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venerdì 17 agosto 2018

Rileggere Cencelli, con la mente allo scudo crociato (e a Cossiga)

Anche in pieno agosto, lo si è visto, si deve parlare dello scudo crociato, della Dc che qualcuno vuol far tornare, mentre qualcun altro vuol vedere di nuovo viva ma non nel modo proposto dai primi (che vengono dunque spernacchiati, se non portati direttamente in tribunale); altri ancora vorrebbero semplicemente non sentirla nominare mai più, ritenendo che sia stata una pagina poco onorevole della storia italiana o, al contrario, che sia un'idea troppo seria e nobile - rispetto, se non altro, alla politica di oggi - per rovinarla ulteriormente con liti, tentativi a rischio di naufragio e polemiche con o senza carte bollate. 
Nemmeno gli archivi possono stare tranquilli: a fine luglio Gianfranco Rotondi ha fatto sapere che, dopo una serie di intimidazioni personali susseguitesi nel corso degli anni, qualcuno si è introdotto nei locali della Fondazione Fiorentino Sullo ad Avellino, in cui è custodito tanto l’archivio del Cdu, quanto parte dell'archivio che fu della Dc ed era stato "salvato" da Buttiglione e Rotondi dopo l'abbandono di Palazzo Cenci Bolognetti a Piazza del Gesù (sulle agenzie si legge che una parte è stata consegnata all'istituto Sturzo di Roma, questo sebbene l'Udc non avesse deciso di rinunciare allo scudo crociato per trasferirlo allo stesso istituto, come aveva chiesto proprio Rotondi nel 2014 e aveva ribadito due anni dopo, rendendo nota al Tempo parte di quei documenti). Gli indesiderati visitatori hanno lasciato molto disordine, probabilmente hanno rubato qualche carta dall'archivio (ma un inventario non è mai stato fatto, quindi capire cosa manca sarà difficile) e Rotondi è convinto che si tratti di un segnale per ostacolare il ritorno della Dc.
E' forte allora, fortissima, la tentazione di tornare a un'altra Dc (e a un'altra politica), quella che aveva indubbiamente i suoi difetti - e tanti - ma aveva anche una levatura diversa, di stile e di preparazione di chi operava, persino nelle sue pagine più deprecate. Tra le espressioni che in politica, da ormai molto tempo, sono utilizzate in senso assai dispregiativo, evocando subito concetti negativi come "lottizzazione", "spartizione", "correntismo" (frequenti nel lessico delle opposizioni e, da un po' di anni a questa parte, dell'antipolitica in generale), un posto di rilievo spetta a "manuale Cencelli"
Come i veri drogati di politica sanno, si trattava di una sorta di metodo di calcolo, elaborato tra il 1967 e il 1969 da Massimiliano Cencelli, allora segretario particolare del deputato Adolfo Sarti, per determinare quanti ministri e sottosegretari sarebbero spettati nel nuovo governo (a seconda che si fosse trattato di un esecutivo di centrosinistra o un monocolore Dc) alla corrente legata a Paolo Emilio Taviani (o dei "pontieri"), cui Sarti apparteneva. Fu proprio Sarti a creare l'espressione scherzosa "manuale Cencelli", parlando con la stampa parlamentare; fu però uno dei suoi membri più autorevoli, Renato Venditti, a trasformare quel metodo di calcolo e un numero impressionante di appunti e fogli manoscritti e dattiloscritti in un libro, Il manuale Cencelli appunto, che uscì (con il sottotitolo "Il prontuario della lottizzazione. Un documento sulla gestione del potere") per i tipi "rossi" degli Editori Riuniti nel 1981. 
