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mercoledì 22 agosto 2018

1987, Campania Felix: sdoppiare il Psi al Senato, senza cambiare simbolo

Ci si allena fin da bambini a "trovare la differenza", quando sulle riviste o sui libri di scuola si affiancano figure pressoché identiche e qualcuno dei grandi invita a metterle a confronto per allenare l'occhio a non farsi ingannare, a non far apparire uguale ciò che non lo è. Crescendo, però, ci si rende conto che ci sono casi in cui le differenze ci sono, ma è impossibile vederle, anche con un occhio attento: si possono vedere soltanto a cose fatte, quando ormai non si può più agire per porre rimedio e magari se ne sono già fatte le spese. Anche in quel caso, comunque, da soli è difficile capire cosa sia accaduto davvero: per capirne di più occorre indagare e rivolgersi a chi conosce certi meccanismi, magari perché li ha individuati, li ha visti applicare o, nella peggiore delle ipotesi, li ha subiti e non se n'è ancora dimenticato. 
Volendo fare un esempio alla portata dei #drogatidipolitica che frequentano questo sito, è sufficiente visitare le pagine dell'Archivio storico delle elezioni, all'interno del sito del Ministero dell'interno (un punto di passaggio obbligato per politologi, giuristi con la mania delle elezioni e, appunto, drogati di politica a qualunque stadio) e dare uno sguardo alle elezioni del Senato del 1987, con particolare riguardo alla Campania: uno sguardo rapido fa emergere un'anomalia, qualche secondo di attenzione in più fa capire che non si è stati distratti e, probabilmente, chi ha compilato quella pagina non ha fatto un errore.
Se si guarda bene, infatti, non può sfuggire che nella pagina regionale dei risultati è riportato due volte il simbolo del Partito socialista italiano, con tanto di risultati molto diversi l'uno dall'altro, in termini di voti, percentuali e seggi. Com'è possibile? I partiti che potevano prendere percentuali rilevanti nella tabella ci sono già tutti, quindi chi ha compilato la pagina non può avere scambiato una candidatura per un'altra. 
Viene la tentazione di ingrandire il tutto, per cercare di capire se per caso quei due contrassegni del Psi (rigorosamente in bianco e nero, come tutti gli altri, visto che il colore sarebbe arrivato solo nel 1992) abbiano qualcosa di diverso tra loro: magari una forma diversa del garofano - che finiva per la prima volta sulle schede nel disegno elaborato da Filippo Panseca, senza più falce, martello, libro e sole nascente mantenuti da Ettore Vitale nel 1978 - un dettaglio testuale, uno sbaffetto di nero in più da qualche parte o chissà cos'altro; invece niente, nessuna differenza e non ci si può nemmeno appigliare a eventuali alleanze "a geometria variabile" dei socialisti con socialdemocratici, radicali e altri laici che quell'anno effettivamente ci furono al Senato, perché in Campania non ce n'è traccia.
Insomma, a colpo d'occhio e anche con un po' di ragionamento, non ci si capisce nulla e la matassa resta ingarbugliata. Per trovare un capo del filo e iniziare a dipanarla, occorre rivolgersi a chi c'era, a chi ha vissuto direttamente quella situazione. Ad esempio Carmelo Conte, classe 1938, originario di Piaggine in provincia di Salerno, deputato dal 1979 al 1994 e principale artefice, negli anni '80, di una crescita quasi esponenziale del Psi al Sud, ma soprattutto in Campania. Anche lui conferma che il simbolo non fu toccato, ma in effetti qualcosa avvenne, complici norme non ancora rigide e interpreti sopraffini.

