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mercoledì 27 febbraio 2019

Progetto comunista, il nome visto in Sardegna viene da lontano (di Marco Piccinelli)

Oggi pubblico un testo che ho ricevuto da Marco Piccinelli, giovane giornalista che collabora con varie testate (tra cui Pressenza) e segue questo sito, probabilmente condividendo la condizione di #drogatodipolitica che accomuna i suoi frequentatori. Quando ha visto comparire l'articolo sui contrassegni delle elezioni sarde, è stato facile per lui ricordare che il nome di una delle liste - Progetto comunista - non era affatto nuovo: era facile averne prova, visto che il simbolo per giorni non si è trovato, mentre emergevano ovunque notizie di un altro soggetto politico, che evidentemente diverso dalla lista presentata in Sardegna. Lascio la parola a lui, buon racconto.
   
Recentemente su questo blog s’è dato conto dei simboli che si sono presentati alle elezioni regionali sarde appena trascorse. Tra le liste della coalizione guidata da Massimo Zedda, ne spiccava una denominata Progetto comunista per la Sardegna, con falce e martello rossi e simbolo dei Quattro Mori. La scritta nera in campo bianco, così come il nome, riprendono però quasi in toto l'etichetta di un'organizzazione trozkista fuoriuscita dal Partito della rifondazione comunista nel 2006: Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori (Pc-Rol). Quell'espressione, "Progetto comunista", era stata scelta in continuità con l'esperienza dell'Associazione marxista rivoluzionaria - Progetto comunista (Amr/Pc: il suo sito web è ancora attivo), autoattribuita sinistra di Rifondazione Comunista: lì convivevano le anime aderenti al trotskismo del partito, tanto quella che faceva capo a Marco Ferrando e Franco Grisolia, quanto quella che seguiva Francesco Ricci e Ruggero Mantovani
Lo scontro che vide nascere il Pc-Rol - ed è il motivo per cui sono stati citati questi quattro rappresentanti dell’area - si consumò nel corso della seconda conferenza dell’Amr, all'inizio del 2006: lì i presentatori del documento Il progetto comunista: la rifondazione rivoluzionaria "abbandonarono i lavori e si costituirono in frazione", come fu riportato da un componente del comitato centrale di Pc-Rol. Questa "frazione" che si costituì venne guidata dai dirigenti che successivamente avrebbero fondato il Partito comunista dei lavoratori (Ferrando e Grisolia): il movimento sarebbe nato nell'estate del 2006, mentre per il partito si sarebbe dovuto attendere il 2008.
Simbolo depositato nel 2008

L’altro troncone dell’Amr si costituì appunto in Pc-Rol prima di dare vita ad una formazione (tuttora attiva, anche se a livello embrionale e provinciale) denominata Partito di Alternativa Comunista - Lega internazionale dei lavoratori - Quarta internazionale (Pdac). Al di là del nome più complesso, il simbolo del Pc-Rol presenta sopratutto una differenza rispetto a quello del Progetto comunista visto in Sardegna (oltre all'assenza ovvia dei quattro mori stilizzati): la disposizione di falce e martello. Il soggetto politico, infatti, essendo trotskista, pone i due strumenti di lavoro "a specchio" rispetto ai normali emblemi comunisti; in più, all'incrocio dei due "arnesi", si nota la presenza di un 4 stilizzato, che indica l'appartenenza del gruppo alla Lega internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale.
Simbolo attuale
Una volta costituito il Pdac e sciolto, o comunque superato, il Pc-Rol, il nome "Progetto Comunista" in ogni caso sopravvisse: la testata del soggetto politico continuò a chiamarsi così (esisteva già ai tempi dell'Amr) e, per un certo periodo, l'espressione era stata conservata all'interno del simbolo del partito, come testimonia il contrassegno elettorale depositato in occasione delle elezioni politiche del 2008. Nel simbolo attualmente in uso il vecchio nome non c'è più, ma nella memoria di coloro che hanno costituito quell'esperienza è rimasto: quando è apparsa la lista sarda del Progetto comunista, qualcuno di loro avrà sicuramente ricordato quella pagina di oltre dieci anni fa, che da un progetto ha fatto nascere un partito. 

lunedì 25 febbraio 2019

Partito radicale, un congresso per far vivere Radio Radicale (sulle schede?)

Si è concluso ieri a Roma, all'Hotel Quirinale, l'8° congresso italiano del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito. Non si è trattato di un congresso ordinario di natura transnazionale, che comunque dovrà essere convocato entro la fine di marzo (e da quell'assise uscirà un nuovo statuto, sia pure basato sugli stessi principi) perché, come ha ricordato venerdì all'inizio Sergio D'Elia, è stato raggiunto l'obiettivo dei 3mila iscritti al Prntt con riguardo tanto al 2017 quanto al 2018; quello appena terminato era dunque un congresso italiano convocato soprattutto per affrontare il problema della sopravvivenza di Radio Radicale, anzi, della legge di bilancio con cui "è stata decretata la chiusura di Radio Radicale", per usare sempre le parole di D'Elia. 
L'assise italiana è stata l'occasione anche per richiamare le emergenze costituzionali che sta affrontando l'Italia (dalla disumanità delle pene alla mancanza di pluralismo informativo), come ha fatto nella sua relazione iniziale il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick), il sostanziale oscuramento dell'attività del Partito radicale da parte dei media (ne ha parlato a lungo Marco Beltrandi) e l'emergenza legata alla giustizia, ai suoi costi e alla lunghezza delle procedure giudiziarie (è stato l'oggetto della relazione di Deborah Cianfanelli). Gli interventi si sono concentrati però soprattutto sulla situazione di Radio Radicale, come hanno fatto all'inizio del congresso sia lo storico direttore dell'emittente Massimo Bordin, sia il penalista Tullio Padovani (dalla lunga militanza radicale, coinvolto anche di recente dal Prntt nella campagna per chiedere la riforma della giustizia).


