giovedì 21 aprile 2022

Padova, Europa Verde contro i Verdi per l'Italia. Il nome è "blindato"?

Mancano circa tre settimane alla presentazione ufficiale delle liste in vista delle elezioni amministrative di primavera, ma c'è già qualche scintilla qua e là: in alcuni casi, al centro delle polemiche ci sono proprio i simboli che dovrebbero finire sulle schede elettorali. Si è già raccontato, una manciata di giorni fa, della diffida che Fratelli d'Italia avrebbe inviato al gruppo che intenderebbe presentare la lista Fratelli di Riccione (a sostegno di Claudio Cecchetto). Già all'inizio di questo mese, tuttavia, una prima polemica era scoppiata a Padova, con un altro partito di livello nazionale che aveva lamentato un possibile uso indebito di parte del proprio nome ad opera di una potenziale lista.
Il soggetto politico nazionale in questione, peraltro, è abituato a sostenere lotte "simboliche": si tratta infatti di Europa Verde - Verdi, vale a dire lo stesso partito che fino a pochi mesi fa era denominato Federazione dei Verdi. Il 1° aprile, sul sito di Europa Verde - Veneto, è apparsa la seguente nota dei co-portavoce di Europa Verde-Verdi del Veneto, Luana Zanella ed Enrico Bruttomesso, e dei co-portavoce padovani della stessa formazione, Nicola Mazzucato e Eugenia Fortuni:
Abbiamo mobilitato i nostri avvocati e inviato all'Associazione "Verdi per l'Italia" di Padova una diffida dall'utilizzo, alle prossime elezioni comunali, di simboli elettorali che contengano la denominazione "Verdi". Riteniamo inaccettabile il tentativo di mistificazione della realtà portata avanti da questa associazione, la quale intende con ogni evidenza cavalcare l'onda mediatica delle tematiche ambientaliste, sfruttando il nome e la storia pluridecennale dei Verdi per trarne vantaggio elettorale. A nessuno deve essere consentito utilizzare impropriamente la parola "Verdi" nel proprio nome o simbolo e per tutelare il nostro diritto al nome e all’identità siamo pronti a ricorrere alle sedi giudiziarie opportune. I cittadini veneti conoscono bene i veri Verdi, le loro battaglie storiche in difesa dell'ambiente, degli animali e per la giustizia ambientale e sociale: non si faranno confondere da liste improvvisate dell'ultimo minuto. Questa vicenda dimostra una volta di più la nostra determinazione nel difendere e tutelare da brutte imitazioni un pezzo rilevante della storia politica di questo Paese, che ha condotto battaglie importanti come quella contro il nucleare.
In particolare, stando a quanto della diffida - firmata dal tesoriere e rappresentante legale di Europa Verde - Verdi, Francesco Alemanni - è stato riportato dal Mattino di Padova, si è fatto notare che 
"Il nome Verdi è una denominazione protetta, trattandosi di un segno distintivo che identifica la storia e cultura politica del movimento nato nel 1986. È un nome registrato anche presso la commissione di controllo dei partiti e movimenti politici. C'è da aggiungere poi che l'utilizzo del nome Verdi nel simbolo, in un momento in cui le tematiche ambientaliste hanno ripreso un enorme vigore, avrebbe come esito evidente quello di generare grande confusione nell'elettore. Questa è una violazione concreta con una piena lesione del diritto al nome e all'identità e per questo diffida l'associazione a non utilizzare questo nome e a modificarlo". La confusione, in più, si avrebbe sul piano elettorale anche perché Europa Verde ha nel frattempo annunciato il proprio sostegno alla ricandidatura del sindaco uscente di Padova, Sergio Giordani.
La pagina Facebook dei Verdi per l'Italia esiste dal 20 febbraio; il progetto di un'associazione con lo stesso nome, tuttavia, risale alla metà di ottobre del 2021, quando Domenico Minasola già a capo del Mercato agro alimentare di Padova ed ex esponente di Area civica, formazione che nel 2017 aveva sostenuto Giordani pur essendo stata costituita da soggetti già legati alla giunta Bitonci - aveva sostenuto che " i temi ambientali non possono essere ad appannaggio esclusivo di una sola parte politica": con lui c'erano coloro che avrebbero costituito sul piano giuridico insieme allo stesso Minasola il soggetto politico, Sebastiano Arcoraci (già assessore provinciale) e Gianernesto Zanin; si era visto anche l'ex parlamentare di Civici e innovatori (eletto in Scelta civica, in passato aderente a Forza Italia e poi riferimento di Energie per l'Italia) Domenico Menorello. Nei mesi successivi sono stati trattati vari temi, tra cui la riconsiderazione del "nucleare pulito" come alternativa sul piano energetico (così si spiega, tra l'altro, il riferimento alle battaglie antinucleariste nella dichiarazione di Europa Verde).
Alla diffida di Europa Verde i Verdi per l'Italia hanno risposto, intervistati sempre dal Mattino di Padova: per Menorello "qualcuno qui vuole metterci il bavaglio. Anche perché l'ultima cosa al mondo che vorremmo è quella di essere confusi con questi signori, che a tutto pensano tranne che allo sviluppo sostenibile della nostra città. Noi siamo un'associazione culturale e non un partito, quindi la loro diffida è quanto meno grottesca, ma al di là di questa deriva autoritaria, non credano di essere gli unici depositari dei temi ambientali. Mi auguro che l'attuale sindaco, sostenuto da questa gente, si faccia sentire per garantire la pluralità di voci". Arcoraci, tuttavia, ha precisato: "Ovvio che non lo metteremo", con riferimento alla parola "Verdi".
Certamente una scelta simile si può spiegare con l'idea di voler evitare guai e contestazioni che, una volta fatta la lista, potrebbero finire con l'estrometterla dalla competizione elettorale, vanificando il lavoro fatto sino a quel momento. In questa sede, però, è lecito chiedersi se effettivamente Europa Verde - Verdi abbia l'esclusiva sull'uso della parola "Verdi" oppure no (fermo restando che, comprensibilmente, quel soggetto politico cerca in ogni caso di difendere ciò che ritiene proprio). 
