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mercoledì 24 aprile 2019

#RomanzoViminale: i simboli che non abbiamo visto al Ministero

Smaltita dopo un paio di settimane la "sbornia" da deposito di contrassegni al Viminale, restano i ricordi di quella manciata di ore, le impressioni generate da ciò che volta per volta (e, quasi sempre, con molta, molta calma) è finito esposto nel corridoio del piano terra e, in fondo, anche un po' di rammarico. Rammarico per i simboli che ci si aspettava di veder arrivare - o, molto più spesso, tornare - sul fondo nero delle bacheche e sotto le loro coperture di plexiglas. Già, perché quegli emblemi in questi giorni non li ha raccontati nessuno, non hanno avuto l'attenzione di un flash, di una telecamera, di un taccuino - ce ne sono ancora! - o di un dito pigiato su un tablet. 
L'anno scorso, proprio per restituire un po' di visibilità almeno ad alcuni di coloro che non avevano trovato la strada del Viminale, questo sito aveva inventato una finta bacheca in cui inserire una decina di simboli: invece che un Salon des Refusés (sullo stile di quello voluto da Napoleone III), un ancor più ardito Salon des jamais arrivés. Quest'anno, dopo l'ulteriore calo degli arrivi al ministero, sembra giusto fare lo stesso, con qualche conferma (di simbolo o di persona) e vari ingressi, vecchi, nuovi o nuovissimi: la bacheca è stata riempita a piena discrezione dell'amministratore della pagina e di alcuni suoi collaboratori, rigorosamente #drogatidipolitica. Nella speranza che prima o poi a qualcuno degli assenti qui celebrati venga voglia di tornare o varcare per la prima volta i cancelli di piazza del Viminale.

* * *

1) La Luce del Sud

In apertura di questa carrellata, una domanda sorge spontanea e, volendo, quasi urgente: ma tra i simboli apparsi per la prima volta in bacheca prima delle elezioni politiche del 2018, che fine ha fatto La Luce del Sud, il manifesto simbolico del Lucentismo di Giusy Papale? Come ha potuto il Viminale sopravvivere senza ospitare di nuovo il passaggio e l'affissione dell'emblema il cui programma si riassume nella massima "Fare, sempre fare, eternamente fare e dire, sempre dire, eternamente dire agli altri quello che vuoi sia fatto e detto a te stesso"? Quale spazio ci sarà per le Isole della Felicità concepite da Giusy Papale? Ma soprattutto, che ne è dell'offerta di 5mila euro sul quadro del simbolo fatta da Makkox a Propaganda Live a nome di Marco Damilano? Che il simbolo non sia arrivato al Ministero perché se l'è comprato lui?


2) Lista civica nazionale "Io non voto"

Da un'assenza fresca fresca a un habitué della fila viminalizia, che anche quest'anno ha "marcato visita". Nemmeno questa volta, infatti, tra i primi a depositare il proprio simbolo si è visto Carlo Gustavo Giuliana, con la sua mitica lista civica nazionale "Io non voto", che invece cinque anni fa, assieme ad altri due compari di fila, ha tenuto salde le posizioni della sua proposta politica. Lui, interrogato appositamente pochi giorni prima della due giorni romana, ha preannunciato la sua assenza, assicurando di voler tenere in caldo il suo simbolo pervinca-nero (molto palermitano) per le elezioni politiche, che potrebbero non tardare più di tanto. Nella sempre maggiore consapevolezza che il partito del non-voto è sempre più imbattibile in quest'Italia del Terzo Millennio (e se arriveranno le liste, sarà divertente l'esperienza situazionista di sapere che qualcuno voterà "Io non voto").


3) No Euro

Proprio come l'anno scorso, i veri #drogatidipolitica hanno sentito la mancanza al Viminale di uno qualunque della lunga sequela di emblemi prodotti da Renzo Rabellino e dalla sua "banda": cinque anni fa, in effetti, al mattino in fila c'era lui con il suo gruppo (compreso l'inesauribile Gianluca Noccetti), pronto a portare la Lista dei Grilli parlanti, Lega Padana, Pensionati e invalidi (per conto di Luigina Staunovo Polacco) e - soprattutto - Chiamiamolo per il Piemonte, anticipazione di ciò che non sarebbe stato alle regionali (non per loro volontà). Questa volta, trattandosi di elezioni europee, è giusto rappresentare Rabellino & co. con l'emblema più semplice, diretto e attinente: No Euro, contro la moneta privata della Bce e il signoraggio.


4) Liberaldemocratici

Altro soggetto perfettamente a suo agio in ambito politico che diserta da troppo tempo i corridoi del Viminale (l'ultimo suo avvistamento risale al 2013) è Marco Manuel Marsili. Questa volta, tuttavia, non lo si vuole rappresentare e richiamare con la sua ultima creatura politica, ossia i Pirati (peraltro già ammessi nel 2013 pur in presenza del Partito pirata), bensì con la sua creatura politica più raffinata e interessante, i Liberaldemocratici. Non solo l'emblema si sarebbe ben prestato a una competizione di rango europeo, ma quel bird of liberty che rimanda tanto ai LibDem britannici avrebbe addirittura potuto - visto l'andazzo delle ultime settimane - correre senza firme (e figurarsi se il Pirata liberaldemocratico avrebbe avuto problemi a dare prova di un'affiliazione...)


5) Partito delle buone maniere

Altra assenza molto sentita quest'anno, dopo la presenza vulcanica del 2018, è stata quella di Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction: stavolta dunque niente strisce pedonali portatili, niente pastarelle, niente caciocavalli per ravvivare l'atmosfera dell'austero - e più regolamentato del solito - corridoio viminalizio. E pensare che il simbolo pronto c'era già: nessuna riedizione di Preservativi gratis o del Partito degli impotenti esistenziali, ma una nuova variazione del Partito delle buone maniere, con due volti che si guardano con educazione (si vede che ce n'è molto bisogno) al posto della mano guantata che porge un fiore. Un simbolo, tra l'altro, che dovrebbe partecipare a una delle prossime regionali e alle amministrative (per lo meno di Caserta): quell'appuntamento il dottor Cirillo non lo mancherà.


