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mercoledì 29 agosto 2018

Boldrini: alle europee centrosinistra sotto un unico simbolo. Ma quale?

Quando le cose vanno male, tentare la carta dell'unità sembra l'unica proposta ragionevole, anche quando i margini per attuarla sono, a voler essere ottimisti, molto risicati. Viene da pensare questo considerando quanto scritto ieri sul suo profilo Facebook da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e attualmente deputata eletta sotto le insegne di Liberi e Uguali: prima di partecipare a Milano alla manifestazione "Europa senza muri", la parlamentare ha voluto riassumere in poche righe per i social network il disegno politico che, a suo dire, dovrebbe essere perseguito a sinistra. A quasi sei mesi dalla sonora sconfitta del 4 marzo 2018 e dopo le prime prove di governo Lega-M5S, per Boldrini "le forze del centrosinistra debbono cogliere l’eccezionalità del momento e affrontarlo con un’iniziativa politica inedita, già dalle prossime elezioni europee".
Alla scadenza elettorale manca ben meno di un anno (e alla presentazione dei simboli, in particolare, mancano poco più di sette mesi) e potrebbe essere già un po' tardi per muoversi a realizzare quell'iniziativa politica "inedita", che certamente per l'ex presidente della Camera deve passare attraverso "candidature nuove, espressione dell’associazionismo laico e cattolico, dei sindaci, dell’ambientalismo" (mondi da cui, peraltro, finora si è sempre pescato), ma non basterebbe un rinnovamento di persone.
Boldrini, infatti, parla espressamente di una lista unitaria e unica, da presentare alle prossime europee: "Serve un simbolo unico nuovo, e ritrovarsi su alcuni temi importanti. In questo momento storico non possiamo permetterci di far prevalere le divisioni: a forza di fare distinguo si rischia di estinguersi. Siete d’accordo o no che adesso più che mai serva unire le forze?"
Chissà se l’ex presidente della Camera si sta lanciando come nuova leader di una nascitura alleanza della sinistra. Forse sì. Anzi: è probabile. Alle ultime elezioni è stata “costretta” al ruolo di comprimaria con Pietro Grasso, che però con la sconfitta elettorale si è bruciato ogni possibile rivendicazione di leadership. Ora potrebbe toccare a lei, la donna che difende le donne. L’ex alto commissario Unhcr sempre dalla parte dei migranti.
Ecco dunque l’iniziativa “inedita” (sic!) cui pensa la Boldrini. Già dalle prossime europee (definite “campali”) le forze “di centrosinistra” a detta della deputata dovrebbero puntare ad “un simbolo unico nuovo” per "ritrovarsi su alcuni temi importanti”. Quali siano, non è ancora chiaro. "In questo momento storico – spiega - non possiamo permetterci di far prevalere le divisioni: a forza di fare distinguo si rischia di estinguersi".
Sull'ultima frase, ovviamente, i dubbi non ci sono: a forza di scissioni frequenti e ricomposizioni mal riuscite (generalmente perché operate a fini essenzialmente elettorali, magari per superare qualche soglia di sbarramento), a sinistra si è andati ben al di là della scissione dell'atomo (anche se l'area è in buona compagnia: si pensi al passaggio dalla Balena bianca della Democrazia cristiana a un numero imprecisato di aringhe, acciughe e sardine, per usare un'immagine cara a Gian Antonio Stella). E' altrettanto vero che il 3,4% ottenuto da Leu alle ultime elezioni politiche sta sotto alla soglia del 4% che alle europee vige dal 2009: non c'è alcuna garanzia che riesca il miracolo del 2014, quando L'altra Europa con Tsipras era riuscita a superare lo sbarramento (anche grazie a un po' di voti di delusi Pd che, pur di non votare Renzi, avevano scelto di mettere la croce a sinistra) e non è affatto detto che la soglia possa essere superata mettendo insieme le forze di Leu e di Potere al popolo!, non proprio omogenee tra loro e comunque sul filo del 4%. Unica soluzione sicura, dunque, sarebbe davvero una lista di centrosinistra unica e unitaria.
La soluzione, ovviamente, non sarebbe affatto nuova e, proprio per questo, anche i problemi da affrontare sono già noti. Il riferimento storico più facile sarebbe quello dell'Ulivo, sia perché nel 1996 aveva raccolto quasi tutto il centrosinistra alle elezioni politiche (soprattutto al Senato) nel sostegno a Romani Prodi, sia perché nel 2004 la lista Uniti nell'Ulivo era stata presentata proprio in vista delle elezioni europee, sia pure per raggruppare un'area più ridotta (Ds, Margherita, Sdi e Movimento dei repubblicani europei). Se però si volesse considerare davvero il centrosinistra tutto intero, ricomprendendovi almeno tutte le forze che abbiano avuto un'esperienza parlamentare, si dovrebbe considerare l'Unione, vale a dire la coalizione ampia che sostenne sempre Prodi, ma nel 2006, anche con l'apporto di Rifondazione comunista (esclusa dall'Ulivo del 1996 e del 2001, oltre che ovviamente dalla lista unitaria del 2004).
Chi ha decente memoria, tuttavia, sa bene che quella coalizione ebbe breve durata e implose proprio per la sua enorme disomogeneità (portando al crollo dell'ultimo governo Prodi, dopo una vittoria risicatissima alle elezioni); tra l'altro, non sembra affatto un caso che quella coalizione non sia mai finita con il suo simbolo - l'emiciclo arcobaleno - sulle schede delle elezioni politiche (fatta eccezione per il Trentino - Alto Adige), ma soltanto delle consultazioni regionali del 2005, realtà in cui gli accordi con il Prc e il Pdci erano più facili da trovare senza enormi compromessi. Verissimo dunque che i distinguo portano facilmente all'estinzione, ma per non distinguersi occorre voler stare insieme, accettando comunque le reciproche differenze: operazione indubbiamente difficile, se solo si considera che si dovrebbero mettere insieme il Pd e coloro che si sono riuniti in Leu proprio per un contrasto a loro dire insanabile con i dem. Il tutto in una fase in cui, anche mettendo insieme le forze, i seggi realisticamente a disposizione del centrosinistra saranno meno rispetto al 2014, dunque nessuna forza sarà facilmente disposta a concedere qualcosa. Prima di trovare un simbolo nuovo, non legato a un partito (per cui, a meno di idee geniali, sarà difficile partorire grafiche non anonime, basate solo su lettering e colori), dunque, bisognerebbe imparare a stare insieme. Questo viene prima anche della scelta del o della leader (Boldrini compresa: pensare a una pre-autocandidatura non è del tutto peregrino), anche perché alle europee serve a poco.