L'evoluzione del Partito radicale

Questi tre giorni di lavori all'Hotel Quirinale hanno segnato un punto significativo nella vita del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, che nel suo passaggio "da Rebibbia al Quirinale" ha visto un profondo rinnovamento (e incremento) degli iscritti: "un grande risultato", come ha detto nella sua relazione il legale rappresentante del partito Maurizio Turco, "sulla via della rigenerazione del Partito radicale". Che l'asticella fissata a un livello alto (3mila iscritti annui) non fosse un obiettivo finalizzato alla chiusura del partito lo ha dimostrato la risposta di chi effettivamente ha aderito al partito (cosa che non avrebbe fatto più di qualcuno che, pur dicendo di volere la vita del Prntt, "ha pensato bene di non iscriversi - ha sottolineato Turco - nel momento in cui la vita del partito radicale era in gioco").
Al di là dei numeri del bilancio (col patrimonio netto passato da -780mila euro a -26mila euro), nei due anni e mezzo successivi al congresso straordinario del 2016 sono state molte le iniziative del Prntt (marce per l'amnistia, carovane per la giustizia, visite nelle carceri, raccolta delle firme per la proposta di legge sulla separazione delle carriere in magistratura con l'Unione delle camere penali, nonché per altre otto proposte di legge su vari temi - dalla riforma delle leggi antimafia alla riforma della Rai, dalla riforma delle leggi elettorali a quella dell'ergastolo ostativo, fino alla revisione del quorum per l'amnistia - per le quali la raccolta non è però riuscita): il tutto nel silenzio quasi totale dei media sull'attività e sull'esistenza del Partito radicale, a fronte dello spazio dato alle iniziative di Radicali italiani (Turco li ha bollati col marchio pannelliano di "radicali di rilievo, la cui immagine è sempre più un abuso rispetto all'identità vera del partito" e ha ironizzato sul congresso di +Europa: "Sono diventati grandi, nel loro statuto hanno i probiviri, ma anche il pullman"). 


La vicenda di Radio Radicale e lo Stato di diritto

Il bilancio delle cose fatte sembra dire che il partito è vivo, così come lo sono il suo metodo e la sua agenda politica: "tutti noi insieme siamo riusciti a creare le premesse per una rigenerazione del partito che - ha precisato ancora Turco - dovremo realizzare nei prossimi mesi, per poi metterla alla prova del 41° congresso ordinario". 
Una priorità assoluta di questi mesi, tuttavia, resta la questione di Radio Radicale, ossia "la vicenda del Governo che ha deciso di non fornire più il servizio pubblico di trasmissione dei lavori parlamentari senza interruzioni", non rinnovando la convenzione con l'emittente (o meglio, rinnovandola solo per sei mesi, fino al 20 maggio 2019) stipulata a seguito della gara svolta nel 1994 per affidare il servizio di trasmissione delle sedute parlamentari senza pubblicità ("Partecipammo solo noi perché quella gara non era conveniente, c'era solo da perderci", ha ricordato Turco). Con i soldi ricevuti sulla base della convenzione, peraltro, Radio Radicale ha sempre dato conto ogni giorno dell'attività delle istituzioni, un numero imprecisato di eventi politici, di processi. Si tratta, come notato da Maurizio Turco, dell'archivio "della vita politica e sociale di questo Paese che nessun'altra istituzione pubblica possiede, nemmeno le istituzioni delle quali ci occupiamo": un archivio, peraltro, fruibile gratuitamente da chiunque si colleghi al sito www.radioradicale.it
Per il legale rappresentante del Prntt, in effetti, la situazione di grave difficoltà che ha colpito l'emittente non è frutto di un nuovo regime, ma la continuazione e la recrudescenza del vecchio regime, che avrebbe finito per infettare l'Europa (dall'eccesso di ricorsi italiani alla Corte Edu che avrebbero ristretto le possibilità di rivolgersi all'organo per tutelare i propri diritti, fino al declino dell'Unione europea e al tradimento dei propositi dei suoi padri fondatori, a partire da Alcide De Gasperi) e per mettere a rischio l'intera architettura istituzionale e pubblica italiana. In questo contesto si colloca la lotta non violenta che Marco Pannella aveva identificato come "proposta di una transizione verso lo Stato di diritto democratico, federalista, laico e il diritto alla conoscenza", a partire dai paesi a democrazia reale (nei quali la democrazia è ormai sono un alibi): "questa - ha detto Turco alla fine del suo intervento - è una lotta che o la facciamo noi, o non la fa nessuno".
Per farla, però, Radio Radicale serve eccome. I radicali a congresso, dunque, hanno chiesto e chiedono innanzitutto che il servizio pubblico che oggi fornisce Radio Radicale sia comunque fornito, che l'archivio sia comunque alimentato e che ciò sia fatto con risorse pubbliche, altrimenti non sarà possibile continuare le attività e nessun altro potrà (o vorrà) farle; nel frattempo, Turco ha rivolto un monito "a chi ci ascolta e ha la possibilità di darci una mano: si manifesti per consentire a Radio Radicale di arrivare almeno alla fine dell'anno, per consentire che ci sia il tempo tecnico per salvare quarantacinque anni di storia italiana". Diversamente, si rischia di sottrarre, come ha detto nel suo intervento di ieri la giovane iscritta al Prntt Vanessa Filosofi (partendo peraltro da un intervento dello stesso Giuseppe Conte, che a fine anno aveva invitato Radio Radicale a stare sul mercato, cosa che la stessa convenzione le impedisce) "un diritto fondamentale", quello all'accesso a "una fonte inesauribile, imperitura di conoscenza universalistica", quale è Radio Radicale e il suo archivio, "patrimonio di storia inestimabile". Se "conoscere per deliberare", motto di Luigi Einaudi fatto proprio da Pannella e da Radio Radicale, ha un senso, la possibilità di conoscere sarebbe gravemente menomata dalla scomparsa della voce (passata, presente e futura) di Radio Radicale. Emittente di tutti, soprattutto dei #drogatidipolitica che bazzicano da queste parti.


