelta civica.

martedì 19 dicembre 2017

Noi con l'Italia, una "quarta gamba" che sa di antico (e di già visto)

L'avevano detto, l'hanno fatto. Questa mattina, com'era stato annunciato da giorni, è stato presentato il simbolo della "quarta gamba" del centrodestra al Grand Hotel de la Minerve - lo stesso, per gli amanti del, in cui il 18 gennaio 1994 nacque il Centro cristiano democratico. Stavolta però Pier Ferdinando Casini non c'è e non ci sono nemmeno i centristi veterodemocristiani, che probabilmente sceglieranno una diversa via, sempre centrista ma meno liberale e meno spersonalizzata.
Il contenitore scelto come lista, infatti, si chiama Noi con l'Italia, quasi una risposta nominale a Noi con Salvini coniato alla fine del 2014 (e che, salvo sorprese, non dovrebbe presentarsi come lista, potendo al massimo essere contenuto come pulce nell'emblema della Lega-non-più-Nord): non si sta con un personaggio, ma con il Paese intero. Certo, a dispetto del "noi" identitario, il nome e il concetto di fondo sono piuttosto generici e non poteva essere diversamente: all'interno del progetto politico-elettorale, infatti, trovano posto i gruppi di Direzione Italia di Raffaele Fitto, Fare! di Flavio Tosi, Cantiere popolare (ex Popolari per l'Italia domani) di Saverio Romano, nonché - in qualità di "transfughi" - quello che resta dell'esperienza "ufficiale" di Scelta civica con Enrico Zanetti e coloro che nelle ultime settimane hanno abbandonato Alternativa popolare per fare ritorno nel centrodestra, in particolare gli ex ministri Enrico Costa e Maurizio Lupi. All'ultimo minuto, peraltro, si è sfilato un quinto ministro, vale a dire Gaetano Quagliariello, fondatore di Idea: su Repubblica Monica Rubino scrive che si sarebbe "defilato con tanto di rinuncia davanti al notaio, nonostante sia stato tra i promotori dell'iniziativa", anche se per qualcuno - come riporta sempre il quotidiano romano - sarebbe pronta una sua candidatura "garantita da Silvio Berlusconi".
Era così ampio e variegato - per non dire disomogeneo, se si guarda a Tosi rispetto alle altre figure coinvolte - il ventaglio di soggetti coinvolti da Niccolò Ghedini in quest'impresa politica (nata, si dice, per portare almeno due punti in più al centrodestra, senza dunque che sia scontata l'elezione di qualche esponente della stessa lista, vista la soglia del 3%) che ci voleva un simbolo piuttosto generico, senza troppe connotazioni anche se chiaramente identificabile come "di centrodestra". La soluzione? "Riverniciare" il simbolo del Popolo della libertà, quanto bastava per adattarlo al nuovo marchio politico. Così riecco il fondo blu (certamente più scuro rispetto al passato, con lo stesso carta da zucchero mutuato da Scelta civica - Cittadini per l'Italia, ma anche dal vecchio Ncd), riecco il nome bianco in Helvetica Inserat o Black Compressed (e con un piccolo, lezioso inserto di un carattere graziato corsivo, così da far risaltare come nome "Noi Italia") e riecco anche l'arcobalenino tricolore, per l'occasione trasformato in una pennellata.
Insomma, il simbolo che secondo Silvio Berlusconi non scaldava il cuore dei suoi elettori (anche a causa del nome), va invece bene per essere sostanzialmente riciclato per la "quarta gamba" che ha soprattutto lo scopo di portare voti ai candidati dei collegi uninominali del centrodestra (e se riuscirà a ottenere seggi superando il 3%, tanto meglio). Per ampio che sia, in ogni caso, il nuovo progetto - "Non è una federazione, né un cartello elettorale, ma un vero e proprio soggetto politico", si dice alla presentazione, come annota puntualmente Maurizio Ribechini - non comprende tutti: non vi rientrano, per esempio, Energie PER l'Italia di Stefano Parisi, né Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi (per lui la candidatura sarà direttamente in Forza Italia); si sta lavorando, come si diceva, anche a una lista post-democristiana, che sotto il simbolo appena un po' modificato dell'Udc potrebbe raccogliere anche il ridestato Udeur(2) di Clemente Mastella, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e - se non ci saranno scontri in merito - la presunta riattivata Dc guidata da Gianni Fontana.
La "quarta gamba", insomma, parte con un simbolo usato (e, nell'ultima parte della sua vita, nemmeno particolarmente gradito da chi l'aveva voluto). Anche il nome scelto, tuttavia, non è del tutto nuovo: Noi con l'Italia, in particolare, è già un'associazione che opera da anni essenzialmente nel comune salernitano di Angri sul piano della cittadinanza attiva e dell'impegno sociale. Ovviamente questo non dovrebbe creare nessun problema alla neonata forza politica, che opererebbe su un territorio molto più vasto e non era certo tenuta a conoscere anche quella realtà associativa molto più piccola; si può solo rilevare che le combinazioni della fantasia politica sembrano essere limitate, anche per chi rinuncia alla parola "partito" (o rifugge da questa).