Si è ricordato prima che la Federazione dei Verdi in passato ha parecchio combattuto per cercare di vedersi riconoscere l'uso esclusivo della parola Verdi, almeno fin da quando alle elezioni del 1992 erano spuntati nelle bacheche del Viminale i contrassegni dei Verdi-Verdi, dei Verdi Federalisti e via via verdeggiando. In quell'occasione i Verdi si opposero all'ammissione di quegli emblemi e in effetti anche il Viminale aveva invitato i depositanti a sostituire i contrassegni, visto che la parola "Verdi" era già in Parlamento legata al "sole che ride"; i rappresentanti di quelle formazioni, però, si rivolsero all'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione e i magistrati riammisero quei simboli. Per loro, la denominazione "Verdi", "sia per la acquisita riferibilità ad una vasta area politico-culturale trascendente l'ambito di singole organizzazioni partitiche sia, anche, per il fatto di essere stata utilizzata in passato contemporaneamente nelle denominazioni e nei contrassegni di distinti movimenti di ispirazione ambientalistica ed ecologistica postisi in concorrenza tra loro in diverse competizioni elettorali, deve essere ritenuta, allo stato, carente di specifica portata individualizzante intrinseca e di una propria rilevanza ai fini della caratterizzazione dei simboli e dei contrassegni elettorali"; in più, non c'erano altre somiglianze grafiche che potessero essere contestabili. In questo senso, è bene notare che il simbolo dei Verdi per l'Italia difficilmente potrebbe essere ritenuto confondibile con quello di Europa Verde: il fondo è di colore verde chiaro, ma al posto del girasole stilizzato e del sole che ride c'è una sagoma bianca dell'Italia racchiusa in un cuore verde stilizzato; in più, la parola "Verdi" ha un rilievo grafico assai minore e pure decentrato. 
Com'è noto, nuovi ricorsi della Federazione dei Verdi non hanno avuto fortuna, fino al 2004: in quell'anno il contrassegno della lista comune tra Verdi-Verdi e Verdi Federalisti pensata per le elezioni europee sopravvisse all'esame del Viminale e della Cassazione, ma non del Consiglio di Stato (cui si erano rivolti i Verdi, dopo aver visto bocciare il loro ricorso al Tar del Lazio). I giudici di palazzo Spada il 18 maggio, meno di un mese prima del voto, sostennero che "l’apposizione in primo piano, all'interno del contrassegno delle liste appellate, di segni grafici (p. es. espressione letterale 'verdi' nel carattere e nella forma utilizzati; colore giallo in campo verde, simboli grafici stilizzati) è idonea a produrre confusione nell'elettore medio, richiamando simboli tradizionalmente associati alla formazione politica dell’appellante": il collegio impose di ingigantire la "pulce" della lista Abolizione scorporo (per evitare la confondibilità e valorizzare l'esenzione dalla raccolta firme ottenuta col "prestito" di quell'emblema), ma il contrassegno rimase. Nel 2006, grazie a quel precedente, i Verdi contestarono il nuovo emblema unitario degli "altri" Verdi e allora l'Ufficio elettorale centrale nazionale diede loro ragioneal di là delle differenze esistenti, "i due simboli [...] appaiono identicamente connotati dalla parola 'Verdi' riprodotta, su entrambi, con la medesima collocazione e identico carattere grafico, in un cerchio tagliato, a pari distanza dal centro, da due linee parallele, al cui interno la parola è inserita", dunque secondo l'interpretazione delle disposizioni "in termini di diritto vivente" si doveva dire che "la riproduzione, nel simbolo, della parola 'Verdi', con la specifica collocazione e composizione grafica di cui sopra, in quanto tradizionalmente riferibile al partito ricorrente, ha assunto carattere identificativo dello stesso [...]. Con la conseguenza che la riproduzione della parola stessa, in un contesto grafico assai similare per quelli che sono i profili di più immediato impatto visivo, effettivamente realizza quella potenzialità di inganno dell'elettore che ne comporta il divieto".
Sicuramente dopo quella decisione - di cui si prende atto, senza commento - la parola "Verdi" è più tutelata rispetto al passato; non sfugge tuttavia che anche in quel caso i giudici hanno insistito sulla collocazione, sul carattere e sulla "composizione grafica" della parola "Verdi", mentre - lo si deve ammettere - per i Verdi per l'Italia non potrebbe in alcun modo riscontrarsi un uso visivo "tradizionalmente riferibile" a quello fatto dalla Federazione dei Verdi e a Europa Verde. Resta da dire di un importante passaggio citato nella diffida, vale a dire l'iscrizione di Europa Verde - Verdi (e, fin dal 2014, della Federazione dei Verdi) nel Registro dei partiti politici: ciò comporterebbe, tra l'altro, l'applicazione dell'art. 3, comma 1 del decreto-legge n. 149/2013 (la fonte che ha dettato in Italia le prime norme di "democrazia interna" relative ai partiti), in base al quale, tra l'altro, "[i]l simbolo del partito e la denominazione, anche nella forma abbreviata, devono essere chiaramente distinguibili da quelli di qualsiasi altro partito politico esistente". La disposizione si applica certamente ai partiti che chiedono la registrazione e non alle liste civiche locali, anche legate a comuni "superiori", tuttavia mette sicuramente su un piano di forza il partito "registrato" rispetto alle altre forze politiche. Anche quella disposizione, tuttavia, potrebbe non bastare a "blindare" l'uso elettorale della parola "Verdi": se il simbolo non fosse modificato, infatti, in sede di ammissione delle liste si potrebbe rilevare che non solo i contrassegni elettorali sarebbero ben diversi tra loro (lo si è già detto), ma anche i nomi "Europa Verde - Verdi" (declinato sul piano locale) e "Verdi per l'Italia" non sarebbero così simili. O, almeno, non sarebbero meno "chiaramente distinguibili" di quanto non lo siano tra loro i nomi di partiti già regolarmente registrati, quali Alternativa popolare e dei Popolari per l'Italia, oppure ancora Alternativa popolare e Alternativa (proprio ieri inserita nel registro dei partiti).
Detto tutto questo, la scelta di un altro nome toglierebbe ogni rischio di vedersi bocciare la lista, almeno per queste ragioni: sta ovviamente ai promotori delle candidature scegliere se conservare il nome speso finora e rischiare, oppure cambiare nome e riprendere a lavorare per consolidare quello. La vicenda, in ogni caso, meritava di essere approfondita a dovere.