Risvolti simbolici del congresso

I tre giorni del congresso italiano del Prntt hanno avuto momenti in cui, in un modo o nell'altro, il discorso ha tirato in ballo i simboli del partito, passati, presenti o futuribili. Già il primo giorno, per esempio, è intervenuto Raffaele De Dominicis, già magistrato contabile e per una manciata di ore assessore al bilancio del comune di Roma nella giunta Raggi (ma anche amico di vecchia data di Pannella): nel suo intervento ha auspicato che il Prntt torni a essere "il partito di Marco Pannella, che deve alzare il pugno con la rosa, che era un segno di libertà, di garanzia dei diritti civili e politici: deve proporsi come soggetto politico, questo senza rinunciare a essere un partito, un movimento transpartitico e transnazionale". Un soggetto, dunque, che deve porsi come "centro di incontri, un centro di convergenza anche di idealità contrapposte", che rappresenti "una speranza, un'alternativa autentica in questa palude in cui è finita l'Italia". Quel pugno con la rosa, nelle intenzioni dei radicali, dovrebbe tornare sulla scheda delle elezioni europee del 26 maggio con la lista Stati Uniti d'Europa, concepita dalla Lista Marco Pannella assieme al segretario del Psi Nencini (anche se nelle ultime settimane non se n'è più parlato): in effetti nessun partecipante al congresso ha toccato l'argomento della partecipazione alle europee con quel progetto politico (al di là di un breve accenno fatto da Maurizio Turco alla fine), ma l'idea di presentarsi con quel nome e quel simbolo aveva entusiasmato parecchie persone in area radicale.
Non è mancato chi, invece, ha rivolto un pensiero al simbolo attuale del Prntt, quello disegnato da Paolo Budassi nel 1988 e che raffigura Gandhi attraverso la ripetizione della parola "Partito radicale" in molte lingue. Si tratta certamente di un emblema particolare, che non ha eguali, ma non per questo tutti lo ritengono bello ed efficace: Giuseppe Basini, liberale (con un passato in An e con un trascorso da fondatore della Destra liberale italiana) eletto deputato con la Lega, in un intervento ha esposto la sua tesi: Per lui, il simbolo gandhiano è "inadatto, troppo complicato: non si capisce, non si vede la tradizione". Nulla per Basini rappresenta di più l'idea radicale del berretto frigio indossato dalla Marianna: secondo lui, questo "era il simbolo radicale delle origini e, nella confusione di oggi, un richiamo forte a una tradizione forte, come indubbiamente quella della rivoluzione francese dell'Illuminismo". 
Come simbolo non sarebbe male...
Anche sulla questione simbolica, peraltro, ha influito la vicenda di Radio Radicale. In questo senso, si è distinta la proposta (o, se si preferisce, la provocazione) lanciata da Giuseppe Rossodivita, segretario del Comitato Radicale per la Giustizia "P. Calamandrei": far conoscere a tutti la situazione della radio e lavorare per farla vivere presentando alle elezioni europee liste con il simbolo "Salviamo Radio Radicale": ci sarebbe ovviamente lo scoglio della raccolta firme (almeno 30mila in ciascuna delle cinque circoscrizioni), ma per Rossodivita "se ci mettiamo tutti pancia a terra questo obiettivo si può raggiungere" e lui è convinto che, con la presenza di un simbolo del genere - che qui a lato si è cercato di raffigurare - "evidentemente questo governo dovrebbe fare anche i conti con questa situazione".
Si tratta, come lo stesso autore l'ha definita, di una provocazione, ma non troppo campata per aria. In fondo, anche il giornalista Arturo Diaconale ha riconosciuto in un suo intervento che Radio Radicale, pur nascendo "come strumento di battaglie politiche radicali", è diventata ben di più: "il rispetto del pluralismo che si manifesta all'interno della radio dando voce a tutti quanti, a tutti i soggetti della politica italiana fa di Radio Radicale il simbolo stesso della politica della politica e della discussione politica e del pluralismo che ci deve essere nella politica all'interno di una democrazia liberale". Se dunque quell'emittente è diventata simbolo politico, l'idea di schierarla direttamente sulla scheda, come battaglia di scopo che potenzialmente chiunque può condividere, è assai meno provocatoria e ben più fondata di quel che si potrebbe pensare. 

domenica 24 febbraio 2019

Basilicata, simboli e curiosità sulla scheda

Non si è ancora completato il controllo dei rispettivi uffici elettorali sulla documentazione presentata dalle liste che si preparano a concorrere per le elezioni regionali in Basilicata, che si terranno tra un mese esatto, il 24 marzo. Si può già dire però che in tutto i candidati alla presidenza della regione sono 5 e i simboli presentati a loro sostegno sono 16, per altrettante liste: a Matera, in compenso, non sono state presentate le liste della Lega Sud (per cui in quella provincia i candidati presidenti saranno solo 4) e del Ppa - Popolo partite Iva. Alcuni emblemi, peraltro, non sono certi, visto che in rete le notizie non sono univoche: se nei prossimi giorni emergeranno errori, verranno debitamente segnalati e corretti. Non essendo ancora stato sorteggiato alcun ordine di candidati e liste, si parte dalla coalizione che attualmente governa la regione.

Carlo Trerotola

Lista del Presidente Trerotola - Centro democratico - Progetto popolare

Il centrosinistra schiera come candidato alla presidenza della regione il farmacista Carlo Trerotola, che cercherà di ottenere il ruolo occupato finora da Marcello Pittella. Lo sostengono ben 7 liste (che a Potenza diventano 8), tra cui questa Lista del Presidente Trerotola, che al suo interno comprende anche le "pulci" di Centro democratico e di Progetto popolare: quest'ultimo emblema non ha nulla a che vedere con quello che spunta spesso nei comuni "sotto i mille", ma contrassegna un gruppo politico di chiara impronta regionale, come dimostra il profilo della regione e il mare stilizzato con una piccola onda tricolore. Le due "pulci", peraltro, sono la parte migliore della grafica: il nome scritto in quel modo, con quella font, è da bocciare senza appello.

Comunità democratiche - Partito democratico

Al di là delle perplessità grafiche generate dalla "Lista del Presidente", il simbolo che sta facendo discutere di più è quello della lista Comunità democratiche. Un emblema molto semplice, molto bianco e spoglio, con il nome scritto all'interno di un cerchio bordato di blu, nel quale è contenuto il logo del Partito democratico disegnato da Nicola Storto, senza nemmeno il cerchio tipico della "pulce". Sono proprio le dimensioni di questo fregio a provocare molti commenti: il Pd infatti si è "ristretto" come quasi mai è avvenuto in questi undici anni e mezzo (al di là delle occasioni, alle elezioni amministrative, in cui si è "occultato" nei simboli delle liste civiche, che magari riprendevano solo il tricolore).

Progressisti per la Basilicata

Altra lista in apparenza civica, ma con almeno un paio di tratti politici riconoscibili, è quella dei Progressisti per la Basilicata, il cui deposito è stato curato da Articolo 1 - Mdp (il coordinatore nazionale, Roberto Speranza, è proprio di Potenza). Il nome "Progressisti" rimanda allo schieramento di sinistra del 1994 (e la font usata ricorda un po' quel simbolo), ma il rosso dello sfondo rimanda alla più recente esperienza di Liberi e Uguali, così come la "sottolineatura" arcuata del nome, già vista nel simbolo di Leu. Quanto alla "pennellata" verde che sta tra il fondo e il nome, ricorda un po' quella arancione di Campo progressista: la forma della traccia è diversa, ma l'idea e il collegamento con i progressisti emerge comunque.

Partito socialista italiano

Certamente non è una lista civica quella presentata nelle due province, a sostegno sempre di Trerotola, dal Partito socialista italiano. Si tratta, anzi, di uno dei pochi casi in cui il Psi ha scelto di presentarsi in maniera autonoma e con il proprio simbolo (non si dimentichi che l'europarlamentare Pd Gianni Pittella, fratello del presidente uscente della regione, aveva militato a lungo tra i socialisti fino al 1994): ecco dunque che riappare l'emblema rosso con la rosa del socialismo europeo e un segmento tricolore nella parte inferiore. Si tratta dell'unica rosa che finirà sulla scheda quest'anno: niente rosa nel pugno radicale, come la si era vista nel 2013 a sostegno della candidatura di Elisabetta Zamparutti.