mercoledì 5 luglio 2017

Civici e innovatori, addio al gruppo. La continuità nel Palazzo non basta

Dal 10 luglio, alla Camera ci sarà un gruppo parlamentare in meno: quello di Civici e innovatori, che all'inizio si chiamava Scelta civica per l'Italia. Si tratta dell'ultimo atto di una querelle iniziata praticamente un anno fa, il 14 luglio 2016, con l'uscita di Enrico Zanetti - segretario di Scelta civica e allora viceministro del governo Renzi - dal gruppo della stessa Scelta civica e passata, a ottobre, per la costituzione di un nuovo gruppo che fondesse Sc, i verdiniani di Ala e i sudamericani del Maie. Gruppo che, comprendendo allora come oggi meno di venti deputati, fu creato sfruttando una deroga espressamente prevista dal Regolamento di Montecitorio, che permetteva che nascessero gruppi ufficiali anche con meno componenti, purché rappresentassero "un partito organizzato nel Paese", che abbia presentato col proprio simbolo liste in almeno 20 collegi e abbia eletto almeno un deputato direttamente, ottenendo almeno 300mila voti. 
Tutti questi requisiti Scelta civica li aveva, in abbondanza. Ed Enrico Zanetti ne era (e ne è) il segretario. Il problema è che, formalmente, per la Camera Zanetti e gli altri risultavano alla stregua di scissionisti, visto che se n'erano andati dal gruppo che era stato costituito nel 2013 da Scelta civica all'indomani delle elezioni. E, com'è noto, di norma chi se ne va di casa perde tutti i diritti sul patrimonio, nome compreso. Per questo, forte del mandato che sosteneva di aver già ricevuto a luglio 2016 dalla direzione del partito, Zanetti in qualità di segratario aveva rivendicato per il suo nuovo gruppo il nome di Scelta civica presso l'Ufficio di presidenza della Camera, chiamato a verificare se la deroga per la nascita della compagine potesse essere concessa. Quelli che non volevano cambiare gruppo, peraltro, sarebbero a loro volta scesi sotto i venti membri e non avrebbero certo apprezzato l'idea di perdere il nome (pur essendo rimasti in Scelta civica) e con esso la possibilità di continuare a configurarsi come gruppo, visto che la deroga non l'avrebbero più avuta loro. 
Com'è noto, il 12 ottobre, l'Ufficio di presidenza della Camera si era riunito per discutere anche di questo e, nel bel mezzo del dibattito, era piombata una lettera di Mario Monti, ispiratore e fondatore di Sc, anche se dal 25 febbraio 2015 aveva lasciato il partito. Nella lettera, a quanto pare con toni molto fermi, lo stesso Monti precisava di essere titolare tanto del nome quanto del simbolo di Scelta civica e, forte di questo, negava che quei segni distintivi potessero essere utilizzati per avallare la nascita in deroga di un gruppo con "soggetti che sono in totale contrasto con i valori in base ai quali circa 3 milioni di cittadini diedero il loro voto nel febbraio 2013" a Scelta civica. A Giovanni Sanga (Pd), segretario d'aula cui spettava l'approfondimento giuridico e regolamentare sul caso, toccò valutare quest'altro dettaglio molto delicato. 