La legge elettorale e il problema da risolvere

Alla base, come sempre, c'era un problema da risolvere, strettamente legato alla legge elettorale allora vigente, ma soprattutto alla situazione del Psi campano. Sotto il primo profilo, va ricordato che alla Camera c'era un sistema proporzionale praticamente puro con preferenza multipla e il territorio campano era diviso in due circoscrizioni, la prima che comprendeva le province di Napoli e Caserta, la seconda le restanti province di Avellino, Benevento e Salerno. Quanto al Senato, il territorio regionale era diviso in un certo numero di collegi - allora erano 21 - in cui si affrontavano singoli candidati e, una volta assegnato a ciascun gruppo di candidati collegati tra loro (di norma legati allo stesso partito, ma il punto fondamentale sarà proprio questo) il numero di seggi spettanti in proporzione ai voti presi dal gruppo, questi venivano assegnati ai candidati che in tutta la regione avevano ottenuto la percentuale più alta; questione non secondaria, allora era consentito candidarsi contemporaneamente alla Camera e al Senato, ma se si era eletti in entrambi i rami del Parlamento occorreva scegliere una delle due assemblee e rinunciare all'altra, liberando dunque un posto.
Il vero problema, però, era di natura politica. "Il fatto è che il mio gruppo, nel salernitano e in Irpinia, era molto più forte rispetto al Psi napoletano", ricorda bene Conte, che anche quell'anno fu eletto alla Camera nella circoscrizione Benevento-Avellino-Salerno e fece il pieno di preferenze. Alla Camera questo non aveva conseguenze particolari, visto che il territorio era diviso in due circoscrizioni ed entrambe le zone campane riuscivano a essere rappresentate a Montecitorio; al Senato, invece, finivano per essere eletti praticamente solo candidati delle province di Salerno e Avellino, perché i pochi seggi a disposizione dovevano essere distribuiti su tutta la regione e, inevitabilmente, le percentuali migliori scattavano in quelle province. Era già accaduto nel 1979 con i tre senatori eletti e la situazione si era sostanzialmente ripetuta alle elezioni del 1983: tre candidati furono eletti in provincia di Salerno e si riuscì a eleggere Francesco De Martino nel collegio di Napoli 3 (Chiaia - S. Ferdinando - Posillipo) solo perché ci fu un accordo con il Pci e su di lui confluirono anche i voti comunisti (forse anche per ricambiare il favore, il Psi non presentò candidati in altri due collegi napoletani).
Facile capire che questa situazione fosse motivo di grande smacco per il Psi napoletano, rappresentato allora soprattutto da Giulio Di Donato, in grande ascesa e destinato a diventare in seguito vicesegretario del partito. Erano i tempi, tra l'altro, in cui il signor Benedetto Craxi detto Bettino veniva candidato alla Camera proprio nella circoscrizione di Napoli-Caserta e veniva eletto con una quantità spaventosa di preferenze, mentre al secondo posto c'era proprio Di Donato. Inevitabile, allora, che quest'ultimo chiedesse a Craxi di fare qualcosa: salernitani e irpini non potevano prendersi tutto e bisognava trovare un motivo per evitare che succedesse di nuovo e il segretario nazionale, anche per evitare attriti interni al partito - che sarebbero comunque esplosi più in là - si disse d'accordo. 
Lo stesso Carmelo Conte, conscio del problema, provò a proporre una soluzione: "Suggerii che i socialisti di Napoli candidassero qualcuno dei loro nei nostri collegi, per esempio avrebbero potuto candidare De Martino nel salernitano". La proposta, tuttavia, fu respinta al mittente: alla fine lo stesso De Martino rinunciò alla candidatura avendo trovato nel partito le porte sbarrate alla sua richiesta di essere nuovamente sostenuto congiuntamente dal Psi e dal Pci (sarebbe tornato a Palazzo Madama da senatore a vita nel 1991); a monte, però, si ripeteva con insistenza che lo stesso Di Donato non avrebbe accettato l'idea di attribuire ai socialisti salernitani il merito dell'elezione di De Martino, quindi non se ne sarebbe fatto comunque nulla. 