Due anni fa, dopo che per anni il volume è stato introvabile, l'ha ristampato Aliberti compagnia editoriale, arricchendolo di un'interessante intervista allo stesso Cencelli di Mariella Venditti, a lungo notista politica del Tg3 e figlia di Renato: l'ex collaboratore di Sarti, classe 1936, oltre a ricordare come nacque il suo "manuale", si concede varie escursioni nell'attualità politica di due anni fa (ma l'affermazione "Ora nei partiti i conti si fanno con le primarie" è ancora valida e fa riflettere). Sul fatto che il suo "manuale" non sia passato di moda non ha cambiato idea: un mesetto fa è apparso a L'aria che tira, su La7, dicendo che il ministero dell'Interno oggi è prezioso quasi quanto lo era quello delle Poste decenni fa ("Allora si facevano tutte le assunzioni a chiamata diretta, Remo Gaspari non lo voleva mollare perché decideva decine di assunzioni di postini"), che le Ferrovie dello Stato contano meno della Rai e che Lega e M5S "il mio manuale l'hanno letto bene, ma si devono mettere d'accordo sul 'bilancino' del potere per ogni ministero", precisando che Salvini ha imparato meglio "perché ha la grinta, Di Maio è giovane, non ha grandi esperienze".
L'edizione originale del libro
Scriveva all'inizio del suo libro Renato Venditti: "ogni corrente tende a chiedere una presenza e uno spazio per sé, dando vita a un periodo di autentica disgregazione interna. Il fenomeno del tesseramento gonfiato corre parallelo all'involuzione politica. Avere più tessere di corrente significa avere più ministeri. Avere più posti di governo vuol dire disporre di maggiori quote di potere. Il potere serve ad alimentare un consenso un po' reale e un po' artefatto. Un circolo vizioso senza soluzione". Oggi magari non si parla di correnti, ma di aree, come se fosse poi molto diverso; le pratiche spartitorie, più che essere interne a un singolo partito, riguardano una coalizione; non sono spariti del tutto i "signori delle tessere", almeno nei partiti che le tessere le fanno ancora; certamente non si sono cancellate le pretese di chi - a livello nazionale o locale - pretende presenze, spazi, visibilità sulla base della forza dei numeri che ha, che aveva (al momento delle elezioni, ma magari non più al momento in cui rivendica) o che finge di avere. Allora in Italia non si parlava ancora di spoil system, ma cambiando lingua non sono cambiati gli appetiti; tutt'al più si sono diversificati e, puntualmente, sono aumentati.
Di tutto questo, ovviamente, l'inventore del calcolo non aveva e non ha alcuna colpa. "Se un presidente - scriveva sempre Venditti - si serve del Cencelli per mettere in un posto un incompetente o un ladro, la scelta trascende la responsabilità dell'autore. Il fatto che quel personaggio salito al vertice del potere sia un disonesto non accusa Cencelli, ma mette in causa il meccanismo che finisce per imporre il ladro o incompetente. Cencelli fa solo il conto dei ministri, ma non ne conosce la biografia e il certificato penale." Prendetevela con il presidente e non con il ragioniere del potere, chiosa l'autore, e magari attaccate - si aggiunge qui - chi grida allo scandalo quando sta all'opposizione, ma se si trova sui banchi della maggioranza, finisce a rispolverare lo stesso manuale. Come gli altri, come tutti.
Non stupisce affatto, dunque, trovare meno stroncature del previsto tra le testimonianze di parlamentari democristiani e di altri partiti che Renato Venditti raccolse nel libro, svelando che alcuni detrattori del metodo Cencelli e del gioco correntizio (come Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini) avevano potuto dire la loro e ottenere posizioni di rilievo perché, di fatto, di correnti ne avevano fondata una. Così come non fa una piega il giudizio definitivo di Giulio Andreotti: "Il manuale Cencelli? Uno dei libri da dimenticare (purché lo dimentichino tutti)": ricorda tanto discorsi come "Occorre ragionare di programmi, ma se gli altri ragionano di nomi, dobbiamo farlo anche noi". Come dire, 'cca nisciuno è fess', ma di certo un romano de Roma con ascendenze papaline come Cencelli lo direbbe in un altro modo.