Basilicata prima - Riscatto

Altra lista civica, ma con un progetto di marca politica (legato al consigliere uscente Piero Lacorazza) è Basilicata prima - Riscatto, stesso bordo di Comunità democratiche. Saltano subito all'occhio il nome - uno degli slogan della campagna elettorale del centrosinistra - e la sagoma stilizzata di un corridore, elementi che vogliono sottolineare la ripartenza della regione. Il corpo e la gamba destra del corridore, peraltro, sono ulteriormente evidenziati in rosso e ritornano anche, sotto forma di S, nella parola "riscatto" contenuta nel segmento inferiore verde del contrassegno: come a dire che occorre davvero ripartire e rialzarsi da una situazione difficile, mettendo molta speranza (il verde, in fondo, serve anche a questo). 

Avanti Basilicata

Ecco un altro simbolo dichiaratamente civico, quello della lista Avanti Basilicata; proprio in questa formazione, peraltro, nella circoscrizione di Potenza è candidato il presidente uscente Marcello Pittella. Sul fondo arancione (fatta eccezione per la parte inferiore, con tre aree campite di verde, giallo e blu, quasi a voler raffigurare le terre e il mare) emerge abbastanza bene il nome, soprattutto la parola "Avanti": questa si caratterizza per essere stata scritta come se la si fosse tracciata con il gesso su una lavagna e per la V che si trasforma in freccia che, manco a dirlo, punta - non a destra ma - avanti e in alto. Un simbolo e, contemporaneamente, una dichiarazione d'intenti.

Federazione dei Verdi - Realtà Italia

Ultima - in questo articolo, non in ordine di deposito - tra le liste presentate in entrambe le province lucane, il cartello Federazione dei Verdi - Realtà Italia è guidato dai Verdi, il cui simbolo non era presente sulle schede lucane nel 2013. Ritorna invece, sia pure solo come "pulce", l'emblema di Realtà Italia, una formazione politica che si è vista poco nel corso degli anni (eppure nel 2014 era stata inserita nel Registro dei partiti politici, dopo che il suo statuto era stato giudicato regolare): nel 2013 la lista di quella formazione aveva sfiorato il 6%, ottenendo un consigliere. E proprio la presenza di Realtà Italia nel contrassegno ha consentito ai Verdi di non raccogliere le firme per correre in Basilicata (lo stesso si poteva dire per la lista di Trerotola grazie a Centro democratico).

Pensiero Azione Ppa - Popolo partite Iva

Con riguardo alla sola provincia di Potenza, risulta depositata anche la lista di Pensiero Azione Ppa - Popolo partite Iva (del resto il fondatore del partito, Antonio Piarulli, è nato proprio in provincia di Potenza). Non è però dato sapere molto di più su questa candidatura, che peraltro per alcuni media è da considerare a rischio (si è parlato di non meglio precisate irregolarità). Al momento non si conosce esattamente nemmeno quale simbolo sarebbe stato presentato: per questo, si sceglie di utilizzare quello attualmente caricato sulla pagina Facebook del Ppa, che comprende anche la "pulce" di La Politica dei Giovani, stavolta senza l'arcobalenino tricolore che faceva (troppo) Pdl.


Vito Bardi

Basilicata positiva

Se il centrosinistra è la coalizione composta dal maggior numero di liste, non sono poche - in tutto 5 - nemmeno quelle a sostegno di Vito Bardi, ex generale della Guardia di Finanza, candidato alla presidenza della Basilicata dal centrodestra. Anche lui, come Trerotola, può contare su una lista personale: si tratta, in questo caso, di Basilicata positiva. Il simbolo, a fondo azzurro, contiene un B e una P compenetrate e il concetto di positività è dato da un "più" inserito in un circuito che fa molto "elettromagnetismo". Una trovata esteticamente magari non perfetta, ma non si può negare che sia stata studiata nei dettagli (in fondo dà anche l'idea del lavoro da fare).

Forza Italia

Decisamente più politico - fatta eccezione per la lista appena citata - appare il panorama di formazioni che sostengono la candidatura di Bardi. Rientra pienamente in questa logica la presenza del simbolo di Forza Italia, che torna sulle schede lucane dopo una lunga pausa (nel 2013 c'era ancora il Pdl). La struttura base del contrassegno è quella vista alle politiche dell'anno scorso: sotto al cognome di Silvio Berlusconi è stata sostituita la parola "presidente" con il riferimento a Bardi. Qui però qualcosa sembra essere andato storto: se l'emblema trovato in rete è corretto, si vede chiaramente che l'aggiunta è stata fatta non solo con una font diversa (Arial Black invece che Helvetica), ma addirittura con un colore diverso. Troppa fretta o scarsa cura per i dettagli?

Lega - Basilicata

Per un simbolo che torna, eccone uno che invece debutta in Basilicata, almeno alle elezioni regionali (fatta eccezione, per accontentare i #drogatidipolitica più incalliti, per la Lega Sud Lucania del 1990, che però nell'emblema aveva un bronzo di Riace): questa è infatti la prima consultazione lucana per la Lega e per Alberto da Giussano, dopo ovviamente il primo impiego dell'emblema alle elezioni politiche dell'anno scorso. Rispetto ad allora, salvo errore, il simbolo dovrebbe rimanere quasi immutato: dovrebbe infatti essere inserito soltanto il riferimento alla regione, che sostituisce la parola "premier" sotto al cognome di Matteo Salvini scritto - anche qui - a caratteri cubitali.

Fratelli d'Italia

Lista tutta politica anche quella di Fratelli d'Italia, alla prima corsa lucana autonoma (nel 2013 aveva partecipato a un cartello elettorale con Scelta civica e Grande Sud). Per questa competizione, il partito guidato a livello nazionale da Giorgia Meloni sceglie di adottare il simbolo ufficiale, senza indicare né la leader né - a differenza di quanto fatto in Abruzzo, in cui schierava il suo Marco Marsilio - il candidato della coalizione di cui fa parte. Questo fa sì che la fiamma tricolore si veda piuttosto bene anche sulla scheda e dimostra che il partito vuole rendersi riconoscibile a livello locale anche senza far valere il "traino" della persona che lo guida fin dalla sua costituzione.

Idea per un'altra Basilicata

Appare politica anche l'ultima lista di centrodestra rimasta da considerare, vale a dire Idea - Un'altra Basilicata. Si tratta evidentemente del partito fondato e guidato da Gaetano Quagliariello, a una delle sue pochissime partecipazioni autonome alle elezioni. Questa volta nel simbolo non ci sono i riferimenti al Popolo e alla Libertà (inseriti più per ricordare l'adesione dei Popolari liberali di Carlo Giovanardi che per rimandare al vecchio Pdl in cui Quagliariello e Giovanardi avevano militato insieme) ma, appunto, la dichiarazione "per un'altra Basilicata": il concetto di alterità di solito guarda a sinistra, ma qui il senso è chiaramente diverso, volendo significare il cambio di rotta rispetto all'amministrazione uscente.