lunedì 28 novembre 2016

Civici e innovatori, un logo nuovo e antico

Non sarà ancora un simbolo vero e proprio, ma se non altro almeno una grafica Civici e innovatori ora ce l'ha. Per dire, Ala, il gruppo di senatori legati a Denis Verdini, ci aveva messo oltre nove mesi per darsi un emblema e forse l'attesa sarebbe stata anche più lunga, se non ci fosse stata l'intenzione di correre alle elezioni amministrative di quest'anno. 
Per scegliere un'immagine per sé ha impiegato invece più o meno un mesetto Innovatori e civici, ciò che restava del gruppo alla Camera di Scelta civica per l'Italia dopo la frattura al suo interno che ha portato Enrico Zanetti e altri aderenti a fondare una nuova compagine parlamentare, portando con sé almeno una parte dell'antico nome (Scelta civica verso Cittadini per l'Italia - Maie). Dopo che l'Ufficio di presidenza di Montecitorio aveva concesso la nascita in deroga (perché costituito da meno di venti membri) del nuovo gruppo di Zanetti, chiedendo contestualmente ai quindici rimasti nel gruppo originario di adottare un nome diverso, i deputati avevano scelto di ribattezzarsi Civici e innovatori: "riflette bene quello che siamo e quello che vogliamo fare", aveva spiegato su Facebook Andrea Mazziotti Di Celso, tra i membri rimasti nel gruppo.
Primo impegno della compagine - ora presieduta da Giovanni Monchiero - è, come si è già detto nel post precedente, raggiungere le venti unità "in un tempo congruo", come recita la deroga provvisoria che l'Ufficio di presidenza ha concesso: in quest'ottica, del gruppo ora fanno parte anche come indipendenti gli ex M5S Mara Mucci e Ivan Catalano (per lui si tratta di un ritorno: era già stato lì da aprile dell'anno scorso fino a febbraio di quest'anno), anche se mancano ancora tre elementi per arrivare a venti. Cercare un simbolo, dunque, non era esattamente la priorità dei Civici e innovatori.
Il 16 novembre, tuttavia, sulla loro pagina Facebook (creata poco più di un mese fa) è apparso un logo, che più che a un simbolo politico-elettorale somiglia a una grafica da carta intestata. Quel segno, a ben guardare, ha qualcosa di nuovo e qualcosa di antico: il passato è rappresentato dalla font utilizzata per il nome, lo stesso carattere Nexa già adottato da Proforma quando fu studiato il contrassegno di Scelta civica; la novità è costituita dalla "i" minuscola e corsiva, come scritta a mano (la font è Satisfy Pro), vero elemento distintivo della grafica. A completare il logo, sotto la lettera, tre punti, due in rosso mattone e uno in verde (anche se il punto di mezzo, stretto tra il rosso e il verde, all'occhio sembra piuttosto arancione, come a voler riprodurre un semaforo in orizzontale); non è dato sapere se quei punti significhino qualcosa in particolare (come non è chiaro il motivo per cui manchi la "e" che pure nel nome del gruppo c'è).
Resta il fatto che quello varato pochi giorni fa è un nome "ovviamente solo provvisorio e potrà essere modificato in qualsiasi momento, nel caso lo si ritenesse opportuno", come sottolineato sempre da Mazziotti. Possibile, dunque, che da qui in avanti l'etichetta cambi e, con questa, anche la grafica. Intanto però un minimo segno di identificazione c'è e vale la pena farlo conoscere.

giovedì 13 ottobre 2016

Addio, Monti, al nome (non al simbolo) di Scelta civica

C'era stato persino il colpo di scena ieri pomeriggio, quando l'ufficio di presidenza della Camera avrebbe dovuto decidere come sciogliere il nodo "nominale" legato a Scelta civica. La questione, pur nota, va riepilogata in breve: Enrico Zanetti, leader di Sc e sottosegretario del governo Renzi, ritenendo che parte degli iscritti al gruppo non fossero (economicamente) adempienti verso il partito e che le decisioni del gruppo fossero condizionate da membri non iscritti al partito, decise di abbandonare la compagine parlamentare e di fondarne un'altra, chiamandola Scelta civica verso Cittadini per l'Italia, poi associata al Maie di Ricardo Merlo e comprendente anche i deputati verdiniani di Ala. Contemporaneamente, però, Zanetti decise di ritirare l'affiliazione di Scelta civica all'omonimo gruppo, portando con sé il nome e, con questo, la possibilità di formare un gruppo in deroga (anche senza arrivare, dunque, ai 20 componenti, utilizzando la clausola regolamentare che consente la deroga a chi ha dimostrato una certa presenza alle elezioni); a quel punto, coloro che non avevano voluto seguire Zanetti avevano dato una diversa versione, sostenendo il loro pieno diritto di continuare a chiamarsi Scelta civica ed esistere a Montecitorio, anche in un numero inferiore a 20.