6) M.E.T. - Movimento per l'economia e il territorio

Ormai da cinque anni i funzionari dei servizi elettorali del Ministero dell'interno non vedono Marco Di Nunzio, cioè da quando alle scorse europee non gli venne in mente di depositare il simbolo di Forza Juve - Bunga Bunga - Usei (prima che al quarto piano del Viminale piombasse una diffida grande così della Juventus e, dopo aver riammesso con difficoltà il contrassegno modificato chissà da chi, si decidesse di aggiungere a tutte le successive Istruzioni sulla presentazione delle candidature il "comma Di Nunzio" che vietava l'inserimento di marchi di società "anche calcistiche"). Eppure stavolta Di Nunzio, l'Eroe simbolico dei Due Mondi, aveva a disposizione il simbolo più sobrio della sua carriera, quello del Movimento per l'economia e il territorio: talmente sobrio che, alle ultime comunali in cui è stato presentato, non lo ha votato quasi nessuno. Ma nelle bacheche ministeriali non avrebbe certo sfigurato...


7) Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo

Questo simbolo, diciamo la verità, è stato il più vicino in assoluto, tra quelli ospitati in questa bacheca des jamais arrivés, ad arrivare nel posto in cui tutti si sarebbero fermati a guardarlo. Già, perché Mauro Fortini, uno dei recordman di passaggi televisivi all'interno dei telegiornali e non solo, alle 8 dell'8 aprile era sulla piazza del Viminale pronto al deposito: aveva fatto stampare una copia del suo simbolo - concepito da lui e realizzato, anche qui, chissà da chi - denominato Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo, che in un cerchio riassumeva tutta la sua filosofia, con tanto di penna arancione, ferma ma pronta a essere mossa con perizia. Pare che il simbolo e il suo protagonista siano arrivati fino al cancello del Ministero e poi siano stati allontanati dallo spettro della burocrazia; in ogni caso, c'è da giurarci, l'ingresso dell'anticamera elettorale è solo rimandato. Magari alle prossime politiche (e con le telecamere che stavolta cercheranno proprio lui).


8) Movimento sociale Fiamma tricolore

Nel 2018 il simbolo era in qualche modo presente all'interno del cartello Italia agli italiani (assieme a Forza Nuova); questa volta, invece, come nel 2014, il simbolo del Movimento sociale Fiamma tricolore non è proprio arrivato in bacheca. Non si è visto né il segretario nazionale Attilio Carelli, né alcuna persona delegata da lui. Così la goccia tricolore seghettata è rimasta fuori e l'area di estrema destra è rimasta rappresentata solo dal cartello Destre unite - CasaPound e da Forza Nuova; tra il 1996 e il 2013, invece, l'emblema non era mai mancato, anche quando le liste non erano in progetto. Chissà se, prima o poi, qualcuno deciderà di farlo tornare...


9) Federazione nazionale dei Verdi-Verdi

Tra i leoni d'Italia, venetisti o valdostani, la testuggine ottagonale, le colombe, le aquile fiammesche e i cavalli in volo, qualcuno non riesce proprio a farsi una ragione dell'assenza ormai decisamente prolungata dell'orsetto che sorride e saluta della Federazione nazionale dei Verdi-Verdi. Il partito ideato e guidato dal piemontese Maurizio Lupi, in effetti, è comparso l'ultima volta nel 2006, anche se il fondo era blu e il nome era diventato Ecologisti democratici - L'ambienta-Lista (per la bocciatura da parte dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, che aveva rilevato la somiglianza con i Verdi). Dal 2014 il soggetto politico non è più nemmeno nel consiglio regionale del Piemonte: possibile che nessuno abbia voglia di vederlo di nuovo su bacheche, manifesti e schede?


10) Italia dei valori

Nel 2014 il simbolo era tornato nelle bacheche viminalizie perché, forte dei parlamentari europei eletti nel 2009, le sue liste avrebbero potuto correre senza raccogliere firme a quelle elezioni europee. Già nel 2018, invece, l'Italia dei valori, guidata da Ignazio Messina e senza più la presenza - anche solo nel simbolo - del suo fondatore Antonio Di Pietro, aveva scelto di non comparire nemmeno tra gli emblemi depositati a mero scopo cautelativo. Evidentemente nessuno ha sentito il bisogno di dare nuova visibilità al gabbiano arcobaleno che fin dall'inizio ha caratterizzato la vita del soggetto politico. Non è dato sapere se si tratti di un arrivederci o se il volo sia definitivo: da queste parti, ovviamente, si spera di no.


11) Democrazia cristiana

Non si può ovviamente dire che a queste elezioni fosse assente una Democrazia cristiana, come ben sa chi ha seguito la storia delle impugnazioni e delle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale e dei giudici amministrativi. A mancare questa volta è la Dc con lo scudo crociato arcuato, di gusto più risalente e a fondo bianco, il simbolo che nel 2014 fu depositato tanto da Pellegrino Leo (in quanto iscritto alla Dc mai sciolta), quanto soprattutto da Angelo Sandri, che da Cervignano del Friuli scese cinque anni fa con tanto di cravatta scudocrociata, pronto a difendere le proprie ragioni di segretario politico. Entrambi hanno "marcato visita" nel 2018 e questa volta hanno fatto lo stesso: che stiano preparando qualche colpo ad effetto per le prossime politiche?


12) W la Fisica

Non si avverte solo l'assenza di Giusy Papale, ovviamente: tra le new entry del 2018, accanto ai Free Flights to Italy, ai 10 volte meglio, al Partito Valore umano e al Rinascimento sgarbiano, spicca l'assenza di W la Fisica. Il simbolo presentato da Mattia Butta, perfetto esemplare della corrente del bianconerismo (spruzzato di essenzialismo e geometrianaliticismo), l'emblema che più di tutti colpì Roberto Calderoli e deluse una cospicua parte di italiani che non lo trovarono sulle schede (si presentò solo all'estero), questa volta non è comparso nemmeno nei dintorni del Viminale. Un vero peccato, perché il bisogno di una cultura scientifica più diffusa e vissuta non è affatto calato, anzi, se possibile è raddoppiato. Forza Butta, l'Italia ha bisogno di te e gli appassionati di politica pure...


13) Nuovo Psi

I frequentatori di questo blog, già alla sera del 7 aprile, lo avevano notato subito: quest'anno in bacheca non c'è nemmeno un garofanino piccolo così. A mancare, soprattutto, è stato il simbolo del Nuovo Psi di Stefano Caldoro, l'unico che - pur avendo decisamente ridotto la presenza elettorale - manteneva con continuità l'uso del fiore dei socialisti craxiani e post-craxiani (non con particolare gioia del Psi). Si tratta della prima assenza del garofano caldoriano, sempre presente al Viminale dal 2006 (mancò solo sulle schede nel 2009, per l'estromissone da parte dell'Ufficio elettorale nazionale): mancanza di tempo, di interesse o semplicemente ci si prepara per appuntamenti di maggior interesse nazionale?