domenica 17 aprile 2022

ManifestA, il simbolo (di persone) spunta a Pasqua, De Magistris pronto

Chi ha detto che il giorno di Pasqua non ci sono notizie abbastanza rilevanti, soprattutto di natura simbolica, per i #drogatidipolitica? Niente di più sbagliato, almeno oggi. Questa mattina, infatti, alle 11 precise, la pagina Facebook di ManifestA ha reso noto il suo (primo) simbolo, a poco più di due mesi dalla nascita dell'omonima componente politica all'interno del gruppo misto della Camera (l'articolazione è stata autorizzata in data 8 febbraio 2022).
L'annuncio, come si diceva è stato dato da un post sulla pagina Facebook, accompagnato da un testo in cui risultano taggate le quattro deputate che hanno costituito la componente (Simona Suriano, Silvia Benedetti, Doriana Sarli, Tana Chiara Ehm), le altre forze politiche che hanno consentito la nascita della componente (Potere al popolo!) o che hanno recuperato presenza parlamentare con questa articolazione (Partito della Rifondazione comunista) e - last but not least - Luigi De Magistris.
Ecco di seguito il testo accompagnato all'immagine:

La Pasqua è un simbolo universale di resurrezione, di speranza e di pace ed oggi facciamo nascere simbolicamente il nostro logo. Vogliamo che sia fortemente legato ai valori della condivisione, unione e partecipazione e che possa segnare l’uscita da questo momento di buio ed il ritorno alla speranza, alla Pace!
Il logo di ManifestA è una pagina nuova da scrivere, assieme a chi condivide la necessità di unire le forze e di lottare insieme. I colori diversi si uniscono, nella loro diversità ed avversità, in uno spazio dove vi sono cittadini, lavoratori, imprenditori, gli ultimi, giovani, chi non trova lavoro, chi lotta per la pensione, chi subisce abusi, chi scappa dalla guerra. Noi siamo pronte a riscrivere la storia di chi lotta e ad affrontare insieme le sfide più complesse.
Auguriamo a tutti voi di celebrare oggi il vostro personale passaggio a qualcosa di nuovo e di diverso. Qualcosa di buono e giusto, qualcosa che sappia di futuro. Per noi questo qualcosa è ManifestA.


Da oggi, dunque, tutte le forze politiche citate nelle denominazioni dei gruppi e delle componenti politiche della Camera dei deputati hanno un simbolo (mentre al Senato restano per ora senza traduzione grafica gli Ecosolidali - che dal 29 aprile dello scorso anno completano l'etichetta di Liberi e Uguali - e Italia al Centro, ma per conoscere il simbolo ufficiale - già depositato, a quanto si apprende - si dovrà aspettare poco tempo). Il nuovo emblema di ManifestA (che evidenzia anche nella grafica la "A" finale, come declinazione al femminile, così come era stato annunciato fin dall'inizio) appare semplice e - a suo modo - diretto: impostato su due colori (giallo oro e viola-bordeaux chiaro, uniti e accostati "nella loro diversità ed avversità"), pone al centro del contrassegno due file di persone, che la descrizione identifica come "cittadini, lavoratori, imprenditori, gli ultimi, giovani, chi non trova lavoro, chi lotta per la pensione, chi subisce abusi, chi scappa dalla guerra" (categorie inclusive di ogni genere, anche se le prime sono offerte al "maschile non marcato"). Colori e immagini tratteggiate dovrebbero suggerire i valori "della condivisione, unione e partecipazione", l'anelito verso la speranza e la pace, la necessità di "lottare insieme".
Chi ha buona memoria può facilmente ricordare che almeno altri due simboli famosi hanno avuto al centro varie sagome di persone disposte su più file. Senza andare troppo indietro, si può ricordare La Rete - Movimento per la Democrazia legato a Leoluca Orlando, comparso alle elezioni del 1992: con l'1,86% alla Camera e lo 0,72% al Senato ottenne 12 deputati e 3 senatori (questi ultimi tutti scattati in Sicilia). Due anni dopo le regole elettorali erano cambiate, ma il simbolo tornò almeno sulle schede della Camera (ottenne ancora l'1,86% nella quota proporzionale, non sufficiente a superare lo sbarramento, ma si assicurò comunque vari seggi grazie alle candidature sotto il simbolo dei Progressisti). 
"
Il nostro è l'unico simbolo con la gente dentro", disse Orlando presentando nel 1992 l'emblema, con le sagome umane maschili e femminili azzurre su fondo rosso, con il sorriso stilizzato in evidenza (l'autore non si è mai saputo, anche se tradizionalmente si riconduce l'idea e un primo schizzo all'ex sindaco di Torino Diego Novelli). Nel 2011, un anno prima di ricandidarsi come sindaco del comune di Palermo, Orlando riprese il fregio, facendolo leggermente rivisitare (togliendo le due sagome più in fondo e alleggerendo il tratto di quelle rimaste) per la Rete 2018; raggiunto quell'anno, il riferimento al 2018 era sparito, le due persone in alto erano tornate al loro posto, mentre erano rimaste le stelle d'Europa aggiunte sette anni prima.