Antonio Mattia

MoVimento 5 Stelle

Solitaria come sempre si presenta la corsa del MoVimento 5 Stelle, che in queste elezioni regionali sostiene come candidato alla presidenza l'imprenditore Antonio Mattia. Sul piano simbolico non c'è nessuna novità da rilevare: il contrassegno è lo stesso che i lucani hanno visto nel 2018 alle elezioni politiche e che è stato inaugurato proprio in quell'occasione. Unica differenza rispetto a quello finito sulle schede delle elezioni regionali del 2013 è il sito adagiato "a sorriso" nella parte inferiore dell'emblema, che allora era Beppegrillo.it e ora è Ilblogdellestelle.it (senza che alle regionali sia mai stata usata la versione intermedia, che recava l'indirizzo Movimento5stelle.it).

Valerio Tramutoli

La Basilicata possibile

Si presenta sostenuto da una sola lista anche il docente universitario d'ingegneria Valerio Tramutoli, appoggiato dalla formazione La Basilicata possibile. Si tratta di un raggruppamento politico che intende raccogliere consensi tra coloro che sono rimasti delusi dal centrosinistra e dal MoVimento 5 Stelle: a dar corpo alla lista, varie realtà civiche, ambientaliste e parti della "sinistra alternativa". Forse anche per la difficoltà di raffigurare quella compagine in modo condiviso, il contrassegno si basa soprattutto sulle parole e sui colori, che tingono anche quattro archi "a mezzaluna" che formano una sorta di corona. L'effetto visivo è gradevole, anche se il testo è molto attaccato alla grafica.

Antonio Postorivo

Lega Sud

Ultimo candidato presidente è il poliziotto Antonio Postorivo, sostenuto unicamente dalla Lega Sud, la cui lista peraltro dovrebbe essere presente solo in provincia di Potenza. Al di là della persona scelta come candidato, non passa inosservato il ritorno sulle schede del partito fondato da Gianfranco Vestuto nel 1996, da sempre caratterizzato dal volto di Federico II di Svevia, "ispirato - così si legge nello statuto - all'immagine della statua di marmo scolpita da Emanuele Caggiano e custodita nel Palazzo Reale di Napoli". Questa volta nella parte inferiore del simbolo non c'è il riferimento all'Ausonia (la Lega-non-più-Nord, in fondo, ha tolto quello alla Padania), ma quello alla Basilicata molto più circoscritto.

venerdì 22 febbraio 2019

Siamo europei di Calenda, ci avevamo quasi preso

Se ieri una seconda visita sulla banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi aveva permesso di scoprire il simbolo-marchio di Uniti con De Magistris, invisibile il giorno prima, oggi una terza visita consente di vedere quello di Siamo europei, depositato congiuntamente da Carlo Calenda e dal parlamentare Gianfranco Librandi, eletto nelle liste Pd (con il deposito della domanda di marchio verosimilmente curato da quest'ultimo, visto che il rappresentante indicato nel database è lo stesso di altri marchi da lui richiesti e ottenuti in passato, come quello di Obiettivo Lombardia per le autonomie).
Se si confronta la grafica ora visibile con quella che si era tentato di immaginare due giorni fa, giusto per dare corpo alla descrizione, è facile vedere che non si è andati poi molto lontani dal vero: in fondo, la descrizione offerta con la domanda era talmente dettagliata da consentire poche varianti. C'è l'Europa in grigio, non tridimensionale, che occupa tutto il quadrato scelto come "confine" del marchio: in questo modo va oltre il cerchio inscritto e, probabilmente, parte del continente resterebbe fuori dall'eventuale contrassegno elettorale (sempre ammesso, ovviamente, che questo simbolo sia davvero destinato a finire sulle schede, ma volendo anche solo su una spilla o su qualche adesivo tondo...).
Per il resto, le font erano state puntualmente indicate, alla pari del colore: è cambiata soltanto la dimensione della scritta e il rapporto di grandezza tra le due parole del nome, ma non si poteva essere veggenti su tutto. A questo punto, in ogni caso, il simbolo c'è: resta solo da vedere se e come sarà impiegato e, soprattutto, da chi (è fresco il rifiuto di Federico Pizzarotti di far parte di questo progetto, essendo lui più interessato a un cammino con i Verdi e, secondo alcuni, magari pure con +Europa).

giovedì 21 febbraio 2019

Uniti con De Magistris, simbolo svelato (non ancora da lui)

In effetti bastava avere un po' di pazienza, una manciata di ore: il tempo sufficiente a far svelare un simbolo. Ieri non era possibile vedere la raffigurazione del marchio di cui Luigi De Magistris ha chiesto la registrazione il 15 febbraio; ora, invece, interrogando la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, è possibile vederla, sia pure in una grafica di qualità non elevata.
Il contrassegno di Uniti con de Magistris appare complesso, proprio come la descrizione lasciava intendere, ma soprattutto ben studiato e persino gradevole ed equilibrato sul piano estetico. Finalmente ora è possibile capire come prende corpo il segno "composto da due cerchi concentrici, separati da una linea curva che le separa in due sezioni cromatiche: una in basso, a sua volta suddivisa in tre sezioni curve: due hanno lo sfondo di colore verde, per indicare la terra, e l'altra di colore blu per indicare l'acqua. La parte superiore è composto da due sezioni curve rosso e arancione, su cui sono posti due segni che seguono la curvatura del cerchio esterno in senso antiorario, composti da una spiga a destra e da una stella a sinistra. Al centro è presente la scritta in grigio 'uniti con' utilizzando un font modificato originalmente; e in bianco 'de Magistris' utilizzando il font 'Avenir' minuscolo con la lettera M in maiuscolo".
Gli accostamenti cromatici e la struttura del simbolo a cerchi tangenti sembrano frutto di uno studio attento: nemmeno le gradazioni dei vari colori sembrano lasciati al caso. La stella richiama tradizionalmente il mondo del lavoro (dal Pci a Potere al popolo!: qui l'Italia monarchica ovviamente non c'entra nulla con la stessa stella, al più il riferimento generico è alla Repubblica), così come fa la spiga, che pure mette l'accento sul cibo e - soprattutto oggi, soprattutto in Campania - sulla sicurezza alimentare; la coppia spiga-stella sembra richiamare un po' anche l'iconografia araldica socialista e, tra l'altro, lo stemma dell'Unione sovietica (come mi fa notare Roman Henry Clarke, collega e contributore del sito). La terra e l'acqua simboleggiati da verde e blu possono ricordare di nuovo la terra di cui De Magistris è sindaco, ma in fondo tutta l'Italia lambita dal mare nel suo complesso. 
Difficile dire se il simbolo finirà sulle schede alle europee (in base al discorso fatto ieri, non paiono esserci le condizioni); più probabile che lo si veda almeno nelle bacheche del Viminale in aprile, se non altro per marcare la presenza. Magari con la speranza che il simbolo torni buono più in là, in un altro appuntamento elettorale (regionale o nazionale?)