14) Sì Tav - Lavoro - Grandi opere - Maie

Questo simbolo rappresenta, se si vuole, una piccola eccezione. Non è stato finora usato e probabilmente non lo sarà mai, ma qualcuno lo aveva seriamente concepito con l'idea di partecipare alle elezioni regionali piemontesi e, magari, di correre anche a quelle europee. Bartolomeo Giachino, tra i fondatori dell'associazione Sì lavoro, ne avrebbe approfittato per dare risonanza anche al suo messaggio Sì Tav e al sostegno alle Grandi opere. Certo, per correre alle europee sarebbe stato necessario raccogliere le firme oppure ospitare nel contrassegno il simbolo di una forza esente. Come il Maie, che nel 2009 aveva esonerato i Liberal Democratici e nel 2014 aveva fatto lo stesso con Io cambio. Quest'anno, per la prima volta, né il Maie né l'Usei sono finiti su alcun emblema per attribuire l'esenzione: se questo da una parte si spiega con la strada dei partiti europei (di cui si è ampiamente parlato), varrebbe la pena chiedersi come mai nessuno stavolta abbia scelto la via latinoamericana.


15) Democratici di sinistra

La nostra fantabacheca si chiude con un partito che non opera più, ma esiste ancora: sulle schede non finisce più dal 2008 (compreso), ma per anni ha continuato a comparire nei corridoi del Ministero dell'interno. Sì, perché prima - nel 2008 e nel 2009 - il simbolo dei Democratici di sinistra veniva portato da Barletta dal gruppo di Antonio Corvasce che voleva continuare a essere diessino senza essere del Pd (ma Viminale e magistrati di cassazione sbarravano la strada a quell'emblema); nel 2013 e nel 2014 è stato fatto depositare per sicurezza da Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Ds, proprio per evitare sorprese. L'anno scorso e quest'anno, invece, nessuno ha portato la Quercia (e stavolta neanche la Margherita si è vista, forse perché non c'era un Dellai che avrebbe voluto usarla e da cui qualcuno voleva cautelarsi). Eppure è bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia sciogliere un partito è un procedimento maledettamente difficile e, soprattutto, lunghissimo: le querce, del resto, alla longevità sono abituate.

venerdì 6 novembre 2015

Quando a Milano si suggeriva di votare "No ICI"

Un sano ripescaggio degli episodi simbolici del passato può aiutare gli osservatori, i curiosi e gli interessati (perché stanno per presentare liste o perché studiano il fenomeno) a capire meglio le regole vigenti in materia di contrassegni elettorali e, soprattutto, il modo in cui vengono applicate. Si prendano, ad esempio, le elezioni comunali del 2006 a Milano, una consultazione che meriterà di essere frequentata più volte anche nei prossimi giorni. 
Di candidati alla poltrona di sindaco, quella volta, se ne contarono ben dieci, i simboli a loro sostegno furono addirittura 34 e la loro disposizione obbligò le tipografie a conformare una scheda lunghissima, non proprio facile da piegare. Se però tutti gli occhi erano puntati sulla sfida tra Bruno Ferrante, già prefetto della Madonnina e candidato dal centrosinistra, e Letizia Brichetto Arnaboldi, coniugata Moratti, proposta dal centrodestra e vittoriosa al ballottaggio, qui vale la pena dare uno sguardo a uno dei candidati meno nominati, Ambrogio Crespi, colui che il sorteggio aveva destinato ad aprire la maxischeda elettorale.
Più che di Crespi (fratello del più noto Luigi, già patron di Datamedia), in realtà, vale la pena parlare dei due simboli che lo sostenevano. Uno era la crasi grafica dei Socialisti di Bobo Craxi (con la sola corolla del garofano su fondo rosso, visto che il Viminale pochi giorni prima aveva ritenuto che il gambo fosse un elemento di confondibilità) e della Federazione dei Liberaldemocratici di Marco Marsili, con il suo bird of liberty utilizzato anche dai Libdem britannici (e non solo). L'altra lista, invece, sembrava simboleggiata da un vero segnale di divieto. Era impossibile pensare ad altro, con quel cerchio bianco a pesante bordo rosso, che conteneva la dicitura "NO ICI" in un Helvetica Inserat decisamente schiacciato.
Quella fu la campagna elettorale che Berlusconi chiuse, nel secondo dibattito con Prodi, promettendo di abolire l'Ici, ma già prima da più parti si era chiesto di eliminare il balzello sugli immobili, piuttosto antipatico per molti. Fu lo stesso Marsili a cogliere questo sentimento e a decidere di trasportarlo in un emblema, con la speranza che gli elettori si riconoscessero in quella battaglia e ci mettessero una croce sopra. Le cose non andarono esattamente così: se il cartello I Socialisti - Liberaldemocratici prese 558 voti, No Ici si fermò a 353, sfiorando in entrambi i casi lo 0,1%.
Al di là del risultato di certo non soddisfacente, l'esperienza poteva comunque servire da lezione per chi, volendo protestare contro gli eccessi del prelievo tributario, sceglieva di tradurre la protesta in simbolo elettorale. Nessuno, infatti, bocciò l'emblema di Marsili, così come nessuno ha contestato negli anni il Basta tasse di Luciano Garatti: è nel diritto dei cittadini, infatti, non condividere il sistema di tassazione (chiedendo che sia reso meno duro e iniquo) o lamentarsi di singoli tributi, come appunto l'ex Ici. Diverso era invece citare un marchio registrato come Equitalia, cosa che ha fatto bocciare nel 2013 il contrassegno di Liberi da Equitalia, oppure dare l'impressione di difendere o incitare all'evasione fiscale: sempre Liberi da Equitalia era stato cassato anche per questo, assieme a Forza Evasori di Leonardo Facco e Giorgio Fidenato. Dare l'impressione di voler boicottare la riscossione dei tributi, dunque, non si può fare; criticare la macchina delle tasse o un suo specifico ingranaggio, al contrario, si può. A patto di pagare, ovviamente.  