Nel 2013 quella Rete (2018) sostenne, insieme a varie altre realtà politiche e della società civile, la lista Rivoluzione civile, che aveva indicato come proprio capo Antonio Ingroia. Anche quel soggetto elettorale aveva come ingrediente grafico principale (oltre al cognome dell'ex magistrato) varie sagome di persone - in quel caso rosse - disposte su due file: era peraltro volutamente chiarissimo il riferimento al Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, scelto come riferimento in cui si potesse riconoscere un fronte ampio, che oltre alla Rete 2018 includeva Verdi, Idv, il Movimento Arancione, il Nuovo Partito d'Azione, il Pdci e il Prc. Il simbolo raccolse il 2.25% alla Camera, ma la soglia del 4% era lontana e non arrivò alcun seggio.
Rispetto a quelli visti fin qui, l'emblema di Manifesta si presenta come più curato e più fine; le persone che si possono vedere al suo interno sono meno connotate politicamente rispetto a quelle di Rivoluzione civile e ricordano piuttosto quelle della Rete (senza sorriso, ma con più eleganza), in più le figure in primo piano non sono più tre, come in passato, ma quattro (come le deputate della componente), staccandosi così in modo discreto dai due "precedenti" qui ricordati, nella speranza - immaginando di interpretare il pensiero di chi ha adottato il fregio - che anche i risultati elettorali siano decisamente migliori.
Il voto non è ancora vicinissimo (la scadenza naturale della legislatura è all'inizio di marzo), mentre si è appena tenuto il primo turno delle presidenziali francesi, con il risultato migliore di sempre per Jean-Luc Mélenchon, che ha sfiorato l'accesso al ballottaggio e si appresta a ottenere una percentuale di tutto rispetto alle elezioni legislative con la sua forza politica, La France Insoumise. Quell'esperienza ha fatto dichiarare a Luigi De Magistris (intervistato per il manifesto da Andrea Carugati) che occorre "costruire quella sinistra che oggi non c'è", anzi, rendersi conto che "c'è una sinistra diffusa che non trova più rappresentanza" e che invece la merita, per poter agire come "una sinistra di lotta ma anche in grado di governare, affidabile". Proprio l'ex sindaco di Napoli ha rivendicato il suo doppio mandato di guida della città come "l'esperienza di governo [...] più a sinistra degli ultimi dieci anni", che ha "tenuto insieme tutta la sinistra", seguita poi dalla candidatura alle regionali calabresi dello scorso anno ("Abbiamo preso il 17% senza soldi, una campagna fatta con lo zainetto in spalla"). Per De Magistris il sostegno potrebbe arrivare da parte di coloro che si sono astenuti, da "un pezzo di delusi dal M5S" e, volendo, da "un mondo più moderato che non vuole votare partiti a favore della guerra e del riarmo". Negando ogni possibilità di alleanza con il Pd (specie dopo il sostegno militare all'Ucraina), ha confermato di voler creare una nuova iniziativa elettorale con Rifondazione comunista e Potere al Popolo! (senza escludere Alessandro Di Battista come interlocutore): "Da solo non vado da nessuna parte, ma mi metto a disposizione con volontà, tenacia, umiltà, e anche amore. Ora ho molto tempo a disposizione per girare l'Italia, mi entusiasma l’idea di costruire una coalizione sociale e popolare dei non allineati. Siamo partiti e non ci fermiamo più, gireremo tutta l’Italia, è iniziata la fase di costruzione dal basso di un nuovo soggetto". 
Sempre De Magistris - che nell'intervista ha allontanato ogni similitudine con il precedente di Ingroia: "
Nessun replay, posso assicurarlo. Ingroia ha una bella storia da magistrato, ma non c’è nessun paragone o connessione con quell'esperienza. Abbiamo due modi di intendere la politica completamente diversi" - assicura che alle elezioni il progetto in costruzione ci arriverà: "avremo il nostro simbolo, serve un contenitore nuovo con contenuti nuovi, come ha fatto Podemos in Spagna". Dopo aver letto queste dichiarazioni, guardando con più attenzione la circonferenza che racchiude l'emblema di ManifestA, sembra di vedere nei due colori che si intrecciano qualche rimando alle varie versioni del logo di Podemos
Curiosamente, invece, De Magistris (che resta tuttora legato al movimento DemA - Democrazia autonomia, che a sua volta nel simbolo contiene un cerchio "sfrangiato", anche se per citare l'idea dell'agorà) non cita minimamente ManifestA nella sua intervista (né in quella precedente rilasciata al Mattino), pur essendo accostato a quel soggetto parlamentare da varie settimane, anche nell'evento finora più importante, cioè il 
Forum europeo dei movimenti e dei partiti per la pace contro la guerra svoltosi il 3 aprile alle 10 a Roma, copromosso da Manifesta, Prc, Pap e - appunto - DemA. L'idea, in ogni caso, è di costruire "un consenso e una forza nazionale" che lavori su pace e diritti, per poter avere davvero rappresentanza in Parlamento. Ci sono alcuni mesi per farlo, potenzialità e difficoltà non mancano: verrà il tempo di raccontare il progetto e il suo simbolo.