mercoledì 20 febbraio 2019

Calenda e De Magistris, simboli depositati (anche se non si possono vedere)

Manca poco più di un mese e mezzo alla presentazione dei contrassegni per le elezioni europee, la situazione è tutt'altro che definita, ma c'è chi si sta muovendo per tutelare una possibile grafica (politica? elettorale?) anche se non dovesse trovare posto sulle schede. Tra il 14 e il 15 febbraio, infatti, sono state depositate presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi due domande di registrazione di marchio legate alle iniziative politiche di Carlo Calenda e Luigi De Magistris, a nome dei rispettivi esponenti politici: la banca dati dei segni distintivi non permette ancora di visionarli, ma la descrizione c'è già e non somiglia a nessuno dei simboli finora conosciuti.
Il primo ad aprire le danze è stato l'ex ministro Carlo Calenda, che già il 24 gennaio aveva depositato la domanda di marchio europeo per il segno distintivo verbale Siamo europei assieme al deputato Pd (già parlamentare di Scelta civica, poi Civici e innovatori, ma prima ancora aveva aderito a Forza Italia, al Pdl e, lasciatolo, aveva fondato la sua Unione italiana) Gianfranco Librandi. Il 14 febbraio risulta depositata la domanda di registrazione - italiana, questa volta - del "marchio figurativo 'Siamo europei'": anche qui Librandi risulta contitolare del potenziale segno distintivo e, anzi, sembra averne curato il deposito, visto che il rappresentante dei due è un avvocato saronnese. 
Tentativo di tradurre la descrizione
La domanda, presentata per le classi di Nizza 38 (Telecomunicazioni), 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali), è provvista anche di un'immagine che al momento non si può vedere, ma qualcosa si può intuire dalla descrizione: "Marchio figurativo composto di un quadrato con sfondo di colore bianco e con bordo nero, in cui è inscritto un cerchio, dal diametro pari al lato del quadrato, avente sfondo di colore bianco e con bordo parimenti nero. Le sagome del quadrato e del cerchio sono sovrapposte ad una mappa muta e stilizzata del continente europeo, di colore grigio sfumato, su cui si sovrappongono, nella fascia mediana orizzontale delle due sagome, le parole 'siamo' in lettere minuscole (font Bodoni MT Black) ed 'EUROPEI' (font Impact), in lettere maiuscole, entrambe di colore blu".
Il sito del manifesto Siamo europei, con i caratteri utilizzati
Al di là della curiosa soluzione del quadrato circoscritto al cerchio, che sembra fatta per evitare contestazioni della forma in sede di registrazione - onde evitare eventuali dinieghi del Viminale per simboli dal potenziale uso politico - risulta evidente che la parte testuale non è stata pensata con la grafica vista finora: se infatti il resto dell'immagine qui allegata non ha alcuna pretesa di essere fedele all'originale (si tratta solo di un tentativo di raffigurare la descrizione offerta), è possibile ricostruire le parole grazie alle indicazioni sui caratteri incluse nella descrizione e questi sono diversi da quelli impiegati fin qui per diffondere il manifesto calendiano Siamo europei
Il 15 febbraio, proprio un giorno dopo Calenda, è toccato invece a Luigi De Magistris depositate il proprio simbolo, denominato Uniti con De Magistrisanche qui con tanto di descrizione ed "esemplare allegato" che al momento non si vede: "Il segno è composto da due cerchi concentrici, separati da una linea curva che le separa in due sezioni cromatiche: una in basso, a sua volta suddivisa in tre sezioni curve: due hanno lo sfondo di colore verde, per indicare la terra, e l'altra di colore blu per indicare l'acqua. La parte superiore è composto da due sezioni curve rosso e arancione, su cui sono posti due segni che seguono la curvatura del cerchio esterno in senso antiorario, composti da una spiga a destra e da una stella a sinistra. Al centro è presente la scritta in grigio "uniti con" utilizzando un font modificato originalmente; e in bianco "de Magistris" utilizzando il font “Avenir” minuscolo con la lettera M in maiuscolo".
In questo caso non si offre alcun tentativo di raffigurazione, visto che la descrizione è più complessa, ma proprio la ricchezza dell'immagine fa capire che l'emblema - depositato come marchio per la classe 41, specificata come "Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali" - è stato pensato per un uso reale, tutt'altro che campato in aria. Al di là della concezione, è tutto meno che certo che l'emblema possa finire sulle schede: giusto ieri, De Magistris ha rilasciato dichiarazioni che sembrano allontanare la partecipazione - già prima non certa - alle elezioni europee di un progetto guidato da lui. "Allo stato credo che sia molto difficile che ci possa essere una lista alle Europee - si legge in particolare nel sito dell'Ansa -. Io faccio il sindaco di Napoli a tempo pieno, sono una persona che ama la politica e lancia il cuore oltre l'ostacolo in modo anche generoso. Ho detto che se si creassero determinate condizioni, se si sciogliessero tutta una serie di nodi, se si producesse un processo entusiasmante, contagioso in positivo e coinvolgente che potessi guidare non solo io, ma anche io, allora avrei potuto prendere in considerazione non solo la lista, ma anche di candidarmi ma mi sembra che il tempo si stia consumando e non mi sembra che attualmente ci siano le condizioni per poter fare tutto questo".
Già nei giorni precedenti i media avevano parlato di rapporti non proprio distesi tra De Magistris e l'ex ministro greco Yanis Varoufakis, secondo alcuni proprio legati alla prossima presentazione del simbolo legato al sindaco di Napoli. In ogni caso, il simbolo di Uniti con De Magistris c'è anche se non verrà usato: per sapere com'è fatto occorrerà aspettare l'iniziativa di De Magistris o - alla peggio - la pubblicità sul database dei marchi.