La soluzione tra le pieghe della legge

La soluzione, alla fine, spuntò fuori e la suggerì qualcuno che doveva avere studiato a fondo la normativa elettorale valida per il Senato, anche nel suo "non detto", quanto alla presentazione delle candidature e all'attribuzione dei seggi. In base alla legge n. 29/1948, in particolare, ogni candidato poteva presentarsi in una sola regione e in un massimo di tre collegi (art. 8, comma 1), depositando le firme e insieme un simbolo, tra quelli ammessi dal Viminale (art. 9, comma 2); lo stesso candidato doveva, entro il 30° giorno prima del voto - dunque anche dopo aver presentato la candidatura - "dichiarare all'ufficio elettorale regionale [...] con quali candidati di altri collegi della Regione intende collegarsi" (art. 11, comma 1). La stessa disposizione precisava che il collegamento doveva riguardare almeno tre collegi, anche se in questi era candidata la stessa persona; in più, era espressamente ammesso "il collegamento tra candidati aventi diverso contrassegno" (art. 11, comma 3). Dopo il voto (e assegnati eventualmente in prima battuta i seggi ai candidati che avessero vinto nel collegio con almeno il 65%), la distribuzione proporzionale - con metodo d'Hondt - avveniva tra i vari gruppi di candidati (art. 19).
Insomma, la disciplina elettorale per il Senato metteva realmente al centro più i candidati dei loro partiti, secondo una vocazione di stampo uninominale che ha caratterizzato molte "camere alte". Lo dimostrava, soprattutto, la scelta di distribuire i seggi tra i gruppi di candidati che potevano anche legarsi a simboli diversi: una norma pensata, probabilmente, soprattutto per le prime elezioni, in cui il quadro politico-partitico non si era ancora stabilizzato del tutto e quindi non erano impossibile geometrie politiche fluide, diverse da regione a regione, in un Senato eletto "a base regionale" (art. 57 Cost.) e dunque con un collegamento maggiore col territorio (poi le cose sarebbero andate in un altro modo, ma questa è un'altra storia...). 
Il fatto è che il legislatore del 1948 (vale a dire l'Assemblea costituente) aveva previsto espressamente la fattispecie di collegamento tra candidati con simboli diversi, ma non aveva regolato l'ipotesi in cui i candidati di uno stesso partito all'interno della regione avessero deciso di collegarsi non tutti insieme, ma in due diversi gruppi, contraddistinti dallo stesso emblema. Quest'eventualità non era prevista apertis verbis, ma non era nemmeno proibita, visto che la legge parlava semplicemente di "gruppi di candidati" tra cui ripartire i seggi in base ai voti ottenuti: la strategia poteva non essere conveniente, perché ripartire i voti su più gruppi poteva rendere più difficile per ciascun gruppo conquistare seggi, ma non risultavano impedimenti a quella scelta.
Su queste premesse, nel 1987 il Psi campano si sdoppiò: il gruppo più consistente di candidati - lo chiameremo Psi 1 - coprì i collegi delle province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, nonché quattro collegi della provincia di Napoli (Napoli 5, Afragola, Castellammare di Stabia, Nola); il gruppo meno nutrito - il Psi 2 - si presentò invece solo negli altri cinque collegi del capoluogo (Napoli 1, 2, 3, 4, 6) e a Torre del Greco. Questo, almeno, è quello che si deduce sommando i voti ottenuti dai rispettivi candidati, per arrivare ai totali rispettivamente del Psi 1 (284126 voti) e del Psi 2 (106692 voti): gli elettori, ovviamente, non potevano rendersi conto di questo sdoppiamento, visto che i simboli erano gli stessi e i collegamenti venivano fatti solo in sede di corte d'appello. 
Non risulta che qualcuno si sia opposto, in sede di ufficio elettorale regionale, alla soluzione del Psi; non è nemmeno impossibile - non c'è alcun elemento per affermare che sia andata così, ma scenari simili si sono ripetuti spesso nel corso degli anni - che, per verificare la fondatezza di quell'ipotesi, qualche dirigente socialista abbia interpellato la Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno, allora retto da Oscar Luigi Scalfaro, per avere un parere informale. Non è dato sapere esattamente quali motivi abbiano portato a scegliere di inserire nel secondo gruppo di candidati solo quei sei collegi, lasciando al primo tutti gli altri: è probabile che si sia cercato di mantenere nella circoscrizione del Psi 2 alcuni collegi in cui il Psi avrebbe potuto avere una certa forza numerica (ancor più che percentuale), visto che occorreva riuscire a ottenere almeno un seggio alla ripartizione proporzionale, concentrandosi il più possibile sulla zona di Napoli proprio perché si voleva dare rappresentanza al capoluogo. 