giovedì 7 aprile 2022

Fratelli di Riccione per Claudio Cecchetto: Fdi li diffida e fa causa, ma perde (Aggiornamento)

AGGIORNAMENTO del 24 maggio 2022: Non si sono limitati alla diffida i rappresentanti riccionesi di Fratelli d'Italia: dopo che la sottocommissione elettorale circondariale aveva ammesso la lista di Fratelli di Riccione (evidentemente ritenendo che, tra l'altro, il contrassegno presentato fosse ammissibile), è partito un ricorso al Tar Emilia-Romagna da parte del delegato alla presentazione della lista di Fdi: nel ricorso si sottolineava che l'uso contemporaneo del tricolore e della parola "Fratelli" (in maiuscolo) avrebbe potuto ingannare l'elettorato, inducendo a credere che la lista in questione fosse di Fratelli d'Italia (visto che nessun altro partito, per giunta rappresentato in Parlamento, usa a livello nazionale quei segni unitamente) e di conseguenza portando un vantaggio indebito a Fratelli di Riccione.
Il giudice amministrativo di primo grado, però, il 18 maggio ha respinto il ricorso. Ricordato che non sono ammissibili, oltre ai contrassegni identici, quelli "facilmente confondibili" e quelli riproducenti "simboli, o elementi caratterizzanti di simboli, di contrassegni usati da altri partiti o gruppi politici e, per questo motivo, atti ad indurre in errore l'elettore sull'identità del partito o raggruppamento politico dal quale promana la lista" (valutazione che implica un confronto tra fregi elettorali "ciascuno considerato nel suo complesso ed in ogni sua parte, ma soprattutto negli elementi che per una qualsiasi ragione assumono funzione individuante"), il collegio ha aderito all'orientamento in base al quale per la confondibilità o la decettività dei simboli il parametro è la "normale diligenza dell'elettore medio di oggi", che è "notoriamente munito di un bagaglio di conoscenze e di una capacità di discernimento ben superiori a quelli d'un tempo": non ci sarebbe alcun pericolo di confondere due contrassegni "in presenza di elementi di differenziazione presenti prevalenti sugli elementi accomunanti i due contrassegni" (così varie sentenze del Consiglio di Stato e, anche di recente, del Tar Calabria). Al di là degli elementi di identità (la parola "Fratelli" bianca e maiuscola su fondo blu, nonché il tricolore), i due fregi elettorali per i giudici presentano "significativi elementi di diversificazione che un elettore è in grado di percepire": la qualifica "lista civica" per Fratelli di Riccione, il riferimento a Giorgia Meloni per Fdi e l'uso ben diverso del tricolore (sfondo quasi integrale contro fiamma tricolore). Su tali premesse, per il collegio "l'impatto visivo generato dal contrassegno della lista Fratelli di Riccione non risulta [...] disorientare gli elettori della lista avversaria, in quanto le denominazioni dei due simboli non coincidono ma hanno solo una parziale analogia nelle scritte [...] e sono diverse - e distinguibili - le dimensioni grafiche del tricolore", così i tratti distintivi sono "ragionevolmente maggiori" rispetto a quelli comuni.
Fratelli d'Italia, peraltro, ha impugnato la decisione rivolgendosi al Consiglio di Stato, ritenendo tra l'altro che ci fosse comunque confondibilità tra i due contrassegni, sia per l'uso nazionale ed esclusivo della parola "Fratelli" da parte di Fdi, sia per l'assenza di valore distintivo della dicitura "lista civica" (troppo piccola) e di valore identificativo del riferimento a Meloni, mentre la scelta di usare il tricolore insieme alla parola "Fratelli" avrebbe avuto "evidente carattere allusivo" a dispetto della diversa declinazione grafica (così come non sarebbe abbastanza distintivo il riferimento a Riccione per evitare confondibilità con Fdi). 
Questo pomeriggio, tuttavia, i giudici di palazzo Spada hanno rigettato anche questo ricorso, confermando l'ammissibilità della lista Fratelli di Riccione. Dopo aver ricordato che le disposizioni in materia di inammissibilità dei contrassegni non mirano tanto a tutelare le liste, quanto piuttosto "a salvaguardare la libertà di voto degli elettori, garantendo la genuina e libera formazione del convincimento elettorale anche attraverso un corretto e leale confronto tra le forze politiche", il collegio ha precisato che gli elementi di similitudine dei contrassegni sono censurabili se sono "tali da confondere con facilità l'elettore": sono gli stessi giudici ad ammettere che, se non fosse così, "si giungerebbe all’esclusione di tutte le liste che non rechino tratti di novità o di originalità nel simbolo", cosa che creerebbe "ingiustificata ed indiscriminata compressione dell’elettorato passivo e del pluralismo della competizione elettorale". Aveva dunque correttamente valutato il Tar Bologna, nel ritenere che non ci fosse alcuna facile confondibilità, vista la prevalenza degli elementi distintivi su quelli comuni: se l'uso del tricolore "non è una prerogativa esclusiva della lista ricorrente, ravvisandosi sulla scena politica altre formazioni che la utilizzano o l’hanno utilizzata nell’ambito del contrassegno", addirittura per i giudici di secondo grado il nome scelto per la lista Fratelli di Riccione "non è in alcun modo sovrapponibile e confondibile" con quello di Fratelli d’Italia. A questo bisogna aggiungere gli altri elementi distintivi, cioè il riferimento a Meloni e la fiamma tricolore per Fdi, così come la dicitura "lista civica" "in caratteri più piccoli rispetto a 'Fratelli di Riccione', ma comunque ben visibili con una collocazione in alto e al centro" (anzi, proprio la "costante presenza delle liste civiche in tutte le competizioni elettorali amministrative" dovrebbe bastare a non far dare per scontato un collegamento tra liste locali e nazionali, a dispetto del nome simile).
Valeva la pena aggiornare gli sviluppi di questo caso, sia perché riguardava un partito presente in Parlamento, sia perché le sentenze dei giudici hanno messo a punto un nuovo criterio che tornerà buono in futuro, in occasione di contenziosi simili: come sa bene chi si interessa al diritto (non solo elettorale), le regole nascono dai fatti e, più spesso, dalle liti, indicando come comportarsi per il futuro. In politica capita (fin troppo) spesso che un partito o un gruppo si senta tanto speciale da non dover essere imitato nel nome o nel simbolo, al punto da reagire male al minimo sospetto di copia o di imitazione, a prescindere dalla fondatezza di quel sospetto (e per giunta in un ambito come quello politico, in cui per anni molti tra i principali soggetti si denominavano "Partiti" e "italiani"): di frequente si finisce in tribunale, a volte chi si sente copiato ottiene ragione (peraltro, ci si sente di dire, non sempre con piena ragione), altre volte no, come in quest'ultimo caso.