martedì 19 febbraio 2019

Piscinas, A.D. 1994: quelle spighe spuntate dal nulla sulla Sardegna

Il simbolo giusto sui manifesti...
Il caso di Pisa appena visto è probabilmente senza eguali, nel senso che non è mai stato necessario tanto tempo per rimediare a un errore di stampa delle schede elettorali (anche se un minimo di continuità grafica tra il simbolo sparito e quello usato per sbaglio c'era); ciò non significa affatto che questo sia stato l'unico. A volte l'errore non è stato determinante per l'esito (come con la sparizione del riferimento alla candidatura di Giorgio Gori nel simbolo del Pd alle ultime regionali in Lombardia, con riguardo alle schede del mantovano); in altri casi, invece, l'errore è stato più grave e si è arrivati alla ripetizione delle elezioni, sempre per via giudiziaria, ma stavolta con meno tempo. E' quello che è accaduto a Piscinas, comune cagliaritano (oggi provincia di Sud Sardegna) del Sulcis con poco meno di mille abitanti, nel 1994, quando sulle schede un emblema fu scambiato per un altro, che in comune con il primo aveva soltanto la sagoma della Sardegna.
Erano tre i candidati in quelle elezioni che, il 12 giugno 1994 - le prime a svolgersi in un solo giorno, assieme alle europee e alle regionali sarde, e le prime con elezione diretta per il comune di Piscinas - si contendevano la poltrona di sindaco: Antonio Atzori (detto Antonello) con Impegno e progresso, Francesco Muscas con I giovani per cambiare Piscinas e Andrea Casu con Uniti per il paese. La grafica dei loro emblemi, a dire il vero, era piuttosto elementare: il palazzo comunale stilizzato per Casu, una lampadina accesa per Muscas e il profilo verde della regione - con tre cerchi a indicare la posizione di Piscinas - per Atzori. 
... e quello sbagliato sulle schede
Proprio l'unico candidato che aveva scelto di dare visibilità all'isola, tuttavia, al momento del voto incappò in una brutta sorpresa. Il sorteggio gli aveva riservato la prima posizione, ma se nei manifesti il primo simbolo mostrato era effettivamente il suo, in alto a sinistra sulla scheda gli elettori delle due sezioni elettorali di Piscinas trovarono tutt'altra raffigurazione. La Sardegna, in effetti, era sempre al suo posto, ma questa volta era tinta di verde e sopra erano comparse due spighe gialle: un simbolo molto simile a quello adottato nelle contemporanee elezioni regionali dalla Federazione democratica (la formazione del presidente regionale uscente, Antonello Cabras), ma che nulla aveva a che fare con l'emblema originale di Atzori, senza contare che quel contrassegno al proprio interno presentava anche il nome della lista, dunque era più difficile sbagliare (almeno in teoria).
Qualcosa, però, andò evidentemente storto in fase di preparazione del modello di scheda, con la stampa e il successivo controllo da parte della prefettura. I presidenti di seggio avvertirono tempestivamente il comune, che a sua volta informò debitamente la prefettura; il prefetto, a stretto giro e via fax, comunicò che le operazioni di voto e scrutinio dovevano proseguire regolarmente, così com'era avvenuto a Pisa quattro anni prima, e allo stesso modo - senza bisogno di ricorsi - si arrivò alla proclamazione degli eletti. Naturalmente, però, Atzori fece ricorso, proprio sulla base dell'errore di stampa nelle schede. 
Il Tar della Sardegna - con la sua sentenza n. 1905/1994 - riconobbe che l'impiego di un'immagine sbagliata violava effettivamente le disposizioni della legge elettorale comunale, perché l'errore aveva comportato lo svolgersi delle elezioni "senza che fosse completamente garantito il diritto del ricorrente di essere individuato e valutato anche sulla base del contrassegno con il quale intendeva qualificarsi; perciò egli [poteva] ragionevolmente lamentarsi che il risultato elettorale ottenuto [potesse] essere diverso da quello che avrebbe ottenuto se la scheda elettorale fosse stata realizzata correttamente"; a nulla valeva il fatto che, anche con il contrassegno sbagliato, la candidatura di Atzori non fosse confondibile con quella dei due concorrenti (per le differenze nei simboli e per l'indicazione del nome accanto al simbolo, circostanza non presente nel caso pisano del 1990 dal momento che si votava con un sistema diverso), perché per i giudici "l'impatto rispetto all'elettorato [poteva] essere diverso da quello ricercato con il contrassegno effettivamente prescelto e depositato nei modi di legge".
Per evitare l'annullamento delle elezioni, tra l'altro, i due avversari di Atzori avevano provato a contestare un'altra doglianza del ricorrente, che aveva lamentato proprio la possibilità di essere confuso con schieramenti facenti capo al partito Federazione democratica: questi avevano sostenuto che in realtà a creare la confondibilità - al di là dell'errore in fase di stampa - avrebbe provveduto proprio Atzori, presentandosi come esponente di sinistra. Per il collegio giudicante, tuttavia, "la circostanza che la lista del ricorrente facesse riferimento ad un elettorato su posizioni progressiste non comporta[va] che fosse indifferente per i possibili elettori l'esistenza di un contrassegno riconducibile all’area" di Cabras, ex Psi. Ultimo elemento che depose a favore dell'annullamento delle elezioni fu il risultato finale: Atzori aveva sì perso le elezioni, ma solo 8 voti lo avevano separato dal vincitore Casu (313 a 305), per cui si poteva ben dire che la differenza tra il contrassegno sui manifesti e quello sulle schede poteva "aver influito in maniera determinante sul risultato della valutazione". 
L'anno dopo, il 23 aprile 1995, si rivotò, ma stavolta la procedura riprese dall'inizio e i candidati erano solo i due più votati, Atzori e Casu: in quel caso - e probabilmente proprio con il simbolo giusto sparito in un primo tempo - Atzori vinse, anche se con uno scarto di poco maggiore rispetto a quello che lo aveva fatto perdere (339 a 325). La sua esperienza finì con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, per dimissioni della maggior parte dei consiglieri, ma l'esito delle elezioni del 1995 aveva mostrato che i motivi per ricorrere c'erano tutti. Anche se, in fondo, si trattava solo di due spighe, apparentemente inoffensive.

sabato 16 febbraio 2019

Pisa, A.D. 1990: un Delfino mangiato da falce e martello (post n. 1000)