Tutto questo, per chi frequenta la politica, pare del tutto normale. Chi se ne importa, in fondo, se applicando il manuale di cui sopra o versioni simili si violano un paio di norme costituzionali, per cui di fatto i ministri li scelgono i capicorrente o i segretari di partito e non il Presidente del Consiglio (art. 92) e in quella pratica di "metodo democratico" nella determinazione della politica nazionale (art. 49) ce n'è poco, specie se si guarda alla "democrazia interna" ai partiti. Roba da costituzionalisti alla Leopoldo Elia (che, da studioso e democristiano, dei partiti si occupò fino alla morte e non a caso è citato più volte da Venditti), non da politici che, per poter contare, devono far quadrare i conti delle sedie. 
Così è istruttivo rileggere gli interventi all'assemblea nazionale della Dc del 2 novembre 1965 a Sorrento (quando Oscar Luigi Scalfaro propone di istituire in quel giorno la "festa del socio", visto il gran numero di tessere fatte a morti o presenti sull'elenco telefonico): lì tanti se la prendono con il sistema correntizio, ufficialmente vietato dallo statuto fino al 1978 ma che, con il sistema di elezione degli organi interni con mozioni e liste concorrenti, di fatto ne favorisce la nascita; tra i maggiori accusatori di quel sistema a Sorrento, peraltro, c'era proprio Adolfo Sarti, che due anni dopo avrebbe fatto nascere il "manuale Cencelli". 
E altrettanto interessante è il racconto - frammisto ad alcuni brandelli di lettere dalla prigionia brigatista di Aldo Moro, che proiettano in faccia al lettore tutta l'amarezza del politico per il trattamento ricevuto dalla Dc e dagli stessi tavianei nel corso degli anni - del famoso congresso democristiano milanese del 1967 (23-26 novembre), che si chiude con la vittoria dello schieramento di centrodestra, con a capo i dorotei, ma soprattutto vede emergere una nuova corrente - quella dei "pontieri" - che vede uniti Paolo Emilio Taviani, Remo Gaspari, Adolfo Sarti, Francesco Cossiga (salterà fuori di nuovo), Filippo Micheli e, tra i due delegati romani, anche il nostro Cencelli. 
Nel 1967 lui si esercita su indicazione di Sarti, come si è visto, ma nel 1969, dopo il congresso di Roma (27-30 giugno) e a partire dal secondo governo di Mariano Rumor, il segretario particolare di Adolfo Sarti è già un vero fuoriclasse: Cencelli fissa i rapporti di forza tra le correnti in base alla composizione finale del consiglio nazionale Dc (e non ai voti dei delegati al congresso, come avrebbe fatto in seguito, per esempio nel 1973) e li applica ai totali previsti di ministri e sottosegretari spettanti al partito, sia che si prepari un governo monocolore sia che si ripeta un esecutivo coi socialisti. La distribuzione dei ministeri e dei posti di sottosegretario tiene conto di una loro graduazione in quattro fasce per importanza, un elemento che può servire a riequilibrare i conti quando a una corrente spettano, magari, due poltrone e mezza e non si sa come fare; e se proprio non si riesce altrimenti, si aumentano i ministeri senza portafoglio. Il tutto non per amore dei conti e delle regole, ma sulla base di un principio: i partiti non saranno una società per azioni, ma se all'interno dei partiti un gruppo ha una certa quota di eletti, la stessa quota deve averla nel governo.
Quel meccanismo, un po' adattato e aggiornato, continua a funzionare anche quando l'elezione del segretario della Dc si fa diretta, anche quando Bettino Craxi - divenuto nel frattempo segretario del Psi - pretende "pari dignità" coi democristiani nella formazione del governo (ovviamente il metodo Cencelli riguarda solo i posti targati diccì e, con meno poltrone a disposizione, si fa più rigoroso, anche nelle compensazioni con incarichi di partito e parlamentari, come quello di capogruppo), persino quando il governo per la prima volta è presieduto da un non-democristiano (Giovanni Spadolini). Anche oltre un decennio dopo il libro, il "manuale" e il "ragioniere della politica" avrebbero goduto - loro malgrado - di richiami ciclici sui media: tra i momenti di maggior gloria, il primo governo D'Alema, entrato in carica nel 1998 - anche grazie all'ex pontiere Cossiga, come si vedrà - con un organico già numeroso (oltre a D'Alema, 25 ministri, 56 sottosegretari e 1 viceministro) e l'esecutivo Prodi-bis, il più affollato della storia della Repubblica (102 elementi in tutto oltre al Presidente: 26 ministri, 10 viceministri e 66 sottosegretari al momento dell'entrata in carica). Compagini numerose e, soprattutto, distribuite con attenzione anche alle virgole. E ogni volta che qualcuno nomina il suo metodo, generalmente per parlarne male e accusare chi lo usa, a qualche giornalista viene in mente di intervistare direttamente Cencelli, che non si sottrae. Le cose, in fondo, è bene che le dica chi le conosce e chi le sa fare.