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Quando si avvicinano le elezioni, non è raro che si litighi o ci si attacchi su nomi e simboli ben prima che la campagna elettorale sia iniziata ufficialmente con l'accettazione delle candidature, anzi, prima ancora che tutti i documenti siano presentati: basta una somiglianza di troppo o un rischio di confondibilità più o meno concreto e partono avvertimenti, diffide, inviti a cambiare segno distintivo o annunci di azioni legali qualora nomi e simboli "incriminati" restassero al loro posto. In vista delle prossime elezioni amministrative tornate a fine prima vera, sta capitando proprio questo a Riccione da un paio di giorni, precisamente da quando sulla scena pre-elettorale ha fatto la sua comparsa una potenziale lista denominata Fratelli di Riccione. 
Prima ancora di parlare di questo, in realtà, bisognerebbe dire che la competizione elettorale in questo comune superiore della provincia di Rimini (non fa capoluogo ma sfiora comunque i 35mila abitanti) era già finita da alcune settimane sotto i riflettori, in particolare dalla fine di febbraio, quando era stata ufficializzata la candidatura a sindaco di Claudio Cecchetto. L'idea era nata già a dicembre, quando il produttore discografico aveva fatto gli auguri di Natale alla città con un manifesto e ai media aveva fatto sapere: "Diversi gruppi di cittadini e associazioni che organizzano incontri culturali mi hanno accennato questa ipotesi, io ne sono gratificato e dico che sono a disposizione, per me è un grande riconoscimento", arrivato peraltro da una città "che mi ha dato tantissimo e che mi può chiedere quello che vuole", evidentemente anche la candidatura.
Non si tratterebbe, per inciso, della prima campagna elettorale amministrativa di Cecchetto: nel 2019, infatti, lui si era proposto come sindaco sempre in provincia di Rimini, ma stavolta di un comune sotto i 15mila abitanti, Misano Adriatico. In quell'occasione si presentò sostenuto dalla lista W Misano Viva, confrontandosi con gli altri tre candidati in lizza: se a ottenere la poltrona di sindaco con il 39,11% fu Fabrizio Piccioni, schierato dal centrosinistra, Cecchetto ottenne un dignitosissimo secondo posto, con il 33,78%, staccando di molto le candidate della Lega-civica Veronica Pontis (19,33%) e del MoVimento 5 Stelle Daniela Ruggeri (7,79%). Cecchetto era stato eletto consigliere e figura tuttora come capogruppo di W Misano Viva.
Questa volta, invece, la candidatura arriverebbe in una città cui il produttore ed ex disc jockey - che ha aperto il suo comitato elettorale in un bar - ha legato strettamente il suo nome (tra l'altro, per le edizioni di DeeJay Television ambientate all'Acquafan e per i programmi radiofonici e televisivi condotti da Viale Ceccarini). Essendo Riccione un comune sopra i 15mila abitanti, a sostegno di ogni aspirante sindaco si possono presentare più liste: fino a pochi giorni fa ne erano state annunciate due, Riccione civica (legata al gruppo di opposizione nato in consiglio comunale nel 2019) e la Lista civica Cecchetto - Riccione 2022, che nel simbolo - opera di Marco Lodola e Sergio Pappalettera - schiera i mezzibusti di tante persone, dai vestiti e dai capelli decisamente variopinti. Cecchetto ha fornito tanto di spiegazione del contenuto del suo contrassegno: 
Il simbolo è stato pensato e realizzato per essere una metafora, un vero e proprio racconto, per essere parlante, significativo. 'Le faccine' di Marco Lodola sono diventate negli anni, una delle immagini iconiche di questo grande e modernissimo artista. Perfette per raccontare quanto per noi sia importate l'individualità e la coesione tra persone. Tutti i colori e gli abiti dei personaggi indicano la ricchezza della diversità e la potenza generativa dell’inclusione. Insieme guardiamo nella stessa direzione per il bene della città dove si vive, si lavora, si crescono i propri figli e si accolgono gli ospiti da tutto il mondo. L'onda è azzurra come il nostro mare ed è anche il colore della nostra citta. Riccione tutto l’anno è al centro del simbolo e al centro del nostro programma. Il mare d'estate e d'inverno. La stagione non ha stagione. A Riccione sono dodici i mesi in cui tra mare e città accade sempre qualcosa da scoprire e vivere. Una vacanza esperienziale che diventa promozione e desiderio di tornare. L'onda è anche il simbolo di un viaggio, di qualcosa che parte e che porta con sé materiale, energia, movimento.
Due giorni fa, peraltro, è arrivato l'annuncio ufficiale del sostegno a Claudio Cecchetto anche da parte di una terza lista, denominata appunto Fratelli di Riccione. Si era iniziato a parlare una decina di giorni fa della possibilità che una parte del centrodestra, insoddisfatta della scelta ufficiale della coalizione di sostenere la candidatura a sindaco di Stefano Caldari (assessore uscente al turismo), facesse scelte diverse, appoggiando proprio il progetto "civico" di Cecchetto. L'annuncio è arrivato dal portavoce della futura lista, Lino Masucci: "Sono sempre stato in Fratelli d’Italia e in questo partito resto a livello nazionale, ma per le amministrative non condivido la scelta fatta dal mio partito, per cui mi sono apparentato con Cecchetto", ha dichiarato al Resto del Carlino, mentre a buonGiornoRimini.it ha precisato "Sono stato tanti anni nella destra. Questa nostra scelta dipende dalla non condivisione dell’amministrazione attuale. Non condivido come è stata amministrata negli ultimi anni la città, cosa che ha portato a grossi problemi di ordine pubblico e a situazioni di degrado e scarsa manutenzione per esempio anche delle strade. Io, invece, voglio che la mia città sia sicura e bella".
La novità, tuttavia, non è andata affatto giù a Fratelli d'Italia, che nel giro di qualche ora ha emesso una nota, a firma del vicecommissario provinciale Filippo Zilli e del coordinatore riccionese Stefano Paolini: "Fratelli d’Italia sostiene senza tentennamenti Stefano Caldari sindaco e alle prossime elezioni si presenterà con il proprio nome e simbolo. Chiunque provi a creare liste civetta, creando confusione nell’elettorato attraverso simboli e nomi truffa, è diffidato. Siamo pronti a difendere in ogni sede il nostro partito e a chiedere i danni che già in questi giorni sono stati a noi recati. Se inoltre tra i promotori della lista civetta dovessero esserci tesserati, questi saranno, se non lo sono già stati, deferiti ai probiviri e finalmente espulsi. Siamo certi che una persona come Cecchetto non inquini la propria credibilità e serietà. I riccionesi meritano di avere chiarezza e di essere liberi di scegliere senza mezzucci, ma siamo altrettanto certi che chi ricorre a strumenti di questo livello sarà punito dagli elettori ancor prima che dai ricorsi".
Nei prossimi giorni, dunque, potrebbero arrivare iniziative di qualche natura per far desistere il gruppo di Masucci dall'uso di quel nome. Fdi potrebbe avere ragione? Difficile dirlo con certezza, anche se ci sarebbero elementi per dire di no. In passato varie sentenze dei giudici amministrativi o pronunce dell'Ufficio elettorale centrale nazionale hanno precisato che nulla osta al fatto che più partiti si definiscano "Verdi" (anche se in seguito qualcosa è cambiato su questi casi) o che ci siano più "Leghe" (anche costituite da scissionisti dal Carroccio), così come hanno potuto convivere sulle schede senza problemi giuridici il Partito comunista (di Marco Rizzo) e il Partito comunista italiano (rinato nel 2016). E' vero che Fratelli d'Italia è in Parlamento e figura nel registro dei partiti, aspetti che suggerirebbero l'opportunità di tutelare gli elettori del partito di Giorgia Meloni; è altrettanto vero però che "Fratelli d'Italia" è di per sé un'espressione di uso e di patrimonio comune, essendo il nome convenzionale dell'inno di Mameli (divenuto "di parte" solo dalla fine del 2012), così come il concetto di fratellanza non sarebbe di certo estraneo alla politica. Lo stesso simbolo scelto per la lista comunica al primo sguardo un'impressione piuttosto distinta da quello di Fdi, che ha il blu come colore dominante e il tricolore della fiamma, mentre in questo caso a dominare è la bandiera tricolore (le tinte sono le stesse usate da Fdi, ma il tricolore è presente in tanti altri emblemi di partito ed elettorali...). Bisogna ammettere che il carattere usato per il simbolo di lista è praticamente lo stesso impiegato da Fdi, quindi sarebbe opportuno intervenire su questo profilo; per il resto, però, il simbolo non dovrebbe creare problemi.
Sul nome qualche dubbio resta, se non altro per come potrebbe essere letta la situazione in concreto. Se entrambe le liste (Fdi e Fratelli di Riccione) fossero presentate, il primo partito potrebbe lamentare il rischio di vedersi sottrarre voti o comunque risultare danneggiato per la presenza del concorrente; Fratelli di Riccione, al contrario, potrebbe sostenere che proprio la coesistenza delle due liste farebbe capire ad elettrici ed elettori che esistono due soggetti diversi e non confondibili tra loro, che hanno fatto scelte differenti pur essendo vicini sul piano ideale più ampio. D'altra parte, se si presentasse solo Fratelli di Riccione, questo gruppo potrebbe dire che non ci sarebbe alcun rischio di confondibilità in cabina elettorale, mentre Fdi lamenterebbe comunque un uso indebito di un nome simile al suo, in grado di danneggiare il partito. I rischi di confondibilità, peraltro, sarebbero acuiti se tra i promotori o i candidati figurassero vari tesserati a Fdi: nei confronti di questi il partito può avviare procedimenti disciplinari a norma del proprio statuto, per la scelta appunto di promuovere una lista diversa da quella "ufficiale" o approvata dal partito. Da qui alla presentazione delle liste - a Riccione come altrove - c'è in ogni caso ancora tempo: nomi e simboli fanno in tempo a cambiare (anche di parecchio) e qualche volta a dissolversi, oltre che a rimanere ben in vista sino all'ultimo momento utile.