Alle volte una distrazione costa cara: passi quando nessuno la nota, ma se solo qualcuno se ne accorge, altri saranno pronti a scatenare l'inferno. Lo sanno bene gli abitanti di Pisa, almeno quelli con la memoria lunga: a maggio dell'anno prossimo, con lo spirito che li distingue, potrebbero festeggiare il trentesimo anniversario di uno degli scivoloni più clamorosi della storia elettorale. Più di loro, in realtà, avrebbero potuto festeggiare - con il ghigno stampato in viso - a Livorno, opposta a Pisa da una rivalità storica: c'è da stupirsi che il Vernacoliere, insostituibile fustigatore degli abitanti delle terre "pisesi" e di "Politicanti, politiconi e altrettante rotture di coglioni" (come recita il titolo di una raccolta delle sue locandine più irriverenti), non abbia preso spunto per un articolo, per una vignetta tagliente o per una battuta al vetriolo. Eppure la materia prima per farli ci sarebbe stata tutta: qualcosa di sobrio, magari un taglio basso in locandina come ULTIME DA PISA. I pisani 'un sanno fa manco l'elezioni. Noi livornesi creiamo 'r Piccì e quelli sbagliano 'r simbolo. L'elettori s'incazzano: "Con codeste schede ci puliamo 'r culo!".
La locandina del Vernacoliere poteva essere così...
Ci volle addirittura un triplo intervento del giudice amministrativo per sbloccare una questione nata per errore, ma maledettamente complicata, anche se in fondo riguardava solo una parte della città di Pisa, per la precisione le frazioni di Tirrenia e Marina, che costituivano la circoscrizione del litorale. E proprio le elezioni di quel consiglio circoscrizionale furono al centro di un caso che era stato dimenticato quasi da tutti, tranne da chi aveva avuto parte nella vicenda. Quella volta, la falce e il martello del Partito comunista italiano "fecero sparire" addirittura un delfino, come se lo avessero mangiato; la colpa, tuttavia, non era degli "arnesi", ma di chi aveva stampato le schede e di chi non le aveva controllate abbastanza. In questa storia si mescolano incidenti, sbadataggine, stupore, tattica politica, cavilli giuridici e, soprattutto, il caso che si è divertito a far riemergere la vicenda, facendola finire nelle mani di chi cercava tutt'altro ma è stato pronto ad apprezzare quel tesoro insperato, la cui scoperta ha impiegato quasi sette anni - e ha richiesto il contributo di memoria di molte persone - per compiersi del tutto. Anche per questo, è giusto che il post n. 1000 di questo blog, che va verso i sette anni di vita, racconti scena e retroscena di quell'antico incidente ai seggi elettorali.

mercoledì 13 febbraio 2019

Puglia Popolare, una disputa politica che è anche giuridica

Il simbolo, in sé, è piuttosto semplice e appare perfino inoffensivo: giusto due parole bianche, maiuscole, su fondo blu. Basta guardare l'emblema di Puglia popolare per capire che questo deriva direttamente dall'esperienza di Alternativa popolare, il partito di Angelino Alfano evoluzione del Nuovo centrodestra originario: non c'è il cuore inaugurato con Area popolare, ma la font utilizzata per il nome è la stessa. A fondare Puglia popolare a luglio del 2017, infatti, è stato Massimo Cassano, all'epoca senatore aderente ad Alternativa popolare e sottosegretario al lavoro, che con l'occasione da coordinatore di Ap divenne fondatore di un nuovo gruppo politico regionale collocato nettamente nel centrodestra (a differenza del partito di Alfano).
Insomma, l'origine politica è la stessa, ma si tratta di due soggetti diversi, per quanto simili. E nel diritto, che puntualmente incrocia le strade della politica e delle elezioni, questo fa la differenza. Si inquadra così la querelle nata in quel di Corato, in provincia di Bari. Alcuni giorni fa i media locali avevano annunciato la nascita di una coalizione denominata "Polo di centro", cui avrebbero partecipato Udc, Sud al Centro, Democrazia Cristiana Europea, Corato nel Cuore, Obiettivo Comune e - appunto - Puglia Popolare, che sarebbe stata rappresentata da Luigi De Robertis. Tutto bene? Non proprio. "Ma le deleghe che questi Signori rappresentano i Movimenti ci sono? Pubblicatele...": così scriveva sul suo profilo Facebook Cataldo Strippoli, che ha poi avvertito gli stessi media - con tanto di comunicazioni via Pec - di essere la sola persona titolata a utilizzare a livello locale il simbolo Puglia Popolare (e, dunque, a rappresentare quella forza politica), mostrando di essere stato delegato all'uso proprio da Massimo Cassano e dal consigliere regionale Giovanni Stea e minacciando di adire le vie legali per tutelare la sua immagine.
A sua volta, De Robertis in una lettera rappresenta di essere stato autorizzato ad agire a nome di Puglia Popolare "dal Coordinatore Provinciale Dott. Giuseppe Cramarossa" (il quale non sarebbe stato a conoscenza della delega conferita a Strippoli) e di aver rappresentato il partito a Corato già dal 2016 dallo stesso Cramarossa e da Cassano. "Appare chiaro ed evidente - si legge - che qualcuno al vertice del partito abbia commesso un errore di valutazione, o magari, ha ritenuto conveniente delegare il Rag. Strippoli a rappresentare Puglia Popolare a Corato senza che sia io che il Coordinatore Provinciale ne venissimo a conoscenza". 
De Robertis precisa che continuerà il suo impegno elettorale ma senza quelle insegne, per non alimentare "una sterile polemica. Per cosa? Un simbolo?" (eh, se sapesse quanti lottano per averne almeno un pezzettino, di scudo crociato soprattutto...) e lancia una stoccata a Strippoli, che nei loro incontri non avrebbe fatto parola della delega. Non poteva mancare un'ulteriore replica a favore di Strippoli, stavolta vergata da certo Vincenzo Mazzilli: la si riporta se non altro perché chiarisce un punto che, forse involontariamente, lo stesso De Robertis aveva finito per mettere in luce. La delega ricevuta da quest'ultimo nel 2016, in particolare, sarebbe stata conferita da Alternativa Popolare (a lui e allo stesso Mazzilli). "Peccato - si legge nella replica - che De Robertis non si è accorto che nel frattempo Cassano e Cramarossa hanno abbandonato Alternativa Popolare per costituire Puglia Popolare. Altra cosa che De Robertis ignora (e diventano tante le cose che ignora prima di andare a firmare un accordo politico) è che Alternativa Popolare nel frattempo ha avuto un nuovo coordinatore Regionale (Giannicola De Leonardis), che ha nominato altri delegati territoriali, per cui la sua delega ad Alternativa Popolare non ha alcuna valenza in questa diatriba". 
In effetti da quel testo non si capisce esattamente se Mazzilli appartenga a Puglia Popolare o, più probabile, a Civica popolare nel quale Alternativa popolare è confluito. Una cosa però è chiara: Alternativa popolare è una cosa, Puglia Popolare un'altra. Il quadro è inevitabilmente complicato dal fatto che proprio nel 2016 il partito di Alfano, nel presentare liste alle elezioni amministrative, non usava quasi mai il suo nome ma abbinava l'aggettivo "popolare" al nome del comune al voto: "Milano popolare", "Roma popolare" e quindi, volendo, anche "Puglia Popolare" si sarebbe originata nello stesso modo, ma come declinazione di Alternativa popolare. Qui, invece, ci sarebbe un nuovo soggetto politico (con atto costitutivo?), incidentalmente con un nome che rimanda a una declinazione locale di un'esperienza già esistente, ma che rivendica a sua volta il proprio diritto a non essere confuso (e, inevitabilmente, a essere conosciuto).
Non è chiaro se alla fine di aprile verrà presentata una candidatura con il nome "Puglia Popolare" o "Corato Popolare"; di certo i #drogatidipolitica non rimangono senza materia prima nemmeno a livello locale...