lunedì 19 ottobre 2015

Milano, il mistero di Forza Nord

Quando si voterà a Roma, ancora non è ben chiaro: il comune dovrà essere commissariato, ma i tempi si vedranno prossimamente. Le elezioni sotto la Madonnina, invece, sono certe per l'anno prossimo: il test del voto per rinnovare l'amministrazione di Milano sarà certamente il più atteso nel 2016, assieme a quello di Napoli (solo quello di Roma, ovviamente, potrebbe ottenere maggiore interesse). 
Nessuna notizia certa sui contendenti al momento, anche se le ipotesi che hanno più spazio sui media riguardano proprio i possibili nomi in corsa. Nessuna indiscrezione palpabile sul MoVimento 5 Stelle (anche se la sua presenza sulla scheda è quasi scontata), vari nomi per il centrosinistra a guida Pd (in prima linea Emanuele Fiano e Pierfrancesco Majorino); nel centrodestra, invece, prima ancora che un nome si cerca una soluzione unitaria che tenga insieme Forza Italia, Lega Nord e magari il Nuovo centrodestra (non a caso si parla ancora della possibile candidatura di Maurizio Lupi).
Proprio al centrodestra "ufficiale", tuttavia, qualche outsider potrebbe portare un inatteso disturbo, potenzialmente in grado di intaccare il panettone di Silvio Berlusconi (improbabile candidato per Palazzo Marino) e Matteo Salvini (che quel posto lo avrebbe voluto, ma ora sembra più facile un suo passo indietro), ben determinati a riconquistare il capoluogo lombardo. La minaccia, peraltro, potrebbe non arrivare da chi aveva già confermato la candidatura, come Vittorio Sgarbi (con la sua lista personale), Corrado Passera (al battesimo ufficiale di Italia unica) o il redivivo Antonio Di Pietro (con l'Idv che fondò ma di cui non fa più parte?), bensì da una formazione, o addirittura una coalizione "pirata".
In questi giorni, infatti, stanno iniziando a circolare alcuni simboli "strani", che potrebbero essere pericolosamente evocativi delle liste principali del centrodestra, ma sono congegnati in modo da passare sostanzialmente indenni al controllo degli uffici elettorali, precedenti alla mano. Uno di questi, ad esempio, è intitolato Lega per Milano, con la prima e la terza parola in evidenza, su uno sfondo verdino con la sagoma geometrica del duomo di Milano sfumata in bianco-azzurro, mentre decisamente in primo piano c'è l'elemento centrale dello stemma meneghino, cioè lo scudo bianco con croce di San Giorgio rossa sopra. Quest'ultimo fregio, in effetti, potrebbe dare qualche problema, visto che da alcuni anni (dal 2013 per l'esattezza) le istruzioni per la presentazione delle candidature stilate dal Viminale - che i presentatori di liste sono comunque tenuti a rispettare - vietano l'uso di "simboli propri del Comune", cosa che già si è ricordata per il contrassegno già presentato da Sgarbi. In quel caso, tuttavia, lo stemma è completo di diadema e corona d'alloro, mentre qui c'è solo lo scudo, quindi la commissione elettorale potrebbe anche chiudere un occhio; tutto il resto dell'emblema, invece, non creerebbe alcun tipo di problema. Non la grafica, certamente non confondibile con quella di alcun'altra lista, ma nemmeno la parola "Lega": il Consiglio di Stato ha ufficialmente "sdoganato" l'uso di quel termine anche slegato da soggetti affini alla Lega Nord (in quel caso, Lega Toscana - Più Toscana), ritenendo che non potesse esserci alcun diritto di esclusiva per il Carroccio.
Anche più insidioso è un altro potenziale fregio elettorale, quello di Forza Nord. Il nome si presenta come una crasi tra Forza Italia e Lega Nord, senza essere nessuno dei due. La grafica in qualche modo ricorda quella di Forza Italia - in particolare il suo sviluppo orizzontale, senza bandiera, utilizzato soprattutto alle elezioni del 1996, ma non solo - essenzialmente per l'uso della font (un Helvetica compresso corsivo) e per le scritte "impilate", con tanto di banda centrale a sinistra e a destra. I colori però sono diversi (nero e verde fosforescente su fascia bianca, con due segmenti circolari verde e nero rispettivamente nella parte superiore e inferiore del cerchio.
Proprio perché il fregio è più insidioso, i funzionari della commissione elettorale potrebbero mettersi di traverso, ma non su tutto. A partire dal nome: in varie occasioni alle elezioni sono stati ammessi simboli contenenti diciture sul calco di "Forza ..." ma non legate a Fi, quindi "Forza Nord" non dovrebbe creare problemi. Nel 2012, addirittura, a Piacenza fu accettata la lista Forza Piacenza Insieme (alleata del Carroccio ma a sostegno di un candidato diverso rispetto a quello di Fi), che sullo sfondo aveva persino un tricolore; bisogna però ammettere che in quell'occasione sulle schede c'era il simbolo del Pdl e non quello forzista, cosa che può avere facilitato l'ammissione dell'altro emblema nonostante gli esposti di Forza Italia. 
Per qualcuno la differenza cromatica, unita a quella del nome, potrebbe essere sufficiente a scongiurare la bocciatura del contrassegno; per altri, invece, questa avverrebbe comunque a causa del carattere utilizzato, per giunta in Italic. Una diversa font, usata in tondo, potrebbe però bastare ad aggirare l'ostacolo; non si dimentichi che l'ammissibilità dei contrassegni alle elezioni comunali tradizionalmente è valutata con meno rigore rispetto alle scelte fatte dal Ministero dell'interno. Lo stesso Viminale che, per la cronaca, nel 1994 ammise in seconda battuta la versione modificata di Forza Sardegna, dopo che aveva rinunciato alla forma di bandiera "al vento" (accontentandosi di un vessillo rettangolare) e alla font Helvetica.
Resterebbe da capire, secondo il canone classico del complottismo, "chi c'è dietro". I buoni lettori di indizi (purché ovviamente siano drogati di politica fino al midollo) potrebbero riconoscere, ad esempio, la sagoma del duomo milanese già utilizzata nel 2004 alle provinciali dalla Lista per Milano città Metropolitana - Liberaldemocratici federalisti riformatori europei: candidò, tra gli altri, Pietro Mennea (curiosità: suo avversario per i Ds a Milano centro era Emanuele Fiano), Anna Belardi e Viola Valentino (all'anagrafe Virginia Minnetti). La stessa Valentino che, nel 2013, era candidata al consiglio comunale di Aviatico, nel bergamasco, con la lista dei Pirati. 
Non era - diciamolo subito - una lista legata al Partito pirata dell'Internazionale Pirata, ma candidava a sindaco Max Loda e aveva come portavoce nazionale Marco Marsili. Lo stesso che era riuscito a far ammettere il simbolo del Jolly Roger alle elezioni politiche del 2013 (presentando liste in Lombardia) e che negli anni ha "diretto" molte iniziative elettorali, alcune delle quali deliberatamente volte a mettere "sotto stress" le norme dettate per il voto. Qualche indizio forse non fa una prova, ma qualcuno potrebbe anche guardare con attenzione a cosa si sta muovendo in Lombardia, con la certezza che potrebbe uscire qualcosa di sorprendente. Sicuramente di non monotono.