La decisione sul punto, si diceva, è stata presa ieri dall'Ufficio di presidenza della Camera (composto, oltre che dalla presidente Boldrini, dai quattro vicepresidenti, dai tre questori e dagli otto segretari, che devono rappresentare tutti i gruppi) e, nel bel mezzo della riunione, era arrivata una lettera direttamente da Mario Monti, ispiratore e fondatore di Scelta civica (ma fuori da tempo dal partito). In quella missiva, il senatore a vita sosteneva di essere titolare del simbolo usato da Scelta civica e, come tale, negava il proprio consenso all'uso del nome in un gruppo nato con gli aderenti alla formazione di Denis Verdini. In seguito a un approfondimento giuridico e regolamentare, svolto dal segretario d'aula Giovanni Sanga (Pd), sarebbe tuttavia risultato che - in base allo statuto del partito e, soprattutto, alla scrittura privata relativa alla costituzione di Scelta Civica, purtroppo non resa pubblica - Monti è titolare sì del simbolo, ma non anche del nome che contiene: l'uso di quest'ultimo (disgiunto dal logo), dunque, è stato riconosciuto a Zanetti in quanto segretario.
E coloro che non volevano lasciare né il gruppo né il nome? La loro esistenza come gruppo è stata confermata, ma con due limitazioni: da una parte, è stato necessario cambiare nome, e come nuova etichetta è stata scelta Civici e innovatori; dall'altra parte, essendo rimasti solo in 15 i deputati e non essendo possibile far valere la deroga legata all'uso del simbolo di Scelta civica, si è dovuto trovare un'altra soluzione (se non altro perché gli scissionisti, formalmente, non erano loro e l'esistenza in vita del gruppo andava tutelata in qualche modo). Per questo, la "sopravvivenza" del gruppo è stata autorizzata, ma solo in via provvisoria, concedendo alla compagine un "tempo congruo" per raggiungere la quota minima di 20 deputati. 
Quasi inutile dire che il verdetto non è piaciuto a Mario Monti, a giudicare da una sua nota diffusa subito dopo: 
L’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati, con decisione politica su pressione del Partito democratico ha oggi autorizzato, senza alcun adeguato approfondimento, la costituzione, in deroga al Regolamento, di un nuovo Gruppo. All’utilizzo della denominazione "Scelta Civica" da parte di tale gruppo mi sono opposto, con lettera alla presidenza della Camera, quale fondatore di Scelta Civica e tuttora titolare della denominazione e del simbolo. Mantengo la mia opposizione e mi riservo di far valere le mie ragioni. [...] Si tratta di un'operazione che snatura completamente l’ispirazione originaria che diede vita a Sc, condotta con soggetti che sono in totale contrasto con i valori in base ai quali circa 3 milioni di cittadini diedero il loro voto nel febbraio 2013 esercitando un’influenza decisiva sull'esito di quelle elezioni. Dopo avere lasciato la presidenza di Scelta Civica e in seguito lo stesso partito, mi ero sempre astenuto da qualsiasi intervento nei confronti degli organi responsabili e non ho mai ritenuto di esercitare il diritto di revocare l’uso della denominazione e del simbolo. Ma in questa occasione ho considerato mio dovere intervenire. 
Così, mentre Monti esprimeva il suo personale rammarico perché, nella sua compagine schierata alle elezioni del 2013, "accanto a tante donne e uomini che, eletti, hanno servito con lealtà e dignità, vi fosse anche chi ora vuole portare una parte del movimento a legarsi con il senatore Verdini" e concedeva a costoro di farlo, "ma non usando violenza al simbolo di Scelta Civica", la componente ufficiale del partito ufficializza il suo matrimonio (parlamentare) con i verdiniani, lasciando alle spalle quello - invecchiato di colpo - coi Moderati di Portas, che a Montecitorio si sono dovuti accontentare di costituire una componente del gruppo misto con il Ppa.