mercoledì 6 aprile 2022

Liberali Democratici Europei, un aspirante marchio o un futuro partito?

L'area liberale e liberaldemocratica cerca da anni propri soggetti politici di riferimento in Italia, specialmente dal 1994 in poi: si contano vari tentativi di dare a quelle sensibilità politiche una casa che risulti il più possibile comune e accogliente, anche se l'opera spesso non è risultata facile (soprattutto nell'epoca del tentato bipolarismo, con la nascita di formazioni che si riconoscevano nell'uno o nell'altro schieramento, anche solo per il non voler stare dalla stessa parte di quel gruppo o di quel personaggio politico). Non stupisce dunque che in Italia partiti, movimenti, associazioni e altri soggetti collettivi continuino a nascere o anche solo a essere progettati in quell'area, con inevitabile scelta di nomi e di simboli. 
Al Parlamento europeo, invece, i libdem stanno praticamente tutti insieme, grazie al gruppo Renew Europe, nato dopo le elezioni europee del 2019 grazie al lavoro comune dell'Alde Party (quindi il Partito dell'Alleanza dei liberali e dei democratici per l'Europa), del Pde-Edp (il Partito democratico europeo, fondato nel 2004 da Francesco Rutelli e François Bayrou), i francesi di Renaissance (legati essenzialmente a La République En Marche! di Emmanuel Macron) e i rispettivi gruppi giovanili. Percorrere la "via europea", dunque, potrebbe essere un mezzo stimolante per cercare di favorire anche in Italia l'unità dei liberali e dei libdem. In passato, in effetti, si è tentata questa strada soprattutto al momento delle elezioni: al di là della lista di +Europa - Italia in comune - Pde Italia del 2019, viene in mente soprattutto la "lista Alde" denominata Scelta europea, concepita per le elezioni europee del 2014 e dal percorso piuttosto travagliato, fino al definitivo accordo con Scelta civica per l'Italia, che diede maggior unità all'area politica (in cui si erano inseriti pure Centro democratico e Fare per Fermare il declino), ma non era bastato per arrivare al 4%. Le prossime elezioni europee sono previste nel 2024, dunque tra due anni, eppure qualcuno sembra già impegnato a pensare alla "via europea", magari per costruire qualcosa a livello politico senza dover attendere il nuovo voto per il Parlamento europeo.
Se si interroga la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi cercando le occorrenze con la parola "liberali", infatti, si scopre che ci sono due domande di marchio recentissime. La prima riguarda la dicitura Liberali Democratici Europei - Lde, espressa con qualunque tipo di carattere o qualunque colore: la domanda risale al 28 febbraio e riguarda ben cinque classi o servizi, vale a dire la 16 (Carta e cartone; stampati; articoli per legataria; fotografie; cartoleria; adesivi per la cartoleria o per uso domestico; materiale per artisti; pennelli; macchine da scrivere e articoli per ufficio - esclusi i mobili; materiale per l'istruzione o l'insegnamento - tranne gli apparecchi; materie plastiche per l'imballaggio; caratteri tipografici; clichè), la 25 (Articoli di abbigliamento, scarpe, cappelleria), la 35 (Pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio), nonché le consuete 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali). 
La seconda domanda, presentata addirittura il 16 marzo, dunque poco meno di un mese fa, rappresenta un'evoluzione della prima, visto che al nome si accompagna una grafica ben definita. La descrizione recita: "Vi sono le scritte bianche 'renew europe', 'renew italia', l'acronimo 'LDE' (con la 'E' gialla) e 'Liberali Democratici Europei'. Nella parte bassa del logo vi è una corona di 8 stelle gialle con a lato una bandiera italiana"; il simbolo in realtà si completa con il fondo blu (bordato d'azzurro) e una sagoma del territorio dell'Europa "retinata", sempre azzurra, che emerge sul fondo al centro, sotto la denominazione depositata per prima come marchio. Anche in questo caso la domanda riguarda le medesime cinque classi della classificazione di Nizza.
Guardando il simbolo, si nota che questo appare piuttosto ben curato e studiato, per nulla improvvisato: un elemento simile di solito è segno di un progetto altrettanto studiato e preparato da tempo, anche se ovviamente di per sé non è sufficiente per affermarlo. Colpisce anche l'uso dell'espressione "Renew Europe", declinata anche con riguardo all'Italia: tra l'altro, se si fa una ricerca nella banca dati dell'EUIPO (Ufficio per la proprietà intellettuale dell'Unione europea, con sede ad Alicante), si scopre che già nel 2019 per il marchio verbale Renew Europe era stata depositata domanda di registrazione di marchio europeo dall'Alde Party (anche se pochi mesi dopo la stessa domanda era stata ritirata).
Chi ha depositato invece le domande di marchio per l'Italia? Il database indica come richiedente Andrea Germanà, che figura quale responsabile IT della Fondazione Luigi Einaudi che ha sede a Roma. Nata nel 1962 (per iniziativa di Giovanni Malagodi) per promuovere la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale, presieduta dal 2016 da Giuseppe Benedetto, la fondazione organizza da molti anni varie iniziative di riferimento per varie sensibilità dell'area liberale (una delle più note è la Scuola di Liberalismo). Scorrendo l'elenco delle iniziative del 2021, ci si imbatte in un'iniziativa realizzata al Maxxi a Roma il 13 novembre scorso, dal titolo Rinnovare l'Europa e la politica: Democratici Europei e Renew in Italia. Sulla locandina figurano i loghi di Renew Europe e del Pde-Edp e come relatori si trovano indicati Sandro Gozi (segretario generale del Pde, partito politico europeo cui da dicembre del 2021 aderisce Italia viva, eletto al Parlamento europeo in Francia nella lista Renaissance), Nicola Danti (parlamentare europeo, vicepresidente del gruppo Renew Europe, candidato con la lista Pd - Siamo Europei e proclamato dopo le dimissioni di Roberto Gualtieri, aderente a Italia viva, membro individuale del Pde dalla fine del 2020) e proprio Giuseppe Benedetto
Mettendo insieme questi elementi, non sembra fuori luogo pensare che la Fondazione Luigi Einaudi stia lavorando a un seguito di quell'evento di alcuni mesi fa, che si tratti di una nuova iniziativa singola o di un progetto politico più strutturato. In effetti sulla locandina dell'evento dello scorso novembre non figurava il logo della fondazione (tra l'altro, la L di LDE ricorda abbastanza quella della FLE, anche se non basta certo a creare un legame riconoscibile); essa, in ogni caso, era rappresentata dalla sua figura di vertice ed è legittimo riconoscere una continuità tra quella prima iniziativa e il deposito della domanda di marchio da parte di un soggetto collettivo ben riconosciuto in quell'area politica. Riesce anche difficile immaginare che il nome di Renew Europe sia stato inserito in un segno da registrare (per giunta declinato anche in chiave italiana, come suggeriva il nome dell'evento appena visto) senza che le figure di riferimento del gruppo politico al Parlamento europeo siano state almeno informate. Per sapere se si pensa a Liberali Democratici Europei (che richiama un po' l'Alde, un po' il Pde) come un evento, una campagna o un soggetto politico strutturato, magari con l'intenzione di partecipare alle elezioni (come la forma rotonda sembra suggerire) è probabilmente presto, ma nelle prossime settimane ci sarà tempo per capire meglio.