giovedì 17 gennaio 2013

"I Pirati" alla riscossa

Già rientrato in corsa uno dei simboli ricusati in un primo tempo dal Viminale. Il Partito pirata di cui è portavoce Marco Marsili, infatti, ha accettato di compiere le modifiche che secondo i funzionari del Ministero dell'Interno erano necessarie e comunque sufficienti perché il contrassegno "incriminato" non risultasse più confondibile con l'emblema del Partito pirata "ufficiale" - l'unico ad essere tutelato e ritenuto ammissibile in sede di controllo dei contrassegni, tra i tre fregi elettorali presentati nei giorni scorsi che si rifacevano direttamente alla "flotta pirata".
Gli elementi di criticità - gli stessi che erano già stati oggetto delle due ordinanze cautelari del Tribunale di Milano ricordate dalla sola formazione "pirata" ammessa - erano la denominazione integrale "Partito pirata" e la bandiera nera che era inserita come piccola riproduzione all'interno dell'emblema. Quel simbolo era stato presentato alle elezioni amministrative almeno una volta (specie in varie competizioni in piccoli comuni, anche senza bisogno di raccogliere le sottoscrizioni), ma per il Viminale questa volta non poteva essere ammesso, pur essendo stato presentato prima rispetto al Partito pirata "ufficiale". 

Il partito guidato da Marsili, tuttavia, ha presentato una nuova versione dell'emblema, che alla denominazione originaria sostituisce l'espressione maiuscola "I pirati", scritta in nero e non più in bianco - sarebbe stata di grande effetto se proposta con un vero font "corsaro", ma nella ridotta riproduzione sulla scheda la resa sarebbe stata disastrosa - ed elimina del tutto la vela nera che resta appannaggio esclusivo (in questa tornata elettorale) del Patrito pirata "ufficiale".

Vero simbolo caratterizzante dell'emblema dei Pirati, del resto, era ed è il jolly roger, il teschio con due sciabole incrociate al posto delle due tibie: dopo l'eliminazione della vela/bandiera, la raffigurazione è stata ulteriormente ingrandita per occupare più spazio nel tondo, sempre tinto di quell'arancione che in ambito "corsaro" ha decisamente conquistato terreno. Su alcune schede di Camera e Senato, la formazione presenterà il proprio simbolo ora non più confusorio - anche se, c'è da giurarlo, l'ammissione non piacerà ai Pirati "veri" - e riproverà a ottenere consenso, come ha fatto alle elezioni amministrative.  
Movimento pirata, "bocciato"
"Nonostante i fastidi creati da alcuni antagonisti di estrema sinistra, che hanno cercato in ogni modo di impedirci di partecipare alle elezioni - ha dichiarato Marsili - il Viminale ha ritenuto che avessimo diritto a partecipare all'imminente consultazione con il nostro simbolo, visto che facciamo politica da anni, e presentiamo liste, diversamente da altri pseudopartiti". Il leader parla proprio mentre è stata eseguita l'ordinanza di "oscuramento" del sito della formazione www.votapirata.it, emessa il 30 marzo 2012. Sito o non sito, c'è ancora tempo per vedere come si chiuderà il tutto: il finale, per ciò che si sa, è quasi a sorpresa...

sabato 12 gennaio 2013

Il Quarto stato conteso

Il simbolo di Loda
Quale sarà mai, dunque, la "Rivoluzione civile" giusta? Quella di Antonio Ingroia che tutti conoscono grazie alla stampa e alle immagini dei tiggì, oppure quella di Max Loda, che è apparsa sulla bacheca del Viminale molto prima di quella più nota, senza il nome del magistrato in bella mostra ma con lo stesso nome e la sagoma del Quarto stato di Pellizza da Volpedo ben riconoscibile?
Non bastava, dunque, la grana che era emersa nei giorni scorsi, per cui Giancarlo Filippo Pio Caldone, sindaco del paese di Volpedo, ha chiesto ufficialmente a Ingroia – pena un'azione legale – di rinunciare alla silhouette della nota opera di Pellizza, criticando la resa grafica ("Il suo stilizzato è veramente orrendo") e la mancanza di ogni comunicazione sulla scelta di utilizzare l'immagine sul contrassegno ("il quadro non deve essere più un simbolo di movimenti o partiti politici ma patrimonio di tutta l’umanità, rappresentando tutti coloro che lo ammirano e lo apprezzano"). Non bastava neppure la polemica dell'assessore milanese Franco D'Alfonso – seguita all'uscita durissima di Pisapia che ha bollato l'uso dell'immagine da parte di Rivoluzione civile come "appropriazione indebita" – che si è domandato "cosa c’entri un simbolo dell’unità della classe operaia e lavoratrice, della storia e della tradizione socialista e della sinistra italiana, l’immagine universalmente riconosciuta della solidarietà e del riscatto sociale collettivo con una Lista nata per dividere ed elevare a programma politico il giacobinismo mediatico giudiziario" (c'entrerà anche lo scorno per vedere utilizzato altrove e diversamente il colore arancione? O qualche cattivo retrogusto socialista per la presenza di Di Pietro nella formazione?)
Il simbolo di Ingroia
Ci voleva, dunque, anche l'arrivo deI Loda da Lodi, per completare il quadro. Alle sue spalle ha una militanza leghista, un lungo periodo nel movimento No Euro al fianco di Renzo Rabellino, con il quale ha creato gran parte dei simboli delle Leghe Padane (ma sono suoi anche i simboli del
Partì demucratec padan, del Fronte cristiano e altri ancora) e che ora è un dirigente nazionale del Partito Pirata (quello di cui è portavoce Marco Marsili, al solito bisogna precisare). "Non ci si può impadronire del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo così – dichiara oggi Loda al Giorno –. Credo proprio che il dottor Ingroia dovrà trovarsi un altro simbolo. Peraltro noi lo usiamo da tanto; comunque il Quarto Stato l’ho usato in altre liste civiche. Noi siamo rivoluzionari da sempre". Se andrà veramente così, è da vedere: Loda è convinto delle sue ragioni, Ingroia anche. Tocca ai funzionari del Viminale dire chi ha effettivamente torto.

venerdì 11 gennaio 2013

I Pirati "molto scherzosi e altruisti" di Marsili

«Ti avevo promesso che ti saresti divertito: ho mantenuto la promessa?» Inizia così la mia chiacchierata con una delle persone che meglio di altre può spiegare cos’è accaduto al Viminale questa mattina, in sede di presentazione dei contrassegni elettorali. Marco Manuel Marsili, portavoce del "suo"  Partito Pirata (quelli con il teschio e le due sciabole sul simbolo, per capirci) e indicato come capo di quella forza politica, parla alla fine di una giornata intensa: è stanco («Non dormo da lunedì!») e altri l’hanno intervistato in precedenza, ma si sottopone con pazienza alle mie domande.