* * *

Chi volesse rileggere Il manuale Cencelli, dunque, da un paio d'anni può farlo di nuovo con una certa facilità (il libro è stato commercializzato da Aliberti anche in formato epub). Ma chi temesse di perdersi tra correnti, conteggi e maneggi d'epoca, dovrebbe comunque procurarsi questo libro e non solo per l'intervista di Venditti figlia a Cencelli. Questa edizione del manuale merita anche solo per la prefazione in cui Luca Telese racconta di quando, giusto vent'anni fa, dovette andare a intervistare a Palazzo Giustiniani Francesco Cossiga in occasione del suo settantesimo compleanno: lui aveva da poco fondato l'Udr e solo pochi mesi dopo, senza aver evitato la caduta del primo governo Prodi, avrebbe consentito al primo ex comunista - Massimo D'Alema - di andare a Palazzo Chigi e lo avrebbe fatto sedendo dalla stessa parte del Pdci di Cossutta. 
Insomma l'ex Presidente della Repubblica, allora senatore a vita, si divertiva come un matto e certamente si è divertito Telese a raccontare l'episodio che segue, anche se quel giorno probabilmente la tensione era decisamente maggiore, a partire dal fatto che nella delegazione ammessa a Palazzo Giustiniani c'erano anche il fotografo Gerald Bruneau e la moglie-assistente Adriana Faranda, che il servizio di vigilanza guardava con sospetto e non voleva far entrare per il suo passato nelle Brigate Rosse. A un certo punto fece la comparsa il simbolo per eccellenza, al centro di tutta questa storia e dello stesso "manuale Cencelli", lo scudo crociato e l'apparizione, come si vedrà, fu decisamente pirotecnica, a dispetto del sapore dolce. Cosa accadde è il caso di farlo raccontare a Telese ed è giusto leggerlo proprio oggi: Francesco Cossiga, infatti, si è spento giusto otto anni fa e questo, probabilmente, è un buon modo per ricordarlo sotto ogni aspetto. La citazione è un po' lunga - e sono grato all'editore e all'autore per avermi gentilmente permesso di riportarla - ma vale la pena non perdersi nemmeno una riga:
Mi era venuta in mente l'idea di far preparare dalla pasticceria "Giolitti" una enorme torta da venti chili, sagomata a forma di scudo crociato, con i colori del simbolo, e un piccone di glassa collocato proprio al centro della croce rossa. Speravo che Cossiga non la trovasse sacrilega. Ma c'era un problema: nell'orario in cui la torta doveva essere ritirata, io avrei dovuto trovarmi già a Palazzo Giustiniani. Così avevo chiesto alla mia ragazza dell'epoca, Betta Fonck, di aiutarmi, passando a prendere la torta da "Giolitti", per raggiungerci nello studio del presidente emerito appena possibile. Avevo chiesto a Betta anche di fermarsi sulla strada a comprare delle candeline, e non immaginavo certo quale effetto imponderabile avrebbe prodotto questa scelta. La mia ragazza, infatti, quando le avevano domandato se preferiva gli stoppini da interno o da esterni, aveva scelto le seconde, perché le avevano assicurato (vero) che la fiamma avrebbe tenuto di più. 