sabato 2 aprile 2022

Verona, Flavio Tosi si ricandida a sindaco e rinnova il faro di Fare!

Ora che è stato indicato con certezza che per le elezioni amministrative si voterà in tarda primavera, esattamente nell'ultima data possibile, il 12 giugno (insieme ai referendum sulla giustizia) e che, stabilita quella data, le altre che interessano le persone interessate a candidarsi (le liste coi relativi documenti - soprattutto le firme, quest'anno senza riduzione causa Covid-19 come nel 2020 e nel 2021 - si presenteranno tra il 13 e il 14 maggio), il cammino verso il voto è più definito: ferve dunque il lavoro per compilare gli elenchi delle persone da candidare e, soprattutto, per trovare sottoscrittori che consentano la valida presentazione della lista.
In questi giorni iniziano a circolare in Rete, specialmente sui social network, nomi e qualche simbolo relativo alle elezioni locali. Ci sarà ovviamente tempo per vederne molti, comune per comune, quando il rito di presentazione e ammissione si sarà compiuto e si avrà certezza delle candidature e delle liste presentate nelle varie città chiamate al voto: in generale, dunque, si aspetterà il mese di campagna elettorale. Per ora si è fatta un'eccezione soprattutto per il simbolo genovese di Uniti per la Costituzione, essendo legato al senatore Mattia Crucioli (più volte citato in questo sito per la sua militanza in Alternativa), per gli emblemi legati al progetto di Giovanni Toti Italia al Centro (con i primi simboli presentati nei giorni scorsi) e il potenziale simbolo moderato - Prima l'Italia - della federazione di centrodestra proposta dalla Lega a Palermo: tutti casi, come si può vedere, che sono legati a doppio filo a figure o progetti di respiro ultralocale, che meritano di essere seguiti certamente con attenzione.
Su questa base, è del tutto coerente non attendere nemmeno per la presentazione della nuova veste grafica di Fare!, partito politico voluto e guidato da Flavio Tosi quando era sindaco di Verona. Ufficialmente il simbolo non è mai finito nelle bacheche del Viminale (e dunque nemmeno sulle schede), ma il partito è stato rappresentato in Parlamento (grazie al Pri, che consentì la formazione della componente nel 2016) e dalla fine di quello stesso 2016 la forza politica è presente nel Registro dei partiti politici riconosciuti.
La pagina Facebook del partito era sostanzialmente ferma dall'inizio del 2020, ma da ieri l'attività è ripartita e segna concretamente l'inizio della lunga campagna elettorale di Flavio Tosi come candidato sindaco di Verona per il suo possibile terzo mandato (dopo quelli dal 2007 al 2017), che può già contare - tra l'altro - sul sostegno di Forza Italia, che dunque non appoggerà la ricandidatura dell'uscente Federico Sboarina (come invece faranno Lega, Fratelli d'Italia e Coraggio Italia).
L'evento di presentazione di ieri è stato l'occasione per mostrare il nuovo "abito grafico" di Fare!, che per l'occasione prende tinte molto più "veronesi", guardando ai colori dello stemma cittadino (al giallo, già presente nella prima versione si è aggiunto il blu, declinato in tono "carta da zucchero"). Il concetto di "Fare!" è ancora presente (sia pure espresso a colori invertiti, in blu su rettangolo giallo - con al di sotto una striscia tricolore - e con un altro carattere, simile al Nexa), così come c'è anche il faro delle origini (stavolta più piccolo e curato, tinto di giallo, come il fascio di luce che però stavolta è dotato anche di due fasce di "penombra", variazioni più chiare del blu). Senza dubbio, però, nel nuovo emblema l'elemento più evidente è il riferimento allo stesso Tosi, stesso corpo del nome del partito eppure più visibile, per il suo emergere dal fondo blu che renderà senz'altro ben riconoscibile questo contrassegno elettorale. Anzi, volendo trovare qualche spunto grafico di "già visto", sembra di ritrovare un uso dei colori molto simile nelle tante varianti del simbolo di Fratelli d'Italia che portano nella parte alta blu il nome (in giallo) di Giorgia Meloni o dei candidati sindaci/presidenti (questo, naturalmente, non può in alcun modo costituire un rischio di confondibilità, viste tutte le differenze chiaramente apprezzabili).
A ricordare la storia e il senso del contenuto del simbolo - certamente meglio curato rispetto alla prima versione - ha provveduto Patrizia Bisinella, moglie di Tosi e già candidata sindaca di Verona nel 2017, sostenuta ovviamente anche da Fare!: in base a quanto riportato da CronacadiVerona.com, ha ricordato che il simbolo "rappresenta un vero e proprio movimento politico sorto nel 2015 e che è presente, oltre che nella nostra provincia veronese, anche in Veneto e in altre realtà italiane, per questo è stato ripreso in questa campagna politica. Si contraddistingue per la parola 'Fare', che indica la capacità e la voglia di agire in maniera concreta e pragmatica nel rapporto con i nostri concittadini e la volontà di passare dalle parole ai fatti, come Flavio Tosi ha dimostrato di saper fare nei 10 anni che ha amministrato questa città. Vogliamo rilanciare Verona, dopo cinque anni di delusione e degrado. Il simbolo storico del faro rappresenta nel nostro immaginario l'idea di un sogno, il voler essere una guida sicura". La campagna che il capoluogo scaligero sta per vivere, dunque, si presenta già ora movimentata e affascinante, con almeno tre candidati principali (c'è anche l'ex calciatore Damiano Tommasi per il centrosinistra) e la curiosità di scoprire quali liste saranno presenti e con che veste: il simbolo di Fare! con Flavio Tosi, in ogni caso, è già pronto.