Alla fine hai portato il “tuo” Partito Pirata, ma gli altri che c’erano prima di te erano legati a te?

Come sai si porta un solo contrassegno e io, giustamente ho portato il Partito Pirata.

Eppure mi sembrava di aver capito che anche gli altri avessero a che fare qualcosa con te…

C’è un ragazzo, questo Andrea Massimiliano Danilo Foti, che con altri nel 2007, dopo due anni di esperienze di meet-up, visto che Grillo diceva che non avrebbe mai partecipato alle elezioni, mentre loro avrebbero voluto farlo, aveva creato con tanto di atto costitutivo e statuto questo “Movimento 5 Stelle”, infatti il simbolo è molto simile e giustamente non c’è il riferimento al sito di Grillo perché questi hanno preso una strada autonoma già nel 2007. Quanto a noi, sai che i pirati per formazione vanno all’assalto, sono molto scherzosi, ma sono anche molto altruisti, quindi quando si può dare una mano a qualcuno, divertendosi anche…

E in questo caso, la mano qual è stata?

Quella del Signore, diciamo così… no? La mano invisibile.

… che ha fatto in modo che loro fossero tra i primi.

Eh, diciamo che non abbiamo certamente intralciato questo esercizio della democrazia.

Vi hanno contattato loro o sapevate già della loro esistenza?

Guarda, ci sono tante realtà politiche. Bossi non ha inventato la Lega, Grillo non ha inventato il Movimento 5 Stelle, l’ha detto anche Favia oggi: il M5S non è suo, quindi … probabilmente uscirà qualcosa di nuovo su questa vicenda nelle prossime ore. Stamattina, poi, c’erano tante di quelle democrazie cristiane che poi son sparite…

E l’altro simbolo prima dei pirati? La Rivoluzione civile senza Ingroia?

Quello l’ha presentato ufficialmente – perché ha già fatto dichiarazioni pubbliche e svariate interviste – Max Loda.

Che è sempre legato ai “tuoi” pirati…

Sì, è un dirigente nazionale del Partito Pirata. Aveva tutta la titolarità di portarlo, semplicemente perché era uno dei tanti simboli che lui aveva creato, sono varie decine, si trovano anche su internet e sui libretti del Viminale.

Quindi, nella bacheca c’è prima il Maie, poi il M5S di Foti, poi la Rivolzione civile di Loda, poi ci sono i tuoi Pirati.

Certo, il Partito pirata ha il suo contrassegno solito e quello presenta.

Dalla tua hai le partecipazioni alle elezioni amministrative dell’anno scorso, ma a tuo sfavore hai le due ordinanze del tribunale di Milano che ti inibivano l’uso del nome “Partito pirata” e della bandiera nera.

Ma è roba che non fa testo! Quelle sono ordinanze cautelari: c’è una causa di merito in corso, aspettiamo quella e poi magari, tra una ventina d’anni come con la Democrazia cristiana, ne riparliamo. Non si può davvero pensare di tenere bloccato solo con una causa cautelare, che non accerta nulla a fondo, l’uso di un nome, peraltro da parte di un’associazione che finora non ha fatto politica come “quei” Pirati. Non hanno capito che per le elezioni vale una disciplina diversa rispetto alla titolarità dei segni distintivi: non a caso, anche nelle ultime elezioni cui abbiamo partecipato, per rinnovare l’amministrazione comunale di Camerata Nuova, abbiamo utilizzato lo stesso simbolo che abbiamo depositato poche ore fa, con scritto “Partito Pirata” e non più “Pirateparty.it” come avevamo indicato in precedenza, e la commissione non ha avuto alcuna difficoltà ad ammettere il nostro emblema.

Nell’eventualità che il Ministero dell’interno ti inviti a sostituire il tuo emblema, dichiarando che l’unico elemento di confondibilità è la vela nera e dunque suggerendoti di toglierla, lo farai?

Perché mai dovrebbe chiedermelo? Sarebbe molto al di fuori di quello che il Ministero può chiedere; casomai una domanda simile andrebbe fatta a questi altri signori. Loro e gli altri del Movimento 5 Stelle, imparassero ad arrivare prima, per tutelare i loro segni: noi ci siamo fatti una lunga veglia praticamente da lunedì, loro sono arrivati tardi e questa è la conseguenza.

Nella bacheca ministeriale è apparso anche un Movimento pirata: come mai ora è così inflazionato?

Beh, è semplice. Non si è occupato nessuno prima di noi di fare politica con quel nome. Casualmente, da quando noi abbiamo preso in mano quel nome e quel simbolo e ci siamo fatti il culo, qualcuno ha pensato bene di approfittarne: non lo ha fatto ricorrendo alla propria capacità politica, bensì ricorrendo alla magistratura. Forse perché la prima non ce l’hanno?

Se quei simboli passeranno il vaglio del Viminale, integrali o modificati, contate di presentare liste?

Noi certamente presenteremo le liste del Partito Pirata. Per il resto, abbiamo sempre aiutato tutti e lo faremo sempre nei limiti del possibile, sena che questo danneggi le nostre iniziative. Se ci sono esperienze che meritano e hanno qualcosa da dire, perché no? In questi giorni parecchi ci hanno chiesto “un aiutino” su vari fronti, noi invece non abbiamo mai chiesto niente a nessuno e infatti nessuno ci ha mai dato niente, andiamo sempre da soli, mai coalizioni.

C’è chi ti ha definito «un creatore di simboli»: ti ritrovi in questa etichetta?