mercoledì 29 novembre 2017

Liberi e Uguali a sinistra? Ma LibertàEguale c'è già...

In Italia, come appassionati e archeologi di musica leggera sanno bene, periodicamente spuntano accuse di plagio e copiatura varia. In quei casi, la linea difensiva del presunto copiatore contiene quasi sempre un certo ragionamento: le note sono sette, 12 a voler considerare anche le alterazioni, dunque gli accordi armonici e orecchiabili, così come le linee melodiche gradevoli sono limitati, quindi non c'è dolo se due brani si somigliano, magari senza che il secondo autore abbia mai conosciuto il brano che si presume vittima di plagio. Qualcosa di vero nel ragionamento c'è, ma non per questo le condanne per plagio non sono state emesse.
Qualcosa di simile sembra accadere anche con riguardo ai simboli politici, ma anche semplicemente per i nomi di partiti e movimenti. L'ultimo episodio, fresco fresco, riguarderebbe una creatura politica non ancora nata, anzi nascitura, questione di giorni. Il nuovo soggetto politico nascente a sinistra, che dovrebbe raccogliere Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 e magari anche alte cariche istituzionali (a partire da Pietro Grasso e Laura Boldrini), potrebbe chiamarsi Liberi e Uguali. Niente simbolo grafico, per quanto se ne sa, anche se la presentazione ufficiale del logo potrebbe esservi sabato: si è parlato del nome su fondo rosso. Gli appassionati di grafica politica non sono contenti, ma per qualcuno è proprio il nome a essere inopportuno. Perché da 18 anni esiste già la LibertàEguale. Con tutte le maiuscole. Si tratta di una associazione attiva in ambito politico, nata nel 1999 da "riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell’ambito del centrosinistra italiano", come si legge nel sito, per "fare dell’Italia una nazione con maggiore Libertà e maggiore Eguaglianza".
Nell'organo di presidenza sono rappresentate varie culture politiche, a partire da quelle confluite nei dem. Ci sono ex parlamentari (tra gli altri Franca d'Alessandro Prisco, Claudio Petruccioli, Luigi Covatta), altri in carica (come Pietro Ichino, Alessandro Maran, Lia Quartapelle); ci sono filosofi, giuristi ed economisti come Michele Salvati. A presiedere l'associazione è l'attuale viceministro all'economia Enrico Morando, mentre vicepresidente vicario è Stefano Ceccanti. Ed è proprio il docente di Diritto costituzionale comparato ed ex senatore Pd che, dalle pagine del suo blog personale, rivendica la primogenitura, prima ancora che del nome, dell'idea che gli sta dietro: "Vorrei gentilmente avvisare, se fosse vero, che l’associazione Libertà Eguale compie 18 anni domani, si riunisce sabato, in contemporanea a loro (tanti auguri, comunque) a Orvieto e, tra le tante differenze, non aspetterebbe mai le scelte di un magistrato per guidarla". L'avviso è ancora relativamente amichevole, ma poco disposto ad acquiescenze: "Ovviamente - continua Ceccanti - se si tentasse di impadronirsi del nome ci sarebbero consequence".
Di grane giuridiche e giudiziarie legate all'uso di un nome che sembrava troppo simile a qualcosa di già esistente se ne sono viste altre, anche in tempi relativamente recenti. Uno dei casi che avevano fatto maggiormente discutere risale al 2008, quando un gruppo di politici di area cattolica, guidato dall'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, nonché dagli ex Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, aveva avuto in mente di costruire la Rosa Bianca, mettendo proprio quel fiore nel simbolo su fondo blu. Il riferimento, forse, era