Sdoppiare il partito per distribuire i seggi

Di fatto, anche se non spettava e non spetta ai partiti il disegno dei collegi, il Psi aveva compiuto un'operazione di gerrymandering, di ritaglio chirurgico delle circoscrizioni, peraltro attraverso un meccanismo - il collegamento tra candidati - nato per dare rilevanza a un gruppo politico e non a un territorio.
Per il seggio napoletano, ovviamente nella speranza di aver fatto bene i conti e che anche per il Psi 2 scattasse l'eletto, in prima fila c'erano Francesco Guizzi, storico del diritto romano e fratello di un funzionario della Camera, candidato in tre collegi (Napoli 1, Napoli 6 e Torre del Greco), nonché lo stesso Giulio Di Donato, candidato in altri due collegi (Napoli 2 e 3) e contemporaneamente alla Camera in Campania 1, così da garantirne l'elezione da una parte o dall'altra; completava il quadro la candidatura di Giuseppe Russo, nel collegio di Napoli 4, vista essenzialmente per testimoniare la presenza del garofano anche lì.
Alla fine i conti tornarono abbastanza: il Psi 1 elesse tre senatori (Modestino Acone ad Avellino, Sossio Pezzullo a Eboli e Antonio Mario Innamorato a Sala Consilina), ma soprattutto il Psi 2 riuscì a far scattare l'eletto e fu Francesco Guizzi, che aveva ottenuto la percentuale più alta a Torre del Greco. I socialisti napoletani furono soddisfatti; Carmelo Conte lo fu un po' meno, convinto com'era che se si fosse presentato un solo gruppo di candidati non si sarebbero dispersi voti tra due soggetti diversi, con una cifra elettorale più alta sarebbe arrivato un quinto seggio e, candidando uno o due napoletani nel salernitano, almeno uno sarebbe stato eletto ("Così ci avremmo guadagnato tutti..."). Francesco Guizzi fu poi eletto giudice costituzionale dal Parlamento in seduta comune il 14 novembre 1991; il suo posto a Palazzo Madama fu preso proprio da Giuseppe Russo, unico aspirante al seggio rimasto del Psi 2 (visto che Di Donato ovviamente era stato eletto alla Camera).
Visto che, in un modo o nell'altro, il sistema aveva funzionato e nessuno ne aveva messo in dubbio la legittimità, nel 1992 il Psi campano si sdoppiò una seconda volta: stavolta la geografia dei gruppi di candidati cambiò, probabilmente in linea con le variazioni nell'elettorato, sempre cercando di far scattare il maggior numero possibile di seggi da una parte e dall'altra. In particolare, le combinazioni di numeri suggeriscono che in quel caso il Psi 1 si presentò ancora ad Avellino, Benevento, Caserta, Salerno e nei collegi di Napoli 2, 3 e 4 (quelli che alla fine risultarono meno convenienti, come numero assoluto di voti); il Psi 2, invece, si presentò nei collegi con maggior voti del capoluogo (Napoli 1, 5, 6) e in quelli di Afragola, Castellammare di Stabia, Nola e Torre del Greco. 
"Mani pulite" aveva fatto la sua comparsa tra le cronache meno di due mesi prima, quindi il Psi in Campania aveva potuto ancora beneficiare di una crescita di consensi notevole in tutti i collegi senatoriali: questo consentì ai socialisti di ottenere un seggio in più in regione, arrivando a cinque. Di questi, tre se li aggiudicò ancora il Psi 1, confermando Modestino Acone ad Avellino e Antonio Mario Innamorato a Sala Consilina e portando a Palazzo Madama Michele Sellitti; quanto al Psi 2, Giuseppe Russo fu confermato (ma questa volta ad Afragola, il collegio della "sua" Casoria, di cui era stato sindaco), mentre a Nola festeggiò il suo quasi omonimo Raffaele Russo. Lo sdoppiamento, insomma, aveva funzionato anche quella volta, mentre alla Camera Giulio Di Donato e Carmelo Conte avevano stravinto e a Napoli era stato eletto per la prima volta deputato Stefano Caldoro. 
Quel meccanismo, però, non avrebbe più avuto modo di esprimersi: nel 1993, sulla spinta del referendum che aveva reso maggioritaria la legge elettorale del Senato, fu introdotto un nuovo sistema elettorale misto, a prevalenza maggioritaria; in compenso, già poche settimane dopo le elezioni del 5 aprile 1992, era partita la pioggia di avvisi di garanzia e arresti per le inchieste di varie procure sulle tangenti. Il mondo era completamente cambiato: ci sarebbe stato ancora spazio per gli esperti di tecnica elettorale, ma avrebbero dovuto escogitare altre soluzioni, magari coniando simboli ad hoc (come per il centrodestra "a geometria variabile" tra Nord e Sud del 1994).

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