Perché no? Con quelle schifezze che si vedono in giro, dalla lista Monti a Fli… credo che questi dovrebbero andare a lezione di buon gusto e, già che ci sono, anche di politica, non gli farebbe male, visto che non ne capiscono di politica e di economia. I loro simboli non dicono niente, perché non hanno niente da dire: il nostro simbolo è tutt’altra cosa. Ma vale anche per altri: vuoi mettere la bellezza del nostro manifesto di Johnny Depp, che tra l’altro è il nostro presidente onorario, contro il grigiore di Bersani?

Diamo qualche numero: nel 1994 è stato stabilito il record dei contrassegni ammessi, se ne sono contati 312. Credi che quel numero possa essere battuto in questi giorni?

No, quello è un record impossibile da battere: a provocarlo era stata la legge elettorale, con quelle doppie schede per la Camera, a far proliferare i contrassegni.

Eppure stamattina, anche a distanza, ho avvertito una grande quantità di energia che non aspettava altro che esplodere…

Beh, sì, c’è molto malcontento verso i partiti, i “carrozzoni”, quindi la stanchezza ha fatto tornare la voglia di fare qualcosa, di non essere servi della gleba. Oggi la politica che va per la maggiore è collusiva, lo mostrano anche queste offerte al “centro” di Monti da questa o dall’altra parte: chi non è lì per mercanteggiamenti, ha idee e fa politica per passione non tollera tutto questo. Lo devo dire, mi ero un po’ assentato in questi anni, ma sono stato richiamato in servizio. Per capirci, io non prendo un centesimo come consigliere comunale del Partito Pirata.

Marco Marsili politico per passione al 120%?

Sì, anche se ho cercato di smettere; se lo fai come noi ci devi veramente credere.

Mi hai detto altre volte che chi presenta simboli “particolari” lo fa anche per provare la tenuta delle discipline elettorali. Cosa diresti dopo questa giornata?

Il sistema ha dimostrato di non reggere lo stress test. Gli episodi di oggi dimostrano quanto sia vacuo e fallace il sistema elettorale italiano, ma noi lo sappiamo da sempre, gli altri sembrano accorgersene ora. Questo vale soprattutto per Grillo, che credo sia molto più pericoloso dei vari Berlusconi, Monti, Bersani, Bossi messi insieme. Paradossalmente è diventato il nostro primo avversario. Lui aveva detto che i “grillini” non avrebbero mai partecipato alla pagliacciata delle elezioni, che non sarebbe nato un partito: ora il M5S partecipa alle elezioni, Grillo è proprietario del simbolo e a ottobre ha provato a registrare un marchio con la parola Pirati. È coerenza questa? Io in fondo ho solo accompagnato alcune persone a fare qualcosa che non è illegale e, comunque, è giusto.

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P.S. Ricevo in data 13 gennaio da Carlo von lynX la seguente rettifica: "Il signor Marsili e il signor Loda non appartengono al Partito Pirata Italiano ed è stato precedentemente diffidato dal Tribunale di Milano http://ordinanza.partito-pirata.it/ a fare uso del nome del Partito". 
La pubblico, come è corretto che sia, ma mi preme anche sottolienare che avevo precisato che si trattava del Partito pirata con il teschio (evidentemente per distinguerlo dall'altro "ufficiale", di cui il simbolo non era ancora certo quando era stata pubblicata l'intervista in data 5 gennaio) e ho sempre scritto il "tuo" partito pirata (virgolette e aggettivo che non posso mettere nelle risposte di Marsili, visto che lui vede quella formazione come "il" Partito pirata); da ultimo, le ordinanze del tribunale di Milano (non solo quella citata nel link) le ho ricordate direttamente io in una mia domanda e ho prospettato uno scenario di sostituzione parziale dell'emblema di Marsili (cosa che, prevedibilmente, lui non ha condiviso).

Primi tarocchi in vetrina

Ce ne fosse stato bisogno, ora si capisce il motivo di varie scazzottate o diverbi all'entrata del Ministero dell'interno: nella bacheca che contiene i simboli già depositati (il portone si è aperto alle 8 di stamattina) sono già apparse almeno due copie, piuttosto smaccate. Stando alle prime foto che lo staff di Beppe Grillo ha messo in rete, il posto numero 2 se l'è aggiudicato un "Movimento 5 Stelle - M5S", il cui contrassegno è pressoché una copia carbone del vero Movimento 5 Stelle: a distinguerli, soltanto le diverse proporzioni della parola "Movimento" (anche rispetto alla V rossa) e l'assenza, nel simbolo "clone", della dicitura "Beppegrillo.it" alla base del cerchio.
Subito dopo, c'è un simbolo che sembra quello di Rivoluzione civile. Già, perché manca il nome di Ingroia, presente invece nell'emblema presentato alla stampa. Dopo ancora c'è il "Partito pirata", o meglio, quello di cui è portavoce Marco Marsili (gli altri pirati, quelli originali, di Athos Gualazzi & co., non saranno contenti), poi c'è il Msi-Dn (quasi certamente è quello di Gaetano Saya); i veri "grillini" sono solo sesti.
Il Viminale, ora è chiarissimo, avrà di che lavorare. Molto. E penso che mai come questa volta si farà uso dell'articolo 14, comma 5 (o 3-ter) del decreto legislativo n. 361/1957 (Testo unico per l'elezione della Camera dei deputati), che vieta la presentazione di un contrassegno "con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso". Vale certamente per il "tarocco" 5 Stelle, se non altro perché il simbolo originale è già stato presentato in altre consultazioni elettorali e quindi è più facile da proteggere. Un po' meno semplice è la strada per la "vera" Rivoluzione civile, che però potrebbe appellarsi al precedente significativo del "caso Dini", di cui ho già parlato in questo blog. 
Ancora più delicata la "partita pirata", considerando che il Partito pirata "ufficiale" ha avuto due pronunce giudiziarie a suo favore, ma i pirati di Marsili hanno partecipato con un contrassegno molto simile ad alcune elezioni amministrative l'anno scorso: è probabile che il contrassegno non salti del tutto, ma la censura sia limitata alla denominazione e all'uso della bandiera nera. Quanto a Saya, tutto dipenderà da altre fiamme che saranno eventualmente presenti in seguito: lui potrebbe farsi forza del "chi prima arriva, meglio alloggia", ma come andrà a finire, lo si vedrà solo dopo.