sabato 23 luglio 2016

Scelta civica, sulla titolarità del nome pronta la resa dei conti

Il sospetto c'era dall'inizio: la situazione in Scelta civica per l'Italia era ed è molto delicata e non sarebbe certo bastata la decisione del segretario Enrico Zanetti di uscire dal gruppo alla Camera e fondarne un altro "ufficiale" con il nome in fieri del partito a dichiarare chiuso il caso. Perché, dopo che Zanetti, dubitando della validità della deliberazione sulle cariche del gruppo per mancanza del numero legale (senza però impugnare alcunché), riteneva di poter ritirare l'uso di nome e simbolo allo stesso gruppo (sulla base di un mandato da lui ricevuto dalla direzione del partito) e di assegnarlo alla nuova aggregazione di cui è parte anche Ala, è arrivata la risposta dei dirigenti del partito contrari a questa scelta. 
Rileva in particolare la lettera di sedici componenti della direzione nazionale (firmata tra l'altro dal confermato capogruppo alla Camera Giovanni Monchiero, dal sottosegretario Antimo Cesaro e dai deputati Stefano Dambruoso e Giovanni Palladino), di cui ha dato notizia due giorni fa Antonio Pitoni sulla Stampa. Il testo della lettera parla di decisioni del segretario "prese senza preavviso, senza motivazione e senza che venissero in alcun modo discusse o approvate dagli organi del partito". L'organo, in particolare, non si sarebbe espresso su "un'imminente integrazione con Ala" (per scelta del segretario e non dell'intera direzione), né sull'elezione del direttivo del gruppo parlamentare. 
Il punto più delicato, tuttavia, riguarda ovviamente l'uso del nome (e, a cascata, del simbolo che lo contiene) e - sempre secondo l'articolo di Pitoni - sarebbe stato aggiunto dopo che Zanetti ha detto (e scritto sul suo profilo Facebook il 15 luglio) di aver "comunicato alla Camera la revoca della affiliazione politica del gruppo esistente al partito Scelta Civica". Nella lettera si legge che "il mandato conferito a maggioranza al segretario Zanetti per l’eventuale revoca dell’uso del nome si fonda su presupposti del tutto diversi". Diversi, evidentemente, da quanto lamentato da Zanetti, ossia il verificarsi di "poco commendevoli casi di decisioni rilevanti nel rapporto tra gruppo e partito assunte con il comportamento attivo e il voto determinante dei componenti del gruppo ospiti 'indipendenti', in quanto non iscritti al partito" o della presenza nel gruppo di iscritti "sistematicamente inadempienti rispetto agli obblighi di contribuzione" verso il partito.
I firmatari della lettera hanno chiesto che si riunisca urgentemente la direzione nazionale, chiedendo a chiare lettere la "conferma che l’unico gruppo parlamentare di riferimento per il partito di Scelta Civica è quello costituito all'inizio della legislatura", con la "conseguente conferma del pieno diritto di tale gruppo di utilizzare il simbolo e la denominazione Scelta civica». Logica conseguenza dei primi due punti proposti sono gli altri due: "interruzione di qualsiasi attività diretta alla formazione di un nuovo gruppo parlamentare unitamente ai parlamentari di Ala" e "adozione di ogni altro provvedimento conseguente". Cosa che viene letta da Pitoni come "un vero e proprio avviso di sfratto per Zanetti", anche in vista probabilmente del congresso che si aprirà in autunno. 
Difficile ora fare previsioni sull'esito del voto in direzione (i membri sono 42), se e quando l'organo sarà riunito: secondo il presidente della Commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti Di Celso - intervista sempre dalla Stampa - "i voti contrari all’accordo con Ala sono molti più di 16, mentre i membri della direzione in carica sono, a quanto mi risulta, meno di 40, causa dimissioni varie", mentre molto più importante è aprire un dibattito "sull'operazione di unione coi verdiniani" e sulla "pretesa di Zanetti di 'licenziare' dalla sera alla mattina il gruppo di Scelta civica senza alcun motivo e promuoverne un altro senza nemmeno informare il partito".
A seconda dell'esito della riunione, non è impossibile che si apra un contenzioso sulla titolarità di nome e simbolo: l'uso di quest'ultimo, per inciso, è regolato dal comitato di presidenza (l'equivalente della segreteria vecchia maniera) e autorizzato (anche) dalla direzione nazionale, mentre l'eventuale modifica radicale o abbandono spetta all'assemblea nazionale su impulso della direzione. Lo stesso Zanetti, per la verità, ha prefigurato "schermaglie giuridiche [...] sull'improbabile diritto dell'ex gruppo del partito a mantenere la denominazione Scelta Civica anche in assenza di qualsivoglia collegamento con il partito politico", senza manifestare per queste interesse; la richiesta di convocare la direzione, tuttavia, sposta la disputa tutta all'interno del partito, o almeno di ciò che ne è rimasto. 