Più o meno a mezzogiorno, la torta (e Betta) avevano fatto il loro ingresso trionfante a Palazzo Giustiniani, di fronte ai commessi - curiosi ma diffidenti - e alla scorta del presidente, sempre più perplessa. Gli agenti, scrupolosissimi [...], avevano addirittura chiesto di ispezionare il pacco della pasticceria. Troppe cose fuori posto: un ragazzino giornalista e un presidente emerito, una ex terrorista e una torta misteriosa. Ovvio che non gli tornasse. 
Mentre intervistavo Cossiga, il presidente emerito aveva citato il nome di Cencelli definendolo "Maestro di politica e di vita". Lo faceva per spiegare che la sua UDR avrebbe preso parte a un governo solo se fossero stati rispettati i "buoni precetti del manuale". Mi aveva anche detto: "Molti, erroneamente, e seguendo una vulgata da analfabeti, pensano che il manuale Cencelli sia una equazione spartitoria. In realtà è un metodo, uno strumento di conoscenza profonda della politica". 
E poi, con una punta di malizia che in quel momento non potevo indovinare, Cossiga mi aveva chiesto: "Ma tu lo conosci Cencelli, Luca?". Ovviamente, mi accingevo a cadere nel'errore che tutti ancora oggi replicano. Avevo detto che sapevo bene cos'era il manuale, anche se non ero mai riuscito a trovare una copia dell'edizione (vero, già all'epoca era una rarità bibliografica) del libro di Renato Venditti pubblicato dagli Editori Riuniti nella sua collana bianca. E avevo anche aggiunto che nulla sapevo della vita del suo autore dal momento successivo alla scrittura, fino alla scomparsa. Cossiga si era fatto una grandissima risata, poi era andato alla scrivania, aveva composto un interno del senato, tuonando con a sua voce più teatrale: "Dottor Cencelli, mi può fare la cortesia di salire? Vorrei presentarle un giovane giornalista che ha estremo bisogno di fare la sua conoscenza". Subito dopo aver attaccato il telefono aveva commentato soddisfatto: "Sta salendo!". Per non fare altre brutte figure, mi ero trattenuto dal chiedere "Da dove?". 
Subito dopo, gli eventi avevano iniziato a precipitare. Qualcuno aveva bussato alla porta, e Betta aveva fatto il suo ingresso nella stanza, compita ed elegante, con la nostra torta scudocrociatosa. Po, la mia ragazza e la portavoce di Cossiga, avevano iniziato a piazzare, con cura, le candeline sopra la glassa, facendo attenzione a non infrangere il simbolo. Quindi la porta si aprì di nuovo e aveva fatto il suo ingresso sulla scena un uomo di mezza età, con un'aria molto giovanile, subito salutato da un grido del presidente emerito: "Massimiliano!". Quindi le candeline erano state accese. Cossiga si era avvicinato allo scudo crociato per soffiarle, e qui, sorprendentemente, era deflagrata nell'imponderabile. Gli stoppini da esterni e le fiamme, forse per qualche misteriosa interazione con le correnti dell'impianto di areazione del Senato, avevano prodotto subito una vampata e una nuvola di fumo fittissimo e chiaro. Un allarme antincendio aveva iniziato a suonare. Gli uomini della scorta di Cossiga, che stazionavano davanti alla porta dell'ufficio, come se tutti i loro sospetti fossero confermati, avevano fatto irruzione con un tempismo incredibile, pistola in pugno - in mezzo alla nuvola di fumo, puntando sulla incolpevole Faranda. Cossiga, tranquillissimo, aveva preso Cencelli sottobraccio, com'era sua abitudine, e si era messo a soffiare su quelle fiamme, ottenendo l'effetto di aumentare la composizione, invece che sedarla. 
Rideva, felice come un bambino, e Gerald, quasi ipnotizzato dalla scena, aveva scattato a raffica con certi suoi obiettivi grandangolari che - complici le luci - avevano ottenuto una resa sensazionale. In pochi secondi la scorta aveva capito tutto, la Faranda era stata scagionata, le candeline spente e lo scudo crociato di glassa era stato sporzionato e ingerito dai presenti. [...] Ma a parte gli altri sviluppi, io avevo regalato la torta a Cossiga, e Cossiga mi aveva regalato Cencelli.

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