sabato 5 gennaio 2013

Lo sbarco dei Pirati alle elezioni politiche

Non c'è ancora la conferma ufficiale, ma è molto probabile che alle prossime elezioni politiche i Pirati sbarchino anche in Italia. Se la raccolta delle firme avrà successo, per la prima volta il partito che dal 2006 è attivo in Svezia e nelle ultime consultazioni in Germania ha ottenuto - con la sorpresa di molti - un risultato di tutto rispetto in vari Länder finirà sulle schede, almeno in alcune circoscrizioni chiave (Torino, Milano, Roma, Napoli sono i luoghi più probabili di presenza del Partito Pirata). 
A dire il vero, non si tratterebbe di uno sbarco a tutti gli effetti, visto che i Pirati in Italia c'erano già: il partito nasce infatti nel 2006, anche se non si era mai presentato con nome ed emblema alle elezioni. "Abbiamo partecipato sporadicamente a competizioni elettorali come indipendenti in liste che ci hanno ospitato - spiegano dall'Assemblea permanente del partito - In particolare, abbiamo concorso alle ultime europee con quello che allora era il nostro segretario Alessandro Bottoni (nella lista di Sinistra e libertà, ndb)". 
La stessa attività politica, pur presente, era meno visibile all'opinione pubblica: "In realtà il "vecchio" Partito tendeva molto a fare pressione sui politici perché non legiferassero contro la libertà della Rete: in tal senso, più che far parlare di noi, abbiamo sempre operato perché si parlasse dei problemi. Abbiamo partecipato alla Commissione Gambino per una revisione del diritto d'autore e a numerose iniziative, senza però porci il problema di sviluppare il Partito. Siamo fra i soci fondatori dell'Internazionale dei Partiti Pirata e ora ci stiamo muovendo per costituire un Partito Pirata Europeo con l'obiettivo di essere veramente il primo partito unico e non federato come gli altri partiti nazionali, con un'unico programma condiviso da tutti i Partiti Pirata nazionali. Risulta logico dedurre che condividiamo perfettamente i principi che supportano sia il Piratenpartei che quello Svedese piuttosto che il Partito Francese o Spagnolo".
I principi si possono ritrovare nel programma che il partito ha pubblicato all'indirizzo web http://programma.votopirata.it/: alla salvaguardia dei diritti delle persone (da perseguiremediante un'opportuna modifica delle leggi esistenti), i Pirati affiancano come prioritaria una profonda riforma del diritto della proprietà intellettuale e industriale, "per ripristinare l’equilibrio, ora perduto, tra gli interessi degli operatori economici, quelli dei consumatori, quelli degli autori/inventori e quelli della società nel suo complesso", in particolare cercando di ottenere che i materiali protetti da copyright, brevetto o segreto industriale, in quanto "cultura e tecnologia di una Nazione", siano sottoposti a vincoli di utilizzo più limitati nel tempo e solo per operazioni a carattere commerciale; nel programma, per lo stesso motivo, si rivendica anche il diritto di accesso alla tecnologia e alla cultura. Altrettanta attenzione viene dedicata al diritto alla riservatezza, alla comunicazione e alla libera espressione.
Sarà dunque questo il programma da consegnare, unitamente al simbolo costituito dalla vela nera, gonfia a destra e a forma di P che dall'inizio distingue i Partiti pirata in Europa, probabilmente con un'aggiunta testuale che indichi meglio la denominazione del soggetto (potrebbe essere "Partito pirata - Italia", anche per evitare la sigla Ppi che farebbe confondere coi Popolari del passato). Difficile però, per chi è esterno, immaginare chi possa essere il capo della forza politica: a differenza di altri partiti, infatti, i Pirati non hanno più un segretario. "Dall'inizio del 2012 abbiamo azzerato l'organizzazione verticistica - spiegano - e ci siamo dichiarati in assemblea permanente, con assoluta orizzontalità utilizzando un software "liquidfeedback" che ci permette di decidere alla stregua di un'organismo direttivo, ciascun pirata conta un voto e la decisione è così condivisa fra tutti i pirati". 
I Pirati "di Marsili" nel 2012 (a sinistra) e il nuovo simbolo
Se, tuttavia, i Pirati parteciperanno alle elezioni, è probabile che se la vedano con altri filibustieri. Già, perché non più tardi di tre giorni fa ha annunciato la propria partecipazione alle elezioni anche un altro Partito pirata, che ha in Marco Manuel Marsili (già segretario nazionale della Federazione dei liberaldemocratici) il suo portavoce. La notizia è apparsa sul sito della formazione, www.votapirata.it, che nell'intestazione mostra la dicitura "Partito Pirata – Il sito Internet ufficiale" e come simbolo, accanto a una rivisitazione del Jolly Roger pirata (il teschio e, al posto delle tibie, due sciabole) una piccola riproduzione dell'emblema dei Pirati europei. 
I Pirati di Marsili (li chiamo così, se non altro per distinguerli), fondati nell'ottobre 2011, avevano già partecipato ad alcune delle ultime elezioni amministrative, soprattutto in Piemonte, sebbene il Partito Pirata fondato nel 2006 - pur non avendo intenzione di presentarsi alle elezioni - avesse fatto causa già a novembre contro Marsili e i "suoi" Pirati, lamentando una lesione del proprio diritto al nome e all'identità personale, parlando addirittura di "sostituzione di persona". "Molto semplicemente non volevamo che si fraintendessero i nostri obiettivi con obiettivi per noi incompatibili - si limita a dire oggi l'assemblea permanente del Partito pirata -. Chiunque può chiamarsi Partito Pirata purché non operi per confondere il pubblico e sostituirci, proponendo obiettivi che, nel caso in questione, erano esattamente agli antipodi dei nostri". 
Indubbiamente i programmi che si trovano nei due siti sono diversi, sta di fatto che in sede cautelare, per due volte, il Tribunale di Milano ha riconosciuto al Partito Pirata del 2006 la titolarità (come "marchio di fatto") del nome e dell'emblema della vela nera, ai sensi delle norme che oggi regolano la proprietà industriale (sebbene i Pirati tengano a precisare che non si trattava in alcun modo di affermare una "proprietà di marchio"), motivo per cui quella formazione ha tutto il diritto di veder tutelato il proprio nome. Un conto, tuttavia, è l'aspetto "civile" della questione, un conto è quello elettorale: Marsili e i "suoi" Pirati hanno partecipato alle elezioni del 2012 senza che nessuna commissione potesse dire loro nulla - non c'era confondibilità con altri segni - e non è chiaro cosa accadrà questa volta. Un po' di pazienza e si saprà.