venerdì 15 luglio 2016

Scelta civica si sdoppia alla Camera?

Nessuno, forse, ci avrebbe creduto, ma in Parlamento - alla Camera - è questione di ore la coesistenza di due gruppi quasi con lo stesso nome, con il segretario di un partito che abbandona il proprio gruppo (ma non la propria formazione, almeno per ora) per fondarne un altro, ritenendolo ovviamente quello più autentico e originale. Il caso è ovviamente quello di Scelta civica per l'Italia, che giusto ieri ha visto traslocare nel gruppo misto quattro deputati, compreso il segretario del partito - e viceministro dell'economia nel governo Renzi - Enrico Zanetti (gli altri sono Mariano Rabino, Giulio Cesare Sottanelli e Angelo Antonio D'Agostino). Già questa situazione di "separati in casa" (ove la casa è il partito) meriterebbe di per sé attenzione, ma gli ultimi accadimenti di ieri hanno reso praticamente unica la situazione: il tutto è compendiato da una dichiarazione dello stesso Zanetti.


Le prime fasi della vicenda sono ricostruite soprattutto dal Fatto Quotidiano (in un articolo di Giulio Simeone e Giorgio Velardi). Premessa necessaria: solo a marzo, quando fu celebrato il matrimonio tra ciò che restava di Scelta civica e i Moderati di Giacomo Portas, fu proprio quest'ultimo - e sempre al Fatto - a dichiarare che "quando ci si sposa, di solito, al matrimonio si invitano i parenti e gli amici, non gli sconosciuti" come Verdini, appunto, sebbene nelle settimane precedenti si fosse vociferato proprio di una partecipazione di Ala - allora ancora senza simbolo - alla nascita del nuovo soggetto politico.
Mercoledì, invece, in una lunga direzione pomeridiana del partito, come sottolineato da Zanetti, sarebbe stato dato "mandato al Segretario di revocare la denominazione politica del partito al gruppo parlamentare, laddove il gruppo avesse proseguito con dinamiche tali da determinare una maggioranza di componenti iscritti al partito, ma sistematicamente inadempienti rispetto agli obblighi di contribuzione verso lo stesso, nonché una partecipazione dei componenti del gruppo non iscritti al partito attiva e determinante nell'assunzione di decisioni rilevanti nel rapporto tra partito e gruppo". Tradotto, o i deputati di Scelta civica pagano le quote (gli eletti devono contribuire di più dei semplici iscritti) e i non iscritti al partito hanno meno peso, o il gruppo deve mollare nome (e simbolo).
Subito dopo la direzione, tuttavia, si è riunito il gruppo dei deputati di cui il segretario fa parte, per eleggere il direttivo dello stesso. Zanetti aveva chiesto di rinviare l'adunanza, che però si è svolta ugualmente e, a detta dello stesso Zanetti, in mancanza del numero legale (avrebbero partecipato 10 deputati su 20, quando ne servivano 11): i presenti, compresi tutti i non iscritti a Sc (che appunto avrebbero dovuto essere depotenziati, stando alla decisione del vertice del partito), avrebbero eletto un direttivo i cui componenti - secondo Il Fatto - erano in gran parte contrari alla proposta di confluenza di Ala in Scelta civica (formulata da Zanetti - scrive il Fatto - probabilmente per avere più peso in maggioranza come gruppo e recuperare rappresentanza al Senato, mentre i verdiniani avrebbero potuto entrare ufficialmente in maggioranza e avere incarichi di governo). 
Il gruppo, dunque, ha confermato alla guida Giovanni Monchiero, antiverdiniano al pari di Gianfranco Librandi, Giovanni Palladino, Antimo Cesaro e Andrea Mazziotti Di Celso. Una "legittima, ma palese sfida a quanto poco prima deliberato dalla Direzione del partito", che ha indotto Zanetti a traslocare nel gruppo misto, assieme ad altri tre deputati, per evitare che "proseguisse la finzione giuridica di un gruppo espressione di un partito che invece è evidentemente un rispettabile gruppo misto senza alcuna base politica".
Il tutto si è compiuto ieri con la proposta di costituire il gruppo "Scelta Civica - Verso Cittadini per l'Italia", "in linea - scrive ancora Zanetti - con la prospettiva politica di denominazione deliberata dagli organi direttivi del partito e su cui ci sarà il futuro confronto congressuale": un gruppo che dovrebbe comprendere, oltre a Zanetti e agli altri fuoriusciti da Scelta civica, i deputati di Ala (tra cui Francesco Saverio Romano, Ignazio Abrignani, Luca d'Alessandro, Giuseppe Galati, Massimo Parisi, Giovanni Mottola, Monica Faenzi, Giorgio Lainati) e Marco Marcolin di Fare!; questo che dovrebbe essere il primo passo verso la nascita di "un nuovo soggetto politico che mira ad aggregare le forze del centro di ispirazione liberaldemocratica", come sezione italiana dell'Alde (anche se alle europee, come è noto, la lista Alde - Scelta europea era andata male). 
Ora, la novità di un segretario che, fermo nel suo incarico, abbandona un gruppo parlamentare e ha intenzione di fondarne un altro fa indubbiamente scalpore (quasi quanto il sostanziale ingresso in un gruppo di maggioranza dei verdiniani, cosa che secondo alcuni dovrebbe portare alle dimissioni da viceministro di Zanetti), ma la vicenda porta con sé varie questioni tecniche, tutt'altro che di poco conto. Con le ultime defezioni, per esempio, il gruppo di Scelta civica per l'Italia è sceso sotto i 20 membri e per rimanere in piedi, evitando lo scioglimento e la trasformazione in componente del gruppo misto, dovrebbe ricevere una deroga dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio, secondo quanto previsto dall'art. 14.2 del regolamento della Camera: esso richiede che il gruppo rappresenti "un partito organizzato nel Paese", che questo abbia presentato col proprio simbolo liste in almeno 20 collegi (Scelta civica lo ha fatto) e che abbia eletto almeno un deputato direttamente, ottenendo almeno 300mila voti (ne sono arrivati oltre 2,8 milioni).
Zanetti però non si è dimesso da segretario di Scelta civica (partito che in autunno andrà a congresso: l'idea originaria era di trasformarsi nell'aggregazione di civiche Cittadini per l'Italia e di confluire nei Moderati, ma chissà se ora andrà così...) e, visto il deliberato della direzione, ha il potere di revocare il nome al gruppo parlamentare. Andrebbe in tale senso la proposta di costituire di un gruppo che contenga tanto il nome Scelta civica, quanto quello di Cittadini per l'Italia. Un gruppo che, se rimanesse sotto i 20 membri, dovrebbe essere costituito in deroga, utilizzando sempre i requisiti di presenza elettorale che Scelta civica ha dimostrato: difficilmente l'ufficio di presidenza di Montecitorio (in cui peraltro siede Stefano Dambruoso di Sc) potrebbe consentire la coesistenza di due gruppi sostenuti dalla stessa deroga, dovendo negare il beneficio a uno dei due. Quasi impossibile, a quel punto, che sia declassato a componente del misto il gruppo del segretario di Sc.
Sarebbe l'anticamera di una scissione di partito (visto che gruppi e partiti sono soggetti diversi)? Possibile, ovviamente. Figure chiave sono Zanetti, come segretario e titolare del potere di revoca del nome al gruppo, e Settimo Minnella, tesoriere e (salvo errore) in quanto tale legale rappresentante del partito. L'uso del simbolo, dunque, passa innanzitutto attraverso di loro, come anche attraverso il Comitato di presidenza, nel quale siedono anche altre 12 persone, compreso il capogruppo antiverdiniano Monchiero (ma rimarrà, dopo la nascita del nuovo gruppo?). Si vedrà in seguito che pieghe prenderà la vicenda; per ora, resta molta tensione e molta confusione. 