a metà tra il Bianco fiore della Dc degli esordi e la weisse rose cristiana e antinazista, ma i promotori avevano dimenticato un piccolo particolare: in Italia la Rosa Bianca esisteva già da almeno 30 anni, essendo un'altra associazione "per l'educazione alla politica e alla democrazia" nata sempre in ambito cattolico e tra i suoi fondatori annoverava Paolo Giuntella, per anni cronista al Popolo e a lungo quirinalista al Tg1. La sua associazione si rivolse al Tribunale di Roma per far valere il preuso del nome e, già che c'era, anche del sito internet, lamentando un elevato rischio di confondibilità, soprattutto a causa del comune impegno in ambito politico e per il bagaglio ideologico affine. I giudici accolsero quella domanda e il gruppo di Pezzotta dovette rapidamente modificare il proprio nome in Rosa per l'Italia.
In ambito cattolico, in effetti, le polemiche sui nomi non sono mancate. Si pensi, ad esempio, a quando Gianni Alemanno volle fondare il movimento Prima l'italia, dimenticandosi che quell'espressione era già stata utilizzata in ambito politico negli ultimi tesseramenti e nelle ultime campagne della Democrazia cristiana, prima che scegliesse di ribattezzarsi (facendolo male) Partito Popolare italiano. Per non parlare, tra l'altro, di tutte le volte in cui qualcuno ha cercato di chiamare la propria iniziativa Italia Popolare o semplicemente Popolari: tutti quanti, si chiamassero Alemanno, Berlusconi, Mauro, Alfano o in altra maniera, si sono puntualmente trovati una diffida da parte dell'associazione Italia popolare, legata all'ex parlamentare Ppi Alberto Monticone e attualmente portata avanti da Giancarlo Chiapello.
Certo, in quei casi il nome era proprio identico ed era più facile sostenere il preuso, mentre qui da una parte ci potrebbero essere i Liberi e Uguali, dall'altra c'è già da tempo la Libertà Eguale. Tutto risolto allora? Beh, non proprio. Si tratta pur sempre della combinazione degli stessi concetti, pur se espressi con parole appena un po' diverse,  all'interno dello stesso ambito politico, per cui la confondibilità non può essere affatto esclusa. Ne sa qualcosa Il Senatore Carlo Giovanardi, a suo tempo fondatore del partito Popolari Liberali, con il quale entro nel Pdl berlusconiano. Poco tempo dopo, infatti, si vede recapitare una diffida dall'Associazione Liberal popolari, già esistente, che gli intimava di abbandonare l'uso del nome. Le due denominazioni, per quanto simili, oggettivamente non erano identiche, eppure il tribunale di Roma in un'ordinanza diede torto a Giovanardi (che da allora infatti ha utilizzato molto meno il simbolo inizialmente creato), proprio perché i giudici avevano dato rilievo alla combinazione dei concetti, oggettivamente più proteggibile rispetto ai concetti singoli. 
La scena proposta oggi, tra l'altro, dovrebbe essere un déjà vu per chi pochi mesi fa ha fondato Articolo 1, visto che il nome inizialmente scelto, Movimento Democratico Progressista, è stato messo in secondo piano dopo il pronto avviso di un gruppo di democratici vicini a Renzi che in Calabria alle regionali aveva presentato la lista Democratici progressisti. 
Per evitare l'ennesima diffida con strascico legale, in un tempo pericolosamente vicino allo scioglimento delle Camere e che richiede la piena disponibilità del nome e del simbolo che si usa, forse per il nascente rassemblement di sinistra è meglio correre ai ripari e sforzare un po' di più la fantasia; in fondo, forse, le combinazioni interessanti in politica non sono ancora terminate.