martedì 26 aprile 2016

Moderati per Salerno, una grafica da dimenticare

Per i promotori dell'esperimento, si tratta addirittura di "una start up tutta salernitana che ha l’ambizione di diventare un progetto nazionale". A parlare è il segretario di Scelta civica della provincia di Salerno, Giovanni D'Avenia: la start up in questione è la lista, nata da pochi giorni, dei Moderati per Salerno, un soggetto politico che si propone di tenere insieme la predetta Scelta civica, ma anche Udc e Nuovo centrodestra. Tre forze moderate appunto, che - a dispetto della presenza di Ncd nel cartello - correranno all'interno della coalizione di centrosinistra.
In effetti l'alleanza già rodata era quella che univa le due forze centriste, entrambe sostenitrici di De Luca alle regionali dell'anno scorso. Al gruppo, tuttavia, si è aggiunto anche il Nuovo centrodestra, in aderenza alla composizione della compagine del governo nazionale. Spiega l'evoluzione il responsabile provinciale di Ncd, Guido Milanese, secondo il quale "se Sel si candida in autonomia, significa che l’asse dell’amministrazione si sposta verso il centro", dunque c'è spazio anche per il partito di Alfano, più a suo agio da quelle parti che in un centrodestra con rischio di derive salvinian-lepeniane. Il tutto rafforzato dal fatto che candidato sindaco del centrosinistra è Enzo Napoli (già facente funzione proprio a Salerno alla fine dell'era De Luca), un candidato per cui Ncd avrebbe "fatto carte false" (tutte citazioni provenienti da un articolo di Carlo Pecoraro per La Città). 
A suggellare l'unione dovrebbe essere il simbolo adottato per la lista. Niente triciclo, perché forse graficamente non sarebbe stato l'ideale, ma l'emblema effettivamente in uso francamente è tra i più brutti e meno comunicativi visti sin qui. Dicono davvero poco il quadrato blu e il cerchio giallo in cui questo è inscritto. Ricorda almeno un po' il nuovo simbolo di Area popolare (di Ncd, da solo o in coppia con l'Udc) il mezzo cuore giallo appunto su fondo blu tratteggiato in alto a sinistra; a voler avere molta fantasia, la parola "Moderati" può rinviare alla nuova alleanza nazionale tra Scelta civica - Cittadini per l'Italia e i Moderati di Giacomo Portas, ma cavare fuori qualche altro messaggio da questo contrassegno - tra l'altro con le scritte ben poco centrate - è pressoché impossibile. All'alleanza politica delle tre forze si può augurare il meglio; l'esordio grafico, per ora, lascia molto a desiderare...

martedì 22 marzo 2016

Il Cantiere dei Moderati, un matrimonio multilivello

I veri politics addicted lo sanno, ne erano a conoscenza da giorni: sabato pomeriggio a Roma si è celebrato un matrimonio in piena regola. Anzi, per l'esattezza, si è svolta la prima parte della cerimonia che ha avuto come sposi i Moderati, formazione essenzialmente piemontese al seguito di Giacomo Portas, e i Cittadini per l'Italia, evoluzione di ciò che resta dell'esperienza di Scelta civica, guidata dal suo congresso in avanti da Enrico Zanetti, sottosegretario del governo Renzi.
Hanno parlato di matrimonio tanto i protagonisti, quanto alcuni commentatori e così, in effetti, sembra di poter dire: l'idea sarebbe la combinazione di un progetto nazionale e di uno diffuso sul territorio, anche se per realizzarla occorrerà del tempo e - infatti - il secondo tempo del matrimonio, con i due soggetti che "saranno una carne sola", è previsto a ottobre, con un congresso costituente per il soggetto politico che verrà. 
Sulla pagina Facebook dei Cittadini per l'Italia, lo stesso segretario Zanetti aveva qualificato l'evento di sabato come momento di avvio della campagna elettorale della rete delle liste civiche dei Cittadini per l'Italia e, contemporaneamente, del Cantiere dei Moderati. Era stato chiamato così, con l'idea che si iniziasse un lavoro che però avrebbe richiesto tempo ed energie per essere completato. E, naturalmente, senza risparmiarsi le difficoltà: come scritto sull'Huffington Post da Gabriella Cerami, l'idea di lasciarsi definitivamente alle spalle l'esperienza montiana di Scelta civica non convince tutta la pattuglia - già piuttosto assottigliata, rispetto alle origini - di parlamentari, a partire da Alberto Bombassei che non avrebbe gradito "l'operazione dei Moderati per Renzi". In effetti la condivisione di un percorso sempre più solido con i Moderati di Portas, nati nel 2005 e da sempre collocati nel centrosinistra, significa inevitabilmente prendere una posizione netta a livello nazionale, che in questo momento è di sostegno al Presidente del Consiglio e al suo partito, e riportare la stessa idea nelle alleanze sul territorio, senza voler perseguire una "politica dei due forni".
Deve aver voluto evitare qualcosa di simile lo stesso Portas, stroncando con il proprio veto l'idea che dell'operazione potesse essere parte anche Denis Verdini e il gruppo di Ala, come si vociferava nelle settimane precedenti: ad Antonio Pitoni del Fatto Quotidiano, infatti, ha dichiarato seccamente che "[q]uando ci si sposa, di solito, al matrimonio si invitano i parenti e gli amici, non gli sconosciuti" come Verdini, che "c’entra davvero poco con noi". Qualcosa che somiglia un partito, peraltro, Verdini potrebbe averlo già, ossia il gruppo parlamentare, ma "né a Milano né a Torino vedo il simbolo di Ala in corsa. - insiste Portas - Negli anni ho visto tanti partiti ‘televisivi’ che poi alle elezioni sono finiti male. Perché un conto è il consenso dei mille parlamentari dentro il palazzo e un conto è quello dei veri azionisti dei partiti, cioè gli elettori". Quelli che, pur pochi a livello nazionale, hanno permesso ai Moderati di avere percentuali importanti in Piemonte e di avere rappresentanza in Parlamento.
Quale sarà quindi la formula del matrimonio nei prossimi mesi? Almeno per un certo periodo conviveranno i simboli dei Cittadini per l'Italia e dei Moderati. Il primo si vedrà solo alle elezioni amministrative (con candidati propri o in alleanza col Pd), con la formula "Cittadini per..." e il nome della città: sarà l'emblema della "rete sul territorio - ha spiegato Zanetti prima dell'evento del 19 - della società civile che vuole impegnarsi per il buon governo delle proprie città, [...] senza logiche di appartenenza partitica precostituita, ma con la voglia e l'entusiasmo di inserire il proprio impegno civico in una logica politica costituente". Su Facebook, ad esempio, circola il simbolo dei Cittadini per Milano, anche se è probabile che nelle città maggiori si tenti già di usare il contrassegno dei Moderati.
Contemporaneamente, infatti, si dovrà iniziare a lavorare anche per il Cantiere aperto sabato, perché proprio quello dei Moderati sarà il simbolo per il progetto politico nazionale con cui "dare una casa, nuova negli interpreti e solida nel radicamento sul territorio, a tutti quegli italiani che credono che il rinnovamento non si faccia contro il sistema ma avendo il coraggio di riformarlo da dentro giorno per giorno", avendo come riferimento - sono sempre parole di Zanetti - "l'Italia laica a trazione liberale e repubblicana, e quella cattolica lontana anni luce da ciò che è diventato il Ppe", dunque con i piedi ben piantati nell'Alde a livello europeo.
Di nuovo il segretario di Scelta civica - Cittadini precisa che quel progetto non poteva nascere "con fusioni a freddo di gruppi parlamentari e imbarazzanti alleanze a geometria variabile" (ogni riferimento ad Area popolare e soprattutto a Ncd è puramente casuale?) e neanche "inventando una lista civica nazionale a poche settimane dal voto, chiamando all'impegno civico in Parlamento chi non è passato attraverso l'impegno civico nei quartieri e nei comuni". Niente di raffazzonato o improvvisato insomma, ma il desiderio di costruire il percorso realmente dal basso: una strada interessante, che accetta anche il rischio di essere interpretata da alcuni come il progetto dei Moderati che si estende a livello nazionale, fagocitando quanto resta di Scelta civica, la cui ultima evoluzione (Cittadini) sopravvive solo come marchio a livello locale. L'idea però non è di farsi inglobare, ma di costruire un gruppo di "estremisti del buon senso" (così ne parlano tra i Cittadini) che possa funzionare su ogni scala territoriale.
Il simbolo che sarà usato a livello nazionale, in ogni caso, è saldamente nelle mani di Portas e dei suoi fedelissimi: è stato infatti registrato come marchio nel 2006 (e lo statuto del partito è già stato validato dall'apposita commissione nazionale). Non sono andati a buon fine due tentativi fatti negli ultimi anni - Emanuela Rocchi nel 2012 e Raffaele Sala nel 2014 - di registrare un emblema simile, con la dicitura "Federazione nazionale Moderati", la dea della Giustizia al posto delle stelle d'Europa e il fondo dorato invece che blu: in entrambi i casi la domanda è stata respinta (ed è improbabile, salvo errore, che si tratti di soggetti vicini a Portas: entrambi i depositanti figurano come candidati in una lista Pensionati presentata a Pavia nel 2006). Se tanti cercano di intestarsi l'area dei Moderati - ricordate Samorì - il presidio di Portas difficilmente sarà squassato.